La multa a Facebook e la monetizzazione dei diritti

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Con il comunicato stampa del 18 maggio, il nuovo Commissario alla Concorrenza della Commissione europea ha inaugurato il nuovo corso di azione contro i giganti dell'informazione e della tecnologia americani. La notizia è la multa inflitta a Facebook per l'acquisizione del servizio di messaggistica WhatsApp. Un'ammenda di soli 110 milioni di euro (poteva arrivare fino a 250 milioni, l’1% del fatturato), ma la Commissione ha ritenuto che così fosse “proporzionata”.

Perché questa multa? Nel 2014, quando Facebook comunicò alla Commissione l’intenzione di acquisire WhatsApp, spiegò che non sarebbe stata in grado di stabilire una corrispondenza automatica affidabile tra account Facebook e utenti WhatsApp. In realtà, con l’aggiornamento dei termini di servizio dell’agosto del 2016, Facebook e WhatsApp annunciarono la possibilità di collegare i numeri di telefono di WhatsApp con gli account degli utenti del social network (nonché condividere metadati), in tal modo sconfessando quanto precedentemente dichiarato alla Commissione europea.

da Privacy Matters

Tale comportamento è in violazione del Regolamento europeo sulle concentrazioni, che obbliga le società a fornire informazioni corrette e non fuorvianti. Quelle informazioni, infatti, sono la base per la decisione della Commissione sulle fusioni o acquisizioni, e quindi sono essenziali per consentire o bloccare tali operazioni. È un obbligo del tutto indipendente dall'eventuale impatto sul risultato dell’operazione.

Analoghe accuse sono state portate avanti da EPIC (Electronic Privacy Information Center, un gruppo di ricerca pubblico a difesa dei consumatori) negli Usa.

La Commissione europea ha, quindi, avviato un’indagine nella quale ha scoperto che già al 2014 esisteva la possibilità tecnica di combinare i dati tra i due servizi e che il personale di Facebook era perfettamente a conoscenza di tale possibilità, pur nascondendolo alla Commissione. Per cui ha deciso di multare Facebook per aver mentito.

La condivisione del numero di telefono (dai TOS apprendiamo che WhatsApp raccoglie principalmente il numero di telefono, non mail, né indirizzi) non è cosa da poco, in quanto con l’acquisizione di WhatsApp, di fatto Facebook acquista un enorme elenco telefonico da oltre un miliardo di utenti, molti dei quali già iscritti a Facebook. Il problema di Facebook è che in molti casi non ha il numero telefonico dei suoi utenti, utilissimo per una identificazione precisa (infatti ci fu una asfissiante campagna per convincere gli iscritti a inserirlo nei loro account). Facebook giustifica l’abbinamento dei dati con l’esigenza di realizzare nuove funzionalità, per combattere lo spam o per motivi di sicurezza, ma avere il numero di telefono di un utente, poterlo incrociare coi dati dell’account Facebook, consente al social network di fare un enorme passo in avanti nella profilazione degli utenti, abbinando anche i tanti profili aperti con nomi non reali (pseudonimi) ai numeri di telefono effettivi. Non solo, Facebook ha anche la possibilità di conoscere con quali aziende o professionisti ci scambiamo messaggi.

In poche parole, l’abbinamento tra il numero di telefono di Whatsapp e gli account Facebook porta a un livello superiore la profilazione degli utenti a fini pubblicitari. Era ovvio che l’intento fosse questo fin dal momento dell’acquisizione, così come accadde con l’acquisizione di Instagram nel 2012. Anche allora, infatti, si giustificò la condivisione dei dati per creare nuove funzionalità e combattere lo spam (qui puoi trovare un'estensione per Chrome che ti consente di vedere cioè che Facebook sa di te, dati raggruppati per categorie).

La multa inflitta a Facebook non ha, però, alcun impatto sull'acquisizione di WhatsApp, che rimane cosa fatta, perché secondo la Commissione non incide particolarmente sulla concorrenza, poiché numerosi sono i sistemi di messaggistica in alternativa a WhatsApp e Facebook Messenger. Chi vuole può passare ad altri software. Ma c’è da chiedersi, se io mi ritenessi leso da tale enorme conglomerato uscito da questa fusione, e quindi volessi abbandonare Facebook, dove lo trovo un servizio di social networking in alternativa che raggruppa i miei contatti? Senza contare che una libertà dovrebbe implicare la possibilità di scelte positive, laddove la libertà di uscire da Facebook e WhatsApp è una scelta negativa.

La Commissione, comunque, sostiene che all'epoca dell’acquisizione aveva anche valutato la possibilità che i suddetti dati fossero condivisi (aveva considerato che Facebook potesse mentire?), nonostante le differenti rassicurazioni di Facebook, e quindi conclude di non dover rimettere mano alla procedura, limitandosi ad infliggere una multa per la fornitura di informazioni non corrette. In pratica una violazione puramente formale.

Considerato che 110 milioni per un’azienda che paga 19 miliardi per un’acquisizione sembrano davvero bruscolini (Facebook ha avuto nel 2016 ricavi per oltre 6 miliardi e utili per oltre 2, altro che maxi multa), qualcuno potrebbe anche pensare che alcune aziende siano incentivate a violare la legge. Pagando una piccola somma, l’azienda si è assicurata un vantaggio competitivo enorme nel mercato della pubblicità personalizzata.

L'Organizzazione europea dei consumatori (BEUC), infatti, ha ritenuto deludente il provvedimento della Commissione, limitato ad una semplice multa, senza rivedere la decisione di autorizzazione dell’acquisizione. Secondo il BEUC l’acquisizione porta al rafforzamento della posizione di potere del social media all’interno del mercato di riferimento, e Facebook ha nascosto alla Commissione europea i suoi veri piani.

Ma non è l’unico problema per Facebook. Pochi giorni fa il Garante italiano per la Concorrenza (AGCM) gli ha inflitto una multa, di soli 3 milioni di euro, per violazioni del Codice del Consumo. L’AGCM italiano ha accertato che l’azienda ha indotto gli utenti di WhatsApp ad accettare integralmente i nuovi termini di servizio (quindi a consentire la condivisione dei dati tra i due servizi, Facebook e Whatsapp), facendo loro credere che in alternativa non avrebbero più potuto utilizzare il servizio di messaggistica, non informandoli in maniera adeguata che invece avrebbero potuto negare il consenso alla condivisione dei dati con Facebook e continuare comunque a usare ugualmente Whatsapp (se fosse stato diversamente si sarebbe configurata una violazione delle norme in materia di protezione dei dati personali, in quanto il consenso non sarebbe stato effettivamente libero).

Inoltre, l’AGCM ha accertato una vessatorietà di alcune clausole del contratto sottoposto all’accettazione degli utenti di WhatsApp, che prevedevano: limitazioni di responsabilità dell’azienda; possibilità di interruzione dei servizio decise unilateralmente, senza preavviso e senza giustificazione; il diritto di risolvere il contratto in qualsiasi momento senza motivo e di modificare il contratto (anche economicamente) senza informare gli utenti; fissavano la legge applicabile alle controversie in quella degli Usa e il tribunale della California settentrionale come foro competente; prevedevano un generico diritto di recedere dagli ordini senza rimborsi e, infine, la prevalenza del contratto in inglese rispetto a quello in italiano (che è invece quello effettivamente accettato dall’utente italiano) in caso di contrasto tra i due testi.

Emerge palesemente dalle indagini dei due Antitrust che l'acquisizione di WhatsApp è un elemento fondamentale della strategia aziendale di Facebook, un elemento per il quale, probabilmente, vale la pena pagarne un prezzo, nemmeno troppo grande. La condivisione dei dati è un modo per monetizzare tale acquisizione.

Il Commissario Margrethe Vestager, responsabile per la concorrenza, ha dichiarato:

Today's decision sends a clear signal to companies that they must comply with all aspects of EU merger rules, including the obligation to provide correct information. And it imposes a proportionate and deterrent fine on Facebook. The Commission must be able to take decisions about mergers' effects on competition in full knowledge of accurate facts.

Di fatto si tratta di un nuovo corso dell’Antitrust europeo, che lancia un chiaro segnale alle aziende americane. Non dimentichiamo che sono in corso numerose istruttorie (di cui 3 contro Google per abuso di posizione dominante) nate col precedente Commissario ma che solo con Vestager si sono effettivamente smosse.

Non si tratta, però, solo di etica e rispetto dei consumatori (avendo mentito al momento dell'acquisizione), ma anche di tutela dei dati dei consumatori, laddove con questa mossa Facebook realizza il più grande database di profili esistente al mondo. Difficile anche immaginare quale impatto potrà avere sugli utenti.

Alla luce della modifica dei termini di servizio del 2016, le Autorità di controllo per la tutela dei dati personali (Garanti) hanno già avviato istruttorie indipendenti. Ricordiamo che il Garante tedesco ha imposto la sospensione della condivisione dei dati tra WhatsApp e Facebook, sostenendo che devono essere gli utenti a decidere se condividere i dati tra i due servizi (cioè deve essere richiesto uno specifico e informato consenso). Anche altri Garanti nazionali (compreso l'italiano) hanno avviato indagini. E pure il Working Party Articolo 29 (organismo consultivo dell'Unione europea in materia di protezione dei dati personali) si è attivato.

Alla fine viene, però, da chiedersi se queste sanzioni siano realmente dissuasive per le grandi aziende del web, considerato che possono mettere in conto un piccolo (per loro) costo per violare le leggi senza subire ulteriori conseguenze. Stiamo entrando in una nuova era, nella quale i diritti sono sempre più privatizzati, e soprattutto monetizzati (con un progressivo recepimento dell’approccio americano, pensiamo alla Apple che fa coincidere la tutela della privacy con la crittografia del proprio smartphone). Il rispetto dei diritti finirà per diventare un semplice costo da includere nei bilanci delle grandi aziende?

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