L’Etimacello: #Perdere

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Stravedo. Sono folle d’amore per le parole. Innamorata pazza, dedita, devota. Così delicate, ironiche, salate. Mi sono detta: usiamole, amiamole, impieghiamole tutte nelle loro infinite sfaccettature, ammiriamole da ogni loro scintillante angolazione, stuzzichiamole, spremiamole, mastichiamole. Piangiamole e ridiamole a crepapelle.

Interveniamo di fronte al macello dell’etimologia. Dove il giornalismo è paralitico, dove tecnicismi e inglesismi pietrificano significati e radici, giochiamole: per restituir loro fluidità, valore, potenza. Dignità.

 

È possibile perdere qualcosa che non si ha mai posseduto? Un pretesto, un sogno, la fiducia degli elettori. L’equilibrio dall’ombelico su una corda appesa in mezzo al nulla. Dal latino pèrdere che vuol dire anche un po’ tradire: mandare a male, scialacquare, dissipare, distruggere. Chi ha perso ha consumato tutti gli assi che aveva nella manica, ha perso tutto senza speranza di mai più ritrovarlo, restandone privo per tutti i secoli dei secoli amen. Prendere la direzione sbagliata o restare ferito ed esangue sul campo di battaglia. Smarrire la strada o rimaner vinto dal proprio nemico si equivalgono, di fronte alla saggezza dell’etimologia; e davanti a questo macello della parola io dico: non hai perso sinché non hai abbandonato la piazza o la bandiera, gettato la spugna, smesso di credere. Semplicemente, nel costante flusso di perfezione dell’universo, hai vinto ciò che stava sull’altro piatto della bilancia, dall'altro lato della medaglia, hai vinto, hai vinto ciò che non volevi ma che ora forse – a conti fatti – puoi quasi apprezzare di più. Non dannarti all’inferno, Matteo, magari hai perso peso, giusto qualche chilo nello scacchiere internazionale della nostra bancarotta, ma non è mica – ancora – la fine del mondo. E se senti dentro un fuoco, se senti di aver perso la tua occasione - o, ancor peggio, la tua anima - fa’ attenzione: la perdizione è dietro l’angolo. Un danno subìto, un filo del discorso rimasto a metà, un viso screditato possono rovinare una carriera. Ma che cosa vuoi che sia, se anche retrocedi o non progredisci, sfinito nella corsa a ostacoli del tuo destino! Dileguarsi, scomparire, cedere. In ogni caso, che tu abbia perso i sensi o i colori – sbiadito sulla tavolozza secca degli entusiasmi italioti – la faccia, o la bussola, non temere: a perdere le foglie, in quest’autunno buio della democrazia, saremo ancora noi.

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