L’Etimacello: #Matrimonio

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Stravedo. Sono folle d’amore per le parole. Innamorata pazza, dedita, devota. Così delicate, ironiche, salate. Mi sono detta: usiamole, amiamole, impieghiamole tutte nelle loro infinite sfaccettature, ammiriamole da ogni loro scintillante angolazione, stuzzichiamole, spremiamole, mastichiamole. Piangiamole e ridiamole a crepapelle.

Interveniamo di fronte al macello dell’etimologia. Dove il giornalismo è paralitico, dove tecnicismi e inglesismi pietrificano significati e radici, giochiamole: per restituir loro fluidità, valore, potenza. Dignità.

 

 

 

Ci sono unioni più giuste di altre, in questo emisfero dell’amore. Sono unioni univoche e unilaterali, di solito: c’è questa donna che accetta di smettere di essere donna per diventare mater, la genitrice assoluta, colei che ha avuto bisogno dei dolori intercostali di un ominide per esistere ma che poi, non si sa come, può creare la vita dentro sé. Lei sola, in realtà, è agente e oggetto del vincolo legittimo del matrimonio; perché il patrimonio esiste, certo, ma è altra cosa: patrimonium indica il bene ereditario di padre in figlio, di generazione in generazione, la ricchezza che solo tange di striscio la donna ma mai le appartiene. Ben altro che far capitale è fare una madre: generare la genitrice è lo scopo dell’unico legame indissolubile – ben solubile però, da queste parti, nel sangue – ed ecco il matrimonio riparatore, quello bigamo, il matrimonio gay, quello civile o religioso, lo scioglimento del matrimonio, il matrimonio combinato, quello monogamico o tra consanguinei. Matrimonio nullo se sterile. Nozze che devono dare alla luce il dono supremo della creazione. E chiediamocelo allora: che cos’è una madre e come si fa? Che cosa significa generare? Siamo davvero sicuri che non possa trasformarsi in madre qualunque essere accogliente e materno, qualunque essere di luce femminea dedito ad assistenza e protezione, capace di amore incondizionato verso l’umanità?

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