L’Etimacello: #Giornalista

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Stravedo. Sono folle d’amore per le parole. Innamorata pazza, dedita, devota. Così delicate, ironiche, salate. Mi sono detta: usiamole, amiamole, impieghiamole tutte nelle loro infinite sfaccettature, ammiriamole da ogni loro scintillante angolazione, stuzzichiamole, spremiamole, mastichiamole. Piangiamole e ridiamole a crepapelle.

Interveniamo di fronte al macello dell’etimologia. Dove il giornalismo è paralitico, dove tecnicismi e inglesismi pietrificano significati e radici, giochiamole: per restituir loro fluidità, valore, potenza. Dignità.

 

 

 

Un dire diurno, un dono dormiente sul dorso del dio. Una brutta giornata / chiuso in casa a pensare / una vita sprecata / non c'è niente da fare / non c'è via di scampo… Scoop e gaffe. Post e gossip. Complotti. Risatine con la mano sulle bocche. Dov’è quel po’ di sana meraviglia verso la vita? Qual è quel qualcosa che avete da dire? Son giorni e giorni di giri in tondo, girandole al vento e girotondi, giarrettiere e soggiorni sulle giostre, a giorni alterni: aggiornamenti senza sosta, soste della mente senza precedenti, corrispondenti senz’amor proprio e amori non corrisposti. Dal latino diurnum, ventiquattr’ore, dodici mesi, vent’anni, insomma: ogni dittatura del pensiero è il tempo del buon giornalismo. Chiarore, luce: il bagliore del giorno che rende tutto più nitido e comprensibile. Ma questi sono i giornalisti degli albori, tutto Ordine e tesserini, eppure contemporaneamente così contemporanei - più indigeni che digitali - ma soprattutto supercalifragilieavoltetristementespiritosi. Il tempo scorre su voi giornalisti criptici, epici giornalai che inseguite carretti per giornaletti da giardinaggio. Ghirigori e giochi di parole, frasi ad effetto, sensazionali suggestioni. Pubblicisti di pubblicità. Chi di voi vorrà fare il giornalista, si ricordi di scegliere il proprio padrone.

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