L’Etimacello: #Donna

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Stravedo. Sono folle d’amore per le parole. Innamorata pazza, dedita, devota. Così delicate, ironiche, salate. Mi sono detta: usiamole, amiamole, impieghiamole tutte nelle loro infinite sfaccettature, ammiriamole da ogni loro scintillante angolazione, stuzzichiamole, spremiamole, mastichiamole. Piangiamole e ridiamole a crepapelle.

Interveniamo di fronte al macello dell’etimologia. Dove il giornalismo è paralitico, dove tecnicismi e inglesismi pietrificano significati e radici, giochiamole: per restituir loro fluidità, valore, potenza. Dignità.

 

 

 

Io sono la Donna. La dannata nobildonna. Dono il vivere senza chiedere, io do doti, io dico dèi, faccio dono di me e del mio ventre. Condono, condanno. Donna non è sesso debole: te ne sei dimenticato, Don donnaiolo senza onore? Sono la madre, la dea, la figlia del cosmo. Se mi umili ti umili, solo umile l’amore domina. L’eterno femminino che tira in alto diceva Goethe, un raddoppiamento delle facoltà intellettuali e morali diceva Mazzini. Dov’è allora il tuo Dio interiore? C’è un padrone e quello sei tu / basta un bacio e io sento che / sei forte più di me... Ridammi tutto quello che mi hai tolto, ogni briciola di dignità negata, ogni danno che mi ha rafforzata. Ave Maria, adesso che sei donna / ave alle donne come te, Maria. Esser donna non è una sfiga, è un sfida. Esser donna è dentro. Donna sono e resto Donna. Din don, scaduto il tempo della viltà dicono gli stilnovisti: ogni minimo respiro di donna sarà perché io esisto, fortemente esisto. Dono, dunque sono.

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