Intelligence USA: le accuse a Putin e l’impossibilità per giornalisti e cittadini di valutarle

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È probabile che la Russia abbia tentato di condizionare l’esito delle elezioni statunitensi, favorendo Donald Trump. Può darsi lo stia facendo anche in altri paesi che fanno parte di quello che l’intelligence USA definisce “l’ordine democratico liberale a guida statunitense”, dall’Italia alla Francia. Forse il comando viene dallo stesso Vladimir Putin, come sostengono FBI, CIA e (“moderatamente”) NSA nel rapporto pubblicato nei giorni scorsi.

Forse è così che si spiegano gli hack ai server dei democratici – e dei repubblicani – e le successive campagne a base di mail pubblicate da WikiLeaks, ma anche l’invasione delle fake news, dei troll filorussi e pro-Trump, delle campagne scientifiche di distruzione dell’immagine e della credibilità di Hillary Clinton, oggi, o di chiunque si opponga all’internazionale populista – copyright l’Unità – che domani potrebbe travolgere la democrazia globale.

Forse. Il problema è che non abbiamo modo di verificarlo. Perché le tanto attese “prove”, per quanto annunciate, non ci sono.

Non c’erano nella prima dichiarazione congiunta di DHS e DNI, a ottobre. Non c’erano nel rapporto dello US-CERT di fine anno, un testo definito da Robert M. Lee sul Daily Beast “un fallimento a ogni livello”, incapace di fornire alcun dato utile. E non ci sono nella versione declassified, cioè disponibile al pubblico, dell’ultimo, a firma delle tre agenzie di spionaggio USA.

Peggio: non potevano esserci, come si legge fin dalla sua premessa. “La comunità dell’intelligence”, scrive il rapporto, “può di rado rivelare pubblicamente il grado esatto di conoscenze di cui dispone o le basi precise per le sue valutazioni, dato che la divulgazione di tali informazioni rivelerebbe fonti o metodi sensibili, e metterebbe a repentaglio la capacità futura di raccogliere elementi critici di intelligence”.

Per questo, prosegue, “se le conclusioni del rapporto riflettono tutte il giudizio classified”, cioè che gli occhi del pubblico non possono vedere, “quello declassified”, che invece possiamo leggere, “non include e non può includere tutte le informazioni che le motivano”.

Vero, non le può includere tutte. Ma nemmeno non includerne alcuna. La sicurezza nazionale è importante, ma più importante è il suo essere al servizio della democrazia. E se sono questioni di sicurezza nazionale a mettere a repentaglio i fondamenti democratici stessi, è proprio in democrazia che i cittadini hanno il diritto di saperlo, e saperlo con il massimo grado di dettaglio possibile.

Vale in generale per il delicato ambito dell’intelligence, che ha – ed è bene mantenga – un certo grado ineliminabile di riservatezza. Ma è ancora più importante oggi che le accuse, e le contromisure che giustificano, sono di una gravità senza precedenti.

Se l’intero ordine democratico “a guida” USA – inciso: “a guida”? – è in pericolo a causa di ingegnose e sofisticate campagne di disinformazione e hacking da parte di regimi “populisti”, come viene definito quello di Putin dalle spie americane, davvero l’opinione pubblica deve apprenderlo esclusivamente dalla parola e le deduzioni di "fonti", spesso anonime, dei servizi di intelligence? E quanto è realmente democratico, un “ordine” simile?

Poco. Ma l’impressione è che debba bastare. Sembra che per le spie statunitensi le materie di intelligence equivalgano a quelle religiose. Oggetto di fede, non di conoscenza. E sembra che il giornalismo debba ridursi a sunto di conclusioni basate su premesse inosservabili, che nessuna inchiesta può tentare di falsificare. Siamo nella “post-verità”, del resto. Giusto?

I problemi di una simile concezione del dibattito pubblico e del diritto di informare in democrazia sono molteplici.

Il primo è quanto insegna l’epistemologia: più sono forti le affermazioni, più solide devono essere le prove a supporto. Ma se nel caso delle accuse statunitensi alla Russia le prime lo sono di certo, le seconde non lo sono per nulla. Mancano, dalle pagine dell’intelligence, perfino le prove “speculative” ottenute dalle analisi tecniche delle società private di cybersicurezza che, fin dall’estate, hanno documentato consistenti – ma ambigue, una esprimeva solo “moderata confidenza” e un’altra era pagata dal Comitato Nazionale dei Democratici – tracce russe negli hack ai Democratici. Non abbastanza, ritengono diversi esperti, ma almeno un riassunto appena più credibile e utile di quanto realmente avvenuto.

«Le aziende di sicurezza private», ricorda Claudio Guarnieri a The Intercept, «non possono produrre alcunché di conclusivo. Ciò che possono produrre è una attribuzione speculativa». E ancora: «Il meglio che possono fare è provare che l’attaccante era situato probabilmente in Russia. Quanto al coinvolgimento governativo, possono solo speculare che sia plausibile per via di ragioni di contesto e politiche, così come per le connessioni tecniche con attacchi precedenti o seguenti che sembrino perpetrati dallo stesso gruppo e che corroborino l’analisi che si tratti di un soggetto finanziato dallo Stato russo».

Tradotto: non ci sarebbe comunque stata la famosa “pistola fumante”, ma almeno avremmo avuto qualcosa di concreto da cui partire per provare, media e pubblico, a immaginare democraticamente quali mani la stringevano. Invece il rapporto si limita ad affermare con “elevata confidenza” che Guccifer 2.0 è una creazione dell’intelligence militare russa, che i dati rubati dai russi sono stati consegnati a WikiLeaks – perché affidabile, si legge – e che il tutto è emanazione di un preciso e articolato piano di propaganda e disinformazione che si pone il fine di “screditare” Hillary Clinton, prima, e “distruggere l’ordine democratico liberale a guida USA” poi.

Vago? Il New York Times parla di un rapporto “schiacciante e sorprendentemente dettagliato”. Eppure di dettagli non c’è l’ombra e di “schiacciante” solo la notizia raccolta dallo stesso quotidiano newyorkese per cui ad accorgersi per primi dell’intrusione informatica russa sarebbero stati i gemelli della NSA negli UK, il GCHQ, molto probabilmente tramite gli stessi programmi di sorveglianza digitale di massa rivelati da Edward Snowden. Gli stessi, per capirci, che avevano causato uno scandalo globale di proporzioni inaudite.

Mentiva, insomma, il Washington Post quando, prima della sua pubblicazione, prometteva che il dibattito si sarebbe finalmente smosso da conclusioni basate solo sulle “rivelazioni di fonte anonime a giornalisti” per giungere a una reale comprensione di “perché” le spie abbiano tratto quelle conclusioni.

Come mentiva quando ha scritto che hacker russi avrebbero penetrato la rete elettrica del Vermont. Colpa, neanche a dirlo, di una errata lista di IP fornita dal DHS come prova di intrusione russa. O come mentiva quando stendeva una ignobile black list che identificava pubblicazioni critiche della politica estera USA come organi di propaganda del Cremlino, sulla base di fonti screditate.

Non solo i social network e i populisti, insomma, producono fake news. Lo fanno anche i media dell’“ordine democratico liberale”, e spesso proprio secondo le direttive propagandistiche fornite loro dai governi tramite le narrazioni promosse dall’intelligence. Racconti spesso diversi, ma in cui il protagonista è sempre lo stesso, indiscusso: la sicurezza nazionale, di fronte a cui tutto è sacrificabile, a partire dal diritto di sapere.

Nel caso dell’hack russo, che è naturalmente probabile ci sia effettivamente stato a qualche livello, pare che il reale proposito dei rapporti dell’intelligence USA sia diffondere una precisa narrazione ideologica del mondo. Un thriller in cui da una parte sono schierate le “democrazie liberali” che imitano e seguono gli Stati Uniti, e dall’altra i “movimenti populisti globali” che le vorrebbero abbattere, sostituendole con ogni capriccio gorgogli la “pancia” del popolo e scatenando, così, il ritorno di odio, razzismo e ogni tipo di discriminazione.

Anche le democrazie usano la propaganda, certo, prosegue quella narrazione: ma i populisti diffamano scientificamente, creano industrie del falso, della manipolazione e della violazione della riservatezza. E lo fanno servendosi delle dinamiche consentite proprio e solo dalle tecnologie di rete: trolling di massa, hacker che possono camuffarsi come desiderano, siti e pagine di bufale e fake news per annegare gli avversari in un mare di menzogne e illazioni. In più, da ultimo, hanno il vantaggio di operare sempre al riparo della nebbia che, per sua natura, confonde la vista sulle piane della cybersecurity. Maledetto anonimato. Maledetta crittografia.

In quella narrazione, le fake news in Rete bastano, o quasi, a sconfiggere un candidato presidenziale. “I blogger pro-Cremlino hanno preparato una campagna su Twitter, #DemocracyRIP”, lamenta il rapporto. Se un futuro presidente degli Stati Uniti si fa abbattere da un hashtag, si potrebbe ribattere, forse è bene non venga eletto.

Ma la narrazione non ammette intralci. E allora ecco l’idea diffondersi dagli Stati Uniti a tutti i paesi alleati: propaganda e hacking dei “populisti” in rete possono sconfiggere anche la vostra democrazia! Anche voi state per avere il vostro Trump: ecco qui il colpevole. Il Re Digitale è nudo! (Sì, c’è anche questo senso di meraviglia di fronte alla scoperta della propaganda e della manipolazione, nella narrazione).

Ecco perché in Francia, Repubblica Ceca , Italia, Germania si discute improvvisamente di regolamentare Internet. Responsabilizzando gli intermediari, multando chi pubblica notizie false sui social network, creando Authority dedicate a vigilare la rimozione o il filtraggio di contenuti sulla base della loro veridicità, eliminando l’anonimato o costringendo i social network a imporre filtri alle notizie non vere e ai contenuti di “odio”. E parlandone come non esistessero anni e anni di dibattiti informati – quelli per davvero – su quanto tutto questo sia insieme inutile e pericoloso. Lo impone quel racconto, quell’autoterapia liberal al proprio fallimento. Bisogna dire: “Regolamentate Internet, perché altrimenti muore la democrazia liberale”.

Questo è il livello di assurdità che ha raggiunto il dibattito. Un’assurdità che ignora, in troppi casi, che gli effetti di quella propaganda e di quell’hacking non sono mai stati provati decisivi, in letteratura, e non sono mai stati ritenuti in grado di prevaricare il complesso miscuglio di ragioni economiche, sociali e umane che compone un giudizio politico. Un’assurdità che assume con leggerezza un dato difficile, forse impossibile da quantificare. Ma che rischia di fare danni concreti.

Perché ciò che invece sappiamo, in questa vicenda, è che gli Stati Uniti fanno sul serio. L’accusa diretta a Putin nel più recente rapporto dell’intelligence è senza precedenti, ed equivale nei fatti a una dichiarazione di cyberguerra. Se si aggiunge la recente espulsione di 35 presunte spie russe dal paese, altra reazione di gravità inedita, si comprende perché sia il rapporto stesso a ricordare, in più passaggi, la Guerra Fredda. Un clima che oggi non sembra più appartenere ai libri di storia, ma alla cronaca.

Ma in guerra, è noto, la prima vittima è la verità. E il primo carnefice la propaganda. Quella russa, descritta nel dettaglio purtroppo solo per aspetti banali e risaputi, come l’essere RT e Sputnik meri ripetitori della vulgata del Cremlino. Ma anche quella a stelle e strisce, per cui l’opposto di “democrazia” non è più “autoritarismo”, ma “populismo”, il che evita spiacevoli paragoni in termini di rispetto dei diritti umani. Per quanto James Clapper parli di “presunta ipocrisia” USA in materia, il trattamento di Aaron Swartz e Chelsea Manning e le rivelazioni di Edwad Snowden dimostrano che l’ipocrisia c’è, eccome.

Ma anche se non ci fosse, è difficile sostenere che un tale livello di chiusura dell’intelligence al dibattito pubblico informato sia un buon esempio. Se davvero le fake news sono un problema, la prima soluzione non è né tecnologica né normativa: si chiama “spirito critico”. Esercitarlo, addestrarlo, premiarlo. La stessa intelligence che lamenta il diffondersi di menzogne politicamente interessate sofisticate al punto di confondere irrimediabilmente – è l’essenza della post-truth, per chi ci crede – cittadini in buona fede è, insieme, intenta a insegnare che si può puntare il dito contro un nemico, identificarlo come una minaccia potenzialmente letale della democrazia senza nemmeno avere il pudore di spiegarci perché dovremmo puntarlo tutti anche noi, o accettare che anche solo un dito la indichi.

“Il problema di questa narrazione”, scrive Matt Taibbi su Rolling Stone, “è che, come nel disastro Iraq-armi di distruzione di massa” – altra costosissima fake news dell’intelligence USA – “abbia luogo nel mezzo di un contesto altamente politicizzato, in cui le ragioni di tutti gli attori rilevanti sono sospette. Non torna decisamente niente”.

Se la “comunità dell’intelligence” può permetterselo – anche dopo Snowden, anche dopo la dimostrazione che la fiducia nell’intelligence era mal riposta – è perché evidentemente sa che questo infinitesimale grado di trasparenza e dettaglio è sufficiente ai media, quanto basta per avere titoli e qualcosa su cui dibattere con il pubblico. Le suggestioni ci sono tutte, le emozioni sono schierate, gli eserciti contrapposti pure; ed è tutto pronto per diventare virale. Perché, poi, prendersi la briga di spiegare per cosa si combatte, esattamente?

Foto anteprima via Alexander Utkin/AFP/Getty Images

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