Elezioni 2013: non ha vinto Internet, abbiamo perso noi

Misurare ogni foglia si sia mossa su Twitter ci ha fatto perdere di vista il Paese. Con la social-ossessione rischiamo l’irrilevanza.


«Il vero trionfatore è Internet, sono le prime elezioni 2.0», titolava l’AdnKronos il 27 febbraio. Riassumendo, a due giorni dalla chiusura delle urne, la vulgata che da tempo covava sotto la pelle – emergendo a tratti – di molti commentatori e media nostrani. Qualche esempio? «Twitter e Facebook sempre più centrali» (il Messaggero, 11 febbraio); «le prime elezioni virtuali» (repubblica.it, 10 febbraio); «l’analisi politica ormai passerà dai Big Data» (Gianni Riotta su La Stampa, lo stesso giorno). E, a urne chiuse (28 febbraio), lo slogan di Roberto D’Agostino al Fatto: «Per la prima volta il web ha preso il possesso della scena. Si è passati dagli striscioni al mouse».

Una convinzione a cui testate piccole e grandi hanno fatto seguire i fatti, costruendo miriadi di piattaforme appositamente concepite per tenere quotidianamente e in tempo reale il polso di questo nuovo misuratore dell’opinione pubblica. O presunto tale. Da Twitantonio a Italia2013, da Twistargram e le rilevazioni di Electionista per il Sole 24Ore al portale Voto 2013 de la Stampa, passando per il Twitterometro (più Twittersquare) di Repubblica, il Netsentiment di Tiscali e il blog Sentimeter del Corriere.it.

Risultato? Tonnellate di dati come:

  • le citazioni dell’hashtag più usato a una certa data
  • il numero di tweet che menzionano un candidato, quando e da dove sono stati twittati
  • un grafico che mette a confronto le menzioni dei diversi candidati
  • a che ora del giorno si parla di quale candidato su Twitter
  • una mappa mondiale per visualizzare i tweet sulle elezioni provenienti dall’estero
  • visualizzazioni tematiche dei tweet dei candidati (lavoro, cultura, economia, giustizia etc.)
  • i politici più attivi su Twitter, e i più influenti
  • un grafico che evidenzia, tramite nodi e connessioni, la rete di citazioni tra i politici su Twitter.

E svariate altre amenità utili di certo a chi fa marketing politico, ma il cui valore per il cittadino e in particolare per la bontà dell’analisi politica e della comprensione del Paese è tutta da dimostrare. Eppure anche questo si è assunto in molti casi con una leggerezza allarmante. Il successo di Grillo? «Bastava tenere d’occhio i social network», scriveva il Fatto il 28 febbraio, «il web lo sapeva già». «La rete non ha mai mentito», ha commentato dopo la non vittoria il comunicatore Pd Tommaso Giuntella, «i flussi della rete hanno colto nel segno». E ancora: «I sondaggisti non hanno ancora aggiornato gli strumenti per cogliere questo mutamento», ha detto a spinningpolitics.it, «il sentiment della rete, invece, se analizzato con gli strumenti corretti, riproduceva quasi fedelmente i risultati poi avverati».

Ah, sì? E allora come mai nel suo partito si parlava di due scenari (al governo da soli, al governo con Monti) rivelatisi drammaticamente impossibili nelle urne? Soprattutto, e ampliando l’orizzonte, viene da chiedersi come mai il report finale dell’Associazione Italiana di Comunicazione Politica il 4 marzo ha potuto concludere:

«Commentare la settimana che ha preceduto il voto a spoglio effettuato ha un sapore amaro alla luce dello scenario post voto. Per quanto l’incertezza fosse ben presente nelle trattazioni dei giornali degli ultimi 7 giorni di campagna, nessuna delle analisi preelettorali, neanche le più catastrofiche, erano riuscite a preannunciare quella “tempesta perfetta” che si sarebbe poi verificate determinando la situazione di stallo politico uscita dalle urne. Le 32 presenze in prima pagina (nella maggior parte dei casi editoriali, commenti o tentativi di previsione basati sulle ultime note di campagna), per quanto ipotizzassero una governabilità incerta, o necessariamente ancorata al realizzarsi dell’alleanza tra il centro sinistra e Monti, erano lontane dall’immaginare un esito elettorale della portata di quello che si sarebbe poi verificato con il grande successo del M5S, la parziale rimonta di Berlusconi e l’arretramento della coalizione data ancora per vincente persino dagli exit poll post elettorali».

Viste le proporzioni del fallimento, forse il problema non sta solo o tanto nei «sondaggisti», che pure hanno mancato clamorosamente la mira. Piuttosto il punto è, come ha detto Barbara Spinelli intervistata dal Fatto Quotidiano, che «la stampa non è andata alla scoperta dell’Italia, non ha né esplorato né ascoltato il Paese». In compenso, ne ha misurato morbosamente ogni suo tic sui social media.

Ma è servito a prevedere che sarebbe successo? Perché se così fosse, l’investimento – enorme – di energie e fondi avrebbe avuto un senso. I dati, tuttavia, ci dicono che è lecito dubitarne. Prima di tutto, ci sono le pure e semplici bugie. Come quella del manager di Akamai, Luca Collacciani, che per difendere l’idea del primato di Internet ha sostenuto all’AdnKronos un presunto «ruolo del web in qualità di veicolo di informazione primario».

Trappola in cui è caduto perfino Loris Mazzetti, che di tv se ne intende, sul suo blog sul Fatto in un post intitolato – disgraziatamente – «il web ha battuto la tv». Peccato che così non sia, visto che – come ammoniva Demos all’alba delle elezioni – la fonte di informazione primaria resta la televisione per il 60,1% degli italiani. Secondi, ma staccatissimi, giornali e riviste (11,4%) e solo terzo «Internet», prima fonte di informazione per il 10,8% degli interpellati. Sommando fonti primaria e secondaria, la tv si attesta al 72,4%, il web al 23,1%. Dati sostanzialmente confermati da Eurispes a gennaio 2013. Eppure abbiamo fatto molti più sforzi per capire la rete che il tubo catodico: come mai?

Resta poi il contenuto delle previsioni ottenute tramite il «Big Data», le «sentiment analysis» e il computo infinito di «mention», «retweet», «engagement», «indice di Jaccard» e chi più ne ha, ne metta. Dati che, ha scritto Riotta il 25 febbraio, ci diranno perfino «perché» ha vinto chi ha vinto. Sarà. Ma intanto, come premessa, è utile mettere a confronto quanto l’editorialista ha scritto – sulla base dei dati ottenuti dalla collaborazione con Tycho – prima e dopo le elezioni.

Prima (18 febbraio):

La rete incoraggia questa settimana la scelta di Bersani, più di quanto non sembrava fare 7 giorni fa. Allora la presenza del leader Pd al Sud risultava inferiore a quella di Berlusconi e Grillo, oggi – online potete cliccare su regioni e province e ottenere la forza online dei leader nella vostra città – Bersani cresce in Sicilia, Campania, Basilicata e Calabria. [...] I risultati sembrano buoni al Sud, Bersani mantiene le posizioni in Piemonte, Liguria e Lombardia, più indietro Friuli, Veneto, Trentino.

Dopo (9 marzo):

Come dimostrano i calcoli dei flussi del professor RobertoD’Alimonte per il Cise, è stato il Sud, in particolare Campania e Puglia, a toglier fiato al Pd, negandogli la vittoria. E sulle mappe regionali Tycho-Imt (www.lastampa.it) il Pd al Sud stentava molto, in Puglia non riuscendo neppure a passare la soglia minima delle citazioni. Visualizzazione dati di una sconfitta annunciata.

Tanto «annunciata» che non si serba memoria di un editoriale della Stampa che avesse previsto lo scenario di totale ingovernabilità che poi si è verificato. E del resto, basta confrontare la mappa di Tycho-La Stampa per quanto riguarda la frequenza di citazioni di Grillo e correlarla con i risultati elettorali per capire che c’entrano poco o nulla. Il MoVimento 5 Stelle è andato infatti fortissimo nelle Marche, in Abruzzo e in Sicilia – per esempio – dove invece la frequenza di «mention» è considerata «bassa»:

Più nello specifico, si pensi al risultato del M5S a Trapani: nella realtà, uno straordinario 35%. Nella mappa, una frequenza di «mention» addirittura «molto bassa».

 

Al che viene da chiedersi: ma a che serve, al lettore, sapere che – è il risultato di un’analisi di WebPolitics pubblicata dal Giornale – Berlusconi «è il politico più citato sia per menzioni totali (26,2%) [...] che per mentions rilevanti (42,8%)»? Più in generale, a che ci servono percentuali precise al millesimo e numeri su numeri sulle citazioni di un determinato politico su Twitter? Che valore informativo hanno, a parte il farsi un’idea di che accade su un social network ancora fortemente minoritario rispetto all’intero della popolazione?

Ancora, sono davvero Facebook e Twitter «uno strumento fondamentale per la macchina del consenso», come sostiene una ricerca ECCE/Customer? E, di conseguenza, sarebbe fondamentale (per la qualità della nostra stessa democrazia, visto che si parla di formazione e manipolazione del consenso) sapere che «l’insieme delle attività dei politici su Twitter risulta nettamente più equilibrata rispetto a Facebook, con il segretario del PD in prima posizione con il 19,5%, seguito da Monti con il 17,2% e da Giannino con il 13%»? Oppure, che «per quello che riguarda le fasce orarie, quelle scelte dai politici sono principalmente tra le 12 e le 13 e tra le 21 e le 22, mentre i follower prediligono quelle serali»?

Difficile pensarlo. E del resto, se i sondaggi non si sono rivelati attendibili, coi dati prodotti dall’analisi dei contenuti in rete si è detto di tutto. «Si vede un centrosinistra attorno al 30, un centrodestra molto al di sotto del 30, un Grillo sopra il 15 che se la batte con un Monti più tonico del previsto, e Giannino davanti a Ingroia», ha scritto Riccardo Luna su Repubblica il 25 febbraio (precisando correttamente, tuttavia: «stiamo imparando a dare un senso ai dati»).

Voices from the Blogs, poi, lo stesso giorno faceva scrivere su Wired.it che Ingroia avrebbe raggiunto il 4,4% (invece non è entrato in Parlamento), ci sarebbe stato «un piccolo exploit di Sel con il 5,9%» (ne ha avuti poco più della metà) e un Monti oltre il 12%. Vero, la predizione di Voices from the Blogs – che non ha mancato di sottolinearlo – ha intercettato il successo di Grillo e il ridursi del margine di vantaggio del centrosinistra meglio dei sondaggi. Ma è segnare a porta vuota, quando questi ultimi vanno così fuori fase. E inoltre, pur trattandosi di un risultato notevole, si tratta di numeri che non ci consentivano di predire l’unico dato politico: l’ingovernabilità totale al Senato.

Questo non per dire che il Big Data sia nulla, e che la metodologia non possa riservarci in futuro predizioni accuratissime. Piuttosto, per sollevare una questione prettamente giornalistica: siamo sicuri, allo stato attuale della metodologia adoperata, che dare tutto questo spazio e importanza alle metriche ‘social’ sia stata la strategia giusta per capire la formazione dell’opinione pubblica e prevederne la direzione?

A dubitarne sono gli stessi esperti del settore. «Diffidare di chi fa analisi e previsioni basandosi solo su Twitter sarebbe buona norma», ha scritto Vincenzo Cosenza, tra i principali osservatori del dibattito pubblico in rete con BlogMeter. Motivo?

«Le citazioni sul web (siti, forum, blog, social network) non si sono dimostrate correlate ai risultati elettorali, perché molto influenzate dagli eventi contingenti amplificati dai mass media (i picchi maggiori si sono avuti a seguito dei coup de théâtre di Berlusconi)».

E ancora:

«Su Twitter, assodato che i follower sono il dato meno significativo, neanche le mention (ossia la somma di tutti i segni di coinvolgimento come retweet, reply, citazioni) degli account dei politici si sono dimostrate utili a comprendere ciò che sarebbe avvenuto. I più menzionati, Bersani, Monti e Giannino, fanno luce proprio su un ambiente mediale peculiare e ancora di nicchia».

E del resto, la rilevazione di 34mila intenzioni di voto sul web aveva portato alla seguente classifica: Grillo, Bersani, Berlusconi. Quarto Ingroia, addirittura davanti a Monti quando nella realtà ci sono otto punti di differenza a vantaggio di quest’ultimo.

Ancora, come ha sostenuto in un’intervista a Repubblica la sociologa Sara Bentivegna:

«Non esiste per ora nessun modello teorico in grado di mettere in relazione un tweet o un like con il voto dentro il seggio. Ci sono dei tentativi di prevederlo ma sono scientificamente discutibili».

E questo nemmeno negli Stati Uniti, terra dove ha impazzato la retorica – in buona parte, artefatta – di Obama vincitore grazie a un uso sapiente dei social media. Come evidenziato da un rapporto del Pew Research Center pubblicato il 4 marzo, infatti, «gli utenti di Twitter non sono rappresentativi della popolazione». Scrivono gli autori della ricerca, che considera anche il risultato delle recenti elezioni presidenziali, del dibattito Obama-Romney e dei più importanti discorsi del due volte presidente:

«La reazione su Twitter ai principali eventi politici e alle decisioni di policy-making è molto differente dall’opinione pubblica così come misurata nei sondaggi. [...] A volte la conversazione su Twitter è stata più liberal che nelle risposte ai sondaggi, mentre altre è stata di orientamento più conservatore. Spesso è una negatività complessiva a emergere».

«Molta della differenza», spiega la ricerca, «potrebbe avere a che fare con la ristretta porzione del pubblico rappresentata su Twitter così come della sua parte che ha deciso di prendere parte a una qualunque conversazione». Insomma, «la mancanza di una corrispondenza solida tra le reazioni su Twitter e l’opinione pubblica è in parte il riflesso del fatto che chi si informa su Twitter – in particolare, chi twitta notizie – è molto differente demograficamente dalla composizione del pubblico».

Vale per gli Stati Uniti ma, a maggior ragione, per l’Italia, dove il digital divide è ben più elevato. E dove a usare attivamente Twitter è circa il 4,4% degli utenti Internet, poco più di un milione di individui. I numeri ottenuti negli svariati studi confermano: 700 mila conversazioni prodotte da poco più di 233 mila autori, ha scritto Cosenza il 4 febbraio sul blog SeiGradi del Corriere.it. E l’hashtag più usato, nel giorno delle elezioni, non ha raggiunto nemmeno le 20 mila citazioni, secondo Twistargram del Sole 24 Ore. Lo stesso giorno, per risultare primi tra le menzioni, ne sono bastate 13.805 (Beppe Grillo).

In definitiva, ci siamo innamorati di una retorica nuovista e dipendente da una presunzione di efficacia nei confronti della tecnologia che ha inficiato le nostre capacità analitiche rispetto al quadro complessivo di ciò che stava sedimentando nel corpo e nella testa dei cittadini. Non l’unico fattore, ma certo uno tra quelli di cui prendere nota per evitare che la prossima volta il risveglio dalle urne sia un incubo di irrilevanza dei media da cui non vediamo la via d’uscita. E che non eravamo stati in grado di anticipare in nessun modo, non certo calcolando la traiettoria di qualunque foglia si fosse mossa su Twitter.




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