Educazione civica digitale: l’importanza del buon esempio

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di Giovanni Ziccardi, professore di Informatica Giuridica presso l’Università degli Studi di Milano

Nei giorni scorsi si è discusso molto di “educazione civica digitale”, soprattutto in vista di una sua introduzione come materia obbligatoria, in maniera sistematica, nelle scuole medie e superiori e all’interno di programmi governativi di riforma della (buona) scuola e della didattica. Si tratta, in linea di principio, di un’ottima idea. L’affidamento di smartphone e di tablet, in Italia, ai bambini già a partire dai sette anni di età, e l’aumento degli episodi di bullismo (anche femminile), di stalking tra adolescenti e di diffusione di linguaggio d’odio, hanno reso evidente la necessità che vi sia, appunto, una sorta di “educazione civica” di base che suggerisca il buon uso dei dispositivi.

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Ci sono, però, alcune questioni preliminari – in ambito didattico si definirebbero “propedeutiche” – che hanno negli anni passati reso molto fragile la base, e che sono in grado di far sì che tutto questo lavoro si riveli inutile, se non dannoso.

Il primo problema, che dovrebbe essere chiaro a tutti, è che i percorsi educativi, com’è noto, sono sensibilmente condizionati dagli esempi. Se i tuoi genitori, la tua famiglia, i tuoi amici e compagni di classe, fino al mondo della politica e dei grandi media, offrono un esempio sbagliato nell’uso delle tecnologie digitali e del linguaggio sotteso, allora questo fattore renderà nullo tutto il lavoro educativo, poiché ne minerà la credibilità. Ma non solo: l’uso delle tecnologie, dei computer, dei software è ancora più condizionato dagli esempi, come sa bene chi ha utilizzato le prime tecnologie arrivate in Italia. S’impara guardando gli altri, non leggendo i manuali delle istruzioni, con un “passaparola visivo” che è sempre stato alla base dell’apprendimento tecnologico.

Facciamo qualche esempio molto semplice, e che non richieda particolari competenze pedagogiche o didattiche. Se un ragazzo osserva ogni giorno il genitore utilizzare il telefonino a tavola, mentre si pranza, sarà portato a farlo anche lui. Anche se gli/le viene detto il contrario. Se un ragazzo vede un genitore usare determinati toni online, sarà portato a usarli anche lui. Proprio come se ascoltasse il papà offendere l’arbitro o i tifosi avversari allo stadio. Se uno studente vedrà l’insegnante utilizzare il cellulare in classe per scambiare messaggi, non crederà a eventuali indicazioni contrarie che dovrebbero riguardare “solo” e soltanto lui e il suo pericolo di distrazione. In sintesi: si potranno impartire tutte le lezioni di educazione civica digitale che si vorrà, ma non saranno nemmeno lontanamente comparabili, come “potenza di convinzione”, a ciò che il ragazzo apprende in quello che ritiene essere il suo esempio, la sua “autorità quotidiana”.

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Saliamo un po’ di livello, e usciamo dal nucleo familiare e scolastico. Gran parte dei media odierni, e degli esponenti politici, costituiscono un esempio importante nell’uso delle tecnologie anche per gli adolescenti. E, in molti casi, sono un esempio estremamente negativo: si pensi a chi mette alla gogna pubblicamente qualcun altro, a chi offende sistematicamente via Twitter, a chi dileggia, discrimina o usa un certo tipo di linguaggio. Questo tipo di fenomeno ha un’influenza molto più forte di qualsiasi educazione civica digitale. Se un ragazzo vede che nelle trasmissioni televisive sono invitati soltanto soggetti che offendono e urlano, se si rende conto che i video più cliccati sui siti web delle grandi testate sono quelli dove si mostrano sangue, incidenti e morti, se capisce che “sparare” frasi e toni porta consenso, come fanno molti politici e molti quotidiani e siti, allora si comporterà così anche lui. E perché non dovrebbe farlo? Perché l’adolescente dovrebbe essere l’unico, in questo quadro, a usare toni pacati o a utilizzare le tecnologie in maniera “educata”?

Detto in altre parole: se è marcio il sistema nel suo nucleo, ossia se la crisi riguarda oggi l’educazione in sé, l’educazione civica “digitale” si porterà dietro vulnerabilità e difetti congeniti che annulleranno la sua forza. E non servirà a nulla. O, meglio, non riuscirà mai ad avere la stessa forza degli esempi che oggi ci circondano. Se manca l’educazione offline, non si potrà pensare di averla solo online, così come se manca la legalità offline, la legalità stessa non apparirà miracolosamente online.

Si perdoni il momento ironico: quando sono andato a leggere gli annunci di queste campagne di educazione civica digitale, li ho trovati pubblicati, nei siti più importanti, a fianco di video che mostravano un surfista azzannato e ucciso da uno squalo, due ragazze che in diretta riprendono il loro incidente mortale in macchina e una sposa che, mentre si reca alla sua cerimonia in elicottero, si schianta a terra e muore. Ecco, contro il video di una sposa che si schianta in elicottero, pubblicato in prima pagina, e che diventa in pochi minuti il video più visto (e più redditizio) della testata, non ci sono ore, e anni, di educazione civica digitale che possano competere.

Questo per suggerire, in maniera molto sommessa ma ferma, che forse le classi degli adolescenti sono le ultime che dovrebbero essere “formate” con lezioni di educazione civica digitale. Servirebbe, prima, un’educazione civica (digitale) del nucleo, ossia di quei politici, giornalisti, famiglie e insegnanti che oggi come non mai dovrebbero essere dei punti di riferimento e, in generale, una rinnovata educazione in chi ha “influenza” reale nella vita dei ragazzi. Di chi dovrebbe essere d’esempio, insomma, ma che oggi è un esempio sbagliato.

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