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È ora di dire basta agli ignoranti che pontificano (in malafede?) sul web

Siamo ancora qui, a dire sempre le stesse cose. Perché ormai "contro l'odio che corre sul web" sta diventando una sorta di format quotidiano.

Quando riusciremo ad andare finalmente avanti, ad avere un dibattito sui temi digitali degno di questo nome?

Questa gravissima mistificazione sta diventando sistematica. E allora mi chiedo: è una battaglia reazionaria studiata a tavolino? Prima o poi assisteremo alla saldatura tra giornali mainstream, che sostengono quotidianamente simili distorsioni, e politici che annunciano proposte di legge contro l'odio del web, trovandoci così in un paese ancora più arretrato, incolto e incivile?

Faccio una piccola premessa, che è un appello, una preghiera.

Se si vuole un web sotto controllo, con filtri e blocchi (e dunque meno libero, inutili le frasi di rito alla «non vogliamo il bavaglio al web»; la conseguenza questa sarebbe) fate questa battaglia a viso aperto. Strumentalizzare il suicidio di una ragazza per sostenere simili posizioni è di una oscenità umana davvero inaccettabile. Li abbiamo lasciati soli davanti al peso della vita. Almeno ora calino silenzio, pietà, amore per questa vita che non c'è più. Non usate più la tragedia di una ragazza di 14 anni che decide di togliersi la vita per le vostre argomentazioni. Quanta sofferenza, quanto smarrimento, quanto dolore, quale abisso viveva il cuore di quella ragazza per arrivare a una simile decisione? Come potete pensare di sapere cosa l'ha spinta verso il buio eterno? Con quale arroganza, presunzione e cinismo pretendete di sapere cosa è successo? E, soprattutto, come potete liquidare o semplificare un gesto così totale con "per colpa del web". Non vedete l'indecenza in questa mistificazione?

Scrive Loredana Lipperini

Oggi, inevitabilmente, articoli e commenti sulla sventuratissima adolescente di Cittadella che si è uccisa domenica sera. Colpa di Ask.fm, scrivono un po’ tutti. Considerare le colpe a posteriori, in drammi del genere, è un esercizio inevitabile e al tempo stesso impossibile: durante l’adolescenza si è fragili come cristalli, e questo dovrebbe saperlo anche chi non è a contatto con i giovani, in quanto è stato giovane a sua volta. Le ragazzine si sono spente le sigarette sulle braccia e hanno usato le lamette per tagliarsi (non sempre e non tutte) quando Internet e i cellulari non erano neppure stati immaginati dalla fantascienza: ne parla, per esempio, Simone de Beauvoir ne Il secondo sesso, e siamo negli anni Quaranta. Le ragazzine e i ragazzini hanno sempre, tragicamente, flirtato con il suicidio, nella maggior parte dei casi nella propria mente, in alcuni, purtroppo, nella realtà. ...Non credo affatto che un social sia determinante quando c’è una fragilità. Ancora una volta, come detto ieri, c’è un mondo adulto che deve essere chiamato in causa: perché non è in grado di fornire modelli salvifici o almeno decenti.

Ho fatto passare alcuni giorni, avevo deciso di scriverne ma non subito, per non alimentare polemiche sul caso e sulla sua copertura mediatica, proprio per rispetto di quel corpo, di quell'anima, di quella storia. Una creatura si era tolta la vita. Non me la sentivo di intervenire sulle gravi distorsioni mediatiche quando c'era una vita di mezzo. Mi sono detta «lascio passare qualche giorno. Poi ne scrivo». Ma non c'è stato  giorno in cui non sia stata costretta a leggere bruttissime pagine di giornalismo sulla vicenda e sulla presunta correlazione tra il suicidio e gli insulti sul web.

Cerco di fare un po' di chiarezza, ricostruendo anche i vari interventi che per fortuna sul web abbiamo potuto leggere e che fanno da contraltare a una simile propaganda.

Certo fa male rendersi conto di quanta ignoranza, di quanta mancanza di cultura digitale è intriso il mainstream.

Suicidi, adolescenti e web

Non c'è nessun dato scientifico a supporto della correlazione suicidio-cyberbullismo. Come spiega questo articolo di Wired.

L’ultimo caso a sollevare di nuovo il dibattito è di due giorni fa: a Cittadella, in provincia di Padova, una ragazza di 14 anni si è gettata dalla terrazza sul tetto dell’ex hotel Palace di Borgo Vicenza. Una scelta che sembrava essere già stata annunciata sul social network Ask.fm, al centro delle polemiche in quanto ritenuto fra i più sregolati, ricettacolo di insulti e attacchi di ogni genere per il suo meccanismo di domande e risposte anonime. Ancora una volta, quando si raccontano queste storie si rischia di confondere la causa con l’effetto. E di attribuire responsabilità sproporzionate a canali che, certo, sembrano ring ideali in cui chiunque (non solo gli adolescenti, come dimostrano le polemiche sull’hate speech) può facilmente riversare la propria aggressività. Ma costituiscono solo l’ultimo campanello d’allarme di una situazione ben più ampia. Insomma: quando queste piattaforme non c’erano, i giovani si uccidevano di più.

C'è un aspetto che mi preme sottolineare. Se non vanno sottovalutati i rischi della Rete, non dovrebbero essere sottovalutati nemmeno gli aspetti positivi. Spesso i ragazzi annunciano in Rete le loro intenzioni di suicidio. Quindi la Rete può anche essere l'ambiente dove far arrivare ai ragazzi informazioni che potrebbero aiutarli.

Maurizio Pompili, psichiatra responsabile del servizio per la prevenzione al suicidio dell’ospedale Sant’Andrea di Roma, ha spiegato in questa intervista un progetto dell'ospedale e della Polizia postale per monitorare online le intenzione suicidarie dei più giovani: creare delle “sentinelle” del web per intercettare il disagio dei ragazzi adolescenti, che affidano sempre più spesso ai social network e ai gruppi di discussione, le loro richieste disperate di aiuto. Per l’esperto del Sant’Andrea uno degli interventi più facili e da attuare in tempi brevi, è far circolare in rete, soprattutto sui social usati dai più giovani, link utili e informazioni antisuicidio.

“Sapere a chi rivolgersi, o con chi parlare in forma anonima in un momento di crisi, è fondamentale soprattutto nell’adolescenza – afferma Pompili -. Oltre a questo resta fondamentale l’atteggiamento dei familiari che devono imparare a riconoscere i campanelli d’allarme: dai disturbi del sonno a quelli alimentari. E tutti quei comportamenti a rischio che vanno monitorati e capiti con più attenzione”.

A proposito di cyberbullismo

Ancora una volta dobbiamo ripetere che il bullismo nasce nella vita reale e poi si riversa anche in Rete, come in tutti gli ambienti frequentati dai ragazzi. Perché mai, secondo questi signori, quello in Rete costituisce preoccupazione più grave? Non potremo mai proteggere i nostri figli da tutti i mali del mondo: quello che possiamo fare è consegnare modelli, strumenti, valori in nome del rispetto e dell'amore per l'altro, della civile convivenza.

La ragazza che ha picchiato la sua coetanea davanti agli amici che invece di intervenire, incitavano, dove ha commesso questa violenza? Su Facebook? Ho visto un'intervista alla protagonista di questa brutta vicenda, parla anche la madre. Ascoltate la madre: per far capire alla figlia che ha sbagliato a usare violenza contro un altro essere umano, non ha utilizzato la parole, ma altrettanta violenza. Ha picchiato la figlia: gliele ho date e gliele ho date, ma tante, pesanti... Se non si usa la parola, la ragione, il buon senso per spiegare cosa e perché è sbagliato, questa ragazza cosa porterà nel mondo (fisico e digitale - non esistono dualismi, davvero dobbiamo ancora sottolinearlo?) se non questo modello? E sarebbe colpa del web? Ci rendiamo conto di questa grave semplificazione, che svuota tra l'altro responsabilità che vanno dalla famiglia, alla scuola, alla società nel suo insieme?

Siamo al punto che si mistificano i dati (in modo consapevole?). Come ha dimostrato Wired rispetto ai dati sul cyberbullismo diffusi da Save The Children (ripresi puntualmente dai giornali e dai politici)

Il cyberbullismo fa paura al 70 per cento dei ragazzi

Peccato non fosse vero.

Nel pieno dell’ennesimo e stanco dibattito sull’odio in Rete, la necessità di nuove leggi e i pericoli del web, un dato sconcertante che aggiungeva benzina sul fuoco: il cyberbullismo, secondo una ricerca, sarebbe diventata la preoccupazione principale per quasi sette minori su dieci. Il fatto è che, come ha appurato Wired.it (chiedendo di leggere il documento originale), non è così.

A essere considerato un «pericolo forte in questo momento» dal 69% dei ragazzi interpellati è il bullismo in generale (e quindi quello che avviene in primo luogo a scuola, per strada, nei luoghi di ritrovo, nel mondo fisico) e non il cyber-bullismo. Internet è parte del fenomeno, ma non lo esaurisce. Non c’è spazio per molti dubbi o fraintendimenti, guardando la ricerca. Il questionario rivolto ai giovani domanda: “Secondo te, quali dei seguenti fenomeni sociali sono un pericolo forte in questo momento per i ragazzi come te?”. Le risposte sono: bullismo (69 per cento, per altro in diminuzione rispetto al 72 per cento del 2013); la droga (55 per cento); le molestie/aggressioni da parte di adulti (45 per cento); le molestie vie cellulare/email/internet / (44 per cento, invariato rispetto al 2013).

Il linguaggio dei censori

Questo martellamento quotidiano su ciò che non si conosce è arrivato a sdoganare espressioni da censura cinese, come ha fatto notare Fabio Chiusi: controllo, filtro, rimozione, eliminazione dell'anonimato (e noi che continuiamo inutilmente a far notare che non c'è correlazione tra anonimato e hate speech). Fino ad arrivare alla mostruosità di vedere come alternative la libertà di Internet e la difesa della vita degli adolescenti.

Ma cosa vale di più: la libertà d’Internet o la vita di una ragazzina?

Così scriveva un autorevole professore qualche giorno fa su La Stampa. Ma come siamo arrivati a questo punto? È ora davvero di dire basta in modo sistematico a questo tipo di narrazione. Che potrebbe avere conseguenze terribili per la libertà di espressione in questo sfortunatissimo nostro paese.
Scrive ancora Fabio Chiusi

Ecco, giunti a questo punto la ragione si arrende. Perché non è affatto vero, naturalmente, che siamo costretti a quella scelta. Non è vero che eliminare l’anonimato (che peraltro, è già sostanzialmente inesistente nella rete post-Datagate) eliminerebbe le cause profonde di disagio degli adolescenti che si tolgono la vita. Non è vero che vi sia un legame di causa-effetto tra insulti e quella terribile decisione (come perfettamente argomentato ieri da Massimo Russo). Non è vero che gli utenti del contestatissimo Ask.fm («la chat dell’odio», come se tutti gli 80 milioni di iscritti non facessero altro), per esempio, siano anonimi (lo spiega anche la Postale che indaga sul suicidio di Padova)

E il linguaggio dei censori inconsapevoli e irresponsabili lo leggiamo ancora oggi su La Repubblica, che con Giovanni Valentini parla come parlerebbe il Ministro cinese dell’Ufficio statale per l’informazione Internet. Come ha fatto notare sempre Chiusi in questo post, riprendendo un estratto dal Liberty and Order in Cyberspace di Lu Wei

So bene che la rete in Italia è molto più libera che in Cina, dove – a suon di parole bellissime come quelle di Lu Wei – si è arrivati all’apparato repressivo più sofisticato al mondo. Ma invito alla lettura i tanti, troppi che hanno ripetuto in questi mesi gli stessi non argomenti per combattere l’odio in rete, come algoritmi idioti che macinano le stesse bugie e le riassemblano ogni giorno sostanzialmente a casaccio.

Ecco, è questa la china che abbiamo imboccato. Quella di una battaglia per una rete «civile», «armoniosa» e soprattutto «sana», in cui i nostri figli siano sempre protetti, le nostre parole sempre normali, i nostri dibattiti sempre educati, positivi – come si legge poco oltre nel testo – che porta inevitabilmente al suo contrario. E non perché la rete sia perfetta così com’è: è che le regole sul suo funzionamento non si discutono a questo modo, non in questi termini. Per esprimerli con Giovanni Valentini: «in difesa della funzione sociale della Rete, il legislatore è chiamato ora a sanzionare e impedire gli abusi di alcuni per garantire la libertà di tutti». Al lettore il compito, arduo, di trovare le differenze.

Le leggi già ci sono. E funzionano. 

Si insiste nell' invocare nuove leggi. Che già ci sono e funzionano. Fatevene una sacrosanta ragione. Perché tra l'altro è un'ottima notizia. Lo ha spiegato, credo in modo definitivo, il parlamentare Stefano Quintarelli (raro esempio di parlamentare preparato e competente): una nuova norma contro l'hate speech? Risposta breve: no.

Occorre una norma contro violenza e insulti sul web? Vi ricordate il caso di Dolores Valandro, la consigliera comunale leghista di Padova che su Facebook aveva scritto rivolgendosi al Ministro Kyenge: "Mai nessuno che se la stupri"? Bene, Dolores Valandro è stata condannata per direttissima a 13 mesi e a un risarcimento di 13mila euro. E ancora:

Occorrono nuovi strumenti per scoprire i responsabili di reati online? Per farsi un’idea basta leggere questo articolo che racconta degli arresti di un gruppo dei più bravi cracker italiani, esperti di sistemi informatici e dell’occultamento delle proprie tracce (un utente “normale”, di quelli che si abbandonano a ingiurie ed invettive su Facebook lascia una scia di puntatori alla propria identità e posizione per ottenere le quali, spesso, alle forze dell’ordine bastano due-tre richieste).

P.s.
Dopo il suicidio di Nadia, La Repubblica su carta ha pubblicato a doppia pagina le foto della ragazza. Il giorno dopo nella sezione delle lettere su tre righe il quotidiano si è scusato con i lettori perché quella foto non era di Nadia. Perché non parliamo anche di questo? Doppio terribile errore: deontologico - da dove sono state prese quelle foto? Dai suoi account social? Tra l'altro la ragazza era minorenne, è stata chiesta l'autorizzazione ai genitori per l'utilizzo? - e giornalistico - la foto era di un'altra ragazza, sempre minorenne che si è ritrovata a tutta pagina su un grande quotidiano, a sua insaputa... -. Davvero di un doppio errore così grave non si parla, liquidandolo con semplici tre righe? Io sono cresciuta con La Repubblica: la mia amarezza è prima ancora come lettrice che come appassionata di temi di giornalismo.

Aggiornamento 3/9/2014: Il pm ha archiviato il caso nessuno ha istigato Nadia al suicidio, nessuna responsabilità per Ask.fm (come era immaginabile). Lasciamo perdere ancora una volta come il tutto viene ripreso (o non ripreso) dai media.

Nessun media nazionale ha approfondito la notizia come dice benissimo Giovanni Boccia Artieri

La notizia è riportata nella cronaca locale, forse valeva una riflessione sulle stesse pagine dei grandi quotidiani nazionali che ne avevano parlato a febbraio. Per capire meglio questa continuità tra online e offline; per capire quali forme prende il disagio nella complessità delle vite dei ragazzi.

 

 

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