Dieci storie di donne che lottano per i diritti civili

[Tempo di lettura stimato: 7 minuti]

a cura di Angelo Romano e Andrea Zitelli

In occasione della giornata internazionale della donna, Front Line Defenders, una fondazione internazionale per la protezione dei difensori dei diritti umani, ha segnalato le storie di dieci donne che si sono distinte per le loro battaglie nei loro paesi, determinando cambiamenti radicali nelle loro comunità.

In tutto il mondo, scrive la Front Line Defenders, tante donne impegnate nella difesa dei diritti umani si trovano ad affrontare rischi enormi per far sentire la propria voce, sfidare governi oppressivi, lottare per la giustizia, contro il razzismo, il sessismo, l'omofobia, la transfobia e altre forme di oppressione.

Ana Maria Belique, Repubblica Dominicana

Ana Maria Belique, via Cnd37

Ana Maria Belique è una delle coordinatrici di Reconocido, un movimento che si batte per i diritti di cittadinanza dei dominicani di origine haitiana, considerati cittadini di seconda classe nella Repubblica Dominicana. Nel 2010, infatti, una nuova costituzione ha reso senza cittadinanza tutti i figli di genitori stranieri privi di documenti. La sentenza è stata attuata con effetto retroattivo e migliaia di persone si sono trovate senza documenti validi nell’arco di una notte: è stato negato loro l’accesso all’istruzione, all’occupazione, ai servizi sanitari, e tolto loro il diritto di voto. Nel 2010, Ana, non riuscendo a ottenere un duplicato del suo certificato di nascita, non ha potuto iscriversi all’università perché figlia di haitiani, nonostante fosse stata registrata come cittadina dominicana quando è nata.

Da allora, Ana ha iniziato a mobilitare e a dare consapevolezza dei propri diritti alle comunità emarginate, dando anche loro sostegno legale per l’accesso ai documenti necessari. Uno dei successi più grandi è stato portare molti giovani in piazza, dice Ana, per protestare contro le discriminazioni che subiscono. Un passo in avanti rispetto alla generazione precedente che aveva paura di organizzare manifestazioni.

Angelica Choc, Guatemala

Angelica Choc, via Business & Human Rights Resource Center.

Angélica Choc si batte per i diritti dei Maya Q'eqchi, che vivono nel nord-est del Guatemala. Insieme alla sua comunità, sta reclamando i diritti per la loro terra ancestrale e protestando contro la miniera Fenix, una delle più grandi miniere di nichel del paese. Nel 2006 la compagnia mineraria ha mandato via le comunità indigene locali, le forze di sicurezza privata hanno bruciato centinaia di case, attaccato gli abitanti dei villaggi, violentato diverse donne. Tre anni dopo, le guardie di sicurezza che lavorano per la Fenix hanno ucciso il marito di Angelica, Adolfo Ich Chamàn, un leader di primo piano della comunità, impegnato nelle lotte ambientali.

Dopo l’assassinio del marito, Angélica ha cercato di assicurare alla giustizia presso un tribunale canadese i responsabili di atti violenti e di repressione nei confronti dei Maya Q'eqchi. Nel marzo 2015 è iniziato un processo penale in Guatemala contro l’ex capo della sicurezza della società mineraria, Mynor Padilla, anche ufficiale dell’esercito guatemalteco in pensione. Per avviare questa azione, Angélica ha sfidato le élite locali, esponendosi a continui attacchi, intimidazioni e minacce.

Anna Jones, Gambia

Anna Jones, via Wanep Gambia

Anna Jones coordina in Gambia la rete nazionale del Wanep (West African Network For Peacebuilding), un’organizzazione che lavora per prevenire i conflitti e rafforzare la partecipazione di giovani e donne nei processi decisionali e nella costruzione della pace.

Wanep ha svolto un ruolo importante nelle elezioni presidenziali che si sono tenute in Gambia nel dicembre 2016, inviando circa 150 persone per osservare la regolarità delle votazioni. La loro presenza ha contribuito a convalidare i risultati finali, che hanno portato a un cambio di potere dopo 22 anni.

Anna Jones, inoltre, si sta battendo per una maggiore consapevolezza dei diritti LGBTI e delle donne. Per sfidare la cultura fortemente patriarcale del Gambia e per far sì che sempre più donne possano concorrere a cariche pubbliche, Anna sta conducendo corsi di formazione. Alcune delle donne formate da Wanep sono in corsa per le elezioni dell’assemblea nazionale. Al di là del risultato finale, la loro partecipazione è già un passo in avanti.

Lorraine Kakaza, Sud Africa

Lorraine Kakaza, via Action voices

Lorraine Kakaza si batte per la difesa dell’ambiente e del territorio in Sud Africa. In particolare, Lorraine è impegnata nella sensibilizzazione sull’impatto nocivo delle miniere di carbone nella sua regione, Mpumalanga, al confine con lo Swaziland.

Nonostante le rigide normative che l'industria mineraria del carbone deve rispettare in Sud Africa, le leggi di protezione ambientale sono in gran parte ignorate. Solo nella regione di Mpumalanga ci sono 12 centrali elettriche a carbone e 22 miniere di carbone, che hanno provocato emissioni di biossido di carbonio e metalli pesanti nel suolo e nel sottosuolo. L’acqua è così inquinata, dice Lorraine, da provocare irritazioni cutanee se utilizzata per lavare i vestiti e da non poter essere usata per irrigare i giardini.

Nel 2013, Lorraine ha lanciato una serie di podcast per parlare dei problemi causati dalle miniere di carbone. È stata più volte minacciata per il suo impegno di sensibilizzazione:

Ho incontrato persone che hanno perso la speranza, ma cominciano a credere in me. Si rendono conto che se posso farlo io, possono farlo anche loro. Questo dimostra che ho un impatto nella vita delle persone e che stiamo portando cambiamenti nelle nostre comunità.

Farzana Jan, Pakistan

Farzana Jan, via thestar.com

Presidente e co-fondatrice dell’organizzazione Trans-Action, Farzana Jan, nota anche come il "transgender guerriero", è un attivista per i diritti trans dalla provincia di Khyber Pakhtunkhwa, nel nord-ovest del Pakistan.

Farzana e Trans-Action lavorano per smontare stereotipi e discriminazioni nei confronti dei transgender del paese, sempre più sotto attacco. Solo negli ultimi due anni, almeno 46 trans sono stati uccisi in Pakistan, dopo aver ricevuto minacce e violenze, quasi sempre non dichiarate.

Grazie all’azione di Farzana e della sua organizzazione, nel dicembre 2016 l’assemblea provinciale di Khyber Pakhtunkhwa ha approvato all'unanimità una risoluzione che chiede al governo federale di garantire il diritto di voto per le persone transgender. Il governo ha anche annunciato che lavorerà su una politica di protezione dei diritti trans e istituire una commissione speciale per esaminare la recente ondata di attacchi e garantire forme di protezione.

Thwe Thwe Win, Birmania

Thwe Thwe Win, a sinistra, con Aye Net, via New York Times

Thwe Thwe Win è una contadina che vive in Birmania, nel villaggio di Wethmay, ma è anche un'attivista dei diritti civili. Insieme ad Aye Net, un’altra figlia di contadini come lei, si è impegnata contro la costruzione di una miniera di rame “gestita dal potente esercito del paese e da un suo partner, una filiale di un produttore di armi cinese”, raccontava Thomas Fuller nel 2012 sul New York Times. «Qualunque sia la pressione su di noi, noi non ci arrendiamo. Voglio che chiudano questo progetto completamente», aveva detto Thwe Thwe detto durante un’intervista.

All’inizio, le autorità locali avevano promesso alla comunità di Wethmay che la loro terra non sarebbe stata utilizzata senza il consenso e che qualsiasi terreno acquistato per il progetto sarebbe stato ripagato per un valore pari o superiore a quello di mercato, scrive Front Line. Ma questo non avvenne e diverso tempo dopo, “centinaia di abitanti del villaggio furono allontanati con la forza e costretti a lasciare la loro terra”. Ci furono proteste, manifestazioni e scontri con la polizia. Thwe Thwe ha portato avanti la sua lotta fornendo consulenza legale agli agricoltori e per il suo attivismo fu anche arrestata.

Nisha Ayub, Malesia

Nisha Ayub e John Carry, via U.S. Embassy Kuala Lumpur

Nisha Ayub è un’attivista che si batte per i diritti delle persone transgender in Malesia. Ha co–fondato due organizzazioni, Seed Foundation and Justice for Sisters e Justice for Sisters, con le quali fornisce sostegno alle persone transgender, alle prostitute e ai malati di HIV. Per il suo attivismo, Nisha ha ottenuto numerosi premi e nel 2016 è diventata la prima persona trans a ricevere l’International Women of Courage Award – un premio dato alle donne di tutto il mondo che hanno dimostrato coraggio, intraprendenza e disponibilità a sacrificarsi per gli altri, in particolare nel promuovere il diritto delle donne – dall’ex segretario di Stato americano John Kerry.

Ma per questo suo impegno quotidiano ha subito anche discriminazioni e minacce. Poco più di 10 anni fa, quando aveva 21 anni, inoltre, riporta Human Right Watch, Nisha è stata arrestata dalle autorità religiose e condannata a tre mesi da scontare in una prigione maschile, grazie a una disposizione della “Sharia” che "vieta a qualsiasi persona di sesso maschile, in qualsiasi luogo pubblico, di indossare l'abbigliamento di una donna o di fingersi donna”. In quel periodo fu vittima di abusi sessuali. Dopo il suo rilascio, Nisha ha sostenuto instancabilmente i diritti dei transessuali in Malesia.

Ayat Osman, Egitto

Ayat Osman, via Front Line Defenders

Poco più di tre anni fa, Ayat Osman, insieme alla sorella Seham e ad altre persone, ha fondato Genoubia Hora, il primo gruppo femminista organizzato ad Assuan, nel sud dell'Egitto, che si batte contro la violenza sulle donne. Ayat lotta anche per i diritti del popolo della Nubia, una minoranza indigena in Egitto. Agli inizi del secolo scorso, nel Paese venne progettata la costruzione vicino la città di Assuan di un’enorme diga. Circa sessant’anni, quando la costruzione iniziò (sarà terminata nel 1970), decine di migliaia di nubiani furono costretti ad abbandonare le loro case sul Nilo per sfuggire all’innalzamento del livello dell’acqua.

Negli anni si sono susseguite le proteste e la situazione è peggiorata quando il presidente al-Sisi “ha annunciato di voler vendere un milione e mezzo di acri di terra, per un maxi-progetto di riqualificazione agricola delle aree desertiche nel sud del Paese”, spiega In Terris. Lo scorso novembre Ayat ha partecipato al Nubian Return Caravan, una carovana diretta verso la loro terra indigena per protestare contro la vendita delle loro terre stabilita in base a questo progetto di sviluppo.

Anna Mokrousova, Ucraina

Anna Mokrousova, via hromadskeradio.org

Anna Mokrousova è la co-fondatrice di Blue Bird, un'organizzazione che cerca di rintracciare i civili rapiti o scomparsi nell’Ucraina orientale e fornisce aiuto psicologico, legale e umanitario alle famiglie che hanno subito rapimenti.

Nel 2013, durante gli scontri tra filo-russi e pro-ucraini nelle regioni di Donetsk e Luhansk, molte persone furono rapite, quasi la metà civili. Tra queste, nel 2014, proprio Anna Mokrousova.

Subito dopo essere stata rilasciata, Anna ha ricevuto quasi 300 richieste da parte di amici e conoscenti che chiedevano notizie dei propri cari rapiti. Da allora, ha iniziato ad aiutare queste persone, cercando di stabilire un contatto con le milizie, raccogliendo farmaci e cibo per gli ostaggi e fornendo aiuto psicologico a chi viene liberato e alle loro famiglie.

Aili Kala, Estonia

Aili Kala, via Facebook

Aili Kala è la presidente della fondazione LGBT estone. Per oltre cinque anni ha lottato per il riconoscimento dei diritti LGBT e di genere per le persone transgender in Estonia. La Fondazione LGBT ha avuto un ruolo molto importante per far passare la legge che permette a coppie omosessuali ed eterosessuali di avere quasi tutti i benefici previsti per il matrimonio, ad eccezione dell’adozione. Questa legge consente a un partner della coppia di poter adottare il figlio dell’altro partner.

“Si tratta di un enorme passo in avanti verso l’uguaglianza e il riconoscimento di tutte le persone e le famiglie”, ha detto Aili. Da quando è passata la legge, quasi 30 coppie si sono registrate e i tribunali si sono espressi in circa 10 casi di adozione.

Foto anteprima: un momento della manifestazione Women's march del 21 gennaio scorso, via dailygazette.com.

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