Dino Amenduni @doonie
@valigiablu - riproduzione consigliata

Taranto ha la più grande industria siderurgica d’Europa. L’ILVA. Dà lavoro a dodicimila persone, quasi tutte residenti nel capoluogo ionico, a cui vanno aggiunte tremila unità dell’indotto. Produce tredici milioni di tonnellate di acciaio l’anno (il 50% della produzione italiana) e serve sia il mercato domestico che quello straniero.
Tra i candidati a sindaco di Taranto c’era anche Angelo Bonelli, di Roma, leader nazionale dei Verdi. Ha ottenuto l’11.9% dei consensi. Il punto qualificante del suo programma era la cessazione immediata delle attività del siderurgico. Anche per questo motivo le comunali di maggio sono state un referendum sull’ILVA.
A me pare che tutti questi ingredienti rendessero interessante la competizione elettorale di Taranto. Eppure ho assistito con rabbia a un processo di sottovalutazione di questa consultazione. In tutti gli speciali sulle Amministrative 2012, in tv come sui quotidiani, online come offline si parlava di Genova, di Palermo, di Verona, di Parma. Si parlava di Pizzarotti e Orlando, del crollo del Pdl e della quasi-vittoria del Pd. Taranto non c’era.
Non avevo mai manifestato pubblicamente il mio disappunto per quella scelta: mi sembrava una rivendicazione un po’ tardopadana e un po’ provinciale da parte mia, che vivo a non più di 80 chilometri dall’ILVA. Oggi, invece, penso che sia il momento giusto per dire che ritenere Taranto una città meno importante, nonostante la sua estensione, il suo numero di abitanti e nonostante le elezioni potessero determinare il destino di un’industria così grande e significativa per l’economia dell’area, della Puglia, dell’Italia sia un errore.
Purtroppo la storia di Taranto, da ieri, non può essere più relegata alla cronaca locale. E non c’era bisogno di aspettare così tanto per parlare di ciò che accadeva sul Mar Piccolo.
In questi anni la città aveva offerto una serie insuperabile di spunti all’opinione pubblica. Taranto, suo malgrado, è stata la culla di alcune delle più clamorose (ed esportate) storture della politica italiana.
Giancarlo Cito fu il primo amministratore pubblico italiano a sperimentare con successo la formula del conflitto di interessi tra media e politica. Nel 1985 fondò una televisione locale, Antenna Taranto 6. Cito era ben presente all’interno dei palinsesti come opinionista, polemista e capopopolo. Interagiva al telefono con i cittadini, gridava contro i ‘nemici’ (giornalisti e politici). La mediazione della politica già non esisteva più, il populismo catodico già creava consenso.
Il brand funzionava. Per questo non si sforzò nemmeno di cambiare una consonante quando, nel 1990, passò dall’editoria alla politica con la lista civica AT6 per Taranto. Irrompere con una forma di aggregazione extrapartitica, ora divenuta quasi necessaria per evitare di essere travolti dalla sfiducia dell’elettorato, e farlo in un contesto in cui i partiti sembravano ancora uno strumento accettabile per rappresentare la complessità della politica fu un profondo elemento di innovazione, così come furono assai d’avanguardia, persino profetici, i risultati elettorali raggiunti dalla lista: 14% dei consensi, sette consiglieri comunali.
Due anni dopo AT6 diventò partito e aggiunse la dicitura ‘Lega D’Azione Meridionale’. Un leghismo del Sud, imitato con alterne fortune da Raffaele Lombardo in Sicilia. Nel 1993 vince facilmente le elezioni.
Ma l’innovazione non finisce qui. Il suo amore per la Lega, evidentemente, fu ricambiato. Non fu certo Umberto Bossi a inventare le ronde. Cito, sin dalla fine degli anni ’80 iniziò a percorrere la città alla ricerca di reati, spesso facendosi aiutare dai vigili urbani. Il primo punto del suo programma con cui vinse le elezioni nel 1993 fu garantire la sicurezza, con ogni mezzo.
Nel 1996 diventò deputato e partecipò a numerose manifestazioni della Lega Nord. Nel 1997 arrivò persino a candidarsi sindaco di Milano con lo slogan: ”voglio tarantizzare Milano. Voglio che questa città diventi come Taranto, la Svizzera del Sud”, e portò un altro elemento di innovazione della politica italiana: il candidato extraterritoriale, poi divenuto metodo più o meno sistematico per blindare i posti in Parlamento, sia con i collegi uninominali che con il Porcellum.
Il casellario giudiziario ha interrotto la sua carriera politica ma questo non ha scalfito il suo rapporto con la città. Cito continua a far politica conto secondi (suo figlio) e continua a condizionare la vita pubblica della città, pur non riuscendo più a governarla. Anche questa storia, chissà, potrebbe diventare la prova che Taranto è avanguardia politica del nostro Paese.La passione settentrionale di Cito lasciò vacante la poltrona di primo cittadino ma questo non interruppe l’amore della città per il suo ex-sindaco. Dopo Cito fu eletto un altro sindaco di AT6, Gaetano De Cosmo. Nel 2000, dopo un decennio di monopolio di AT6, fu il turno di Forza Italia, con il sindaco Rossana di Bello, riconfermata nel 2005 con il 57.8% dei voti al primo turno.
La città dell’ILVA, dell’Arsenale, dell’Eni, una perla incastonata all’interno di una delle zone più inquinate d’Europa, ha saputo arrivare prima degli altri anche sul piano dei conti pubblici disastrati. Ben prima della crisi, della spending review, dei calcoli sbagliati dell’IMU, Taranto conobbe la via del dissesto finanziario, dichiarato il 18 ottobre 2006. Qualche mese dopo Curzio Maltese scrisse così su Repubblica:
Una voragine creata in pochi anni, a colpi di appalti fasulli, parentopoli scellerate, eventi milionari, consulenze e stipendi d’oro, con le buste paga dei ragionieri del Comune, dipendenti e consulenti, gonfiate fino a 10, 12, 20 mila euro al mese. Tutti d’ accordo: trenta amministratori finiti in galera. Era questo il retroscena della “Svizzera sul mare” degli slogan elettorali. Ed è il conto finale della lunga e scalmanata stagione di demagogia, inaugurata nel ’93 con la discesa in campo del telepredicatore Giancarlo Cito e proseguita dal 2000 al 2006 col regno della pasionaria di Forza Italia, Rossana Di Bello, “il più bel sindaco d’ Italia”, diceva Berlusconi.
Nel 2007 accadde l’inevitabile: la città esasperata decise di voltare pagina e così al ballottaggio arrivarono due candidati di centrosinistra, Stefàno e Gianni Florido. Vince il primo, il secondo è presidente della Provincia dal 2004.
In questi anni, mentre la città si divideva tra folklore e ruberie, l’ILVA ha continuato a essere ciò che è stato fino a ieri: la prima fonte di lavoro e la prima fonte di malattie (tumori e leucemie in particolare) della città. Ieri la Magistratura ha semplicemente rispettato la legge, rilevando l’impegno nullo dei titolari (la famiglia Riva, la società è stata pubblica fino al 1995) nella bonifica dell’area e i profondi rischi per la salute dei lavoratori, dei cittadini, persino dei prodotti agricoli (in questi anni sono stati persi mille posti di lavoro nella zona agricola circostante perché non si può più coltivare nei venti chilometri attorno l’area su cui insiste l’industria). Ma in città quasi tutti accusano le istituzioni, a tutti i livelli, di non aver fatto il necessario per evitare il sequestro e, soprattutto, di non aver garantito il diritto alla salute.
Ieri la città di Taranto è entrata improvvisamente nel dibattito pubblico italiano. Porta la sfida industriale più grande degli ultimi decenni di vita produttiva del nostro Paese. Mette al centro un tema delicatissimo per il presente e il futuro dell’Italia, mai affrontato con il coraggio e la determinazione necessaria dalla politica: come si concilia il diritto al lavoro con il diritto alla salute? Oggi bisogna dare una risposta definitiva, per i lavoratori dell’ILVA, i cittadini di Taranto e tutti gli italiani che vivono in contesti analoghi.
Io non ho una risposta definita e definitiva a questa domanda. La vicenda dell’ILVA è molto più grande di qualsiasi analisi possibile. Basta sentire un qualsiasi dibattito per comprendere che la situazione di stallo è difficilissima da risolvere. Chi chiede che l’ILVA non chiuda fa fatica a definire in modo chiaro una tabella di marcia che porti i tarantini a non rischiare la loro vita a causa dell’inquinamento. Chi invece chiede che il siderurgico si fermi non ha una soluzione unitaria e convincente per ricollocare quindicimila lavoratori in tempi brevi.
Questa sfida richiede oggi l’impegno di tutti: Governo, enti locali, titolari dell’impresa, Magistratura, sindacati, lavoratori, cittadini. Penso che tutti questi attori pubblici dovranno lavorare per giorni, se necessario per settimane, mesi, anni, ponendo l’ILVA al primo posto della propria agenda. Non si deve smettere finché non si trova una soluzione chiara, definita nei tempi, nei modi, negli impegni, nei finanziamenti necessari.
Ignorare Taranto in questi diciotto anni non è stata una buona idea: la città ha lanciato continui segnali d’allarme che l’Italia avrebbe potuto interpretare per evitare le tante forme del declino del nostro Paese. I cittadini di Taranto, nonostante tutto quello che è successo alla loro comunità, hanno conservato una dignità straordinaria. Ora è il momento di fare in modo che il capoluogo ionico smetta di essere l’avanguardia negativa del nostro Paese e che diventi il luogo da cui, finalmente, si possa esportare un messaggio di speranza per il futuro. Questo sì che sarebbe innovativo.
























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