Prime vittime della legge bavaglio in Spagna: vietato criticare polizia e politici (sui social e non)

Multata con 800 euro per aver pubblicato la foto di un’auto della polizia posteggiata in un parcheggio per disabili. Chi rischia con la nuova legge.


spagna-protesta

Sono passati due mesi dall’entrata in vigore in Spagna della Legge di Sicurezza Cittadina – di cui abbiamo parlato in diverse occasioni su Valigia Blu (qui, qui e qui) -, quanto basta per rendere manifesta l’inadeguatezza della nuova norma, che entra in conflitto con le più basilari libertà di espressione e di manifestazione. E che si presta in alcuni casi a essere il manganello legislativo di politici e forze dell’ordine.

In attesa che il Tribunale Costituzionale esamini il ricorso presentato dall’opposizione parlamentare (PSOE, Izquierda Plural, UPyD, Compromís-Equo, Coalición Canaria e Geroa Bai), abbiamo raccolto cinque casi in cui è stata applicata la legge, tra il ridicolo e il surrealista.

La Polizia inizia a sanzionare le vittime della tratta

victima-de-la-trata

Accusata di “realizzare atti di provocazione sessuale nella via pubblica mediante l’esibizione oscena del corpo, con l’obiettivo di captare clienti per esercitare la prostituzione, con conseguente rischio per la sicurezza viale”. Sono queste le colpe di Svetana (nome falso a uso dei media), prostituta di origine rumena, portata a Madrid dalle mafie della tratta, e che adesso dovrà pagare una multa di 600 euro allo Stato spagnolo.

La Asociación para la Prevención, Reinserción y Atención a la Mujer Prostituida (APRAMP), una ONG che aiuta le vittime dello sfruttamento sessuale a uscire dalla loro situazione, ha criticato duramente la decisione delle forze dell’ordine di denunciare Svetana. “Quando siamo arrivati sul posto stava piangendo, era spaventata perché un poliziotto le aveva fatto una multa e i suoi sfruttatori l’avrebbero picchiata di nuovo”, ha dichiarato la coordinatrice dell’associazione. “Gli agenti di polizia non hanno preso in considerazione il fatto che si tratta di una vittima”.

Quella donna non stava vendendo il proprio corpo in strada per decisione propria. Né lei, né la maggior parte delle donne straniere che si prostituiscono nelle vie della capitale. Sono prigioniere dello sfruttamento delle mafie, vittime degli spacciatori di persone. Le multe indiscriminate, secondo la ONG, contribuiranno solamente a complicarne la vita perché i loro aguzzini le toglieranno dalla strada e le sposteranno in appartamenti, “spazi invisibili”, e sarà più difficile per le associazioni come APRAMP aiutarle.

Scrive su Facebook che la Polizia è una “casta di pigri”

casta-de-escaqueados

Eduardo Díaz, 27 anni, agente commerciale laureato in Storia con un Master alle spalle, è una delle prime persone sanzionate con la Ley Mordaza. La causa? Uno status su Facebook.

La disoccupazione nella sua città, Güímar (Canarie), ha raggiunto il 40%: è questa una delle ragioni che lo ha spinto assieme ad alcuni amici ad aprire una pagina su Facebook che pubblica notizie di politica locale e contestazione sociale.

Lo status incriminato è una critica al sindaco del PP per aver trasferito la sede della Polizia, che Eduardo chiama “una casta di pigri” (“casta de escaqueados”, che trovano scuse per non fare il proprio lavoro). Appena sei ore dopo la pubblicazione di queste parole, la Polizia ha bussato alla sua porta per consegnargli una multa per infrazione lieve alla Legge di Sicurezza Cittadina (da 100 a 600 euro). “Mancanza di rispetto e considerazione verso le forze dell’ordine”.

“Non sono favorevole agli insulti alla Polizia […] però credo che, essendo un cittadino che paga le tasse, sono libero di dire la mia su una decisione del governo”. Non in Spagna.

300 euro di multa per aver chiamato “amico” un poliziotto

Evidentemente l’agente di polizia ha ritenuto un eccesso di confidenza il fatto che un conduttore gli si rivolgesse chiamandolo “colega” (amico, in gergo colloquiale) durante un controllo stradale. Il protagonista di questo episodio è un camionista di Malaga, multato per “mancanza di rispetto e considerazione a un membro delle forze dell’ordine”.

Il verbale della multa riporta così i fatti: dopo aver richiesto al camionista di sottoporsi all’etilometro, quest’ultimo si sarebbe rivolto agli agenti in maniera “dispregiativa e sconsiderata, usando la parola ‘colega’ in presenza di viandanti”. Infrazione lieve, 300 euro, ridotti alla metà se si paga nell’atto, per aver ferito l’ego degli agenti.

Vietato criticare pubblicamente i politici

Javier Maroto è l’ex sindaco di Vitoria, capoluogo dei Paesi Baschi. Noto per i suoi discorsi xenofobi e populisti è stato più volte accusato di aver acceso la miccia del razzismo in città. Durante il suo mandato si sono verificati infatti diversi atti di violenza verso la comunità di immigrati. La causa può essere ravvisata nei suoi slogan, come “Non manca il lavoro, eccedono gli immigrati”, “Stop ipocrisia, prima gli spagnoli”, che gli sono valsi la fama di sindaco anti-invasione. Il lettore più attento avrà notato la somiglianza con qualche politico nostrano.

Questo inverno i suoi sostenitori di ideologia neonazi hanno tappezzato l’associazione dei residenti africani con questi cartelli:

carteles-esvastica-vitoria

Pochi giorni fa, durante una raccolta firme organizzata dal suo partito (PP) per cancellare gli aiuti agli immigrati, un passante ha criticato duramente l’ex sindaco gridandogli “sin vergüenza!” (svergognato, un insulto molto usato contro i politici) e ricordando la sua implicazione in un processo per concussione. “Firmerò quando quelli del tuo partito restituiranno i soldi che hanno rubato”, gli ha detto prima di andarsene.

Mentre si dirigeva alla sua auto, uno degli agenti di scorta si è avvicinato all’uomo, l’ha identificato e gli ha detto che gli sarebbe arrivata una multa di 200 euro, con l’accusa di “alterare la sicurezza collettiva e creare disordine nello spazio pubblico”.

Non è la prima volta che Maroto usa la legge come arma contro i contestatori: stando alla testimonianza di un altro cittadino di Vitoria che lo aveva accusato pubblicamente di fomentare una campagna razzista, il politico avrebbe risposto “bello, questo ti costerà una multa di 350 euro”. È la Legge.

La foto proibita: un’auto della polizia in sosta vietata

Avete presente il fenomeno dei gruppi Facebook tipo Sei di Roma se…? Certi spazi sono molto comuni anche in Spagna (declinati in maniera negativa, Non sei di Madrid se non…). Le persone usano questi luoghi per condividere momenti di vita quotidiana, lamentele, o critiche che li identificano con la propria città. È il classico gruppo contenitore dove tutto vale: scherzi, ricordi, meme in dialetto, foto, polemiche, litigi virtuali, etc.

Ecco, secondo una cittadina di Petrer (Alicante) non sei di Petrer se non… parcheggi dove cazzo vuoi e per giunta non ti fanno la multa. Segue la foto di una macchina della Polizia in un parcheggio per disabili.

ley-mordaza

Niente di nuovo, quante volte abbiamo visto su Facebook questo tipo di denunce? Il problema è che l’articolo 36,23 della nuova legge considera un’infrazione grave (da 600 a 30.000 euro di multa) “l’uso non autorizzato di immagini o dati personali o professionali delle autorità o dei membri delle forze dell’ordine che possano mettere in pericolo la sicurezza personale o familiare degli agenti, delle installazioni protette o a rischio l’esito di un’operazione, con rispetto fondamentale al diritto all’informazione”.

La foto sul gruppo è durata meno di un giorno prima che venisse rimossa dalle autorità, e la donna (la cui identità era pubblica sulla rete sociale) è stata identificata e ha ricevuto la multa a casa, consegnata a mano in meno di 48 ore. C’è posta per te!

Secondo diverse fonti giuridiche che hanno commentato il caso sui quotidiani spagnoli, questo è un classico abuso normativo, dato che è impossibile dimostrare che la pubblicazione di quella foto costituisse un rischio per gli agenti (che non sono ritratti nell’immagine). Un ricorso potrebbe essere vinto facilmente, però l’iter burocratico non aiuta: è necessario prima di tutto pagare la sanzione e le nuove tasse giudiziarie introdotte dal PP durante questa legislatura, assumere un avvocato, dedicare tempo e stress alla causa… Per una multa di 800 euro? Con il pericolo di doverne pagarne altrettanti in spese processuali senza poi ottenere nulla? Non tutti sono disposti ad assumersi tale rischio.

E sta proprio qui la forza deterrente della legge bavaglio spagnola, non nelle multe da 600.000 euro (che forse non vedremo mai, si spera), ma nelle sanzioni sotto i 1.000 euro, percepite dalle persone come una minaccia reale.

Parlando con un lavoratore che protestava davanti al tribunale, poche settimane fa, ho domandato: “Cosa ne pensi della Legge di Sicurezza Cittadina? Sei preoccupato che ti possano mettere una multa di 300.000 euro per questa protesta?”. Si è messo a ridere e mi ha risposto “E chi cazzo ce li ha 300.000 euro!? Scoppierebbe un casino sui giornali… questi qua [indicando l’edificio del tribunale] sono dei pezzi di merda ma non sono mica coglioni”. E non ha tutti torti.

“E se la multa fosse di 1.000 euro?”. A questa domanda l’uomo si è accigliato, la sua voce si è fatta più grave. “Quello sarebbe un problema per la mia famiglia”.

Se mi minacci di sequestrarmi una Ferrari ti riderò in faccia, lasciami senza pane e inizierò a preoccuparmi.

Autore
Creatore del blog 'L'isola dei cassintegrati'. @marconurra



I video dei giornalisti uccisi in Virginia: la spiegazione di Repubblica e la nostra risposta

Dopo il nostro post ‘Virginia, due giornalisti uccisi. Non pubblicare il video è un atto giornalistico’, abbiamo ricevuto da Massimo Razzi di Repubblica.it una replica che spiega la loro scelta di pubblicare. Riceviamo e pubblichiamo, replicando a nostra volta a fine articolo.



Dopo la pubblicazione del nostro post “Virginia, due giornalisti uccisi. Non pubblicare il video è un atto giornalistico“, abbiamo ricevuto da Massimo Razzi di Repubblica.it una replica che spiega la loro scelta di pubblicare. Riceviamo e pubblichiamo, replicando a nostra volta a fine articolo.

di Massimo Razzi – direttore Visualdesk Gruppo Espresso

Pubblicare o no il video dell’assassino di Moneta? Metterlo in linea così com’è o “mediarlo” giornalisticamente riducendolo allo stretto necessario? E se lo pubblichi ti metti automaticamente dalla parte dell’assassino o svolgi comunque un (delicatissimo) ruolo d’informazione? E se lo fai rischi di essere peggio di Twitter e Facebook che hanno chiuso (dopo un po’) l’account del killer? Domande che oggi circolano nel dibattito del giorno dopo ma che noi (a Repubblica.it e al Visualdesk del Gruppo Espresso) ci siamo posti in pochi minuti secondo l’unica regola che da tempo ci siamo dati: “rifletti, decidi e fai”.
Così, ieri, abbiamo deciso di pubblicare il video del povero cameraman Adam Ward per intero, o meglio fin dove la vita gli ha permesso di girarlo (ma su questo, a quanto ho capito non ci sono molte discussioni) e, poi (circa un’ora dopo), abbiamo anche scelto di mettere in linea una parte delle immagini girate col telefonino dall’assassino Vester Lee Flanagan durante la terribile “marcia” verso l’appuntamento con le sue vittime. L’abbiamo fatto in base a una serie di considerazioni che cercherò di riassumere. Considerazioni ovviamente opinabili e criticabili ma sicuramente considerazioni che stanno completamente dentro il nostro ruolo di “mediatori”.
Si tratta di una scelta giornalistica come lo è stata quella (altrettanto rispettabile e altrettanto opinabile) di chi ha deciso di non mostrare quelle immagini. Alcune di queste considerazioni sono direttamente legate all’episodio in sé, altre sono più generali.
Mi scuserete se le elencherò tutte insieme, con una unica premessa. Siamo stati molto attenti a cosa pubblicare e cosa no, a togliere gli spot. Insomma, ci abbiamo ragionato, con i tempi che la cronaca permette.

1) Noi siamo un sito internet e non una televisione. Per certi versi siamo molto simili, ma per altri, molto diversi. Una differenza importante sta nel fatto che una Tv trasmette quello che vuole e l’utente ha solo una scelta binaria: o guarda o spegne. Su un sito internet noi diamo dei titoli che spiegano e avvertono quello che facciamo vedere. L’utente può decidere di guardare tutto (non lo fa mai) o sceglie di cliccare su quello che lo interessa. Non solo, prima dei video più delicati noi facciamo andare un “cartello” (che può suonare ipocrita, ma serve proprio ad avvertire il lettore della delicatezza delle immagini che può scegliere di vedere o non vedere). Insomma, a meno di considerare il lettore un totale imbecille incapace di intendere e di volere, noi gli sottoponiamo sempre una scelta su tutte le notizie, delicate e non. Non lo “costringiamo” mai a vedere tutto quello che mandiamo in onda.

2) Noi, come dicevo, non abbiamo mai rinunciato al nostro ruolo di mediatori dell’informazione. Abbiamo deciso di dare solo la parte iniziale di quel video perché “quella” aggiungeva (eccome) qualcosa (sbaglia, secondo me, chi dice il contrario) all’informazione. Fino a scrivere che Flanagan si è avvicinato ai due reporter intenti nelle riprese e ha sparato uccidendo, effettivamente, non c’è quasi nulla di nuovo. Ciò che rende l’omicidio di ieri diverso da tutti gli altri casi analoghi è proprio l’elemento della ripresa in diretta. È questo che lo fa diventare la notizia principale su siti, giornali e telegiornali. Il video (ripeto: non pubblicato integralmente) è la notizia (dovesse ricapitare, probabilmente non sarà più una notizia e quindi non lo pubblicheremo). E alcuni degli elementi che hanno reso enorme la notizia di un uomo che uccide due ex-colleghi di lavoro (in America, purtroppo, succede abbastanza spesso) sono contenuti in quella camminata. Gli elementi in questione sono: a) l’uso dell’arma in “soggettiva” come in un video gioco “spara spara”; b) l’attesa terribile prima di sparare con le vittime che non si accorgono di nulla e la scelta di tirare il grilletto solo quando la telecamera di Adam torna sulla povera Alison; c) (ma questo si concretizza solo dopo) la chiara intenzione di mettere l’omicidio in diretta a disposizione del pubblico. Quando Flanagan spara (al di là dell’orrore) siamo già, purtroppo, nella “normalità” di tanti altri fatti di cronaca. Descrivere con parole scritte la camminata? Si poteva fare, ma nulla, in questo caso, è paragonabile alle immagini di per sé non cruente, ma piene di terribili significati.

3) La pubblicazione del video, emendata della parte finale, è stata decisa senza dibattiti perché quello era il cuore della notizia. La notizia vista da qua è diventata un fascione nel momento in cui il pazzo ha deciso di postarla. Quel video in cui una persona tiene in una mano un telefonino e nell’altra una pistola è un cambio di prospettiva epocale, il dibattito sulla morte in diretta in quel momento diventa una questione del secolo scorso. Abbiamo la responsabilità di far vedere ai cittadini dove sta andando il mondo: e se il mondo va in una direzione che non ci piace non possiamo dire “no questo voi non lo potete vedere”. Non credo sia un caso se tutti i giornali oggi hanno la sequenza dello sparo in prima pagina.

4) Ed eccoci al punto chiave. Questi “significati” corrispondono alla volontà di Flanagan? Cioè, nel far vedere la camminata con la pistola dell’assassino noi ci siamo attenuti a una sorta di suo “testamento”? Abbiamo “eseguito” le sue ultime volontà? Non credo proprio e chi lo dice, secondo me, è un tantino in malafede. È fuori discussione (spero) che noi come chiunque altro abbia fatto la nostra stessa scelta non ha nemmeno lontanamente ritenuto di appoggiare le idee e le azioni del killer. Penso invece il contrario: queste immagini fanno e devono far riflettere sulla violenza di tante cose “normali” (film, videogiochi ecc.), sulla questione della troppo facile vendita delle armi (una campagna contro le armi che partisse da quelle immagini sarebbe forse molto più efficace di altre) e sul tema dell’odio che circola sui social media. Molti siti Usa hanno scelto di non dare le immagini, ma vorrei sapere quanti di loro si stanno battendo con efficacia contro la troppo estesa disponibilità di armi nel loro Paese.

5) Twitter e Facebook hanno chiuso l’account di Flanagan e per questo si sarebbero comportati meglio di noi? Andiamo… Prima di tutto Twitter e Fb non sono mezzi d’informazione ma piattaforme social. La chiusura dell’account di un assassino è praticamente un automatismo. Sui social si viene “puniti” così per molto meno. Non mi risulta che queste piattaforme abbiano la stessa attenzione nel “punire” gli “hater”, gli account Is e i vari fomentatori di odio, di cattiveria e di irresponsabilità che pullulano sui social e che, spesso, fanno complessivamente danni paragonabili all’omicidio.

6) Comunque, se il tema è quello che si deve stare attenti a quello che si pubblica per non “fare la volontà” degli assassini, direi che il discorso andrebbe allargato a tanti altri esempi passati invece tranquillamente sotto silenzio e mai criticati da nessuno. Ne faccio uno per tutti: ricordate quei video in bianco e nero in cui si vedeva un pilota (spesso americano o della Nato) schiacciare un pulsante e, poi, qualche chilometro più in basso… Puff, un lampo e un’esplosione ovattata. In quel “puff”, magari morivano alcune decine di persone, alcune forse colpevoli, altre forse innocenti. Nessuno di noi, prima di pubblicare quelle immagini da videogiochi (un po’ come la camminata di Flanagan) si è mai posto il problema di stabilire se quella guerra era “giusta”, se quell’azione era “giusta”, se quelle vittime in particolare erano “giuste”. Nessuno (che ricordi) in quei casi si è impancato a stabilire se era buono o cattivo giornalismo…

7) Per una decina di motivi – alcuni dei quali già elencati – non rispondo nemmeno a chi parla di scelta per fare clic. Per chi non lo sappia, non sono questi i video che “ci fanno fare clic”. E comunque non ne abbiamo bisogno.

Tant’è, comunque, il dibattito serve. Ma vorrei che fossimo così attenti tutti i giorni, non solo quando Flanagan spara sulle vite dei suoi ex colleghi e mette l’informazione mondiale davanti ai suoi tanti problemi… Il nostro è sempre il solito sporco lavoro, qualcuno deve farlo, e grazie anche per le critiche.

 —————————————————————————————–

La risposta di Valigia Blu

1) Chi guarda la TV, come l’utente di Internet, in realtà ha tre opzioni e non due: non c’è solo “guardare” e “spegnere” ma anche cambiare canale a favore di altre testate. La scelta di pubblicare o meno un contenuto è una scelta di ecosistema, è un modo di raccontare o non raccontare il mondo. E i lettori, soprattutto al tempo delle notizie-commodities (la notizia era ovunque, su tutte le testate) decidono di affidarsi a una testata piuttosto che a un’altra anche sulla base di come quella notizia è, o non è trattata. Le domande dunque in questo caso dovrebbero essere almeno due, non solo “pubblicare o non pubblicare?” ma anche “la reputazione della nostra testata perde o guadagna dopo questa pubblicazione?”. E ancora: se decidiamo di pubblicare, come scegliamo di coprire la notizia? Un conto è contestualizzare il video in un lavoro giornalistico articolato, un altro atomizzare il video (caricandolo sui nostri server), spingere sulla sua diffusione come elemento “isolato”, diffonderlo sui social come materiale a se stante magari (L’Espresso su Twitter lo ha fatto) con la formula: “Uccisi due giornalisti… GUARDA IL VIDEO”. La modalità fa la differenza.

2) No, la notizia è che sono stati uccisi da un ex collega due giornalisti mentre svolgevano il loro lavoro, non certo la camminata dell’assassino. Come molti hanno messo in evidenza: è chiara la pianificazione mediatica del duplice omicidio. “Come un videogioco”, “spara, spara”, “l’attesa terribile” sono la spettacolarizzazione che cercava proprio Flanagan: ha sparato appena è partita la diretta e poco dopo ha cominciato ad usare i social per diffondere il suo crimine. Voleva la massima visibilità. E c’è chi ha scelto di concedergliela. Il video girato dall’assassino non aggiunge niente alla comprensione dell’uccisione dei due giornalisti e alla ricostruzione della dinamica dei fatti.  Questo passaggio lascia un po’ perplessi: «Il video (ripeto: non pubblicato integralmente) è la notizia (dovesse ricapitare, probabilmente non sarà più una notizia e quindi non lo pubblicheremo)». Cosa significa esattamente? Che Flanagan in qualche modo è stato “premiato” – è stato assecondato il suo obiettivo di massima visibilità, evidente nel fatto stesso di girare un video mentre uccide – perché ha avuto per primo questa idea? Si concede la visibilità che cerca perché la sua strategia è “nuova”, “originale”? Da questo momento in poi chi vorrà replicare non avrà la stessa copertura perché in qualche modo “OLD”?

3) Non è vero che tutti i giornali hanno la sequenza in prima pagina. Almeno non in USA e UK, dove tra l’altro si è scatenato un potente dibattito sulla scelta di alcune testate di utilizzare quelle immagini. Tra critiche di giornalisti e lettori. Ne parla il New York Times qui

When newspapers and tabloids around the world followed suit, publishing still images taken from Mr. Flanagan’s footage on their front pages, readers and journalists were outraged. They noted that the papers had done just what the gunman wanted. American journalists directed their scorn at The New York Daily News for posting three frames of the killing on its front page, along with the headline “EXECUTED ON LIVE TV,” and offering its audience a preview on Twitter.

E l’Independent in questo articolo dedicato proprio alle prime pagine dei giornali e al modo differente di trattare le immagini da parte di alcune testate prese in esame. Nell’articolo si può leggere anche la posizione dell’Independent

How to cover such a horrible – and very public – crime raises difficult questions for the media. After numerous discussions in The Independent’s offices on Wednesday, the view was taken that we should avoid images and footage taken by Bryce Williams. Similarly, we did not show images which depicted Alison Parker’s face after the shooting began.  It was a tough call, balancing the need to show a proper degree of compassion with the journalistic duty not to over-sanitise. I hope readers will feel, on the whole, that we got that balance about right

Molto critico sulla scelta di usare quella sequenza di immagini anche Slate. La questione uso delle immagini sui giornali è stata trattata anche da Poynter qui che fa un punto sulle scelte e sulle posizioni di diverse testate. 

The ethics of using the stills, which have been widely criticized on social media, have been debated among journalists because of their graphic nature. Kelly McBride, Poynter’s vice president for academic programs and a media ethicist, argues against using the unedited pictures.

“The problem with it is that it a deeply intimate image.” McBride said. “It is a moment of someone’s death.”

E tornando al “come” trattare la notizia, quali immagini pubblicare fa una enorme differenza in casi come questi. Lo dice bene Zeynep Tufekci in questo scambio: “Smuovere le coscienze è giusto. Dare al killer la notorietà che cerca? No”.

4) A nostro avviso purtroppo sì: vi siete fatti megafono delle sue intenzioni di visibilità mediatica, anche al di là della vostra volontà. E dando all’assassino e alla sua strategia mediatica visibilità (riprendendo anche in parte il suo video) si corre il rischio di imitazione. 

Di questo aspetto parla in modo approfondito proprio Zeynep Tufecki ancora lei sì e ancora sul New York Times, citando una ricerca a supporto di queste conseguenze:

These killers act knowing that their ploy is likely to work, and that their faces, words and vicious deeds will be splashed on our screens on their terms…

The framework necessary to dampen the copycat effect is nowhere as severe as such a blackout. Instead, it requires not giving the killers the fame they most likely seek for their face or for their words or videos, while reporting on the news with a focus on victims and the brutality of the crime.

For the rest of us, it means not sharing manifestoes or shooters’ social media accounts. Such change is possible. Brutal beheadings by the Islamic State used to be covered graphically by the news media, and also shared widely on social media. Recently, each such event in my social media feed has been followed by reminders not to share the videos — and almost nobody in my social network does anymore. Instead, we share pictures from the lives of the victims.

It’s true that this material will live on in many places on the Internet, but having to seek it in a seedy corner is different from having it promoted by popular news sites.

Graphic footage may be appropriate at times to shock the conscience toward corrective action, for example with victims of war or state violence. But when a murder is carried out in a way that seems to be courting sensationalized coverage, not publicizing the killer’s name, face or screeds is the right response.

These killers seek our attention. It’s time we learned how to deny them.

Sullo stesso tema vale la pena di leggere Ezra Klein Mass murderers want glory and fame. Somehow, we need to stop giving it to them.

In che senso poi queste immagini devono far riflettere sulla violenza di tante cose “normali” (film, videgiochi)? Cosa c’entra la violenza di film o videogiochi? Tra l’altro la correlazione tra videogiochi violenti e violenza nella vita “reale” è stata già ampiamente smontata da varie ricerche e studi.
Non è chiara la correlazione tra il riferimento a film e videogiochi violenti e l’uccisione dei due giornalisti. Sulla questione della vendita di armi c’è un dibattito molto forte in America (molti siti come Vox hanno fatto diversi approfondimenti, e tra l’altro è una delle motivazioni per cui hanno scelto di pubblicare il video (il primo però quello della diretta e non il secondo dell’assassino). Vox tra l’altro ha scelto di embeddare il video da altra testata (non caricandolo sui suoi server) in un articolo di copertura della notizia molto articolato e approfondito, dove il filmato viene segnalato in un contesto giornalistico ben preciso: come si sono svolti i fatti, chi erano le vittime, chi è l’assassino, le reazioni sui social, il dibattito sulla pubblicazione o meno del video e un approfondimento proprio sul problema del facile accesso alle armi e dei massacri. 

5) Twitter e Facebook sono stati tempestivi, questo va loro riconosciuto. Hanno delle policy molto precise e molte chiare. E hanno fatto una scelta di ‘ecosistema’, hanno deciso di bloccare la diffusione di quel video per quanto fosse possibile. Il sistema di controllo ha funzionato. La loro policy non permette a chi commette crimini di usare le loro piattaforme per diffondere e pubblicizzare quei crimini: “We also prohibit you from celebrating any crimes you’ve committed.” Alcune testate, che appunto avrebbero una funzione editoriale, “mediatica”, invece hanno deciso di non fare questa scelta, hanno deciso di “ospitare” il punto di vista di un assassino.


A proposito dei social, sarebbe interessante capire quali sono le politiche di gestione dei commenti degli utenti da parte di testate giornalistiche italiane (a partire da Repubblica), se esiste una moderazione dei commenti e come è realizzata. Twitter e Facebook sono piattaforme sociali, dunque sono “abitate” da esseri umani e da sistemi di regole. Ma ogni pagina fan (come ogni bacheca personale) è responsabile del clima che si crea, che si vive. Sulla gestione dei commenti (o meglio sulla sua non gestione, sulla scelta di non moderare da parte soprattutto delle grandi testate), siamo intervenuti più volte. Nessuno è sollevato dalla responsabilità in questo senso: La fogna del web e le responsabilità anche dei giornali.

Che c’entra poi la libertà di espressione, l’hate speech con un omicidio, con l’atto di togliere la vita a un altro essere umano. In che senso l’hate speech fa complessivamente danni paragonabili all’omicidio? 

6) Si tratta di due video e due contesti completamente differenti. I video di “guerra” – indipendentemente dal giudizio che si può avere sull’intervento militare – non sono paragonabili a un video girato da un assassino che ha pianificato il suo crimine “mediaticamente”.

E infatti quello che abbiamo indicato nel nostro post sono proprio le domande, tratte da Poynter, da porsi di volta in volta di fronte a immagini che ci obbligano a una riflessione etica e deontologica rispetto al loro trattamento. Non esiste una regola fissa valida una volta e per sempre, la stessa per qualsiasi tipologia di notizie 

What is my journalistic purpose? What organizational policies and professional guidelines should I consider? What are my ethical concerns? Who is the audience – and who are the stakeholders affected by my decision? What are my alternatives?

Sul trattamento del materiale sensazionale e cruento segnaliamo questa lettura.

7) Se non interessavano i clic ma “solo” dare la notizia non era necessario caricare sui server di Repubblica i due video. Bastava linkarli o embeddarli da video già esistenti – almeno il primo – (come ha fatto Vox per dire). In ogni caso è un dato di fatto che i due video insieme abbiano ottenuto ad oggi più di 600mila visualizzazioni e sono i più visti della settimana su Repubblica.

Grazie per questo contribuito e per l’occasione di confronto e dibattito. 




Virginia, due giornalisti uccisi. Non pubblicare il video è un atto giornalistico

L’uccisione di due giornalisti in diretta TV, l’assassino che pianifica ‘mediaticamente’ l’aggressione. Il dilemma etico delle testate rispetto alle immagini. Intanto il sistema di controllo di Facebook e Twitter ha bloccato tempestivamente l’account del killer.



Ieri abbiamo assistito in diretta TV e sotto i nostri occhi sui social media all’uccisione di due giornalisti. L’assassino, Vester Lee Flanagan, anche lui giornalista, a quanto pare ha pianificato l’omicidio “mediaticamente”. Ha aspettato l’inizio dell’intervista in diretta prima di sparare, ha ripreso con il suo cellulare l’omicidio. Ha poi postato su Facebook e Twitter le motivazioni e le immagini.

Il mio primo commento, quasi istintivo, appena mi sono resa conto dell’uso dei social è stato un invito a Facebook e Twitter di bloccare l’account. In molti hanno fatto lo stesso appello.

Dopo pochi minuti entrambi gli account sono stati sospesi. La maggior parte delle testate giornalistiche, mi riferisco soprattutto a quelle italiane, ha deciso di pubblicare sia il video della diretta TV sia il video dell’assassino. Chi integralmente, chi parzialmente. Qualcuno inserendo spot pubblicitari di apertura (poi qualcuno ha rimosso lo spot, altri invece hanno deciso di lasciarlo). C’è chi invece ha deciso di non passare alcuna immagine

Davanti a questa dinamica ho fatto un secondo commento su Facebook che riporto qui:

Ci vuole più coraggio, dignità e professionalità a non pubblicare il video di una morte in diretta, credetemi. Da come sono andate le cose rimane che Facebook e Twitter – spesso additati come fogne, “diffusori” di odio e violenza – hanno quasi subito bloccato l’account del presunto (uso ancora presunto fino a quando non si saprà tutto con certezza della vicenda) killer che postava motivazioni e video dell’uccisione. Molte testate hanno ripreso il suo video (qualcuna anche con spot di apertura) decidendo in questo modo di farsi megafono dell’assassino. No, per me non è una scelta giornalistica. Non aggiunge niente alla comprensione della storia. Le motivazioni sono altre e non mi va nemmeno di parlarne. I media dovrebbero avere maggiori responsabilità “giornalisticamente” parlando di un social come FB e Twitter. Hanno deciso di venire meno a questa responsabilità. Per me ovviamente. È il mio punto di vista. Massima stima per testate che invece hanno deciso di non pubblicare, di non diffondere. Non pubblicare è in casi come questi un atto giornalistico.

 

Pubblicare o no il video: un dilemma etico

Alessandra Quattrocchi, nello scambio sulla mia bacheca, ha spiegato che la loro testata ha scelto di non pubblicare il video dell’assassino ma ha pubblicato il video andato in diretta. Ha poi precisato su richiesta di spiegazione della differenza dei due video la scelta:

Quando abbiamo pubblicato il primo video non si sapeva chi avesse sparato o perché, se fosse un pazzo di passaggio o un ammiratore respinto, e nemmeno chi fosse oggetto dell’attentato e nemmeno se la ragazza che sembrava scappare (e che per fortuna non si vede né morire né essere colpita) fosse una delle vittime. Più tardi si è capito chi fosse e che il tipo con la pistola aveva sparato dopo lunga e precisa mira con l’intento di riprendersi e postarsi sui social. In ogni caso c’è differenza a mio parere fra immagini già andate in diretta su una TV nazionale, e un video girato da un assassino e da lui postato sui suoi profilo FB e Twitter (peraltro subito bloccati dai medesimi) con tanto di botta e risposta con i commentatori e i suoi amici. Ciò nonostante se la dinamica fosse stata chiara fin dall’inizio probabilmente non avremmo pubblicato nemmeno le immagini andate in diretta.

Quello che ho notato e su cui ho commentato è che mentre social come Twitter e Facebook hanno immediatamente bloccato l’account dell’assassino, i media che “tecnicamente” dovrebbero appunto “mediare”, scegliere, selezionare, “filtrare”, hanno in qualche modo fatto da megafono all’assassino ri-pubblicando il suo video. Lo dirò brutalmente: si sono fatti dettare l’agenda, assecondandone le intenzioni di visibilità mediatica appunto. Il sistema di controllo dei due social network invece ha funzionato. D’altra parte su questo la policy di Facebook è molto chiara:

Facebook has a policy for such situations—it’s found in its Community Standards section. For instance, one passage there states, “We also prohibit you from celebrating any crimes you’ve committed.” A Facebook rep offered the following emailed comment: “We have removed a profile and a Page for violating our Community Standards.”

E così Twitter:

Similarly, Twitter’s rules state that users “may not publish or post threats of violence against others or promote violence against others.”

Youtube ha fatto la stessa scelta: ha rimosso il video e al suo posto si legge questo messaggio:

This video has been removed as a violation of YouTube’s policy on shocking and disgusting content.

Quello di Flanagan è stato, giustamente a mio avviso, definito “an act of diabolic stunt journalism”:

Mining social media and the web for the digital footprints of criminals and murderers is not new, and it is common for killers to leave carefully constructed bits of evidence and manifestos to be discovered after they’ve taken lives (including, often, their own). But what feels different about the killings today is the way in which Flanagan knew not just how to optimize his crime for the information age but anticipated the way in which his actions would be quickly amplified, even to those who might have no interest in engaging with them at all.

Come dicevo molte testate, incluse quelle americane, hanno inizialmente pubblicato il video. In seguito alle proteste di molte persone e alla richiesta stessa dello staff della WBDJ-TV di non condividere il video, in molti hanno rivisto la loro scelta.

Pubblicare o meno è un dilemma etico che quanto meno le testate dovrebbero porsi. Poynter ha raccolto diverse posizioni tra varie testate: da Buzzfeed che ha scelto di caricare il video sui propri server al Guardian che ha deciso invece di non condividere le immagini:

Given the disturbing content of the videos emerging from Virginia on Wednesday, we made a decision not to run them on our site or social media channels,” said a spokesperson for The Guardian. “Amplifying or sharing such footage would be insensitive to the victims’ families and distressing to those viewing it.

Altri invece, come Mic e CNN, hanno usato il primo video (quello della diretta) e si sono rifiutati di usare il video girato dall’assassino e condiviso sui social. Interessante cosa dice la linea guida di Mic rispetto a situazioni come quella di ieri.

Mic stories have a responsibility to address hard and complicated real-world events. Sometimes this means figuring out when it’s appropriate to share controversial or painful material, whether it’s a provocative political cartoon or upsetting video. Think about these three questions when you consider whether to include that material: Does the reader need to see this material in order to understand the story? Does omitting this material do a disservice to the reality on the ground? Does Mic’s story punch up? That is, does our reporting frame this material in the smartest, least exploitive way?

Secondo Poynter nel decidere se pubblicare o meno video “controversi” bisognerebbe porsi queste domande:

What is my journalistic purpose? What organizational policies and professional guidelines should I consider? What are my ethical concerns? Who is the audience – and who are the stakeholders affected by my decision? What are my alternatives?

Perché non avrei pubblicato il video? È spiegato molto chiaramente in un altro articolo di Poynter sulla vicenda trattata sempre dal punto di vista giornalistico: il video andrebbe usato nel caso di versioni contrastanti su un accaduto (vedi uso della forza da parte della polizia), quindi la sua pubblicazione aiuta a ristabilire i fatti, ma questo video in sé non aggiunge niente in più. Non aiuta a comprendere la dinamica dell’accaduto. I fatti sono chiari anche senza l’utilizzo del video. Chi ha sparato voleva punire e umiliare le vittime mostrando il video.

Other than the astonishing nature of the video, it adds little information about what happened. The facts are clear without using it. There was a lone shooter at close range, and his image appeared on the news camera video. The first-person video shows an execution. Airing it may serve to encourage copycat violence. The shooter may have meant to show the video as a way of punishing and humiliating his victims. It might have given him a great sense of power to be in control, and airing the video only feeds that emotion.

Anche Steve Buttry espone le sue motivazioni (che condivido) per il suo no alla pubblicazione: chi attacca durante una diretta tv vuole attenzione. Ovviamente bisogna coprire giornalisticamente l’aggressione, ma si può decidere di non trasmettere il video.

1) Someone who attacks during a live telecast is seeking attention. Obviously you need to report the attack, but I would not broadcast the attack or make it available online. 2) While a killer is at large, identification is important news. So as soon as the killer’s identity was known, if he were still at large, I would publish name, photograph and any other information that would help the public report his location, apprehend him or seek safety if they saw him. Public safety overrides my belief that we should not give the killer attention. 3) Once the killer was dead, I would stop publishing his name or photograph. 4) I see no ethical justification for publishing videos shot by the killer. That is the ultimate in attention-seeking behavior. 5) You can report the mental health issues, gun access issues and other issues that a story presents without publicizing or profiling the killer. 6) My focus would be on the people who were killed or injured. They warrant media attention, not the person who was seeking it.

Oltre al video si è posta la questione del fax di 23 pagine inviato dal killer alla ABC. La quale ha scelto di non pubblicare “il manifesto” che spiega le motivazioni e il punto di vista dell’assassino ma di inoltrare direttamente le pagine agli investigatori.

Dart Center for Journalism and Trauma ha stilato una serie di consigli su come coprire eventi traumatici. Raccomandandosi con i giornalisti di avere cura di stessi e degli altri allo stesso modo:

The Dart Center encourages journalists to practice self-care – i.e., to treat themselves with compassion and respect, so that they will do the same to others

 

Il problema etico dell’autoplay

Mentre sui social scorrevano i tweet dell’assassino e il video da lui girato in molti hanno subito “la violenza” dell’autoplay che ci ha reso testimoni involontari di quell’omicidio (il tema è trattato in modo approfondito su Mediabriefing). Su Facebook, su Twitter non si è scelto di vedere il video, il video si è attivato in automatico. Molti utenti hanno avvertito su come tecnicamente bloccare l’autoplay, altri si sono appellati affinché si evitasse di RT e condividere.

Su questo aspetto è intervenuto anche il Wall Street Journal

Video has become a greater focal point for social media companies as they continue to compete for user attention with ever more compelling content. This year, Twitter added auto-play videos and acquired live-streaming app Periscope, which recently said it had 2 million users who log in daily. Facebook is also giving some users tools to post live videos to the network. But the emergence of the auto-play video feature, as well as the rise of mobile live streaming has raised the stakes, bringing unvarnished tragedy and horrifying violence to smartphones with ease. Periscope users broadcast footage of mangled bodies following the explosion in Bangkok earlier this month. In the case of Wednesday’s video, it’s not immediately apparent that it’s a recording of a murder. The video starts off with blurry images as Mr. Flanagan walks along a deck towards the victims, the gun out of sight. It’s not until later in the video that he points a gun at a victim.

Un ultimo aspetto che vorrei sollevare riguarda quello che ho definito appunto un atto giornalistico riferendomi alla decisione di non pubblicare. Qualcuno ha parlato di censura ed è un errore a mio avviso. Non si chiede affatto di non coprire la notizia, ma di domandarsi almeno come coprirla, ponendosi domande etiche e non solo meramente giornalistiche. D’altra parte non si tratta ingenuamente di pensare di poter fermare la viralità o la diffusione, ma di scegliere se contribuire o meno alla diffusione. Altri hanno accusato alcuni giornalisti di paternalismo nei confronti dei lettori. La risposta più bella a mio avviso è di Nicholas Kristof del New York Times

Invito chi ieri sosteneva con molta fermezza che il video andava pubblicato a chiudere per un attimo gli occhi e a immaginare se una delle vittime fosse stata un suo fratello, amico, sorella, figlio…

Aggiornamento 27 agosto 2015 ore 10.57: su segnalazione di Matteo Troia che su Facebook mi fa notare che il primo link a Vox.com conteneva la pubblicazione del video, per coerenza ho deciso di sostituire quel link con il link all’articolo del Guardian




Paura, controllo, sorveglianza digitale: benvenuti nell’era della società pre-crimine

Le crescenti insicurezze della società moderna diventano capitale politico da spendere a fini elettorali e commerciali, vendendo l’idea di un sistema perfetto, che prevede e previene i crimini, in base al comportamento delle persone e che non ammette errori.



Usa, 13 marzo 2015
Hasan Alì quel mattino si sveglia presto. Sarà una giornata lunga per lui. Un’ultima occhiata all’appartamento nel quale ha vissuto per sole due settimane. Negli ultimi mesi ne ha cambiati parecchi (1).
Prende le sue poche cose (2), qualche vestito, i soldi, lascia la torcia che aveva comprato (3) tre giorni prima, quando gli hanno staccato la luce. Si incammina. Per strada una sosta all’Internet café. Accede alla sua mail. Spam per lo più. Scrive all’amico che si è trasferito da anni sulla west coast. Ha fatto fortuna, ha aperto una lavanderia. Gli ha promesso un lavoro, qualsiasi lavoro va bene per ricominciare altrove. Gli manda un messaggio laconico: “Ready to go, no regret…” (4).
Ah, c’è un messaggio dai genitori, una mail con le solite notizie dal paese di origine. Istintivamente copre lo schermo con la mano (5), c’è gente. Poi chiude. Paga in contanti (6), il collegamento e il caffè.
Un salto al WalMart, compra delle barrette energetiche (7), cibi pronti (8). Poi si incammina, a piedi (9), per raggiungere il lontano aeroporto. Non ha soldi per l’autobus, tutto quello che ha lo ha speso per quel biglietto aereo, sola andata (10).
Giunto all’aeroporto si mette in un angolo ad aspettare. È nervoso (11), non ha mai preso l’aereo. Legge una rivista presa dall’espositore, mangia, poi si mette in fila per il check-in.
Finalmente è il suo turno. Mostra all’agente della TSA i documenti e il biglietto. L’agente lo guarda. Poi si gira verso lo schermo del computer. Lo guarda di nuovo, di sottocchio, Hasan comincia a sudare. Fa caldo? “A moment please…”, in un istante due uomini in uniforme appaiono alle spalle di Hasan, sembrano essersi materializzati dal nulla, gli chiedono di seguirlo, lo conducono lungo una serie di corridoi illuminati da una luce innaturale. Poi una stanza senza finestre, solo un tavolo e due sedie. Gli dicono di aspettare. Passa il tempo. Quanto? Poi finalmente arriva qualcuno. Hasan lo implora, l’aereo partirà tra poco, non vuole perderlo, per favore… come è già partito?
No. Hasan quell’aereo non potrà prenderlo, non potrà prendere nessun aereo, è sulla No Fly List. Hasan viene trattenuto. È considerato un terrorista.

 

Modelli criminologici

La società moderna sta abbandonando il tradizionale modello criminologico post-crimine, dove ci sono crimini, criminali e vittime, investigazioni, arresti, processi e condanne, per abbracciare un modello pre-crimine (Zedner, Pre-Crime and Post-Criminology?, Theoretical Criminology).
La società pre-crimine, invece, è caratterizzata da rischio e incertezza, sorveglianza, azzardo morale, prevenzione, tutto in nome della sicurezza. Perché ciò funzioni occorre, ovviamente, l’espansione dei soggetti deputati al controllo. Non più pochi e selezionati uomini (autorità di polizia), bensì l’allargamento a settori privati, anche se la distinzione tra i due settori si fa sempre più sfumata, a seguito di deleghe, contratti e strategie di responsabilizzazione, con ovvi problemi di competenze e responsabilità.

Le paure dell’era moderna eliminano le differenze delle varie forme di controllo, così l’antifurto e l’impianto satellitare finiscono per essere la stessa cosa, differenziati solo dal prezzo (chi può permettersi un controllo migliore). Sono, in ultima analisi, tutte e due delle misure di sicurezza.
Così come oggi accettiamo l’impianto satellitare, un giorno accetteremo senza rimostranze le nuove tecnologie di controllo, e più i prezzi saranno bassi, più saranno estensibili all’intera popolazione.

La sorveglianza digitale è l’ultimo e globale passo rispetto alle varie forme di sorveglianza fisica. Oggi sempre più nazioni introducono nuove misure di sicurezza (basate sull’assenza di un crimine) in conseguenza dell’enfasi posta dai media sulla paura dei crimini.
Le prime forme di prevenzione criminale hanno avuto come bersaglio gruppi specifici (hooligans, criminali sessuali, sospetti terroristi), seguite da nuove forme di controllo di comportamenti devianti e antisociali.

 

Lifelogging

È il crollo del prezzo di registrazione dei dati ad aver sdoganato presso i governi la sorveglianza digitale di massa (Schneier, Data and Goliath). Oggi puoi registrare le conversazioni vocali di ogni telefono negli Usa in soli 300 petabytes, al costo di 30 milioni l’anno. La registrazione dell’intera vita di un individuo richiede 700 gigabytes per anno per individuo. Il costo per tutti i residenti negli Usa (2 exabytes) è di soli 200 milioni l’anno. Secondo gli esperti il Data Center dell’NSA a Bluffdale in Utah, è in grado di contenere circa 12 exabytes di dati. Google è in grado di registrare, sui suoi server, 15 exabytes di dati.

L’intera vita di un individuo? Il lifelogging è sempre più attuale. Il word processor che utilizziamo per scrivere registra ogni cosa, compreso i cambiamenti che apportiamo al testo. Ogni accesso a Internet comporta la creazione di log, registri, di ciò che facciamo, siti che visitiamo, foto che guardiamo, cose che scriviamo, persino quanto tempo stiamo su una pagina, così è possibile verificare se effettivamente quella pagina è stata letta o no.
Lo smartphone è costantemente connesso alle antenne del provider di accesso, che deve sapere esattamente dove ti trovi per instradare la comunicazione. Se poi è attivo anche il collegamento a Internet, lo scambio di informazioni è decuplicato. Tutto ciò che è sullo smartphone viene inviato online, le chiamate, i messaggi, gli acquisti. Anche le macchine moderne hanno dei computer all’interno. E anche loro producono dati. E perfino gli animali di compagnia, con un chip non sono altro che dei computer che scondinzolano per casa.

Certo, la legge non permette (ancora?) l’accesso ai contenuti delle conversazioni, per cui senza l’autorizzazione di un magistrato nessuno può ascoltarci mentre parliamo al telefono (però i contenuti delle mail vengono letti dal provider), ma tutto il resto viene inviato a qualcuno online, che lo conserva, e lo utilizza. La centralizzazione crescente di Internet ha fatto sì che quel qualcuno sono ben poche aziende: Level 3 per i cavi in fibra ottica, Amazon per i server, Akamai per i CDN, Facebook per gli annunci, Google per Android e le ricerche…

We know where you are. We know where you’ve been. We can more or less know what you’re thinking about (Erich Schmidt – CEO Google)

Sono i metadati, cioè i contatti, i numeri di telefono, le informazioni che occorrono ad un computer per instradare una comunicazione. E non “sono solo metadati” (si è giustificata l’NSA intendendo che non spia le conversazioni) perché rivelano le nostre relazioni con gli altri: amici, parenti, soci d’affari, amanti. I metadati rivelano l’incontro con lo psichiatra, il chirurgo plastico, la clinica per aborti, il centro di trattamento dell’AIDS, lo strip club, l’avvocato, l’hotel a ore, la moschea, la sinagoga o la chiesa, il bar gay.
I metadati rivelano cosa e chi ci interessa davvero, sono una finestra sulla nostra vita.

We kill people based on metadata (Michael Hayden, ex direttore NSA e CIA)

Oggi abbiamo i mezzi e le opportunità per una sorveglianza globale. Le telecamere registrano ogni passaggio, ogni targa, ogni volto.
L’FBI ha un database di oltre 50 milioni di volti, la polizia di Dubai integra il riconoscimento facciale con i Google Glass per identificare automaticamente i sospetti. Nel 2008 il software Waze, poi acquisito da Google, ha introdotto un nuovo sistema di navigazione. Tracciando i movimenti delle auto il software può stabilire in tempo reale i dati del traffico e suggerire le strade meno trafficate.

Un tempo la polizia poteva seguire solo pochi sospetti alla volta. Oggi con un numero sufficiente di telecamere in una città è possibile seguire virtualmente ogni individuo. Non si tratta di seguire qualcuno, si tratta di seguire tutti.
Il sogno della Stasi della Germania dell’Est si è finalmente avverato.

 

Insicurezza come capitale politico

Lo spostamento dell’ottica dei governi dalla repressione dei crimini alla sicurezza della società contiene necessariamente una svolta in termini di risposta al crimine. Sicurezza non è reazione al crimine, ma prevenzione. Non basta più indagare un crimine, occorre anticiparlo.
La particolare sensibilità al pericolo dell’uomo cambia la visione della vita, anche in assenza di una minaccia reale. Lo teorizza Zygmunt Bauman (Paura liquida) per il quale “paura” è il nome che diamo all’incertezza, all’ignoranza della minaccia. La società moderna è una grande incubatrice di paure: il ritardo di una figlia, l’uomo in kefiah, un licenziamento, il crollo della borsa, un terremoto, una malattia, il futuro…

L’aspetto più spaventoso delle paure è che non sappiamo quali siano reali e quali inventate, per costringerci a fare qualcosa, spendere soldi, votare un certo politico. Il carattere “liquido” delle paure consente di trasformarle in capitale politico.
I politici sono ben ansiosi di venderci la soluzione alle nostre paure, che sia un nuovo corso politico oppure un prodotto di qualche società commerciale. E l’industria della sicurezza prospera con una crescita di profitti proporzionale alle paure dei cittadini. Si inventano ogni giorno nuove paure, e quelle delle società moderna iniziano quasi tutte per “cyber”: cyber-terrorismo, cyber-bullismo, cyber-crime…

Ma la soluzione non risolve. Se le paure pubbliche sono la chiave per i profitti commerciali e politici, nessun governo o manager ha davvero l’interesse ad estirparne le radici. Anzi.
È solo un “fare qualcosa” giusto per cavalcare l’onda. Per recuperare la fiducia dei cittadini.

 

Paura dell’altro

La polizia non può prevenire i crimini senza una partecipazione attiva dei cittadini. Per fornire una risposta sociale ai crimini si responsabilizzano i cittadini, alimentando la paura del diverso, dello straniero, incitandoli a controllare gli altri e a denunciarli. “See something, say something”, la campagna del Dipartimento di Homeland Security americano (DHS), attraverso dei manifesti convince i cittadini che gli spazi pubblici sono pericolosi, che i terroristi sono ovunque, e chiunque potrebbe esserlo. E che le autorità non possono proteggerti sempre.
Quindi, se vedi qualcuno sospetto, denuncialo: “Ci sono 16 milioni di occhi in città”.

Manifesto della campagna See something, Say something

Manifesto della campagna See something, Say something

Uno dei manifesti utilizzati dalla campagna propone una serie di occhi di persone di diversa razza. Siamo tutti noi, è un problema di tutti noi. Ma cosa? La minaccia non è nemmeno indicata, ma tutti noi siamo responsabili. Il manifesto ha, quindi, un unico scopo: instillare paura.

Contrariamente a quanto si può pensare, sono proprio le persone che vivono nel comfort, casomai dietro porte blindate in parchi con sorveglianza armata, che patiscono di più l’insicurezza. Più cose hai, più hai paura di perderle. Inoltre l’età incide molto, le persone più avanti negli anni soffrono maggiormente l’insicurezza.
Negli ultimi anni stanno emergendo anche in Europa nuove politiche che pongono al centro dell’agenda le esigenze di sicurezza pubblica, di prevenzione dei crimini, e quindi l’enfasi sui problemi sociali come incubatori di insicurezza. Si tratta di agire per mettere in sicurezza il futuro. E per farlo non si analizzano più le azioni, bensì i comportamenti, non si tende più a identificare i criminali, bensì i soggetti che potrebbero diventarlo in futuro.

L’idea che esistano “criminali nati” risale alla scuola positivista del tardo 19° secolo, e soprattutto a Cesare Lombroso il quale asseriva che potessero essere riconosciuti come tali anche prima di aver commesso alcun reato.

La criminalizzazione dei comportamenti antisociali è il paramento di riferimento per la categorizzazione dei futuri criminali, la problematizzazione delle famiglie difficili e dei genitori inadeguati, come incubatori dei futuri criminali. La radicalizzazione, associata allo sviluppo delle nuove tecnologie di comunicazione (i social network) per il reclutamento e la propaganda è la terza area principale di preoccupazione delle forze di polizia europee e dei servizi di intelligenze.

Nel corso degli anni l’azione preventiva è stata caratterizzata dal prolungamento della detenzione preventiva (fino a 14 giorni in Inghilterra, di contro 5 in Spagna, 4 in Italia, 2 in Germania), l’estensione delle indagini terroristiche e di intelligence.

In un contesto locale il controllo si appunta alle sottoclassi, gli espropriati, i senzatetto, i predatori sessuali, i drogati, gli agitatori, fino ai giovani indisciplinati. Sistemi analoghi al See something, Say something sono stati posti in essere o sperimentati un po’ dappertutto, a livello locale (Usa, Inghilterra, Belgio..).

Inghilterra, 20 marzo 2015
Cinque ragazze adolescenti vengono portati dinanzi ad un tribunale di Londra. Hanno espresso l’interesse a visitare la Siria, ma il consiglio locale ha manifestato preoccupazioni, considerando la loro giovane età, due di 15 e tre di 16 anni.
Il tribunale ha revocato i loro passaporti impedendogli di imbarcarsi e lasciare l’Inghilterra. Inoltre ha revocato anche i passaporti degli adulti che si occupavano delle ragazze.
Il giudice Hayden ha evidenziato l’elevato rischio in viaggi di questo tipo: è risaputo che tanti hanno perso la vita in Siria, e molti ci vanno anche conoscendo i rischi. I genitori dovrebbero occuparsi meglio delle ragazze. La legge deve intervenire in questi casi, proteggendo le ragazze anche da se stesse.

In ambito internazionale il problema, chiaramente, riguarda i terroristi.

 

Un ragionevole sospetto…

Nel tentativo di tenere lontano i terroristi dagli Stati Uniti, il Dipartimento di Homeland Security ha popolato la No Fly List, inserendovi un numero enorme di individui. L’amministrazione Obama ha più che decuplicato il numero dei “sospetti terroristi”, aggiungendone oltre 900 al giorno.
L’unico modo di conoscere se si è su detta lista è acquistare un biglietto aereo, per poi vedersi negare l’imbarco. Non occorrono prove concrete per finire nella No Fly List, è sufficiente un ragionevole sospetto, ma basato su standard fin troppo vaghi ed elastici.
Dopo si può fare causa per ottenere un risarcimento del danno, ma per uscire dalla Lista è il sospettato a dover provare di non essere un pericolo per la sicurezza pubblica.

Delle 680mila persone inserite nella No Fly List ad agosto del 2014, almeno la metà di queste non aveva alcuna connessione con gruppi terroristici.

Analisi della No Fly List

Analisi della No Fly List

Il lavoro di analisi predittiva che è alla base della redazione della Lista è falsato da un erroneo assunto. Gli analisti hanno estratto i criteri comportamentali per predire un futuro terrorista basandosi su terroristi veri, ma analizzando non tanto cosa pensavano o da dove venivano, bensì verificando quello che hanno fatto (Paul Gill, Bombing Alone: Tracing the Motivations and Antecedent Behaviours of Lone-Actor Terrorists).

Ad esempio, nelle settimane prima di un attentato i terroristi:
– cambiano indirizzo (1);
– adottano una nuova religione;
– cominciano a parlare di violenza;
– molti hanno perso recentemente il lavoro;
– sono stressati (11);
– hanno problemi familiari.

Il governo degli Stati Uniti è ormai ossessionato dallo sviluppo dell’analisi predittiva per prevenire gli attentati terroristici e in generale i crimini. L’NSA e il DHS utilizzano i PNR (Passenger Name Record, le schede di registrazione dei dati dei passeggeri memorizzate dai vettori aerei) come parte della profilazione e analisi della rete sociale dei cittadini e degli stranieri. L’NSA correla circa 164 tipi di relazioni per costruire un profilo degli individui.
E questo approccio è stato appena esportato in Europa, con l’adozione della direttiva PNR. Generalmente la normativa europea prevede regole per la tutela dei diritti degli individui, tuttavia i parametri generici spesso determinano un’attuazione riduttiva da parte dei singoli governi.

 

Predire i crimini con i tweet

Uno studio dell’Università della Virginia (qui il testo) ha dimostrato che recuperando informazioni dal social Twitter (proprio come fa l’NSA) e analizzandole con algoritmi predittivi è possibile determinare dove avverrà un futuro crimine, consentendo di dislocare opportunamente le forze dell’ordine. L’analisi dei tweet permette di prevedere da 19 a 25 tipi di reati, in particolare: stalking, furti e alcuni tipi di aggressione.

I crimini futuri spesso si verificano in prossimità di crimini passati, rendendo la mappa dei punti caldi un prezioso strumento di previsione del crimine (Matthew Gerber, Predictive Technology Lab)

Gli algoritmi si focalizzano sulle attività routinarie delle persone, e aggregano informazioni storiche per calcolare le probabilità che un particolare individuo sia coinvolto in un crimine. Lo studio, finanziato dall’esercito americano, è solo uno dei tanti (come quello dell’Università del Leicester) che evidenzia l’utilità dell’analisi predittiva. Ormai numerose polizie degli Stati Uniti (Baltimora, Philadelphia) hanno o stanno abbracciando l’approccio predittivo, utilizzando software di data mining che analizzano grandi quantità di dati pubblici (come i tweet) per effettuare previsioni di probabili crimini.
Sulla base di questi studi il DHS ha avviato la campagna See something, Say something, chiedendo ai commercianti locali di tenere d’occhio i loro stessi clienti, e riportare comportamenti “sospetti”.
E quali sono questi comportamenti “sospetti”?
– effettuare pagamenti in contati (6) o con carta di credito altrui;
– essere riluttanti a produrre un valido documento di riconoscimento;
– acquistare un numero elevato di beni;
– essere nervosi (11).

Paradossalmente la FEMA (Agenzia federale per la gestione delle emergenze) incoraggia i cittadini a fare scorte di cibo per eventuali attacchi terroristici.

Nell’ambito del programma CAT (Communities Against Terrorism) dell’FBI, sono stati distribuiti 25 volantini, ognuno specifico per un particolare settore: aeroporti, negozi di elettronica, Internet café, hotel.

Volantino programma CAT

Volantino programma CAT

In base a questi documenti devono considerarsi sospetti coloro che:
– forniscono informazioni insufficienti sull’identità oppure invocano la privacy;
– pagano in contanti (6);
– alterano il volto tagliando la barba, tingendo i capelli…;
– presentano arti mancanti o bruciature chimiche;
– acquistano torce (3);
– fanno acquisti massicci di pasti già pronti;
– utilizzano strumenti per mascherare gli IP nella navigazione online;
– effettuano comunicazioni utilizzando servizi VOIP;
– cercano informazioni su “polizia” oppure “governo”;
– cercano foto di trasporti, luoghi di eventi sportivi o località altamente popolate;
– cercano di tenere private le proprie mail o gli acquisti online coprendo lo schermo con le mani (5);
– sono nervosi in aeroporto (11);
– annotano mappe per strada;
– disegnano o registrano appunti vocali per strada;
– effettuano riprese video o scattano fotografie “inappropriate” (inappropriate senza ulteriori specificazioni);
– in un negozio di elettronica è “sospetto” avere una lista di componenti senza conoscenza adeguata sul loro uso.

Invocare la privacy è indice di terrorismo. Proteggere la propria privacy è indice di terrorismo.

I volantini sono estremamente vaghi sulla minaccia, e generici sulle caratteristiche comportamentali del soggetto. I comportamenti “sospetti” includono spesso attività routinarie, tipo pagare in contanti (l’acquisto di beni poco costosi, un caffè, è spesso effettuato in contanti e molti commercianti non accettano carte di credito per acquisti inferiori ai 10 dollari).
Il programma CAT, e l’analogo See something, Say something, istruiscono i cittadini che attività generiche poste in essere da milioni di persone ogni giorno, come usare una videocamera in pubblico, guidare dei furgoni, usare applicazioni su smartphone di registrazione vocale, sono potenziali indici di terrorismo.
Ma sono ben chiari sul fatto che tu devi essere parte della soluzione: “If something seems wrong, notify law enforcement authorities”.

 

Rischi della sorveglianza digitale

Le soluzioni semplici piacciono a tutti, e l’idea che sia possibile prevenire i reati più o meno come raccontato dal visionario Philip Dick cattura l’immaginazione anche dei governanti. La fiducia nella tecnologia e la ricerca di facili soluzioni porta inevitabilmente all’implementazione indiscriminata di tecnologie, senza preoccuparsi troppo dei rischi. Il fascino della sorveglianza digitale è enorme, un controllo in real-time dà ai governanti e alle autorità la sensazione di una risposta immediata, merce spendibile in campagna elettorale.

Nel racconto di Dick la Giustizia non si cura più del “ragionevole dubbio” (il rapporto di minoranza) ma sposa la cieca utopia della “sicurezza assoluta”, della fiducia incondizionata nella tecnologia. L’utilizzo di sistemi di sorveglianza di massa e algoritmi predittivi fa sì che le autorità di polizia (ma anche le eventuali società private di sicurezza) si trovino di fronte a black box, sistemi dei quali non conoscono il funzionamento, ma che forniscono una “risposta” che non possono in alcun modo questionare. Se l’algoritmo è in qualche modo carente, ad esempio perché utilizza parametri troppo vaghi per “identificare” un sospetto, l’agente non potrà fare altro che eseguire ciò che gli indica il software.

Quali sono le immediate conseguenze (van Brakel e De Hert, Policing, surveillance and law in a pre-crime society: Understanding the consequences of technology based strategies) dell’adozione di sistemi predittivi?

1) Eliminano la presunzione di innocenza. Instillano nei cittadini e nella stessa polizia l’idea che tutti sono sospettati fino a prova contraria.

2) Favoriscono il conformismo. Si basano sulla categorizzazione dei cittadini assegnando un profilo di rischio ad ogni categoria, così rafforzando anche i concetti di classe e razza. L’inclusione in categorie dipende dall’idea che certi comportamenti siano la “norma”, quindi porre in essere comportamenti differenti automaticamente include in categorie a rischio. Il sistema discrimina sia gruppi (pensiamo ai musulmani) che singoli individui i quali si comportano “non a norma”.

3) Rimuovono le responsabilità. La strutturazione del sistema in black box, e la circostanza che la decisione appare venire da un algoritmo, di fatto mina le responsabilità dei singoli rendendo difficile nell’ambito delle gerarchie e delle competenze stabilire chi deve pagare per un eventuale errore.

4) Minano i diritti umani, in particolar modo la privacy. Se non sai esattamente quali problemi e quali eventi futuri dovrai affrontare, l’approccio più ovvio è raccogliere tutti i dati possibili con grave detrimento per i diritti umani.

5) Crea distacco tra polizia e cittadini. Il fatto che la polizia lavori a distanza tramite sistemi di sorveglianza determina inevitabilmente una riduzione del rapporto empatico tra le autorità e i cittadini, i quali vengono trattati più come numeri che come persone. E questo di contro mina la fiducia del pubblico nelle autorità. Paradossalmente in tal modo diventa più difficile per la polizia risolvere i crimini non ricevendo alcun aiuto dai cittadini.

 

Sicurezza

Il problema della società moderna è la sicurezza, che viene presentata come l’opposto della privacy. La propaganda governativa ci dice che non ci può essere sicurezza se c’è troppa privacy. E questo vale soprattutto online. I governi vogliono l’eliminazione della crittografia, le backdoor nei software, la sorveglianza senza mandato, le leggi realizzate a porte chiuse, la censura online delle notizie scomode e che possano creare agitazione sociale.

Ma in realtà sicurezza e privacy non sono termini antitetici: un attivista per i diritti umani in Siria ha bisogno di privacy per essere al sicuro; un omosessuale in India ha bisogno di privacy per essere al sicuro; un giornalista in molti paesi ha bisogno di privacy, per sé e per i suoi informatori, per essere protetto.
Il problema, invece, è la sicurezza di chi decide, di chi governa. Il campo di battaglia del futuro è, quindi, una maggiore sicurezza per chi ha il potere di decidere, e a spese degli altri. Per la sicurezza di pochi occorre cancellare i diritti di tutti gli altri.

In Minority Report paradossalmente, mentre tutti sono rivolti al futuro, il precog Agatha, l’unica che veramente può vedere il futuro, è rivolta incessantemente al passato, rivivendo continuamente il primo omicidio coperto sfruttando le debolezze del sistema. Un monito per non dover ripetere gli stessi errori (la Stasi della Germania Est, con i suoi 180mila informatori, era un sistema costruito per la perpetuazione della classe dirigente).

Autore
Avvocato e blogger. Mi interesso di diritto applicato ad internet e alle nuove tecnologie di comunicazione. @brunosaetta



Università e lavoro: Stefano Feltri insiste e sbaglia ancora

Nel suo terzo articolo il vicedirettore del Fatto Quotidiano usa ancora una volta i dati in modo scorretto. E su facoltà utili o inutili a smentirlo è la stessa autrice della ricerca da lui citata.



di Antonio Scalari e Angelo Romano

Stefano Feltri, vicedirettore del Fatto Quotidiano, torna per la terza volta sul tema “Università e lavoro”, rivolgendosi di nuovo ai «paladini del principio “bisogna studiare quello che ci piace e non quello che è utile a trovare lavoro” che commettono «grossolani errori nel leggere i dati» (come vedremo, non sono questi a commettere errori) e contro chi «rivendica il diritto di studiare come (e quanto) si crede». Feltri non spiega nemmeno questa volta perché pensa che gli studi che piacciono siano sempre e necessariamente inutili a trovare un lavoro. Come se i corsi di laurea ritenuti “utili” fossero frequentati solo da studenti che li detestano. Sì, è un nonsenso. Ma è un nonsenso, infatti, fondare un intero ragionamento sulla critica al “quello che ci piace” come metro di giudizio. Come abbiamo stabilito, inoltre, che chi sceglie cosa studiare in base alla propria vocazione non consideri mai le prospettive?

«In Italia studiamo le cose sbagliate»

Come giustifica Feltri la sua tesi e il suo metro di giudizio sull’ “utile” e l’ “inutile”? Con i numeri, afferma. Feltri riporta, di nuovo, le cifre fornite dal consorzio Almalaurea sul tasso di disoccupazione a cinque anni dalla laurea. Tuttavia Feltri continua a ignorare le implicazioni di queste cifre per la sua tesi “lauree inutili = lauree umanistiche”. Come abbiamo già sottolineato, infatti, Almalaurea rileva che il gruppo “geo-biologico” (che Feltri cita ancora come “geo-biologia”, come fosse un corso, in realtà è un gruppo di lauree scientifiche: scienze geologiche, scienze biologiche, scienze naturali..) mostra una certo distacco, come tasso di disoccupazione (13,6%), rispetto alle lauree che si trovano ai primi posti (come medicina e ingegneria). Per i laureati in materie letterarie il tasso è del 17,6%. Ma la stessa Almalaurea rileva che, a cinque anni dalla laurea, è occupato il 67,8% dei laureati in materie letterarie, contro il 59,8% di quelli del gruppo geo-biologico.

Almalaurea, per ogni gruppo disciplinare, misura anche l’indice di efficacia, che sintetizza due caratteristiche: la richiesta del titolo per il lavoro svolto e l’uso delle competenze acquisite nel conseguimento di quel titolo. Potremmo intendere questo indice come una misura dell'”utile” un po’ meno arbitraria e indefinita di quella adottata da Feltri. Al primo posto figurano le lauree del gruppo giuridico: l’81,8% dei laureati, cinque anni dopo la fine degli studi, dichiara che il proprio titolo è molto efficace o efficace.  Questa percentuale scende al 62,1% per i laureati del gruppo geo-biologico e al 40,2% per quelli del gruppo letterario, per citare solo alcuni gruppi. Per fare un confronto, la percentuale nel gruppo economico-statistico è del 52,6% e in quello delle lauree di ingegneria del 57,9%. Va detto che se si aggiunge anche la percentuale di coloro che dichiarano che il proprio titolo è “abbastanza efficace” (secondo la definizione di Almalaurea: la laurea è necessaria o utile, ma utilizzano le competenze in modo ridotto), l’indice complessivo aumenta in tutti i gruppi. Nel gruppo letterario l’insieme di coloro che dichiarano che il loro titolo è molto efficace, efficace o abbastanza efficace raggiunge circa il 65%.

Sì, le differenze ci sono. Nell’insieme i laureati nelle materie letterarie hanno un tasso di disoccupazione maggiore e un indice di efficacia inferiore rispetto a quelli di altri gruppi ma la condizione occupazionale mostra che il lavoro c’è anche per loro e non è raro che sia un lavoro per cui servano le competenze e le conoscenze acquisite. E anche quando queste non servono, lauree come quelle umanistiche o quelle del gruppo politico-sociale, per il tipo di formazione che forniscono, possono essere comunque richieste e interessanti. Come afferma il direttore di Almalaurea Andrea Cammelli, «oggigiorno, ad esempio, un laureato in filosofia può tranquillamente ricoprire un ruolo efficace ed efficiente nell’area del personale di un’azienda».

Forse la realtà è un po’ più complessa di come la si vuole dipingere. Magari anche contraddittoria. Forse il rapporto tra Universita e lavoro è fatto di un intreccio di opportunità e difficoltà, per diversi gruppi di lauree, non solo per quelle umanistiche. Ma questa complessità è ignorata proprio da chi non ha remore nel liquidare interi gruppi di discipline come per nulla interessanti per il mondo del lavoro. Ma cosa risponde Feltri all’osservazione secondo cui anche i laureati in diversi gruppi di lauree scientifiche faticano spesso a trovare degli sbocchi?

Beh, no. I geologi non sono sempre disoccupati. Pero sì, sembra che insieme ad altri laureati scientifici, come i biologi, fatichino molto più dei laureati in altre discipline, scientifiche e non scientifiche. «Io ho solo detto: scegliete considerando gli sbocchi». Se si dovesse scegliere considerando solo gli sbocchi, indipendentemente da obiettivi personali, interessi e vocazioni, quale sarebbe la scelta “giusta”? Dati Almalaurea alla mano, cosa dovremmo consigliare a chi oggi vorrebbe studiare non lettere o storia, ma geologia o biologia? Per fare, magari, il ricercatore in una di quelle discipline? Tra tagli alle risorse e precariato diffuso nell’università e negli enti di ricerca, di fronte al quale i governi che si succedono non offrono ancora nessuna soluzione, la prospettiva potrebbe essere rischiosa (perlomeno in questo paese). Dovremmo metterci per questo a scoraggiare gli interessi e le vocazioni dei futuri ricercatori, per produrre così ancora meno ricercatori rispetto ai pochi che l’Italia già ha? È solo un esempio, utile però per rompere il frame nel quale Feltri insiste nel volerci far stare, cioè quello della dicotomia “utilità/inutilità” applicata solo alle materie letterarie e (sembra anche) socio-politiche. Purtroppo non è solo chi vuole studiare filologia classica che rischia di non aver un futuro in questo paese. Perciò quali lauree dovremmo salvare e consigliare, stando ai dati sull’occupazione? Dove si ferma l’asticella? Ammettiamo pure di poterci permettere di perdere qualche futuro studioso di Dante (vogliamo crogiolarci nella retorica del paese di Dante, dice Feltri). Meno, forse, qualche futuro sismologo. Chi rimane?

Ma non c’è niente da fare. Per Feltri se «nella competizione internazionale siamo messi molto male» è perché gli studenti italiani insistono nello studiare «le cose sbagliate» (lettere, storia. Dante). Stando ai dati di questo grafico, riportato sul sito dell’Associazione Roars, studiamo «le cose sbagliate» né più né meno che in altri paesi (anzi, a volte meno). Qualcosa non torna.

E qualcosa non torna anche nell’interpretazione dei dati del paper del centro studi CEPS da cui è partito il dibattito. Gli autori dello studio calcolano il “valore medio attualizzato” dei diversi gruppi di lauree, calcolato in diversi paesi europei tra cui l’Italia, sulla base del rapporto tra costi e investimento di tempo nello studio e benefici dopo la laurea. La conclusione è che l’iscrizione alle discipline STEM ( Scienze, Tecnologia, Ingegneria e Matematica) spesso non è l’investimento migliore per gli studenti, dati i costi necessari a conseguire quei titoli. Feltri, sulla base dei valori che indicano il ritorno immediato di ogni gruppo di lauree, afferma che gli studi che non pagano, quelli con valori negativi, sarebbero da scartare. Ma, come annota l’articolo del Sole 24 Ore che riporta i risultati del paper, in Italia «per le studentesse, una laurea in ingegneria o scienze produce i ritorni più bassi in assoluto (-32, il doppio del -15 dell’area umanistica)». Da questi numeri si dovrebbe dedurre che in Italia, per una studentessa, paga molto di più una laurea umanistica che una laurea STEM, al contrario di quanto suggerisce Feltri. Questo perché al vicedirettore del Fatto preme più puntare il dito contro le lauree umanistiche che riflettere sul problema oggetto dello studio, cioè quali incentivi trovare se si vogliono rendere più convenienti e attraenti le lauree STEM.

Nonostante non li interpreti correttamente, Feltri è convinto che i numeri dello studio del CEPS dimostrino la sua tesi. Ma Ilaria Maselli, una delle autrici del paper, intervistata dal Sole 24 Ore, dichiara:

Qui stiamo parlando di un calcolo puramente economico. La prospettiva dei ‘returns of education’, i ritorni dell’istruzione, è molto più ampia. Non sono d’accordo con chi dice che ‘studiare lettere è inutile’ perché il suo valore non può essere limitato al calcolo che svolgiamo in questa determinata indagine».

«L’università fa schifo perché gli italiani sono tra i peggiori in Europa a leggere e far di conto».

Secondo punto: il sistema universitario italiano fa un po’ schifo, scusate l’eccesso di sintesi. Almeno sulla base delle competenze che vengono riscontrate tra gli studenti italiani e tra gli adulti. Qui ci sono i punteggi Pisa in lettura, matematica e scienze del 2012, rilevati dall’Ocse, raccolti tra gli studenti delle superiori. E a fianco i risultati tra gli adulti: non si vedono grandi miglioramenti. Queste non sono mie opinioni, sono dati. Ovviamente contestati dai tanti, in Italia, che ritengono che la cultura non si possa misurare. Negli altri Paesi, però, magari si misura male uguale ma i ragazzi ottengono punteggi migliori.”

Feltri scrive che l’università italiana è mediocre perché non migliora i livelli di comprensione dell’italiano, di capacità di calcolo e di soluzione dei problemi nel tempo. Una simile affermazione meriterebbe un’argomentazione accurata, invece Feltri si limita a mostrare due tabelle una accanto all’altra come prova di quanto sostenuto. Che nesso c’è tra le due indagini? E come dal loro accostamento si può dedurre che l’università italiana sia di bassa qualità?

Le statistiche sono importanti, ci aiutano a interpretare quello che sta accadendo, ma vanno utilizzate con cognizione. Ammettendo che i risultati citati siano rilevanti ai fini della valutazione della salute del sistema universitario italiano, qui Feltri sta accostando dati non omogenei tra di loro e decontestualizzati, provenienti da due rilevamenti differenti promossi entrambi dall’OCSE: l’indagine PISA 2012, volta a valutare le capacità di ragazzi di 15 anni di 65 paesi diversi nella lettura, matematica e scienze, e il programma internazionale PIAAC (Programme for the International Assessment of Adult Competencies) per la valutazione delle competenze degli adulti (16-65 anni), realizzata in 24 paesi di Europa, America e Asia (in Italia dall’ISFOL su incarico e sotto la responsabilità del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali).

Questi dati, infatti, valutano più i processi di qualità della scolarizzazione (PISA 2012), di de-alfabetizzazione e di problem-solving (PIAAC) che di formazione universitaria e, nel secondo caso, sono questione più di lifelong learning che di formazione universitaria. Su questo tema più volte si è battuto Tullio De Mauro, che – alla vigilia della riforma della scuola – individuava tra i silenzi del governo sulla scuola proprio quello sulla lotta alla dealfabetizzazione. Tra le righe dell’indagine Isfol si legge, infatti, che a giocare un ruolo diretto sulla dealfabetizzazione degli adulti italiani intervengono due fattori importanti che poco hanno a che vedere con l’università: il livello di istruzione e scolarità nel nostro paese che, resta al di sotto di quello di altri paesi comparabili (il 54% dei rispondenti ha un titolo sotto il diploma, il 34% è in possesso del diploma ed il 12% ha la laurea, contro rispettivamente il 27%, il 43% e il 29% nella media OCSE); l’obsolescenza con l’avanzare dell’età, che porta ad un abbassamento dei risultati in capacità di calcolo e comprensione dei testi. Se si analizza la percentuale di popolazione che si colloca ai più alti livelli di competenza (in generale, dai 35 anni in su), il livello raggiunto decade progressivamente. E allora più che la qualità dell’università, fattore determinante nel progressivo decadimento delle capacità di comprensione dei testi e di risoluzione dei problemi, sono gli stili di vita: meno ci si informa – si legge nell’indagine – meno si è stimolati a ragionare, meno si partecipa in modo attivo alla vita sociale, più le capacità acquisite negli anni in cui si andava a scuola o all’università si indeboliscono.

È vero, l’indagine PIIAC dice anche che il deficit del nostro paese è più accentuato per i livelli di istruzione più avanzati. Anche in questo caso, tuttavia, i dati non sono omogenei e non consentono di capire a quali classi d’età appartengano i laureati (pari al 12% dell’intero campione) che hanno risposto all’inchiesta. La comparazione avrebbe avuto senso se fosse stata monitorata in diversi momenti la medesima classe d’età: a 15 anni, magari al termine del percorso di studi scolastico, al termine degli studi universitari, periodicamente in età adulta fino ai 55-65 anni.

Feltri tace, infine, che, per quanto preoccupanti, i dati indicano un trend in miglioramento negli anni. Infatti, nella prefazione dell’indagine si legge che: “si riduce la forbice tra giovani e anziani, con un miglioramento delle fasce di età più mature; si riduce lo scarto con la media OCSE relativamente alle competenze alfabetiche e si riscontra un miglioramento complessivo del ranking dell’Italia rispetto alle altre indagini svolte negli ultimi anni, mentre gran parte degli altri Paesi rimane stabile.”

Infine, visto che nelle università non si produce solo formazione ma anche ricerca, dire che l’università italiana fa un «po’ schifo» significa di fatto affermare che fa schifo anche la ricerca prodotta al suo interno e negli enti di ricerca dove lavora chi ha studiato nelle università italiane, anche all’estero. Ma la qualità della ricerca italiana, a fronte peraltro delle scarse risorse, è ottima.

«Studiare ciò che piace è un diritto costoso per la collettività»

L’anno scorso, sul Corriere della Sera, il presidente della Conferenza dei Rettori Stefano Paleari affermava che per l’Università «i finanziamenti pubblici ammontano a 6 miliardi di euro l’anno, 100 euro per abitante, uno dei contributi più bassi d’Europa, un terzo di quanto erogato da Francia e Germania».

Alla diminuzione degli investimenti pubblici nell’università è seguito un aumento delle tasse universitarie che devono versare gli studenti. Mentre, come ricorda l’articolo del Corriere:

In Francia, Spagna, Belgio e Austria le tasse sono in media più basse delle nostre. Ma il vero paradiso universitario è nei Paesi scandinavi, dove gli studenti non pagano nulla (ad eccezione di quelli extra Ue che da due anni sono tenuti a versare delle quote)»

Come ricorda l’Associazione Roars:

In Europa, l’università italiana è lontana dall’essere “quasi gratuita”. Infatti, su 15 nazioni europee esaminate dall’OCSE solo Regno Unito e Paesi Bassi hanno tasse universitarie più alte. Inoltre, siamo agli ultimi posti (16-esimi su 19 nazioni in ambito mondiale) per percentuali di studenti che beneficiano di sostegni economici sotto forma di prestiti o borse di studio (fonte: Education at a Glance 2013).»

In uno scenario di questo tipo chi pensa che ci siano atenei o corsi “sussidiati pesantemente” (per riprendere l’espressione usata da Stefano Feltri) ignora la triste realtà del nostro paese, dove si è infierito semmai pesantemente, non certo “sussidiato” pesantemente. Quindi in Italia nessuno studia “ciò che piace” gratis, tutt’altro. Nessuno è costretto a pagare uno stipendio «se quello che piace a noi a lui non interessa», scrive Feltri. Potremmo sbagliarci, ma non ci risulta che in Italia ci siano migliaia di datori di lavoro “costretti” da qualcuno a pagare dipendenti che non vogliono. Piuttosto, i «costi per la collettività», di cui parla Feltri nel suo secondo articolo, derivano dall’incapacità di un paese di beneficiare delle conoscenze e delle competenze di coloro che ha formato, e che si lascia sfuggire anche chi ha alle spalle curricula ed esperienze di alto profilo.

Nel dibattito seguito al primo articolo di Feltri, c’è stato chi ha voluto impartirci lezioni di realismo, rimproverandoci di non conoscere le “dinamiche del mercato” e le sue necessità. Dinamiche che, per qualche ragione, dovrebbero essere le uniche a orientare le scelte individuali sul proprio futuro. La scelta di cosa studiare dovrebbe essere solo un riflesso dei bisogni del mercato e delle imprese. Un dato naturale e ineluttabile di fronte al quale, apparentemente, sembrerebbe insensato non solo chiamare in causa il ruolo dello stato nel fornire sbocchi e opportunità (l’aggettivo “pubblico” è scomparso dal vocabolario), ma perfino interrogarsi sullo stesso mercato del lavoro, sulle sue prospettive future e su quale società costruire. In cosa vogliamo investire? Quali opportunità vogliamo creare? A cosa diamo valore e importanza? Chi stabilisce cosa è “utile”? Ma è difficile che una visione limitata al “il mercato oggi vuole questo” possa trovare sensate queste domande.

Leggi anche:
Ma davvero le facoltà umanistiche sono un pessimo investimento?
‘Non studiate quello che vi piace': l’ideona dell’estate 2015 contro la disoccupazione
Più scienziati, meno umanisti? Ma se siamo il paese che mette in fuga gli iperspecializzati




Più scienziati, meno umanisti? Ma se siamo il paese che mette in fuga gli iperspecializzati

Luigi ha una laurea, un dottorato e un’esperienza di ricerca al Mit di Boston. Ma in Italia non c’era posto per lui. Grazie alle sue competenze ora vive e lavora in Qatar. «Mi domando se il problema della disoccupazione sia l’ennesima colpa di noi giovani ‘sognatori’, che ci ostiniamo a voler fare ciò che amiamo, se sia una perversa miopia del sistema, che non fa nulla per valorizzarci, o l’ostinazione di chi occupa le poltrone a rimanere seduti a vita».


di Luigi Farrauto – faroutof.it

Sono stato molto colpito dal dibattito sulle carriere universitarie, se studiare ciò che si ama o seguire le indicazioni del mercato. Nel mio piccolo, da italiano da poco residente all’estero, mi pare che ancora una volta si discuta un problema senza centrarlo davvero. Accanirsi sulle scelte personali è così importante? Per quel che mi riguarda, io ho studiato ciò che amavo, e ho approfondito le mie passioni per riuscire a distinguermi in qualche modo. Ma in Italia questo essere ‘specializzati’, e dunque cercare di puntare diretti a occupare una fetta di mercato inesistente, non aiuta granché. Anzi. La mia esperienza – parziale e limitata, ma uguale a tantissime altre – mi dice l’opposto, che da noi il seguire un percorso specifico è solo uno scomodo intralcio.

Ho studiato Graphic Design al Politecnico di Milano. Un corso di studi né scientifico né letterario, ma che apparentemente offre molti sbocchi, specie in un paese come l’Italia. Feltri approverebbe, forse. Ho dunque una laurea, e anche un dottorato, con un’esperienza di ricerca al MIT di Boston. Sulla carta, curricularmente, molto forte si direbbe. Sono però diventato uno dei cosiddetti ‘iper specializzati’. Ho lavorato molto all’estero, perché solo lì questo era percepito come un valore e non un limite, e nella mia lunga ricerca di un lavoro in Italia ho incontrato parecchie frustrazioni: il sempreverde “non ci sono soldi”, seguito da “han tagliato i fondi”, l’ipocrita “meriti molto di più”, il sadico “ti dovremmo pagare troppo”, e persino il diabolico “dovresti togliere dal curriculum che hai un dottorato, sennò spaventi i datori di lavoro”. Questa è stata la realtà lavorativa che mi son trovato davanti, sia nel settore pubblico che in quello privato.

Visto il mio cursus honorum, l’insegnamento mi pareva una strada credibile. Dopo vari anni a insegnare a contratto in diverse università italiane, nel 2013 è arrivato il concorso per l’abilitazione scientifica del Miur. Sapevo di non avere troppe speranze. Sapevo anche che allo stesso concorso avrebbero partecipato personaggi quotatissimi, con centinaia di pubblicazioni, in attesa da decenni di una cattedra e ben più meritevoli di me. E sapevo bene di non essere mai entrato nel circuito di relazioni e contesti che sottendono un posto in accademia. Ma ci ho provato.

L’esito è stato più che scontato, negativo. Le motivazioni dei membri della commissione sono state però mortificanti. Erano argomentate accuratamente, persona per persona. Perché -seppur nella loro leggerezza, avranno giudicato migliaia di CV – parevano scritte con un generatore automatico di giudizi. Le mie erano, cito testualmente: “Curriculum complessivo limitato e insufficiente per una posizione di professore di seconda fascia”, “Complessivamente il CV non raggiunge quei parametri quali-quantitativi necessari, né risulta compiuto il percorso scientifico accademico”, e “Il curriculum non presenta elementi significativi”.

Non capivo cosa volesse dire, pensavo di aver compiuto il percorso accademico con il dottorato. Mi sarei aspettato una “mancanza di pubblicazioni”, non certo questo.

Allora mi domando se il problema della disoccupazione sia l’ennesima colpa di noi giovani “sognatori”, che ci ostiniamo a voler fare ciò che amiamo, se sia una perversa miopia del sistema, che non fa nulla per valorizzarci, o l’ostinazione di chi occupa le poltrone a rimanere seduti a vita. Mi domando se la crescita del nostro paese non dovrà necessariamente partire da una rivalutazione dell’università come fulcro della cultura e della crescita (scientifica o umanistica che sia), perché la futura classe dirigente ne possa cogliere l’importanza. Ma prima di cercare risposte, di elaborare il perché di tutti quei tagli o il perché l’Italia sia fanalino di coda nelle classifiche degli investimenti nell’istruzione, degli stipendi dei docenti, del numero di laureati e così via, da quel giorno ho deciso che la carriera universitaria non facesse per me e ho appeso la cattedra al chiodo, senza troppa sofferenza a dirla tutta.

Ma mi è dispiaciuto, perché avrei voluto ‘restituire’ qualcosa al mio paese, in termini di istruzione. Eravamo in tanti nella stessa situazione, ma nel mal comune non c’era gaudio per nessuno.

Così ho proseguito da solo, con le mie forze, ho tirato dritto continuando a fare ciò che amo, perché conosco l’importanza della passione. Sono uno dei tantissimi caduti nella trappola della partita Iva, quel sottobosco invisibile che si sviluppa nella crepa della precarietà, di cui nessuno parla mai però, e che si diffonde sempre di più. Altro che articolo 18, questioni contrattuali o statuto dei lavoratori. Chi ha la partita Iva per lo Stato quasi non esiste. Deve fare da sé. Parlo di giovani specializzati nei più diversi ambiti, costretti a improvvisarsi liberi professionisti solo perché qualunque altra strada contrattuale è blindata. In ogni ambito. E a guadagnarci sono solo i commercialisti.

Ora, dieci anni dopo la mia laurea, vivo in Qatar, dove proprio per le mie competenze specifiche, il mio percorso formativo e la mia esperienza nel settore, sono stato assunto da una grande azienda, con una posizione importante e che mi valorizza parecchio. Mi gratifica. E la soddisfazione più grande è stato il chiudere la partita iva, anche se ha comportato lasciare il mio paese e tutti i miei affetti. Qui non sono circondato da persone che pontificano su argomenti che ignorano, sento addirittura discorsi del tipo: “sei tu l’esperto, io non metto bocca” e l’essere giovane non è certo una colpa. L’avere un dottorato mi ha addirittura dato accesso a uno stipendio maggiore. All’estero questo è “normale”. In Italia mi dicono di nasconderlo.

luigi450

La mia è la storia di un’emigrazione soft. Non mi sento un vero emigrato, tantomeno un cervello in fuga, voglio tornare in Italia al più presto, ma non nascondo che ho molta paura, paura di essermi scavato la fossa da solo, che la trappola dell’iper-specializzazione da noi non ripagherà, che sarò costretto a restare in giro per il mondo per sentirmi valorizzato, o semplicemente per lavorare.

Sono sempre stato molto orgoglioso del mio paese. E, come tanti giovani come me, per anni ho inseguito l’illusione di poter contribuire a renderlo un posto migliore. Ma nel labirinto del Belpaese il filo d’Arianna è un volo di sola andata, il più lontano possibile dalla frontiera. Sono in molti a lasciare l’Italia, parecchi non tornano più. Punti di fuga per chi è privo di prospettive.

Alcuni lavori di Luigi:

aeroporto

Redesign della segnaletica dell’aeroporto di Abu Dhabi

 

 

mostra

Mappa e grafica della mostra “Exploring urban futures” a San Francisco

 

 

 

mappe

Tom Dixon’s Exhibition – Museo della Scienza e della Tecnica

 

 




‘Non studiate quello che vi piace': l’ideona dell’estate 2015 contro la disoccupazione

La nostra risposta a Stefano Feltri, vicedirettore del Fatto Quotidiano, che vorrebbe togliere i sussidi a lauree che ‘producono persone che nessuno vuole assumere’. Ma così finirebbe anche la ricerca di base, quella che ha come unico scopo immediato l’avanzamento della conoscenza.



Il vicedirettore del Fatto Quotidiano Stefano Feltri, nel rispondere ai numerosi commenti all’articolo “Il conto salato degli studi umanistici”, torna sull’argomento “Università e occupazione”, rivolgendo ai propri critici una domanda: «all’Università bisogna studiare quello che serve a trovare un buon lavoro o quello che piace di più?»

Nel suo primo articolo Feltri commentava i dati di un paper del centro studi di Bruxelles CEPS sul ritorno economico, in termini di guadagno dopo la fine degli studi, dell’iscrizione ai corsi di laurea in diverse discipline. All’interpretazione di quei dati (peraltro non corretta, alla luce anche di altre fonti, come ha mostrato Valigia Blu), Feltri faceva seguire alcune considerazioni e conclusioni del tutto arbitrarie sulle caratteristiche di chi si iscrive ai corsi di laurea umanistici. Lettere, Filosofia, Storia. Per Feltri, covi di gente poco sveglia, poco intraprendente e, quindi, di futuri disoccupati. Oppure, parcheggi per ricchi che possono permettersi di buttare via tempo e denaro.

Ma nel secondo articolo Feltri rincara la dose, ammonendo e dispensando consigli di vita alle prematricole sui rischi di una scelta basata solo sul “ciò che piace”. Ma in che senso una scelta guidata dal “ciò che piace” dovrebbe essere di per sé sbagliata? Per ognuna delle centinaia di discipline esistenti c’è almeno qualcuno che nutre per essa passione e interesse. Ma forse possiamo trovare un esempio per orientarci. Che esempio propone Stefano Feltri? Quello di Stefano Feltri:

La nomea dell’università e – mi piace pensare – le conoscenze e le competenze acquisite mi hanno permesso di trovare subito il lavoro per il quale mi stavo preparando, cioè il giornalista, e di avere un reddito sufficiente a ripagare in pochi anni l’investimento iniziale (ripagare per modo di dire, perché i miei genitori non mi hanno chiesto i soldi indietro). Anche io avrei preferito studiare scienze politiche o filosofia, ma alcune persone sagge più vecchie di me mi hanno consigliato di fare qualcosa di più utile e meno divertente. Mi sa che avevano ragione.

Naturalmente Feltri, nell’additare se stesso come guida per le giovani generazioni, non si fa sfiorare dal dubbio che, nel suo caso, per conseguire conoscenze e competenze valide per la professione da lui scelta, il giornalismo, non ci fosse affatto un solo percorso formativo possibile, ma sarebbe stata altrettanto utile e valida la preparazione in molti altri campi, dato, peraltro, che la professione non richiede il possesso di un unico titolo di studio. E il parametro da seguire sarebbe potuto essere, al limite, la materia in cui specializzarsi (giornalismo politico, scientifico, esteri, etc). Feltri ha sacrificato la sua propensione per la filosofia e, quindi, per qualche motivo che non è dato sapere, oggi ogni nuova prematricola dovrebbe fare lo stesso. Anche se volesse fare, per dire, un dottorato di ricerca in filosofia della scienza, magari all’estero. Materia, come noto, inutile, irrilevante e per gente poco sveglia o ricchi perditempo.

Feltri prosegue:

Se poi volete comunque studiare filologia romanza o teatro, se ve lo potete permettere o se vi attrae un’esistenza da intellettuale bohemien, fate pure. Affari vostri. L’importante è che siate consapevoli del costo futuro che dovrete pagare.

Sul pianeta “Stefano Feltri” i laureati umanistici sono ancora poeti e scrittori maledetti e scapigliati, che se ne vanno in giro come vagabondi per le strade con abiti sgualciti e con le tasche bucate o che vivono in mansarde infestate dai topi e arredate con mobili di seconda mano e che la notte, al lume di lampade a petrolio, si rigirano tra le mani raccolte di scritti che nessuno pubblicherà mai, odiati e disprezzati dalla società. Non sono, come sul pianeta Terra nel 2015, anche professionisti nel campo dell’archeologia, del restauro, della conservazione dei beni culturali e artistici, dell’archivistica, storici di professione o, semplicemente, professori di italiano e lettere nei licei.

Feltri cita poi i dati del consorzio Almalaurea sul tasso di disoccupazione raccolti nel 2014, a cinque anni dalla laurea in diversi settori disciplinari. Numeri, scrive Feltri, che:

i tanti che qui nei commenti dicono ai loro ragazzi di studiare solo “quello per cui si sentono portati” dovrebbero tenere bene a mente, magari con qualche senso di colpa.

Forse Feltri, più che suscitare senso di colpa nel prossimo, avrebbe dovuto preoccuparsi di capire quanto citava a sostegno della propria tesi e, soprattutto, qual è la vera realtà degli sbocchi occupazionali dei laureati italiani. Già, perché tra le lauree di cui viene riportato il tasso di disoccupazione ci sono quelle del gruppo geo-biologico, che Feltri cita come “geo-biologia”, pensando che si tratti di un corso di studio. In realtà, il gruppo geo-biologico comprende lauree come quelle in scienze geologiche, scienze biologiche, scienze naturali e scienze ambientali. Un gruppo di lauree scientifiche, dunque, di grande importanza. Il suo tasso di disoccupazione (13,6%) è piuttosto alto, purtroppo. E non è la prima volta, in questi ultimi anni, che questo gruppo di lauree figura tra quelle più in difficoltà sotto il profilo dell’occupazione. Il gruppo della lauree geo-biologiche è tra quelle con tassi di disoccupazione maggiori. Cosa dovremmo dedurne? Secondo il metro di misura di Feltri, dovremmo dedurre che sono lauree per ricchi che se le possono permettere o aspiranti bohemien. Invece, il caso delle lauree del gruppo geo-biologico, riportato ma ignorato da Feltri, confuta il frame di quest’ultimo, che appare così privo di fondamento.

Ma, si potrebbe dire, in fondo sono solo opinioni di Feltri. No. Il mero fatto che un gruppo di lauree riscontri difficoltà nell’essere valorizzato e riconosciuto nel mondo del lavoro, per Feltri, con un salto logico, intellettuale e politico piuttosto agghiacciante, dovrebbe determinare la sua cancellazione:

Dal lato delle scelte collettive, cioè le politiche pubbliche, dovremmo tutti chiederci se ha senso sussidiare pesantemente università che producono disoccupati e formano persone che nessuno sente il bisogno di assumere o retribuire adeguatamente. Tradotto: meglio avere molte facoltà di filosofia e scienze della comunicazione o chiuderne qualcuna e magari dare più incentivi alla ricerca in campo chimico o elettronico? Parliamone.

Parliamone. Lasciamo da parte i bersagli “facili”, come il teatro e la filologia romanza (questi grandi ostacoli per lo sviluppo sociale ed economico del paese). Prendiamo proprio il caso delle lauree in scienze biologiche. I laureati in questo campo, a quanto sembra, trovano anche essi non poche difficoltà nel mondo del lavoro. Di certo molto superiori ai laureati in altre discipline, anche scientifiche, come Medicina. Forse perché in pochi, in questo paese, sia nel settore pubblico che privato, sentono il «bisogno di assumere o retribuire adeguatamente» questi laureati. Ed è giusto che sia così? Per Feltri, alla luce di quanto afferma prima, forse sì.

Il vicedirettore del Fatto non avverte la benché minima necessità di riflettere sulle cause della disoccupazione né su come rimediare ad essa. La disoccupazione esiste e, in quanto tale, diventa normativa. Non dobbiamo fare altro che riconoscerla. Nessun accenno, o dubbio, riguardo il fatto che sia giusto, sensato, accettabile che persone con un titolo di studio universitario debbano trovare più difficoltà di altre ad avere un futuro. «Nessuno sente il bisogno» perciò la collettività dovrebbe chiudere. A dispetto del fatto che sia una opinione del tutto personale e senza il supporto di un solo dato il fatto che non ci sia «nessuno» che senta quel bisogno. E a dispetto del fatto che, ancora una volta, Feltri ignori quale sia la realtà degli investimenti di risorse pubbliche nell’università, che mostra come questo settore, insieme a quello della ricerca, sia tra quelli più colpiti dai tagli negli ultimi anni. In Italia non esistono troppe università, rispetto al numero di abitanti, né troppi laureati. Abbiamo, al contrario, troppo pochi laureati, in tutte le discipline. E se non investiamo in ricerca scientifica non è perché ci sono troppi dipartimenti di filologia classica, ma perché esiste da tempo una classe dirigente miope e indifferente. Quindi Feltri invoca la chiusura di interi corsi di studio tralasciando del tutto i dati a riguardo.

Molti hanno interpretato gli articoli di Feltri come un invito a intraprendere una carriera scientifica, contro l’istruzione umanistica, in una annosa come quanto mai sterile contrapposizione tra cultura umanistica e cultura scientifica, che trascura le ampie sovrapposizioni tematiche e disciplinari esistenti tra le due (peraltro l’economia, la disciplina in cui si è laureato Feltri, molto difficilmente può essere annoverata tra quelle scientifiche). Non sono d’accordo e per due ragioni. La prima è che il caso delle lauree nel settore geo-biologico mostra come la ricetta di Feltri, se applicata, decreterebbe la fine dell’offerta pubblica anche in queste materie di studio. Perciò, è una ricetta, oggettivamente, non solo “anti-umanistica” ma anche “anti-scientifica”.

La seconda ragione, più profonda, è che la visione di Feltri, basata niente altro che sul valore monetario, i bisogni del mercato, che dovrebbero dettare legge, e l’“utile” (definito, oltretutto, in termini personali e arbitrari) è esattamente quella abbracciata da tutti coloro che pretenderebbero di riservare le risorse pubbliche nell’istruzione e nella ricerca soltanto a ciò che mostra di avere un ritorno economico immediato, applicativo, che esclude tutto quello che ha un valore culturale e conoscitivo. È la visione di quelli che non comprendono, ancora oggi, che per avere la “innovazione” ci vuole la ricerca di base, quella che ha come unico scopo immediato l’avanzamento della conoscenza. È una visione che promuove, nel lungo termine, il declino di un paese, non la sua crescita.

Per questo mi pare del tutto incoerente (e inconsapevole della propria incoerenza) quel richiamo all’importanza della cultura scientifica e alla figura della senatrice Elena Cattaneo, con cui Feltri chiude il suo pezzo. Perché la cultura scientifica, come quella umanistica, per potersi accrescere e aumentare la nostra conoscenza sulla natura e fornirci anche nuove applicazioni e tecnologie, deve nutrirsi della visione di lungo termine e largo respiro di chi la deve promuovere (i singoli e la collettività). E non si promuove la cultura scientifica reprimendo e mortificando le aspirazioni e il talento di chi vuole studiare letteratura greca o storia medievale. Perché con lo stesso arbitrario criterio dell’”utile” si finirebbe per reprimere anche le aspirazioni e il talento di chi vuole dedicarsi a carriere scientifiche in campi di studio che qualcuno, per ignoranza, potrebbe giudicare “inutili”.

Come scrisse il fisico e filosofo Henri Poincaré, «lo scienziato non studia la natura perché sia utile farlo. La studia perché ne ricava piacere».




Ma davvero le facoltà umanistiche sono un pessimo investimento?

Un articolo del Fatto Quotidiano sostiene che gli studi umanistici non sono convenienti. Il paper su cui si basa però non dice questo.


ha collaborato Angelo Romano

Da qualche anno sconsigliare vivamente i ragazzi di iscriversi a facoltà di tipo umanistico è diventato uno sport nazionale e ha prodotto una sorta di letteratura di genere, in cui l’esperto di turno spiega quanto sia scriteriata o almeno inutile l’idea di fare Lettere e Filosofia o Storia.

Quest’anno il compito tocca a Stefano Feltri, che in un articolo pubblicato sul Fatto Quotidiano ripropone l’annosa polemica tra formazione scientifica e umanistica, prendendo spunto da un paper del centro studi CEPS a cura di Miroslav Beblavý, Sophie Lehouelleur e Ilaria Maselli. I ricercatori hanno cercato di valutare per quale motivo si registri in cinque diversi paesi europei (Italia, Francia, Ungheria, Polonia e Slovenia) una carenza di laureati in Scienze, Tecnologia, Ingegneria e Matematica (STEM), nonostante l’aumento di questa tipologia di laureati sia indicato dal documento Europe2020 tra i vincoli significativi per la crescita futura dell’Europa.
In altre parole, ci si chiede per quale motivo gli studenti non si laureano nelle discipline STEM nonostante, secondo gli analisti politici e gran parte della letteratura scientifica, questi profili siano considerati quelli che offrono le migliori prospettive di stipendio e carriera.

Se studiare è un investimento di denaro e di tempo speso in formazione, quanto sono razionali, allora, le scelte degli studenti alla vigilia del loro percorso universitario? E quali sono i percorsi più proficui in termini di anni spesi per laurearsi e tempo impiegato per trovare un’occupazione remunerativa? Utilizzando l’approccio NPV, volto a valutare il valore del titolo conseguito al netto dei costi sostenuti e dei benefici ottenuti nel tempo, i tre studiosi sono giunti alla conclusione che discipline più “leggere” come Economia, Legge, Scienze Sociali garantiscono benefici maggiori rispetto alle cosiddette lauree in materie scientifiche alla luce dei minori costi (di investimento e formazione) da sostenere e che le discipline umanistiche si caratterizzano per avere bassi costi e ricavi ancora minori nel tempo.

Fin qui lo studio. Quando però il paper viene riassunto sul Fatto Quotidiano, i dati e le conclusioni vengono usate da Feltri per sostenere la tesi che iscriversi a facoltà umanistiche sia un errore tout court e una scelta dissennata. L’incipit del suo articolo è già esplicativo:

Tra qualche settimana molti studenti cominceranno l’università. I loro genitori che si sono laureati circa trent’anni fa potevano permettersi di sbagliare facoltà, errore concesso in un’economia in crescita. Oggi è molto, molto più pericoloso fare errori. Purtroppo migliaia e migliaia di ragazzi in autunno si iscriveranno a Lettere, Scienze politiche, Filosofia, Storia dell’arte.

Il “purtroppo” fa già ampiamente capire che l’autore considera l’idea di iscriversi ad una facoltà non scientifica una scemenza, e la scelta di una facoltà umanistica sia già di per sé sbagliata. Ma procedendo il tono apocalittico peggiora:

È giusto studiare quello per cui si è portati e che si ama? Soltanto se si è ricchi e non si ha bisogno di lavorare, dicono gli economisti. Se guardiamo all’istruzione come un investimento, le indagini sugli studenti dimostrano che quelli più avversi al rischio, magari perché hanno voti bassi e non si sentono competitivi, scelgono le facoltà che danno meno prospettive di lavoro, cioè quelle umanistiche.

Già nel secondo paragrafo cominciano però a scricchiolare le argomentazioni, o meglio non è chiaro come si reggano in piedi: infatti prima Feltri dice che i ragazzi si iscrivono a queste facoltà perché sono portati per le materie umanistiche e le amano (quindi dobbiamo presumere che siano quelli che in italiano, filosofia e storia hanno ottimi voti per esempio), e subito dopo che scelgono le facoltà umanistiche come ripiego i ragazzi che hanno votazioni basse.
Non è chiaro da dove Feltri peschi questo ultimo dato (cioè che alle facoltà umanistiche si iscrivono ragazzi con voti bassi) cosa mai affermata nel paper originale, che non prende in considerazione il rendimento precedente degli studenti.

Ma in ogni caso, anche se vi fosse davvero una consistente massa di studenti con votazioni basse e scarsa preparazione che si iscrivono alle facoltà umanistiche perché le considerano “più facili”, non è chiaro come questo sarebbe imputabile alle lauree umanistiche in sé ed al percorso di studi scelto, né come, invitando un alunno già poco qualificato a non iscriversi a lettere ma a scegliere una facoltà scientifica si potrebbe migliorare la situazione.

Se per esempio abbiamo un ragazzo veramente portato per le materie umanistiche (e magari meno, o anche soltanto meno interessato a quelle scientifiche) e lo spingiamo a iscriversi a una facoltà scientifica che non lo attrae o per cui non è affatto portato, rischiamo comunque di votarlo al fallimento: si stancherà prima di arrivare alla laurea – niente di peggio che essere costretto a studiare per anni una cosa che non ti piace – e anche se ci arriva sarà probabilmente un laureato in materie scientifiche assai mediocre e poco competitivo, destinato o a rimanere a lungo disoccupato oppure ad accettare lavori che lo soddisfano assai poco e per cui non è tagliato.

La stessa cosa avviene per i ragazzi che si iscrivono a facoltà umanistiche tanto per fare qualcosa: restano lì a vegetare per anni, agguantando voti bassi e imparando poco o nulla, e quando arrivano a conseguire la laurea, sempre che la conseguano, sono assolutamente inadatti al mondo del lavoro e restano disoccupati. Ma, chiediamoci: la colpa è del fatto che hanno una laurea umanistica o del fatto, che, molto semplicemente, l’hanno presa controvoglia e non sono per nulla qualificati o intraprendenti?

Ma andiamo avanti, e parliamo di dati. Oggi l’articolo on line del Fatto riporta un testo parzialmente diverso dalla versione postata in originale. Feltri, infatti, in un primo tempo non aveva capito bene le tabelle allegate allo studio e confuso l’indice usato per valutare l’investimento economico per ottenere la laurea ed espresso in valori numerici con la somma necessaria a conseguire il titolo di studio. Corretto da una delle ricercatrici che hanno partecipato al progetto, ha così modificato e spiegato i criteri di valutazione:

Fatto 100 il valore medio attualizzato di una laurea a cinque anni dalla fine degli studi, per un uomo laureato in legge o economia è 273, ben 398 se in Medicina. Soltanto 55 se studia Fisica o Informatica (le imprese italiane hanno adattato la propria struttura su lavoratori economici e poco qualificati). Se studia Lettere o Storia, il valore è pesantemente negativo, -265.

Che significa? Che scegliere di studiare discipline umanistiche in Italia non è premiante perché i costi sono maggiori dei ricavi a causa – scrivono i tre studiosi – dell’eccessiva lunghezza del percorso di studi universitario, dalla durata indefinita rispetto agli altri paesi europei.

Proprio questa considerazione accende una spia e desta più d’una perplessità. Che dati hanno usato, infatti, i ricercatori? Come si legge nel paper, per quanto riguarda l’Italia, la ricerca ha preso in considerazione il percorso di laureati dall’anno accademico 1999/2000 (monitorati nel 2008), quando ancora non era entrato in vigore il sistema 3+2, i cui principali obiettivi erano proprio la drastica riduzione dei tempi di conseguimento della laurea e l’aumento dei laureati nel mercato del lavoro. Facendo riferimento a un contesto accademico e del mercato del lavoro di quasi dieci anni prima e che ha visto, negli ultimi quindici anni (anno cui si riferisce il campione interessato dalla ricerca), profonde trasformazioni, le conclusioni cui giungono gli studiosi risultano già superate e i dati utilizzati poco rappresentativi.

Feltri però non tiene minimamente conto di tutte queste varianti e afferma senza ombra di dubbio che:

Fare studi umanistici non conviene, è un lusso che dovrebbe concedersi soltanto chi se lo può permettere. L’Italia è il Paese dove questo fenomeno è più marcato. Ma finché gli “intellettuali pubblici” su giornali e tv continueranno a essere solo giuristi, scrittori e sociologi, c’è poca speranza che le cose cambino.

Di queste riflessioni non v’è traccia nel paper. Anzi, lo scenario delineato dalla ricerca appare abbastanza differente da quello riassunto da Feltri e posto come base per il suo ragionamento.
Che, fra l’altro, ha anche altre falle. Posto infatti che questi studenti con votazioni basse e scarse competenze che si iscrivono a Lettere e Filosofia difficilmente potrebbero investire meglio i loro soldi iscrivendosi ad altre facoltà, dato che probabilmente si arenerebbero anche lì, non si capisce poi esattamente cosa c’entri la conclusione del paragrafo, che imputa l’iscrizione di massa degli studenti alle facoltà umanistiche alla presenza in tv di “giuristi, sociologi e scrittori”.

Giuristi e sociologi, infatti, non fanno parte di facoltà umanistiche come Lettere, Storia e Filosofia (va aggiunto che nel frattempo, fra una riforma e l’altra, anche il concetto di “facoltà” usato da Feltri non ha più riscontro). Poi, a dire il vero, il rapporto citato del CEPS addirittura pone la laurea in Legge, cioè quella dei “giuristi”, come una di quelle più remunerative in Italia.

Quanto agli “scrittori”, c’è da notare che per esercitare questa professione non è necessario avere una laurea in facoltà umanistica. Gadda, per dire, era ingegnere, Moravia, Camilleri e Lucarelli non risulta si siano mai laureati, Volo faceva il panettiere, e l’unico in possesso di una laurea in filosofia risulta essere Baricco, che non ha però mai faticato a trovare da campare.

Risulta inoltre poco chiaro anche il merito della critica mossa da Feltri nel suo complesso, e riassunta in quel «È giusto studiare quello per cui si è portati e che si ama? Soltanto se si è ricchi e non si ha bisogno di lavorare, dicono gli economisti».
In realtà, infatti, il rapporto citato si limita a cercare di capire se investire in una laurea umanistica, in taluni paesi, sia conveniente dal punto di vista economico, e cioè se a fronte di quanto speso per conseguirla, si trovi poi un lavoro ben pagato. Non dice invece nulla sulle percentuali di occupazione di chi consegue un certo tipo di laurea.

In Italia, i laureati in discipline umanistiche, checché si pensi, non sono “più disoccupati”* di altri che hanno lauree differenti. Riescono a trovare lavoro prima, per esempio, di chi si laurea in biologia, facoltà scientifica. Comunque il 68% di laureati in lettere trova posto entro cinque anni dal conseguimento del titolo (la media nazionale per i laureati di altre facoltà è del 70% ) e una laurea qualsiasi è in ogni caso ancora un buon investimento, in quanto dà la possibilità di trovare un lavoro meglio pagato e più stabile rispetto a chi possiede il solo diploma.

Quindi l’assunto di Feltri, e cioè che può permettersi una laurea in discipline umanistiche solo chi non ha bisogno di lavorare, non supera la prova dei fatti. Il lavoro si trova. Forse non si troverà uno stipendio da favola. Ma magari per poter svolgere un lavoro in un campo che ti appassiona è un sacrificio anche accettabile, entro certi limiti, eh.

*Aggiornamento 14 agosto 2015 ore 20.49

Da uno scambio con Stefano Feltri che ammette che giustamente gli abbiamo fatto le pulci (non sappiamo però se ha rettificato o meno il suo articolo), ci viene fatto notare altrettanto giustamente che questa frase non è corretta: In Italia, i laureati in discipline umanistiche, checché si pensi, non sono “più disoccupati”. Quindi per maggiore chiarezza precisiamo che è vero che sono più disoccupati, ma è anche vero come precisa il link che abbiamo segnalato che c’è mercato così come per le altre facoltà. Riportiamo qui il passaggio specifico del presidente direttore di Almalaurea a cui ci riferivamo:

Riescono a trovare lavoro prima, per esempio, di chi si laurea in biologia, facoltà scientifica. Comunque il 68% di laureati in lettere trova posto entro cinque anni dal conseguimento del titolo (la media nazionale per i laureati di altre facoltà è del 70% ) e una laurea qualsiasi è in ogni caso ancora un buon investimento, in quanto dà la possibilità di trovare un lavoro meglio pagato e più stabile rispetto a chi possiede il solo diploma.

A cinque anni dalla laurea, si raggiunge un buon tasso di occupazione anche per i laureati in scienze umane e sociali: lavora l’85% contro il 91% delle lauree tecniche-scientifiche. Prima di leggere i numeri è importante tenere presente che quando parliamo di lauree umanistiche dobbiamo considerare che si tratta di titoli di studio generalisti che hanno applicazione in diversi ambiti professionali. Al contrario, i titoli tecnici sono specialistici e interessano ambiti molto precisi.

feltri

Aggiornamento 15 agosto 2015 ore 19.53
Tra i tanti commenti ai due articoli di Stefano Feltri, segnaliamo questo passaggio di un post di Marco Viola su uninews24. A Feltri, che propone di chiudere quei corsi di laurea di area umanistica il cui tasso di disoccupazione è più alto (fa il caso di filosofia e scienze della comunicazione), Viola risponde:

In ogni caso, ci sentiamo di dover rassicurare il vice-direttore del Fatto: fatto 100 il totale dei laureati, la percentuale di quelli che hanno intrapreso percorsi umanistici o sociali in Italia è inferiore a quella di Germania, Francia, Regno Unito e Stati Uniti (vedi questo articolo di Roars al punto 3). Peraltro, se guardasse all’ultimo bando nazionale per progetti di ricerca – il SIR 2014  – Feltri scoprirebbe che, dei 47 milioni di euro destinati ai progetti di giovani ricercatori, solo il 20% dei (già pochi) fondi complessivi sono destinati al comparto scienze umane e sociali, lasciando le scienze della vita e le scienze fisiche e ingegneristiche a spartirsi equamente il restante 80%. Il vice-direttore del Fatto pensa davvero che sia necessario tagliare ulteriormente?




Storia di una migrante italiana a Londra: il sistema è spietato ma favorisce il talento

Lasciare l’Italia a 40 anni. Cercare casa, lavoro in uno dei mercati più competitivi d’Europa… Lasciare tutto e ricominciare in cerca un futuro migliore.


elena_600

di Elena Torresani

Un volo di sola andata con due valigie, ho preso un aereo e sono emigrata.
È stato facile come partire per una vacanza: i lussi di Schengen a cui quasi non badiamo più.
Poi ho fatto quello che fanno quasi tutti quando arrivano a Londra: due settimane ospite da un amico e la ricerca della casa che pare una corsa per accaparrarsi l’ultimo rifugio antiatomico per un prezzo assolutamente irragionevole.

Giornate intere passate a spulciare i siti delle agenzie immobiliari online, prendendo appuntamenti per sopralluoghi che spesso ci lasciavano sgomenti per le condizioni degli appartamenti.
Guardavamo a Est, la parte di Londra di più recente riqualificazione, dove non è necessario essere milionari per avere una casa con doppi vetri e pavimenti piastrellati, senza carta da parati o macchie di umidità vaste come l’Arkansas.
Da subito ci fu chiaro che la città era enorme e che per vedere tre case al giorno bisognava armarsi di scarpe comode e molti energy drink.

Dopo diverse maratone immobiliari e un’aspra negoziazione, come se in ballo ci fossero le vite di venti bambini sotto sequestro in un ufficio postale, affittammo in tre un appartamento di 70 mq nelle meravigliose Docklands, in zona 2, per 2.000 sterline al mese, pagando sei mesi d’anticipo perché non avevamo datori di lavoro a garantire per noi.
Fatto il trasloco, fu poi il momento della (estenuante) ricerca del lavoro.

piedi_londra
Sono rimasta tre mesi nel limbo di tutti coloro che sono fisicamente a Londra ma che Londra non ha ancora lasciato entrare, perché un conto è essere qui col corpo, un conto è essere dentro la città e parte del sistema, ed è il lavoro a decidere se sei dentro o fuori.

Sapevo di essere sul mercato più competitivo d’Europa, ma non avevo idea di quello che questo concretamente significasse: una marea di gente preparata e agguerrita sbarcata qui dai cinque continenti per il tuo stesso identico motivo, i software che fanno l’analisi semantica dei curriculum per far fronte alla moltitudine di candidature, la selezione chirurgica delle carriere, i test e la misurazione metodica delle performance, i colloqui con recruiter pagati a provvigione che vi prendono in considerazione solo se vedono in voi un potenziale vincitore, le “competency based questions” secondo il metodo STAR (Situation, Task, Action, Result).
Non è stato facile incassare tutti quei no e capire come entrare in relazione con un sistema tanto diverso: più di una volta mi sono trovata incredula a guardarmi allo specchio, indecisa tra il “sono pazzi” e il “non valgo niente”.

Il 24 giugno ero seduta su una poltrona dell’aeroporto di Stansted, stavo rientrando in Italia per prendere i vestiti estivi che avevo lasciato a casa. Alle mie spalle, giorni di colloqui tostissimi, durati anche sei ore. Ricevo una telefonata: “You got the job”.
Ero dentro.
Potevo ricominciare a respirare, aprire un conto corrente, iscrivermi al sistema sanitario, fare l’abbonamento della metropolitana, tutte cose che non mi ero ancora concessa il lusso di fare perché prima volevo da Londra un gesto d’amicizia.

Il giorno in cui andai a registrarmi al Centro per l’impiego di Whitechapel, il quartiere famoso per le macabre scorribande di Jack lo Squartatore, mi trovai in un mondo tra i mondi.
Intorno a me le mille lingue di gente che quotidianamente arriva qui da ogni angolo del pianeta, una ressa smaltita con efficienza e sorrisi, storie e accenti da tutti i meridiani. C’erano volti spaesati, persone accompagnate da qualcuno che parlasse l’inglese per loro, famiglie con bimbi piccoli, signore di 60 anni che iniziavano qui una nuova vita, giovani pieni di speranze e quarantenni come me, che osservavo basita le impiegate con la pelle di ogni colore provare a pronunciare nomi in ogni lingua.
Tutti dovrebbero passare a dare un’occhiata al Job Center di Whitechapel per osservare l’operosa bellezza di un sistema che funziona e il coraggio dolente di chi, ad ogni età, lascia tutto in cerca un futuro migliore.

parco_londra
Iniziare a lavorare è stato sorprendente.
Dal centro del mondo finanziario europeo, nel bel mezzo del mercato più maturo e performante del continente, ho rivisto la mia idea di frenesia, fatica ed impegno. Alcuni concetti hanno assunto un (nuovo) significato: il periodo di prova, ad esempio, non è un paragrafo inutile del contratto di assunzione, ma il tempo concesso al dipendente per dimostrare ciò che sa fare davvero e al termine del quale sarà valutato.

Si studia a qualsiasi età, si cambia azienda con più frequenza rispetto all’Italia, c’è una mobilità incredibile delle carriere, anche perché per molti Londra è un luogo di passaggio in cui fermarsi solo qualche anno. C’è fermento, ricambio, e questo significa sapersi mettere in gioco e in discussione, questo significa opportunità.
In molte aziende ogni dipendente è sottoposto ad una performance review annuale e il modulo da compilare farebbe venire una crisi esistenziale a molti lavoratori italiani: cos’hai imparato nell’ultimo anno? Che obiettivi hai raggiunto? Quali sono state le conquiste professionali di cui vai più fiero? Cosa miglioreresti?
Dall’altra parte, dalla parte di chi legge, a volte si corre il rischio che ci sia qualcuno a cui le risposte possano addirittura interessare.
Si è chiamati a crescere, a migliorare, che è una cosa faticosa ma che fa tanto bene alla vita.

Oggi ho la fortuna di lavorare in un’azienda fondata qui da alcuni connazionali vent’anni fa ed è meraviglioso vedere come il talento di italiani in gamba riesca a dare il meglio quando unito all’efficienza del sistema britannico. Non di meno, tiro un sospiro di sollievo quando vedo lo stile italiano sfumare l’approccio inglese, talvolta eccessivamente sistematico, con potenzialità e visione.
Verrebbe quasi voglia di credere nella possibilità di creare cose buone unendo il meglio di culture diverse, se non fosse che si tratta di miraggi già realizzati dai quali basterebbe lasciarsi ispirare.

Durante l’arco della giornata sento i miei colleghi che lavorano in altri Stati europei, in Medio Oriente o in Sudamerica: non siamo una grande azienda, ma molti di noi sono italiani che vivono lontani da casa, parlano almeno due lingue, hanno un curriculum internazionale e radici in vaso.
Ci lega una lontananza e molto altro, facciamo parte dei grandi movimenti migratori che da sempre cambiano la storia, uno di quelli più fortunati, a dire il vero, ma pur sempre intrisi di stupori e nostalgia.
L’uomo è movimento perpetuo, con tutto il male e il bene che questo può significare.

National Portrait Gallery-9
Elena ci aveva parlato della sua decisione di partire a Febbraio in questo post: Solo un’altra che se ne va




Ti scippo la testa: le minacce via Facebook a un giornalista che denuncia la mafia

La testimonianza di Paolo Borrometi che da anni denuncia corruzione e malaffare in Sicilia. Minacciato di morte sui social network dall’agenzia di pompe funebri della famiglia mafiosa dei Ventura.



Paolo è un giornalista, nei giorni scorsi ha ricevuto minacce pubbliche su Facebook.

minacce_facebook

 

Come Valigia Blu gli abbiamo chiesto di raccontare la sua storia. Un modo per far sapere che siamo al suo fianco e per ricordare attraverso il suo racconto che moltissimi giornalisti – sconosciuti al grande pubblico – spesso precari, per svolgere con coraggio il loro lavoro nelle loro terre martoriate dalle criminalità organizzate vivono sotto attacco, sotto minaccia tutti i giorni. 

di Paolo Borrometi

“Scrivere, raccontare e denunciare come stanno le cose equivale a non subirle”.

È questo da sempre il mio motto, il leitmotiv di una attività quotidiana che cerco di svolgere con passione e professionalità, tentando di dare il mio contributo, come ogni singola persona, ogni giornalista deve fare.

D’altronde un giornalista che non scrive la verità, che non si guarda intorno, che non ha il coraggio di denunciare, non è solo una persona che semplicemente non sta facendo il proprio dovere nei confronti dell’opinione pubblica, ma avrà anche la responsabilità di portarsi sulla coscienza i dolori, le sopraffazioni e le ingiustizie subite dalle migliaia di cittadini vittime delle mafie, del malaffare, della corruzione.

In ciò si inseriscono le scarse tutele di cui godiamo come categoria. La passione giornalistica nasce presto nella mia vita, e dalla radio alla carta stampata il passo è breve, fino poi ad arrivare a creare e dirigere, con un gruppo di giovani, il sito di inchieste Laspia.it e collaborare con l’agenzia di stampa AGI. Dalla nascita del progetto on-line le compagnie meno gradite ma più presenti sono state le minacce, in una provincia – Ragusa – più a sud di Tunisi e da sempre considerata “isola felice”. Provincia “babba”, cioè stupida, dove della criminalità organizzata non si deve parlare e solo a pronunciare la parola “mafia”, si viene etichettati come “pazzi e visionari”. Ciò fino a dimenticare che il ragusano è la terra che ha dato i natali (ed anche spezzato la vita) al brillante e mai troppo celebrato collega Giovanni Spampinato, il cui ricordo è spesso macchiato dalla terribile frase “se l’è cercata”, tesa incredibilmente a giustificare la mano assassina che ne spezzò i sogni d’esistenza. Una provincia meravigliosa sotto il profilo artistico e architettonico e fra le più ricche di Sicilia, tanto da essere una vera e propria “lavatrice” di danaro sporco. In questo contesto nascono le nostre inchieste giornalistiche che porteranno, fra l’altro, a contribuire allo scioglimento per mafia del comune di Scicli, meglio conosciuto (per esserne il set a cielo aperto) come la “città del Commissario Montalbano” e sulla criminalità organizzata, da Vittoria a Comiso.

La mano criminale delle minacce si è spinta, nel mio caso, fino a una aggressione fisica (che mi ha causato la menomazione permanente della spalla destra) e all’incendio della porta di casa della mia abitazione a Modica.

Tutto ciò poiché ancora oggi, in questo nostro paese, c’è chi pensa che con le minacce, le intimidazioni e anche le aggressioni fisiche possa cambiare il corso delle cose. Fissiamocelo in mente: sono soltanto mezzi uomini, scarti della società che tentano di far leva sulla propria forza sociale e sul consenso dato dalla paura di chi li incontra per strada e abbassa gli occhi.

Vittoria come Ostia, Napoli come Gioia Tauro, Brescello come Palermo. Tutto il mondo è paese per le mafie, per chi si alimenta e pasce nel malaffare, nella corruzione, spesso anche di politici collusi e corrotti che nulla fanno per arginare questo andazzo.

Basti pensare ai dati forniti da “Ossigeno per l’Informazione” che, dal 2006 ad oggi, ha censito 2261 casi di minacce, attentati, avvertimenti ai danni di migliaia di giornalisti.

Penne, strumento di libertà, minacciate, assalite, derise, in un tourbillon di parole irripetibili.

Le minacce crollatemi addosso in questi ultimi giorni, «Ti scippo la testa» o ancora, «Ti scippo la testa anche dentro il Commissariato di Polizia» a opera del fratello del capomafia di Vittoria (Ragusa), Giombattista Ventura, fanno il paio con le frasi rivolte ai colleghi Nello Trocchia, Sandro Ruotolo, Michele Albanese, Federica Angeli e tanti altri. E il filo conduttore di chi le afferma è la convinzione di totale impunità che boss – siano essi mafiosi, camorristi o ‘ndranghetisti – hanno, nel disperato tentativo di continuare a dettare legge.

La genesi delle minacce è sempre la stessa: gli interessi economici. Nell’ultimo periodo, ad esempio, ho scoperto che l’agenzia di pompe funebri della famiglia mafiosa dei Ventura (il cui capo è al 41bis), gestita da Gionbattista a Vittoria (Ragusa), non è in realtà intestata a lui.

Gionbattista Ventura non può avere autorizzazioni e licenze, soprattutto antimafia, avendo ancora processi e carichi pendenti. A questa rivelazione ha fatto seguito la minaccia pubblicata su Facebook: «Portati dietro l’esercito tanto la testa ta scippu u stissu»; e ancora: «Tu tocca ciò che è mio.. e co na tumpulata ti fazzu cantari l’ave maria n’sicilianu».

Ed ecco perché sono convinto che questa non debba essere una terra di “eroi, lapidi e commemorazioni”. Non ne abbiamo di bisogno. La cosiddetta società civile non si deve indignare il “giorno del ricordo” delle vittime di mafia, ma anche il giorno successivo deve mantenere i propositi, con i propri comportamenti, con l’antimafia dei fatti.

Bisogna lanciare un messaggio fondamentale: non alimentare le attività imprenditoriali dei mafiosi, di queste persone come i Ventura a Vittoria, non si deve avere né paura né rispetto. Solo così si depotenzieranno e lentamente “moriranno”.

Quando la gente inizierà a guardarli con spregio e le denuncerà, allora le nostre parole intrise di sangue e sofferenza avranno raggiunto il proprio scopo.




Valigia Blu - I contenuti di questo sito sono utilizzabili sotto licenza cc-by-nc-nd - Privacy Policy