La sfida del terrorismo ai media e ai social network

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L’Isis, tuttavia, è lungi dall’avere perpetrato contro l’Occidente l’equivalente dell’ 11 settembre. A creare il panico, quindi, non è tanto la sua capacità quantitativa di uccidere quanto lo straordinario talento dimostrato nel mettere in scena il terrore, la grande capacità non di distruggere ma di fare paura. Una paura che ci acceca. (Olivier Roy, "Generazione ISIS")

In molti paesi si è convinti che il terrorismo rappresenti la più importante minaccia alla vita quotidiana. Diversi movimenti politici sfruttano questa paura per ottenere consenso. È anche in questo contesto così critico che si rende necessaria una riflessione su come i media possono inavvertitamente contribuire a un simile clima di tensione e quali passi fare per affrontare questo tipo di sfide, scrive Frank La Rue nell'introduzione al paper dell'Unesco Terrorism and the Media: A Handbook for Journalists (la maggior parte delle informazioni di questo mio approfondimento è tratta proprio da questo paper).

Il terrorismo non è di certo un fenomeno recente. Molti paesi hanno subito per anni attacchi contro i civili come strategia politica.

Ma oggi, nel nostro mondo contemporaneo interconnesso e con le nuove tecnologie, per i media gestire la propaganda terroristica si è fatto enormemente più complicato. In un ambiente digitale complesso, anche le migliori pratiche editoriali sono diventate più difficili da portare avanti. Il problema, con l'accelerazione del ciclo delle notizie e l'avvento dei social media, è diventato più complesso dal punto di vista tecnologico, etico, pratico.

Gli attacchi terroristici avvengono spesso in diretta sui social o ricevono copertura quasi immediata. Le fonti sono immensamente più numerose rispetto al passato e a contribuire al flusso informativo non sono più solo i giornalisti, in campo ci sono gli stessi cittadini-testimoni e anche gli stessi terroristi. Da qui la sfida della verifica, dell'uso delle fonti, del senso delle proporzioni, l'importanza dello studio del tipo di propaganda che ci troviamo a fronteggiare, la necessità di riflettere su quale linguaggio usare, la responsabilità di contestualizzare, mostrare empatia, evitare sensazionalismi e narrazioni che possono avere un forte impatto su differenti comunità, sull'agenda politica, sulla democrazia stessa.

Facebook, Twitter, Google – tra le principali piattaforma di intermediazione – sono ampiamente coinvolti, come sottolinea Charlie Beckett nel suo lavoro Fanning The Flames: Reporting Terror in a Networked World, pubblicato per il Tow Center for Digital Journalism della Columbia Graduate School for Journalism.

Il terrorismo nell'era delle instant news e dei social media è diventato "una bestia differente", afferma Richard Sambrook, ex BBC Global News Director:

Venti anni fa, coprire il terrore era più semplice. Sapevi chi era responsabile. Un'autobomba viene fatta esplodere davanti i magazzini Harrods, e l'IRA comunica direttamente con parole in codice. La polizia le avrebbe comprese. Le dinamiche erano più semplici e sapevi con chi avevi a che fare. Ora è molto più complicato. Il terrorismo è una bestia differente, e il fatto che sia in Rete, connesso o che sia più probabilmente autoctono solleva una serie di ulteriori questioni.

"Questo è ciò che i terroristi vogliono"
Il dilemma infernale
L'approccio globale
Terrorismo e spettacolarizzazione
Il terrorismo è una sfida alla qualità del giornalismo
Diversi "terrorismi", diverse coperture
L'importanza del frame narrativo: loro vs noi; lo scontro di civiltà
Alcune regole di base
La scelta delle parole e il rischio delle generalizzazioni
I social network e la sfida del terrorismo

"Questo è ciò che i terroristi vogliono"

Haroro J. Ingram, ricercatore dell'International Centre for Counter-Terrorism – The Hague (ICCT), nei suoi studi ha "vivisezionato" la logica strategica che è alla base della propaganda di gruppi terroristici come ISIS e Al-Qaeda, e analizzato come i media occidentali possono con la loro copertura amplificare od ostacolare lo scopo e gli effetti di quella logica propagandistica.

Nel farlo prende in esame sei aspetti al centro della copertura mediatica: la propaganda, i responsabili degli attacchi (assalitori), le vittime, le comunità, i governi e i media stessi. Dal rapporto fra questi aspetti e da come i media coprono ognuno di essi dipende poi l'impatto mediatico di amplificazione o di contrasto della propaganda.

Media indipendenti, forti, responsabili e con atteggiamento critico sono la migliore arma che le democrazie hanno contro la propaganda terroristica. Ma è anche un'arma che i propagandisti dell'ISIS e Al-Qaeda cercano di rigirare contro di noi. E per capire come fanno è necessario comprendere la logica strategica che è alla base della loro propaganda: esaminare esattamente perché gruppi come ISIS, considerando le loro risorse svantaggiate rispetto ai loro nemici (vedi una superpotenza come l'America), non solo usano la propaganda nelle loro strategie di "marketing" ma danno alla propaganda un ruolo strategico centrale.

Parole e immagini violente elaborate con molta attenzione per creare specifici messaggi hanno un ruolo centrale nella strategia comunicativa dei terroristi proprio in virtù della loro debolezza economica, militare, politica. La propaganda viene usata dai terroristi come una forza moltiplicatrice per rafforzare l'impatto delle loro azioni, contenere/annullare gli effetti di quelle dei loro nemici e come mezzo per condizionare il modo in cui il loro "target di riferimento" (il loro pubblico) percepisce se stesso, gli altri e il mondo.

Il messaggio che questo tipo di propaganda veicola è in sintesi: noi facciamo quello che diciamo, manteniamo le nostre promesse, mentre gli sforzi politico-militari dei nostri nemici rivelano una distanza fra ciò che essi dichiarano e ciò che effettivamente ottengono. Questo è l'aspetto pragmatico, poi c'è l'aspetto percettivo.

Gli estremisti violenti giocano su identità, crisi e soluzioni per influenzare il modo in cui il pubblico percepisce e giudica il conflitto. Per esempio, per i militanti islamisti sunniti come ISIS e Al-Qaeda, il cuore di questa narrazione funziona più o meno così: noi siamo i campioni e protettori dei Sunniti (identità gruppo interno), i nostri nemici comuni sono gli Altri cattivi (identità gruppo esterno), che sono responsabili della crisi sunnita e noi siamo l'unica speranza per risolvere questa situazione. Questo messaggio è progettato per costringere il proprio target a prendere una decisione basata sulla scelta dell'identità e dell'appartenenza.

Questi due messaggi (pragmatico e di percezione) non sono mai veicolati in modo indipendente e questo, secondo Ingram, spiega non solo l'attrazione magnetica di questa propaganda ma anche la apparente abilità di radicalizzare in maniera veloce i suoi sostenitori verso l'azione. E questa tipologia di propaganda è progettata per essere rinforzata ciclicamente: più le azioni del gruppo sono viste come efficaci, più sono viste come inefficaci le azioni dei nemici e più il gruppo è percepito come l'unico baluardo per risolvere la crisi indotta dai nemici.

Un esempio di appello basato sulla scelta di appartenenza/identità è un articolo dal titolo "Cari Musulmani Americani" pubblicato su Inspire, il magazine dell'AQAP (al Qaeda in the Arabian Peninsula): "La vostra appartenenza all'Islam è sufficiente per classificarvi come nemici, di fatto ci guardano come giovani musulmani indipendentemente dal nostro aspetto e dalla nostra educazione. Non considerano la nostra cittadinanza e l'infanzia che abbiamo trascorso nei loro quartieri... I nostri nemici ci trattano solo come musulmani, niente di più... Noi dobbiamo attenerci alla nostra religione e stare dalla parte dell'umma (comunità). Un simile trattamento merita un'unica risposta".

Questo messaggio, spiega ancora Ingram, è strutturato per radicalizzare, esacerbando le percezioni della crisi indotta dal nemico e presentando soluzioni a quella crisi, gli estremisti violenti cercano di convincere il loro pubblico – un ragazzo a Parigi, una coppia in California, giovani uomini a Jalalabad o Marawi, o un ribelle siriano – che una crisi estrema richiede soluzioni estreme.

Altro elemento da tenere a mente di questa propaganda è questo: le azioni e i messaggi sono studiati per ottenere una specifica reazione da parte degli avversari. Racconta il ricercatore del Centro Internazionale di contro-terrorismo: "Un membro dell'opposizione siriana mi disse nel 2015: la cosa importante è come voi reagite ai media di Daesh (altro termine per indicare ISIS). Daesh ha costruito una trappola mediatica e tutti i media occidentali ci sono cascati. Loro sanno di quali paure e immagini i media occidentali sono affamati, così Daesh dà loro esattamente quello e i media le diffondono". Questi gruppi ci studiano, monitorano i nostri media e pubblicano analisi di queste coperture. Controllano anche cosa i ricercatori accademici dicono. Lo stesso Ingram scrive che è stato al centro di un articolo in lingua araba di AQAP.

Solo studiando l'ampia strategia della propaganda terroristica – e non dimenticando mai che uno dei suoi punti di forza è trascinare i loro stessi nemici nel rafforzare questa logica – possiamo comprendere  come i media, anche inavvertitamente, la stanno alimentando.

I media, come detto all'inizio, possono amplificare questo tipo di propaganda o fermarla, dipende tutto da come  trattano questi sei aspetti interconnessi fra di loro: propaganda, assalitori, vittime, comunità, governi, media stessi.

  1. Le speculazioni dei media sui responsabili di un attacco terroristico o la diffusione di dichiarazioni di responsabilità non verificate aiutano il messaggio propagandistico. La propaganda dovrebbe essere quindi riportata in modo critico e non dovrebbe essere diffusa senza verifica e questo include anche le rivendicazioni degli attacchi. I giornalisti o gli esperti che usano espressioni come "è solo una ipotesi ma..." dovrebbero essere bannati da produttori e direttori. È irresponsabile, segno di pigrizia e di scarsa professionalità. Tipica, dice Ingram, degli esperti del click bait da terrorismo.

2. Gli assalitori, gli estremisti violenti (siano essi membri formali, lupi solitari/appartenenti a piccole cellule o sostenitori). La copertura mediatica favorisce la propaganda sia quando, cedendo al sensazionalismo, li esalta come figure anti-eroiche sia quando non distingue tra ciò che afferma la propaganda e ciò che invece sono i fatti rispetto ai responsabili di attacchi ispirati (ossia quelli non organizzati e condotti direttamente da ISIS). Anche il trattamento differente a seconda di chi sono gli aggressori contribuisce a rafforzare la propaganda: quando il terrorismo colpisce le comunità musulmane allora le motivazioni dell'attacco vengono esplorate nelle loro varie possibilità, se gli aggressori sono musulmani invece queste azioni vengono rapidamente definite terrorismo, dando la priorità all'Islam come motivazione dell'attacco.

Secondo Ingram si dovrebbe evitare di mostrare i loro nomi, le foto (se non per aiutare le forze dell'ordine) e il sensazionalismo sulle loro storie.

3. Quando parla di vittime Ingram si riferisce sia a quelle degli attacchi che alle comunità da cui provengono vittime e gli aggressori. I media possono alimentare la propaganda in questo caso in tre modi: 1) focalizzandosi in modo esagerato e sproporzionato sugli aggressori anziché sulle vittime. 2) il modo con cui si parla delle vittime, che dovrebbero essere trattate con delicatezza e coerenza, evitando la diffusione di immagini. Questo significa anche che le vittime in Medio Oriente, Africa e Asia dovrebbero avere lo stesso rispettoso trattamento di quelle in Occidente. 3) indicando intere comunità come responsabili o complici degli atti di una persona o di un gruppo di persone, senza nessuna prova a supporto di una simile accusa. Una pratica professionale disonesta, che non reggerebbe la prova dei fatti.

4. I governi, i politici e i loro portavoce. La retorica politica polarizzante, divisiva, che rozzamente separa in due parti contrapposte quelle che sono in realtà società complesse e pluraliste non fa altro che rafforzare la visione bipolare degli estremisti. Ovviamente i politici hanno il diritto di esprimere i loro punti di vista, ma è dovere di un giornalismo indipendente, critico e responsabile chiedere conto delle loro affermazioni e pretendere trasparenza da parte dei governi. E questo è particolarmente rilevante quando si tratta di retoriche e politiche che rischiano di danneggiare le nostre democrazia e libertà in nome della sicurezza nazionale.

Nei primi momenti di un attacco i media, naturalmente, tendono a sospendere il loro atteggiamento critico verso il potere, il governo. Ma dopo il primo iniziale shock è necessario per i giornalisti tornare a porre domande scomode e chiedere conto ai governi di come gestiscono la risposta al terrorismo, indagare sulle decisioni politiche e su eventuali azioni illegali adottate (come può essere la tortura). L'attacco poteva essere previsto? I servizi di intelligence hanno fallito? Le misure di sicurezza erano sufficienti? I terroristi erano già noti alle forze dell'ordine? Le riforme sulla sicurezza e le misure di emergenza sono davvero efficaci contro il terrorismo e non rischiano di limitare i diritti e la libertà dei cittadini? (Unesco, Terrorism and Media, pag. 99).

5. Le comunità. Dice Ingram: c'è una tendenza dei media a trattare le comunità musulmane che vivono in Occidente come un blocco monolitico, sebbene siano molto diverse fra di loro, anche qui rafforzando la narrativa bipolare che caratterizza la propaganda degli estremisti violenti. La tendenza a percepire ogni questione riguardante le comunità musulmane attraverso le lenti della sicurezza in chiave anti-terroristica non fa altro che alimentare la percezione della crisi all'interno di queste stesse comunità. Questo tipo di copertura è controproducente, alimenta il populismo e può essere utile per il click bait ma non supererebbe un processo di verifica basato sulle evidenze.

6. Media. I giornalisti hanno un ruolo fondamentale nel monitorare e sottoporre ad analisi critica il giornalismo dei loro stessi colleghi. Una particolare attenzione bisognerebbe averla anche nella selezione di esperti, commentatori e analisti chiamati a esprimersi e a commentare fatti legati al terrorismo. La professionalità, le competenze non sempre purtroppo sono i criteri seguiti per la selezione, quanto piuttosto la capacità di attirare pubblico e fare audience.

Attacchi terroristici ispirati

I cosiddetti "inspired attacks" sono una componente essenziale della strategia ISIS e AQAP. In questi casi il responsabile dell'attacco non ha nessun sostegno o contatto diretto con i gruppi terroristici. Questo tipo di attacchi, a basso costo e a basso rischio per ISIS, sono incoraggiati per creare la percezione di un movimento globale.

Incitando gli attacchi in Occidente, disseminando manuali d'istruzione, i terroristi pongono le basi per potersi poi appropriare di questi attacchi. In questo modo fanno cadere nella loro trappola i media che si intestano coperture spesso sbagliate e la politica che si rende responsabile di dichiarazioni sprovvedute: entrambi contribuiscono ad alimentare ulteriormente la propaganda 'jihadista' che presenta gli attacchi non solo come un più grande sforzo politico-militare ma anche come prova di una rivoluzione globale.

Quando i media e i politici si trovano di fronte questa tipologia di attacchi dovrebbero essere molto cauti, verificare prima di diffondere notizie e parlare di responsabilità, evitando commenti sproporzionati. Ingram fa un esempio molto calzante, commentando l'attacco a Westminster a marzo scorso, quando un aggressore ha travolto dei pedoni, è sceso dalla macchina e ha pugnalato un poliziotto prima di essere ucciso. Eppure di questo episodio viene trasmessa un'altra versione. Per esempio, prima ancora che ISIS stesso riconoscesse ufficialmente l'attacco, un leader occidentale ha descritto l'evento in questo modo: "Un attacco ai parlamenti, alla libertà e alla democrazia ovunque". Un vigliacco con una pistola e un coltello o una macchina che uccide innocenti inermi diventa un agente di un movimento globale. Così si è trasformata l'azione di una persona isolata in un attacco alle democrazie di tutto il mondo. Dichiarazioni simili di altri politici e la copertura mediatica hanno ulteriormente alimentato questo tipo di narrazione. Quando ISIS poi rivendicherà l'attacco, in un modo tale che si capisce che sa poco della dinamica e dell'aggressore, poco importa. Il lavoro "sporco" lo hanno già fatto i nostri media e i nostri politici.

E tutto questo considerando che, secondo un recente rapporto dell'ICCT, di 51 attacchi avvenuti in Occidente fra dicembre 2014 e giugno 2017, meno di uno su dieci è stato portato avanti sotto ordini diretti di ISIS.

La conclusione che suggerisce Ingram non è poi tanto sorprendente: un giornalismo di qualità – critico, basato su evidenze e sulla verifica attraverso più fonti – è più che sufficiente per fare da freno e per ostacolare la propaganda terroristica, che non è il ruolo del giornalismo, ma semplicemente il frutto di un giornalismo di qualità.

Il dilemma infernale

via Pulse

La relazione fra media e terrorismo è dunque complessa e controversa. Nel caso peggiore, come sottolinea l'Unesco in Terrorism and the Media: A Handbook for Journalists, è un rapporto simbiotico perverso: i gruppi terroristici realizzano spettacoli di violenza per continuare ad attirare l'attenzione del mondo, e i media sono portati ad offrire totale copertura per il grande interesse del pubblico verso questo tipo di contenuti.

Coprire gli attacchi terroristici asseconda, senza volerlo, l'obiettivo del terrorismo di diffondere paura, ma limitare o contenere la copertura potrebbe alimentare sfiducia nei media e rischio di censura.

I cittadini si aspettano dai media di essere informati nel modo più completo possibile, evitando eccessi e sensazionalismi. Le autorità invece chiedono di contenere la diffusione delle notizie per evitare di compromettere le operazioni in atto e per non diffondere panico fra la popolazione. I media corrono sempre il rischio di essere accusati di fare da megafono del terrorismo per attirare più audience possibile.

La reazione dei media contribuisce a determinare l'impatto del terrorismo sulla società, scrive Antoine Garapon: "I media sono davanti a un dilemma infernale. Da un lato è probabile che la loro eco renda le vittime messaggeri involontari della ricerca di gloria dei loro carnefici; dall'altro lato l'auto-censura potrebbe essere interpretata come una sorta di capitolazione. La paura può portare a una restrizione delle tante sudate libertà, riducendo così la differenza fra Stati democratici e regimi autoritari, esattamente quello che vuole il terrorismo".

Dopo ogni attacco vengono messe in discussione le modalità di copertura. È vero che le vittime nel mondo sono di più per disastri ambientali, guerre o incidenti stradali, ma come ha sottolineato Moises Naim: "Il terrorismo non è la fra le principali cause di morte del 21° secolo, ma sta senza dubbio cambiando il mondo". Ciò non toglie che i media e i giornalisti non debbano interrogarsi sulle modalità e anche sulla quantità di copertura.

I media hanno dunque il dovere di trovare un equilibrio fra libertà e responsabilità di informare, tra il diritto di sapere e il dovere di proteggere, rispettando le norme e i valori fondamentali del giornalismo: ricerca della verità, indipendenza, senso di responsabilità.

L'approccio globale

La copertura degli attacchi terroristici pone una sfida alla qualità del giornalismo che deve restituire un quadro quanto più possibile completo della minaccia terroristica nel mondo e della sua complessità. Gli attacchi che hanno ricevuto più ampia copertura vanno da New York a Mosca, da Parigi a Istanbul. Ma non danno il quadro completo del terrorismo globale: Nigeria, Camerun, Yemen, Golfo di Guinea, Siria, Bangladesh, Filippine sono investite allo stesso modo. Qui sotto la mappa degli attentati/attacchi rivendicati (o attribuiti) dall'ISIS dal 2014 a giugno di quest'anno.

Sono stati utilizzati i dati di The New York Times, Le Monde e Wikipedia. Nella mappa, come spiegato da Le Monde, sono stati esclusi gli attacchi in Siria e in Iraq perché "il controllo è spesso complicato, l’esaustività impossibile e la caratterizzazione come un 'attacco terroristico' discutibile (perché si inseriscono nella guerra civile)". I giornalisti francesi specificano comunque che con questa decisione non ne sottovalutano il peso, ricordando ad esempio che "nel mese di gennaio 2016, l’ISIS ha commesso più di 100 attacchi suicidi in Iraq e Siria, e ucciso quasi 300 persone in un singolo attacco a Baghdad all'inizio di luglio" dell'anno scorso. Per ogni attacco vengono elencati: città, paese, numero di morti e grado di responsabilità del gruppo terroristica. Su quest'ultimo dato bisogna ricordare che si tratta di informazioni ancora non definitive, in quanto le indagini sui singoli casi sono in corso).

I media dovrebbero avere un approccio globale, olistico nella copertura del terrorismo e "investigare" anche territori solitamente trascurati. Per anni la copertura giornalistica del nascente Stato islamico/Daesh è stata molto limitata (così come fu quasi assente per l'Afghanistan dopo la sconfitta sovietica nel 1990, "bucando" totalmente l'ascesa di Talebani e Al-Qaeda), se non inesistente fino a quando non ha travolto i nostri paesi direttamente. Eppure per molti anni ha covato in territori sunniti dell'Iraq, come Joby Warrick e Jason Burke hanno raccontato nei loro rispettivi libri su Isis.

Anche le connessioni fra le diverse aree in cui operano i vari gruppi terroristici sono trascurate. Libia, Nigeria e Siria sono coperte in modo separato, quando in realtà ci sono collegamenti fra di loro. Il criterio della prossimità diventa quindi un grosso limite nella comprensione del fenomeno terroristico.

Leggi anche >> Una riflessione sulla reazione internazionale agli attacchi a Beirut e a Parigi

Terrorismo e spettacolarizzazione

I terroristi contano sul fatto che i media, e soprattutto la TV, in nome dell'audience tendono alla spettacolarizzazione, al sensazionalismo, coprendo in modo quasi ossessivo la violenza. Tutto questo si è enormemente complicato con il web, con la possibilità dei terroristi di disintermediare, cioè di produrre e diffondere autonomamente contenuti, e messaggi, provando e spesso riuscendoci a dettare l'agenda mediatica.

In questo contesto la guerra di immagini e parole ha raggiunto una portata senza precedenti. L'ascesa dell'ISIS ha esacerbato questo dinamica, perché questo gruppo terroristico ha sviluppato capacità e tecniche di propaganda molto sofisticate (ben più di Al-Qaeda). Da una parte sono in grado di produrre e diffondere i loro contenuti bypassando i media tradizionali, ma dall'altro usano gli stessi media per sfruttare al massimo l'impatto psicologico dei loro attacchi: diffondere insicurezza, paura nelle popolazioni ma anche affascinare e sedurre nuovi sostenitori. ISIS si è specializzato nelle tecniche di comunicazione e nell'uso dei social e soprattutto propone una narrazione allettante di eroismo e virilità, spesso contando proprio sulla copertura dei media tradizionali. I media dovrebbero fare attenzione, cercare di sottrarsi a questa strumentalizzazione, alla "danza macabra del terrore che attraverso la teatralizzazione dell'informazione mette nelle mani dei terroristi la bacchetta della coreografica omicida", come scrive la sociologa Hasna Hussein. Trasmettere ad esempio ripetutamente video con colonne di soldati che sfilano a Raqqa, quasi come in una scena cinematografica, o i combattenti stranieri che si muovono in fuoristrada rafforza solo il processo di"eroizzazione" del gruppo.

Il terrorismo è una sfida alla qualità del giornalismo

via abcnews

La copertura giornalistica non può limitarsi agli episodi di violenza, ai singoli attacchi. La qualità, il ruolo e l'importanza che si ricopre per la società dipende da altri fattori che vanno oltre le breaking news e le emergenze: interrogarsi sul fenomeno che si ha di fronte, investigare sulle sue origini e conseguenze. Si chiede al giornalismo una specifica capacità di analisi investigativa su temi di grande complessità che riguardano la politica internazionale, rapporti di potere politico interno, religione e crimine transnazionale.

Superficiale, datato e senza respiro, così Philip Seib, professore di giornalismo dell'University of Southern California e autore del libro "As Terrorism Evolves: Media, Religion, and Governance", definisce  il giornalismo occidentale nella sua copertura del terrorismo.

Un tipo di copertura episodica, non approfondita, quasi da repertorio, contribuisce ad aumentare il senso di vulnerabilità dei cittadini: lì fuori c'è il male, imprevedibile, feroce e colpirà ancora.

Ma cosa c'è dietro quel male? Chi sono queste persone che uccidono in modo così spietato? Perché lo fanno? E, cosa più importante, come potrebbero essere fermati tali attacchi? Rispondere a queste domande richiede una copertura quotidiana e non una reazione di volta in volta ai singoli attacchi terroristici.

In un contesto come questo dove i terroristi puntano soprattutto ad azzerare la cosiddetta "zona grigia"– vedi un articolo di inizio 2015 di Dabiq magazine – (dove c'è diversità, tolleranza, comprensione, discussione e dibattito), la posta in gioco si fa ancora più alta: i media devono assumersi la responsabilità di non incentivare, rafforzare stereotipi, visioni semplicistiche o parziali, alimentare pregiudizi, generalizzazioni. L'attenzione all'uso delle parole e delle immagini diventa per questo davvero cruciale.

Afferma Seib: articoli che parlano in modo superficiale di attacchi terroristici in qualche modo legati all'Islam, senza alcun approfondimento hanno portato al risultato che una religione di 1,6 miliardi di persone viene definita dalle azioni di pochi responsabili di stragi come a Manchester o a Baghdad. E questo limite nella comprensione del mondo islamico da parte di quello non-musulmano porta molte persone ad accettare l'equazione Islam=terrorismo.

Il timore che un racconto giornalistico distorto o parziale delle comunità possa avere poi un forte impatto sulla opinione pubblica è confermato da diversi studi, come la ricerca di Meighan Stone (Entrepreneurship Fellow allo Shorenstein Center on media, politics and public policy della Harvard Kennedy School ed ex presidente del Malala Fund) che mostra come la copertura televisiva contribuisca a un'opinione pubblica negativa verso i musulmani.

Analizzando i notiziari di tre fra i principali canali TV americani – CBS, Fox e NBC – Stone ha trovato che, durante i due anni 2015-2017 presi in analisi, non c'è stato un solo mese in cui storie positive di musulmani abbiano prevalso sulle storie negative. Guerra e terrorismo sono stati i principali focus delle notizie, con ISIS a fare da protagonista per il 75% del tempo, mentre storie di vita vissuta o quelle che raccontano i musulmani come membri produttivi della società, sono state nettamente trascurate. Questo ha un impatto su cosa gli americani pensano dei musulmani, rendendoli sospettosi nei lori confronti. L'organizzazione Gallup definisce l'islamofobia come una paura esagerata, un odio e una ostilità verso l'Islam e i musulmani che è perpetuata da stereotipi negativi che portano al pregiudizio, alla discriminazione e alla marginalizzazione e all'esclusione dalla vita politica, sociale e civile.

I media – sottolinea Stone – sono criticabili più in quello che non fanno rispetto a quello che fanno. Non possono certo essere accusati di coprire le breaking news, che seguono attacchi terroristici e i conflitti in Medio Oriente. E non c'è dubbio che gli americani devono sapere delle violenze perpetrate da Daesh, Boko Haram e altri gruppi terroristici. Quello che i giornali sottovalutano sono gli sviluppi positivi nella comunità musulmana e gli sforzi che questa comunità fa per crearsi uno spazio in America, che comprende combattere quelli che nelle loro comunità hanno ideologie estremiste che non riflettono i loro valori o la loro fede. A dicembre 2015, ad esempio, attivisti musulmani hanno tenuto una marcia pubblica contro ISIS e il terrorismo. Gli organizzatori della marcia hanno così riassunto la copertura mediatica ricevuta: "silenzio".

Un giornalismo di qualità – prosegue Seib – dovrebbe approfondire i legami con l'Arabia Saudita e l'ideologia musulmana wahabita che è una minaccia per i musulmani moderati visti come i non-musulmani come nemici (dati i legami con molti paesi occidentali difficilmente i politici parleranno di questo, sta ai media indagare). Investigare sull'uso dei social media per diffondere propaganda, fare proselitismo, reclutare giovani terroristi, per ispirare attacchi terroristici, e trovare finanziamenti.

Infine andrebbero sottoposti ad esame critico gli interventi militari per contrastare il terrorismo e anche le mosse anti-terroristiche dell'intelligence. I cittadini hanno il diritto di sapere cosa funziona e cosa no.

Seib cita come esempi di giornalismo di qualità con questo tipo di approccio e competenze Joby Warrick del Washington Post e Rukmini Callimachi of The New York Times. Anche Charlie Beckett nel suo lavoro per la CJR cita Callimachi, riporta come esempio di giornalismo di approfondimento, qualità e contestualizzazione i documentari di Vice News America su ISIS e gli approfondimenti del Financial Times degli affari del Califfato nel mercato del petrolio. Un lavoro eccezionale (anche dal punto di vista della grafica interattiva) che ha mostrato come l'organizzazione terroristica si stava finanziando e i suoi legami con il mercato internazionale. Questo tipo di giornalismo aiuta a superare la narrazione legata esclusivamente a questioni di sicurezza. Invece di concentrarci solo sugli attacchi, le vittime, il dramma delle nostre vite quotidiane sconvolte, questo tipo di approfondimenti, obiettivi, basati sui fatti, non faziosi, aiuta a differenziare i vari tipi di terrore e a fornire una chiarezza, una completezza di informazione di cui abbiamo molto bisogno.

Leggi anche >> Chi è la giornalista che racconta il mondo dei terroristi ISIS tra fonti dirette e social network

Il terrorismo diventa così un test per il giornalismo anche sotto il profilo della libertà e dell'indipendenza. Dopo un attacco, una strage di civili, per patriottismo, per calcolo o perché costretti, i media di solito tendono ad assecondare le restrizioni volute dai loro governi o lo stato emotivo dell'opinione pubblica, rischiando anche una sorta di autocensura o di farsi megafoni del potere. Troppo spesso gli Stati usano il terrorismo come argomento per silenziare i media e mettere il giornalismo sotto controllo. L'esempio più eclatante in questo senso è stata la copertura dei media americani post 11 settembre, che ha assecondato l'agenda politica al punto da sostenere in modo acritico la guerra in Iraq sulla base di dichiarazioni risultate poi false (il possesso di armi di distruzione di massa).

Diversi "terrorismi", diverse coperture

La violenza che ha in assoluto maggiore copertura mediatica – si legge nel documento Unesco – è quella che si accompagna a dichiarazioni religiose. Ma ci sono anche stragi e violenze motivate dal nazionalismo di estrema destra o dal suprematismo bianco (le bombe a Oslo e la strage di Utøya perpetrate da Anders Behring Breivick nel 2011 in Norvegia, il massacro di Afro-Americani nella chiesa battista di Charleston, in America nel 2015, l'assassinio della parlamentare britannica Jo Cox nel giugno 2016).

Dagli anni '60 agli anni '80 i media si sono dovuti occupare di terrorismo di estrema destra e di estrema sinistra e di movimenti indipendentisti. Oggi il terrorismo ispirato dalla religione è quello al centro dell'attenzione mediatica, soprattutto se si tratta di attacchi istigati da organizzazioni che dichiarano di seguire i dettami dell'Islam, sebbene ricercatori, esperti abbiano fortemente contestato il riferimento all'Islam, non solo all'interno delle comunità musulmane ma anche in quei paesi dove l'Islam è religione di Stato. Nel 2016, durante un incontro del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, il rappresentante del Kuwait aveva spiegato, a nome della OIC (Organization of Islamic Cooperation) che l'espressione "gruppo terroristico ispirato dalla religione" era sbagliata dal momento che "nessuna religione giustifica o incita al terrorismo", sebbene ci siano gruppi terroristici che "sfruttano" le religioni.

E così spesso i media dicono che questi terroristi sono in guerra contro l'Occidente. Ma dimenticano di aggiungere che le azioni violente colpiscono anche le popolazioni a maggioranza musulmana, o direttamente come in Siria e in Iraq, o indirettamente come nel caso degli attacchi a Bruxelles il 22 marzo 2016, Nizza il 14 giugno 2016, visto che tra le vittime c'erano anche musulmani.

In Usa da dopo l'11 settembre 2001 e fino al 2015, gli attacchi perpetrati da suprematisti o estrema destra anti-governativa hanno causato più morti rispetto a quelli attribuiti ai jihadisti.

Una ricerca sulla copertura mediatica degli attacchi terroristici, condotta fra il 2011 e il 2015, ha dimostrato che se l'attacco è portato avanti da musulmani riceve una copertura 4 volte superiore rispetto agli attacchi portati avanti da non-musulmani. I musulmani hanno commesso il 12,4 % degli attacchi durante quel periodo ma hanno ricevuto il 41,4 % di copertura mediatica. Non solo. Le ragioni degli aggressori non-musulmani sono depoliticizzate e spesso attribuite a problemi mentali. Il fatto di essere bianchi e il loro credo religioso (cristiani per esempio) non porta a considerare terroristi tutti i membri della loro etnia o della loro fede religiosa.

Stessa osservazione che il Financial Times ha fatto quando la parlamentare laburista Jo Cox è stata assassinata, sottolineando come i tabloid trattassero con cautela i collegamenti del killer con l'estrema destra – Il Sun e il Daily Mail sottolineavano nella loro copertura che il presunto killer era un folle solitario con una storia di malattia mentale –. Un tipo di cautela che andrebbe applicata in realtà in tutti i casi di violenza terroristica. Non generalizzare e non cadere negli stereotipi è una delle grandi responsabilità dei giornalisti.

Il doppio standard è una delle accuse fatte ai giornali britannici anche recentemente. Se il responsabile dell'attacco è musulmano, c'è ampia copertura e un ben diverso trattamento a partire dalla scelta delle immagini e dei titoli. Nel caso dell'attacco a Finsbury Park contro fedeli musulmani, il sospettato – bianco e britannico – viene definito un "lupo solitario", senza lavoro e padre di 4 figli.
La differenza fra l'attacco a Westminster e quello a Finsbury, in termine di modalità di copertura, è ben rappresentato in questo tweet.

 

L'importanza del frame narrativo: loro vs noi; lo scontro di civiltà

via Odissey Online

La cornice narrativa usata per coprire il terrorismo è decisiva per diversi motivi. News frames, nella definizione di Pippa Norris, Montague Kern e Marian Just, nel loro libro "Framing Terrorism: the news media, the government and the public", sono "strutture narrative che i giornalisti usano per inserire determinati eventi in contesti più ampi". Il frame chiaramente implica la selezione di alcuni aspetti, alcuni angoli della realtà, che vengono poi privilegiati nella descrizione, interpretazione, definizione, valutazione morale del soggetto che si sta coprendo.

La scelta fatta dai media non è sempre consapevole e spesso può essere influenzata da altri fattori e attori in campo: gli esperti, lo stato emotivo delle persone, le autorità, pregiudizi ideologici, la stessa routine giornalistica che dà priorità alla prossimità (agli eventi più vicini a noi per esempio) e alle emozioni. E questo può influenzare pesantemente anche le reazioni sia del pubblico che delle autorità.

La cornice narrativa usata dai media americani subito dopo gli attacchi dell'11 settembre 2001 aveva come obiettivo quello di chiedere e ottenere una rappresaglia decisiva. La stampa ha ampiamente riportato le dichiarazione dei politici che invocavano una reazione militare, e la voce di cittadini che chiedevano una ritorsione. Durante la guerra fredda il frame dominante era Oriente vs Occidente. Con la caduta del muro di Berlino e l'ascesa del terrorismo di "ispirazione islamica", gli atti terroristici sono "narrati" in modo molto simile come scontro di civiltà, loro vs noi.

Lo stesso evento può rientrare in frame narrativi diversi. C'è chi mette in evidenza ciò che divide le comunità, altri scelgono di raccontare fatti che dimostrano l'esigenza di vivere insieme e la possibilità di farlo in modo costruttivo. Così dopo l'11 settembre alcuni media si dedicarono alla pubblicazione di storie positive su gli Arabi-Americani e sui cittadini musulmani. Questo frame puntava a evitare ritorsioni contro una specifica comunità americana e insisteva sulla necessità di rispondere alla sfida che poneva Al-Qaeda con la legge e non con la discriminazione.

I frame narrativi incidono quindi profondamente sul lavoro giornalistico, nella misura in cui si decide di coprire o meno alcune notizie. Per esempio, possono portare a trascurare la morte di civili causata da una rappresaglia come risposta agli atti terroristici, o a tacere degli abusi commessi dal proprio paese, cose che chiaramente ci costringono a interrogarci sulla pratica giornalistica (equità, imparzialità, verità), sull'etica, sull'empatia.

Fa una certa impressione rileggere un memorandum interno della CNN dell'ottobre 2001 (riportato nel testo dell'Unesco): "Data l'enormità del bilancio delle vittime innocenti in America, dobbiamo essere attenti a non focalizzarci in modo eccessivo sulle perdite e le sofferenze in Afghanistan che inevitabilmente saranno parte di questa guerra".

La stampa americana cominciò a parlare seriamente e a informare i cittadini delle torture portate avanti dai soldati americani nelle prigioni di Abu Ghraib non prima del 2004, nonostante fossero ben note da prima grazie alle denunce delle associazioni umanitarie.

I frame narrativi incidono anche sulle spiegazioni delle cause profonde che vengono date del terrorismo. Dietro alcune spiegazioni di esperti possono esserci posizioni e pregiudizi ideologici che possono inficiare un'analisi indipendente.

Liberarsi dai frame narrativi significa porsi domande che vanno oltre le nostri lenti interpretative, come per esempio (Unesco, Terrorism and Media, pag. 37): "Il terrorismo nasce da condizioni sociali disagiate? È il prodotto delle interferenze internazionali? Quali eventi storici lo ispirano? Qual è l'effettivo ruolo della religione? Il Jihadismo è la conseguenza della radicalizzazione dell'Islam o il contrario come dice il ricercatore francese, Olivier Roy, il risultato dell'islamizzazione del radicalismo. La risposta a queste domande determina non solo la linea editoriale, ma spesso le stesse scelte di copertura giornalistica".

Alcune regole di base

 

La guida dell'Unesco suggerisce alcune regole di base, che troppo spesso diamo per scontato. Ma che purtroppo altrettanto spesso sono disattese.

Come si diceva all'inizio, le fonti dove attingere informazioni sono aumentate. I social sono uno strumento per ricevere e dare informazioni allo stesso tempo. I media recupereranno centralità del loro ruolo se sapranno essere autorevoli nella selezione e gestione delle informazioni da dare.

Durante i primi momenti di un attacco terroristico, i media dovrebbero fornire una informazione chiara, accurata, veloce e responsabile. La scelta dei toni, le immagini, le parole non solo aiuta a evitare il panico, ma contribuisce anche contenere eventuali azioni di ritorsione contro individui o gruppi che qualcuno potrebbe collegare ai responsabili degli attacchi. Controllare, verificare, filtrare è fondamentale soprattutto nei primi momenti di caos e confusione, dove circola di tutto: propaganda, false notizie, speculazioni, trolling. In questi momenti sono decisivi professionalità e principi etici.

Nel momento dell'emergenza regna la confusione, l'incertezza. È fondamentale rimanere autorevoli, riuscire a separare il rumore dai fatti e a smontare la disinformazione. Essere cauti, avere dubbi, cercare il più possibile di essere precisi, il format "cosa sappiamo e cosa non sappiamo" nasce proprio da questo tipo di esigenze durante la copertura live. Correggere il più velocemente possibile eventuali errori. Tutto deve essere controllato, verificato, soppesato e giustificato. Dare i nomi degli assalitori è una delle priorità dei media e spesso si commettono errori gravissimi che danneggiano le persone coinvolte ingiustamente e le comunità di riferimento.

In un secondo momento è fondamentale cercare di capire, approfondire, contestualizzare, che non significa affatto giustificare gli attacchi terroristici. Informare in modo indipendente senza farsi condizionare o intimidire dal sentimento dell'opinione pubblica o dagli ordini delle autorità. Questo ovviamente senza mettere in pericolo la vita delle persone, degli ostaggi e le operazioni delle forze dell'ordine. È fondamentale interrogarsi sull'opportunità di pubblicare foto o comunicati delle organizzazioni terroristiche, i loro manifesti, o video di uccisioni di ostaggi, per evitare di farsi megafono delle strategie dell'odio. Dopo gli attentati in Francia a luglio 2016 ci fu un ampio dibattito in seguito alla scelta di alcune testate come Le Monde di non pubblicare più le foto degli attentatori e i loro nomi.

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È altrettanto necessario essere attenti nella scelta degli esperti a cui ci si rivolge per commenti e analisi, ben consapevoli che gli stessi esperti possono commettere errori o avere una specifica agenda (fondazioni, ministri, agenzie di intelligence). È cruciale verificare la qualità e l'indipendenza delle loro competenze, non affidandosi in modo cieco e acritico alla loro valutazioni.

Ancora, la scelta delle parole con cui vengono definiti gli assalitori rischia di indicare anche non volendo una sorta di ammirazione: "killer", "mostri", "barbari", "assassini". Oppure si parla di "mente" dietro gli attacchi, o si definiscono gli attacchi "sofisticati". Dovremmo chiederci se non stiamo correndo il rischio in questo modo di esaltare i terroristi, presentandoli come esseri eccezionali.

Coprire le violenza terroristiche significa anche mantenere il senso delle proporzioni. Troppa informazione può causare ansia, così come troppo poca. La tendenza dei media è di eccedere nella copertura, amplificando l'impatto voluto dai terroristi. Mandare in onda 24 ore su 24 gli stessi video di vittime e superstiti può solo intensificare la paura e la rabbia. Ma non rende i cittadini più informati.

La sociologa ed esperta di social e movimenti, Zeynep Tufecki, mette in guardia i media, in un articolo su BuzzFeed News scritto subito dopo l'attentato di Manchester del 22 maggio scorso, proprio da questo. Mandare in onda senza sosta quei pochi video delle vittime nel panico, che urlano, l'angoscia dei genitori mentre aspettano i loro figli, madri spaventate in lacrime è un modo per assecondare la strategia dei terroristi.

La reazione viscerale è comprensibile, quello che non è accettabile – scrive Tufecki – sono i mass media che reagiscono sempre così ancora e ancora, come se i terroristi fossero i registi ombra di un riprovevole reality show in TV.

Si potrebbe dire che la viralità sui social media è parte del problema, ma devo dirlo: le persone sui social stanno gestendo sempre meglio questa dinamica. Per lavoro seguo migliaia di persone appartenenti ad un ampio spettro politico su diverse piattaforme: la maggior parte delle persone si è fatta più assennata in questa partita. Questa volta la maggior parte delle immagini di persone ferite o senza vita dell'attacco di Manchester erano allegate a tweet o video di testate come BBC o CNN. Le persone sono più avanti rispetto ai mass media nel comprendere e contrastare questo gioco malato di attenzione e orrore. È giunto il momento per i media di recuperare.

Cosa fare allora? Tufecki suggerisce di prendere esempio dalle strategie mediatiche sulla copertura dei suicidi e delle sparatorie di massa.

Stiamo così contribuendo a ispirare il prossimo imitatore, il prossimo giovane uomo con il distorto desiderio di infamia e morte (compresa la sua) e il prossimo omicidio di massa... Priviamoli dell'attenzione che cercano, non facciamoci dettare l'agenda. Abbracciamo le vittime e le loro famiglie in tutto il mondo, non solo quelle a noi più vicine. Non diffondiamo i loro nomi e i loro volti in TV; non ripetiamo senza sosta i loro manifesti. Ogni morte è orribile, ma non è un motivo per esagerare il potere o la portata degli assassini. Il terrorismo è omicidio di massa con una strategia mediatica. È arrivato il momento di fermare questa strategia.

È importante, come già detto, dare spazio e visibilità a storie positive, di solidarietà e di coraggio. Soprattutto perché sono notizie e non andrebbero sottovalutate o trascurate. A nostro avviso è stata per esempio una scelta differente dalle altre e inaspettata rispetto agli standard delle coperture degli attacchi quella del Guardian di dare risalto, durante gli attacchi a London Bridge del giugno scorso, alla tempestività con cui la polizia è intervenuta e ha fermato e ucciso gli assalitori. Questo può avere un impatto positivo sui cittadini, contendendo il senso di insicurezza e di paura e mettendo in evidenza la capacità di reazione delle nostre forze dell'ordine.

La scelta delle parole e il rischio delle generalizzazioni

Il linguaggio apocalittico è il linguaggio su cui prospera il fondamentalismo, scrive Jacqueline Rose, Co-Director del Birkbeck Institute for the Humanities.

"L'asse del male", "barbarie", "martiri", "invasioni", "attacchi", "rappresaglie", sono termini usati da entrambe le parti – terroristi e autorità – che dovrebbero essere maneggiato con molta cautela dai giornalisti. A partire dalla stessa designazione dello "Stato Islamico". La Francia per esempio aveva chiesto di usare solo il termine Daesh, l'acronimo arabo di "Stato Islamico di Iraq e Levante". L'allora ministro degli esteri francese, Laurent Fabius, aveva dichiarato: «Il gruppo terroristico di cui parliamo non è uno Stato, vorrebbe esserlo, ma non lo è. E chiamarlo Stato significa fargli un favore. Così come mi raccomando di non usare l'espressione "Stato islamico", perché induce a confusione tra "Islam", "Islamismo" e "Musulmani"».  Nel giornale arabo Riyadh, si legge nel paper dell'Unesco, Amjad Al Munif aveva sottolineato il punto di vista condiviso anche da altri fonti giornalistiche arabe che denunciava la "propaganda semantica". Durante una intervista ad Al-Arabya, il Grande Mufti d'Egitto, faceva notare che il gruppo non è uno Stato ma sono dei terroristi e che non avevano niente a che vedere con l'Islam. Aveva perciò chiesto ai media di non usare il nome arabo per esteso, ma piuttosto di chiamarli "l'organizzazione terroristica Daesh". E il nome è un aspetto cruciale della propaganda. Testimoniato anche dal fatto che l'organizzazione punisce chi li chiama nel modo sbagliato, rivelando che è in gioco anche una battaglia di parole e acronimi.

La stessa questione si pone per il termine "Jihadisti", che rischia di rendere glamour il terrorismo, dipingendo i terroristi con un potere religioso che in realtà non hanno (dal memorandum Homeland Security Department americano). Dice Allie Kirchner, ricercatrice del Stimson Center di Washington, "i terroristi hanno sfruttato la parola jihad per creare la falsa impressione che il testo del Corano supporti i loro crimini violenti". Focalizzandosi sul concetto limitato di jihad usato dai terroristi, continua Kirchner, i media americani hanno inavvertitamente rafforzato il legame fra terrorismo e Islam nella visione degli americani e hanno contribuito a diffondere sempre più una percezione negativa dell'Islam nell'opinione pubblica. Il manuale redazionale di Al Jazeera, ad esempio, vieta il termine jihadche strettamente vuol dire una battaglia interiore spirituale, non una guerra santa. Non è secondo tradizione un termine negativo. Significa anche la lotta per difendere l'Islam contro ciò che lo minaccia.

Inoltre, dovremmo davvero parlare di guerra contro il terrorismo? Se si usa questo termine il rischio è dare una dignità alla causa dei terroristi, trattandoli come soldati e non come criminali. Obama nel 2009 si dichiarò contro l'uso di questo termine, preferendo l'espressione lotta contro il terrorismo. Nella sua testimonianza dopo gli attacchi di Parigi del 13 novembre 2015, Dominique Faget dell'AFP ha detto: «In questi giorni ho sentito molte persone parlare di "scene di guerra" o di "situazione di guerra". Ma bisognerebbe mettere questo in prospettiva. Venerdì 13 novembre abbiamo assistito a una serie di attacchi terroristici a Parigi. Il peggior attacco dai tempi della liberazione durante la Seconda Guerra mondiale. Ma questa non è una guerra. Guerra significa vivere in un costante terrore di morte, vivere nella costante precarietà e in uno stato di insicurezza ovunque, sempre. Significa vedere gente morire attorno a te ogni giorno colpita da proiettili e granate che piovono sull'intera città».

I social network e la sfida del terrorismo

via Reuters

I social network, i giganti delle Rete, sono da tempo al centro di polemiche, critiche e forti pressioni, accusati di "favorire" il terrorismo e di fare poco per contrastarlo.

I terroristi usano il web, i social, le chat per diffondere la propaganda, reclutare sostenitori, fare proselitismo, organizzare attacchi, raccogliere finanziamenti.

Il giorno dopo l'attacco a London Bridge dei primi di giugno, il primo ministro britannico, Theresa May, dichiarò: «Quando è troppo è troppo», criticando nello specifico le grandi compagnie della Rete e invocando nuove misure: «Non possiamo permettere a questa ideologia di avere spazi sicuri tramite cui diffondersi. Dobbiamo lavorare con i governi democratici alleati per definire accordi internazionali per regolamentare il cyberspazio, in modo da prevenire la diffusione dell'estremismo e del terrorismo».

La preoccupazione dei leader politici è doppia: il materiale estremista che viene trasmesso in modo potente dai siti dei terroristi e dalle loro chat-room e diffuso attraverso i social media; l'abilità dei terroristi di comunicare attraverso le app di messaggistica protette dalla crittografia. Questi due elementi combinati hanno una forte capacità di amplificare i messaggi anti-occidentali e influenzare pochi individui al punto da portali a compiere attacchi suicidi. I tre aggressori di London Bridge, scrive The Economist, non sono "lupi solitari", erano parte di un gruppo basato a Londra che supporta ISIS ed è legato a Al Muhajiroun, una organizzazione islamista vietata, fondata da Anjem Choudary, uno dei principali predicatori islamici di nazionalità britannica, arrestato lo scorso anno per aver incoraggiato il sostegno a ISIS. Alcune persone a lui vicine sono rimaste libere di predicare e ispirare i militanti. Due tra i massimi esperti di anti-terrorismo in Gran Bretagna, Peter Neumann e Shiraz Maher, hanno sottolineato nei loro studi proprio questo aspetto: "La grandi compagnie possono anche abbattere la propaganda online ma si ritrovano ad affrontare una battaglia in salita se predicatori come Choudary da anni diffondono incontrastati messaggi per le strade del paese".

Almeno uno di loro era conosciuto alle forze dell'ordine. Dalle indagini sono emerse le prove del ruolo che Internet ha giocato nel rafforzare il loro estremismo e aiutarli a pianificare l'attacco. È molto probabile che abbiano usato per comunicare app che usano la crittografia come Whatsapp e Telegram.

ISIS, molto più di Al-Qaeda, ha rafforzato la sua presenza online, usando il web in modo sofisticato per diffondere la sua ideologia e promuovere i suoi successi  militari e nella società. A differenza di Al-Qaeda, che indirizza i suoi messaggi a singole cellule terroristiche, scrive sempre The Economist, ISIS usa le principali piattaforme digitali per costruire reti sociali e esternalizzare l'organizzare di atti terroristici (una sorta di crowdsourcing del terrore).

Le operazioni mediatiche dell'ISIS sono state studiate e riportate in un report pubblicato nel 2015 per Quilliam Foundation, una organizzazione londinese di contro-terrorismo: una produzione di contenuti in diverse lingue, che vanno da video di vittorie sul campo e di martirio fino ai documentari che esaltano le gioie della vita nel Califfato. Ogni provincia del Califfato (wylayat) ha il suo team di produzione di contenuti locali. Su Twitter una fitta rete di account (anche se chiusi, vengono continuamente riaperti con altri nomi utenti) trasmettono contenuti originali, diffondono i nuovi account che sostituiscono i vecchi chiusi, retwittano materiali propagandistici.

Se non ci sono dubbi sull'uso di Internet da parte dell'ISIS, non c'è consenso unanime da parti degli esperti di sicurezza sul suo impatto complessivo. "Se c'è un messaggio che ha presa, troverà terreno fertile fuori dal web" – dice Nigel Inkster – ex agente dell'intelligence ora all'International Institute for Strategic Studies di Londra. Quello che Internet ha cambiato, sottolinea Inkster, è la velocità con la quale viaggia il messaggio e la sua ubiquità. Internet ha permesso al processo di radicalizzazione di evolversi, ma non lo ha rivoluzionato. I contenuti terroristici online possono scatenare o rinforzare la radicalizzazione, ma raramente si possono ottenere risultati solo in questo modo. "La creazione di un terrorista richiede la cura attraverso reti sociali offline che offrono una forma di cameratismo basata su scopi comuni e legami personali che creano sentimenti di obbligo".

Sulla stessa posizione anche Peter Neumann e Shiraz Maher: "Le nostre ricerche [basate su informazioni raccolte su circa 800 reclute occidentali] hanno dimostrato che raramente la radicalizzazione si verifica esclusivamente online. Internet svolge un ruolo importante in termini di diffusione di informazioni e costruzione del brand di organizzazioni come ISIS, ma raramente è sufficiente a sostituire la potenza e il fascino di un reclutatore del mondo reale".

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Sicuramente Internet amplifica l'impatto del terrorismo e spinge giovani alienati verso l'estremismo e la violenza. E senza dubbio questo pone una sfida ai giganti della Rete, che non hanno nessun interesse nella diffusione dell'estremismo attraverso le loro piattaforme, anzi questi contenuti costituiscono anche una minaccia alla loro reputazione e ai loro profitti (diverse aziende hanno ritirato i loro investimenti su YouTube quando si sono resi conto che il loro brand appariva accanto a video violenti ed estremisti).

È vero che già in base ai termini e condizioni d'uso di diversi social è prevista la rimozione di contenuti pro-terrorismo. Ma il sistema si basa soprattutto sulle segnalazioni degli utenti che vengono valutate internamente e solo dopo l'azienda decide se rimuovere o meno i contenuti terroristici. Un metodo faticoso, lento, costoso, pieno di falle. La ricerca e gli investimenti puntano ora allo sviluppo di nuovi strumenti, grazie anche all'intelligenza artificiale, per rendere questi interventi più rapidi e precisi. Ma come lo stesso Zuckerberg ha affermato – annunciando anche l'assunzione di 3000 persone che saranno impegnate sulla moderazione dei contenuti – prima di arrivare a un sistema così sofisticato ci vorrà ancora tempo.

Per i contenuti pedopornografici si è intervenuti in maniera più efficiente e radicale, sotto la pressione dei governi a partire dagli anni '90, ma il problema è proprio la tipologia del contenuto: mentre è più semplice sviluppare un programma che riconosca immagini di bambini in atti sessuali, è più difficile che un algoritmo riesca a distinguere un video di propaganda terroristica o un video con valenza giornalistica, un documentario di denuncia, un articolo che usa immagini dei terroristi. Il rischio di errori e censura è evidente.

Google, Facebook, Twitter e Microsoft l'anno scorso hanno annunciato di lavorare insieme per creare un database dove vengono segnalati contenuti terroristici con un identificatore unico. Altre aziende possono accedere a questo database e rimuovere dalle loro piattaforme quei contenuti contrassegnati. Il database è per ora ancora in fase iniziale.

Google, il 19 giugno scorso ha annunciato una serie di misure per contrastare il terrorismo online soprattutto su YouTube:

1) Sarà intensificato l'uso di tecnologie per identificare video di propaganda terroristica e distinguerli da video a scopi informativi come possono essere documentari e servizi giornalistici. Si investirà dunque maggiormente nello sviluppo di algoritmi di machine learning sempre più sofisticati.

2) Saranno coinvolti più esperti indipendenti nel programma YouTube Trusted Flagger che valuteranno le segnalazioni del sistema d'analisi automatico, che a differenza di quelle degli utenti comuni si sono rivelate più accurate nel 90% dei casi, e decideranno se rimuovere o meno un video. Fanno parte di questo team 63 organizzazioni non governative, a queste se ne aggiungeranno altre 50. Google collaborerà inoltre con gruppi per la lotta al terrorismo per l'individuazione di contenuti tesi alla radicalizzazione e al reclutamento di terroristi.

3) Saranno applicati standard più rigidi e se anche alcuni video non violano apertamente le regole del servizio ma diffondono estremismo religioso e odio razziale, un avviso partirà prima della loro riproduzione, non sarà possibile monetizzare il traffico inserendo pubblicità, non saranno ammessi commenti, non sarà facile trovarli.

4) Sarà intensificato il programma Creators for Change, realizzato in collaborazione con Jigsaw, che attraverso Redirect Method invia a potenziali terroristi, che fanno specifiche ricerche, video e contenuti di anti-terrorismo.

Anche Facebook ha spiegato nei dettagli il suo impegno  per contrastare i contenuti terroristici. Anche in questo caso al centro delle iniziative c'è un vasto utilizzo dell'intelligenza artificiale che serve per esempio a individuare account legati ad attività terroristiche e a bloccarli. Se un utente prova a caricare foto e video di propaganda questa tecnologia è in grado di confrontare le immagini con altre già segnalate e impedirne la pubblicazione in maniera preventiva. La rete di contatti di un account sospetto viene individuata e tenuta sotto controllo e se il caso i profili vengono chiusi. Le tecnologie usate dal social network sono in grado anche di individuare chi, una volta bloccato, prova a riaprire un profilo usando false identità. Facebook per questo tipo di attività usa e incrocia anche i dati delle altre due piattaforme che possiede, Whatsapp e Instagram. Un team composto da 150 persone, costituito da esperti di anti-terrorismo, ex-agenti delle forze dell'ordine, procuratori, ingegneri. lavorerà esclusivamente all'individuazione di contenuti terroristici.
A questo si affianca l'impegno di collaborare sempre più con le autorità per rimuovere nel più breve tempo possibile i contenuti segnalati.

Ulteriori passi prevedono una maggiore collaborazione tra le grandi compagnie e i governi, anche se la richiesta da parte delle autorità di mettere backdoor nei loro software per spiare i terroristi è stata in larga parte abbandonata. Una simile operazione avrebbe reso i software meno sicuri per tutti gli utenti, avrebbe potuto violare la libertà di espressione e tra l'altro sarebbe stato impossibile da applicare per tutti, visto che alcune app di messaggistica come Telegram sfuggono alla legislazione occidentale.

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Foto anteprima via Red24

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Mappa: Andrea Zitelli
Card: Marco Tonus
Editing: Angelo Romano

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“Nulla sarà com’era prima del 15 luglio”. La Turchia un anno dopo il fallito colpo di Stato

[Tempo di lettura stimato: 4 minuti]

A cura di Angelo Romano e Andrea Zitelli

«D'ora in avanti nulla sarà come era prima del 15 luglio. Stati e nazioni hanno punti di svolta critici nelle loro storie che modellano il loro futuro. Il 15 luglio è una data importante per la Repubblica turca», ha dichiarato Recep Erdoğan in un discorso pubblico alcuni giorni fa. Il presidente turco ha paragonato la sconfitta del colpo di Stato alla battaglia di Gallipoli, durante la Prima Guerra Mondiale nel 1915, dove le truppe ottomane hanno resistito all'assalto di quelle alleate in quella che è diventata una delle narrazioni fondanti dello Stato moderno turco.

Via Afp

Alle 2:34 di questa mattina, a un anno dal fallito colpo di Stato, Erdoğan ha parlato ad Ankara, capitale della Turchia. L’orario non è stato scelto a caso, corrisponde infatti al minuto esatto in cui il Parlamento turco è stato attaccato da quella parte dell'esercito turco che voleva rovesciare il governo. Nei giorni successivi è subito partita la repressione nei confronti di tutti coloro considerati in qualche modo legati a Fethullah Gulen (religioso musulmano negli Usa dal 1999), ritenuto dal governo turco la mente dietro il tentato colpo di Stato. Ad oggi, sono circa 50mila le persone arrestate in attesa di un processo, 150mila quelle sospese dal lavoro, in alcuni casi perché impiegati nelle scuole fondate dai sostenitori di Gulen, in altri per avere conti in banche a lui legate, scrivono Yesim Dikmen e Daren Butler su Reuters. L'effetto sulla vita delle persone è stato sconvolgente. Ibrahim Kaboglu, 67enne professore di Diritto Costituzionale, racconta la sua esperienza ai due giornalisti: «Per un giurista che ha raggiunto l'ultima fase della sua carriera professionale, essere incluso in un decreto preparato in maniera anti-costituzionale, è peggio della morte, se hai passato tutta la tua vita a lottare per il rispetto della legge».

Eppure i giorni successivi il fallito golpe le aspettative erano altre, commenta Kareem Shaheen sul Guardian: “Molti speravano che (...) il paese si sarebbe unito sotto la bandiera della democrazia e del rispetto reciproco dopo mesi di instabilità, attacchi terroristici, elezioni e rilancio del conflitto tra lo Stato e i separatisti curdi”. Una settimana dopo quel 16 luglio, il Partito Popolare Repubblicano (CHP), il principale partito d’opposizione, organizzò una manifestazione alla quale parteciparono diverse migliaia di cittadini turchi, sostenitori di Erdoğan e dell’opposizione, che colorarono piazza Taksim di bandiere nazionali, per sostenere la democrazia. In quell'occasione, Kemal Kılıçdaroğlu, leader del CHP disse che il Parlamento, i legislatori, tutta la Turchia aveva resistito con orgoglio al colpo di Stato e fatto vincere la democrazia, specificando che «lo Stato non dovrebbe essere governato con la rabbia e la vendetta e chi ha ordito il golpe deve essere processato legalmente». Ma questo, come i fatti hanno poi dimostrato, non è accaduto. La Turchia, infatti, è ora un paese più diviso che mai.

Foto via CHP

Domenica 10 luglio c’è stata a Istanbul la "marcia per la giustizia", una delle più grandi manifestazioni guidata dall’opposizione contro il governo di Erdoğan. Centinaia di migliaia di persone il 15 giugno scorso sono partite da Ankara e per 425 km hanno marciato per protestare contro la condanna a 25 anni di carcere nei confronti di Enis Berberoglu, deputato del CHP, e la reazione politica repressiva del presidente Erdoğan al tentato colpo di Stato. Per Kılıçdaroğlu, tra i promotori della manifestazione, si è trattato «dell’atto politico più pacifico della storia»: «Abbiamo marciato in nome di una giustizia inesistente. Abbiamo marciato per i diritti delle vittime, dei parlamentari e dei giornalisti rinchiusi in prigione. Abbiamo marciato per i docenti licenziati dalle università. È assolutamente vergognoso che in una democrazia i professori universitari siano cacciati con decreti di emergenza», riferendosi alle leggi emesse dal governo turco.

Limitazioni dei diritti e delle libertà, controllo governativo degli organi di informazione, estensione dello stato d’emergenza, arresti di massa, classificazione del dissenso come tradimento, leggi e decreti per rendere legale le direttive del governo, paura e terrore. I cittadini turchi hanno sperimentato tutto questo nell’ultimo anno, scrivono Özgür Öğret e Nina Ognianova su Committee to Protect Journalism (CPJ).

Leggi anche >> “Turchia, l’attacco di Erdogan all’informazione. E la storia di chi resiste"

Tra le categorie più colpite, quelle dei giornalisti. Dopo aver vinto il referendum costituzionale, che ha dato più poteri al presidente del governo, Erdoğan non ha allentato la repressione sui media. Anzi ha giustificato le azioni contro la stampa dicendo che avevano come obiettivo non giornalisti ma criminali e terroristi.

Leggi anche >> “Il referendum e il futuro della democrazia in Turchia"

Raccontano ancora Öğret e Ognianova che dal 1990 in Turchia sono stati incarcerati più giornalisti che in qualsiasi altro paese del mondo. Più di 100 organi di informazione sono stati chiusi, perché accusati di essere affiliati al movimento "gulenista", mentre i media pro-curdi sono stati decimati. Erdoğan durante un’intervista alla BBC ha contestato questa ricostruzione, affermando che «nessuno qui è tenuto in prigione a causa del giornalismo. Attualmente in carcere ci sono solo due giornalisti». Ma da quando è iniziata la repressione da parte del governo, i giornali si trovano in una situazione di “autocensura permanente”, denuncia a CPJ Ceren Sözeri, professoressa della Facoltà di Comunicazione dell'Università di Galatasaray. Il risultato più evidente è stata la drastica riduzione di articoli sulla corruzione in Turchia. «In Turchia non ci sono più media liberi», racconta una redattrice di un quotidiano nazionale, che ha perso il lavoro per la chiusura del suo giornale e ora impegnata come copywriter aziendale. «Non ho più cercato lavoro nel giornalismo perché non c’è modo di fare un’informazione vera quando c’è una sola voce dominante. Gran parte del giornalismo turco coincide con il “racconto nazionalista”».

Foto in anteprima via AFP

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Iraq: Mosul è stata riconquistata, ma l’ISIS non è sconfitto

[Tempo di lettura stimato: 8 minuti]

Mosul è stata finalmente liberata dall'ISIS. Questo, però, non singnifica che Daesh (ISIS) sia stato sconfitto definitivamente. Dall'inizio della scorsa settimana l'annuncio circolava con insistenza. Le prime conferme sono arrivate sabato 8 luglio, quando il comando dell'offensiva irachena ha annunciato che la Città vecchia era stata riconquistata. La domenica seguente il primo ministro iracheno Haider al-Abadi è andato personalmente a Mosul per congratularsi con le forze armate del proprio esercito.

La battaglia di Mosul, una delle capitali dell'autoproclamato Califfato, è andata avanti per nove mesi.

Per tre anni la città è stata nelle mani dei miliziani dell'ISIS da quando Abu Bakr al-Baghdadi, da un pulpito della moschea al Nouri – distrutta dall'ISIS lo scorso giugno, in segno di resa, secondo quanto dichiarato dal primo ministro iracheno – si rivolse al mondo come leader del Califfato.

Il 17 ottobre 2016 l'esercito iracheno, insieme a una coalizione internazionale guidata dagli USA, aveva dato il via all'operazione Qadimun Ya Nainawa ("Stiamo arrivando, Ninewa"), il governatorato di cui Mosul è capitale e antico nome della città assira.

Le conseguenze per i civili di questo scontro sanguinoso sono state devastanti: in migliaia sono stati uccisi o sfollati. Nel rapporto "A tutti i costi: la catastrofe di civili a Mosul ovest", pubblicato da Amnesty International l'11 luglio scorso – che documenta il periodo che va da gennaio a metà maggio 2017 – sono descritti più di 45 attacchi in cui sono morti almeno 426 civili e feriti più di 100. Le responsabilità di questa strage sono attribuibili sia all'ISIS, che ha trasferito i civili dai villaggi circostanti a Mosul ovest rinchiudendoli nelle abitazioni per impedirgli di fuggire e impiegandoli come scudi umani, sia alle forze irachene e della coalizione a guida USA, che non hanno adottato misure adeguate per proteggerli, sottoponendoli a feroci attacchi con armi che non dovrebbero mai essere usate in aree ad alta densità abitativa, si legge nel rapporto.

Ma non è detto che alla liberazione di Mosul corrisponda la fine della presenza dell'ISIS nel territorio.

Non bisogna mai credere a un annuncio militare di vittoria che riguarda il Medio Oriente. Può riferirsi a una battaglia, non alla guerra, che è infinita.

Marwan Saeed, residente nell'area est della città, liberata nel gennaio scorso, dove la vita è tornata in larga parte alla normalità, teme per ciò che accadrà, adesso più di prima: «Sinceramente, non ho speranze per il futuro. L'ISIS ha distrutto la mentalità della gente, la guerra le infrastrutture e noi paghiamo il prezzo. Non esiste una fase "post ISIS". L'ISIS è una mentalità e questa mentalità non sarà distrutta solo con le armi». Della stessa opinione è il generale di brigata Andrew A. Croft, alto ufficiale dell'aviazione in forza nella task force americana che combatte l'ISIS, che ritiene che la riconquista di «Mosul e Raqqa non rappresenti la fine, nel modo più assoluto».

Una lettura condivisa, scrive il New York Times, anche da analisti e funzionari americani e mediorientali che ritengono che il gruppo si sia ormai diffuso a livello internazionale attraverso un'ideologia che continua a motivare militanti in tutto il mondo. «Quelli subiti sono ovviamente colpi durissimi per l'ISIS perché il suo progetto di costruzione dello Stato è concluso, non esiste più il Califfato e questo diminuirà il sostegno e il reclutamento», ha affermato al giornale americano Hassan Hassan, ricercatore del Tahrir Institute for Middle East Policy a Washington.«Ma oggi ISIS è un'organizzazione internazionale. La leadership e la capacità di svilupparsi sono ancora lì».

L'ISIS è riuscito a oscurare i precursori jihadisti come Al Qaeda, non solo mantenendo il controllo sul territorio gestendolo per un lungo periodo, ma conquistando credibilità nel mondo militante e costruendo un'organizzazione complessa. Secondo funzionari dell'intelligence americana e antiterrorismo sono più di 60.000 i militanti islamici uccisi da giugno 2014, inclusa una gran parte della leadership, e circa due terzi i territori sottratti al suo controllo.

Ma quegli stessi funzionari, tra cui il tenente generale Michael K. Nagata, hanno anche riconosciuto che l'ISIS ha mantenuto intatta gran parte della sua capacità di ispirare, realizzare e dirigere attacchi terroristici. «Quando penso che sono ancora operativi e capaci di organizzare attacchi come quelli a cui abbiamo assistito a livello internazionale, nonostante i danni che gli abbiamo inflitto, non possiamo non concludere di non aver compreso a pieno la portata e la forza di questo fenomeno», ha dichiarato recentemente il generale Nagata in un'intervista pubblicata dal Combating Terrorism Center di West Point.

L'ISIS ha condotto quasi 1500 attacchi in 16 città in Iraq e Siria e ha compensato le perdite subite incoraggiando militanti all'estero – in Libia, Egitto, Yemen, Afghanistan, Nigeria e Filippine – e attivandone altrove. Dalla fine del 2014 alla metà del 2016, secondo i dati forniti da funzionari europei di intelligence, tra i 100 e i 250 combattenti stranieri sono arrivati in Europa attraverso la Turchia, senza però rappresentare la minaccia più pericolosa fino a quando l'ideologia dell'ISIS continuerà a motivare gli attentatori.

Uno studio della George Washington University e dell'International Centre for Counter-Terrorism ha analizzato i 51 attacchi avvenuti in Europa, negli Stati Uniti e in Canada, da giugno 2014 a giugno 2017, rivelando che solo il 18% degli aggressori ha combattuto in Iraq o in Siria. Per la maggior parte, quindi, gli attentatori sono cittadini del paese dove avvengono gli attentati. Il Califfato, inoltre, continua ad essere presente su Internet in maniera massiccia attraverso la propaganda, manuali che insegnano a costruire ordigni, guide di crittografia e suggerimenti su come uccidere il maggior numero di persone con attentati con autocarri. I suoi membri minimizzano le perdite, le considerano sconfitte necessarie e inevitabili in una battaglia mondiale a lungo termine contro tutti quelli che rifiutano di accettare la loro ideologia.

Inoltre, c'è il timore che molti combattenti dell'ISIS che non sono stati catturati o uccisi a Mosul, abbiano momentaneamente deposto le armi, radendosi la barba e cambiando aspetto, per infiltrarsi tra i civili e aspettare un momento migliore per tornare nuovamente ad attaccare.

I soldati ci hanno riferito che negli ultimi giorni della battaglia, quando hanno ucciso combattenti dell'ISIS, spesso hanno trovato corpi che non sembravano avere tratti somatici arabi. Per questo credono che i membri iracheni dell'ISIS stiano scappando radendosi la barba per unirsi ai civili in fuga. I combattenti stranieri, invece, non hanno via di scampo.

Un altro rischio tuttora incombente è rappresentato dalle mogli dei combattenti che, alla pari dei militanti, si lasciano saltare in aria ai posti di blocco iracheni. La scorsa settimana una donna, con in braccio un bambino e in mano un detonatore, ha cercato di farsi esplodere mentre si avvicinava a un soldato.

A causa del timore di attentati, fuggire dai combattimenti e mettersi al riparo diventava, per la popolazione, un'impresa sia per rimanere illesi schivando i colpi di arma da fuoco, sia perché, una volta scansato il pericolo, gli uomini dovevano dimostrare, sollevando i vestiti, di non essere dei potenziali kamikaze in azione e di non appartenere a Daesh.

Goran Tomasevic, Reuters

Da questo momento in poi, comunque, le sfide che si pongono sono diverse e complicate. La prima è impedire all'ISIS di ricompattarsi nei territori liberati (ad oggi è stato riconquistato il 94% di quanto sottratto) approfittando di eventuali conflitti intestini tra sciiti e sunniti. Si teme, inoltre, che i militanti destabilizzino l'ambiente con attacchi terroristici o che puntino alla radicalizzazione di milioni di sunniti sfollati a causa del conflitto e agguerriti contro la coalizione a causa dei continui attacchi mortali che hanno colpito la popolazione.

via FT

«È giunto il momento per tutti gli iracheni di unirsi per assicurare che l'ISIS sia sconfitto nel resto dell'Iraq e che non sia consentito alle condizioni che hanno portato all'aumento della sua presenza sul territorio di ripresentarsi», ha dichiarato lunedì scorso il tenente generale Stephen Townsend, comandante delle operazioni della coalizione a guida USA, ricordando che i combattenti ISIS possono ancora nascondersi nella Città vecchia. «Non bisogna commettere errori. Questa vittoria da sola non elimina l'ISIS. C'è ancora una dura battaglia da fare» ha aggiunto, congratulandosi con le forze militari irachene e i combattenti curdi peshmerga per aver contribuito alla liberazione di Mosul.

Intanto, domenica, riporta il Financial Times, mentre a Mosul l'esercito iracheno festeggiava, in una chat su Telegram un sostenitore dell'ISIS, sfidando chi non aveva contribuito alla difesa della città e motivando futuri attentatori, rendeva noto che i militanti rimasti intrappolati a Mosul avevano definito un patto di morte: "I santi guerrieri di ISIS hanno combattuto fino alla morte per difendere Mosul. Tu cosa hai fatto per difendere il Califfato?". Anche per questo Hisham al-Hashemi, analista dell'insurrezione irachena, si aspetta rappresaglie attraverso un grande attacco da sferrare in Europa, in un futuro neanche troppo lontano.

In Iraq, chi è fuggito dall'ISIS sembra non voler credere che sia finita. Vano il tentativo di un comandante iracheno di convincere una famiglia, che vive in un'area riconquistata di Mosul, a raccontare la propria storia rilasciando un'intervista al Financial Times. Rispondendo all'invito del comandante di non essere più spaventati perché l'ISIS è ormai andato via, il capo famiglia ha risposto: «Sbagli. Non se ne sono mai andati».

Riportare a Mosul centinaia di migliaia di civili sunniti sfollati non sarà impresa facile anche alla luce di ciò che è successo nelle altre città liberate dall'ISIS, come Falluja e Ramadi, dove il governo centrale non è riuscito a ricostruire e a ripristinare la normalità poiché le tensioni tra sunniti e sciiti ancora minano gli sforzi per riunire il paese.

Gli abusi commessi in passato dal governo controllato dagli sciiti e dalle sue forze di sicurezza e dagli alleati contro le famiglie sunnite creano ancora profonde fratture che impediscono un processo di unità che sarebbe fondamentale in questo momento. A ciò si aggiunge la paura dei cittadini di tornare a Mosul dove hanno perso familiari e/o subito torture o altri tipi di maltrattamenti dai militanti dell'ISIS o non sono stati adeguatamente difesi dalle forze dell'esercito iracheno e della coalizione. «La popolazione di Mosul ha bisogno di essere curata e riabilitata psicologicamente con programmi di recupero a lungo termine», ha dichiarato Intisar al-Jibouri, membro del parlamento di Mosul.

Zohra Bensemra, Reuters

L'altra sfida che si pone all'attenzione di chi governa è quindi l'unità tra sciiti e sunniti.

Il rischio di violenza tra sunniti e sciiti è molto alto. Nel 2014 l'Isis è riuscito a conquistare Mosul in maniera relativamente facile perché la popolazione, prevalentemente sunnita, non godeva della protezione di Baghdad. C'era chi sosteneva che l'esercito iracheno post Saddam, in gran parte composto da sciiti, si comportasse nei confronti del popolo di Mosul assumendo un potere occupante.

L'obiettivo da raggiungere adesso è assicurare che il prossimo governo locale di Mosul tenga conto degli interessi dei sunniti e che non li emargini come accaduto precedentemente e che Baghdad garantisca la ricostruzione e faciliti il rientro della popolazione.

Alkis Konstantinidis, Reuters

L'aspetto positivo da cogliere è che la maggior parte dei leader iracheni riconosce queste come sfide. Il primo ministro, Haider al-Abadi, si è dimostrato più sensibile e inclusivo del suo predecessore Nouri al-Maliki. All'inizio di quest'anno Moqtada al-Sadr, il leader radicale sciita iracheno, ha affermato: «Temo che la sconfitta di Daesh sia solo l'inizio di una nuova fase. Sono molto orgoglioso della diversità dell'Iraq, ma la mia paura è che potremmo assistere al genocidio di alcuni gruppi etnici o settari». Per evitare questo scenario ha proposto una serie di visite dei leader delle comunità sciite nelle aree sunnite e viceversa per avviare un dialogo sulla ricostruzione e ha avvertito pubblicamente i membri della forza militare, che aveva mobilitato per contrastare l'ISIS, che qualsiasi abuso commesso sui civili sunniti sarà punito duramente.

Poi c'è la questione curda. Nei primi mesi dell'occupazione dell'ISIS di Mosul, nel 2014, gruppi di resistenza curda hanno occupato vasti territori della piana di Nivive, ad est della città, da sempre oggetto di contesa tra arabi e curdi, per impedire a Daesh di impradonirsi di Erbil, la capitale del governo regionale curdo. Stessa cosa è accaduta a Kirkuk, provincia ricca di petrolio. In base a quanto stabilito dalla Costituzione approvata dopo la caduta di Saddam, il destino di queste aree avrebbe dovuto essere definito da un referendum ripetutamente rinviato. Se fino al 2014, Baghdad era quindi riuscita a mantenere il controllo delle zone rimandando tale decisione, attualmente la piana di Nivive e Kirkuk sono occupate dai curdi.

È del tutto probabile che questa situazione provocherà un allontanamento delle parti rispetto a come l'Iraq debba dividere i propri ricavi petroliferi e il bilancio federale. Oltre a ciò, bisogna anche considerare che a settembre è stato fissato il referendum sull'indipendenza del popolo curdo, nonostante le obiezioni ripetutamente mosse da Stati Uniti, Turchia e Iran.

In questo contesto va inserito ciò che accade in Siria e la guerra al confine che ha aiutato l'ISIS a fiorire in Iraq dopo che il suo predecessore, Al-Qaeda, era stato sconfitto. Senza la pace in Siria, sostengono in molti, c'è poca possibilità che vi sia stabilità in Iraq.

Foto anteprima via Thaier Al-Sudani/Reuters

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AGCOM chiede una legge sulle fake news. Tutte le falle della sua relazione

[Tempo di lettura stimato: 6 minuti]

L'11 Luglio, il presidente dell'Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni Angelo Marcello Cardani, ha presentato al Parlamento la "Relazione annuale 2017 sull'attività svolta e sui programmi di lavoro" dell'Agcom. Tra i compiti dell'autorità, istituita nel 1997 e prevista dalla normativa europea (tra cui la più recente direttiva "Quadro normativo per le comunicazioni elettroniche") ci sono quello di regolare e vigilare i settori delle telecomunicazioni, dell'audiovisivo, dell'editoria e delle poste. Per fare un esempio dei temi più caldi di cui si occupa l'Agcom, basta menzionare il roaming telefonico, net neutrality e sviluppo delle reti mobili 3/4/5g, ovviamente per quanto lasciato fuori dalle decisioni prese a livello europeo.

Questa introduzione è solo per spiegare perché il Presidente Cardani abbia incluso nella sua presentazione al parlamento, nel punto 4 "Agcom e Internet da infrastruttura di libertà a controllo dei diritti individuali, della qualità e della sicurezza", un lungo passaggio sul problema delle fake news. Problema, a detta sua, "certamente di estrema gravità" (pag. 21 della Presentazione), fenomeno "deviante e deviato del web" (Prefazione alla Relazione annuale) e "patologico" (pag. 97 della Relazione annuale). La grande malattia insomma sta infettando il web e bisogna curarla. Prima di analizzare quale approccio – dei due individuati dal presidente, quello a favore dell'autoregolamentazione contro quello che prevede un intervento normativo – è il caso di analizzare alcuni punti enunciati nella presentazione a fondamento di questa urgenza di agire e scovare eventuali fake news (lol).

1. Falsità, libertà di informazione e mercato delle idee

Pag. 21 della Presentazione al Parlamento

Probabilmente questa era solo una frase introduttiva. Purtroppo è un'affermazione molto complessa e che salta direttamente a una conclusione che non è condivisa, sicuramente dalla dottrina e giurisprudenza degli Stati Uniti, ma in parte neanche nel vecchio continente; e il richiamo alla scuola americana è evidente nella espressione "il libero mercato delle idee", traduzione di marketplace of ideas, principio basilare adottato dalla Corte Suprema e derivata dal filosofo inglese John Stuart Mill. Il problema – con l'affermazione di Cardani – è che questa teoria esprime esattamente il concetto opposto, come storicamente affermato dal giudice Holmes nel caso Abrams v. United States (1919):

the best test of truth is the power of thought to get itself  accepted in the competition of the market.

[il miglior modo di verificare la veridicità di un pensiero è la sua stessa forza di imporsi ed essere accettato nella competizione del mercato]

Molti altri accademici hanno elaborato sul punto se la falsità fosse protetta dal primo emendamento della Costituzione americana. Ovviamente, ci sono state opinioni discordanti, ma l'orientamento è concorde nello stabilire che non possono esistere censure preventive, tantomeno basate sul test di verità. Ma gli americani sono sempre stati radicali in questo. Per questo, è il caso di menzionare anche la Corte Europea dei Diritti dell'Uomo – da non confondere con la Corte di Giustizia dell'Unione Europea – per capire quale sia il suo orientamento sulle falsità in genere e la libertà di espressione, cosa che tra l'altro fa anche il Presidente Agcom in una (discutibile, vedi punti successivi) nota a piè di pagina. L'orientamento europeo infatti è sempre stato storicamente più permissivo verso la limitazione di questo diritto (espresso in primis dall'articolo 10 della Convenzione Europea dei Diritti dell'Uomo) – oltre ai classici casi di violazione della dignità e della riservatezza di una persona – anche verso quelle particolari fattispecie di hate speech e negazione dell'olocausto.

In particolare un caso del 2005 si occupa di falsità pura e semplice, Solov v. Ukraine. Tralasciando i fatti, è importante riportare un passaggio fondamentale del giudizio:

Article 10 of the Convention as such does not prohibit discussion or dissemination of information received even if it is strongly suspected that this information might not be truthful. To suggest otherwise would deprive persons of the right to express their views and opinions about statements made in the mass media and would thus place an unreasonable restriction on the freedom of expression set forth in Article 10 of the Convention.

[L'articolo della 10 della Convenzione di per sé non proibisce la discussione o la diffusione di informazioni ricevute anche se si sospetta fortemente che queste possano essere non veritiere. Suggerire il contrario depriverebbe gli individui del diritto di esprimere il loro punto di vista e le loro opinioni su affermazioni fatte nei media e costituirebbe una restrizione irragionevole della libertà di espressione stabilita dall'articolo 10 della Convenzione]

La Corte non poteva essere più esplicita nel non proibire a priori informazioni false: ciò limiterebbe incredibilmente la libertà di espressione. E lo farebbe soprattutto nel momento in cui ciò necessiterebbe l'esistenza di un soggetto (governo? autorità?) incaricata di stabilire cosa è vero e cosa no: più che il Ministero della Verità di Orwell, un nuovo Ministero della Falsità.

2. "Le notizie false uccidono i bambini"

Pag. 22 della Presentazione al Parlamento

Le conseguenze drammatiche menzionate dal Presidente sono chiarite nella nota a piè di pagina – "Si pensi agli adolescenti o alle persone colpite da ingiurie e calunnie diffuse in rete che si sono spinte fino al suicidio" –, che però terrò per la discussione fondamentale del punto successivo. Molto velocemente, basterà menzionare come numerosi studi hanno tentato di dimostrare l'influenza che le notizie false hanno avuto sulle opinioni (soprattutto politiche) degli utenti dei social network. Queste conseguenze sono state così tanto provate che le conclusioni a cui gli studi sono giunti sono contrastanti tra loro (per chi avesse voglia consiglio di reperire e leggere questi studi). L'affermazione di Cardani – condivisa da moltissimi – si basa insomma più su un sentore, un effetto di hype, che su studi che abbiano correlato questi effetti negativi alle notizie false trovate sul web (effetto BlueWhale?), come tra l'altro appare essere anche il problema del cyberbullismo, sempre più studiato dati alla mano e sempre più ridimensionato.

3. Cosa sono le fake news di preciso?

Pag. 22 della Presentazione al Parlamento

Questo il vero punto su cui molti – moltissimi, anche illustri accademici – si sbagliano e creano confusione. Partiamo dalla nota a piè di pagina nella Presentazione dell'Agcom. Il Presidente dice bene, ci sono contenuti estremamente dannosi che possono danneggiare un individuo (con attenzione a quanto detto sulla correlazione nel punto 2). Ma ingiuriacalunnia, come menzionate nella nota – e aggiungo anche diffamazione o negazione dell'olocausto – non sono solo fake news, sono reati previsti e puniti dalla legge, sono reati previsti e puniti dalla legge in diversi Paesi. Questo il punto centrale del dibattito sulle notizie false: non bisogna chiamare fake news tutto quello è falso e che circola su internet, che invece un nome ce l'ha già, come la diffamazione. La discussione va riportata inquadrando bene cosa è una fake news e a mio avviso si può fare per esclusione: in un estremo poniamo le notizie false, ma irrilevanti e prive di conseguenze ("stamattina ho fatto colazione con un toast" quando in realtà ho bevuto solo un caffè), nell'altro estremo abbiamo le fattispecie di false informazioni già prese in considerazione dalla legge (diffamazione, ma anche false informazioni nei mercati finanziari, frodi etc.). In mezzo, nell'area grigia, abbiamo notizie false, non ancora punite dalla legge, che hanno conseguenze ma non sono direttamente dannose e quindi punite. Una volta centrato l'oggetto della discussione, si può iniziare il dibattito sull'opportunità o meno di punirle; ma questo va al di là di questo post.

4. La responsabilità degli intermediari

Pag. 23 della Presentazione al Parlamento

Cardani porta a sostegno della necessità di un intervento normativo rivolto agli intermediari della comunicazione (aka i social network), una sentenza abbastanza famosa (per essere stata fortemente contestata) della CEDU, Delfi AS v. Estonia(2015). Nella sentenza, la Corte condanna la testata proprietaria di un sito web per commenti anonimi postati sotto un articolo estremamente e direttamente offensivi, volgari e di odio. In breve, diffamatori (cfr. punto precedente). Il caso però è stato così deciso per via di alcuni dettagli pratici (troppo lunghi da elencare) e comunque ha ricevuto numerose critiche. Per brevità, riporto soltanto due punti su cui concentrarsi.

Primo: in un molto più condiviso e ragionevole giudizio successivo del 2016 MTE and Index v. Hungary la Corte ha ritenuto irragionevole la condanna di due siti web per i commenti postati anonimamente dei lettori e ha ritenuto il sistema di notice and take down, ossia di notifica e richiesta di rimozione di un contenuto illecito, sufficiente a bilanciare la libertà di espressione con la tutela della dignità dell'individuo.

Secondo: la Corte CEDU non è la corte che si occupa dell'applicazione delle leggi europee, ma ha il solo compito di verificare la compatibilità dei giudizi resi dalle corti nazionali con la Convenzione Europea dei Diritti dell'Uomo. Al contrario, la direttiva sul commercio elettronico 2000/31/CE (ovviamente già recepita dall'ordinamento italiano) è ben chiara riguardo alla responsabilità dei provider (categoria in cui ricadono oggi anche i social network): in generale, non si possono imporre obbligazioni di monitoraggio del contenuto alla ricerca di materiale illecito (articolo 15). Inoltre, il provider di servizi non può essere punito per i contenuti illegali pubblicati dagli utenti se non ne ha conoscenza. Ogni intervento normativo nazionale che prevedesse l'obbligo per i social network di cerare e rimuovere contenuti sarebbe illegittimo anche da questo punto di vista.

Questo post non vuole esaurire il dibattito sulle fake news – c'è molto altro da dire e, a mio avviso, molti altri argomenti che provano come sia un tema eccessivamente montato dal dibattito odierno più che un problema da risolvere con delle leggi – ma soltanto dimostrare come le argomentazioni fornite dal Presidente Agcom al Parlamento sono infondate e, al contrario, portano ad auspicarsi nessun tipo intervento normativo.

Leggi anche >> Agcom vuole poteri su fake news e hate speech

Leggi anche >> Il Ministero della verità

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Propaganda fascista: la proposta Fiano, il dibattito e le criticità. “Un pasticcio senza senso”

[Tempo di lettura stimato: 8 minuti]

di Claudia Torrisi

Lunedì 10 luglio è arrivata in discussione in aula alla Camera dei deputati la proposta di legge per l'introduzione del “reato di propaganda del regime fascista e nazifascista”. Il disegno di legge, depositato nell'ottobre del 2015 a prima firma del deputato del Partito democratico Emanuele Fiano, è al centro di un'accesa polemica, che ha coinvolto diverse parti politiche. Il testo la settimana scorsa ha ottenuto il parere sfavorevole del Movimento 5 stelle in commissione Affari costituzionali alla Camera, che ha definito la legge «liberticida». Contro il provvedimento si sono schierati anche la Lega Nord e altri partiti di destra e centrodestra.

Cosa prevede il disegno di legge

Il Ddl prevede l'introduzione nel codice penale (nella parte dedicata ai “delitti contro la personalità dello Stato”) dell'articolo 293-bis, che dovrebbe punire:

Chiunque propaganda le immagini o i contenuti propri del partito fascista o del partito nazionalsocialista tedesco, ovvero delle relative ideologie, anche solo attraverso la produzione, distribuzione, diffusione o vendita di beni raffiguranti persone, immagini o simboli a essi chiaramente riferiti, ovvero ne richiama pubblicamente la simbologia o la gestualità.

La pena è la reclusione “da sei mesi a due anni”, ma viene aumentata di un terzo “se il fatto è commesso attraverso strumenti telematici o informatici”.

Le norme già esistenti e l'obiettivo della proposta di legge Fiano

In Italia esistono già norme che si occupano di reati legati all'adesione al partito fascista. La prima in questo senso è stata la legge Scelba del 1952, che vieta la «riorganizzazione del disciolto partito fascista», punita con la reclusione da 5 a 12 anni e una multa da mille a diecimila euro per i promotori e organizzatori. Secondo la norma, si parla di “riorganizzazione” del partito fascista quando:

un’associazione, un movimento o comunque un gruppo di persone non inferiore a cinque, persegue finalità antidemocratiche proprie del partito fascista, esaltando, minacciando o usando la violenza quale metodo di lotta politica o propugnando la soppressione delle libertà garantite dalla Costituzione o denigrando la democrazia, le sue istituzioni e i valori della Resistenza, o svolgendo propaganda razzista, ovvero rivolge la sua attività alla esaltazione di esponenti, principi, fatti e metodi propri del predetto partito o compie manifestazioni esteriori di carattere fascista.

La legge Scelba prevede il carcere anche per i reati di apologia e manifestazioni fasciste. La prima si verifica in caso di "propaganda per la costituzione di un’associazione, di un movimento o di un gruppo avente le caratteristiche e perseguente le finalità proprie del partito fascista" o se qualcuno pubblicamente esalti "esponenti, princìpi, fatti o metodi del fascismo, oppure le sue finalità antidemocratiche". Se riguarda "idee o metodi razzisti" o se i fatti sono commessi a mezzo stampa, sono previste aggravanti. Le manifestazioni fasciste, invece, sono punite quando qualcuno "partecipando a pubbliche riunioni, compie manifestazioni usuali del disciolto partito fascista ovvero di organizzazioni naziste".

Nel 1993 è stata poi approvata la cosiddetta legge Mancino, che punisce con la reclusione o una multa chiunque “propaganda idee fondate sulla superiorità o sull'odio razziale o etnico, ovvero istiga a commettere o commette atti di discriminazione per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi” oppure “istiga, con qualunque modalità, a commettere o commette atti di violenza o di provocazione alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi”. La legge vieta anche ogni organizzazione, movimento o gruppo con tali scopi, e punisce “chiunque, in pubbliche riunioni, compia manifestazioni esteriori od ostenti emblemi o simboli propri o usuali delle organizzazioni, associazioni, movimenti o gruppi” che contemplino l'incitamento alla discriminazione o alla violenza per i motivi elencati sopra.

Il disegno di legge Fiano parte dalla considerazione che queste norme non siano in qualche modo sufficienti. Nella relazione illustrativa del Ddl si legge che "senza voler toccare infatti, le normative speciali già vigenti in materia", l'obiettivo "è quello di delineare una nuova fattispecie che consenta di colpire solo alcune condotte che individualmente considerate sfuggono alle normative vigenti". Alle leggi Scelba e Mancino, secondo la relazione, sembrano sfuggire "comportamenti talvolta più semplici o estemporanei, come ad esempio può essere il cosiddetto saluto romano che, non essendo volti necessariamente a costituire un’associazione o a perseguire le finalità antidemocratiche proprie del disciolto partito fascista, finiscono per non essere di per sé solo sanzionabili". A proposito del saluto romano – non espressamente previsto dalle leggi Scelba e Mancino – il Ddl ricorda che negli anni ci sono state pronunce differenti, a seconda dell'interpretazione restrittiva o estensiva dei giudici.

Altra condotta da punire secondo il provvedimento è "tutta la complessa attività commerciale che ruota intorno alla vendita e al commercio di gadget o, ad esempio, a bottiglie di vino riproducenti immagini, simboli o slogan esplicitamente rievocativi dell’ideologia del regime fascista o nazifascista".

Il dibattito politico

Secondo il parere negativo rilasciato in commissione Affari costituzionali dal Movimento 5 stelle la scorsa settimana, il Ddl Fiano "si palesa (...) 'liberticida'", perché punisce "anche condotte meramente elogiative, o estemporanee che, pur non essendo volte alla riorganizzazione del disciolto partito fascista, siano chiara espressione della retorica di tale regime, o di quello nazionalsocialista tedesco". Quest'orientamento era già stato espresso dal relatore di minoranza del Ddl, Vittorio Ferraresi, del M5s, che durante la seduta dello scorso 21 giugno della commissione Giustizia aveva manifestato «a nome del suo gruppo parlamentare, netta contrarietà sull'impianto complessivo del provvedimento in discussione» e rilevato come dovessero «acquisire rilevanza penale le sole condotte che risultino oggettivamente offensive, in linea con la giurisprudenza della Corte di Cassazione».

Lo scorso 6 luglio Emanuele Fiano ha pubblicato su Facebook uno screenshot del parere negativo del M5s.

‪Lunedì 10/07 in aula alla #Camera la Legge che introduce il reato di propaganda del regime #fascista e...

Pubblicato da Emanuele Fiano su Giovedì 6 luglio 2017

Il post però era passato pressocché inosservato. Le polemiche sul Ddl sono poi scoppiate lunedì 10, sulla scia del caso dello stabilimento “Playa Punta Canna” di Chioggia, in cui il proprietario ha esposto slogan, immagini e simboli apertamente fascisti.

A difesa della legge e contro la posizione del Movimento 5 stelle si sono schierati anche Arturo Scotto di Articolo 1 – Mdp

e Sinistra Italiana

Apologia di fascismo.Promemoria per M5S e per Matteo Salvini.Agli esponenti del M5S ricordiamo che: 1) le Ong sono...

Pubblicato da Nicola Fratoianni su Lunedì 10 luglio 2017

Il capogruppo del M5s alla Camera Simone Valente ha respinto le accuse di fascismo e ha definito «strumentali» gli attacchi provenienti dal Pd: «l'antifascismo è un valore fondante della nostra Costituzione e del nostro Paese. Un principio che non può mai essere dimenticato né messo in discussione, rispetto al quale non è neppure ipotizzabile un passo indietro».

Anche la destra si è espressa in blocco contro il Ddl, seppur con motivazioni diverse. Secondo il segretario della Lega Nord, Matteo Salvini, «nel 2017 non ha senso il reato di opinione. Un conto sono le minacce, gli insulti o l'istigazione al terrorismo, altra cosa sono le idee, belle o brutte, che si possono confutare ma non arrestare. Le idee non si processano, via la Legge Mancino». Per Fabio Rampelli di Fratelli d'Italia «questo è il modo del Pd di guardare avanti per il futuro dell'Italia, introdurre nel nostro ordinamento un unico reato d'opinione perché si potrà impunemente inneggiare a Stalin e a Osama Bin Laden. La verità è che taluni personaggi del Pd restano profondamente illiberali, faziosi e comunisti dentro». Il capogruppo di Forza Italia alla Camera, Renato Brunetta, invece, ha chiesto una condanna di «tutti i totalitarismi».

Fiano si è difeso da queste critiche, sostenendo che il suo Ddl è «contro la propaganda di fascismo, contro l’apologia c’è già una legge. Dicono che voglio colpire l’opinione, ma non è così. Io non voglio colpire l’opinione, ma la propaganda di quelle idee. Questa legge non considera un reato chi dice di essere orgoglioso di essere fascista, è un reato se tu propagandi l’ideologia fascista o nazista».

Le criticità del provvedimento

Lo scorso febbraio in commissione Giustizia di Montecitorio è stata ascoltata l'Unione Camere Penali Italiane sul Ddl Fiano. Durante l'audizione, l'associazione ha espresso alcuni dubbi sul disegno di legge, che presenterebbe «profili di contrasto» con principi costituzionali. L’UCPI ha richiamato gli interventi della Consulta e della Corte di Cassazione secondo cui i reati di apologia del fascismo e di manifestazioni fasciste sono compatibili con il principio di libera manifestazione del pensiero e le condotte assumono rilievo penale solo se sussistono «condizioni di pubblicità tali da rappresentare un concreto tentativo di raccogliere adesioni ad un progetto di ricostituzione del partito fascista».

L'ampliamento dell'area del penalmente rilevante «anche a mere forme di manifestazione del pensiero e l’anticipazione della soglia di punibilità alla produzione o alla commercializzazione di beni raffiguranti immagini del regime per meri scopi commerciali, perdendo ogni relazione con il fine di ricostituzione del partito fascista, si pone in evidente contrasto con i principi costituzionali».

L'avvocato Carlo Blengino, penalista esperto del rapporto tra diritto e nuove tecnologie, sentito da Valigia Blu, ha spiegato che le condotte previste dal Ddl Fiano «non sono ricomprese né nella legge Scelba né nella Mancino. Ma non si tratta di una lacuna da colmare: è stata una scelta molto precisa e lucida dei due interventi legislativi». «In particolare – continua il legale – la legge Scelba, più vicina temporalmente al ricordo del regime fascista, aveva fatto attenzione a non ricadere in una fattispecie che potesse includere un reato d'opinione. Non venivano punite le idee o limitata la libertà di espressione (cosa che invece avveniva durante il regime) ma un fatto concreto, cioè la ricostituzione del partito fascista».

Inserire oggi un reato come quello previsto dalla proposta di legge, per Blengino, quindi «non ha senso e tra l'altro è anche un po' un pasticcio». Secondo l'avvocato, il punto centrale è la mancanza di un bene giuridico specifico da tutelare: «Che cosa protegge quella norma? Qual è l'offensività per la società rispetto al fatto che uno possa vendere o diffondere oggettistica? Tanto la legge Scelba quanto la Mancino hanno un principio di offensività molto chiaro, che è il discorso di odio che può determinare atti di razzismo, la costituzione di un partito fascista o antidemocratico: un conto è la lacerazione che si genera nella società dalla ricostituzione del partito fascista o da una propaganda di idee basate sull'odio razziale, un altro è quella creata da chi colleziona cimeli o da chi inneggia al fascismo».

Come spiegato in precedenza, nella proposta di legge è previsto anche un aumento della pena nel caso di propaganda attraverso strumenti telematici o informatici. Il problema di questa prescrizione secondo Blengino è che l'aggravante si riferisce a condotte di propaganda di contenuti dei quali la norma non specifica la pericolosità: «sembra presunta dal fatto che sono di origine fascista, però non basta. Altrimenti si deve dire che una foto di Mussolini ha la capacità di generare una turbativa dell'ordine pubblico, di ricostituire il partito fascista, di far sì che 200 persone marcino su Roma».

Bruno Saetta, avvocato che da anni si interessa e scrive di diritto applicato alle nuove tecnologie, spiega che «siamo in presenza, ovviamente, di reati di opinione (da non confondere con la diffamazione), che mirano a punire comportamenti che turbano direttamente o indirettamente valori morali quali il prestigio dello Stato e delle istituzioni. Si tratta di valori oggi non più sentiti come un tempo, per cui modifiche normative ed elaborazione giurisprudenziali hanno contribuito a un rimodernamento di tali reati, che solo così hanno potuto sopravvivere». Questo tipo di reati è conforme alla Costituzione «nel momento in cui ciò che viene punito è un comportamento che lede il bene giuridico tutelato, cioè la dignità umana e la tranquillità sociale, non limitandosi, quindi, alla mera punizione della comunicazione del pensiero». «Ad esempio – continua Saetta – la propaganda non è la mera diffusione o comunicazione del pensiero (tutelata ai sensi dell’art. 21 della Costituzione), quanto piuttosto una manifestazione in grado di far sorgere o alimentare azioni tali da portare alla riorganizzazione del partito fascista, oppure a commettere un fatto idoneo a tale riorganizzazione. Ciò che si punisce non è l’opinione quanto il suo effetto sulla società».

Nel caso specifico, il Ddl Fiano appare per l’avvocato «parzialmente ricompreso nelle leggi Scelba e Mancino nel momento in cui punisce l’apologia del fascismo e della sua ideologia, finendo per essere ridondante e inutile. Salvo poi estendere la punibilità anche a manifestazioni di singoli o di poche persone». Secondo Saetta, la parte più problematica del provvedimento è quella riguardante chi “richiama pubblicamente la simbologia o la gestualità” del partito fascista perché non essendo richiesta la “propaganda”, la norma «si limita a punire il mero 'richiamo' anche di gesti (quali il saluto fascista, ma anche la vendita di gadget), con un'estensione della punibilità eccessiva e in conflitto con i valori costituzionali». Sul punto, Fiano, in un’intervista a WebNews, ha detto che è disposto a discutere un emendamento annunciato per l’Aula che propone «che i gesti non siano punibili sempre, ma che non possano essere fatti in occasione di manifestazione parafasciste. In altri termini: il saluto fascista dev’essere in un contesto coerente con l’accusa di propaganda».

L’avvocato Saetta spiega che il discrimine «non è dato tanto dal gesto quanto piuttosto dai possibili effetti, per cui anche un semplice gesto potrebbe, con l’attuale normativa, essere punito nel momento in cui la sua manifestazione pubblica rappresenti un concreto tentativo di raccogliere adesioni rispetto a un progetto di ricostituzione di un movimento fascista. Il Ddl Fiano, invece, appare andare decisamente oltre perché così configurato finirebbe per punire anche dei gesti parodistici, o di semplice imitazione ma non sufficienti a propagandare l'ideologia fascista. Ad esempio anche un meme online».

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Reato di tortura in Italia: “Un testo provocatorio e inaccettabile. Una legge truffa”

[Tempo di lettura stimato: 13 minuti]

di Claudia Torrisi e Andrea Zitelli

Aggiornamento 6 luglio 2017 > Il reato di tortura è legge. La Camera dei deputati ha approvato definitivamente mercoledì 5 luglio il provvedimento, con il voto favorevole, tra gli altri, di Partito Democratico e Alternativa Popolare. Movimento 5 stelle, Sinistra Italiana e Mdp si sono astenuti, mentre Lega Nord, Forza Italia e Fratelli d'Italia hanno votato contro.

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Quella dell'introduzione del reato di tortura in Italia è una storia lunga trent'anni. Il 3 novembre del 1988 con la legge 498 il nostro paese ha ratificato la Convenzione ONU contro la tortura ed altri trattamenti e pene crudeli, inumane e degradanti del 1984 (CAT). Il documento delle Nazioni Unite per la prima volta sanciva che ogni Stato aderente avrebbe dovuto prendere «provvedimenti legislativi, amministrativi, giudiziari» efficaci per «impedire che atti di tortura siano compiuti in un territorio sotto la sua giurisdizione», nonché provvedere «affinché qualsiasi atto di tortura costituisca un reato a tenore del suo diritto penale».

Nonostante queste previsioni, in Italia nessuno delle decine di disegni di legge sul tema che si sono susseguiti a partire dal 1989 è riuscito a essere approvato (per molti l'esame non è mai iniziato).

Il 26 giugno scorso è arrivato in quarta lettura alla Camera dei deputati il provvedimento che dovrebbe introdurre nel nostro ordinamento il reato di tortura. Il testo è stato presentato nel 2013, ha avuto un iter piuttosto tormentato e ha subito numerose modifiche. A metà maggio c’è stata l’approvazione del Senato (con voto favorevole tra gli altri di Pd e M5S), accompagnata dalle critiche delle associazioni per i diritti umani e dello stesso promotore della prima proposta del disegno di legge, il senatore del Partito democratico Luigi Manconi, che ha parlato di «stravolgimento» del testo originario.

I richiami e le condanne internazionali all’Italia

La mancanza di un reato specifico nel nostro ordinamento è stata più volte richiamata a livello internazionale. Lo scorso 22 giugno la Corte europea dei diritti umani di Strasburgo ha condannato l'Italia, definendo le sue leggi «inadeguate» a punire e prevenire gli atti di tortura commessi dalle forze dell'ordine. La sentenza è stata pronunciata in seguito al ricorso presentato da 42 persone che la notte tra il 20 e il 21 luglio 2001 si trovavano all'interno della scuola Diaz di Genova quando ci fu la violenta irruzione della polizia.

Una condanna analoga era stata già emessa dalla Corte di Strasburgo nel 2015, con la decisione sul caso di Arnaldo Cestaro, un manifestante sessantenne all'epoca del G8 del 2001 e anche lui vittima del pestaggio da parte delle forze dell'ordine nella scuola sede del Genova Social Forum. In quell'occasione, la Corte ha ritenuto che «i maltrattamenti subiti dal ricorrente durante l’irruzione della polizia» dovessero essere «qualificati come 'tortura'», ma che Cestaro non avrebbe potuto ottenere giustizia nel proprio paese, poiché non è previsto il reato. Per questa ragione i giudici hanno stabilito la necessità che l’ordinamento italiano si doti di strumenti giuridici adeguati.

Due anni dopo, a marzo di quest'anno, il comitato dei ministri del Consiglio d'Europa ha ritenuto insufficienti le misure prese fino a questo momento dall'Italia per dare esecuzione alla sentenza della Corte europea sul caso Cestaro. L'organismo ha notato «con preoccupazione» che «la legislazione italiana non si è ancora ad oggi dotata di disposizioni penali che permettano di sanzionare in modo adeguato i responsabili degli atti di tortura e di altre forme di maltrattamenti vietati dalla Convenzione europea dei diritti umani».

Nella stessa direzione vanno anche raccomandazioni del Comitato ONU contro la tortura e di quello analogo del Consiglio d’Europa. Anche nelle osservazioni conclusive dell'ultima sessione del Comitato dei Diritti Umani delle Nazioni Unite dello scorso marzo viene espressa apprensione per il fatto che «il reato di tortura non sia stato ancora inserito nel codice penale» italiano. Un passo che secondo il Comitato va fatto «senza ulteriore ritardo».

Il percorso del disegno di legge in Parlamento

Il lungo percorso di questo disegno di legge in Parlamento, dalla sua versione originaria a quella di oggi, è stato caratterizzato da continue modifiche al testo, apportate dalla maggioranza nel corso delle votazioni tra Camera e Senato, con le conseguenti critiche da parte di coloro che, pur favorevoli all’introduzione del reato di tortura, ritenevano che i cambiamenti depotenziassero il testo originario, tanto da rischiare di renderlo inutile.

Cosa prevedeva il testo presentato da Manconi

Nel marzo del 2013, Luigi Manconi, insieme ad altri 2 senatori, presentò un disegno di legge che prevedeva l’introduzione del reato di tortura nel codice penale. Il testo, “elaborato dalle associazioni Antigone e da A Buon Diritto, e fortemente voluta da Amnesty International”, puntava così a colmare la mancanza di questo reato nell’ordinamento giuridico italiano.

Il Ddl (composto da quattro articoli) si rifaceva alla definizione di tortura della Convenzione delle Nazioni Unite del 1984:

(...) qualsiasi atto con il quale sono inflitti a una persona dolore o sofferenze acute, fisiche o psichiche, segnatamente al fine di ottenere da questa o da una terza persona informazioni o confessioni, di punirla per un atto che ella o una terza persona ha commesso o è sospettata di aver commesso, di intimidirla od esercitare pressioni su di lei o di intimidire od esercitare pressioni su una terza persona, o per qualunque altro motivo basato su una qualsiasi forma di discriminazione, qualora tale dolore o tali sofferenze siano inflitti da un funzionario pubblico o da qualsiasi altra persona che agisca a titolo ufficiale, o sotto sua istigazione, oppure con il suo consenso espresso o tacito. Tale termine non si estende al dolore o alle sofferenze derivanti unicamente da sanzioni legittime, ad esse inerenti o da esse provocate.

Il reato di tortura veniva pertanto riconosciuto come un “delitto proprio” – cioè commesso da un pubblico ufficiale o da un incaricato di pubblico servizio – e non era quindi inteso come un reato comune. L’articolo 1 prevedeva la reclusione da quattro a dieci anni per il “pubblico ufficiale o l’incaricato di pubblico servizio che infligge ad una persona, con qualsiasi atto, lesioni o sofferenze, fisiche o mentali” per ottenere informazioni o confessioni, per punirla, intimorirla o per discriminarla. La pena aumentava se c’erano anche lesioni personali e raddoppiava con la morte della persona sottoposta a tortura. Erano previsti inoltre gli stessi anni di reclusione per “il pubblico ufficiale o l’incaricato di pubblico servizio che istiga altri a commettere il fatto, o che si sottrae volontariamente all’impedimento del fatto, o che vi acconsente tacitamente”.

Come è poi cambiata la proposta di legge

Il disegno di legge viene approvato con modifiche una prima volta, circa un anno dopo, nel 2014, da parte del Senato. Nel nuovo testo di legge (composto da 6 articoli), il reato di tortura passa da “proprio” a generico, con una pena prevista da 3 a 10 anni. Commettere il fatto da parte di un pubblico ufficiale da elemento costitutivo del reato passa così ad aggravante: con una reclusione in carcere da 5 a 12 anni (da 6 mesi a 3 anni per l’istigazione). Le pene, inoltre, vengono aumentate in caso di lesione personale. Se poi la tortura provoca la morte della vittima, sono previsti 30 anni. Per il colpevole che uccide volontariamente una persona, torturandola, c’è l’ergastolo.

Ad aprile del 2015, il provvedimento arriva per la seconda votazione alla Camera. L’aula lo approva, anche questa volta con modifiche. Oltre a cambiare l’entità delle pene previste (in alcuni casi aumentadole), nel nuovo testo si aggiunge che il reato di tortura si applica – sia nel caso generico, che nell’aggravante commessa da un pubblico ufficiale – se la sofferenza patita dalla vittima è ulteriore “rispetto a quella che deriva dall’esecuzione di legittime misure privative o limitative di diritti”.

Tre mesi dopo la Commissione Giustizia del Senato apporta nuovi cambiamenti al testo. Per configurarsi il reato di tortura le violenze e le minacce devono essere “reiterate” e il colpevole deve aver agito “con crudeltà” e aver cagionato oltre a sofferenze fisiche anche “un verificabile trauma psichico”. Il requisito delle condotte “reiterate” è stato poi cancellato dall’aula del Senato pochi giorni dopo.

Lo scorso 17 maggio, l’aula del Senato approva per la terza volta il provvedimento, circoscrivendo ulteriormente la configurazione del reato (che resta comune). Nel testo viene aggiunto che affinché ci sia tortura, il fatto deve essere commesso mediante “più condotte” o attraverso “un trattamento inumano e degradante per la dignità della persona”. Vengono poi ridotti gli anni di carcere previsti per l’istigazione alla tortura da parte di un pubblico ufficiale (passando da “uno a sei anni” a “sei mesi a tre anni”) e specificato che il fatto deve avvenire con modalità concretamente idonee all’istigazione della tortura.

La nuova formulazione del reato è quindi questa:

Chiunque con violenze o minacce gravi, ovvero agendo con crudeltà, cagiona acute sofferenze fisiche o un verificabile trauma psichico a una persona privata della libertà personale o affidata alla sua custodia, potestà, vigilanza, controllo, cura o assistenza, ovvero che si trovi in condizioni di minorata difesa, è punito con la pena della reclusione da quattro a dieci anni se il fatto è commesso mediante più condotte ovvero se comporta un trattamento inumano e degradante per la dignità della persona.

In un dossier del servizio studi della Camera viene specificato che il testo votato al Senato (e ora arrivato alla Camera per la quarta votazione) “dal punto di vista sistematico, connota il delitto in modo non del tutto coincidente con quello previsto dalla Convenzione ONU e sembrerebbe rendere più ampia l'applicazione della fattispecie, potendo la tortura essere commessa da chiunque e indipendentemente dallo scopo che il soggetto abbia eventualmente perseguito con la sua condotta”.

Una differenza dovuta al fatto che, si legge ancora nel documento, nella Convenzione ONU “la specificità del reato di tortura è individuata e saldamente agganciata alla partecipazione agli atti di violenza, nei confronti di quanti sono sottoposti a restrizioni di libertà, di chi è titolare di una funzione pubblica”. Per questo nella Convenzione il reato non può essere comune, ma viene ritenuto “proprio del pubblico ufficiale che trova la sua specifica manifestazione nell'abuso di potere, quindi nell'esercizio arbitrario ed illegale di una forza”.

Chi si oppone al disegno di legge

I continui ritardi e rinvii cui è stato sottoposto il disegno di legge sul reato di tortura dipendono principalmente dall’ostruzionismo di diverse parti politiche, secondo le quali il Ddl sarebbe nocivo per le forze dell'ordine e ne limiterebbe l’operato. Di questa opinione, ad esempio, è il ministro degli Esteri Angelino Alfano, che a luglio del 2016 – quando era titolare del Viminale – ha di fatto bloccato l'esame della legge, per scongiurare «ogni possibile fraintendimento riguardo l'uso legittimo della forza da parte delle forze dell’ordine». Lo stop è arrivato in seguito a una richiesta congiunta da parte di sigle sindacali di polizia e carabinieri per ottenere modifiche a un testo che avrebbe esposto «tutti gli operatori a denunce strumentali da parte dei professionisti del disordine e dei criminali incalliti» e rischiato di «legare le mani alle forze dell’ordine».

Lo scorso maggio Maurizio Gasparri, senatore di Forza Italia, ha dichiarato di non aver partecipato al voto sul provvedimento perché preoccupato dell’«uso strumentale» che si potrebbe fare di queste norme; mentre la leader di Fratelli d'Italia, Giorgia Meloni, ha detto che «punire ogni forma di tortura è sacrosanto, ma non è quello che fa il ddl», che avrebbe invece «un solo scopo: intimidire il personale del comparto difesa-sicurezza e impedirgli di lavorare». Su posizioni analoghe anche la Lega Nord (che ha votato contro il provvedimento al Senato e ha promesso battaglia alla Camera): «Idiozie come questa legge espongono le forze dell'ordine al ricatto dei delinquenti», aveva dichiarato nel 2015 il segretario Matteo Salvini partecipando al “No T-Day”, sit in davanti Montecitorio per protestare contro l'introduzione del reato organizzato dal sindacato autonomo di polizia (Sap).

Le critiche al disegno di legge

Il giorno dopo il passaggio al Senato, Luigi Manconi ha scritto sul Manifesto un articolo in cui ha spiegato le ragioni della sua decisione di astenersi dal voto del Ddl: «Ritengo che quello approvato non sia un testo mediocre: è né più né meno che un brutto testo. E la scelta di non votarlo è stata per me particolarmente gravosa». In effetti, come abbiamo ricostruito, il disegno di legge che il parlamento si appresta ad approvare è molto diverso rispetto a quello depositato quattro anni fa e presenta diversi punti critici.

A differenza di quanto previsto dalla Convenzione del 1984, innanzitutto, la tortura non viene configurata come “reato proprio” ma come “delitto comune”, che può essere compiuto da chiunque si trovi a esercitare una qualche forma di «vigilanza, controllo, cura o assistenza». Questo inquadramento è stato difeso dal relatore di maggioranza della legge, Franco Vazio: «Il reato comune è più ampio, se fosse il contrario mi verrebbe da dire che non sarebbero ricompresi atti di tortura non del pubblico ufficiale. Nel nostro caso, invece, il reato è comune e nel caso in cui venisse compiuto dal pubblico ufficiale subisce un particolare aggravamento di pena. (...) Abbiamo costruito cioè un testo capace di cogliere tutte le sfaccettature».

Secondo Manconi, però, definire la tortura un “reato comune” snatura l'essenza stessa di un delitto che non è «misurabile sulla base dell’efferatezza, della crudeltà o dell’intensità delle sofferenze che infligge, bensì sulla sua origine. Questo è il nodo che nessuno vuol comprendere: non è un atto tra due individui capace di produrre sofferenze fisiche o psichiche, ma è l’atto commesso e realizzato da chi detiene legalmente il potere di tenere sotto controllo un’altra persona. Questa parola 'legalmente' è cruciale». La tortura, insomma, «nasce dall’abuso di potere legale. Se non si capisce questo, non si capisce nulla. La tortura, per intenderci, non è quella di Er Canaro contro l’usuraio, quella è un’altra roba».

Questa posizione è condivisa anche dall'Unione Camere Penali Italiane, secondo cui «l’aver voluto insistere sulla sua qualificazione come reato comune, anziché proprio, prevedendo solo una circostanza aggravante (almeno nell’intento del legislatore) nel caso in cui dei fatti si renda responsabile un soggetto pubblico (bilanciabile con le attenuanti), ha comportato un vero e proprio stravolgimento dell’assetto, per così dire 'naturale' della fattispecie».

Un gruppo di magistrati che si è occupato dei processi per i fatti del G8 di Genova ha scritto una lettera alla presidente della Camera dei deputati, denunciando come la configurazione di “reato comune” possa avere delle conseguenze anche sul raggio d'applicabilità della legge a fatti riconosciuti come tortura in sede europea, come l'irruzione alla scuola Diaz:

La necessità, imposta dalla norma, di inquadrare la relazione tra l’autore e la vittima (quest’ultima deve essere privata della libertà personale; oppure affidata alla custodia, potestà, vigilanza, controllo, cura o assistenza dell’autore del reato; ovvero trovarsi in condizioni di minorata difesa) è conseguenza della scelta di configurare la tortura come un reato comune, ma esclude dall’ambito operativo della fattispecie molte delle situazioni in cui si sono trovate le vittime dell’irruzione nella scuola Diaz che non erano sottoposte a privazione della libertà personale da parte delle forze di Polizia e non si trovavano in una situazione necessariamente riconducibile al sintagma della 'minorata difesa'.

Il Ddl prevede che per essere qualificato come tortura il delitto debba aver causato "acute sofferenze fisiche o un verificabile trauma psichico". Le violenze e minacce, inoltre, devono essere state perpetrate "con crudeltà" e si deve trattare di un atto compiuto attraverso "più condotte" o che comporta un "trattamento inumano e degradante per la dignità della persona". Il campo è poi ulteriormente ristretto, specificando che la legge non è applicabile nel caso "di sofferenze risultanti unicamente dall’esecuzione di legittime misure privative o limitative di diritti".

Anche questi aspetti, frutto delle modifiche cui è stato sottoposto il disegno di legge, sono stati duramente criticati da Manconi, secondo cui «così come è stata scritta, la norma risulta di ardua applicazione: devono ricorrere nella definizione votata tali e tante circostanze da rendere complessa ogni operazione ermeneutica». Ad esempio, la richiesta di più condotte implica per il senatore che «il singolo atto di violenza brutale (si pensi a una pratica singola di waterboarding, ndr cioè la simulazione d'annegamento) potrebbe non essere punito»; mentre il fatto che il trauma psichico debba essere verificabile «significa introdurre un elemento di valutazione che impone probabilmente perizie psichiatriche o psicologiche. Ma i processi per tortura avvengono per loro natura anche a dieci anni dai fatti commessi. Come si fa a verificare dieci anni dopo un trauma avvenuto tanto tempo prima?».

La previsione di un “trattamento inumano e degradante per la dignità della persona”, secondo il relatore di minoranza del Ddl Vittorio Ferraresi (M5s) «vuol dire tutto e niente» perché, così come per le “più condotte”, «si dovrà vedere la giurisprudenza e si dovrà vedere sia l’interpretazione dei giudici sia poi l’applicazione». Molte volte, ha aggiunto, «in luoghi come le carceri è già impossibile tirare fuori qualche informazione e qualche prova, figuriamoci con questa scritta se si potrà andare a vedere veramente se il trattamento è inumano o se c’è la crudeltà o non c’è. Stiamo parlando veramente di un livello di difficoltà di accertamento di un reato così grave, che lascia il tempo che trova».

Nella lettera alla presidente Boldrini, i magistrati del G8 di Genova lamentano che «se ai casi che sono stati esaminati nei processi di cui ci siamo occupati fosse stata applicata la normativa oggi in discussione» non avrebbero potuto chiamare in causa nemmeno l'agire «con crudeltà» previsto dal ddl: «secondo l’interpretazione corrente dell’omonima aggravante comune, infatti, la crudeltà è un contenuto psichico soggettivo non facilmente ravvisabile nell’agire del pubblico ufficiale che potrebbe sempre opporre di aver operato avendo di mira finalità istituzionali».

Quelle riferite dai magistrati sarebbero però, secondo il relatore Vazio, preoccupazioni eccessive: «Se entriamo nella logica della Diaz - non conosco i fatti e rispetto il parere del pubblico ministero - mi sentirei di dire che quei fatti vi rientrano pienamente. I giornali riferirono di attività di particolare crudeltà che hanno cagionato certamente 'acute sofferenze fisiche'. Ipotizziamo però che non ci siano le caratteristiche. Beh rimangono i reati per i quali si possono punire quelle persone che hanno commesso fatti di violenza, minacce, percosse o arresti illegittimi». Queste ultime sono proprio le fattispecie che fino a questo momento sono state utilizzate nei processi in mancanza del reato di tortura in episodi come quelli della scuola Diaz, della caserma di Bolzaneto o del carcere di Asti, con il risultato di una pressoché generalizzata impunità, anche per via dei tempi di prescrizione brevi dei reati che sono stati ascritti ai colpevoli.

E proprio sul tema della prescrizione del reato, infine, il Ddl non prevede nulla. Nel passaggio alla Camera è stata eliminata la previsione del raddoppio dei termini, nonostante sia la giurisprudenza della Corte di Strasburgo che la stessa Convenzione di New York prevedano l'imprescrittibilità per la tortura. Interpellato su questo punto, Vazio ha risposto: «Non stiamo parlando di un reato come la corruzione, che è difficile da scoprire perché colui che ha subito il reato non ha interesse a denunciarlo». Molto spesso, invece, accade l'esatto contrario. Come spiega l'avvocato Michele Passione, autore di uno dei saggi contenuti nel libro Per uno Stato che non tortura, «l'emersione delle notizie di reato è molto complicata. Perché se una persona è detenuta in un qualunque luogo di privazione della libertà personale, far emergere fintanto che la sua condizione di detenzione permane quello che gli è accaduto è molto complicato. Si ha il timore di essere esposti a ritorsioni, e nel frattempo il tempo scorre. Poi le indagini sono molto complicate perché c'è una protezione che viene fatta attorno a queste vicende per questioni che sono spesso subculturali prima ancora che di altro tipo. E quindi la prescrizione è un approdo molto facile».

Per il senatore Manconi, dunque, l’approvazione di questo Ddl tortura «significa ancora una volta che non si vuole seriamente perseguire la violenza intenzionale dei pubblici ufficiali e degli incaricati di pubblico servizio in danno delle persone private della libertà o comunque loro affidate». Un appello sottoscritto da cittadini, giornalisti, psicologi, vittime di tortura, magistrati e avvocati, ha definito inoltre il Ddl approvato dal Senato una «legge truffa», un «testo provocatorio e inaccettabile». Se la Camera lo approvasse, «l’Italia avrebbe una legge che sembra concepita affinché sia inapplicabile a casi concreti; avremmo cioè una legge sulla tortura solo di facciata, inutile e controproducente ai fini della punizione e della prevenzione di eventuali abusi», si legge nella petizione firmata, tra gli altri, anche dalle vittime del G8 Arnaldo Cestaro e Lorenzo Guadagnucci, e da Ilaria Cucchi.

Le associazioni per i diritti umani condividono le stesse preoccupazioni. Secondo Amnesty International Italia e Associazione Antigone si tratta di un testo «impresentabile» e «limitare la tortura ai soli comportamenti ripetuti nel tempo e circoscrivere in modo inaccettabile l’ipotesi della tortura mentale è assurdo per chiunque abbia un minimo di conoscenza del fenomeno della tortura nel mondo contemporaneo, nonché distante e incompatibile con la Convenzione internazionale contro la tortura». Antonio Marchesi, presidente di Amnesty International, in un’intervista a Radio Radicale ha ribadito a fine giugno che la legge non è adeguata, ma ha aggiunto di ritenere «che comunque il fatto di porre fine alla rimozione della tortura, al silenzio del codice penale sulla tortura, introducendo una legge che non sarà applicabile in tutti i casi ma lo sarà sicuramente in alcuni, rappresenti un piccolo, un piccolissimo passo avanti».

Il 16 giugno scorso, il commissario dei diritti umani del Consiglio d’Europa, Nils Muižnieks in una lettera inviata ai presidenti di Camera e Senato, a quelli delle relative commissioni Giustizia e a Luigi Manconi, ha sollecitato il Parlamento italiano ad adottare una legge sulla tortura «pienamente conforme agli standard internazionali in materia di diritti umani». Muižnieks ha ravvisato come alcuni aspetti del Ddl siano «disallineati rispetto alla giurisprudenza della Corte di Strasburgo, alle raccomandazioni della Commissione europea per la prevenzione della tortura e delle pene e trattamenti inumani e degradanti e alla Convenzione delle Nazioni Unite sulla tortura». Per questa ragione il commissario ha espresso «preoccupazione» per il fatto che una tale legislazione possa creare «situazioni in cui episodi di tortura o di pene e trattamenti inumani o degradanti restino non normati, dando luogo pertanto a possibili scappatoie di impunità».

Foto anteprima via Roberto Monaldo/LaPresse, del 17-04-2015: Roma, flash mob organizzato da Amnesty International per chiedere l'introduzione del reato di tortura

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Hate speech, etica e responsabilità giornalistica

[Tempo di lettura stimato: 8 minuti]

L’hate speech è una delle sfide più importanti che oggi il giornalismo si trova ad affrontare. Di solito giornalisti e politici sono allarmati dalla facilità e velocità con cui messaggi carichi d’odio riescono a penetrare, a diffondersi e a essere dominanti su Internet, e in particolare sui social network. Ma meno attenzione viene prestata a quegli organi di informazione che alimentano intolleranza e rabbia, facendosi quasi sostenitori e portavoce ideologici di forze e pensieri razzisti (dalla xenofobia agli estremismi religiosi) e a come i giornalisti, anche nel modo in cui danno le notizie, a loro volta possano essere cassa di risonanza di messaggi che propagano odio, scrive Cherian George su Ethical Journalism Network (Ejn).

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Per hate speech si intende ogni espressione che disprezza in forma aperta e gravemente offensiva un gruppo ben identificabile (si pensi a una comunità religiosa, un gruppo etnico o una minoranza di genere), mettendo in pericolo o danneggiando i membri. Le discussioni su come gestire i discorsi d’odio perdono spesso il loro obiettivo specifico, si comincia a fare confusione tra le definizioni di cosa è classificabile come hate speech, legittimando spesso proposte ingiustificate di censura. C’è differenza, spiega Ethical Journalism Network, tra:

  • Istigare a fare del male sotto forma di violenza o discriminazione negativa, stigmatizzando le persone che vogliamo colpire.
  • Utilizzare espressioni che feriscono il sentire di una comunità, inclusi i comportamenti e i valori in cui i suoi appartenenti credono.
  • Criticare politici e altri personaggi pubblici, esponendoli alla pubblica riprovazione.

Nel primo caso si può parlare correttamente di hate speech: sono quelle tipologie di espressione che, secondo gli standard dei diritti umani, giustificano un intervento legale. Il secondo solleva questioni etiche, ma generalmente non dovrebbe essere soggetto a restrizioni legali, visto che la libertà di espressione dovrebbe includere il diritto di mettere in dubbio le ortodossie religiose o altre credenze profondamente radicate. Nel terzo caso, a parlare di campagne d'odio sono proprio le particolari figure attaccate (politici, militanti, rappresentanti delle istituzioni, forze dell'ordine, ecc.) che, definendo le critiche ricevute messaggi offensivi e intolleranti, utilizzano l’hate speech come giustificazione per un altro obiettivo, bloccare e controllare i media.

Da un lato, ogni tentativo di etichettare le forme di dissenso non offensive come “linguaggio d’odio” per mettere a tacere critiche delle istituzioni e dei valori dominanti e promuovere forme di controllo e bavaglio, va segnalato e arginato. Dall’altro, però, lo spauracchio della censura e il richiamarsi alla libertà di espressione non possono diventare un modo per non riconoscere quando il giornalismo si fa amplificatore e diffusore di linguaggio e discorsi discriminatori e stigmatizzanti e si sottrae a un confronto sulla qualità e la deontologia professionale.

I giornalisti dovrebbero, invece, prestare continua attenzione alle questioni etiche, prosegue Ejn, e riflettere sul proprio ruolo, osservare da vicino alcune tendenze preoccupanti che meritano massima attenzione e trovare soluzioni. Contrastare il linguaggio d’odio è solo una delle strategie. I media potrebbero investigare sui collegamenti tra i diversi attori in Rete che sono alla base delle moderne campagne d’odio, tracciare i flussi di denaro e di potere, capire chi trae benefici dall’istigazione all’odio, alla discriminazione e alla violenza. Come nel caso della criminalità, la corruzione e l’abuso di potere politico, coprire le campagne d’odio richiama i più alti principi e le competenze più profonde del giornalismo.

L’odio religioso

Uno degli ambiti più problematici e controversi è costituito dall’odio religioso. C’è una tensione, scrive Ejn, tra la necessità di proteggere dall’istigazione e incitamento alla violenza contro le comunità religiose e la libertà di poter criticare le ortodossie religiose e le credenze radicate.

Si tratta di una questione che si gioca su più piani e su equilibri sottili: il modo in cui i media parlano dei musulmani, ad esempio, può variare a seconda delle cornici utilizzate, se si fa riferimento a loro in quanto immigrati, parte di una minoranza vulnerabile, considerati nazione per nazione, o in quanto membri di una religione mondiale con poteri enormi. Se si parla dell’intolleranza che guadagna terreno in molte comunità musulmane o delle ripercussioni del fanatismo e dell’estremismo nei loro confronti.

Un attacco ai valori in cui crede una comunità religiosa è hate speech? Dove la libertà di espressione diventa discorso d’odio? Se dei video (o vignette) rappresentano l'Islam come una religione omicida, i governi dichiarano di non poter legittimamente limitare tale espressione, perché un attacco a un sistema di credenze non rappresenta tecnicamente una chiamata alle armi nei confronti dei suoi credenti. Molti, tuttavia, sostengono che tale denigrazione della loro religione faccia parte di un più ampio attacco ideologico che rende più difficile per loro vivere nella società. Inoltre, al di là di cosa dica la legge, i giornalisti potrebbero astenersi dal fare attacchi scorretti a valori e credenze.

Allo stesso tempo, si dovrebbe riflettere sui motivi per cui l’odio legato al nazionalismo estremo sia spesso trascurato nelle discussioni sull’hate speech. Probabilmente la fedeltà intensa ed esclusiva alla nazione, il patriottismo, tendono a essere percepiti come virtù al contrario di quanto accade se sentimenti simili sono associati alla razza o alla religione. Riflessioni che potrebbero permettere anche di capire per quale motivo sempre più cittadini sono attratti da campagne d’odio.

La notiziabilità dell’odio

Anche gli organi di informazione svolgono un ruolo importante nella diffusione di messaggi di intolleranza. Non mancano circostanze in cui i giornalisti sono accusati di diffondere discorsi d’odio: a volte, alcuni scrivono commenti provocatori e offensivi, altre, riportano dichiarazioni di politici (o altre figure pubbliche) piene di offese gratuite verso altre persone. Le polemiche hanno una notiziabilità maggiore. Ma, riportando, acriticamente affermazioni apertamente intolleranti e cariche di disprezzo, i giornalisti finiscono per accreditare messaggi d’odio che altrimenti non avrebbero avuto risonanza e credibilità.

Si tratta di una questione complessa perché il confine tra riportare una notizia, invitando la società a riflettere sui cosiddetti “agenti di odio”, e diventare strumento quasi inconsapevole di propaganda dei loro messaggi è sottile. Può essere difficile trovare il giusto equilibrio soprattutto se spesso i media hanno più appetito per le polemiche. E di questo approfittano alcune figure politiche “abili a guadagnare la copertura gratuita dei media”, presenti più per la vis polemica con potenziale di viralità che per il valore politico delle loro affermazioni. Figure politiche create dai media, in altre parole. Ejn fa l’esempio dei messaggi discriminanti nei confronti di musulmani e messicani del Presidente Donald Trump negli Stati Uniti, delle posizioni molto discusse di Pauline Hanson, leader del partito One Nation, in Australia, delle dichiarazioni estremiste dei diversi gruppi religiosi in India, che hanno spesso titoli e coperture altisonanti. E facendo un esempio qui in Italia: la presenza mediatica di Matteo Salvini, leader della Lega Nord.

L'ex leader dell'Ukip, Nigel Farage, figura fondamentale nel far montare la copertura mediatica sull'immigrazione durante la campagna per la Brexit – foto: Philip Toscano / PA

I media hanno un ruolo ancora più attivo nell’alimentare discorsi d’odio durante le campagne elettorali. Si tende a coprire le elezioni più come una corsa di cavalli che come un contesto di confronto politico. In vista del referendum sulla Brexit, i media britannici, ad esempio, hanno dato maggiore risalto alle polemiche all’interno del Partito conservatore o alle posizioni anti-immigrati di Ukip che alle questioni sollevate dal referendum, dando al partito di Nigel Farage una legittimazione politica probabilmente costruita mediaticamente.

Ogni volta che i media, anche inavvertitamente, si prestano alla manipolazione da parte di politici e altre figure in nome della difesa del paese, della cultura, della religione e della razza, possono provocare dei danni nella società. La scarsa comprensione del potenziale impatto delle parole e delle immagini possono portare a contenuti giornalistici che incoraggiano l'odio e la violenza.

Cosa fare? Come riuscire a comprendere cosa è accettabile e cosa non è tollerabile riportare? Come valutare quando un’affermazione è hate speech? I giornalisti dovrebbero prendere in considerazione i contesti in cui le persone esprimono i loro punti di vista, concentrarsi non solo su quello che viene detto, ma su cosa intendevano dire con le loro affermazioni e quali erano i loro obiettivi. È responsabilità dei giornalisti fare sì che ogni persona possa esprimere il proprio parere, ma avere libertà di parola – un diritto garantito a tutti, compresi politici e personaggi pubblici – non significa dare carta bianca per mentire o diffondere calunnie o incoraggiare ostilità e violenza contro un qualsiasi gruppo specifico.

Negli Stati Uniti alcuni media hanno cercato di verificare quasi in tempo reale le affermazioni di Donald Trump, giocando un ruolo importante nel respingere “una politica della paura fondata sul noi-contro-loro”. Probabilmente il fact-checking non ha avuto alcun impatto sui sostenitori di Trump o sul risultato delle elezioni, ma verificare e contestualizzare le informazioni è parte fondamentale del giornalismo ed è una delle strade da seguire per ridare centralità alla politica rispetto alla viralità di una notizia. E se è vero che le notizie corrono veloci, che è sempre più complicato verificare in tempo reale, questo non può essere una giustificazione per non verificare e non interrogarsi sull'etica del giornalismo.

Contare fino a cinque prima di pubblicare

Ejn ha elaborato un test con alcune domande alle quali una redazione e i giornalisti dovrebbero rispondere prima di pubblicare affermazioni per collocare ciò che viene detto e chi lo dice in un contesto etico.

via Ethical Journalism Network
  • Contestualizzare lo status e la reputazione di chi parla

Per non diventare strumento di propaganda di politici e personaggi pubblici abili a utilizzare i media per dare visibilità alle proprie affermazioni e suscitare accese discussioni e divisioni a supporto delle proprie posizioni di parte e piene di pregiudizi, i giornalisti dovrebbero prestare maggiore attenzione al contesto e alla reputazione di chi sta parlando. Dire qualcosa di clamoroso o scandaloso non rende un’affermazione di per sé una notizia. Una figura pubblica, capace di agitare e manipolare le folle, non dovrebbe ricevere copertura mediatica solo perché in grado di creare un clima negativo o fare commenti non dimostrati.

In particolare, i giornalisti dovrebbero controllare chi è che parla, analizzare le parole utilizzate, verificare fatti e affermazioni e giudicare con attenzione le intenzioni e l’impatto dei singoli interventi. Compito del giornalista non è, infatti, adottare una posizione contrapposta a queste affermazioni, ma verificare tutto, chiunque stia parlando.

  • Considerare la portata delle affermazioni

Prima di pubblicare i giornalisti devono considerare la frequenza e anche la capacità di diffondersi di un’affermazione offensiva. Quanto può diventare virale se la pubblico? E prima ancora ci si deve chiedere: è un’invettiva momentanea o si tratta di diversi messaggi d’odio ripetuti nel tempo? È un modello di comportamento o qualcosa di estemporaneo? La ripetizione di un messaggio può essere un indicatore di una strategia deliberata per generare ostilità nei confronti degli altri.

  • Segnalare gli obiettivi delle affermazioni

Quando si decide di riportare un’affermazione, i giornalisti dovrebbero segnalare quali sono gli obiettivi di chi parla, le sue particolari posizioni e convinzioni, l’impatto sui soggetti attaccati, in quanto individui e comunità, in modo tale da poter dare ai lettori tutti gli elementi per poter contestualizzare le dichiarazioni e farsi un’idea più completa. Come e quali benefici ne trarrà chi parla? Le sue affermazioni vogliono danneggiare deliberatamente gli altri?

  • Valutare contenuti e stile delle affermazioni

Oltre agli obiettivi, i giornalisti dovrebbero valutare se le affermazioni sono provocatorie, nello stile e nei contenuti. C’è una differenza enorme tra un discorso fatto al pub e uno in un luogo pubblico, davanti a un pubblico eccitabile. Non è un crimine avere idee e opinioni offensive né rendere pubbliche tali opinioni, ma prima di riportarle o scriverle, ci si dovrebbe chiedere: queste espressioni possono essere pericolose? Possono portare a un procedimento penale a norma di legge? Possono incitare alla violenza o intensificare l’odio verso gli altri?

  • Avere il polso del clima economico, sociale e politico

I giornalisti, infine, devono tener conto del particolare clima economico, sociale e politico e saper prevedere il probabile impatto delle affermazioni quando l’atmosfera pubblica è già surriscaldata. Ad esempio, il periodo di campagna elettorale, quando i partiti politici si sfidano e sfruttano l’attenzione pubblica per diffondere i propri messaggi, è un momento in cui maggiormente trovano spazio commenti provocatori e di parte. E allora responsabilità dei giornalisti ancor di più è verificare se quanto detto sia corretto, fondato sui fatti e sensato e, soprattutto, riconoscere il particolare momento in cui quelle affermazioni vengono diffuse e il contesto sul quale hanno un impatto: qual è l’effetto immediato sui gruppi o persone chiamati in causa? Chi è influenzato negativamente? Creano allarme sociale ingiustificato? Si tratta di dichiarazioni pensate per rendere le cose peggiori o migliori?

Una checklist del giornalismo etico

Ejn suggerisce, infine, una lista di domande che un giornalista dovrebbe farsi.

Quando ci si trova davanti a storie in cui si utilizza l’odio politico, per evitare di fare sensazionalismo, chiedersi:

  • Può essere offensiva, ma innanzitutto è una notizia? È mediaticamente rilevante? Qual è l'intenzione di chi parla?
  • Quale sarà l'impatto se la pubblico?
  • C’è il rischio di agitare gli animi e incitare alla violenza?
  • Le affermazioni riportate sono basate sui fatti e sono state verificate?

Nel raccogliere e riportare materiale controverso, i giornalisti dovrebbero evitare una corsa a pubblicare. È utile fermarsi, anche solo per alcuni momenti, per riflettere sul contenuto di quello che stanno pubblicando:

  • Abbiamo evitato il ricorso a cliché e stereotipi?
  • Abbiamo fatto tutte le domande pertinenti e necessarie?
  • Siamo stati sensibili verso nostro pubblico?
  • Siamo stati attenti al linguaggio che abbiamo utilizzato?
  • Le foto raccontano la storia senza ricorrere alla violenza e al voyeurismo?
  • Abbiamo utilizzato diverse fonti e incluso le voci delle minoranze pertinenti alla storia raccontata?
  • Quanto scritto è conforme agli standard stabiliti dai codici editoriali ed etici?

*Grazie a Luciano Picchi per la segnalazione del post di Ethical Journalism Network

Immagine in anteprima via Ethical Journalism Network

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La multa a Google: le accuse, la difesa e la guerra commerciale Usa-Ue

[Tempo di lettura stimato: 10 minuti]

Il 27 giugno la Commissione europea ha inflitto a Google (e Alphabet Inc, società madre di Google) una multa di 2,42 miliardi di euro (qui il comunicato stampa) per abuso di posizione dominante. Secondo il Commissario alla concorrenza, Margrethe Vestager, Google avrebbe favorito il suo servizio di comparazione di prodotti (shopping) rispetto a servizi concorrenti, sfruttando la posizione dominante nell'ambito del mercato dei motori di ricerca. In tal modo avrebbe danneggiato i consumatori, forzati a utilizzare il suo servizio.

A seguito delle indagini, durate circa 7 anni, è risultato che Google ha posto in posizione di preminenza i suoi prodotti, visualizzati nella parte superiore della pagina di ricerca. Nel contempo avrebbe retrocesso i concorrenti nei suoi risultati di ricerca.

La multa tiene conto della durata e della gravità dell’infrazione ed è calcolata sui ricavi del servizio comparativo di Google nei 13 paesi dell’Unione. Ricordiamo che nel 2016 Google ha avuto ricavi per circa 90 miliardi di euro. Il provvedimento richiede, altresì, che l’azienda cessi le sue pratiche illegali entro 90 giorni, a pena di ulteriori sanzioni.

Le indagini contro Google

Attualmente sono tre le istruttorie contro Google per violazione delle norme antitrust. Si tratta di iniziative inquadrabili nell'ambito del Digital Single Market, quindi tese alla creazione di un mercato digitale comune europeo che sia sicuro per i consumatori e che consenta una sana competizione tra le aziende.

Le istruttorie a carico di Google riguardano:

  • L’integrazione tra i servizi verticali (un servizio di ricerca verticale è un motore di ricerca specializzato in settori specifici, es. i viaggi) all'interno del motore generalista, poiché visualizzerebbe in modo diverso i link ai propri servizi così favorendoli rispetto ai concorrenti (istruttoria definita, appunto, con la multa citata prima, qui un riassunto dell’intera storia dietro a questo procedimento).
  •  

  • Restrizioni ai produttori di dispositivi Android e operatori di rete mobili, per rafforzare la posizione dominante nella ricerca generica, pre-installando il servizio Google Search come predefinito o esclusivo (qui la comunicazione di addebiti).
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  • Restrizioni a siti web di terze parti in merito alla possibilità di visualizzare sui loro siti pubblicità proveniente dai concorrenti di Google, proteggendo così la posizione dominante nel mercato della pubblicità di ricerca online (qui la comunicazione di addebiti).
  • Margrethe Vestager, Commissario alla concorrenza

    Le istruttorie sono iniziate all'epoca del Commissario alla concorrenza Almunia, il quale era però tacciato di non essere adatto a comprendere la complessità del mercato di riferimento. Almunia cercò in tutti i modi un accomodamento con Google, non ottenendo granché.

    Col nuovo Commissario, l’ex vicepremier danese Margrethe Vestager, i ricorrenti (decine di aziende in concorrenza con Google) hanno tirato un sospiro di sollievo. In pochi mesi il nuovo Commissario ha smosso le carte e sulla scrivania dei dirigenti di Google è giunto rapidamente il formale atto di accusa (qui il comunicato). Nel comunicato si precisa che la posizione dominante non è un problema in quanto tale, ma le aziende hanno la responsabilità di non abusare della propria posizione dominante restringendo la competizione nel mercato di riferimento o quelli limitrofi. Infine, Vestager ha avviato anche una nuova istruttoria sulle presunte restrizioni di licenza di Android verso i produttori di smartphone.

    La Federal Trade Commission americana assolve Google

    In seguito alle azioni della Commissione europea anche la Federal Trade Commission americana aveva avviato indagini formali contro il gigante della ricerca online. Dopo 19 mesi di istruttoria, però, la FTC ha assolto Google. Beth Wilkinson, consulente esterno per la FTC, ha dichiarato che indubitabilmente Google ha messo in atto azioni aggressive per ottenere un vantaggio rispetto ai concorrenti, pur tuttavia il compito della Commissione federale è quello di tutelare la concorrenza, non i singoli concorrenti e non risultano prove che Google abbia effettivamente impedito la concorrenza nel settore della ricerca onlineRimanevano, comunque, alcune preoccupazioni per le quali Google ha accettato di modificare il suo modo di agire.

    Il punto dolente, anche in relazione alle accuse della Commissione europea, riguarda l’introduzione di Universal Search che avrebbe modificato l’algoritmo di ricerca di Google favorendo i prodotti e servizi dell'azienda americana a scapito dei concorrenti. Per la FTC tali modifiche all'algoritmo sono giustificate dall'obiettivo di innovare, migliorando alla fine il prodotto di Google e l’esperienza dei suoi utenti. Per questo ha deciso di chiudere il caso.

    La difesa di Google

    La difesa di Google è basata sulla considerazione che esiste comunque sempre una serie di servizi e prodotti concorrenti, e già tale presenza è indicativa del fatto che l'azienda non viola le regole e non danneggia la concorrenza. Ci sono sempre più servizi online e i consumatori recuperano le informazioni da una miriade di fonti diverse, anche da Facebook e Twitter, ma anche, con riferimento al mercato del mobile, dalle stesse applicazioni, piuttosto che da Google Search.

    Google sostiene, inoltre, di fornire un prodotto innovativo, flessibile, semplice da usare, che fornisce velocemente le informazioni cercate e che quindi favorisce i consumatori. Insomma, il loro prodotto è il migliore, per questo è il più usato.

    Posizione dominante e abuso

    Se si guarda alla posizione di Google e in particolare alla quota di mercato occupato oggi, in effetti è ovvio pensare che Google si trovi in posizione dominante. Google detiene oltre l’80% della quota di mercato nell'ambito del search (fonte NetMarketShare) – mentre ad agosto 2016 aveva il 95% circa – e raccoglie oltre l’88% della pubblicità in questo settore. Il search engine più conosciuto lascia ormai solo le briciole agli altri motori di ricerca (vedi Motori di ricerca di Wikipedia), al punto che tanti sono usciti dal mercato (es. Yahoo, che ormai si appoggia a Bing), e altri semplicemente rimangono sconosciuti al grande pubblico.

    Avendo tali dati si potrebbe, quindi, concludere, che esiste effettivamente un problema di dominanza sul mercato da parte di Google, come scrive Jonathan Taplin in Move Fast and Break Things. Ma la posizione dominante (che è palese) non vuol dire necessariamente che ci sia un monopolio, negativo per il mercato e per i consumatori.

    Una quota dell’80% nel search advertising implica l’esistenza di un 20% che va ad altri motori di ricerca, quindi non c’è un vero e proprio monopolio. Esistono altri motori di ricerca ed è possibile utilizzarli, cioè c’è possibilità di scelta. Alcuni preferiscono Bing, altri sono contrari all'eccessiva raccolta di dati effettuata da Google e quindi utilizzano motori di ricerca alternativi e più tutelanti per gli utenti. Ad esempio, DuckDuckGo è pensato specificamente per proteggere l’utente dal tracciamento e dalla “bolla filtrante”, motore di ricerca bandito dal governo cinese proprio per l’elevato grado di protezione fornito agli utenti.

    Un altro aspetto che viene enfatizzato per dimostrare la pericolosità del “monopolio” di Google, è la grandezza dell’azienda che impedisce ad altri servizi concorrenti di entrare nel mercato. In realtà anche questo aspetto non è così pacifico.

    È vero che in alcuni casi si creano barriere all'ingresso di nuovi concorrenti in un mercato. Un esempio classico è l’introduzione di filtri a carico degli Internet Service Provider (ISP), previsto come obbligo dalla "Direttiva copyright" in consultazione al Parlamento europeo. La normativa prevede che gli intermediari dell’informazione debbano predisporre strumenti tecnici per monitorare (in accordo con i titolari dei contenuti) l’immissione in rete di contenuti in violazione del copyright, e quindi rimuoverli. Tali strumenti sono degli specifici software il cui costo non è indifferente (pensiamo a Content-ID creato da Google e utilizzato sulla piattaforma YouTube). Una norma del genere in effetti favorisce gli attori già presenti nel mercato di riferimento e che sono già sufficientemente grandi  da potersi permettere investimenti sostanziosi per la realizzazione (o l’acquisto) di strumenti tecnici di questo tipo. Ma questo è un obbligo legislativo che di fatto altera la competizione nel mercato, ma non è conseguenza di una posizione dominante di un attore di quel mercato.

    Un monopolio, inoltre, ha come conseguenza il congelamento dell’innovazione. In realtà nel settore tecnologico è difficile poter sostenere che manchi innovazione. Ad esempio quando Snapchat ha introdotto delle novità, Facebook è stata costretta a creare anch'essa funzionalità simili per evitare di perdere mercato. Vi è una costante corsa all’innovazione per non perdere quote di mercato. Ed è esattamente quello che accade con Google che da anni innova il suo motore di ricerca rendendolo sempre più efficiente e maggiormente in grado di comprendere le domande degli utenti e fornire risposte sempre più complete e affidabili.

    Il problema, infatti, non è l’esistenza di una posizione dominante, ma l’eventuale abuso di tale posizione e ciò accade quando il potere sul mercato non è contendibile.

    Il prodotto "motore di ricerca"

    I motori di ricerca in origine non erano altro che una scarna schermata con dieci link blu, i rimandi ai siti dove gli utenti, secondo l’algoritmo del motore, avrebbero potuto trovare le informazioni cercate. L’evoluzione dei motori di ricerca è stata continua e ha lasciato indietro chi non ha saputo reggere la concorrenza. Nel 2011 il vicepresidente della sezione ricerche di Yahoo, Shashi Seth, sostenne che per andare incontro agli utenti era necessario reinventare la ricerca: “La risposta, per farla semplice, è di reinventare la ricerca. Il nuovo orizzonte per la ricerca sarà focalizzarsi sul fornire le risposte che servono agli utenti senza che essi interagiscano con una pagina di tradizionali link blu”.

    Infatti, oggi i motori di ricerca hanno realizzato una profonda integrazione verticale, proponendo una serie di informazioni direttamente all'utente. Ad esempio, se io cerco su Google “empire state building” (ma anche con Bing), ottengo una serie di informazioni ulteriori (come anche l’altezza dell’edificio), indicando eventualmente la loro fonte (es. Wikipedia).

    L’integrazione verticale pone seri problemi. Da un lato, è ovvio che il motore di ricerca potrebbe essere tentato di favorire i suoi servizi a scapito di altri (prendendo informazioni da, ad esempio, Google Maps, Google Viaggi, Google Shopping), ma anche perché l’utente, se trova l’informazione tra quelle inserite nella pagina di ricerca (es. l’altezza dell’edificio) non ha più alcuna necessità di spostarsi sul sito fonte (effetto di sostituzione).

    Che è poi l’accusa che viene portata avanti dagli editori nei confronti di Google News, anche se in realtà Google News inserisce uno snippett (titolo più uno o due righe), per cui è difficile sostenere che in quel caso si realizza un vero effetto di sostituzione. Casomai l’utente scorrendo i titoli conviene che quello specifico articolo non gli interessa, per cui comunque non lo avrebbe letto.

    In questa prospettiva la società britannica StreetMap, fondata nel 1997, ha sostenuto di essere stata schiacciata con l'arrivo di Google nel mercato della mappatura online nel 2007. Quando Google ha iniziato a inserire una mappa nella pagina dei risultati di ricerca, secondo Kate Sutton, direttore commerciale di StreetMap, è iniziato il declino del traffico verso i servizi della sua azienda.
    Ma un’Alta Corte inglese ha stabilito che non esistono prove sufficienti per dimostrare che Google ha determinato degli effetti anti-concorrenziali nel settore della mappatura online, e che comunque le modifiche al motore di ricerca (l’introduzione della mappa nella pagina del search) possono essere considerare un miglioramento per il mercato del search engine.

    Appare, altresì, complicato anche semplicemente stabilire qual è il mercato di riferimento. Perché se ci concentriamo su uno specifico settore, come ad esempio la ricerca di prodotti (shopping), esistono altri motori di ricerca specializzati, oppure siti web (Amazon) che entrano in concorrenza con Google. Gli stessi social network si servono di motori interni che sottraggono quote a Google. Oggi i motori di ricerca non sono l'unica porta di accesso ai siti web, anzi gli utenti raggiungono i siti attraverso una miriade di percorsi (in particolare attraverso i social).

    Oltre tutto nell'ambito del mercato dei motori di ricerca non esiste alcuna barriera (lock-in) al passaggio da un prodotto ad un altro (a differenza di altri settori, ad esempio i social). Un utente può in qualsiasi momento utilizzare un motore di ricerca concorrente. È, quindi, difficile sostenere che Google sia dominante perché crea ostacoli al passaggio ad altro prodotto concorrente. Più probabilmente lo è perché è il prodotto che maggiormente incontra il favore degli utenti.

    Procedendo oltre, dovremmo anche definire quando siamo in presenza di una discriminazione di altri servizi. Nel momento in cui il compito di un motore di ricerca è quello di fornire all'utente una risposta nel più breve tempo possibile, è ovvio che l'integrazione verticale non è altro che un modo di andare incontro alle esigenze degli utenti, perché così il motore di ricerca diventa più efficiente. Imporre un principio generale di search neutrality a Google (o a Bing o a Yahoo) vorrebbe dire imporre all'azienda americana di smettere di fornire direttamente le risposte e linkare i servizi concorrenti, riportando il motore di ricerca al tempo della pagina con i link blu, cosa che comporta un ovvio danno al motore di ricerca con vantaggio dei competitori.

    In quanto azienda che esercita la libertà di impresa, il motore di ricerca, invece, ha tutto il diritto di effettuare le scelte strategiche che ritiene utili per migliorare il proprio prodotto, compreso, quindi, inserire servizi proprietari nell'ambito dei risultati del motore di ricerca.

    L’accusa nei confronti di Google è di non rispettare un generale principio di neutralità nella ricerca, nel senso che favorirebbe i propri prodotti o servizi a scapito di quelli concorrenti. Il rispetto del principio di search neutrality potrebbe congelare l’innovazione dei motori di ricerca.

    Paradossalmente, in questo senso, la normativa antitrust, il cui scopo è di tutelare i consumatori, imporrebbe regole che impediscono al motore di ricerca di andare incontro alle esigenze dei consumatori. È questo il motivo in base al quale l’FTC ha sostanzialmente assolto Google.

    Le accuse della Commissione

    La Commissione europea, in realtà, accusa Google di aver fornito un trattamento diverso ai servizi di comparazione dei prezzi rispetto al proprio. Quello che la Commissione ha rilevato non è tanto l’integrazione verticale di servizi differenti all'interno del motore di ricerca generalistico, ma il fatto che tale integrazione venga svolta secondo modalità anti-concorrenziali (abuso). E cioè, il servizio Shopping di Google è sistematicamente posto nella parte alta della pagina di ricerca, e così viene visto immediatamente dall'utente.

    Di contro, i servizi concorrenti sono assoggettati alla regole del motore di ricerca generalistico, e quindi finiscono invece in pagine successive alla prima (es. pagina 4). Quindi si verifica una situazione nella quale l’utente vede facilmente il servizio Shopping di Google ma non i concorrenti (a meno che non scorra diverse pagine), con evidente favoritismo per il proprio servizio. Google, infatti, tende a indirizzare l'utente, che cerca un prodotto, al venditore, tramite gli annunci pubblicitari  o direttamente tramite Google Shopping (che generano ricavi), piuttosto che tramite il motore generalista (azione che non porta ricavi a Google). Google, quindi, sfrutta il motore di ricerca generalista per favorire un suo prodotto specialistico.

    Secondo la Commissione, Google Shopping in tal modo avrebbe aumentato il traffico 45 volte nel Regno Unito, 35 in Germania, 14 in Italia. Teniamo presente che Google Shopping nasce dall’acquisito del servizio Froogle, che era decisamente inefficiente (come risultato anche da mail interne di Google).

    Tali risultati emergerebbero da circa sette anni di indagini da parte della Commissione, in particolar modo analizzando le differenze tra i vari paesi, verificando il traffico di Google Shopping e dei concorrenti man mano che veniva introdotto nei vari paesi europei.

    La Commissione ha ovviamente ricevuto e tenuto conto delle difese di Google, in particolare evidenziando che non è utile fare un raffronto con Amazon e Ebay. L'argomento utilizzato spesso a difesa del gigante della ricerca è infatti l'esistenza di prodotti simili in concorrenza, come appunto Amazon, che anzi è probabilmente anche più usato per lo shopping. Ma si tratta di servizi differenti (merchant platform, cioè che vendono prodotti) rispetto a quello di comparazione dei prezzi di Google Shopping. Ciò che va analizzato è il rapporto con gli altri servizi di comparazione prezzi (come Nextag, PriceGrabber, Foundem).

    Google, ovviamente, ha annunciato ricorso.

    Guerra commerciale Ue vs Usa

    La multa al gigante della ricerca (e della pubblicità) online è l’atto finale di solo uno dei tanti procedimenti ormai avviati contro le multinazionali americane. È sempre del Commissario alla concorrenza Vestager la multa di 13 miliardi di euro per i benefici fiscali concessi ad Apple in Irlanda.

    Si tratta anche di un atto profondamente politico, per avvertire i giganti americani che le regole che si applicano in Europa sono quelle europee, in tutti i campi, dalle protezione dei dati personali (vedi la riforma del regolamento per la protezione dei dati personali) fino alla tassazione.

    Non dimentichiamo che già un gigante americano ha dovuto cedere all’antitrust europeo. La Microsoft, multata a più riprese per varie pratiche anti-concorrenziali, fu costretta a modificare le proprie pratiche commerciali in Europa.

    È sintomatica la procedura di infrazione aperta per aver imposto, all'interno del sistema operativo Windows, Internet Explorer quale browser predefinito. Alla fine Microsoft accettò di consentire l’utilizzo di browser alternativi, inserendo il famoso ballot screen per la selezione del browser. Il risultato è sotto gli occhi di tutti. A dicembre del 2009, anno in cui la Commissione multò Microsoft, Internet Explorer aveva una quota di mercato del 55%, mentre oggi è di circa il 4% (qui quote di mercato browser), lasciando così spazio ai concorrenti, Firefox e Google Chrome principalmente.

    Una cosa è certa, comunque la si pensi, la guerra commerciale tra Usa e Unione europea si sta rapidamente scaldando.

    (Immagine anteprima via Techcrunch)

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    Il consumo di suolo in Italia rallenta, ma non si ferma

    [Tempo di lettura stimato: 7 minuti]

    L'Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA) ha pubblicato l'edizione 2017 del rapporto sul consumo di suolo (Consumo di suolo, dinamiche territoriali e servizi ecosistemici). Il rapporto descrive l'evoluzione e lo stato di questo fenomeno in Italia, analizzando le trasformazioni urbane che sono avvenute a livello nazionale e il loro impatto sul territorio.

    Il consumo di suolo in Italia

    Il consumo di suolo è la sottrazione di aree agricole e naturali che avviene con l'espansione del tessuto urbano sul territorio. È ciò che chiamiamo comunemente "cementificazione", ma riguarda anche le coperture in asfalto delle infrastrutture stradali.

    Leggi anche >> Come abbiamo distrutto il Belpaese e cosa possiamo fare per salvare ciò che resta

    L'anno scorso avevamo pubblicato un approfondimento su questo tema. Avevamo parlato dei costi ambientali, ma anche economici, dovuti all'eccessivo consumo di una risorsa importante come il suolo. Avevamo spiegato, inoltre, come i suoi effetti debbano essere esaminati al di là delle percentuali di superfici libere perdute. Soprattutto in aree come la pianura padana, dove dal dopoguerra a oggi la crescita delle aree residenziali, industriali e commerciali, nell'intorno delle grandi città ma anche di molti centri di medie e piccole dimensioni, ha modificato in modo profondo l'assetto del territorio e il rapporto tra zone urbane e rurali.

    Abbiamo accennato al tema del paesaggio, che è strettamento collegato a quello del consumo di suolo. La quantità e la qualità di ciò che è stato costruito in questi decenni hanno entrambe inciso, spesso negativamente, sulla immagine del territorio. Il paesaggio ha subito quella che alcuni osservatori chiamano "banalizzazione", per descrivere l'impoverimento della sua immagine e della sua forma (non solo ai margini delle città ma anche nelle campagne), impressa anche dall'intervento dell'uomo nel corso dei secoli. Senza considerare il degrado rappresentato da edifici incompiuti e lottizzazioni abbandonate.

    Abbiamo poi ricordato le cause del consumo di suolo: le politiche urbanistiche adottate dal dopoguerra a oggi. Il mancato contenimento della rendita immobiliare che ha spesso orientato lo sviluppo edilizio in senso speculativo. Le dinamiche demografiche e quelle legate al mercato immobiliare e al settore delle costruzioni. Le scelte adottate dalle amministrazioni comunali all'interno dei piani regolatori. E una prassi di pianificazione del territorio frammentata tra i diversi Comuni.

    Dal dopoguerra a oggi il suolo consumato in Italia è aumentato del 184%

    Nella presentazione del rapporto Stefano Laporta, presidente designato dell'ISPRA, scrive:

    Il consumo di suolo con le sue conseguenze, rallenta ma non accenna a fermarsi. Il rallentamento non sufficiente della sua velocità, dovuto alla crisi economica degli ultimi anni, rende evidente che non vi sono ancora strumenti efficaci per il governo del consumo di suolo, e ciò rappresenta un grave vulnus in vista della auspicata ripresa economica, che non dovrà assolutamente accompagnarsi ad una ripresa della artificializzazione del suolo

    L'ISPRA, insieme alle Agenzie per la Protezione dell’Ambiente regionali e delle province autonome, ha realizzato una cartografia del consumo di suolo sul territorio nazionale, con dati aggiornati al 2016, esaminando in particolare il periodo compreso tra novembre 2015 e maggio 2016.

    In questo periodo la velocità di consumo di suolo è stata di 3 metri quadrati al secondo (circa 30 ettari al giorno). Negli anni 2000, in una fase di grande espansione edilizia, ha toccato gli 8 metri quadrati al secondo, passando poi a 6-7 tra il 2008 e il 2013 e a 4 tra il 2013 e il 2015. Si registra dunque un significativo rallentamento, ma non ancora un arresto.

    La percentuale di suolo consumato, sull'intera superficie nazionale, è il 7,64% (l'aggiornamento ha permesso di definire meglio questo dato, che nel rapporto dell'ISPRA dello scorso anno era fissato al 7%). Negli anni '50 era il 2,7%. Un incremento, a oggi, del 184%. È un po' come se avessimo completamente ricoperto una superfice pari, all'incirca, alla Liguria e alle Marche.

    La regione con la percentuale maggiore di suolo consumato è la Lombardia (12,96%), seguita dal Veneto con il 12,21%. Sopra al 10% c'è la Campania, mentre tra l'8 e il 10% si collocano Lazio, Emilia Romagna, Liguria, Puglia e Friuli-Venezia-Giulia.

    Il consumo di suolo delle Regioni. La linea rossa indica la media nazionale. (Fonte: ISPRA)

    Il consumo di suolo non è distribuito in modo omogeneo sul territorio. Si concentra in quelle aree (le pianure, le zone costiere, i fondovalle) dove la conformazione del terreno agevola la crescita delle aree urbanizzate. A livello nazionale è consumato il 23,2% della superficie a 300 metri dalla costa e l'11,9% tra gli zero e i 300 metri di quota. Tra le Regioni, per esempio, il suolo consumato tra gli 0 e i 300 metri di quota in Lombardia sale al 18,5%, rispetto al 12,96 a livello regionale.

    I "costi nascosti" del consumo di suolo

    Consumare suolo significa perdere una risorsa che svolge importanti funzioni. Si parla di "servizi ecosistemici" per definire tutti i benefici che noi riceviamo dall'ambiente e che possono essere compromessi dal suo eccessivo sfruttamento.

    Il suolo ospita una quota rilevante della biodiversità presente sulla Terra. Costituisce il supporto per lo sviluppo della biomassa vegetale ed è quindi la risorsa primaria per l'agricoltura. Ha un ruolo rilevante nel ciclo dell'acqua, che assorbe e filtra nel suo percorso verso le falde sotterranee (per questa ragione l'impermeabilizzazione diminuisce la capacità del suolo di assorbire e regolare il flusso dell'acqua durante le precipitazioni). Il suolo partecipa ai cicli biogeochimici globali, come il ciclo del carbonio. È un carbon sink, cioè un sistema capace di immagazzinare il carbonio atmosferico, principalmente attraverso la vegetazione. Per questo oggi si ritiene che una corretta gestione dei suoli possa contribuire al contenimento del riscaldamento globale, causato dall'aumento della concentrazione atmosferica di gas serra, soprattutto anidride carbonica.

    Alcuni metodi di valutazioni economica dei servizi ecosistemici permettono oggi di quantificare, in termini monetari, il valore di queste funzioni. Quindi, i costi economici che devono essere sostenuti in seguito alla loro perdita. Già lo scorso anno l'ISPRA aveva svolto delle stime relative al consumo di suolo avvenuto tra il 2012 e il 2015. In questo nuovo rapporto l'Istituto aggiorna queste cifre, calcolando i costi del suolo consumato tra il 2012 e il 2016.

    Si tratta, come scrive il rapporto, di «stime indicative e preliminari» che esprimono i «costi annuali aggiuntivi» che dovremo sostenere dal 2017 in poi. A livello nazionale, le stime collocano questi costi tra 625,5 e 907,9 milioni di euro l’anno (tra 30591 e 44400 euro per ogni ettaro di suolo consumato).

    Come precisa l'ISPRA:

    Le stime economiche ottenute non considerano la totalità dei servizi ecosistemici, ma solo una loro parte. I “costi nascosti” del consumo di suolo, quindi, potrebbero essere ben maggiori rispetto ai valori riportati.

    La funzione che incide maggiormente su questi costi è la produzione agricola (45%, se si considera il valore massimo dell'intervallo stimato).

    (Fonte: ISPRA - Sistema Nazionale per la Protezione dell'Ambiente)

    La nuova legge sul consumo di suolo e le sue criticità

    Il rapporto si sofferma anche sulla legge sul contenimento del consumo del suolo e riuso del suolo edificato, approvata lo scorso anno alla Camera e che dovrebbe iniziare a essere discussa in Senato. Come già aveva fatto l'anno scorso, l'ISPRA segnala che la legge in discussione presenta una particolare criticità nelle definizioni dei termini impiegati, tra le quali le stesse definizioni di «consumo di suolo» e di «superficie agricola, naturale e seminaturale».

    Scrive il rapporto che le definizioni «appaiono limitative, non considerando il consumo di suolo in tutte le sue forme e rappresentando allo stesso tempo un potenziale ostacolo al suo reale contenimento». Dal calcolo del suolo effettivamente consumato verrebbero escluse alcune tipologie di superfici:

    Le aree destinate a servizi di pubblica utilità di livello generale e locale, le infrastrutture e gli insediamenti prioritari, le aree funzionali all’ampliamento di attività produttive esistenti, i lotti interclusi, le zone di completamento, gli interventi connessi in qualsiasi modo alle attività agricole.

    Queste eccezioni determinerebbero una stima del suolo consumato inferiore alla percentuale reale. Gli autori aggiungono inoltre che «la procedura di definizione dei limiti è estremamente complessa e che non sono stabilite le percentuali di riduzione da raggiungere nel corso degli anni».

    Quanto suolo continueremo a consumare in Italia?

    Il 2050 è l'anno per il quale l'Unione Europea ha fissato l'obiettivo del consumo di suolo netto zero. Immaginando uno scenario "ideale" di diminuzione progressiva e lineare, con «interventi normativi significativi e azioni conseguenti», l'ISPRA stima che entro il 2050 potremo aver consumato in Italia altri 1635 chilometri quadrati di superficie libera. Se la velocità media di consumo si mantenesse invece sui valori del periodo 2015-2016 avremmo perso altri 3270 chilometri quadrati (una superficie pari circa a quella della Valle d'Aosta). Il terzo scenario prevede che, in seguito alla ripresa economica (e quindi del settore edilizio), il consumo di suolo ritorni immediatamente ai ritmi dei decenni scorsi, fino a consumare nell'ipotesi peggiore altri 8326 chilometri quadrati.

    Sono scenari "virtuali", ma utili per farci capire l'impatto nel lungo periodo. Quale prevarrà tra questi? Come detto, in questo momento, stiamo consumando suolo a una velocità molto più bassa di quella che si registrava all'apice della "bolla immobiliare" degli anni 2000. Eppure, se continuasse a questa velocità, il consumo di suolo nel lungo periodo sarebbe ancora significativo.

    Andrea Arcidiacono, vicepresidente dell'Istituto Nazionale di Urbanistica, ricorda nel rapporto che i piani regolatori dei comuni lombardi, attualmente vigenti, «contengono previsioni di trasformazione per usi urbani di suoli liberi pari a oltre 50 mila ettari». Un potenziale consumo di nuovo suolo superiore a quello che si è verificato in Lombardia tra il 1999 e il 2009, in un periodo di grande espansione edilizia.

    A maggio la Lombardia ha approvato  una integrazione al Piano territoriale regionale. Il Piano deve stabilire le soglie di riduzione di consumo di suolo a cui si dovrebbero attenere Province e Comuni. La modificazione del Piano regionale lombardo restituisce ai Comuni il potere di pianificazione urbanistica. Ma permette loro anche di stabilire nuove previsioni di suoli urbanizzabili, nel rispetto di un "bilancio ecologico del suolo" che tuttavia considera come già consumate anche le aree che i piani regolatori classificano come edificabili, ma che sono ancora libere. Queste aree sfuggirebbero alle soglie di riduzione prescritte dal Piano regionale. Così, tutte le previsioni contenute nei piani regolatori comunali non verrebbero calcolate come nuovo consumo. Si tratta in sostanza, secondo Arcidiacono, di un «artefatto normativo» che permetterebbe ai comuni "meno virtuosi" di confermare le trasformazioni urbane già previste nei piani.

    Del resto, se in questo istante stiamo sacrificando meno aree agricole e naturali che in passato, lo dobbiamo in massima parte alla crisi delle settore edilizio, più che alle decisioni delle amministrazioni locali. Commentando nel rapporto il caso del Veneto Anna Marson, della Università IUAV di Venezia, nota:

    Non è dunque sufficiente rallentare il consumo (a questo ha già pensato il mercato). È necessario in primo luogo cambiare la logica dell’intervento pubblico, finanziando soltanto interventi che non comportino nuovo consumo di suolo e che contribuiscano invece a recuperare le aree già consumate in stato di degrado, e togliere legittimità a un nuovo consumo di suolo che oramai – in questo contesto – non serve davvero più ad alcuna esigenza, né sociale né economica.

    Sono in molti a spingere perché il Parlamento approvi al più presto in via definitiva la legge sul consumo di suolo oggi ferma al Senato. Ma per essere davvero incisiva la legge dovrebbe recepire i dati e le osservazioni contenute nel rapporto dell'ISPRA. Sono necessari provvedimenti chiari ed efficaci, sia a livello nazionale che regionale, per fermare quel consumo di nuovo suolo che «non serve davvero più ad alcuna esigenza, né sociale né economica».

     

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    Interland: il gioco di Google che prepara i bambini alla vita digitale

    [Tempo di lettura stimato: 2 minuti]

    Qualche giorno fa Google ha presentato un progetto di educazione digitale e alfabetizzazione alle notizie rivolto ai più piccoli che si propone di insegnare loro come vivere la rete in maniera sicura e coscienziosa, attraverso giochi e corsi guidati. Per adesso è disponibile solo in lingua inglese, ma vista l'importanza dell'argomento abbiamo deciso di spiegarvi lo stesso in cosa consiste.

    La cittadinanza digitale è un argomento di cui ci siamo già occupati su Valigia Blu, siamo convinti che sia importante coltivare la capacità dei bambini di utilizzare la rete in modo responsabile. Internet rappresenta una delle sfide educative più significative per insegnanti e genitori che oggi si trovano a educare i cittadini di domani.

    Viviamo in un periodo di transizione, nel quale una generazione, cresciuta in un'era pre-connessa, deve insegnare potenzialità e rischi di una delle rivoluzioni più potenti dell’ultimo secolo a una generazione che è nata in un’era iper-connessa dandola per scontato. Ed è per questo che il progetto di Google, Be Internet Awesome, si rivolge sia ai bambini che agli adulti (insegnanti o genitori).

    Il cuore della proposta giovanile è un videogioco platform chiamato Interland, accessibile online da qualsiasi dispositivo, che attraverso una serie di livelli porta il giocatore a confrontarsi con tematiche come il phishing, l'importanza della privacy, la gentilezza nelle interazioni e l'empatia.

    Il gioco è ambientato in un universo narrativo astratto composto da quattro regni principali, ognuno dei quali propone un insegnamento differente (rispetta e sii gentile con gli altri, non credere alle informazioni false, condividi con cautela, proteggi la tua privacy). Il sistema di controllo del personaggio è intuitivo, così come la dinamica di gioco e i diversi ostacoli che vengono poco a poco presentati lungo il cammino. Immerso in una grafica poligonale moderna e attraente, il giocatore affronta la rappresentazione astratta di hacker, bulli, fake e disinformatori e interiorizza gli insegnamenti per una corretta cittadinanza digitale.

    È piacevole da giocare anche per un adulto (abbiamo provato tutti i livelli) e nonostante la sua vocazione educativa e il target a cui si rivolge non risulta affatto infantile né stucchevole.

    Come abbiamo già detto, Be Internet Awesome si propone di sensibilizzare non solo i piccoli, ma anche gli adulti. È importante che i bambini ricevano stimoli dalle loro figure di riferimento che li aiutino a essere gentili, rispettosi, intelligenti, attenti e prudenti online, così come da sempre si è insegnato a esserlo 'offline'.

    La parte del progetto rivolta a insegnanti e genitori è un programma educativo di alfabetizzazione digitale, sviluppato in collaborazione con la Internet Keep Safe Coalition e fondato sugli stessi principi che abbiamo visto nel gioco online, che può essere usato liberamente nelle scuole o a casa.

    L'interesse e il coinvolgimento dei genitori nell'educazione digitale dei figli è cruciale: non si tratta di insegnare ai bambini a usare i gadget tecnologici (come qualcuno di voi avrà già pensato, nella maggior parte dei casi succede proprio il contrario), ma di far capire loro quali sono i pericoli, quali i benefici e in che modo l'uso corretto di Internet possa migliorare o pregiudicare la nostra salute e la nostra sicurezza.

    Non si può pensare di affrontare la questione dell'educazione digitale semplicemente proibendo l'accesso a internet. Sarebbe come rifiutarsi di insegnare a un bambino come si attraversa la strada per il solo fatto che non gli è consentito uscire di casa solo o guidare un'automobile.

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