Il giornalista italiano del Guardian ‘intercettato’ dalla Procura di Palermo: “Stanno screditando il mio lavoro”

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di Angelo Romano e Andrea Zitelli

Scoprire durante un’udienza in tribunale di essere stato intercettato e che alcune conversazioni registrate sono state ritenute rilevanti nel caso giudiziario riguardante l’arresto di un pericoloso trafficante di migranti che stai seguendo da un anno e mezzo per la testata per cui lavori, durante il quale hai rilevato in più occasioni che potrebbe esserci stato un errore e in carcere è finita la persona sbagliata. E notare, leggendo gli scambi inseriti nel documento depositato dal pubblico ministero, che quanto riportato sembra del tutto irrilevante dal punto di vista investigativo.

È quello che è accaduto a Lorenzo Tondo, giornalista siciliano, che per il Guardian sta seguendo le vicende giudiziarie del cosiddetto “caso Mered”: l’arresto di un eritreo, che per la Procura di Palermo sarebbe il pericoloso trafficante di migranti, Medhanie Yehdego Mered, mentre per la difesa si tratterebbe di Medhanie Tesfamariam Behre, un richiedente asilo che mungeva vacche in Sudan prima di provare a raggiungere l’Europa. In base a molti elementi raccolti e alle ricostruzioni di diverse testate italiane e internazionali, il "caso Mered" potrebbe configurarsi come uno scambio di persona.

In un post su Facebook di una decina di giorni fa, Tondo ha definito lesivo del diritto di cronaca e del suo mestiere di giornalista l’episodio che l’ha visto direttamente coinvolto, mostrando tutta la sua amarezza, sorpresa e preoccupazione per quanto accaduto: «Citare le mie relazioni con una fonte (relazioni che, ripeto, non hanno alcuna rilevanza investigativa) e inserirle deliberatamente in un’indagine contro un trafficante di uomini, significa ledere quel principio. Con l’effetto di screditare il nostro lavoro. Mi auguro che questo non sia l’obiettivo degli investigatori. Ho rispetto del lavoro della magistratura. E questo rispetto non deve e non può però diventare sudditanza. Quando si tratta di sollevare dubbi fondati su un’operazione o un’indagine, io, da cronista, devo essere libero di poterli sollevare».

Ieri è successa una cosa davvero spiacevole. Una cosa che in Italia, nella mia categoria, è considerata oramai...

Pubblicato da Lorenzo Tondo su Sabato 11 novembre 2017

Abbiamo ripercorso le principali tappe di questa controversa vicenda giudiziaria e sentito Lorenzo Tondo per provare a tracciare il contesto in cui è arrivata la trascrizione delle sue conversazioni.

Il “caso Mered”

A fine maggio del 2016, grazie a un’operazione congiunta di Italia e Gran Bretagna, viene arrestata una persona che si ritiene essere Medhanie Yehdego Mered. È considerata una figura chiave nel traffico di migranti in fuga dal Nord Africa verso l’Europa. L’8 giugno viene estradato in Italia e in un articolo del Corriere della Sera che riporta la notizia si leggono i dettagli dell’arresto:

L’hanno preso in Sudan, dove si era rifugiato, grazie a un’operazione dei servizi segreti di quel Paese in collaborazione con gli inglesi della National crime agency (NCA). Ma l’ordine d’arresto viene dalla Procura di Palermo, che l’ha individuato come uno dei più attivi trafficanti di esseri umani sulla rotta libica-subsahariana, al termine delle indagini (ndr basate anche su intercettazioni) del Servizio centrale operativo della polizia e delle Squadre mobili della Sicilia occidentale. Ecco perché martedì sera è stato estradato in Italia Medhane Yehdego Mered, cittadino eritreo di 35 anni, chiamato dai suoi complici «il Generale»”.

L’arrivo dell’uomo arrestato in Italia via AFP

L’allora ministro dell’Interno, Angelino Alfano, lo stesso giorno affermò che “l’arresto e l’estradizione in Italia di Mered Yehdego Medhane è un risultato straordinario conseguito grazie a una intensa attività investigativa e di cooperazione transnazionale”.

Il 9 giugno, il giorno seguente la notizia dell’arresto di Mered, i media inglesi pubblicano però le testimonianze di alcuni amici e parenti dell’eritreo arrestato che affermano che da parte degli inquirenti c’è stato un scambio di persona che ha portato all’arresto dell’uomo sbagliato. In realtà, infatti, secondo la loro testimonianza, la persona in carcere si chiama Mered Medhanie Tesfamariam Behre e ha 28 anni. Tra le testimonianze raccolte dal media britannico c’è anche quella di Meron Estefanos, una giornalista svedese di origine eritrea, che afferma di aver contattato i rifugiati che conoscono il vero trafficante di persone, di aver mostrato loro la foto dell’uomo arrestato dalle autorità italiane e che tutti quanti hanno assicurato che non si tratta della persona che li ha condotti illegalmente in Europa. Estefanos ha poi aggiunto: «Credo che abbiano la persona sbagliata: questo è un rifugiato che si trovava a Khartoum [capitale sudanese] nel posto sbagliato al momento sbagliato».

A sinistra, l’uomo che secondo la difesa è Medhanie Tesfamariam Berhe, a destra Medhanie Yehdego Mered in una foto segnaletica – via Guardian

In risposta a queste testimonianze, un portavoce dell’NCA (National Crime Agency), riportano ancora i media inglesi, afferma che «si tratta di un'operazione complessa con più partner ed è troppo presto per fare congetture su queste affermazioni», aggiungendo comunque di essere fiduciosi del processo di raccolta di informazioni che hanno portato all’arresto dell’uomo condotto dal Sudan in Italia. Dopo il primo interrogatorio davanti ai magistrati siciliani, avvenuto il 10 giugno 2016, il procuratore capo di Palermo, Francesco Lo Voi, commenta di essere fiduciosi «perché l'indagato ha riconosciuto che una delle telefonate intercettate il 23 maggio era stata fatta da lui, con il telefono che poi è stato ritrovato al momento dell'arresto e che è stato consegnato a noi. Per questo gli accertamenti proseguono e non abbiamo alcuna certezza sull'errore di persona. Verrà fatta una perizia fonica e solo così si potrà stabilire se effettivamente la persona che intercettavamo era quella che poi è stata arrestata».

Davanti al Giudice delle indagini preliminare (Gip), riporta Repubblica Palermo, l'uomo ha “sostenuto di chiamarsi Mered Tesfamarian, eritreo, rifugiato in Sudan” e non quindi “Mered Yehdego Medhane”, nome del presunto trafficante di uomini. I suoi legali hanno presentato una richiesta di scarcerazione, ma è stata respinta dal gip, perché, racconta RaiNews, “le ragioni prospettate dalla difesa poggerebbero solo sulle dichiarazioni dell'eritreo e dei suoi amici. ‘Mentre - scrive il gip richiamandosi alla memoria dei pm - ci sono elementi chiari e plurimi a suo carico’”.

A settembre il Gip rinvia a giudizio l’uomo in carcere, che nel frattempo era stato trasferito da Roma a Palermo, con l'accusa di essere uno dei più pericolosi trafficanti di esseri umani al mondo. Nel corso del processo – la cui prima udienza è stata rinviata più volte e andato a rilento perché alcuni giudici sono cambiati per diverse questioni –, l’avvocato presenta diverse prove a sostegno dello scambio di persona: le foto di un matrimonio del 2015 in cui appare quello che secondo la difesa sarebbe il vero trafficante, un documento di identità a nome Tasmafarian, rilasciato in copia conforme dal dipartimento Emigrazione dell'Eritrea, che dimostrerebbe che il suo assistito si trovasse in Sudan in procinto di partire per l'Italia come migrante, altri migranti che hanno conosciuto il trafficante Medhanie Mered – a lui hanno pagato soldi per arrivare in Italia – che hanno testimoniato che l’uomo arrestato non è la persona che i pm di Palermo accusano. In precedenza, riporta il Fatto Quotidiano, anche la Procura di Roma aveva affermato che la foto di Mered non corrispondeva all’uomo in carcere, sulla base delle testimonianze di un collaboratore di giustizia, Seifu Haile, e di altre perizie.

La copia del documento di riconoscimento di Medhane Tesfamariam Berhe inviata dal dipartimento Emigrazione dell'Eritrea.

La Procura ha sempre respinto invece la tesi dello scambio di persona in base alle prove raccolte durante le indagini (come il traffico telefonico e i collegamenti con altri soggetti). Il 25 ottobre 2017, la difesa ha presentato, come ulteriore prova, il test del DNA che ha attestato che al 99,99% la madre della persona in carcere è Meaza Zerai Weldai, la donna che, pochi giorni prima, in un’intervista a Repubblica, aveva affermato che «non è lui Medhanie Yehdego Mered. Il nome di mio figlio è Medhanie Tesfamariam Berhe». L'avvocato ha così commentato l’esito del test del DNA: «Ad oggi un dato certo c'è. Il mio assistito si chiama Medhanie Tesfamariam Berhe e non ha altri nomi».

Il mese successivo, il 10 novembre, i pm hanno portato nuove prove di colpevolezza, derivanti da un’attività integrativa d'indagine partita dall'analisi del cellulare sequestrato all'eritreo al momento dell'arresto, spiega LiveSicilia: “Contatti con trafficanti di uomini libici e un ruolo attivo nell'organizzazione dei viaggi di migranti verso le coste siciliane: sono gli elementi d'indagine nuovi che, per i pm di Palermo, confermerebbero che l'eritreo sotto processo per tratta, arrestato ed estradato dal Sudan nel 2015, è quello che per anni hanno cercato. Nessun errore di persona. (...) Che si chiami Mered Medhanie Yedhego o, come ritenuto dai difensori, Mered Tasmafarian Behre, in cella dal 23 maggio 2016, ne sono certi i pm, c'è uno dei più importanti e spietati trafficanti di uomini dell'Africa”.

L’intercettazione di Tondo

È a questo punto che s’inserisce la vicenda che riguarda direttamente Lorenzo Tondo.

Tondo è stato uno dei pochi giornalisti italiani a seguire sin dall’inizio il caso per il Guardian, introducendo di volta in volta, con i suoi articoli, elementi che mettevano in discussione le conclusioni cui era giunta la Procura di Palermo e, cioè, che l’uomo finito in carcere fosse effettivamente Medhanie Yehdego Mered. Il 9 giugno 2016 (il giorno dopo l’annuncio dell’arresto del pericoloso trafficante di migranti, ndr) scrive un articolo insieme a Patrick Kingsley, giornalista che all'epoca per il Guardian si occupava di migrazione, in cui segnala per la prima volta che potrebbe esserci stato uno scambio di persona e che l’eritreo arrestato sarebbe “Medhanie Tesfamariam Berhe, noto ad alcuni amici col suo nome ancestrale di Kidane”. A testimoniarlo, Fshaye Tasfai, un esiliato eritreo di 42 anni, che viveva in Sicilia, cugino di Berhe, che assicurava che la persona arrestata provenisse dalla sua famiglia e avesse lasciato l’Eritrea nel 2014 per trasferirsi a Khartum, in Sudan. Affermazioni confermate anche da uno dei coinquilini di Berhe nella capitale sudanese. Nei mesi successivi, Tondo continua a scrivere sul quotidiano britannico portando alla luce sempre più aspetti che generavano più di una perplessità sull’identità della persona arrestata: i racconti della famiglia dell’imputato, i dati provenienti dal controllo del suo profilo Facebook, persino la testimonianza della moglie del vero trafficante, Medhanie Yehdego Mered, supportavano l’ipotesi dello scambio di persona e che in carcere ci fosse il Mered sbagliato.

Al centro, Lorenzo Tondo, premiato ai Dig Awards per il progetto "Hunting the General" – via The Vision.

Nell’udienza del 10 novembre il pubblico ministero Calogero Ferrara deposita la “Comunicazione di Reato redatta nei confronti di Mered Yehdego Medhanie, nato in Eritrea l’1 gennaio 1981, alias Tesfamariam Medhanie Berhe, nato in Eritrea il 12 maggio 1987”. In altre parole, i pm non prendono considerazione l’ipotesi dello scambio di persona e i due nomi diversi non sarebbero identificativi di due persone differenti, ma sarebbero alias, pseudonimi, dell’imputato.

La comunicazione, divisa in 9 capitoli, contiene informazioni ritenute rilevanti dal pubblico ministero ai fini istruttori. Ricevuta l’informativa dalla polizia giudiziaria, spiega Giuseppe Francaviglia su The Vision, il pm la presenta al presidente della Corte dopo aver valutato quali sono gli elementi di interessi investigativi per istruire il processo. Le trascrizioni delle intercettazioni riguardanti Lorenzo Tondo sono in questo documento.

All’interno del nono capitolo, intitolato “I collegamenti tra Medhane e stranieri presenti a Palermo”, vengono identificate due utenze contattate dal cellulare sequestrato all’imputato prima della partenza verso l’Europa. Una è quella di Haile Fishaye Tesfay: per l’accusa un possibile “collegamento in Italia per conto dell’organizzazione criminale transazione capeggiata da Medhanie/Mered”, per la difesa, ricostruisce Francaviglia, “semplicemente un familiare di Medhanie/Berhe”. Fishaye Tesfay è la stessa persona (Fshaye Tasfai) che dice a Kingsley e Tondo, il 9 giugno 2016, che c’è stato un errore e l’eritreo arrestato non è il pericoloso trafficante, ma un suo "cugino". Per questo motivo è importante distinguere tra Mered e Berhe e stabilire chi sia l’uomo sotto processo.

Sospettando che Fishaye Tesfay potesse avere un ruolo di collegamento in Italia per conto dell’organizzazione criminale guidata da “Medhanie/Berhe”, i pm chiedono di procedere all’intercettazione, autorizzata a partire dal 15 febbraio 2017. È tra queste intercettazioni che finiscono le conversazioni di Tondo.

“Inoltre – si legge nella Comunicazione – sono state intercettate anche due conversazioni ed un sms tra Haile Fishaye Tesfay e il giornalista Lorenzo Tondo, corrispondente in Italia del giornale britannico “The Guardian”, dal cui ascolto si è evinto che è in atto la preparazione di un reportage giornalistico sul trafficante Mered. Si è potuto chiaramente ascoltare che il giornalista si avvarrà anche dell’opera di Haile Fishaye Tesfay, invitato anche a sostenere delle interviste ‘di spalla’”.

In un’altra trascrizione, viene fatto riferimento a un incontro con altre persone, “Gabriele e Silvia”, che, come ci ha detto Tondo, sono due suoi colleghi del quotidiano siciliano MeridioNews.

 

I passaggi evidentemente ritenuti importanti dai pm sono in grassetto ma resta difficile capire come le conversazioni trascritte possano essere rilevanti per fare luce sull’identità dell’imputato e sui reati che gli sono contestati e all’organizzazione. Nel documento, i pm scrivono che dalle “conversazioni di interesse investigativo (...) si è potuto evincere come Fishaye Tesfay sia stato sempre interessato alle vicende riguardanti il detenuto Medhane”. Se anche Medhanie Berhe fosse il terribile trafficante e Fishaye Tesfay una persona interessata alle vicende riguardanti l’imputato, nelle conversazioni con Tondo questo interesse non si evidenzia. Risulta difficile così comprendere, quale possa essere l’effettivo interesse investigativo delle conversazioni trascritte.

A caldo Tondo scriveva su Facebook:

Nelle conversazioni, depositate ieri, non c’è nulla di rilevante dal punto di vista investigativo. Davo appuntamento al ragazzo a casa mia. Doveva aiutarmi a tradurre alcuni documenti e a farmi da interprete per alcune interviste. È cresciuto insieme all’uomo detenuto a Palermo questo ragazzo, era un suo vicino di casa quando abitava ad Asmara. E siccome la Procura è certa di aver arrestato il più pericoloso trafficante di uomini in Africa, allora ecco che gli investigatori ci tengono a sottolineare nel loro fascicolo che il ‘’corrispondente del Guardian Lorenzo Tondo aveva contattato un amico dell’uomo arrestato per un articolo che stava scrivendo sul caso’’. Un uomo che, per via di quell'amicizia, viene ritenuto vicino al traffico dei migranti. E poi via con una lunga trascrizione delle nostre conversazioni.

«L’unica spiegazione che mi sono dato – dice Tondo a Valigia Blu – è che volessero screditarmi in quanto giornalista. Non si spiega altrimenti il riferimento al “corrispondente del Guardian Lorenzo Tondo" nel documento».

Un tentativo di delegittimazione che non si limita al “caso Mered”, ma che si estende anche ad altre inchieste giornalistiche. «Hanno fatto problemi anche per altri lavori, anche a persone che stavano collaborando con me, come ad esempio a una giornalista del New York Times». Tondo fa riferimento qui a un episodio citato da Ben Taub sul New Yorker: una giornalista del New York Times avrebbe contattato il procuratore di Palermo, Calogero Ferrara, per una storia potenziale sulle migrazioni e quando il pm ha saputo della sua collaborazione con Tondo per un altro lavoro, avrebbe minacciato il quotidiano statunitense di interrompere ogni collaborazione. «Se Tondo firma con te un lavoro, per la magistratura di Palermo il New York Times non esiste più», sarebbero state le parole di Ferrara, che ha negato l’accaduto, specifica Taub.

L’intercettazione non sembra essere, dunque, un episodio isolato. «Sospettavo che potesse accadere una cosa del genere, ma non me l’aspettavo», dice Tondo con una punta di amarezza. A metterlo in guardia un episodio oscuro, avvenuto alcuni mesi prima, che non era riuscito a spiegarsi. «Durante un’udienza sempre relativa a Mered, un uomo che non avevo mai visto prima ha cominciato a fotografarmi con il cellulare. A un certo punto ho visto che si è avvicinato al tavolo dove erano i procuratori e ha cominciato a parlare con loro. Quando ho deciso di avvicinarmi anche io, per spiegare ai pm che quell’uomo mi aveva fotografato, lui si è rivolto a me e ha detto: “Stai tranquillo, Lorenzo!”. “Lorenzo? E come faceva a conoscere il mio nome se era la prima volta che ci incontravamo?”. In un’udienza successiva, quella stessa persona fu chiamata sul banco dei testimoni dell’accusa: era un agente di polizia. «E se vai a controllare tra le firme del documento della Procura dove ci sono le mie trascrizioni, trovi anche la sua», racconta Tondo. «E se ci penso, il periodo in cui sono stato fotografato e quello a cui risalgono le intercettazioni è lo stesso: marzo 2017».

Tutto questo, prosegue il giornalista, contribuisce a creare un contesto sfavorevole e difficile per fare giornalismo investigativo, mette a rischio la difesa delle fonti e genera un clima generale di sfiducia e diffidenza tra soggetti che dovrebbero rispettare i propri ruoli. «Se tu sai che un telefono è intercettato è più difficile mantenere contatti e i colleghi con cui lavori chiedono di stabilire contatti più sicuri per comunicare».

Il Guardian ha chiesto un commento sull’accaduto ma il procuratore di Palermo non ha risposto.

Gli ultimi sviluppi

Lo scorso 16 novembre, i periti della difesa e della Procura hanno fatto il “riconoscimento fonico dell’imputato”, analizzando conversazioni del 2014. Sia per l’esperto chiamato dalla difesa sia quello indicato dalla Procura non sono stati in grado di individuare con certezza nel trafficante di migranti la persona ascoltata nelle intercettazioni. Come scrive Lorenzo Bagnoli su Lettera43:

La domanda a cui i periti di accusa e difesa dovevano rispondere era relativamente semplice: la persona sotto intercettazione della procura è la stessa che oggi è in carcere? L’esperto della difesa, Milko Grimaldi, fonico forense che dirige Centro di Ricerca Interdisciplinare sul Linguaggio dell’università del Salento, ha scritto nella sua relazione che «nessuna delle voci anonime riscontrate nelle intercettazioni esaminate è compatibile con il saggio fonico rilasciato dall’imputato». Ha escluso al 99,98% che le voci delle intercettazioni possano combaciare con quella dell’imputato, registrata in un secondo tempo in un «saggio vocale». Il perito della Procura, Marco Zonaro, invece, non ha potuto confermare né smentire l’identificazione: le probabilità sono troppo basse in entrambi i casi. La prova, quindi, è stata definita inconclusiva, inutilizzabile.

Dopo la prova del DNA, il riconoscimento fonico potrebbe essere la chiave per avviare un processo di scarcerazione, ha spiegato Tondo a Valigia Blu. Resta da capire quali saranno i prossimi passi della Procura di Palermo in una vicenda che al di là del «caso giudiziario – ci dice il giornalista siciliano – mostra che non si è capito nulla di come funziona il traffico di essere umani. Non è possibile affrontare con le intercettazioni, accordi che si fanno faccia a faccia». Da tutta questa storia, «resta che non sappiamo più chi è il vero Mered, nonostante sappiamo che ha una faccia e 2 figli. Gli hanno cambiato il volto, il nome, l’età, Mered ora può essere chiunque, può essere ovunque».

*Nell'articolo abbiamo ripreso citazioni da diversi giornali che hanno chiamato erroneamente la persona in carcere "Mered Tasmafarian Behre". Il suo vero nome è Medhanie Tesfamariam Berhe.

Foto in anteprima via Lettera43

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“Whistleblowing, il primo licenziamento dopo la norma che tutela chi denuncia illeciti al lavoro”, ma non è vero. Ecco perché

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di Francesco Paolo Micozzi e Giovanni Battista Gallus

Lo scorso 20 novembre è stata diffusa, da molti media, la notizia secondo la quale una dipendente del Comune di Roma sarebbe stata oggetto di segnalazione di whistleblowing e sarebbe, questa, “la prima applicazione” della norma definitivamente approvata, il 15 novembre, in tema di whistleblowing. E ancora, molti hanno titolato “finalmente anche l’Italia adotta una normativa sul whistleblowing” (come se in Italia non esistesse alcuna disciplina).

Si tratta di una notizia (parzialmente) erronea e, tra l’altro, l’omogeneità con cui è stata pubblicata fa ritenere molto probabile che all’origine vi sia un comunicato-stampa (o un’unica fonte). Ma non c’è bisogno di essere degli esperti giuristi per comprendere che una legge approvata in via definitiva dalla Camera dei Deputati (ma non ancora pubblicata in Gazzetta Ufficiale) non possa avere un’immediata applicazione a un caso concreto. E una anche minima verifica avrebbe potuto far scoprire che la tutela del dipendente pubblico che segnala illeciti non è stata introdotta la scorsa settimana, ma con la legge anticorruzione, la legge n.190/2012 ed è in vigore, quindi, dal 28 novembre 2012. Lo stesso avvocato della donna licenziata ha affermato all'Ansa che: «È stata applicata non la norma riformulata e varata dal governo 5 giorni fa ma la norma già esistente nella legge Severino e ormai superata».

Cosa significa "whistleblowing" e quando è stato introdotto in Italia

La disciplina del whistleblowing è quindi già esistente, da circa cinque anni. Ma forse è meglio chiarire che cosa sia, in concreto, il whistleblowing.

Si tratta di un neologismo composto dai termini “whistle” (fischietto) “blowing” (soffiare). Nell’immaginario collettivo dell’italiano medio il soggetto che soffia in un fischietto quando viene commessa una irregolarità è l’arbitro degli incontri calcistici. In estrema sintesi, il termine indica la disciplina che tutela il soggetto che, all’interno di un'organizzazione privata o pubblica, segnala il compimento di pratiche illecite. In Italia – diversamente da quanto riportato dai quotidiani in questi ultimi giorni – il whistleblowing non è stato introdotto dalla legge approvata sette giorni fa ma (e lo si ribadisce) ben prima, dalla legge anticorruzione del 2012 (L. 190/2012) che, aggiungendo un articolo (art. 54-bis) al testo unico sul pubblico impiego (D.Lgs. 165/2001), ha voluto agevolare la segnalazione dell’illecito da parte del dipendente pubblico.

La norma attuale, infatti, prevede che il dipendente pubblico che segnali (al superiore gerarchico o all’ANAC o all’autorità giudiziaria) le condotte illecite di cui sia venuto a conoscenza in ragione del rapporto di lavoro, meriti una protezione particolare finalizzata sia ad evitargli di incorrere in condotte discriminatorie a causa della segnalazione, sia a garantirgli, nell’ambito del procedimento disciplinare, un certo grado di riservatezza (la segnalazione è sottratta all’accesso agli atti) e di confidenzialità (l’identità personale del segnalante può, salvo particolari eccezioni, essere mantenuta segreta). Questo istituto è stato, oltretutto, oggetto delle linee-guida dell’ANAC, n. 6 del 2015.

La segnalazione di cui hanno parlato i media, dunque, è una segnalazione effettuata sulla base di una disciplina esistente da tempo, che peraltro non ha trovato la diffusione che si sperava, come è stato costretto ad ammettere anche lo stesso Raffaele Cantone (Presidente dell’Autorità Nazionale Anticorruzione) che, nelle sue ultime relazioni al Parlamento, ha segnalato le criticità relative alla scarsa comprensione dell’istituto “al quale non è facile nemmeno dare un nome italiano”.

Con riferimento a quegli articoli sensazionalistici menzionati prima, si è fatta un po’ di confusione: sono stati messi in correlazione due fatti del tutto slegati tra loro: l’approvazione delle modifiche alla norma preesistente, a protezione del dipendente pubblico che segnala illeciti, e il licenziamento disciplinare di una dipendente, generato proprio da una segnalazione confidenziale. Questi due fatti, in realtà, possono essere accomunati soltanto per essere “capitati” nello stesso momento, e tale casualità ha indotto taluno a “costruire” una notizia non corretta, creando un rapporto di causa ed effetto completamente inesistente.

Tra l’altro, un altro errore consiste nel riferimento improprio alla “segnalazione anonima”: questo tipo di segnalazioni sono estranee sia alla vecchia disciplina che alla nuova, che regolano le segnalazioni confidenziali, e non quelle anonime. In altre parole, se la segnalazione proviene da una fonte non identificata, la disciplina (dell’art. 54-bis del testo unico sul pubblico impiego) non trova applicazione, in quanto la fonte deve essere sempre identificata (pur essendo protetta dalla confidenzialità circa la sua identità). Che senso avrebbe, infatti, una norma finalizzata ad evitare che il dipendente pubblico che segnali l’illecito sia esposto a ritorsioni se, nel caso di segnalazione anonima, non è possibile sapere neppure se il segnalante è un dipendente pubblico? Il che, ovviamente, non significa che le segnalazioni anonime siano del tutto inutilizzabili (e anzi l’ANAC ammette espressamente di farne ampio uso) ma queste potranno soltanto costituire lo stimolo, il punto di partenza, per ulteriori accertamenti, e non potranno mai condurre, da sole, all’irrogazione di una sanzione disciplinare (o anche di una sanzione penale).

Cosa è cambiato con la nuova legge

La riforma appena approvata – a parte alcune indicazioni discutibili (ad esempio il richiamo alla disciplina del segreto nel processo penale, del tutto superfluo) – contiene delle importanti innovazioni: da un lato per l’estensione soggettiva della tutela a categorie di soggetti che prima non erano destinatari e, dall’altro, per il tipo di tutele offerte al segnalante.

Con riferimento a queste ultime, infatti, la legge rafforza le garanzie sul divieto di discriminazione, prevedendo la nullità degli atti discriminatori, l’obbligo di reintegrazione sul posto di lavoro, e lo spostamento sull’ente dell’onere probatorio circa la mancanza di correlazione tra l’eventuale demansionamento, licenziamento o altri provvedimenti analoghi rispetto alla segnalazione fatta dal dipendente.

Viene poi garantita più incisivamente la tutela dell’identità del segnalante all’interno del procedimento disciplinare, e si prevede l’adozione di linee guida, che dovranno prevedere l’utilizzo anche di segnalazioni informatiche e l’utilizzo della crittografia per garantire (ulteriormente) la riservatezza circa l’identità del segnalante (e del contenuto della segnalazione).

Vengono poi previste specifiche sanzioni amministrative pecuniarie (fino a 50.000 €) irrogate dall’ANAC per l’adozione delle misure discriminatorie o per la erronea gestione delle segnalazioni.

Per quanto riguarda invece il secondo elemento di novità – a cui si è fatto cenno – ossia l’estensione soggettiva dell’ambito della tutela, la nuova normativa estenderà la protezione anche ai lavoratori e ai collaboratori delle imprese fornitrici di beni o servizi e che realizzano opere in favore dell’amministrazione pubblica. Anche un lavoratore di un’impresa appaltatrice di un servizio, quindi, godrà della stessa protezione finora riservata al dipendente pubblico. Non solo: la riforma introduce (e questa è una vera novità, che discende dalle modifiche al D.lgs 231/2001) la tutela del dipendente o collaboratore che segnali illeciti nel settore privato.

Le nuove norme, inoltre, tentano di armonizzare la disciplina del segreto professionale con quella della segnalazione di illecito (con un equilibrismo non del tutto riuscito).

E allora, molto rumore per nulla? Forse no, perché è certo una notizia che, finalmente, delle segnalazioni (confidenziali) potranno condurre a risultati tangibili, ma questo fatto non ha alcuna correlazione con la nuova legge, i cui effetti potranno essere valutati (ovviamente) solo dopo la sua piena entrata in vigore.

Immagine in anteprima via thepensionsregulator.gov.uk

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Il problema dei media con i neofascisti

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di Angelo Romano e Andrea Zitelli

Le elezioni a Ostia – X municipio di Roma sciolto per infiltrazione mafiosa nel 2015 – e la successiva aggressione di Roberto Spada nei confronti della troupe di Nemo hanno riacceso i riflettori di alcuni media su CasaPound Italia (CPI), un movimento politico che si dichiara fascista. Nel voto del 5 novembre scorso – a cui ha partecipato il 36% degli aventi diritto, il 20% in meno rispetto alle Comunali (primo turno) del 2016 – il candidato di Casapound, Luca Marsella, ha raggiunto il 9,08% (con 5944 voti), l'8% in più rispetto all’1,09% delle amministrative del 2013, posizionandosi quarto con 300 voti in più di Francesco De Donno, un sacerdote autosospesosi di Ostia che correva per la lista nata ad aprile scorso Laboratorio Civico X, votato dall’8,6% (5640 voti). La troupe aggredita di Nemo era andata a intervistare Roberto Spada, fratello di Carmine Spada, condannato in primo grado nel 2016 a 10 anni per estorsione aggravata dal metodo mafioso, sull’appoggio che aveva espresso proprio per il movimento fascista e su suoi rapporti con alcuni candidati di CasaPound a Ostia.

Tematiche che hanno portato alcuni giornali e tv a intervistare o invitare in trasmissione Simone Di Stefano, segretario di CasaPound. Una scelta che ha fatto nascere dubbi e critiche sull’opportunità o meno di fornire a una grande platea di pubblico l’opinione di un esponente di un movimento dichiaratamente fascista. Abbiamo così deciso di analizzare le modalità delle interviste fatte a Simone Di Stefano da parte di due trasmissioni televisive, "Piazza Pulita" di La7 e in "½ h in più" di Rai 3 e quali sono state le argomentazioni di chi ha criticato la scelta dei due programmi. Tutto il dibattito che ne è nato ha riproposto una serie di questioni giornalistiche su come raccontare e coprire fenomeni che si rifanno a un'ideologia o a un pensiero antidemocratico.

Piazza Pulita

Nella puntata del 9 novembre scorso di “Piazza Pulita” – talk show con approfondimenti giornalistici di La7, condotto da Corrado Formigli – intitolata “Io ti odio”, tra i temi affrontati, si è discusso delle elezioni a Ostia, di CasaPound Italia e del suo risultato alle urne, dell’aggressione alla troupe di "Nemo" da parte di Roberto Spada e dei suoi rapporti con alcuni candidati nel X Municipio del movimento fascista.

La redazione, nell’affrontare queste tematiche insieme a vari ospiti (Vladimir Luxuria, il giornalista americano Alan Friedman, il direttore di Tempi, Alessandro Giuli e il conduttore radiofonico di Radio24, David Parenzo) ha invitato in studio anche Simone Di Stefano, segretario di CPI. Non si tratta di una prima volta: già nel 2014 Di Stefano aveva partecipato a Piazza Pulita.

All’inizio della trasmissione, Corrado Formigli ha spiegato il motivo dell’invito. Il conduttore ha affermato come prima cosa che sul territorio di Ostia «lo Stato non c’è più», ricordando lo scioglimento per infiltrazione mafiosa del X Municipio di Roma di due anni fa, l’arresto dell’allora presidente Andrea Tassone (Partito Democratico) nell’ambito dell’inchiesta “Mondo di mezzo” e la sua condanna di 5 anni in primo grado per corruzione dello scorso luglio. Secondo Formigli in queste elezioni a Ostia «il vero fenomeno», la «vera notizia», è stato il «dilagare di CasaPound, passato dal 2%,3% al 9% e oltre (in alcune zone anche il 20%)». Simone Di Stefano, continua il giornalista, «verrà qui a rispondere alle nostre domande, anche sui rapporti con il clan Spada e con Roberto Spada».

Formigli ha poi risposto alle critiche ricevute per l'invito a Di Stefano in trasmissione, ponendo la questione da un punto di vista giornalistico, come racconto di quello che accade nella quotidianità: «Noi non facciamo politica, non ci facciamo intrappolare da vizi ideologici, da battaglie ideologiche, perché noi siamo giornalisti, facciamo i giornalisti. Invitiamo coloro che in questo momento sono una notizia. Sapere cosa pensa CasaPound di queste aggressioni, di queste violenze, è una notizia e noi ci occupiamo di fatti. Non siamo politici. Siamo giornalisti e continueremo a occuparci della realtà». Per questo motivo ha chiesto ai «criticoni» (che secondo il conduttore invece di scrivere sulla tastiera dovrebbero andare «un po’ più in giro a sporcarsi un po’ le scarpe come facciamo noi») di giudicare il programma in base «alle nostre inchieste, alle domande che farò al leader di Casapound» e a chi dice che in questo modo si legittimano i fascisti, ha ribattuto che non sta a loro «dare patenti di legittimazione o non legittimazione» e presentato come argomentazione il paragone con i terroristi: «Io ospiterei e intervisterei il capo dell’ISIS, la più pericolosa organizzazione terroristica al mondo, ma non per questo la legittimerei né mancherei di rispetto alle vittime dell’ISIS».

Durante la puntata sono stati mandati in onda diversi servizi che hanno coperto varie tematiche legate al territorio di Ostia, CasaPound, violenza e razzismo.

Nel lungo reportage (diviso in due parti) di Alessandra Buccini sono state raccontate ad esempio alcune tra le azioni portate avanti da CasaPound a Ostia e non solo: le ronde sulle spiagge contro i venditori abusivi del luglio scorso, i “blitz” contro i mercatini abusivi e un centro di accoglienza a Fiumicino, la consegna di pacchi alimentari a cittadini italiani bisognosi del X Municipio all’interno della propria sede, svoltasi alcuni giorni prima del voto. Nel servizio vengono intervistati dei cittadini, alcuni in difficoltà economiche, che affermano di sentirsi abbandonati dalle istituzioni e di appoggiare CasaPound per la loro presenza sul territorio. Nella seconda parte del reportage si racconta invece come nei quartieri degradati “al potere dello Stato si sia sostituito quello di clan come gli Spada: esponenti della famiglia sono stati condannati perché gestivano case popolari, per estorsioni e violenze”. Buccini intervista anche Roberto Spada per capire “il suo appoggio a CasaPound” (espresso con un post su Facebook pochi giorni prima del voto) e mostra come dal 2015 la palestra di Roberto Spada e il movimento fascista organizzassero insieme una festa di quartiere chiamata “Giovinezza in piazza”. Sulla dichiarazione di Spada e il suo rapporto con il movimento, la giornalista ha chiesto poi conto a Luca Marsella, che si era candidato a Ostia per CPI.

Un secondo servizio di Micaela Farrocco ha indagato il rapporto tra violenza e il messaggio politico di CasaPound.

Si parte dalla vicenda di Kartik Chondro, ragazzo bengalese picchiato e insultato a Roma con frasi razziste da diverse persone mentre di notte tornava a casa dal lavoro, insieme a un amico. Vengono poi mostrate le foto di uno dei ragazzi (Alessio Manzo, 18 anni) che avrebbero partecipato al pestaggio quella notte e che ora si trova in carcere con l’accusa di tentato omicidio aggravato dall’odio razziale. La giornalista mostra delle immagini dai profili social di Manzo in cui compaiono foto di Hitler e Mussolini. Farrocco passa poi a intervistare alcuni ragazzi di Ostia che affermano di votare CasaPound e ripetono alcuni slogan e posizioni politiche del movimento fascista. A una domanda sul loro rapporto con gli immigrati, uno di loro (con cui concordano anche gli altri) dice di divertirsi a offenderli con sfottò razzisti: «Se uno vede un nero e glie vole rompe, va là e gli rompe, lo insulta, gli dice qualsiasi cosa. (...) I giovani nascono con una testa in cui viene visto solo l’uomo italiano e non può essere vista una persona diversa. [Sul perché, ndr] non so spiegare, siamo influenzati da qualcosa ma non so da cosa».

La discussione in studio su tutte queste tematiche (violenza, razzismo, legami con Roberto Spada e il clan Spada) avviene intorno a un tavolo, in cui, oltre a Di Stefano, si confrontano con vari punti di vista anche gli altri ospiti in studio. Formigli pone delle domande al segretario di CPI che ribatte, fornendo la sua versione dei fatti ed esponendo anche diverse analisi politiche per spiegare la sua posizione. Ad esempio sul razzismo dei ragazzi intervistati a Ostia e sostenitori di CasaPound, il conduttore domanda a Di Stefano se non si senta un «cattivo maestro». L'esponente del movimento fascista respinge questa responsabilità e attacca «il sistema che ha messo in moto questo conflitto sociale perenne».

Durante il confronto in studio, infine, viene ricordato che Formigli ha partecipato a uno dei dibattiti dentro la sede di CasaPound a Roma. L'incontro tra il movimento fascista e il conduttore è avvenuto il 4 ottobre scorso. Oltre a lui, in altre occasione, hanno partecipato anche i giornalisti Enrico Mentana e Nicola Porro (Gianluigi Paragone, invitato, ha rifiutato perché "non ho voglia di partecipare a un dibattito dove ciò che resta è: avete visto come siamo democratici? Lo può dire chi invita tanto quanto lo può dire chi accetta l’invito").

Immagine via Twitter

Anche in questo caso la scelta di partecipare da parte di personaggi noti a questi dibattiti è stata criticata perché aiuterebbe a legittimare il fascismo come un’opinione tra le tante.

In quell’occasione Formigli affermò che Casapound era «un movimento vitale e pulito», pur condannando «alcuni episodi di violenza che sono insopportabili e contrastano il vostro percorso verso l'inserimento in una democrazia». Nel ribattere all’osservazione fatta in studio, il conduttore di Piazza Pulita ha rivendicato la decisione di partecipare a quell’incontro e che «la posizione di CasaPound nei confronti di Spada e di quello che è successo mi ha messo in una condizione di grande dubbio», ma, ha proseguito, nel momento in cui si riesce a portare «una forza politica estrema dentro le regole della democrazia hai fatto una cosa positiva» e sottolinea l’importanza del «confronto sulle idee»: «io cercherò di battere le idee di CasaPound, cercherò di farti capire che sbagli».

½ h in più

Domenica 12 ottobre, Simone Di Stefano è stato ospite del talk “½ h in più” su Rai 3 condotto da Lucia Annunziata. Nello studio il segretario di CasaPound Italia non si trovava più inserito in un confronto di opinioni con altri ospiti, ma era posto davanti ad altri due giornalisti: Giovanni Tizian e Stefano Vergine che per L’Espresso hanno curato un’inchiesta dal titolo “CassaPound” su come si finanziano i partiti neofascisti. La conduttrice ha spiegato, prima dell'inizio dell'intervista, che si sarebbe trattato di un incontro per capire «come Simone Di Stefano risponderà ai dati fattuali delle inchieste dei due giornalisti sul movimento di estrema destra».

Si è iniziato con una domanda su Anna Frank e dopo che Di Stefano ha terminato di rispondere, Annunziata ha detto che sapeva che l’esponente fascista avrebbe formulato una risposta «conciliante, umana» e che questo rientrava «nella fantastica narrativa che CasaPound ha elaborato su se stessa» in base alla quale «voi siete fascisti ma solo fascisti d’animo, comunque fascisti con Mussolini fino al ‘38 (ndr, l’anno delle leggi razziali) poi non negate i campi di concentramento, prendete le distanze dalle leggi razziali, che definite un errore, dopo di che dite che siete una forza democratica che non ha nulla a che fare con la violenza. Anzi il vostro fondatore dice che siete dei gandhiani». Ma questa narrativa, prosegue la giornalista, è stata messa «in piedi un po’ per i gonzi. Perché poi la vostra realtà è che gandhiani non siete per niente».

Vengono così citati i numeri del Viminale, dal 2011 al 2016, di denunce (359) e arresti (20) per episodi di violenza che hanno visto coinvolti militanti e simpatizzanti di CPI. Per Di Stefano si trattava di difesa dalle azioni dei centri sociali. Inoltre Annunziata ha chiesto conto dei saluti fascisti e del loro rapporto con la violenza, facendo l'esempio della canzone "Nel dubbio mena", cantata da Gianluca Iannone, presidente di CPI e frontman del gruppo Zetazeroalfa. Tizian dell’Espresso ha parlato di «impresentabili» all'interno di CasaPound, ponendo domande anche sul rapporto di amicizia di alcuni candidati a Ostia di CPI con Roberto Spada.

Al termine della trasmissione, Di Stefano ha chiesto alla conduttrice se una prossima volta «parleremo di politica». Annunziata ha ribattuto che di politica con CasaPound non parla perché «voi siete abilissimi nel dire ciò che non pensate. Ho anche intervistato Iannone (ndr nel 2011) ma dice delle cose che non stanno né in cielo né in terra rispetto a quello che poi siete».

Il Primato Nazionale, quotidiano online legato a CasaPound, ha criticato la trasmissione parlando di “inquisizione spagnola” nei confronti di Di Stefano “messa su” da parte di Lucia Annunziata.

Le critiche a "Piazza Pulita" e "½ h in più"

Quando si è saputo che Simone Di Stefano avrebbe partecipato come ospite a "Piazza Pulita" e "½ h in più" sono arrivate diverse critiche ai due programmi televisivi, considerati responsabili di aver dato una legittimazione politica e democratica a CasaPound agli occhi dell’opinione pubblica.

C’è stato chi ha obiettato sull’opportunità stessa di invitare un rappresentante di un movimento che si richiama espressamente al fascismo e finito nelle cronache dei giornali per casi di violenza. «Interviste, inviti, reportage; un trionfo insperato. Anche chi ne parla male, ne parla e dà loro spazio e l'abiezione diventa normalità», ha scritto il giornalista Gennaro Carotenuto su Twitter.

Altri hanno anche criticato come è stato presentato il confronto in Tv a "Piazza Pulita",

più simile a un scontro di idee e opinioni che a un contesto giornalistico, in cui il giornalista domanda e incalza su questioni il politico di turno.

Wu Ming, con una serie di tweet, ha invitato a ridurre la viralità sui social dei contenuti di "Piazza Pulita", “silenziando” l’hashtag (e gli account della trasmissione) ed evitando la sua propagazione su Twitter.

Il boicottaggio è stato spiegato come un segnale da inviare a quelle testate che, nel loro modo di raccontare movimenti come CasaPound, contribuiscono alla “estetizzazione, glamourizzazione, legittimazione dei fascisti”.

L'iniziativa è stata seguita da altri utenti che hanno linkato il tutorial “per silenziare le trasmissioni che danno voce e agibilità ai fascisti”

e proposto azioni identiche anche per “½ h in più”.

L'iniziativa dei Wu Ming ha suscitato alcune obiezioni, tra chi ha sollevato il rischio di restare intrappolati in una propria bolla informativa per sgonfiare quella generata da "Piazza Pulita" su Twitter, oscurando la trasmissione e bloccando i profili a essa collegati, e chi ha sottolineato l’opportunità di guardare il programma per “restare informati” e “avere il polso di quello che si agita nella melma del paese”.

Il collettivo ha risposto evidenziando che “scegliere di non vedere più nelle proprie timeline le conversazioni su un talk-show televisivo” non costituiva una censura ma “l’estensione a Twitter dell’atto di spegnere il televisore", e che più che il rintanarsi nella cerchia dei propri contatti fidati, si trattava di un gesto di diserzione nei confronti di un programma che finora “non aveva mai detto nulla di più di quello che si sapeva già” sull’argomento.

Le questioni del dibattito

Di fronte alle critiche ricevute, Corrado Formigli ha difeso la scelta di ospitare Di Stefano in trasmissione e invitato a conoscere fenomeni come CPI e le ragioni che li generano invece di ignorarli e attaccare chi prova a raccontarli.

Tuttavia, alla luce anche delle critiche arrivate, ci si chiede se quello di "Piazza Pulita" sia stato un modo efficace di raccontare un movimento che si richiama espressamente al fascismo e abbia consentito di conoscerlo meglio, da un punto di vista sociale, culturale, storico e politico. O se abbia prevalso un’immagine telegenica, rassicurante, accettabile, come direbbe Wu Ming, senza però fornire gli strumenti per poterne decodificare linguaggi e codici comunicativi e simbolici.

Nel suo insieme, tutta la vicenda pone delle questioni giornalistiche rilevanti: quale copertura dare a gruppi o leader politici che diffondono razzismo e richiamano alla violenza nei loro discorsi politici? Cosa devono fare i giornalisti: prendere posizione dicendo che questi soggetti diffondono ideologie anti-democratiche o raccontarli come una forza politica che si presenta alle elezioni e riflette in ogni caso il volere popolare? E poi: qual è il confine tra parlare di un fenomeno politico e sociale violento e xenofobo e il legittimarlo?

Domande che chiamano in causa il ruolo pubblico, i metodi e le pratiche di lavoro del giornalista, i linguaggi e i format dell’informazione, che come mostra un articolo di John Broich su The Conversation, ci si è posti già più volte in passato e ai quali è ancora difficile dare una risposta unica. Tra gli anni ‘20 e ‘30 del secolo scorso, ricorda lo studioso, i giornalisti statunitensi si interrogarono su come affrontare l’ascesa del fascismo e del nazismo quando si resero conto di averne sottostimato la portata e di averli raccontati e considerati, almeno inizialmente, come fenomeni politici bizzarri e passeggeri. “Nessun popolo riconosce in anticipo il suo dittatore – scrive Broich riportando le parole dette nel 1935 da Dorothy Thompson, all'epoca a capo del Berlin Bureau del New York Evening Post – non si candida mai presentando un progetto di dittatura, rappresenta se stesso come volontà incarnata della nazione. Applicando questa lezione agli Stati Uniti, quando il nostro dittatore si candiderà, potrà fare affidamento sul fatto che sarà uno dei rappresentanti di tutto quello che è tradizionalmente americano”.

Tutto il dibattito nato intorno all’opportunità di ospitare Simone Di Stefano in trasmissione ha avuto come sottotesto il rischio di sottovalutare l’ideologia fascista espressa da CasaPound e, all’interno di un format come un talk show, di contribuire a diffonderne una nuova identità, costruita mediaticamente, di una forza magari estrema ma pienamente all’interno della democrazia italiana perché si presenta alle elezioni. Ad esempio, Daniel Swift su lithub.com ha descritto CasaPound come “quei bravi ragazzi che si richiamano a Ezra Pound [ndr più che al fascismo], aiutano a trovare casa ai senza dimora italiani, organizzano convegni, si confrontano con le altre forze politiche”, senza fare riferimento ai numerosi episodi di violenza di cui il movimento si è reso protagonista negli anni. Articoli come questi sono irresponsabili, ha commentato poi libcom.org, perché presentano CasaPound quasi come un club del libro, in un momento in cui “il nazionalismo di estrema destra sta conoscendo un'impennata di popolarità in Europa e nel Nord America (...), i fascisti sono in un governo di coalizione in Austria, sono entrati nel parlamento tedesco per la prima volta dalla guerra e sono molto violenti e pericolosi negli Stati Uniti. (...) Ora non è il momento di scrivere pezzi leggeri su quanto siano affascinanti e quanto sia interessante la loro interpretazione di Ezra Pound”.

Tutte queste critiche pongono tre grandi questioni su come il giornalismo dovrebbe porsi rispetto a movimenti come CasaPound per non divulgare acriticamente la loro narrazione.

  • “In qualsiasi modo se ne parla, li si legittima e si fa loro da cassa di risonanza”

Per il solo fatto di ospitarli o intervistarli, la televisione, la radio, i giornali diventano cassa di risonanza di movimenti estremisti e violenti e rischiano di essere spazio involontario di reclutamento di neofascisti. Andare in televisione, ad esempio, è interpretato come una forma di legittimazione agli occhi dell’opinione pubblica e il media televisivo come un dispositivo in grado di dare patenti di credibilità politica e democratica ai soggetti che ospita. In altre parole, i media sarebbero in grado di creare soggetti che altrimenti non sarebbero conosciuti dall'opinione pubblica e pertanto non avrebbero attenzione.

A questa obiezione, Corrado Formigli ha risposto sottolineando come ignorando CasaPound ed evitando di parlarne non abbia impedito, ad esempio, di “triplicare i suoi voti a Ostia”.

  • “È una questione di format”

Secondo la critica articolata mossa da Wu Ming, più che l'intervista / l'ospitata in Tv, a legittimare “i ragazzi di CasaPound” sono le modalità di come se ne parla all’interno di determinati format di informazione. In particolare, la struttura e i linguaggi dei talk show, scrive il collettivo nel post “Antifascismo e anticapitalismo nell’Italia di oggi. Note sul conflitto surrogato e quello vero”, rendono il fascismo accettabile:

A stendere il tappeto sono stati i conduttori criptofascisti, ma anche quelli «democratici», che hanno accolto nei loro salotti duci e ducetti dell’ultradestra, capicenturia del razzismo «civico» organizzato, führer del fascioleghismo, “dialogando” con loro, e mentre “dialogavano”, ogni loro gesto, ogni mossetta, ogni espressione diceva: «Ammiratemi, guardate come sono aperto e liberale, guardate fin dove mi spingo nel confronto democratico», e al tempo stesso: «Non cambiate canale, guardate che razza di freak vi sto mostrando, tra poco dirà qualcosa di oltraggioso, s’alzerà un polverone, stasera faccio uno share della madonna, per commentare usate il solito hashtag».

Secondo Wu Ming, in questi casi, il giornalismo cessa di essere tale per farsi teatro e rende i fascisti “criticabili, ma legittimi”: col tempo quelli che vengono presentati come “freak” cominciano a sembrare “più «normali»", ospitarli in trasmissione diventa una consuetudine a cui pigramente ci si abitua e le narrazioni tossiche da loro prodotte diventano pervasive nella nostra società. Più che darci strumenti per riflettere e capire, il giornalismo aiuta così ad abbassare le difese.

Nel 1991 il "Maurizio Costanzo Show" aveva dedicato una puntata al fenomeno europeo del neo-nazismo. Ospiti di quella serata, ricostruiva Daniele Luttazzi in un post in cui analizzava come era stato affrontato il fenomeno, erano “Frank Hubner, presidente della Deutsche Alternative, una organizzazione nazionalsocialista sorta nella Germania occidentale; Mario Prill, skinhead di Berlino est; Vinfried Priem, ideologo neo-nazista di Berlino ovest; Bernard Henry Levy, filosofo francese; Giuliano Zincone, editorialista del Corriere della Sera; Enrico Mentana, neo-direttore del tg di Canale 5; Alberto Jacoviello, editorialista di Repubblica; e Vincenzo Carchedi, muratore calabrese emigrato in Germania, recente vittima di un’aggressione da parte di skinhead a Hockenheim”.

L’andamento del programma è fortemente esemplificativo delle strategie narrative messe in atto dai talk show nel raccontare fenomeni controversi come i gruppi di estrema destra, illustrate da Wu Ming. In apertura, Costanzo ricorda che tutti in democrazia possono parlare. Durante la trasmissione, Hubner ha la possibilità di esporre le sue teorie, Priem viene invece interrotto bruscamente quando cita storici revisionisti, entrambi fanno battute ammiccanti e scherzano con i giornalisti presenti in sala. Inoltre, sollecitato da Costanzo, “Hubner dichiara che lui non avrebbe mai picchiato Vincenzo Carchedi, il muratore emigrato in Germania, vittima degli skinhead di Francoforte”. Una volta interpellato, Levy si rifiuta di confutare le tesi di Hubner, perché sono “idee che hanno causato milioni di morti, già giudicate dalla storia e che non possono far parte del campo dell’argomentazione”. A quel punto, legittimato dalle parole di Costanzo in apertura, Hubner – prosegue Luttazzi – ha gioco facile a sottolineare che Levy voglia impedire ogni confronto: “se in democrazia tutti possono parlare, Levy ci ghettizza quando vuole impedircelo”. Successivamente, quando il filosofo si lamenterà per le tesi xenofobe propugnate e per come è stata condotta la trasmissione, Costanzo risponderà irritato: «lo non vorrei che lei continuasse a darci delle pagelle, Levy. Lei ci sottovaluta, come spesso fanno i francesi nei nostri confronti!».

Quella sera, spiegava Luttazzi nel suo post, il "Maurizio Costanzo Show" aveva contribuito a rendere più simpatici i nazisti, dando loro la possibilità di confrontarsi sul piano delle idee in modo affabile e trasformandoli al tempo stesso in vittime nel momento in cui li ha interrotti in modo brusco mentre stavano esponendo con toni pacati le loro argomentazioni, ormai legittimate dalla frase iniziale “tutti in democrazia possono parlare” e dalle battute rivolte al filosofo francese intervenuto per lamentarsi dello spazio dato a tali argomentazioni. In questo modo, Costanzo aveva permesso di rendere accettabili e discutibili quel “che era stato già giudicato dalla storia e che aveva fatto milioni di vittime”, come aveva detto il filosofo Levy, e di solidarizzare con i due ospiti neonazisti, interrotti nel momento in cui stavamo esponendo le proprie idee. In altri termini, “portare il freak in trasmissione e cominciare a farlo sembrare più normale”. La sera successiva, il presentatore aveva poi sottolineato come "con la puntata di ieri, all'una e mezza di notte, abbiamo raggiunto uno share del 57%. Pari a un milione e mezzo di ascoltatori. Questo significa che la tv deve assolvere al suo compito di mostrare certe realtà anche aberranti come quelle di ieri sera".

Il lavoro da fare, spiega ancora Wu Ming, è invece tentare di capire come funziona la macchina mitologica fascista, sfatando gli equivoci che la circondano e smontando le sue narrazioni per poter disinnescare un fenomeno nocivo che “crea falsi problemi e trova false soluzioni a quei problemi, quindi false al quadrato”.

  • Confronto di idee o verifica dei fatti?

Così posta, la questione ha molte più sfumature, è più complessa del semplice "parlarne o non parlarne" e chiama in causa il contesto in cui vengono raccontati i gruppi neofascisti e come è impostato il dibattito. Non parlandone si rischia di non conoscere e approfondire un fenomeno culturale, sociale e politico che invece andrebbe studiato e analizzato, ponendosi invece sul piano dello scontro di idee, si scivola verso l’intrattenimento, preferendo la spettacolarizzazione all’informazione.

Richiamando l’immagine del confronto su un ring, due figure che dovrebbero avere uno statuto diverso (il giornalista che intervista, appura i fatti, incalza, cerca di sapere e dare chiavi di interpretazione e il politico che deve legittimare le proprie posizioni e accreditare la propria figura) finiscono su un piano comune di confronto prettamente politico. Il giornalista, da questo punto di vista, diventa anche lui un soggetto politico e finisce per giocare sul terreno del personaggio con cui si confronta.

Questo risulta evidente nel momento in cui Formigli, al di là della questione giornalistica che pone (cioè il racconto della realtà), rivendica la decisione di aprire un "confronto di idee" con CasaPound («io cercherò di battere le loro idee, cercherò di farti capire che sbagli», come detto dal conduttore in trasmissione), sia partecipando a un dibattito "uno contro uno" nella loro sede, sia inserendo Di Stefano all'interno di un confronto televisivo intorno a un tavolo con altri ospiti, in cui ogni affermazione, più o meno veritiera, rientra nell'ambito delle opinioni.

Questo "confronto di idee", però, rischia di affermare, scriveva il senatore Luigi Manconi nel 2015, "un’interpretazione, per così dire, illimitata e incondizionata del pluralismo": "Ovvero una concezione tecnica e neutrale della dialettica democratica e del libero confronto tra opzioni diverse. In altre parole, una manifestazione estrema e pienamente compiuta della lottizzazione delle idee, nella sua rappresentazione plastico-teatrale". Questa rappresentazione scenica, durante il dibattito a "Piazza Pulita", è parsa assumere la forma dell'"uno contro tutti" o di un "processino", come detto dallo stesso segretario di CasaPound: da una parte, gli “oppositori” (David Parenzo, Alan Friedman, Vladimir Luxuria), dall’altra Di Stefano che ha interpretato la sua posizione di alternativa al "sistema", espressa in più occasioni durante la trasmissione attraverso l’opposizione tra politica di palazzo e media mainstream da un lato e presenza e militanza sul territorio dall'altro.

Questo "confronto di idee" è reso possibile anche grazie a una triplice distorsione mediatica e politica, spiega Leonardo Bianchi su Vice:

1) Per il solo fatto di presentarsi alle elezioni, CasaPound gode di una legittimazione democratica che fa passare in secondo piano la sua eredità con il fascismo e il neofascismo in Italia.
2) CasaPound viene presentata come un movimento moderno rispetto ad altri come Forza Nuova, più rozzo e nostalgico e, quindi, più pericoloso. Paradossalmente, presentandola come una forza democratica, le si consente una nuova supremazia nell’area dell’estrema destra italiana.
3) La pretesa che, in quanto partito, CasaPound risponda automaticamente a logiche democratiche, abbandonando la violenza e, addirittura, “vittima (simbolica e reale) della violenza antifascista”.

A rendere politicamente credibile CasaPound, prosegue Bianchi, citando un passaggio del saggio Fascisti del terzo millennio a cura dell’antropologa Maddalena Cammelli, vi è la contiguità di significati e linguaggi con personaggi come Borghezio, Salvini, Grillo, Berlusconi, Renzi. “Chiaramente non si tratta di accordi su punti programmatici, ma di un'affinità nella 'maniera di relazionarsi alla politica, di comunicare, di utilizzare [...] un linguaggio estetizzante capace di svuotare di contenuto ogni concetto, trasformando le parole in vuoti simboli'”. Tutto questo ha dato a CasaPound maggiori agibilità e accettabilità politica e mediatica.

Appare differente invece nelle modalità, nei contenuti e nei risultati, l'impostazione dell'intervista di Lucia Annunziata a Simone Di Stefano, in cui l'esponente fascista non era inserito in un confronto di opinioni, dove quelle che sembrano più convincenti possono prevale sulle altre, ma era chiamato a rispondere su precisi fatti e questioni documentate. Non a caso, alla fine del programma, il segretario di CPI ha chiesto alla giornalista un secondo incontro nel quale parlare di politica. Inoltre , lo stesso ruolo del giornalista cambia: non veicola un'opinione contro un'altra all'interno di un "confronto tra idee", ma punta a presentare e chiedere conto di fatti. La differenza di modalità si può vedere anche nelle stesse reazioni di esponenti di CPI.

Cosa fare?

Le riflessioni su come coprire giornalisticamente movimenti e gruppi di estrema destra stanno animando anche altri paesi. Nel Regno Unito, Media Diversified, un’impresa sociale che ha come obiettivo il miglioramento del panorama mediatico britannico, ha inviato lo scorso anno una lettera aperta alla BBC per chiedere all’emittente di fermare la copertura acritica di tutto quello che riguarda i fascisti.

“È compatibile con la democrazia che i giornalisti restino neutrali quando danno informazioni su agitatori xenofobi e finiscono con il giustificare le loro prospettive politiche a milioni di persone? In questo modo le testate non diventano spazio di reclutamento per violenti razzisti?”, chiede Media Diversified nella lettera. “Vogliamo che le opinioni razziste e di altro tipo basate sull'odio siano costantemente contestate e contrastate ogni volta che vengono trasmesse. Scegliere di dare spazio ai fascisti non è un atto neutro, ogni volta che un fascista può parlare senza un confronto, sono incoraggiati a portare avanti il loro programma violento”. Così come avviene quando si parla di terrorismo internazionale, la BBC e le altre testate giornalistiche dovrebbero accompagnare con commenti critici argomentazioni fasciste e razziste.

La libertà di parola significa consentire alle persone di esprimersi, non significa che tutti i punti di vista sono ugualmente validi, alcuni sono intrinsecamente anti-democratici e le testate giornalistiche hanno un'importante responsabilità nel farlo notare. Non possiamo stare in disparte mentre i razzisti usano le nostre istituzioni democratiche per terrorizzare comunità di migranti e persone britanniche di ogni provenienza.

Cosa fare, dunque? Una strada da seguire potrebbe essere il ricorso a un giornalismo fattuale, che cerchi di porre le argomentazioni alla prova dei fatti e spostare il confronto su un piano giornalistico e non sull'intrattenimento/dibattito politico. Un aspetto fondamentale è il contesto e come si imposta il dibattito. Un conto è l'intervista all'interno di un servizio più ampio, un altro un confronto con esperti o giornalisti che conoscono quello di cui si parla, un altro ancora il talk show da "uno contro tutti".

Molto interessante, da questo punto di vista, è un documentario di 22 minuti sui suprematisti bianchi realizzato da Elle Reeve per Vice News Tonight.

Reeve ha seguito centinaia di nazionalisti, componenti della alt-right americana e neo-nazisti che si sono riuniti a metà agosto a Charlottesville, in Virginia, per partecipare alla manifestazione "Unite the Right". La corrispondente di Vice ha seguito i manifestanti nei giorni di preparazione, in quelli successivi e durante il raduno, nel corso del quale sono state uccise tre persone: due agenti di polizia ed Heather Heyer, travolta mentre protestava contro la manifestazione da un’auto scagliatasi contro la folla, guidata dal ventenne James Alex Fields.

Il documentario inizia con una serie di inquadrature che ritraggono in primo piano uomini bianchi che marciano con delle torce in mano e urlano ad alta voce slogan come “Sangue e terra” e “Gli ebrei non ci sostituiranno”. Le immagini delle manifestazioni e della loro organizzazione si alternano alle interviste dei protagonisti, il susseguirsi di scene di violenza a momenti più tranquilli di riflessione restituiscono il clima di quei giorni, facendo stridere la concitazione e la tensione degli scontri e delle proteste tra suprematisti bianchi e loro oppositori e la paradossale calma dei protagonisti del documentario nell'esprimere messaggi comunque violenti. In una scena davvero inquietante, scrive Pete Vernon su Columbia Journalism Review, un suprematista bianco dice alla giornalista di Vice: «Sto cercando di diventare "più capace" di violenza», mentre uno dei leader del gruppo di destra, Chris Cantwell, mostra quasi fiero le armi da lui possedute e pronte a essere utilizzate se necessario. Dice, infatti, Cantwell alla giornalista di Vice: «Non abbiamo aggredito nessuno. Non abbiamo iniziato a usare la forza contro nessuno. Non siamo nonviolenti. Uccideremo queste persone se necessario».

Nel costruire il documentario, Reeve rinuncia alla voce fuori campo, commentando quanto stava accadendo e incalzando gli intervistati con domande sul loro credo politico, sul loro rapporto con la violenza e le armi, sulle loro posizioni più xenofobe. Che la troupe televisiva fosse presente quando le tre persone sono state uccise non è stato un caso, prosegue Vernon. Vice News Tonight stava seguendo da tempo l'ascesa del nazionalismo bianco, come dichiarato alla CNN dal dirigente responsabile del canale, Josh Tyrangiel, e l'autrice del documentario era riuscita a costruirsi una rete di contatti nel movimento di destra che le avevano permesso di aver accesso alle persone che stavano organizzando la marcia di Charlottesville. Nel dicembre 2016 Reeve aveva intervistato Richard Spencer, uno dei leader del cosiddetto "alt-right".

Il documentario, come mostrano tanti commenti su Twitter, è stato apprezzato come grande esempio di giornalismo, in grado di offrire, ha commentato Jenna Amatulli su Huffington Post, “un punto di vista crudo e senza filtri su cosa è l’America oggi”, e di mostrare cosa sono realmente i suprematisti bianchi, ha aggiunto German Lopez su Vox.

Inoltre, dopo quanto successo a Charlottesville, l’Associated Press ha riproposto l’importanza della questione dell’uso delle parole quando si raccontano movimenti come quelli dell'"alt-right". Ap ha suggerito di circoscrivere il termine "alt-right" tra virgolette o usare espressioni come "il cosiddetto alt-right", perché l'idea di una destra alternativa finisce per mascherare messaggi razzisti e la violenza di gruppi che si auto-definiscono in questo modo. I giornalisti dovrebbero, dunque, non limitarsi a reiterare come questi movimenti si definiscono, ma contestualizzare l'uso delle definizione, distinguendo tra "alt-right", neo-nazisti, suprematisti bianchi e nazionalisti bianchi, terminologie che per l'opinione pubblica sembrano interscambiabili, ma che raccontano realtà diverse.

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Perché le soluzioni al problema ‘fake news’ sono a loro volta un problema

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La “paura” delle fake news ha iniziato a manifestarsi principalmente a seguito dell’elezione del presidente degli Usa, Donald Trump, che sarebbe stata favorita, appunto, dalle notizie “false”, e in particolare da notizie false propagate dai russi sui social media.

Il pericolo evidenziato da molti commentatori sta nel fatto che i cittadini si informerebbero attraverso i social media, laddove in questi luoghi virtuali proliferano le fake news, decisamente più diffuse delle notizie vere. E sarebbero i giovani quelli più esposti alle conseguenze delle notizie false, avendo una capacità critica meno sviluppata.

Occorre rimarcare che, in effetti, un sondaggio della BBC evidenzia la paura dei cittadini nei confronti delle fake news (il 78% è preoccupato abbastanza o molto). Questo però non ci dice se tale paura sia effettiva oppure semplicemente indotta dalla campagna politico-mediatica contro il web “cattivo". In ogni caso la conseguenza è il proliferare di iniziative, legislative e non, nel tentativo di arginare questo fenomeno.

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Definire il fenomeno

Per una regolamentazione del fenomeno delle fake news la prima cosa che occorre è una corretta comprensione che deve partire cercando di definire il problema. Basandoci sulla categorizzazione di Harry Frankfurt (On bullshit), possiamo distinguere tre categorie.

La prima è il nonsense, la parodia, la satira, che a dispetto dei requisiti di esattezza persegue effetti performativi. Non è importante la correttezza del contenuto ma l'effetto che si vuole ottenere. Esempi di questo tipo sono i noti siti Lercio e Spinoza. Mentre noi ci sbellichiamo dalle risate il vicino, invece, rimane serio e scuote la testa incredulo. Si tratta, evidentemente, di notizie per le quali è rilevante l’interpretazione del soggetto che riceve la notizia.

Il secondo caso riguarda la pubblicità, o più esattamente quelle notizie (in senso generico) che esprimono una corrispondenza tra l’offerta e l’aspettativa di una prestazione (prodotto o servizio). Chiaramente la differenza di informazioni tra chi compra e chi vende determina spesso una sproporzione tra l’aspettativa e l’offerta che potrebbe rientrare nelle fake news.

L’ultima categoria è la propaganda, cioè l’attività di diffusione di idee e informazioni con lo specifico scopo di ottenere dal pubblico una determinata risposta, intesa come azione, ma non solo, a favore di coloro che la utilizzano. La propaganda, una forma di pubblicità spinta all'estremo, mira a modificare le opinioni politiche del pubblico. Ma anche la pubblicità mira a un'alterazione della percezione dei destinatari, imponendo, o comunque alimentando, dei bisogni nei cittadini.

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Ovviamente la categorizzazione delle fake news non è facile, anche perché in molti casi le notizie possono rientrare all'interno di più categorie. Ad esempio, il discorso politico si può inscrivere sia nella seconda che nella terza categoria.

Appare evidente che l’inserimento di una notizia tra le fake news finisce per essere una questione spesso soggettiva. Anche i media tradizionali fanno talvolta uso di notizie  o titoli “esagerati” per raccogliere l’attenzione della platea, o anche semplicemente per fare da sponda al governo. Basti ricordare l’ampia copertura data da giornali e televisioni alle famose “armi di distruzione di massa” possedute da Saddam Hussein (poi mai trovate in realtà). Quella campagna di stampa era strumentale all'invasione dell’Iraq. Ma, stranamente, oggi si parla di fake news online come se il fenomeno fosse esclusivo della rete Internet.

Il fenomeno delle fake news dipende direttamente dal modello pubblicitario dei nuovi mezzi di comunicazione. Non costituiscono un'eccezione bensì la conseguenza logica di un'economia di mercato che privilegia ricompense a breve termine.
I giornali si basano prevalentemente sugli introiti pubblicitari per sopravvivere e, in questa ottica, devono competere con le grandi piattaforme online che fanno man bassa dei profitti pubblicitari. Quindi, per “vendere” una notizia occorre che sia accattivante per conquistare più pubblico. Una notizia “falsa” o esagerata (o semplicemente un titolo esagerato) può essere più acchiappaclick. Il feed di Facebook tende a promuovere i contenuti più "appetibili", e non gli si potrebbe imporre di favorire, invece, contenuti meno preferiti dagli utenti (a meno di non violare il diritto costituzionalmente protetto alla libertà di impresa).

Per questo gli stessi giornali “abbelliscono” le notizie e i titoli, e allo stesso modo fanno molti siti web per cercare di incassare soldi diffondendo “notizie” di vario tipo, anche fake news. Ma ciò determina anche l’entrata in gioco di numerosi altri attori che sfruttano il nuovo modello economico delle notizie per ottenere profitti, riducendo così i margini per l’informazione corretta.

Che sia un problema sociale, oppure semplicemente una questione di sopravvivenza economica delle testate editoriali, il fenomeno delle fake news ha preso il sopravvenuto nei discorsi delle istituzioni, anche a livello europeo, con numerose iniziative tese alla loro regolamentazione. Una maggiore attenzione alla questione da parte di politici, giornalisti e docenti è sicuramente positiva, pur tuttavia l’approccio spesso seguito è quello di demonizzare a prescindere il mezzo (Internet e i social media: a questo proposito si consiglia l'articolo di OpenDemocracy "Democracy is dead: long live democracy!").

Le soluzioni proposte

Occorre premettere che gli ordinamenti giuridici già prevedono una serie di norme che si occupano di casi specifici di fake news. Ogni qualvolta una “notizia falsa” può determinare un danno a una o più persone, si può configurare un reato o un illecito:

  • Diffamazione.
  • Concorrenza sleale.
  • Aggiotaggio, turbativa del mercato.
  • Pubblicazione di notizie false, esagerate o tendenziose atte a turbare l'ordine pubblico (356 c.p., è un reato di pericolo per cui non occorre l’effettiva turbativa dell’ordine pubblico ma comunque la notizia deve essere potenzialmente in grado di determinare tale turbativa).
  • Responsabilità civile per atti che provocano un danno (2043 c.c.).

Ulteriormente possiamo menzionare, con riferimento alle norme specifiche per la stampa, la responsabilità del direttore del giornale rispetto alla mancata verifica delle fonti.

Anche partendo dalla considerazione che l’art. 21 della Costituzione non tuteli la consapevole diffusione del falso, è indubitabile che il falso in sé non è un reato, collocandosi in una zona grigia intermedia. L’ordinamento giuridico si occupa della repressione della “fake news”, ma l’attenzione statale è limitata alle sole ipotesi nelle quali vi è una ricaduta, almeno potenziale, sulla società della pubblicazione della notizia. Le fake news possono essere sanzionate, dunque, solo nel momento in cui vengono lesi valori sovra-individuali dell’intera società.

Il punto è che negli ordinamenti moderni trovano sempre meno spazio illeciti legati a valori etici e morali (perché il rispetto per le leggi e per lo Stato non può essere inculcato con la forza e la minaccia, ma deve essere diffuso tramite l'esempio dei rappresentati delle istituzioni), mentre di contro l’impressione, con riferimento alle fake news, è che si voglia tornare alla tutela di valori morali collettivi, con un pericoloso tuffo nel passato. Questo è un punto importante, che conviene non perdere mai di vista.

Premesso tutto ciò, per risolvere il “problema” delle fake news online sono stati proposti vari strumenti che possano garantire una corretta informazione in Rete:

  • Filtraggio dei contenuti online ad opera delle piattaforme del web.
  • Filtraggio dei contenuti online ad opera di operatori autonomi.
  • Responsabilità delle piattaforme online.
  • Bollino di affidabilità per i giornali.
  • Blocco delle pubblicità per i siti che pubblicano fake news.

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Filtraggio dei contenuti online

In alcuni paesi sono già stati presentati disegni di legge in materia, che prevedono il controllo e l’eventuale rimozione delle fake news da parte delle piattaforme online. Ad esempio, in Germania una legge ad hoc prevede una multa fino a 50 milioni di euro per quelle piattaforme che non rimuovono i contenuti illeciti, con riferimento principalmente ai contenuti di hate speech ma anche alle fake news. È lo stesso strumento (notice and take down) che si utilizza per il copyright, con la differenza che la violazione del copyright è più semplice da stabilire rispetto a una falsa informazione.

Anche in Italia sono state presentate proposte di legge. Il disegno di legge Gambaro, ad esempio, è incentrato sulla collaborazione tra il potere politico e le piattaforme del web al fine di instaurare un costante monitoraggio e conseguente filtraggio delle fake news online. Il Ddl in questione venne proposto con l'intenzione di contrastare il diffondersi dei “movimenti populisti”, tradendo una finalità eminentemente politica.

Il problema principale delle proposte che invocano filtri per la Rete è che accomunano contenuti pedopornografici, hate speech, cyberbullismo e fake news in un unico calderone, assoggettando alla medesima sanzione (filtraggio, cioè rimozione) ipotesi di differente “gravità” e “pericolosità sociale”. Inoltre, il Ddl Gambaro, prevedendo una sanzione nei soli casi di pubblicazione di fake news attraverso piattaforme informatiche, va a introdurre un nuovo privilegio per l’attività professionale del giornalista, portando alla paradossale conseguenza che il giornalista, il quale normalmente dovrebbe essere, proprio in virtù del delicato ruolo da lui svolto, soggetto a maggiori responsabilità, si trovi invece a godere di un trattamento di favore.

Le soluzioni incentrate sul filtraggio rafforzano, però, la posizione dominante delle attuali piattaforme, con l’accentuazione degli effetti distorsivi sul mercato. Nulla potrebbe impedire che dietro lo schermo della lotta alle fake news o all’hate speech, le piattaforme online pongano in essere delle forme di controllo pervasive e poco trasparenti, favorendo i propri specifici interessi.

In questa prospettiva non possiamo dimenticare, infatti, che le piattaforme online sono praticamente tutte americane (quelle più importanti almeno) e qualsiasi accordo con i governi europei verrebbe, alla fine dei conti, superato da eventuali direttive provenienti da Oltreoceano. Gli Usa hanno dimostrato in più occasioni di considerare queste grandi aziende come la quinta colonna della loro politica estera, e proprio di recente gli americani hanno chiaramente espresso l'idea che queste piattaforme devono comportarsi in maniera patriottica, da veri americani. Questo ci fa temere che difficilmente rimuoverebbero fake news provenienti dagli Usa, ma solo contenuti russi o cinesi, oppure locali. Una regolamentazione generale, pensata per la tutela effettiva dei cittadini, potrebbe essere difficilmente ottenibile da queste piattaforme.

Inoltre le piattaforme online sono aziende private, mosse da interessi economici, che guidano le loro azioni e, per questo, è difficile credere nel concreto che possano adoperarsi per la tutela dei cittadini. Per chiarire, la recente apertura di Google e Facebook sulla regolamentazione delle fake news (e dell’hate speech) sostanzialmente dipende da due fattori: evitare una normativa nazionale che imponga specifici obblighi (ovviamente più stringenti di qualsiasi accordo o codice di condotta) e tutelare i loro profitti.

Nella primavera del 2017, infatti, alcuni inserzionisti (circa 250, tra i quali anche grandi nomi) hanno abbandonato YouTube perché non volevano che il loro marchio fosse accostato a contenuti controversi (hate speech e fake news), in un’ovvia ottica di tutela del brand. Google avrebbe perso fino a 750 milioni. Solo di recente, dopo aver visto la nuova politica in materia di hate speech e fake news, gli inserzionisti starebbero decidendo di tornare su YouTube .

Nuovi intermediari

È stato proposto anche il filtraggio dei contenuti da parte di autorità terze o operatori “indipendenti”. Questi, di fatto, andrebbero a filtrare i contenuti online oppure semplicemente ad apporre una sorta di “marchio” sulle notizie per indicare che sono “disputed”, cioè controverse. Di recente anche alcuni giornali italiani hanno annunciato di volersi assoggettare al controllo editoriale di autorità terze, che dovrebbero verificare l’affidabilità (trusted) dei loro contenuti.

Che un giornale si assoggetti, anche volontariamente, alla verifica e controllo di un terzo, che ne garantisca l’affidabilità delle notizie, pare più che altro testimoniare il fallimento del giornalismo, non più in grado di garantire la propria affidabilità. Oltretutto, secondo una ricerca dell'Università di Yale, utilizzare un bollino per certificare le notizie affidabili o meno sembra essere inefficace o addirittura controproducente.

Ma, in generale, questo approccio – cioè la delega a terzi della verifica delle notizie – non è altro che la sostituzione dei vecchi editori con nuovi intermediari della comunicazione. Se una volta c'erano gli editori (pochi) a fungere da intermediari delle notizie, e quindi assoggettabili a un eventuale controllo (censura) da parte delle autorità, adesso questi editori hanno palesemente perso il controllo delle informazioni in Rete, anche in conseguenza del crollo di fiducia che ha investito i media tradizionali. E se gli accordi con Facebook hanno inizialmente portato a qualche sollievo per i loro conti, sul lungo periodo sottrarrà ulteriore traffico a favore del social network (Facebook ha provato a separare le notizie dalle comunicazioni personali tra utenti, notando che le prime sono molto meno richieste rispetto alla seconde).

Questo è un enorme problema per gli Stati che, se storicamente hanno sempre ricoperto un ruolo importante nella regolamentazione dei media tradizionali (tv e giornali, soggetti a norme pubblicistiche), con riguardo alla Rete si ritrovano in una posizione marginale, laddove online sono i privati a farla da padrone, con una regolamentazione per lo più basata su policy. In realtà Internet è uno strumento molto potente sotto questo profilo, e comunque gli Stati possono comunque utilizzarlo a fini propagandistici, ma il problema fondamentale è che Internet è uno strumento “aperto” e non completamente controllabile (almeno nell'attuale struttura). Per cui anche attori terzi (autorità straniere, ma anche semplici cittadini) possono sfruttare la Rete per fini propagandistici, ponendosi in diretta concorrenza con i tradizionali editori e gli stessi governi. 

La finalità di questa “soluzione” appare, in fin dei conti, quella di sostituire ai tradizionali intermediari (editori) dell'informazione, che ne hanno perso il controllo, nuovi intermediari più capaci di controllare, influenzare e filtrare l’informazione in Rete. Questi nuovi intermediari possono essere o terzi appositamente selezionati oppure, eventualmente, le stesse piattaforme online. Queste ultime, però, non sono facilmente controllabili perché troppo grandi (pensiamo a Google o Facebook, in grado di tenere testa perfettamente a uno Stato) e perché possono dare priorità alle esigenze dei loro azionisti in primis, che non necessariamente hanno interesse ad assecondare i desiderata dei governi.

A leggere con attenzione la Risoluzione del Parlamento sulla comunicazione strategica dell'UE per contrastare la propaganda nei suoi confronti da parte di terzi, le proposte nazionali non differiscono affatto da quelle presentate in sede comunitaria. Il documento in questione sostanzialmente invita gli Stati a vigilare sulla disinformazione proveniente da altri Stati e a collaborare con la NATO per contrastare queste forme propagandistiche. La risoluzione vede la propaganda russa alla stregua di un'attività terroristica vera e propria (paragonata all’ISIS) e, per contrastarla, legittima e auspica che gli Stati europei (e gli Usa) pongano in essere gli stessi comportamenti (propaganda) che vengono criticati se posti in essere dal governo russo. 

Si tratta di un vero e proprio tuffo in un passato autoritario, che credevamo di aver seppellito da tempo, e un invito alla militarizzazione dell'informazione online.

Il libero mercato delle idee

Quando si discute di responsabilità delle piattaforme del web in merito ai contenuti diffusi, la mente corre subito alla definizione di free marketplace of ideas. Il richiamo al mercato libero delle idee vede il contrasto alla fake news (ma non solo) demandato alle armi della critica e della discussione e non alle leggi. L'affermazione o la sconfitta di un'idea, di una notizia, dovrebbe, quindi, dipendere dal bilanciamento ottenuto dalle leggi di mercato che sarebbero in grado di far emergere le idee buone a dispetto di quelle cattive.

La retorica del free marketplace of ideas è soggetta a numerose critiche. Innanzitutto, l’identificazione del cittadino con il consumatore vede le idee mercificate come se fossero un bene di consumo, un’automobile, ad esempio. In secondo luogo, le scelte del consumatore, anche se sbagliate, finiscono per danneggiare se stesso, mentre le scelte del cittadino hanno un’incidenza sull'intera società, e non solo su chi le opera. Ma il problema principale dipende non solo dalla quantità di informazioni a disposizione del consumatore-cittadino quando deve operare una scelta, ma anche dalla diversità delle stesse. Cioè, le informazioni sono talmente tante che il cittadino fatica a leggerle tutte, per cui necessariamente si concentra solo su alcune, tenendo a privilegiare quelle che sono più affini alle sue idee e al suo modo di essere.

Questa critica sembrerebbe assumere che il problema sia la quantità di informazioni eccessive in rete, come per dire che occorre limitare le informazioni a disposizione delle persone, in un’ottica paternalistica e moraleggiante. Lo Stato, o chi per lui (piattaforme online o operatori terzi), dovrebbe farsi carico di limitare le informazioni in modo che tutti abbiano il tempo materiale di leggerle. Viene da chiedersi, però, come convincere a leggere cose che i cittadini non vogliono leggere, pur avendone il tempo.

Ma il free marketplace of ideas è una metafora piuttosto vecchia. Oggi lo spazio è occupato completamente o quasi dalle piattaforme online, per cui è difficile parlare di un mercato davvero free. La concentrazione eccessiva nelle mani di pochi intermediari determinerebbe, così, la necessità di una regolamentazione statale del mercato delle idee. Ma anche qui la critica è semplice. Se il problema nasce dall'eccessivo potere delle piattaforme, una regolamentazione che imponga (o deleghi tramite codici di condotta) alle piattaforme del web il controllo delle informazioni online di fatto finirebbe con il concedere ancora maggior potere a quelle stesse piattaforme, alimentando il problema che intende risolvere.

Sembra evidente, quindi, che alcune posizioni derivano da una scarsa comprensione del problema, delle dinamiche del web, o semplicemente da interessi specifici tesi a strumentalizzare il dibattito in corso. È vero che l’informazione digitale è probabilmente la cosa più contagiosa del pianeta, ma non è attraverso la soppressione di opinioni contrastanti con il comune sentire che si risolvono problemi che nascono in altre sedi e che trovano nella rete solo un mezzo di diffusione e dialogo. La Rete è lo specchio della società. Semmai uno dei primi passi potrebbe essere studiare e comprendere perché e come le persone cercano, consumano e danno un senso alle informazioni sui social (si veda studio di Nielsen e Graves).

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La retorica è la medesima da anni, Internet è pericoloso e va controllato e determinati contenuti vanno cancellati. Si è partito dalle violazioni del copyright, poi i contenuti pornografici, e man mano si vogliono estendere le rimozioni al cyberbullismo, l’hate speech, le fake news, accomunando – come detto in precedenza – contenuti completamente diversi tra loro sotto il medesimo ombrello.

Il cittadino è pericoloso e va educato

Gli ordinamenti moderni si incentrano più sulla prevenzione del rischio che sul sanzionamento delle lesioni dei beni giuridici. In quest'ottica, ad esempio, si può inscrivere la normativa in materia di “data protection”. Il “dato personale”, in fondo, non è altro che un bene giuridico di secondo livello creato per anticipare la tutela rispetto a una lesione dei diritti fondamentali del cittadino.

Un percorso di questo tipo è legittimo se non addirittura necessario in caso di sistemi complessi come appunto quello sulla data protection, ma se portato alle estreme conseguenze potrebbe anche aprire la la strada a un atteggiamento paternalistico o militante dello Stato, che può portare a risultati aberranti. Come, ad esempio, il recente annuncio del segretario di Stato britannico, che ha manifestato l’intenzione di introdurre sanzioni nei confronti di coloro che guardano (più di una volta) contenuti terroristici online. In questo caso non solo si tenta di anticipare un eventuale attentato, ma addirittura la stessa radicalizzazione dell’attentatore (che fin quando non si estrinseca con attività concrete rimane nella sfera personale dell'individuo), con la politica criminale che sfonda letteralmente i confini del suo campo di azione per invadere altri settori non di sua competenza. Il rischio, infatti, è di trasformare le politiche di prevenzione in propaganda e indottrinamento dei cittadini.

L’intera discussione sulle fake news, ormai pervasiva da qualche tempo a questa parte, si inscrive indubitabilmente in tale prospettiva, cioè nell’ottica non solo della prevenzione del rischio, ma anche in quella dell’indottrinamento dei cittadini, sconfinando nell’idea che tra i compiti dello Stato vi sia anche quello di “formare” il cittadino. Il cittadino è visto come un soggetto fondamentalmente "a rischio" in quanto permeabile alla propaganda del “nemico”, e quindi non deve essere esposto a contenuti che potrebbero portarlo a mettere in discussione le verità precostituite.

Per questo, da anni le proposte di legge che riguardano Internet tendono a ricreare una struttura da calare sulla rete al fine di introdurre un accesso selettivo, sia per i contenuti che per gli stessi utenti. Insomma, Internet come una grande televisione, controllata da pochi, grandi editori.

Una ristrutturazione di Internet in tal senso è certamente complessa, ma non impossibile. In alcuni paesi ci si è già incamminati, ad esempio in Cina dove Internet non è altro che una sotto-rete dell'Internet mondiale, con pochi accessi strettamente controllati in ingresso e in uscita.

La realtà è che la “Primavera Araba” ha reso evidente come una Rete aperta sia poco compatibile con le esigenze di segretezza e di controllo delle informazioni sulle quali si basano tutti i governi, compresi quelli occidentali, che da un lato condannano la repressione della libertà di manifestazione del pensiero negli altri Stati, ma poi consentono alle proprie aziende di creare gli strumenti digitali per un controllo massiccio delle informazioni in Rete. Noi che viviamo in paesi “democratici” ci ritenevamo al sicuro pensando che quegli strumenti fossero venduti solo ai paesi autoritari, ma dopo PRISM e lo scandalo dell’NSA, anche questa certezza è stata spazzata via, lasciando sul campo solo l'ipocrisia dei governi.

Ipocrisia che si svela proprio nel momento in cui i governi cercano accordi con le multinazionali del web, accusate da un lato di aver accumulato troppo potere e di non essere più gestibili, ma blandite dall'altro con accordi, codici di condotta, protocolli di intesa che non fanno altro che cedere loro ancora più potere. E questo perché un governo democraticamente eletto, e che deve rispondere delle proprie politiche agli elettori, probabilmente non può permettersi di porre in atto un monitoraggio capillare delle Rete Internet al fine di censurare i contenuti dissidenti. Le leggi glielo vieterebbero e ne risentirebbe a livello di consenso elettorale. Questo tipo di attività viene così delegata alle multinazionali del web, che potrebbero trincerarsi dietro le policy aziendali, i termini di servizio e improbabili bug del software che gestisce il sistema. Il tutto in cambio del via libera dei governi agli affari redditizi con i dati dei cittadini.

Cosa si può fare

In conclusione, fermo restando che il problema non sembra essere quello delle fake news, quanto piuttosto un problema della società in rapporto all'informazione nel suo complesso, occorre innanzitutto sgomberare il campo dalle soluzioni strumentali proposte, e partire dalla considerazione che lo strumento tecnologico (il web) è in continua evoluzione ed è difficile anche semplicemente ipotizzare come sarà tra una decina d’anni, e quale impatto effettivamente ha sulle persone.

Anche se già oggi il web sembra portare numerosi pregi, essendo uno strumento utilizzabile (ed utilizzato) per alimentare il discorso pubblico, abbattendo il costo della partecipazione politica dei cittadini consentendo anche ai piccoli gesti (una petizione, ma anche un semplice tweet, una denuncia di corruzione, o di inefficienza della macchina pubblica) di avere un peso nell'opinione pubblica.

In merito al dibattito sulle fake news che avrebbero condizionato, fino a “dirottarle”, le elezioni negli Usa, sembra più che altro – per dirla con una metafora calcistica – che l’altra parte, dopo aver subito un gol all'ultimo secondo, invece di accettare il risultato chieda di annullare la partita invocando inesistenti falli. Forse, come suggeriva Fabio Chiusi (vedi Seminario Nexa: illuminare le dark ads), sarebbe meglio tornare a fare politica.

Comunque, dal dibattito in corso emergono due possibili direzioni valide, tra l'altro sostenute dal relatore dell'ONU sulla libertà di espressione, dall'OSCE e dal Gruppo Articolo 19 (vedi la Dichiarazione comune sulla libertà di espressione e "false notizie", disinformazione e propaganda).

Any prohibitions on the dissemination of information based on vague and ambiguous ideas, including “false” or “fake news” or “non-objective information”, are incompatible with international standards for restrictions on freedom of expression.

Qualsiasi divieto di diffusione di informazioni basate su idee vaghe e ambigue, comprese "false" o "notizie false" o "informazioni non obiettive", è incompatibile con gli standard internazionali per le restrizioni alla libertà di espressione.

Il primo punto è alimentare il pluralismo in Rete. In tale prospettiva è palese che delegare ulteriori poteri alle piattaforme del web in realtà non fa che acutizzare il problema, per cui è più plausibile che si debba andare nella direzione opposta, imponendo maggiore neutralità alle piattaforme in relazione ai contenuti diffusi (cioè rimuovere solo quello che è pericoloso o costituisce reato). Le piattaforme del web sono aziende private che svolgono un servizio pubblico, e quindi assoggettabili a una regolamentazione (stile public utility). In tal modo si potrebbe diminuire l’effetto “bolla”descritto da Parisier, moltiplicando le fonti di informazione alla quali i cittadini possono accedere.

Ciò significherebbe imporre nuovi e più penetranti obblighi di trasparenza alle multinazionali del web, in relazione (non agli algoritmi, che sono pacificamente segreti commerciali, protetti in base alla normativa attuale a alla Direttiva Trade Secret) ai criteri di valutazione e all’impatto delle loro policy sui diritti umani.

Tale approccio non porterebbe a grandi risultati se non strettamente collegato con una nuova alfabetizzazione delle persone ai media e alle notizie (come suggerito da uno studio di PEN America), per migliorare l’approccio dei cittadini non tanto alle fake news, ma in genere ai fenomeni di propaganda e disinformazione, da chiunque provengano (siano essi russi, cinesi, americani oppure il nostro stesso governo).

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Mai come oggi la libertà di parola appare totale e incondizionata. Chiunque può aprire un blog o esprimere il proprio pensiero su Facebook. Eppure, l'esercizio della libertà di parola è facoltà del tutto sterile, data l’assoluta impermeabilità della politica alle idee che vengono dai cittadini. Oggi lo spazio pubblico ha il solo scopo di esporre “uomini che ce l’hanno fatta” come esempi da seguire per il cittadino comune, senza proporre nessuna soluzione per i suoi problemi. Nelle democrazie moderne, infatti, l’unica “parola” che conta è quella degli “esperti”, che in definitiva non sono altro che coloro che vedono le cose come stanno e insegnano a conviverci nel modo meno rischioso possibile, in un’incessante perpetuazione dello status quo.
In questo modo è progressivamente venuto meno proprio il significato di democrazia, intesa come società capace di mettersi in discussione aprendo alla creazione di nuovi significati (Cornelius Castoriadis).

A mio parere l’idea migliore è quella di alimentare il pluralismo (promoting media diversity, which is a key means of addressing disinformation and propaganda, vedi la Dichiarazione sopra riportata) piuttosto che rimuovere contenuti, perché la rimozione implica sempre che ci sarà qualcuno che decide per noi cosa dobbiamo leggere, e quindi che plasma la nostra visione del mondo. Invece, lasciando le notizie controverse online, affiancate da contenuti in grado di confutarle, si innesca una discussione pubblica in grado di portare a una crescita sociale che ci rende più critici rispetto a ciò che leggiamo, più esigenti della prova e della provenienza delle notizie, più autosufficienti nel pensiero. La rimozione, invece, è palesemente indice della paura delle democrazie occidentali verso argomentazioni che mettono in discussione le idee comuni.

Se uno Stato non ha fiducia in sé e nei suoi valori, come può chiedere a un cittadino di avere fiducia in lui?

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Molestie sessuali: un sistema che crolla e le accuse alle vittime

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Da quando a inizio ottobre è scoppiato il caso Weinstein, le denunce di molestie si sono susseguite una dopo l’altra, in diversi ambiti lavorativi e in svariate parti del mondo. È un effetto a cascata che, per il momento, non accenna a fermarsi.

Negli ultimi giorni la società di produzione scandinava Zentropa fondata da Lars von Trier è stata accusata da nove donne danesi di favorire un ambiente dove molestie sessuali e bullismo erano all’ordine del giorno. Anna Mette Lundtofte, una giornalista che ha lavorato per la società per tre anni, ha detto che ogni impiegato o collaboratore aveva subito o assistito a episodi del genere: «Secondo la propaganda di Zentropa, si sarebbe trattato di un "ambiente di lavoro alternativo", ma in realtà quello che ho visto è una vecchia struttura patriarcale di potere».

Negli Stati Uniti si sta discutendo del caso che riguarda Roy Moore, un ex giudice della Corte Suprema candidato al Senato in Alabama con il Partito Repubblicano accusato di aver molestato alcune ragazze minorenni tra gli anni '70 e '80. Gli episodi sono venuti fuori grazie a un’inchiesta del Washington Post, che ha raccolto le testimonianze di quattro donne che non si conoscono tra loro.

Un articolo del New York Times, invece, riportava le testimonianze di alcune donne che accusavano lo stand-up comedian Louis C.K. di essersi denudato e masturbato davanti a loro. Il comico ha ammesso la veridicità dei fatti contestatigli, diffondendo un messaggio di scuse: "Al tempo, mi ero detto che quello che avevo fatto era ok, perché non avevo mai mostrato il pene a una donna senza prima chiedere il permesso, cosa che è anche vera. Ma più avanti nella vita ho capito, comunque troppo tardi, che quando sei in una posizione di potere chiedere loro di guardare il tuo pene non è una domanda. Per loro è un’imposizione. Il potere che avevo su queste donne era che loro mi ammiravano. E io ho usato irresponsabilmente questo potere".

Il comunicato ha ricevuto diverse critiche dall’opinione pubblica americana. "Le scuse di Louis C.K. si trasformano in un tentativo di dipingere se stesso come sofferente e degno di comprensione. (...) Prova anche a ridurre la sua colpevolezza, dicendo che, al tempo delle sue azioni, pensava che semplicemente chiedere se era OK masturbarsi davanti alle donne fosse sufficiente per garantire il consenso", si legge su Quartz.

In Italia fino a questo momento di nomi ne sono stati fatti pochi. Due settimane fa Miriana Trevisan ha raccontato a Vanity Fair di aver subito un approccio sessuale esplicito dal regista Giuseppe Tornatore durante un incontro di lavoro alla fine degli anni '90. La denuncia è rimasta isolata, mentre si sono moltiplicati i messaggi in difesa di Tornatore e di discredito della versione di Trevisan, e i richiami a non esagerare con l’effetto domino dopo il caso Weinstein.

Più recentemente, dopo alcune voci circolate negli ultimi giorni, in un servizio de Le Iene a cura di Dino Giarrusso dieci attrici e donne dello spettacolo – che, stando al programma, non si conoscerebbero tra loro – hanno accusato il regista Fausto Brizzi di molestie sessuali (e in un caso anche di stupro). Alcune di loro hanno mostrato il volto, altre hanno parlato in forma anonima. Tutti gli episodi raccontati hanno elementi in comune e hanno avuto luogo nel loft-studio del regista. Brizzi, con una nota dei suoi legali, ha dichiarato di non aver mai avuto nella sua vita “rapporti non consenzienti o condivisi”, di essere intenzionato ad agire “in ogni opportuna sede nei confronti di chiunque abbia affermato e affermi il contrario”, e di aver sospeso “in via precauzionale, e per evitare strumentalizzazioni” tutte le attività lavorative e imprenditoriali. Nel frattempo, la Warner Bros ha confermato l’uscita programmata per dicembre di un film realizzato dal regista (Poveri Ma Ricchissimi), ma ha precisato di aver interrotto “ogni futura collaborazione con Brizzi che non verrà associato ad alcuna attività relativa alla promozione e distribuzione del film”: “Warner Bros Entertainment Italia prende molto seriamente ogni accusa di molestia o abuso e si impegna fermamente affinché l'ambiente di lavoro sia un luogo sicuro per tutti i suoi dipendenti e collaboratori”.

La messa in onda del servizio ha scatenato commenti feroci sui social media nei confronti delle ragazze intervistate, che sono state accusate di aver voluto sfruttare “qualche minuto di notorietà” o di voler trovare una giustificazione a carriere poco fortunate, o sono state destinatarie di insulti sessisti. La maggior parte dei media italiani, invece, da un lato ha derubricato la questione a gossip o costume, e dall’altra ha dato ampio spazio a voci che invocavano garantismo per gli accusati e invitavano a maggiore cautela nel prendere in considerazione le testimonianze di questi giorni.

La narrazione che ne è venuta fuori tra giornali e opinione pubblica è completamente schiacciata sulle vittime: sono loro che parlano e denunciano, sono loro che avrebbero potuto comportarsi diversamente e sono sempre loro che dovrebbero regolarsi ed evitare di contribuire al rischio di messa alla gogna di uomini da considerarsi innocenti fino a prova contraria.

Roxanne Gay sul New York Times ha ricordato come le storie delle donne vittime di molestie e abusi sessuali siano tutt’altro che una novità: “Le donne offrono testimonianze del loro dolore sempre, pubblicamente e privatamente. Quando ciò accade, gli uomini si mostrano scioccati e sorpresi che la violenza sessuale sia così pervasiva, perché si sono permessi il lusso dell’oblio. E iniziano ad andare nel panico perché non tutti gli uomini sono predatori e non vogliono essere assimilati agli uomini cattivi”. È quello che è successo in Italia.

Se si parla solo delle donne è perché non si è capita la portata politica del meccanismo che si è messo in atto in seguito al caso Weinstein. Il sistema di potere patriarcale che per secoli ha regolato numerosissimi – se non tutti – gli aspetti della vita sociale e relazionale è stato messo in crisi: dove prima c’erano il silenzio e l’accettazione adesso ci sono denunce, dove c’era la percezione dell’immutabilità dell’ordine delle cose ora si intravede la possibilità di cambiamento, dove c’era isolamento c’è moltitudine. È una questione politica – qualunque sarà l’esito di questo processo – e come tale andrebbe trattata. Ogni tentativo di sminuirla o relegarla ad altri ambiti suona come una difesa dell’ordine precostituito e un rifiuto di metterlo in discussione.

Per questa ragione, il silenzio della parte maschile (paternalismo e richieste di garantismo escluse) è pesantissimo, così come la sua assenza dal dibattito. Come ha scritto Leah Fessler su Quartz, invece, “è necessario che sia gli uomini che le donne si cimentino in conversazioni produttive sul sessismo. Il sessismo non è una cosa da donne, o una cosa per donne e uomini con figlie femmine. Finché ognuno di noi, indipendentemente dalle nostre identità di genere, non si prenderà la responsabilità di porre fine alla misoginia, questa continuerà a opprimere noi e le persone che amiamo”.

Nel concentrare la discussione solo sulle vittime, sono emerse alcune critiche e argomentazioni ricorrenti sia tra gli uomini che tra le donne, che mettono in discussione la credibilità delle loro denunce

"Perché le donne non hanno denunciato subito?"

Molte accuse di molestie sessuali si riferiscono a episodi successi molti anni prima. Asia Argento, ad esempio, ha raccontato di aver subito l’abuso da Harvey Weinstein nel 1997, così come altre attrici o collaboratrici del produttore. Anche alcune storie delle donne che hanno accusato Fausto Brizzi non sono recentissime. Una domanda molto diffusa a questo riguardo è: ma se le donne ritenevano davvero di aver subito una molestia sessuale, com’è che non l’hanno denunciata subito?

La risposta non è una sola, come spiega a Valigia Blu Simona Bernardini, psicologa che collabora con l’associazione Telefono Rosa: «I fattori sono molteplici. Quello che è certo è che quando si subiscono molestie sessuali, soprattutto nei luoghi di lavoro, si vive una pressione dovuta al potere che esercita la persona che si ha di fronte».

Talvolta si tratta di un potere enorme: Weinstein, ad esempio, una volta scoperta la possibilità dell’emersione delle accuse nei suoi confronti, aveva messo su un sistema di sorveglianza e spionaggio di vittime e giornalisti che coinvolgeva anche ex agenti del Mossad. Il più delle volte, invece, concerne semplicemente la possibilità di incidere sulla vita di chi subisce molestia. Non è un caso che, secondo l’Istat, il 99% dei ricatti sessuali sul luogo di lavoro non viene segnalato alle forze dell’ordine: Le ragioni sono poca fiducia nella polizia e nella giustizia, difficoltà o mancanza di prove o anche solo paura di non essere credute.

I tempi per agire in tribunale, peraltro, in Italia sono piuttosto stretti: secondo il codice penale, per violenza sessuale si può procedere solo su querela della vittima, che può essere presentata entro sei mesi. Un intervallo a volte non sufficiente per elaborare quanto accaduto. «Il tempo non è mai un indicatore. Non è che se si denuncia o si parla subito significa che è ‘più vero’ rispetto al farlo dopo vent’anni», precisa Bernardini.

Nel servizio de Le Iene alcune delle donne che accusano Brizzi raccontano come mai non si sono rivolte alle forze dell’ordine. Una di loro dice di non aver avuto il coraggio di dirlo alla famiglia e di averne parlato solo con la madre: “Le ho detto che non potevamo fare niente, non abbiamo tutti i soldi, se lui ci denuncia, per chiamare un avvocato”.

Un’altra attrice ha fatto un resoconto solo parziale dell’accaduto al fidanzato: “Probabilmente ho sbagliato, ma mi vergognavo come una ladra e avevo paura di non essere creduta”; mentre una ragazza che ha subito una vera e propria violenza sessuale si accusa: “Sono stata stupida. Me la sono cercata”.

Bernardini spiega che questi stati d’animo sono assolutamente comuni per le vittime molestie e abusi sessuali: «C’è la sensazione di aver sbagliato qualcosa, di essere in parte colpevole, sia nel caso in cui si è subito l’abuso sia che si riesca a dire di ‘no’». «In associazione – aggiunge - lavoriamo spesso con donne che dopo tanto tempo riescono a elaborare tutta quella confusione che suscitano spesso queste vicende traumatiche. Non è automatico, serve tempo».

Secondo un articolo pubblicato su The Conversation, tra l’altro la narrazione che vede come “vero stupro” solo quello che implica un rapporto sessuale completo, perpetrato “con estrema violenza o forza fisica” da un estraneo, “può impedire alle vittime di parlare o anche solo di identificare ed etichettare subito la loro esperienza come violenza sessuale”.

"Perché le denunce vengono fuori adesso, tutte insieme?"

Il fatto che le denunce di molestie sessuali, anche risalenti nel tempo, stiano venendo fuori una dopo l’altra – quello che è stato definito dalla stampa americana Harvey Effect – è stato visto con sospetto: potrebbe essere una moda?

Secondo Sonia Ossorio, attivista della National Organization for Women–New York, «quando una donna rompe il silenzio, altre si sentono in potere in raccontare le loro storie. Queste testimonianze insieme danno un’immagine completa e creano un ambiente in cui è più probabile che le vittime vengano credute». Questo meccanismo ha riflessi anche nella vita di tutti i giorni. Yvonne Traynor, CEO del South London Rape Crisis, intervistata da VICE, ha spiegato che da quando l’hashtag #MeToo è diventato virale, il centro ha ricevuto il 30% in più di telefonate riguardanti stupri e abusi sessuali: «Succede sempre così quando si parla di violenza sessuale sui media, perché riporta alla luce ricordi in donne e ragazze che avevano provato a reagire a un trauma semplicemente relegandolo negli angoli della loro memoria, o facendovi fronte in altri modi».

«In questo momento credo che si stia denunciando perché c’è una forza mediatica che dà la possibilità alle persone di non sentirsi sole», precisa Bernardini. «Questo tipo di molestie – aggiunge - nasce da un’asimmetria di potere che si vive e che esiste nella realtà: se io, ad esempio, faccio un provino con qualcuno che è in grado di eliminarmi dal mondo dello spettacolo, vivo una sorta di impotenza dinnanzi a lui. Quando vedo tante persone che denunciano probabilmente subentra l’idea di far parte di un gruppo, sento di avere una forza e un potere, forse per la prima volta». L’essere in tante agisce anche sul percepirsi corresponsabili della violenza subita: «Se c’è qualcun’altra che ha lo stesso vissuto, ci si sente meno sotto accusa come vittime. Perché poi spesso, soprattutto in Italia, il problema è questo: la prima a essere colpevolizzata è la vittima, invece che chi si presuppone che abbia compiuto la violenza».

"I processi non si fanno in TV o sui giornali"

Questo è uno degli argomenti più diffusi, specialmente dopo le accuse a Fausto Brizzi: di molestie sessuali si parla in tribunale, in televisione è solo gogna mediatica. Alla base di questo tipo di ragionamento c’è l’invocazione del principio garantista nei confronti dell’accusato, che non va considerato colpevole fino a eventuale sentenza.

Giulia Siviero si è chiesta sul Post se questo garantismo valga “in egual misura anche per le persone che a un certo punto decidono di parlare delle molestie che hanno subito”: “Possiamo affermare serenamente che a una donna che parla di abusi è garantita quella che potremmo chiamare ‘presunzione di credibilità’? O meglio: c’è la reale garanzia di una dialettica non sbilanciata sulla questione delle molestie? E non è forse qui che si mostra, invece, l’enorme deroga al garantismo di cui si sta parlando?”. Nessuno, aggiunge Siviero, “chiede di mettere in galera gli accusati sulla base delle cose che vengono dette sui giornali e non nei tribunali: si sta chiedendo che il garantismo valga per tutte e tutti allo stesso modo. Ponendo queste domande non sto facendo deroghe a un principio fondamentale, sto dicendo che il circolo del garantismo, nel caso delle molestie e degli abusi, non è virtuoso e mi chiedo se la priorità non sia quella di lavorare affinché lo diventi”.

Per chi viene accusato pubblicamente, un "garantismo giudiziario" esiste e continua ad essere tutelato: può sporgere querela verso chi ritiene che abbia detto il falso. "E se perde tutto in seguito a queste accuse? Di nuovo: chi si sente danneggiato ingiustamente da queste accuse può denunciare chi lo accusa. Deve farlo: è infatti nell’interesse di tutti e di tutte (di chi sporge denunce vere, innanzitutto) che le denunce false vengano punite", scrive Siviero, che però precisa che il garantismo giudiziario "c’entra poco con questa storia. Oltre al garantismo vero e proprio c’è infatti un garantismo che potremmo chiamare delle coscienze".

Il clamore sui media e suoi social media delle accuse ha degli effetti concreti, che superano di gran lunga quelli di una “gogna mediatica” nei confronti dei molestatori. Come scrive Olivia Godhill su Quartz, “gli uomini hanno molestato e abusato sessualmente le donne con impunità per millenni”, e solo dopo il caso Weinstein sono iniziate ad arrivare delle conseguenze per alcuni di loro: dove corti e uffici delle risorse umane hanno fallito, ha trionfato un nuovo meccanismo. “Ovviamente nessuno dovrebbe subire le conseguenze di essere ingiustamente accusato. Ma l’idea che le donne abbiano in qualche modo sovvertito la legge parlando delle loro esperienze online [o sui media] è sbagliata, e dimostra una fondamentale incomprensione di come funziona la giustizia”, scrive Godhill, che aggiunge che esiste una sorta di “sanzione sociale” che è anch’essa una forma di giustizia.

La maggior parte delle volte, le accuse di molestie sono note negli ambiti di riferimento: sono voci che circolano, open secret che vengono fuori con inchieste e lavori giornalistici – inchieste da cui, spesso, possono scaturire veri processi. Il caso Weinstein è partito dalle indagini di giornalisti di testate come il New York Times e del New Yorker; in Italia a raccogliere le denunce sono Le Iene, con tutto ciò che comporta un programma di infotainment (tra informazione e intrattenimento) spesso sensazionalistico, ma forse è proprio su questo che bisognerebbe riflettere.

La forza di una inchiesta giornalistica sta nel raccogliere più voci e dimostrare la pervasività di un sistema. E da sempre questa è la funzione del giornalismo: rivelare ciò che si cerca di tenere nascosto. La questione non è sul piano processuale, ma etico e di sistema. E bisogna anche considerare quanto sia difficile dimostrare una molestia; per questo la forza della denuncia sta nel fatto che più donne molestate rivelano cosa è successo. Questo però non può avvenire con una querela singola alla magistratura. Chi parla di prove di molestie cosa intende? Foto del molestatore in atto? L’ampiezza di quello di cui si discute in questi giorni viene fuori grazie alle inchieste del New York Times, del New Yorker e di quelle a seguire.

Secondo The Conversation, non è sorprendente che dalle prime indagini giornalistiche sul caso Weinstein sia nata una cascata di accuse da parte di coloro che negli anni sono state vittime del produttore: “Prendendo seriamente le esperienze delle donne, questi articoli – e il conseguente clamore pubblico – hanno aperto uno spazio per le donne per raccontare le loro storie. Per queste donne significa essere credute e prese sul serio”, mentre il fatto che si tratti di una “rivelazione collettiva rende più difficile il fatto che le loro esperienze vengano sottovalutate”.

"Non si sono opposte, non è violenza"

Un ultimo argomento riguarda il rifiuto di fronte alla molestia o all’abuso sessuale: se questa si è consumata senza che la vittima opponesse troppa resistenza, allora non può essersi trattato di violenza. Secondo Bernardini si tratta di «una delle cose più violente che si possano dire e che purtroppo spesso si ascoltano, l’idea che siccome non hai detto ‘no’ con forza non mi sei stata abusata e anzi ti stava bene o lo volevi. È violenta e profondamente scorretta».

«Dire di ‘no’ - aggiunge - a volte ha a che fare anche con quanto si è fragili o forti, dall’educazione che si ha avuto, dalle storie personali: ci sono donne che nella loro vita fanno fatica a difendersi perché magari a loro volta nel passato hanno avuto storie di abusi. Perché una donna non riesce a dire di ‘no’, è una domanda ampia che attiene al vissuto di ognuna. Ci sono tanti elementi da considerare».

Il primo è la paralisi che spesso coglie chi subisce una violenza sessuale. In una testimonianza pubblicata nel 2016 su VICE una vittima di stupro ha raccontato così la sua esperienza: “Quando mi hanno stuprata, non c'è stata una lotta. Ho continuato a dire che non volevo fare sesso, ma quando ha cominciato a tirarmi giù i pantaloni e gli slip, il mio corpo si è come paralizzato. Un milione di pensieri mi hanno attraversato la testa e poi si sono fermati, e la mia mente si è come distaccata, spostata in un luogo più sicuro, mentre mi lasciavo stendere nella sua macchina, rigida e silenziosa”. Nello stesso articolo, il dottor Martin Antony, professore di psicologia alla Ryerson University, ha spiegato che “immobilizzarsi è una risposta alle minacce comune a tutti i mammiferi, non solo agli esseri umani”.

Anche Bernardini ha confermato che la paralisi è molto ricorrente nelle storie ascoltate da Telefono Rosa e in effetti la frase “mi sentivo paralizzata” è presente in molte testimonianze delle donne che stanno parlando in questi giorni.

Ma c’è anche un altro punto. «Quando si parla di molestie – spiega Bernardini - innanzitutto si parla di asimmetrie di potere. Non è importante che il molestatore davvero abbia un potere su di me, ma il fatto che io lo viva così. Poi, purtroppo, questi sono uomini potenti davvero, che hanno la possibilità di stroncare un futuro, una carriera o anche di impedire di lavorare in generale. Ricordiamoci che spesso e in tanti campi nelle cariche lavorative le donne sono quelle che non hanno ruoli apicali o guadagnano meno degli uomini».

È quello che, in un articolo su The Atlantic, l’attrice e sceneggiatrice Brit Marling ha definito "l’economia del consenso": Weinstein era "in grado di dare alle attrici una carriera che avrebbe sostenuto loro e le loro famiglie. E poteva anche dar loro fama, che è uno dei pochi modi per le donne di ottenere una qualche parvenza di potere e voce in una mondo patriarcale. Loro lo sapevano. Lui lo sapeva. E Weinstein poteva anche assicurare che queste donne non avrebbero lavorato mai più se l’avessero umiliato. Non si tratta di un esilio solo artistico o emotivo – ma anche economico”. Secondo Marling, “le cose che accadono nelle camere d’albergo e nelle sale riunioni di tutto il mondo (e in ogni campo) tra donne che cercano un lavoro o provano a tenerselo e uomini che detengono il potere di concederglielo o sottrarglielo si verificano in una zona grigia dove parole come ‘consenso’ non riescono a racchiudere pienamente la complessità”. Questo perché anche “il consenso è una funzione del potere. Devi avere un minimo di potere per darlo. E in molti casi le donne non ce l’hanno, perché il loro sostentamento è in pericolo e perché sono il genere oppresso da una guerra quotidiana e invisibile contro tutto ciò che è femminile”.

I nostri articoli a partire dal caso Weinstein:

Hollywood e lo scandalo Weinstein: lo scoop che i media per anni non hanno pubblicato

Molestie sul lavoro: perché in Italia un caso “Weinstein” non c’è e non ci sarà

Violenze e denunce: dopo Hollywood travolto il mondo dei media

Molestie sessuali: è importante continuare a parlarne

Scandalo Weinstein: ex spie e giornalisti pagati dal produttore per fermare le inchieste

Molestie sessuali: i commenti e il dialogo con i nostri lettori su Facebook

Immagine in anteprima di Rachel Levit Ruiz, via yahoo

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Molestie sessuali: i commenti e il dialogo con i nostri lettori su Facebook

[Tempo di lettura stimato: 10 minuti]

Nelle ultime settimane ci siamo occupati con diversi articoli del caso Weinstein e del dibattito sulle molestie sessuali che si è aperto in tutto il mondo. Ne abbiamo discusso molto sulla pagina (qui, qui e qui), analizzando diversi aspetti. In questo post vengono riportate alcune delle riflessioni e degli scambi (editati) tra noi e i lettori nati sotto ai post di Valigia Blu: un confronto articolato e per nulla banale che ci sembrava giusto valorizzare.

  • Monica: Il mio dubbio è che possa essere difficile cogliere non tanto la singola molestia, ma l'humus culturale in cui cresce e prolifera. (...) Forse il processo è giunto a maturazione, il nesso potere/sesso/soldi viene messo in discussione e quindi diventa possibile parlarne. Sia per chi denuncia, sia per chi deve ragionare attorno a una pentola scoperchiata, in cui il non detto si rovescia fuori. Peraltro le violenze, le molestie, le prevaricazioni non sono facili da metabolizzare, non è facile riconoscersi come vittime. Il vittimismo è pur sempre considerato un pessimo atteggiamento. Ma vittimismo ed esser vittime non sono la stessa cosa, e sapere e raccontare che si è più deboli o lo si è stati non è facile. Perciò è tanto faticoso. Non si tratta indicare vittime e colpevoli, ma di capire la figura di sfondo in cui questo [la molestia sessuale] avviene. E in fondo tutto questo discuterne in tanti è un primo modo per stracciare il sipario. Proprio ieri ho trovato questa frase che trovo esaustiva del concetto che ho provato a esporre: “I limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo”, Wittgenstein. Questa serie di episodi sta allargando i confini del mondo conosciuto, stiamo esplorandone alcuni limiti, stiamo chiedendoci se possiamo accettarli, o se vogliamo cambiarli. In fondo pensare che si possa lavorare senza ricatti mi pare una buona direzione prospettica.
  •  

    Le attrici vittime di molestie avevano possibilità di scelta?
    C’è differenza tra avance e molestie sessuali?
    Le denunce si fanno solo in tribunale?
    Le vittime sono tutte uguali?
    Le molestie sessuali sono un problema culturale?

    Le attrici vittime di molestie avevano possibilità di scelta?

  • Edo: Le stesse donne distinguono tra molestia SUL lavoro e molestie PER un lavoro. Una donna è vittima di molestia sempre, ma se la prima volta non ha detto ‘no’ per paura, la seconda avrebbe potuto evitarla. Certo, non avrebbe lavorato, ma a questo punto sceglie e nessuno la obbliga a farlo. È ridicolo accusare di sessismo/maschilismo chi dice che le attrici sapevano chi avevano davanti. Ed è ridicolo estendere questi ragionamenti a tutti i casi di molestia e stupro perché sono molto diversi. Le attrici sono state vittime di un molestatore seriale che abusava del suo potere, ma loro stesse se lo sono fatte piacere per fare carriera e lo ringraziavano alle premiazioni abbracciandolo sorridenti.
  • Livia: Quindi se una donna si trova davanti un tizio potente come W. che può realmente decidere del suo futuro professionale, deve “scegliere” di mandare a quel paese il suo sogno di fare l’attrice perché le cose vanno così? Non ti sembra un orribile ricatto tutto ciò?
  • Cinzia: Certo che [una donna] DEVE scegliere visto che in quel contesto POTEVA scegliere. Quella era la strada breve, e Asia Argento scelse, dato che non girò la schiena cosa che invece altre hanno fatto.(…) E comunque una cosa è essere molestate altra è lo stupro e vedo che nei giorni a forza di discutere siamo scesi al livello della molestia partendo dallo stupro. Resta condannabile ovviamente la molestia, ma ben distinta dallo stupro.
  • Ana: È violenza sempre e comunque, a prescindere dal lavoro, dal conto in banca. Cosa sappiamo noi di com'era Asia argento oppure Tizia al momento della violenza, o di come sia trovarsi a 20 anni in una villa preparata per abusare di chi arrivava per discutere un copione? Che ne so io degli strumenti familiari, della forza di volontà, del coraggio o la mancanza di esso di ogni vittima? Perché dovrei fare la differenza tra Asia Argento come la vediamo oggi e una tirocinante di uno studio legale o una giovane dottoressa in clinica? L'abuso è innanzitutto abuso di potere e chi lo subisce è sempre una vittima.
  • Edo: La differenza la vedi nel modo in cui [alcune attrici] hanno proseguito il rapporto [con Weinstein] in seguito e in quanto ci hanno guadagnato nella loro carriera. Lo consideravano un padre e un dio, ora lo denunciano ma prima se lo facevano piacere. Quindi ribadisco: non paragoniamo le violenze contro la volontà della vittima a queste situazioni.
  • Francesca: E cosa dici a proposito di quelle che l'hanno denunciato [Weinstein]? Cosa dici del fatto che non hanno più lavorato? Del fatto che polizia e giornali sapevano ma non osavano? Degli altri attori che sapevano ma stavano zitti?
  • Galatea: Edo, la tua ricostruzione non ha molto senso. Lui le teneva sotto ricatto anche dopo. Era il produttore più importante di Hollywood. La "seconda volta" era uguale alla prima: o ci stavi, o non lavoravi più. Ah, e non si parla di attrici soltanto. Molestava segretarie, consulenti. Qualunque donna gli capitasse accanto.
  • Livia: Lo stesso New York Times ha avuto paura di denunciare W. perché era un suo grande inserzionista. Forse davvero manca la capacità di concepire un sistema di abusi di potere e ricatti così complesso e articolato che fa tremare anche i più grandi gruppi editoriali al mondo. Pensi che uno come W. non avesse il potere di tagliare fuori una persona dallo star system per un semplice capriccio?
  • Isa: Proviamo a rovesciare la prospettiva, proviamo a non guardare l'argomento dalla conseguenza (la donna molestata) ma dall'origine (l'uomo che usa il suo potere ricattatorio). Si chiede un cambio culturale, si chiede che non ci sia un uomo che si mette di traverso sulla strada di una donna, dei suoi sogni, delle sue ambizioni, dei suoi meriti. Oggi parliamo di attrici, ma accade negli uffici, con "capi" che hanno il potere di stroncare la carriera o esercitare azioni di mobbing, e accade negli uffici pubblici per ottenere la licenza per aprire un negozio di parrucchiera o condonare una veranda. Si chiede di smettere di processare le donne che denunciano misurando i centimetri della gonna, il livello di ingenuità o il motivo per cui hanno accettato o non lo hanno fatto, non ci interessa la santità delle virtuose che non hanno mai conosciuto e pagato le conseguenze di un momento di smarrimento, perché è esattamente questo il motivo per cui non denunciamo, per non aggiungere la gogna all'umiliazione (…) Non se ne può neanche più di questi distinguo per cui se lavi le scale subisci molestie, se vuoi intraprendere una carriera artistica te la cerchi!
  • C’è differenza tra avance e molestie sessuali?

  • Gig: Si viaggia sull'impalpabile filo della differenza, soggettiva, tra avance e molestia, ma si mette tutto nel calderone della violenza. Stiamo sbroccando. Spacey ci ha provato, la chiami molestia sessuale?
  • Luana: La differenza tra avance e molestia è molto semplice. L'avance dovrebbe avere la ricerca del CONSENSO incorporata, in parallelo, contemporanea. Non so se mi spiego. Se non c'è, e soprattutto se si va avanti, diventa molestia. Davvero trovo curioso che si consideri "filo impalpabile e soggettivo".
  • Ana: Avance sono quando si è davanti ad una situazione di equo livello di potere, un uomo e una donna al bar che si fanno sguardi d'intesa per esempio. Non un uomo capo sezione che tocca l’operaia o la segretaria, lasciando sottinteso che il suo desiderio è proprio avere un consenso e che se non c'è saranno cavoli amari.
  • Guido: Scusate ma io mi domando: diventa molestia anche se uno ci prova con una donna senza provare ad allungare le mani o facendo leva sul suo potere? faccio un esempio: mi piace la mia collega di lavoro che non mi fila più di tanto e decido di farle arrivare un mazzo di fiori a lavoro. Siccome non mi fila, io cerco di corteggiarla in qualche maniera o appena gira la testa da un’altra parte uno deve desistere? Quanti di noi uomini hanno insistito per arrivare a conquistare le attenzioni di una donna? E tutti questi sarebbero dei potenziali molestatori perché hanno insistito? sarebbe opportuno capire bene cosa è realmente una molestia perché con tutta l’ignoranza che c’è in giro si rischiano dei processi sommari.
  • Ana: Guido, il consenso si esprime piuttosto chiaramente. In discoteca mi invitavano a ballare, se non volevo dicevo no, se quando mi giravo per continuare a parlare con le mie amiche il tizio mi prendeva un braccio, per esempio, partiva uno sguardo assassino e in un terzo momento uno schiaffo. Concordo che nel luogo di lavoro se sei il capo e la signora è un operaia le cose sono più difficili, ma se ti capita di invitarla un caffè e si rifiuta desisti. E soprattutto, non le cambi orario o le fai fare la notte o le neghi un permesso come conseguenza del tuo ego ferito.
  • Le denunce si fanno solo in tribunale?

  • Nella: Auspicare che si faccia chiarezza nelle sedi opportune (non me ne vengono in mente di diverse dai tribunali), in base a criteri oggettivi che incidentalmente richiedono prove, con il rischio che alcune delle persone che dichiarano di essere state molestate non siano considerate necessariamente "vittime" equivale a schiacciare, denigrare, disprezzare? Mi pare che si stia perdendo il lume della ragione.
  • Camilla: Mi chiedo però come sia possibile fare chiarezza, o cosa si intenda. Me lo chiedo davvero, non sto cercando di attaccarla o di essere sarcastica, ma come è possibile distinguere nella massa ingente di persone che hanno testimoniato di aver subito una molestia o una violenza, chi non ha parlato per paura e sente adesso di poterlo fare, da chi cerca notorietà? Io, appunto, non c'ero, e tra i due mali, preferisco peccare di credulità, piuttosto che rischiare di favorire una prospettiva che privilegia l'accusato, più che chi si professa vittima.
  • Andrea: La condanna non è solo quella di un tribunale, ci può essere anche la condanna (non giuridica) pubblica espressa da qualcuno di qualcosa che viene reso noto da un'inchiesta giornalistica.
  • Nella: Ciò che sostengo è che le “sedi opportune” in cui comminare condanne è un tribunale. E finché ciò non accadrà, proprio per i casi specifici non mi sento autorizzata a dire che il signor Rossi ha stuprato il signor Bianchi mentre non ha molestato il signor Gialli, però emerge che aveva molestato la signora Verdi che non si era mai espressa di fronte alla stampa. Che cosa sarebbe "la condanna (non giuridica) pubblica espressa da qualcuno di qualcosa che viene reso noto da un'inchiesta giornalistica"? Se è la gogna conquistata attraverso la scorciatoia del pubblico ludibrio, la lascerei volentieri ad altri, possibilmente a chi la approva.
  • Andrea: Qui si sta seguendo un caso ben preciso, quello che sta emergendo, quello che si sta delineando. Non si tratta di "condannare" in sede penale, ma di ricostruire e analizzare un certo sistema di potere (perché è questo che viene raccontato dalle inchieste finora uscite) che sta emergendo di volta in volta. Sui casi singoli, infatti, si utilizza "presunto" e vengono riportate anche le smentite dei diretti interessati. Altrimenti che bisogna fare? Non bisogna più fare inchieste giornalistiche, perché le "vere" inchieste sono quelle dei pm?
  • Valigia Blu: In molti casi non ci sarà nessun processo forse non è ben chiaro questo. Le inchieste hanno fatto emergere una questione nota a tutti. Il classico open secret che meritava di essere reso pubblico con testimonianza etc etc il caso purtroppo c'è e va anche oltre le singole denunce e le singole vicende. investe un sistema di potere). Questo è il comunicato di Weinstein che non nega le accuse, chiede scusa a chi ha fatto soffrire e dice che va a curarsi; qui invece le dichiarazioni di Louis C.K. che dice che le accuse sono tutte vere; qui Kevin Spacey che ammette di aver aggredito un minorenne e si scusa.
  • Fabio: L'ossessione per cui "i processi si fanno in tribunale", come se salvo l'amministrazione della giustizia penale e civile non potesse esistere una opinione pubblica che dà anche dei giudizi, è una clamorosa sciocchezza. In più, parliamo di persone che hanno spesso ammesso le molestie commesse, quindi francamente mi pare che sotto il garantismo ci siano enormi quantità di falsa coscienza e che la vera caccia alla streghe sia quella di sempre, in cui le streghe sono le vittime di molestia. (…) Che esistano dei rapporti di forza distorti tra uomini e donne e che si traducano nel fatto che se una donna denuncia una molestia corre più rischi del molestatore è un fatto piuttosto semplice da cogliere, se si è interessati a farlo e soprattutto se non si è intenti a prendere le distanze dalla denunciante perché la si trova per qualche ragione riprovevole o antipatica.
  • Le vittime sono tutte uguali?

  • Livia: Una donna non può essere giudicata per aver subito in silenzio questi abusi e ricatti pur di lavorare a certi livelli. Nessuno ha diritto di condannarla. Va condannato il sistema che l'ha messa nelle condizioni di doverlo fare. Va condannato sempre e solo chi impone questo aut aut.
  • Claudia: Il problema è come decidiamo che debba necessariamente essere la vittima: disperata, urlante, in stato di assoluta necessità, mossa solo da bisogno e senza desideri. Quando una vittima ci sembra imperfetta rispetto a questa rappresentazione succede quello che abbiamo visto.
  • Francesca: Mi spaventa proprio il numero di commenti, e righe per commento, che dedicate al potente, rispetto ai fiumi di parole sulla libera scelta, l'opportunismo, e chi più ne ha più ne metta di chi si è trovata di fronte a questa scelta, che in ogni caso priva la persona di libertà (quella di non darla o quella di avere possibilità di svolgere un determinato lavoro). E questo sotto qualsiasi articolo riguardi la vicenda. È stato svelato che alcune hanno denunciato e per tutta risposta sono state ostracizzate persino dai ristoranti, che la stampa sapeva, ma non aveva il coraggio di andare contro a un proprio potente inserzionista, che altri dell'ambiente sapevano ma non dicevano, che nel mondo capitalista non fai nulla senza capitale, manco se sei il più bravo al mondo (e tutti siamo bravi a immaginarci altre persone che rinunciano ai loro sogni), che questo pagava agenti privati...ma no, per la milionesima volta bisogna sollevare sta paranoia delle vittime che ci sono state e poi adesso che lui è meno potente gli saltano alla gola. Il punto è decisamente chiaro, non c'è che dire.
  • Edo: Se le vittime scelgono di accettare le molestie in cambio di una carriera NON possono essere equiparate a chi lo subisce con la forza senza avere nulla in cambio. Ripeto: potete pensarla come volete ma le vittime non sono dello stesso tipo. Quelle che hanno denunciato rifiutando il lavoro invece sì.
  • Andrea: No, non è così, questa è una tua lettura di una vicenda articolata e di cui ancora non sappiamo tutte le questioni. Tu al contrario stai facendo un ragionamento generale che parte da una tua considerazione. Perché uno ti potrebbe rispondere, sempre in generale, ma che libertà di scelta c'è se devo scegliere fra la violenza fisica e la violenza del potere che se non mi concedo non mi permette di lavorare? Il punto, ti potrebbe dire sempre uno, è il sistema di potere sulle persone, non le persone che lo subiscono in un modo o nell'altro. Poi, ogni persona è a sé, ognuna con il suo carattere, fragilità e paure. Troppo facile e banalizzante fare la suddivisione tra chi denuncia e chi no. Tu che ne sai del perché alcune non hanno denunciato? Hai parlato con loro? Conosci il contesto in cui è avvenuta la molestia?
  • Flavio: Le vittime non sono tutte uguali anche senza tracciare una sicura linea di demarcazione, ci sono delle evidenti differenze, quello che dà fastidio è la difesa ad oltranza di "tutte".
  • Claudia: Sai a cosa serve distinguere? A dirci che noi non ci troveremmo mai in quella situazione. Peccato che non sia così, e che la realtà sia molto più sfumata del paradigma vittima=donna in lacrime con i polsi bloccati.
  • Le molestie sessuali sono un problema culturale?

  • Francesca: Si tratta di un abuso di potere. Se Weinstein fosse stato donna avrebbe pensato diversamente? Perché io proprio no. Se fosse donna la riterrei l'unica colpevole del fatto in questione, per il semplice principio che chi detiene potere lo deve usare con giustizia e responsabilità, altrimenti il mondo è solo arbitrio, sopraffazione e legge del più forte in barba a qualsiasi forma di rispetto della PERSONA UMANA. Se i denuncianti fossero uomini personalmente la penserei allo stesso identico modo, perché nessuno, di nessun genere, dovrebbe essere posto dinnanzi alla scelta tra il perdere la dignità o perdere i propri sogni. Vedo molti motivi per pretendere comportamenti giusti e responsabili da chi siede molto in alto.
  • Viviana: Purtroppo questo è il problema, ed è un problema culturale che ha radici profonde e radicate ed è non riconoscere il problema di genere. I soprusi e le violenze sono dovuti anche a squilibri di forza fra le parti ma è assolutamente inaccettabile non riconoscere specificatamente la sudditanza di genere e quello che comporta.
  • Rina: Penso che all’epoca i tempi non fossero maturi. Le donne in trent’anni hanno fatto molta strada, pur essendo ancora molto lontane da una parità di genere. Se avessero parlato allora si sarebbero esposte al pubblico giudizio e ne sarebbero uscite sconfitte. Ricordo un vecchio detto che diceva che “l'uomo è cacciatore e ha il diritto di provarci, è la donna che deve dire di no”. Naturalmente a nessuno veniva in mente di pensare che gli equilibri di potere erano totalmente a sfavore della vittima. Se ancor oggi può passare il concetto che te la sei cercata perché la tua gonna è troppo corta, come potevano sentirsi le donne all'epoca in cui le molestie te le eri cercata? Non avevano neppure coscienza che non erano loro a sbagliare, ma il porco che aveva approfittato di loro.

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‘Il parroco offre la chiesa ai musulmani’. Ma era tutto falso e non esistevano ancora le ‘fake news’

[Tempo di lettura stimato: 5 minuti]

Qualche giorno fa Carlo Felice Dalla Pasqua, giornalista del Gazzettino di Treviso, ha ricondiviso una nota che aveva scritto nel 2007 in cui ricostruiva come era nata dentro le redazioni e si era diffusa una notizia falsa su una parrocchia che avrebbe ospitato le preghiere dei musulmani. La riproponiamo con il permesso dell’autore perché è emblematica di un certo modo di fare (cattivo) giornalismo e perché spiega bene come il problema attualmente definito dalle “fake news” è molto più complesso e complicato di come si pensa, con radici certamente più antiche rispetto all’era della cosiddetta “post-verità” e riguarda purtroppo direttamente anche la qualità del giornalismo mainstream e il calo di fiducia dei lettori nei media. E perché infine, secondo noi, spiega bene anche i danni che alla società può fare un giornalismo superficiale e poco professionale.


di Carlo Felice Dalla Pasqua

Io lo so che mi attirerò le ire o le scarse simpatie di qualche collega, ma non posso tacere. So che ci sarà chi andrà in cerca di trovare miei errori (non è difficile, se volete vi aiuto) per coprire i propri, ma non mi interessa: con molta calma e tranquillità devo dire che è stato quantomeno molto superficiale il giornalista che ieri, nella pagina della Regione del Corriere del Veneto (uno degli inserti regionali del Corriere della Sera) ha titolato a tutta pagina “Parroco affitta la chiesa ai musulmani”.

È stato “quantomeno molto superficiale” perché sapeva che non era vero o aveva intorno colleghi che sapevano bene che non era vero. Non voglio dire che lo abbia fatto perché sostituire “capannone della parrocchia” a “chiesa” avrebbe ridotto l’importanza della notizia, ma è un’ipotesi che non è campata in aria. Non voglio dire che per non ridurre ulteriormente il peso della notizia abbia volontariamente dimenticato di scrivere quello che il suo giornale ha più volte riportato in passato, ossia che da quattro anni don Aldo Danieli, il parroco di Paderno di Ponzano, paese alla periferia di Treviso, ospita in locali della parrocchia fedeli musulmani, ma è un’altra ipotesi che non è campata in aria.

Tutto è cominciato a un convegno dell’Auser a Roma, dove il caso trevigiano era stato presentato come un esempio dell’avvicinamento di due religioni. Qualche collega di un’agenzia di stampa lo scrive e la notizia vecchia di anni finisce nella home page di molti importanti giornali online (suggerimento per il futuro: ricordare in prima pagina ai lettori che nel 1989 è caduto il muro di Berlino; non si sa mai, magari qualcuno era in vacanza all’estero e nessuno gliel’ha detto).

Scherzi a parte, è accaduto così che Corriere.it abbia titolato “Una chiesa al venerdì diventa moschea” e Repubblica.it abbia scritto nell’occhiello: “Don Aldo Danieli ha deciso di riservare, un giorno alla settimana, alcuni locali della chiesa alla preghiera islamica”. A nessuno evidentemente è venuto in mente che, se anche il parroco di Paderno fosse improvvisamente impazzito, nessun musulmano si sarebbe messo a pregare in un luogo di culto pieno di simboli di un’altra religione.

La pseudonotizia è arrivata anche ai giornali locali trevigiani e veneti, che l’hanno data tutti con molta evidenza, anche se con tagli diversi: si va dal Corriere del Veneto già citato, alla Tribuna di Treviso che punta sugli attacchi politici (“Moschea in parrocchia, è scontro”), all’edizione di Treviso del Gazzettino dove Giampiero De Diana propone un più sobrio e aderente alla realtà “Musulmani in parrocchia. E si riaccende la polemica — Zaia invita il vescovo a intervenire. Ma l’ospitalità dura ormai da quattro anni”, al Treviso(gruppo E-Polis) che non lascia scampo: “La chiesa diventa moschea”. (Full disclosure: sono il capocronista della redazione di Treviso del Gazzettinoe De Diana è il mio vice: l’altro ieri il capo era lui perché io sono in convalescenza).

Uno crede di aver già visto tutto, pensa che sia stata una delle tante esagerazioni che hanno contribuito a creare una cattiva fama intorno alla categoria dei giornalisti. E invece no. Perché ieri il vescovo di Treviso Andrea Bruno Mazzocato chiama in Curia don Aldo Danieli. Fin qui poco male: il vescovo si comporta più da politico che da pastore di anime, mostra al vicepresidente leghista della Regione Luca Zaia (che lo aveva sollecitato a intervenire) che si è subito attivato, e così tiene i buoni rapporti con il centrodestra locale e soprattutto con la Lega Nord.

Alla fine un comunicato vago, firmato dal Vicario generale della diocesi di Treviso, monsignor Corrado Pizziolo:

Il Vescovo di Treviso, mons. Andrea Bruno Mazzocato, ha oggi incontrato don Aldo Danieli, parroco della parrocchia di Paderno di Ponzano Veneto, per avere chiarimenti circa alcune sue dichiarazioni evidenziate dai quotidiani e da alcuni organi radiotelevisivi.
All’interno di un dialogo fraterno e cordiale, don Aldo ha ribadito la sua obbedienza al Vescovo e la piena disponibilità a trovare una soluzione al problema.
Si precisa, inoltre, che mai la chiesa parrocchiale è stata data alla comunità islamica per incontri di preghiera.

Qui si scatena l’imprevedibile, per chi non conosce certi meccanismi distorti, abnormi e patologici dell’informazione. Il vescovo crede di aver semplicemente chiarito che era stato un errore parlare della chiesa e che invece si trattava di un capannone di proprietà della parrocchia che viene usato per varie attività sociali (pochi mesi fa ci hanno fatto anche la sagra del tortellino…).

L’Ansa di Venezia legge quel comunicato, parte dalla falsa notizia sull’uso della chiesa uscita sui giornali di ieri e, senza aver fatto alcuna verifica in più, verso le 18 manda in rete un lancio di agenzia che dice: “La porta dell’oratorio invece, per i 200 musulmani circa che ogni venerdì vi si recavano da un paio d’anni a pregare, ora dovrà rimanere chiusa”. Che l’Ansa non abbia fatto altre verifiche lo leggo nel blog del collega Paolo Calia, che per motivi di lavoro si è occupato del caso e che ha interpellato l’Ansa. Non c’è scritto da nessuna parte che i musulmani non potranno più pregare lì, nessuno l’ha detto a un giornalista dell’agenzia, si tratta di una semplice deduzione di chi ha letto il comunicato della Diocesi che avete potuto leggere ora anche voi.

La sintesi nel sito internet dell’Ansa è poi un capolavoro:

“Non diventerà mai una moschea part-time la parrocchia di santa Maria Assunta a Paderno di Ponzano Veneto (Treviso). Le intenzioni del parroco, don Aldo Danieli, che nei giorni scorsi aveva autorizzato l’impiego di alcuni locali dell’oratorio per la preghiera e gli incontri degli immigrati musulmani, si sono infrante oggi dopo il ‘fraterno e cordiale’ faccia a faccia tra il sacerdote e il suo vescovo, mons. Andrea Bruno Mazzoccato”.

In poche righe tre errori facilissimi da dimostrare:

1. In questi 4 anni, in cui ha ospitato i fedeli musulmani che volevano pregare, don Aldo non aveva mai pensato di creare una moschea part-time.
2. L’autorizzazione all’impiego di alcuni locali non è dei giorni scorsi ma di anni fa.
3. Nessuna intenzione di don Aldo Danieli può essersi infranta, visto che il parroco era mille miglia lontano da quell’idea.

Se qualcuno pensa che una notizia sbagliata resti una notizia sbagliata, è in errore. Lo è se i colleghi sono pronti a rettificarla presto. Altrimenti accade, come in questo caso, che la notizia falsa dell’Ansa entri in circuito e diventi per molti la notizia vera (fra qualche anno ben pochi si ricorderanno che era una bufala e questo apre un discorso, da fare a parte, sulla capacità di internet di autocorreggersi più di quanto accadesse in passato ai media tradizionali). Eccovi, per esempio, screenshot presi ieri sera dei siti di Repubblica, della Tribuna di Treviso e del TgCom (chi ha visto i telegiornali, poi, assicura che anche loro hanno ripetuto la falsa notizia del vescovo che proibisce al parroco di ospitare i musulmani):

Tutti titoli falsi. Non titoli con qualche imperfezione: titoli falsi.

Se avete avuto la pazienza di arrivare fin qui, vi prometto che fra poche righe vi lascerò in pace. Soltanto qualche breve considerazione.

(…) È necessario che i giornalisti responsabili decidano davvero di avere una deontologia: il che significa applicare certe regole, non semplicemente enunciarle durante i convegni e poi dimenticarle quando si arriva in redazione.

Sono stanco di capiservizio, capiredattori e direttori spregiudicati e senza una propria testa, che montano le non notizie ben sapendo che sono false (o comunque senza avere alcuna certezza che siano vere; o ancora senza indicare la fonte per permettere al lettore di verificare verità o falsità). Sono stanco di vedere pecore che seguono il gregge, sono stanco di vedere sempre meno giornalisti che hanno il coraggio di decidere dopo aver ragionato con la propria testa e non con quella degli altri.

Sono stanco di vedere lettori che premiano chi spara le notizie più grosse invece di chi dà le notizie vere.

E non ditemi che vivo nel mondo dei sogni: lo so, ma sono anche un inguaribile ottimista e so che a volte qualche sogno diventa realtà.

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L’aggressione ai giornalisti e le inchieste sulla criminalità organizzata a Ostia

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di Angelo Romano e Andrea Zitelli

Aggiornamento 12/11/17

Il Giudice per le indagini preliminari, Anna Maria Fattori, ha convalidato l'arresto di Roberto Spada, autore dell'aggressione al giornalista della trasmissione Nemo, riconoscendo l'aggravante del metodo mafioso.

«Non provo nessuna gioia, nessuna soddisfazione. Solo un uomo arrestato. Anzi c'è un filo di ipocrisia perché in piazza Gasparri a Ostia si spaccano i nasi tutti i giorni». Queste le parole del giornalista Daniele Piervincenzi, il giorno dopo l’aggressione subita a Ostia, insieme all’operatore Edoardo Anselmi, mentre stavano lavorando per la trasmissione “Nemo nessuno escluso” su Rai 2, da parte di Roberto Spada, fratello di Carmine Spada, condannato in primo grado nel 2016 a 10 anni per estorsione aggravata dal metodo mafioso. «Certo siamo scossi – ha detto Piervincenzi al Fatto Quotidiano –. Edoardo ha coraggiosamente difeso il girato della telecamera durante l’aggressione, gliene sono grato. Entrambi continueremo a fare il nostro lavoro con la stessa dedizione di prima».

Nel pomeriggio di mercoledì 9 novembre, i carabinieri del nucleo investigativo e della compagnia di Ostia hanno fermato Roberto Spada su disposizione della Procura di Roma. Le accuse sarebbero di lesioni e violenza privata, aggravate dal metodo mafioso e dai futili motivi, scrivono i giornali. Nella serata, Spada è stato poi condotto in carcere, in attesa dell’interrogatorio di garanzia davanti al giudice delle indagini preliminari (Gip). «Il fermo di Spada è la dimostrazione che in Italia non esistono zone franche» ha affermato il ministro dell'Interno, Marco Minniti. In un primo momento, diversi giornali online avevano riportato la notizia che mentre Spada veniva portato in caserma, una "folla"/“in molti” aveva inveito contro le forze dell’ordine. Dal video del fermo, poi pubblicato online, però, si sente una sola persona gridare "vergogna" da un balcone.

La Federazione italiana stampa italiana (FNSI), l’Ordine dei giornalisti (ODG), l’Unione sindacale giornalisti Rai (USIGRAI) e L’Unione nazionale cronisti italiani (UNCI) hanno espresso solidarietà al giornalista e al videomaker aggrediti e denunciato le minacce e violenze subite dai giornalisti in Italia per svolgere il lavoro. L’FNSI e l’USIGRAI hanno, inoltre, evidenziato il fatto che “ancora una volta, vittime di aggressioni sono cronisti senza contratto di lavoro giornalistico. La Rai deve risolvere con urgenza questa criticità, anche per garantire maggiore protezione”. Stessa posizione sostenuta anche da Alessandro Garimberti, presidente dell’UNCI: c’è “un altro aspetto inquietante, e da tempo denunciato dall’UNCI e dagli enti della categoria. La progressiva proletarizzazione del lavoro giornalistico spinge al fronte del rischio massimo i colleghi non contrattualizzati, anche nelle aziende più strutturate e addirittura di Stato, come è il caso odierno della Rai”.

L’aggressione a Ostia, cosa è successo

Martedì 7 novembre, il giornalista Daniele Piervincenzi e il video-maker Edoardo Anselmi stavano registrando un reportage sulle elezioni a Ostia del 5 novembre scorso, il decimo Municipio di Roma, per il programma televisivo “Nemo nessuno escluso” di Rai 2. Mentre Piervincenzi stava intervistando Roberto Spada, incalzandolo sul suo appoggio espresso su Facebook a CasaPound (movimento di estrema destra autodefinitosi fascista) e sulla foto nella quale veniva ritratto in posa amichevole con Luca Marsella, candidato di CP a Ostia, Spada, indispettito dalle domande, ha dato una testata al giornalista. Ha poi continuato a colpire i due della troupe con un tubo che aveva in mano.

La Rai, in un comunicato stampa, ha reso noto che per l’aggressione subita “Piervincenzi ha il setto nasale rotto e una prognosi di 30 giorni”.

Roberto Spada ha pubblicato in un primo momento un post sul suo profilo Facebook in cui rivendicava quanto accaduto, per poi cancellarlo.

Immagine via Leonardo Bianchi.

Chi è il clan Spada e che rapporti ci sono tra Roberto Spada e CasaPound

Daniele Piervincenzi ed Edoardo Anselmi sono stati picchiati a Nuova Ostia, un’area contraddistinta dalla presenza di grandi strutture di edilizia popolare, all’interno del decimo Municipio di Roma, che comprende quartieri residenziali e turistici, come il Lido di Ostia e l’Infernetto, aree disagiate e la città stessa di Ostia. Nel 2015 il Municipio è stato sciolto per infiltrazioni mafiose e commissariato dopo l'arresto, nell'ambito dell'inchiesta "Mondo di mezzo", dell'ex presidente Andrea Tassone (Partito democratico), condannato lo scorso luglio a 5 anni.

È nel contesto abitativo di Nuova Ostia che la famiglia di Roberto Spada si è insediata. Gli Spada sono una famiglia di origine Sinti arrivata a Roma intorno al 1950 dall’Abruzzo. Come ricostruisce Leonardo Bianchi su Vice, il clan dell'omonima famiglia è noto a Ostia per usura, spaccio, estorsioni, racket di alloggi popolari. Uno dei loro affari principali è proprio la gestione della case popolari e, scrive Il Post, a Nuova Ostia gli Spada “sono diventati negli ultimi anni un misto tra benefattori e aguzzini. Le loro palestre sono state a lungo gratuite per i giovani del quartiere, mentre i membri del clan si adoperavano per aiutare le famiglie in maggiore difficoltà sostituendosi allo Stato”. Dal luglio del 2013 la giornalista di Repubblica Federica Angeli vive sotto scorta a causa delle minacce di morte ricevute dal clan.

Diversi appartenenti al clan sono stati condannati per tre volte negli ultimi tre anni (la prima nel 2016, le altre due nel 2017) e in tutti i casi con l’aggravante del metodo mafioso. Nel giugno 2016, il fratello di Roberto, Carmine Spada, detto “Romoletto, è stato condannato in primo grado a dieci anni di reclusione per aver tentato un'estorsione "da 25mila euro, lievitati a 270mila, attuata con il metodo mafioso, ai danni di un tabaccaio di Ostia". A febbraio 2017, Armando Spada, cugino di Roberto, è stato condannato in primo grado a 5 anni e 8 mesi per corruzione con aggravante del metodo mafioso per la gestione degli appalti pubblici e la concessione degli stabilimenti balneari sul litorale di Ostia nel 2012, con la complicità dell’allora direttore dell’Ufficio tecnico del municipio Aldo Papalini. Tra i condannati, scrive ancora Bianchi su Vice, c’è anche Ferdinando Colloca, candidato nel 2013 alla regione Lazio per CasaPound e, secondo l'accusa, in società con Armando Spada. Lo scorso ottobre, sette membri del clan sono stati condannati (sempre in primo grado) per estorsione ancora una volta con aggravante del metodo mafioso. L’inchiesta che ha portato poi alle 7 condanne aveva permesso di ricostruire come pian piano gli Spada erano riusciti a sostituirsi ai vecchi clan che controllavano l’area di Ostia.

Da un punto di vista giudiziario, Roberto Spada, formalmente ancora incensurato, non rientra in questo contesto malavitoso e, prosegue Bianchi, era conosciuto a livello mediatico più per le sue posizioni politiche. Autodefinitosi in passato un elettore del Movimento 5 Stelle, in occasione delle ultime elezioni nel decimo Municipio, Spada ha annunciato in un post su Facebook il suo appoggio a CasaPound. A Nuova Ostia, la lista capeggiata da Marsella ha ottenuto il 18% dei voti (il 9% in tutto il municipio).

Subito dopo l’aggressione ai danni del giornalista e dell’operatore che stavano facendo il servizio per Nemo, sia Marsella che CasaPound hanno preso le distanze da Roberto Spada. Marsella ha definito strumentale ogni tentativo di associare il successo della sua lista alla “vicinanza” con Spada («Chi l’ha detto che i loro voti li prendiamo noi?»), mentre Simone Di Stefano ha specificato su Twitter che CasaPound non risponde delle azioni di Spada, che la violenza è sempre da stigmatizzare e che l’unico contatto con lui è stata la sua presenza a una festa per bambini in piazza un anno e mezzo fa.

Posizione espressa anche ieri nel corso di una conferenza stampa organizzata per l’occasione, durante la quale Di Stefano ha chiesto alla magistratura di aprire «un fascicolo su CasaPound per appurare se esistono rapporti criminosi tra noi e gli Spada. Chiediamo anche un’inchiesta parlamentare per tirare fuori la verità su questa vicenda. Chiediamo inchieste rapide e pubbliche e che i risultati siano diffusi all’opinione pubblica». Escludendo ogni connessione tra l’appoggio di Roberto Spada in campagna elettorale e il risultato ottenuto da CasaPound, Marsella ha aggiunto che la lista è andata bene perché «siamo inseriti nel tessuto sociale. Questo municipio è stato sciolto per mafia perché noi abbiamo denunciato questo malaffare. Questo 9% che abbiamo preso è dato dal lavoro che noi abbiamo fatto sul territorio. I risultati, al netto della campagna diffamatoria verso la mia persona, parlano chiaro».

Però, come ricostruisce sempre Leonardo Bianchi, il rapporto tra Roberto Spada e gli esponenti locali di CasaPound non sembra così recente ed episodico come sostenuto dai due esponenti del movimento di estrema destra. Come è possibile anche vedere su Facebook, in diverse occasioni Spada si è fatto riprendere insieme a Luca Marsella e alla sua compagna Carlotta Chiaraluce, anche lei militante di CasaPound e candidata come consigliere al decimo Municipio. Nel dicembre 2015, quando la “Femus Boxe”, la palestra di Spada, e la “Femus Art School” hanno organizzato con CasaPound una festa a Nuova Ostia chiamata “Giovinezza in piazza”, nel gennaio di questo anno e dello scorso anno per le celebrazioni della Befana e in un evento di marzo 2016.

Pubblicato da Polidori Alessandro su Venerdì 6 gennaio 2017

Secondo un articolo di Giovanni Tizian e Stefano Vergine sull’Espresso, tra Spada, Marsella e Chiaraluce ci sarebbe un vero e proprio rapporto di amicizia e a testimoniarlo sarebbe ancora una volta Facebook. I due giornalisti passano in rassegna diversi post sul social network che mostrano uno scambio proficuo di like e commenti tra i tre. Il 9 settembre scorso, Chiaraluce mostrava, ad esempio, la sua vicinanza a Roberto Spada, che si era lamentato del trattamento riservato dai giornali alla sua famiglia, scrivendo: “Eh Robè, la cosa che più fa rabbia. E a noi spiace, che ci strumentalizzano così...sei incensurato, hai la fedina penale pulita e non sei un politico. Sei un cittadino privato che ha il suo lavoro e la sua famiglia. Non hanno nessun rispetto per i tuoi figli e per i danni e le sofferenze che possono creargli”.

Immagine via L'Espresso.

Altri scambi sono stati mostrati durante la trasmissione di La7 del 9 novembre "Piazza Pulita":

Oltre a essere una militante di CasaPound locale e la compagna di Luca Marsella, Carlotta Chiaraluce – scrivono ancora Tizian e Vergine – proviene da una famiglia di imprenditori di Ostia, titolare di “partecipazioni azionarie, posti in consigli di amministrazione e con amicizie con famiglie importanti”. La famiglia possiede un rimessaggio di barche a Tor Boacciana (torre di epoca medievale edificata nei pressi di un complesso di edifici del periodo romano, strettamente collegati all'attività portuale), il padre è titolare della società “Iniziative Nautiche srl” (secondo l’ultimo bilancio disponibile del 2014, con un fatturato di 300mila euro), lei fa parte da 7 anni del Consiglio Nautico del Lazio (che consentirebbe importanti relazioni con altre famiglie di imprenditori nel settore balneare e nautico) e, insieme al padre, è parte di diversi consorzi nautici. Considerata la confidenza tra Marsella, Chiaraluce e Spada, tutto questo, spiegano i due giornalisti, potrebbe aver consentito di portare in dote a CasaPound un notevole “capitale” di relazioni importanti e di voti.

Le reazioni delle istituzioni

Ci sono state varie reazioni da parte delle istituzioni su quanto accaduto. Intervistato da Skytg24 il prefetto Domenico Vulpiani, ex commissario straordinario a Ostia per 24 mesi, dopo che il municipio era stato sciolto per mafia, ha detto che  c’è «una guerra in atto» con i clan mafiosi, un tentativo di «delegittimazione delle istituzioni». Ma, ha continuato Vulpiani, «dobbiamo tenere la barra dritta e riprenderci il controllo del territorio. È una guerra che non si può perdere».

Franco Gabrielli, capo della Polizia, ha definito l’accaduto «un fatto di una gravità eccezionale che dimostra che quel territorio ha bisogno ancora di essere oggetto di attenzione e di misure significative che abbiamo preso e continueremo a prendere».

Rosy Bindi, presidente della Commissione parlamentare Antimafia, ha affermato che «non è accettabile che chi sta facendo il suo lavoro sia oggetto di un’aggressione così pesante da parte di un esponente di una famiglia che da tempo è all’attenzione della magistratura e delle forze di polizia perché rappresenta in quel territorio una forza di intimidazione con metodi mafiosi molto preoccupanti», aggiungendo che sull’appoggio di Roberto Spada a Casapound a Ostia «dovrà essere fatta un’analisi del voto e non mancheranno inchieste e indagini nel caso in cui si fossero verificati voti di scambio».

Le manifestazioni di solidarietà dei prossimi giorni

“L'aggressione di Ostia non è stato solo un atto violento e squadristico contro i cronisti, ma anche un'aggressione all'articolo 21 della Costituzione e al diritto dei cittadini ad essere informati”. Con una nota FNSI e Libera hanno invitato cittadini, associazioni e rappresentanti delle istituzioni a ritrovarsi giovedì 16 novembre a Ostia per reagire insieme a tutte le persone che “credono nella Costituzione, nella legalità, nella libertà di informazione, nel diritto ad una vita dignitosa liberata da mafie, malaffare, corruzione”.

La loro, però, non è l’unica iniziativa messa in campo. Seguendo una proposta lanciata sul suo profilo Facebook dal giornalista delle Iene, Dino Giarrusso, diversi reporter e inviati televisivi si sono dati appuntamento venerdì 10 novembre alle 11 #tuttiadostia, vicino alla palestra di Roberto Spada, per manifestare contro l’aggressione nei confronti di Piervincenzi e Anselmi.

“L’aggressione di Roberto Spada alla troupe di Nemo è inaccettabile per qualunque paese civile. Per affermare la nostra libertà di lavorare senza essere aggrediti, e per sottolineare che non si può tollerare una tale brutalità, abbiamo deciso di andare tutti insieme ad Ostia: gli inviati di tutti i programmi televisivi, e quelli di radio e giornali”, scrive in un post successivo sempre su Facebook, Giarrusso.

Il Laboratorio Civico X, la lista capeggiata dall’ex sacerdote Franco De Donno, ha organizzato un corteo intitolato “Fermiamo la Violenza fascista e mafiosa” per sabato 11 novembre alle 15,30. “Sono anni che i cittadini, i militanti, gli studenti e i volontari denunciano il clima che si respira nel territorio e siamo rammaricati che sia stata l'aggressione a un giornalista Rai a risvegliare l'attenzione su una situazione decisamente nota”, scrivono gli organizzatori su Facebook. Per questo motivo, durante il corteo non saranno ammesse bandiere di partito e i rappresentanti delle istituzioni, se presenti, sfileranno “come tutti gli altri, non in prima fila”. Alla marcia hanno aderito il Movimento 5 Stelle e altri schieramenti politici. Inoltre, i due candidati al ballottaggio per il decimo Municipio, Giuliana Di Pillo (M5S) e Monica Picca (coalizione di Centro Destra), hanno condannato l'aggressione. Il segretario del Partito democratico di Roma, Andrea Casu, in un post su Facebook, ha comunicato ufficialmente che il PD non parteciperà insieme ad altre sigle a questa manifestazione, ma a quella del 16 novembre organizzata da FNSI e Libera.

Immagine via Tgcom24

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Se le democrazie sono in pericolo non è certo colpa dei russi o dei social network

[Tempo di lettura stimato: 13 minuti]

[disclaimer: Google e Facebook sono sponsor del Festival Internazionale del Giornalismo che organizzo a Perugia]

Solo qualche anno fa i social network erano, per molti, importanti veicoli per la democrazia, oggi invece, a seguire il flusso mainstream mediatico e politico, sono un pericoloso strumento della propaganda russa per indebolire le nostre società aperte.

Prima erano le fake news, oggi sono le pubblicità oscure (dark ads) usate dai russi su Facebook, Twitter e Google, ad attaccare le fondamenta delle nostre libertà. Solo così si possono comprendere, ci viene detto da più parti, la vittoria di Trump, Brexit e il risollevarsi delle estreme destre in Europa.

Una scorciatoia facile ed estremamente dannosa per spiegare quello che per alcuni è assolutamente inaccettabile come, per esempio, la vittoria di Trump. Le ragioni però andrebbero ricercate nella politica e semmai in una certa copertura mediatica sensazionalistica, inaffidabile, partigiana, faziosa. E solo affrontandole nella loro complessità potremmo avere gli strumenti per rispondere adeguatamente ai cosiddetti populismi e a una propaganda che fa leva su conflitti e tensioni, paure e odio.

La storia dell'agenzia russa che ha comprato per anni (da giugno 2015 a maggio 2017) pubblicità sui social sta alimentando nuovamente quella che non fatico a definire una propaganda sulla propaganda. Così come spiega molto bene e in maniera approfondita Fabio Chiusi nel post dedicato alla vicenda delle dark ads "russe", per dividere una società, quella americana, in realtà già fortemente polarizzata dalla politica e da un giornalismo basato sul sensazionalismo su temi come razza, religione, genere.

Leggi anche >> Elezioni americane e social network: cosa ci insegna la storia dei troll russi

Non c'è dubbio che abbiamo una questione da affrontare, il problema semmai è come dobbiamo affrontare i tentativi di manipolazione dell'opinione pubblica attraverso disinformazione, meme satirici, leak, propaganda, mistificazioni...

È un problema, quello della propaganda e della manipolazione delle informazioni, che si accompagna da sempre alle società democratiche (e non solo), oggi diventato più complicato con Internet e i social network.
Esigere trasparenza da parte dei social per quanto riguarda, ad esempio, la pubblicità politica è doveroso. Ma di certo non risolve una questione così complessa. Oltre i post o le pagine sponsorizzate, esistono, tanto per fare un esempio, i post organici non sponsorizzati. E toccare quel tipo di contenuti inevitabilmente pone la questione, altrettanto complessa, della libertà di espressione. Criticità, tra l'altro, che toccano le stesse policy dei social network e delle loro modalità di moderazione (come abbiamo più volte sottolineato su Valigia Blu qui e qui).

Da questo punto di vista colpisce anche l'incompetenza e la sprovvedutezza di alcuni politici rispetto alle problematiche emerse in questi anni e legate ai social e al web. Non si è valutato il rischio di censura nella richiesta di rimuovere contenuti violenti o legati al terrorismo: negli ultimi tempi sono stati rimossi, per esempio,  video da Youtube o Facebook che però hanno cancellano prove ed evidenze importanti per casi contro crimini di guerra.

Durante le audizioni sul caso delle interferenze russe che ha visto testimoniare i tre colossi dei social (Facebook, Twitter, Google) davanti alla Commissione Giustizia del Senato americano, mi ha fatto molta impressione sentire politici chiedere come mai Facebook non avesse approfondito al telefono mentre l'agenzia russa prenotava le pubblicità (al telefono), o chiedere cosa fossero le impression. O, ancora, pretendere da Twitter di stabilire quante persone dopo aver visto un tweet che diffondeva la fake news di poter votare con un sms poi non sono andate a votare. Se i legislatori sono impreparati e non sono attrezzati per comprendere e affrontare la contemporaneità il rischio di leggi inadeguate e dannose per i diritti dei cittadini è fortissimo.

Se guardiamo da vicino la vicenda dell'agenzia russa che ha acquistato pubblicità sui social per diffondere propaganda malevola durante le elezioni americane, vale la pena puntualizzare alcuni aspetti.

I numeri: per quanto riguarda Facebook parliamo di 100mila dollari spesi in due anni, 3mila sponsorizzazioni, 80mila post organici, 126milioni di americani raggiunti (il che significa che questi post sono riusciti a scorrere sul feed di questi utenti, se siano stati letti o abbiano avuto in qualche modo effetti non lo sappiamo). Questo tra il 2015 e il 2017. Rendiamoci conto che nello stesso periodo i post che gli americani hanno visto nei News Feed sono 33 trilioni e che durante la campagna elettorale Clinton e Trump hanno speso solo su Facebook complessivamente 81 milioni di dollari.

La tipologia di post: i contenuti e i meme (alcuni esempi sono stati rivelati durante le audizioni in Commissione) fanno leva su temi divisivi. Non puntano a dividere la società perché quella società è già fortemente divisa e polarizzata. Semmai puntano a creare confusione, caos, ad alimentare un conflitto già presente nella società e fra i cittadini e  fra i cittadini e la politica: migranti, possesso di armi, uso della forza da parte della polizia e i movimenti di protesta come BlackLivesMatter.

Possibile che questa tipologia di propaganda (e di post) affidata, per esempio, alla pagina L'esercito di Gesù, metta in pericolo la democrazia americana? Se è così allora davvero la democrazia ha un serio problema di tenuta. Così come faceva notare il sindaco di Veles - la piccola città macedone dove risiedono i ragazzi che durante la campagna elettorale americana hanno messo su siti di fake news per macinare traffico e soldi - che alla domanda di Craig Silverman di Buzzfeed - "Ci sono molte persone in Americana che credono che i vostri teenager abbiano creato enormi problemi e danneggiato la democrazia" - ha risposto: "Se un gruppo di ragazzini macedoni può danneggiare la democrazia americana il problema è vostro, non della Macedonia".

Insomma come spiega splendidamente, in un articolo sul New York TimesEmily Parker, che ha fatto parte dello staff di Hillary Clinton, la "Silicon Valley" non può distruggere la democrazia senza il nostro aiuto.

Il problema delle interferenze russe è serio, ma non si può pensare che quel tipo di interferenze abbia "deragliato" la democrazia americana (come è stato purtroppo sostenuto anche da diversi giornalisti), addirittura alterando il risultato delle elezioni. E soprattutto è assurdo fare dei social una sorta di capro espiatorio.

Facebook e Twitter sono semplicemente degli specchi - scrive Parker - ci rappresentano per quello che siamo. Rivelano una società profondamente e dolorosamente divisa, esposta alla disinformazione, accecata dal sensazionalismo, disposta a diffondere bugie e a promuovere l'odio. Quello che vediamo riflesso nello specchio non ci piace e così accusiamo i social, dipingendo noi stessi come vittime della manipolazione della Silicon Valley.

La propaganda russa sui social ha spesso copiato contenuti postati dagli stessi cittadini americani. I social contribuiscono a diffondere in modo più veloce e massiccio la propaganda, ma non sono i social a costringere le persone a condividere e diffondere contenuti falsi e disinformazione. "Davvero gli americani sono così facilmente manipolabili" - si chiede Parker - "O cosa più allarmante, semplicemente hanno creduto a ciò a cui volevano credere?".

I russi non hanno creato questa situazione, l'hanno semmai sfruttata. Hanno giocato sulla incapacità o non volontà delle persone di distinguere fra notizie vere e false. Problema aggravato anche dalla perdita di credibilità dei media mainstream.

Quasi un anno fa Mattew Yglesias su Vox spiegò in modo puntuale perché il vero problema della campagna 2016 non sono state le fake news, anch'esse facile capro espiatorio, ma semmai per certi versi le real news. L'implicazione che le fake news abbiano determinato la vittoria di Trump non è supportata da dati e fatti. Va ricordato poi che Clinton ha vinto sul voto popolare. L'impatto delle fake news è di sicuro minore rispetto alle real news (nel bene e nel male) dei media tradizionali. La storia delle mail sul server privato di Clinton ha avuto una copertura mediatica intensa, straordinaria rispetto poi alla reale portata della vicenda, un presunto scandalo che si è sgonfiato subito dopo le elezioni.

Davvero i post "russi" su Facebook sono riusciti a fare più danni alla società americana che una intera campagna presidenziale basata sull'incitamento all'odio verso musulmani, messicani e giornalisti?
Davvero i post dei "russi" possono aver diviso la società americana più di quanto non lo fosse, e in modo più drastico e pericoloso di spot come questo della NRA (National Rifle Association)? Un video della lobby americana per le armi inquietante, violento, spaventoso (solo il post su Facebook dell'account ufficiale ha oltre 7 milioni di visualizzazioni), più o meno un invito alla guerra civile. "La violenza delle bugie", così il Washington Post commentò il video, quando fu pubblicato per la prima volta nel giugno scorso.

Anche accusare Twitter per aver favorito la vittoria di Trump non ha senso. Intanto, come hanno sottolineato in molti, da Carl Bernstein, uno dei giornalisti del caso Watergate in una intervista a La Stampa, al sociologo dei media, Nathan Jurgenson, su Twitter, Trump non sarebbe niente senza la stampa e la TV, ed è più il prodotto della TV tradizionale che dei social.

Trump capisce la stampa e su di essa ha creato la propria mitologia, promuovendo la propria ascesa e il e proprio ego sulle loro pagine. Trump non sarebbe presidente degli Stati Uniti se non fosse per la stampa. La quantità di spazio televisivo gratuito - che è stato abbastanza intelligente da ottenere e che gli è stato concesso dai telegiornali via cavo per dire così tante cose oltraggiose durante le primarie, rappresenta una vera e propria abdicazione della responsabilità editoriale. Una grave abdicazione. Una componente essenziale della migliore versione della verità che si possa ottenere include che i giornalisti sappiano decidere quale sia la notizia».

Twitter è un veicolo perfetto nelle mani di uno come Trump e per i suoi messaggi "senza sfumature", scrive Parker, ma a renderlo virale non è Twitter ma gli utenti. Inclusi tutti i cittadini e i giornalisti che lo seguono, retwittano e rispondono al Presidente, indipendentemente se perché sono indignati, scioccati o perché effettivamente ha valore di notizia quello che twitta. "Se non fosse per tutti noi, il Presidente urlerebbe nel vuoto".

I social possono impegnarsi per contenere la diffusione dell'hate speech, ma non possiamo dimenticare che quell'odio, quel conflitto è prima di tutto nella società, chiusi, ognuno di noi, nelle nostre camere dell'eco ideologiche. Le persone da sempre cercano nei programmi TV e nei giornali le posizioni e le idee che rinforzano le proprie. E nemmeno si può avere l'ingenuità di pensare di forzare, grazie a un algoritmo, gli utenti a misurarsi con punti di vista diversi contro la loro stessa volontà.

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Davvero possiamo pensare di affidare a Facebook il compito di risolvere il problema delle fake news, ben sapendo che la disinformazione è un problema complicato che va oltre le stesse fake news (come dimostra anche l'ultimo lavoro di Claire Wardle, "Strategy and Research Director" di First Draft News, che oltretutto dichiara apertamente la necessità di smetterla di parlare di fake news e iniziare a riflettere, studiare e analizzare quello che lei definisce "disordine informativo" o "inquinamento informativo" che include dis-information, mis-information, mal-information)?

L'approccio sbagliato a un problema così complesso rischia solo di dare ancora più potere alle piattaforme. Come da tempo diversi esperti stanno sottolineando: attenzione a quello che chiediamo. Davvero vogliamo dare il potere di decidere cosa è vero e cosa no a Zuckerberg? E ancora: i social dichiarano di sentire il peso della responsabilità e di essere impegnati a far fuori "i cattivi". Ma chi decide e  con quali criteri chi sono i "cattivi" e chi i "buoni"?

Lo stesso capo della sicurezza di Facebook in un lungo thread su Twitter a proposito di interferenze russe, propaganda, algoritmi e fake news avverte:
"Se chiedete che un certo tipo di contenuti sia controllato, riflettete bene  su come queste stesse regole / sistemi possono poi essere abusati sia qui che all'estero".

I social media possono incentivare le nostre "cattive abitudini", come quella di preferire contenuti superficiali a contenuti di approfondimento, ma non creano quelle abitudini.

Social media platforms magnify our bad habits, even encourage them, but they don’t create them. Silicon Valley isn’t destroying democracy — only we can do that.

Ci sarebbe poi da interrogarsi sull'efficacia o meno di queste campagne sui social da parte dei russi. La tecnica utilizzata può essere sintetizzata così: account "falsi" hanno aperto pagine fan dai nomi improbabili come "L'esercito di Gesù", su quelle hanno investito in pubblicità costruendo una base di fan ampia e poi hanno prodotto e diffuso contenuti fortemente polarizzanti, faziosi, falsi, meme satirici; il tutto facendo leva su argomenti su cui già la società americana si ritrova ad essere sempre più divisa da anni, come abbiamo visto. Per alcuni politici e giornalisti si tratterebbe di un modesto investimento che ha ottenuto però un gran risultato.

Ma è proprio così? Davvero queste attività hanno minato la democrazia americana e hanno costituto una reale minaccia? Addirittura c'è chi si chiede se queste interferenze non abbiano alterato il risultato stesso delle elezioni, visto che il tutto si è giocato su un numero molto ristretto di voti, in fondo solo 115mila voti di differenza hanno deciso il destino delle elezioni.

“In an election where a total of about 115,000 votes would have changed the outcome, can you say that the false and misleading propaganda people saw on . . . Facebook didn’t have an impact on the election?”
Senatrice democratica, Mazie Hirono

Patrick Ruffini, co-fondatore di Echelon Insights, sul Washington Post, spiega perché a suo avviso quella campagna di certo non è stata un successo.
Se davvero quel tipo di campagna aveva come intendo quello di influenzare le elezioni, dobbiamo dire che è un tentativo raffazzonato e fallimentare. Il totale speso è assolutamente risibile, le pubblicità non erano mirate a colpire un target preciso di elettori negli Stati decisivi, e i soggetti stessi dei contenuti erano progettati per ingaggiare voci estremiste e non elettori indecisi tra Trump e Clinton.

La vittoria della propaganda di Putin è far credere che con una campagna su Facebook di soli 100mila dollari abbia potuto influenzare le elezioni, ma non è così. Chi sta cercando spiegazioni alternative a quello che è successo con la vittoria di Trump non dovrebbe cedere alla tentazione - dice Ruffini - di attribuire ai russi un potere che non hanno. Questo non significa sottovalutare gli attacchi alla democrazia, ma attribuire alla propaganda russa un potere che non ha spinge, ancora di più tra l'altro, la Russia ad intensificare lo sforzo di indebolire le democrazie occidentali.

Dal punto di vista elettorale, proprio basandosi sui numeri (anche considerando l'investimento negli Stati più in bilico: $1,979 in Wisconsin, $823 in Michigan e $300 in Pennsylvania), Ruffini non ha dubbi: si tratta di una campagna niente affatto sofisticata e, come Parker sottolinea, ad essere più preoccupante è la disponibilità di alcuni americani ad aderire e condividere quel tipo di contenuto e la loro creduloneria.

Sull'onda di queste rivelazioni i social media molto probabilmente adotteranno misure per impedire o almeno contenere attacchi attraverso la pubblicità, impedendo per esempio l'acquisto in valute straniere o imponendo maggiori policy di trasparenza. Certamente sono buone anche le proposte di avvertire gli utenti nel caso stiano condividendo falsi contenuti provenienti da fonti non affidabili (considerando la quantità enorme di post e contenuti pubblicati ogni giorno bisognerebbe avere anche un minimo di contatto di realtà sulla fattibilità ed efficacia di simili azioni, per quanto si possa confidare su automazione e intelligenza artificiale). E sicuramente sono positive iniziative legislative come l'Honest Ads Act per imporre trasparenza alla pubblicità politica, ma di sicuro anche questo intervento avrebbe avuto un effetto modesto rispetto alla maggior parte dei contenuti russi che non esprimevano un supporto esplicito a questo o quel candidato e quindi difficilmente intercettabili come ads politiche.

Conclude Ruffini: "Senza un cambiamento che riduca significativamente l'uso dei social media come veicolo di libertà di espressione, nessun intervento legislativo può impedire il loro uso (anche) come vettori di disinformazione e propaganda da parte di potenze straniere, specialmente quando i social media sono più o meno liberi e aperti a tutti. Solo una cittadinanza più vigile può assicurare una solida difesa".

Short of an upheaval significantly curtailing the use of social media as a vehicle for free expression, no legislation can prevent their use as vectors for misinformation or propaganda from foreign powers, particularly when social media is largely free and open for anyone to use. Only a more vigilant citizenry can provide a full-proof defense.

Benvenuti nell'era della cyberguerra

Da più di dieci anni la Russia sta sperimentando e affinando l'arte della guerra nell'era dell'informazione attraverso fake news, disinformazione, leak, trolling. In un lungo, approfondito, affascinante reportage su New Republic i due autori, Hannes Grassegger e Mikael Krogerus, spiegano le tecniche dell'infowar e della cyberwar messe in atto dai russi.

I cyberattacchi pongono una questione tutta nuova su come contenere e come rispondere alle provocazioni e alle interferenze straniere. C'è bisogno di nuovi paradigmi, che vanno oltre i vecchi modelli di contenimento. I cyberconflitti sfuggono alle regole e ai codici che fino oggi hanno governato le modalità di reazione e gestione degli scontri fra potenze, rendendo sempre più difficile definirli e prevenirli.

The United States needs a new paradigm that goes beyond old models of containment—models of warfare based on the assumptions of conventional or nuclear conflict.
(Joshua Kertzer, an international security analyst at Harvard)

Oggi alcuni conflitti, scrivono gli autori, non riguardano territori o risorse, ma l'infrastruttura digitale e il controllo dell'informazione. E una delle armi più potenti è destabilizzare il "nemico", non fronteggiarlo o attaccarlo "fisicamente", ma minando la fiducia da parte dei cittadini nelle proprie istituzioni, e rendendo sempre meno capaci i cittadini di distinguere i fatti dalla finzione.
La cyberguerra ha al cuore della sua filosofia la manipolazione psicologica, attraverso una mirata disinformazione digitale progettata per indebolire un paese dall'interno.

Nel 2013, scrivono Grassegger e Krogerus, Valery Gerasimov, capo di Stato Maggiore delle Forze Armate russe, pubblicò un articolo su una rivista militare russa, in cui spiegava la strategia di quella che ora viene definita guerra "ibrida" o "non-lineare". "Le linee fra guerra e pace sono sfumate". Nuove forme di antagonismo, come le abbiamo viste con le Primavere Arabe e con le "Colour Revolution", potrebbero trasformare "uno stato perfettamente florido, nel giro di mesi o perfino di giorni, nell'arena di un feroce conflitto armato".

La Russia ha sperimentato e affinato queste tecniche in più occasioni contro altri paesi (in Georgia e in Crimea, così come in Danimarca e Svezia, cyberattacchi sarebbero stati condotti in Olanda, Germania, Francia durante le ultime elezioni. E interferenze russe si sarebbero registrate in Catalogna - secondo quanto riporta El Paìs), ma anche contro i suoi stessi cittadini: manipolando testi scolastici, libri di storia e media e approvando leggi per la protezione dei dati personali della popolazione dalle compagnie straniere. Chi da anni è impegnato a studiare e contrastare questo tipo di propaganda online non ha dubbi e confessa ai due autori: "Puoi proteggerti da questo tipo di propaganda solo tenendo ben allenati i tuoi occhi. Non può davvero contrastarne la diffusione".

Nel 2009 gli USA hanno istituito il proprio Cyber Commander Center, sotto la direzione della National Security Agency. A luglio di quest'anno, sotto l'amministrazione Trump, l'agenzia è stata resa indipendente con un budget annuale di 647 milioni di dollari, 133 squadre operative e ben 6.200 dipendenti. Il dipartimento della Difesa a sua volta ha sviluppato la propria infrastruttura per la cybersicurezza con un team espressamente dedicato al digitale. Il prossimo passo, secondo i due autori, nella strategia di difesa collettiva dell'occidente sarebbe di sviluppare un consenso su ciò che, legalmente, costituisce un atto di cyberguerra.

What does sovereignty mean on the internet? What constitutes “territory” and what is considered an “incursion?”.

La Nato in questi anni ha aperto, come riporta l'articolo di New Republic, diversi centri di ricerca su cyberguerra e cyberattacchi, l'ultimo a settembre sulle "minacce ibride". E così hanno fatto Francia, Svezia, Germania e altri paesi.  La NATO ha pubblicato diverse analisi sulla cosiddetta "information warfare", affrontando quella che viene definita “social engineering,” o come gli Stati o attori non istituzionali possono sfruttare canali mediatici a disposizione, da Instagram ai talk show televisivi. Uno studio recente sul "robottrolling", per esempio, ha scoperto che la maggior parte dei tweet in lingua russa sulla presenza della NATO nei paesi dell'Est Europa è in realtà scritta da bot.

Nonostante tutto, gli investimenti e i centri di ricerca e difesa, è impossibile "risolvere" in maniera definitiva la propaganda online e questa tipologia di attacchi. È impossibile anche dimostrare al 100% chi ci sia dietro queste attività, sebbene le tracce e gli indizi portino a governi ostili. Ed è difficile dichiarare questi atti come "atti di guerra".

E questo spiega anche la persistenza di simili attività, nonostante inchieste, denunce e Commissioni. Questi attacchi continuano senza una reale possibilità di fermarli, i cyberattacchi sono la nuova normalità nelle relazioni ostili a livello globale.

Ed è chiaro che questo è un problema che attiene soprattutto alle nostre democrazie, alle società aperte fondate sulla libertà di parola e di espressione e per questo più esposte. Ma la Russia di certo non è la sola a usare queste strategie, anzi è in buona compagna insieme agli Usa e ad altri paesi come Iran, Israele, Corea del Nord.

È altrettanto chiaro che se i social media e l'informazione sono utilizzate come armi rischiano di essere minati i legami di fiducia nella società e nelle istituzioni, e in questo contesto garantire l'integrità dell'informazione diventa un affare di sicurezza nazionale. Ma il punto cruciale per l'Occidente è come farlo senza danneggiare e rinunciare a valori fondamentali come la libertà di espressione e la libera circolazione dell'informazione stessa. Per sopravvivere nell'era della guerra dell'informazione, concludono i due autori, l'Occidente dovrà attrezzarsi tecnologicamente e in modo sempre più sofisticato ma noi tutti alla fine dobbiamo accettare che questi attacchi, come la guerriglia e gli attacchi suicidi, non si fermeranno. Sono i nuovi costi di vivere in un mondo connesso.

Immagine copertina via Techcrunch

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Scandalo Weinstein: ex spie e giornalisti pagati dal produttore per fermare le inchieste

[Tempo di lettura stimato: 10 minuti]

Tra i maggiori interrogativi che ruotano attorno allo scandalo che ha coinvolto Harvey Weinstein ci sono quelli riguardanti il silenzio che ha avvolto questa storia per trent’anni. Com’è possibile che le accuse non sono emerse prima? Perché i media non ne hanno parlato? Perché le donne hanno taciuto per così tanto tempo?

Qualche giorno fa il giornalista autore dello scoop sul produttore di Hollywood uscito sul New Yorker, Ronan Farrow, ha dichiarato al Late Show di Stephen Colbert che su questo punto “c’è ancora molto da dire”, annunciando di essere al lavoro su una nuova parte dell’inchiesta.

L’articolo in questione – "L'esercito di spie di Harvey Weinstein" – è stato pubblicato il 6 novembre sul New Yorker, e racconta l'operazione messa in piedi da Weinstein per tentare di affossare le incriminazioni nei suoi confronti.

Stando all’inchiesta di Farrow, basata su “decine di pagine di documenti e sette persone direttamente coinvolte”, il produttore di Hollywood avrebbe iniziato a preoccuparsi delle voci che da anni circolavano sul suo conto nell’autunno del 2016. Per questo avrebbe contattato due società di intelligence private, la Kroll (“una delle più grandi del mondo”) e la Black Cube (“gestita in larga parte da ex agenti del Mossad e di altre agenzie d’intelligence israeliane”) con l’obiettivo di “fermare la pubblicazione delle accuse (...) che poi sarebbero emerse con gli articoli del New York Times e del New Yorker.

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In un anno, secondo l'articolo, il produttore ha dato mandato di monitorare decine di persone, ottenuto informazioni attraverso agenti sotto copertura che hanno incontrato e ingannato attrici e giornalisti, incaricato reporter di investigare su donne che l’avrebbero accusato e coinvolto, anche ex impiegati delle sue imprese cinematografiche in raccolte di nominativi e telefonate.

Farrow sostiene che sia stato Weinstein in persona a monitorare l’andamento delle sue indagini. Per la portavoce del produttore, Sallie Hofmeister, però, queste ipotesi sarebbero solo una “finzione”.

Gli incontri degli agenti sotto copertura

Secondo l’inchiesta del New Yorker, l’attrice Rose McGowan sarebbe stata raggirata e monitorata per mesi da un’agente sotto copertura della Black Cube che si era finta interessata al suo impegno per i diritti delle donne.

Lo scorso maggio McGowan ha ricevuto una mail da parte di un certa Diana Filip, che diceva di lavorare alla Reuben Capital Partners, una ditta di investimenti con sede a Londra, e di volerla coinvolgere nel lancio di un’iniziativa per combattere le discriminazioni contro le donne sul posto di lavoro. Nel corso dei mesi seguenti le due donne si sono incontrate almeno quattro volte, tra Los Angeles, New York e altri luoghi. “Era molto gentile”, ha detto McGowan, che ha raccontato di aver avuto diverse conversazioni telefoniche con Filip, che disponeva di un numero di cellulare inglese e parlava con “accento tedesco”.

Lo scorso luglio l’attrice ha rivelato a Filip di aver parlato con Farrow in relazione all’inchiesta del New Yorker su Weinstein. Una settimana dopo, il giornalista ha ricevuto una mail da Filip, che gli chiedeva un incontro per coinvolgerlo in una campagna contro la violenza sulle donne. “Non sapendo chi fosse, non ho risposto”, scrive Farrow.

In un altro colloquio con McGowan avvenuto a settembre, Filip si è presentata con un altro agente della Black Cube, che ha dichiarato di chiamarsi Paul e di essere anche lui dipendente della Reuben Capital Partners. Stando a due fonti consultate da Farrow, l’obiettivo era quello di “passare McGowan a un altro agente in modo da ottenere più informazioni”.

Filip, però, non ha mollato la presa. Dopo la pubblicazione lo scorso 10 ottobre dell’articolo sullo scandalo Weinstein sul New Yorker, ad esempio, ha mandato una mail all’attrice: “Ciao tesoro, come ti senti? Volevo solo sapessi che penso che tu sia stata molto coraggiosa”. A questa sono seguite altre mail, fino al 23 ottobre.

Farrow spiega che “Diana Filip” era un nome falso utilizzato da un’ex agente dell’esercito israeliano, originaria dell’Europa dell est e adesso in forze alla Black Cube. “Quando ho mandato a McGowan le foto dell’agente della Black Cube, l’ha riconosciuta immediatamente”, scrive il giornalista.

La stessa donna è stata riconosciuta anche da Ben Wallace, un giornalista del New York che stava lavorando a un articolo sul caso Weinstein. Il reporter e l’agente si sono incontrati due volte nell'autunno del 2016: lei aveva detto di chiamarsi Anna e l’aveva contattato sostenendo di avere delle accuse contro il produttore. Il fatto che la donna fosse a conoscenza del suo interesse al caso Weinstein aveva per la verità insospettito Wallace, la cui attività di investigazione sulla storia era iniziata solo da un mese e mezzo. Inoltre, più che aiutarlo, Anna sembrava volergli estorcere informazioni riguardo la sua inchiesta e le altre donne che avrebbe intervistato. Quando raccontava della sua esperienza con Weinstein, invece, la donna “aveva una recitazione da soap-opera”. Durante uno degli incontri, inoltre, Wallace ha avuto la netta sensazione che Anna stesse registrando la conversazione. Oltre a lui e al reporter del New York, secondo Farrow, almeno un altro giornalista sarebbe stato contattato dall'agente.

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Le tracce di “Diana Filip”, comunque, sembrano essere scomparse: il numero di cellulare inglese risulta inattivo; il telefono della Reuben Capital Partners squilla a vuoto e il sito non è più online; mentre la società che affitta spazi di co-working indicata come indirizzo ha dichiarato di non aver mai sentito parlare dell’azienda. Farrow scrive che due fonti ben informate gli hanno riferito che la Black Cube è solita creare società fittizie per fornire copertura ai suoi agenti – e che Filip era una di questi.

Black Cube non ha voluto commentare per ragioni di “politica aziendale”, ma ha affermato di agire sempre nel rispetto di “alti standard morali” e “della legge di ogni giurisdizione dove ha operato”.

Il coinvolgimento dei legali di Weinstein

L’articolo di Farrow parla anche del ruolo dei legali di Weinstein e in particolare di David Boies, un avvocato famoso per aver assistito Al Gore dopo le elezioni presidenziali del 2000. Secondo il New Yorker, il legale lo scorso luglio ha firmato uno dei contratti con cui si incaricava la Black Cube di “fornire intelligence che aiuterà gli sforzi del cliente [Weinstein] nel fermare la pubblicazione di un articolo negativo su un importante giornale di New York” e “ottenere notizie sul contenuto di un libro in lavorazione che include informazioni dannose sul cliente”.

Stando a tre fonti consultate da Farrow, l’articolo in questione era quello che sarebbe stato poi pubblicato il 5 ottobre sul New York Times (in quel periodo tra l’altro assistito da Boies per un’altra questione); mentre il libro era Brave, una raccolta di memorie dell’attrice Rose McGowan, la cui pubblicazione è fissata per gennaio. “I documenti mostrano come, alla fine, l’agenzia abbia fornito a Weinstein più di cento pagine di trascrizioni e descrizioni del libro, basate su decine di ore di conversazioni registrate tra McGowan e l’agente privato”, scrive Farrow. Questa circostanza è stata smentita dalla portavoce di Weinstein.

Nel contratto firmato a luglio tra lo studio di Boise e la Black Cube, inoltre, erano previsti compensi aggiuntivi per l’agenzia nel caso in cui questa fosse riuscita a fornire “intelligence capace di contribuire direttamente agli sforzi di fermare la pubblicazione dell’articolo in ogni forma”; nonché se si fosse procurata l’altra metà del libro di McGowan in “un formato leggibile e legalmente ammissibile”.

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Lo stesso contratto, prosegue Farrow, “mostra anche alcune delle tecniche utilizzate dalla Black Cube”. L’agenzia, ad esempio, aveva promesso “un team dedicato di agenti esperti che avrebbero operato negli USA e in ogni altro paese necessario”, inclusi anche degli “Avatar Operators”, ossia persone assunte specificatamente per creare false identità sui social. Black Cube avrebbe anche fornito “un’agente full time di nome ‘Anna’, di base a New York e Los Angeles” pronta a seguire le istruzioni del cliente e disponibile per assistere lui e i suoi avvocati “nei prossimi quattro mesi”.

Il fatto che i rapporti con le agenzie private di investigazione fossero spesso tenuti da studi legali, spiega l’articolo, era un vantaggio, perché il segreto professionale tra cliente e avvocato protegge questo tipo di operazioni, ed evita che se ne possa parlare in un tribunale. Boise ha confermato che il suo studio ha concluso contratti e pagato le società di intelligence, ma ha specificato di non aver diretto il lavoro degli agenti. L’avvocato ha anche aggiunto di aver avvertito Weinstein dell’impossibilità di bloccare l’articolo e che, in ogni caso, a posteriori ritiene il suo coinvolgimento nell’operazione “un errore”.

I giornalisti assunti per ottenere informazioni

Nell’accordo con la Black Cube era anche prevista l’assunzione di un giornalista investigativo, che avrebbe condotto dieci interviste al mese per quattro mesi per conto del cliente per un compenso di 40 mila dollari.

Farrow racconta che lo scorso gennaio un giornalista freelance si era messo in contatto con Rose McGowan e aveva avuto con lei “una lunga conversazione, registrata senza dirglielo”. Almeno altre due donne sarebbero state in seguito contattate dal reporter, tra cui anche l’attrice Annabella Sciorra (che successivamente ha raccontato al New Yorker di essere stata stuprata da Weinstein), la quale ha detto di aver trovato sin da subito la conversazione “sospetta”: “Mi spaventava che Harvey stesse testando la mia volontà di parlare”. Il giornalista freelance avrebbe inoltre telefonato anche a Wallace del New York, e avrebbe “ricevuto dalla Black Cube informazioni per contattare attrici, giornalisti e rivali in affari di Weinstein”; compito dell’agenzia, invece, era passare i “riassunti di queste interviste agli avvocati” del produttore.

Il giornalista in questione ha spiegato anonimamente a Farrow di aver lavorato per conto suo a un articolo su Weinstein, usando informazioni dategli dalla Black Cube, e ha negato di aver ricevuto denaro dall’agenzia o dal produttore.

Stando al New Yorker, comunque, Weinstein ha “arruolato altri giornalisti per ottenere informazioni che avrebbe potuto utilizzare per indebolire donne che avevano accuse contro di lui”.

Farrow scrive che nel dicembre 2016, ad esempio, Dylan Howard, responsabile dei contenuti di American Media Inc., aveva avvisato Weinstein del materiale raccolto da uno dei suoi reporter. Il gesto, secondo il New Yorker, sarebbe stato diretto ad aiutare il produttore a negare l’accusa di stupro di McGowan.

Tra le informazioni inviate da Howard, infatti, ci sarebbe stata anche una telefonata tra uno dei due giornalisti ed Elizabeth Avellan, ex moglie del regista Robert Rodriguez, lasciata da quest’ultimo per McGowan. Contattata da Farrow, Avellan ha detto che il giornalista di Howard continuava a chiamare lei e suoi conoscenti, chiedendole di rilasciare “dichiarazioni poco lusinghiere su McGowan”. Nonostante avessero concordato una telefonata off the record – di cui comunque la donna si è detta pentita -, il reporter ha registrato la conversazione, e l’ha inviata ad Howard.

Il responsabile dei contenuti di American Media Inc. ha spiegato di aver agito perché, avendo al tempo con Weinstein un accordo per una produzione televisiva, era suo dovere proteggere gli interessi dell’azienda ricercando informazioni riguardo persone che, stando a quanto diceva il produttore, stavano portando accuse false nei suoi confronti.

I dossier sulle attrici e sui giornalisti

L’altra grossa agenzia investigativa coinvolta nell’inchiesta del New Yorker è la Kroll. Secondo Farrow nell’ottobre dello scorso anno Dan Karson, capo della società, ha contattato personalmente Weinstein fornendogli informazioni riguardanti donne che avevano accuse contro di lui. Una mail inviata da Karson, ad esempio, conteneva undici foto ritraenti McGowan e Weinstein insieme, scattate a diversi eventi negli anni successivi all’abuso sessuale denunciato dall’attrice. Tre ore dopo averla ricevuta, spiega Farrow, il produttore ha inoltrato la cartella ai suoi legali; gli avvocati, a loro volta, hanno selezionato una foto che ritraeva McGowan parlare cordialmente con Weinstein, come prova dei buoni rapporti tra i due per gettare discredito sulle accuse di stupro.

Un’altra agenzia investigativa, la PSOPS di Los Angeles, ha invece prodotto profili dettagliati di diverse persone coinvolte nella vicenda, includendo informazioni capaci di minare la loro credibilità. Un report riguardante McGowan lungo più di 100 pagine comprendeva sezioni come “Bugie/esagerazioni/contraddizioni”, “Ipocrisia”, “Amanti precedenti”. Un file compilato da un’altra agenzia riguardava invece Rosanna Arquette – un’attrice che poi ha accusato Weinstein di molestie – e conteneva post pubblicati sui social riguardanti abusi sessuali e dettagli sul fatto che un membro della famiglia dell’attrice avesse denunciato pubblicamente le molestie subite da bambina.

Tutte le agenzie, comunque, scrive Farrow, “erano coinvolte nel cercare di scoprire le fonti dei giornalisti” e trovare qualcosa nel loro passato.

L’inchiesta riporta che settimane prima che Wallace del New York incontrasse l’agente Anna, il capo dell’agenzia Kroll aveva mandato a Weinstein un dossier con informazioni preliminari su di lui e sul direttore della rivista, Adam Moss (avvertendo però di non aver trovato nulla di compromettente riguardo quest’ultimo). Quanto al reporter, era stata allegata una lista di critiche pubbliche a suoi precedenti articoli, e una dettagliata descrizione di una causa per diffamazione arrivata in seguito a un libro scritto nel 2008 sul mercato del vino. L’agenzia PSOPS, inoltre, aveva compilato un profilo dell’ex moglie di Wallace.

Farrow racconta di essere stato lui stesso oggetto di un’investigazione privata (a causa delle "sue interazioni" con una serie di donne che avrebbero accusato il produttore); così come Jodi Kantor del New York Times e David Carr, che diversi anni fa stava lavorando a un articolo su Weinstein per il New York. La vedova di Carr (morto nel 2015) ha detto a Farrow che il marito era convinto di essere sorvegliato e seguito, anche se non sapeva da chi.

Le liste di nomi

Il giornalista del New Yorker spiega anche come Weinstein abbia ripetutamente cercato di coinvolgere persone attorno a lui nel suo progetto – volenti o nolenti.

Nel dicembre del 2016, ad esempio, il produttore ha chiesto ad Asia Argento di incontrarlo in Italia, insieme con i suoi investigatori privati, per testimoniare a suo favore. Argento ha raccontato a Farrow di aver sentito la pressione di dover dire sì, ma di aver poi rifiutato sotto consiglio del suo compagno, lo chef e personaggio televisivo Anthony Bourdain. Un’altra attrice – che però ha chiesto di restare anonima – ha detto al giornalista che Weinstein le aveva chiesto di incontrarlo assieme ad alcuni giornalisti per avere informazioni su altre fonti.

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Infine, aggiunge Farrow, il produttore aveva arruolato due sue ex dipendenti, Denise Doyle Chambers e Pamela Lubell, “in quella che si è rivelata un’operazione per identificare e chiamare persone che avrebbero potuto parlare con la stampa riguardo accuse, proprie o di altri”.

La portavoce di Weinstein, Hofmeister, ha detto al New Yorker che le interviste in questione servivano per preparare “un libro sulla Miramax”. Lubell, una delle ex dipendenti coinvolte, però, ha raccontato di essere stata “manipolata”. La donna ha spiegato a Farrow che lo scorso luglio Weinstein ha chiesto a lei e a Chambers di compilare una lista di “tutti gli impiegati che conoscevano” e contattarli per la realizzazione di un libro. Successivamente, il produttore ha detto che il progetto era stato messo in stand-by: alle due dipendenti è stato quindi chiesto prima di telefonare alle persone sulla lista per “vedere se avevano ricevuto chiamate dalla stampa”, e poi di contattare nomi connessi con attrici. Lubell ha infine raccontato che quando è scoppiato lo scandalo lo scorso ottobre con la pubblicazione dell’articolo del New York Times, Weinstein ha iniziato a urlare contro di lei, Chambers e altri dipendenti, chiedendogli di inviare email ai membri del consiglio d’amministrazione contenenti foto che lo ritraevano assieme alle donne che lo stavano accusando.

Farrow scrive che nonostante la campagna di Weinstein per tracciare e silenziare le accuse contro di lui sia fallita, molte donne coinvolte sono convinte che l’uso che il produttore ha fatto delle agenzie private di investigazione abbia reso più complicato far sentire la propria voce. L’attrice Annabella Sciorra ha confessato al giornalista di essersi sentita “spaventata”, perché sapeva “cosa significava essere minacciata da Harvey. Avevo paura che mi trovasse”. Rose McGowan, invece, ha detto che le agenzie e gli studi legali hanno reso possibile il comportamento di Weinstein, e che in quel periodo sentiva dentro di sé un forte senso di paranoia: “Tutti quanti mi hanno mentito per tutto il tempo”.

Illustrazione in anteprima di Oliver Munday; foto di Raymond Hall / GC Images via Getty – via newyorker.com

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