I genitori gay sono un danno per i figli? Studi a confronto

Ha collaborato Antonio Scalari

In nome del figlio

Adozioni, affido rafforzato, desiderio di genitorialità da parte degli omosessuali, utero in affitto. Sono alcune delle questioni sollevate negli ultimi mesi, man mano che ci si avvicinava alla discussione in Senato del disegno di legge sulle unioni civili.

Nodo particolare del contendere, l’articolo 5 del ddl, che regolamenta la cosiddetta stepchild adoption, in senso letterale l’“adozione del figliastro”. Se approvata, la legge estenderebbe anche alle coppie omosessuali il diritto, già previsto per quelle eterosessuali sposate, di poter adottare il figlio biologico del partner. L’articolo 5, infatti, modifica la legge n. 184/1983 (all’articolo 44, lettera b) sul diritto del minore alla famiglia, ampliando i soggetti beneficiari e facendo proprie decisioni già assunte da alcuni tribunali dei minori in Italia. Come nel caso del tribunale dei minorenni di Milano, che nel 2007 ha accordato la stepchild adoption a una coppia eterosessuale di fatto, pur non essendo coniugata (come richiesta dalla legge), e del tribunale per i minorenni di Roma, che nel 2014 ha riconosciuto a una bambina figlia di due mamme il diritto a essere adottata dalla propria mamma non biologica e a prendere il doppio cognome. In anticipo, dunque, sulla legge Cirinnà.

Come spiega Luciano Panzani, presidente della Corte di Appello di Roma, qualsiasi decisione in materia va nella direzione della tutela dei minori. È la strada seguita dal tribunale per i minorenni di Roma, chiamato, in assenza di una legge specifica, a prendere una decisione interpretando una norma già esistente (la legge 184/1983, ndr), che «consente l’adozione del minore se non è in stato di abbandono, quando c’è un rapporto affettivo, e nell’interesse psicofisico dei figli, senza che ciò possa significare riconoscimento di una bigenitorialità». Per questo motivo Panzani afferma che tocca al Parlamento «risolvere il problema di carattere generale». Ed è in questa direzione che va il disegno di legge, che scrive Piero Cecchinato su Linkiesta, non riguarda né la genitorialità omosessuale né la pratica della maternità surrogata, ma parla di diritti dei minori:

Pensate al caso di un genitore vedovo che decida di risposarsi o che crei un legame affettivo stabile con una persona del suo stesso sesso. Quel genitore e il suo nuovo partner cominceranno a frequentarsi sempre di più, a darsi assistenza reciproca, giungendo magari a convivere. Anche il figlio di quel genitore creerà così un legame con il nuovo partner. Queste situazioni esistono e oggi lasciano i bambini privi di un pezzo di tutela. Grazie al disegno di legge Cirinnà, invece, quel bambino potrà vantare diritti e tutele non solo verso il suo genitore, ma anche verso il partner di quest’ultimo

L’adozione del figlio del partner è una forma speciale di adozione, che attribuisce a chi viene adottato diritti che altrimenti non avrebbe, ovvero di essere mantenuto, istruito ed educato e di ricevere gli alimenti nei casi previsti dalla legge.

Eppure il dibattito sul tema ha subito esulato dai contenuti specifici del disegno di legge per porsi su un altro piano. L’adozione del figliastro è diventato il terreno dove condurre la battaglia contro il ricorso alla maternità surrogata (in Italia, peraltro, vietata dall'art. 12 della legge n. 40 del 2004), l’equiparazione delle unioni civili al matrimonio e, più in generale, al concetto di famiglia.

In questo senso andavano le critiche al disegno di legge mosse dal ministro dell’Interno, Angelino Alfano in un’intervista ad Avvenire, alla vigilia della sua discussione al Senato. «La stepchild adoption – sosteneva in quei giorni Alfano – rischia davvero di portare il Paese verso l’utero in affitto, verso il mercimonio più ripugnante che l’uomo abbia saputo inventare. L’utero in affitto deve essere punito con il carcere come i reati sessuali». E ancora più esplicito sulle unioni civili, «“sì” a una legge che preveda specifici e precisi diritti patrimoniali, “no” a qualsiasi assimilazione alla famiglia costituzionale. E soprattutto “no” all’adozione sotto qualsiasi forma».

Contro queste eventualità hanno manifestato le Sentinelle in Piedi, che a fine gennaio avevano organizzato una veglia di preghiera per chiedere a Dio di fermare il disegno di legge e in particolare la possibilità di adottare il figlio naturale del partner, cavallo di Troia, secondo gli organizzatori della veglia, per normare la maternità surrogata.

A difesa della famiglia “naturale” e contro l’omogenitorialità si sono schierati, lo scorso 30 gennaio, gli organizzatori del Family Day e il Forum delle associazioni familiari. «Poniamo al centro i diritti del bambino, poi quelli dell’adulto», ha dichiarato il presidente del Forum, Gigi De Palo. «Rallentiamo e ascoltiamo gli esperti, poniamo al centro i bambini, non diventino invece oggetto di diritto, stralciamo la parte sulla stepchild adoption».

Posizioni, queste, non isolate e neanche nuove. Per non andare troppo indietro nel tempo, nel 2014, nel corso della trasmissione Porta a Porta dal titolo “Dalla sanità alle adozioni per le coppie gay”, il ministro della Salute, Beatrice Lorenzin aveva dichiarato che «tutta la letteratura psichiatrica, da Freud in poi, riconosce l’importanza per il bambino di avere una figura paterna e materna per la formazione della propria personalità». L’intervento della Lorenzin aveva suscitato la reazione dell’Associazione Italiana di Psicologia (AIPA), che in una nota, aveva definito le affermazioni del ministro prive di fondamento empirico e lontane da quanto appurato dalle ricerche scientifiche.

Vivere in una famiglia con genitori dello stesso sesso danneggia il bambino?

In questo clima, la scorsa settimana sono arrivate le parole del presidente della Società italiana di Pediatria, Giovanni Corsello, riprese da Repubblica: «vivere in una famiglia senza la figura materna o paterna potrebbe danneggiare il bambino. Non si può infatti escludere che convivere con due genitori dello stesso sesso abbia ricadute negative sui processi di sviluppo psichico e relazionale nell'età evolutiva».

Secondo Corsello, siccome nella crescita sono fondamentali la qualità delle relazioni umane, la sicurezza sociale e il livello di stabilità emotiva, vivere in una famiglia conflittuale o in una famiglia che abbiano il padre e la madre come modelli di riferimento può avere conseguenze sulla maturazione psicoaffettiva di un bambino.

Per quanto successivamente parzialmente ritrattate, si tratta di posizioni per certi versi vicine a quelle, ad esempio, di Giovanni Paolo Ramonda, presidente dell’associazione cattolica Giovanni XXIII, fondata da don Oreste Benzi e da anni impegnata nella lotta all’emarginazione e alla povertà: «Diversi studi scientifici mostrano carenze psichiche e cognitive nei bambini cresciuti in contesti non familiari, si sono riscontrati casi di autismo e forme di marasma in bambini istituzionalizzati, cresciuti senza mamma, la complementarietà della donna e dell’uomo è essenziale come l’acqua e come l’aria, questo sfata il mito della coppia omosessuale».

Le affermazioni del presidente della Società italiana di Pediatria hanno scatenato la reazione di diversi esperti. La senatrice a vita Elena Cattaneo, il presidente della Società italiana di Psicologia, Claudio Mencacci, la presidente della Società Italiana di Neuropsichiatria dell'Infanzia e dell'Adolescenza, Antonella Costantino, lo psicanalista Massimo Ammaniti, il presidente del Consiglio nazionale dell'Ordine degli psicologi, Fulvio Giardina, sono tutti intervenuti per sottolineare che nonostante le ricerche sul tema siano piuttosto recenti e, pertanto, sia rischioso avventurarsi in opinioni scientifiche in merito, la maggior parte degli studi afferma che i bambini cresciuti da genitori dello stesso sesso si sviluppano come quelli cresciuti da genitori eterosessuali, smentendo tre grandi stereotipi sull'omogenitorialità e cioè «che le lesbiche e i gay siano mentalmente instabili, che le donne lesbiche siano meno “materne” di quelle eterosessuali e che i rapporti con partner sessuali da parte di lesbiche e gay lasci loro poco spazio e tempo per le interazioni con i figli». Come dichiarato da Ammaniti: «È fondamentale nell'interesse del bambino avere genitori capaci di prendersi cura di lui, di capire le sue difficoltà emotive, di provare empatia. E tutto questo ha profondamente a che fare con la personalità, l'attitudine di uomini e donne, non con il loro orientamento sessuale». L'Ordine degli psicologi del Lazio ha inviato a tutti i senatori una scheda di 70 studi internazionali sul tema.

Ramonda, Di Palo, lo stesso Corsello, fanno indiretto riferimento a cinque studi di alcuni ricercatori che sostengono che l’omogenitorialità sia causa di disagio per i figli. Tra questi, le ricerche che hanno destato più attenzione sono quelle di Mark Regnerus e Donald Paul Sullins.

Regnerus e lo studio “New Family Structures Study”

Nel 2012, la rivista di scienze sociali Social Science Research ha pubblicato una ricerca dal titolo “How different are the adult children of parents who have same-sex relationships? Findings from the New Family Structures Study”, a cura del sociologo Mark Regnerus, docente alla University of Texas di Austin.

Lo studio era stato finanziato per 700mila dollari dal Witherspoon Institute, un think tank conservatore, non nuovo a interventi contro i matrimoni omosessuali, e 90mila dollari dalla Bradley Foundation. Si trattava di uno studio epidemiologico sull’influenza dei genitori omosessuali nella crescita dei loro figli e su eventuali differenze con bambini cresciuti da coppie eterosessuali. La ricerca, che aveva riguardato 15mila americani, di cui 3mila persone tra i 18 e i 39 anni, giunse alla conclusione che i figli cresciuti da genitori omosessuali avevano un’esistenza più difficile rispetto ai loro coetanei cresciuti in famiglie etero. Questo non significava, come spiegò il sociologo americano nel presentare lo studio, che i genitori omosessuali facciano danni ai loro figli. A determinare situazioni di malessere o benessere sono le forme familiari in cui i bambini crescono. Crescere in una famiglia non stabile o con genitori non biologici può comportare rischi nella crescita.

La ricerca incrociava i risultati di 40 diversi indicatori riguardanti aspetti emozionali, sociali e relazionali. Si faceva riferimento all’utilizzo o meno di assistenza pubblica (indice di malessere economico), al grado di istruzione, alla frequenza di casi di depressione, di abusi sessuali, di abitudini poco salutari, alla possibilità di avere più partner sessuali (sia femmine che maschi), di fumare o fare uso di droghe.

Tra le tremila persone intervistate, Regnerus individuò 175 bambini (ora adulti) che erano cresciuti con due mamme e altri 73 con due padri. Nel primo caso, il campione individuato raggiungeva risultati peggiori rispetto ai figli cresciuti da coppie eterosessuali in 24 dei 40 indicatori. Il 69% dei bimbi cresciuti da madri omosessuali aveva dichiarato di ricevere assistenza pubblica (contro il 17% delle altre famiglie), solo il 26% aveva un lavoro (contro almeno il 50%), il 14% era in affidamento (contro il 2% del resto dei ragazzi intervistati).

In Italia, la ricerca fu presentata su Tempi, periodico settimanale cattolico. L’articolo, a firma di Benedetta Frigerio, definiva il lavoro di Regnerus «lo studio più completo mai realizzato sui bambini cresciuti dagli omosessuali, il primo condotto su un campione molto numeroso». La ricerca, secondo il sito cattolico, era destinata ad avere un impatto fragoroso sulle politiche statunitensi sui diritti Lgbt, perché contraddiceva le conclusioni cui erano giunti gli studi condotti negli anni precedenti, che non vedevano grandi differenze tra l’essere educati da genitori dello stesso sesso o da coppie eterosessuali ed erano basate su campioni statistici troppo esigui. Costituiva valore aggiunto il fatto che la ricerca fosse stata pubblicata da «un istituto laico e da un professore che non avrebbe mai pensato di arrivare a tali conclusioni».

Le cose non stavano proprio così. Negli Usa, lo studio incontrò critiche considerevoli da parte del mondo accademico e delle organizzazioni mediche sul piano metodologico e dell’etica della ricerca. Circa 200 sociologi americani scrissero a Social Science Research per mettere in discussione metodi, risultati della ricerca e procedure di pubblicazione. Venne richiesta un’indagine, mai avviata, all’interno dell’Università. Sul New York Times, l’editorialista Mark Oppenheimer ripercorse la formazione cattolica del sociologo americano e si chiese quanto possano essere legittimi i risultati di una ricerca influenzati dalla propria fede religiosa.

Dal punto di vista metodologico, la ricerca presentava limiti tali da renderla scientificamente inattendibile. Il campione statistico utilizzato era eccessivamente esiguo rispetto al numero totale di persone intervistate e, nella sua composizione, troppo eterogeneo per poter trarre considerazioni significative. Per “madre lesbica”, ad esempio, era intesa qualsiasi donna che avesse mai avuto una relazione anche brevissima con un'altra donna. Così finivano per essere identificati come "figli di madre lesbica" anche tanti soggetti che avevano vissuto con i loro genitori etero.

Come rilevò subito dopo la pubblicazione Cynthia Osborne, professore associato alla Lyndon B. Johnson School of Public Affairs, sempre alla University of Texas di Austin, la ricerca, inoltre, eludeva le condizioni di stigmatizzazione sociale e culturale cui sono sottoposte le famiglie omogenitoriali: non c'era nessun riferimento a episodi di bullismo scolastico, a forme di omofobia interiorizzate, alle ferite derivanti dal precedente divorzio omosessuale.

Dal punto di vista etico, la ricerca pagò l’ingerenza dei suoi due investitori privati. Per quanto Regnerus, nel suo report iniziale, avesse negato qualsiasi influenza da parte degli enti finanziatori sulla costruzione e sui risultati dello studio, nel 2013, la pubblicazione, su richiesta dell’American Independent News Network, di email scambiate tra il ricercatore e Brad Wilcox, un dipendente del Witherspoon Institute, mostrò inequivocabilmente l’intromissione da parte dell’istituto di ricerca finanziatore. Wilcox era inoltre nel comitato di redazione della rivista che aveva pubblicato la ricerca e questo spiegò come mai i passaggi di verifica scientifica dell’articolo erano stati piuttosto rapidi.

Nel novembre 2012, Social Science Research avviò, a sua volta, un’indagine interna che appurò che il processo di verifica scientifica era stato lacunoso e non aveva rilevato le incronguenze scientifiche e l’impostazione ideologica dello studio. Metà dei revisori erano noti oppositori del matrimonio omosessuale.

Ad aprile del 2015, proprio su Social Science Research è stata pubblicata una rilettura dei dati del “New Family Structures Study”. Secondo Simon Chenga e Brian Powell, i due sociologi che hanno condotto la nuova analisi dei dati, le conclusioni cui è giunto Regnerus sono in larga parte il frutto di errori statistici e scelte metodologiche discutibili. I dati mostrano che non ci sono grandi differenze tra condizioni di vita di figli cresciuti in famiglie omosessuali ed eterosessuali e che i risultati di una ricerca variano a seconda della metodologia e dell'etica del lavoro.

La ricerca di Sullins: i bambini crescono meglio con un papà e una mamma?

Nel gennaio 2015, Donald Paul Sullins, un prete cattolico, docente di sociologia alla Catholic University, ha pubblicato sul British Journal of Education, un saggio, dall’impostazione molto simile a quella di Regnerus, dal titolo “Emotional Problems among Children with Same-Sex Parents: Difference by Definition”. Il titolo è eloquente e già dà il senso delle conclusioni cui giunge Sullins: i figli di genitori omosessuali hanno più problemi nel loro sviluppo psicoaffettivo rispetto ai loro coetani cresciuti da coppie eterosessuali perché i loro genitori sono gay.

Come Regnerus, Sullins utilizza un campione statistico molto nutrito, monitorato per 6 anni (dal 2007 al 2013) dall’U.S. National Health Survey: 207mila bambini, tra cui 512 con genitori omosessuali, divisi in due gruppi e comparati attraverso 12 indicatori, tra cui la presenza o meno nel percorso di crescita di problemi emozionali e legati allo sviluppo o il ricorso a servizi di assistenza. I dati sono stati incrociati per età, sesso, “razza” dei bambini ed educazione e reddito dei genitori e hanno cercato di testare gli effetti di eventuali disagi psicologici dei genitori, dell’instabilità famigliare, della stigmatizzazione tra coetanei a figli cresciuti con genitori biologici o dello stesso sesso.

Alla fine dell’indagine, Sullins ha rilevato che i figli di genitori omosessuali presentavano problemi di carattere emozionale due volte maggiori dei loro coetanei cresciuti da coppie eterosessuali. Il modello familiare con un padre e una madre attutiva gli effetti della stigmatizzazione da parte dei coetanei e dell’insicurezza associata all’instabilità del proprio nucleo familiare.

È evidente – conclude Sullins – che il matrimonio tra genitori di sesso opposto assicura una stabilità familiare ai figli ed evita l’insorgenza di problemi emotivi gravi nella loro crescita.

In Italia, il saggio fu presentato da un articolo di Mario Adinolfi su La Croce dal titolo: “Uno studio (vero) sui figli di coppie gay”. La ricerca, secondo Adinolfi, aveva il merito di mostrare, facendo ricorso a un campione statistico rilevante, che « genitori di sesso opposto riescono a fornire un ambiente migliore dove vivere e crescere». «Il modello Elton John di dare “amore” ai figli avuti da madri tramite l’utero in affitto non funziona. I problemi emotivi rilevati sono molteplici, compresi comportamenti scorretti, ansie, depressione, rapporti difficili con i coetanei e incapacità di concentrarsi». C’è altro da aggiungere?, si chiedeva in chiusura del pezzo, Adinolfi.

C’è tanto da aggiungere, rispose all'epoca Chiara Lalli in un articolo che provava a smontare la ricerca tanto lodata da Adinolfi. Negli Stati Uniti, il saggio di Sullins ha suscitato un dibattito dai toni e i contenuti molto simili a quello di Regnerus, ricostruito punto per punto da Emma Green su The Atlantic in un articolo dal titolo emblematico: “Usare la pseudoscienza per indebolire i genitori omosessuali”.

Innanzitutto, lo studio del sociologo cattolico pone una questione a monte: come riuscire a riconoscere (e a cautelarsi da) le ricerche scientifiche che mascherano presupposti ideologici? «Non è solo una questione di ideologia – scrive Green –; è una questione di come le scienze sociali siano utilizzate per obiettivi ideologici più nascosti e del potere unico che queste ricerche hanno nella sfera pubblica».

Lo studio di Sullins, in questo senso, non sarebbe solo un’argomentazione contro i matrimoni omosessuali, ma un vero e proprio ragionamento presentato sotto forma di scienza, con citazioni accademiche, la verifica di ipotesi ed evidenze statistiche.

Per quanto scientifici, anche il metodo utilizzato e l’analisi dei dati mostrano diverse lacune. Non viene specificato il vissuto dei figli: «leggendo il saggio, è impossibile sapere se i bambini in questione abbiano vissuto più tempo con genitori eterosessuali che poi hanno divorziato, o con madri o padri single che hanno avuto più partner nel tempo». Non si è tenuto in considerazione, come sottolineato dalla psicologa Abbie Goldberg, docente alla Clark University, come in sei anni (dal 1997 al 2013, arco di tempo in cui si è svolta la ricerca) sia cambiata la percezione dell’omosessualità e se questa mutazione abbia influito sui risultati rilevati.

Dal punto di vista dei contenuti, infine, è piuttosto forzata, l’associazione tra instabilità del vissuto familiare e presenza di genitori omosessuali. Essere cresciuti con genitori separati, ad esempio, è meno rilevante di aver avuto dei genitori omosessuali. Scrive, infatti, Sullins nelle conclusione del suo studio: «Ogni bambino, che è figlio biologico di un omosessuale, ha un genitore assente da qualche parte. Quando capirà come nascono i bambini, inevitabilmente si chiederà quali sono le sue origini e sperimenterà il rifiuto o lo stress legato all’assenza del suo genitore». Ma, come ha fatto notare lo stesso Regnerus, commentando la ricerca di Sullins, non ci sono informazioni sufficienti sulle tipologie di famiglie: i figli sono nati in una precedente relazione? Hanno dovuto affrontare la separazione o il divorzio dei genitori? E quanto questo ha influito sulla loro maturazione psicoaffettiva?

Inoltre, conclude Green, una serie di ricerche nazionali su larga scala hanno provato che i figli provenienti da famiglie omosessuali stabili se la cavano allo stesso modo di chi cresce con genitori eterosessuali solide.

Nonostante tutte queste criticità, il saggio è stato utilizzato dai conservatori, scrive Katherine Ellen Foley su Quartz, per indebolire le argomentazioni a favore della legalizzazione del matrimonio tra omosessuali. La ricerca di Sullins arrivava, infatti, alla vigilia della decisione della Corte Suprema degli Stati Uniti di rendere legali i matrimoni tra persone dello stesso sesso in tutti i 50 stati, così poi motivata: «Dire che non hanno rispetto dell’idea del matrimonio significa fraintendere questi uomini e queste donne. Invece loro lo rispettano, lo rispettano così profondamente, che cercano di trovare proprio nel matrimonio il compimento per loro stessi. La loro speranza è di non essere condannati a vivere in solitudine, esclusi da una delle istituzioni più antiche della civiltà. Chiedono pari dignità agli occhi della legge. La Costituzione garantisce loro tale diritto».

Anche in Italia, lo studio di Sullins è stato difeso per contrastare argomentazioni e sentenze di alcuni tribunali dei minorenni che si sono pronunciate a favore dell’affido di un minore a una coppia di omosessuali. Su La Croce, Renzo Puccetti e Giuliano Guzzo hanno sostenuto che il merito della ricerca del sociologo americano sia stato quello di aver finalmente messo in chiaro che «i bambini stanno meglio quando vivono con il loro padre e la loro madre». Per quanto l’analisi non sia in grado di stabilire esplicitamente un nesso causale tra il vivere in una famiglia con genitori eterosessuali e crescere più sani dei figli di omosessuali, come ammesso anche dai due autori dell’articolo, il ricorso a una grande mole di dati statistici la rende di per sé più attendibile della maggioranza delle ricerche che fanno riferimento a campioni esigui: «così come potrete affermare che non vi sono batteri in un tessuto in gangrena cercati con strumenti d’ingrandimento usando un binocolo, allo stesso modo quanto più sarà piccolo il campione tanto più potrete celare differenze grandi». «A ben vedere dunque – concludono Puccetti e Guzzo – ciò che può dire la scienza, quella minimamente seria ed intellettualmente onesta, è che avere una mamma e un papà old style è la situazione migliore che possa sperare un bambino».

Gli studi internazionali: non ci sono differenze tra figli cresciuti in famiglie eterosessuali e omosessuali

In effetti, se è vero che c’è grande consenso scientifico sull’ipotesi che non ci siano grandi differenze tra figli cresciuti da genitori eterosessuali o dello stesso sesso, gran parte delle ricerche riguardano piccoli gruppi di persone. Tuttavia, come abbiamo visto nel caso di Regnerus e Sullins, maneggiare tanti dati non è sinonimo di oggettività e fare ricerca con gruppi piccoli di persone non significa non essere scientifici e rigorosi, anzi presenta dei vantaggi: consente di seguire da vicino le persone che fanno parte dello studio e notare cambiamenti e dettagli anche di piccola portata, che sfuggirebbero in una ricerca statistica più ampia. I due metodi, in altre parole, si completano.

Lo scorso gennaio, la New Yorker Columbia University ha pubblicato una rassegna di ricerche sullo sviluppo dei figli nelle famiglie gay dal 1985 a oggi: su 77 studi accademici internazionali, 73 hanno concluso che i figli di coppie omosessuali non si sviluppano in maniera diversa dai bambini cresciuti in famiglie eterosessuali. Nel loro insieme, gli studi convergono nel sostenere che a influire sul benessere, sull’apprendimento e sulle performance scolastiche, sullo sviluppo della sessualità e dell’identità di genere, sulla socializzazione e sullo sviluppo personale è la stabilità affettiva e non l’orientamento sessuale dei genitori. Come ha scritto Roberto Baiocco, docente di Medicina e Psicologia della Sapienza Università di Roma, nella sua ricerca (inserita nella raccolta della New Yorker Columbia University), «i dati raccolti hanno dimostrato che i bambini cresciuti da genitori gay e lesbiche hanno mostrato un livello di regolazione delle emozioni e di benessere psicologico simile a quello dei bambini cresciuti da genitori eterosessuali. In Italia, persistono atteggiamenti negativi nei confronti delle famiglie dello stesso sesso e dovrebbero essere sviluppati programmi educativi per decostruire gli stereotipi riguardanti gay e lesbiche».

In questi mesi, altri studi sono in arrivo: l’“Australian Study of Child Health in Same-Sex Family” di Crouch (Università di Melbourne) sta seguendo lo sviluppo di 315 genitori con 500 figli tra gli 0 e i 17 anni (secondo i rapporti parziali divulgati, si deduce che genitori e figli percepiscono positiva e normale la loro famiglia, hanno un livello di benessere psico-fisico superiore alla media delle famiglie eterogenitoriali, anche se lo stigma omofobico abbassa la qualità della loro salute mentale); la “Research on New Family Forms” di Golombok e Ehrhard (Cambridge e Columbia University), sui padri gay con figli nati da gravidanza surrogata tra i tre e gli otto anni; il “New Parents Study” di Lamb (Cambridge), Bos-Gelederen (Amsterdam) e Vecho-Gross (Parigi), sta osservando lo sviluppo del primo anno di età dei bambini nati da procreazione assistita in famiglie omosessuali ed eterosessuali.

Nuove ricerche per dare luce a un dibattito che, per come si è sviluppato, tradisce un’idea riduttiva dell’identità omosessuale, declinata, scrive Luigi Manconi sul Manifesto, in termini esclusivamente utilitaristici. Agli omosessuali viene negata la titolarità di una dignità piena, senza deroghe ed eccezioni. Vengono considerati persone parziali, quasi-cittadini ai quali proporre uno scambio: diritti materiali e garanzie sociali in cambio della rinuncia al pieno riconoscimento giuridico-morale, al diritto al sentimento e all’affettività, alla pienezza emotiva e alla sessualità, alla condizione di coniuge e genitore.

«Da tutto ciò discende – conclude Manconi – che, quello delle unioni civili, è certamente un tema di notevole e delicata rilevanza, che richiama dilemmi etici e visioni del mondo: ma è, in primo luogo, una grande questione di uguaglianza e di pari dignità. E quella che può apparire come una problematica di pochi — decisamente minoritaria sotto il profilo statistico — si rivela, infine, come un’importante questione di libertà di tutti. Siamo in presenza, cioè, di una classica controversia sul diritto ad avere diritti. Ovvero sul fondamento stesso dell’idea di democrazia».

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