Cookie, trattamento dati e nuove regole europee: cosa cambia

Direttiva ePrivacy

A un anno circa di distanza dall'attuazione in Italia della Cookie Law, cioè la regolamentazione dei file utilizzati dai server web per memorizzare preferenze, dati e informazioni relative alla navigazione di un utente su di un sito, molte cose sono cambiate. Innanzitutto è stato finalmente approvato il Regolamento Generale in materia di protezione dei dati personali (GDPR), che entrerà in vigore il 25 maggio del 2018.

GDPR
GDPR

All’interno del nuovo quadro normativo si è posta l’esigenza di una riforma anche della direttiva ePrivacy (95/46/EC), iniziativa chiave per rafforzare la fiducia dei cittadini nei servizi digitali in vista della realizzazione del Mercato Unico Digitale. La direttiva, infatti, pur muovendosi all’interno del quadro generale posto dal GDPR, si sovrappone a esso con regolamentazioni per specifici settori, quali il trattamento dei dati all’interno dei servizi digitali e delle comunicazioni in Internet.

La Commissione europea ha lanciato una consultazione pubblica nella quale pone questioni importanti, emerse durante l’attuazione della Cookie Law, come il problema del consenso cumulativo dei cookie, che di fatto nega agli utenti una vera e propria scelta (o li accetti tutti, compreso quelli di profilazione, oppure lasci il sito).

Consultazione sulla Direttiva e-Privacy
Consultazione sulla Direttiva e-Privacy

In questo quadro si inserisce l’attività di lobbying delle aziende tecnologiche e delle associazioni di settore (ETNO, ECTA, GSMA, CCIA, IAB e DIGITAL EUROPE), le quali chiedono di non riformare la ePrivacy, ma solo di abrogarla. Sostengono, infatti, che la regolamentazione prevista dal GDPR è più che sufficiente per una tutela dei diritti in rete. Nel momento in cui si avvia la sperimentazione della rete 5G europea, le telco e i fornitori di servizi online (Google, Facebook, Apple, Microsoft, ecc…), assicurano che la semplificazione della normativa andrà a beneficio dei consumatori, incoraggiando nel contempo l’innovazione e portando a crescita e a nuove opportunità.

Le aziende tecnologiche e di telecomunicazioni hanno avversato per anni la riforma della normativa Data Protection, ma adesso la abbracciano ritenendo che una normativa di settore, come la e-Privacy, non sarebbe più attuale. In realtà sbarazzarsi di questa direttiva renderà più facile estendere e consolidare il modello commerciale del monitoraggio degli utenti

Dall’altro lato le associazioni per i diritti civili, invece, insistono per una riforma della direttiva ed una armonizzazione delle regole di settore. L’intenzione è di trasformare anche la direttiva e-Privacy in un Regolamento, così da evitare differenze attuative tra i vari Stati.
Si evidenzia che oggi la maggior parte delle conversazioni si realizza tramite Internet, a mezzo di sistemi di messaggistica, e quindi diventa indispensabile l’estensione delle protezioni per la comunicazioni telefoniche anche alle comunicazioni digitali.

Infatti, mentre le telefonate non possono essere ascoltate se non in presenza di un mandato di un giudice, molte delle comunicazioni online (es. le mail) vengono regolarmente scansionate dai fornitori di servizi online a fini pubblicitari. EDRi chiede che la nuova e-Privacy debba tutelare la segretezza delle comunicazioni, la libertà di espressione, i dati personali e l’inviolabilità delle proprietà dell’individuo, oltre a rendere illecita l’installazione di software sui dispositivi degli utenti in assenza di consenso.

L'incidenza sui cookie

Una modifica della direttiva e-Privacy, in un senso o nell’altro, inciderà particolarmente sui cookie, visto che sono ad oggi uno degli strumenti di tracciamento più utilizzati.
Un primo aspetto positivo è che la nuova regolamentazione si applicherà in maniera uniforme tra tutti gli Stati, da cui un’ovvia semplificazione per i gestori di siti web, che non dovranno più avere a che fare con le diverse regolamentazioni dei Garanti nazionali. Di contro l’armonizzazione delle regole comporterà indubitabilmente una maggiore severità di implementazione per alcuni paesi.

Nel GDPR i cookie sono menzionati nel Considerando 30:

Le persone fisiche possono essere associate a identificativi online prodotti dai dispositivi, dalle applicazioni, dagli strumenti e dai protocolli utilizzati, quali gli indirizzi IP, a marcatori temporanei (cookies) o a identificativi di altro tipo, come i tag di identificazione a radiofrequenza. Tali identificativi possono lasciare tracce che, in particolare se combinate con identificativi univoci e altre informazioni ricevute dai server, possono essere utilizzate per creare profili delle persone fisiche e identificarle.

I cookie sono dati pseudonimi, cioè dati personali dove gli elementi identificativi sono stati sostituiti da altri elementi (quali stringhe di testo e numeri). I dati pseudonimi, a differenza di quelli anonimizzati, sono comunque ritenuti dati personali anche se soggetti ad una tutela ridotta, perché comunque incrociandoli con altre informazioni è possibile giungere all'identificazione della persona, o meglio all’identificazione univoca del dispositivo utilizzato per l’accesso e la navigazione online.

Questo è quanto si ricava dal Considerando 26, il quale aggiunge che il GDPR non si applica al trattamento di informazioni anonime per finalità statistiche e di ricerca, con ciò riprendendo le esenzioni previste per i cookie di analytics.

Essendo dati personali i cookie sono soggetti a consenso. Il consenso, in base al Considerando 32,

dovrebbe essere espresso mediante un atto positivo inequivocabile con il quale l'interessato manifesta l'intenzione libera, specifica, informata e inequivocabile di accettare il trattamento dei dati personali che lo riguardano, ad esempio mediante dichiarazione scritta, anche attraverso mezzi elettronici, o orale.

Ciò potrebbe comprendere la selezione di un'apposita casella in un sito web, la scelta di impostazioni tecniche per servizi della società dell'informazione o qualsiasi altra dichiarazione o qualsiasi altro comportamento che indichi chiaramente in tale contesto che l'interessato accetta il trattamento proposto. Non dovrebbe pertanto configurare consenso il silenzio, l'inattività o la preselezione di caselle. Il consenso dovrebbe applicarsi a tutte le attività di trattamento svolte per la stessa o le stesse finalità. Qualora il trattamento abbia più finalità, il consenso dovrebbe essere prestato per tutte queste. Se il consenso dell'interessato è richiesto attraverso mezzi elettronici, la richiesta deve essere chiara, concisa e non interferire immotivatamente con il servizio per il quale il consenso è espresso.

Il consenso, quindi, deve essere inequivocabile, libero, specifico e informato. Il GDPR non prevede che il consenso debba essere esplicito (tranne nei casi di trattamento di dati sensibili), può anche essere implicito purché dal comportamento dell’interessato non emerga alcun dubbio che abbia voluto conferire il consenso.
Il consenso per i cookie dovrà, quindi, essere impostato come opt-in, cioè occorre un comportamento, anche implicito ma inequivoco, dell’utente del sito che acconsenta all'utilizzo dei suoi dati. Poiché l’inerzia non costituisce consenso, è evidente che il consenso dovrà essere, appunto, preventivo, cioè richiesto, e conferito, prima dell’invio dei cookie al terminale dell’utente.

L’uso di “impostazioni tecniche per servizi della società dell'informazione”, cioè le impostazioni del browser di navigazione per fornire o rifiutare il consenso per i cookie, è ritenuto valido solo in circostanze specifiche, e cioè se, prima dell’invio dei cookie, l’utente è stato informato correttamente delle finalità degli stessi, e se i cookie sono tutti di tipo HTTP. Il CNIL francese chiarisce, infatti, che le impostazioni dei browser non consentono, allo stato, di gestire diversi tipi di tecnologie, come i flash cookie o tecniche di finger-printing. Inoltre, i browser sono generalmente impostati per accettare o rifiutare tutti i cookie, per cui un rifiuto determinerebbe l’impossibilità di accedere ad alcuni dei servizi forniti dal sito, e il consenso non sarebbe più considerabile come libero.

La libertà del consenso è elemento essenziale, e prevede che l’utente non debba subire conseguenze negative a seguito del mancato consenso, cioè non deve essere soggetto al ricatto di dover subire pubblicità commerciale volendo comunque usufruire dei servizi dei sito.
Lo stesso Garante italiano, con provvedimento del 31 gennaio 2008 ha chiarito che non può definirsi libero il consenso a ulteriori trattamenti dei dati personali che l'interessato debba prestare quale condizione per conseguire una prestazione richiesta.
Infatti l’articolo 7 del Regolamento chiarisce che “nel valutare se il consenso sia stato liberamente prestato, si tiene nella massima considerazione l'eventualità, tra le altre, che l'esecuzione di un contratto, compresa la prestazione di un servizio, sia condizionata alla prestazione del consenso al trattamento di dati personali non necessario all'esecuzione di tale contratto”.

Sempre il Considerando 32 prevede che,

Qualora il trattamento abbia più finalità, il consenso dovrebbe essere prestato per tutte queste.

Ciò vuol dire che il consenso deve essere specifico per ogni finalità. Se i cookie perseguono diverse finalità occorre un consenso per ognuna di esse.
Infine, sempre l’articolo 7 prevede che l’interessato ha diritto di revocare il proprio consenso in qualsiasi momento, “con la stessa facilità con cui è accordato”. Ovviamente la revoca del consenso non determina l'illiceità dei dati trattati precedentemente alla revoca, ma comporta che qualsiasi trattamento ulteriore diventi illecito.

Le regole future

La prossima regolamentazione dei cookie non differirà molto dall’attuale. Sarà armonizzata tra i paesi dell’Unione, prevederà un consenso preventivo (opt-in), che dovrà essere nel contempo anche granulare, potendo distinguere tra i vari cookie (e quindi i vari trattamenti), e comporterà la necessità di consentire la revoca del consenso con le stesse modalità con le quali il consenso è stato fornito.

Rimarranno le esenzioni dal consenso in casi specifici, così come è attualmente, con probabile estensione a tutta l’Europa per l’esenzione relativa ai cookie di Analytics, purché correttamente anonimizzati, così come suggerito dal Gruppo Articolo 29.

C’è da aggiungere che vi sono ulteriori ipotesi nelle quali non occorre raccogliere il consenso per i cookie. Ad esempio, l’attuazione di un contratto oppure specifici obblighi legali del gestore del sito sono motivi validi per l’utilizzo di cookie anche in assenza di consenso. Quindi, in caso di rilevamento di dati per motivi di sicurezza del sito o per la tutela da possibili frodi, il loro utilizzo è giustificato anche in assenza di consenso. A tali ipotesi si aggiungono gli interessi legittimi del controller (cioè il titolare del trattamento), che potrebbero giustificare l’utilizzo di cookie.

Nel GDPR, infatti, è prevista la possibilità di trattare dati sulla base dei legittimi interessi del controller, a meno che tali interessi non siano in contrasto con i diritti e le libertà fondamentali dell'interessato, in particolare se esso è un minore. Anche il legittimo interesse delle terze parti alle quali il controller fornisce i dati può autorizzare l'uso dei dati.
Il problema si sposta sulla genericità della definizione di legittimi interessi, che nella sua vaghezza può autorizzare molti trattamenti. Ad esempio, per una azienda di advertising l’invio di pubblicità comportamentale è legittimo interesse?
L’articolo 6 del GDPR stabilisce le condizioni per l’attuazione di un trattamento in base ai legittimi interessi, ponendo l’accento sul rapporto sussistente tra interessato e titolare del trattamento. In ogni caso è pacifico che anche in presenza di un trattamento basato sui legittimi interessi deve sempre essere possibile per l’utente richiedere la cessazione del trattamento (opt-out).

Tutte le perplessità

Permangono anche tutte le perplessità che già hanno colpito la prima implementazione della Cookie Law. I legislatori europei e i regolatori nazionali giustificano la Cookie Law asserendo che va a colmare un vuoto informativo importante. Fin dalla nascita del web le aziende tecnologiche hanno tracciato le abitudini degli utenti, controllando ogni suo comportamento. Con le più recenti tecnologie siamo arrivati a forme di sorveglianza di massa indiscriminata e permanente, con grave detrimento dei diritti fondamentali dei cittadini.

Negli anni la fiducia dei cittadini nei servizi online è in diminuzione, in particolare sono pochi i cittadini che si fidano della gestione dei loro dati da parte delle aziende (indagine TRUSTe Privacy index 2013, studio Microsoft).

TRUSTe Index UK 2013
TRUSTe Index UK 2013

Internet allo stato attuale è come un centro commerciale nel quale il titolare del centro non fa altro che vendere i suoi clienti agli inserzionisti, i produttori delle merci sugli scaffali, laddove il centro commerciale controlla passo passo cosa fa e cosa compra ogni singolo cliente. I profitti di Google, ma anche di Facebook e di altre aziende tecnologiche, vengono in gran parte proprio dallo sfruttamento di questo tipo di controllo. Questo è il prezzo che paghiamo per come è oggi Internet.

Quindi, è essenziale che le istituzioni stabiliscano delle regole che impongono dei limiti a tali attività di monitoraggio e sfruttamento dei dati dei cittadini. È anche vero, però, che la Cookie Law non pare abbia raggiunto lo scopo che si era prefissata, quello di rendere più consapevoli i cittadini delle attività di profilazione da parte delle aziende, così convincendoli a fare maggiore attenzione ai dati che condividono online, e quindi acquisendo una maggiore fiducia nei servizi online (eh, se no questo Mercato Digitale Unico non decolla!).

Sotto il profilo informativo la norma sicuramente ha portato i cittadini ad avere maggiore attenzione al problema dei cookie, ma più che altro perché sono bombardati quotidianamente da banner di tutti i tipi, forme e dimensioni. Ormai i banner dei cookie sono divenuti la nuova forma di spam del web.

Per capire l’inutilità dell’attuale regolamentazione basta immaginare una sessione di navigazione su smartphone, con passaggi da social network a siti esterni, per i quali l’utente dovrebbe, in teoria, cliccare sul banner e leggere tutta l’informativa privacy e cookie (su uno smartphone!) per una adeguata e completa informazione. E poi, sulla base delle informazioni lette, dovrebbe fornire il proprio consenso. Ma, quanti siti permettono un effettivo consenso? La quasi totalità dei siti chiede il consenso per tutti i cookie cumulativamente, molti siti legano tale consenso al click su un link nella pagina o più semplicemente allo scroll della pagina (che può avvenire anche inavvertitamente), così che il consenso non è mai realmente libero e consapevole. E praticamente nessun sito inserisce controlli per la revoca del consenso.

Inoltre, per come è attuata, la Cookie Law finisce per essere un pesante onere burocratico per i gestori di piccoli blog. Questi, se vogliono inserire plugin sociali nei loro siti (elemento ormai indispensabile per poter essere visibili sul web), rischiano pesanti multe in caso di mancato blocco preventivo dei cookie e non corretta gestione degli stessi. Non dimentichiamo, infatti, che anche il solo controllo dei cookie che veicola il sito comporta conoscenze tecniche non banali, e realizzare un sistema di controllo e gestione dei cookie granulare, con possibilità di revoca del consenso già dato, è sicuramente una questione tecnica per la quale occorrono capacità di programmazione avanzate.

Per cui anche l'utilizzo di social plugin, comporta l’attuazione di rigide regole di controllo e gestione dei cookie, anche se in realtà il controllo effettivo, e lo sfruttamento, dei cookie legati al social plugin dipende esclusivamente dall’azienda a cui fanno capo i plugin (es. Facebook). Il gestore di un sito risponde delle sue scelte, e quindi deve gestire (informativa, blocco preventivo e richiesta di consenso) i cookie anche di terze parti (es. un social network). Ma in realtà il gestore del sito non sa nulla di cosa fanno quei cookie e di quali dati trattano, quindi la sua richiesta di consenso non è realmente “informata”. Il gestore del sito si limita a rimandare alle policy dell’azienda titolare dei plugin e dei cookie.

Chi è iscritto ad un social network, e naviga in Internet loggato nel social network, di fatto ha già dato il consenso al tracciamento della sua navigazione tra i vari siti, anche al di fuori del social network, per cui l’ulteriore richiesta di consenso del gestore di un piccolo sito che usa i social plugin è ridondante, oltre che non sufficientemente “informata”. In tal senso il CNIL francese ritiene che il consenso già ottenuto da un sito può considerarsi valido e applicabile ad altri siti (navigazione cross domain) che utilizzano lo stesso cookie, così semplificando enormemente la gestione per i piccoli siti.

Ma, se l’utente non è iscritto al social network, oppure non naviga loggato, egli non dovrebbe essere tracciato dai social plugin. Ed è questa l’ipotesi che occorre regolamentare strettamente. Il problema è che i social network tendono a tracciare la navigazione delle persone indipendentemente da qualsiasi consenso, realizzando addirittura dei profili shadow (ombra) per utenti non iscritti al loro social. Il CNIL francese ha sollevato la questione ritenendo, come del resto anche il Garante belga, che il tracciamento dei non-utenti sia una violazione delle leggi europee. Il CNIL sostiene addirittura che il tracciamento della navigazione attraverso vari siti degli utenti iscritti, a mezzo dei plugin social, è comunque in violazione delle leggi in quanto il cookie è impostato dal plugin prima di qualsiasi consenso (è per questo motivo, infatti, che occorre il blocco preventivo dei cookie).

Nel caso del tracciamento dei non-utenti, un consenso chiesto dal gestore di un piccolo blog, per conto del social network (quindi quale processor), probabilmente non può ritenersi comunque valido a giustificare quel tipo di trattamento, ed è qui che la Cookie Law fallisce nel tutelare gli utenti del web (clicca qui per sapere chi realmente ti sta tracciando). Basta controllare pagina dei plugin del browser Firefox per verificare che le estensioni più utilizzate sono quelle che bloccano gli annunci, che l’attivazione del Do Not Track è in aumento, e gli utenti, per una tutela più efficace si rivolgono a programmi di terze parti quali Privacy Badger e Ghostery o Disconnect, piuttosto che basarsi sui banner e le regole di gestione dei cookie imposte dalla Cookie Law.
Per non dimenticare, poi, altri tipi di tecnologie che oggi vengono utilizzate, al posto dei cookie, per tracciare gli utenti, che non sono coperte dalla norma al riguardo.

In tale quadro si sono inserite numerose piccole aziende che hanno realizzato, a pagamento ovviamente, delle soluzioni (talvolta insufficienti, dando così un errato senso di sicurezza di conformità alla legge) per la gestione dei cookie. Ad una analisi accurata moltissimi siti web non sono conformi alla legge europea, se questa fosse applicata alla lettera.

Con l'avvento delle nuove tecnologie che consentono a tutti i cittadini una partecipazione attiva e quindi l'attuazione costituzionale della sovranità popolare, risulta paradossale imporre oneri defatiganti in caso di apertura di siti e blog online. La Cookie Law, per come è congegnata, invece, sembra proprio invogliare le persone, per non dover rischiare multe o pagare esperti di programmazione, ad usufruire di account su piattaforme specializzate (Blogger, Facebook), così ottenendo paradossalmente che i cittadini si trasferiscano all’interno degli ecosistemi tecnologici delle grandi aziende americane (tra l’altro chiusi, cioè che non dialogano tra di loro con conseguente effetto lock-in, cioè il cliente una volta entrato avrà difficoltà enormi a lasciare quella piattaforma), col risultato di fornire, più o meno spontaneamente, tutti i propri dati alle aziende tecnologiche. Insomma, per tutelare la tua privacy ti spedisco tra le fauci dei maggiori raccoglitori di dati del web.
Forse, qualcosa non ha funzionato.

Quello che occorre adesso è un ripensamento delle regole, in modo che la qualità dell’informazione su queste problematiche sia maggiore e nel contempo siano ridotte le richieste di consenso per invogliare i cittadini ad usare le nuove tecnologie.

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Wikileaks, elezioni USA e Russia: chi c’è dietro le mail hackerate del Partito Democratico?

Le elezioni presidenziali negli USA portano dietro sempre grandi storie ma spesso anche grandi misteri e accese discussioni. Un attacco hacker internazionale con lo zampino russo però rischia di stabilire un nuovo record.

Pochi giorni dopo la fine della convention repubblicana, che ha nominato Donald Trump candidato presidenziale per le prossime elezioni e il giorno stesso dell'inizio della equivalente assemblea democratica, l'FBI ha aperto ufficialmente un'inchiesta sulle email scambiate dal Democratic National Committee pubblicate in blocco da Wikileaks il 22 luglio.

Il DNC è l'organo di governo del Partito Democratico negli Stati Uniti e si occupa anche, tra le altre cose, di organizzare la Convention da cui uscirà ufficialmente il candidato presidenziale. In quanto organo principale del partito – e non di una corrente o di un singolo – è fondamentale che questo giochi un ruolo imparziale nel corso delle primarie per la selezione del candidato. Primarie che sono fortemente combattute, tanto più che la vera campagna elettorale, con i conseguenti colpi più duri, avviene in questa fase. Basti pensare che tra le due convention e le elezioni vere e proprie passano solamente pochi mesi (si terranno infatti l'8 Novembre 2016).

Subito dopo la pubblicazione dei leak, i media statunitensi hanno cercato di verificare se il DNC ha agito in maniera parziale, a favore di uno dei due candidati. Mai i risultati sono stati deludenti: nessuno insomma è stato in grado di trovare tra le 19.252 email la cosiddetta "pistola fumante", la prova che il Partito Democratico remasse contro il candidato "troppo di sinistra" Sanders per favorire il più ben visto personaggio che dovrà a tutti costi battere Trump, Hillary Clinton.
Lo "scandalo a metà" ha portato alle dimissioni della carica più alta del DNC, Debbie Wasserman Schultz: infatti, nonostante sia difficile poter dichiarare che le primarie siano state viziate a favore della ex first-lady, sicuramente Schultz non ha saputo mantenere quel ruolo super partes o almeno, esterno alla naturale competizione che la sua posizione richiede.

I dubbi sul metodo Wikileaks

Al di là del contenuto delle email del direttorio del Partito Democratico, oggetto di investigazioni – e quindi polemiche e speculazioni – è il modo in cui l'associazione no-profit di Julian Assange sia venuta in possesso di tali dati. Questo perché, alla luce dei fatti emersi, in molti hanno messo in dubbio l'originalità e l'integrità dei leaks rilasciati.

Il momento zero, il punto di partenza della storia, è il 14 Giugno 2016, quando viene diffusa la notizia che qualcuno ha penetrato i sistemi del DNC e ha sottratto una copia del dossier su Donald Trump a uso interno del partito: più che il contenuto del dossier, a fare notizia è piuttosto la grave falla nella sicurezza interna, con un certo richiamo storico a quando, con ben altre tecnologie, la sede del DNC era controllata da cimici piazzate dall'allora presidente Nixon, una "cosuccia da niente" chiamata Watergate, per capirci.

In seguito a questo episodio, i democratici hanno chiamato a indagare sull'accaduto una delle più grandi società di sicurezza informatica in circolazione, la CrowdStrike che, dopo le indagini svolte nel maggio 2016, il 15 giugno pubblica un dettagliato rapporto sull'intrusione e sullo stato dei sistemi del DNC.

Sintetizzando e tralasciando i tecnicismi del report, la CrowdStrike individua due soggetti responsabili dell'attacco e li colloca addirittura in due diverse agenzie di intelligence russe: la società tiene a precisare anche come sia tipico della Russia operare in simili operazioni con più "identità" contemporaneamente. Non è un segreto che le agenzie governative nel paese di Putin si mettano in concorrenza l'una contro l'altra:

Mentre virtualmente non vedreste mai l'intelligence di un paese occidentale attaccare lo stesso obiettivo senza evitare conflitti interni per paura di compromettere reciprocamente le operazioni tra le diverse agenzie, in Russia questo non è uno scenario insolito.

In buona sostanza, sono i metadata dei file (le informazioni che ciascun file porta con sé, tutto ciò che non sia prettamente contenuto) che portano la CrowdStrike sulla pista russa: tracce di alfabeto cirillico e l'utilizzo di strutture informatiche di appoggio già collegate ai russi in altri attacchi.

Invece il 15 giugno, con un post su un blog creato appositamente – e con un parallelo annuncio su Twitter – un hacker denominato GUCCIFER_2 reclama la responsabilità dell'attacco. GUCCIFER_2, proprio come il primo (e vero) Guccifer, hacker famoso per aver compromesso Yahoo, AOL e anche Facebook, dice di essere rumeno e l'unico coinvolto in questa operazione contro il DNC.
Nessun russo, nessuna cospirazione, solo un singolo individuo, che poi passerà i documenti a WikiLeaks.

Ma la credibilità del presunto rumeno è molto bassa: in una intervista con Motherboard egli sembra parlare male sia l'inglese che il rumeno stesso. Una serie di incongruenze e difficoltà, anche tecniche, che fanno ipotizzare al giornalista che dietro, più che un individuo, ci sia un team organizzato.

via xkcd

L'importanza della fonte

Perché in questo caso è importante conoscere la fonte – tanto più che di solito è mantenuta segreta a sua protezione, tranne in alcuni rari casi, dal destino finora non felice, come Manning e Snowden –?

Lo scenario politico internazionale è già molto caldo e complesso. Da un lato, la Russia di oggi, una delle più grandi potenze mondiali dove i diritti civili hanno forti difficoltà a essere riconosciuti, che ospita Edward Snowden, il whistleblower che ha scoperchiato la noncuranza dell'intelligence americana rispetto agli stessi diritti civili. Dall'altro, Donald Trump, il candidato presidenziale repubblicano, che secondo il Partito Democratico, sorride a Putin. Ora, se uno stato nella posizione della Russia si rende complice (fino a che punto?) di un attacco come quello subito dal Partito Democratico, si scende nel campo dello spionaggio puro e semplice e riuscire a distinguere il falso dal vero diventa impresa ardua. Per questo poter verificare la fonte delle informazioni pubblicate da Wikileaks diventa di fondamentale importanza.

Nessuno può garantire infatti che le email non siano state, anche in minima parte, contraffatte dall'intelligence russa. Anzi, proprio le tracce di metadati in cirillico fanno nascere il sospetto che qualcosa sia stato cambiato, anche se basta aprire un documento per modificare i metadati, un hacker esperto di questo calibro avrebbe potuto evitarlo. Modifiche fatte apposta per screditare la candidata Clinton in favore di un Trump vicino al leader russo, forse. Ma perché non c'è nessuno che riesca a validare quanto rilasciato? Semplicemente perché diversamente da altre volte, tutti i soggetti coinvolti hanno propri interessi in ballo.

Il Partito Democratico non potrebbe confutare i documenti pubblicando una versione "autentica" perché avrebbe tutto l'interesse a mostrarsi "innocente" ed estraneo a una eventuale politica interna pro-Clinton.
Wikileaks, da un lato deve difendere il proprio operato e non può rischiare di sentirsi complice di un complotto internazionale ordito dalla Russia, dall'altro non può in alcun modo rivelare la sua fonte, ammesso che poi anche questa mossa possa essere di aiuto.

Possiamo dire che fortunatamente non è stato trovato nulla di scandaloso all'interno del leak pubblicato. Quello che è certo è che, oltre il merito, la discussione che può e deve essere sollevata è sul metodo di divulgazione dei documenti: appare rischioso e potenzialmente compromesso, almeno in questo caso, quello utilizzato da Wikileaks in cui tutto il materiale viene pubblicato in blocco online. Al contrario, assume sempre più valore l'operato di Snowden che, mettendoci letteralmente la faccia, ha deciso di affidare a dei giornalisti competenti le informazioni in suo possesso in modo che fossero accuratamente selezionate, verificate e pubblicate con oculatezza. Come dice Thomas Rid in un articolo su Motherboard che analizza in dettaglio l'hack, in queste situazioni non è necessario eseguire il "sabotaggio" alla perfezione ma basta instillare il dubbio, sfruttare gli stessi alti standard del giornalismo investigativo per poter distruggere la reputazione di una fonte fino ad ora dimostratasi affidabile.

Aggiornamento: in una intervista con Democracy Now! Julian Assange dichiara questo a proposito delle fonti del leak:

In relazione alle fonti, qualcosa la posso dire. In primis, non riveliamo mai le nostre fonti, ovviamente. Questo è quello di cui andiamo fieri, e non lo faremo neanche in questo caso. Nessuno sa quale sia la nostra fonte in questo caso, sono pure speculazioni. Credo anche io che sia interessante e accettabile farsi domande in merito a quali siano le nostre fonti, ma se stiamo parlando del DNC, ci sono moltissimi consulenti e programmatori che hanno accesso ai sistemi: infatti il DNC è stato hackerato decine e decine di volte. Anche a detta loro, i sistemi sono stati costantemente violati negli ultimi anni. E le date delle email che abbiamo pubblicato dimostrano che queste sono successive a tutti gli attacchi che il DNC ha subito - tutti tranne forse uno, c'è poca chiarezza su una data.

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Attentati solitari e disturbi mentali: verso una nuova forma di terrorismo?

Ha collaborato Angelo Romano

Realizzati da persone mentalmente disturbate e apparentemente senza alcun legame con organizzazioni terroristiche. Sono queste le caratteristiche degli ultimi attentati, come a Nizza (dove un giovane tunisino, residente nella cittadina francese, ha ucciso 84 persone investendole con un camion), che stanno spingendo a nuovi livelli di indagine le forze di polizia e alimentando un dibattito internazionale tra gli esperti sulle nuove forme di terrorismo e l’approccio di media e governi al riguardo.

Cosa dice l'Europol
Il dibattito sui media internazionali

Cosa dice l'Europol

L’Europol, l’ufficio europeo di polizia contro la criminalità organizzata e il terrorismo, ha scritto nel rapporto Lone actor attacks che i quattro attentati terroristici compiuti da killer solitari che si sono verificati negli ultimi mesi a Orlando (negli Stati Uniti d’America), a Magnanville e a Nizza in Francia e a Würzburg in Germania, dove un richiedente asilo 17enne afgano ha aggredito a colpi di ascia i passeggeri di un treno, mostrano le difficoltà operative per le autorità di scoprirli e fermarli.

Siamo di fronte, continua l’ufficio europeo di polizia, a una modalità di attacco favorita sia dal cosiddetto Stato Islamico che da al-Qaeda, due organizzazioni terroristiche in conflitto tra loro: “l’IS ha presentato due opzioni per i musulmani che vivono in Occidente: migrare nel territorio dello 'Stato Islamico' o effettuare un attacco terroristico dove vivono. Da parte sua, al-Qaeda considera strategici gli attacchi degli attentatori solitari”.

Questo quando nel 2015 ci sono stati più di 1000 arresti in Europa per reati legati al terrorismo, con 687 dei quali inerenti al terrorismo jihadista. È la Francia che ha registrato il più alto numero di arresti totali (424), seguita dalla Spagna (187) e il Regno Unito (134). Si tratta inoltre di detenuti sempre più giovani: 268 degli arrestati nel 2015 erano sotto i 25 anni di età, contro i 87 del 2013, scrive Politico.

Nessuno collegamento diretto con IS

Afferma l’Europol che, in base alle proprie informazioni, nonostante le rivendicazioni, nessuno dei quattro attacchi “sembra essere stato programmato, logisticamente supportato o eseguito direttamente da IS”. Infatti, la fedeltà annunciata al Califfato da parte dei responsabili degli attacchi di Orlando, Magnanville e Würzburg indica più che altro che si trattava di sostenitori, mentre manca la prova di un coinvolgimento effettivo e diretto. Per quanto riguarda poi il killer di Nizza, non c’è ancora la certezza che si considerasse un membro di IS.

Le nuove modalità delle rivendicazioni

Nei comunicati pubblicati da Amaq – l’agenzia affiliata all’IS che dichiara di aver ricevuto le informazioni da una “fonte” non identificata – gli autori degli attentati vengono definiti “soldati del Califfato” o “Combattente dello Stato Islamico”. Una dicitura differente rispetto alle rivendicazioni degli attacchi di novembre del 2015 a Parigi e a Bruxelles nel marzo scorso dove si poteva leggere che i terroristi erano suoi membri. Questa differenziazione, scrive l’Europol, potrebbe indicare che IS vuole mantenere un certo livello di “affidabilità”, nel caso dovesse emergere una informazione che contraddice la sua rivendicazione.

I problemi mentali degli attentatori solitari

Altra importante questione è il peso avuto dai potenziali problemi di salute mentali di diversi attentatori nei gesti da loro compiuti, rispetto alla religione e l’ideologia. Mohamed Lahouaiej Bouhlel, il killer di Nizza, aveva sofferto di un disturbo psichiatrico grave. Nel dicembre del 2014, due attacchi con simili modalità si sono verificati in Francia. In entrambi i casi gli autori sembravano soffrire di malattie mentali.

Recenti ricerche accademiche hanno mostrato che circa il 35% degli autori di attacchi solitari che si sono verificati tra il 2000 e il 2015 ha sofferto di un qualche tipo di disturbo di salute mentale. Nel rapporto di Europol sulle variazioni del modus operandi di IS si legge anche che a una parte significativa di “foreign fighters” sono stati diagnosticati problemi di salute mentale prima di entrare in IS.

L’influenza dell’ideologia jihadista

Infine, comunque, non bisogna sottovalutare il potere motivante del discorso jihadista nei confronti di determinate persone: l’idea di fornire sicurezza al ‘popolo musulmano’ come risposta all’intromissione (percepita o reale) degli ‘stranieri’ è il tema centrale nei messaggi videoregistrati degli attentatori a Magnaville e Würzburg. Proprio nei casi in cui l’autore ha un disturbo mentale, l’ideologia potrebbe avere un effetto aggravante.

Il dibattito sui media internazionali

Una nuova forma di terrore

Gli attentati di Nizza e di Orlando mettono in crisi le categorie abitualmente utilizzate per dare una spiegazione di stragi e attentati. Di solito, scrive Peter Beaumont sul Guardian, parliamo di “lupi solitari” quando i responsabili sono bianchi, finendo con il focalizzarci su eventuali problemi sociali e psicologici, e di “terroristi”, quando si tratta di musulmani. Ma cosa fare ora che questa distinzione diventa sempre più sfumata e poco chiara? Cosa fare quando un individuo instabile — forse già incline a pensieri grandiosi, mortali e narcisistici — prende in prestito le forme e le idee di un certo tipo di uccisione di massa solo perché sono familiari?

Il punto cruciale è capire che a IS non importa questa distinzione. Quel che gli interessa è l’efficacia del gesto, della sua capacità di spaventare, dividere e destabilizzare e che si percepisca che un attacco di così grande forza sia ispirato dallo "Stato Islamico".

Perché è così difficile definire cos'è il terrorismo

Intervistato su Le Figaro, Francois-Bernard Huyghe, direttore di ricerca presso l’Istituto di relazioni internazionali e strategia (Iris), spiega perché è così difficile definire precisamente che cos’è il terrorismo. La diversità delle procedure, degli obiettivi, l’assenza o la presenza di complici, possono permettere di stabilire una distinzione tra al-Qaeda, i fratelli Kouchi (autori della strage nella redazione di Charlie Hebdo) e Anders Breivik (il killer norvegeve di Oslo e Utøya)?

Come prima cosa Bernard Huyghe ricostruisce la storia della parola “terrorismo”. Il termine appare per la prima volta nel dizionario della rivoluzione francese nel 1793 e indica il terrorismo di Stato. Successivamente è ripreso alla fine del XIX secolo da parte dei movimenti anarchici e nichilisti russi che parlavano di strategie “terroristiche”, dando una connotazione positiva alla parola (la lotta rivoluzionaria contro lo Stato). Negli anni ’30, la parola indica genericamente la pratica degli attentati. Durante la seconda guerra mondiale, poi, il senso del termine diviene ambiguo, perché ad esempio i nazisti lo useranno per indicare le azioni della Resistenza. Da qui il senso moderno della parola:

Un gruppo clandestino che commette attentati per uno scopo politico al fine di provocare una reazione della classe politica o dell’opinione pubblica.

Così oggi, continua Huyghe, si parla di terrorismo (in base al codice penale francese) quando si mettono delle bombe, si spara sulla gente, si commettono cioè degli atti criminali gravi con in più l’obiettivo di colpire l’ordine pubblico. Nei sistemi giuridici anglosassoni, il termine terrorismo viene usato quando ci si riferisce a gruppi organizzati che diffondono il terrore per intimidire la popolazione e le autorità.

Il professore spiega che l’Onu non è riuscita comunque a raggiungere una definizione condivisa su una terminologia comune, nonostante nel 1996 fosse stata creata una Commissione ad hoc. Difficoltà che derivano dalle varie considerazioni politiche al riguardo: «Prendete il Fronte di liberazione nazionale durante la guerra d’Algeria, alcuni diranno “naturalmente è stato terrorismo, hanno ucciso persone innocenti”, mentre altri risponderanno “si trattava di un movimento di resistenza che combatteva per l’indipendenza”».

Per Huyghe, dunque, il punto è che il “terrorismo” in sé non esiste: non è cioè un’idea come il marxismo o il capitalismo, ma un metodo di combattimento, una strategia.

Così, quello che pratica l’IS in Siria e in Iraq — dove il Califfato si è stabilito — non è terrorismo, ma guerra. Mentre in Europa hanno utilizzato il terrorismo classico: lo "Stato Islamico" è in grado di inviare un commando che si è addestrato in Siria, come il 13 novembre scorso a Parigi, o convincere gli individui “radicalizzati in poco tempo” come il camionista a Nizza. L’IS permette di agire senza guida e incoraggia il cosiddetto “terrorismo di prossimità”. Riguardo i possibili problemi psicologici degli attentatori, lo studioso afferma che avere dei disturbi non esclude che uno sia una terrorista, anche se non agisce in una cellula. Infine non si può parlare di veri e propri “lupi solitari”, perché c’è sempre un “cugino” che può aiutare, un “fratello” che può fornire delle armi.

Una nuova figura di attentatore

Mohamed Lahouaiej Bouhlel costituisce, scrive Aude Massiot su Liberation, una nuova figura di attentatore, con un modo di agire incomprensibile alla luce dei precedenti attacchi in Europa. Il suo gesto, che pure trova terreno fertile nel passato di violenza domestica, di problemi con la giustizia e di depressione, potrebbe segnare l’inizio di una nuova strategia dell’Isis che consiste nel rivendicare tutte le azioni violente e simboliche che corrispondono più o meno fedelmente ai modi di operare del gruppo terrorista.

Secondo Farhad Khosrokhavar, sociologo all’Ecole des Hautes Ètudes en Sciences Sociales (EHESS) di Parigi e specialista di Islam in carcere, nel gesto di Bouhlel non ci sono dimensioni ideologiche. Ci troviamo di fronte a una figura di “eroe negativo”, un individuo che si sente rifiutato dalla società e che dall’odio sociale provocato dall’attentato commesso ottiene la sua glorificazione nella morte.

Per Hugo Micheron, dottorando al Centro di Ricerche Internazionali (CERI) di Scienze Politiche, l’attentato è conseguenza della radicalizzazione di Bouhlel, il cui profilo, però, si avvicina più a Omar Mateen (l’autore del massacro del 12 giugno di Orlando, in Florida) o Larossi Abballa (assassino di due poliziotti il 13 giugno a Magnanville), che agli autori degli attentati di Parigi del 13 novembre 2015. «Le indagini stanno mostrando che l’autore dell’attentato aveva premeditato l’attacco, seguendo una modalità auspicata dallo Stato Islamico», prosegue Micheron. Per il ricercatore, la strage di Nizza è il risultato della nuova strategia, adottata di recente dall’Isis, che ha invitato i suoi militanti a non andare più in Siria e ad agire direttamente nei paesi in cui si trovano. «Questo cambiamento è grave perché testimonia un potenziamento dell’azione di Is in Francia. La popolarità delle tesi dello "Stato Islamico" consente alle persone di agire senza essere necessariamente in contatto con il centro operativo dell’organizzazione terroristica».

La differenza tra Isis e Isis-ish

William McCants, autore del libro ‘ISIS apocalypse’, parlando di quegli attentatori — giovani instabili con un passato criminale — che uccidono in nome dell’IS anche non avendo legami con il gruppo terroristico islamico, li definisce “ISIS-ish”. Si tratta di un fenomeno molto diffuso in Europa. Per McCants dietro questi gesti che alcuni di loro ritengono essere ispirati da motivazioni “alte”, come la salvezza della propria fede e della comunità religiosa, c’è un misto di motivazioni personali e “profane”, come ad esempio l’odio per gli omosessuali.

In questo scenario si potrebbe pensare che alcuni di questi uomini e donne vogliano morire nel modo più spettacolare anche se non credono realmente alla causa. Ma chi studia la furia omicida dei killer spiega che è difficile distinguere tra convinzioni ideologiche e motivazioni inconsce e personali.

Questa distinzione è comunque irrilevante per il Califfato che spera che questi attentati compiuti dai suoi “fan”, indipendentemente dalle loro reali motivazioni, convincano i paesi colpiti ad abbandonare la coalizione militare contro di esso. Inoltre, si viene a creare un circolo vizioso che nei prossimi anni porterà a una maggiore presenza di aggressori Isis-ish: questa tipologia di attacchi fa pensare che ogni cittadino musulmano possa essere un potenziale “lupo solitario”. Il clima di sospetto e paura, che si genera, porta a scrivere leggi contro la comunità islamica (come il divieto di indossare il velo), che crea un maggiore terreno fertile per il “reclutamento” dell’Is.

Chi è un terrorista e chi un folle?

Negli anni dello "Stato Islamico", in cui gli strumenti del terrorismo appaiono sempre più rozzi e confusi, vi è stata una rivisitazione del concetto comune di chi è e chi non è un terrorista, scrivono Mark Mazzetti e Eric Schmitt sul New York Times. Le istanze di violenza sfrenata di aggressori squilibrati, come a Nizza o a Orlando, vengono giudicate rapidamente opera di terroristi. Questo accade anche quando l’evidenza che gli aggressori avessero legami diretti con i gruppi terroristici non è immediatamente riscontrata e quando questi killer non rientrano nella definizione classica di terroristi, cioè coloro che usano la violenza per far avanzare un programma politico.

«Molti di questi esempi sono ai margini rispetto al concetto che noi abbiamo di terrorismo», dice ai giornalisti Daniel Benjamin, un ex coordinatore del Dipartimento di Stato per la lotta al terrorismo e professore al Dartmouth College. Ma, continua Benjamin, «lo Stato islamico e il jihadismo sono diventati una sorta di rifugio per alcune persone instabili che vogliono riscattare le loro vite» morendo in nome di una causa. Un meccanismo che ha portato anche i mezzi di informazione e i governi a trattare la violenza come quella di Nizza in maniera differente rispetto ad altri attacchi di massa, come le sparatorie nelle scuole americane e nelle chiese che sono state compiute da persone non musulmane.

Si tratta di una lettura che agli stessi governi porta un vantaggio perché dà la sensazione ai cittadini nervosi e impauriti che esistono un ordine nel caos della violenza e una strategia per fermarlo. Ad esempio, dopo l’attentato a Nizza, i funzionari francesi si sono impegnati ad aumentare le risorse alla campagna di bombardamenti contro il cosiddetto Stato islamico in Siria e Iraq. Questo nonostante gli esperti di terrorismo mettano in guardia che proprio perché l'IS sembra riscuotere un grande fascino nelle persone mentalmente squilibrate e ai margini della società, fare campagne militari in Siria e in Iraq non riduce la possibilità di atti di violenza in altri paesi per conto del gruppo terroristico.


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Leggi anche Isis e lupi solitari: i terroristi perfetti, sempre più frequenti, sempre più letali di Fabio Chiusi

LINEE GUIDA AI COMMENTI

Dossier sulla povertà in Italia

di Angelo Romano e Andrea Zitelli

Il tema delle marginalità sociali è stato una delle chiavi di lettura più utilizzate per spiegare l’esito delle ultime elezioni amministrative. In diverse città importanti, come Roma, Torino e Bologna, amministrazioni e leadership, che sembravano consolidate, sono state messe in forte discussione.

Le periferie, utilizzate in larga parte come metafora delle diseguaglianze sociali, sono divenute il simbolo di un punto di svolta politico e amministrativo. Le periferie estreme (ai limiti e oltre il Grande Raccordo Anulare) e quelle storiche (come Tiburtino, Tufello, Prenestino, Cinecittà) segnano la vittoria di Virginia Raggi a Roma, a Bologna, il candidato del Pd, Virgino Merola, sindaco uscente e poi rieletto, perde più consensi nelle sezioni delle aree più povere, a Torino, si è fatta strada la narrazione delle due città: la Torino che sfavilla e quella che soffre. Chiara Appendino, secondo le analisi del voto, sarebbe riuscita a essere credibile a tutti gli esclusi.

Già due anni fa, Luca Ricolfi, all’indomani delle elezioni europee, scriveva che i partiti erano incapaci di vedere sei milioni di deboli, di persone escluse dal mercato del lavoro, che per la loro bassa posizione sociale hanno scarso controllo sul proprio destino.

Proprio ieri, inoltre, è iniziata alla Camera la discussione del disegno di legge delega del governo sul contrasto alla povertà e all’esclusione sociale. Un primo testo che si pone grandi obiettivi ma che ha già avuto diverse critiche.

Povertà assoluta in Italia
Il rischio povertà in Italia
Cosa prevede la legge delega del governo
La povertà in Europa e il confronto con l'Italia

Povertà assoluta in Italia

Secondo l’Istat, nel 2015, ultimo dato disponibile, il 7,6% (cioè 4 milioni e 598mila cittadini) della popolazione italiana si trova in condizione di povertà assoluta (calcolata sulla valutazione monetaria di un paniere di beni e servizi ritenuti essenziali per evitare gravi forme di esclusione sociale). Si tratta, specifica l'Istituto di statistica, del "valore più alto dal 2005". Una situazione che riguarda un milione e 582mila famiglie residenti in Italia.

Dopo che nel 2012 era salita al 5,6%, l’incidenza di povertà assoluta è rimasta stabile intorno al 6% negli ultimi tre anni per le famiglie, mentre è in crescita in termini di individui (7,6% nel 2015, 5,9% nel 2012).

Dati leggermente più alti rispetto a quelli del 2014, che avevano registrato una stabilizzazione della povertà assoluta, portando il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, ad affermare: «L'Italia ha oggettivamente svoltato ma c'è ancora tanto da fare». A questa valutazione ottimistica, Chiara Saraceno, sociologa che da anni studia il tema della povertà, aveva risposto, intervistata su Vice Italia, che la "svolta" ci sarebbe stata «con la diminuzione della povertà» mentre invece «questa è solo una battuta d'arresto di un trend negativo [...]. Anche perché veniamo da tre anni di aumento costante, e negli ultimi due anni questi aumenti erano stati sensibili».

I fattori che incidono: diseguaglianza Nord-Sud, famiglie numerose, titolo di studio di basso livello e giovane età

L’impatto della povertà assoluta, inoltre, non è lo stesso su tutta la popolazione coinvolta. Sono diverse le cause che incidono sullo stato di miseria di una famiglia o di una persona: zona geografica di nascita o residenza, numero di persone nel nucleo familiare, stato sociale, titolo di studio, ecc.

Il fenomeno, ad esempio, è più diffuso al Sud, rispetto al Centro e Nord Italia. Sono infatti 744mila le famiglie nel Mezzogiorno (l’9,1% del totale) – che corrispondono a circa 2 milioni di persone (il 47% del totale) – in stato di povertà assoluta, certifica sempre l’Istat.
Sempre riguardo il territorio italiano, cambiano inoltre le aree di disagio tra Nord e Sud: “in media, l’incidenza della povertà assoluta è più alta nei Comuni di area metropolitana. I valori più alti si registrano nel Mezzogiorno per i grandi Comuni, al di sopra cioè dei 50mila abitanti (9,8%), le periferie di area metropolitana (8,4%, quasi il 3% in più rispetto al 2014) e per gli altri Comuni (8,8%). Nel Centro per i grandi Comuni e le periferie di area metropolitana (6,4%), mentre nel Nord per i Comuni di area metropolitana (9,8%)”.

Secondo Svimez (Associazione per lo sviluppo dell'industria nel Mezzogiorno), nel suo ultimo rapporto (del 2015) sullo stato dell’economia del Sud, questa disuguaglianza tra Centro-Nord e le regioni meridionali che dura da tempo e che si è ampliata negli ultimi anni per effetto della crisi iniziata otto anni fa che ha lasciato in eredità al Sud un vero e proprio tracollo occupazionale con 576mila posti persi nel solo Mezzogiorno rispetto agli 811mila complessivi spariti in Italia tra il 2008 e il 2015, “costituisce una determinante strutturale della disuguaglianza italiana complessiva” e può incidere nella crescita dell’Italia.

Per quanto riguarda le famiglie, l’Istat ha registrato che nei nuclei con più persone l’incidenza della povertà assoluta aumenta: “con cinque o più componenti (si arriva al 17,2%), soprattutto se coppie con tre o più figli (13,3%)". Peggiorano le condizioni delle famiglie composte da quattro persone (si passa dal 6,7% del 2014 al 9,5% del 2015), in particolare delle coppie con due figli (dal 5,9% all'8,6%).

Una situazione quindi che vede da una parte le coppie con più figli maggiormente in difficoltà economica rispetto a quelle con un solo figlio e al nucleo familiare formato da una sola persona anziana. Inoltre, denuncia l’Associazione Nazionale Famiglie Numerose “dal 2006 al 2014 l’incidenza di povertà assoluta per le famiglie con 3 e più figli minori è più che triplicata, passando dal 6% al 18,6%”.

Ci sono anche altri due fattori tra le cause dell’aumento della povertà nelle famiglie: la bassa età e il basso titolo di studio della persona di riferimento. L’incidenza di povertà assoluta, infatti, cala con l’aumentare dell’età e del titolo di studio della persona di riferimento.
Le conseguenze dalla contrapposizione tra giovinezza e vecchiaia non si fermano solo alle famiglie ma coinvolgono anche i singoli individui: gli over 65 infatti sono meno poveri dei più giovani.

Risultati dovuti anche al fatto che nel corso degli anni, soprattutto durante la recente crisi, l’incidenza e i profili della povertà assoluta si sono modificati: il cambiamento più evidente ha riguardato i giovani, anche al Centro-Nord, che hanno avuto difficoltà nel sostenere il peso economico della prima fase del ciclo di vita familiare. Una situazione dovuta alla scarsa e precaria domanda di lavoro.

Nello stesso tempo c’è stato un miglioramento della condizione degli anziani, tranne che per le donne con la loro pensione di importo modesto e che sempre più spesso vivono con figli che non riescono con facilità a raggiungere un’indipendenza economica. Dal 2009 al 2014 si è registrato infatti un aumento progressivo della quota di persone che vivono in situazioni di sovraffollamento abitativo: dal 23,3% si è passati al 27,3%.
“La presenza di trasferimenti pensionistici”, spiega l’istituto nazionale di statistica, “ha rappresentato un’importante rete di protezione, che in molti casi ha impedito il peggioramento della condizione economica delle famiglie”.

Inoltre, come documenta la Banca d’Italia, “l’incidenza della povertà è più elevata nelle famiglie nelle quali il capofamiglia è un disoccupato, ma avere un lavoro non mette al riparo dal rischio di povertà”. Si tratta dei cosiddetti working poor, cioè “i poveri da lavoro”. La sociologa Saraceno spiega che ci sono varie cause dietro questo fenomeno, non presente solo in Italia, anche se è più diffuso che nel resto d’Europa:

«Innanzitutto ci sono molti lavori pagati molto poco. Inoltre il nostro è un paese in cui le famiglie monoreddito sono più numerose della maggioranza dei paesi sviluppati, perché il tasso di occupazione femminile è più basso. Infine, non abbiamo un sistema universalistico di trasferimenti monetari alle famiglie, e quello che c'è non è nemmeno tanto generoso. Non a caso, sono le famiglie operaie che corrono più il rischio di essere working poor. In più con la crisi, ma questo è successo anche in altri paesi europei, è aumentato molto il part-time involontario e i lavori insicuri».

La povertà è più accentuata nelle famiglie di stranieri

Una situazione ancora più difficile invece la vivono le famiglie con stranieri. La povertà assoluta infatti è più diffusa rispetto a quelle formate da soli italiani: l’incidenza per queste ultime è pari al 4,4% (in miglioramento rispetto al 5,1% del 2013), mentre per le famiglie miste è il 14,1% (più 1,2% rispetto al 2014). Ancora peggiore è la condizione delle famiglie composte da soli stranieri: l’incidenza della povertà assoluta raggiunge in questo caso il 28,3%, segnando un aumento di quasi il 5% rispetto all'anno precedente. Ragionando a livello territoriale, la povertà tra le famiglie di stranieri è stimata essere al Nord 16 volte superiore e al Centro 10 volte a quella delle famiglie di italiani, nel Mezzogiorno risulta circa tripla.

In Italia vive 1 milione di minori in povertà assoluta

Di questo disagio economico a risentirne di più sono i minori all’interno delle famiglie. Nel 2014, certifica sempre l’Istat, il fenomeno ha riguardato 571mila famiglie: gli under 18 coinvolti sono stati 1 milione e 45mila, pari al 10% dei minori residenti in Italia. Un numero che è raddoppiato rispetto a cinque anni fa e triplicato se si guarda al 2008.

Nell’identikit di questi minori si legge che: la maggior parte vive al Nord e nel Mezzogiorno; la classe di età più coinvolta (l’11,2%) è quella dai 14 ai 17 anni, ma poiché i minori tra i 7 e i 13 anni sono più numerosi, è questa la fascia in cui si ha il numero maggiore di ragazzi in povertà assoluta; la quasi totalità ha genitori con un titolo di studio non elevato (nel 97% dei casi si tratta del diploma di scuola media superiore); la maggioranza ha un solo genitore occupato (60%), per lo più con un basso profilo professionale.
Infine, i minori stranieri rappresentano quasi i due terzi (il 63%) dei minori in povertà assoluta nel Nord e il 14% nel Mezzogiorno. In totale, su 1 milione e 45 mila minori, 430 mila sono stranieri.

via Lettera43
via Lettera43

Il rischio povertà in Italia

Più di una persona su quattro in Italia è a rischio povertà o esclusione sociale. Le stime dell’Istat si riferiscono al 2014 e riguardano il 28,3% della popolazione, circa 17 milioni di italiani: in particolare il 19,4% è a rischio povertà, l'11,6% vive in famiglie con grave deprivazione materiale e il 12,1% in famiglie a bassa intensità lavorativa.

Nel dettaglio, quasi la metà dei residenti nel Sud e nelle Isole (cioè il 45,6%) è a rischio di povertà o esclusione sociale: “in tutte le regioni del Mezzogiorno i livelli sono superiori alla media nazionale, viceversa i valori più contenuti si riscontrano in Trentino-Alto Adige, Friuli-Venezia Giulia e Veneto”.

Cosa prevede la legge delega del governo

In Italia a livello nazionale, i governi non hanno mai affrontato il problema della povertà con una misura strutturale (a parte singole iniziative locali di Regioni e Comuni italiani e le ultime proposte, arrivate negli ultimi tre anni da diverse parti politiche, dell’introduzione di un reddito minimo garantito, cioè una misura che concede un sussidio limitato nel tempo in base al reddito e al patrimonio di chi ne fa domanda).

Come ricorda infatti Bankitalia, nel 2010 l’Italia si era impegnata a ridurre il numero delle persone in povertà a circa 13 milioni nell’ambito della strategia Europa 2020. Ma il sistema di protezione sociale italiano è tuttora privo di uno strumento universale di contrasto alla povertà: le misure esistenti, infatti appaiono poco efficaci e scarsamente mirate, sia nel caso dei trasferimenti monetari sia nel caso dei servizi.

Il governo, quindi, con questo disegno di legge delega, punta per la prima volta a un intervento strutturale. Una volta che il testo sarà entrato in vigore, l’esecutivo avrà sei mesi di tempo per:

a) Introdurre una misura nazionale di contrasto alla povertà e dell'esclusione sociale, da garantire in maniera uniforme su tutto il territorio nazionale;

b) Riordinare le prestazioni di natura assistenziale finalizzate al contrasto della povertà, escluse le pensioni di anzianità, vecchiaia e invalidità e le prestazioni a sostegno della genitorialità;

c) Coordinare gli interventi in materia di servizi sociali per garantire su tutto il territorio nazionale i livelli essenziali delle prestazioni per i cittadini.

La misura nazionale di contrasto

La misura prevede l’erogazione di un beneficio economico e di servizi (mediante progetti personalizzati). Le persone potranno così beneficiarne dopo verifica dell’indicatore della situazione economica equivalente (ISEE) e a patto che partecipino a un progetto personalizzato di inclusione sociale e lavorativa che consenta loro l’affrancamento dalla condizione di povertà.

Secondo quanto si legge nel testo, il provvedimento è inteso come il rafforzamento, l’estensione e il consolidamento dell’esperienza della carta di acquisti SIA (Sostegno per l’inclusione attiva), già sperimentata in 12 città con più di 250mila abitanti, il cui introito va ora da un minimo di 231 a un massimo di 404 euro mensili, a seconda della grandezza del nucleo familiare.

Inoltre, sulla base di quanto stabilito dalle legge di stabilità 2016, il provvedimento prevede un incremento del beneficio e l’estensione dei beneficiari, individuati prioritariamente tra i nuclei con figli minori, con disabilità grave, con donne in stato di gravidanza accertata o con persone con più di 55 anni in stato di disoccupazione.

I fondi

La misura verrà finanziata con le risorse del Fondo per la lotta alla povertà e all'esclusione sociale, istituito dal comma 386 della legge di stabilità 2016.

Al Programma sono destinati 600 milioni di euro nel 2016 (380 milioni di euro, incrementando il Fondo per i cittadini meno abbienti istituito dal decreto legge n.112/2008 e 220 milioni dall’incremento di spesa dell’assegno di disoccupazione (ASDI)), con un aumento di risorse pari a 1,03 miliardi di euro per il 2017 e 1,054 miliardi a decorrere dal 2018.
I progetti saranno potenziati anche da risorse afferenti ai Programmi Operativi Nazionali (PON) e Regionali (POR), utilizzando i fondi strutturali europei 2014-2020.

I progetti territoriali

L’omogeneità territoriale degli interventi sarà garantita dall’istituzione di un organismo di coordinamento presieduto dal ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, che dovrà monitorare e valutare di volta in volta l’attuazione dei progetti specifici. I progetti personalizzati saranno predisposti da un’équipe multidisciplinare costituita dagli ambiti territoriali interessati e dalle amministrazioni competenti sul territorio. Gli ambiti territoriali più efficienti nelle gestione dei servizi sociali saranno premiati con una maggiore distribuzione di risorse.

Le critiche alla legge

È stata in particolare l’Alleanza Italiana contro la Povertà a porre critiche sull’esiguità dei finanziamenti. Così come strutturato, il disegno di legge ha come orizzonte massimo la stabilizzazione di 3 poveri su 10, mentre le premesse erano quelle di una costruzione graduale di un sostegno rivolto a tutti coloro che si trovassero nella condizione di povertà.

Come ha dichiarato in un’intervista a Vita.it Francesco Marsico, coordinatore esecutivo dell’Allenza contro la Povertà, si tratta «di una misura di risorse insufficiente, sia per quanto riguarda la parte economica che noi stimiamo in un ammontare complessivo di risorse fra i 6-7 miliardi di euro».

L’onorevole Giulia Di Vita del MoVimento 5 Stelle, invece, punta l’attenzione sul rischio che il disegno di legge si riveli essere una misura assistenziale di sostegno al reddito più che uno strumento di contrasto della povertà e dell’esclusione sociale. Inoltre per la deputata cinque stelle la legge mantiene un approccio di fondo non universale, che ancora ragiona per categorie come gli anziani, i disabili e i minori.

Alle critiche ha risposto la relatrice del disegno di legge, Ileana Piazzoni del PD, dicendo che per quanto restino ancora le categorie, l’obiettivo è arrivare a una misura universale: «Intanto credo che oggi si disegna la prima misura di reddito minimo che ci sia mai stata in Italia. È chiaro che lo stanziamento non è sufficiente. Un punto su cui abbiamo voluto fare chiarezza è la definizione della platea, indicata dalla povertà assoluta, con il riferimento alla “vita dignitosa”».

Per quanto riguarda i finanziamenti, Piazzoni spiega che il fondo non si basa solo sullo stanziamento strutturale e sull’assorbimento delle altre misure ma deve ricevere risorse anche da altri provvedimenti legislativi: «il nostro obiettivo è lo stesso dell’Alleanza contro la Povertà, aumentare nel tempo lo stanziamento».

La povertà in Europa e il confronto con l'Italia

Secondo le ultime rilevazioni dell’Eurostat, nel 2014, 122 milioni di persone (pari al 24,4% della popolazione totale) erano a rischio di povertà o di esclusione sociale nell’Unione europea. Tra i principali paesi dell’Ue l’Italia registra il dato più alto dopo la Spagna (29%), maggiori sono solo i valori di alcuni Stati dell’Europa dell’est come Romania, Bulgaria, Grecia, Ungheria e Lettonia.

Nello specifico, negli Stati membri dell’Unione europea si registra un tasso di basso potere di acquisto del 17,2% (in aumento dello 0,5% rispetto al 2013). Due punti percentuali sopra la media europea è il dato dell’Italia.

Fonte: Eurostat
Fonte: Eurostat

Sono 41 milioni le persone che vivono nei 28 paesi dell’Unione europea in condizioni di grave deprivazione materiale (l’8,2% della popolazione totale), cioè persone incapaci di poter pagare l’affitto e le spese di riscaldamento, di avere un’alimentazione adeguata e alcuni beni materiali come una lavatrice, un televisore o un telefono.
Per quanto riguarda l’Italia, sono 7 milioni gli italiani che vivono in condizioni di grave deprivazione materiale (l’11,5% della popolazione), facendo dell’Italia il paese europeo con più poveri in termini assoluti.

via Internazionale
via Internazionale

Il 10,7% della popolazione europea è, infine, nella condizione di bassa intensità lavorativa (vale a dire persone che lavorano in media meno di un quinto del tempo disponibile in un anno). Anche in questo caso, i valori variano tra i diversi Stati membri dell’Ue: si va dal 7% di paesi come Romania, Lussemburgo, Repubblica Ceca, Norvegia, Islanda e Svizzera a percentuali oltre il 12% di Portogallo, Regno Unito, Danimarca, Ungheria, Croazia, Spagna, Grecia e Italia.

via Eurostat
via Eurostat

La povertà può essere ridotta mediante misure di protezione sociale. Confrontando gli indicatori di rischio di povertà prima e dopo i trasferimenti sociali, si vede che nel 2014 nei paesi Ue l’8,9% della popolazione non è più sotto la soglia di povertà. Nel dettaglio, emerge che l'impatto di queste prestazioni è stato bassa in Romania, Grecia, Bulgaria, Lettonia, Polonia, Estonia e in Italia.

via Eurostat
via Eurostat

Infatti, come sottolineato da Bankitalia, nonostante l’Italia impieghi per le misure di contrasto della povertà il 51,2% della spesa delle amministrazioni pubbliche, il 3% in più della media degli Stati dell’Unione europea e quasi il 2% dei paesi in area euro, la riduzione del rischio di povertà ed esclusione sociale dovuta ai trasferimenti sociali (pensioni incluse) è molto minore alla media degli altri paesi europei e dei principali paesi dell’area dell’euro.

Osservando i dati nel dettaglio, ci si accorge che il nostro welfare è relativamente più sbilanciato (il 6% in più dei paesi Ue) a tutela dei bisogni tipicamente legati all’età (pensioni di vecchiaia e anzianità, malattia, disabilità) rispetto agli altri paesi europei. Spendiamo meno in sanità e istruzione (circa il 3%) e nei fondi per la famiglia e per la disoccupazione. La nostra spesa pro capite per famiglia, disoccupazione e abitazioni è in media di 709 euro (il 13% della spesa sociale in Italia), circa il 7% in meno alla media dell’area euro (corrispondente a 1160 euro).

[Foto anteprima via "Miseria Ladra"]

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Brexit: cosa significa uscire dall’Unione europea

Brexit Si sta parlando molto degli effetti politici della Brexit, ma che succede effettivamente se il Regno Unito lascia l’Unione europea? Riprendendo l’ampio lavoro fatto da Full Fact, organizzazione britannica indipendente di fact-checking, abbiamo provato a descrivere le possibili conseguenze che ci saranno riguardo importanti temi, come il commercio, le finanze pubbliche, gli investimenti esteri, l’immigrazione, il lavoro e i diritti umani.
L'Unione Europa è il principale partner commerciale del Regno Unito, con il 53,2% delle importazioni di beni e servizi e il 44,6% delle esportazioni nel 2015, come certificato dall’Office for National Statistics (l’istituto statistico del Regno Unito). Come cambierà il rapporto commerciale tra Ue e Regno Unito non si può ancora sapere, dipenderà infatti dall’accordo che sarà raggiunto.

Prima del voto del 23 giugno scorso, il Regno Unito era all’interno del mercato unico europeo, regolato dalla libera circolazione di persone, merci, servizi e denaro. Nel caso in cui il Regno Unito negoziasse l’uscita, la sua condizione sarebbe simile a quella di un qualsiasi paese appartenente all’Organizzazione mondiale del commercio (OMC), di cui fanno parte 161 Stati.

Barriere doganali

In questo caso si applicherebbe la clausola della “nazione più favorita”, che salvaguarda la parità “esterna” tra i diversi Stati, che significa a tutti i paesi membri dell’OMC si applicano le stesse condizioni adottate nei confronti del paese più favorito (quello che ha il minor numero di restrizioni). In questo modo, si potrà evitare che Ue e Regno Unito introducano reciprocamente dazi doganali discriminatori o punitivi.

In pratica, quando il Regno Unito uscirà dall’Ue, il commercio libero finirà e l’Unione europea applicherà ai prodotti e servizi britannici al massimo la stessa della tariffa riservata alla “nazione più favorita”, che negli ultimi decenni è calata. Questo significa che lo svantaggio di non appartenere all’Ue si è molto ridotto rispetto a 20 anni fa.
Nel 2013 la tariffa media per i prodotti non-agricoli era al 2.3%, anche se per altri è molto più alta, tipo per le automobili è al 10%.

Barriere non tariffarie

Riguardano una serie di misure che riducono le importazioni e comprendono norme “antidumping” (il “dumping” si ha quando un’azienda vende un prodotto con un prezzo all’esportazione inferiore al prezzo praticato nel mercato di provenienza) e alcuni parametri standard che i prodotti devono rispettare, come l'etichettatura, l’imballaggio e i requisiti sanitari.

Servizi commerciali

Significative sono le esportazioni di servizi verso l'Unione europea: nel 2014 il Regno Unito ha esportato infatti servizi dal valore di 84 miliardi di sterline verso l'Ue (37% di tutte le esportazioni del Regno Unito verso l'Ue). Le importazioni (sempre di servizi) sono state invece di 63 miliardi (il 22% di tutte le importazioni provenienti dall'Ue).

Senza ulteriori negoziati, il commercio del Regno Unito nel settore dei servizi con l'Unione europea sarà disciplinato dall'accordo generale dell'OMC sul commercio dei servizi, denominato GATS. Questo accordo prevede che i paesi membri dell'Unione (e gli altri firmatari) scelgano per quali settori dei servizi sono disposti a ridurre le restrizioni commerciali e la tempistica in cui lo desiderano fare.

Infatti, in generale, i mercati dei servizi sono molto più regolamentati a livello nazionale dei mercati dei beni. Gli esportatori al di fuori dell’Ue dovranno affrontare differenti livelli di accesso al mercato nei singoli Stati membri. Se il Regno Unito farà degli scambi commerciali ai sensi del GATS, il suo accesso al mercato sarà molto più limitato di quello che è attualmente.
Quando il Regno Unito lascerà l’Unione europea, una società di servizi britannica che ha sede in altri paesi membri potrebbe trovarsi a dover sottostare anche alle autorità regolatorie del paese in cui si trova.

L’uscita dalla Ue con un negoziato

Al di là della condizione di "nazione più favorita", Ue e Regno Unito potrebbero negoziare un accordo preferenziale. Ad esempio, il Regno Unito potrebbe ottenere un accordo di libero scambio con l'Ue che gli permetterebbe, a differenza di un'unione doganale, di impostare le proprie tariffe commerciali con i paesi esterni all’accordo.

Per l’Ue il Regno Unito resta un mercato importante, visto che nel 2014 con lo stesso aveva un surplus commerciale di 59 miliardi di sterline. Dal canto suo, sempre nel 2014, il Regno Unito ha registrato un deficit commerciale con 20 dei 27 Stati membri dell'Ue e un deficit di 27 miliardi di dollari solo con la Germania. Considerazioni commerciali che potrebbero spingere a trovare un accordo di libero scambio Regno e Ue. È probabile che ci sarà da valutare uno scambio costi-opportunità tra il livello di accesso al mercato unico e la maggiore libertà dalle normative comunitarie.

Secondo i dati presenti in un rapporto del Parlamento britannico sull’impatto della Brexit, nel 2015 il Regno Unito ha contribuito con 13 miliardi di sterline al bilancio dell’Unione europea, ottenendo risorse comunitarie pari a 4,5 miliardi di sterline. Il contributo netto del Regno Unito è stato quindi di 8,5 miliardi.

Full Fact

Tuttavia, per quanto un’uscita dall’Unione europea possa far pensare a un recupero di questo saldo negativo, l’impatto sulle finanze pubbliche non può essere calcolato esclusivamente attraverso il rapporto tra uscite ed entrate.

Uno studio del ministero del Tesoro fa notare come i finanziamenti dell’Ue non siano a fondo perduto, ma destinati a progetti specifici ed erogati per il raggiungimento di obiettivi ben precisi.
Le priorità di investimento sono definite attraverso accordi di partnership con la Commissione europea e includono: il rafforzamento del mercato del lavoro e delle politiche educative, la riduzione del rischio di esclusione sociale, la promozione degli investimenti nella ricerca e nella competitività, il sostegno a un’economia attenta all’ambiente e all’efficienza delle risorse energetiche.

In particolare, i fondi sono destinati a progetti che interessano le aree più in difficoltà e non passano attraverso il controllo del governo ma vengono erogati direttamente ai settori privati o agli istituti di ricerca. In base agli accordi presi per il 2014-2020, nel Regno Unito sarebbero dovuti partire 17 programmi operativi finanziati dai fondi per la coesione sociale dell’Unione europea.

Non è detto, dunque, che il governo segua le priorità indicate dagli accordi con la Commissione europea e che continui a finanziare aree geografiche e settori attualmente finanziati dai programmi europei.

Nel 2013 l’Ue ha finanziato progetti per 1,4 miliardi di sterline che hanno consentito, tra i tanti, la nascita del centro per le nano-tecnologie alla Swansea University, l’European Marine Energy Centre (EMEC), Place, train and maintain, dedicato all’introduzione al lavoro di persone con disabilità di apprendimento, Inspire, destinato al reinserimento professionale dei cosiddetti Neet (persone non impegnate nello studio, né nel lavoro né nella formazione).

Una volta lasciata l’Ue, il Regno Unito potrà di nuovo negoziare accordi internazionali con gli altri paesi per poter attrarre investimenti. Gli esperti non sono in grado di stabilire, tuttavia, se la Brexit si tradurrà in un vantaggio o meno. Nel 2014, circa la metà degli investimenti in Gran Bretagna proveniva da paesi di area Ue, il 24% dagli Usa e il 28% da altri Stati.

Secondo il rapporto del Parlamento britannico, nel complesso, far parte integrante dell’Unione europea è uno dei fattori importanti di attrazione di capitali e investimenti. Per poter compensare l’impatto dell’uscita, il Regno Unito dovrà essere capace di creare un sistema di regolazioni più attrattivo per gli investitori di qualsiasi parte del pianeta.
Nel caso in cui il Regno Unito decidesse di bloccare la libera circolazione delle persone sul suo territorio ed estendere ai cittadini dei paesi dell’Ue le stesse regole previste per i non europei, potrebbe registrarsi una riduzione dell’arrivo di lavoratori migranti sia poco sia altamente qualificati.

Secondo la Camera di Commercio e dell’Industria di Londra, nel lungo periodo questo scenario potrebbe indebolire l’economia e le possibilità per le imprese di scambi commerciali nazionali e internazionali.

I settori più colpiti potrebbero essere l’industria del turismo e del cibo (il 13% dei lavoratori non sono britannici), quella manifatturiera (11%), i servizi di assistenza e il lavoro d’ufficio (10%). L’impatto potrebbe variare da regione a regione: Londra, con la sua alta concentrazione di lavoratori provenienti dal resto d’Europa, potrebbe essere interessata più di altre città.

Le imprese saranno le più coinvolte dalla Brexit, in quanto l’Ue legifera in diversi importanti ambiti che le riguardano: specifiche dei prodotti, concorrenza, termini di occupazione, salute e sicurezza, protezione del consumatore.

Regolamentazione

Nel caso in cui il Regno Unito si ritirasse dall'Ue e dallo Spazio economico europeo (SEE) e decidesse di uscire dal mercato unico, potrà liberamente regolamentare le imprese come riterrà più opportuno (questo però non significherà la fine delle normative comunitarie, perché il governo conserverà indubbiamente la sostanza di alcune di queste norme). Azione invece che non sarà resa possibile nel caso in cui il Regno Unito negoziasse un rapporto con l’Ue simile a quello di Norvegia e Svizzera, dove l’accesso al mercato unico è legato all’accettazione di molte leggi dell’Unione europea.

Fallimenti

Le leggi comunitarie in materia fallimentare sono state ideate per coordinare le questioni tra i paesi membri dell'Unione Europea e per fermare quelli coinvolti nelle “compravendite” in giro per l’Unione europea alla ricerca di regole fallimentari più vantaggiose.

In caso di Brexit, le regole comunitarie sui fallimenti non si applicheranno più automaticamente al Regno Unito. Cosa significherà questo per i casi di fallimento delle imprese britanniche nelle corti dei restanti paesi membri dell'UE (e di quelle dei paesi dell’Unione nel Regno Unito) lo si saprà solo dal tipo di risultato che si otterrà dai negoziati per l’uscita.
Una possibilità potrebbe essere che il Regno Unito adotti un sistema simile a quello stabilito dalle regole comunitarie, ma per far questo il governo britannico avrebbe dovuto raggiungere un accordo con l’Ue. Una seconda opzione prevede invece di fare affidamento su altre leggi già in vigore nel Regno Unito per le questioni al di fuori dell'UE.

Appalti pubblici

Molti degli appalti pubblici nel Regno Unito sono regolati da norme comunitarie, spesso viste come eccessivamente burocratiche e limitanti. Ciò detto, queste leggi offrono alle imprese inglesi l'opportunità di diventare fornitori dei settori pubblici di altri paesi e rendono più facile per il settore pubblico del Regno Unito raggiungere una gamma più ampia di potenziali fornitori.

Il governo britannico dovrà decidere se vorrà un accordo con gli altri Stati per aprire reciprocamente i loro mercati degli appalti pubblici. Un modo per farlo sarebbe quello di partecipare individualmente come singolo paese negli appalti per beni e servizi dell'Organizzazione mondiale del commercio.
Ma questo vuol dire che il Regno Unito dovrebbe permettere ai fornitori degli altri paesi di partecipare alle sue gare d’appalto, nelle quali dovrebbe seguire un certo tipo di procedure, potenzialmente eliminando alcuni oneri prima previsti dalle norme UE.

Servizi finanziari

Una quantità enorme delle regolamentazioni dei servizi finanziari esistenti deriva dall’Unione europea. A causa delle sue dimensioni e della sua influenza, il Regno Unito ha spesso fatto riforme su questo settore, controllando solo retrospettivamente che fossero in linea con le regole dell’Ue. Per questo motivo è probabile che diverse norme restino in vigore anche dopo l’uscita, anche se non nella stessa forma e misura.

Tuttavia, tutto dipenderà dal tipo di accordo che verrà preso. Una soluzione potrebbe essere il cosiddetto “approccio svizzero”. Il paese elvetico ha deciso di mantenere rapporti molto stretti con l’Unione europea, aprendo all’interno dei paesi membri (e in particolare proprio a Londra) diverse succursali di fornitori di servizi finanziari che sono al di fuori dell’area economica europea. Il Regno Unito potrebbe trovarsi nella stessa situazione della Svizzera oppure potrebbe addirittura esercitare l’influenza di Londra come centro finanziario e ottenere un accordo più vantaggioso con l’opportunità di poter operare anche dall’esterno dell’area economica europea.

Tassazione

L’unica differenza rispetto a prima potrebbe riguardare l’Iva. Infatti, diverse leggi europee stabiliscono regole comuni tra i paesi membri rispetto a questa imposta e alle accise su prodotti specifici, come l’alcool, ad esempio. L’Ue prevede un tasso standard del 15% e un’aliquota ridotta del 5% su alcuni beni o servizi.

Per quanto, durante la campagna elettorale, si fosse fatta strada l’ipotesi che in caso di Brexit, il governo britannico avrebbe abolito l’Iva sulle bollette energetiche per renderle più sostenibili per i cittadini, il fatto che l’Iva sia già al 17% (e, quindi, superiore agli standard previsti dall’Ue) fa ritenere che difficilmente verrà rimossa.

Rispetto alle misure di contrasto all’evasione fiscale, infine, è probabile che il Regno Unito decida di mantenerne alcune introdotte dall’Ue, come ad esempio lo scambio di informazioni a livello comunitario sulle spese fiscali delle singole imprese.
Se il governo britannico negozia un accordo per mantenere il Regno Unito fuori dall’Unione europea ma dentro l’area economica europea, la libera circolazione dei cittadini dell’Ue potrà continuare, come ad esempio nel caso della Norvegia e dell’Islanda.

Solo se il Regno Unito esce dall’area economica europea può eliminare anche la libera circolazione dei cittadini dell’Unione. In linea di massima, le stesse regole che si applicano ora nei confronti dei cittadini non appartenenti all’Unione europea diretti nel Regno Unito si applicherebbero anche a quelli provenienti dall'UE che per ottenere un visto dovrebbero qualificarsi come turisti, lavoratori, studenti o familiari di qualcuno che è già nel Regno Unito.

L’Unione Europea, a sua volta, potrebbe applicare le stesse restrizioni ai cittadini britannici che volessero viaggiare o vivere in Europa, visto che l’Ue tende a richiedere lo stesso trattamento per i cittadini dei paesi terzi suoi partner.

Infine, indipendentemente dai negoziati, la circolazione (libera oppure no) dei cittadini non appartenenti all’Ue rimarrà esattamente com’è adesso.
Durante la campagna referendaria nessuna indicazione è stata data riguardo i cittadini europei che già vivono nel Regno Unito. È possibile che chi già vive in UK potrà restare anche dopo l’uscita. Ma non è chiaro al momento.
Il Regno Unito non fa parte dell’area Schengen, quindi ha già attualmente il controllo dei proprio confini. Questo non significa però che può impedire ai cittadini dell’Unione europea e dello spazio economico europeo (SEE) di entrare nel proprio Stato, se questi hanno un passaporto valido. Di conseguenza, non può controllare l’immigrazione degli europei verso il Regno Unito.

Indipendentemente da quello che accade nel Regno Unito, la legge europea sulla libera circolazione continuerà a essere valida in Irlanda. Per questo i confini tra Irlanda e Irlanda del Nord (che fa parte del Regno Unito) potrebbero diventare un punto debole degli sforzi futuri del governo britannico di controllare l’immigrazione europea.
Il Regno Unito continuerà ad aver responsabilità verso le persone che chiedono asilo, anche dopo aver lasciato l’Unione europea, come specificato nella Convenzione di Ginevra e nella Convezione Europea dei diritti umani, entrambe sottoscritte dal governo britannico.
In caso di uscita dall’Ue il Regno Unito non sarà più tenuto a seguire le leggi europee in materia di diritti umani, come la Carta dei diritti fondamentali, separata dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo, molto dibattuta nel Regno Unito e istituita prima della nascita dell’Unione europea. Chiunque ritenga che le leggi del Regno Unito violino i propri diritti umani potrà rivolgersi alla Corte europea dei diritti dell’uomo (CEDU) di Strasburgo (che non fa parte dell’Ue) le cui sentenze il Regno Unito dovrà rispettare. Inoltre, il Regno Unito ha una propria legge sui diritti umani in linea con la Convenzione europea dei diritti dell’uomo.
L’uscita dall’Unione europea potrebbe avere un impatto significativo sulle leggi sul diritto del lavoro: associazioni dei datori di lavoro potrebbero richiedere infatti cambiamenti di queste norme che derivano dall’Ue: ferie annuali, l’agenzia per i diritti dei lavoratori, il part-time, paternità, maternità, congedo parentale, protezione del rapporto di lavoro al momento del trasferimento dell’azienda e norme contro la discriminazione. Se il Regno Unito lasciasse l'Unione tutte queste norme, ipoteticamente, potrebbero essere modificate.

Reddit Live su Istanbul: una redazione internazionale spontanea e un esempio di grande giornalismo

Riportare in tempo reale notizie di cronaca relative a tragedie, come gli attentati, sui media "istantanei" è un tema al centro del dibattito giornalistico. Verifica delle fonti, fact-checking in diretta, notizie direttamente dagli utenti (UGC) sul campo, traduzioni istantanee... La lista di cose a cui prestare attenzione quando si lavora sull'istantaneo è molto lunga ed è necessaria molta precisione e soprattutto buon senso. La tragica occasione degli attentati all'aeroporto Ataturk di Istanbul è stato l'ennesimo banco di prova per le redazioni digitali, più o meno strutturate.

Reddit, come funziona la vetrina istantanea di Internet

Passo indietro. Per chi non lo sapesse, Reddit è uno strano social network fondato nel 2005 nel Massachusetts (niente Silicon Valley questa volta), tra gli altri, anche da Aaron Swartz e venduto nel 2006 a Condé Nast; dal 2008 inoltre è stato rilasciato open-source. Sopravvissuto fino ad oggi, reddit (meglio se scritto con la minuscola) ha l'apparenza di un social esclusivamente per nerd: grafica pressoché assente, confusionario, con mille regole non scritte e pieno di sigle.

È composto di canali tematici, un po' come i vecchi forum, e sono altamente specializzati (dalla cartografia alle più assurde mode giapponesi): tra i tanti forse il più famoso è quello che contiene gli AmA ossia Ask me Anything. In pratica un personaggio più o meno famoso - da Obama ad Aranzulla - dopo aver dato la prova di essere davvero lui tramite una fotografia o un tweet, risponde in diretta alle domande che gli utenti pongono. Le domande sono le più disparate e, spesso, cattive.

Un'altra particolarità di reddit è che viene utilizzato da molti utenti come vetrina di Internet: come una homepage in cui atterrare e trovare il riassunto di tutto ciò che sta accadendo o circolando in rete. Ed effettivamente, dopo un po' di utilizzo, il risultato che si ottiene nella propria frontpage è proprio quello, un mix di tutti i temi a cui ci si è interessati, sempre super aggiornato.

In quanto a velocità e prima apparizione delle notizie, spesso reddit si è rivelato più performante di Twitter, il social istantaneo per eccellenza. Questo fino al giorno della sparatoria nel Pulse di Orlando quando non c'era traccia della notizia su reddit. Ogni articolo era immediatamente rimosso e ogni commento eliminato, come se non si dovesse parlare di quella faccenda nel subreddit delle notizie, tanto da spingere gli utenti a riversarsi in altri canali - principalmente quelli dedicati a Trump. Le discussioni nate in quell'occasione sono infinite e molto aspre: l'idea che il contenuto fosse stato deliberatamente e sistematicamente censurato ha colpito nel profondo molti utenti.

Le esplosioni all'aeroporto Ataturk di Istanbul

Lo scenario si capovolge il 28 giugno, quando alle 21:10 un attentato colpisce l'aeroporto internazionale Ataturk di Istanbul. È molto difficile avere subito il polso della situazione, non si capisce se ci sono stati scontri a fuoco o esplosioni, e in quale zona si sia verificato tutto ciò. Immediatamente su reddit viene aperto un canale live, "Explosions at Istanbul airport", aggiornato dagli stessi utenti con il materiale trovato in rete. Rapidamente le dimensioni del live feed - seguito di media da più di 15.000 utenti in contemporanea - fanno emergere la necessità di un lavoro più strutturato.

Ad alimentare il flusso della pagina fino a quel momento era il canale #Happening su IRC, un vecchissimo protocollo chat ancora utilizzato tra i più appassionati, ma nel giro di poco il flusso di utenti "inutili" (se non addirittura troll) ha spinto un paio di moderatori a raccogliere le email dei contributors più attivi e creare uno spazio su Slack. Nel giro di un paio di ore, questo nuovo canale di comunicazione messo su Slackappositamente per gestire la copertura live, si struttura con poco meno di una ventina di utenti da tutto il mondo, dividendo il flusso di lavoro in chat tematiche: #facts per le notizie date ormai per certe, #news per il flusso di aggiornamenti costanti e incontrollati, #social-media per le notizie diffuse dai social, #review per le notizie più importanti su cui fare fact-checking e #languages per le traduzioni in diretta dei post scritti in turco.

Piano piano il flusso di lavoro si inizia a fare più definito: tutti postano materiale, tre utenti turchi si occupano di tradurre meglio quello che sfugge a Google Translate e alcuni hanno il compito specifico di confermare e verificare le notizie prima che i moderatori incaricati le pubblichino nel livefeed su reddit. Per qualche ora partecipa alla conversazione anche un impiegato dell'ambasciata USA in Turchia, in veste non ufficiale, ma che riesce a fornire molte informazioni in diretta dal campo, e tra l'altro, a confermare che sia Twitter che Facebook sono stati bloccati dai maggiori ISP turchi per qualche tempo.

Il risultato di questo esperimento - perché, come confermato successivamente in privato dallo staff di reddit, non era stato né previsto né sperimentato in precedenza - è stato un flusso di notizie verificate al 100% in netto anticipo rispetto alle testate, sia digitali che tradizionali: per quel che riguarda l'Italia per esempio, le notizie date da SkyTg24 erano tutte anticipate di circa un quarto d'ora dal social network. Con la differenze che le informazioni pubblicate su reddit erano 100% affidabili e verificate, mentre quelle su SkyTg24 (e sul resto della stampa italiana e internazionale, a dire il vero), no.SlackInfatti, le maggiori testate avevano iniziato la cronaca diffondendo delle foto relative all'attentato di Bruxelles di qualche mese fa, scatenando le solite discussioni tra esperti del settore sulla necessità di pubblicare di corsa e andare un po' più leggeri sul fact-checking.

In questa occasione, Internet ha dato il meglio di sé: si è venuta a creare, autonomamente e senza alcuna organizzazione precedente, quella che è a tutti gli effetti una redazione diffusa a livello globale, fatta di semplici utenti (molti ingegneri, molti ragazzi), che ha primeggiato nel lavoro fatto.

La stessa comunità di reddit è rimasta così colpita dall'accaduto che la mattina dopo i fatti i contributors hanno iniziato a lavorare su un documento condiviso per la gestione degli eventi live: reddit in primis - attraverso il suo Director of Community - sta analizzando il feedback degli utenti per poter creare una piattaforma che possa replicare il metodo di lavoro della nottata. Ancora una volta internet ha mostrato in tutto il suo splendore cosa può fare di buono: notizie accurate, rapide, certe e gratuite. Come non amarlo?

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Accordo commerciale Europa-Canada apripista per favorire le multinazionali ovunque

Gli accordi di libero scambio dell’Europa con Usa e Canada, il Ttip e il Ceta, “sono fondamentali”, e non si può rischiare di farli saltare per il voto negativo di uno dei Parlamenti dei Paesi membri.

Queste le parole del ministro italiano dello Sviluppo Economico Carlo Calenda, il quale ritiene che occorrerebbe dare maggiore potere alla Commissione europea per negoziare gli accordi di libero scambio, senza dover passare per la ratifica dei Parlamenti nazionali.
L’Italia, quindi, è schierata con Bruxelles, per evitare che uno Stato membro dell’UE possa bloccare i negoziati in corso. In effetti, il Trattato di Lisbona prevede la possibilità che sia solo l’Unione europea a negoziare un trattato (procedura EU only), se questo riguarda soltanto materie commerciali. Invece, Francia, Germania e Austria sono contrarie, pretendendo una ratifica anche da parte dei Parlamenti nazionali, in quanto considerano CETA e TTIP trattati misti.

Il punto è che l’opinione pubblica è sempre più contraria a questo tipo di trattati.

CETA, cosa prevede l'accordo e i possibili rischi

CETA (Comprehensive Economic and Trade Agreement, cioè accordo economico e commerciale globale), si può considerare il fratellino minore del più conosciuto, e dibattuto, TTIP. È un accordo tra Unione europea e Canada che si trova in fase avanzata di negoziazione, e che potrebbe entrare in vigore nel 2017. Lo scopo di Ceta, e dei trattati similari è quello di creare un’area di libero scambio (FTA, free trade area).

Un’area di libero scambio non è altro che l’abbattimento delle barriere (tariffe, quote di importazione, limitazioni normative) che impediscono il libero fluire delle merci e dei servizi tra i paesi contraenti. La realizzazione di una normativa comune e l’abbattimento delle barriere si basa sulla teoria del vantaggio comparato, in base al quale in un mercato senza restrizioni ogni fonte di produzione tende a specializzarsi nell’attività per la quale presenta un vantaggio rispetto alle altre fonti, in tal modo si realizza un benessere globale maggiore per l’intera FTA. Il problema è che si tratta di un benessere complessivo, che non tiene affatto conto della distribuzione all'interno dell’area di libero scambio.

Può accadere, infatti, che determinate regioni, la cui economia si basa su un prodotto unico (pensiamo alla pesca), siano costrette a smettere la produzione perché altre aree sono più competitive, con conseguente aumento della disoccupazione e maggiore povertà dell’area specifica, e successiva migrazione della popolazione locale, fermo restando un vantaggio complessivo dovuto all’abbattimento del prezzo di quel prodotto. Generalmente il vantaggio è, però, a favore delle multinazionali che possono permettersi economie di scala e costi di produzione più bassi.

CETA, quindi, come TTIP, è un trattato economico con l’obiettivo dichiarato di aprire ulteriormente i mercati per favorire crescita e lavoro. Nasce, come anche ACTA, all’interno della strategia globale della Commissione europea fissata nella risoluzione del 22 maggio del 2007 (Global Europe - external aspects of competitiveness).

I negoziati sono iniziati nel 2008 con la pubblicazione di uno studio congiunto sulla valutazione di costi e benefici a seguito di un partenariato economico più stretto, che evidenzia i vantaggi in settori quali la mobilità del lavoro e la cooperazione normativa. Nel 2009 Canada e Unione europea rilasciano una relazione congiunta che delinea l’agenda dei negoziati, e dalla quale si evince un progetto ambizioso che riguarda anche la normativa in materia di concorrenza e la regolamentazione della proprietà intellettuale. Il 6 maggio viene annunciato CETA.

Rimozione delle barriere

All’interno del testo di CETA si ritrovano numerose norme che non riguardano solo le materie economiche, anche se i negoziatori si giustificano dicendo che servono per rimuovere le barriere commerciali tra i paesi firmatari e che quindi sono inquadrabili nell’ambito della regolamentazione commerciale.
In realtà, quando si parla di rimozione di barriere occorre ricordare che le tariffe e i dazi tra Unione europea e Canada (oppure tra UE e Usa per quanto riguarda il TTIP) sono già basse. Col TTIP, ad esempio, si prevede l’eliminazione del 25% degli NTB, cioè delle barriere non tariffarie, vale a dire le misure commerciali non fiscali volte al controllo delle importazioni e delle esportazioni sulla basi di interessi diversi come la sicurezza alimentare, la sicurezza sul lavoro, norme ambientali e sanitarie.

Si tratta di tutte quelle norme che caratterizzano l’ordinamento europeo rispetto agli Usa e al Canada come un luogo che pone maggiore attenzione alla sicurezza dei cittadini (leggi anche L’accordo commerciale Usa-Europa favorirà davvero lavoro e sviluppo?).

Stranamente la Commissione si preoccupa tanto delle barriere commerciale con il Canada e gli Usa, ma molto meno del geoblocking (leggi L’Europa delle barriere digitali in nome del profitto), una barriera commerciale, esistente all’interno del mercato europeo, che impedisce in alcuni casi ad un cittadino europeo di acquistare film in un altro Stato. Il geoblocking non è altro che il risultato di accordi tra gli operatori del mercato, al fine di suddividere artificialmente un mercato (nello specifico il mercato europeo) e così massimizzare i profitti a scapito dei consumatori (price discrimination). Invece i diritti di trasmissione sono stati esclusi dal TTIP.

Proprietà intellettuale

Tornando a CETA, possiamo inquadrarlo nel processo di estensione mondiale del sistema di proprietà intellettuale americano, iniziato un decennio fa con la costituzione del WIPO all'interno del WTO (organizzazione Mondiale del Commercio), e l'adozione dell’accordo TRIPs (l'idea di base del TRIPs è che la proprietà intellettuale è una questione esclusivamente commerciale e in tal senso va regolata).
Il WIPO fissa gli standard per la tutela della proprietà intellettuale, i marchi e i brevetti, incluso regole per ottenere misure provvisorie ed ingiunzioni in caso di violazioni.

Per capire le problematiche sottese occorre ricordare che ai paesi in via di sviluppo fu concesso un termine temporale maggiore di adeguamento alle nuove norme, perché l’applicazione immediata dell’accordo TRIPs avrebbe potuto nuocere alle loro economie. Ad esempio, in materia di farmaci i paesi poveri non possono permettersi di pagarli allo stesso prezzo degli paesi occidentali, e quindi usufruiscono della cosiddetta importazione parallela di beni brevettati da un altro paese (es. India) dove costano meno rispetto al paese produttore (Usa). L’Africa sfrutta spesso l’importazione parallela, ad esempio per i farmaci anti Aids, ma anche molti americani che non si possono permettere i costi elevatissimi di alcuni farmaci li importano dal Canada. Non si tratta di una violazione dei diritti, perché il produttore è sempre lo stesso.

Per capirci è come se Netflix vendesse una serie televisiva ad un prezzo in Italia e un prezzo minore in Germania, e un utente italiano invece di comprare la serie dal sito italiano lo comprasse dal sito tedesco per risparmiare. Per impedire ciò esiste, per le produzioni televisive, appunto il geoblocking.

Nel 2002 ben 40 aziende farmaceutiche fecero causa al governo del Sud Africa sostenendo che l'importazione parallela violasse i loro diritti, e da quell'anno gli Usa sponsorizzano nuovi accordi di libero scambio, che di fatto impediscono o limitano le forme di importazione parallela. Si tratta dei TRIPs plus, come ACTA e CETA.

L'idea di fondo è semplice, realizzare delle norme tra Stati aderenti che siano flessibili, e sottrarre progressivamente la tutela dei diritti delle multinazionali ai governi e ai giudici per affidarla direttamente alle multinazionali, tramite tribunali creati ad hoc (vedi ISDS più avanti). L'idea dietro ACTA, CETA, ma anche TTIP e TPP, è di impostare delle regole comuni per poi andare a negoziare con gli altri Stati con quelle norme, imponendole ai paesi poveri e alle economie emergenti. In tutto questo le libertà dei cittadini risultano un mero accidente destinato a soccombere se in conflitto con i diritti economici delle multinazionali.

CETA e ACTA

In merito a CETA è particolarmente interessante la sua evoluzione. Infatti, dopo la bocciatura di ACTA da parte del Parlamento europeo, la Commissione europea ha inserito all’interno del trattato CETA parte della normativa del trattato anticontraffazione (in realtà alcune norme presumibilmente erano già presenti prima, ma la scarsa trasparenza dei negoziati e l’assenza di testi di riferimento rende difficile comprendere le evoluzioni dei testi).

L’esperto Michael Geist ha fornito articoli, notizie e tabelle comparative dalle quali si evince l’estrema similarità delle norme in materia di proprietà intellettuale tra CETA e ACTA. Ad esempio anche in CETA si sollecitavano misure repressive verso gli intermediari della comunicazione al fine di bloccare contenuti illeciti, introducendo forme di responsabilità degli Isp per semplice favoreggiamento.

In CETA si prevedeva l’obbligo di trasmettere i dati, compresi quelli bancari, di un abbonato ad un contratto di accesso alla rete direttamente alle aziende in casi di semplice accusa di violazione, al fine di consentire ai produttori di contenuti di agire direttamente contro l’abbonato.
Con CETA si introducevano obblighi per gli Isp di monitorare la rete al fine di impedire la ripubblicazione di contenuti illeciti (stay down) con ciò determinando un obbligo di sorveglianza diretta nei confronti dei propri utenti (obbligo tra l’altro ritenuto illegittimo dalla Corte di Giustizia europea).
Quindi CETA, come ACTA, introduceva specifiche sanzioni criminali e questo nonostante il fatto che i trattati di tipo TRIPs non possano prevedere tali misure, essendo di competenza esclusiva dei singoli Stati.

A seguito del trapelamento delle bozze del trattato (potete leggere i testi sul sito EU Investment Policy: Looking behind closed doors) sono state sollevate numerose critiche anche dai canadesi, e i negoziatori hanno fatto parzialmente retromarcia, eliminando alcune delle norme più pericolose dal trattato. Ovviamente è plausibile, come asserisce la Commissione, che alcune norme siano state rimosse semplicemente perché ACTA era stato bocciato e quindi ci si è reso conto che dette norme non sarebbero passate. C’è però da rimarcare la perdurante assenza di trasparenza sui negoziati e sugli stessi testi di questo e di altri trattati internazionali.

I colloqui relativi agli accordi di libero scambio avvengono sempre in gran segreto, perché, ovviamente, ci sono anche interessi aziendali in gioco. Ma è ovvio che la segretezza dei negoziati (il testo di CETA è stato rilasciato solo nel 2014), ai quali spesso sono invitati le grandi aziende (ai negoziati del 19 dicembre 2013 sul TTIP erano presenti TimeWarner, Microsoft, Ford, Eli Lilly, AbbVie, LVMH, Nike, Dow, Pfizer, GE, BSA e Disney, ma nessuna associazione di cittadini), non consente un controllo efficace dell’opinione pubblica e c’è il rischio concreto che le priorità pubbliche siano poste in secondo piano rispetto agli interessi privati delle grandi aziende.

Trattandosi di accordi che finiscono per incidere pesantemente sui diritti fondamentali dei cittadini è d’obbligo che questi non solo partecipino al dibattito, ma siano posti a conoscenza degli elementi per una corretta comprensione delle questioni dibattute. Come si concilia tale segretezza con l’articolo 1 del trattato sull'Unione europea il quale prevede espressamente il diritto di tutti a prendere parte in modo attivo e consapevole ai processi decisionali?

Il presente trattato segna una nuova tappa nel processo di creazione di un'unione sempre più stretta tra i popoli dell'Europa, in cui le decisioni siano prese nel modo più trasparente possibile e il più vicino possibile ai cittadini (art. 1 TUE)

Mercato del lavoro, tutti i dubbi sui vantaggi annunciati

La narrazione della Commissione europea e dei supporters dei trattati di libero scambio si incentra sui mirabolanti vantaggi conseguenti all’adozione dei trattati, quindi la creazione di posti di lavoro, l’aumento del PIL, e così via.
In realtà, la magnificazione dei vantaggi si realizza omettendo alcuni particolari fondamentali, come il fatto che l’aumento del PIL promesso si otterrebbe soltanto a distanza di anni, con aumenti limitati annuali. Ad esempio, col TTIP si avrebbe un possibile aumento dello 0,2% annuale (leggi L’accordo commerciale Usa-Europa favorirà davvero lavoro e sviluppo?), mentre per arrivare ad un aumento più sostanzioso (1%) si dovrebbero annacquare tutte le NTB, cioè eliminare norme in materia di sicurezza del lavoro, sicurezza ambientale e così via, per favorire l’esportazione ed importazione libera (senza barriere e con controlli limitati) da parte delle grandi multinazionali.

Per CETA i numeri sarebbero ancora inferiori, apportando un aumento dello 0,08% dopo 7 anni.

Per quanto riguarda l’aumento dei posti di lavoro, basterebbe guardare ai passati accordi FTA per capire che i conti non tornano. Col NAFTA, ad esempio, si sono persi posti di lavoro a causa del trasferimento delle aziende all’estero, dove la produzione costava meno (vantaggio complessivo ma svantaggio locale). Il problema è che i (scarsi) vantaggi in materia di posti di lavoro dipendono principalmente dall’adozione del sistema econometrico.

Il modello econometrico adottato dalla Banca Mondiale, cioè il CGE Computable General Equilibrium (CGE) assume che la liberalizzazione del commercio (l’abbattimento delle barriere, qualsiasi esse siano) determina l'apertura dei settori alla concorrenza mondiale, che quindi assorbono le risorse rilasciate dai settori in contrazione. Però se le risorse sono i lavoratori, è piuttosto difficile sostenere che siano assorbibili in tempi brevi, prima di tutto perché non tutti i lavoratori sono disposti (o possono permettersi) di trasferirsi da un capo all’altro dell’area di libero scambio (con l’approvazione dei trattati TPP, TTIP, CETA e il trattato col Giappone, l’area di libero scambio sarebbe costituita da tutto il mondo eccetto Russia, Cina, India e Brasile), e soprattutto i lavoratori devono comunque acquisire nuove competenze (specializzazione) prima di essere “riallocati” (immaginiamo lavoratori che vengono da una catena di montaggio e devono essere riallocati in un’azienda di software).
Ecco che l’assunto del CGE, che il mercato sia sempre in equilibrio e che quindi non esiste disoccupazione, appare un assunto puramente teorico. Nella pratica un settore si contrae più velocemente di quanto si espanda un altro, (basta ricordare le liberalizzazioni degli anni ‘80 e ‘90) con conseguente disoccupazione e riduzione della domanda, cosa che non è prevista dal CGE.

Utilizzando il Global policy model (GPM) delle Nazioni Unite per simulare l'impatto del TTIP sull'economia globale (leggi L’accordo con gli USA farà perdere all’Europa 600mila posti di lavoro), un ricercatore ha raggiunto conclusioni piuttosto differenti.
Partendo dall’assunto che l’economica sia guidata dalla domanda aggregata (cioè da quanto si compra) piuttosto che dall’efficienza produttiva (quanto si produce, vedi CGE), per cui il taglio dei costi ha effetti negativi sull’economia se il costo è il reddito di lavoro che supporta la domanda aggregata, il TTIP determinerebbe una contrazione del PIL, una riduzione dei salari e un aumento delle disoccupazione, fino a 600mila posti di lavoro persi in Europa.

Una conseguenza certa dei trattati FTA è lo spostamento della produzione delle grandi aziende nei paesi con costi salariali più bassi. Così le multinazionali hanno potuto permettersi guadagni pari a quelli di uno Stato, dislocando la loro produzione nei paesi poveri, Messico ad esempio, oppure nell’est asiatico. Con i trattati di libero scambio stiamo di fatto aprendo la corsa al ribasso delle condizioni di lavoro nei paesi europei, aprendo un nuovo mercato del lavoro, quello dei paesi poveri dell’Europa dell’est agli Usa.

Infatti, negli accordi di libero scambio i diritti umani generalmente non sono menzionati o comunque sono delle mere eccezioni alle regole commerciali, e la tutela dei diritti, che rientra nella barriere non tariffarie, non porta ad un aumento del Pil, anzi spesso accade il contrario. In tale prospettiva la tutela dei diritti finirà per divenire secondaria rispetto agli interessi economici. È in questo senso che la Commissione europea, e il ministro dello Sviluppo italiano, sostengono che CETA è un accordo puramente commerciale e quindi può essere deciso solo dall’Europa senza dover passare per i Parlamenti nazionali.

Tribunali arbitrali

La Commissione europea si è preoccupata più volte di smentire le principali critiche non solo al TTIP ma anche al trattato CETA, precisando che non hanno intenzione di cedere sugli standard europei, ma anche questa affermazione va corretta. Una volta approvato il testo, di fatto le multinazionali potranno anche sottrarsi alla competenza dei tribunali nazionali, utilizzando tribunali specializzati per intentare azioni legali contro gli stessi governi, con graduale compressione della stessa sovranità di uno Stato.

Esistono già adesso numerosi esempi, come la causa intentata dalla Vattenfall contro la Germania per la politica di progressivo spegnimento delle centrali nucleari. L’azienda svedese chiede un risarcimento di 4,7 miliardi di euro per mancati guadagni. Un governo con risorse limitate, e in tempo di crisi economica, dovrà pensarci due volte prima di avviare delle politiche ambientali, in materia di sicurezza della lavoro, che possano in qualche modo ridurre o impedire alle multinazionali di ottenere profitti.

E tutto ciò è permesso in base alla clausole ISDS.
Le investor-state dispute settlement (ISDS, leggi Quando le multinazionali si fanno Stato e chiedono risarcimenti) sono garantite da oltre 2000 trattati internazionali come il NAFTA, e consentono ad una azienda di tutelare i propri investimenti in un paese contro il governo stesso. Tali clausole nascono per proteggere le aziende da governi poco democratici, ma a partire dagli anni ‘50 si sono evolute ed espanse, e adesso, con i nuovi trattati di libero scambio, finiranno per essere attuate nelle dispute tra aziende e Stati sicuramente democratici come quelli europei. Dovunque c’è una minaccia ai “profitti futuri attesi”, un'azienda potrà agire contro un legittimo governo (per un’analisi completa si legga lo studio di Bernasconi-Osterwalder e Mann dell’Istituto Internazionale per lo Sviluppo Sostenibile: A Response to the European Commission’s December 2013 Document “Investment Provisions in the EU-Canada Free Trade Agreement CETA) ed imporgli delle scelte di politica economica.

Per comprendere i possibili abusi di tali clausole, basti ricordare l’azione proposta dalla Eli Lilly, un’azienda farmaceutica americana, contro il governo canadese, azione intentata perché un brevetto dell’azienda è stato invalidato dalla Corte Suprema canadese in quanto i dati sperimentali comunicati dall’azienda sono stati ritenuti insufficienti. L’azienda ha quindi citato in giudizio il governo, in tal modo ritenendo illegittimo l'ordinamento canadese in materia di determinazione dell’utilità di un’invenzione, cioè il diverso standard di concessione dei brevetti del Canada che sarebbe troppo rigoroso rispetto agli Usa. E chi ci dice, invece, che non sia quello americano ad essere troppo permissivo?

Il problema è che questo tipo di azioni contro gli Stati vengono decise da tribunali arbitrali realizzati ad hoc. Le clausole ISDS vengono inserite nei trattati per impedire che uno Stato con un sistema giudiziario non all'altezza espropri illegittimamente i beni di un investitore estero. Ed è significativo che gli Usa pretendono sempre l’inserimento di tali clausole nelle negoziazioni con altri Stati, compreso l’Unione europea che ha un sistema legislativo e giudiziario all'altezza se non superiore, in termini di garanzie, rispetto a quello americano.

È evidente, quindi, che oggi le ISDS servono più che altro a determinare un vantaggio competitivo delle aziende Usa. Del resto tali clausole non si applicano alle aziende interne allo Stato e si reggono sul principio del trattamento nazionale, in base al quale l’investitore straniero deve essere trattato alla stregua di quello nazionale, e quello della nazione più favorita (MFN, most favoured nation). Cioè, un’azienda può invocare la protezione prevista da ogni altro trattato (es. firmato tra UE e Africa), se a lei più favorevole.

I tribunali ai quali saranno demandate tali controversie non sono quelli nazionali, bensì tribunali arbitrali sovranazionali per i quali non esistono obblighi di indipendenza, imparzialità e rispetto del principio della separazione dei poteri. Ognuna delle parti in causa sceglie uno dei membri del tribunale e il terzo, se non è scelto di comune accordo, viene selezionato dal segretario generale del Centro Internazionale per la risoluzione delle controversie relative agli investimenti (ICSID), il quale è scelto a sua volta dal presidente della Banca Mondiale. In caso di appello tutti e tre gli arbitri sono nominati dal presidente della Banca Mondiale. Il presidente della Banca Mondiale è nominato dagli Usa. È evidente lo squilibrio a favore degli Stati Uniti.

Un collegio arbitrale così nominato avrà il potere, non di abrogare una norma legislativa democraticamente emanata, ma di stabilire se quella norma compromette i profitti presenti e futuri di un'azienda straniera e quindi condannare eventualmente lo Stato al risarcimento dei mancati guadagni. Ad esempio, la Gabriel Resources ltd ha citato la Romania perché il legislatore, per motivi di sicurezza dei cittadini, ha impedito la realizzazione di una miniera a cielo aperto, per la quale erano stati spesi dall'azienda 1,4 miliardi. La Gabriel Resources aveva acquisito i diritti nel 1990, quando la corruzione era dilagante nel paese.
Alla fine la norma rimarrà in vigore, ma lo Stato potrebbe essere costretto a pagare fino a 4 miliardi di danni, cioè il 2% del Pil. E tutto questo per consentire un aumento del Pil europeo dello 0,2%.

Consultazione ISDS

Le fortissime critiche alle clausole ISDS, che a detta di molti commentatori avrebbero determinato una lesione dei principi democratici in Europa, ma soprattutto l’opposizione della Germania ai tribunali arbitrali, hanno portato la Commissione europea ad indire una consultazione (leggi Il trattato sul commercio con gli USA e la finta consultazione della Commissione europea). Ma tale consultazione si è poi rivelata più che altro una mossa propagandistica, visto che la domanda, poco chiara tra l’altro, non era “vogliamo le ISDS oppure no?” bensì “che tipo di ISDS vogliamo?”.
Nonostante ciò, la consultazione della Commissione si è rivelata un vero e proprio boomerang, il risultato è stato un plebiscito contro le clausole ISDS.

Comunque, dopo le pesanti critiche la Commissione europea è corsa ai ripari apportando alcune modifiche al sistema di tribunali arbitrali. Secondo la nuova proposta i giudici non saranno più arbitri, bensì veri e propri giudici ripartiti egualmente tra Usa, Ue e paesi terzi, probabilmente giudici in pensione o accademici di alto livello. Rimarrebbero, comunque, tribunali arbitrali, cioè un sistema giudiziario parallelo che consentirebbe alle aziende straniere di sottrarsi alla giurisdizione dei tribunali nazionali.

Questa nuova proposta si applicherebbe al TTIP. Ma se anche le clausole ISDS dovessero essere stralciate dall’accordo TTIP, la situazione non muterebbe. Le ISDS rimangono nel trattato CETA. E questo è importante, perché per agire contro un governo è sufficiente avere una sede secondaria nel paese di riferimento. Quindi alle aziende americane sarà sufficiente l’approvazione di CETA per agire contro i governi europei, attraverso la controllate canadesi.

CETA e privacy

E infine, CETA si occupa direttamente anche di protezione dei dati personali, a smentire che si tratta di un accordo meramente commerciale.
L’articolo 13.15 del trattato CETA prevede espressamente l’obbligo per i firmatari di autorizzare i flussi transfrontalieri finanziari, garantendo nel contempo una “adequate safeguards to protect privacy”, ma il testo non chiarisce il contenuto della tutela adeguata.
Inoltre, CETA contiene una deroga generale (articolo 28.3) in base alla quale le leggi europee in materia di protezione dei dati personali non possono essere in contrasto con altre disposizioni di CETA. Se adottato, CETA diverrebbe, in materia di privacy, norma superiore alla stessa Carta dei diritti fondamentali dell’UE.
È evidente che CETA va ben oltre quanto la Commissione, e il ministro Calenda, ci dicono.

Conclusioni

I trattati di libero scambio appaiono niente altro che un mezzo per costringere altri paesi ad aprire ad ogni costo i propri mercati alle multinazionali, con vantaggio specialmente delle aziende americane. E le clausole ISDS, o le equivalenti modificate del TTIP, sono lo strumento perché le aziende possano sottrarsi alla giurisdizione di uno Stato. Così le aziende potranno trarre profitto dall’abbassamento degli standard (NTB) di sicurezza in materia di salute, ambiente nei luoghi di lavoro, in materia ambientale e di protezione dei dati ed altro.

L’analisi del Canadian Centre for Policy Alternatives (CCPA), un documento intitolato Making Sense of the CETA, evidenzia come il trattato sia sbilanciato a favore della multinazionali e a spese dei consumatori, con grave rischio per i diritti di questi ultimi e per l’ambiente e il pubblico interesse.

Non dimentichiamo che PhRMA, rappresentante delle principali aziende americane sulla ricerca farmaceutica, ha chiesto espressamente di cancellare le norme europee che obbligano la pubblicazione dei dati degli studi clinici. Come del resto nel rapporto dell'USTR americano sugli obiettivi e benefici a seguito dell'accordo TTIP, nella sezione “commercio elettronico”, si sostiene chiaramente che: “free flows of data are a critical component of the business model for service and manufacturing enterprises in the U.S. and the EU and key to their competitiveness”.

Quindi, il libero scambio dei dati è essenziale per il modello di business delle aziende, certo, e i diritti dei cittadini? Ma questa è un’altra storia (leggi Usa vs Unione europea: l’escalation della guerra dei dati).

Il dibattito su ACTA ha dimostrato l’esistenza in Europa di una pubblica opinione che va oltre i confini nazionali. In tutta l’Europa la gente è stata coinvolta in proteste e dibattiti. La mobilizzazione della pubblica opinione è stata senza precedenti. Come Presidente del Parlamento europeo, mi sono impegnato a dialogare coi cittadini e a rendere l’Europa più democratica e comprensibile (Martin Schulz, Presidente del Parlamento europeo)

Nonostante il ministro Calenda scriva (leggi la lettera su STOP TTIP) alla Commissione europea confermando la disponibilità ad una procedura EU only, che quindi non implichi alcun passaggio al Parlamento italiano, il trattato CETA dovrebbe invece essere discusso da tutti, cittadini compresi, e in maniera approfondita e trasparente, non solo perché è un trattato misto che coinvolge aspetti che vanno ben oltre la mera regolamentazione commerciale, ma anche perché implica una profonda invasione nel campo dei diritti fondamentali dei cittadini.

A fine giugno si pronuncerà il Consiglio d'Europa su un testo che non è più modificabile, può essere solo approvato o respinto. Entro la fine dell'anno la parola passerà al Parlamento europeo. Con la doppia approvazione il trattato entrerà in vigore all'inizio del 2017.

 

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1000 euro a chi dimostra l’esistenza delle scie chimiche

Per 20 anni un illusionista canadese chiamato James Randi ha offerto un milione di dollari a chiunque fosse in grado di dimostrare un fenomeno paranormale*. La sfida (mai vinta da nessuno) è servita da ispirazione a due fratelli spagnoli che da tre anni curano un blog di debunking sul famigerato complotto delle scie chimiche.

David Incertis, ingegnere chimico, e Gabriel Incertis, musicista appassionato di scienza, offrono 1000 euro a chiunque presenti prove reali dell’esistenza di un complotto legato all'emissione di scie chimiche. Dopo aver letto di loro su El Confidencial, abbiamo deciso di intervistarli con l'obiettivo di estendere la sfida anche all’Italia.

“Siamo coscienti del livello di cospiranoia sciachimichista italiana, soprattutto grazie al lavoro del hoaxer Rosario Marcianò e di suo fratello”, rispondono alla nostra prima mail, “ma siamo comunque disposti ad aprire il concorso anche agli italiani”. Chiunque può partecipare alla sfida con un messaggio privato (in spagnolo o in inglese) alla loro pagina Facebook.

“La teoria cospirativa delle scie chimiche è talmente ridicola, sia dal punto di vista scientifico che da quello tecnologico, che non rischiamo nulla”, dice Gabriel. Più concretamente, i fratelli Incertis affermano che le scie degli aerei che vediamo nel cielo altro non sono che scie di condensazione. E che qualsiasi tentativo di negare questa evidenza è facilmente confutabile.

“Per ora nessuno ha vinto i 1000 euro - aggiunge David, che è ingegnere chimico - perché per fortuna esiste una cosa chiamata ‘scienza’ che ci permette di smontare qualsiasi cialtroneria al rispetto”. La maggior parte degli argomenti che giustificano la teoria del complotto più famosa d’Italia sono infatti fallacie scientifiche: alcuni affermano addirittura che le scie di condensazione non esistono (quindi si tratterebbe per forza di scie chimiche) e giustificano questa posizione ricorrendo a disegni e grafici completamente inventati. “In realtà la letteratura scientifica in materia è molto completa e non esistono posizioni di dissenso all’interno della comunità di scienziati”, spiegano i due fratelli. “Ci piace vincere facile”, scherza Gabriel. “All’inizio offrivamo 500 euro, poi abbiamo deciso di raddoppiare la posta in gioco”.

Prove false, insulti e minacce, ma nessun vincitore

Dal 2013 a oggi hanno ricevuto molti messaggi, che possiamo dividere in due categorie: prove false e insulti/minacce. Nella prima categoria rientrano centinaia di foto e video con caratteristiche molto simili, ma anche brevetti, proposte di legge e decreti di governo. “Nessuno di questi documenti dimostra nulla, si tratta per lo più di proposte di legge mai approvate (come la famosa H.R. 2977, promossa da persone che credevano agli UFO), di manuali di chimica basica per i piloti della US Airforce, o di brevetti fantasiosi, come macchine per viaggiare nel tempo e altre invenzioni mai costruite”, puntualizza David.

Una prova ricorrente negli ultimi tempi sono le analisi chimiche dell’acqua piovana, che proverebbero la contaminazione di alluminio proveniente dalle scie chimiche. “Un salto logico divertente, soprattutto se consideriamo che l’alluminio è il terzo elemento naturale più abbondante nella corteccia terrestre”.

Gli insulti più ricorrenti invece sono noti a chiunque abbia avuto a che fare almeno una volta con l'universo del complottismo: vanno dall’accusa di essere dei “collaborazionisti”, “normalizzatori”, "troll", "disinformatori professionisti", a quella di “essere pagati da loro” (il loro si riferisce a un'improbabile organizzazione segreta per la quale lavorerebbe chiunque abbia l'ardire di mettere in dubbio le strampalate teorie complottiste che girano online).

A questi grandi classici dobbiamo aggiungere le minacce ai due blogger (e ai loro figli). “Le collezioniamo. Qualche volta abbiamo ricevuto anche minacce di morte, ma non vogliamo prenderle sul serio. Le pubblichiamo tutte su una pagina Facebook che conoscono in pochi, chiamata Osservatorio contro la violenza sciachimichista, per mostrare fino a che estremo può arrivare il fanatismo di alcuni credenti”, racconta Gabriel.

Tra alieni, folletti, DNA mutante e Nuovo Ordine Mondiale

Come tutti sappiamo le scie chimiche hanno come obiettivo il controllo climatico per impedire che piova… no, volevo dire, per far sì che piova… anzi no, ammalarci… o controllare la nostra mente… avvelenando il suolo e le coltivazioni... che confusione!

Per meglio orientarci in questo universo delirante al limite della comprensione umana, abbiamo chiesto a Gabriel di raccontarci alcune delle teorie più assurde con le quali è entrato in contatto negli ultimi anni.

“Una delle mie preferite è forse quella di Peter Farley che sostiene che l’obiettivo principale delle scie chimiche sia quello di impedire la nostra ascesa…” Al paradiso? “No, è un po’ più complicato. Secondo Farley gli esseri umani stanno acquisendo nuove catene di DNA che ci permetterebbero di scappare dalla prigione della terza dimensione nel quale il Nuovo Ordine Mondiale (e compagnia cantante) vuole mantenerci per sempre…” E stanno usando le scie chimiche per tenerci prigionieri? “Corretto”.

“Un’altra fantastica storia è quella della terraformazione per permettere a una specie aliena di sopravvivere sul nostro pianeta”. Ooook.

“Poi ci sarebbe anche una che prende in prestito dalla mitologia della Silfide, una specie di folletto benevolo dell’aria, che ai giorni nostri si alimenta di scie chimiche”. Sembra ragionevole credere che esista davvero. "Ci sono le foto". E cosa si vede? "Nulla, le nuvole".

“Per ultima, ma non meno divertente, la teoria che mette in relazione le scie chimiche con una verità che vogliono tenerci nascosta: la terra è piatta. E le scie chimiche servono per impedire che la gente si svegli e sappia che la terra è piatta, che l’Antartide è un paradiso che ci è precluso, e che le foto della terra apportate dalla NASA sono fotomontaggi realizzati con Photoshop e con l’animazione grafica”.

Il controllo del clima

Come è possibile che questo mix eterogeneo di credenze assurde conviva armoniosamente?

Sebbene sia noto che una delle caratteristiche dello sciachimichismo sia proprio l’assenza di un discorso unificato e coerente, è vero anche che la maggior parte dei credenti è convinta che l’obiettivo di questo “bombardamento aereo” sia il controllo del clima. Se un complottaro vive in una regione arida, le scie chimiche saranno responsabili dell’assenza di pioggia. Se vive in una zona piovosa, darà la colpa alle scie chimiche dell’abbondanza di precipitazioni.

Un tempo, il clima era controllato dagli dei, che correvano in aiuto della ragione umana per spiegare eventi naturali incomprensibili all'epoca, come le tempeste, i terremoti, la siccità, etc. Oggi questo bisogno di comprensione è soddisfatto in modo diverso, ma la logica è molto simile.

“La fallacia consiste nel sostenere che esista un programma paramilitare o una cospirazione, perché in realtà si tratta di fenomeni fisici che descrivono l’interazione naturale tra i gas di scarico degli aerei e l’atmosfera nella troposfera superiore”.

È possibile convertire alla realtà un complottaro?

David ci racconta che esistono schieramenti in lotta tra loro anche tra gli sciachimichisti. Alcuni gruppi rifiutano l’uso del termine “scia chimica”, altre lo usano liberamente e accusano i primi di essere dei disinformatori. Ma la base non approfondisce troppo gli argomenti delle proprie credenze e questo è uno dei fattori che permette che un'idea senza fondamento alcuno sia così diffusa.

“È una questione di fede, come per la religione, e questo fa sì che esistano persone particolarmente permeabili a qualsiasi idea assurda. A volte si convincono perché ricercano nelle teorie del complotto quella sensazione di appartenenza a un gruppo che gli è negata dalla società. Altre volte abbiamo osservato una tremenda carenza di comprensione dei fondamenti della fisica e della chimica".

Spesso, l’evidenza innegabile dei fatti non è un fattore sufficiente per convincere una persona che ha riposto la propria fede in una credenza assurda. In questi casi, come spiega il giornalista e scrittore Charles Seife nel suo libro Virtual Unreality, potrebbe verificarsi nell'individuo una "dissonanza cognitiva": una situazione in cui la persona è costretta a credere nello stesso tempo a due idee reciprocamente incompatibili.

Questa situazione, particolarmente sgradevole per chiunque, è risolvibile solo in due modi: modificando la propria credenza e in certi casi abbandonandola (una scelta molto dolorosa per l'individuo), oppure sminuendo il peso dei fatti contrari e rafforzando la fede nella convinzione iniziale. Secondo Seife, che a sua volta cita uno studio degli anni cinquanta dello psicologo Leon Festinger, nel momento in cui si decide di rimanere fedeli alle proprie credenze a discapito della realtà, la dimensione sociale è importantissima: si cerca sostegno nelle persone che condividono la stessa credenza.

"L'arma più potente per respingere una scomoda verità è il nostro prossimo - una rete di fedeli pronti a credere insieme a noi. Nelle braccia dei nostri alleati, possiamo trovare sollievo dalla brutale dimostrazione della falsità della nostra convinzione." - Charles Seife

David e Gabriel hanno avuto esperienze dirette di questo tipo, ma sono anche riusciti a "convertire alla realtà" persone convinte dell'esistenza di una cospirazione responsabile di affumicare i nostri cieli allo scopo di [inserire qualsiasi cosa vi venga in mente]. "Normalmente accade dopo larghe e accese discussioni nelle quali il credente finisce per riconoscere che aveva riposto la propria fede in un'illusione".

La credenza nelle scie chimiche spesso è possibile per colpa del cosiddetto "pregiudizio di conferma" (confirmation bias), la scorciatoia mentale mediante la quale una persona seleziona e prende in considerazione solo le informazioni che confermano la sua convinzione, scartando o sminuendo quelle contrarie. I due blogger sono fiduciosi in questo senso: "Se metti a disposizione delle persone le informazioni corrette, con un approcio didattico, probabilmente si renderanno conto delle fallacie che sostenevano la loro posizione iniziale".

Un’ultima domanda è doverosa. Possiamo assicurare ai lettori che i nostri intervistati non sono al soldo di Bilderberg, degli Illuminati, o del Nuovo Ordine Mondiale? “Ah ah ah, ti sei dimenticato di mettere 'Monsanto' nella lista. Tornando seri, ciò che possiamo assicurarvi è che CI PIACEREBBE essere pagati per il nostro lavoro contro la pseudoscienza e la cialtroneria. Potremmo mettere dei banner pubblicitari, in quel caso sì saremmo finanziati da organizzazioni occulte quali Google e Facebook ah ah ah”.

Chiediamo loro se vogliono aggiungere qualcosa sull'argomento e optano per mandare un saluto a una vecchia conoscenza. “Ci piacerebbe dare una tirata d’orecchie a Rosario Marcianò (Tanker Enemy) per le sue ridicole manipolazioni, tra cui: falsificare sottotitoli, prendere video da YouTube, ricaricarli omettendo la fonte e la descrizione originale, inventandosi una nuova spiegazione ad hoc per rafforzare la bufala che si dedica a diffondere”. Se Marcianò ci legge e desidera replicare ai fratelli Incertis, può partecipare al dibattito sulla nostra pagina Facebook.

L'autore di questo articolo risponde personalmente ai lettori qui, qui e qui. Astenersi da insulti e minacce, grazie.

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*Correzione: in una precedente versione di questo articolo scrivevamo: "Da 20 anni un illusionista canadese chiamato James Randi offre un milione di dollari a chiunque sia in grado di dimostrare un fenomeno paranormale". In realtà la sfida di Randi è ufficialmente terminata nel 2015 [Post modificato dopo una segnalazione di un lettore su Twitter].

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Amministrative 2016: analisi di una sconfitta

Ripartire dalle persone

Questa mattina mi sono svegliato e ho pensato alle migliaia di Virginia Raggi e Chiara Appendino che stanno dedicando i loro anni migliori, le loro energie, la loro passione alla politica all'interno dei partiti. Dibattiti, comizi, banchetti, volantinaggi. C'è però una differenza fondamentale tra le due nuove prime cittadine di Roma e Torino e i militanti senza nome: le prime hanno avuto la possibilità di candidarsi a qualcosa, i secondi no. I secondi sono rimasti imbrigliati in logiche spartitorie, in liste realizzate con il bilancino, in una rispettosa e allo stesso tempo umiliante riverenza verso gerarchie immobili.

I partiti dovrebbero ripartire dai loro giovani (e meno giovani) talenti, dovrebbero dare reali possibilità ai tanti bravissimi militanti che tengono materialmente in piedi la baracca. Nei partiti classici è praticamente impossibile che un militante 'semplice' (laddove per semplice non si intende il primo passante, ma piuttosto una persona estremamente competente ma senza ruoli dirigenziali) possa diventare sindaco di una grande città. Ma da ieri l'alibi del "non ti conosce nessuno" o "non hai abbastanza voti" è definitivamente caduto.

E non basterà sindacare sulle procedure di selezione del MoVimento5Stelle, non basterà alludere alle modalità di voto tutt'altro che trasparenti, non basterà sottolineare la distanza abissale tra la militanza classica e i video su Youtube per poter mettere in discussione un concetto molto chiaro: nel M5S chiunque può contendere la leadership a livello locale; nei partiti classici, al momento, no. L'assenza di una reale contendibilità della leadership renderà il MoVimento5Stelle sempre più attraente degli altri partiti. E gli italiani al momento preferiscono una speranza opaca al 'nessuna speranza'.

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Simboli, valori e identità

In questi mesi c'è stata una polemica mossa dagli elettori del M5S nei confronti di tutti gli altri partiti e candidati: "Perché vi vergognate dei vostri simboli e non li usate sui manifesti?". La spiegazione tecnica della scelta di non usare i simboli sui manifesti è antica (nel senso che non è certo il primo anno in cui i loghi sono poco evidenti nella comunicazione politica) ed è spesso legata al fatto che i candidati sono espressione di una coalizione e non di singoli partiti - a differenza proprio dei candidati del MoVimento5Stelle - e dunque i loghi sono difficilmente utilizzabili su materiali che invece devono fare della pulizia e della semplicità di lettura il loro tratto distintivo. Nessuno contesta a Hillary o a Trump di non utilizzare il logo dei loro partiti, per fare un esempio banale.

Sarebbe sbagliato però ridurre la questione a semplici valutazione di tipo grafico e tipografico. Questa spiegazione tecnica può nascondere un portato simbolico che forse occorre rimettere al centro: il logo del MoVimento5Stelle non è semplicemente un segno grafico, ma è un elemento a cui i cittadini/elettori associano valori distinti, chiari, identitari. Possiamo dire lo stesso dei loghi del PD, di Forza Italia in questo momento? Io credo di no.

Il logo del M5S invece crea appartenenza. E infatti i candidati lo usano con orgoglio. Lo usano perché in questo momento quel logo è uno dei pochi che nella politica italiana può 'aggiungere' voti e non toglierli (esercizio mentale ozioso ma forse utile: provate a piazzare Virginia Raggi e Chiara Appendino in un altro partito, con le loro storie personali e i loro programmi: ce l'avrebbero fatta ugualmente?).

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Ritorno all'ideologia

Come riempire i simboli di contenuti e significati è l'essenza della politica. Vincere le elezioni è lo strumento attraverso cui quei contenuti e significati diventano azione. I contenuti e i significati dell'azione del MoVimento5Stelle sono deliberatamente e orgogliosamente post-ideologici. Il dirsi "né di destra né di sinistra" è infatti una cifra distintiva, da sempre. Grazie a questo posizionamento, il MoVimento5Stelle è il vero 'partito della nazione' dei ballottaggi perché appare votabile a elettorati che altrimenti non avrebbero nulla a che spartire.

A mio avviso esiste solo una strada per disarticolare un partito post-ideologico: tornare all'ideologia. Attenzione, per ideologia non si intende nulla che appartenga al secolo scorso, né nelle idee né negli uomini. Si intende un insieme di idee politiche chiare, un orizzonte culturale definito, una visione di lungo periodo, una leadership fresca.

Una forza post-ideologica si batte se è obbligata a prendere una posizione netta; il consenso del MoVimento5Stelle si contende se la sinistra torna a fare la sinistra e la destra torna a fare la destra. Solo in questo modo i compositi elettorati che oggi formano la base del M5S potrebbero ritornare nelle loro posizioni originali.

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Questione di fiducia

Chiunque pensi che il voto delle Amministrative riguardi solo la politica commette un errore di valutazione fatale, peraltro ancora più grave perché dimostrerebbe che la lezione delle politiche 2013 non ha insegnato nulla. Tra le élite messe profondamente in discussione dal voto c'è infatti, allo stesso modo, il sistema dei partiti e il sistema dei media.

Sabato Luigi Di Maio, ragionevolmente il prossimo candidato Premier del M5S, ha invitato su Facebook a non comprare più quotidiani come 'La Repubblica' e 'Il Messaggero' né a consultare i loro siti Internet. Tutto questo è accaduto nel silenzio quasi integrale dell'opinione pubblica.

Questo silenzio non è semplice distrazione, a mio avviso: è una sostanziale condivisione dell'appello e del messaggio potente (quanto pericoloso in prospettiva) che c'è dietro: i media italiani sono sostanzialmente inaffidabili, meglio evitarli.

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* L'autore di questo post è socio dell'agenzia di comunicazione Proforma e si è occupato delle campagna elettorale di Roberto Giachetti a Roma e Virginio Merola a Bologna.

Aggiornamento 22 ottobre 2016 ore 14.35 > In una versione precedente di questo post avevamo pubblicato questo passaggio che è risultato alla fine delle verifiche scorretto, non è vera la notizia che Appendino si sia avvicinata alla politica attraverso le Fabbriche di Nichi > Chiara Appendino, neo sindaca di Torino, ad esempio, si era avvicinata alla politica attraverso le Fabbriche di Nichi, spazio di aggregazione, proposte e rinnovamento politico, composto da associazioni sul territorio, gruppi on line, circoli, nato nel 2010 per accompagnare il percorso politico di Nichi Vendola e poi bruscamente interrotto per provare a trasformarlo in una corrente di partito. [*Siamo in attesa che questo particolare venga confermato]

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