Myanmar: la strage dei Rohingya, 80000 bambini senza cibo e il silenzio del Nobel Aung San Suu Kyi

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L'allarme per le conseguenze di quanto sta accadendo nelle ultime settimane nello stato di Rakhine, nel Myanmar occidentale, al confine con il Bangladesh, era stato già lanciato, per l'ennesima volta, lo scorso luglio, dal Programma alimentare mondiale delle Nazioni Unite che, in un rapporto, aveva denunciato la grave condizione di malnutrizione in cui si trovavano più di 80mila bambini al di sotto dei cinque anni.

via VOA

Il dossier dell'agenzia, elaborato sulla base di dati raccolti nei villaggi abitati dalla minoranza Rohingya, di fede musulmana, documentava la fuga di 75mila persone scappate dalla violenza dell'esercito di Myanmar.

Chi aveva scelto di rimanere, per lo più donne e bambini, soffriva la fame, non avendo possibilità di mangiare, a volte, anche per più di 24 ore.

Una bimba nel campo profughi di Kyaukpyu nello stato di Rakhine – Reuters/Soe Zeya Tun

"Si stima che, nei prossimi 12 mesi, 80500 bambini sotto i cinque anni necessiteranno di cure a causa di una grave malnutrizione", dichiarava il rapporto che confermava un peggioramento della situazione della sicurezza alimentare in aree già vulnerabili a seguito degli incidenti e della violenza scaturita nell'ottobre del 2016, quando attacchi di militanti Rohingya alla polizia di frontiera, che avevano causato nove morti, avevano provocato pesanti ritorsioni dell'esercito mediante incursioni aeree.

In quell'occasione, a causa della risposta armata brutale del governo di Myanmar, più di una dozzina di eminenti personalità fortemente critiche nei confronti della leader di fatto del paese, Aung San Suu Kyi, premio Nobel per la pace nel 1991, scrissero una lettera aperta al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite denunciando una tragedia di portata tale "che includeva pulizia etnica e crimini contro l'umanità".

Ai funzionari delle Nazioni Unite, che avrebbero voluto condurre un'indagine su omicidi, stupri e torture subiti dai Rohingya da parte delle forze di sicurezza, è stato sempre negato l'accesso. Non era la prima volta che venivano formulate simili accuse nei confronti dell'esercito di Myanmar. Nell'aprile 2013, Human Rights Watch aveva denunciato una vera e propria campagna di pulizia etnica contro i Rohingya da parte del paese. Le autorità di Myanmar, allora come adesso, hanno negato tali accuse.

Ma chi sono i Rohingya e perché continuano a essere perseguitati dalle autorità di Myanmar?

La definizione più frequente con la quale sono descritti è "la minoranza più perseguitata al mondo". I Rohingya sono un gruppo etnico, per la maggior parte di fede musulmana, che vive dal XII secolo a Myanmar, paese prevalentemente buddista. Attualmente, sono poco più di un milione.

Non inclusi nell'elenco dei 135 gruppi etnici ufficiali del paese, dal 1982 sono di fatto apolidi. Quasi tutti vivono nello stato di Rakhine, che non possono lasciare senza permesso del governo, in condizioni di estrema povertà e senza servizi minimi che garantiscano una vita dignitosa.

Nel corso dei cento e più anni di dominazione britannica (dal 1824 al 1948), un consistente flusso migratorio di operai è giunto a Myanmar proveniente da India e Bangladesh. Poiché l'amministrazione britannica considerava Myanmar una provincia dell'India, tale migrazione, malvista dalla maggioranza della popolazione nativa, era ritenuta interna.

In un rapporto del 2000 di Human Rights Watch, si documenta che dopo l'indipendenza, la migrazione avvenuta nel periodo britannico sia stata considerata dalle autorità birmane "illegale ed è su questa base che alla maggioranza della popolazione Rohingya viene rifiutata la cittadinanza".

Quando nel 1948 è stato approvato lo Union Citizenship Act, che ha definito le etnie alle quali veniva concessa la cittadinanza, i Rohingya furono esclusi. Tuttavia l'atto consentiva ai Rohingya che avevano familiari che avessero vissuto in Myanmar per almeno due generazioni di poter chiedere il rilascio di un documento d'identità. Durante questo periodo diversi cittadini Rohingya vennero anche eletti anche in Parlamento.

Dopo il colpo di stato militare del 1962, la situazione è cambiata drasticamente. Ai Rohingya sono stati concessi esclusivamente documenti d'identità stranieri che offrivano poche opportunità di lavoro e di frequenza scolastica.

Nel 1982, la nuova legge, che prevede tre livelli di cittadinanza, ha reso i Rohingya apolidi. Per ottenere il primo livello (naturalizzazione) bisogna dimostrare che la famiglia della persona che lo richiede viva in Myanmar da prima del 1948, nonché la conoscenza fluida di una delle lingue nazionali. Molti Rohingya non hanno questi requisiti perché in passato gli sono stati negati. Come conseguenza della legge, il diritto allo studio, al lavoro, di voto, di viaggio, a contrarre matrimonio, a praticare la propria religione e ad accedere ai servizi sanitari sono stati e continuano a essere limitati.

Dagli anni '70, una serie di violenze perpetrate nei loro confronti ha costretto centinaia di migliaia di Rohingya a fuggire negli stati confinanti del Bangladesh, della Malesia, in Thailandia e in altri paesi del sud-est asiatico per non continuare a subire stupri, torture, omicidi da parte delle forze di sicurezza. Si stima che siano fuggite quasi un milione di persone.

via Al Jazeera

La fuga in Bangladesh è ripresa dallo scorso 25 agosto dopo la risposta militare di Myanmar ad attacchi a posti di polizia e a una base militare ad opera di un gruppo armato Rohingya che hanno causato la morte di 12 addetti alla sicurezza. Il governo del paese ha accusato l'Arakan Rohingya Salvation Army (ARSA) di atti di terrorismo, dando vita a una reazione violenta e indiscriminata da parte dell'esercito che ha bruciato interi villaggi e perpetrato omicidi e violenze nei confronti di tutta la popolazione, uccidendo 400 persone e costringendo centinaia di migliaia di Rohingya a fuggire, provocando una delle più grandi crisi dei rifugiati degli ultimi tempi.

Da qualche settimana l'ARSA è stato inserito nell'elenco delle "organizzazioni pericolose" stilato da Facebook che ha impedito la pubblicazione di qualsiasi contenuto da parte del gruppo o in suo sostegno.

Mentre le forze militari di Myanmar, accusate dalle Nazioni Unite di esser impegnate in "un esempio da manuale di pulizia etnica", hanno una pagina Facebook seguita da 2 milioni e 600mila follower, numerosi profili di utenti privati sono stati sospesi per aver documentato, con post e immagini, le violazioni di diritti umani avvenute ai danni della popolazione Rohingya.

Facebook ha dichiarato di aver assunto il provvedimento non su richiesta del governo ma a causa della presunta attività violenta dell'ARSA, rifiutandosi di commentare se altri gruppi coinvolti nel conflitto siano stati ritenuti altrettanto pericolosi.

La decisione del social network è stata accolta con favore dal portavoce di Aung San Suu Kyi, Zaw Htay, che il 26 agosto ha condiviso in un post un messaggio inviatogli da Facebook con cui gli viene comunicata la rimozione dei contenuti riguardanti ARSA.

Critiche sono state mosse da rifugiati Rohingya, giornalisti e osservatori per quello che è ritenuto un atto di censura delle segnalazioni di violazioni dei diritti umani commesse nei confronti del gruppo etnico minoritario. Per Phil Robertson, vice direttore di Human Rights Watch Asia, i Rohingya sono stati costretti a raccontare la violenze subite su Facebook e Twitter a causa delle minacce e dei boicottaggi a cui vengono sottoposti i pochi media indipendenti in Myanmar, impossibilitati a parlarne.

«Credo che [Facebook] stia cercando di sopprimere la libertà di espressione e di dissenso in accordo con chi sta commettendo un genocidio nel regime di Myanmar», ha dichiarato al Guardian Mohammad Anwar, attivista e giornalista del sito RohingyaBlogger.com. Anwar, le cui accuse di censura sono state pubblicate dal Daily Beast, ha condiviso gli screenshot di numerosi post rimossi da Facebook per aver violato gli standard della comunità, alcuni dei quali descrivevano le operazioni militari compiute nei villaggi dei Rohingya indotti alla fuga.

Con la disponibilità di spazio estremamente limitata all'interno dei campi profughi gestiti dalle ONG nazionali e internazionali in Bangladesh, i Rohingya hanno costruito baracche con teloni e bastoni di bambù sulle colline sabbiose e in altri spazi all'aperto. La scorsa domenica l'Inter Sector Coordination Group, a cui aderiscono varie agenzie umanitarie, ha denunciato la condizione precaria negli insediamenti improvvisati in cui vivono quasi 327mila persone che necessitano di un riparo di emergenza.

Più della metà dei 412000 Rohingya fuggiti da Myanmar vivono in campi improvvisati
Mahmud Hossain Opu/Al Jazeera

Misada Saif, portavoce del Comitato Internazionale della Croce Rossa (ICRC), ha dichiarato ad Al Jazeera: «È una crisi enorme e al di là della capacità di molte organizzazioni internazionali che lavorano sul campo: le persone sono ancora in movimento, le famiglie cercano rifugio».

Dallo scorso sabato, inoltre, il governo del Bangladesh sta limitando lo spostamento di più di 400mila migranti Rohingya ordinando loro di rimanere nei luoghi assegnati. L'amministrazione ha anche annunciato la costruzione di rifugi per l'ospitalità di 400mila persone, nei pressi della città di Cox's Bazar.

Intanto le Ong che si occupano della difesa dei diritti umani continuano a documentare e a denunciare le violenze avvenute a partire da agosto. Lo scorso 19 settembre, Human Rights Watch ha pubblicato alcune immagini satellitari dello stato di Rakhine che mostrano la quasi totale distruzione di 214 villaggi. L'Ong ha chiesto ai leader mondiali riuniti in questi giorni a New York, in occasione della 72esima Assemblea generale delle Nazioni Unite, di adottare urgentemente una risoluzione che condanni la pulizia etnica da parte della milizia birmana, e al Consiglio di sicurezza di imporre sanzioni mirate e un embargo sulle armi.

Le immagini documentate da HRW rivelano la distruzione di migliaia di abitazioni nelle municipalità di Maungdaw e Rathedaung. «Queste immagini forniscono prove scioccanti di una distruzione enorme in un tentativo evidente delle forze di sicurezza birmane di impedire ai Rohingya di tornare nei loro villaggi», ha dichiarato Phil Robertson. «I leader mondiali riuniti presso le Nazioni Unite dovrebbero intervenire per porre fine a questa crisi crescente e mostrare ai leader militari della Birmania che pagheranno un prezzo per tali atrocità».

Aung San Suu Kyi interviene sulla crisi in corso a Myanmar
Soe Zeya Tun/Reuters

Dopo settimane di imbarazzante silenzio e l'annuncio del portavoce della mancata partecipazione alla 72esima Assemblea generale delle Nazioni Unite, Aung San Suu Kyi, è intervenuta lunedì scorso, a Naypyidaw, capitale del Myanmar, sulla crisi in corso nel paese, dinanzi a una platea di diplomatici stranieri. Nel suo discorso, il premio Nobel per la pace non ha mai criticato le forze militari per le violenze compiute nello stato del Rakhine, mentre ha sottolineato l'impegno delle forze di sicurezza nel prendere tutte le misure necessarie per non colpire i civili innocenti e per evitare danni collaterali. «Siamo preoccupati di sapere che molti musulmani stanno fuggendo in Bangladesh attraverso il confine. Vogliamo scoprire i motivi di questo esodo», ha dichiarato.

Amnesty International, da anni impegnata nella denuncia degli abusi perpetrati dalle forze di polizia birmane, ha così commentato l'intervento di Aung San Suu Kyi: «Oggi, Aung San Suu Kyi ha dimostrato che sia lei che il suo governo stanno ancora nascondendo la testa nella sabbia rispetto agli orrori che si compiono nello stato di Rakhine. Il suo discorso era poco più di un miscuglio di bugie e accuse nei confronti delle vittime».

«Ci sono prove evidenti che le forze di sicurezza sono impegnate in una campagna di pulizia etnica attraverso omicidi e sgomberi forzati. Se da un lato è positivo sentire Aung San Suu Kyi condannare violazioni dei diritti umani nello stato di Rakhine, dall'altro continua a rimanere in silenzio sul ruolo delle forze di sicurezza», ha dichiarato James Gomez, direttore di Amnesty International per il Sudest Asiatico e il Pacifico. «Se Myanmar non ha nulla da nascondere, dovrebbe consentire l'ingresso nel paese agli ispettori delle Nazioni Unite, incluso nello stato di Rakhine. Il governo deve inoltre concedere urgentemente agli attori umanitari accesso completo e libero in tutte le aree e alle persone in difficoltà nella regione».

«Aung San Suu Kyi ha giustamente sottolineato le sfide derivanti dai conflitti in altre zone del paese» ha proseguito Gomez «ma resta il fatto che le minoranze etniche stanno soffrendo gravi violazioni dei diritti umani da parte dei militari, in particolare negli stati del Kachin e dello Shan. Queste modalità operative continueranno finché le forze di sicurezza godranno di totale impunità».

Foto in anteprima via The Economist

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Raptus, gelosia, sensazionalismo e morbosità: i media e la violenza sulle donne

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I fatti di cronaca delle ultime settimane hanno portato di nuovo il tema della violenza sulle donne al centro del dibattito pubblico. Abbiamo ricostruito come i media hanno parlato di questi episodi, analizzando con l'aiuto di esperti quali sono le criticità e gli errori di un racconto basato su stereotipi, sensazionalismo e che molte volte finisce per non rispettare le vittime.

Il "raptus" e il “crimine di passione”

Lo scorso 3 settembre una ragazza di 16 anni, Noemi Durini, è scomparsa da Specchia, in provincia di Lecce, dopo essere uscita di casa alle prime ore del mattino. L’ultima persona ad averla vista è un diciassettenne con cui l’adolescente aveva una relazione da circa un anno. La sera del 13 settembre il ragazzo ha confessato ai carabinieri di aver ucciso Noemi, conducendoli nel luogo dove è stata ritrovata, nascosta sotto dei sassi.

In un primo momento il diciassettenne ha detto di aver agito perché lei voleva lasciarlo, successivamente ha cambiato versione, affermando di aver ucciso Noemi per proteggere i genitori, che lei avrebbe voluto “sterminare” perché contrari alla loro relazione. La famiglia di Noemi, invece, aveva segnalato alla magistratura minorile il ragazzo a causa del suo comportamento violento nei confronti della figlia.

Nonostante si tratti di un episodio molto cruento, per raccontare l'intera vicenda sui media sono stati usati per lo più termini e parole riconducibili alla sfera amorosa. Il killer, ad esempio, è stato indicato frequentemente con l’appellativo di “fidanzatino” di Noemi, descritto come “quel ragazzino che l’amava in maniera così morbosa”. Diversi siti parlano di “amore malato” o “amore sbagliato”, e hanno trovato molto spazio dichiarazioni del diciassettenne del tipo “l’amavo moltissimo, ma l’ho ammazzata”.

Una ricerca condotta nel 2014 dal dipartimento di Scienze politiche e sociali dell’Università di Bologna su articoli di cronaca riguardanti casi di donne uccise dai partner pubblicati su tre quotidiani italiani nel 2012 (Corriere della Sera, La Repubblica, La Stampa) ha mostrato come questa sorta di “romanticismo della violenza” faccia parte di un codice narrativo molto utilizzato dai media in questi casi. Su 116 articoli esaminati, 92 presentavano la vicenda come collegata a una “dimensione d’amore e passione, sottintendendo l’esistenza di una connessione forte tra il femminicidio della partner e uno stato di amore tormentato”. I principali motivi del “crimine di passione” erano “la gelosia e l’incapacità di accettare la decisione del partner di terminare la relazione” a cui veniva accompagnata una “perdita di controllo” da parte dell’uomo. Il Corriere, ad esempio, nel marzo del 2012 titolava: “Delitto nel Veronese, strangola la moglie con un foulard per gelosia”; mentre La Stampa a maggio dello stesso anno scriveva che un uomo aveva ucciso “la donna della sua vita, che lo aveva lasciato, sparandole”, perché “non si era rassegnato all’idea di perderla”.

Anche in casi più recenti, il frame è lo stesso. Nel raccontare il femminicidio di Sara Di Pietrantonio, la ragazza di 22 anni bruciata viva dall’ex fidanzato a Roma nel 2016, sono state spesso riportate le affermazioni del killer Vincenzo Paduano, che non “sopportava che fosse finita”. Così ad esempio scriveva l’HuffingtonPost: “La loro storia era cominciata due anni fa ed era stata segnata da rotture e riprese. Da qualche settimana, però, Sara aveva un'altra relazione e questo ha fatto perdere la testa a Paduano”.

In generale, basta digitare nella barra di ricerca di Google “uccisa per gelosia” o “non sopportava la fine della relazione” per vedere spuntare nuovi e diversi articoli che seguono questa narrazione su giornali locali, nazionali e siti minori.

Secondo le ricercatrici di Bologna, rifacendosi ad “amore romantico” e “perdita di controllo” da un lato si sostiene “che i femminicidi vadano intesi come il tragico e inaspettato epilogo di una contingente mancanza di capacità di discernimento dell’individuo”, dall’altro si “mitigano le responsabilità del killer per il crimine commesso”, suscitando “una rappresentazione simpatetica” di lui.

«Il femminicidio – spiega però a Valigia Blu Lella Palladino, consigliera dell’associazione D.i.Re e presidente della cooperativa E.V.A., che gestisce alcuni Centri antiviolenza in Campania – va messo in connessione con quello che è accaduto prima. Di solito l’uccisione non è che l’atto finale di violenze che le donne hanno subito nella coppia. Anche nel caso della ragazzina pugliese di 16 anni è stato così: c’erano state una serie di violenze denunciate dalla mamma, e di cui Noemi era diventata consapevole». «Riducendo tutto alla sfera amorosa – aggiunge – non viene neanche evidenziata l’ambivalenza nella percezione tra quello che è gelosia e quello che è controllo, tra quello che è normale routine in una coppia e quella che è sopraffazione. Questo non aiuta le donne ad avere consapevolezza, è solo un perpetuare di stereotipi».

A rafforzare la visione del femminicidio come un evento imprevedibile contribuisce anche l’elemento del “raptus”, un impulso improvviso e incontrollato che spinge a comportamenti per lo più violenti. Per l’indagine dell’ateneo bolognese, il suo uso implica una colpevolizzazione della vittima: avrebbe potuto prefigurarsi i motivi della “perdita di controllo”, e in qualche modo ha meritato quanto le è accaduto.

È stato un "raptus" quello di Francesco Mazzega, che la sera del 31 luglio ha ucciso la sua fidanzata Nadia Orlando, vagando poi con il suo corpo in macchina per tutta la notte a Palmanova, in Friuli; lo è stato quello di Luigi Sibilio che il 18 maggio in Veneto ha accoltellato a morte Natasha Bettiolo, di cui si era invaghito; ed è stato un “raptus nel sonno” quello che ha fatto sì che lo scorso aprile Salvatore Pirronello ammazzasse la sua convivente, Patrizia Formica, mentre era a letto nella sua casa in provincia di Catania.

Secondo il dottor Claudio Mencacci, che è stato presidente della Società italiana di psichiatria (Sip), però, sostanzialmente il raptus «non esiste» e «spesso se ne fa un uso giustificazionista e assolvente. Normalmente c’è una lunga preparazione e un’attitudine alla violenza e all’aggressività, che trova un momento culminante già precedentemente manifestato». Non c’è, aggiunge, una connessione tra raptus omicida e femminicidio: «Si deve parlare di omicidio di genere e si deve tornare a parlare di sopraffazione, prepotenza e violenza».

Leggi anche >> Contro la violenza sulle donne: media, scuola, diritti #nonunadimeno

Nonostante ci sia “un’attenzione crescente sulla violenza sulle donne”, secondo la ricerca dell’Università di Bologna la narrazione del femminicidio sui media italiani “riproduce largamente miti e stereotipi della violenza di genere”: sembra che “i giornali non dispongano di un modo” per spiegare perché “uomini ordinari uccidano le partner che amano”.

«Non viene mai raccontato da dove nasce la violenza – precisa Palladino - Sembra che sia qualcosa che origina dalla malattia mentale di alcuni uomini, o dalla distorsione della relazione. Quello che i giornali dovrebbero dire è che nasce dall’ancora forte subordinazione delle donne, dal disequilibrio di genere».

La spettacolarizzazione del dolore

A questo tipo di narrazione, va aggiunta una certa morbosità nei casi più cruenti. Secondo un’analisi del Osservatorio di Pavia, in numerose trasmissioni televisive, in generale “episodi di cronaca nera diventano storie da narrare, arricchite di colpi di scena, rivelazioni vere o presunte, dichiarazioni di persone coinvolte, ritratti di personaggi”. Quando il racconto si tinge di drammaticità “può perdere contatto con la ricerca della verità, e soprattutto con la pertinenza e la continenza formale necessarie alla trattazione del tema”.

Lo scorso 13 settembre la trasmissione Chi l’ha visto? ha mandato in onda un’intervista ai genitori dell’assassino di Noemi Durini, durante la quale l’inviata Paola Grauso ha comunicato loro prima il ritrovamento della ragazza "morta", poi l’avvenuta confessione del figlio. Una modalità simile si era verificata anche nel 2010 con il delitto di Avetrana, quando, nel corso della stessa trasmissione, è stata comunicata alla madre di Sarah Scazzi la notizia del ritrovamento del corpo della figlia.

La scelta del programma di Rai Tre ha subito diverse critiche, anche da parte dei telespettatori. Buona parte dei siti di informazione e giornali ha ripreso comunque il filmato, caricandolo sui propri portali.

La ricerca della spettacolarizzazione, prosegue l’analisi dell’Osservatorio di Pavia, viene perseguita “talvolta anche nell'incuranza della sensibilità di chi sta davanti alla TV, (...) un pubblico che subisce descrizioni meticolose sui tagli inferti alla vittima, sullo stato di decomposizione di un cadavere, su come sia possibile saltellare fra macchie di sangue senza sporcarsi le scarpe”.

Se questo è vero in generale, vale doppiamente per i casi di femminicidio. «La violenza da sempre è qualcosa che attira l’attenzione della pubblica opinione: crea sconvolgimento, e viene utilizzata da tempo per vendere più copie, fare più audience o visite», spiega a Valigia Blu Chiara Cretella, esperta di politiche di genere. «Nel caso specifico della violenza contro le donne – continua – c’è un surplus di erotizzazione dato dal corpo femminile brutalizzato, violentato, malmenato, ucciso e quindi a disposizione dello spettatore».

Il Messaggero, ad esempio, ha dato conto delle condizioni fisiche in cui è stato ritrovato il corpo di Noemi, delle ferite presenti, di quanto fosse o non fosse riconoscibile; Il Corriere della Sera, invece, ha riportato la deposizione dell’assassino, titolando sul rapporto sessuale che ci sarebbe stato tra i due adolescenti prima che Noemi fosse colpita mortalmente alla testa. Una dinamica simile è quella della pubblicazione (su Libero e non solo) dei particolareggiati verbali delle deposizioni delle donne vittime di stupro a Rimini.

«Il meccanismo estetico è un po’ quello dei film di Quentin Tarantino. I mass media utilizzano lo stesso paradigma, alcune volte in maniera pienamente consapevole, altre facendo degli errori veramente grossolani», precisa Cretella. Collegata a questo aspetto è l’enfasi sull’avvenenza o giovinezza della vittima. Secondo un’analisi del progetto Questione d’Immagine, sui giornali italiani prevale una “visione del femminicidio portato sulla bellezza e la desiderabilità femminile come elemento narrativo” e “persino come valore-notizia che orienta la scelta e la messa in pagina delle news”.

Da questo stereotipo, spiega Cretella, «sono escluse tutta una serie di figurazioni: ad esempio se la vittima è anziana o non è più bella. Come il caso di Gloria Rosboch, uccisa nel 2016: in quel caso tutti i giornali sottolinearono la sua bruttezza, il suo non essere giovane, sottintendendo che una donna di quel genere che si permette di innamorarsi di un ragazzo piacente se l’è cercata». Nel caso in cui la vittima sia giovane e bella, «purtroppo la sua immagine viene diffusa su tutti i giornali». Magari saccheggiando i profili social.

Leggi anche >> Come i media dovrebbero coprire i casi di violenza sulle donne

La rappresentazione mediatica dello stupro

Tra la fine di agosto e l’inizio di settembre due episodi di violenza sessuale hanno catalizzato l’attenzione mediatica. Il primo è avvenuto su una spiaggia di Rimini, la notte dello scorso 26 agosto: quattro uomini stranieri hanno aggredito e stuprato una giovane turista polacca, picchiando il ragazzo che si trovava con lei; successivamente, in una strada poco lontana, hanno violentato anche una donna transessuale peruviana. Il secondo episodio, invece, si è verificato a Firenze: nella notte tra il 6 e il 7 settembre due studentesse americane hanno denunciato di essere state stuprate da due carabinieri che le avevano riaccompagnate a casa con la macchina di servizio.

Delle due vicende si è parlato tanto, seppur in maniera diversa. Secondo Marco Bruno, sociologo della comunicazione all’università La Sapienza di Roma, «il comune denominatore per i casi di Rimini e Firenze è una sorta di disprezzo delle vittime». Nel primo caso, «non interessavano più di tanto: interessava chi ha commesso il fatto per costruire la campagna politica». Per Firenze, invece, «la chiave di lettura è pesantemente denigratoria nei confronti delle ragazze americane».

Il dibattito che si è scatenato attorno agli stupri di Rimini si è infatti incentrato sulla nazionalità degli aggressori, tutti e quattro stranieri e originari di Marocco, Congo e Nigeria. Il focus sulla provenienza degli stupratori ha praticamente eliminato le vittime dal racconto – e per la verità la donna transessuale è stata a stento nominata.

Lo scorso 6 settembre Libero ha pubblicato un articolo in cui si riportavano quasi integralmente i verbali delle deposizioni delle vittime, che raccontano dettagliatamente gli abusi subiti. Il titolo è piuttosto eloquente: “Le bestie di Rimini. Violenze disumane e doppia penetrazione”. Il Giornale ha ripreso la notizia, mentre alcuni stralci delle denunce sono stati pubblicati dal Corriere.

La scelta di pubblicare i verbali ha sollevato diverse critiche. Le Commissioni pari opportunità della Fnsi (Federazione nazionale della stampa italiana), dell’Ordine dei giornalisti e dell’Usigrai e l’associazione GIULIA hanno presentato un esposto ai Consigli di disciplina degli Ordini della Lombardia e del Lazio, contro l’articolo di Libero, che ammicca “alla curiosità morbosa dei lettori” e fa “leva sul sensazionalismo, incurante del diritto delle vittime alla privacy e del rispetto dovuto alle vittime”.

Nel caso delle violenze sessuali di Firenze, invece, la chiave è stata quella di accogliere ipotesi giustificatorie nei confronti dei carabinieri, e gettare discredito verso le due studentesse, la cui versione è stata sin da subito definita “oscura, strampalata, piena di dubbi e contraddizioni, messaggera di verità o di menzogna e che rischia di gettare ombre e fango su un’istituzione, i carabinieri, simbolo di legalità e giustizia”. Ad esempio si è insistito molto sul fatto che le ragazze avessero bevuto e fumato, sottintendendo che questo comportamento potesse aver avuto un ruolo nel verificarsi della violenza.

Intorno alla vicenda sono anche iniziate a circolare notizie false. Molti giornali hanno scritto che le ragazze, così come buona parte delle studentesse americane, avrebbero avuto una specifica assicurazione contro lo stupro. Si è insinuato, così, che la denuncia potesse essere strumentale. Questa circostanza – smentita poi dall’avvocato delle ragazze – è stata riportata da diversi giornali, che poi hanno cancellato il riferimento (come Repubblica che poi ha modificato il pezzo. Su Il Secolo XIX e sul Giornale, invece, si trova ancora). Un altro dato non veritiero riguarda i numeri delle denunce per stupro poi rivelatesi false. Luca Sofri ha fatto notare come alcuni giornali e siti di news (ndr tra i primi a pubblicare il dato La Stampa, Il Messaggero, il Corriere della Sera) abbiano riportato che ogni anno solo a Firenze vengono presentate da ragazze americane dalle 150 alle 200 denunce per stupro delle quali il 90% risulta completamente inventato. La stima, però, si è rivelata priva di qualsiasi fondamento.

Il discredito e la minimizzazione di quanto subito dalle due ragazze di Firenze sono molto frequenti secondo Lella Palladino: «Anche qui si rafforzano solo stereotipi. Il linguaggio che si usa per lo stupro è vouyeuristico o da vittima, che sottolinea la fragilità delle donne, o le colpevolizza perché hanno bevuto, sono andate in giro vestite in un certo modo. Non ce n’è bisogno, queste cose le donne se le dicono da sole. Lo stupro credo sia l’unico reato in cui la vittima rimprovera se stessa». La colpevolizzazione, tra altro, fa sì che molte donne rinuncino a denunciare per paura di non essere credute.

Sulla scia degli stupri di Rimini, soprattutto, e di altri episodi verificatisi nelle ultime settimane, molti giornali hanno iniziato a parlare di “emergenza stupri”. Il Messaggero, in particolare, ha lanciato una campagna dal titolo “Roma insicura, un manuale per donne” con la quale si chiede all’amministrazione più sorveglianza e si mettono in guardia le donne dall’evitare “situazioni pericolose” e accettare protezione arrendendosi alla “necessità di riconoscere i rischi e le debolezze del destino femminile”.

Per Palladino «non esiste nessuna emergenza, il problema è strutturale e cronico. I casi che ci sono stati sono gravissimi, ma la maggior parte degli stupri si consuma tra le mura di casa, e sono anche difficili da percepire come reati. Giornali, radio e tv dovrebbero parlarne ogni giorno. Su questo invece non c’è mai attenzione mentre l’evento fa notizia perché può essere strumentalizzato». Per questo, aggiunge, «i media si concentrano su quelli perpetrati dagli sconosciuti, che poi è il fantasma con cui le ragazzine crescono e vengono educate. Così però si rischia di credere che lo stupro sia solo quello».

Nel saggio Le Viol, un crime presque ordinaire scritto da due giornalisti francesi viene ricostruito il trattamento ricevuto dai casi di stupro dai giornali: “Nello spazio mediatico lo stupratore seriale è largamente più presente del nonno che aggredisce i suoi nipotini (…). Quando una giovane donna viene violentata in un bosco mentre stava facendo del footing, tutti ne parlano. Un incesto non interessa quasi a nessuno. I drammi che si consumano a bassa voce, frequenti ma poco visibili, non interessa ai media. Perché quello che viene nascosto, dalla sfera familiare per esempio, è un argomento di inchiesta molto difficile. I giornalisti non hanno tempo e si precipitano su ciò che corre veloce". Nel libro viene riportata un’intervista a un cronista giudiziario secondo il quale “il problema della violenza è che si tratta di storie che fanno vendere. Mi ricordo dei colleghi della stampa scritta, a cui i capi dicevano: ‘per i dettagli ti lascio libero di scegliere, ma se puoi sapere la marca delle mutande...”.

Come si dovrebbe parlare di violenza sulle donne

Pochi giorni fa il Garante per la protezione dei dati personali ha emesso una comunicazione invitando i media “ad astenersi dal riportare informazioni e dettagli che possano condurre, anche in via indiretta, alla identificazione delle vittime” nei casi di violenza sessuale.

Più in generale l’Ordine dei giornalisti ha adottato un documento della Federazione Internazionale dei Giornalisti (IFJ) relativo a come parlare di violenza sulle donne sui media. Si tratta di un decalogo in dieci punti:

1. Identificare la violenza inflitta alla donna in modo preciso attraverso la definizione internazionale contenuta nella Dichiarazione delle Nazioni Unite del 1993 sull'eliminazione della violenza nei confronti delle donne.

2. Utilizzare un linguaggio esatto e libero da pregiudizi. Per esempio, uno stupro o un tentato stupro non possono venire assimilati a una normale relazione sessuale; il traffico di donne non va confuso con la prostituzione. I giornalisti dovranno riflettere sul grado di dettagli che desiderano rivelare. L'eccesso di dettagli rischia di far precipitare il reportage nel sensazionalismo. Così come l'assenza di dettagli rischia di ridurre o banalizzare la gravità della situazione. Evitare di suggerire che la sopravvissuta è colpevole o che è stata responsabile degli attacchi o degli atti di violenza subiti.

3. Le persone colpite da questo genere di trauma non necessariamente desiderano essere definite "vittime", a meno che non utilizzino esse stesse questa parola. Venir etichettati può infatti far molto male. Un termine più appropriato potrebbe essere "sopravvissuta".

4. La considerazione dei bisogni della sopravvissuta quando la si intervista consente di realizzare un reportage responsabile. Può trattarsi di un dramma sociale. Permettere alla sopravvissuta di essere intervistata da una donna, in un luogo sicuro e riservato, fa parte della considerazione di questo dramma. Si tratta di evitare di esporre le persone intervistate ad abusi ulteriori. Certi comportamenti possono mettere a rischio la loro vita e la loro posizione in seno alla comunità d'appartenenza.

5. Trattare la sopravvissuta con rispetto, tutendola la sua privacy e informandola in maniera completa e dettagliata sugli argomenti che saranno trattati nel corso dell'intervista e sulle modalità d'uso dell'intervista stessa. Le sopravvissute hanno il diritto di rifiutarsi di rispondere alle domande e di divulgare più informazioni di quanto non desiderino. Rendersi disponibile per un contatto ulteriore con la persona intervistata e lasciare le proprie generalità le permetterà di restare in contatto con il/la giornalista se lo vuole o ne ha bisogno.

6. L'uso di statistiche e informazioni sull'ambito sociale permette di collocare la violenza nel proprio contesto, nell'ambito di una comunità o di un conflitto. I lettori e il pubblico devono ricevere un'informazione su larga scala. L'opinione di esperti, come quelli dei DART (Centri post-traumatici), permette di rendere più comprensibile al pubblico l'argomento, fornendo informazioni precise e utili. Ciò contribuirà ad allontanare l'idea che la violenza contro le donne sia una tragedia inesplicabile e irrisolvibile.

7. Raccontare la vicenda per intero: a volte i media isolano incidenti specifici e si concentrano sul loro aspetto tragico. La violenza potrebbe inscriversi in un problema sociale ricorrente, in un conflitto armato o nella storia d'una comunità.

8. Preservare la riservatezza: fra i doveri deontologici dei giornalisti c'è la responsabilità etica di non citare i nomi e non identificare i luoghi la cui indicazione potrebbe mettere a rischio la sicurezza e la serenità delle sopravvissute e dei loro testimoni. Una posta particolarmente importante allorché i responsabili della violenza sono forze dell'ordine, forze armate impegnate in un conflitto, funzionari di uno stato o d'un governo o infine membri di organizzazioni potenti.

9. Utilizzare le fonti locali. I media che assumono informazioni da esperti, da organizzazioni di donne o territoriali su quali possano essere le migliori tecniche d'intervista, le domande opportune e le regole del posto, otterranno buoni risultati ed eviteranno situazioni imbarazzanti od ostili; come accade quando un cameraman o un giornalista s'introducono in spazi privati o riservati senza alcuna autorizzazione. Da qui l'utilità d'informarsi precedentemente sui contesti culturali locali.

10. Fornire informazioni utili: un reportage che citi i recapiti di persone qualificate da contattare, così come le generalità delle organizzazioni e dei servizi d'assistenza, sarà d’aiuto fondamentale alle sopravvissute, ai testimoni e ai loro familiari, ma anche a tutte le altre persone che potranno venire colpite da un'analoga violenza.

La Convenzione di Istanbul sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne all’articolo 17 chiede che si incoraggi “il settore privato, il settore delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione e i mass media, nel rispetto della loro indipendenza e libertà di espressione, a partecipare all’elaborazione e all’attuazione di politiche e alla definizione di linee guida e di norme di autoregolazione per prevenire la violenza contro le donne e rafforzare il rispetto della loro dignità”.

Marina Cosi, presidente della rete GIULIA, spiega a Valigia Blu che nonostante ci sia ancora molto da fare «qualcosa è già cambiato. In alcuni giornalisti c’è una nuova sensibilità, in altri per lo meno la percezione che ci sia qualcosa di sbagliato nel linguaggio. La battaglia che portiamo avanti ha dato qualche frutto. Penso però che molti agiscano con il pilota automatico, senza rendersi conto». Di fronte a cose «come i verbali pubblicati o titoli urlati, credo che ci sia però consapevolezza della scorrettezza messa in atto. Ci si passa sopra per intenti di diffusione, meramente merceologici. E questo è il motivo per cui oltre a fare iniziative di formazione, negli ultimi tempi abbiamo fatto degli esposti».

Quello che è fondamentale, secondo Cosi, è che ci sia formazione e soprattutto una riflessione a tutti i livelli: «Spesso mi sono sentita rispondere dai colleghi: ‘Se non faccio così chiudo’. Bene, in questi casi si dice: ‘Chiudi’. Non è perché si è in guerra si aderisce alle posizioni del nemico, mi si passino i termini militari. Credo che i giornalisti debbano recuperare l’orgoglio del proprio ruolo, e la consapevolezza dell’incidenza nel mondo in cui viviamo».

Immagine in anteprima di Stefania Anarkikka Spanò

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Cosa ci dice davvero la Storia di “Giuseppina Ghersi stuprata e uccisa dai partigiani”

[Tempo di lettura stimato: 15 minuti]

*La fotografia in anteprima è stata associata da diversi giornali alla vicenda di Giuseppina Ghersi, ma si tratta di una falsa attribuzione perché la foto non si riferisce a quella storia.

Verità storiche tutte da appurare, ricostruzioni giornalistiche avventate e una narrazione distorta degli eventi. Ha suscitato polemiche l’iniziativa da parte dell’amministrazione comunale di Noli, in provincia di Savona, città medaglia d’oro per la Resistenza, di dedicare una targa a Giuseppina Ghersi, diventata negli anni uno dei simboli della memoria di destra, nella piazza Fratelli Rosselli, fondatori di Giustizia e Libertà uccisi in Francia da formazioni locali di estrema destra e a loro volta bandiera dell’antifascismo.

Secondo le versioni della vicenda diffuse soprattutto nell’ambito delle formazioni politiche e culturali di destra, Giuseppina Ghersi sarebbe stata uccisa nel 1945 all’età di 13 anni vicino al cimitero di Zinola, alla periferia di Savona, da alcuni partigiani, presumibilmente dopo essere stata stuprata.

In questi giorni diverse testate giornalistiche, locali e nazionali, hanno riportato la notizia, ma nel ricostruire tutta la vicenda hanno dato per certi fatti storici non del tutto appurati e veicolato una ricostruzione tuttora soggetta a contestazione e a versioni differenti a seconda del lato da cui la si guarda, finendo per avvalorare fonti di parte, non adeguatamente verificate o palesemente false.

Il primo a parlare dell’iniziativa è stato Mario De Fazio in un articolo pubblicato il 13 settembre sull’edizione cartacea di Savona de La Stampa e poi diffuso online il 14 settembre sul sito del Secolo XIX. Nell’introdurre la storia dell’uccisione di Giuseppina Ghersi, il giornalista si mostra molto cauto:

Una targa per ricordare la tredicenne Giuseppina Ghersi, forse stuprata e uccisa da alcuni partigiani savonesi pochi giorni dopo la Liberazione. Una targa che sarà collocata nel bel mezzo di una piazza di Noli dedicata ai fratelli Rosselli, vessilli dell’antifascismo e fondatori di Giustizia e Libertà, vittime di sicari dell’estrema destra francese.

Utilizzando l’avverbio “forse”, sin dall’attacco del pezzo, De Fazio sottolinea come la ricostruzione storica della vicenda non sia stata ancora appurata e, come spiega alcune righe dopo, sia oggetto di discussione ogni anno in occasione della commemorazione di Giuseppina Ghersi. A Savona, scrive il giornalista, la storia è un “tabù ma anche una ferita che sanguina ancora e si riapre ogni anno, a più di settant’anni di distanza. Troppo facile strumentalizzare da una parte e dall’altra, troppo scivoloso l’argomento in una città Medaglia d’oro per la Resistenza”.

Non c’è chiarezza sul motivo per cui sia stata uccisa la ragazzina, “forse perché aveva genitori filo-fascisti, o solo perché aveva ricevuto un encomio per un tema su Mussolini o, sostiene qualcun altro, perché era – a tredici anni – una 'spia collaborazionista'. Ancora oggi, come testimoniato da alcuni ricordi raccolti in un articolo pubblicato sempre sul Secolo XIX tre giorni dopo, la storia di Giuseppina Ghersi “divide, riapre vecchie ferite e scopre nuove sensibilità”.

Nell’articolo del 14 settembre, De Fazio dà importanti dettagli dell’iniziativa. A proporla è stato il consigliere comunale, Enrico Pollero, “radici familiari nella Resistenza, ma vicino, a quanto si vede sulla sua bacheca Facebook, alle posizioni di gruppi neofascisti come Forza Nuova e Casa Pound”. A luglio 2016, Forza Nuova annunciava che Enrico Pollero, consigliere comunale di Noli, aveva aderito al movimento. Si trattava, dunque, del "primo rappresentante eletto nelle istituzioni”.

Nello spiegare la proposta, Pollero, figlio di partigiani, raccontava il suo desiderio di pacificazione storica: «Papà era partigiano, per diciotto mesi è stato in montagna. Ma dopo aver letto la storia di Giuseppina Ghersi, ho pensato che bisognava fare qualcosa per ricordare una bambina di 13 anni uccisa senza motivo. Per ricordare lei, non chi ha combattuto per la parte sbagliata, anche se a vent’anni si possono fare scelte diverse senza sapere di sbagliare e non credo che dall’altra parte ci fossero solo criminali e disgraziati. Spero serva a una vera riappacificazione».

La storia del consigliere comunale di destra figlio di partigiani desideroso di una pacificazione storica sarà uno dei leit motiv della narrazione giornalistica dell’intera vicenda.

Il monumento, poi spiega De Fazio, sarà inaugurato il 30 settembre e avrà in calce un testo (“Anni sono passati ma non ti abbiamo dimenticato, sfortunata bimba oggetto di ignobile viltà”) scritto da Roberto Nicolick, professore di educazione fisica in pensione "con un passato tra Msi e Lega (da cui fu espulso), autore di diversi libri sul tema resistenziale”. Gruppi di estrema destra o neofascisti come Forza Nuova hanno annunciato la propria partecipazione all’inaugurazione.

L’iniziativa ha visto l’opposizione veemente del presidente provinciale dell’Anpi Savona, Samuele Rago, che – si legge nell’articolo – pur non approvando la violenza subita da Ghersi, si era detto «assolutamente contrario, Giuseppina Ghersi era una fascista. Protesteremo con il Comune di Noli e con la Prefettura. Al di là dell’età, lei fece la scelta di schierarsi con il fascismo. Eravamo alla fine di una guerra, è ovvio che ci fossero condizioni che oggi possono sembrare incomprensibili. Era una ragazzina, anche se dalle foto non sembra, ma rappresenta quella parte lì. Al di là della singola persona, un’iniziativa del genere ha un valore strumentale, in un momento in cui Forza Nuova vuole rifare la Marcia su Roma».

Le parole di Rago sono state criticate da Bruno Spagnoletti, ex dirigente della CGIL in pensione e dall’Associazione Nazionale Partigiani Cristiani. «Non riesco a capire come si possa giustificare l’esecuzione di una bambina di 13 anni e come si possa, ancora oggi, vomitare parole di fiele su una bambina da parte del presidente dell’Anpi. Ma come si fa?», si chiede Spagnoletti.

Il commento dell’ex dirigente della CGIL – “come è possibile giustificare le violenze?” – è diventato la chiave di lettura per valutare le affermazioni del presidente provinciale dell’Anpi Savona, Samuele Rago e orientato anche gli interventi degli altri soggetti politici, inclusa l’Associazione Nazionale dei Partigiani. Il 15 settembre l’Anpi Nazionale ha pubblicato un comunicato in cui si dice estranea a ogni tentativo di giustificazione delle violenze subite da Giuseppina Ghersi e di fatto ha avvalorato la tesi dello stupro della ragazzina. “L’Anpi ha sempre condannato gli atti di vendetta e violenza perpetrati all’indomani della Liberazione. E lo fa anche oggi rispetto alla vicenda terribile e ingiustificabile dello stupro e dell’assassinio di Giuseppina Ghersi. Assieme, ribadisce che singoli episodi, per quanto gravissimi, non intaccano i valori della Resistenza e della Guerra di Liberazione nazionale, grazie a cui l’Italia, dopo anni di guerra, violenze e dittatura, ha conquistato pace, libertà e democrazia. L’Anpi resta e resterà impegnata a presidiare i valori e i principi della Costituzione repubblicana, interamente antifascista, nata dalla Resistenza”, si legge nel comunicato.

Lo stesso giorno, Rago, sempre al Secolo XIX, spiegava di aver voluto sottolineare l’inopportunità politica dell’iniziativa proposta dal Comune di Noli e precisava che il comunicato dell’Anpi era stato «concordato con i vertici nazionali, visto il clamore e la forte polemica che è venuta a crearsi. Noi non abbiamo mai detto che meritava di essere uccisa o violentata stiamo preparando un documento sulla questione. Gli unici sinceri in questa faccenda sono quelli di Forza Nuova, che hanno cantato vittoria». Nel riportare le dichiarazioni di Rago, De Fazio sottolineava ancora una volta come l'ipotesi dello stupro fosse una "circostanza non comprovata". Inoltre, il 19 settembre, è intervenuta sulla questione la parlamentare del PD, Anna Giacobbe, che in un'intervista al Secolo XIX ha definito il "tributo" a Giuseppina Ghersi un tentativo di «falsificazione della verità storica. (...) Un modo subdolo di far passare l'idea che erano tutti uguali, cancellando la verità storica di un conflitto tra oppressi e oppressori, dentro una guerra, e dopo anni di soprusi e negazione della libertà».

L’articolo del 14 settembre di De Fazio viene ripreso da altre testate giornalistiche nazionale. Nel riportare la vicenda, la notizia viene data con toni più netti e meno sfumati, scompaiono i condizionali, la ricostruzione storica diventa solo una, le parole del segretario provinciale dell’Anpi vengono riportate nei titoli e nei lanci degli articoli come rappresentative di più generici “partigiani”.

Come ricostruisce in un lungo e dettagliato post sul proprio profilo Facebook, Yadad de Guerre, il primo sito a rilanciare la notizia è Libero. La testata di Vittorio Feltri si limita a riportare le dichiarazioni di Enrico Pollero, del segretario provinciale dell’Anpi, Rago, e dell’ex dirigente della CGIL, Spagnoletti. Sparisce ogni dubbio, Giuseppina Ghersi è stata uccisa da partigiani, e le parole di Rago diventano rappresentative dell’Anpi e presentate, attraverso le dichiarazioni di Spagnoletti, come un tentativo di giustificazione della violenza subita dalla ragazzina di 13 anni. Nel titolo si legge: “Noli, polemica per la targa dedicata a ragazzina uccisa dai partigiani: l'Anpi: "Era fascista".

Nel pomeriggio del 14 settembre, l’Ansa riprende la notizia, sulla falsa riga della ricostruzione di Libero, contribuendo a renderla mainstream: “Giuseppina Ghersi, stuprata e uccisa da partigiani a 13 anni, la targa diventa un caso”.

Il 15 settembre, un articolo del Corriere della Sera, a firma di Erika Dellacasa, dà risalto nazionale alla notizia. Anche in questo caso non sembrano esserci dubbi: Giuseppina Ghersi è stata violentata e uccisa dai partigiani. A sostegno di questa tesi, Dellacasa cita due documenti, però non verificati o palesemente falsi, come vedremo: un esposto di sei pagine che il padre della ragazzina consegnò alla Procura di Savona chiedendo l'avvio di un’indagine, e una fotografia che ritrarrebbe il momento del suo arresto da parte dei partigiani.

Nell’articolo, la giornalista scrive che “Giuseppina, tredicenne, fu prelevata da tre partigiani, picchiata e seviziata, forse violentata, davanti alla madre e al padre” e, riportando parte del testo dell’esposto, aggiunge che “gli uomini la presero a calci ‘giocando a pallone con lei’ fino a ridurla in stato comatoso. La raparono a zero, le dipinsero la testa di rosso, la sfigurarono a botte. Poi la giustiziarono con un colpo alla nuca, il corpo fu gettato davanti al cimitero di Zinola”. La foto dell’arresto mostrerebbe Giuseppina Ghersi con “il volto imbrattato di scritte, le mani legate dietro la schiena, prigioniera fra uomini adulti armati e sorridenti”.

Nello spiegare la motivazione dell’uccisione, Dellacasa non ha dubbi: “Giuseppina aveva vinto un concorso a tema e aveva ricevuto una lettera di encomio da Benito Mussolini: questo uno dei più gravi indizi contro di lei accusata di essere una spia delle Brigate Nere”. Nessuna traccia delle altre ipotesi sollevate nel primo articolo sul Secolo XIX da Mario De Fazio. Versione poi confermata in un articolo di Antonio Carioti, pubblicato due giorni dopo sempre sul Corriere, dal titolo “Giuseppina Ghersi, uccisa dai partigiani: fatale una lettera del Duce”, nonostante nel testo poi venga sottolineata la complessità di una vicenda dai particolari meno nitidi e lineari di come viene presentata: non c’è certezza sul ruolo di Giuseppina (aveva solo scritto una lettera inneggiante a Mussolini che le era valso un messaggio di plauso delle segreteria del duce? Era affiliata alle brigate nere e girava armata per il quartiere savonese di Fornaci? Era una spia e ha fatto arrestare diversi antifascisti?), sulla data dell’omicidio, attestata da un certificato di morte rilasciato quattro anni dopo, nel 1949, dal municipio di Savona, che la fissa al 26 aprile 1945 (mentre altre fonti parlano del 30 aprile o dell’1 maggio dello stesso anno) e sui responsabili del delitto.

Un’ora dopo la pubblicazione dell’articolo di Erika Dellacasa, come ricostruisce cronologicamente sempre Yadad de Guerre, la notizia viene rilanciata da Huffington Post in un post con link diretto al Corriere della Sera. Il pezzo, non firmato, presenta tutta la vicenda in una nuova cornice narrativa: un tentativo di pacificazione storica a decenni di distanza non riconosciuto dall’Associazione nazionale dei partigiani.

Gli ingredienti di questa nuova narrazione ci sono tutti:

  • Una ragazzina di 13 anni è stata violentata e brutalmente uccisa dai partigiani dopo la liberazione dell’Italia dal nazifascismo.
  • Enrico Pollero, consigliere comunale di centro-destra (omettendo così la sua iscrizione a Forza Nuova e il suo passato da segretario cittadino de La Destra di Francesco Storace), figlio di un partigiano, legge la storia di Giuseppina Ghersi e tenta di “fare qualcosa per ricordare una bambina di 13 anni uccisa senza motivo, (...) non chi ha combattuto dalla parte sbagliata” perché “dall’altra parte non c’erano solo criminali e disgraziati”.
  • Il sindaco , medaglia d’oro alla Resistenza (e non la città), è dalla sua parte.
  • L’Anpi, l’associazione nazionale dei partigiani, “assolutamente no, ‘Giuseppina Ghersi era una fascista’”.

Negli articoli di Corriere della SeraHuffington Post non viene ricostruito il contesto politico e culturale in cui matura la decisione di proporre una targa per commemorare Giuseppina Ghersi, vengono omessi particolari che consentano di capire chi sono i personaggi politici che hanno sostenuto l'iniziativa, vengono taciuti la genesi che ha portato alla storia della ragazzina barbaramente uccisa e il dispositivo di costruzione della memoria messo in atto in assenza di un'adeguata verifica delle fonti storiche, avvalorando così una tra le tante versione dei fatti.

Scrive il collettivo Nicoletta Bourbaki, che ha iniziato un lavoro di verifica delle fonti per riuscire a ricostruire il contesto (e i fatti) in cui si svolge la vicenda di Giuseppina Ghersi:

La sorte della ragazza sarebbe terribile e tragica anche senza la violenza sessuale, e la condotta dei suoi aguzzini sarebbe comunque criminale. Ma proprio per questo è importante capire in quale periodo e in base a quali dati si è aggiunto lo stupro alla narrazione. Stupro ormai divenuto centrale nella descrizione della passione e morte di Giuseppina, che oggi è la «bambina stuprata» quasi per antonomasia.

I punti oscuri delle ricostruzioni di Corriere della Sera e Huffington Post

La storia dell’uccisione di Giuseppina Ghersi non è così lineare come presentata nella ricostruzione fatta da Erika Dellacasa sul Corriere della Sera (e poi ripresa dall’Huffington Post). Tutto il pezzo poggia su due documenti, uno parzialmente attendibile – un esposto presentato dal padre di Giuseppina Ghersi alla Procura di Savona – , l’altro (citato per avvalorare il primo) palesemente falso, una fotografia che ritrarrebbe la tredicenne catturata dai partigiani a Milano.

In particolare, un lungo e meticoloso lavoro di verifica delle fonti, pubblicato dal collettivo Nicoletta Bourbaki (un gruppo di lavoro costituito da storici e ricercatori di altre discipline che si occupa di revisionismo storiografico in rete), ha mostrato l’inattendibilità dei documenti citati, di parte della ricostruzione e delle conclusioni cui giunge l’articolo del Corriere. In base alla ricerca di Bourbaki, esistono più trascrizioni (in molte occasioni non complete) dell’esposto, tra di loro incongruenti; la prova fotografica dell’arresto di Giuseppina da parte dei partigiani è un caso di falsa attribuzione; inoltre, parte della ricostruzione della giornalista del Corriere non sembra trovare fondamento negli scarni documenti disponibili (non c’è riferimento negli esposti allo stupro e non si riesce a capire chi e in che momento preciso abbia introdotto questa narrazione) e non trova alcun riscontro il presunto movente dell’uccisione, il tema scolastico di elogio al duce poi lodato da Mussolini.

“In quella foto è Giuseppina”. Falso

Oltre al Corriere, sono stati parecchi i casi in cui l’immagine che ritrae una donna marchiata con una “M” sulla fronte, circondata da diversi uomini, è stata indicata esplicitamente come la prova dell’arresto di Giuseppina Ghersi da parte di un gruppo di partigiani. Ma, come spiega il collettivo Bourbaki nel pezzo scritto sul sito di Wu Ming, si tratta di un chiaro caso di falsa attribuzione.

Forza Nuova ha utilizzato la fotografia in un suo manifesto

Per Mario Vattani di Casapound è la prova per mettere a tacere le speculazioni sulle ricostruzioni storiche della vicenda

Il giornale Il Dubbio, diretto da Piero Sansonetti, ha utilizzato l’immagine per chiedere la chiusura dell’Anpi di Savona

Nel giro di poche ore, scrive Wu Ming, l’immagine si è imposta come la foto di Giuseppina. Eppure, prosegue il collettivo, sarebbe bastata una ricerca “inversa” su Google Immagini per scoprire che si tratta di una foto che circola da anni in rete e associata a diversi contesti.

Usata, ad esempio, in articoli sulle pubbliche umiliazioni delle collaborazioniste francesi, come segnalato da Manolo Luppichini su Twitter, per l’agenzia Getty Images, la foto è stata scattata a Milano il 26 aprile 1945.

L’immagine è stata esposta anche all’Istituto piemontese per la storia della resistenza e della società contemporanea di Torino, in occasione della mostra "La lunga liberazione, 1943-1948", con la didascalia “Piccola fascista con il viso imbrattato di vernice e la ‘M’ di Mussolini dipinta sulla fronte viene fatta marciare per la città da partigiani milanesi”.

In base alle ricostruzioni, si tratterebbe, dunque, della pubblica esposizione di una collaborazionista, che nulla ha a che vedere con l’uccisione di Giuseppina Ghersi. Nel libro La lunga liberazione. Giustizia e violenza nel dopoguerra italiano, lo storico Mirco Dondi scrive che «a Milano […] vengono marchiati i visi delle donne con la lettera M – iniziale di Mussolini e della Legione Muti».

L’esposto di Giovanni Ghersi, lo stupro e le responsabilità dei partigiani

L’attribuzione falsa della foto è solo una delle incongruenze di tutta la vicenda. L’intera storia, scrive ancora Wu Ming in una serie di tweet concatenati, «si gonfia e cambia ogni volta che riemerge con dettagli che però nei documenti d'epoca che abbiamo letto (esposti, articoli) sono del tutto assenti. A cominciare dallo stupro che viene aggiunto alla narrazione successivamente. Non si ha la minima idea di chi l'abbia uccisa ma si dice “i partigiani”»

La ricostruzione dell’intera vicenda, sottolinea il collettivo Nicoletta Bourbaki, si muove in un contesto documentale rarefatto, in cui scarse sono anche le fonti giornalistiche disponibili e gran parte dei documenti citati sono spesso trascrizioni presenti su siti di formazioni politiche e culturali di destra. In questa cornice, in attesa di consultare le fonti conservate nell’archivio di Stato di Savona e poter iniziare la ricerca, Bourbaki ha provato a verificare l’attendibilità di quanto citato nelle ricostruzioni giornalistiche, a partire dall’esposto presentato da Giovanni Ghersi, padre di Giuseppina, alla Procura di Savona.

Alcune trascrizioni sono presenti su un blog interamente dedicato al caso, altre parzialmente complete si trovano sul forum “Patriottismo” e due versioni le ha pubblicate Roberto Nicolick, l’autore del testo della targa dedicata a Giuseppina Ghersi, espulso dalla Lega Nord, una sul suo blog nel 2008, un’altra sul suo profilo Facebook nel 2012. L’esposto viene menzionato anche in un video a cura dei “Ragazzi del Manfrei” (gruppo neofascista, che prende il nome da Monte Manfrei, dove, secondo la propaganda di destra, il 4 e 5 maggio 1945 si sarebbe svolto un “eccidio” di rappresentanti della RSI), mentre nel 2008 Il Giornale aveva pubblicato il testo integrale di una denuncia presentata il 27 gennaio 1949 dalla madre di Giuseppina, Laura Vengelli. Lo scorso aprile, sempre Nicolick aveva pubblicato su Facebook le immagini di un procedimento penale in cui vengono fatti i nomi di quattro imputati tra i quali però non compare Gatti Pino di Bergeggi, il nome fatto da Giovanni Ghersi nel suo esposto.

A questi bisogna aggiungere i riferimenti presenti nel libro “La stagione del sangue” di Massimo Numa, “Il sangue dei vinti” di Giampaolo Pansa, “Giuseppina Ghersi: l’adolescenza violata” di Roberto Nicolick e il racconto “Cercando Valentino” di Stelvio Murialdo, pubblicato su Il Giornale nel 2008 (ma la cui reale datazione non è stata ancora definita) in cui l’autore si definisce “occasionale testimone di quel martirio”. La ricostruzione del Corriere della Sera, si legge nell’articolo del collettivo Bourbaki, sembra fare riferimento proprio ai testi di Nicolick e Murialdo, tra i fondatori de La Destra a Savona.

I documenti citati presentano diverse incongruenze e destano più di un dubbio sull'attendibilità della ricostruzione fatta dal Corriere della Sera:

  • Non c’è corrispondenza di date tra la trascrizione dell’esposto di Giovanni Ghersi riportate sul forum “Patriottismo” (settembre) e da Roberto Nicolick (aprile). Inoltre, nella trascrizione di “Patriottismo” non si fa riferimento al cimitero di Zinola. Qual è la versione corretta? Il riferimento al cimitero di Zinola (dove sarebbe avvenuto il riconoscimento di Giuseppina Ghersi da parte di Stelvio Murialdo) è stato un dettaglio aggiunto da Nicolick, si chiede Bourbaki?
  • Nell’esposto, Ghersi parla di natura estorsiva (e non politica) del sequestro. Chi ha detto per primo che sono stati i partigiani a sequestrare Giuseppina Ghersi?
  • Nessuno fa riferimento a quella che è stata definita la causa scatenante dell’uccisione di Giuseppina Ghersi, il tema scolastico lodato da Mussolini. L’unico a parlarne è Stelvio Murialdo, che scrive: “La zia [di Giuseppina] azzardò un’’altra ipotesi: Giuseppina aveva partecipato ad un concorso a tema per cui ricevette i complimenti dal Duce in persona; poteva essere questo, la sua condanna a morte!”. Come si è passati da un’ipotesi a parlare di causa certa?
  • Nelle trascrizioni finora disponibili dei due esposti, né il padre né la madre della tredicenne parlano di uno stupro subito dalla figlia. Viene descritto un pestaggio e solo in seguito i due riferiscono di aver saputo dell’uccisione. Quando viene introdotta la narrazione dello stupro, si chiede ancora il collettivo?
  • Nelle ricostruzioni successive agli esposti viene scritto che la madre e la figlia furono malmenate e stuprate sotto gli occhi del padre. Si tratta della stessa versione presentata su alcuni manifesti affissi da La Destra a Savona nel 2012: chi e quando ha aggiunto questa versione?

In base ai documenti a disposizione, il collettivo ha provato a tracciare alcune ipotesi. Stando a quanto riportato da una recensione del libro “La stagione del sangue” (ritenuta diffamatoria dall’autore), il primo a parlare di natura politica dell’uccisione di Giuseppina Ghersida parte dei partigiani sembra essere Massimo Numa. Il collettivo si riserva, però, di leggere il libro per poter verificare questa ipotesi. La versione di Numa viene ripresa da Giampaolo Pansa nel “Sangue dei vinti”. È lui nel 2003 a parlare di capelli rasati a zero, di testa cosparsa di vernice rossa, di condizioni pietose del cadavere. Tutti riferimenti presenti nell’articolo del Corriere della Sera:

I rapitori di Giuseppina decisero subito che lei aveva fatto la spia per i fascisti o per i tedeschi. Le tagliarono i capelli a zero. Le cosparsero la testa di vernice rossa. La condussero al campo di raccolta dei fascisti a Legino, sempre nel comune di Savona. Qui la pestarono e la violentarono. Una parente che era riuscita a rintracciarla a Legino la trovò ridotta allo stremo. La ragazzina piangeva. Implorava: “Aiutatemi!, mi vogliono uccidere”. Non ci fu il tempo di salvarla perché venne presto freddata con una raffica di mitra, vicino al cimitero di Zinola. Chi ne vide il cadavere, lo trovò in condizioni pietose.

In un'intervista al Secolo XIX di due giorni fa, Giampaolo Pansa è tornato sull'argomento dicendo che «mai avrei immaginato che, dopo aver raccontato la storia di Giuseppina Ghersi nel 2003 all’interno del mio “Sangue dei vinti”, il fantasma di quella povera ragazzina potesse tornare nella cronaca di questi giorni».

A parlare di stupro, prosegue il collettivo, è Murialdo che, nel racconto del 2008 per Il Giornale, riportando le parole della zia di Giuseppina, scrive: «Era ridotta in uno stato pietoso; mi disse di aver subìto ogni sorta di violenza… (a questo punto tacque per pudore su tante nefandezze che la decenza lascia solo intuire».

Le questioni aperte, dunque, sono ancora tante eppure nel ricostruire la vicenda le testate giornalistiche che se ne sono occupate si sono mostrate certe nel raccontare fatti solo presunti e tutti da verificare.

Giuseppina non è Anna Frank, non è stata uccisa tra milioni di altri in nome di un progetto genocida di scala continentale, i suoi assassini non stavano «eseguendo un ordine». Il suo è un caso specifico, non è il frutto di una prassi comune delle formazioni partigiane, ma della decisione arbitraria di alcuni individui. Chi erano? Erano davvero partigiani o delinquenti che si atteggiavano a tali? Per quale motivo è stata davvero uccisa? E quando?

Di sicuro si può dire, invece, che la foto associata all'arresto di Giuseppina Ghersi è un caso di falsa attribuzione; gli esposti dei genitori della ragazzina non parlano di stupro e di altri dettagli aggiunti man mano che la storia della tredicenne uccisa è stata trasmessa; non si con certezza se a sequestrare e uccidere Giuseppina siano stati i partigiani, nell'esposto, anzi, il padre parla di natura estorsiva del sequestro; è circolata la voce che Ghersi sia stata uccisa per un tema di elogio a Mussolini, lodato dalla segreteria del Duce, ma di questo tema non si parla in nessun documento.

Quello che colpisce di tutta questa storia, si legge ancora sul sito di Wu Ming, “sono l’impressionante leggerezza nell’usare le fonti, l’arbitrarietà dei collegamenti, la (voluta) vaghezza e ambiguità dei riferimenti temporali, la complessiva inattendibilità di ogni ricostruzione”.

Al centro, ancora una volta, la verifica delle fonti, che nell’uso pubblico di un reato mostruoso e odioso su una ragazza giovanissimo, si fa questione ancora più delicata. Come riflette anche il collettivo Nicoletta Bourbaki, in casi come questi c’è un grosso lavoro da fare per ricostruire eventi, moventi e responsabilità, per individuare e saper cogliere la differenza tra responsabilità collettive e individuali, controllando i dati della questura, eventuali processi e testimonianze incrociate di un fatto che, va ricordato, è avvenuto nel 1945 ed è stato denunciato nel 1949, in un contesto di guerra totale, guerriglia e guerra civile. Compito di chi racconta questi eventi è dare gli elementi per poter comprendere contesti così lontani dai giorni nostri.

Immagine in anteprima via Il Giornale

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I rischi della proposta Ue per un nuovo diritto sulla proprietà dei dati

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L’approccio della Commissione europea nel proporre riforme legislative appare sempre più orientato a esaltare l’aspetto economico. Vengono enfatizzati i numeri e le statistiche che riguardano la crescita nello Spazio Economico Europeo (SEE) per poi proporre delle iniziative che, in qualche caso, finiscono per avere un impatto piuttosto rilevante sui diritti dei cittadini.

Il rapporto Communication on Building a European Data Economy, pubblicato lo scorso gennaio, parte, appunto, enfatizzando il valore dell’economia dei dati. Tale economia, sostiene la Commissione, è in continua crescita (circa 12% all’anno): dai 257 miliardi di euro del 2014 siamo passati ai 272 del 2015, fino a una stima di 643 miliardi per il 2020. Ci, l'equivalente del 3,17% del PIL dell'intera Unione europea (dati della Commissione). Secondo la Commissione europea l’economia digitale crea cinque posti di lavoro per ogni due posti di lavoro “offline” andati persi.

I “dati”, quindi, si dimostrano una risorsa essenziale per la crescita economica dell’Unione e per la creazione di posti di lavoro. L’elaborazione del dati, in particolare, facilita l’analisi dei problemi consentendo la ricerca di soluzioni alternative che ottimizzino l’utilizzo delle risorse.

Da questa premessa consegue la generale necessità di favorire la libera circolazione (free flow) dei dati, per alimentare la nascente economia digitale.

 

Flusso libero dei dati

Per la Commissione le ingiustificate restrizioni al libero flusso dei dati finiscono per danneggiare la realizzazione dell’economia europea dei dati. Come previsto dal Digital Single Market, l’obiettivo della Commissione è creare un quadro legislativo che rimuova le barriere al libero flusso dei dati, consentendo la realizzazione di servizi cross-border senza limitazioni.

In questa prospettiva la Commissione vede gli obblighi di localizzazione dei dati (introdotto in Russia, ad esempio, ma anche allo studio in alcuni paesi europei) come una restrizione al libero flusso dei dati. La Commissione, infatti, è sempre stata favorevole ad accordi con gli Usa per consentire il libero flusso dei dati, proponendo prima il Safe Harbour (invalidato dalla Corte di Giustizia europea) e poi il Privacy Shield (che sembra soffrire degli stessi problemi dell’accordo precedente).

Nella Comunicazione, la Commissione evidenzia le problematiche di sicurezza inerenti la localizzazione dei dati, in caso di disastri naturali e cyber attacchi. Secondo la Commissione solo con l’utilizzo di cloud e data storage localizzati in differenti Stati si risolve il problema della sicurezza dei dati. Considerazioni in cui si vede chiaramente l’eco dei trattati commerciali transatlantici, dove le grandi multinazionali vorrebbero introdurre divieti di localizzazione dei dati da parte dei governi nazionali.

In realtà, gli obblighi di localizzazione sono allo studio proprio per questioni di sicurezza. Se i dati sono conservati all'interno del territorio nazionale è più facile regolamentarne l’uso (e tutelare i cittadini, impedendo una raccolta massiccia dei loro dati da parte delle aziende americane), se invece sono sparsi sui server in decine di Stati, qualsiasi regolamentazione e tutela dei dati appare estremamente difficile. Questo senza considerare che se un dato è presente fisicamente in più computer o server, occorrerà proteggere adeguatamente più server per proteggere un singolo dato, con una moltiplicazione del costo della sicurezza.

Insomma, per la Commissione europea un libero flusso di dati è essenziale per la realizzazione di nuovi servizi e per un incremento dell’economia europea. L’enorme quantità di dati generati dalle macchine (Big Data) presenta ricche opportunità per le aziende, ma ovviamente è necessario che queste possano avere accesso ai dati e possano utilizzarli legittimamente.

Frammentazione della legislazione

I problemi posti dai Big Data sono noti da tempo.

La frammentazione della legislazione, cioè le differenti regolamentazioni tra i vati Stati, verrà risolta con l’introduzione di una normativa unica a tutela dei dati personali per l’intera Unione europea, il Regolamento generale in materia di protezione personale dei dati (GDPR). Il Regolamento, già approvato e che diverrà applicabile da maggio del 2018, fornisce un solo insieme di regole con un alto livello di protezione dei dati, cosa che da un lato aumenta la fiducia dei consumatori nei servizi online, dall’altro assicura l’uniforme applicazione delle regole nell’Unione.

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Responsabilità dei produttori

La responsabilità dei produttori di dispositivi e fornitori di servizi è uno dei problemi analizzati dalla Commissione. Il rapido emergere di nuove tecnologie e la moltiplicazione dei dispositivi connessi in rete porta a grossi problemi di sicurezza, non solo relativamente ai dati personali, ma anche con riferimento alla continuità dei servizi pubblici. L’Internet of Things non può basarsi sulle regole interne dei produttori, occorrono specifiche norme che impongano alle aziende degli standard minimi di sicurezza.

Anche in tale prospettiva il GDPR introduce norme che impongono ai produttori requisiti minimi, ma per il momento solo in relazione al trattamento dei dati.

L’attuale normativa sulla responsabilità per difetti dei prodotti (Products Liability Directive, 85/374/CEE), che prevede una responsabilità oggettiva (strict liability, liability without fault) dei produttori (cioè è sufficiente il danno al consumatore, non è necessaria una colpa del produttore) non appare adeguata. Sembra, infatti, difficile stabilire quale debba essere il responsabile nel momento in cui un prodotto è costituito da molteplici parti provenienti da diversi fornitori (pensiamo ad una auto a guida autonoma).

Occorrono, quindi, nuove norme che regolamentino adeguatamente le responsabilità dei produttori.

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Portabilità e interoperabilità

Altro problema emergente riguarda l’interoperabilità dei servizi, la portabilità dei dati, e quindi la realizzazione di standard per implementarla adeguatamente.

Anche qui il GDPR interviene con obblighi specifici, assicurando la possibilità che in alcuni casi gli utenti possano trasferire i loro dati da un servizio a un altro. Si tratta di un requisito pensato per i social network specificamente, ma riguarda i soli dati personali immessi dagli utenti. È un’indubbia limitazione, pensiamo ad esempio ai servizi di cloud hosting utilizzati sempre più dagli utenti.

L’interoperabilità, invece, è qualcosa di diverso dalla portabilità, e riguarda la possibilità di scambiare dati tra diversi servizi. L’esempio più ovvio è dato dagli sms (ma anche la normale telefonia), che funzionano indipendentemente dal gestore di telefonia. Differentemente, invece, non esiste interoperabilità tra servizi di messaggistica, e ciò determina delle situazioni di lock-in, cioè l’utente finisce per rimanere in un servizio anche se lo ritiene peggiore di un altro, solo perché i suoi contatti sono tutti lì. Anche una portabilità dei dati non aiuterebbe perché un servizio di messaggistica non comunica con un altro.

L’introduzione di standard di comunicazione tra piattaforme, invece, consentirebbe non solo lo switch tra di essi ma anche l’utilizzo contemporaneo di più piattaforme (multi-homing), alimentando l’innovazione e spezzando i monopoli attuali delle piattaforme.

Diritto di proprietà sui dati

Ma, secondo la Commissione europea uno dei problemi principali è dato dal fatto che molte aziende si tengono per sé i dati generati dai propri dispositivi, non condividendoli con altre aziende e limitando le occasioni di innovazione. Per risolvere questo problema, la Commissione ha proposto un nuovo diritto: il Data Producer Right.

I dispositivi, che quotidianamente utilizziamo, producono dati. Parliamo non solo dello smartphone, che ingloba numerosi sensori, e monta decine e decine di applicazioni, ma anche di dispositivi differenti, quali le automobili, che si stanno evolvendo in auto a guida autonoma. E anche termostati, lavatrici, frigoriferi e televisori, che ormai montano di serie dispositivi atti a produrre dati.

I produttori europei di veicoli a guida autonoma (soprattutto i tedeschi) hanno paura di perdere il controllo dei dati prodotti dai loro veicoli, che sono creati dall'iniziativa della casa automobilistica, ma poi elaborati in vari modi e in luoghi diversi, per scopi diversi, principalmente dalle multinazionali americane (Apple, Google, ecc...).

L’industria europea chiede una tutela dalla Silicon Valley sempre più affamata dei nostri dati, e nelle istituzioni europee si sta facendo strada l’idea di introdurre questo nuovo “diritto di proprietà sui dati” da assegnare al produttore del dispositivo che genera i dati, diritto che tutelerebbe i dati senza necessità di ulteriori requisiti.

Questo nuovo diritto, secondo la Commissione, servirebbe a realizzare un incentivo legale per la produzione dei dati. In realtà non sembra proprio che nell’economia europea vi sia la necessità di creare un tale incentivo, considerando che i dispositivi generano dati automaticamente.

Però, un diritto del genere risulta difficile da configurare. Il copyright, ad esempio, tutela la realizzazione di opere creative da parte dell’uomo. L’inapplicabilità ai dati generati da macchine appare manifesta.

La Convenzione di Berna estende la tutela alle collezioni di opere artistiche o letterarie, come enciclopedie o antologie, escludendo la tutela delle notizie del giorno o dei fatti di cronaca che abbiano carattere di semplici informazioni di stampa. Gli accordi TRIPs (art. 10) tutelano “le compilazioni di dati o altro materiale, in forma leggibile da una macchina o in altra forma, che a causa della selezione o della disposizione del loro contenuto costituiscono creazioni intellettuali”, precisando che la protezione non copre i dati o il materiale stesso.

La Direttiva Database (96/9/CE) dà ai realizzatori di un database il diritto di impedire l’estrazione e il riutilizzo di tutto o parte del database e fornisce una tutela nei soli casi di sostanziali investimenti per la presentazione del contenuto del database, senza però estenderla ai dati medesimi.

Infine, la Direttiva Trade Secret (2016/943/UE), che dovrà essere implementata nelle legislazioni nazionali entro il giugno 2018, assicura un livello minimo di protezione dei segreti commerciali da acquisizioni, usi e diffusioni illegali. Lo scopo della regolamentazione è ovviamente di favorire la competizione con le imprese non europee, e quindi con uno sguardo alla legislazione americana, laddove negli Usa i segreti commerciali sono già tutelati, in base all'Uniform Trade Secrets Act del 1979 e l'American Invents Act del 2011.

Una tutela dei dati, quali proprietà delle aziende produttrici di dispositivi, quindi, può aversi se questi soddisfano condizioni per essere considerati proprietà intellettuale, oppure diritti di database o trade secret. Ma nell’Unione europea i dati generati dalle macchine non soddisfano nessuna di queste condizioni.

Si tratterebbe, in conclusione, di creare un nuovo diritto di proprietà intellettuale, alla stregua della tassa sulle news (che pure ha avuto risultati sconfortanti nei due paesi dove è già stata introdotta, e nonostante ciò è ancora portata avanti come proposta).

La tutela dei meri dati finirebbe, inoltre, per sovrapporsi alla tutela dell’opera intellettuale. Pensiamo a una fotografia realizzata con una fotocamera digitale, che sarebbe tutelata in quanto tale, ma anche quale somma dei dati. In questo modo si avrebbe un contrasto tra la tutela assegnata al fotografo in base alla normativa copyright e quella assegnata al produttore della camera digitale.

E questo senza considerare che l’introduzione di un nuovo diritto del genere finirebbe per essere in contrasto con la libera circolazione delle informazioni, come prevista dall’articolo 10 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo.

In questa equazione, però, si dimentica del tutto che il titolare dei dati dovrebbe, in realtà, essere l’utente, colui che utilizza il dispositivo e al quale i dati afferiscono. Parliamo, ad esempio, di dati di localizzazione, quindi dove si reca l’utente con l’autoveicolo, quanto viaggia, a che velocità, ecc.

La Commissione si affretta a precisare che non esisterebbe un problema di tutela dei dati personali, perché molti dati generati da dispositivi non sono tali, come ad esempio i dati sulla temperatura di un appartamento, l’umidità, i chilometri percorsi da un veicolo, la localizzazione, ecc. Questi dati diventano personali solo nel momento in cui sono collegati ad un identificativo (es. indirizzo, targa, nome), altrimenti rimangono dati anonimi (non personali), cioè dati non soggetti alla normativa a tutela dei dati personali (GDPR). Quindi sarebbe possibile, secondo la Commissione, trovare il giusto equilibrio tra privacy, la proprietà dei dati e le nuove opportunità di prodotto. Ancora una volta si ragiona in termini di prodotto, come se i dati, cioè i frammenti nei quali le nostre vite sono scomposti, fossero un mero prodotto commerciale.

In realtà, occorre considerare che l’approccio in base al quale i dati appartengano al soggetto cui si riferiscono non solo non è corretto ma può portare a gravi conseguenze. Immaginiamo i dati giudiziari, ai quali le autorità devono poter accedere liberamente, come anche i dati sanitari e finanziari. Però l’impressione è che l’introduzione di un nuovo diritto a tutela dei dati sia più che altro un mezzo per tutelare le aziende europee contro la strapotere nell'ambito digitale delle multinazionali americane, così fornendo agli europei uno strumento legale per alzare una barriera nei confronti degli americani.

L'introduzione di un diritto del genere, infatti, comporterebbe la necessità di chiedere un’apposita licenza al produttore del dispositivo per ricerche e altro, e comunque in genere per l’utilizzo dei dati, che, invece di fluire liberamente, come auspica la Commissione, finirebbero ingabbiati indefinitamente nelle mani dei produttori.

Anche qui, come per il nuovo diritto a favore degli editori, il risultato sarebbe l’opposto di quello sperato.

Foto in copertina: archivio Valigia Blu

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Salute, ambiente, economia: la città progettata intorno alla bicicletta

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di Alessandro Pirovano

La politica nella sua accezione migliore, secondo Paolo Ruffino, consulente dell'agenzia olandese Decisio (una società di ricerca che si occupa, tra i temi affrontati, anche di sviluppo economico a partire dall'uso della bicicletta), è uno dei fattori che ha reso i Paesi Bassi una nazione all’avanguardia nel settore della bicicletta, riuscendo a sfruttare al meglio le opportunità e i benefici non solo economici a cui può portare un uso diffuso delle due ruote.

Nel paese di Van Gogh, dove il numero delle biciclette supera quello degli abitanti e quasi un terzo degli spostamenti quotidiani avviene sulle due ruote, non è sempre stato così visto che «fino agli anni ’70 anche nei Paesi Bassi, come nel resto d’Europa e del mondo, la motorizzazione era in continua crescita. Addirittura tra alcuni tecnici girava l’idea di collegare la stazione centrale con il ring, demolendo uno dei quartieri centrali e cementificando i canali di Amsterdam per farli diventare parcheggi», spiega Ruffino. Il rischio concreto sarebbe stato quello di vedere l’Olanda riempirsi di autostrade e spazi per la sosta delle auto.

«Per fortuna una serie di mobilitazioni dal basso lo ha impedito, costringendo anche il governo a cambiare rotta», continua il consulente italiano, spiegando come a partire da quel periodo le amministrazioni delle città olandesi abbiano cominciato a investire massicciamente nell’utilizzo della bicicletta, ridefinendo le priorità degli investimenti urbani con una serie di ripercussioni positive sulla vivibilità della città e sul benessere complessivo dei suoi abitanti.

Oltre ai benefici diretti in termini di posti di lavoro e aziende impegnate nella riqualificazione e manutenzione delle infrastrutture ciclabili, la bicicletta produce effetti positivi riguardo l’accessibilità, lo stato di salute e la produttività dei singoli. A livello di pianificazione urbana invece, lo sviluppo della ciclabilità può rappresentare anche una soluzione a una serie di problematiche, dalla mancanza di parcheggi al traffico passando per il tasso di incidenti, che ancora affliggono le città italiane e del mondo. Secondo i dati raccolti dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, i Paesi Bassi presentano tra le più basse percentuali di incidenti stradali. Andare in bici diventa più sicuro quando sono in tanti a farlo: lo sviluppo della ciclabilità può essere quindi un modo per diminuire il tasso di incidenti, come mostra anche uno studio dell’European Cyclist Federation. Le biciclette permettono, infatti, di risparmiare tempo negli spostamenti cittadini, evitano il consumo di suolo per i parcheggi e riducono l’inquinamento.

Per fare la differenza, però, coniugando i benefici nella vita del singolo e quelli di una comunità urbana, secondo Ruffino, bisogna allargare lo sguardo e «guardare alla complessità del mondo dei trasporti, promuovendo un approccio integrato tra i diversi mezzi disponibili»: alla pista ciclabile che finisce nel nulla va preferito un sistema strategico di bici, treno e autobus che abbia una visione complessa del movimento dentro e fuori le città. «Secondo un sondaggio, quasi il 47% dei ciclisti olandesi va verso o arriva da una stazione ferroviaria: se non ci fosse questa profonda sinergia tra bici e sistema di trasporto pubblico, ma ci fossero solo le piste ciclabili, l’Olanda vedrebbe probabilmente dimezzarsi le sue percentuali di spostamenti in bicicletta», conferma il consulente italiano nei Paesi Bassi prima di elencare alcuni passi da intraprendere anche in Italia per diffondere l’uso della bici e per rendere sicuro il suo utilizzo.

In questo senso, la capacità di visione nella pianificazione urbana risulta fondamentale, facendo precedere alla realizzazione di piste ciclabili un piano del trasporto complessivo con la messa in sicurezza degli incroci, con le pedonalizzazioni di intere aree e con la creazione di percorsi alternativi per i ciclisti. Sono queste le piccole grandi opere di cui un paese come l’Italia avrebbe bisogno per portare l’uso della bicicletta come mezzo di trasporto abituale dall’attuale 5% al 15% entro il 2020, secondo gli impegni assunti da città come Milano o Reggio Emilia con la firma della Carta di Bruxelles del 2009, documento siglato da più di sessanta città in occasione della conferenza di Velo City.

Per raggiungere quella percentuale di spostamenti in bicicletta, le amministrazioni hanno adottato una serie di impegni: assicurare interventi utili a garantire parcheggi per i mezzi a due ruote e una politica contro i furti, favorire il cicloturismo e sostenere anche con campagne di promozione culturale gli spostamenti quotidiani sostenibili verso scuola o lavoro. Soprattutto, però, si chiedeva di fare passi concreti per garantire la sicurezza di quanti pedalano, facendo diminuire drasticamente il numero di incidenti mortali tra i ciclisti.

La morte di un ciclista a Milano a inizio luglio ha provocato una discussione sulle misure da adottare per rendere la città innanzitutto un luogo più sicuro per i ciclisti. In Italia c’è ancora molto da fare ma è iniziata la sfida per passare da una «concezione autocentrica a una antropocentrica» della mobilità, riuscendo a rispondere, in fase di progettazione, «alla domanda sul numero di persone e non di auto che riesce a spostarsi su una strada», come ha spiegato Paolo Pinzuti di Bikenomist nel primo convegno dedicato alla bikeconomics organizzato presso l’Università Bocconi di Milano.

Come già sperimentato nei Paesi Bassi, l’incremento dell’utilizzo della bicicletta nella quota degli spostamenti quotidiani avrebbe benefici notevoli non solo per la vivibilità delle aree urbane ma anche una serie di effetti economici positivi dal valore di 513 miliardi di euro, quasi 1000 euro per ogni cittadino europeo secondo uno studio dell’European Cyclist Federation. Secondo ECF diminuirebbero le emissioni, l’inquinamento acustico e dell’aria, ottenendo i benefici sostanziali assicurati dai minori consumi energetici e da uno stile di vita più sano. Le eventuali ripercussioni occupazionali sull’industria dei motori potrebbero essere riassorbite da uno sviluppo dei trasporti ciclabili che, oltre a fornire benefici immateriali, produce reddito nel settore della produzione, manutenzione e ricerca delle biciclette, nel cicloturismo e anche nell’hi-tech, alla ricerca delle soluzioni per rendere più sicuro e meno impegnativo l’uso dei mezzi a pedali. Recentemente Legambiente ha calcolato il Pib (Prodotto Interno Bici) delle regioni italiane per un valore di oltre 4 miliardi di euro complessivi all'anno, stimati attraverso 10 parametri relativi alla mobilità urbana, tra cui i benefici sociali, sanitari e ambientali, scrive Marco Patucchi su Repubblica.

Un tentativo è stato fatto a Bologna dove nel 2016 è stato presentato un biciplan con l’obiettivo di potenziare la ciclabilità in città, attraverso nuove infrastrutture ciclabili o altre aree miste con il limite di 30 km/h per i veicoli a motore, in vista di un guadagno complessivo pari, secondo lo studio di Polinomia SrL, a 32 milioni di euro annui attribuibili alla diminuzione della motorizzazione e delle spese connesse, al minor consumo di suolo e alle spese sanitarie ridotte. Per un costo iniziale complessivo di 26 milioni, 10 in conto investimenti e 15 in costo gestione, garantirebbe un guadagno crescente nel corso degli anni.

via Biciplan del Comune di Bologna

Un percorso simile lo sta intraprendendo anche il comune di Milano che l’8 giugno ha approvato in prima lettura il Piano Urbano della Mobilità Sostenibile con l’obiettivo di “migliorare l’accessibilità sostenibile alla città, riducendo il traffico veicolare e il numero di auto presenti sul suolo pubblico”. La promozione dell’uso della bici in un “ambiente urbano ostile che certamente non stimola il cambiamento delle abitudini negli spostamenti” passa, secondo le intenzioni dei promotori, attraverso una serie di misure. Deve essere migliorato il comfort del ciclista attraverso una manutenzione continua delle strade, bisogna favorire la velocità di spostamento in bici, limitando gli incroci con semafori o investendo in percorsi ciclabili ad hoc, bisogna rafforzare la percezione di sicurezza dell’utilizzo della bici, attraverso piste ciclabili e zone a traffico limitato per un totale di 186 km di percorsi ciclabili prioritari e il potenziamento della rete di parcheggi per i veicoli a due ruote.

La mobilità ciclistica secondo il Piano Urbano della Mobilità Sostenibile in discussione al Comune di Milano

Al di là di esperienze locali positive, quello che serve all’Italia per recuperare il divario in materia di trasporto ciclabile rispetto ad altri paesi europei e per imparare almeno in parte la lezione olandese – ne è convinto Ruffino – è una serie di innovazioni che chiamano direttamente in causa la politica. Nelle amministrazioni servono, infatti, squadre di figure con competenze multidisciplinari in grado di affrontare un fenomeno complesso non solo negli aspetti tecnici ma anche in quelli politico-sociali, pianificando un territorio urbano a partire dall’ottica del ciclista. Utopia? Neanche tanto se si pensa che anche i canali di Amsterdam avrebbero dovuto sparire sotto colate di cemento.

Foto in anteprima via Pixabay

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Uragani, inondazioni, alluvioni: cosa c’entra il cambiamento climatico e perché dobbiamo occuparcene

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Stazioni di benzina chiuse, alberi fatti a pezzi, strade allagate. Da Miami a Jacksonville, la Florida si è risvegliata lunedì mattina dopo il passaggio dell’uragano Irma come un paesaggio spettrale di città scomparse, racconta il New York Times. Quasi 9 milioni di persone senza elettricità, i 10mila abitanti dell’isole Keys sopravvissuti alla tempesta costretti probabilmente a essere evacuati.

In pochi giorni l’uragano – il più potente ad abbattersi sulla Florida dal 2004 e che sulle Antille ha raggiunto i 295 km/h, facendo pensare a un certo punto anche all’introduzione di una nuova categoria per misurarne la potenza – ha colpito i Caraibi, Haiti, Cuba, prima di arrivare in Florida. Quasi 40 le vittime, ingenti i danni, imprecisati i mesi per ricostruire tutto.

Il 2 settembre, come mostra un’immagine satellitare della BBC, non si era ancora dissolto l’uragano Harvey, che a fine agosto ha devastato il Texas, provocando la morte di 47 persone e danni fino a 160 miliardi di dollari, che già Irma cominciava a muoversi nell’oceano Atlantico.

via BBC

Il 6 settembre erano ben 3 gli uragani attivi nell’Atlantico:

Irma è solo l’ultimo fenomeno atmosferico traumatico. Negli ultimi tre mesi, le comunità di India e Bangladesh sono state inondate dalle alluvioni più intense degli ultimi 15 anni che hanno causato oltre 1200 vittime, la Sierra Leone è stata colpita da frane che hanno portato alla morte di centinaia di persone, in Cina lo straripamento del fiume Yangtze ha distrutto 295mila ettari e causato danni per 5 miliardi di euro.

Si tratta di calamità stagionali dipendenti da fattori locali o sono effetto del riscaldamento globale che ha fatto salire sempre di più le temperature e aumentare le piogge torrenziali? C’è un rapporto di causa-effetto tra cambiamento climatico e le calamità naturali di questi ultimi mesi?

Queste domande hanno animato una discussione tra giornalisti, politici ed esperti della comunità scientifica. Soprattutto negli Stati Uniti, dove il presidente Donald Trump ha più volte definito il cambiamento climatico una bufala e annunciato di volersi sfilare dal trattato di Parigi dello scorso anno e di tagliare i fondi per la ricerca. Una scelta che ha sorpreso diversi ricercatori. «Non dovrebbe essere una questione politica cercare di capire quanto saranno più frequenti eventi come Harvey in futuro», ha affermato al Guardian Tim Palmer, docente della Royal Society dell’Università di Oxford. «Mi sconvolge vedere la scienza di base rischiare di rimanere impantanata perché imbrigliata in politiche come questa».

Leggi anche >> Riscaldamento globale e cambiamenti climatici: la sfida che non possiamo perdere

Per tre anni di seguito, scrive sempre sul quotidiano britannico Jonathan Watts, giornalista esperto di ambiente, le temperature hanno visto i picchi più alti dalla nascita della meteorologia mentre l’anidride carbonica nell’aria è al suo livello massimo negli ultimi 4 milioni di anni. Negli Stati Uniti, la pioggia in Texas ha superato il record americano di 120 cm del 1978 e i meteorologi hanno dovuto introdurre un nuovo colore per i loro grafici. Harvey è stato descritto come un uragano che si verifica ogni 500 anni ma tra il 2015 e il 2016, evidenzia Sara Lind su Vox.com, il National Weather Service ha registrato negli Usa 8 “inondazioni del tipo ‘ogni 500 anni’”. In India le alte maree si sono aggiunte alle dure piogge monsoniche. Secondo il vice-direttore dell’Environmental Change Institute dell’Università di Oxford, Friederike Otto, negli Usa oltre che dagli uragani il prossimo futuro potrebbe essere caratterizzato da ulteriori record di precipitazioni, mentre l’intero pianeta sarà interessato da forte caldo e caduta di piogge piuttosto copiose.

«Se non è riscaldamento globale, che cos’è?», si è chiesto il sindaco repubblicano di Miami, Tomàs Regalado, a proposito di Irma, mentre parlando dell’uragano Harvey, il politico e ambientalista George Monbiot ha sottolineato come quanto accaduto a Houston offra «uno sguardo di un probabile futuro globale, (...) in cui l’emergenza diventa la norma e nessuno Stato è in grado di rispondere. È un futuro che, per gli abitanti di paesi come il Bangladesh, è già arrivato, quasi nel silenzio dei media dei paesi più ricchi. Non parlarne rende questo incubo prossimo a materializzarsi».

Le questioni in campo sono tante: scientifiche (come riuscire a capire e dimostrare un nesso tra cambiamento climatico e fenomeni atmosferici traumatici e saper individuare delle soluzioni?), politiche (quali strategie adottare per mitigare gli effetti del riscaldamento globale e adattarsi alle nuove condizioni climatiche?) e giornalistiche (come coprire eventi del genere, saper attirare l’attenzione dei cittadini e raccontare la complessità senza disinformare?). L’uragano Harvey si è rivelato un momento per affrontare ognuno di questi argomenti.

La questione scientifica. Il cambiamento climatico causa gli uragani?

Il Memorial Park di Jacksonville sommerso dall'alluvione – via The New York Times

Non si può dire che il cambiamento climatico sia stata la causa dell’uragano e delle inondazioni, ma potrebbe essere stato uno dei fattori che li ha resi più intensi e potenti. La pericolosità dell’uragano Harvey è stata determinata da una combinazione di elementi climatici.

L'uragano Harvey. Cosa è successo in Texas

Nel momento in cui l’uragano Harvey ha colpito il Texas, la costa orientale degli Stati Uniti si trovava nel pieno della stagione degli uragani (da giugno a novembre). “Un uragano è un motore atmosferico alimentato dall’umidità dell’aria e dalle calde acque oceaniche sottostanti”, spiega Focus. Nasce in zone di bassa pressione dove la temperatura dell’acqua è di 26 gradi. Le correnti si avvitano a spirale e creano un vortice con un imbuto al centro. Man mano che il vortice si ingrossa, l’aria umida si trasforma in pioggia, cedendo calore che alimenta ancora di più il fenomeno atmosferico.

Nel caso di Harvey, una delle concause potrebbe essere stata la temperatura delle acque del Golfo del Messico, tra 1,5 e 4 gradi oltre la media stagionale. Per questo motivo, carico di calore in eccesso, è passato in meno di due giorni da tempesta tropicale a uragano di categoria 4, “intensificandosi nell’arco di 12 ore prima di scagliarsi sulla terraferma”. Un fenomeno che non si verificava dal 1985, come ha notato su Twitter Stephanie E. Zick, studiosa dei cicloni tropicali alla Virginia Tech.

Sempre per il calore assorbito, Harvey non si è indebolito: di solito, i forti venti di un uragano, raccogliendo gli strati superficiali degli oceani, spingono l’acqua calda in profondità e attingono acqua fredda dal mare, indebolendo la tempesta. In questo caso, invece, l’acqua attinta dagli oceani era ancora calda e i venti non solo non hanno tolto energia all’uragano ma lo hanno reso più duraturo. «È stata questa la principale fonte di energia della tempesta», ha detto a The Atlantic Kevin Trenberth, uno scienziato del Centro Nazionale per la Ricerca Atmosferica degli Usa. «Anche se queste tempeste si verificano naturalmente, Harvey è stato più intenso, più duraturo e con precipitazioni più forti a causa delle temperature alte del mare».


Il Texas è stato più volte colpito nel corso del tempo da questi fenomeni meteorologici e anche altri fattori sono intervenuti nel rendere gli effetti devastanti, come lo sviluppo scorretto delle coste, il sottosuolo sabbioso, l’insufficiente drenaggio del terreno. Tutte criticità indipendenti dal cambiamento climatico, scrive David Roberts nella sua ricostruzione su Vox.com. L’area di Houston era già vulnerabile e si è trovata impreparata ad affrontare l’uragano perché negli ultimi anni non è stato fatto nulla nonostante ci fossero state altre due gravi inondazioni nel 2015 e nel 2016, come ha ricordato il meteorologo Eric Holtaus. Solo un sesto della popolazione era coperto da un’assicurazione federale sulle inondazioni e il fondo creato per risarcire i danni della calamità naturali ha accumulato debiti e rischia di diventare insolvente.

Inoltre, non è ancora possibile quantificare con certezza l’impatto del cambiamento climatico sull’intensificazione degli uragani. Come ha spiegato Tim Palmer, della Royal Society dell’Università di Oxford, per potenza e caratteristiche, Harvey ha costituito una novità e ha posto domande nuove agli studi sul clima. Per riuscire a capire come sia stato possibile la persistenza dell’uragano, c’è bisogno di strumenti analitici più potenti, tra cui l’utilizzo di “supercomputer”, per elaborare modelli analitici più complessi.

Secondo Kerry Emanuel, professore di scienze atmosferiche al Massachusetts Institute of Technology, tre differenti innovazioni tecnologiche hanno consentito di migliorare i modelli che tracciano le forme e le evoluzioni delle tempeste. In primo luogo, gli scienziati possono analizzare molti più aspetti di una tempesta e acquisire più dati che in passato, grazie a osservazioni satellitari costanti e voli aerei attraverso le singole tempeste. Poi, i meteorologi hanno migliorato le loro simulazioni dei processi atmosferici e hanno computer migliori per fare le analisi necessarie per capire. Infine, gli scienziati sono in grado di fare previsioni molto più vicine alla realtà e in meno tempo.

La “scienza delle attribuzioni” (una nascente scienza climatica chiamata “attribuzione dell’ evento estremo”, che combina le analisi statistiche delle osservazioni climatiche con modelli climatici costruiti al computer sempre più potenti per studiare l’influenza dei cambiamenti climatici sui singoli eventi meteorologici estremi) sta facendo sempre più progressi nel saper individuare quando (e in che misura) il riscaldamento globale contribuisce a innescare determinati eventi atmosferici, come suggerisce la bozza di uno studio globale sul cambiamento climatico a cura del National Climate Assessment pubblicata lo scorso 28 giugno.

“Il cambiamento climatico esaspera i rischi naturali e i pericoli che già affrontiamo”

Il cambiamento climatico non genera uragani, ma potrebbe creare le condizioni per renderli più devastanti. «Ci interessa il cambiamento climatico perché esaspera i rischi naturali e i pericoli che già affrontiamo», dice al New York Times Katharine Hayhoe, climatologa della Texas Tech University.

Anche su questo punto, però, le posizioni sono sfumate: per alcuni il riscaldamento globale ha avuto un ruolo fondamentale nell’esacerbare l’intensità dell’uragano Harvey e i danni provocati, per altri gli effetti sono stati risibili. «Gli uragani ci sono sempre stati. La relazione tra il riscaldamento del pianeta e la frequenza dei cicloni tropicali non è chiara e c’è ancora tanta ricerca da fare», ha dichiarato Clare Nullis, portavoce dell’Organizzazione Mondiale della Meteorologia. Parlare di impatti del cambiamento climatico sulla formazione degli uragani significa dire che «quando abbiamo un fenomeno come Harvey, la quantità di pioggia è probabilmente maggiore di come sarebbe stata altrimenti». La domanda giusta da fare, dunque, non è “il riscaldamento globale ha causato la formazione di Harvey?”, ma “perché di solito gli uragani si indeboliscono e Harvey non l’ha fatto?”.

Secondo Michael Mann, docente di meteorologia alla Pennsylvania State University, gli effetti sono tangibili. In un post su Facebook, il professore ha scritto che il cambiamento climatico ha contribuito a rendere Harvey più devastante in tre modi:

  • Ha portato a un innalzamento dei mari di circa 15 cm negli ultimi decenni. E questo significa più inondazioni e distruzioni perché le coste sono più esposte a eventi atmosferici estremi.
  • Ha provocato un innalzamento delle temperature dei mari nella regione colpita dall’uragano, il che ha implicato una maggiore evaporazione e, quindi, più acqua nell’aria. Più umidità ha significato maggiori precipitazioni. “Le temperature della superficie marina, dove Harvey ha intensificato la sua azione”, scrive Mann nel post su Facebook, “erano di 0,5-1 grado centigrado più calde rispetto alle temperature medie odierne, che si traduce in 1-1,5 gradi in più rispetto alle temperature medie di qualche decennio fa. Ciò significa un aumento del 3-5% dell’umidità nell’atmosfera”.

  • Ha reso la tempesta più intensa, potente e duratura di quanto sarebbe stato altrimenti. Di solito gli uragani si muovono verso l’entroterra e perdono intensità man mano che si allontanano dal mare. Come si può vedere nella gif animata, l’uragano Harvey invece si è mantenuto potente per diversi giorni sempre sulla stessa area. È stata questa la caratteristica più dannosa di Harvey, il suo particolare modo di spostarsi e di stazionare sui luoghi. I venti prevalenti, molto deboli, non sono riusciti a dirigere la tempesta verso il mare: così l’uragano ha stazionato sulle stesse aree invece di roteare e ondeggiare avanti e indietro come un turbine senza direzione. Secondo Tim Palmer, questa minore circolazione dei venti è associata a un forte riscaldamento dell’Artico.

Le simulazioni condotte da diversi ricercatori, spiega ancora Mann in un saggio pubblicato su Nature, sembrano evidenziare una connessione tra l’incremento di questi eventi atmosferici anomali e il cambiamento climatico. In altre parole, conclude il professore della Pennsylvania State University, gli effetti dell’azione umana sul clima “hanno esasperato diverse caratteristiche della tempesta al punto da incrementare notevolmente il rischio di danni e perdite di vite umane". E, più in generale, scrive Robinson Meyer su The Atlantic, la storia recente dei cicloni tropicali in tutto il mondo suggerisce che il riscaldamento globale sta peggiorando una situazione già cattiva.

Tuttavia, come ricostruisce il giornalista scientifico Scott Johnson sul sito Climatefeedback.org, non tutti gli scienziati convergono sulle conclusioni cui giunge Michael Mann. «È probabile che il cambiamento climatico abbia peggiorato le condizioni in cui si verificano gli uragani, ma è difficile ricavare numeri esatti sul suo impatto», scrive il ricercatore dell’Università di Melbourne, Andrew King, su The Conversation, e dire con certezza che ha portato a un incremento di danni e vittime, aggiungono Suzana Camargo e Adam Sobel della Columbia University su Fortune. Una discussione corretta dovrebbe vertere sull’aumento delle precipitazioni e della loro intensità, non sul numero di morti provocati, spiegano i due docenti universitari, perché sono tanti i fattori che trasformano un uragano in tragedia: il taglio dei venti, la presenza o meno di blocchi atmosferici che deviano il percorso del vortice di pioggia, la pianificazione urbana e l’attenzione al consumo di suolo («Non è stato il cambiamento climatico a far costruire abitazioni lungo le coste», ha sottolineato alla BBC Ilan Kelman dell’University College di Londra).

«Porre la questione dal punto di vista dei danni materiali è fuorviante», ha scritto sul suo blog Cliff Mass, professore di meteorologia all’Università di Washington e studioso del cambiamento climatico. Così facendo si corre il rischio di associare la potenza degli uragani solo alle emissioni di gas serra e all’aumento delle temperature, di sottovalutare altri aspetti molto importanti e non individuare soluzioni efficaci per ridurre l’impatto delle tempeste. Il rischio concreto è quello di spostare l’attenzione dai cicloni al cambiamento climatico e di pensare che è sufficiente ridurre le emissioni di gas serra per depotenziare gli uragani. È necessario, sottolinea Mass, trovare un equilibrio tra ritenere il cambiamento climatico qualcosa dalle conseguenze probabilmente superiori a quelle reali o una questione di cui non preoccuparsi. In un caso o nell’altro, si correrebbe il pericolo di prestare il fianco a opportunismi di carattere politico e semplificare eccessivamente un fenomeno complesso.

La questione politica. “Se non neghiamo Harvey, perché negare il cambiamento climatico?”

Jacksonville – via The New York Times

Nel nutrito dibattito tra studiosi del clima e giornalisti scientifici e ambientali che è scaturito subito dopo le tempeste che hanno colpito il Texas, c’è stato chi ha accusato gli altri di amplificare gli effetti del cambiamento climatico per tentare di dettare l’agenda mediatica e politica e chi ha parlato di “reticenza scientifica” di parte del mondo accademico, ritenuto esageratamente prudente nel descrivere la relazione tra effetti del riscaldamento globale e cicloni tropicali. Un eccesso di cautela che, ha spiegato l’astrofisico e climatologo statunitense James Hansen, può oscurare le conseguenze reali del cambiamento climatico, in procinto di diventare una crisi di salute pubblica mondiale, molto peggiore di altre.

Anche se gli scienziati non sono ancora sicuri dei diversi modi in cui il cambiamento climatico riesce a incidere sui cicloni né sono in grado di prevedere se influisca sul numero delle tempeste che si verificano ogni anno, è indubitabile che ci sia una relazione tra cambiamento climatico e fenomeni atmosferici traumatici come quelli delle ultime settimane negli Stati Uniti, scrive Bob Ward, direttore della comunicazione del Grantham Research Institute on Climate Change and the Environment della London School of Economics.

È sconcertante che ci sia ancora tanta resistenza tra i politici repubblicani (e anche democratici) nel riconoscere gli effetti del cambiamento climatico, provocato dall’uomo, e capire che occorre pensare forme di adattamento alle nuove condizioni in cui l’umanità è costretta a vivere, commenta l’editorialista del New York Times, Nicholas Kristof. “Se non neghiamo Harvey, perché continuiamo a negare il cambiamento climatico?”, si chiede il giornalista. “Le vite di milioni di americani – prosegue Ward – saranno a rischio se il presidente Donald Trump e la sua amministrazione continueranno a negare l’esistenza del cambiamento climatico e il suo impatto sulle minacce poste dagli uragani”.

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Kristof e Ward chiamano in causa le controverse decisioni di Donald Trump in tema di politiche ambientali. Dieci giorni prima che l’uragano Harvey si abbattesse su Houston, il presidente degli Stati Uniti aveva ridotto il Federal Flood Risk Mitigation Standard (una misura mai entrata pienamente in vigore, voluta dall’ex presidente Barack Obama per sostenere progetti di pianificazione contro futuri rischi di inondazioni finanziati dalle tasse dei cittadini americani) perché ritenuta onerosa e inefficiente. Obama aveva firmato l'ordine esecutivo nel 2015 in risposta all’aumento dei livelli del mare e delle temperature superiori e alla maggiore frequenza delle tempeste e dei cicloni tropicali. «Quell'ordine esecutivo era stato pensato per aiutare le comunità a fare pressione sull’Agenzia Federale di Gestione delle Emergenze (FEMA) per ricostruire in modo più intelligente e resiliente», ha dichiarato Steve Ellis, vice presidente di Taxpayers for Common Sense, un’organizzazione non partitica e indipendente che verifica come i governi federali spendono i soldi dei contribuenti americani.

Secondo il Washington Post, già a marzo, John Konkus, a capo della campagna elettorale di Donald Trump in Florida e ora all’interno dell’Environmental Protection Agency (EPA), aveva annunciato allo staff dell’agenzia, tagli di fondi destinati al contrasto del cambiamento climatico. Come ricostruisce in una serie di tweet Talia Lavin, fact-checker del New Yorker che ha seguito le decisioni dell’EPA nell’ultimo anno, subito dopo le elezioni presidenziali l’agenzia ha invertito le sue politiche.

L’amministrazione Trump ha delineato un piano di tagli per 2,4 miliardi di dollari dal bilancio dell’Environmental Protection Agency, privilegiando il settore industriale. I comunicati stampa, sottolinea Lavin, mostrano che l’EPA “ha quasi completamente abdicato al suo compito di regolamentazione” del settore. Inoltre, Konkus ha annullato quasi 2 milioni di dollari destinati a progetti di organizzazioni universitarie e non profit.

Le scelte di Trump e la sua ostinazione a negare il cambiamento climatico porteranno solo maggiori sofferenze perché siamo giunti a un punto tale che prevenire non è più un’opzione, ma una necessità, commenta l’esperto di ambiente e clima Dana Nuccitelli sul Guardian. “Più saremo in grado di attenuare il riscaldamento globale, meno dovremo adattarci alle conseguenze del cambiamento climatico e minori saranno le sofferenze”, è il ragionamento di Nuccitelli. Negare il problema indebolendo le normative esistenti “ci sposta verso la parte sofferente dell’equazione”.

Sotto quest’aspetto, nell’aprile 2013, l’Unione europea ha formalmente adottato la Strategia di adattamento ai cambiamenti climatici, che “definisce i principi, le linee-guida e gli obiettivi della politica comunitaria in materia”. L’obiettivo principale è di promuovere visioni nazionali coordinate e coerenti con i piani nazionali per la gestione dei rischi naturali e antropici. In base ai dati aggiornati dall’agenzia ambientale europea, 23 paesi membri dell’Ue hanno già adottato una strategia nazionale di adattamento. Si tratta di un processo che si sviluppa in 5 passaggi fino all’adozione del testo definitivo. L’Italia ha adottato la strategia nazionale nel giugno 2015 e ad agosto di quest’anno ha avviato la fase di “consultazione pubblica con cittadini e istituzioni, mondo della ricerca, associazioni e in generale tutti i portatori d’interesse per arrivare all’elaborazione della versione finale del documento”.

Tuttavia, scrive il giornalista scientifico David Roberts, l’adattamento e la prevenzione non sono economicamente e politicamente equivalenti. Prevenire e, quindi, mitigare gli effetti del cambiamento climatico ha costi locali e benefici globali uguali per tutti, adattarsi ha costi e benefici locali ingiusti. La mitigazione del clima genera vantaggi distribuiti in tutto il mondo a tutti quelli che vivono nell’atmosfera (impedire l’emissione di una tonnellata di gas serra in una particolare area del mondo offre vantaggi globali), poveri e ricchi. I vantaggi dell’adattamento (le pareti marittime più alte, i sistemi di drenaggio più efficaci, la risposta alle emergenze più rapida e puntuale) sono locali e favoriscono, almeno inizialmente, solo una parte della popolazione.

Senza la prevenzione si corre il rischio di lasciar peggiorare le condizioni del clima.

La questione giornalistica. Come raccontare storie sul cambiamento climatico in modo pertinente, coinvolgente e innovativo?

Due persone guadano una strada inondata a Charlestone – via The New York Times

C’è infine una questione giornalistica e cioè capire come dare centralità a un tema importante per il futuro del pianeta e che, invece, appare di nicchia, noioso e lontano dalle nostre vite. Per farlo, scrive Michael Blending su Nieman Reports, i giornalisti devono essere in grado di raccontare e rendere accattivante un fenomeno complesso per raggiungere un pubblico più ampio possibile facendo un’informazione corretta ed equilibrata. Questo non significa ricorrere a un falso bilanciamento tra posizioni differenti, dando uguale spazio e peso a opinioni contrapposte, come spesso si fa soprattutto quando si parla di politica, ma dare informazioni sostenute da dati, debitamente contestualizzati.

La strada da fare è ancora tanta. All’interno delle redazioni, racconta Neela Banerjee, ex giornalista del New York Times e del Los Angeles Times e poi entrata in InsideClimate News (ICN) per frustrazione dopo aver tentato invano di fare indagini approfondite sul tema, non hanno interesse a fare un passo in avanti sul cambiamento climatico perché «è deprimente, è noioso, non è sexy». Nella migliore delle ipotesi «ti diranno che è la battaglia più importante per il pianeta ma eccetto che per le ricadute politiche non se ne preoccupano». ICN ha pubblicato alla fine del 2015 un’inchiesta divisa in 9 capitoli (che le è valsa una nomination al premio Pulitzer nella sezione “servizio pubblico” e diversi premi in quelle ambientali e investigative), “Exxon: la strada non intrapresa”, che descrive nel dettaglio come la compagnia petrolifera, a conoscenza sin dal 1980 degli effetti nocivi sul clima delle emissioni di gas serra, avesse negato l’esistenza del cambiamento climatico. Recentemente uno studio pubblicato su Environmental Research Letters da alcuni ricercatori di Harvard, che hanno visionato e analizzato quasi 200 comunicazioni pubbliche e private (lettere, email, messaggi pubblicitari) all’interno dell’azienda dal 1994 in poi, ha mostrato che la società americana avrebbe pagato centinaia di editoriali sui principali quotidiani statunitensi per negare le conseguenze nocive del cambiamento climatico. La compagnia petrolifera ha negato di aver condotto una campagna di disinformazione negli ultimi 40 anni e ha criticato i ricercatori per aver “scelto” i dati in modo tale da mettere l’azienda in cattiva luce.

Le televisioni snobbano l’argomento. Uno studio pubblicato da Media Matters for America ha rivelato che lo scorso anno gli spettacoli serali e di domenica di ABC, CBS, NBC e Fox hanno dedicato appena 50 minuti all’argomento nonostante il cambiamento climatico sia stato al centro dell’attenzione durante la campagna presidenziale, la firma dell’accordo di Parigi e diversi eventi meteorologici estremi.

L’assenza di agganci al flusso di notizie quotidiane, la percezione che si tratti di un concetto astratto, la reiterazione di alcune informazioni che dà la sensazione di ripetere sempre la stessa notizia (ad esempio, il mese xy è il più caldo degli ultimi decenni) possono in parte spiegare la scarsa copertura mediatica del cambiamento climatico. Si tratta di un tema che chiede di modificare gran parte delle convenzioni giornalistiche, spiega Bud Ward, da oltre 20 anni sulla questione. Tra queste, il falso bilanciamento tra posizioni contrapposte, che in ambito scientifico ha consentito di dare visibilità a studi inattendibili e poco obiettivi. Qualche settimana fa, un gruppo di scienziati della Texas Tech University ha pubblicato sulla rivista Theoretical and Applied Climatology i risultati di una ricerca sugli studi che negano che il cambiamento climatico sia causato dall’azione dell’uomo. In base alla ricerca, gli studi presi in esame sono tutti sbagliati e presentano lacune grossolane nella metodologia e nell’interpretazione dei risultati.

Per questo motivo è cruciale che i giornalisti siano in grado di separare i fatti dalle opinioni, afferma Emmanuel Vincent, che tre anni fa ha lanciato il sito Climate Feedback, un forum di scienziati per dire la propria sulla copertura mediatica: «Rick Perry [ndr un membro del Partito Repubblicano] ha detto che i cambiamenti climatici sono dovuti agli oceani e un giornalista può lasciargli dire queste cose perché è la sua opinione, anche se contraddice la realtà. Dovrebbe essere compito del giornalista segnalarlo».

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Nel 2012 Climate Central ha lanciato un programma per formare meteorologi locali che parlino con precisione del cambiamento climatico e creato Surging Seas Risk Finder, un sito interattivo in cui gli utenti possono inserire il loro codice postale per vedere gli effetti previsti dei livelli di mare in aumento nella loro zona. The Texas Tribune e ProPublica hanno avviato un progetto multimediale che utilizza più informazioni per descrivere a livello locale l’impatto devastante che le tempeste stanno avendo sulla città di Houston mesi prima dell’uragano Harvey. Durante la navigazione del sito, i lettori possono individuare le aree dove si sono verificate le inondazioni, leggere storie personali dei residenti e le decisioni prese dalle istituzioni.

"Boomtown, Flood Town", il progetto multimediale avviato da The Texas Tribune e ProPublica

Il Pulitzer Center on Crisis Reporting, infine, ha sponsorizzato più di 50 progetti che approfondiscono lo studio degli effetti del cambiamento climatico sulle vite delle persone in tutto il mondo. Inoltre, il centro ha stretto accordi con 35 università, istituti di ricerca e scuole superiori per progettare curriculum sui temi del cambiamento climatico.

Foto in anteprima via Boaz Guttman

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I giornali e quel dato falso sulle denunce di stupri a Firenze

[Tempo di lettura stimato: 6 minuti]
Aggiornamento 13 settembre

Ieri La Stampa ha modificato l'articolo togliendo dal testo i numeri falsi sulle denunce per stupro a Firenze. Il direttore Maurizio Molinari ha detto che dopo le critiche ricevute è stato attivato un processo di verifica “delle fonti” che “ha preso tempo” e non ha ottenuto alcun riscontro.

Ringraziamo La Stampa e Anna Masera, public editor del quotidiano, per aver preso in seria considerazione le critiche ricevute. Altri come Il Messaggero hanno semplicemente rimosso l’articolo senza dare spiegazioni o lasciato nel loro pezzo online il dato falso, in sprezzo dell’etica giornalistica e senza alcun rispetto verso i lettori.


 

Negli articoli su carta del 9 settembre scorso con cui diversi quotidiani hanno raccontato il presunto stupro a Firenze di due studentesse americane da parte di due carabinieri in servizio, nella notte tra mercoledì e giovedì scorsi, sono stati riportati dei dati sulle denunce di violenze sessuali da parte di studentesse americane nel capoluogo fiorentino:

La Stampa

Nel pezzo di Grazia Longo (pubblicato anche dal Secolo XIX), dopo la versione delle due ragazze e delle prove finora raccolte nelle indagini, si legge:

"ma ci sono ancora tanti dubbi e tante domande che attendono una risposta. I due militari (...) sono indagati dalla Procura di Firenze guidata da Giuseppe Creazzo per violenza sessuale aggravata dalla minorata difesa. Ma soltanto l'esame del Dna chiarirà se sono davvero loro due i responsabili. Di violenza o di un rapporto consenziente? Sono usciti per la prima volta in pattuglia insieme proprio quella notte. Possibile che, pur non avendo mai lavorato in coppia, avessero tanta complicità per un'azione così intima e spregevole? La ministra della Difesa Roberta Pinotti chiosa: «Gli accertamenti sono ancora in corso ma risulta una qualche fondatezza rispetto alle accuse che vengono mosse». Però non si può neppure dimenticare che tutte le studentesse americane in Italia sono assicurate per lo stupro (ndr notizia poi chiarita dal legale di una delle due studentesse che ha spiegato alla stampa che «le ragazze non hanno fatto nessuna polizza specifica individuale anti-violenza sessuale. Si tratta di una polizza che l'Università americana fa tutte le volte che le ragazze americane vengono in Italia ed è una polizza generale e generica che riguarda la salute, il rischio del furto, della rapina, ecc, ed eventualmente può esserci stata compresa anche la clausola sulla violenza sessuale. Le ragazze non erano a conoscenza di questa clausola») e a Firenze su 150-200 denunce all'anno, il 90 per cento risulta falso".

Il Messaggero

Nell'articolo siglato con "L. FAN" (attualmente rimosso dal sito del Messaggero senza fornire una spiegazione, ma si può leggere qui) si trova scritto:

"Non esiste una polizza assicurativa specifica contro lo stupro: né per un cittadino americano in patria, né per chi viaggia all’estero. Esistono polizze che assicurano sui danni provocati da violenza (rapine, scippi, omicidi, infortuni vari) sia in patria che all’estero. E le ragazze di Firenze ne avevano una di questo tipo, stipulata dal college con cui sono arrivate in Italia. Ci sono comunque delle cifre che fanno riflettere: ogni anno, solo a Firenze, vengono presentate da ragazze americane dalle 150 alle 200 denunce per stupro. di queste il 90% risulta completamente inventate".

Il Mattino

Il pezzo è firmato con la sigla "c.man" e si conclude con:

"la storia è di quelle molto delicate e complicate da risolvere. Anche perché in queste ore, a Firenze, circolano dati sulla quantità di denunce per violenza sessuale presentate dai circa 4-5 mila stranieri che affollano le università cittadine. Circa 150-200 all'anno, che poi finiscono con un nulla di fatto (un novanta per cento di assoluzioni)".

Corriere della Sera

Nell'articolo di Fiorenza Sarzanini si legge:

"Nei prossimi giorni i due carabinieri saranno interrogati dal magistrato. Al momento filtrano indiscrezioni su quanto avrebbero raccontato ai superiori, ma anche sulle verifiche disposte dagli stessi reparti dell'Arma. E sulla loro determinazione a negare di essersi comportati in maniera violenta, ma anche smentendo categoricamente che ci sia stato un rapporto sessuale. Tanto che a livello provinciale i carabinieri evidenziano la «presenza a Firenze di almeno 4.000 studenti stranieri e l'esistenza di centinaia di denunce per stupro che si rivelano totalmente infondate». E anche questa volta - dicono - «potrebbe essere andata così»".

Come si può vedere, i numeri in questione vengono riportati dai quotidiani come argomento a sfavore della tesi delle due ragazze americane che accusano i due carabinieri di stupro. Questi dati hanno però subito fatto nascere dei dubbi esternati sui social da lettori e altri giornalisti.

Claudia Fusani di Tiscali.it ha contattato il Questore di Firenze, Alberto Intini, che ha smentito il dato riportato dai quotidiani e precisato:

"Nel 2016 in provincia di Firenze ci sono state 51 denunce per violenza sessuale. Non possiamo al momento fare una casistica delle vittime, italiane, straniere, americane. Per noi sono tutte violenze in ugual modo".

Intini ha dichiarato inoltre al fattoquotidiano.it «Non commento il dato sulle presunte denunce inventate perché non ne conosco la fonte, ma bisogna distinguere tra i luoghi comuni e i dati. Quelli di cui siamo in possesso sono molto distanti dalle 150 denunce l’anno. Noi non abbiamo registrato alcun fenomeno particolare né sul rischio che corrono le ragazze americane, né sul numero delle denunce presentate». Il questore aggiunge anche che per i primi nove mesi del 2017 «sono emerse tre denunce per violenza sessuale ai danni di cittadine americane. Riguardavano, in realtà due episodi con tre vittime e si trattava di decisi palpeggiamenti, che configurano comunque il reato di violenza sessuale». Contattata da noi, la Questura di Firenze ha confermato i numeri forniti a Tiscali e al fattoquotidiano.it.

Luca Sofri in un post sul suo Blog, analizzando gli articoli del Messaggero, La Stampa, Il Mattino e Il Secolo XIX ha evidenziato inoltre diverse criticità sia sul numero in sé sia su come è stato riportato:

– non c’è nessuna fonte del dato (“risulta”, “circola”), ma nemmeno l’ambito da cui proverrebbe (procura? carabinieri? università americane?);
– un dato del genere presuppone che sia esistente e registrato un numero di denunce per stupro da parte di “ragazze americane” (separato da quello di “ragazze inglesi”, “ragazze cinesi”, “signore polacche”, “anziane svizzere”);
– e che sia esistente e registrata una percentuale di denunce “inventate” (ritirate? archiviate? concluse con una assoluzione, ma per “invenzione” e non per insufficienza di prove per esempio?) e che questa percentuale corrisponda al 90% (dato esatto) del totale di 150-200 (dato con un 25% di margine di errore: ma in ogni caso le “inventate” sono sempre il 90%).
Raramente si è visto spacciare un dato più sbilenco e poco credibile. Raramente – pur in una consuetudine quotidiana di fatti non verificati sui giornali maggiori – si è citato un fatto così maldestramente, senza pezze d’appoggio nemmeno approssimative.

Alla domanda da lui rivolta ad alcune delle testate che hanno pubblicato questo dato, senza specificare la fonte, non è stata finora data una risposta.

Nell'articolo del Corriere della Sera non vengono forniti ai lettori numeri precisi come negli altri, ma viene specificato che a parlare di "centinaia di denunce per stupro che si rivelano totalmente infondate" in provincia di Firenze sono stati i Carabinieri, che hanno aggiunto anche come nel caso specifico “potrebbe essere andata così”. È quindi possibile che la fonte (che ha veicolato un dato non neutro, vista la precisazione finale che punta a mettere in dubbio la versione delle ragazze) anche per gli altri giornalisti sia stata la stessa.

Il 10 settembre, poi, sotto un post su Facebook di Arianna Ciccone in cui veniva criticato il metodo giornalistico di copertura del caso del presunto stupro di Firenze, Grazia Longo, giornalista della Stampa, interviene e scrive "(...) i numeri delle denunce, li ho avuti da una fonte accreditata e attendibile. Ho visto che poi il questore ha smentito, ma la mia fonte no. Avrei dovuto scrivere quei dati tra virgolette per evidenziare che si trattava di una fonte e non di una mia valutazione". Sul sito della Stampa viene così modificato l'articolo del 9 settembre, mettendo tra virgolette il numero, specificando che la provenienza è "una fonte istituzionale attendibile" e aggiunta una nota della redazione, dovuta al fatto, si spiega, che alcuni lettori "ci hanno rimproverato il passaggio come una nostra opinione". La critica al quotidiano, però, non si riferiva a un'eventuale opinione espressa dalla giornalista, ma all'aver pubblicato un dato poco credibile senza specificarne la provenienza:

Screenshot da sito della Stampa

Prima di concentrarci sul contenuto del commento della giornalista e della nota della redazione, c'è da rilevare un altro aspetto che, al di là della smentita della Questura di Firenze che si riferisce all'anno 2016, non porta a considerare quel dato come vero. Negli articoli citati sopra, si legge infatti che le circa 150/200 denunce di violenze sessuali a Firenze da parte esclusivamente di studentesse americane, di cui il 90% sarebbe poi risultato "falso", sono state presentate "ogni anno" / "all'anno". Quindi il dato, in base a quanto scrivono i giornalisti, non riguarderebbe il solo 2016, ma anche gli anni passati. Dopo una verifica sul sito dell'Istat (nella sezione "Delitti denunciati dalle forze di polizia all'autorità giudiziaria", cioè da Polizia di Stato, Arma dei Carabinieri e Guardia di Finanza), però, Davide Mancino, giornalista freelance, ha mostrato che "le denunce per violenze sessuali a Firenze, dal 2010, sono rimaste fra 57 e 87 per anno: nemmeno lontanamente vicine alle 150-200 descritte".

La redazione della Stampa, a questo argomento, ha ribattuto che "i dati cui fa riferimento la fonte non sono nelle statistiche ufficiali perché non sono ancora confluiti nei database Istat". Sempre Mancino, risponde però che questo è impossibile, perché trattandosi di numeri degli anni passati, sono definitivi.

Su questo punto l'ufficio stampa dell'Istat, da noi contattato, ha confermato che per gli anni finora disponibili non c'è nulla da aggiornare né da aggiungere rispetto ai dati già pubblici.

Come Valigia Blu, partendo da quanto detto dalla giornalista e dalla redazione del quotidiano torinese, abbiamo posto sui social una serie domande alla Stampa, ma su questo caso sono coinvolte tutte le testate che hanno pubblicato quel dato (aspettiamo le risposte):

1) Come è possibile che esista una fonte più attendibile del Questore su questa cosa?

2) Se questa fonte esiste, come mai esiste un database che distingue i denuncianti in base alla nazionalità e l'età? A che scopo esiste un archivio del genere? Chi lo mantiene questo archivio? Quale è la legge che giustifica il trattamento dei dati del titolare dell'archivio?

3) Se i dati della fonte sono veri, vuol dire che i dati del Questore sono falsi. Il Questore ha quindi detto il falso in violazione dei suoi doveri istituzionali?

4) È stato attivato un processo di verifica del dato prima di pubblicarlo? O il dato rivelato da questa fonte istituzionale è stato pubblicato senza verifica? E perché non è stato aggiornato l'articolo con la smentita del Questore di Firenze?

5) Voi scrivete che a Firenze ci sono all'anno 150-200 denunce di stupro (di cui il 90 per cento risulta falso), ma i dati Istat vi smentiscono. Cosa rispondete in merito?

6) L'anonimato è una cosa molta seria e andrebbe concesso per questioni serie spiegando ai lettori la motivazione. In questo caso parliamo di dati pubblici perché concedere l'anonimato a una fonte che rivela dati pubblici?

Foto anteprima via TGCOM24.

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I pericoli della lotta alle fake news. Internet neutro e pensiero critico sono fondamentali

[Tempo di lettura stimato: 9 minuti]

di Shane Greenup*

Filtrare le piattaforme che utilizziamo per cercare e scoprire contenuti in rete (Google, Facebook, etc.) finirà per dividere il mondo in base a linee ideologiche e a formare lettori passivi e acritici, incapaci di riflettere criticamente sull'informazione ricevuta. Ciò rappresenta l'esatto contrario di quello che ciascuno vorrebbe, nonostante l'utilizzo di enormi quantità di soldi e sforzi per cercare di offrire soluzioni a problemi quasi impossibili da risolvere. Per questo motivo, il nostro approccio va riconsiderato.

Da quando, lo scorso aprile, ho partecipato al workshop sulla disinformazione digitale, ho continuato ad occuparmi di contrasto alla disinformazione e alle fake news online. Mi sto sfidando per scriverne nel modo più chiaro possibile. Questo articolo è un modo per aiutarmi a proseguire. Invece di un pezzo conciso e curato, ho scelto di proporre una serie di informazioni sull'argomento.
Buon divertimento!

Il problema più evidente: la difficoltà di separare il vero dal falso, l'affidabile dall'inaffidabile

È abbastanza chiaro che i problemi che le persone si trovano ad affrontare sono difficili da risolvere. Tutti sono impegnati a cercare modi attraverso cui identificare le "fake news", o a capire chi sia affidabile e chi no. La soluzione non è semplice. Non è affatto scontato cosa renda qualcosa palesemente vero o dichiaratamente falso, o cosa renda qualcuno affidabile o meno. Ci sono persone e media onesti, affidabili che commettono errori, così come esistono persone disoneste che raccontano la verità. Le fake news sfruttano convinzioni reali. Le notizie vere possono essere presentate in maniera manipolatoria per raccontare una storia in maniera inesatta. Tutti i media danno il proprio punto di vista.

Risolvere questi problemi è praticamente impossibile, ma indipendentemente da ciò tutti si stanno impegnando. Probabilmente in molti non stanno cercando di "risolverli" completamente, ma di essere almeno in grado di identificarne le circostanze estreme e di individuare/rimuovere/evidenziare definitivamente i casi limite. Il che naturalmente solleva domande su dove il confine verrà tracciato e come sarà applicato e mantenuto. La storia dimostra che questo genere di demarcazione si sposta continuamente includendo un numero sempre maggiore di casi. C'è bisogno di filtrare sempre più informazioni e che vi sia maggior rigore.

Il problema sottovalutato: e se raggiungessimo l'obiettivo? Sarebbe una cosa positiva?

C'è una questione che nessuno sembra considerare. Se implementiamo con successo un sistema su piattaforme come Facebook e Google che distingua accuratamente il vero dal falso, credo che finiremmo in una situazione di gran lunga peggiore rispetto a quella attuale.

Per due motivi.

Il primo è che il risultato raggiunto favorirebbe la pigrizia intellettuale a discapito del pensiero critico.

Se la fonte è in grado di fornire in modo affidabile informazioni vere, la necessità di essere scettici e di mettere in discussione le informazioni ricevute non ha motivo di esistere. Le persone che crescono in un ambiente dove tutta l'informazione è controllata si abitueranno a diventare recettori passivi invece di lettori critici di cui c'è bisogno.

Il secondo è che il successo ottenuto creerebbe una divisione massiccia, globale, ideologica e non unità.

Questo punto va articolato.

Facebook non è un giornale

Innanzitutto, per affrontare la questione può aiutare tenere conto della differenza tra piattaforma ("Internet", da un lato, con Facebook, Google e Reddit come esempi perfetti di piattaforme così come li intendo) ed editoriale (le opinioni di una persona, con i giornali, i media o i blog come esempi perfetti di ciò a cui mi riferisco con editoriale).

Tutte le fonti di informazione esprimono le proprie opinioni in un modo o nell'altro. Fox News dà il suo commento. Huffington Post il suo. Le persone hanno i loro pregiudizi cognitivi e le proprie esperienze personali che influenzano il modo con cui interpretano le cose. All'interno di questo ecosistema di ideologie concorrenti, sistemi di opinione e interpretazioni dei fatti, noi, come individui, selezioniamo e scegliamo la fonte informativa dalla quale desideriamo ricevere la nostra informazione.

Camere dell'eco fai da te

La capacità di selezionare e scegliere le nostre fonti di notizie - una cosa realizzabile solo nella storia recente - è ciò che permette a tante idee diverse di coesistere. C'è un'ironia perversa nello spendere tanto tempo a preoccuparci delle camere dell'eco nei social media e su Internet in generale, quando la realtà è che queste piattaforme neutrali sono probabilmente le più grandi minacce alle quali le camere dell'eco sono mai state esposte.

Da sempre abbiamo vissuto nelle camere dell'eco. La differenza sostanziale è che in passato siamo stati così talmente intrappolati nella nostra camera dell'eco che non ci siamo neanche accorti dell'esistenza delle altre. Adesso, che usufruiamo di questa connettività globale ad altri sistemi di ragionamento e di opinioni grazie a Facebook e Google, per la prima volta possiamo facilmente "guardare oltre il recinto" della nostra camera dell'eco e vedere cosa "gli altri" fanno nelle proprie.

Per cui sì, esistono ancora camere dell'eco, ma ora siamo noi a costruirle con gli amici che vogliamo e i blog e i giornali che scegliamo di leggere. Siamo noi a costruire la nostra camera dell'eco (di "vera" informazione. Garantita. Nessuno costruirebbe una camera dell'eco di falsità. Chi farebbe mai una cosa del genere?), utilizzando i social per lamentarci di tutti gli altri rinchiusi nelle proprie.

Le pareti delle nostre camere dell'eco non sono mai state così sottili. Mai così fragili.

Probabilmente le cose erano molto meno confuse quando la maggior parte delle persone viveva in piccoli villaggi e riceveva il 99% dell'informazione per posta. Più indietro nel tempo andiamo, più era facile sentirsi sicuri delle proprie convinzioni, sostenuti da chi si aveva intorno. L'incertezza, la confusione e la frustrazione nei confronti di persone che non sono mai d'accordo dicendo o scrivendo cose che "sono semplicemente non vere" presumibilmente non era un problema di cui ci si dovesse occupare in passato.

Per un attimo, riflettiamo seriamente su un aspetto: fino a che punto la lunga storia di unità e coesione all'interno di una comunità locale aiutava a verificare che le opinioni condivise fossero vere? Nonostante un'intera nazione concordi sul fatto che qualcosa sia vero, questo non significa che davvero lo sia.

Lo scontro tra idee fa parte del progresso. Ci indica in che misura, come popolazione globale, sbagliamo meno col passare del tempo.

Dividi e stupisci

Cosa ha a che fare tutto questo col contrasto alla disinformazione? Nel momento in cui le piattaforme inizieranno a mettere in luce la disinformazione, si impegneranno attivamente in un processo editoriale. Diranno alle persone: "Se avete creduto a questo o a quello, sbagliavate", e alla gente non piacerà.

Facebook lo sa. Ecco perché esita tanto a implementare qualsiasi metodo che contrasti le fake news. Non ha intenzione di perdere fette di mercato.

Facebook è concepita come piattaforma. Una piattaforma universale e neutrale per chiunque voglia condividere pensieri, opinioni, esperienze di vita. Non appena inizierà a controllare l'informazione condivisa nel newsfeed (anche se non dovesse trattarsi di un controllo totale, come ad esempio eliminare i contenuti, ma solo di "metterli in luce", o di fare in modo che pochi utenti la vedano) eserciterà una pressione editoriale diventando un'altra Fox News, e non più una piattaforma alla stregua di Internet.

Sembra facile. Le "fake news" sono solo stupidaggini create da bugiardi per guadagnare, giusto? Facebook dovrebbe essere in grado di liberarsene (e niente di più) senza offendere nessuno, giusto? No, non esattamente. Innanzitutto, non dimentichiamo che le fake news sono incredibilmente popolari. Ecco perché ci troviamo di fronte a un problema. La gente non viene obbligata a condividere quella roba. Sceglie di condividerla. La ama. Non bisogna dimenticare che la gente crede a quelle stronzate. In secondo luogo, se si inizia a cercare di eliminare qualcosa, anche se si tratti di stronzate, si inizia immediatamente a scontentare le persone che ci credono. È come se si dicesse: le vostre opinioni, e quindi voi, non siete benvenuti.

Sarebbe anche peggio provare con determinazione a mantenere un sistema che metta in luce/filtri solo le "fake news" perché si arriverebbe subito al punto che non esiste una definizione semplice di fake news. Non esiste una linea chiara che separi le fake news dai titoli manipolati né che separi i titoli manipolati dall'informazione faziosa. Le persone accusano sempre l'informazione di qualità di essere faziosa, per cui ci troveremmo in un punto in cui molte persone considerebbero un filtro per le fake news allo stesso livello della censura.

Non mi credete? Basta leggere i commenti ad ogni articolo sugli sforzi compiuti per combattere le fake news. Si noterà una marea di persone lamentarsi che la soluzione adottata non censura i veri produttori di fake news come "CNN" e "Guardian" o chiunque altro a loro non piaccia oppure commenti che affermano che questi sforzi sono fatti per mettere a tacere il "giornalismo indipendente". Generalmente i commenti sono seguiti da qualche persona ben intenzionata che prova a spiegare perché queste opinioni sono sbagliate, senza riuscirci. Le persone che esprimono queste preoccupazioni, per quanto possano sbagliare nelle loro valutazioni di vero e falso, affidabile e inaffidabile, hanno fondamentalmente ragione ad avere paura. Le loro opinioni sono assolutamente minacciate. Le cose che credono siano vere sono esattamente le cose che viene chiesto a Facebook e Google di rimuovere dal newsfeed e dai risultati di ricerca.

Uno dei tantissimi esempi di come le persone reagiscono quando comunichi che stai segnalando una fake news

Quindi che scelta si pone, oltre a cercare altre "piattaforme veramente neutre" per ottenere un'informazione completa, aperta e indipendente?

Sembra folle? Pensiamo a Wikipedia e a Conservapedia. È esattamente la stessa cosa. Wikipedia vuole essere considerata una piattaforma neutrale per le informazioni - ma nel momento in cui afferma qualcosa, qualcuno può non essere d'accordo e il risultato che ne deriva è divisione e concorrenza sui 'fatti'.

Come rafforzare la camera dell'eco

Per ritornare al punto in questione: anche se in qualche modo riuscissimo a trovare una soluzione al problema di identificare le fake news, verificare l'informazione, individuare fonti di notizie inaffidabili e amplificare fonti con ottima reputazione, otterremmo davvero il risultato che vogliamo?

La risposta è chiaramente no.

Il successo di questi sforzi ci dà semplicemente un altro livello di editorializzazione che spinge la gente verso nuove camere dell'eco (più grandi e potenziate) dove tutte le fonti di notizie sono fondamentalmente le stesse e tutte le interazioni sociali estese vengono alimentate dalle stesse fonti e e dalle stesse opinioni, e le recinzioni che ci troviamo di fronte all'interno dei social media diventano pareti giganti, che separano intere comunità.

Se gli strumenti che utilizziamo per cercare l'informazione nelle estensioni infinite di Internet diventeranno editorializzati, allora tutta l'informazione che troveremo sarà necessariamente prodotta attraverso sistemi editorializzati. Come possiamo trovare e scoprire nuova informazione che non sia stata editorializzata? Come sapremo di non essere manipolati (ancor più di quanto lo siamo già) dal modo in cui è regolata la nostra capacità di accesso alle informazioni?

L'aspetto più ironico di tutto questo è che la comunità che è rimasta nella piattaforma maggiormente aderente alla realtà, libera dalla disinformazione, finirà per essere il gruppo più danneggiato. So che può sembrare privo di senso, ma seguite il mio ragionamento. Le persone intelligenti, quelle che sanno che la scienza è il metodo migliore per comprendere l'universo e che la prova è importante, quelle persone rimarranno intrappolate in una camera dell'eco che eliminerà la necessità di un pensiero critico.

Lo so, sembra inverosimile. "Non smetterò di pensare criticamente solo perché le fake news sono state rimosse dal mio news feed". Posso immaginare cosa stiate pensando. Certo, non smetteremo di pensare criticamente. Noi già tendiamo a non pensare in modo critico, quindi non cambierebbe nulla.

La realtà è che il pensiero critico e lo scetticismo sono abitudini da mettere in pratica. Ci deve essere un impeto che ci spinge a impegnare la nostra capacità critica. Dobbiamo ricordare sempre di scegliere di pensare criticamente. Dobbiamo essere rigorosamente addestrati a farla diventare un'abitudine, da ricordare costantemente. Non c'è niente di naturale nel dubitare di ciò che ci troviamo di fronte.

E questo mondo per cui ci stiamo impegnando, con le fake news eliminate, e i nostri servizi di giornalismo affidabile privilegiati, non lo farà mai. Stiamo tutti inconsciamente lavorando per un mondo in cui non dovremo mai dubitare di ciò che vediamo.

Sia chiaro che non è di noi che mi preoccupo, ma dei nostri figli.

Il pensiero critico non si impara a scuola

Ci sono cose che la scuola può fare per aiutare a insegnare il pensiero critico ma, in fin dei conti, il pensiero critico è una cosa quotidiana. Qualcosa che dobbiamo applicare sempre, non solo quando abbiamo un insegnante che ci dice di "criticare e mettere a confronto due giornali".

Tutti quelli che dicono che "dobbiamo insegnare il pensiero critico" non colgono la questione. Da decenni stiamo insegnando il pensiero critico nel modo migliore possibile. Questo è il meglio che siamo in grado di fare.

Dire che "dobbiamo insegnare il pensiero critico" è utile quanto sostenere che "abbiamo bisogno di pace in Medio Oriente". È evidente e non serve a nulla. Si fornisca un meccanismo decente per garantire che il pensiero critico sia insegnato alle comunità oppure andate a quel paese.

Il modo con cui si insegna il pensiero critico alle comunità? Fornire un ambiente in cui tutte le idee sono sempre esposte alla riflessione critica. Fatela diventare una regola nel loro mondo e la incorporeranno nella loro percezione di mondo.

Se ogni idea è aperta alla critica, allora crederanno che il riflesso critico di tutte le idee sia normale. Se vedono regolarmente analisi critiche delle idee, impareranno con naturalezza processi e metodi di analisi critica. Diventeranno pensatori critici.

Vuoi raggiungere il contrario? Basta costruire un mondo in cui tutte le idee sono ritenute "vere" senza sfidarle in alcun modo. Allenali ad accettare passivamente tutto quello che leggono mostrando loro solo come criticare le informazioni che esistono al di fuori del filtro – le cose non vere - e rafforza il fatto che questa è un'abilità di cui non hanno veramente bisogno nella vita quotidiana.

Questo è il mondo che stiamo costruendo.

Risolvere problemi impossibili per rendere il mondo peggiore

In conclusione, penso che tutti siano impegnati a risolvere problemi molto difficili e potenzialmente impossibili per offrirci un mondo profondamente diviso da linee ideologiche in cui il pensiero critico è stato rimosso dalla vita quotidiana. L'esatto contrario di ciò che tutti coloro che lavorano a questo problema in realtà vogliono.

Credo di non aver detto finora che distinguere il vero dal falso sia preziosissimo nel processo editoriale. I giornalisti hanno assolutamente bisogno di migliorare quell'aspetto e lo vogliamo anche noi. Nel mondo delle piattaforme, però, questo approccio non funziona e farà peggiorare le cose.

Internet è neutrale e non filtrato e questo è un aspetto importante affinchè sia rivoluzionario e prezioso, ma senza metodi attraverso i quali scoprirne il contenuto entro i suoi limiti infiniti, è inutile. Ma anche gli strumenti che ci aiutano a trovare e scoprire l'informazione devono essere neutrali e non filtrati, altrimenti Internet non lo è più.

Pubblico questo pezzo così com'è, perché adesso ho bisogno di tornare a scrivere di tutto questo molto meglio di come abbia fatto finora. Spero che questo articolo mi abbia aiutato a riordinare un po' le idee. Credo di dover scrivere diversi articoli più brevi e maggiormente focalizzati su questioni specifiche all'interno di questo argomento così vasto, anche se alla fine avrò bisogno di rimetterle tutte insieme.

Spero che qualcuno continui a seguirmi mentre svilupperò tutto questo che rappresenta il problema più importante del nostro tempo. Quasi tutti i problemi possono essere ricondotti alle persone che credono a cose non vere. È giunto il momento di risolvere la questione fino in fondo.

Non vedo l'ora di ricevere commenti e feedback sugli spunti che ho messo giù senza esitazione in questo documento. Spero che i prossimi articoli saranno molto più concisi, meglio organizzati e più leggibili di questo.

*Fondatore di rbutr e impegnato nel risolvere problemi legati alla disinformazione.

Articolo pubblicato su Medium il 10 luglio 2017 – traduzione di Roberta Aiello

Immagine in anteprima via "Fake News: Teasing out the problems with all of the solutions offered so far…"

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Malaria: i casi di Trento, come si diffonde, cosa dicono i dati sui migranti

[Tempo di lettura stimato: 9 minuti]

di Antonio Scalari, Andrea Zitelli

Una bambina di quattro anni, ricoverata negli Spedali Civili di Brescia, è morta per malaria cerebrale (la forma più grave della malattia). Non è ancora stato chiarito come abbia contratto il parassita. La bambina non sarebbe mai stata in un paese malarico, ma era stata in vacanza sul litorale veneto, a Bibione, in provincia di Venezia, dove, ha detto Silvio Scolaro, presidente di Aba, l’associazione bibionese degli albergatori, non è mai stata registrata «la presenza della zanzara (ndr anofele, cioè il vettore della malaria) indicata come portatrice della terribile malattia».

Si tratta quindi di un caso di “malaria criptogenetica", cioè di origine sconosciuta, ha spiegato Claudio Paternoster, primario del reparto di Malattie infettive dell'ospedale Santa Chiara di Trento, la struttura dove è stata ricoverata la bambina prima di essere trasferita a Brescia.

Cosa sappiamo sui casi di malaria a Trento

Durante il soggiorno a Bibione, ricostruisce Il Secolo XIX, la bambina “lo scorso 13 agosto aveva avuto un esordio di diabete infantile ed era stata curata subito negli ospedali di Portogruaro e poi di Trento, dal 16 al 21 agosto. Successivamente si era rivolta nuovamente al pronto soccorso il 31 agosto, con febbre alta e altri sintomi che prima non aveva. Quindi le era stata diagnostica una faringite e prescritta in seguito una terapia antibiotica”. Il 2 settembre, poi, la bambina viene portata, priva di coscienza, al pronto soccorso a Trento. In un primo momento, la Rianimazione e la Pediatria hanno sospettato che si trattasse di un caso di epilessia, ma ulteriori accertamenti hanno dato risultati negativi. Successivamente è stata rilevata la presenza del Plasmodium falciparum, la specie più aggressiva di protozoo parassita trasmesso dalla malaria. La bambina allora è stata trasferita in stato sostanzialmente comatoso negli Spedali Civili di Brescia (una struttura di riferimento per la cura delle malattia tropicali), dove poi è morta, come ricostruito da Ezio Belleri, direttore Generale dell’ASST della città lombarda.

Il Ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, ha dichiarato che «dalle prime indicazioni che abbiamo avuto pare che la bambina potrebbe aver contratto la malaria in ospedale, a Trento, motivo per il quale sarebbe un caso molto grave. Abbiamo mandato immediatamente degli esperti (...). Dobbiamo accertare se c'è stato un contagio di sangue o se invece la malaria può essere stata contratta in altro modo». Per questi motivi, Lorenzin conclude che «prima di esprimere qualsiasi tipo di valutazione» bisogna «capire esattamente cosa è accaduto».

Alcuni dirigenti dell’ospedale hanno comunicato che in quei giorni nella struttura era stato ricoverato per malaria anche un nucleo familiare originario del Burkina Faso e residente in Trentino. Diversi componenti della famiglia (tranne il padre), dopo qualche giorno dal rientro in Italia, avevano avvertito i primi sintomi. Racconta Nunzia di Palma, direttrice dell’unità operativa di pediatria dell’ospedale di Trento, che «il fratello maggiore, adolescente, era stato il primo ad avere sviluppato i sintomi e ad essere ricoverato nel reparto di malattie infettive, dov'è stata poi curata anche la mamma. Entrambi erano stati dimessi dopo quattro giorni. Il papà e un altro bimbo, lattante, non presentavano sintomi e non so se avessero partecipato al viaggio». Nel reparto di pediatria dove in quei giorni era ricoverata la bambina deceduta, sono state poi portate le due figlie più piccole: «in pediatria la prima ad arrivare è stata la bambina di 11 anni. Era il 16 agosto sera ed è stata dimessa il 21. Quella di 4 anni è arrivata il 20 ed è stata dimessa il 24». Paolo Bordon, direttore generale dell’Apss (Azienda dei servizi sanitari) del Trentino ha specificato che le due bambine si trovavano in stanze diverse: «inoltre le cure sono state effettuate con materiale monouso e non ci sono state trasfusioni. La malaria non è trasmissibile da uomo a uomo e nessun altro paziente ha avuto dei sintomi riconducibili alla malaria».

Il 6 settembre, Nunzia di Palma, ha affermato che il parassita che ha causato la malaria alla bambina è lo stesso che aveva fatto ammalare i due bambini di ritorno dal Burkina Faso, aggiungendo però che «possono esserci diversi ceppi. Da appurare è quindi se sia o meno lo stesso. Di questo si sta occupando l'Istituto Superiore di Sanità». Sul punto Massimo Galli, vicepresidente della Società italiana di malattie infettive e tropicali, spiega all’Ansa che «se dalle analisi in corso emergesse che il ceppo o variante di Plasmodium falciparum che ha provocato la malaria nei due bambini ricoverati a Trento e nella piccola Sofia fosse lo stesso, allora il contagio della bambina sarebbe sicuramente avvenuto in ospedale ma resterebbe da capire in che modo». Se «risultasse invece differente, allora il contagio sarebbe avvenuto in un contesto diverso».

Di Palma, inoltre, afferma di aver «cercato di capire se abbiamo fatto degli errori nelle procedure, perché per un contagio ci vorrebbe un contatto di sangue, ma non lo troviamo. Abbiamo ripercorso l'intero percorso della paziente durante il ricovero. Non siamo preoccupati del fatto che possano avvenire contagi. Ma ci vuole una spiegazione per quanto accaduto e non so se saremo in grado di trovarla. L'isolamento, in caso di un paziente con malaria, non è previsto, perché ci vuole un vettore». Nella stessa stanza in cui la bambina era stata ricoverata per diabete, ha aggiunto ancora la direttrice dell’unità operativa di pediatria dell’ospedale di Trento, «c'era un bimbo di 3 anni, sempre col diabete, rimasto per lo stesso periodo, dal 16 al 21 agosto, ma che non ha manifestato sintomi di malaria».

Nel reparto di pediatria di Trento sono state piazzate anche quattro trappole per zanzare anofele, ma l’esito della ricerca è risultato negativo. «Le trappole – ha precisato Bordon – sono risultate negative per la presenza di questi insetti per quanto riguarda la giornata di ieri. Ma non si può escludere che ce ne fossero nei giorni in cui la bambina si trovava ricoverata in ospedale, quando c'erano anche i due piccoli affetti da malaria, poi guariti. Non abbiamo a oggi nessuna evidenza di contatto». «Gli esperti – ha concluso il direttore generale dell’Apss del Trentino – dicono che prenderebbe più piede l'ipotesi della 'zanzara nella valigia', proprio dei piccoli pazienti del Burkina Faso».

Paternoster, primario del reparto di malattie infettive dell'ospedale Santa Chiara di Trento, intervistato da Repubblica Tv, ha inoltre chiarito che «tutti i tipi di malaria si trasmettono tramite la puntura di zanzare, ma non qualsiasi zanzare. Ci sono delle specie che sono in grado di trasmetterla e che di fatto, almeno alla nostra latitudine, non esistono. Da noi, nella provincia di Trento, nella nostra Regione, non è mai stata dimostrata la presenza di un vettore in grado di trasmettere la malaria».

La Procura di Trento, intanto, ha aperto un’indagine per omicidio colposo contro ignoti: i pubblici ministeri vogliono accertare se siano stati seguiti i protocolli prescritti per le cure, in modo da ricostruire le tappe cliniche che hanno portato alla morte della bambina. Anche la Procura di Brescia ha aperto un fascicolo per omicidio colposo.

Cos’è la malaria e come si trasmette

L’Istituto superiore di Sanita (ISS) spiega che la malaria – definita così per via della credenza che venisse contratta dai miasmi malsani emanati dalle acque stagnanti delle paludi – “è una grave malattia causata da protozoi parassiti trasmessi all’uomo da zanzare ad attività crepuscolare-notturna del genere Anopheles”.

«La malaria si contrae in seguito alla puntura della femmina di una delle circa 60 specie diverse di zanzare appartenenti al solo genere Anopheles, dopo che questa si è a sua volta infettata suggendo il sangue da un soggetto malarico”. Prima che l’Anofele diventi infettante, continua l’Istituto Superiore di Sanità, “il plasmodio deve compiere un ciclo di sviluppo all’interno della zanzara stessa, che può durare da qualche giorno a qualche settimana, a seconda della specie plasmodiale e soprattutto della temperatura ambiente”. Bisogna comunque specificare che (come già accennato precedentemente) “la malaria non si può trasmettere per contagio diretto tra due persone, a meno che non venga eseguita una trasfusione con sangue infetto”, scrive Gianluca Dotti su Wired.

La malaria nel mondo e in Italia

Nel 2015 si sono verificati 212 milioni di casi di malaria in tutto il mondo (429mila mortali), concentrati per il 90% in Africa. Nei paesi dell’Africa sub-sahariana si registra il maggior numero di casi e di morti e, come nota l’Organizzazione Mondiale della Sanità, metà della popolazione mondiale rimane a rischio. Medio Oriente, America Latina e Sud-Est asiatico sono le aree a rischio maggiore. Nelle zone dove si registra un’alta trasmissione il 70% delle morti si verifica tra i bambini al di sotto dei cinque anni. L’incidenza della malattia, comunque, è diminuita del 21% dal 2010 al 2015.

Fonte: I controlli alla frontiera. La frontiera dei controlli, di INMP, ISS, SIMM

Il Ministero della Salute scrive che in Italia tra il 2010 al 2015 sono stati notificati 3633 casi di malaria, concentrati nel centro-nord. Si è trattato quasi esclusivamente di casi importati, cioè di persone che si sono ammalate non in Italia, ma in un paese dove è presente la malattia. L’80% ha riguardato stranieri: l’81% di questi rientravano da soggiorni nei paesi di origine dove si erano temporaneamente spostati, il 13% erano richiedenti asilo al primo ingresso in Italia. Il 20% dei casi importati è stato notificato tra italiani di ritorno da viaggi per turismo o lavoro. In questo stesso periodo di tempo i casi autoctoni, cioè di malattia contratta in Italia, sono stati sette. Di questi, un sospetto caso introdotto, cioè una persona a cui una zanzara di una specie e popolazione locali ha trasmesso forse il protozoo da un caso importato; due indotti, cioè trasmessi non da una zanzara ma da un contatto diretto di sangue; quattro criptici, cioè casi di cui non è stata accertata l’origine. Rientrano in quest’ultima categoria i casi di malaria, cosiddetti, da “zanzara nella valigia”, cioè una zanzara proveniente da un paese dove la malaria è diffusa e che potrebbe essere arrivata fin qui all’interno di un bagaglio.

via Ministero della Salute

La malaria può tornare a causa dell’immigrazione?

Sebbene la malaria sia una malattia che in Italia è scomparsa da molti decenni, c’è chi esprime preoccupazione per una sua possibile diffusione a causa dei casi che vengono importati da altri paesi. Esiste in effetti la possibilità che le persone che arrivano da altri paesi possano costituire una fonte di trasmissione, determinando l’insorgenza di casi autoctoni di malaria. Vent’anni fa, nell’agosto del 1997, una donna residente nella provincia di Grosseto, si ammalò di malaria nonostante non avesse mai visitato paesi dove la malattia è diffusa. In seguito alla notifica furono avviate delle indagini sanitarie dalle quali, come scrivono gli autori di uno studio, risultò che il caso della donna poteva essere collegato con un altro caso di malaria che si era verificato in una abitazione a circa 500 metri di distanza dove vivevano in una famiglia originaria dell’India, una bambina e i suoi genitori. La bambina si era recata qualche tempo prima nel proprio paese di origine e al ritorno aveva manifestato i sintomi della malaria. È stato perciò ipotizzato un possibile collegamento tra i due casi attraverso la trasmissione del protozoo da parte di una zanzara locale. È stato il primo caso di malaria autoctona in Italia avvenuto dopo l’eradicazione.

Esiste perciò la possibilità che si verifichino casi di questo tipo, ma qual è il rischio che ciò avvenga? L’arrivo in Italia di persone (di qualsiasi nazionalità) che hanno contratto la malattia in altri paesi non basta a causare casi autoctoni, tantomeno a far sì che la malaria riprenda ad essere una malattia endemica. Il fatto che ogni anno si registrino centinaia di casi e che ciononostante le possibili trasmissioni autoctone finora siano state una (escluso il caso di cui si sta discutendo in queste ore, non ancora chiarito), dimostra che la presenza di persone che trasportano il protozoo non è sufficiente. Come detto, la malaria è una malattia a trasmissione non diretta (salvo rarissimi casi). È necessario che si verifichi una serie di condizioni, che determinano quello che viene definito “potenziale malariogenico”, cioè il rischio di diffusione della malaria in un’area.

Una di queste condizioni è naturalmente la presenza di popolazioni di zanzare che possono comportarsi da vettori. In Italia, attualmente, vivono ancora specie di Anopheles potenziali vettori, soprattutto di Anopheles labranchiae, documentata in particolare in alcune aree costiere centrali e meridionali. Perché si sviluppi un elevato potenziale malariogenico, non basta che ci siano le zanzare. Devono anche essere presenti in numero sufficiente, in popolazioni abbastanza dense. Questa condizione si riscontra attualmente solo in alcune aree del paese, come in Maremma, dove c’è una presenza significativa di Anopheles labranchiae. Ma nemmeno questo fattore è sufficiente. Oltre a essere presenti in buon numero, le zanzare devono essere suscettibili all’infezione da parte del protozoo della malaria. In caso contrario, non sarebbero nemmeno capaci di trasmetterlo agli esseri umani. Questa caratteristica può variare in popolazioni diverse della stessa specie o rispetto a ceppi diversi della stessa specie di protozoo malarico. Presenza, densità e suscettibilità delle zanzare determinano il numero di punture potenzialmente infettanti che si possono produrre a partire da un singolo caso di malaria. E maggiori sono i soggetti che si ammalano o che sono portatori, maggiore è anche il potenziale malariogenico. Questo potenziale in Italia è attualmente molto basso, anche nelle aree dove sono presenti zanzare che potrebbero trasmettere la malaria. Ma non si possono escludere sporadici e rari casi autoctoni.

Un altro fattore che può influenzare la diffusione della malaria è il clima. Ci sono alcune evidenze che indicano che il riscaldamento globale e i cambiamenti climatici in corso (anche se c’è una complessità di diversi fattori concorrenti) stiano creando le condizioni ambientali favorevoli per una diffusione di diversi patogeni trasportati da vettori e causa di malattie un tempo ristrette alle zone tropicali, ma di cui si sono registrati casi anche in Italia, come il virus del Nilo Occidentale e il virus Chikungunya.

L’allarmismo ingiustificato su malattie e migrazione

La morte per malaria della bambina si è trasformata in poche ore da un caso sanitario, a un caso politico. La notizia che era stata ricoverata nello stesso reparto dove si trovavano due bambine di una famiglia originaria del Burkina Faso, che avevano mostrato sintomi della malaria è stata strumentalizzata da alcuni quotidiani ed esponenti politici di centro-destra, che hanno puntato il dito contro gli immigrati, ritenuti responsabili del ritorno di malattie ormai scomparse.

Ma al di là del caso di cui si sta discutendo, che è ancora da chiarire, stabilire una correlazione tra immigrazione e malattie non è corretto se non si spiega la natura di questo possibile collegamento. Come abbiamo visto, nel caso della malaria, gli spostamenti delle persone a livello globale possono causare singoli casi autoctoni in Italia, ma al momento è un rischio molto basso. I casi che finora si registrano riguardano persone che contraggono la malattia in viaggio e che una volta tornati in Italia non la trasmettono a nessun altro. Perciò chi utilizza toni allarmistici e propagandistici ingigantisce il rischio e fa disinformazione.

Foto anteprima via ecdc.europa.eu

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Consiglio UE e copyright: cosa svelano i leak su tassa sui link e filtri antipirateria

[Tempo di lettura stimato: 3 minuti]

Il 30 agosto Statewatch ha pubblicato un documento, trapelato dal Consiglio dell'Unione europea, che svela l'attuale stato delle discussioni sulla cosiddetta Direttiva Copyright, la proposta di riforma della normativa in materia di copyright, presentata nel settembre 2016 dalla Commissione europea e in diverse occasioni emendata. Gli ultimi emendamenti di compromesso proposti dall'attuale presidenza estone sono significativi, come sintetizzato dalla parlamentare Julia Reda e da Copybuzz.

Qui facevamo il punto della situazione >> Direttiva europea sul Copyright, a che punto siamo

Qui spiegavamo la proposta iniziale >> Europa e copyright: indietro tutta

La tassa sulle News

In merito alla cosiddetta tassa sulle news o link tax, in pratica un nuovo diritto a favore degli editori, le due alternative proposte sono le seguenti:

a) La prima versione sostanzialmente recepisce la proposta originaria della Commissione, che introduce un nuovo diritto esclusivo a favore degli editori, diverso e separato rispetto a quello degli autori, la cui durata è fissata in 20 anni. L'emendamento estende la proposta iniziale di tassa sui link, inglobando esplicitamente video, fotografie e perfino gli hyperlink (quando costituiscono comunicazione al pubblico), nonostante la questione sia ancora dibattuta dalla giurisprudenza europea.

Ricordiamo che una normativa simile è stata già adottata in Spagna e Germania, con risultati negativi, soprattutto per i piccoli editori. L’effetto di norme simili sembra essere quello di far scomparire gli aggregatori di notizie e ridurre la quantità delle pubblicazioni con un impatto sulla diversità delle fonti di notizie. E, con il diffondersi delle fake news e del concetto di post-verità, questo è decisamente negativo.

b) La seconda versione riprende il testo della parlamentare Comodini Cachia, eliminando il diritto aggiunto a favore degli editori, ma introducendo a loro favore la capacità giuridica di citare in giudizio in nome proprio al fine di tutelare i diritti degli autori. In tal modo si eviterebbero danni collaterali sulla libertà di espressione online e ricadute negative sui piccoli editori.

Leggi anche >> Direttiva europea copyright: la tassa sui link non ci sarà

Tale proposta ha importanti implicazioni, perché dinanzi a un giudice l’editore non solo dovrà provare l’utilizzo illecito dell’articolo (considerando quindi anche le possibili eccezioni al copyright) ma dovrà anche provare l’effettivo danno subito da tale utilizzo (immaginiamo una causa contro un aggregatore di news tipo Google News, che, ad esempio, porta maggiore traffico ai giornali).

Si tratta di una proposta che mira a contemperare equamente i diritti in gioco.

 

Filtri antipirateria

Il famigerato articolo 13 introduce l’obbligo per i fornitori di hosting di dotarsi di algoritmi di filtraggio dei contenuti per rimuovere dai loro server i contenuti ritenuti illeciti da parte dei titolari dei diritti. Di fatto investe i provider del ruolo di sceriffi del web, imponendo loro degli oneri anche estremamente costosi. E questo in contrasto con la giurisprudenza della Corte europea che vieta il monitoraggio generalizzato dei contenuti immessi online dagli utenti.

Anche in questo caso il Consiglio dell’Unione europea propone due versioni. Entrambe prevedono l'introduzione di filtri per i contenuti immessi online dagli utenti dei servizi. 

a) Il testo della prima alternativa, nel prevede comunque l’introduzione dei filtri, rimuove però il riferimento a “tecnologie di riconoscimento dei contenuti” e precisa che devono essere esaminati solo i contenuti caricati da utenti che non ne possiedono i diritti. Stabilisce che dovrebbero essere tenuti in considerazione non solo la natura dei contenuti ma anche il volume dei contenuti caricati, nonché la dimensione del servizio sul quale sono caricati. Sembrerebbe, quindi, riferirsi a una valutazione condotta dai provider con la collaborazione dei titolari dei diritti. Rimuove però la previsione di una responsabilità diretta da parte dei provider per questi contenuti, in caso di ottimizzazione della loro presentazione. Si prevede, infine, un obbligo di trasparenza  nei confronti dei titolari dei diritti (non degli utenti!) nell’attuazione di queste misure di monitoraggio.

Si tratta, ovviamente, sempre di un monitoraggio generalizzato dei contenuti immessi dagli utenti, e quindi in contrasto con le sentenze della Corte di Giustizia europea (e della direttiva eCommerce), perché per verificare se un contenuto è illecito bisogna inevitabilmente controllarli tutti.

b) La seconda versione riprende la proposta della Commissione sul punto, addirittura peggiorandola, in quanto, oltre all'obbligo di filtraggio, introduce anche una responsabilità diretta per i provider che ottimizzano la presentazione dei contenuti caricati sui loro server (“including by optimising the presentation of the uploaded works or subject-matter or promoting them”).

Una situazione del genere si potrebbe riscontare non solo nell’inserimento di un elenco dei “video più belli” o “più popolari”, ma anche in un semplice indice dei contenuti caricati. In tal modo anche i cloud provider come Dropbox potrebbero essere ritenuti responsabili in caso di caricamento di contenuti in violazione del copyright, anche se solo presentano un indice alfabetico dei contenuti. Ad esempio, nella recente sentenza Pirate Bay, la Corte di Giustizia europea ha considerato l’indicizzazione dei torrent come indice della responsabilità per i contenuti immessi dagli utenti (sulla problematica dell’avvicinamento della giurisprudenza europea alle norme della proposta di direttiva copyright, si legga La nuova responsabilità degli intermediari in Europa).

Infografica by Copybuzz.com

La decisione finale del Parlamento europeo sulla proposta di direttiva dovrebbe arrivare entro la fine dell’anno.

Immagine in anteprima via juliareda.eu

 

 

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