I fuochi d’artificio seguiti all’attacco che Anonymous (o un gruppuscolo afferente alla rete di) ha sferrato contro il sito di Beppe Grillo, ha fatto sorridere i più, me per prima. L’impressione più forte è stata quella di due galli che si beccano perché interessati alle galline del medesimo pollaio, ovvero l’enorme serbatoio di persone – per lo più giovani – esasperate e interessate ai movimenti “alternativi” al potere per principio, e di cui il web pullula da sempre. Un scontro che si è giocato, in fondo, su argomenti politici piuttosto deboli, cioè generiche accuse a Grillo di essere fascista, ma che proprio per questo ha colpito duro il comico-politico, il quale, autoproclamatosi da anni paladino unico della libertà in rete, si è trovato però per la prima volta di fronte ad un contestazione che partiva dalla rete stessa.
Le reazioni di Grillo e del suo staff sono state, da questo punto di vista, abbastanza simili alle reazioni possibili per un partito tradizionale: la prima è stato un tentativo di delegittimazione del gruppo che gli aveva oscurato il sito, ovvero l’affermazione che essi non rappresentavano Anonymous, e il lancio del sospetto che l’operazione possa essere nata a seguito di un “complotto” ordito dai soliti poteri deviati che in Italia si possono sempre evocare, anche a caso, dati i numerosi precedenti storici. La strategia di risposta di Grillo è stata furba, sul piano del marketing politico. Ben sapendo che parte dei suoi sostenitori più cyberavanzati guarda comunque con simpatia alle imprese di Anonymous, un attacco di risposta diretto sarebbe stato controproducente. Meglio insinuare il sospetto che gli Anonymous “veri” non c’entrino, ed il gruppo che ha oscurato Beppegrillo.it sia invece una qualche cellula isolata e probabilmente anche infiltrata da elementi estranei, al servizio di qualche “potere forte” che magari la dirige nell’ombra.
Paradossalmente però, questa strategia di risposta è stata possibile perché Beppe Grillo (e il suo staff) si sono mossi, in questo caso, come uno dei partiti vecchio stampo che tanto aborrono: cioè una struttura dove c’è una gerarchia e un portavoce ufficiale, in grado di approntare, in poche ore, in caso di attacco da parte di altri, una strategia di risposta e diffondere una versione ufficiale per i media. Perché il M5s è di tutti, e mancano uno statuto ed una gerarchia, ufficialmente; ma poi quando deve parlare e farsi sentire, Beppe Grillo è il portavoce, e detta la linea (o per lo meno la indica per primo, se poi sorgono contestazioni si vedrà).
Dall’altra parte, invece, gli Anonymous non sono stati in grado di rispondere con altrettanta velocità e precisione, proprio per la natura frammentaria del loro movimento, dove realmente non esiste un centro e il coordinamento è in realtà solo una specie di bacheca perennemente aperta a ogni genere di proposte. Nell’immaginario collettivo ciò è molto più democratico e libero dei partiti e dei movimenti tradizionali, ma nella pratica è di assai più difficile gestione, perché chiunque può appropriarsi del marchio Anonymous per iniziative più o meno strampalate, che magari lui ritiene sinceramente attinenti ed in linea con quanto il movimento porta avanti, ma che possono poi rivelarsi clamorosi boomerang mediatici e politici.
In questo senso, il movimento di Grillo appare affine, nel marketing e nelle impostazioni, ad una catena di franchising, dove ogni punto vendita è indipendente e può avere un proprietario singolo diverso, ma esiste una organizzazione generale che interviene nel caso in cui sia necessario esprimere una posizione come “marchio”, proprio perché siamo in presenza di un “marchio” registrato.
Il M5s forse non è in grado di impedire a priori che un proprio affiliato o una sua “sezione” porti avanti una iniziativa discutibile, ma è in grado di sconfessare un’iniziativa discutibile in breve tempo, tramite l’intervento di Grillo e le sue dichiarazioni pubbliche, perché, per quanto contestabile e forse in questo ultimo periodo più contestato, è Grillo il padre-padrone nonché il proprietario del marchio di riferimento. Si tratta quindi di un’organizzazione forse più aperta di quella dei partiti centralisti e centralizzati con cui abbiamo avuto a che fare in passato, ma sempre “forte”, in grado di garantire gli iscritti perché dà una qualche linea politica a cui attenersi.
Niente del genere per gli Anonymous, che invece sono un nome, un’etichetta ma non un “marchio”, e pertanto non sono nemmeno in grado di sconfessare appieno chi usi quell’etichetta per portare avanti singole iniziative estemporanee. Questo rende gli affiliati ad Anonymous molto più fragili dal punto di vista dell’immagine: se chiunque si può appropriare dell’etichetta sotto la quale io mi riconosco, è anche vero che le azioni di chiunque, per quanto bislacche e poco intelligenti, poi diventano attribuibili a tutti i membri del gruppo; e non esistendo una “disciplina di partito”, non si possono nemmeno sconfessare appieno.
Per quanto esecrabile, la vecchia struttura dei partiti serviva, in primo luogo, a tutelare gli iscritti al partito stesso, che in ogni momento sapevano esattamente cosa pensasse il partito su un certo argomento, quali iniziative approvasse e quali no, e pertanto il consenso del singolo membro era ben chiaro su cosa era stato dato. I nuovi movimenti come Anonymous non hanno niente di tutto questo, il che fa sentire i loro aderenti molto liberi e non vincolati, ma li rende anche vulnerabili sul piano mediatico: se tutti possono essere Anonymous, allora tutti possono essere considerati responsabili di quello che chiunque fa presentandosi come Anonymous.
È un problema non da poco, quando poi si ha a che fare con le rivendicazioni di attacchi.
























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