Internet e filtri: una forma di censura che mette a rischio le democrazie

[Tempo di lettura stimato: 7 minuti]

Negli ultimi mesi la discussione pubblica si sta focalizzando su una serie di problematiche che vengono viste come peculiari dell’ambiente digitale: hate speech, fake news, diffamazione, cyberbullismo. Le soluzioni proposte per questi problemi si concentrano quasi esclusivamente sulla rimozione dei contenuti online, delegandone poi l'attuazione alle piattaforme online.

Si tratta comunque di problematiche già vagliate dalle istituzioni europee, per le quali sono ritenute necessarie riforme delle norme in materia, tutte attualmente in discussione, che avranno un notevole impatto sull’accesso delle informazioni online, e quindi, sulla democrazia stessa. Ad esempio, nel maggio del 2016 la Commissione ha approvato la bozza di riforma della "Direttiva AudioVisual Media Services" (AVMS), nella quale sono inserite norme per combattere il razzismo e la xenofobia in rete e proibire l’incitamento alla violenza e all’odio contro gruppi definiti per razza, colore, nazionalità o etnia. La AVMS include anche norme a tutela dei minori. La nuova direttiva Copyright, ancora in discussione, include, all’articolo 13, l’obbligo per gli intermediari della rete di stringere accordi con l’industria del copyright al fine di prevenire la disponibilità di contenuti illeciti sui loro servizi. La proposta di Direttiva per il contrasto al terrorismo prevede misure di rimozione di contenuti che incitano ad atti terroristici, con l’introduzione di misure volontarie da parte delle aziende del web.

Queste norme in discussione si inquadrano nell'ambito della strategia Digital Single Market europea, che prevede l’introduzione di normative settoriali e introduce esplicitamente le misure volontarie come strumento per contrastare le attività illecite online. In tale quadro, ad esempio, la Commissione europea ha facilitato la negoziazione di un accordo tra le principali aziende del web al fine di contrastare l’hate speech online. Anche l’accordo tra i social network per contrastare i contenuti terroristici online si inquadra in questa strategia.

In sostanza, ci stiamo muovendo progressivamente verso la privatizzazione della regolamentazione dei contenuti online, i quali saranno in futuro sempre più controllati e gestiti (e eventualmente rimossi) dalle aziende private, in base a specifici accordi tra loro. Si tratta di quegli strumenti “non legislativi” dei quali la Commissione europea parlò già a partire dal 2014, alla presentazione del piano contro la pirateria.

Il filtraggio dei contenuti

La riforma Copyright introduce un obbligo per le piattaforme online, “che conservano e forniscono l’accesso a grandi quantità di opere”, di predisporre misure appropriate per assicurare il funzionamento degli accordi conclusi con i titolari dei diritti d’autore per l’uso delle loro opere, o per prevenire la disponibilità delle loro opere. Quindi, gli intermediari, da un lato sono obbligati a concludere accordi con i titolari dei diritti (misure “non legislative”), dall’altro devono rimuovere le opere illecite caricate online dagli utenti dei loro servizi.

Cioè, la proposta di Direttiva richiede agli intermediari di predisporre e adoperare strumenti di filtraggio dei contenuti stessi, al fine di verificare la presenza di contenuti illeciti. Così introducendo l’obbligo di un monitoraggio generalizzato dei contenuti in contrasto con la giurisprudenza comunitaria (vedi sentenze Sabam). Ovviamente, data la quantità di contenuti immessi quotidianamente sulle piattaforme online (Facebook, Youtube, Twitter), è impensabile un monitoraggio umano, per cui di fatto si introduce nel diritto europeo una repressione degli illeciti tramite algoritmi software, attuata dalle aziende tecnologiche che fungeranno da sceriffi dei contenuti online. Rimane il problema di convincere i recalcitranti intermediari ad addossarsi il compito di sceriffi della rete. Infatti, il ruolo del provider è di predisporre uno spazio per gli utenti dove possano parlare liberamente, perché in tal modo ha più persone a cui vendere pubblicità e trarne guadagni. Eccessive restrizioni porterebbero inevitabilmente a non generare profitti sufficienti.

La responsabilità degli intermediari

L’altro pilastro sul quale si regge il DSM è la rideterminazione della responsabilità degli intermediari, fino ad oggi regolamentata dalla Direttiva Ecommerce. Il rapporto della Commissione, Communication on Online Platforms and the Digital Single Market Opportunities and Challenges for Europe, se formalmente ritiene sufficiente le attuali norme sulla responsabilità degli intermediari, in realtà adombra future modifiche in casi specifici (es. per harmful content, contenuti dannosi) e l’estensione delle categorie degli intermediari della comunicazione, ora divisi in hosting, mere conduit e caching. Si pensa a nuove categorie, ad esempio: cloud provider (che non sono solo degli hosting provider), search engines (in genere ricompresi tra i caching ma con qualche difficoltà) e linking provider (considerando le problematiche relative ai link si veda la sentenza GS Media-).

In questo quadro, come detto altrove, la nuova Direttiva Copyright estenderà, se approvata, la responsabilità degli intermediari della comunicazione in contrasto con quanto oggi previsto dalla Direttiva Ecommerce. Il punto rilevante, giuridicamente parlando, è il "Considerando 38", il quale stabilisce che, laddove un fornitore di servizi memorizzi informazioni e fornisca accesso al pubblico a opere tutelate caricate dai suoi utenti, a meno che non siano applicabili le esenzioni previste dalla Direttiva Ecommerce, pone in essere un atto di comunicazione al pubblico. Ogni comunicazione al pubblico deve essere autorizzata dai titolari dei diritti, quindi la proposta di direttiva prevede una responsabilità degli intermediari non secondaria (es. per favoreggiamento) ma diretta, per i contenuti illeciti caricati dagli utenti.

Ma quale è esattamente il rischio di un ampliamento della responsabilità degli intermediari?

Precisiamo innanzitutto che l’avvio di una impresa dipende anche dal rischio connesso. Molte attività (es. la guida in automobile) sono rischiose ma comunque considerate socialmente benefiche. L’introduzione di una responsabilità a carico dell’intermediario rende necessario a quest'ultimo trasferire il rischio ad altri soggetti. Ad esempio, prevedendo un costo per il servizio, laddove oggi la maggior parte dei social network ha un modello di business basato sulla gratuità del servizio. L’intermediario dovrebbe, in sostanza, prevedere sistemi di monitoraggio dei contenuti, e valutazione degli illeciti. Considerando che la valutazione degli illeciti è attività complessa anche per un giudice, preparato ad hoc, l’intermediario dovrà, o assumere personale esperto (quindi costoso) oppure approntare algoritmi di rimozione che, per forza di cose tenderanno a rimuovere in tutti i casi dubbi, per non doverne, appunto, rispondere. L’effetto sarà un’ovvia riduzione degli spazi di esercizio della libertà di manifestazione del pensiero (censura collaterale, John Balkin, The Future of Free Expression in a Digital Age).

È importante osservare, a questo proposito, che (sempre Balkin), mentre un editore ha interesse a pubblicare un articolo, perché dà valore commerciale al giornale, un intermediario della comunicazione (es. un social network) non ha alcun interesse alla pubblicazione di uno specifico contenuto (questo è uno dei motivi per i quali Facebook non è una media company), e quindi non ha alcun interesse a difendere quello specifico contenuto.

La diversità e il pluralismo

Sintomatico della strategia DSM è l’introduzione di un nuovo diritto a favore degli editori, teso a colmare il “value gap” editoriale, una sorta di tassa sui link che andrebbe, nella retorica della Commissione, a bilanciare l'inefficienza del sistema di distribuzione dei profitti derivanti dai diritti di proprietà intellettuale nell’ambiente digitale. In particolare, la vicenda spagnola, a seguito dell'introduzione di un simile diritto, è esemplificativa, visto che lì l’effetto si è attestato su una perdita di traffico per l'intero comparto editoriale di circa il 6%, e fino al 14% per i piccoli editori. In sostanza, la norma ha portato a concentrare ulteriormente il mercato nelle mani di pochi editori, a scapito della diversità e il pluralismo dei media.

Questo approccio è preoccupante, in attesa delle soluzioni per problematiche come l’hate speech e le fake news, laddove è di comune evidenza che la soluzione principale a questi problemi dovrebbe, invece, passare da una maggiore diversità e pluralità di opinioni. Se ci concentriamo sull'approccio alla base della riforma copyright, appare evidente che esso non è altro che la trasposizione nelle norme europee delle richieste dell'industria del copyright che da anni lamenta delle perdite dovute alla pirateria, pretendendo, è il caso di dirlo, delle misure davvero draconiane, cioè una repressione spinta. La misura tipica dell’approccio aziendale alle violazioni del copyright, cioè la rimozione dei contenuti online, poi finisce per essere estesa anche a tutte le altre problematiche del web: cyberbullismo, hate speech, fake news, ecc.

Il problema delle misure di rimozione dei contenuti o oscuramento degli stessi è l’overblocking, cioè la rimozione di contenuti in numero maggiore rispetto a quelli illeciti. Uno studio ha stimato che circa il 28% dei contenuti rimossi da Google potrebbero non essere illeciti. Stiamo parlando di circa 400 milioni di contenuti l’anno.
Ancora, una corte federale americana, nel caso CDT vs Pappert, si è occupata degli effetti di una legge della Pennsylvania che imponeva filtri per i contenuti pedopornografici. Anche se l’intento era certamente meritevole, si è verificato che, secondo la Corte, il 99,9% dei siti bloccati erano del tutto leciti.

Le pressioni delle lobby aziendali sono ovviamente strumentali alla tutela dei loro profitti, ma anche per la creazione di nuovi business, come ad esempio il mercato della sicurezza. L’alterazione dei dati è operazione piuttosto semplice, come nel caso del cyberbullismo dove, il fenomeno diventa allarmante semplicemente facendo rientrare nella già vaga definizione quanti più comportamenti possibili, dai reati (per i quali esiste già una forma di risposta), fino alla denigrazione e all'esclusione di gruppi. Allargando la definizione il fenomeno diventa più grave, si crea il mercato, e si “vende” la soluzione.

La centralizzazione dell’informazione sarebbe, quindi, un ovvio effetto della riforma della direttiva copyright, con evidenti ricadute sull’ambiente democratico, visto che ci sarebbe una riduzione dell'accesso alle informazioni (anche in considerazione di una contrazione del pubblico dominio) e soprattutto una riduzione della diversità di opinioni (studio dell’UNESCO). Il Digital Single Market, quindi, con la scusa di una maggiore efficienza economica del mercato unico europeo, vuole imporre restrizioni che impattano sull’accesso alle informazioni.

In conclusione

Riassumendo, vi è un ampio movimento in base al quale determinate problematiche sono viste come specifiche del web, in alcuni casi si alimenta la discussione anche allargando artificialmente il problema, ad esempio includendo nelle definizioni di hate speech, cyberbullismo, ecc, molte cose che a rigore non c’entrano. La discussione quindi si anima e si propongono soluzioni che, in fin dei conti, non sono altro che i suggerimenti (risalenti nel tempo) dell’industria al fine di massimizzare i propri profitti e alimentare nuovi mercati. È da notare, in tale prospettiva, che anche la Corte europea, nelle sentenze gemelle Sabam, alla fine vieta il monitoraggio globale perché incide negativamente sulla libertà di impresa del provider.

Da queste discussioni, quindi, nasceranno, e molte sono già in preparazione, nuove norme che privatizzeranno il controllo dei contenuti online tramite l’imposizione ai provider di nuove responsabilità (più o meno alla stregua di paesi come Russia e Cina) e di doveri di rimozione di contenuti. Il filtraggio dei contenuti online, non importa l’applicazione, è una forma di censura che comporta gravi ricadute sotto forma di overblocking o rimozioni collaterali di contenuti leciti. Tutto ciò porterà a un'ovvia restrizione degli spazi di manifestazione del pensiero, con centralizzazione del controllo dei contenuti e inevitabili ricadute sulla tenuta della stessa democrazia.

Non si tratta solo di una questione meramente commerciale. Ma della necessità di un controllo delle informazioni che fluiscono online. La maggior parte dei futuri utenti della rete, infatti, saranno di lingua non inglese, verranno dalla Cina, dall'India, dal Brasile, e dall'Africa. Miliardi di persone che hanno punti di vista e valori culturali e sociali differenti rispetto a noi occidentali, differenze che influenzeranno il dibattito e la politica a livello globale.

Foto anteprima via andrewscampbell.com.

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La storia di Emily: per ogni insulto online, la biografia di una scienziata su Wikipedia

[Tempo di lettura stimato: 4 minuti]

Emily Temple-Wood ha 22 anni e si è laureata in Biologia molecolare e in studi Arabo-Islamici alla Loyola University di Chicago. È volontaria del pronto intervento, assistente di ricerca, vice presidente e membro del Consiglio di amministrazione di Wikimedia DC, editor di Wikipedia. Ma è innanzitutto una donna che ha avuto la forza e la determinazione di trasformare la rabbia nutrita nei confronti di chi la molestava - e ancora oggi la importuna in rete - in energia da far confluire in un progetto dedicato alla scienza al femminile.

Dall'età di dodici anni, come raccontato da Backchannel, Emily riceve periodicamente email contenenti minacce o avances esplicite e volgari. Dieci anni di abusi costanti online ai quali una ragazzina dodicenne generalmente reagisce cercando conforto negli amici, uscendo per distrarsi o chiudendosi nella propria stanza per buttarsi sul letto e piangere.

Tutto è cominciato con l'inizio della collaborazione con Wikipedia.
Nel periodo di passaggio da infanzia a adolescenza l'unico posto in cui Emily si sentiva davvero se stessa era la rete. Cresciuta nella periferia di Chicago, si rifiutava di alzarsi in piedi in classe per recitare il giuramento alla bandiera americana semplicemente perché pensava che fosse una cosa bizzarra da far fare a un bambino. La sua vena ribelle non ha mai favorito amicizie sincere, la sua finestra sul mondo era il computer.

Nel 2007 Emily è entrata per la prima volta nel mondo di Wikipedia, solo per gioco, creando una pagina per prendere in giro la sorella. Un divertimento durato poco, perché non voleva essere un elemento di disturbo, non voleva mancare di rispetto a chi, impegnandosi e contribuendo, dedicava tempo ed energie alla comunità.

Registratasi come Keilana, la cronologia del suo account rivela che la prima modifica effettuata è avvenuta alle 17.09 del 29 aprile 2007, nella pagina dedicata al quarto album della popstar taiwanese Angela Chang. Dopo qualche giorno ha aggiunto una piccola informazione sul nome dell'asteroide 1952 Hesburgh, appuntando una nota per i colleghi editor: "Ulteriori informazioni aggiunte, (la voce) ha bisogno di essere molto approfondita; nasa.gov ha molte tabelle, ma poiché non sono un'astronoma, non posso decifrarle. Qualcuno potrebbe? Grazie".

Poco alla volta, ha iniziato a darsi da fare correggendo errori di battitura, creando pagine di discussione per i nuovi utenti, selezionando e evidenziando voci incomplete, riscrivendo articoli sugli argomenti più vari. Alla fine del 2007 era amministratrice del sito, essendosi guadagnata velocemente una buona reputazione nella comunità degli editor, dove quasi nessuno aveva ancora realizzato di avere a che fare con una ragazzina di 12 anni.

Emily, finalmente, si trovava a suo agio: non era giudicata in base a età, sesso, aspetto, ma per precisione e qualità del lavoro. Era semplicemente Keilana.

Se da un lato la fiducia in se stessa aumentava, dall'altro abilità e bravura contribuivano ad esporla all'esterno, rendendola sempre più un obiettivo per i troll. L'ondata di commenti spiacevoli, degenerata in molestie, è partita dopo la scoperta che Keilana fosse in realtà una ragazza, a circa un mese dall'inizio della collaborazione con Wikipedia.

Lo shock di Emily di fronte a messaggi pesanti e osceni è stata la reazione più ovvia. Nel 2008, quando aveva 14 anni, la sua pagina utente era ormai un vero e proprio bersaglio. I suoi contenuti venivano continuamente modificati con frasi offensive e volgari.

La reazione agli attacchi, sia su Wikipedia o via messaggi privati, è stata, a suo dire, "generalmente improduttiva", con un paio di notti trascorse a combattere stupide battaglie su Internet dovute alla rabbia e alla frustrazione. Intanto, era diventata anche vittima di bullismo a scuola. Una situazione sempre più insostenibile che avrebbe spinto chiunque ad abbandonare anche una passione come quella che con costanza portava avanti.

A novembre 2012, dopo più di cinque anni dall'inizio delle molestie, Emily ha deciso di reagire, scegliendo di utilizzare l'energia scaturita dalla rabbia in maniera produttiva.

Combattendo la sua battaglia personale, aveva avuto l'opportunità di cogliere un aspetto interessante: essendo circa il 90% degli editor di Wikipedia composto da uomini, inevitabilmente i 5 milioni e più articoli pubblicati sull'enciclopedia online tendevano a mettere in luce risultati e interessi prevalentemente maschili. Per questo motivo – e per dare un risposta forte ai suoi molestatori –, Emily ha creato il progetto WikiProject Women scientists, con l'obiettivo di migliorare qualità e copertura di biografie di donne che si sono particolarmente distinte nel campo della scienza. E così per ogni molestia ricevuta online, Emily avrebbe creato una pagina biografica su una scienziata.

Nella pagina dedicata al progetto, in una nota di benvenuto che segue il titolo, si legge: "Purtroppo, una parte del pregiudizio sistemico di Wikipedia è che le donne nella scienza sono tristemente sottorappresentate. Cambiamo questa tendenza!". In molti l'hanno ascoltata. Ad oggi la comunità è composta da 91 editor.

Durante il processo di creazione di quasi 400 articoli, Emily ha imparato come grandi donne della storia siano riuscite a superare le proprie sfide. "Leggere e scrivere di donne che hanno affrontato così tante porcherie mi aiuta ad affrontare la porcheria", dice, raccontando poi la storia di Caroline Still Anderson a cui era stato impedito di svolgere il tirocinio a Boston non solo in quanto donna ma anche perché di colore, senza alcuna possibilità di poter esercitare la professione medica. Anderson ha marciato e protestato fino a quando non è riuscita ad ottenere l'obiettivo che si era prefissa. Era il 1878.

Caroline Still Anderson

Nel suo decennio di editing, Emily ha apportato più di 57.600 modifiche. I suoi contributi su articoli riguardanti il tumore endometriale e quello ovarico sono letti da centinaia di migliaia di utenti ogni anno. Nel giugno del 2016 ha ricevuto il riconoscimento Wikipedian of the Year, insieme a Rosie Stephenson-GoodKnight, direttrice di un'azienda di servizi sanitari in California, ugualmente attiva nella lotta contro le molestie e nell'incrementare la presenza di donne di rilievo su Wikipedia.

Emily Temple-Wood e Rosie Stephenson-Goodknight

Oggi Emily prende in giro i suoi molestatori. Attraverso il suo impegno e quello degli altri membri che lavorano al progetto è ormai una certezza che scienziate caparbie e intelligenti siano sempre più visibili online, che le donne siano più presenti nelle ricerche in rete, che il loro impegno sia finalmente apprezzato e possa essere da esempio e ispirazione per le ragazze di oggi e di domani.
Grazie anche all'energia dei troll.

Illustrazione anteprima di Laurent Hrybyk.

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Facile dire fake news. Guida alla disinformazione

[Tempo di lettura stimato: 6 minuti]

Fake news è uno dei termini più discussi da alcuni mesi a questa parte in un dibattito che ha coinvolto giornalisti, politici, rappresentanti delle istituzioni e di organismi di garanzia. Quasi come una sindrome, la discussione è esplosa soprattutto dopo la Brexit in Gran Bretagna e la vittoria di Donald Trump alle elezioni presidenziali degli Stati Uniti. I risultati del referendum britannico e delle votazioni statunitensi sarebbero stati in qualche modo l’effetto della diffusione di bufale e di informazioni false, veicolate dai media (in particolare i social, secondo le opinioni più diffuse), in grado di poter orientare le scelte degli elettori, incapaci di saper distinguere tra notizie vere e false. Principale fonte di inquinamento dell’opinione pubblica, le fake news sarebbero diventate addirittura la minaccia delle democrazie, ma come ha detto Cass Sunstein in una recente intervista, “non ci sono dati che permettono di dire che le informazioni false abbiano avuto un effetto massiccio sul risultato delle elezioni”.

Leggi anche >> L’odio in politica e la sfiducia nei media fanno più paura delle fake news

Nel dibattito in corso, sotto questa categoria sono finite cose molto diverse tra di loro: errori giornalistici, bufale, teorie complottiste, contenuti satirici decontestualizzati e utilizzati come fonti giornalistiche, la diffusione di notizie non verificate, la propaganda politica, le informazioni false lanciate da siti messi on line per generare profitti dal click-baiting.

In altre parole, come scrive Philip Di Salvo su Wired, “quello delle fake news è diventato un contenitore vuoto in cui buttare diversi ambiti e altrettanti problemi che, affiancati, finiscono per ammassarsi senza portare a un risultato di senso”. In questo modo è stata appiattita la complessità di una questione molto più sfaccettata, che va oltre la semplice natura delle notizie (vere o false) e chiama in causa la qualità del giornalismo (online e offline) e l’intero ecosistema informativo.

Leggi anche >> Le notizie false, Facebook e i media

In un recente articolo su First Draft, Claire Wardle propone di fare un passo in avanti, di andare oltre il semplice utilizzo, quasi fosse un mantra, della parola “fake news”, inutile per descrivere la complessità dei diversi tipi di misinformazione (la condivisione involontaria di informazioni false) e disinformazione (la deliberata creazione e condivisione di informazioni note per essere false), e di capire e spiegare come funziona quello che lei definisce "ecosistema della disinformazione".

In questo senso, Wardle suggerisce di concentrarsi su 3 punti dell’ecosistema dell’informazione, in modo da poter conoscere meglio un ambiente informativo sempre più complesso:

  • Conoscere la grammatica delle fake news, distinguendo tra le diverse tipologie dei contenuti creati e condivisi.
  • Conoscere le motivazioni di chi crea questi contenuti.
  • Conoscere le modalità attraverso le quali tali contenuti vengono disseminati.
  • I sette modi di fare disinformazione

    Claire Wardle individua sette diversi modi di fare disinformazione per arrivare a conoscere una sorta di grammatica delle fake news, che aiuti le persone a sapersi orientare rispetto alla varietà e complessità dei contenuti che circolano.

    Si tratta della rielaborazione di sei tipologie di disinformazione che l'autrice aveva visto circolare durante la campagna elettorale negli Stati Uniti.

    Contesto ingannevole

    Quando il contenuto reale è accompagnato da informazioni contestuali false. Un esempio, da questo punto di vista, è quello della prima campagna pubblicitaria di Donald Trump, che pretendeva di mostrare le immagini di migranti che superavano il confine tra Messico e Stati Uniti, mentre il filmato utilizzato si riferiva a migranti che stavano attraversando la frontiera del Marocco a Melilla in Nord Africa. Si trattava, dunque, di un contenuto vero utilizzato in un contesto sbagliato.

    Contenuto ingannatore

    Quando il contenuto viene spacciato come proveniente da fonti realmente esistenti e invece sono false. Durante la campagna elettorale negli Usa, Eric Trump e la portavoce Kellyanne Conway hanno entrambi retwittato una notizia proveniente dalla versione fake del sito ABC.

    via cjr.org

    Se si guarda con attenzione l'url del sito, ci si accorge che è abc.com.co, non il dominio ufficiale di ABC News. Anche il New York Times e Daily Mail sono stati recentemente copiati. Wardle scrive che c’è un sito, Clone Zone, che permette di fare queste operazioni con facilità.

    Contenuto falso

    Quando il contenuto è completamente falso, costruito per trarre in inganno, trarre profitto, procurare danno contro qualcuno. Un esempio è il sito di adolescenti macedoni che, durante la campagna elettorale, aveva creato articoli di informazioni false esclusivamente per fare soldi con il traffico generato dai clic, come ricostruito da Buzzfeed.

    Informazioni false vengono diffuse anche tramite immagini e video. Durante la campagna elettorale americana, ad esempio, hanno girato molto, in modo non corretto, delle immagini che potevano sembrare talmente autentiche da non essere messe in discussione, che invitavano gli elettori a rimanere a casa perché avrebbero potuto votare via sms.

    via cjr.org

    Contenuto manipolato

    Quando le immagini e i video vengono deliberatamente manipolati per trarre in inganno. Un paio di settimane prima delle elezioni Usa, ha girato una foto che mostra un funzionario di polizia arrestare alcuni votanti in un seggio elettorale.

    via cjr.org

    Una semplice ricerca ha permesso di verificare che la foto originale, risalente alle primarie in Arizona nel mese di marzo, era stata modificata e che i due uomini erano stati aggiunti.

    Uso manipolatorio della satira

    Quando non c'è intenzione di procurare danno, ma il contenuto satirico viene utilizzato per trarre in inganno. Quando Chuck Todd, riporta Wardle, ha intervistato Rudy Giuliani durante la trasmissione Meet the Press, lo ha incalzato su un tweet da lui presumibilmente inviato dopo il primo dibattito tra Trump e Clinton, in cui diceva: “Questo dibattito non è stato il migliore di Donald Trump, ma ce ne sono ancora altri due”.

    via cjr.org

    Quando Giuliani ha chiarito di non aver mai twittato quelle parole, Todd è stato costretto a spiegare ai telespettatori che si trattava di un tweet proveniente da un account satirico dell’ex sindaco di New York.

    Perché vengono creati questi tipi di contenuti?

    Non è sufficiente limitarsi a conoscere le tipologie dei contenuti falsi e ingannevoli. Per riuscire a disarticolare il meccanismo dietro la diffusione di queste informazioni, scrive Claire Wardle, va conosciuto il motivo per cui vengono create. A tal proposito, Wardle ha elaborato uno schema che incrocia i 7 modi di fare disinformazione con 8 possibili motivazioni, che possono spiegare perché tali contenuti vengono prodotti.

    Alcune delle otto motivazioni sono prese in prestito da Eliot Higgins, fondatore di Bellingcat, che spiegando cosa guida le fake news aveva parlato di “4 Ps”: propaganda, profitto (produrre informazioni false allo scopo di ingannare per motivi economici, facendo soldi con il traffico generato dai clic), influenza politica (cioè se i giornali approfondiscono le notizie e affrontano le più importanti questioni quotidiane o se si fanno dettare l’agenda dalla politica), interesse particolare (in caso di siti o fonti che si occupano di temi caldi, come i migranti o le comunità LGBT, ad esempio, andrebbe verificato se il particolare interesse per le questioni trattate sacrifichi l’accuratezza della linea editoriale). A queste, Wardle ne aggiunge altre quattro: faziosità, cattivo giornalismo, fare la parodia, provocare o prendere in giro.

    Si tratta di un lavoro in itinere. Una volta che si inizia a far esplodere queste categorie e a metterle a confronto tra di loro, è possibile osservare la presenza di diversi modelli distinti per tipologie di contenuti creati per obiettivi specifici

    I meccanismi di disseminazione dei contenuti

    A favorire la disseminazione dei contenuti concorrono più elementi. I social network, spiega Wardle, hanno favorito l’atomizzazione delle notizie. In questo modo, essi creano le condizioni per cui “atomi” di propaganda sono diretti in modo mirato a utenti che sono più propensi ad accettare e condividere un particolare messaggio. Una volta che questi hanno condiviso un contenuto ingannevole o falso, altre persone, fidandosi della propria rete di contatti, potranno vederlo e condividerlo a loro volta. Questi “atomi” si diffondono come una scheggia attraverso l’ecosistema informativo alimentati da reti di fiducia tra persone in contatto uno-a-uno tra di loro.

    Sono almeno quattro i canali di diffusione dei contenuti. Una parte è condivisa involontariamente sui social da persone che senza verificare approfonditamente rilanciano o ritwittano informazioni inaccurate o false. Poi ci sono i contenuti amplificati dai giornalisti, che devono diffondere informazioni che emergono dal web e dai social in tempo reale.

    A questi si aggiungono quelli veicolati da gruppi vagamente collegati tra di loro che tentano di influenzare l’opinione pubblica e altri che sono prodotti da campagne sofisticate di disinformazione attraverso reti di Bot e fabbriche di troll. A tal proposito viene fatto l’esempio di un gruppo di adolescenti americani, sostenitori di Trump, che si sono connessi on line per cercare di influenzare in qualche modo le elezioni francesi di aprile 2017, attraverso la creazione di meme facilmente memorizzabili e di immediata comprensione.

    Questi gruppi, spiega Claire Wardle, sfruttano il fatto che siamo meno critici nei confronti delle immagini che guardiamo scorrere ogni giorno o di quelle informazioni che supportano le nostre credenze. Di fronte a un meccanismo di diffusione di informazioni e messaggi così coordinato (come l’esempio degli adolescenti statunitensi prima citato), il nostro cervello avrebbe una facilità maggiore di essere ingannato. Esausti da un continuo flusso informativo, il nostro cervello seguirebbe scorciatoie per definire cosa è credibile e cosa lo è meno. “Quando vediamo più messaggi sullo stesso argomento, finiamo per credere a quelli ai quali siamo più esposti”, prosegue la ricercatrice. “Deve essere vero, diciamo. L’ho visto così tante volte!”

    Come il sovraccarico informativo esaurisce il nostro cervello, così siamo influenzabili, conclude Wardle.

    Cosa possiamo fare?

    Tutti noi ogni volta che accettiamo in maniera passiva le informazioni, condividendo un post, un’immagine, un video, senza prima aver verificato, contribuiamo ad aumentare il rumore e la confusione.

    Noi tutti svolgiamo un ruolo fondamentale in questo ecosistema. (...) Dobbiamo assumerci la responsabilità di controllare in maniera indipendente cosa vediamo online.

    Leggi anche >> Cosa possiamo fare per migliorare l’ambiente digitale in cui viviamo

    Sul punto, Wardle cita quanto detto da Craig Silverman, media editor di Buzzfeed, durante un’intervista a una trasmissione radiofonica, sulla necessità di uno “scetticismo emotivo”. Si tratterebbe cioè di insegnare ad andare oltre le reazioni istintive: “se siete troppo arrabbiati o compiaciuti (perché il vostro punto di vista è stato confermato) per il contenuto di un articolo, ricontrollate”. Un invito, insomma, a prendere del tempo e a non condividere in maniera automatica.

    A queste riflessioni si aggiungono alcuni consigli di Margareth Sullivan sul Washington Post:

    1) Consulta e confronta più fonti di informazione
    2) Non condividere senza verificare
    3) Se diffondi un contenuto falso, cerca di correggere velocemente
    4) Cerca di avere un atteggiamento scettico verso l’informazione
    5) Usa il pensiero critico

    Infografiche a cura di Marco Tonus

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    Contrastare l’hate speech online: questioni aperte e alcune proposte

    [Tempo di lettura stimato: 15 minuti]

    The peculiar evil of silencing the expression of an opinion is, that it is robbing the human race; posterity as well as the existing generation; those who dissent from the opinion, still more than those who hold it. If the opinion is right, they are deprived of the opportunity of exchanging error for truth: if wrong, they lose, what is almost as great a benefit, the clearer perception and livelier impression of truth, produced by its collision with error (John Stuart Mill)

    Il dibattito sull'hate speech in rete, cioè le espressioni di incitamento all'odio, coinvolge ormai le massime istituzioni, dalla Commissione europea, che ha ottenuto un accordo tra le principali aziende del web, delegando a queste la gestione dell’hate speech online, alla Presidente della Camera che accusa Facebook di fare poco e pretende nuovi strumenti online per contrastare le espressioni di odio.

    A causa della sua esperienza storica con il fascismo e il comunismo, l’Europa vede la soppressione dei discorsi d’odio come un modo per promuovere la democrazia. Da qui la nascita di accordi tra gli Stati europei per l’espansione delle sanzioni penali ai discorsi razzisti e xenofobi commessi attraverso i sistemi informatici. Si studiano protocolli di intesa e accordi con i social network, invocando l’intervento statale per proteggere la dignità, la privacy e la reputazione. La prospettiva americana viene criticata – negli Usa infatti non si condanna la diffamazione di gruppo e i discorsi di odio sono comunque considerati libertà di espressione e tutelati, almeno finché non incitano alla violenza – e si guarda con simpatia alle leggi del Regno Unito, della Germania e della Francia, che vietano le manifestazioni di odio razziale e religioso anche quando non c’è alcun rischio di violenza. L’odio è sempre più considerato una minaccia per la pace sociale.

    La proliferazione dell’hate speech pone una serie di nuove sfide. Esistono ben pochi studi specifici e in genere sono focalizzati su aspetti particolari. Ma in realtà l’hate speech online non è intrinsecamente differente dalle analoghe espressioni offline, anche se alcune peculiarità dipendono dal mezzo (Internet): l’estrema diffusione, la permanenza, la facilità di condivisione e la transnazionalità che rende più difficile una risposta giurisdizionale.

    Le definizioni

    Il primo passo per contrastare i discorsi d’odio è fissare una definizione. "Hate speech" è, infatti, un termine troppo ampio e contestato, menzionato direttamente o indirettamente in molti trattati internazionali che obbligano gli Stati a introdurre norme in materia.

    La Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948 - che però non è vincolante - prevede il diritto alla tutela da discriminazioni.

    Articolo 7 - Tutti sono eguali dinanzi alla legge e hanno diritto, senza alcuna discriminazione, ad una eguale tutela da parte della legge. Tutti hanno diritto ad una eguale tutela contro ogni discriminazione che violi la presente Dichiarazione come contro qualsiasi incitamento a tale discriminazione.

    La Convenzione internazionale sui diritti civili e politici (ICCPR) sancisce il diritto alla libertà di espressione (articolo 19) e la proibizione degli appelli all'odio nazionale, razziale e religioso che costituiscano incitamento alla discriminazione e alla violenza (articolo 20).

    Articolo 19
    1. Ogni individuo ha diritto a non essere molestato per le proprie opinioni.
    2. Ogni individuo ha il diritto alla libertà di espressione; tale diritto comprende la libertà di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee di ogni genere, senza riguardo a frontiere, oralmente, per iscritto, attraverso la stampa, in forma artistica o attraverso qualsiasi altro mezzo di sua scelta
    3. L'esercizio delle libertà previste al paragrafo 2 del presente articolo comporta doveri e responsabilità speciali può essere pertanto sottoposto a talune restrizioni che però devono essere espressamente stabilite dalla legge e necessarie:
    a) al rispetto dei diritti o della reputazione altrui;
    b) alla salvaguardia della sicurezza nazionale, dell'ordine pubblico, della sanità o della morale pubbliche.

    Art. 20
    2. Qualsiasi appello all'odio nazionale, razziale o religioso che costituisca incitamento alla discriminazione, all'ostilità o alla violenza deve essere vietato dalla legge.

    L’articolo 19 estende la tutela a “idee di ogni genere”, impedendo così agli Stati di sottrarre specifici contenuti alla protezione della norma, e include le espressioni veicolate “attraverso qualsiasi altro mezzo”, così ricomprendendo anche quelle su Internet. Ovviamente la libertà di espressione non è un diritto assoluto, ma le restrizioni devono essere previste dalla legge e devono essere necessarie. Inoltre, la libertà di espressione può essere limitata solo per la tutela del diritto alla reputazione, della pubblica sicurezza o dell’ordine pubblico, della salute pubblica o della pubblica morale. La norma, infine, va interpretata nel senso che oscuramenti generalizzati di siti non sono ammissibili, ma occorre che siano relativi a specifici contenuti.

    La Convenzione per la prevenzione e punizione del crimine di genocidio (1951) mira a tutelare i gruppi definiti per razza, etnia e nazionalità, comprendendo anche quelli religiosi. Ovviamente si limita alle azioni commesse con l’intento di distruggere, in tutto o in parte, gruppi razziali, etnici, nazionali o religiosi.

    La Convenzione internazionale sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione razziale (ICERD, 1969) si limita alle discriminazioni relative alla razza e l’etnia.

    Art. 4 - Gli Stati contraenti condannano ogni propaganda ed ogni organizzazione che s’ispiri a concetti ed a teorie basate sulla superiorità di una razza o di un gruppo di individui di un certo colore o di una certa origine etnica, o che pretendano di giustificare o di incoraggiare ogni forma di odio e di discriminazione razziale, e si impegnano ad adottare immediatamente misure efficaci per eliminare ogni incitamento ad una tale discriminazione od ogni atto discriminatorio, tenendo conto, a tale scopo, dei principi formulati nella Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e dei diritti chiaramente enunciati nell'articolo 5 della presente Convenzione, ed in particolare:
    a) a dichiarare crimini punibili dalla legge, ogni diffusione di idee basate sulla superiorità o sull'odio razziale, ogni incitamento alla discriminazione razziale, nonché ogni atto di violenza, od incitamento a tali atti diretti contro ogni razza o gruppo di individui di colore diverso o di diversa origine etnica, come ogni aiuto apportato ad attività razzistiche, compreso il loro finanziamento;
    b) a dichiarare illegali ed a vietare le organizzazioni e le attività di propaganda organizzate ed ogni altro tipo di attività di propaganda che incitino alla discriminazione razziale e che l’incoraggino, nonché a dichiarare reato punibile dalla legge la partecipazione a tali organizzazioni od a tali attività;
    c) a non permettere né alle pubbliche autorità, né alle pubbliche istituzioni, nazionali o locali, l’incitamento o l’incoraggiamento alla discriminazione razziale.

    La ICERD prevede la punizione anche per la mera diffusione di messaggi d’odio o superiorità razziale, laddove invece la "Convenzione internazionale sui diritti civili e politici" richiede, per la punibilità, che ci sia l’intento di seminare odio, intento che, quindi, deve essere provato. Questo è rilevante per gli spazi online, all'interno dei quali sarebbe così sufficiente la sola diffusione dei messaggi d’odio per un intervento.

    La Convenzione per l’eliminazione di discriminazione contro le donne (CEDAW, 1981) si riferisce agli atti di violenza e discriminazione basati sul genere e sull'identità sessuale. In questo ambito l’ONU ha chiesto agli Stati di prendere misure contro la diffusione di materiale pornografico degradante che dipinge le donne come oggetti.

    Infine, la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea prevede la libertà di espressione all'articolo 11, il quale proibisce l’abuso dei diritti e di conseguenza devono ritenersi inammissibili quelle limitazioni alla libertà di espressione che non siano previste dagli scopi della Carta.

    In conclusione, una definizione comune di hate speech non esiste, ma in genere nelle legislazioni ci si riferisce a discorsi di discriminazione, ostilità e violenza, quindi invocazioni contro persone identificate con gruppi sociali o demografici. Talvolta sono inclusi anche discorsi di incitamento alla violenza, e altri che favoriscono un clima di pregiudizio e intolleranza, che poi possono eventualmente portare alla discriminazione mirata e ad attacchi violenti.
    Nel linguaggio comune hate speech ha una definizione più ampia, finendo per ricomprendere insulti contro le autorità o espressioni dispregiative per individui particolarmente esposti al pubblico.

    In genere, si parla di hate speech con riferimento a gruppi o categorie di persone e non a singoli. Nel caso dei singoli, infatti, esistono altri strumenti per contrastare eventuali espressioni d’odio, dalle leggi penali (diffamazione, ingiurie, stalking) ad azioni civili di risarcimento del danno oppure esposti alle Autorità di Polizia (es. art. 1 TULPS).

    Il piano di azione Rabat

    Il documento più importante per il contrasto all’hate speech è la "Convenzione internazionale sui diritti civili", il cui articolo 20, però, presenta definizioni ampie che possono portare ad abusi. Per questo l’ONU ha avviato negli anni una serie di consultazioni che sono sfociate nel piano d’azione Rabat (Rabat è la città del Marocco dove fu approvato il documento), lanciato dall’Alto Commissario per i diritti umani dell’ONU nel 2013. L'iniziativa, che ha cercato di spostare il dibattito su basi legali solide, chiarisce la portata degli obblighi di uno Stato ai sensi dell’articolo 20 della Convenzione e propone un test per l’identificazione dei messaggi d’odio.

    In base al piano RABAT, infatti, gli Stati dovrebbero essere guidati da riferimenti espressi all'art. 20 del ICCPR nelle loro legislazioni nazionali, che dovrebbero includere precise definizioni dei termini chiave come odio, discriminazione, violenza, ostilità. Gli Stati, inoltre, dovrebbero abrogare la blasfemia e la diffamazione delle religioni, trattandosi di norme incompatibili con la libertà di espressione e di religione. Infine, dovrebbe essere il sistema giudiziario a garantire un'interpretazione uniforme delle norme in materia di incitamento all'odio e le sanzioni criminali dovrebbero essere applicate solo nei casi più gravi.

    Il piano si concentra dunque sull'esigenza di una serie di risposte differenti ai discorsi d’odio, che non siano limitate alla sanzione criminale o alla semplice soppressione del discorso. Tali risposte dovrebbero promuovere un dialogo interculturale, il pluralismo e la diversità e misure concrete a tutela delle minoranze e dei gruppi vulnerabili.

    Infatti, nel piano il Relatore dell’ONU evidenzia che l’hate speech quasi sempre nasce a seguito di una precedente stigmatizzazione e deumanizzazione di un gruppo specifico ed è la conseguenza di conflitti tra gruppi o categorie differenti. In tal senso è vero che le nuove tecnologie (Internet) amplificano tali discorsi in quanto consentono facilmente a gruppi e categorie di dialogare tra loro, laddove nella vita reale potrebbe risultare più difficile.

    Il documento differenzia 3 tipi di hate speech:

    1) Espressioni costituenti reato penale.
    2) Espressioni non costituenti reato penale ma illecito civile.
    3) Espressioni che non sono illecite ma sollevano problemi in termini di tolleranza, civiltà e rispetto per gli altri.

    Una definizione di hate speech, quindi, dovrebbe essere il più possibile ristretta e precisa, limitandosi ai discorsi d’odio pericolosi, cioè quelli che hanno elevata probabilità di catalizzare la violenza contro un gruppo. Il rapporto Rabat propone di tenere in conto la popolarità dell’oratore (maggiore popolarità comporta maggiore diffusione del messaggio), lo stato emotivo degli ascoltatori, il contenuto (in particolare se è una vera e propria chiamata all'azione), il tipo di termini utilizzati.

    La questione della giurisdizione

    Le attività online coinvolgono molti paesi – e quindi giurisdizione diverse –, per cui può essere complicato per uno Stato attuare la propria legge nazionale nel mondo online. In tale prospettiva appare ormai superata la problematica sugli spazi privati dei social network. Trattandosi di spazi pubblici nei quali si esercitano diritti fondamentali, anche se di proprietà di privati, dovrebbe essere ormai ovvio che uno Stato ha tutto il diritto di imporre specifici obblighi alle aziende private che agiscono nel web in forma di semi monopolio. Molte aziende sono divenute consapevoli del problema e partecipano attivamente alla stesura di protocolli e intese.

    Trattandosi di imprese commerciali, un governo dovrà sempre tenere in conto che il loro interesse è il profitto e non certo la tutela dei diritti del cittadino. Per questo delegare al privato la repressione dell’hate speech potrebbe portare ad abusi in assenza di opportuni paletti imposti dalle Autorità. È necessario imporre obblighi di trasparenza sulle decisioni e per quanto possibile occorre che le definizioni siano fissate dalle pubbliche autorità.

    Il progetto UMATI

    Uno degli studi più interessanti sul fenomeno dell’hate speech online viene dal Kenya. Tra il settembre del 2012 e il marzo del 2013, il progetto UMATI si occupò di analizzare l’hate speech online durante il periodo elettorale, caratterizzato da accuse che anticipavano possibili violenze. Il progetto utilizzava la definizione di hate speech di Susan Benesch (Dangerous Speech: A Proposal to Prevent Group Violence), che si focalizza sulle espressioni in grado di catalizzare violenza.

    I risultati dello studio furono piuttosto interessanti, evidenziando la complessità dei collegamenti tra l’hate speech online e la violenza nella vita reale. Infatti, a differenza delle precedenti elezioni del 2007, queste davvero caratterizzate da violenza (circa 1000 morti e 600mila sfollati), le elezioni del 2013 furono in gran parte pacifiche. Il progetto UMATI riscontrò comunque una varietà di espressioni d’odio estremamente pervasive e violente, ma l’hate speech online non si tradusse direttamente in violenza nelle strade.

    Il progetto UMATI mostrò che l’hate speech online non può essere il solo precursore della violenza nella vita reale, ma una finestra di comprensione delle conversazioni offline (e quindi può essere utile per scoprire problemi sociali). Inoltre, l’hate speech può essere una reazione agli eventi che accadono nella vita reale.

    Hate speech online e offline

    Le caratteristiche dei discorsi di odio e la loro relazione con l’offline sono spesso poco conosciute. Nei recenti dibattiti si tende alla criminalizzazione del mezzo (Internet), come se la sua velocità di diffusione fosse la causa scatenante dell’hate speech, mettendo da parte, invece, le vere cause del problema.

    Seguendo questo ragionamento appare ovvio che la soluzione, l’unica prevista, sia la soppressione dei discorsi d’odio. Specialmente online la risposta richiesta ai social network è univoca, ma la cancellazione di una espressione d’odio non risolve il problema se alla base vi è un malcontento, una discriminazione sociale. L’autore semplicemente trasferirà il suo malcontento altrove, nel mondo reale, casomai in famiglia. Si oscura un problema (senza risolverlo) per crearne un altro.

    L’impressione, quindi, è che la politica si occupi del problema solo superficialmente, senza una reale comprensione non solo delle peculiarità del mezzo (internet), ma anche delle cause sottostanti il problema stesso.

    È però pacifico che Internet alimenti la diffusione e la permanenza del messaggio d’odio. Inoltre, un'errata comprensione del funzionamento di Internet porta alcuni a considerare più difficile, se non impossibile, essere rintracciati. Di conseguenza le persone possono credere di essere protette da una sorta di anonimato. Per questo alcuni governi hanno chiesto nuove politiche di eliminazione dell’anonimato in rete (real names policies), ma iniziative del genere (anche Facebook per un certo periodo cercò di costringere gli utenti a usare i nomi reali, anche se probabilmente era principalmente per motivi commerciali) hanno sempre trovato una forte opposizione da parte delle associazioni per i diritti civili, in quanto in contrasto con il diritto alla privacy e con la libertà di espressione. In realtà, l’anonimato o lo pseudoanonimato consentono a molte persone di poter denunciare non solo reati, ma anche atti di discriminazione contro di loro, senza il timore di doverne subire delle ritorsioni (quali licenziamenti, minacce, aggressioni).

    Altro aspetto che non va trascurato è che l’hate speech, inteso come linguaggio provocatorio, tagliente, che tende a ridicolizzare, è spesso l’unico mezzo utilizzabile per raccogliere l’attenzione della platea online. Questa è una differenza di non poco conto con i media tradizionali.

    Nei momenti critici (es. elezioni), infine, l’hate speech può essere facilmente soggetto a manipolazioni, con accuse verso le opposizioni politiche di fomentare l’odio sociale e quindi diventare strumentale alla soppressione della dissidenza. Infatti l’hate speech è spesso uno strumento utilizzato dal gruppo dominante per reprimere la dissidenza e imporre la propria visione del mondo (durante l’apartheid in Sud Africa, le leggi sull’hate speech erano usate per criminalizzare le critiche verso la supremazia bianca).

    È evidente, quindi, che i provvedimenti di soppressione dei discordi d’odio possono non essere il mezzo migliore per contrastarli, e possono portare anche ad abusi, senza in realtà risolvere nulla nel caso in cui vi sia un problema sociale. Paradossalmente le limitazioni alla libertà di espressione, giustificate da esigenze di repressione dell’odio online, possono portare alla recrudescenza del problema.

    Article 19, un'organizzazione per la tutela dei diritti umani, ha più volte sostenuto che la libertà di espressione e l’uguaglianza vanno a braccetto, sostenendosi l’una l’altra. Le limitazioni alla libertà di espressione, la rimozione delle espressioni d'odio, hanno spesso gravi conseguenze sull'uguaglianza. In tale prospettiva è pacifico che l’esistenza di media indipendenti e pluralistici è essenziale per una concreta lotta alla discriminazione e la promozione di intese interculturali.

    While much attention is rightly paid to legal responses to hate speech, equal attention and discussion should be dedicated to non-legal and social responses (Relatore per i diritti umani dell’ONU, 2015).

    Le misure adottate dalle piattaforme online

    Gli intermediari di Internet, i fornitori di servizi e in particolare i gestori dei social network sono i soggetti che si trovano in prima fila per un’eventuale attività di contrasto all’hate speech. A tal proposito un documento (Guiding principles on business and human rights) elaborato dall’ONU evidenzia la responsabilità delle aziende private nella gestione dei diritti umani. Il Principio 11 prevede:

    Business enterprises should respect human rights. This means that they should avoid infringing on the human rights of others and should address adverse human rights impacts with which they are involved.

    In caso di violazioni dei diritti umani, le aziende private devono fornire delle procedure per una loro tutela. Ovviamente l’attuazione di questi principi è piuttosto difficile, in particolare perché il settore privato può fissare i suoi termini di servizio (TOS, terms of services) restringendo gli spazi per la libertà di espressione rispetto alle Convenzioni internazionali. Inoltre, nel momento in cui è l’azienda a valutare le violazioni dei diritti umani – poiché tale valutazione implica un bilanciamento dei diritti, compito difficile anche per giudici preparati – è possibile che vi siano valutazioni sbagliate. In questa prospettiva è pacifico che occorre aumentare la trasparenza delle aziende relativamente ai criteri di valutazione e l’impatto delle loro policy sui diritti umani.

    Yahoo proibisce i contenuti illeciti, dannosi, abusivi, molesti, diffamatori, volgari, osceni, lesivi della privacy altrui, odiosi, o offensivi per una razza o etnia. Per l’identificazione dei contenuti offensivi si basa su un algoritmo, costruito partendo dall’analisi di contenuti di hate speech valutati da essere umani. L’algoritmo non si ferma alla mera ricerca di parole chiave, ma procede all’analisi delle frasi per l’identificazione di discorsi d’odio. Il tasso di precisione è ritenuto del 90% circa. Yahoo punta anche a rilasciare la sua banca dati di discorsi d’odio, in modo che altri siti possano utilizzarla al fine di progettare il loro algoritmo contro l’hate speech.

    Twitter, nelle sue regole d’uso, vieta agli utenti di pubblicare minacce o incitamento alla violenza, molestie, o di promuovere la violenza contro una persona o attaccarla in base alla razza, etnia, origine nazionale, orientamento sessuale, religione, età, disabilità o malattia. Il social network non vuole limitare la libertà di espressione, ma col tempo ha preso diverse misure per affrontare il problema dell’hate speech. Specialmente a seguito dell’elezione del Presidente Usa Donald Trump, quando il servizio è stato infestato da insulti nei confronti delle minoranze, l’azienda ha introdotto il blocco degli utenti in modo da nascondere i contenuti offensivi nelle discussioni e la possibilità di impedire la reiscrizione di utenti già bannati per condotte illecite.

    Youtube incoraggia e difende il diritto alla libertà di espressione, cercando un difficile equilibrio con le restrizioni a specifiche forme di contenuto. Vieta espressamente l’hate speech utilizzando una definizione più ampia rispetto a quella della "Convenzione internazionale per i diritti umani".

    Microsoft è un altro esempio di come le aziende private possano essere più restrittive delle leggi internazionali sull’hate speech. Infatti, condanna anche i temi religiosi controversi e i contenuti storici o di attualità sensitive.

    Facebook precisa di rimuovere l’hate speech, che include contenuti che attaccano direttamente altre persone basandosi sulla razza, etnia, originale nazionale, religione, orientamento sessuale, sesso, genere e identità di genere. L’azienda ha pubblicato una propria Dichiarazione dei diritti e delle responsabilità che vieta i discorsi d’odio, evidenziando, in assenza di una definizione universalmente accettata di hate speech, una propria definizione del termine. Il social network tiene, però, a precisare che molti contenuti tra l’umorismo e il cattivo gusto non rientrano nella categoria di hate speech. In questi casi l’azienda cerca di applicare politiche eque, sulla base delle propria definizione di hate speech.

    L’autonomia delle singole aziende nel fissare le proprie policy e le proprie definizioni, crea una situazione estremamente varia e non uniforme nel contrasto dell’hate speech online. Emerge chiaramente che l’attuazione di forme di contrasto dipende molto dalla sensibilità dei singoli, coloro che pongono le definizioni e che programmano gli algoritmi, oppure gestiscono in prima persona le segnalazioni degli utenti. Inoltre, considerando l’enorme quantità di dati che fluiscono sui loro server, è ovvio che l’unica gestione possibile è attraverso gli algoritmi, salvo una verifica manuale in caso di controversie.

    La necessità di utilizzare algoritmi di verifica implica la possibilità di errori e quindi si avverte una ovvia prudenza da parte delle aziende nella gestione dell’hate speech, prudenza che ha provocato rimostranze da parte del Commissario europeo Jourova, il quale nell'ambito dell’accordo sull’hate speech con le principali 4 aziende del web (Youtube, Facebook, Twitter e Microsoft) ha preteso un tasso di rimozione decisamente maggiore. In passato abbiamo, purtroppo, potuto notare che l’utilizzo di algoritmi non porta sempre a scelte adeguate, e che anche il controllo umano può determinare gravi errori (si veda la censura della foto simbolo della guerra in Vietnam imposta in un primo momento da Facebook e poi ripristinata dallo stesso social network).

    Il paradigma Troll

    L’hate speech non è certo una novità dell’era tecnologica. La politica, erroneamente, sostiene che in rete sia più facile divenire aggressivi perché manca una sanzione sociale dell’aggressività. In realtà questo è vero per tutti i discorsi d’odio, anche quelli in televisione o sui giornali.

    La delega della politica alle società tecnologiche comporta un problema, poiché in molti casi si dà per scontato che il pregiudizio e l’odio siano dei comportamenti devianti, ma gli studi contestano questa ipotesi. L’hate speech è connaturato all'uomo, la misoginia è radicata nella cultura occidentale, le molestie non possono essere combattute rimuovendo singoli contenuti, l’effetto è solo di spostare l’hate speech altrove.

    La differenza dell’era tecnologica sta nel mezzo. Se un tempo era solo l'élite a poter diffondere il proprio pensiero (tramite la televisione e i giornali), oggi con Internet chiunque può farlo. L'élite tende ad autoassolversi (un esempio riguardante un eurodeputato lo trovate alla fine dell’articolo sull’accordo hate speech) e a giustificare i propri discorsi d’odio (spesso utilizzandoli per contrastare la dissidenza). Se davvero si vogliono eliminare i discorsi d'odio, la politica deve condannare per prima i propri, non può fare finta di nulla e sostenere che la colpa sia solo della gente “cattiva e incivile”.

    Il modo in cui la società tratta coloro che superano determinati limiti invisibili la dice lunga sulla retorica dell’apertura e della libertà di espressione. Il trattamento dedicato ai troll, provocatori e dissacranti, talvolta al limite dell'offensivo, ma che spesso garantiscono utili approfondimenti, è la misura della quantità di spazio lasciato alle opinioni estreme.

    Ma il troll è il prodotto diretto di come sono ideati i social media, che enfatizzano l’attualità, l’aggiornamento rapido e l’intervento breve e secco, quasi violento per potersi distinguere nella massa dei messaggi che a migliaia fluiscono in rete, mettendo così da parte le discussioni ragionate e gli interventi lunghi e contestualizzati. È il medesimo effetto ottenuto dal passaggio dai media cartacei alla televisione, laddove in quest’ultima la degenerazione dei talk show è sempre più all'ordine del giorno, talvolta appositamente cercata perché garantisce ascolti maggiori.

    Occorre riconoscere che la democrazia è il risultato di un dialogo continuo tra le parti, costituito anche da contestazioni e disaccordi, scioperi e proteste. Per questo motivo una risposta legale ed esclusivamente repressiva dell’hate speech può compromettere il corretto equilibrio che è la base della democrazia. Il dissenso, la contestazione, la protesta di piazza, sono spesso attuate tramite discorsi di hate speech ed espressioni offensive, ma sono generalmente anche l'espressione di un malcontento, di un qualcosa che non funziona nella società. Ma nel rancore delle élite, la cultura populista dei commenti online finisce per essere relegata sempre più spesso nella definizione di trolling o addirittura di hate speech (Geert Lovink, L'Abisso dei social media). La semplice soppressione, come rilevato da Article 19, può risultare deleteria per la stessa libertà, quella delle minoranze ovviamente e dei discriminati. Una democrazia non può vivere nascondendo i disagi sociali di parte della popolazione.

    Negli Usa ben pochi dubitano che l’hate speech infligga un danno alle persone, ma gli americani temono di più la censura, sono consci che occorra una particolare attenzione nel regolamentare i discorsi d’odio. Una semplificazione del problema scade facilmente nella censura, che ovviamente colpisce i discorsi dei cittadini, non certo quelli delle élite. Ecco perché è necessario che la normalità sia il libero fluire delle parole online e solo in casi gravi si ricorra alla soppressione dei discorsi d’odio, preferendo delle risposte alternative, quali politiche volte alla riduzione delle discriminazioni sociali, politiche educative per la responsabilizzazione dei cittadini, preparandoli alla comprensione dei propri diritti e all'identificazione dell’hate speech nella vita reale e online.
    E lì, purtroppo, finiamo per scontrarci contro le mille inefficienze dello Stato.

    So we were invited to talk about hate speech, but then we ended up talking about freedom Nanjira Sambuli, UMATI 2014

    Alcune proposte

    Una soluzione all’hate speech online non può che essere collaborativa, da un lato le istituzioni devono farsi carico di capire esattamente il problema e individuare regole e definizioni, dall’altro le piattaforme online devono attuare le risposte che vengono individuate. È ovvio che la semplice soppressione dei discorsi d’odio non è una soluzione possibile, occorrono più risposte a seconda del tipo di discorso:

    • Definizioni precise dei termini chiave fissate nelle leggi.

    • Limitazioni alla libertà di espressione previste dalla legge.

    • Sistema giudiziario a garanzia dell'interpretazione uniforme delle norme.

    • Previsione di una serie di risposte, non limitate alla semplice repressione e proporzionate al tipo di contenuto.

    • Promozione del dialogo interculturale, del pluralismo, della diversità e della tutela delle minoranze.

    • Obblighi di trasparenza per le piattaforme online (criteri di valutazione e provvedimenti adottati).

    Foto anteprima via Nowtheendbegins.com

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    UK, punizioni più dure contro chi rivela segreti e contro i giornalisti

    [Tempo di lettura stimato: 4 minuti]

    di Philip Di Salvo

    Il Regno Unito sta discutendo possibili modifiche alla sua legislazione in fatto di divulgazione e pubblicazione di materiali confidenziali e di “informazioni sensibili”. La Law Commission, l’ente indipendente di consulenza del governo britannico per le riforme legali, ha pubblicato a inizio febbraio un paper di 326 pagine, Official Data Protection. A Consultation Paper, che delinea proposte di modifiche alle quattro leggi che, attualmente, regolamentano queste questioni.

    Le proposte, che sono ancora in fase di discussione e tali saranno fino ad aprile, sono pensate per modificare i quattro Official Secrets Act (promulgati e aggiornati nel 1911, 1920, 1939 e 1989) in vigore. Il testo dice esplicitamente che le modifiche suggerite sono necessarie per adeguare la legislazione vigente al contesto digitale, dove a più informazione disponibile corrisponde anche maggiore agilità nel perpetuare un leak e, di conseguenza, maggiori potenziali danni alla sicurezza nazionale.

    Stando a quanto è possibile leggere nel documento – di cui è disponibile anche un riassunto più breve qui – la Commissione vuole di fatto espandere la nozione di “spionaggio” rendendola più ampia e portandola non solo a coprire la condivisione e la divulgazione di “informazioni sensibili”, ma anche il loro ottenimento e raccolta. In sostanza, parte delle modifiche proposte potrebbero non solo andare a colpire i potenziali whistleblower che rivelano informazioni, ma anche i giornalisti che potrebbero pubblicare sui mezzi di informazione a partire da quanto ottenuto dalle loro fonti. In particolare, a preoccupare diverse organizzazioni nel Regno Unito è stato anche il netto inasprimento delle pene detentive proposto nel testo: dai 2 anni attualmente previsti, le persone coinvolte in un leak di materiali riservati e nella loro pubblicazione potrebbero finire in carcere fino a un massimo di 14 anni.

    Le proposte sono state definite “un attacco frontale” contro il whistleblowing e un netto restringimento delle possibilità di lavoro dei giornalisti, che lavorano sulla base delle rivelazioni delle loro fonti confidenziali o sulla base di leak di materiali sensibili o segreti. Secondo The Register, le proposte avanzate dalla Commissione hanno l’obiettivo di mettere sullo stesso piano il whistleblowing nell’interesse pubblico, realizzato in questo caso tramite l’apporto dei media, allo spionaggio perpetuato per favorire poteri stranieri. Un paragone erroneo che di fatto metterebbe sullo stesso piano Chelsea Manning ed Edward Snowden con spie a tutti gli effetti. Un altro elemento di novità suggerito riguarda l’applicabilità delle eventuali sentenze, che andrebbero a colpire anche cittadini non britannici. A conferma del netto inasprimento complessivo suggerito dalla Commissione, ci sono almeno altri due elementi: l’applicabilità della legge anche a documenti di materia economica “se connessi alla sicurezza nazionale” e al divieto, per le persone eventualmente portate in tribunale, di potersi appellare all’interesse pubblico per spiegare le ragioni delle proprie azioni.

    Secondo The Telegraph, qualora le modifiche proposte dovessero entrare in vigore, un giornalista venuto in possesso di documenti relativi alla Brexit e al suo impatto economico potrebbe essere arrestato. Se le modifiche ora proposte fossero invece state già in atto nel 2013, scrive The Verge, il Direttore del Guardian avrebbe potuto essere arrestato per aver pubblicato i file di Snowden, che trattavano diffusamente anche delle attività dell’intelligence di Londra. Per Jim Killock di Open Rights Group, citato dal quotidiano inglese, le proposte della Law Commission sono “un chiaro tentativo di criminalizzare il giornalismo”. La ex whistleblower del Gchq (l’equivalente britannico della Nsa, nda) Katharine Gun, che nel 2003 rivelò i dettagli di un’operazione realizzata dalla sua agenzia per intercettare le comunicazioni delle Nazioni Unite alla vigilia dell’invasione dell’Iraq, ha spesso criticato già in passato l’impatto degli Official Secrets Acts sui whistleblower e ha chiesto che nelle leggi venissero inserite maggiori tutele per chi denuncia nell’interesse pubblico. Le nuove modifiche, ha dichiarato Gun, causeranno un peggioramento rispetto alle condizioni attuali ed «esacerberanno la concentrazione di potere nelle mani del governo e saranno un deterrente per i whistleblower dal rivelare le bugie del governo e i suoi abusi di potere».

    Oltre che per i contenuti, le proposte della Law Commission hanno destato preoccupazione anche per le modalità con cui sono state redatte e rese note. Nel testo si legge che alcune Ong e organizzazioni mediatiche sarebbero state consultate e coinvolte nella stesura del testo. Tra queste vi sarebbe anche Guardian Media (l’editore del Guardian, nda), la quale, però, ha fatto sapere di non essere stata coinvolta in modo significativo e ha poi specificato che “una chiacchierata generale” è stata equiparata all’essere stati “consultati”. Il Governo di Londra ha risposto in modo netto alle critiche ricevute dalle proposte: il portavoce di Theresa May, ad esempio, ha dichiarato che le proposte sono state trattate dai media e dalle organizzazioni che le hanno osteggiate in modo erroneo e ha specificato che non è nelle intenzioni del governo attaccare i giornalisti o i whistleblower, né far sì che i primi possano finire in carcere.

    Il testo delle proposte sembra però essere molto esplicito. La fase di consultazione sarà aperta fino a inizio aprile e si dovrà attendere di vedere in che modo il testo di partenza verrà modificato ed eventualmente implementato. Allo stato attuale il messaggio delle proposte britanniche sembra comunque essere chiaro: equiparare un certo tipo di giornalismo a cose diverse e al suo opposto. Lo spionaggio, in questo caso. Si tratta di un frame usato molto di frequente nelle democrazie per attaccare giornalisti e whistleblower sull’onda delle rivelazioni di Edward Snowden, cosa frequente in contesti meno democratici. Qualora le proposte in discussione nel Regno Unito dovessero diventare la base di modifiche di legge concrete, quell’impostazione diventerebbe legge. Il Regno Unito, inoltre, si è dotato di recente di una nuova legge che ha di fatto aperto alla sorveglianza di massa, un altro elemento che renderà ancora più difficile e pericoloso il lavoro dei reporter e delle loro fonti confidenziali.

    Foto anteprima via Huffington Post Uk

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    Il Parlamento europeo approva il trattato CETA

    [Tempo di lettura stimato: 1 minuto]

    Nonostante un’opposizione senza precedenti di cittadini europei, il 15 febbraio scorso il Parlamento europeo ha ratificato l'accordo commerciale con il Canada, CETA (Comprehensive Economic and Trade Agreement, cioè accordo economico e commerciale globale), con 408 voti a favore e 254 contrari.

    La maggior parte dei parlamentari europei ha voltato le spalle ai cittadini scesi in piazza, scegliendo di approvare un accordo che radicalizza il modello di globalizzazione guidato dalle corporazioni transnazionali, che porta all'aumento delle diseguaglianze sociali.

    Il testo entrerà in vigore provvisoriamente, quindi senza attendere il vaglio dei Parlamenti nazionali. In ogni caso, come ci ricorda STOP TTIP, associazione di coordinamento tra organizzazioni civili, nata per informare correttamente i cittadini sui pericoli dei trattati commerciali, le proteste della società civile hanno comunque ottenuto che il CETA dovrà essere soggetto a pronunciamento dei Parlamenti nazionali, mentre inizialmente tale pronuncia non era prevista ma era sufficiente l’approvazione delle istituzioni europee.

    Questo vuol dire che i singoli Parlamenti potranno ancora bloccare il trattato. STOP TTIP chiede, infatti, che il Parlamento italiano metta all'ordine del giorno il trattato CETA aprendo una consultazione con la società civile, per discutere l’impatto del trattato sui diritti dei cittadini e le condizioni di lavoro.

    Di seguito i nostri precedenti articoli di approfondimento sul CETA:

  • CETA, l’accordo commerciale UE-Canada si farà. Ma non c’è da festeggiare:
    sulla volontà di non firmare il CETA da parte della Vallonia, poi superata.
  • Trattati commerciali tra Stati: quali sono, a che punto siamo, le proteste in Europa:
    sulle problematiche delle clausole ISDS presenti nei principali accordi commerciali.
  • Accordo commerciale Europa-Canada apripista per favorire le multinazionali ovunque: breve analisi del CETA e somiglianza con ACTA.
  •  
    Foto anteprima via SkyTg24.

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    La legge contro le fake news: un misto di ignoranza e voglia di censura

    [Tempo di lettura stimato: 7 minuti]

    Bisogna ringraziare la senatrice Adele Gambaro (di ALA-SCCLP) e i 27 co-firmatari del disegno di legge, presentato in conferenza stampa al Senato il 15 febbraio (non ancora assegnato a nessuna commissione), per combattere le “fake news” – meglio, “prevenire la manipolazione dell’informazione online, garantire la trasparenza sul web e incentivare l’alfabetizzazione mediatica”. Il testo, pur se in bozza (o forse proprio per quello), è infatti il miglior dizionario attualmente disponibile per comprendere come un certo establishment politico (e giornalistico) concepisca Internet e la sua regolamentazione: come lo fraintenda, demonizzi, e cerchi di irregimentare così che diventi un innocuo strumento di trasmissione del consenso, invece che un libero canale di espressione del dissenso.

    Una vera e propria summa ideologica, dunque, che va ben oltre la sola questione delle bufale online che tanta (immeritata) attenzione ha suscitato da quando il mondo liberal statunitense ha diffuso la “fake news” per cui sarebbe stata la disinformazione online a far vincere Donald Trump.

    Nella proposta di legge, sostenuta da rappresentanti di quasi tutto l’arco parlamentare, si sommano infatti questioni arcinote a chi si occupa di libertà di espressione su Internet nel nostro Paese: la volontà di introdurre un severissimo obbligo di rettifica per i blog, come almeno dal 2009 a questa parte; una parodia del diritto all’oblio, confuso – al solito – con la disciplina della diffamazione; il contrasto esplicito dell’anonimato, altro cavallo di battaglia dei giustizieri della “ggente” online, Gabriella Carlucci ieri ed Enrico Mentana oggi; e, naturalmente, la legge invocata a gran voce, da Giovanni Pitruzzella al ministro della Giustizia, Andrea Orlando, passando per l'indefessa Laura Boldrini, presidente della Camera, a difesa dei cittadini contro la propaganda, le bugie e l’odio in rete.

    Una sorta di legge omnibus contro il “lato oscuro” di Internet, insomma, che dovrebbe magicamente mutare la vita online in una versione fatata della vita e basta, senza violenza verbale, senza illazioni, senza dicerie, senza odio reciproco. Un enorme, infinito varietà televisivo in stile sanremese in cui tutti sorridono, i buoni sentimenti diventano la nuova moneta della viralità e il conformismo assume le sembianze di un dolce, lieve, cullarsi nella visione del mondo e nei modi di esprimerla, decisa dal governo in carica.

    Parole grosse, si potrebbe replicare; troppo per quella che, come detto, allo stato attuale è solo una bozza. Ma se gli assunti che la informano sono gli stessi, caricaturali errori di sempre – “Internet è un Far West senza regole!” – e le parole per giustificarli pure – “nessun bavaglio!” – prenderla sul serio diventa un obbligo, specie quando sono in perfetta consonanza con le volontà espresse dalle più alte cariche dello Stato e da buona parte dei commentatori sui principali quotidiani del paese.

    Per questo Valigia Blu ha deciso di affrontare il testo della proposta di legge, e di farlo nel dettaglio, articolo per articolo: perché quella è in atto è una battaglia culturale e noi siamo dall’altra parte della barricata. Prevenire, come nel famoso adagio pubblicitario, è meglio che curare.

    E allora entriamo nel dettaglio della proposta di legge. A partire dal suo preambolo, dove si comprende come gli estensori non si siano nemmeno preoccupati di fornire un qualunque dato a supporto della presunta necessità di stilare una norma di questo tipo, tanto vasta e severa nei confronti dell’espressione in rete. Cosa dovrebbe giustificarla? La “sensazione diffusa”, si legge, che la “disinformazione prevalga sull’informazione oggettiva” (inciso: esiste informazione “oggettiva”?) e che la “manipolazione e la propaganda abbiano la meglio sulla corretta” (altro inciso: “corretta”?) “espressione delle proprie opinioni e punti di vista”.
    Esatto, la “sensazione diffusa”.

    Non si ricordano interventi normativi a difesa – e non limitazione – della libertà di espressione a seguito dello scandalo Datagate, minacciata non da “sensazioni” ma da documenti, inchieste da Pulitzer, e più in generale da rapporti specialistici che testimoniano da anni come la libertà sul web sia in ritirata da sostanzialmente quando esistono analisi della materia. Evidentemente il legislatore italiano preferisce operare sulla base di “sensazioni”, più semplici, si deduce, da giustificare agli occhi dell’opinione pubblica. Che tutto questo comporti criminalizzare la propaganda, e affidare allo Stato la definizione dei limiti della “corretta” espressione dei propri pareri, poco importa.

    Del resto, l’assunto è l’opposto di quanto dicono i fatti: “la libertà di espressione”, si legge, “non può trasformarsi semplicemente in un sinonimo di totale mancanza di controllo”. Nell’era del controllo digitale totale il problema, sostengono gli estensori, sarebbe l’eccesso di libertà, non il suo contrario. Singolare. Non solo per la questione, rivelata da Edward Snowden con la massima chiarezza, delle molteplici forme di sorveglianza statale che violano i diritti fondamentali dei cittadini online; e nemmeno per quella, collegata ma diversa, del controllo delle multinazionali dei dati su ogni singola traccia delle nostre vite, su motori di ricerca, social network e app. Il punto, qui, è che la rete non è un Far West senza regole perché le regole già esistono, e si applicano anche in rete, da sempre. Forse gli estensori dimenticano le tante norme citate a supporto, e tutte valide offline come online, nella loro stessa proposta di legge.

    Sarebbe piuttosto da chiedersi come mai, invece, sottrarre a qualunque tipo di intervento tutto ciò che non è rete, insieme a tutto ciò che sta in rete ma è regolato dalla legge sulla stampa. Significa forse che su giornali e televisioni non circolano propaganda, odio, menzogne costruite ad arte? O ancora, significa che gli strumenti attualmente disponibili per contrastarli funzionano? In un momento storico in cui la crisi di credibilità dei media è al suo apice – altro fatto documentato da studi e ricerche, non da “sensazioni diffuse” – la risposta forse non è semplice come vorrebbero Gambaro e gli altri firmatari.

    via Edelman Trust Barometer, 2017.

    Verso la censura, articolo dopo articolo

    Passando al testo vero e proprio, basta l’articolo 1 per comprendere il grado di pericolosità della proposta in esame. Attenti alle parole, perché ciascuna pesa: “chiunque pubblica o diffonde” online “notizie false, esagerate o tendenziose che riguardino dati o fatti infondati o falsi”, si legge, rischia una multa ammenda fino a 5 mila euro. Nel caso vi si aggiunga anche diffamazione, “la somma è determinata in relazione alla gravità dell’offesa e alla diffusione della notizia”.

    Se poi la “fake news” è tale da “destare pubblico allarme”, o “fuorviare settori dell’opinione pubblica”, l’articolo 2 aggiunge ai 5 mila euro di multa ammenda anche un anno di reclusione. Di fatto, significa criminalizzare la propaganda. Quando poi ancora quella propaganda sia una “campagna d’odio” contro un individuo, o possa “minare il processo democratico, anche a fini politici”, gli anni di reclusione diventano due, e l’ammenda sale a 10 mila euro.

    Si noti la vaghezza della terminologia usata: è qui che risiede la vera pericolosità della norma. Chi decide quali notizie siano “esagerate” o “tendenziose”? Come si stabilisce che ne è colpito un “settore dell’opinione pubblica”, qualunque cosa significhi? E ancora: per essere colpevoli basta “diffondere” un simile contenuto: significa che basta un retweet dato con troppa leggerezza, per rischiare il carcere? Anche solo il porsi di simili domande sulle conseguenze della “falsità” di una notizia sposta il discorso da quello abitualmente tenuto in ambiti democratici a regimi autoritari come la Cina e la Russia. Russia che forse è il riferimento implicito degli estensori quando si pensa al destabilizzare la democrazia, vista l’ossessiva concentrazione mediatica sulle presunte influenze di non meglio identificati “hacker” al servizio del Cremlino per destabilizzare il processo elettorale negli USA, ma anche in Francia, Germania e – come si è recentemente appreso, pur senza alcun dettaglio o prova – Italia.

    Viene poi l’articolo 3, e di nuovo il termine di paragone sembra più la real name policy cinese che il corpo legislativo di una democrazia avanzata. Se la proposta Gambaro diventasse legge, infatti, per aprire un sito ogni cittadino sarebbe costretto a comunicare con posta elettronica certificata (buona fortuna) ed entro 15 giorni, cognome e nome, domicilio, codice fiscale e indirizzo PEC alla Sezione per la stampa e l'informazione del Tribunale territorialmente competente. Serve insieme ad “accrescere la trasparenza e contrastare l’anonimato”, si legge; ma il vero intento, dice Gambaro al Fatto Quotidiano, è “agevolare chi ha bisogno di rettifiche”. Che infatti sono l’oggetto dell’articolo seguente: un compendio, disperante a dire il vero, di quanto già letto nel Ddl Alfano del 2010, nella proposta Severino del 2012 e in tutte le altre innumerevoli versioni con cui le diverse parti politiche succedutesi al governo hanno cercato di introdurre l’obbligo di rettifica per i blog negli scorsi anni.

    Inutile sperare che qualcuno abbia ascoltato i molteplici dubbi sollevati dagli esperti della materia in passato: come nelle precedenti incarnazioni, la rettifica deve avvenire entro 48 ore, pena una multa fino a 2 mila euro; perché scatti l’obbligo, basta che il soggetto interessato “ritenga lesivi” della propria dignità o “contrari a verità” i contenuti pubblicati; ancora, la rettifica – come sempre – deve essere pubblicata “con la medesima evidenza riservata al contenuto contestato”. Tralasciando il caso, kafkiano ma assolutamente possibile, in cui la rettifica contenga una “fake news”, viene da chiedersi quale giornale attualmente applichi criteri tanto severi ai propri errori.

    Ma per Gambaro – eletta, si ricordi, con i voti degli elettori del Movimento 5 Stelle, la cui unica, ideologica devozione è per il libero web – e gli altri firmatari non è abbastanza: vi si deve aggiungere, all’articolo 5, il diritto all’oblio. O meglio, un misto tra oblio e diffamazione, in cui i contenuti diffamatori o non più rilevanti – no, non sono termini accostabili secondo il diritto – devono essere rimossi da Internet.

    Gambaro sostiene tutto che questo non si traduca con la parola “bavaglio” o censura. Ma il preambolo parla di “selettori software”, come già Pitruzzella in un precedente intervento; e nel testo si ipotizza una generica responsabilità degli intermediari – i gestori di Facebook, Google e simili, per capirci – a monitorare “costantemente” i contenuti dei propri utenti, pena diventarne responsabili. Manca del tutto un orizzonte temporale, e non è un caso se si pensa che il termine di paragone esplicito sono la pedopornografia e i contenuti violenti. Per questi ultimi, infatti, si usano “selettori software”. Tradotto dal politichese, significa “filtri preventivi”. Proprio quanto stava tra le righe delle posizioni espresse negli scorsi mesi da Andrea Orlando e Laura Boldrini. Proprio quanto si rende inevitabile per gli intermediari se vogliono evitare senza ombre e dubbi il rischio di finire per pagare le intemperanze o le espressioni non “corrette” dei propri utenti. Che tutto questo sia sinonimo di censura è esattamente quanto sostengono da sempre i più autorevoli rapporti sulla libertà di espressione in rete, nonché le cronache dai paesi in cui si applichino a opinioni e questioni politiche.

    Ancora, è terribile leggere che secondo gli estensori whistleblower sia “l’utente del portale che, durante la fruizione dello stesso, si accorge di una particolare irregolarità e decide di segnalarla”. Pensare di mettere sullo stesso piano da un lato chi segnali un post su Facebook e, dall’altro, figure come Chelsea Manning ed Edward Snowden è un vero e proprio insulto alla ragione, oltre che alle sofferenze patite dalla prima in carcere e dal secondo nel suo esilio forzato in Russia, con la sola colpa di avere diffuso notizie di chiaro interesse pubblico.

    Più di tutto, in conclusione, c’è di disperante che se anche questo multiforme armamentario legislativo entrasse in vigore domani non servirebbe a niente. Non eliminerebbe la propensione umana a credere al falso, la sua attrazione al negativo e allo scontro; non purgherebbe il dibattito politico da odio e pregiudizi, non muterebbe il paese – nessun paese – in un consesso di illuminati intellettuali impegnati a dibattere in punta di argomento, dati alla mano. Del resto, nemmeno gli estensori sembrano appartenere alla categoria. Sembrano piuttosto figure alla ricerca di visibilità e consenso, soluzioni facili a problemi endemici della convivenza sociale e della psiche individuale. E no, non si curano regolamentando Internet.

    Aggiornamento 16 febbraio 2017, ore 9:37: il post è stato aggiornato nel numero dei cofirmatari, dopo che tra ieri sera e questa mattina non compare più tra le firme quella di un senatore del Movimento 5 stelle.

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    Usa, le dimissioni di Flynn e la forza dei leak e del giornalismo investigativo

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    di Angelo Romano e Andrea Zitelli

    Le dimissioni di Michael Flynn da Consigliere per la Sicurezza Nazionale americana della Casa Bianca, mostrano l'importanza dei leak e del giornalismo investigativo. Alcuni funzionari del governo degli Stati Uniti hanno fornito, sotto anonimato, alla stampa rivelazioni sui contatti di Flynn con la Russia e hanno spinto i giornalisti a scavare e a cercare sempre più più dettagli riguardo le telefonate tra l’ex consigliere e l’ambasciatore russo in America, Sergey Kislyak.

    Una storia che ha aperto la strada ad altre 10 storie e queste 10 ad altre 100 che hanno creato le condizioni per le dimissioni del consigliere per la sicurezza americana, scrive Brian Stelle su CNN. Nella sua lettera di dimissioni, Flynn ha ammesso così di aver «inavvertitamente dato informazioni imprecise» al vicepresidente Mike Pence e alla stampa sulle sue conversazioni con Kislyak.

    Ora, l’ex consigliere per la sicurezza americana è accusato di aver parlato con l’ambasciatore russo delle sanzioni contro Mosca approvate dall’amministrazione Obama prima che Donald Trump entrasse in carica come Presidente degli Stati Uniti e lui fosse nominato consigliere. Infatti, secondo il Logan Act, una legge del 1799, è illegale che un privato cittadino conduca attività diplomatiche. Inoltre, nel caso in cui avesse mentito anche all’FBI sul contenuto delle telefonate, sulle quali la polizia federale sta indagando, Flynn potrebbe aver commesso un secondo reato.

    Come nasce il caso Flynn, dall’articolo del Washington Post alle dimissioni

    Lo scorso 12 gennaio, il Washington Post pubblica un editoriale di David Ignatius in cui si legge:

    Secondo un funzionario del governo, Flynn avrebbe telefonato più volte all’ambasciatore russo Sergey Kislyak il 29 dicembre, giorno in cui l’amministrazione Obama aveva annunciato l’espulsione di 35 funzionari russi per interferenze nella campagna elettorale 2016.

    Il giornalista chiedeva poi a Flynn cosa avesse detto all’ambasciatore russo e se gli avesse promesso di cancellare le sanzioni approvate da Obama. Come risposta, l’entourage di Trump affermò che le telefonate tra Flynn e Kislyak c’erano state, ma precedenti alle sanzioni. Dopo queste smentite, il portavoce della Casa Bianca, Sean Spicer, durante una conferenza stampa del 13 gennaio, disse che i due si erano sentiti per farsi gli auguri di Natale e che nelle loro conversazioni non si era parlato della sanzioni. Il 15 gennaio, poi, il vicepresidente americano Mike Pence, intervistato da Fox e CBS, prese le difese di Flynn, ripetendo quanto sostenuto dal portavoce della Casa Bianca.

    Alcuni giorni dopo, il 23 gennaio, il Washington Post riportava che gli agenti del controspionaggio dell’FBI avevano indagato sulle telefonate fatte da Flynn a fine dicembre, ma non avevano trovato alcuna prova di contatti illegali con la Russia, dopo una prima scansione delle chiamate.

    Quando il caso sembrava destinato a essere chiuso, il 9 febbraio sempre il Washington Post pubblicava un ulteriore articolo sulla vicenda firmato da tre giornalisti, Greg Miller, Adam Entous and Ellen Nakashima, dal titolo: “Il Consigliere nazionale per la sicurezza, Flynn, ha discusso delle sanzioni con l’ambasciatore russo, nonostante le smentite, affermano funzionari del governo”.

    Nel testo si legge che secondo nove funzionari (tra vecchi e nuovi) dell’amministrazione americana, che hanno chiesto di restare anonimi, Flynn aveva parlato privatamente delle sanzioni degli Usa contro la Russia con l’ambasciatore russo, prima che Trump si insediasse, contrariamente a quanto sostenuto dall’entourage del neo presidente. I nove funzionari, prosegue il Wapo, avevano avuto accesso ai rapporti di intelligence e delle forze dell’ordine statunitensi, che controllano le comunicazioni dei diplomatici russi. Due di loro hanno affermato che Flynn avrebbe esortato la Russia a non reagire in modo eccessivo alle sanzioni approvate da Obama, dando l’impressione a Kislyak che “sarebbero state riviste in un secondo momento”. Un terzo funzionario ha aggiunto, poi, che il vicepresidente Pence sarebbe stato ingannato da Flynn.

    Lo stesso giorno, Mattew Rosenberg e Matt Apuzzo sul New York Times scrivevano che i funzionari federali “che avevano letto le trascrizioni delle telefonate erano rimasti sorpresi dalle smentite di Flynn in quanto egli avrebbe dovuto sapere che questo tipo di telefonate sono sotto controllo. Inoltre, i funzionari erano ancora più sorpresi dal fatto che l’entourage di Trump avesse negato pubblicamente che tra i contenuti della conversazioni ci fossero le sanzioni contro la Russia”.

    Il giorno successivo, Donald Trump affermava di essere all’oscuro delle notizie riportate dal Washington Post e di voler approfondire la questione. Una reazione che il New York Times aveva definito “curiosa”, aggiungendo che “tutto quello che abbiamo saputo non proviene da Flynn e dall’amministrazione ma da testimonianze dirette di prima mano fornite al Washington Post da 9 funzionari (attuali ed ex) del governo che hanno avuto accesso ai rapporti di agenzie di intelligence e dalle forze dell’ordine americane che controllano regolarmente le comunicazioni dei diplomatici russi”.

    La giornalista della CNN, Elizabeth Landers, scriveva su Twitter che tre fonti dell’amministrazione statunitense le avevano detto che Flynn non aveva informato Pence dei suoi colloqui riguardo le sanzioni alla Russia quando il vicepresidente era apparso in Tv per difenderlo. “Questo è un problema”, aveva detto una delle fonti alla giornalista.

    Fino alla serata di lunedì 13 febbraio, riepiloga Vox, non era ancora chiaro quale sarebbe stato il destino di Flynn: “lunedì pomeriggio Kellyanne Conwai, consigliera di Donald Trump, ha detto a MSNBC che Flynn godeva della piena fiducia del Presidente, mentre Jim Acosta della CNN riportava che Pence e Flynn si erano riavvicinati. Poco dopo il portavoce della Casa Bianca, Sean Spicer, ha diffuso una nota scritta in cui diceva che il presidente stava valutando la situazione”.

    In serata, poi, il Washington Post rivelava, in base a quanto raccontato loro dai funzionari dell’amministrazione (attuali e vecchi), che a fine gennaio la procuratrice generale Sally Yates (poi rimossa da Trump per essersi rifiutata di difendere l’ordine esecutivo anti-immigrati da 7 paesi a maggioranza musulmana) aveva informato la Casa Bianca di ritenere che Michael Flynn avesse ingannato alti funzionari dell’amministrazione sulla natura delle sue comunicazioni con l’ambasciatore Kislyak, segnalando inoltre che il consigliere per la sicurezza nazionale era potenzialmente vulnerabile al ricatto russo.

    Poco dopo sono arrivate le dimissioni di Flynn, sostituito temporaneamente dal generale in pensione Keith Kellogg.

    Il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha dichiarato il giorno successivo che “si tratta di una questione interna degli americani e dell'amministrazione Trump, non nostra" e per questo “non commenteranno in alcun modo” la vicenda. Nella serata del 14 febbraio, la Casa Bianca ha comunicato che il presidente Trump era stato informato da 17 giorni che il suo consigliere per la sicurezza americana non era stato sincero quando disse al vice presidente Pence di non aver parlato con l’ambascitore russo della sanzioni. Il portavoce della Casa Bianca ha aggiunto, inoltre, che da parte di Flynn non c’è stata una “violazione di legge”, ma di fiducia.

    Il contenuto preciso non è stato ancora reso pubblico. Wikileaks ha chiesto in un tweet che le trascrizioni delle telefonate tra Flynn e Kislyak dovrebbero essere pubblicate in modo che ognuno possa farsi un’idea completa di cosa è avvenuto.

    Il ruolo dei leak

    In un tweet Trump ha dichiarato che “la vera storia” non sono le bugie raccontate da Michael Flynn, ma il fatto che ci sia qualcuno all’interno dell’amministrazione che abbia fatto trapelare delle informazioni segrete.

    L’attenzione dei Repubblicani si è rivolta, dunque, più alle notizie fuoriuscite che alle falsità dette dall’ex consigliere per la sicurezza nazionale. «Voglio sapere dall’FBI come sia stato possibile tutto questo», ha dichiarato il Repubblicano californiano, Devin Nunes, che presiede il Comitato di Intelligence. Trump ha dichiarato di voler aprire una commissione d’inchiesta sulla fuga di notizie.

    Al riguardo, in un articolo pubblicato su The Intercept, Glenn Greenwald riflette sul ruolo dei leak nel portare alla luce le menzogne di Flynn e sulla natura di questo tipo di rivelazioni. Secondo la legge, scrive il giornalista, diffondere informazioni sensibili è uno dei crimini più gravi. La divulgazione dei contenuti provenienti da comunicazioni intercettate è così definita dal “Titolo 18 § 798 dello U.S. Code”:

    Chiunque consapevolmente e volontariamente comunica… o diversamente mette a disposizione di una persona non autorizzata, o pubblica... qualsiasi informazione riservata... (4) ottenuta attraverso i processi di comunicazione di intelligence dalle comunicazioni di un qualsiasi governo straniero… deve essere multato ai sensi del presente titolo o condannato a non più di dieci anni di carcere, o entrambe le cose.

    Ma questo reato, continua Greenwald, consente di portare a galla delle informazioni che altrimenti sarebbero rimaste segrete. Se non ci fossero stati “i nove funzionari dell’amministrazione statunitense (attuali ed ex)”, che hanno deciso di violare la legge, l’editorialista del Washington Post, David Ignatius, non avrebbe potuto pubblicare il 12 gennaio l’articolo che ha dato il via a tutto.

    L’intera vicenda, che ha portato alle dimissioni di Flynn, porta alla luce due punti critici. Innanzitutto, il fatto che un atto sia illegale non significa che sia ingiusto o meriti di essere punito. Questo è particolarmente vero per i whistleblower (gli informatori), cioè coloro che rivelano informazioni che la legge rende un crimine rivelare, e le cui azioni sono l’unico modo per dimostrare al pubblico che funzionari potenti agiscono in modo illegale o ingannevole. In secondo luogo, gli obiettivi dei “leakers” sono irrilevanti. Probabilmente, chi ha informato i giornalisti non ha agito con motivazioni benevole, il loro scopo era più vendicativo che nobile. Qualsiasi sia la verità, scrive ancora Greenwald, questo è un caso in cui l’intelligence, attraverso fughe di notizie strategiche (e illegali), ha distrutto uno dei suoi avversari principali nella Casa Bianca guidata da Trump. Ma tutto questo non importa. Quel che interessa non sono le finalità dei leakers ma gli effetti dei leak.

    Qualsiasi fuga di notizie che ha l’effetto di portare alla luce illeciti di alto livello – come in questo caso – dovrebbe essere lodata, non disprezzata e punita.

    I leak sono illegali e sono odiati da chi detiene il potere, conclude Greenwald, proprio perché i funzionari politici vogliono nascondere le prove delle loro malefatte e vogliono essere in grado di mentire all’opinione pubblica impunemente e senza possibilità di essere scoperti. È proprio questo il motivo per cui bisognerebbe proteggere chi fa trapelare informazioni segrete, spesso mettendo a repentaglio le proprie esistenze, in modo da poter essere informati sui comportamenti di chi esercita il potere più grande, come può essere quello del partito che controlla la Casa Bianca.

    Foto anteprima via abcnews.

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    Una domanda al Messaggero Veneto sulla lettera della ‘ex fidanzata’ di Michele

    [Tempo di lettura stimato: 3 minuti]

    Aggiornamento 10 febbraio, ore 11.32 > Il Messaggero Veneto ha risposto alla nostra richiesta di chiarimenti con un commento sulla nostra pagina Facebook:

    La lettera che abbiamo pubblicato attribuendola alla fidanzata potrebbe essere un fake. Non lo sappiamo, perché non abbiamo parlato con lei. Come è andata: ci ha scritto via mail una persona con nome e cognome qualificandosi come fidanzata di Michele, sostenendo di aver avuto il contatto direttamente dalla madre. L'abbiamo pubblicata senza ulteriori verifiche. Ci siamo fidati e abbiamo commesso un errore. Me ne scuso pubblicamente.
    Omar Monestier

    Come Valigia Blu ringraziamo molto il direttore per questa risposta e per le scuse per l'errore. Non è facile, non è da tutti. Un esempio da seguire per questa gestione in trasparenza dell'errore. Anche in questo modo secondo noi si cura il rapporto di fiducia con i lettori.

    ...

    Il 7 febbraio il Messaggero Veneto ha pubblicato una lettera di un ragazzo trentenne friulano morto suicida. Il testo, scrive il quotidiano, è stato pubblicato per volontà dei genitori.

    La lettera, ripresa dai media nazionali, ha suscitato reazioni e partecipazione, diventando argomento di discussione nel dibattito pubblico.

    Due giorni dopo, il 9 febbraio, il Messaggero Veneto ha pubblicato una seconda lettera. Il testo, riporta il giornale, è di “Federica”, presentata come “ex fidanzata” del ragazzo suicida.

    La lettera compare sulla prima pagina del giornale,

    riportata nelle pagine interne

    e diffusa online anche sugli account social del Messaggero Veneto.

    La lettera dell'"ex fidanzata” viene ripresa anche da altri giornali, che citano il Messaggero Veneto come fonte.

    Diverse ore dopo la pubblicazione, titolo e articolo vengono modificati, mantenendo però l’url iniziale:

    http://messaggeroveneto.gelocal.it/udine/cronaca/2017/02/09/news/le-parole-dell-ex-fidanzata-quell-ossessione-del-lavoro-1.14845932?ref=fbfmv

    Cliccando sul link, così, il titolo passa da La tragedia di Michele, le parole dell'ex fidanzata: ossessionato dal lavoro, ma aveva anche passioni, emozioni, amore e amici a La tragedia di Michele scuote le coscienze, le lettere dei lettori e la lettera di “Federica” è inserita insieme ad altri messaggi di cordoglio inviati al giornale da diversi lettori per commentare quanto accaduto. Inoltre, nell’articolo, “Federica” non è più definita dal giornale “ex-fidanzata”. Il suo testo, infatti, viene lanciato con questa nota:

    Sulla pagina Facebook, sotto l'articolo, diversi utenti, tra cui anche un nostro collaboratore, Marco Tonus, hanno espresso dubbi sull'esistenza di questa "ex fidanzata" e chiesto chiarimenti.

    Per questo motivo, anche noi ci uniamo a questa richiesta di chiarimento:

    La lettera della "ex fidanzata" è autentica? È certo che chi ha scritto la lettera sia la ex-fidanzata, come viene riportato sulla versione cartacea e nella prima versione online?
    Perché sul cartaceo e nella prima versione online della lettera, "Federica" viene presentata come “ex fidanzata” e poi successivamente è stata introdotta la dicitura “che si definisce l’ex fidanzata”?

    Un elemento dimostra che la lettera della “ex fidanzata” potrebbe essere falsa. Almeno a rigor di logica. Il Messaggero Veneto nella serata di venerdì 10 febbraio pubblica un’intervista alla madre del ragazzo suicida in cui viene rivelata l'identità di suo figlio e confermata l’autenticità della sua lettera. La madre spiega così che “Michele” è il vero nome di suo figlio. Al contrario, nella prime righe della lettera della "ex fidanzata Federica” c’era scritto che “Michele” era un nome di fantasia - “mi piace il nome che avete scelto per lui” -. Un elemento, appunto, dimostratosi falso.

    Detto questo, il Messaggero Veneto nei giorni scorsi aveva specificato sulla sua pagina Facebook di aver verificato l'autenticità della storia e della lettera, quindi erano a conoscenza che “Michele” era il nome reale e non uno pseudonimo. Per questo motivo, non si capisce come mai non abbiano notato quel dettaglio nella lettera della "ex-fidanzata” che avrebbe potuto metterli in allarme al di là della verifica non fatta.

    Aggiornamento 13 febbraio, ore 12.30 > Questo post è stato aggiornato dopo i nuovi fatti emersi con la pubblicazione dell'intervista alla madre del ragazzo sul Messaggero Veneto.

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    USA, la protesta dei Sioux contro l’oleodotto: “Serve una mobilitazione globale”

    [Tempo di lettura stimato: 4 minuti]

    Aggiornamento 23 febbraio 2017 > "Siamo sconvolti dalle evacuazioni forzate di oggi delle popolazioni indigene a Standing Rock. (...) L'espulsione di oggi è la continuazione di una pratica secolare, che vede il governo degli Stati Uniti rimuovere con forza gli indigeni dalle nostre terre e territori". Così l'Indigenous Environmental Network ha commentato in una nota ufficiale lo sgombero del campo di protesta a Standing Rock fissato dalle autorità per le 14 di mercoledì 22 febbraio.

    Nella zona vicino a dove dovrebbe essere costruito l’oleodotto contestato, all’inizio di questo mese erano rimaste circa 200 persone, un numero in calo rispetto alle migliaia che si erano riunite in precedenza, a causa delle temperature rigide e delle nevicate, scrive il Washington Post. Centocinquanta manifestanti hanno lasciato il campo un’ora prima dell’inizio dello sgombero, mentre altri sono rimasti e circa 10 sono stati arrestati. Le persone, ancora sul campo, che si rifiuteranno di andare via, verranno arrestate, ha dichiarato il governatore del North Dakota, Doug Burgum.

    Il corpo degli ingegneri dell’esercito americano aveva avvisato che la zona sarebbe stata a rischio di “probabili inondazioni” e per questo andava chiusa. In seguito a questa comunicazione, il governatore Burgum ha firmato un ordine esecutivo, decidendo l’evacuazione obbligatoria delle persone presenti nel campo in quella che ha definito una “occupazione illegale”. Prima di andarsene, i manifestanti come segno di protesta hanno dato a fuoco ad alcune tende e strutture del campo (alcune persone sono rimaste ustionate, riporta Reuters).

    I manifestanti, comunque, non si danno per vinti e nel comunicato esortano i sostenitori dei Sioux (che si sono autodefiniti i “protettori d'acqua”) a continuare a resistere organizzando mobilitazioni di massa e azioni in più luoghi:

    I nostri cuori non sono sconfitti. La chiusura del campo non è la fine di un movimento o di combattimento, è un nuovo inizio. Essi non possono spegnere il fuoco che Standing Rock ha iniziato. Brucia dentro ognuno di noi.

    ...

    «Stiamo combattendo contro un sistema e abbiamo bisogno di farlo insieme. Dobbiamo ribellarci tutti insieme». Con queste parole Dallas Gooldtooth, uno degli organizzatori della campagna Indigenous Environmental Network, ha fatto un appello alle persone di tutto il mondo per lottare contro l’abrogazione dei diritti indigeni e per una grande mobilitazione di massa per Standing Rock in Nord Dakota, dove è prevista la costruzione di un oleodotto vicino la riserva dei Sioux.

    Martedì scorso, i tecnici del Genio dell'esercito statunitense hanno annunciato l'imminente approvazione della fase finale della costruzione dell'oleodotto Dakota Access. In una lettera indirizzata al Congresso, il segretario dell'esercito Robert Speer ha comunicato che lo studio di impatto ambientale dell'oleodotto, previsto dalla precedente amministrazione, sarà annullato, concedendo un passaggio che permetterà alla compagnia Energy Transfer Partners (società nella quale Donald Trump ha investito, in passato, e il cui amministratore delegato ha finanziato la campagna elettorale dell'attuale presidente statunitense) di trivellare sotto il lago Oahe, lungo il fiume Missouri. L'esercito ha, inoltre, aggiunto di aver intenzione di sospendere il consueto periodo di attesa di 14 giorni previsto prima che l'ordinanza diventi operativa, consentendo, di fatto, l'inizio immediato dei lavori di trivellazione.

    La decisione è arrivata dopo che lo scorso 24 gennaio il presidente degli Stati Uniti Donald Trump aveva firmato un ordine esecutivo con cui ha dato il via alla ripresa dei lavori per gli oleodotti Dakota Access e Keystone XL, in netta controtendenza con le decisioni assunte dal suo predecessore Barack Obama.

    La costruzione dell'oleodotto Dakota Access, lungo 1.886 chilometri, permette il passaggio del greggio dalla città di Stanley in North Dakota fino a Patoka, un villaggio nell’Illinois, passando per il South Dakota e l'Iowa. Il costo complessivo del progetto è di 3,8 miliardi di dollari.

    Negli scorsi mesi, a partire dal mese di aprile 2016, la costruzione del tratto finale dell’oleodotto è stata al centro di numerose proteste – con scontri e arresti – organizzate dai nativi americani Sioux che vivono nella riserva di Standing Rock, in North Dakota, che hanno manifestato per difendere i propri siti sacri, la propria storia, i propri diritti e l'ambiente, denunciando la possibilità, altamente probabile, che il progetto possa inquinare le loro riserve d'acqua.

    Una foto delle proteste in North Dakota del dicembre 2016 – Lucas Jackson/Reuters

    Alla luce delle decisioni di martedì, i membri della Standing Rock Sioux Tribe hanno promesso battaglia legale. In un comunicato emesso nella stessa giornata, il presidente del consiglio tribale Dave Archambault II ha dichiarato:

    Come popoli nativi siamo di nuovo colpiti, ma ci rialzeremo, supereremo l'avidità e la corruzione che hanno afflitto i nostri popoli sin dal primo contatto. Invitiamo le nazioni native degli Stati Uniti a stare insieme, unirci e combattere. Sotto questa amministrazione, tutti i nostri diritti, tutto ciò che ci rende quello che siamo è a rischio. Rispettate la nostra gente e non venite a Standing Rock. Esercitate, invece, i diritti previsti dal Primo Emendamento e protestate con le vostre autorità statali, i vostri rappresentanti al Congresso, e Washington DC.

    La decisione del Genio dell'esercito statunitense, per quanto largamente prevista, è giunta improvvisamente. Nella giornata di martedì, il presidente del consiglio tribale Dave Archambault II si era recato a Washington per porre in atto un ultimo tentativo di incontrare le autorità prima che venisse adottato qualsiasi provvedimento. Una volta giunto nella capitale e aver appreso la notizia, ha annullato un incontro fissato con la Casa Bianca, certo che le sue motivazioni non sarebbero state ascoltate.

    Qualora la costruzione venisse completata, la Standing Rock Sioux Tribe ha promesso di chiudere l'impianto, senza spiegare le modalità. Intanto, ha invitato i propri sostenitori a partecipare a una marcia a Washington prevista il prossimo 10 marzo.

    Le proteste hanno cominciato a diffondersi in tutto il paese. Martedì, il consiglio comunale di Seattle ha approvato all'unanimità un provvedimento che pone fine al rapporto con Wells Fargo alla scadenza del contratto, nel 2018, e che blocca i nuovi investimenti nei titoli dell'istituto per almeno tre anni, a causa del ruolo di finanziatore del progetto dell'oleodotto Dakota Access rivestito dal colosso bancario di San Francisco. La decisione è stata accolta da applausi e canti.

    Nella giornata di mercoledì, in almeno 19 città statunitensi, sono state organizzate manifestazioni a sostegno della battaglia condotta strenuamente dalla Standing Rock Sioux Tribe

    Foto anteprima via Myron Dewey, scattata alle 19 di martedì 7 febbraio al Sacred Stones Camp, di fronte all'oleodotto Dakota Access.

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