Perché per il lavoro non è ancora la #lasvoltabuona

Dagli ultimi dati Istat e da quelli del ministero del Lavoro emerge una situazione caratterizzata soprattutto dalla sottoccupazione e dal precariato. I numeri ci parlano, dunque, di un paese che non crea lavoro ma lo distrugge.


Chaplin

Sembra non esserci luce in fondo al tunnel del mercato del lavoro in Italia. Questo almeno è il quadro che emerge analizzando i dati Istat sull’occupazione pubblicati lo scorso 2 marzo e le comunicazioni obbligatorie rese note dal ministero del Lavoro, utili a monitorare le informazioni sulla vita lavorativa degli italiani.

Secondo l’Istituto Nazionale di Statistica a gennaio 2015 c’è stato un aumento di 131.000 occupati (differenti dai “posti di lavoro”, come già spiegato precedentemente) rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Nel complesso del 2014, rispetto all’anno precedente, il numero di occupati ha registrato un incremento (+88 mila) suddiviso tra il Nord e il Centro, mentre nel Mezzogiorno c’è stata una diminuzione di 45 mila unità.

Un aumento dovuto principalmente alla crescita dei contratti part-time (+124mila). Quelli a tempo pieno hanno registrato infatti un contrazione di 35mila unità.

Emerge in particolare un mercato del lavoro caratterizzato da sottoccupazione e precariato, come mostra anche l’incidenza del part-time involontario (Figura 1), soprattutto tra i giovani. I lavoratori tra i 15 e 24 anni che hanno accettato un lavoro part-time, pur aspirando a un lavoro a tempo pieno, sono più che raddoppiati tra il 2008 e il 2014 (+57%), mentre nello scorso biennio l’aumento è stato del 3,45%. Dato che rimane elevato anche per i fratelli maggiori e per i genitori per i quali l’incidenza del part-time involontario supera in entrambi i casi il 60%.

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Figura 1. Clicca per ingrandire. Fonte: rielaborazione propria su dati Istat

Guardando ancora ai dati Istat, i contratti a tempo determinato rappresentano il maggiore contributo (il 90%) all’occupazione, mentre quelli indeterminati si fermano solo al 20%.

Tabella 1

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Per capire come varia nel tempo il numero dei posti di lavoro bisogna guardare, invece, quanti contratti nuovi sono stati attivati e quanti sono stati chiusi in un determinato periodo.
L’altro ieri il ministero del Lavoro ha pubblicato i dati trimestrali sulle comunicazioni obbligatorie, che sono alla base del calcolo dei posti di lavoro. Il risultato è sorprendente in negativo: nel quarto trimestre del 2014 i contratti cessati superano quelli avviati di quasi 900.000 unità.

Un dato spaventoso che è bene comprendere e analizzare. Ogni anno, l’ultimo trimestre è quello caratterizzato da una forte contrazione degli avviamenti netti. Tuttavia, nel quarto trimestre del 2014, i rapporti di lavoro attivati al netto di quelli distrutti sono stati 60.000 in meno rispetto allo stesso trimestre del 2013. Confrontando le medie annuali, tra il 2013 e il 2014, si può leggere una riduzione complessiva di 3.956 posti di lavoro.

I nuovi contratti a tempo indeterminato (Figura 2) continuano a diminuire (-207.995 nel solo trimestre) e lo fanno più velocemente che nel 2013: confrontando infatti i dati del quarto trimestre 2014 rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente si nota che quelli distrutti sono circa 14 mila in più (+7%).

Clicca per ingrandire. Fonte: elaborazione propria su dati Comunicazioni Obbligatorie del Ministero del Lavoro

Figura 2. Clicca per ingrandire. Fonte: elaborazione propria su dati Comunicazioni Obbligatorie del ministero del Lavoro

 

Mentre i contratti a tempo determinato continuano ad aumentare, i posti di lavoro diminuiscono del 12% nella comparazione dell’ultimo trimestre del 2014 rispetto al 2013. Solamente i contratti di apprendistato aumentano significativamente. Se esista una vera e propria sostituzione tra le diverse tipologie contrattuali e l’apprendistato è difficile da stabilire. Tuttavia, la rappresentazione statistica permette di affermare che le imprese hanno visto di buon occhio la nuova legislazione sull’apprendistato, introdotta dal decreto Poletti.

L’instabilità dei rapporti di lavoro è, invece, ben rappresentata dalla durata effettiva di quelli cessati: nell’ultimo trimestre del 2014, infatti, il 32% dei contratti terminati ha avuto una durata non superiore al mese, il 36% tra i 4 e 12 mesi e solo nel 16% dei casi oltre un anno (Figura 3).

Clicca per ingrandire. Fonte: elaborazione propria su dati Comunicazioni Obbligatorie del Ministero del Lavoro

Figura 3. Clicca per ingrandire. Fonte: elaborazione propria su dati Comunicazioni Obbligatorie del ministero del Lavoro

 

Molti, troppi posti di lavoro distrutti, e molte persone in cerca di un’occupazione. Se nel confronto tra il 2013 e il 2014 l’aumento del tasso di occupazione è stato di un esiguo 0,2%, il tasso di disoccupazione ha raggiunto il 12,7% nel 2014 (il 20% nel Mezzogiorno), con un crescita della disoccupazione di lungo periodo, cioè di coloro che non hanno un lavoro da tempo, pari al 60,7% dei disoccupati (+7% rispetto al 2013).

La variazione annuale del tasso di disoccupazione per tipo di disoccupato è trainato da chi è alla ricerca di prima occupazione (+14,3%) senza grosse differenze di genere, come mostra il prospetto 7 dell’Istat.

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Tirando le somme della condizione del mercato del lavoro italiano nel 2014, è utile anche stabilire da cosa è composta la riduzione del tasso di inattività, spesso sbandierata come la cifra della fiducia ritrovata da parte di chi non lavora. L’incremento del tasso di attività sembra essere dovuto all’aumento dei soggetti tra i 55 e i 64 anni che provano a cercare lavoro, come mostra la Figura 4 e non a un minor scoraggiamento dei più giovani, il cui tasso di inattività mostra ora un andamento crescente, nonostante sia rimasto costante tra il 2013 e il 2014. Al contrario, la riduzione del tasso di inattività degli over cinquanta, iniziata nel 2004, si intensifica notevolmente con la crisi e continua ad aumentare nel 2014, senza mostrare grosse differenze di genere.

Clicca per ingrandire. Fonte: rielaborazione propria su dati Istat

Figura 4. Clicca per ingrandire. Fonte: rielaborazione propria su dati Istat

 

Come mostra infine la Figura 5, l’incidenza dei NEET, cioè di coloro che non studiano e non lavorano, è a fine 2014 più elevata di quella relativa all’ultimo periodo del 2013. A partire dalla fine del secondo trimestre del 2014, quando entra in vigore il decreto Poletti, la quota di NEET tra i 15 e 24 anni passa dal 20,34% al 23,75% (un aumento nel trimestre del 16,8%) per poi arrestarsi a fine anno al 22,3%.

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Figura 5. Clicca sull’immagine per ingrandire. Fonte: rielaborazione propria su dati Istat

 

I dati quindi continuano a mostrare che in Italia non si crea lavoro ma si distrugge nonostante i tentativi di fornire una narrazione differente e meno drammatica.

Autore
Dottoranda in economia presso SciencesPo, a Parigi. Mi interesso di political economy, economia della corruzione, disuguaglianze, lavoro e welfare. Attivista di Act! @martafana



I No Tav e le comunità perdute sotto tonnellate di cemento

Infiltrazioni mafiose, roghi, intimidazioni: il dramma della Val Susa, anziché lasciare macerie, ha favorito la nascita e il radicamento di una comunità laboratorio di democrazia e cultura. Quello che manca al paese.


corteo no tav

“Ho ritrovato la mia infanzia in Val Susa”, questo ho pensato entrando nell’appartamento che i No Tav ci hanno lasciato per dormire, in questi giorni di riprese per Valigiabu. Guardando dalla finestra vedo le Alpi innevate, non saprei indicare esattamente su una mappa la mia posizione attuale, eppure non potrei essere più vicino alla mia Sardegna (quella stampata nella mia memoria).

Già dall’inizio di questo viaggio mi sono trovato più volte a tornare nel passato. Come in stazione a Torino: appena scesi dal vagone ho riconosciuto Boosta, il tastierista dei Subsonica, mentre mangiava un panino da McDonalds. Anche la mia prima volta a Torino, era il 2012, incontrai un membro della band, Max Casacci, che metteva i dischi da Giancarlo ai Murazzi.

C’è qualcosa che riporta indietro, della Val Susa. Tornando qui dopo diversi anni ho ripensato a quando c’era Berlusconi al governo: sembrava che manifestando avremmo ottenuto un paese migliore. È anche figlia della solidarietà che ci lega da quei giorni, l’ospitalità ricevuta dai No Tav. “È casa di mia madre”, mi spiega al telefono Claudio Giorno, attivista che ho conosciuto in quegli anni, “D’inverno viene a stare da noi, quindi la casa è vuota, potete starci tranquillamente”.

E poi lì, in quell’appartamento sotto una montagna, trovare la mia infanzia. Gli infissi di legno degli anni ’60 (quelli in cui il vetro sbatte), le porte di casa in legno laccato e ottone, il letto e l’armadio come l’aveva mia nonna (ma il suo era ricoperto di buchi di tarlo). I soprammobili, perfino i fornelli, sono gli stessi delle case dei miei parenti e amici di quando ero piccolo. Quando non si badava agli ascensori, ai portoni in vetro e acciaio, ai terrazzi grandi come eliporti.

Non è un caso, forse, se tutto questo mi è tornato in mente in Val Susa, dove da 25 anni una comunità si oppone alla costruzione del treno ad alta velocità Torino-Lione. Mi sono chiesto: “Da quanto tempo non vedevo una casa come questa?”. Nel mio vecchio quartiere, in Sardegna, hanno buttato giù tutte le case di uno o due piani. Ci vivevano spesso persone anziane. Come la vecchietta della casa a un piano, senza intonaco e col tetto rosso, al suo posto ora c’è un palazzo a sei piani. O la nonna del mio amico che stava sempre alla finestra, anche lì ora è sorto un casermone.

Per non parlare dell’enorme distesa di centri commerciali che si estende attorno la città in cui sono cresciuto: “Questa zona è stata un laboratorio per l’urbanistica italiana”, mi spiegava un amico architetto a natale, mentre entrando in città dall’aeroporto imprecavo come al solito alla vista dei cantieri. Un laboratorio, già, perché l’Italia è una repubblica fondata sugli appalti. E i No Tav, questo, lo sanno meglio di tutti: “Qui non c’è spending review”, mi spiega Claudio Giorno mentre ci guida in giardinetta per le strade della valle. “Col cantiere prima e la militarizzazione poi, qui arrivano fiumi di soldi. I No Tav fanno comodo”, conclude.

Ma la valle è tutto meno che un avamposto selvaggio. “Quella è l’autostrada”, spiega Valerio Colombaroli che ci accompagnerà al cantiere: “E poi c’è questa statale, l’altra statale, la ferrovia e il binario morto”, conclude. Salendo sul colle ci fermiamo a guardare dall’alto: è un reticolo di cemento e ferro. “Guarda il treno che arriva”, dice Giorno indicando a Valle, “È completamente vuoto. Il traffico merci è in calo da 20 anni”. Dalla collina si vede, in basso, il presidio No Tav di Borgone, una casetta in legno col comignolo. Ci dirigiamo lì: “Qui c’è il miglior caffè della Val Susa”, annuncia Valerio.

“La Val Susa è la Twin Peaks italiana”, penso. Ci sono tanti misteri irrisolti, personaggi loschi, un mondo a parte con regole proprie, situato in mezzo ai boschi. Mistero numero uno: se i treni sono vuoti, se gli abitanti non la vogliono, se la valle è già iper costruita… perché si vuole (ancora) realizzare la Tav? Mistero numero due: chi ha bruciato il fabbricato che si trova di fronte al presidio di Borgone? “Era il vecchio presidio”, racconta Giorno, “Qualcuno gli ha dato fuoco”. Poco lontano, qualcuno ha scritto con una bomboletta spray: “Si Tav”.

Sono bruciati altri due presidi negli ultimi anni. “Hanno bruciato la facciata di quella chiesa”, indica Giorno mentre guida, “E anche quel centro congressi”. C’è scritto ‘speculazione’ ovunque, sulla Val Susa. I roghi, il malaffare, gli appalti e le infiltrazioni mafiose in qualsiasi altro posto avrebbero lasciato solo macerie. Qui è accaduto il contrario: “Abbiamo già vinto”, dice Valerio in un momento di silenzio. “Sto qui da una vita ma non conoscevo nessuno”, spiega. “Con l’opposizione alla Tav siamo diventati una comunità. Pochi giorni fa c’è stato il funerale di un attivista, c’era una folla a salutarlo”.

Anche Francesco Guccini, il cantautore modenese, è voluto venire qui a presentare il suo libro con Marco Aime, antropologo vicino al movimento. In tanti sono venuto a vederlo ma la fila è composta: siamo, dopotutto, in Piemonte. Chiamo Luca, che ha accompagnato Guccini nel viaggio, e grazie a lui riusciamo a fargli un paio di domande: “Mi sembra assurda la vicenda di Erri De Luca, non ha alcun senso”, commenta il cantautore sull’imputazione per istigazione a delinquere dello scrittore. “Su da me forse (…) dovrebbero fare una strada che distruggerà la parte di là dal fiume… se sarà il caso cercherò di adoperarmi per fare qualcosa”.

Per Guccini, quindi, i No Tav sembrano essere un esempio da seguire. E le sue parole, dette da un artista simbolo degli anni ’70, sembrano ricordare  nostalgia le comunità perdute di una volta. Dall’altra parte, però, c’è stata una opposizione frontale dello Stato – come la chiama l’ex magistrato Livio Pepino – volta a criminalizzare il movimento: “Per il numero dei processi, la loro corsia privilegiata, le modalità usate, i reati contestati” (su tutte l’imputazione per terrorismo). Allora, mi chiedo: perché la loro protesta ha avuto così tanto successo? Perché se dalle mie parti hanno buttato giù le case a uno o due piani, qui invece, dopo 25 anni, dopo i processi per terrorismo, dopo i roghi e le intimidazioni, ancora non si arrendono?

Sarà dovuto al fatto che si tratta di una protesta locale su un fatto specifico. “C’entra la tradizione partigiana”, sottolinea Valerio. La dimensione locale, inoltre, ha fatto sì che i rappresentanti politici fossero direttamente raggiungibili. La mobilitazione contro la Tav ha educato una popolazione alla democrazia: votare qui non solo è un diritto, è importante per la propria sopravvivenza (l’affluenza al voto qui è sempre molto alta). E il movimento è diventato un vero e proprio motore di produzione culturale: “Conto 120 libri sulla nostra protesta finora”, commenta Giorno.

Ma è qualcosa più di questo. Qualcosa che non si può spiegare con le analisi politiche, con le sentenze, con i dati sul traffico delle merci. È qualcosa che trascende, perché in valle rimangono le cose seppellite della nostra infanzia, quelle che pensavamo perdute per sempre. È una terra di confine, con la Francia, certo, ma anche col nostro passato, con le comunità vive ormai scomparse, con la strenua resistenza dei deboli contro i potenti.

La Val Susa sta ancora lì, a ricordarci che certe cose devono essere preservate, anche se Dio, il Papa e lo Stato non sono d’accordo. Per ricordarci che c’è stato un tempo in cui non avremmo permesso a nessuno di toccare ciò a cui teniamo di più, anche in questo paese dove sembra che ogni azione sia vana perché tanto non cambia mai nulla. Tutto questo l’ho ricordato In Val Susa, dentro un piccolo appartamento, con la mia infanzia dentro. Ringrazio i No Tav per averla conservata fino ad oggi.

[Foto via sestocielo.it]

Leggi anche Notav, hanno criminalizzato la partecipazione dei cittadini




In Europa si accende il dibattito sul copyright

In vista della riforma a confronto posizioni diverse: dalla parte dei diritti dei cittadini o dalla parte degli interessi delle aziende?



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Con la pubblicazione del rapporto di Pavel Svoboda per conto della Commissione Affari Legali, che si aggiunge a quelli di Julia Reda e di Isabella Adinolfi, la discussione in merito alla riforma della normativa sul copyright e diritti collegati all’interno dell’Unione Europea si accende.

I rapporti Reda e Adinolfi sono sostanzialmente complementari, partono da problemi estremamente pratici per concludere che la legislazione europea è obsoleta, non è sufficiente chiara nel definire ciò che è lecito e ciò che non lo è, realizzando così una perenne incertezza negli utenti, che finisce per bloccare l’innovazione e il flusso della cultura, favorendo i monopoli culturali.

Tale incertezza ha evidenti ricadute sulla realizzazione del mercato digitale unico europeo, per cui non è ulteriormente procrastinabile l’eliminazione delle barriere nazionali, armonizzando le norme locali e imponendo regole comuni per tutta l’Unione.

Reda e Adinolfi si focalizzano sulla necessità di definire chiaramente le eccezioni al copyright, tenendo conto dell’impatto sui diritti dei cittadini, in particolare la libertà di espressione, garantendo in tal modo il riutilizzo di opere protette, la realizzazione di mix e contaminazioni, insomma tutelando i cosiddetti user generated content che sono parte essenziale del processo di innovazione.

Il rapporto Svoboda, invece, si muove da un’ottica completamente diversa, e pone l’accento sulla necessità di reprimere le violazioni del copyright, a mezzo di accordi tra aziende, misure di soft law e forme di mediazione. Il parere Svoboda deplora il fatto che il piano d’azione della Commissione europea non contempli la realizzazione di strumenti che consentano agli utenti di identificare beni contraffatti, come ad esempio etichettature e tag.
Secondo il rapporto Svoboda l’attuale framework legislativo è insufficiente a proteggere la proprietà intellettuale, in quanto non adatto alla rete internet.

Il rapporto Svoboda, inesplicabilmente non fa alcuna menzione dei diritti umani, e si concentra principalmente sulla cooperazione aziendale al fine di bloccare il flusso dei contenuti contraffatti o piratati. Sotto questo aspetto appare contiguo alle posizioni dell’industria del copyright, che notoriamente chiede proprio lo spostamento della valutazione degli illeciti dal suo campo usuale, quello giudiziario, in altre sedi, nel campo della cooperazione tra aziende. In sostanza Svoboda aderisce all’idea che la tutela del copyright debba essere sostanzialmente privatizzata, auspicando un’aziendalizzazione delle libertà fondamentali dei cittadini.

Questa forma di tutela dei diritti, attualmente presente già in vari paesi è foriera di abusi in considerazione del fatto che un’azienda il cui scopo principale è fare soldi, usualmente non tende a preoccuparsi più di tanto dei diritti dei cittadini.
Il blocco dei siti web, il filtraggio dei contenuti e le limitazioni di accesso alla rete portano talvolta a una palese sproporzione tra la violazione del diritto d’autore e la limitazione ai diritti umani fondamentali.

In questa prospettiva conviene ricordare il rapporto del relatore speciale ONU nel campo dei diritti culturali, Farida Shaheed, il quale sostiene con fermezza che occorre prestare più attenzione alle ripercussioni della tutela del copyright sui diritti umani. Il relatore dell’ONU parte dall’analisi dell’articolo 27 della Dichiarazione Universale dei diritti umani:

Articolo 27
1. Ogni individuo ha diritto di prendere parte liberamente alla vita culturale della comunità, di godere delle arti e di partecipare al progresso scientifico ed ai suoi benefici.
2. Ogni individuo ha diritto alla protezione degli interessi morali e materiali derivanti da ogni produzione scientifica, letteraria e artistica di cui egli sia autore.

Il secondo comma è generalmente interpretato quale supporto alla protezione della proprietà intellettuale, ma Shaheed precisa che il diritto umano alla protezione della paternità è un diritto non trasferibile e connaturato all’autore, il quale soltanto può esercitarlo. L’autore cede, invece, solo gli interessi economici all’editore o distributore:

Unlike copyrights, the human right to protection of authorship is non-transferable, grounded on the concept of human dignity, and may be claimed only by the human creator, “whether man or woman, individual or group of individuals.

Non si può presumere, quindi, che le aziende titolari di diritti parlino in nome degli autori.

Per cui, se da un lato occorre tutelare i diritti degli autori, dall’altro si verifica spesso che la tutela del copyright da parte dell’industria va ben oltre quanto dovrebbe, finendo per limitare il diritto alla cultura e alla partecipazione alla vita culturale, il diritto di trarre profitto dal progresso e dalla scienza (comma 1 dell’art. 27).

Shaheed sostiene, quindi, che occorre migliorare il copyright sotto l’aspetto della posizione negoziale degli autori nei confronti delle aziende, così come prevede anche il rapporto Reda, ma di contro evidenzia la necessità di un libero accesso alla cultura e alla scienza, analizzando anche l’aspetto delle licenze aperte.

L’impatto della normativa in materia di diritto d’autore sui diritti umani deve essere sempre valutato, e l’accesso alla cultura può essere limitato solo se è compatibile col diritto alla cultura, e se è strettamente necessario per la promozione del bene comune (quindi non privato). Le eccezioni al copyright in tal senso risultano un aspetto fondamentale, necessario proprio per limitare tale impatto in modo che non diventi sproporzionato. E, appunto, il rapporto Reda e quello Adinolfi evidenziano la necessità di una “norma aperta” per completare le eccezioni al copyright, una norma flessibile che nel contempo garantisca la certezza del diritto.

Gli Stati devono assicurarsi che le eccezioni al copyright non siano derogabili da contratto -continua il rapporto dell’ONU- o limitate da protezioni digitali, ed occorrono eccezioni per biblioteche e per fini culturali, per gli enti di beneficenze e per le scuole.

Ed infine, il rapporto dell’ONU chiede trasparenza e partecipazione pubblica al processo decisionale, cose che con i trattati internazionali (TPP, TTIP, ACTA) e con il trasferimento delle competenze in materia di violazione del copyright alle aziende, non sempre si realizza.

Questo rapporto appare, quindi particolarmente vicino alle posizioni espresse da Reda e Adinolfi, che prendono in considerazione i bisogni degli utenti partendo proprio dai loro problemi pratici nell’uso delle nuove tecnologie, mentre invece il parere Svoboda si preoccupa quasi esclusivamente degli interessi delle multinazionali.

È importante evidenziare la vicinanza tra il rapporto dell’ONU e le posizioni Reda e Adinolfi, poiché in tal modo si comprende che l’intento dei due relatori europei non è certo quello di smantellare i diritti degli artisti, come pure qualcuno ha adombrato, bensì quello di limitare l’impatto della tutela degli interessi economici delle aziende sui diritti fondamentali dei cittadini.

Oggi, con l’avvento di internet, non ha più motivo di esistere un monopolio degli editori e distributori che finisce per drenare i profitti degli artisti. Molti di questi ultimi, infatti, ormai abbandonano il tradizionale concetto di copyright a favore di licenze aperte, saltando l’intermediazione dei distributori, e realizzando finalmente un contatto diretto tra gli artisti e i fruitori delle opere. Queste nuove opportunità consentono altresì di eliminare anche la stretta selezione degli editori, notoriamente poco propensi al rischio, permettendo la distribuzione diretta di qualsiasi tipo di opera, anche di nicchia. Insomma niente più massificazione ed omologazione del mercato controllato dall’alto, ma diversificazione, proprio come auspicava Chris Anderson nel libro The Long Tail.

Si spera, quindi, che l’Europa sappia scegliere bene la strada da intraprendere, per una riforma che non ritenga necessaria l’autorizzazione per ogni “copia” (concetto che nell’accezione comune ha un significato molto vasto a ricomprendere qualsiasi comportamento in rete), bensì separi la pura riproduzione pedissequa in assenza di richiamo alla fonte originale da qualunque altro tipo di contaminazione.

  esempio di contaminazione in coreografia

Oggi vi sono tanti tipi di riutilizzo di un’opera, ad esempio la satira, la parodia, i commenti critici ma anche quelli positivi, gli esempi e le illustrazioni, ci sono gli spunti per le discussioni, gli accompagnamenti e i sottofondi, i reportage, l’archiviazione di materiali, i collage, i mix e i mash up. In tutti questi innumerevoli e non esaustivi casi, si ha la riproposizione di materiale altrui sul quale è possibile vi siano dei diritti autoriali, ma ciò non vuol dire classificare automaticamente tali opere come “copia”.

Autore
Avvocato e blogger. Mi interesso di diritto applicato ad internet e alle nuove tecnologie di comunicazione. @brunosaetta



“NoTav, hanno criminalizzato la partecipazione dei cittadini”

La storia di una grande mobilitazione di protesta, un modello di democrazia partecipata. 25 anni di presidi, cortei, studi, analisi di una popolazione in lotta. E ora a che punto sono i lavori della tratta Lione-Torino?


Valsusa

Articolo in partnership con i quotidiani locali del gruppo Espresso
(Per la parte video ha collaborato Michele Azzu

Tav, a che punto siamo

«Se dovessi iniziarla oggi, direi no alla Tav, perché la centralità di quell’arteria è discutibile in questo momento». Era il 2012, e Matteo Renzi, allora sindaco di Firenze e rottamatore in ascesa, parlava in questo modo della costruzione della nuova ferrovia ad alta velocità che dovrebbe collegare Torino con Lione – passando attraverso un tunnel di 57 km – e affiancare la linea storica esistente fra le due città. Posizione rimarcata anche un anno dopo: «La Tav Torino-Lione? Non è un’opera dannosa, ma inutile. Sono soldi impiegati male».
Una volta divenuto presidente del Consiglio, però, le perplessità sull’utilità di una delle storiche grandi opere pubbliche italiane sono state accantonate: «Sulla Tav si va avanti».

La scorsa settimana il Cipe (Comitato interministeriale per la programmazione economica ) ha approvato il progetto definitivo dell’opera per un costo complessivo ipotizzato di 8,6 miliardi di euro, di cui 2,6 miliardi per la tratta italiana. Sui soldi necessari non ci sono ancora certezze, però. Scrive, infatti, Maria Chiara Voci sul Sole 24 ore che le cifre «dovranno ancora essere certificate da un ente terzo, incaricato con gara internazionale da Ltf (ndr Lyon Turin Ferroviarie, società a capo del progetto)». Procedura decisa, continua la giornalista,«a seguito della polemica per le stime al rialzo (12 miliardi totali di costo a vita intera contro gli 8,6 attuali) che erano contenute nel contratto di programma sottoscritto ad agosto da Rete ferroviaria italiana».

Ieri, dopo l’accordo firmato con la Francia il 24 febbraio scorso in cui viene fissato l’inizio dei lavori al 2016, l’Italia e i cugini d’oltralpe hanno presentato la richiesta di finanziamento all’Europa del 40% della somma totale dell’opera (la risposta è attesa per giugno). Appena sei giorni fa, il presidente di Ltf, Hubert Du Mesnil, intervistato da Le Monde, si era detto dubbioso sulla possibilità che l’Unione Europea possa concedere quella percentuale, ipotizzando un ribasso del finanziamento al 20% o un rinvio del progetto.

Il Tav: un’opera costosa e inutile?

Ma «il Tav non è solo un problema di costi», scrivono su lavoce.info Francesco Ramella, insegnante di Trasporti e logistica all’Università di Torino, Paolo Beria e Raffaele Grimaldi, ricercatore in Economia dei trasporti e collaboratore nel laboratorio di politiche dei trasporti del politecnico di Milano. Quasi 25 anni fa la nuova tratta ad alta velocità era stata progettata anche perché nella previsioni del traffico ferroviario sulla linea storica contenute nei primi studi «l’infrastruttura esistente avrebbe dovuto raggiungere la saturazione nel lontano 1997», ma in realtà, spiegano i tre ricercatori, questo non è accaduto: «il numero di treni sulla tratta transfrontaliera della linea non ha mai superato la metà della capacità della infrastruttura (e oggi si attesta intorno al 25 per cento)».

Ad essere incerta, spiegano Ramella, Beria e Grimaldi «è anche la quota effettivamente spostabile sulla nuova ferrovia, che potrebbe essere ben inferiore a quanto previsto». Insomma, la richiesta è che, vista la decisione di procedere con l’opera «nonostante il radicale cambiamento delle condizioni complessive», vengano elaborate necessarie analisi «ben più approfondite di una semplice estrapolazione di un trend storico e con l’analisi che deve essere fatta – concludono – considerando tutte le alternative di percorso esistenti».

A preoccupare, inoltre, è anche il rischio di infiltrazioni mafiose negli appalti per i lavori della Torino Lione. Nel luglio scorso l’operazione “San Michele” dei Ros ha portato a galla i tentativi della ‘ndrangheta di «spartirsi la torta» di tutti i lavori di trasporto dei materiali che passavano nel cantiere di Chiomonte in Val di Susa. «La pervasività della ‘ndrangheta e la dislocazione nei piccoli centri della provincia è emersa con nettezza» aveva commentato il colonnello Roberto Massi, comandante provinciale dei carabinieri di Torino.

Storia del movimento No Tav: un modello di partecipazione dal basso

La storia del Tav non si riduce però solo ad un dibattito tecnico o di natura economica, ma è anche e soprattutto la storia di una protesta, di un movimento che ha creato un modello di partecipazione e mobilitazione dal basso. Sono stati coinvolti professori universitari, amministratori locali e cittadini fin dall’inizio degli anni ‘90, quando prende piede il progetto dell’alta velocità.

Il movimento è la storia di un popolo con legami fortissimi con la propria terra che si è fatto carico del proprio territorio, di cittadini che decidono di impegnarsi contro un’opera – calata dall’alto – ritenuta dannosa per l’ambiente, troppo costosa e sostanzialmente inutile.

In tutti questi anni il movimento ha prodotto documenti tecnici approfonditi a sostegno della protesta. La contrapposizione è tra una partecipazione di cittadini organizzata dal basso e un “potere” che cerca di imporre dall’alto – senza coinvolgere realmente il territorio – un’opera che avrebbe cambiato per sempre la vita di quella della valle. Una mobilitazione che è un modello di democrazia partecipata e di coinvolgimento di cittadini, che in questi anni è stato sottovalutato, raccontato poco e male dai media mainstream.

Da anni in Val di Susa si susseguono convegni, giornate di approfondimento, incontri con studiosi e tecnici, scuole estive che ne hanno fatto una protesta informata, consapevole. I siti dei NoTav sono una miniera di documenti, analisi tecniche, di costi, statistiche, documenti della Corte dei Conti, di bilanci e tecniche di saccheggio del denaro pubblico.

Una storia che meritava di essere raccontata diversamente. E non solo e principalmente al momento degli scontri.

Persone di una piccola valle di 90.000 abitanti, lunga non più di 80 km e larga appena 15 km, che spiegano a Valigia Blu di aver raggiunto una coscienza civica proprio grazie alla battaglia intrapresa contro la realizzazione della nuova tratta ferroviaria.

Una comunità che si è conosciuta e rafforzata anche nei presidi che dal 2005 sono nati nei luoghi in cui erano previsti carotaggi del terreno e cantieri, come uno dei primi, quello di Venaus.


(Gallery della storia dei presidi, dalla raccolta fotografica di Alberto Perino, attivista No Tav)

Nato per contrastare l’avvio dei lavori per la scavo di un cunicolo esplorativo per il Tav e diventato spazio di assemblee aperte e osservatorio del territorio. Luogo, però, che resta nella memoria storica del movimento anche per il duro sgombero da parte delle forze dell’ordine, avvenuto durante la notte del 5 e 6 dicembre di 10 anni fa, con persone ricoverate al pronto soccorso «con il naso rotto e la testa fasciata». Un trattamento quello al movimento No Tav da parte di forze dell’ordine e apparato giudiziario che per Livio Pepino, ex magistrato ora in pensione, si può definire di “repressione penale”, dovuto «a una mancanza da parte degli uomini delle istituzioni di un ascolto vero delle ragioni del territorio» che ha portato a un radicamento dello scontro, anche con atti violenti da parte di alcune frange della protesta.

Il risultato è stato che un movimento variegato, ricco di spunti e iniziative è stato ridotto “a problema di ordine pubblico” e accusato anche di finalità terroristiche da gestire con fermezza. Anche se le ultime sentenze nei confronti di attivisti No Tav, condannati per reati minori dopo l’assalto al cantiere di Chiomonte del maggio 2013, hanno chiarito che di terrorismo non c’è traccia. Scrivono infatti i giudici della Corte d’assise di Torino nelle motivazioni della sentenza del dicembre scorso:

Pur senza voler minimizzare i problemi per l’ordine pubblico causati da queste inaccettabili manifestazioni non si può non riconoscere che in Val di Susa non si vive affatto una situazione di allarme da parte della popolazione e che nessuna delle manifestazioni violente sino ad ora compiute ha inciso, neppure potenzialmente, sugli organismi statali interessati alla realizzazione dell’opera

Abbiamo provato a ripercorre i 25 anni di resistenza No Tav in questa timeline e a capire a che punto fosse la mobilitazione dopo le ultime vicende politico-giudiziarie.

> LA TIMELINE DELLA STORIA DEL TAV, 25 ANNI DI RESISTENZA <

Una valle militarizzata

«Hanno scelto Chiomonte perché meglio controllabile militarmente», spiega Claudio Giorno, storico attivista No Tav e fondatore del “Comitato Habitat”, prima particella attiva del movimento, mentre dall’alto di un’altura dinanzi al cantiere indica i muri di sbarramento che ne definiscono il confine, il ferro spinato che corre sopra e i militari che presidiano l’area. Il cantiere di Chiomonte, aperto nel 2011 dopo lo sgombero di un presidio No Tav da parte delle forze dell’ordine, è l’unica traccia concreta dei lavori della grande opera pubblica che da anni governi politici e tecnici si impegnano “portare avanti” (Berlusconi, Monti, Letta e ultimo quello di Matteo Renzi).

Da circa due anni gli operai stanno scavando un tunnel geognostico, che servirà a preparare la base per gli scavi definitivi della galleria vera e propria. Il primo chilometro scavato, dei 7,5  previsti, era stato festeggiato a giugno dell’anno scorso. Ad oggi, si legge sul sito di Ltf (Lyon Turin Ferroviarie), i km raggiunti sono 2,35, poco meno di un terzo. Lavori che Giorno rivela essere «in un ritardo tale che l’Unione Europa, finanziatrice in gran parte di questo lavoro, ha già più volte tagliato i fondi».

 

“Hanno criminalizzato la partecipazione dei cittadini”

Per Livio Pepino, presidente del Controsservatorio Valsusa,«la valle e il movimento di opposizione alla linea ad alta velocità Torino-Lione stanno diventando sempre più il crocevia di questioni fondamentali per la nostra democrazia». L’ex magistrato, ora in pensione, parla della gestione vessatoria che lo Stato, nelle sue componenti politiche e giudiziarie, ha avuto e continuare ad avere nei confronti di forme di lotta e resistenza di minoranze, come quella del movimento No Tav. «Quasi che il problema dell’opposizione al Tav – spiega Pepino – fosse di ordine pubblico, di criminalità, addirittura di terrorismo e non un grande problema politico».

 

“Sono sindaco perché sono No Tav”

«È da 25 anni che si parla di Tav da noi. I miei figli sono cresciuti con questa storia», spiega Ombretta Bertolo, sindaco di Almese, paesino in Valsusa. Un discussione pubblica che negli anni ha coinvolto prima i territori coinvolti nell’opera e poi l’intero Paese, producendo documenti, libri, spettacoli per far capire le proprie ragioni:«Abbiamo creato dentro di noi una coscienza civica che è quella che ha fatto crescere questa comunità». Sabato 21 febbraio c’è stata una manifestazione a Torino contro il Tav. Migliaia di persone si sono incontrate in piazza e hanno marciato per le strade del capoluogo piemontese. I sindaci valsusini, alla guida del corteo, hanno approvato in Piazza Castello la delibera “Salviamo il territorio”, con cui si chiede che i miliardi di euro investiti per il Tav vengano utilizzati per altri scopi: come rimettere in sicurezza scuole, dare fondi all’Università e contrastare il dissesto idrogeologico.

Leggi anche I No Tav e le comunità perdute sotto tonnellate di cemento 

Autore
"Non è il caso né di avere paura né di sperare, bisogna cercare nuove armi." Gilles Deleuze @andreazitelli_



Solo un’altra che se ne va

Siamo in tanti ad andarcene, ormai è un’emorragia. Io sono solo una di una folla, ma stavolta sono io e non un altro: questo, nella mia sceneggiatura personale, fa la differenza. Tutto è diverso quando sei tu e non un altro.


di Elena Torresani
Pubblicato su gentile concessione dell’autrice

Siamo in tanti ad andarcene, ormai è un’emorragia.

Io sono solo una di una folla, ma stavolta sono io e non un altro: questo, nella mia sceneggiatura personale, fa la differenza. Tutto è diverso quando sei tu e non un altro.

WimDelvoye, un artista belga, ha rappresentato gli esseri umani in sintesi nella sua opera “Cloaca Machine”: un grande apparato digerente che ingurgita cibo ed espelle rifiuti.

Per discostarsi da questo realismo cinico ci restano i sentimenti che proviamo, le relazioni che creiamo e sogni che realizziamo, quelli che ci portano un po’ più su delle nostre budella.

Per questo, in Italia lascio un lavoro a tempo indeterminato, una casa, un’auto, la mia famiglia e tutte le certezze, le radici che ho. Parto arrabbiata, con la fretta di chi sente di abbandonare una nave che sta affondando.

Ogni giorno mi alzo dal mio letto nella Pianura Padana sentendo di subire un’ingiustizia che non sono più disposta a sopportare, con l’unico rammarico di aver stupidamente sperato troppo a lungo di poter in qualche modo, nel mio piccolo, cambiare le cose.

Me ne vado perché devo aprire una Partita Iva per il mio bellissimo lavoro da freelance, ma non ho intenzione di farlo in Italia. Me ne vado perché sono stufa di lavorare come un asino e vedermi sottratta la maggior parte del reddito da uno Stato che io considero vergognoso da troppi decenni.

Vado via perché non voglio più mendicare mesi per ottenere un pagamento, né ricevere un’e-mail da un’azienda che non vuole onorare il suo debito in nome del fatto che “la gestione dei social network è notoriamente gratuita”.

True story

Non voglio più nemmeno essere contattata dai “guru” del digitale italiano (quelli che vanno in giro per conferenze a spiegare quanto sia necessario il digitale e quanto e perché e come vada retribuito) per collaborazioni gratuite camuffate da grandi occasioni.

Sono stanca delle lobby che se la suonano e se la cantano, del sistema che disincentiva l’impresa, dei cugini e fratelli che occupano posizioni strategiche. Non sopporto più l’intoccabilità degli incompetenti, il mercato del lavoro mortificante e impazzito.

Io e il mio compagno stiamo lasciando tutte le nostre certezze. Partiremo con due mutui alle spalle verso una città molto costosa, dove dovremmo guadagnare abbastanza per mantenere le case e i conti italiani (di cui non riusciamo a disfarci) e la nuova vita all’estero. Partiamo con contatti estremamente interessanti, ma senza niente di certo.

Saremo immigrati, e tra non molto sogneremo in una lingua diversa anche se non la sapremo nemmeno parlare come si deve.

Io che sono stata sempre molto consapevole delle mie pecche professionali ma anche dei miei punti forti, ora non sono più sicura di niente, perché lasciare tutto significa anche mettersi in discussione come mai prima, affrontare ambienti nuovi, giocare una partita infinitamente più competitiva: nessuno mi dica “ti invidio”.

Non so come andrà, ma restare a guardare non è mai stata un’opzione.

Perché vogliamo fare e vogliamo fare bene, non chiediamo altro che un sistema che ce lo permetta, riconoscimento del lavoro che facciamo, pagamenti puntuali, tasse eque: quello che dovrebbe essere la normalità e che in Italia è diventato un miraggio.

Prepariamo cartoni e grandi hard disk esterni, installiamo Skype sul telefono di mamma e papà, mettiamo in vendita cose, ne regaliamo molte altre, chiudiamo utenze, scegliamo cosa ci accompagnerà oltre Manica e cosa no.

La vita in due valigie. Nelle valigie, i clienti buoni che rimarranno con noi, i tanti amici.

Sono felice perché con noi non se ne vanno due disoccupati, ma due che un lavoro ce l’avevano e che l’hanno lasciato a chi ne aveva bisogno.

Per il resto, credo che tutte le persone in qualche modo insoddisfatte, arrabbiate, infelici o frustrate da una certa situazione abbiano non solo l’obbligo personale e sociale (perché l’infelicità ha un costo sociale altissimo) di provare in tutti i modi a migliorarla, ma anche il dovere di darsi un limite oltre il quale bisogna semplicemente andarsene: da un sentimento, da un luogo.

Ad un certo punto occorre cambiare treno.
Così.




Ilva, un decreto nato vuoto

Soldi promessi che non si trovano, questioni ambientali ancora aperte. Presentato come una svolta, il provvedimento del governo per l’acciaieria e la città di Taranto è per ora incompleto e carente.


Articolo in partnership con Fanpage.it       

di Maria Chiara Furlò e Andrea Zitelli

Aggiornamento 3 marzo 2015: Il decreto Ilva è stato approvato in via definitiva alla Camera, con 284 voti favorevoli e 126 contrari.

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Oggi alla Camera ci dovrebbe essere il voto finale sul decreto che secondo il governo salverà l’Ilva e rilancerà la città di Taranto. Un testo che però, secondo associazioni, enti e magistrati presenta forti criticità di carattere economico e ambientale, che rischiano di compromettere le aspettative dell’esecutivo di Matteo Renzi.

Quella del decreto 1/2015 è la storia di un testo nato senza risorse finanziarie certe, mal scritto ma presentato come una svolta. Ultimo di altri 6 decreti di precedenti governi che hanno tentato di rimediare, non riuscendoci, alla complessa vicenda dell’acciaieria tarantina, la più grande d’Europa. Una questione contemporaneamente giudiziaria, ambientale, economica, politica, sociale ancora aperta.

> LA TIMELINE DELLA STORIA DELL’ILVA, DALLA NASCITA ALL’AMMINISTRAZIONE STRAORDINARIA <

Un quadro drammatico quello dell’Ilva: nessun grande gruppo industriale seriamente intenzionato a comprarla, 3 miliardi di debiti certificati dal tribunale fallimentare di Milano e 4.074 esuberi che dovevano essere 4.459 prima dell’accordo tra azienda e sindacati metalmeccanici.

Renzi illustra il salvataggio della città di Taranto

Matteo Renzi, conferenza stampa del 24 dicembre 2014, via Flickr

«La responsabilità ci chiama e noi rispondiamo prendendoci il vento in faccia. Su di noi il compito di rimediare agli errori fatti nel passato». Matteo Renzi, il 24 dicembre scorso, ha presentato così gli interventi previsti per la città di Taranto e lo stabilimento industriale dell’Ilva, suddivisi in quattro voci.
In primis, ha spiegato il presidente del Consiglio in conferenza stampa, l’attenzione agli aspetti culturali, poi lo sblocco di alcuni lavori: il porto, le bonifiche e la riqualificazione della città. Terzo punto, la messa a disposizione della regione Puglia, tramite il “Fondo di sviluppo e coesione”, di una somma fino a 30 milioni di euro da investire sull’ospedale, con la costruzione di un centro per la ricerca contro i tumori, in particolare quelli dei bambini. Infine l’Ilva, per cui è prevista l’amministrazione straordinaria.

Il decreto prevede infatti la possibilità di utilizzare la legge Marzano – rivolta alla ristrutturazione industriale delle grandi imprese in crisi – come si fece per Alitalia nel 2008, ma «con risultati spero migliori», commenta Renzi. Il tutto accompagnato da un investimento pubblico «che avrà successo se avrà un tempo limitato, da un minimo di 18 mesi a un massimo di 36».

Il costo dell’operazione «è difficilmente sintetizzabile in un’unica voce», spiega Renzi, che ai 30 milioni citati, ne aggiunge altri 800, «già sbloccati, cioè già pronti da spendere per la città, extra Ilva». Gli interventi dedicati allo stabilimento e al rispetto delle previsioni dell’Autorizzazione di impatto ambientale (Aia) valgono, «stimati superficialmente», oltre un miliardo e qualche centinaio di milioni di euro. In totale, quindi l’investimento complessivo su Taranto (città e stabilimento) è di circa 2 miliardi di euro.

Il decreto in Gazzetta, ma qualcosa non torna

Queste le promesse della vigilia di Natale. Quando, però, il decreto viene pubblicato in Gazzetta Ufficiale il testo non rispecchia le promesse fatte. Le coperture presentate da Renzi non hanno un riscontro concreto e di soldi per Taranto città, ospedale e ricerca sul cancro proprio non c’è traccia. Ma anche per quanto riguarda le responsabilità dei commissari e la tempistica per la realizzazione delle prescrizioni Aia ci sono questioni poco chiare.

Diversi soggetti coinvolti nella vicenda del siderurgico hanno manifestato le loro perplessità e suggerito alcuni interventi durante le audizioni nelle Commissioni Industria e Ambiente del Senato, riunite per esaminare il decreto Ilva. Fra questi, sono intervenuti i due magistrati che più si occupano della vicenda: Francesco Greco, procuratore aggiunto di Milano, che lavora alla questione finanziaria (Ilva ha sede legale e amministrativa nel capoluogo lombardo) e Franco Sebastio, procuratore capo di Taranto che segue la parte di tutela ambientale.

Tutte le difficoltà del trovare le risorse economiche

L’Ilva vista dal centro di Taranto, via Flickr

Renzi aveva parlato di 2 miliardi di euro da investire per l’Ilva e per la riqualificazione della città di Taranto. Massimiliano Scagliarini, però, sul Sole 24 ore, dopo la pubblicazione del decreto, sottolineava che quei «soldi non ci sono». «A finanziare gran parte degli interventi di ambientalizzazione previsti dall’Aia dovrebbero essere gli 1,2 miliardi sequestrati dalla procura di Milano alla famiglia Riva. Ma – aggiungeva il giornalista – quei soldi non sono disponibili, sia perché manca il provvedimento definitivo di confisca, sia perché materialmente il denaro dovrebbe essere in Svizzera». Anche per gli interventi extra Ilva, gli 800 milioni di cui Renzi aveva detto essere «già pronti da spendere», in realtà, spiegava Scagliarini, mancano all’appello. Gli unici soldi presenti nel decreto del 5 gennaio sono i 156 milioni che «Fintecna erogherà (li ha già in bilancio) a titolo di transazione per una vecchia vertenza di quando lo stabilimento era dell’Iri».

Ulteriori perplessità sono emerse, con tutta la loro evidenza, durante le audizioni in Senato. Barbara Valenzano, custode giudiziario per l’Ilva, nella sua audizione ha parlato di fondi per ora solo “virtuali” in quanto non ancora nelle disponibilità dello Stato. Dubbi sulla consistenza delle risorse sono arrivate anche da Confindustria e Legambiente.

Ma è con l’audizione del procuratore aggiunto di Milano, Francesco Greco, che la complessità del recupero delle risorse si concretizza e acquista toni paradossali. Il magistrato spiega che solo grazie al decreto legge n. 61 del giugno 2013 (nello specifico al comma 11 quinquies dell’articolo 1) il gip di Milano, Fabrizio d’Arcangelo, ha potuto “svincolare” il denaro (1 miliardo e 200 milioni) sequestrato a Emilio e Adriano Riva nel 2013 per “metterlo a disposizione del commissario e destinarlo esclusivamente alle misure connesse alle prescrizioni dell’Aia e al risanamento ambientale”. Il paradosso è che il decreto del governo Renzi, a detta del procuratore milanese, «sembrerebbe» aver abrogato proprio questo comma. «Non siamo riusciti a capire – ha proseguito Greco – perché si fanno le leggi in questo modo, forse per un problema di gestione di potere».

Ascoltato il parere del magistrato, il governo è dovuto correre ai ripari. Per questo motivo ha presentato nei lavori in commissione al Senato un emendamento di Massimo Mucchetti, presidente della Commissione Industria al Senato e senatore PD, che permette e rafforza la possibilità dello sblocco degli 1,2 miliardi sequestrati ai Riva anche in assenza di una sentenza passata in giudicato, grazie alla garanzia fornita dallo Stato. «Trattandosi di soldi scudati – spiegava infatti Greco in commissione – gli svizzeri non fanno difficoltà al loro rientro, a patto che la procura garantisca che le somme non verranno confiscate prima della sentenza di terzo grado. Di conseguenza, vogliono che questi soldi restino al Fondo unico di giustizia, o quantomeno che ci resti un controvalore in azioni oppure in obbligazioni».

Uno dei problemi ora è capire quali saranno i tempi del rientro di questi capitali. Il procuratore Greco – che ha già lavorato su casi simili – ha spiegato, sempre durante la sua audizione, che difficilmente le somme detenute su conti all’estero si riescono ad ottenere prima della sentenza passata in giudicato: «In questo caso essendoci un complesso di procedure immaginiamo che ci vorrà qualche anno prima che questo accada», visto che siamo ancora nella fase delle indagini preliminari. Salvatore Tommaselli, invece, senatore Pd e relatore del disegno di legge di conversione del decreto per la 10° Commissione, sentito da Valigia Blu è più ottimista rispetto al procuratore di Milano: «secondo me, entro il giro di pochi mesi potranno essere acquisiti».

Intanto, solo a metà febbraio è stato deciso che da Cassa depositi e prestiti arriveranno all’Ilva 400 milioni di euro sotto forma di finanziamenti garantiti dallo Stato da utilizzare per “gli investimenti necessari al risanamento ambientale”, e per quelli “destinati ad interventi a favore di ricerca, sviluppo e innovazione, formazione e occupazione, nel rispetto della normativa dell’Unione europea”. Altri 260 milioni arriveranno invece dai prestiti bancari, grazie alla riattivazione della linea di credito con Intesa Sanpaolo e Unicredit. Finora l’Ilva è esposta nei confronti di queste due banche e del Banco Popolare per circa 2 miliardi di euro.

Il salvacondotto dei commissari e il problema delle prescrizioni ambientali

Le perplessità della procura tarantina si concentrano sull’articolo 2 del decreto (“Disciplina applicabile ad Ilva S.p.a.”). La prima di queste riguarda il comma 5, in cui si stabilisce che il piano delle misure di tutela ambientale e sanitaria si considererà rispettato se entro il prossimo 31 luglio saranno realizzate almeno l’80% delle prescrizioni.

Sul punto, la domanda che si pone il procuratore Sebastio è: «Come verrà calcolato questo 80%? Su base numerica oppure in termini economici?». E fa questo esempio: «Supponiamo che l’Aia preveda 100 prescrizioni. Se 80 sono di tipo formale (tipo dovete mettere il cartello “ci sono carichi sospesi”) a cui corrisponde un costo complessivo di 10 mila euro e altre 20 invece si riferiscono alla copertura dei parchi minerari, alle cokerie e agli impianti e costano 3 miliardi, si dà lo stesso peso a entrambe oppure no?».

Una prima  risposta arriva dai  sub-commissari Ilva che – ascoltati dalle stesse Commissioni – avevano dichiarato di interpretare la norma in senso numerico e non economico, «come avvallato anche dal ministero dell’Ambiente». Confermando così i dubbi avanzati non solo dal magistrato tarantino.

Il chiarimento definitivo – che conferma quanto detto dai commissari – è arrivato da una modifica introdotta al testo originario del decreto dopo il passaggio in Senato. Al comma 5 dell’articolo 2, infatti, il primo periodo è sostituito dal seguente: «Il piano di cui al D.P.C.M. 14 marzo 2014 (ndr l’Aia) si intende attuato se entro il 31 luglio 2015 sia stato realizzato, almeno nella misura dell’80 per cento, il numero di prescrizioni in scadenza a quella data» .

A preoccupare di più Legambiente era che il termine ultimo per l’attuazione di tutte le altre prescrizioni sarebbe stato stabilito con un atto del Presidente del Consiglio: «Quindi, la definizione dei tempi di realizzazione degli interventi, necessari a coniugare diritto al lavoro e diritto alla salute e all’ambiente, viene affidata a un decreto di cui si ignora persino quando verrà adottato». Su questo aspetto è però stata inserita una modifica in Senato, stabilendo che l’Aia dovrà essere completata al 100% entro il 4 agosto 2016.

Un altro punto poco chiaro segnalato dal procuratore Sebastio riguarda il comma 6 dell’articolo 2 in cui si dispone che “le condotte poste in essere in attuazione del Piano (ndr l’Aia) non possono dare luogo a responsabilità penale o amministrativa del commissario straordinario e dei soggetti da questo funzionalmente delegati, in quanto costituiscono adempimento delle migliori regole preventive in materia ambientale, di tutela della salute e dell’incolumità pubblica e di sicurezza sul lavoro”.

«Dire a futura memoria: “non sarai penalmente perseguibile per quello che commetterai in futuro” lascia un po’ perplessi», commenta Sebastio, che si chiede «E se non si portano a termine le disposizioni previste? La norma di salvaguardia vale oppure no? E per le condotte seguite dai commissari negli ultimi due anni?»

La preoccupazione dei magistrati tarantini è dovuta al fatto che nel frattempo la procura ha avviato un ulteriore filone di indagini, sempre per reati in materia ambientale, in seguito alla ricezione di «una serie sterminata di esposti in cui si sostiene che lo stabilimento continua a produrre gli stessi fatti di grave inquinamento che erano e sono oggetto dell’attuale procedimento penale». In questo momento, i magistrati stanno valutando quale via seguire e nella valutazione devono tenere conto di ciò che emergeva dalle leggi precedenti e di quello che emergerà dalle future, proprio nel caso si profilasse la possibilità di eventuali responsabilità degli attuali commissari.

Ospedale, ricerca sul cancro e interventi per la città: dove sono i soldi promessi?

Il lavoro svolto dalle Commissioni riunite al Senato ha tentato di colmare le distanze fra il testo originario del decreto e le promesse fatte da Matteo Renzi sul futuro della città di Taranto e del suo ospedale, ma non c’è riuscito. Dei trenta milioni da destinare alla cura del cancro e alla ricerca scientifica, specialmente delle forme che aggrediscono i bambini, ne sono rimasti solo cinque, nello specifico così distribuiti  “0,5 milioni di euro per l’anno 2015 e 4,5 milioni di euro per l’anno 2016”. Degli 800 milioni da destinare alla città e quindi “extra-Ilva” continua a non esserci  traccia alcuna.

Nel documento arrivato in esame alla Camera ci sono solo 10 milioni di euro da destinare alla messa in sicurezza e gestione dei rifiuti radioattivi in deposito nell’area ex Cemerad  del Comune di Statte, in provincia di Taranto (comma 5-bis). Le specifiche disposizioni per la città di Taranto sono rinviate al contratto istituzionale di sviluppo denominato “CIS Taranto” di cui si parla all’articolo 5 del decreto e con cui si dovrà far fronte alla situazione di criticità riguardante l’area cittadina. Resta ferma però, al comma 3 dello stesso articolo, la seguente disposizione: “Dall’attuazione del presente articolo non devono derivare  nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica”.

Al comma 1 dell’articolo 8, dedicato al Piano nazionale della città e relativi interventi nel comune di Taranto viene invece inserito questo passaggio: “Il Piano di interventi può prevedere la valorizzazione di eventuali immobili di proprietà pubblica meritevoli di salvaguardia e riqualificazione nonché la realizzazione di opere di urbanizzazione primaria e secondaria, in particolare di centri culturali, ambulatori polispecialistici ed aree verdi attrezzate con strutture ludico-ricreative”.
Ai ministeri dei Beni e delle attività culturali e del Turismo e della Difesa, d’intesa con la Regione Puglia e il Comune di Taranto, spetterà invece predisporre, entro sessanta giorni dall’entrata in vigore della legge di conversione, un progetto di valorizzazione culturale e turistica dell’Arsenale di Taranto (ferme restando la prioritaria destinazione ad arsenale del  complesso e le prioritarie esigenze operative e logistiche della Marina Militare).

Sia il piano che il progetto però dovranno essere sottoposti al CIPE ai fini dell’approvazione e assegnazione delle risorse finanziarie “nel limite delle risorse annualmente disponibili e garantendo comunque la neutralità dei saldi di finanza pubblica”. Il decreto non stanzia quindi alcuna somma. Renzi invece aveva parlato di 30 milioni per l’ospedale e di 800 milioni per la città.

I crediti dell’indotto

Gli operatori dell’indotto Ilva non ricevono lo stipendio da mesi, a causa dei ritardi nel pagamento dei debiti con le imprese fornitrici. Le Commissioni riunite in Senato hanno lavorato anche su questo aspetto, visto che il testo del 5 gennaio non se n’era occupato a dovere. La nuova versione del decreto rende pre deducibili i crediti delle piccole e medie imprese che hanno svolto, sotto il regime del commissario straordinario, attività per la prestazione di beni e servizi in ambito ambientale, per la sicurezza e per la continuità degli impianti produttivi e per l’attuazione dello stesso piano ambientale.
Inoltre, con l’art. 2-bis si rendono disponibili 35 milioni di euro del Fondo centrale di garanzia per la liquidità delle piccole e medie imprese “con cui attivare una linea di credito per l’indotto– spiega il senatore Tomaselli –  garantita all’80% dallo Stato attraverso lo stesso fondo di garanzia. Bisogna tener presente – continua Tomaselli – che con 30 milioni di questo fondo si attivano 300-400 milioni di crediti». Per quanto riguarda le piccole e medie imprese dell’autotrasporto, l’art. 2 (comma 8-bis) prevede ora anche la sospensione dei termini per i versamenti dei tributi erariali fino al prossimo 15 settembre. Infine, per le Pmi fornitrici dell’Ilva, nello stesso articolo, è stata prevista l’estensione della moratoria in materia di mutui e finanziamenti fino al 2017.

Gli autotrasportatori, che con l’Ilva hanno un credito totale di svariati milioni di euro, in presidio davanti allo stabilimento, non sono soddisfatti dell’ultima versione del decreto perché, denunciano, non tutela i loro crediti pregressi. Dopo lo sciopero e le mobilitazioni degli ultimi mesi, hanno lanciato un nuovo ultimatum chiedendo un incontro per oggi ai tre commissari straordinari dell’Ilva per avere risposte certe. Se non ci sarà una fumata bianca, è stato promesso il blocco totale dei rifornimenti e una marcia a Roma dei tir dalle tre sedi Ilva in Italia.

Update 27/2: Al termine dell’incontro tra i tre commissari e le sigle dell’autotrasporto è stato raggiunto un accordo sui crediti futuri, con promesse e impegni da parte dell’azienda anche su quelli pregressi. Anche se i blocchi davanti ai cancelli dell’Ilva sono terminati, manca però compattezza tra gli autrasportatori. “Trasporto unito” ha definito infatti “sconveniente” l’accordo raggiunto, annunciando un ricorso legale contro l’intesa. Gli autrasportatori di Taranto hanno comunque avvertito che la tregua raggiunta finirà e i blocchi torneranno se tra un mese sui crediti pregressi non si sarà trovata una soluzione.

No ai risarcimenti per l’inquinamento dell’Ilva

Diretta conseguenza dell’amministrazione straordinaria a cui è sottoposto lo stabilimento è la mancata possibilità per i cittadini tarantini di essere risarciti dall’Ilva per i danni ambientali. Lo scorso 5 febbraio infatti il giudice dell’udienza preliminare, Wilma Gilli,  durante il processo “Ambiente svenduto” che si sta svolgendo a Taranto, ha bloccato le richieste di risarcimento (30 miliardi in totale) che erano state avanzate dalle parti civili: associazioni delle famiglie delle vittime, i ministeri dell’Ambiente e della Salute, Regione, Comune di Taranto, ecc. Un fatto che ha scatenato forti polemiche e indignazione anche se «restano le eventuali responsabilità penali dei singoli – come  spiega Domenico Palmiotti sul Sole 24 ore – ma per i risarcimenti le parti civili che si ritengono lese o dovranno procedere nei confronti dei singoli, oppure fare istanza al Tribunale fallimentare di Milano che sovrintende alla procedure dell’amministrazione straordinaria».




Un anno di governo Renzi: il fact checking definitivo passo dopo passo

Costituzione, legge elettorale, lavoro, scuola, pubblica amministrazione, giustizia, trasparenza, ecc. Le promesse, cosa è stato fatto, cosa no e soprattutto come.


Articolo in partnership con i quotidiani locali del gruppo Espresso
di Angelo RomanoAntonio Scalari, Vincenzo Marino

«I tempi delle riforme non possono più essere considerati una variabile indipendente», così aveva esordito Matteo Renzi, un anno fa, nel discorso di fiducia al Senato. Da qui, l’annuncio di un cronoprogramma che prevedeva una riforma al mese, che Valigia Blu ha seguito con il countdown. Poi il successo alle elezioni europee e il cambio di passo. Dalla frenesia di promesse con brevi scadenze al piano dei mille giorni, da verificare passodopopasso.

A marzo 2014 il governo si presentò agli italiani con le slides della “Svolta Buona”. Molte le riforme e gli interventi previsti. Se alcuni provvedimenti, come il “bonus 80 euro”e il rafforzamento del fondo di garanzia per le PMI, sono stati rispettati, altri lo sono stati solo in parte. Per altri ancora, gli obiettivi che il governo si era proposto rimangono lontani, come per il piano per l’edilizia scolastica o lo sblocco dei debiti della Pa.

E poi il grande capitolo delle riforme politiche. Quella costituzionale, come annunciato, dovrebbe porre fine al bicameralismo perfetto e affidare il potere legislativo alla sola Camera. Ma il nuovo senato non sarà più un organo eletto direttamente dai cittadini. La legge elettorale entrerà in vigore solo dal 1 luglio 2016 e non abolirà del tutto il blocco delle preferenze, che rimarrà per i capilista. 

Con la riforma del mercato del lavoro, il Jobs Act, Matteo Renzi dichiarava di volere eliminare per sempre le numerose tipologie contrattuali precarie, ma molte di esse sopravvivono, come il contratto di lavoro interinale e il lavoro a chiamata. Per quanto riguarda la giustizia, alcuni obiettivi sono stati raggiunti, come nel civile (la revisione della distribuzione territoriale dei tribunali) ma poco finora è stato fatto, a dispetto degli annunci, su falso in bilancio, corruzione e prescrizione. Il decreto della delega fiscale, con la norma detta “salva Berlusconi”, era previsto per il 20 febbraio ma poi è stato rimandato «più in là di marzo», con possibili modifiche dopo le polemiche, del mese scorso, sulla norma in questione.

Infine i temi “grandi assenti”, se non per interventi minori o confusi nei numerosi articoli della Legge di Stabilità. Tra tutti, l’Università e la Ricerca, per le quali non si intravedono interventi necessari per rilanciarle. Passando il cursore sulle slide si può controllare a che punto sono le riforme promesse dal governo Renzi.

Il Governo della Svolta Buona?

A un anno di distanza, alcuni dati del dossier di OpenPolis sulla composizione e le attività degli esecutivi Berlusconi, Monti, Letta e Renzi, sembrano indicare altro.

Numero membri governo

Il numero dei membri del governo è superiore a quello dell’esecutivo di Mario Monti ed è in linea con i precedenti. A fronte di un minor numero di ministri, alto è il numero di vice-ministri e sottosegretari.

Interrogato non risponde
Nel dossier OpenPolis si legge: «Interrogato non risponde. Compito del Parlamento è anche quello di vigilare sull’attività del governo, operazione che svolge perlopiù attraverso la presentazione di interrogazioni e interpellanze. Le risposte che riceve però sono bassissime, in totale viene data attenzione solo al 35% dei quesiti, con la percentuale che tocca il punto più basso con il governo Renzi, sotto il 25%».  

Alcuni dati di contesto

Maggio 2014. Renzi, commentando le stime dell’Ocse (+ 0,5): «Le previsioni prudenti saranno smentite». Luglio 2014. IlSole24Ore: «Il governo si prepara a rivedere al ribasso le previsioni di crescita per quest’anno». Agosto 2014. Renzi: «La ripresa è un po’ come l’estate: non è arrivata quando volevamo, magari non è bella come volevamo, arriva un po’ in ritardo ma arriva.» Dicembre 2014. Istat: «Nel quarto trimestre del 2014 il prodotto interno lordo (PIL)  è diminuito dello 0,3% nei confronti del quarto trimestre del 2013.» Debito Pubblico

Secondo la Banca d’Italia il debito pubblico nel 2014 è aumentato di 66 miliardi: «Al 31 dicembre del 2014 il debito delle Amministrazioni pubbliche è risultato pari a 2.134,9 miliardi. A fine 2013 il debito era pari a 2.068,7 miliardi.». A dicembre, tuttavia, il debito è diminuito di 26 miliardi rispetto a novembre. Produzione industriale

Secondo i dati ISTAT, rispetto al 2013, nell’intero anno 2014, il fatturato dell’industria segna un aumento dello 0,1%, sintesi di una flessione sul mercato interno (-1,2%) e di un incremento su quello estero (+2,9%).

Occupazione

Secondo l’ISTAT il tasso di disoccupazione a dicembre è sceso al 12,9%, – 0,4% rispetto novembre.  Il tasso di disoccupazione giovanile (15-24 anni) a dicembre scende al 42%, rispetto al 43% di novembre. Il numero dei  disoccupati è diminuito del 3,2% rispetto al mese di novembre, ma è aumentato rispetto al 2013 (+2,9). I disoccupati sono 3 milioni 322 mila, in calo del 3,2% rispetto al mese precedente (-109 mila) ma sono aumentati del 2,9% in un anno (+95 mila).

Riforme costituzionali e nuova legge elettorale

Riforma del Senato

Passa il cursore sull’immagine

A che punto siamo: Approvata in prima lettura al Senato. In attesa di approvazione, con modifiche, alla Camera, prevista per i primi di marzo, e del secondo passaggio nei due rami del Parlamento.

Cosa prevede: Fine del bicameralismo perfetto. Il potere legislativo spetterà alla sola Camera dei Deputati. Il Senato avrà funzione di raccordo tra lo Stato e Regioni e Comuni e conserverà potere di voto solo per riforme costituzionali, leggi elettorali degli enti locali, referendum popolari, trattati con l’Unione Europea e temi eticamente sensibili. Sulla legge di bilancio l’ultima parola spetterà alla Camera, che potrà decidere di non tenere conto di eventuali modifiche proposte dal Senato.

Il nuovo Senato: Sarà composto da 100 senatori (e non più 315), 5 nominati dal Presidente della Repubblica (per 7 anni non rinnovabili), 95 scelti dai Consigli Regionali (74 consiglieri regionali e 21 sindaci), ripartiti per peso demografico, e pertanto non più eletti direttamente dai cittadini. La durata del mandato coinciderà con quello delle rispettive istituzioni territoriali. I senatori non riceveranno alcuna indennità (si prevede un risparmio di 50 milioni l’anno) e avranno le stesse tutele dei deputati (immunità).

Situazioni straordinarie: Il Presidente dalla Repubblica può sciogliere la Camera, non più il Senato; Capo dello Stato supplente sarà il Presidente della Camera, non più quello del Senato; il Parlamento in seduta comune è presieduto dal Presidente del Senato, non da quello della Camera.

Elezione del Presidente della Repubblica: il Presidente della Repubblica viene eletto da deputati e senatori in seduta comune (730 grandi elettori). Nei primi tre scrutini saranno necessari i 2/3 dei voti; dal quarto al sesto, i 3/5; dal settimo scrutinio in poi la maggioranza assoluta.

Riorganizzazione delle competenze Stato-Regioni-Enti Locali

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Riforma del Titolo V

A che punto siamo: La rivisitazione del Titolo V della Costituzione è parte della riforma Costituzionale.

Cosa prevede: una nuova ripartizione delle competenze legislative tra Stato e Regioni in tema di energia, infrastrutture e trasporti (art. 117), la scomparsa delle Province (art. 114), che cedono le loro funzioni a Comuni e Regioni. L’efficienza organizzativa viene accompagnata da misure di riduzione della spesa pubblica (abolizione dei finanziamenti e dei rimborsi pubblici dei gruppi politici nei consigli regionali; tagli dei compensi dei consiglieri regionali, equiparati a quelli del sindaco del comune capoluogo di Regione; introduzione di costi standard nazionali per le forniture pubbliche) e di accertamento delle responsabilità (autonomia degli enti locali concesse a condizione che non comportino perdite di bilancio per lo Stato; decadimento delle funzioni di governo di Regioni o enti locali per chi è responsabile di dissesto finanziario dell’Ente amministrato).

Abolizione delle Province

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A che punto siamo: La legge 56/2014 (o Legge Delrio) è stata approvata definitivamente alla Camera il 3 aprile 2014.

Cosa prevede: La legge prevede l’istituzione dall’1 gennaio di dieci città metropolitane (Torino, Milano, Venezia, Genova, Bologna, Firenze, Bari, Napoli e Reggio Calabria e Roma, che nella legge ha un capitolo a parte, in quanto capitale), il cui territorio coinciderà con quello della provincia omonima. In attesa della loro cancellazione, prevista dalla riforma del Titolo V della Costituzione, le province (enti di area vasta) rimangono, passando da 107 a 97. Ad esse restano alcune funzioni come ad esempio la pianificazione territoriale e dei servizi di trasporto del proprio territorio e la gestione dell’edilizia scolastica. Presidente e consiglieri provinciali non sono più eletti dai cittadini ma sono scelti dai consiglieri comunali degli enti di quel territorio.

Le Province, dunque, restano? No. Ancora sì. Forse no.
Oltre alle forti perplessità circa l’efficacia della riforma, ad oggi ci si trova in una situazione di schizofrenia normativa, provocata dai ritardi conosciuti dall’iter della legge Delrio e dagli effetti immediati della Legge di Stabilità 2015. Che cosa è successo? Il decreto attuativo della Legge Delrio prevedeva che ogni regione approvasse entro il 31 dicembre 2014 una legge di ridefinizione delle funzioni delle vecchie Province. Secondo il dossier dell’UPI (Unione delle Province Italiane) del 15 gennaio 2015, nessuna regione ha approvato il piano di riordino entro la data prestabilita. Nel frattempo, però, l’approvazione della Legge di Stabilità ha reso immediatamente effettivi tagli di risorse alle Province, già previste dalla legge Delrio al termine del suo iter.

Risultato? Per quanto l’informativa del Governo dello scorso 8 agosto ci dica che le province sono scomparse dalla Costituzione, senza la riforma del Titolo V esse continuano ad esistere e a esercitare le proprie funzioni, facendo fronte ai tagli imposti dalla legge di Stabilità 2015, che impone a Province e Città metropolitane un taglio di 1 miliardo per il 2015, 2 miliardi per il 2016 e 3 miliardi per il 2017: un sacrificio, che secondo l’Upi, renderà impossibile garantire i servizi essenziali ai cittadini in capo alle Province e alle Città metropolitane.

Legge elettorale 

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A che punto siamo: Approvata alla Camera e al Senato, è in attesa di approvazione definitiva alla Camera. La legge entrerà in vigore a partire dall’1 luglio 2016

Cosa prevede: La legge elettorale varrà solo per la Camera nel caso in cui passasse in via definitiva la legge di riforma del Senato, non più direttamente elettivo.

Premio di maggioranza: Non si parla più di coalizioni, ma di liste. La lista che supera il 40% dei voti ottiene un premio di maggioranza pari a 340 seggi (su 630). La lista non coincide con il partito, una lista può prevedere al suo interno candidati di diversi partiti che si aggregano in una lista comune. Se nessuna lista raggiunge il 40% dei voti al primo turno, le prime due liste vanno al ballottaggio. La lista che prende un voto in più dell’altra ottiene il premio di maggioranza.

Soglia di sbarramento: Per poter accedere alla Camera è prevista una soglia di sbarramento del 3% (Nella versione iniziale, vi erano tre distinte soglie di sbarramento: 12% per le coalizioni, 8% per i partiti non coalizzati, 4% per i partiti coalizzati).

Preferenze e capilista: Saranno costituiti 100 collegi plurinominali. I partiti che otterranno i voti necessari eleggeranno automaticamente il loro capolista, deciso dal partito. A partire dal secondo eletto varranno i voti di preferenza: sarà possibile segnare due nomi sulla scheda elettorale, un uomo e una donna.

Candidature plurime: A differenza degli altri candidati, i capilista possono candidarsi contemporaneamente in dieci collegi.

Lavoro

A che punto siamo: A marzo 2014, il Governo si proponeva di ridurre le forme contrattuali a termine (co.co.pro, lavoro interinale, tempo determinato), individuare fondi per l’inserimento dei giovani nel mondo del lavoro e incentivare le imprese ad assumere.

Due sono stati gli interventi del Governo: riforma generale del mercato del lavoro (Jobs Act) per semplificare le regole di assunzione e introdurre regole prevedibili per i licenziamenti; sussidi di disoccupazione, per aumentare la copertura per un più ampio range di beneficiari. Entrambi gli interventi sono stati approvati dal Senato il 3 dicembre 2014.

Cosa è successo? Permangono i dubbi sull’efficacia del Jobs Act rispetto alla precarizzazione delle forme contrattuali. A fronte della modifica dell’articolo 18, restano lavoro interinale, lavoro a chiamata, tempo determinato a 36 mesi rinnovabile 5 volte.

Garanzia Giovani:

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A causa di ritardi nell’attuazione del piano da parte degli enti locali e l’assenza di una struttura di coordinamento, la misura si è rivelata fino ad ora un flop. Solo una piccola parte ha tratto reale beneficio dalla Youth Guarantee. Nel rapporto inviato da Adapt al vicepresidente della Commissione europea Jyrki Katainen, si legge che solo il 3% ha ricevuto una qualche forma di risposta in termini di lavoro o di stage.

Assegno universale di disoccupazione:

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Per quanto riguarda l’assegno universale disoccupazione, il Governo ha istituito il Naspi (Nuova prestazione di Assicurazione Sociale per l’Impiego): l’assegno di disoccupazione universale partirà a maggio 2015 e sarà corrisposto al massimo per 2 anni (6 mesi per i precari).

Tutela per le donne: Il Jobs Act indica alcune linee su cui il Governo intende muoversi: l’estensione della indennità di maternità a tutte le categorie di donne lavoratrici; la garanzia, per le lavoratrici madri parasubordinate, del diritto alla prestazione assistenziale anche in caso di mancato versamento dei contributi da parte del datore di lavoro; l’incentivazione di accordi collettivi per promuovere flessibilità di orario; l’integrazione dell’offerta di servizi per l’infanzia forniti dalle aziende nel sistema pubblico-privato dei servizi alla persona. Nel decreto attuativo presentato il 20 febbraio il governo ha dato delle iniziali indicazioni sul tema della conciliazione casa/lavoro.

Fondo per le imprese sociali:

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Lo scorso 6 agosto il ministro del Lavoro Poletti ha presentato la legge delega per la riforma del Terzo Settore. Durante la conferenza stampa è stato chiarito che il fondo per le imprese sociali sarà di 50 milioni di euro (dai 500 milioni iniziali promessi da Matteo Renzi). Il testo deve essere votato in Parlamento. Una volta entrata in vigore, il governo ha promesso 12 mesi di tempo per adottare i decreti legislativi.

Spending Review e legge di stabilità

A che punto siamo: La spending review non è il documento tecnico presentato dal commissario straordinario Cottarelli, ma il piano di tagli che dovranno essere decisi dal governo (come precisato da Renzi stesso). A ottobre, la Ragioneria di Stato ha approvato la Legge di Stabilità varata dal governo e che prevede una riduzione complessiva delle spese dello Stato per un valore di 6,1 miliardi di euro, dei quali la maggior parte dovrà arrivare dai ministeri. I tagli riguarderanno in modo particolare la Difesa che dovrebbe contribuire con un risparmio di 504 milioni. La sforbiciata interesserà inoltre 43 enti e organismi pubblici per una riduzione totale delle spese di circa 22 milioni di euro.

All’interno della Legge di Stabilità il governo ha previsto una clausola di salvaguardia. Introdotta per la prima volta nella manovra di luglio del 2011 (Dl 98) e più volte modificata negli ultimi mesi, la clausola di salvaguardia è la norma che prevedeva l’aumento automatico dell’Iva nel caso non fossero stati recuperati 6,5 miliardi l’anno con il riordino dei bonus fiscali e assistenziali.

Ai commi 3 e 4 dell’articolo 45 della Legge di Stabilità c’è scritto che, in mancanza di nuove e future misure per ridurre la spesa pubblica o aumentare il gettito fiscale, il governo ha già pronte tasse aggiuntive dal 1° gennaio 2016. Nello specifico, aumenterà innanzitutto l’Iva. Dal 2016 l’Iva sui beni essenziali, come carne e uova, passerà dal 10% al 12%, poi al 13% nel 2018; l’aliquota generale, quella applicata a vestiti, elettrodomestici e tutto il resto, passerà dal 22% al 24% nel 2016, al 25% nel 2017 e addirittura al 25,5% nel 2018.

Giustizia

A che punto siamo: DDL approvato l’1 settembre 2014. Il testo del DL di Riforma della Giustizia Civile è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 12 settembre 2014.

«Addio ai tribunali pieni di scartoffie». Il 30 giugno 2014, Renzi annunciava la riforma della giustizia in 12 punti puntando su alcuni temi caldi: riduzione della durata dei processi, dimezzamento dell’arretrato della giustizia civile, riforma della prescrizione, riorganizzazione della distribuzione territoriale dei tribunali. Nel pacchetto giustizia, il presidente del Consiglio prometteva anche norme su falso in bilancio e antiriciclaggio, sulle intercettazioni e sulla responsabilità civile dei magistrati.

Su passodopopasso viene posta enfasi su quegli interventi che rendono, secondo il governo, più efficiente la macchina giudiziaria: razionalizzazione della spesa, obbligatorietà del processo civile telematico, sblocco dei processi arretrati, diminuzione delle cause pendenti ottenuta anche attraverso la riduzione della chiusura estiva dei tribunali.

Che cosa è successo? Nell’ambito della Giustizia Civile alcuni obiettivi sono stati raggiunti: revisione della distribuzione territoriale dei tribunali (eliminati 31 tribunali e una centinaia di sedi distaccata in via di ciusura); in via di rodaggio l’informatizzazione del processo telematico.

Sulla punibilità dei reati è stato approvato uno schema di decreto delegato che riveda il sistema delle sanzioni, attuando lo svuotacarceri approvato nei mesi scorsi. È stata abbozzata una proposta di riforma che porti a una «più rapida definizione, con decreto di archiviazione o con sentenza di assoluzione, dei procedimenti iniziati nei confronti di soggetti che abbiano commesso fatti di penale rilievo caratterizzati da una complessiva tenuità del fatto, evitando l’avvio di giudizi complessi e dispendiosi laddove la sanzione penale non risulti necessaria».

Poco è stato fatto su falso in bilancio e prescrizione, ancora ai primi passaggi parlamentari. Il taglio delle ferie ai magistrati, deciso con  un decreto governativo, convertito dal Parlamento, è diventato legge e uno dei simboli della rinnovata efficienza della Giustizia. La norma ha suscitato le perplessità dei magistrati: «Ma soprattutto è falso dire che la riforma delle ferie renderà la giustizia più rapida, perché ci vorrebbe ben altro», ha dichiarato Caselli in un’intervista a laRepubblica.

Misure fiscali e per la crescita

Marzo 2014: «Più garanzie per i crediti alle PMI, rafforzare il fondo di garanzia per il credito».

A gennaio 2015 il Fondo di Garanzia per le PMI viene aperto a nuovi intermediari diversi dagli istituti di credito. Ora potranno concedere finanziamenti alle imprese anche le assicurazioni e i fondi di credito, con la garanzia dello Stato.

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Marzo 2014: «Dal 1 maggio, Irap, meno 10% alle aziende. Rimodulazione della tassazione sulle rendite finanziarie dal 20% al 26%».

A luglio l’aliquota sui redditi di natura finanziaria passa dal 20 al 26%. Lo sconto sull’IRAP sul costo del lavoro dipendente viene introdotto solo con Legge di Stabilità 2015 di ottobre, parzialmente neutralizzato dall’annullamento del taglio delle aliquote IRAP introdotto solo pochi mesi prima, che torneranno dal 3,5% al 3,9%, ai livelli del 2013, e con effetto retroattivo per il 2014 (in deroga allo Statuto del contribuente). A copertura del taglio, ora annullato, era stato predisposto l’aumento della tassazione sulle rendite finanziarie dal 20% al 26% (che invece rimane).

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Marzo 2014: «Dall’1 maggio, meno 10% sul costo dell’energia per le imprese».
Il Governo a giugno annuncia il taglio del 10% il costo dell’energia elettrica alle piccole e medie imprese. Il ministro dello Sviluppo Economico Federica Guidi firma il provvedimento di attuazione del taglio solo a ottobre. A febbraio 2015 il Ministero dello Sviluppo Economico annuncia che «con il “taglia bollette” e le altre agevolazioni le Pmi spenderanno 1,7 miliardi in meno». La riduzione finale sarà compresa tra l’8,5% e il 10%.

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Bonus Irpef di 80 euro. Con la Legge di stabilità 2015 diventa permanente.

Marzo 2014: «Una casa per tutti. Sblocco del piano casa».

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Il Governo annuncia che «entro metà marzo sarà pronto un provvedimento per un piano casa da circa 400 milioni di euro».

Pubblica Amministrazione

Sblocco pagamenti debiti Pubblica Amministrazione

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Marzo 2014: «Sblocco immediato e totale pagamento debiti PA, 68 miliardi entro luglio».

Matteo Renzi, a Porta a Porta, promette di pagare tutti i debiti della Pubblica Amministrazione entro il 21 settembre. A Febbraio 2015, il Ministero dell’Economia annuncia che i pagamenti effettuati ai creditori ammontano a 36,5 miliardi. Secondo ImpresaLavoro si tratterebbe di meno della metà di quanto dovuto dalla Pubblica Amministrazione ai creditori.

Riforma della Pubblica Amministrazione
Il premier aveva fissato la scadenza per la riforma Pa a fine aprile 2014, per poi rimandarla a giugno. A febbraio 2015, il disegno di legge delega sulla riforma è ancora all’esame della commissione Affari Costituzionali del Senato.

Per quanto abbia fatto della trasparenza e dell’accountability i vessilli di diverse sue riforme, il governo nulla ha fatto a proposito del Freedom of Information Act. Nei mesi scorsi, oltre trenta associazioni riunite sotto il cappello di #FOIA4Italy hanno avviato un percorso collaborativo di scrittura di una proposta di legge, aperta ai contributi di tutti. Il testo del FOIA4Italy è stato presentato nei giorni scorsi alla Camera dei Deputati a tutti i parlamentari che avevano segnalato il proprio interesse in merito, chiedendo una legge più evoluta possibile.

Scuola

Due sono gli interventi del Governo in materia di scuola: la “buona scuola”, volta a una riorganizzazione dell’intero sistema-scuola e il piano straordinario di edilizia scolastica.

La buona scuola
A che punto siamo: Conclusione dell’iter previsto per gli inizi 2015. Alla riapertura delle scuole dopo le vacanze natalizie, Renzi ha dichiarato che il Decreto Legge sarà pronto entro il 28 febbraio.

Cosa prevede? La Buona Scuola è una riforma di sistema, con l’obiettivo di snellire le procedure di funzionamento della macchina scolastica, aprire le scuole al territorio, far dialogare formazione e lavoro. Le parole chiave sono ancora: trasparenza, velocità, apertura, innovazione, digitalizzazione, valutazione e merito.

Punti centrali sono la stabilizzazione dei precari, la definizione per ogni istituto di un organico funzionale al quale attingere per poter avere all’inizio dell’anno scolastico certezza dei docenti a disposizione, la ridefinizione dei criteri delle carriere dei docenti, in base a formazione iniziale e in itinere.

Ci sono forti perplessità sulle risorse che la riforma richiede. Dopo la Legge di Stabilità 2015, c’è il rischio che i tagli siano superiori agli investimenti e che i fondi vadano trovati all’interno del Ministero.

Rispetto alla composizione degli organici funzionali c’è il rischio di uno squilibrio tra domanda (fabbisogno di docenti) e offerta (competenze didattico-disciplinari degli iscritti alle Gae), per aree di insegnamento (ad es. per matematica nelle medie non vi sono abbastanza docenti anche attingendo a piene mani dalle Gae, in altre materie vi è invece una sovrabbondanza di offerta) e per territorio (l’evoluzione della popolazione studentesca farà aumentare le cattedre al Centro-Nord e diminuire quelle al Sud, ma gli iscritti alle Gae sono in maggioranza residenti nelle regioni meridionali).

Restano opacità sulla valutazione. La proposta è quella di abolire gli scatti di anzianità, premiando invece ogni tre anni i due terzi dei docenti di ogni scuola identificati come «migliori»: chi e come decide?

Piano straordinario per l’edilizia scolastica

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A che punto siamo: La scadenza è prevista per fine 2015. A maggio il ministro dell’Istruzione, Stefania Giannini, aveva detto che per questo piano lo stanziamento complessivo sarebbe arrivato a 3,5 miliardi. Il programma viene presentato dal governo il 4 luglio scorso. I fondi stanziati finora sono di 1.094.000.000 di euro per il progetto che prevede tre capitoli: #scuolebelle, #scuolesicure, #scuolenuove.

Secondo il Governo:

#scuolesicure: 500 cantieri avviati e conclusi con 150 milioni di euro di spesa. Entro il 28 febbraio 2015: 1600 interventi con ulteriori 400 milioni di euro già stanziati; entro il 2015 chiusura dei cantieri con i 640 milioni di euro previsti dai programmi FESR per l’istruzione, risparmio energetico, sicurezza e accessibilità per tutti.

#scuolenuove: 200 interventi di riqualificazione conclusi a fine 2014. 250 cantieri in corso con i fondi sbloccati dal patto di stabilità. Altri 100 milioni previsti dalla Legge di Stabilità per il 2015/2016.

#scuolebelle: 150 milioni per interventi di piccola manutenzione nel 2014. Altri 130 milioni per il primo semestre 2015. Ulteriori 150 milioni nel secondo semestre per intervenire su oltre 10mila istituti.

È così?

#scuolenuove: le richieste arrivate al governo dai sindaci sono state 454 con l’allentamento del patto di stabilità per un importo di 244 milioni. I lavori conclusi però sono solo 129. Ce ne sono 219 in corso, altri 34 pronti a partire e 72 in fase di progettazione o di appalto. La maggior parte delle risorse – come spiegano dal governo Renzi – sono state spese per i lavori di riqualificazione (circa un quarto dell’importo totale), la seconda voce più alta sul fronte spese è quella della progettazione che vale il 22,5 per cento dei finanziamenti.

#scuolebelle: gli ultimi dati per questi interventi fanno riferimento alla fine di ottobre e sono stati pubblicati a metà novembre. Sul sito del Miur è riportato l’andamento dei cantieri per un importo complessivo (nel 2014) di 150 milioni di euro. Tra l’estate e la fine di settembre si sono conclusi i lavori in 1013 scuole. Altri 4524 sono partiti a ottobre e si sono protratti almeno fino a novembre. Ce ne sono poi 2160 con data di inizio prevista fra novembre e dicembre. L’effettivo svolgimento è ancora da verificare. Il totale è di 7697 cantieri.

#scuolesicure: L’ultimo aggiornamento è dell’11 dicembre 2014. I lavori già conclusi sono 369, ce ne sono poi 195 in corso e 95 da iniziare. Ma in fase di progettazione ci sono 1600 cantieri con un finanziamento di 400 milioni stanziati a giugno con delibera Cipe proprio per quei progetti rimasti esclusi dalla graduatoria iniziale, una graduatoria da 150 milioni di euro per 680 interventi tutti di messa in sicurezza.

Università e ricerca

A luglio 2014 il ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca Stefania Giannini proponeva un piano per assumere 6 mila ricercatori ogni anno, per i prossimi 4 anni.

A novembre l’Associazione dei dottorandi e dei dottori di ricerca italiani denuncia la presenza, nella Legge di Stabilità 2015, di una norma che, se approvata, aggraverebbe la condizione di precarietà dei ricercatori universitari, grazie anche a un taglio del FFO (il Fondo di finanziamento ordinario delle università). Dopo l’intervento del presidente della Conferenza dei Rettori delle Università Italiane, nella discussione finale sulla Legge di stabilità, la norma viene corretta.

Risorse per l’Università

Nella Legge di stabilità 2015 Il FFO viene aumentato di 150 milioni ma solo per quanto riguarda la quota premiale. Peraltro, questo aumento compensa solo in parte il “taglio Tremonti” di 170 milioni di euro, portando il taglio netto a 20 milioni di euro. A questo vanno aggiunti gli effetti di alcune misure di spending review applicate anche all’Università. Secondo Roars: «dopo il 2015 e il 2016, in cui tagli e rifinanziamenti, grosso modo, si compensano a vicenda, ricomincia l’erosione dei tagli. Complessivamente, il minor finanziamento da qui al 2023 ammonterebbe a quasi un miliardo e mezzo di Euro».

Ricerca

Con la Legge di stabilità, il FOE (Fondo ordinario per gli enti di ricerca) subisce dal 2015 un taglio di 42 milioni. La Legge stanzia 10 milioni l’anno, dal 2015 al 2017 per Istituto nazionale di astrofisica e 30 milioni l’anno (dal 2015 al 2017) per l’Agenzia spaziale italiana. Il bilancio dell’Enea viene tagliato di 4 milioni.

Ambiente e territorio

Tutela del territorio

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Marzo 2014: «Dal 1 aprile, 1,5 miliardi per la tutela del territorio»

A fine gennaio il ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti afferma che per affrontare il dissesto idrogeologico il Governo ha speso finora 700 milioni di euro e annuncia uno stanziamento di 7 miliardi in 7 anni.

Consumo di suolo

A fine novembre l’ex ministro delle Politiche Agricole Mario Catania, insieme a diverse associazioni, denuncia la presenza di un emendamento nella legge di Stabilità che proroga, anche per il 2015, la possibilità per i comuni di utilizzare gli oneri di urbanizzazione per coprire la spesa corrente, rischiando così di incentivare il processo di cementificazione e di consumo di suolo che, secondo l’Ispra, prosegue in Italia al ritmo, in media, di 70 ettari al giorno.




Spezzeremo le reni all’ISIS… anzi no

Siam pronti alla guerra ma aspettiamo finché non sarà chiaro chi vince.




Popolo d’Italia, l’ora delle scelte fatidiche è giunta. Sotto l’Illuminato Governo del Nostro Presidente, Su Eccellenza l’Illustre dott. Cav. Onorevole Matteo Renzi, l’Italia,  degna erede e figlia dell’Impero, si appresta a guidare la spedizione contro l’ISIS in terra di Libia. Là dove da sempre Dio ha posto la nostra Quarta Sponda e dove già nei secoli sventolarono i vessilli vincitori di Roma, i Nostri Eserciti marceranno eroici sotto la guida illuminata di sua Eccellenza il Ministro Gentiloni. Dall’alto delle Piramidi ci guardano mille secoli di storia, e altrettanti ci controllano dalle cime svettanti degli alberghi italiani di Sharm El Sheick, e noi, noi Italiani, eredi di Cesare e di Costantino, non possiamo sottrarci alla chiama che il Destino ci porge, come già non potemmo a quella che ci impose di eleggere Sua Eccellenza il Presidente Mattarella.

Nel clima teso della vigilia, le forze politiche congiuntamente hanno decretato che, per mantenere tuttavia il tono di sobrietà imposto dalle circostanze economiche internazionali, le truppe raggiungeranno il fronte su voli di linea, possibilmente low cost, o facendo l’autostop, visto che la lobby dei tassisti ha vietato che si possa ricorrere a Uber: pertanto il bagaglio a mano di ogni soldato sarà ridotto all’osso e non si potranno portare seco armi. Un emendamento di Sua Eccellenza l’onorevole Di Battista ha poi tenuto conto delle istanze dell’ala ecologista ed ecocompatibile del M5S: per i bombardamenti delle postazioni nemiche il nostro esercito potrà usare gas, ma solo se prodotti in modo biologico. Il rancio dei soldati sarà fornito da Eatitaly, che proporrà anche una linea vegana a km0 con olio di palma e datteri locali, e ricette appositamente inventate da Carlo Cracco. La FCA in un soprassalto di orgoglio italico dovuto alla necessità di garantirsi le commesse per la fornitura di autoveicoli militari ha ripreso il nome FIAT e doterà il nostro esercito di carri armati di due modelli: la 500 e la 500L, con comoda seduta posteriore allargata per i giornalisti embedded.

Ancora aperta la gara per la fornitura delle divise: si è infatti indecisi fra una divisa militare di alta sartoria, ispirata alle collezioni autunno-inverno di Roma Alta Moda, con colori nature che vanno dal pesca al sabbia del deserto bruciata, personalizzabili poi soldato per soldato con accessori ad hoc, come portagranate in cuoio dilavato e la cartuccera camuflage disegnata da Lapo Elkann, ed una linea più smart ispirata al pret-a-porter, molto più easy, dai colori tenui e pastello, però con accessori essenziali e limitati alla shopping bag convertibile in porta mitragliatrice, con interno in cotone e tasche colored rosa schiapparelli; bocciata la proposta della divisa a trapezio di Valentino, ma solo perché il rosso risultava troppo vistoso in pieno deserto, e la linea di giubbotti antiproiettile destrutturati di Armani Jeans, che avevano oggettive difficoltà a fermare i colpi di arma da fuoco.

Sul fronte politico, la situazione è fluida. La Lega dopo un inizio incerto ha deciso di appoggiare l’intervento, e ha approvato la spedizione, che finalmente va a bombardare gli immigrati a casa loro. La Sinistra si è riunita in assemblea permanente per decidere la linea di condotta da tenere e non è escluso che riesca a produrre un documento unitario di ferma condanna dell’ISIS entro il 2025. I Civatiani del PD hanno minacciato di non votare la mozione del PD sulla guerra, e promettono una astensione feroce e determinata sui punti 2, 7, 8, 22, 44, 55 del documento programmatico, giocabili su tutte le ruote. Il Nuovo Centro Destra si è riunito con il suo Leader, Sua Eccellenza il Ministro Alfano, a prendere il caffè alla bouvette. Dentro Forza Italia malumori impediscono una decisione unanime: mentre l’onorevole Fitto chiede a gran voce un incontro, per chiarire se la guerra in Libia era o non compresa nel Patto del Nazareno,  Sua Eccellenza l’Onorevole Berlusconi da giorni continua a tentare di trovare risposta ad un interrogativo angoscioso che lo tormenta: “Che fine hanno fatto le Amazzoni di Gheddafi?”.

Contrordine, compagni!!!
Dopo attenta disamina della situazione, Sua Eccellenza il dott. Cav Matteo Renzi Presidente del Consiglio ha infine deciso che il Destino imperiale d’Italia può essere rimandato a data da destinarsi. Le alate squadriglie già pronte a spiccare il volo sono state ritirate negli hangar della Patria! Sua eccellenza Renzi ha deliberato l’invio di una corona di fiori agli eroici fratelli libici caduti per la difesa dell’Occidente, è chiarito che l’Italia continuerà nella sua indefessa azione diplomatica secondo le linee della sua millenaria tradizione: si aspetta, finché non sarà chiaro chi vince.

 




Libertà di espressione, informazione e cultura: il copyright che verrà

Prosegue il dibattito in Europa su tutela della libertà di espressione e di informazione. Il parere della Commissione Cultura e Educazione su pubblico dominio, diritto di comunicazione al pubblico e le eccezioni al copyright.


 

Dopo il parere di Julia Reda, del quale abbiamo già parlato, è stato pubblicato anche il parere della Commissione Cultura e Educazione (CULT), relatrice Isabella Adinolfi, sulla proposta di revisione della direttiva europea sulla tutela del copyright e diritti collegati.

Il parere si concentra su pochi ma fondamentali punti.
Innanzitutto sollecita la fissazione di una chiara definizione di “pubblico dominio”, ritenendola essenziale per la diffusione della cultura all’interno dell’Unione. Differenze normative tra i vari paesi creano inevitabilmente difficoltà nella diffusione delle opere e quindi si rende necessario dare una certezza su ciò che è nel pubblico dominio, e quindi riutilizzabile liberamente.

Si sollecita, inoltre, la necessità di definire meglio il concetto di “diritto di comunicazione al pubblico”, basandosi su recenti pronunce della Corte di Giustizia europea, e in tal senso chiarire che il link e l’embedd non dovrebbero essere considerati “comunicazione al pubblico” ai sensi della direttiva europea, e quindi soggetti a consenso del titolare del diritti. Si tratta evidentemente di problemi pratici fondamentali, in quanto tali attività si propongono continuamente nell’uso quotidiano dei social network, per cui una decisione sul punto in un senso o nell’altro può determinare il futuro di interi servizi online.

In relazione al diritto di comunicazione al pubblico si sono posti, con l’avvento di Internet e delle trasmissioni digitali, non pochi problemi, determinando l’esigenza di una riconsiderazione dei confini della comunicazione pubblica, consentendo le nuove tecnologie la fruizione individuale in momenti differenti e da parte di un pubblico numeroso.
Di recente la Corte di Giustizia (sentenza C-466/12 e ordinanza C-348-13) europea è intervenuta per fissare i limiti della comunicazione al pubblico, ritenendo che la comunicazione deve essere rivolta ad un pubblico nuovo rispetto a quello dell’opera originale per essere soggetta al pagamento di diritti. Ciò vuol dire che se un contenuto è liberamente accessibile al pubblico su un sito web, col consenso del titolare, la ripubblicazione tramite link o embed alla pagina fonte non determina una nuova comunicazione al pubblico e quindi non sorge l’obbligo di richiedere il consenso al titolare dei diritti.
Una conclusione diversa darebbe ai titolari dei diritti l’esclusiva sulla diffusione della cultura e della conoscenza, potendo impedire anche la banale ripubblicazione (share, condividi) di contenuti online.

Così come il parere della Reda, anche il parere Adinolfi sollecita l’esigenza di aggiornare il concetto di “riproduzione” tenendo conto delle possibilità offerte dalle tecnologie digitali. Allo stesso modo si rende necessario fissare in maniera chiara le eccezioni al copyright, in modo da consentire agli utenti di sapere con certezza cosa è possibile fare e cosa è invece vietato, in relazione alla opere protette. Ovviamente parliamo di citazioni, mashup, opere trasformative, ecc…, anche qui si tratta di problematiche estremamente pratiche che però non hanno, spesso, una soluzione chiara e comprensibile per gli utenti.

Il parere Adinolfi non dimentica di tenere conto dei diritti dei cittadini, in particolare la libertà di espressione e di informazione, il diritto all’accesso alle arti e alle scienze, il diritto alla diversità culturale, linguistica e religiosa, tutti diritti che devono essere tenuti in considerazione nel momento in cui vengono fissati i limiti delle eccezioni al copyright.

È evidente che i due pareri, quello della Reda e quello della Adinolfi, che andranno a confluire nella discussione sulla riforma della direttiva europea in materia di copyright e diritti collegati, si muovono nella medesima direzione. Entrambi partono da problemi estremamente pratici, evidenziando che allo stato le legislazioni nazionali e la stessa europea, non sono sufficientemente chiare nel definire cosa è lecito e cosa non lo è, determinando una forte incertezza nei cittadini che trovano difficoltà nell’usufruire dei servizi online. Occorre stabilire definizioni che siano chiare e uniche per tutti gli Stati membri, solo in tal modo sarà possibile eliminare le barriere tra gli artisti e il loro pubblico e nel contempo consentire il riutilizzo di opere tutelate per favorire l’innovazione e la diffusione della cultura. Occorre, quindi, eliminare le barriere nazionali armonizzando le relative legislazioni.

Non si tratta di creare nuovi diritti, o di eliminare fonti di remunerazione per gli artisti, quanto piuttosto di bilanciare correttamente i diritti delle parti in causa, senza per questo realizzare un mercato che si basi sulle rendite di posizione a scapito di innovazione e diffusione della cultura.

Ad aprile ci sarà il voto nelle commissioni, e poi la discussione si sposterà al Parlamento europeo a partire dal 20 maggio.

Autore
Avvocato e blogger. Mi interesso di diritto applicato ad internet e alle nuove tecnologie di comunicazione. @brunosaetta



L’attacco di Copenhagen. Non siamo già più tutti Charlie?

Il doppio attentato al caffè e alla sinagoga non ha mobilitato la stessa partecipazione e indignazione dell’attacco di Parigi. Siamo già sulla via dell’assuefazione o peggio dell’autocensura?


Niente equivalenti di #JeSuisCharlie. Niente vignette del bersaglio degli attacchi pubblicate ovunque in segno di libertà e supporto di chi la incarna. Perlopiù, niente di niente. Il doppio attentato a Copenhagen ricalca per molti versi quello a Charlie Hebdo, ma il pubblico non sembra reagire con la stessa veemenza.

In Italia non stupisce, vista la combo letale di San Valentino e Sanremo, nelle stesse ore. Ma non è una reazione isolata. Da stanotte in molti su Twitter, data la freddezza della reazione collettiva, si chiedono: “ci siamo già abituati?”.

 

È una domanda terribile, perché sensata. Per quanto tempo si può mantenere viva l’indignazione? Per quanto la voglia di ribellarsi al sopruso totalitario di non potere esprimere il proprio diritto di satira se non sapendo di stare ingaggiando una potenziale partita con la morte? Quanto stiamo cominciando a respirare la paura di essere i prossimi, quanto ad assorbire una strisciante – e dunque pericolosissima – autocensura?

Io stesso ho cercato in rete le vignette che da anni costringono Lars Vilks a temere per la sua vita e percepito come una resistenza invisibile a pubblicarle, al punto che poi, alla fine, non l’ho fatto. No, non perché siano “offensive”: per un piccolo ma fondamentale senso, istintivo, di vigliaccheria. Aumentato enormemente, per giunta, dalla sensazione di isolamento che ho percepito intorno a me, dal fatto che se le avessi pubblicate sarei stato uno dei pochissimi, forse l’unico a farlo di sostanzialmente tutti i contatti con cui Facebook mi sprona a interagire, e di buona parte di quelli reperiti su Twitter. Il problema di non difendere tutti la libera espressione è proprio questo: che si rende maledettamente più complicata la vita di chi intende farlo.

Certo, non c’è stata solo l’indifferenza o il silenzio. Alcuni hanno reagito in modo opposto, riversando sull’Islam tutto la propria rabbia, abbandonandosi a battute islamofobe o pubblicando la satira più dissacrante con intento provocatorio; altri ancora hanno invitato a non abbandonarsi a banalizzazioni e razzismi, mostrato solidarietà al popolo danese. Di cui, per l’ennesima volta, c’è da segnalare la civiltà e la compostezza delle reazioni nei confronti delle forze dell’ordine: nessuna polemica, molto rispetto per lo svolgersi delle indagini, diversi ringraziamenti per il suo operato. Ma la verità è che sì, c’è già la sensazione che si stia insinuando una certa “normalità” nella straordinarietà dell’essere sotto attacco, e di esserlo per il semplice fatto di voler esercitare la propria libera espressione.

A Repubblica il sopravvissuto di Charlie Hebdo, Patrick Pelloux, parla di un “nuovo fascismo” che “colpisce il cuore delle nostre democrazie”, ed è esattamente così: questo è, all’essenza, il progetto del Califfato, i cui legami con gli attentati di Copenhagen non sono al momento accertati ma senza che ciò impedisca ai suoi sostenitori di essere in trionfo su Twitter da ieri sera. Usando peraltro, non si può fare a meno di notarlo, la evidente disparità di trattamento mediatico tra i crimini di odio che colpiscono musulmani, come a Chapel Hill, e non; segno che ogni vizio, ogni mancanza di correttezza nel nostro sistema mediatico non rende solo un cattivo servizio ai lettori, ma fa anche il gioco della propaganda dei terroristi.

Il problema è capire se ci stiamo rendendo conto dell’entità e del tipo della minaccia, se con il passare del tempo e il moltiplicarsi degli attacchi stiamo imparando a comprendere il nemico o meno, e se le strategie di contenimento messe in atto finora – più controlli, più repressione, più rimozione dei contenuti pro-Jihad – stiano servendo quello scopo, o quantomeno ridurre i rischi, oppure no. Ora forse troveremo un hashtag per organizzare commemorazioni e ricordi, ribadire i nostri valori di cittadini di paesi (più o meno) democratici, oppure mettere insieme un’altra marcia, come a Parigi, per farci sentire uniti e magari dare, incidentalmente, occasione ai leader europei di sfoggiare ancora un po’ di retorica sulle libertà che a parole sono così bravi a difendere, e nei fatti a limitare (nel suo nome, peraltro).

Ma l’impressione, soprattutto frequentando i profili Twitter che non dovrebbero nemmeno esistere e invece in qualche modo sempre sopravvivono, è che non ci sia paragone tra la determinazione di chi ci attacca e la nostra, tra la forza con cui viene colpita la libertà di espressione e quindi la democrazia e il misto di inerzia, distrazione e paura di chi dovrebbe difenderla. Tra la potenza della barbarie e della comunicazione della barbarie e il senso di impotenza di chi magari vorrebbe contrastarla davvero. Oggi: domani, chissà.




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