Intercettazioni, l’ennesima norma inutile e dannosa

C’è molta confusione intorno all’emendamento Pagano. C’è chi parla di bavaglio all’informazione, chi dice che non riguarda i giornalisti. Cosa prevede la norma di cui si poteva fare a meno e perché rischia di essere davvero pericolosa.


L’emendamento

Il 24 luglio il DDL sulla riforma della giustizia penale ha ottenuto l’approvazione in Commissione Giustizia della Camera. Ma un emendamento, a firma dell’onorevole Pagano, ha fatto subito gridare al bavaglio.
Secondo Repubblica l’emendamento «prevede una stretta sulle intercettazioni “carpite in modo fraudolento” “con registrazioni o riprese” con il rischio di carcere fino a 4 anni. La norma non dovrebbe mettere in pericolo inchieste e denunce giornalistiche (nella delega al governo, infatti, non c’è alcuna previsione di pene carcerarie specificamente a carico dei giornalisti) ma ha sollevato ugualmente le proteste del M5S».
Sempre su Repubblica si legge che il deputato Verini reputa necessario, senza però toccate il sistema delle intercettazioni nella fase delle indagini, «definire delle norme che rispettando il sacrosanto diritto alla libera informazione, tutelassero anche la privacy dei cittadini non coinvolti nelle indagini».

Sul Corriere della Sera il responsabile Giustizia del Pd, Ermini, precisa che «la norma … è molto chiara e di garanzia. Si vuole impedire l’uso fraudolento delle conversazioni private: ma, per essere ancora più chiari e togliere di mezzo qualunque allarmismo e strumentalizzazione e infondati argomenti di accusa, presenteremo in Aula un emendamento per escludere esplicitamente dalla norma l’esercizio legittimo di attività professionali».

Il Ministro Orlando invece è perplesso: «Questo è un emendamento che dovremmo valutare nell’impatto complessivo, perché in generale sono contrario alle sanzioni che prevedono il carcere per veicolazione di informazioni. Va specificato che si va a colpire chi carpisce informazioni in via fraudolenta». E aggiunge: «Non è l’orientamento del governo prevedere la galera per i giornalisti, c’è ancora il bicameralismo, vedremo il testo finale».

Per questo motivo l’emendamento potrebbe essere riscritto dalla relatrice del DDL Giustizia, Ferranti, specificando meglio che non si applica ai “giornalisti nell’esercizio della loro funzione pubblica”. Donatella Ferranti in conferenza stampa a Montecitorio aggiunge: «Sono cose fuori dal giornalismo. Riguardano casi privati».

Il relatore del testo, Pagano, invece, insiste sulle intercettazioni: «Niente più abusi con le intercettazioni e rispetto della privacy, non ci sarà alcun bavaglio per la stampa e sarà pienamente garantito il diritto alle indagini dei giudici».

L’emendamento, continua Pagano, è un «testo equilibrato e bilanciato risultato di un confronto positivo tra le diverse forze di maggioranza su un tema che dieci anni fa era un tabù e che oggi può arrivare a una svolta di buon senso a garanzia di tutte quelle persone che senza motivo da un giorno all’altro si trovano sottoposte alla gogna mediatica. Sì tratta di un incontestabile principio di civiltà giuridica orientato al rispetto di primari valori costituzionali».
E conclude: «Sarà quindi adesso il governo a stabilire quale sia lo strumento tecnico più appropriato. Non si potranno pubblicare e diffondere le intercettazioni che non avranno nulla di penalmente rilevante, una situazione incresciosa che si trascina da troppi anni».

Il testo

Insomma, non è proprio chiaro. Ma cosa prevede in realtà la norma?

Chiunque diffonda, al fine di recare danno alla reputazione o all’immagine altrui, riprese o registrazioni di conversazioni svolte in sua presenza e fraudolentemente effettuate, è punito con la reclusione da 6 mesi a 4 anni.
La punibilità è esclusa quando le riprese costituiscono prova nell’ambito di un procedimento dinnanzi all’autorità giudiziaria o siano utilizzate nell’ambito di esercizio del diritto di difesa.

 

Il testo dell'emendamento

Il testo dell’emendamento

La prima reazione (Bonafede, vicepresidente M5S della Commissione Giustizia alla Camera: «Se Berlusconi voleva mettere il bavaglio alla stampa, Renzi va ben oltre:questa è un’epurazione di massa») è di immaginare che la norma in questione vada a colpire un certo giornalismo di inchiesta, tipo Report, cioè i casi in cui vengono registrate conversazioni tra presenti (come prevede l’emendamento) ma di nascosto (“fraudolentemente”?), senza che se ne accorga l’interlocutore, oppure asserendo falsamente che la telecamera (o il microfono) è spenta.
Ma pare piuttosto strano che lo stesso governo che si prepara a cancellare il carcere per i reati di diffamazione a mezzo stampa (e non solo) poi consenta l’introduzione di norme che vanno a colpire specificamente il lavoro d’inchiesta dei giornalisti. Infatti il Ministro Orlando si è affrettato a precisare che la norma va opportunamente mirata.

A leggere le dichiarazioni dei politici appare, invece, una norma che dovrebbe incidere sul sistema delle intercettazioni (anche ambientali), salvaguardando la “riservatezza” delle comunicazioni e impedendo la fuoriuscita di materiale che coinvolga persone non indagate (Lupi: «il fatto che non si possano intercettare fraudolentemente, e conseguentemente diffondere, conversazioni tra privati è un principio sacrosanto in ogni civiltà giuridica»).

Intercettazioni e registrazioni tra presenti 

In realtà la norma in questione, per come è scritta, non ha nulla a che fare con le intercettazioni, riferendosi piuttosto a “riprese o registrazioni di conversazioni svolte in sua presenza”.

L’intercettazione è la captazione occulta e contestuale di una conversazione tra soggetti che agiscono con modalità tali da escludere altri. Sono ammissibili per una serie specifica e ben determinata di delitti.
Il secondo comma dell’art. 266 prevede l’ipotesi di “intercettazione di comunicazioni tra presenti” (cioè le intercettazioni ambientali relative a colloqui tra persone presenti nello stesso luogo), che se avviene nei luoghi di residenza o privata dimora è consentita “solo se vi è fondato motivo di ritenere che ivi si stia svolgendo l’attività criminosa”.
Ma ciò non basta, per avviare l’intercettazione occorrono comunque i “gravi indizi di reati” e “l’indispensabilità, ai fini della prosecuzione delle indagini, dell’intercettazione”, presupposti che devono essere vagliati dal Pubblico Ministero prima e dal Giudice per le indagini preliminari dopo.
La caratteristica fondamentale, per quello che qui interessa, è che si parla di intercettazione se la registrazione avviene da parte di un soggetto che non partecipa alla conversazione.

Cosa ben diversa sono le registrazioni di conversazioni tra presenti o telefoniche, qualora siano effettuate da parte di uno degli interlocutori. Tali registrazioni non necessitano di alcuna autorizzazione del GIP in quanto sono considerate una forma particolare di documentazione che non è sottoposta alle limitazioni, alle formalità e ai presupposti propri delle intercettazioni.
La Corte di Cassazione si è più volte pronunciata su queste ipotesi stabilendone la liceità nel momento in cui siano espletate allo scopo di tutelare un diritto proprio od altrui e con specifici limiti alla successiva diffusione.

Quindi la registrazione di una conversazione (parole ma anche gesti, si pensi ad un video) tra presenti, se effettuata da uno dei compresenti, è lecita poiché non costituisce un’intromissione dall’esterno in sfere private e inviolabili e “chi conversa accetta il rischio che la conversazione sia documentata mediante registrazione (Cass. Pen. sez III, 13.05.2011, n. 18908). Cioè costituisce semplicemente una documentazione di quanto già appreso (come supporto alla memoria dell’interlocutore), ed è lecita purché non sia effettuata per conto terzi (privati o anche autorità giudiziaria).
Non c’è, infatti, alcuna differenza tra il memorizzare una conversazione nel proprio cervello oppure su un taccuino o sul registratore. Quando il mio interlocutore mi da un’informazione, questa entra nel mio patrimonio cognitivo e io posso farne quello che voglio.

Diffusione delle registrazioni

Può essere, invece, illecita l’eventuale diffusione della registrazione. La diffusione di una conversazione (lecita) registrata da uno dei compresenti può avvenire solo in due casi:
a) se c’è il consenso dell’interlocutore;
b) se avviene con lo scopo di tutelare un diritto proprio o altrui.

La seconda ipotesi si ha nel caso di esibizione in giudizio, quando la divulgazione del contenuto della registrazione non incide sulla libertà e segretezza delle comunicazioni, ma riguarda solo l’interesse alla privacy che, ad ogni modo, risulta subordinato ad un interesse pubblico all’accertamento della verità preminente.

Al di fuori di tali due ipotesi la diffusione costituisce reato. I casi possibili sono:
– violazione della privacy;
– diffamazione;
– interferenza illecita nella vita privata.

Il reato di violazione della privacy è previsto dall’art. 167 cod. privacy, ed è punito con la reclusione fino a 3 anni. Il codice privacy prevede, però, che i reati ivi previsti siano puniti solo se dal fatto deriva un danno (nocumento), e quindi occorre verificare se la registrazione ha riguardato dati sensibili o giudiziari, o dimostrare le conseguenze negative derivanti dalla diffusione.

Il reato di diffamazione si realizza quando una persona offende la dignità e la reputazione altrui in presenza di più persone. L’art. 595 cod. penale prevede la reclusione fino a 3 anni nel caso di pubblicazione online e fino a 6 anni nel caso di reato commesso a mezzo stampa. La relativa normativa è attualmente in corso di riforma, con previsione di abolizione della sanzione della reclusione.

Il reato di interferenza illecita nella vita privata è previsto dell’art. 615 bis del cod. pen., e punisce “chiunque, mediante l’uso di strumenti di ripresa visiva o sonora, si procura indebitamente notizie o immagini attinenti alla vita privata svolgentesi nei luoghi indicati nell’articolo 614”, cioè nei luoghi di privata dimora e pertinenze. Tale comportamento è punito con la reclusione da sei mesi a quattro anni.
Alla medesima pena soggiace chi diffonde (ed è l’ipotesi prevista dall’emendamento Pagano) “le notizie o le immagini ottenute nei modi indicati”.
L’avverbio “indebitamente” è diversamente interpretato, secondo alcuni si deve verificare che sussista una causa di giustificazione (come l’esercizio di un diritto, ad esempio il diritto di cronaca), secondo altri occorre bilanciare il fatto che diventa non punibile in presenza di interessi superiori (diritto all’informazione).

Una norma inutile…

Da queste brevi considerazioni appare quindi evidente l’inutilità dell’emendamento che andrebbe a sovrapporsi a norme già esistenti, senza incidere in alcun modo sulle ipotesi di diffusione di intercettazioni (non si applicherebbe, per capirci, al caso della diffusione delle presunte telefonate del governatore della Sicilia Crocetta). Infatti, qualora si sia in presenza di diffusione “al fine di recare danno o alla reputazione o all’immagine altrui” si applicherà la normativa in materia di diffamazione, mentre nel caso di diffusione di registrazioni indebitamente effettuate potrà applicarsi l’art. 615 bis c.p.
Inoltre, già oggi la punibilità è esclusa in caso di utilizzo delle registrazioni in un procedimento giudiziario o per l’esercizio di un diritto.

È da notare, però, che l’emendamento in questione appare più restrittivo rispetto all’ordinamento vigente, prevedendo l’esclusione della punibilità nel solo caso di “esercizio del diritto di difesa”, e non negli altri casi di esercizio di un diritto, come il diritto di cronaca.
Fermo restando che l’emendamento dovrà comunque essere soggetto ad interpretazione sistematica, quindi raccordato con l’intero ordinamento giuridico in conseguenza della quale comunque si avrebbe l’esclusione della punibilità in caso di esercizio del diritto di cronaca, però potrebbe portare confusione finendo per essere un nuovo ed ulteriore strumento di indebita pressione (oltre alle querele temerarie) sui giornalisti che si vedrebbero, probabilmente, denunciati per aver diffuso registrazioni di conversazioni alle quali hanno partecipato (quindi lecite) se effettuate di nascosto. Questo perché in teoria “fraudolentemente” potrebbe essere interpretato nel senso che la registrazione sia stata effettuata con modalità che non hanno permesso ai soggetti partecipanti di sapere che la conversazione veniva registrata.

In realtà la normativa in materia va a tutelare principalmente le interferenze nella vita privata, e la giurisprudenza si è attestata sull’orientamento che la presenza dell’interlocutore (che registra) comporta la piena consapevolezza dell’interferenza nella sua vita privata, e tale consapevolezza esclude il carattere insidioso ed occulto della registrazione, e questo anche nel caso in cui l’interlocutore non sia a conoscenza di tale registrazione.

Infine occorre notare che l’attività giornalistica non è diretta al fine di recare danno alla reputazione o all’immagine altrui (altrimenti non è attività giornalistica!) quanto piuttosto a diffondere informazioni e idee su questioni di interesse generale.
Come ha chiarito la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (caso Haldimann c. Swiss ed altri) 6 sono i criteri per bilanciare il diritto alla libertà di informazione e il diritto al rispetto della vita privata: il contributo a un dibattito di interesse generale, la reputazione della persona e l’oggetto della relazione, il comportamento precedente della persona, come sono state ottenute le informazioni e la loro veridicità, il contenuto, la forma e l’impatto della diffusione e la gravità della sanzione inflitta.

Anche il Garante per la privacy (provvedimento 3 febbraio 2009) ha affrontato questo tipo di giornalismo d’inchiesta (intervista delle Iene a telecamera nascosta e poi blitz “scoperto” per chiedere chiarimenti all’intervistato), giudicandolo del tutto lecito, precisando che considerati i fini giornalistici non richiede alcun consenso preventivo né necessita di informare della registrazione, obblighi non sussistenti nel momento in cui «rendano altrimenti impossibile l’esercizio della funzione informativa” (ovviamente l’interlocutore avrebbe rifiutato), “verificando se i dati personali e le modalità della loro raccolta e diffusione siano proporzionati e realmente giustificati rispetto allo scopo informativo altrimenti non conseguibile».
Il Garante aggiunge che il giornalista deve comunque svolgere la sua funzione entro determinati limiti costituiti dalle leggi vigenti, sia nazionali che internazionali, e dal codice deontologico.

… e pericolosa

In conclusione già oggi l’uso della telecamera nascosta è ammesso in presenza di condizioni rigorose, cioè quando vi è interesse pubblico prevalente alla divulgazione delle informazioni. In presenza di un argomento suscettibile di alimentare il dibattito pubblico un tribunale nazionale non potrebbe mai condannare l’esercente l’attività giornalistica (attenzione, non il solo giornalista iscritto all’albo ma genericamente colui che esercita attività di informazione ai sensi dell’art. 21 Cost.) per aver registrato oppure diffuso o contribuito a diffondere la registrazione di una conversazione alla quale ha partecipato. Una sanzione del genere sarebbe in contrasto con la Convenzione europea dei diritti dell’Uomo e sicuramente dissuasiva della libertà di informazione.

Poiché, però, la norma non è chiara sul punto, potrebbe essere utilizzata come strumento di pressione sui giornalisti al fine di scoraggiarli dal loro lavoro, assoggettandoli per anni a processi, prima di essere mandati assolti (a seguito di denuncia andrebbe accertato dal tribunale il dolo, cioè se sussiste la finalità di recare danno oppure quella di fornire informazioni al pubblico, con utilizzo dei criteri sopra menzionati).
Ecco perché, come suggerisce il presidente dell’ANM (Associazione Nazionale Magistrati) Rodolfo Sabelli (nota: quando nell’articolo Sabelli si riferisce a norme pericolose per le indagini, intende altre norme del pacchetto Giustizia), sarebbe meglio «dire espressamente che l’attività del giornalista è esclusa, secondo la nota giurisprudenza in tema di rapporto tra reato di diffamazione e diritto di cronaca e di critica». Sempre Sabelli si chiede, però «se sia proprio una norma necessaria visto che nel codice ci sono già due articoli per punire condotte di questo tipo. Mi riferisco alla diffamazione e all’interferenza illecita nella vita privata».

Infatti, ci chiediamo anche noi con Sabelli, se l’emendamento non serve ad impedire la diffusione di intercettazioni fraudolente (per le quali casomai soccorrono l’art. 615 bis c.p. e 167 cod. privacy), e si sovrappone alle norme sulla diffamazione, l’illecito trattamento di dati personali e l’interferenza illecita nella vita privata, a che serve questa norma?

Autore
Avvocato e blogger. Mi interesso di diritto applicato ad internet e alle nuove tecnologie di comunicazione. @brunosaetta



La cospirazione di Hollywood contro Google

Dai documenti trapelati dalla Sony e dalla documentazione prodotta da Google emerge una vera e propria macchinazione contro il motore di ricerca. Sfruttando l’autorità dei procuratori e l’appoggio di alcune testate si volevano imporre modifiche agli algoritmi che favorissero l’industria del copyright



Alla fine del 2014 un gruppo di hacker, i Guardians of Peace, sottraggono alla Sony Pictures 250 gigabyte di documenti interni e rilasciano il materiale in rete. I media coprono la notizia enfatizzando il gossip sui film e in particolare su The Interview, ma ad alcuni commentatori non sfugge la prova di qualcosa molto più importante: il progetto Golia.

Da uno scambio di mail tra l’avvocato Steven Fabrizio, consulente della MPAA(Motion Picture Association of America, associazione formata per promuovere gli interessi degli studi cinematografici), e le principali major, si evince un clamoroso piano per costringere Google ad accordarsi con l’industria del copyright, al fine di bloccare la pirateria online. Si delinea un vero e proprio progetto di supporto alle attività dei procuratori generali, fino a spingersi alla ricerca e forse alla creazione di prove contro Google. Si tratta di una massiccia campagna di stampa contro l’azienda di Mountain View, il cui approdo finale è una azione giudiziaria tramite procuratori generali “supportati” dall’industria.

Google rifiuta di commentare la vicenda, limitandosi a pubblicare un post del senior vice president Ken Walker, il quale si dice estremamente preoccupato per il tentativo da parte dell’MPAA di far rivivere il progetto di legge SOPA, bocciato dal Congresso per l’opposizione dell’opinione pubblica, colludendo con l’AG (Attorney General, cioè Procuratore Generale) del Mississippi Hood (il Mississippi è uno Stato che non ha alcuna correlazione con la produzione di film).

Il Procuratore Generale del Mississippi Jim Hood

Il Procuratore Generale del Mississippi Jim Hood

Jim Hood è il procuratore che aveva già avviato azioni giudiziarie contro Google, accusandola di trarre profitto “da numerose attività illegali online, che vanno dalla pirateria alla vendita di droghe illegali”. Una lettera di avvio della procedura in realtà risulta redatta da Jenner & Block, lo studio dell’avvocato Fabrizio.

Di seguito Google avvia un’azione legale per bloccare l’iniziativa giudiziaria del Procuratore Hood, sottolineando che l’indagine nasce da pressioni lobbistiche dell’MPAA.

Le motivazioni di Google sono le seguenti:
– la sezione 230 del Communications Decency Act prevede la non responsabilità degli intermediari della comunicazione per i contenuti immessi dagli utenti;
– il Primo Emendamento protegge Google e le modalità di organizzazione dei contenuti, così come numerosi tribunali hanno statuito; il governo non può imporre al motore di ricerca quali risultati pubblicare così come non può imporre ad un giornale gli editoriali;
– la citazione (subpoena) del tribunale viola il Quarto Emendamento richiedendo informazioni relative ad una attività palesemente lecita;
– la citazione riguarda per lo più violazioni del copyright che è materia federale, non di competenza del procuratore generale.
In breve, Jim Hood si occupa di cose delle quali non capisce e per le quali non ha alcuna competenza.

Nella sua difesa Google evidenzia tutte le “minacce” portate avanti dal procuratore Hood, fino al tentativo di impostare un collegamento diretto tra i procuratori e i motori di ricerca al fine di cancellare dal web in pochissime ore contenuti ritenuti illeciti dai procuratori medesimi (ricordiamo che il procuratore generale negli Usa è un funzionario del governo, non un magistrato).

Google evidenzia inoltre tutti gli sforzi dell’azienda per deindicizzare i contenuti in violazione delle leggi, compreso la predisposizione di un tool per consentire segnalazioni veloci ai procuratori. Questo strumento, precisa Google, è stato usato solo 7 volte dal procuratore Hood che non ha mai perseguito i soggetti che hanno effettivamente immesso i contenuti illeciti online.
Insomma, secondo Google, Hood in realtà non è affatto interessato a rimuovere contenuti illeciti quanto piuttosto ad attaccare e screditare Google stesso.

Il 27 marzo del 2015 il tribunale federale pronuncia una sentenza devastante per il procuratore generale Hood. Non solo blocca la sua ingiunzione, ma rileva che vi è “significant evidence of bad faith” da parte di Hood, il quale, ossessionato da Google, ha cercato di usare la sua autorità per imporre a Google modifiche illecite del motore di ricerca.

Estratto della sentenza

Estratto della sentenza

Sulla base dei documenti trapelati dalla Sony, alcuni presentati in giudizio, il procedimento avviato dal procuratore Hood appare essere effettivamente gestito dalla MPAA. I documenti rivelano un eccezionale coinvolgimento della MPAA e dello studio Jenner negli affari del procuratore del Mississippi, la MPAA e lo studio Jenner hanno incontrato ripetutamente il procuratore Hood, hanno ospitato raccolte fondi della campagna del procuratore e dati contributi per il procuratore, hanno scritto atti poi firmati dal procuratore, hanno stabilito una presenza nelle vicinanze mantenendo contatti continui col procuratore.
L’intera indagine sembra essere un tentativo di convincere l’opinione pubblica che è illegale per Google far trovare cose che alla gente non piace vedere online, un vero e proprio tentativo di discredito dell’attività del motore di ricerca.

In questa prospettiva due aspetti appaiono rilevanti.
Innanzitutto Hollywood ha sempre sostenuto di non avere nulla anche fare con tutto ciò, negando anche l’evidenza e le mail trapelate. Tuttavia nel prosieguo dell’azione giudiziaria, il 23 luglio Google presenta un nuovo documento, si tratta di una mail tra due avvocati del procuratore Hood e l’MPAA, dove si parla del grande piano per attaccare Google.

Assuming Google does not fully respond to the request… we propose the following steps:
– (…)
– NAAG Session…

Si tratta di intervenire al meeting della National Association of Attorneys General (NAAG) al fine di influenzare altri procuratori.

- Reaserch: Research possible cause of action against Google, and prepare memo for distribution to Ags. Our attorneys are researching and preparing this memo”.

- Media: We want to make sure that the media is at the NAAG meeting. We propose working with MPAA (Vans), Comcast, and NewsCorp (Bill Guidera) to see about working with a PR firm to create an attack on Google (and others who are resisting AG efforts to address online piracy). This PR firm can be funded through a nonprofit dedicated to IP issues. The “live buys” should be available for the media to see, followed by a segment the next day on the Today Show (David green can help with this). After the Today Show segment, you want to have a large investor of Google (George can help us determine that) come forward and say that Google needs to change its behavior/demand reform. Next, you want NewsCorp to develop and place an editorial in the WSJ emphasizing that Google’s stock will lose value in the face of a sustained attack by AGs and noting some of the possible causes of action we have developed”.

Estratto della prova esibita in giudizio da Google Inc. (mail)

Estratto della prova esibita in giudizio da Google Inc. (mail)

Questo è il secondo aspetto rilevante. Gli avvocati di Hood ammettono che si aspettano che l’MPAA e gli studios facciano eseguire alle loro testate editoriali una campagna coordinata di propaganda contro Google.
In breve Hood e la MPAA pianificano un attacco mediatico contro Google utilizzando testate editoriali che normalmente sostengono di essere indipendenti dalla proprietà del giornale. È da notare, invece, che il pezzo del Wall Street Journal avrebbe dovuto essere basato sulle argomentazioni sviluppate dagli avvocati di Hood, pezzo che dovrà avere conseguenze sul valore di mercato del titolo azionario di Google (con alterazione dei risultati di Borsa).

Ma che i giornali non fossero proprio così “indipendenti” era apparso anche all’epoca del SOPA strike, lo sciopero bianco delle aziende del web contro le leggi SOPA e PIPA, quelle leggi che l’industria del copyright voleva fortemente e che ritengono che il principale antagonista, e propugnatore della mancata approvazione, sia proprio Google. Lo conferma uno studio del 2012 che evidenzia come i maggior media americani abbiano di fatto assolutamente trascurato le suddette leggi e le critiche ad esse.
Ed ulteriore conferma si è avuta proprio al trapelamento dei Sony leaks, quando i media hanno coperto la notizia parlando di tutto il gossip relativo ai film, senza alcun accenno al clamoroso Progetto Golia.

Tornando alla mail:

- AG action: As a final step, if necessary, we propose that Ags will issue CIDs to Google”.

L’ultimo passaggio nella strategia anti Google è, appunto, citare in giudizio il motore di ricerca. Come poi è appunto avvenuto.

Dai documenti trapelati dalla Sony e dalla documentazione prodotta in giudizio da Google appare una vera e propria cospirazione contro il motore di ricerca, sfruttando l’autorità dei procuratori, opportunamente invogliati, con cene ed altro, per imporre a Google delle modifiche agli algoritmi che andassero incontro ai desideri dell’industria del copyright, insomma un motore di ricerca addomesticato a favore dell’industria del copyright.
Col Progetto Golia sono stati spesi centinaia di migliaia di dollari dei contribuenti per imporre a Google delle modifiche che la legge non richiede.

Si tratta del deliberato tentativo di modificare un’attività imprenditoriale privata per fornire un vantaggio competitivo ad un attore in uno specifico mercato, una violazione grave delle regole anticoncorrenziali perché i produttori di contenuti iscritti all’associazione di categoria avrebbero avuto una posizione di privilegio per i loro prodotti, potendo così eliminare la concorrenza dei produttori indipendenti.

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Avvocato e blogger. Mi interesso di diritto applicato ad internet e alle nuove tecnologie di comunicazione. @brunosaetta



Alfano esulta, ma la battaglia propagandistica contro l’ISIS la stiamo perdendo

L’insensato trionfalismo del ministro dell’interno, in un contesto in cui gli esperti di propaganda, media e terrorismo e perfino l’amministrazione Obama non fanno che ripetere che la strategia di proselitismo, arruolamento e diffusione dell’utopia del Califfato in Rete è attualmente incontrastata; e in cui “lupi solitari” più o meno ispirati a ISIS colpiscono dove e come vogliono nonostante in molti casi fossero da tempo nel mirino delle intelligence Occidentali. Viaggio nella propaganda dello Stato Islamico.



In collaborazione con i giornali locali Gruppo L’Espresso

L’arresto di due sospetti jihadisti a Brescia, accusati di pianificare attentati terroristici in suolo italiano e di diffondere materiale propagandistico pro-ISIS in rete, ha fatto esultare il ministro dell’Interno, Angelino Alfano. È «un’ulteriore prova che il monitoraggio del web consente un’azione di prevenzione molto efficace», si è affrettato a dettare alle agenzie, mentre su Twitter riassumeva su toni analoghi:

Proviamo a tralasciare il fatto che Alfano non ha perso occasione, specie da Charlie Hebdo in poi, per sostenere al contrario che i contenuti pro-Jihad avrebbero dovuto scomparire dalla rete il più velocemente possibile, idealmente non appena pubblicati (è questo il senso della “black list” approvata con le nuove norme antiterrorismo): se il ministro avesse vinto la sua impossibile battaglia per la rimozione istantanea, ora gli inquirenti non disporrebbero dei tweet che hanno dato il via alle indagini, lo scorso aprile.

Quanto all'”allerta precoce” di cui parlava il ministro, basti ricordare che i tweet in questione erano stati reperiti da SITE, ossia dalla società for profit di Rita Katz, e solo da lì erano giunti – ingigantiti dallo scandalismo dei media italiani, che li avevano dipinti come i “selfie di ISIS” – all’opinione pubblica e al vaglio delle autorità. Il tutto per contenuti anche presenti in rete da un anno. Insomma, non esattamente un successo in termini di prevenzione tempestiva.

Mentre Alfano esulta, il resto del mondo dispera

Ma è il trionfalismo più complessivo del ministro a lasciare di sasso, in un contesto in cui gli esperti di propaganda, media e terrorismo e perfino l’amministrazione Obama non fanno che ripetere che la strategia di proselitismo, arruolamento e diffusione dell’utopia del Califfato in rete è attualmente senza risposte soddisfacenti; e in cui “lupi solitari” più o meno ispirati a ISIS colpiscono dove e come vogliono nonostante in molti casi fossero da tempo nel mirino delle intelligence Occidentali, e dunque proprio all’interno di quel controllo preventivo via web che – come ha mostrato dati alla mano anche il dibattito sollevato da Edward Snowden per il post-11 settembre – si è rivelato al contrario più adeguato agli abusi sui diritti umani di milioni di innocenti che al contrasto dei piani dei terroristi. Mentre Alfano canta vittoria – pur sapendo, certo, che «nessun Paese è a rischio zero» – il resto del mondo registra la sconfitta.

“La nostra narrativa è surclassata da ISIS”, annotava nell’esempio forse più eclatante il Dipartimento di Stato USA in un memo pubblicato il 12 giugno dal New York Times. Ma basta una rapida ricerca in rete per farsi un’idea dello stato dell’arte in materia, in particolare riguardo al funzionamento delle strategie di contropropaganda: stiamo perdendo, questo è il messaggio, e senza nemmeno capire esattamente chi sia il nemico, cosa voglia, e come combatterlo. «ISIS is ahead of us», come ben sintetizza William McCants alla NBC.

Dentro la strategia propagandistica del “Califfato virtuale”

Che il globo intero debba dunque prendere lezioni dall’Italia? Una rapida consultazione della letteratura su Califfato e propaganda online porta a escluderlo. L’urgenza di compiere almeno un primo passo, cioè comprendere davvero le strategie dei terroristi e l’ideologia di fondo che li muove, è nota da tempo. Di “questioni fondamentali senza risposta” avevano scritto J.M. Berger e Jonathon Morgan nel primo reale “censimento” della presenza di ISIS su Twitter. E il collega alla Brookings Institution, Cole Bunzel, aveva segnalato in apertura al suo bel lavoro proprio sull’ideologia dello Stato Islamico lo sconsolato parere del comandante delle Operazioni speciali del Comando Centrale USA, Michael K. Nagata, a dicembre 2014: “Non abbiamo sconfitto l’idea. Non l’abbiamo nemmeno compresa”.

Nei giorni scorsi la Quilliam Foundation ha pubblicato un articolato saggio di Charlie Winter (The Virtual ‘Caliphate': Understanding Islamic State’s Propaganda Strategy) che compie un passo ulteriore: senza una vera e propria “rivoluzione” nella nostra strategia di contrasto, la propaganda di ISIS continuerà a vincere la “battaglia delle idee”, sempre più considerata cruciale quanto quella militare.
Ed è da quelle pagine che provengono diverse considerazioni fattuali che contribuiscono a riportare le affermazioni di Alfano alla realtà.

The Virtual Caliphate Understanding Islamic States Propaganda Strategy (1)

Studiando il materiale propagandistico apparso in rete nell’ultimo anno – con una cadenza, precisa lo studioso, di «tre video e quattro resoconti fotografici» al giorno – e conducendo svariate interviste con membri attuali e passati dell’organizzazione, Winter sostiene che manca un ragionamento complessivo che inquadri esaustivamente l’autorappresentazione del Califfato e la porti oltre il solo riportarne la violenza e l’apparente irrazionalità.

Una lacuna nella ricerca che ci rende impossibile comprendere come mai ISIS attragga così tanti foreign fighters e perché eserciti un fascino simile anche su soggetti apparentemente integrati, come i due arrestati a Brescia. Prima di tutto, attenzione a scambiare la propaganda sui social media come unico o principale mezzo per incamminarsi sulla strada che porta a ISIS. Scrive Winter: «la propaganda dell’organizzazione non è l’unica responsabile della radicalizzazione degli individui, né tantomeno del loro unirsi alla causa jihadista all’estero o dello sferrare attacchi domestici». Anzi, «è cruciale comprendere come i social media non sono la ragione della radicalizzazione o del reclutamento”, proprio come in passato non lo erano le “moschee radicali».
Insomma, «Le persone non sono né radicalizzate né reclutate dalla propaganda. Dev’esserci sempre un influencer esterno in carne e ossa che scateni e accompagni il processo di radicalizzazione».

Nel caso del duo bresciano pare ci fossero contatti con soggetti in Tunisia, ma l’addestramento in Siria era ancora solo un desiderio. E a che serve il monitoraggio ossessivo della rete per tutti quei soggetti che, saggiamente, non la usino? Ancora, non è detto i piani fossero concreti. In primo luogo, il web è servito come rivelatore di pericolo per l’incredibile mancanza di accortezza dei sospettati. Diffondere minacce su Twitter lascia tracce utili alle forze dell’ordine, e i vertici di ISIS lo sanno bene dato che – come scrivono Berger e Morgan – sono stati più volte costretti a ricordare ai loro propagandisti di non abilitare la geolocalizzazione sui tweet, e di non disseminare in rete dettagli che potrebbero rivelare posizioni e piani di terroristi e “lupi solitari”. Parlarne al telefono, e in italiano, è un altro passo falso da principianti.

Quanto alle minacce, si parla di basi militari ma anche di accendere un mutuo per poi non ripianare il debito e a questo modo mandare in crisi l’economia italiana. Ingenuo non significa automaticamente innocuo, ma certo si tratta di fattori da considerare.
E all’interno di un quadro più ampio, in cui secondo Winter gran parte della diffusione della propaganda di ISIS online è affidata in outsourcing a gruppi di simpatizzanti che copiano, incollano e ripetono ossessivamente i messaggi propagandistici, ma che soprattutto sono perlopiù «volontari senza alcuna affiliazione formale con la macchina mediatica dello Stato Islamico». E in ogni caso, «chiunque siano, anche se hanno giurato la loro adesione all’organizzazione, molto spesso non hanno alcuna intenzione di combattere – la loro ‘Jihad’ è dichiarata solo su Internet».

A lezione da Ellul

Ma è nell’applicazione a ISIS della teoria di Jacques Ellul, e del suo ‘Propaganda: the Formation of Man’s Attitude‘ del 1962, che il lavoro di Winter fornisce le indicazioni più utili. Nel sociologo francese, la propaganda non è un modo per piantare nuove idee, ma per rinforzare e sviluppare – “combinare e cristallizzare” – le vecchie che già possediamo.

Ed «è più potente quando ci sentiamo smarriti in essa», quando ci circonda, quando vi partecipiamo e traiamo soddisfazione: «la prima intenzione del propagandista è creare una sorta di simbiosi tra sé e chi riceve la sua propaganda», riassume lo studioso, sottolineando come quella simbiosi funzioni ancora meglio quando la linea di demarcazione tra chi la produce e chi la consuma sfuma: da questo punto di vista, niente di meglio dei social media e della disintermediazione che producono.

Propaganda is not just a means of securing support, but is a way to activate an individual’s participation in the transmission of ideas while they remain under the illusion of independent thought

Regolarità e coerenza nei messaggi propagandistici diventano dunque un imperativo, ed è per questo che ISIS si è dotato di una vera e propria struttura che nessun arresto di simpatizzanti e supporter può scalfire.

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Clicca sull’immagine per ingrandirla.

Winter classifica poi la propaganda di ISIS entro sei principali categorie narrative: brutalità, indulgenza, vittimizzazione, guerra, appartenenza e quella che le racchiude e completa tutte, l’utopia del Califfato che sorgerà dopo la battaglia della fine dei tempi di cui avevano scritto con estrema chiarezza Hassan Hassan e Michael Weiss.

Il fulcro, detto altrimenti, non è la violenza ma il sogno, un ideale complesso e incarnato che la propaganda si propone di confermare e rinnovare a ogni messaggio, contribuendo al processo di distaccamento dal reale del bersaglio e il suo conseguente rinchiudersi in pregiudizi sempre più manipolati e saldi. Winter usa la metafora della “echo chamber“, che in rete risuona dai tempi di Republic.com di Cass Sunstein ma che oggi trova la sua applicazione forse più inquietante.

Per questo ai contenuti negativi, sanguinolenti, si accompagnano quelli positivi, su quanto sia lieta e serena e retta la vita nel Califfato. Un misto che di norma è in equilibrio, dice Vocativ sulla base di dati prodotti da proprie analisi, ma che durante il Ramadan – complice la chiamata alle armi e alla violenza, e il fatto che solo l’1% del materiale analizzato fosse destinato all’Occidente – ha visto prevalere gli elementi negativi, che sommano a un totale del 66% di tutte le comunicazioni ufficiali dell’organizzazione nel periodo considerato: Screen Shot 2015-07-22 at 16.22.36 I messaggi restano tuttavia diversificati a seconda del pubblico e del luogo di destinazione. E di nuovo, è Ellul a poterci venire in soccorso: «one cannot make just any propaganda any place for anybody», scriveva il filosofo. Winter traduce il principio e lo cala nella realtà concreta e quotidiana dell’operatività di ISIS:

(…) the means by which different audiences are exposed to Islamic State’s propaganda vary widely, as does the way in which they engage with it: opponents, viewing it involuntarily, are menaced by it; hostile publics, exposed to it through the media, are outraged by it; active members seek it out, derive satisfaction and legitimation from it; potential recruits come across it organically, and have their passage to active membership catalysed by it; and enlisters use it at ‘evidence’ to convince their would-be colleagues to sign up. Disseminators and proselytizers, two categories between which there is much overlap, seek it out and, again like members, derive satisfaction from it. However, for these individuals, the reward is in dissemination and participation as much as it is in consumption.

La propaganda di ISIS contro se stessa

Che fare? Una strada è usare le armi propagandistiche di ISIS contro ISIS. C’è chi, come gil jihadisti di Derna, in Libia, non si fa scrupoli a replicarne anche la barbarie, inscenando una gogna in stile Cersei Lannister – ma finita con un’esecuzione – per uno dei leader dell’organizzazione.

Ma ci sono anche tentativi di conciliare il tutto con la democrazia. I contropropagandisti USA per esempio hanno cominciato a servirsi dello stesso immaginario – che poi è il nostro – rimasticato da ISIS per sovvertirne i messaggi, e mostrare l’atrocità della vita nel Califfato con lo stesso nitore con cui quest’ultimo si dipinge come un paradiso terrestre in attesa di un paradiso e basta. L’idea è usare la violenza contro se stessa. Non è detto che funzioni, specie in assenza di una strategia complessiva e concertata. Ma di certo ha più probabilità di cogliere il fenomeno alla radice dei proclami di Alfano.




Il giornalismo che vorresti: partecipa al nostro questionario

Quale giornalismo vorresti? Partecipa alla nostra ricerca / indagine. Stiamo cercando di capire come vi informate, quali sono le vostre aspettative, le priorità informative, i canali utilizzati, gli argomenti che vorreste vedere di più e di meno. L’indagine, che non ha valore statistico, sarà aperta fino al 5 agosto. Successivamente presenteremo i dati più interessanti, come elemento per la riflessione pubblica.


indagine 2

Compagnie aeree e dati passeggeri: la sorveglianza di massa dell’Unione Europea

La legge su raccolta e conservazione dati dei cittadini è sostanzialmente inutile e costosa. La storia della direttiva Passenger Name Record accantonata nel 2013 e ora ripresa in nome della sicurezza pubblica.


Dati sensibili

Il 15 luglio la Commissione LIBE (libertà civili) del Parlamento europeo ha adottato una proposta di direttiva, la Passenger Name Record (PNR). Si tratta di una proposta di legge (che dovrebbe diventare legge entro la fine dell’anno), presentata dalla Commissione Europea (Affari interni) nel 2011, che obbliga le compagnie aeree a registrare e conservare a lungo termine i dati (PNR) dei passeggeri al fine di aiutare le autorità a scovare criminali e terroristi sconosciuti.

I dati PNR sono oggi riconosciuti tra le categorie più sensibili di informazioni personali. Compilati dalle agenzie di viaggi, vettori aerei e tour operators, possono infatti contenere informazioni quali le condizioni mediche e le disabilità, le preferenze sui pasti, i mezzi di pagamento, ma anche (per l’elenco completo scorri in fondo all’articolo) l’indirizzo di lavoro, la email, l’indirizzo IP se si prenota online e le informazioni personali dei contatti di emergenza. I dati PNR oggi vengono utilizzati non solo per i viaggi aerei, ma anche per prenotare hotel e autoveicoli.

Esempio di PNR

Esempio di PNR

Chi controlla i PNR?

I PNR sono schede di registrazione (record) dei dati del passeggero, memorizzate all’interno dei Computerized Reservation Systems (CRS), realizzati appositamente per scambiare informazioni tra i vettori nel caso in cui i passeggeri debbano prendere più voli di diverse compagnie.
Esistono 4 principali CRS, tre dei quali (Sabre, Galileo e Worldspan) sono di proprietà di compagnie con sede negli Usa, mentre Amadeus è di proprietà di aziende europee (ma ha sedi anche negli Usa). La maggioranza dei PNR creati dalle agenzie di viaggio in Europa sono realizzati tramite i CRS presenti negli Usa, ciò comporta che comunque questi dati siano normalmente soggetti alla giurisdizione Usa e le autorità americane vi accedono senza alcun problema (i CRS possono condividere i dati con le autorità e con terzi, e non tengono alcun registro di accesso ai dati).

Attualmente la raccolta di dati PNR non è disciplinata a livello comunitario, ma l’UE ha accordi sul trasferimento e l’uso dei dati PNR con Australia, Stati Uniti e Canada.

In particolare, l’accordo esecutivo con gli Usa dipende proprio dalla necessità di riportare sotto una parvenza legale la sorveglianza americana dei viaggiatori europei (non certo di tutelare i viaggiatori). Il dipartimento americano di Homeland Security (DHS) tratta i dati dei cittadini non europei con minori garanzie rispetto a quelli americani (negli Usa il visitatore straniero non ha diritto alla privacy), e quindi numerose norme di tutela europee semplicemente non sono applicate.
L’accordo PNR con gli Usa serve, quindi, soprattutto a proteggere le aziende Usa da eventuali azioni legali per violazione delle norme europee a tutela della privacy. A riprova c’è il fatto che tale accordo non serve per poter accedere ai dati, visto che, come detto, i CRS risiedono per lo più negli Stati Uniti e non si possono sottrarre a richieste, ad esempio, della Nsa.

L’accordo con il Canada, invece, è stato inviato dallo stesso Parlamento europeo dinanzi alla Corte di Giustizia UE per una analisi legale preliminare.

Raccolta sistematica

Alcuni paesi membri, come il Regno Unito, hanno già una normativa che implementa un sistema PNR. La maggior parte degli Stati dell’Unione comunque utilizza in maniera non sistematica i dati PNR per la prevenzione, l’individuazione, l’indagine e il perseguimento dei reati di terrorismo. Tale utilizzo avviene sotto il controllo della polizia o delle autorità nazionali.
La proposta europea mira ad armonizzazione le norme degli Stati membri, realizzando un’unica normativa che andrà recepita nel termine di tre anni dall’approvazione da parte del Parlamento europeo.

Le attuali misure a livello UE, cioè la direttiva Advance Passenger Information (API) e il Sistema d’informazione Schengen (SIS II), non consentono alle autorità di identificare i sospetti “sconosciuti”.
La direttiva PNR richiede invece una raccolta sistematica, l’uso e la conservazione dei dati PNR dei passeggeri dei voli internazionali.
Secondo la proposta PNR i vettori aerei dovranno inviare i dati PNR ad una Passenger Unit Information (PIU) dello Stato membro in cui il volo internazionale parte o arriva. Il PIU è incaricato della memorizzazione, analisi e fornitura dei dati alle autorità competenti. Gli Stati membri, però, hanno il diritto di richiedere i dati PNR anche alla PIU di altro Stato, quale sostegno di una specifica indagine.

I dati PNR, secondo la Commissione europea, consentirebbero alle autorità l’identificazione delle persone prima mai sospettate di reati gravi o di terrorismo. Cioè con la PNR si vorrebbe indovinare, tramite algoritmi, quali soggetti tra quelli non conosciuti alle forze dell’ordine possono costituire una minaccia terroristica.

L’implementazione della direttiva comporterebbe, però, un impatto decisamente maggiore sulla privacy dei cittadini rispetto a quanto accade adesso, e i deputati europei vogliono assicurarsi che la proposta sia conforme al principio di proporzionalità.
Per questo motivo il progetto di direttiva è stato già respinto dalla Commissione LIBE del Parlamento europeo nell’aprile del 2013 (30 voti a 25) valutando proprio la proporzionalità, il periodo di conservazione dei dati e il sistema di raccolta decentralizzato.
Il punto focale è che la raccolta riguarda tutti i passeggeri, indipendentemente dal fatto che essi siano già indagati oppure sospettati di qualche cosa. In tal senso la direttiva PNR va ben oltre quanto accade oggi negli Stati europei.

PNR e Data Retention

È interessante notare che la direttiva PNR ha avuto un percorso del tutto simile alla direttiva Data Retention. Quest’ultima fu proposta dalla Commissione nel 2004, e poi abbandonata nel 2005. Il progetto fu risvegliato a seguito degli attacchi terroristici di Londra e Madrid nel 2005, e la nuova proposta fu adottata in appena 6 mesi. Solo per essere invalidata dalla Corte di Giustizia europea nel 2014.
Anche la direttiva PNR, dopo la sospensione del 2013, è stata risvegliata dopo gli attacchi a Parigi e Copenaghen del 2015, e si avvia ad una adozione in tempi brevi (fast-track) entro la fine del 2015. Infatti l’11 febbraio 2015 il Parlamento europeo ha approvato una risoluzione antiterrorismo con la quale si impegna alla messa a punto della direttiva PNR entro la fine dell’anno.

Il testo prevede che i dati siano conservati a fini di prevenzione del terrorismo e di “gravi reati” (serious crimes) per un periodo di 5 anni, dopo il quale saranno cancellati, a meno che non siano usati in una investigazione o un giudizio. La lista dei reati gravi prevede, ad esempio: tratta di schiavi, pedopornografia, traffico d’armi, munizioni ed esplosivi.
La direttiva non viene estesa anche ai voli intra-UE (come chiesto dal Consiglio d’Europa), e non è stato ridotto il periodo di depersonalizzazione, cioè il periodo di tempo trascorso il quale i dati vengono mascherati (così non è possibile conoscere il nome della persona, che però può essere richiesto dalle autorità) resta fermo a 30 giorni (un emendamento prevedeva la riduzione a 7 giorni).
Addirittura molti deputati chiedono l’estensione della direttiva anche ad altri mezzi di trasporto, e hanno spinto per modifiche che consentano l’incrocio dei dati con le informazioni di altri database al fine di identificare modelli di comportamento.
Insomma, una vera e propria profilazione di massa, che rafforza la preoccupazione che l’adozione della proposta PNR possa portare alla normalizzazione della sorveglianza elettronica, applicandola poi ad altri settori della vita personale dei cittadini dell’UE.

A questo punto occorrerebbe valutare attentamente la decisione della Corte di Giustizia europea che ha invalidato la Data Retention.
La Corte UE ha sostenuto che la direttiva Data Retention trovava applicazione generalizzata all’insieme degli utenti senza alcuna limitazione in ragione dell’obiettivo, dello scopo perseguito e delle persone soggette a controllo. La direttiva non poneva criteri oggettivi sullo scopo da perseguire, facendo un generico riferimento a “reati gravi”, e non stabiliva alcun presupposto per consentire alle autorità nazionali l’accesso ai dati. Infine, secondo la Corte, l’accesso ai dati non era subordinato al previo controllo di un giudice.
In breve la Corte ha censurato la natura non “mirata” della misura di sorveglianza e la possibilità di acceso indiscriminato da parte delle autorità ai dati conservati. In effetti si tratta di una sentenza contro la sorveglianza digitale di massa.

Analisi pre-crimine

Ebbene, la direttiva PNR appare soffrire degli stessi problemi della Data Retention. Infatti, il 19 marzo il gruppo di lavoro Articolo 29 ha inviato una lettera alla commissione LIBE, evidenziando che la PNR non rispetta i principi di necessità e proporzionalità, come richiesti dalla Carta dei diritti fondamentali dell’UE (artt. 7 e 8).
Altra opinione critica alla proposta PNR è quella dell’Agenzia Europea per i diritti fondamentali, alla quale si aggiunge il parere del Supervisore europeo Data Protection.
Molti sono i dubbi in relazione al testo attuale. La conservazione dei dati per 5 anni è decisamente più ampia rispetto a quella stabilita dalla direttiva Data Retention, dichiarata invalida. Ugualmente la PNR prevede la raccolta indiscriminata di dati, quindi una sorveglianza non mirata, che è stata dichiarata illegittima dalla Corte europea.

Una relazione commissionata dal Consiglio d’Europa sulla PNR, e redatta da Douwe Korff, professore di diritto internazionale presso la London Metropolitan University, e Marie Georges, esperta indipendente per conto del CNIL, evidenzia come dopo le rivelazioni di Snowden il quadro sia enormemente cambiato.
Non siamo più di fronte alla valutazione di strumenti di identificazione di una persona, oggi la sorveglianza ha più a che fare con operazioni di data mining per scandagliare i Big Data (enormi quantità di dati derivanti casomai dall’incrocio di più database), al fine di creare “profili” poi utilizzati per individuare statisticamente un soggetto che in base ai comportamenti attuati sia più o meno predisposto a diventare un “terrorista”. Siamo sempre più vicini al “pre-crimine” di Minority Report di Philip Dick, nel senso che non ci si occupa più soltanto di scovare terroristi, ma di etichettare gli individui sulla base di meri algoritmi. Statisticamente vuol dire che può anche accadere che l’algoritmo prenda un abbaglio, etichettando come terrorista chi non lo è (non lo sarà?!).

Da questo tipo di approccio sorge anche un evidente paradosso. Nell’era in cui le stesse istituzioni europee pretendono dai motori di ricerca una rigida applicazione del diritto all’oblio, imponendogli di dimenticare il passato, i database utilizzati dalle istituzioni invece non dimenticano nulla, ed ogni evento negativo tornerà a tormentarci in futuro.

In base a documenti trapelati dall’NSA si è scoperto che l’Agenzia americana, come del resto il DHS, utilizza i PNR come parte della profilazione e analisi della rete sociale dei cittadini e degli stranieri. L’NSA correla ben 164 tipi di relazioni per costruire della reti sociali e comunità di interessi.
Lo stesso sistema Secure Flight americano nel 2009 è passato da un sistema black-list a un sistema white-list. Cioè se prima si identificavano i passeggeri a rischio in base alle corrispondenze con gli elenchi No Fly, oggi si assegna la categoria (alto rischio, basso rischio, rischio sconosciuto) anche in base ad una analisi demandata ad algoritmi. Il check-in dei passeggeri di fatto inizia molto prima dell’imbarco, analizzando il database dell’Homeland Security (Automated Targeting System) al fine di scovare corrispondenze di comportamenti devianti.
I soggetti catalogati ad alto rischio si trovano a subire controlli invasivi se non addirittura vedersi negato l’imbarco. Secondo l’Ufficio Privacy della Transportation Security Administration si sono avute ben 13mila richieste di risarcimento danni in soli 9 mesi, da parte di soggetti che hanno ritenuto di essere stati sottoposti a controlli eccessivi.

Progetti pilota dopo la bocciatura

Un altro punto debole è l’efficacia. La Commissione continua a presentare la proposta PNR come un mezzo indispensabile per catturare terroristi e criminali. Ma attualmente non esiste alcuna prova che tali forme di sorveglianza di massa siano efficaci nella prevenzione del crimine.
Ad esempio la Francia ha partecipato a numerosi progetti PNR pilota, finanziati dalla Commissione europea per un totale di 50 milioni di euro, che purtroppo non hanno impedito i recenti attacchi sul suolo francese.
Tra l’altro occorre notare che tali progetti sono stati avviati dopo la bocciatura del Parlamento europeo, quindi sono soldi spesi, inutilmente (e in epoca di crisi), saltando una democratica decisione del Parlamento europeo.

Mappa dei progetti pilota PNR finanziati dalla Commissione europea

Mappa dei progetti pilota PNR finanziati dalla Commissione europea

Si deve inoltre considerare che tali accordi non coprono tutto il mondo, in particolare non esistono accordi con l’Asia, la Turchia, il Pakistan, e l’Africa. Insomma queste schedature di massa riguarderebbero europei e americani.

Lo stesso Garante Privacy UE ha criticato la proposta PNR, ritenendola una «legge invasiva, costosa e non è detto che sia vincente». Secondo Giovanni Buttarelli, infatti, si deve evitare «una rete a strascico che catturi tutto» con una «moltitudine di dati di cui non siamo neanche poi capaci di analizzare l’efficacia». E propone «un approccio più selettivo».

La sorveglianza mirata è più efficace della raccolta indiscriminata dei dati dei passeggeri.

Ciò che serve, infatti, non è l’ennesima norma che assomiglia più ad una schedatura di massa dell’intera popolazione, al fine di raccogliere dati che un giorno potrebbero, forse, rivelarsi utili, bensì un approccio mirato, basato su una corretta valutazione dei rischi dei voli e delle persone.
Occorre facilitare lo scambio di informazioni tra i vari servizi di sicurezza e polizie degli Stati dell’Unione, e occorre una legge che differenzi le categorie di dati, le misure e la durata di conservazione dei dati a seconda della gravità dei reati, e soprattutto ammetta la conservazione solo in caso di collegamento tra il soggetto e una oggettiva minaccia per la sicurezza pubblica. Occorre anche prevedere criteri oggettivi che limitino l’accesso ai dati e soprattutto misure di sicurezza adeguate che impediscano l’accesso non autorizzato ai dati.

Tutto il resto sarebbe una sorveglianza di massa, illegittima secondo la Corte di Giustizia dell’Unione europea.

 


I dati che possono essere presenti in un PNR:

- numero del passaporto;
– paese di rilascio del passaporto;
– data di scadenza del passaporto;
– nome;
– cognome;
– genere;
– data di nascita;
– nazionalità;
– Passenger Name Record code locator;
– data di prenotazione del volo;
– altri nomi sul Passenger Name Record (PNR);
– indirizzo;
– modalità di pagamento;
– indirizzo di fatturazione;
– numero di telefono;
– itinerario completo;
– informazioni frequent flyer;
– agenzia di viaggi;
– agente di viaggio;
– condivisione codice PNR;
– status di viaggio del passeggero;
– indirizzo email;
– numero del biglietto;
– numero di posto;
– data di emissione del biglietto;
– bagaglio;
– richieste di servizio particolari, quali le preferenze dei pasti;
– cronistoria delle modifiche del PNR;
– numero di viaggiatori nel PNR;
– biglietti di sola andata.

Autore
Avvocato e blogger. Mi interesso di diritto applicato ad internet e alle nuove tecnologie di comunicazione. @brunosaetta



Crocetta, L’Espresso, l’intercettazione: la ricostruzione dei fatti e alcune domande

Abbiamo ricostruito i punti centrali della vicenda dell’intercettazione che ha coinvolto il governatore della Sicilia. Tra smentite della Procura di Palermo, conferme de L’Espresso e richieste di chiarimento dei lettori. Le nostre domande sui lati “oscuri” del caso.


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Ha collaborato Arianna Ciccone

Aggiornamento 27 luglio 2015 ore 20.50: Secondo quanto riportato da L’Espresso i due giornalisti, Piero Messina e Maurizio Zoppi, sono indagati per «pubblicazione o diffusione di notizie false, esagerate o tendenziose, atte a turbare l’ordine pubblico». Messina risponde pure di calunnia, in quanto sarebbe stato smentito da una presunta fonte. I due giornalisti si sono avvalsi della facoltà di non rispondere.

Aggiornamento 27 luglio 2015 ore 8.30: Dopo 10 giorni dalla pubblicazione dell'”esclusiva” de L’Espresso sul silenzio di Rosario Crocetta seguito alle presunte parole («bisogna farla fuori come il padre») di Matteo Tutino contro l’ex assessore alla Sanità in Sicilia, Lucia Borsellino, svariati sono stati gli interventi di politici, di (ex) magistrati, tra le smentite delle procure siciliane e i dubbi sulla vicenda dei lettori che hanno commentato soprattutto su Facebook. In questi giorni Valigia blu ha provato a ricostruire i fatti. Dal quadro finora emerso, ci sono, secondo noi, però, dei punti che andrebbero chiariti, per permettere a ognuno di farsi un’opinione avendo tutti gli elementi a disposizione.

Le domande prescindono dalla valutazione politica dell’operato di Crocetta e anche dal difficile contesto in cui si è trovata a operare Lucia Borsellino fino alle sue dimissioni. Contesto spiegato molto bene da Lirio Abbate sempre su l’Espresso.

Le nostre domande

1. E se l’audio fosse stato manipolato?

Dal punto di vista metodologico l’autenticità dell’audio avrebbe dovuto essere verificata. A quanto è emerso dalle ricostruzioni de L’Espresso, solo la trascrizione dell’audio è stata controllata, attraverso l’incrocio di più fonti. E se l’audio fosse stato manipolato?

2. Il giornalista sa direttamente che si tratta di una conversazione tra Tutino e Crocetta?

L’Espresso, nella nota del 23 luglio scorso, scrive che a maggio 2014 «uno degli investigatori fa ascoltare ai cronisti Messina e Zoppi il brano di un audio», presentandolo come «la dichiarazione di Tutino al governatore Rosario Crocetta sulla necessità di “far fuori” l’assessore Lucia Borsellino». Quindi la fonte iniziale – da quanto scritto sopra – sembra presentare ai due giornalisti non l’ascolto di un’intera intercettazione tra il primario dell’ospedale palermitano Villa Sofia e il governatore siciliano, ma di una parte, «il brano di un audio», per l’appunto.

Dunque il giornalista ha ascoltato una conversazione intera tra Tutino e Crocetta? Ha appreso direttamente ascoltando l’audio che Tutino parlava con Crocetta? Oppure, come sembra suggerire l’articolo, che Tutino fosse al telefono con Crocetta il giornalista lo apprende dalla fonte e dall’audio ascolta solo la voce del medico?

3. La frase esatta qual è? 

Sempre secondo quanto scritto nell’ultima nota de l’Espresso, sembra che nel 2014 la frase pronunciata da Tutino fosse solo «farla fuori».

A maggio 2014 uno degli investigatori fa ascoltare ai cronisti Piero Messina e Maurizio Zoppi il brano di un audio, presentandolo come la dichiarazione di Tutino al governatore Rosario Crocetta sulla necessità di “far fuori” l’assessore Lucia Borsellino.

Mentre l’espressione «come suo padre», come riportata dal settimanale, verrebbe fuori solo dopo, nel 2015.

Il 2 luglio 2015 alle 13.19 la stessa fonte contatta Piero Messina e gli ricorda la vicenda dell’intercettazione. Gli scandisce parola per parola la frase di Tutino: «Lucia Borsellino va fatta fuori. Come il padre». E il silenzio di Crocetta inciso nei nastri.

Cosa ha sentito dall’audio il giornalista? Nel 2014 ha ascoltato «farla fuori» o «farla fuori come il padre»?

Inoltre, il settimanale scrive che la frase sarebbe stata confermata nella sua trascrizione da una fonte investigativa terza. Ma questa fonte ha confermato tutta la frase compreso «come il padre»? O solo la prima parte «farla fuori»?

Quindi è stata la fonte a indurre il giornalista a scrivere l’articolo su quell’audio, richiamandolo dopo un anno e ricordandogli l’esistenza di quella intercettazione?

Vale la pena precisare, inoltre, che L’Espresso ricorda che «anche altri giornalisti nell’isola hanno sentito parlare di una registrazione di quel tenore. Ne scrive “la Sicilia” di Catania, senza ricevere smentita».

L’articolo a cui il settimanale si riferisce è questo e come si può leggere nei virgolettati che vengono citati non compare mai «come il padre», ma si fa riferimento alla volontà da parte di Tutino di far fuori «politicamente» l’ex assessore Borsellino. Il dialogo, inoltre, sembra di capire, non è tra Tutino e Crocetta, ma tra il medico e più persone («altri amici – millantati o veri – di Crocetta»).
Ecco perché scrivere di uno «stesso tenore» si riferisce più che altro alla modalità del discorso, cioè di rabbia, non significando “con le stesse parole”.

4. L’audio è illegale? 

La procura di Palermo, di Messina, di Catania e Caltanissetta hanno ripetutamente smentito che ci sia un audio del genere agli atti delle loro inchieste (addirittura il Procuratore aggiunto di Palermo, Leonardo Agueci, ha parlato di un vera e propria “bufala”)

Fanpage, in una sua ricostruzione della vicenda (non ripresa dai media mainstream e tra l’altro non smentita fino ad ora da nessuno), dà per certo che l’audio fosse “illegale”, cioè fatto senza il via libera del giudice, conservato fino al 16 luglio scorso e poi distrutto: «Secondo quanto riferiscono fonti vicine ai Carabinieri quelle intercettazioni sarebbero state realizzate da apparati che si sono mossi prima dell’autorizzazione da parte del giudice. In altri termini si tratterebbe di un’intercettazione acquisita in maniera irregolare e, pertanto, mai annessa agli atti».

5. Cosa vuol dire esattamente «si va fino in fondo»? Chi l’ha pronunciata e con quale obiettivo?

Nel primo articolo che ha fatto emergere il caso, a firma di Piero Messina, a un certo punto viene scritto che «Gli stralci di queste intercettazioni sono confermati dai magistrati e dagli investigatori che lavorano all’inchiesta: questa volta, dicono, “si va fino in fondo”».
Quest’ultima frase virgolettata viene riportata nell’ultima nota dell’Espresso ma in essa le parole sembrano acquistare un altro significato: «Lunedì 13 luglio, alla vigilia della pubblicazione del settimanale, Messina e Zoppi incontrano un autorevole inquirente a cui sottopongono parola per parola il testo dell’intercettazione tra Tutino e Crocetta. Ricevono una conferma totale e chiara, assieme all’invito a procedere con la pubblicazione: “Questa volta si va fino in fondo”».
Se prima andare «fino in fondo» si riferisce alla volontà dei magistrati di portare avanti con decisione l’inchiesta, nel secondo caso la fonte sembra invitare i cronisti a procedere alla pubblicazione dell’articolo.

Qual è il vero significato dell’espressione «si va fino in fondo»? Chi l’ha pronunciata e con quale obiettivo?

6. Si è scelto di “bruciare” la fonte. Perché?

A più riprese si è parlato (giustamente) dell’obbligo da parte del giornalista di coprire le sue fonti.

Nella nota del 23 luglio L’Espresso però precisa data e orario della telefonata da parte della fonte principale (che ha fatto ascoltare l’audio a Piero Messina nel 2014) in cui ricorda l’intercettazione e la scandisce parola per parola.

In questo modo sostanzialmente, come scrive anche Marco Lillo sul Fatto Quotidiano, L’Espresso avrebbe rivelato agli investigatori la fonte. Perché?

7. L’autore dell’articolo e i suoi rapporti con Crocetta: non sarebbe stato opportuno un disclaimer?

Considerando il ruolo ricoperto da Piero Messina in questi anni (coordinatore fino al 2013 dell’ufficio stampa della Regione per l’ex governatore siciliano Raffaele Lombardo, poi licenziato da Crocetta) e il rapporto a dir poco burrascoso con Crocetta, non sarebbe stato opportuno una sorta di disclaimer alla firma dell’articolo, per permettere ai lettori di avere tutti gli elementi a disposizione? Molti commentatori su Facebook hanno cominciato ad avanzare dubbi sulla ricostruzione proprio quando hanno appreso del ruolo ricoperto da Messina.

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Questo post lo abbiamo scritto direttamente sulla nostra pagina fan di facebook lo riportiamo qui per archiviarlo tra i nostri lavori.

. Giovedì 16 luglio L’Espresso anticipa su sito un'”esclusiva” in cui si racconta di un’intercettazione di “pochi mesi fa” tra Rosario Crocetta, governatore della Regione Sicilia e il suo medico personale Matteo Tutino, primario dell’Ospedale palermitano Villa Sofia e da fine giugno in arresto per truffa, falso, peculato e abuso d’ufficio. Nella chiamata Tutino riferendosi a Lucia Borsellino, ex assessore della giunta (ruolo lasciato il mese scorso per contrasti nella gestione della Sanità con il governo della Regione), con cui ha un rapporto conflittuale, avrebbe detto: «Va fatta fuori come suo padre». Frase a cui, scrive il settimanale, Crocetta non avrebbe reagito.

. Il governatore della Sicilia in un primo momento risponde che la frase non l’ha sentita «forse c’era zona d’ombra, non so spiegarlo; tant’è che io al telefono non replico», aggiungendo che se l’avesse ascoltata avrebbe provato «a raggiungere Tutino per massacrarlo di botte». Poi però Crocetta annuncia di autospendersi da governatore.

. Nel pomeriggio arriva la smentita dello stesso medico, tramite le parole del suo avvocato: «Il mio assistito, con il quale ho parlato, nega nel modo più assoluto di avere mai pronunciato quella frase su Lucia Borsellino».

. Interviene la procura di Palermo, con il procuratore Francesco Lo Voi che afferma: «Agli atti dell’ufficio, e in particolare nell’ambito del procedimento n* 7399/2013/21, non risulta trascritta alcuna telefonata del tenore di quella pubblicata dalla stampa tra il governatore Crocetta e il dottor Matteo Tutino». Lo Voi aggiunge anche che «analogamente i carabinieri del Nas che hanno condotto le indagini nel suindicato procedimento hanno escluso che una conversazione del suddetto tenore tra i predetti sia contenuta tra quelle registrate nel corso delle operazioni di intercettazione nei confronti del Tutino».
Posizione che lo stesso procuratore conferma, per la seconda volta, il giorno dopo l’anticipazione dell’articolo dell’Espresso: «Ribadisco quanto contenuto nel comunicato stampa di ieri, 16 luglio. L’intercettazione tra il dottor Tutino e il presidente Crocetta, di cui riferisce la stampa, non è agli atti di alcun procedimento di questo ufficio e neanche tra quelle registrate dal Nas».

LiviSicilia.it, nel seguire la cronaca della notizia, specifica altri due punti. Il primo è che la notizia di tale conversazione girava da tempo ma non era mai stato trovato un riscontro tra magistrati e investigatori. Inoltre, il procuratore Lo Voi ha specificato che quella frase non risulta neanche nei brogliacci (i libri su cui gli investigatori riassumono il contenuto delle stesse intercettazioni) e alla domanda se potesse far parte di un’altra indagine la risposta è sempre la stessa: «Agli atti della Procura di Palermo non c’è alcuna conversazione di tale tenore».

. In serata arriva la nota dell’Espresso in cui si conferma il contenuto del proprio articolo: “La conversazione intercettata tra il presidente della Regione siciliana Rosario Crocetta e il primario Matteo Tutino risale al 2013 (ndr lo scambio quindi non sarebbe, come scritto nell’articolo, di «pochi mesi fa») e fa parte dei fascicoli secretati (ndr quindi non pubblicabili per legge. Anche se il giornalista che ne viene in possesso può decidere di pubblicarli ugualmente valutandone l’interesse pubblico) di uno dei tre filoni di indagine in corso sull’ospedale Villa Sofia di Palermo”.

. Rosario Crocetta passa al contrattacco e parla di un un’azione «di dossieraggio» contro di lui: «Mi hanno distrutto, ucciso, perché è questo che volevano: farmi fuori, eliminarmi. Ci stavano riuscendo, ma tutto sta diventato chiaro e lo diventerà ancora di più». Il governatore, inoltre denuncia, in un’intervista al Fatto quotidiano, che il giornalista dell’Espresso, che nel 2010 ha lavorato come coordinatore dell’ufficio stampa della Regione per l’ex governatore siciliano Raffaele Lombardo, è stato licenziato dalla Regione da lui.

. Luigi Vicinanza, direttore de L’Espresso, intervistato da La Stampa, ribadisce che l’intercettazione è del 2013 e che è contenuta in fascicoli secretati «di uno dei tre filoni di indagine in corso sull’ospedale Villa Sofia di Palermo». Prima conferma che al settimanale hanno ascoltato l’audio, specificando che «è sporco e ci sono alcune interferenze». Poi alla domanda se L’Espresso ne sia in possesso, il direttore del settimanale chiarisce: «il nostro cronista l’ha ascoltato», aggiungendo che «poi ha potuto ricopiare la trascrizione».
Vicinanza torna sull’argomento scrivendo un’ulteriore nota comparsa sul sito dell’Espresso in cui si conferma che quella telefonata esiste, che prima di pubblicare l’articolo sono state fatte tutte le verifiche del caso e conclude che «già in passato per tutelare il segreto di inchieste relative a cariche istituzionali, la procura di Palermo ha smentito rivelazioni de L’Espresso che poi si sono dimostrate vere. Come quando anticipammo la notizia dell’iscrizione dell’allora presidente del Senato Renato Schifani nel registro degli indagati: la procura negò. Trascorsero mesi, la notizia si rivelò fondata».

. La procura di Palermo aprirà un’inchiesta Modello 45, senza reati né indagati, sulla pubblicazione dell’intercettazione.

. A cinque giorni dalla rivelazione del settimanale della presunta intercettazione, l’avvocato di Rosario Crocetta annuncia che chiederà all’Espresso 10 milioni di euro come richiesta di risarcimento: «Avvieremo un’azione civile risarcitoria, che è molto più veloce di quella penale, chiedendo all’Espresso la somma di 10 milioni di danni, non solo al settimanale ma anche ai due giornalisti dell’articolo e al direttore Vicinanza, non solo per omesso controllo, ma anche per avere più volte confermato l’esistenza della intercettazione».
A stretto giro arriva la replica del settimanale diretto da Luigi Vicinanza: «La causa annunciata dai legali di Rosario Crocetta può diventare l’occasione processuale per comprovare la piena correttezza del comportamento dell’Espresso e per fare definitiva chiarezza su quanto è avvenuto».

. Anche l’ipotesi che l’intercettazione in questione sia presente all’interno di inchieste di altre procure viene smentita dal procuratore di Caltanissetta, Sergio Lari, da quello di Messina, Guido Lo Forte, e dal procuratore di Catania, Michelangelo Patanè.

Una settimana dopo il lancio dell'”esclusiva” con la presunta intercettazione tra Crocetta e Tutino, il settimanale pubblica una nuova nota in cui vengono spiegate le dinamiche giornalistiche e le tappe che hanno portato alla scelta di pubblicare. «A maggio 2014 – scrive L’Espresso – uno degli investigatori fa ascoltare ai cronisti Piero Messina e Maurizio Zoppi (ndr riguardo alla questione di chi abbia ascoltato l’audio, il direttore Vicinanza, intervistato da La Stampa, aveva specificato che l’intercettazione era stata ascoltata da un solo cronista («il nostro cronista l’ha ascoltato»)) il brano di un audio, presentandolo come la dichiarazione di Tutino al governatore Rosario Crocetta sulla necessità di “far fuori” l’assessore Lucia Borsellino». Il giornale spiega, inoltre, che trattandosi di intercettazioni ancora segrete, «parlarne avrebbe compromesso l’esito delle indagini».
Dopo che nel giugno del 2015 Tutino viene arrestato e Lucia Borsellino si dimette dall’assessorato della Sanità della giunta Crocetta, scrive L’Espresso che Piero Messina viene contattato dalla “stessa fonte” ricordandogli “la vicenda dell’intercettazione” e scandendogli «parola per parola la frase di Tutino: “Lucia Borsellino va fatta fuori. Come il padre”. E il silenzio di Crocetta inciso nei nastri». Il settimanale aggiunge che per «non scrivere falsità» Messina e Zoppi cercano altri riscontri e, il 13 luglio scorso, pochi giorni prima la pubblicazione «incontrano un autorevole inquirente a cui sottopongono parola per parola il testo dell’intercettazione tra Tutino e Crocetta. Ricevono una conferma totale e chiara, assieme all’invito a procedere con la pubblicazione: “Questa volta si va fino in fondo”».

. Il 27 luglio L’Espresso riporta che Piero Messina e Maurizio Zoppi, autori dell’articolo da cui è scoppiato il “caso Crocetta”, sono indagati per «pubblicazione o diffusione di notizie false, esagerate o tendenziose, atte a turbare l’ordine pubblico». Messina è chiamato a rispondere pure di calunnia, in quanto sarebbe stato smentito da una presunta fonte. I due giornalisti si sono avvalsi della facoltà di non rispondere.

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"Non è il caso né di avere paura né di sperare, bisogna cercare nuove armi." Gilles Deleuze @andreazitelli_



Il giornalismo politico in Italia non funziona: ecco perché

Bassa fiducia nelle notizie, pochi anticorpi nei confronti della propaganda, la sensazione crescente che giornalisti e politici facciano parte della stessa “Kasta”: il cambiamento è necessario, prima di tutto per i giornalisti.



Ci sono risposte a domande sul giornalismo (politico) italiano che lasciano pochi spazi a dubbi.

Credi nell’informazione? Solo il 35% dice sì, e la percentuale sale solo al 48% se si considerano le fonti “affidabili”. Eppure il 74% degli italiani ha voglia di ricevere informazioni. (dati Reuters, giugno 2015)

Pensi che l’informazione sia attivamente manipolata? Il 70% dice di sì (dati Censis del 2013). Manipolare non è cancellare, omettere, dire mezze verità. Manipolare vuol dire intervenire direttamente sulla realtà per mistificarla. Per sette italiani su dieci i giornalisti italiani fanno questo.

Da questo punto di vista, un recente video dei The Jackal per una web-serie della Rai racconta molto bene la condizione di crescente disillusione (per non dire esplicitamente sfiducia) nei confronti del giornalismo politico, attraverso la ricostruzione di un tg i cui contenuti si riproducono stancamente in un format altrettanto prevedibile.

Quando leggi un’informazione sui social media, di chi ti fidi?
Il 63% risponde “amici e famiglia”, l’unica fonte trusted di una ricerca Edelman di gennaio 2015. I giornalisti sono nella categoria ‘distrusted’ (non affidabili) con il 38% di fiducia.

 

Basandoci su questi dati, la risposta alla domanda che dà titolo al post è chiarissima: il giornalismo politico in Italia non funziona. Non convince i lettori, non restituisce un’idea positiva della categoria professionale dei giornalisti, in definitiva non fa vendere giornali, o comunque non rende meno doloroso il calo stabile di copie di quotidiani nazionali e locali vendute dal 2000 al 2013, -38.7% (dati Censis, marzo 2015).

Cosa non funziona, a mio avviso?

1. Il dominio del retroscena sulla notizia: sui giornali italiani è molto facile leggere ricostruzioni condite da espressioni “secondo fonti autorevoli” e smentite il giorno dopo dalla realtà, è molto più difficile leggere analisi basate su dati empirici. Il retroscena è facile da confezionare, l’analisi basata su dati molto meno.
2. Il dominio del tifo sull’oggettività: quando i giornalisti si schierano, abdicano alla loro funzione. È legittimo provare simpatie o antipatie, ma quando si scrive solo bene o solo male di qualcuno basandosi su pregiudizi positivi o negativi, magari omettendo le circostanze in cui il politico che ti sta antipatico fa la cosa giusta, o quella in cui il politico che ti sta simpatico fa la cosa sbagliata, non si fa giornalismo: si fa propaganda, più o meno involontaria. Ma il mondo è pieno di gente che fa propaganda, il mercato è saturo 0da questo punto di vista.
3. Il dominio dell’informazione autoreferenziale sull’informazione per tutti. Il passaggio della “velina” a uso interno (molto romano, molto istituzionale) fa riempire le pagine dei quotidiani, ma fa svuotare le edicole (anche online). Chiedere soldi a un lettore per assistere passivamente a scambi di riferimenti incrociati, avvisi politici, bozze di trattative è poco razionale prima di tutto dal punto di vista commerciale: il servizio offerto non è attrattivo.
4. Il dominio del lancio di agenzia sul post (con i commenti). Sono le agenzie di stampa, troppo spesso, a decidere quale sarà la notizia del giorno. Le redazioni, sempre più in difficoltà economica e in alcuni casi rallentate da qualche pigrizia di troppo, si fanno dettare l’agenda dai politici, dalla loro propaganda e dai suoi effetti. Ma un giornalista può andare a cercare le notizie in mare aperto, andando ad esempio a spulciare tra i commenti ai post dei politici (c’è spesso materiale di assoluto interesse, anche perché c’è tanta gente sui social in Italia, a partire da Facebook) e non accettando più l’idea, spesso autoimposta per quieto vivere, di giornalismo come “passaggio di carte”.
5. Il dominio del “volemose bene” sul “giornalismo come cane da guardia del potere”. È difficile parlare male di una persona con cui esci a cena, anche quando se lo meriterebbe. Penso che sia emotivamente comprensibile per tutti. La soluzione, però, non è smettere di parlarne male, è smettere di andarci a cena. Se non si può parlare liberamente di qualcuno, difficilmente l’autorevolezza di un giornalista resterà intatta.

Quali soluzioni sono possibili per chi vuole fare giornalismo politico in Italia?

Ne cito qualcuna qui, invitandovi a un ulteriore approfondimento nelle slide in coda all’articolo, ma soprattutto invitandovi a dire la vostra qui tra i commenti o sui social media.

1. Rinunciare al ruolo di unico depositario della notizia: i politici non hanno più un rapporto di dipendenza acclarata nei confronti dei media tradizionali, perché hanno oggi gli strumenti per decidere di comunicare anche senza mediazione. I giornalisti devono dunque cambiare funzione sociale, impegnandosi maggiormente sulla verifica dell’attendibilità di ciò che il politico ha appena finito di dire.
2. Decidere: o si fa il tifo, o si fa analisi. Entrambe le soluzioni sono legittime, ma sono incompatibili tra loro.
3. Rinunciare a qualche velina a vantaggio di qualche buona storia raccolta sui social media. Difficile, perché mette a rischio le relazioni con le fonti privilegiate. Ma se non si cambia in fretta, saranno i lettori a mollare i giornalisti, prima ancora dei politici.
4. Non circoscrivere Internet a “quello che dicono i miei colleghi su Twitter”. Il potere è (giustamente) considerato autoreferenziale da tanti cittadini italiani, i giornalisti hanno l’opportunità di spezzare questa catena.
5. Rinunciare, per quanto possibile, alla “Grande Bellezza” delle cene, delle feste e dei salotti. L’integrità è faticosa, ma è l’unica soluzione possibile alla crisi di fiducia che stiamo vedendo.

Chiudo con un’ultima domanda: chi potrebbe risolvere il problema di fiducia nei cittadini nei confronti del giornalismo politico italiano ha davvero voglia di farlo?




Caro Corriere, ti spiego perché la Grecia è la culla della democrazia (diretta)

I punti deboli dell’articolo di Umberti Curi e una premessa: voler spiegare l’Atene di Tsipras con il filtro dell’Atene classica è un po’ come voler spiegare le politiche di Renzi con le cronache della Firenze di Lorenzo il Magnifico.


via Bloomberg

via Bloomberg

Uno degli effetti imprevisti della crisi greca è stato quello di portare sulle prime pagine dei giornali un’ondata di articoli sul mondo classico ed in particolare sulla storia della Grecia antica.

Commentatori più o meno improvvisati, forti spesso di una infarinatura risalente ai tempi in cui hanno fatto il liceo classico, si sono sentiti in dovere di spiegare il filo rosso che lega l’antica democrazia ateniese alle recenti vicissitudini economiche del governo Tsipras. È stato così tutto un fiorire di opinioni sulla democrazia greca dell’età di Pericle e sulla sua diretta influenza sul referendum voluto dal Governo greco attuale.
Premesso che voler spiegare l’Atene di Tsipras con il filtro dell’Atene classica è un po’ come voler spiegare le politiche di Renzi con le cronache della Firenze di Lorenzo il Magnifico, anche commentatori meno improvvisati sono caduti in tentazione, con esiti non sempre felicissimi.

Umberto Curi, per esempio, sulle pagine del Corriere della Sera, ha spiegato l’altro giorno come, a suo parere, la Grecia venga considerata a torto la “culla” della democrazia moderna occidentale, per cui gli entusiasmi odierni per il referendum popolare voluto da Tsipras sarebbero del tutto fuori luogo.

Le tesi riportate da Curi sono in buona sostanza due:

1) la democrazia ateniese era un regime non molto stimato dagli stessi Greci antichi, di fatti sia Platone che Aristotele (e ci potremmo aggiungere anche Tucidide, Senofonte e Polibio, che Curi non cita) la disprezzavano e il termine democrazia ha in greco un senso “peggiorativo”, in quanto indica il “kratos”, cioè il potere esercitato con violenza ed arbitrio dal popolo;

2) la democrazia ateniese non era democrazia in quanto erano esclusi dal voto donne e schiavi.
Per gli antichisti l’articolo di Curi (giustamente divulgativo, su un quotidiano mainstream) è un po’ una scoperta dell’acqua calda, ma resta il fatto che proposto così e così scritto ha qualche punto molto scricchiolante.

Partiamo dall’idea che la democrazia ateniese non sia una vera democrazia perché escludeva dal voto donne e schiavi. L’idea che il demos, cioè il corpo elettorale, debba comprendere “tutti” è una idea essenzialmente contemporanea. Nessuna società antica era mai arrivata a postulare qualcosa di simile, ma, se dovessimo essere così restrittivi, giungeremmo al paradosso che neppure la Costituzione degli Stati Uniti è stata creata per uno stato democratico, dato che non comprendeva all’inizio il diritto di voto per donne e schiavi, e ancora oggi, del resto, il diritto di voto non può essere esercitato automaticamente, ma solo dietro volontaria iscrizione del singolo nelle liste elettorali.
Le democrazie moderne e contemporanee è vero che non discendono dalla democrazia di V secolo ateniese per via diretta. Sono derivate infatti casomai dal sistema “misto”, come lo definì Polibio, che vigeva nella Roma repubblicana, grande e spesso unica vera fonte di ispirazione per le Repubbliche rivoluzionarie americane e francesi, che sono a loro volta le antesignane di tutte le democrazie moderne. Erano e sono sistemi basati sulla rappresentanza, ovvero sul voto di delegati eletti dal popolo per prendere decisioni.
Nulla di tutto questo esisteva della Atene di V secolo, dove invece non c’erano rappresentanti eletti (e pochissime, per altro, erano anche le cariche elettive: giusto gli Strateghi, ovvero i comandanti militari preposti a singole campagne, erano scelti con il voto: tutti gli altri incarichi pubblici erano tirati a sorte). Il corpo elettorale, cioè il “demos”, si riuniva ogni tot giorni e votava tutti i provvedimenti: ciascuno aveva il diritto di proporre leggi o di proporre emendamenti all’ordine del giorno stilato da una una commissione più ristretta, anche lei formata da persone qualsiasi scelte per sorteggio.

In questo modo di procedere, c’è un filo rosso e una qualche analogia con l’operazione voluta di Tsipras, che, dovendo prendere una decisione, ha convocato alle urne l’intero corpo elettorale greco, per averne il parere diretto.

Il parere del popolo democraticamente espresso, naturalmente, non ha nessuna garanzia di essere il “migliore”. Il voto spesso può ben essere frutto di decisioni prese “di pancia”, o con poco acume politico. Ma questo è un rischio presente in tutte le consultazioni democratiche (a dire il vero, è un rischio implicito in tutte le decisioni umane: nulla garantisce che un gruppo di oligarchi prenda decisioni più assennate, per quanto tecnicamente preparati possano essere).

E qui cade la seconda obiezione mossa da Curi: cioè che democrazia sia una parola dispregiativa, che indica lo strapotere, più che il potere del popolo.
Certo: la parola “positiva” per i Greci classici era “isonomia”, cioè uguaglianza davanti alle leggi, e democrazia veniva considerata uno scadimento di questa. Resta però il fatto che, almeno da Erodoto in poi, il termine “isonomia”, già usato da Solone, ha per i Greci classici una accezione che viene legata a regimi in cui il potere viene detenuto da gruppi di oligarchi più o meno allargati, che prendono le decisioni per tutti. Il valore positivo dato alla “isonomia” dipende dal fatto che quasi sempre i filosofi e gli intellettuali che la lodavano facevano parte della classe dirigente, e pertanto erano all’interno della cerchia che era autorizzata a prendere decisioni.

La rivoluzione ateniese di V secolo era stata proprio scardinare questi gruppi di potere, costringendoli a far votare ogni decisione in assemblea, e da un’assemblea composta da membri di tutte le classi sociali, anche le più povere. Platone, Aristotele, ma anche Tucidide e Senofonte, pur con varie sfumature, avevano una pessima opinione della democrazia diretta di età periclea, e ancora peggiore di quella che, negli anni successivi alla morte di Pericle (comunque aristocratico della più bell’acqua e di lignaggio regale), aveva portato alla ribalta una serie di personaggi populisti e popolani, come venditori di lanterne, salsicciai e gente di incerta professione, divenuti in men che non si dica capipopolo. Ma, paradossalmente, è proprio in questa fase che la democrazia antica assomiglia di più a quelle nostre occidentali, in cui oggi la carriera politica è aperta a tutti, e spesso gli uomini di punta vengono dal mondo della piccola impresa, o da altre professioni liberali, e non hanno spesso alle spalle famiglie di tradizioni antiche o grossissimi patrimoni accumulati nei secoli.

Le democrazie moderne, in pratica, anche se nate da radici che i Greci classici avrebbero definite “aristocratiche”, piano piano hanno virato verso la democrazia diretta di stampo ateniese: mentre il primo parlamento americano era costituito essenzialmente di proprietari terrieri di origine anglosassone, oggi il Presidente è un immigrato di seconda generazione nero, come Obama. E la democrazia diretta è in fondo il modello a cui tendono, pur con tutte le incertezze del caso, le varie proposte di voto diretto su Internet.

L’idea di fondo della modernità è l’allargamento del corpo elettorale e il ricorso al voto diretto su sempre un maggior numero di questioni, per garantire l’avvallo delle decisioni da parte di un numero sempre più ampio di cittadini.

In questo, l’idea della democrazia greca sembra ancora vivissima. Per cui forse ha ragione Curi: le nostre democrazie occidentali non discendono direttamente da quella ateniese di V secolo. Tuttavia, spingono per arrivarci.




Egitto, l’attentato al consolato non è un attacco all’Italia. Dubbi sulla rivendicazione dell’ISIS

La dichiarazione del ministro Gentiloni non convince. Il principale destinatario della bomba esplosa al Cairo è lo stesso governo egiziano. I terroristi hanno problemi più gravi e motivazioni ben più grandi che colpire l’Italia. Forti perplessità anche sulla rivendicazione dello Stato islamico.


di Alessandro Accorsi

Aggiornamento 14 luglio:

Nel primo pomeriggio di ieri, il sito egiziano al-Mogaz ha citato un ufficiale del Ministero dell’Interno che ha dichiarato: «abbiamo identificato le persone sospettate nell’attacco al consolato, verranno arrestate a breve». Da li, è iniziata a circolare la notizia di un arresto, subito ripresa da Youm7 che ha pubblicato nomi e foto degli attentatori. La polizia avrebbe fermato due uomini di Beni Suef e un uomo di Fayoum. Al Mogaz e Youm7 sono tra i siti meno affidabili in assoluto. Youm7 pubblica spesso prima degli altri le informazioni che la polizia gli passa in anteprima, e riescono comunque a fare degli errori o ad essere smentiti puntualmente.
Dopo un paio di ore lo stesso sito al-Mogaz, però, ha negato che le persone arrestate fossero gli attentatori, citando fonti di sicurezza egiziane. Lo stesso sito che per primo ha lanciato la notizia, ha corretto il tiro e spiegato che 1) la polizia non ha arrestato gli attentatori e 2) ad essere stato fermato per essere interrogato era il proprietario della macchina usata nell’attentato.
Ora, come fatto giustamente notare su Twitter, la bomba al consolato non è stato un attacco im-provvisato. Sarebbe sciocco pianificare un attacco del genere e usare la propria auto e non una rubata.

La notizia, quindi, è stata smentita dallo stesso giornale che l’aveva pubblicata inizialmente. Dopo poco, lo stesso giornale di stato al-Ahram ha negato l’arresto dei tre attentatori e fonti di sicurezza egiziane hanno confermato a più di un corrispondente straniero al Cairo che no, gli sarebbe piaciuto arrestare i responsabili della bomba, ma non li hanno presi ancora.
In serata, la notizia si era completamente sgonfiata ed era chiaro a tutti che si era trattato di un malinteso o di una bufala. Tra i corrispondenti e giornalisti che vivono al Cairo, nessuno ne twittava, nessuno ne scriveva.
Nel frattempo, però, il primo lancio fatto da al-Mogaz è stato ripreso e tradotto dal Al-Arabiya e altri. Il fatto che lo abbiano ripubblicato, non significa che sia vero o che sia stato verificato in maniera indipendente. Non c’era una fonte nuova che confermasse quanto le stesse fonti di sicurezza avevano smentito allo stesso al-Mogaz e ad altri giornali.
La notizia non è stata neanche ripresa da Associated Press o AFP, che anzi non le hanno dato peso proprio perché non affidabile. Ma è stata ripresa dall’Ansa che ci ha fatto un lancio, uscito quando la smentita dell’arresto era stata già pubblicata.
Stessa dinamica della teoria secondo la quale sarebbe stato un attentato contro un giudice. La notizia, smentita dal giudice stesso e da fonti diplomatiche italiane, aveva smesso di circolare in Egitto quando è diventata virale in Italia.

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Aggiornamento 13 luglio: Questa mattina Paolo Gentiloni, in visita in Egitto per portare solidarietà ai dipendenti del consolato italiano, ha rilasciato nuove dichiarazioni: «l’attentato è un fatto grave, un probabile avvertimento, ma non dobbiamo interpretarlo come qualcosa di diretto verso l’Italia».

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Un rombo sordo e profondo, la terra che trema, l’impressione di trovarsi a pochi metri da un edificio risucchiato al centro della terra. Quattrocentocinquanta chilogrammi di esplosivo fatti detonare contro il consolato italiano al Cairo suonano così, anche a quasi un chilometro di distanza. L’esplosione alle 6 e 30 di mattina ha svegliato una città ancora avvolta dalla calma di un sabato di Ramadan. Nessuno nelle strade, neanche in quelle solitamente super trafficate attorno al consolato. Il vecchio edificio si trova infatti al centro di un dedalo di strade e arterie tra i più movimentati della capitale. Due strade sopraelevate ad alta percorrenza ne delimitano il perimetro, mentre camminare sotto ai due ponti diventa un’impresa. Venditori ambulanti di cibo e bevande, bancarelle di vestiti usati, macchine, pendolari, passanti, un esercito di autisti di minibus che urlano i nomi delle loro destinazioni cercando di sovrastare il già infernale rumore dei clacson. Chiunque viva al Cairo si chiede come sia possibile che il consolato italiano si trovi proprio lì, in quell’inferno di decibel e marmitte e non in una delle altre zone residenziali, verdi e tranquille dove sono situate tutte le altre ambasciate europee. La motivazione è storica, ma proprio la collocazione del consolato potrebbe essere una delle spiegazioni più semplici e allo stesso tempo convincenti del perché l’attacco ha colpito la missione diplomatica italiana.

Il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni si è subito precipitato a dichiarare che l’attentato è un attacco contro l’Italia e l’Occidente. La teoria del ministro è stata subito ripresa e ripetuta da praticamente tutti i quotidiani italiani. Quando nella serata di sabato è apparso un comunicato dello Stato Islamico – ancora da verificare – le analisi si sono appiattite ancora di più sull’idea che i terroristi volessero punire specificatamente l’Italia.

Per i rapporti con il governo Sisi, per l’importanza strategica del nostro paese nel Mediterraneo – un mito che meriterebbe un post a parte per essere sfatato – per fermare un nostro eventuale intervento in Libia o perché, semplicemente, l’obiettivo finale del califfato è quello di conquistare Roma e la sedia papale. Giornalisti ed esperti istantanei hanno dato più rilievo ad un fattore piuttosto che ad un altro, ma hanno tutti ripetuto, sostanzialmente, l’idea presentata dal ministro. Nel frattempo, noi giornalisti al Cairo che negli ultimi tre o quattro anni abbiamo lavorato sotto regimi diversi documentando ogni sorta di violazione dei diritti umani, lanciando costantemente l’allarme sulla repressione in atto e su come stia radicalizzando parte dell’opposizione, eravamo le uniche voci fuori dal coro, rifiutandoci di appiattirci su una visione italo-centrica e semplicistica di una realtà molto più complessa. Mi scuso se questo passaggio può sembrare polemico – lo è – e prometto di rivestire subito i panni dell’analista. Andiamo per ordine.

L’attentato è un attacco contro il consolato italiano. Non per questo, è un attacco contro l’Italia. La bomba è stata piazzata sotto una macchina in una via laterale del consolato e ha colpito la fiancata e l’ingresso per i visitatori. In quella zona non ci sono altri edifici, ma solo un grande parcheggio. Il consolato era chiaramente l’unico obiettivo. Un’altra teoria rimbalzata sui media egiziani sostiene che l’attacco fosse in realtà un tentato omicidio mirato contro un giudice egiziano. Da qualche settimana, alcune sigle appartenenti alla galassia dei gruppi militanti egiziani hanno lanciato una campagna di uccisioni mirate contro i giudici, sfociata con l’attentato in cui ha perso la vita il procuratore generale Hisham Barakat. Attentato, è bene ricordarlo, non ancora rivendicato. Se l’obiettivo fosse stato veramente il giudice che transitava di la, la bomba sarebbe stata piazzata sulla strada principale, di fronte al consolato e sotto al ponte del 6 Ottobre. Avrebbe anche avuto un maggiore impatto sul conto delle vittime, ma la strategia dei terroristi mira a limitare il più possibile le vittime civili per non alienare il possibile supporto della popolazione.
Stesso discorso se la bomba fosse stata piazzata sull’altro lato dell’edificio. Pare chiaro – e il comunicato dello Stato Islamico sembra confermare – che l’obiettivo fosse solamente il consolato. Ma, ripeto, non per forza l’Italia.

Da mesi al Cairo è in atto una escalation di violenza. Bombe e ordigni esplosivi improvvisati continuano ad esplodere con cadenza settimanale, al punto che gli egiziani usano Bey2ollak, una app per smartphone solitamente usata per segnalare incidenti e ingorghi stradali, per indicare invece la presenza di bombe e ordigni. Da tempo, le forze di sicurezza egiziane alzano il livello di allarme per possibili attacchi contro le missioni diplomatiche straniere. L’ambasciata canadese e quella britannica sono state chiuse per mesi, altre hanno spostato i servizi consolari in edifici sconosciuti al pubblico.

L’allarme, dunque, non riguardava solo l’Italia o “l’Occidente”, ma tutti i paesi che supportano il regime di Sisi. Inclusa l’Arabia Saudita, la cui vecchia ambasciata è stata colpita senza danni da un piccolo ordigno il 29 Giugno. Perché il consolato italiano, dunque, ma non specificatamente l’Italia? La maggior parte delle ambasciate sono raggruppate in due zone del Cairo e proprio l’alta concentrazione di missioni diplomatiche nella stessa area fa si che l’attenzione sia massima. Il consolato italiano è situato sopra in un dedalo di strade e arterie al centro del Cairo. Vero che la sicurezza è alta visto che la Corte Suprema si trova a poche centinaia di metri, ma è una delle missioni diplomatiche di un certo peso e rilievo più esposte a un possibile attacco. Insomma, è plausibile che il consolato italiano rappresentasse un buon compromesso tra fattori logistici, “di fattibilità”, strategici e politici. D’altronde, i terroristi hanno già cercato di colpire altre ambasciate e missioni diplomatiche.

L’Italia, a quanto pare, non era neanche così in alto nella lista di priorità o di nemici pubblici. Il governo Renzi è tra i maggiori alleati di al Sisi, come ripetuto dal premier dopo l’attacco. Renzi è stato tra gli unici leader europei a recarsi alla conferenza economica di Sharm El Sheikh e a ripetere in più di un’occasione che il presidente egiziano è un partner strategico. Il premier ha addirittura chiamato Sisi “un amico” nella giornata di domenica. Certo, la vicinanza tra il nostro governo e quello egiziano non aiuta certo a metterci al riparo dagli attacchi, ma altri governi non sono stati da meno. Il Canada addestra le forze di sicurezza egiziane e ha ripetutamente supportato l’azione del governo nonostante un suo cittadino – il giornalista di Al Jazeera Mohamed Fahmy – fosse implicato in un processo altamente politicizzato. La Spagna ha firmato contratti multimiliardari e rifiutato di commentare o protestare quando il corrispondente de El Pais Ricard Gonzales è stato costretto a lasciare il paese in fretta e furia. La Germania ha accolto con tutti gli onori Sisi nonostante le proteste di parte dell’opinione pubblica. Addirittura, le autorità tedesche hanno arrestato su mandato egiziano (e poi rilasciato) un altro giornalista di Al Jazeera. David Cameron ha lanciato un’offensiva contro la Fratellanza Musulmana nel Regno Unito. La Francia non è intervenuta quando una sua cittadina è stata arrestata ed espulsa due settimane fa perché stava facendo una ricerca su un movimento di opposizione secolare. La Francia ha anche venduto dei caccia bombardieri Rafale all’Egitto, collaborato per le operazioni  segrete egiziane in Libia, accolto Sisi con il tappeto rosso. L’Italia, insomma, non si è comportata diversamente da altri paesi. Né per quanto riguarda la situazione interna egiziana, né per quanto riguarda la Libia. Inoltre, la teoria delle motivazioni legate al paese dell’ex dittatore Gheddafi compaiono solamente sui media italiani. In Egitto e nel resto del Medio Oriente la stampa ignora quasi totalmente i nostri interessi a Tripoli.

Se, invece, l’attacco fosse parte di una crociata contro l’Italia perché l’obiettivo finale del califfato è di conquistare Roma, allora nel comunicato rilasciato – pare – dall’ISIS la retorica alla “Oh Rome, we are coming” avrebbe maggior rilievo. Invece, non c’è alcun riferimento all’Italia. Si parla solo della bomba al consolato italiano, ma non ci sono attacchi o dichiarazioni contro l’Italia. La bomba era sì un segnale ai governi occidentali (Italia inclusa) che sostengono il governo Sisi, ma il principale destinatario era il regime stesso. I terroristi egiziani hanno problemi più gravi e motivazioni ben più grandi che colpire gli interessi italiani o l’Italia. Quel che vogliono ottenere, con questo attentato così come con le centinaia di bombe esplose negli ultimi mesi, è dimostrare che Sisi non sta vincendo la guerra contro il terrorismo, ma che anzi possono colpire ovunque.

In secondo luogo, vogliono attirare giovani alienati e radicalizzati che non credono più alla strategia quietista e non violenta professata dai Fratelli Musulmani. “Se rischio di scomparire all’improvviso in un carcere segreto del regime, essere torturato, arrestato senza prove o accuse, essere impiccato con un processo farsa e senza che nessuno sappia nulla.. beh, allora tanto vale mettere una bomba contro i bastardi al potere”, è quello che ripetono da mesi sempre più giovani disillusi e arrabbiati. Sostenere che l’attacco al consolato fosse un attacco contro l’Italia è insomma come sostenere che l’attentato a Sousse in Tunisia fosse un attacco contro il Regno Unito perché a morire sono stati dei turisti britannici. Le due azioni, quella di Sousse e quella del Cairo, hanno però una cosa in comune.

In entrambi i comunicati, ripetiamo apparentemente rilasciati dall’ISIS, non viene indicato il nome della filiale locale del califfato, come avviene al solito, ma solo il paese teatro dell’attacco. Una differenza forse semantica, ma non da poco. Dire che l’attentato è stato eseguito dallo Stato Islamico è vero e falso allo stesso tempo. Il comunicato, infatti, nasconde fin troppi misteri.


Perché per la prima volta si parla di “soldati dello Stato Islamico” e non del “califfato”? Perché non si menziona Wilayat Sinai, l’unico gruppo affiliato per ora in Egitto?

L’operazione potrebbe essere stata ordinata, pianificata e condotta direttamente dal quartier generale dello Stato Islamico senza che la sua controparte egiziana ne fosse a conoscenza.

Potrebbe anche, però, essere stata compiuta indipendentemente da uno dei tanti gruppi che operano in Egitto e che l’ISIS lo abbia riconosciuto, “mettendoci il cappello” nel tentativo di aprire un’altra sua succursale in Egitto o attrarre il gruppo a sé. Secondo le autorità egiziane, l’esplosivo usato nell’attacco sarebbe lo stesso dell’assassinio del procuratore generale Hisham Barakat. Un omicidio mirato che non è stato ancora rivendicato, né dall’ISIS né da nessun altro gruppo.

Per ora, al comunicato non è seguito l’annuncio della nascita di un nuovo gruppo ISIS in Egitto o la dichiarazione di fedeltà di uno dei gruppi jihadisti presenti al Cairo. Il califfato, specialmente nelle sue avventure fuori dalla Siria e dall’Iraq, è tutt’altro che un monolite di facile lettura e comprensione.
Ridurre la complessità del problema, invece che spiegarla, non aiuta a comprendere o affrontare il pericolo che ci troviamo davanti.

Ho vissuto e lavorato sotto quattro governi. Sotto il Consiglio Supremo delle Forze Armate, sotto il governo islamista di Mohamed Morsi, sotto quello di Sisi. Hanno tutti cercato di spararmi o arrestarmi. Non ho mai provato simpatia per nessuno di loro.

Vivo in una città, Il Cairo, dove le bombe esplodono in continuazione. Quando non mi preoccupo di essere arrestato dalla polizia, mi preoccupo di non morire in un attentato. Non provo certo simpatia neanche per i terroristi.

Il dibattito, però, non dovrebbe solo limitarsi alle azioni deprecabili compiute da questi criminali o a chi può salvarci da loro. Sarebbe questo il momento di allargare la discussione e cercare di comprendere perché l’Egitto ha un problema col terrorismo da dopo che il governo ha lanciato una guerra contro il terrorismo stesso. Da dove nasce il problema? È questo governo l’unica o migliore speranza per il paese?

Faccio il giornalista, non il tifoso, quindi non sta a me rispondere. Ma magari possono rispondere i più di 60.000 prigionieri politici arrestati negli ultimi due anni, i 18 giornalisti egiziani in carcere perché facevano il loro lavoro, le almeno 163 persone scomparse – e spesso riapparse in cella o tribunale senza ufficialità dell’arresto – da aprile a inizio giugno, le decine di persone uccise da un proiettile di un poliziotto in strada, in casa o nella stanza di un ospedale, le migliaia di rifugiati che si imbarcano verso l’Italia perché, scappati dalla guerra, sono stati incarcerati o abusati dal governo, le centinaia… Fidatevi, non sono tutti terroristi.




Concorso Rai in cifre: la montagna dei precari 30enni

Dal Nord il maggior numero di ammessi. Il lavoro sui dati non è stato semplice, anzi. L’Ordine dei giornalisti farebbe bene a pubblicare elenchi aggiornati (alcuni partecipanti al concorso risultano ancora iscritti tra i pubblicisti), corretti e in un formato aperto.



di Gianluca De Martino

Lo scorso 1 luglio a Bastia Umbra un esercito di 2800 giornalisti professionisti ha partecipato alla prima prova della selezione per 100 posti in Rai. Quello che è stato ribattezzato “il concorsone” per la mole di aspettative che precari, disoccupati, partite iva o redattori contrattualizzati riponevano in esso, è stato l’occasione per rivedere vecchi amici e far nascere nuovi contatti e, chissà, future collaborazioni. Raccogliendo lo spunto di Mario Tedeschini Lalli sul suo blog sui numeri del concorsone, ho confrontato i dati relativi alla partecipazione al concorso e con quelli forniti dall’Ordine dei giornalisti sulla totalità degli iscritti, tra quelli in attività e pensionati.

A Bastia Umbra c’era appena il 10% dei professionisti iscritti all’albo, che in Italia sono oltre 29mila. I dati sono ufficiali, aggiornati all’8 giugno 2015, e disponibili sul sito dell’Odg. Lo stesso Ordine nazionale chiarisce che la fonte è la piattaforma Sigef, a sua volta alimentata dagli ordini regionali. Eventuali errori o omissioni non dipendono dagli uffici di Roma. In effetti, di svarioni ce ne sono a decine: dai nomi, alle date di nascita (un iscritto risulta nato nel 2012, un professionista davvero precoce), o alle date di iscrizioni all’albo, fino alla presenza di giornalisti deceduti.

È stata necessaria una attività di scraping e una paziente pulizia dell’elenco di professionisti dagli errori più evidenti. Il primo confronto ha riguardato la distribuzione per età dei partecipanti al concorso con quella degli iscritti all’Ordine.

Circa il 54% degli aspiranti al contratto in Rai ha un’età compresa tra i 30 e i 40 anni, un altro 4,5% è al di sotto dei 30 anni. Il grafico dei concorrenti disegna una montagna, che raggiunge il picco in corrispondenza dei 35enni, che risultano il 7,32% del campione. Il totale dei professionisti, invece, somiglia a una collina, con il punto più alto a 51 anni (3,40%), e con il 55% concentrato tra i 40 e 60 anni.

I giovani non erano assenti. Anzi, tra gli under 30, ha partecipato il 40% degli iscritti all’Ordine. È il gruppo che ha riposto più aspettative nel concorsone. Tra i 30-40enni si sono messi in gioco il 28%; tra i 40-50enni l’11% e tra i 50-60enni il 3% del totale dei professionisti. Dai quarant’anni in poi o si è più sfiduciati o si ha una posizione lavorativa più stabile.

Dati ancor più interessanti emergono dal ricavare dall’elenco professionisti altre informazioni da associare a quelle sui concorrenti, quali la data di iscrizione all’albo professionisti e la provenienza geografica, che orientativamente corrisponde all’Ordine regionale di appartenenza. Anche in questo caso il lavoro non è stato semplice, anzi. E l’Ordine dei giornalisti farebbe bene a pubblicare elenchi aggiornati (alcuni partecipanti al concorso risultano ancora iscritti tra i pubblicisti), corretti e in un formato aperto.

Il maggior numero di ammessi si registra al Nord, 192 sul totale di 400. Seguono il Centro con 162, la maggior parte dall’Ordine del Lazio (che è la regione con il maggior numero di iscritti, 8070, dopo la Lombardia, 8477).

Appena 46 giornalisti iscritti agli albi di Sud e Isole hanno superato con successo il test a risposta multipla (serviva un minimo di circa 59 punti su 100). Di questi, un terzo proveniente dalla Campania, che però a Bastia Umbra era rappresentata da 305 candidati (il terzo gruppo più folto dopo Lazio e Lombardia).

Non è solo una questione di rappresentanza territoriale, ma anche di preparazione. I partecipanti iscritti all’Ordine della Lombardia erano “appena” 466, rispetto ai 783 del Lazio. I lombardi a Saxa Rubra, sede della seconda prova, sono 116. Ciò vuol dire che uno su quattro ce l’ha fatta. È la percentuale più alta registrata in questa ipotetica competizione tra regioni.

Quattrocento ammessi su circa 2800 partecipanti rappresenta circa il 14%. Sopra questa soglia si piazzano l’Emilia Romagna, forse galvanizzati dalla domanda su Guccini (19,34%, 35 ‘promossi’ su 181 in corsa), Lazio (17,24%), Sardegna (17,14%) e Piemonte (15,46%). Male le regioni del Sud. Sotto il 5% di ammessi sul totale di partecipanti la Campania, la Calabria, la Sicilia e la Basilicata.

 

Breve nota metodologica
Ho effettuato uno scraping delle tabelle in Pdf con Tabula, poi una pulitura dei dati con Google Refine. I dati sul totale iscritti all’albo professionisti sono stati caricati su un foglio Google. Oltre alle colonne Nome, Data di Nascita, Data di Iscrizione e Ordine, ho inserito altre tre: età, anzianità di iscrizione in anni ed età al momento dell’iscrizione.




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