Legge 40: dieci anni di sofferenze inutili

La bocciatura della Corte Costituzionale è solo l’ultimo colpo inferto a una norma crudele e oscurantista.


Era il lontano dicembre 2003 quando, nel bel mezzo del dibattito in Senato sulla famigerata Legge 40, il senatore Francesco D’Onofrio (l’allora capogruppo dell’Udc) incitò i suoi colleghi a votare il testo con queste parole: «Facciamo un regalo al Papa per Natale!». Il «regalo» – una delle norme più sconclusionate e oscurantiste mai licenziate dal Parlamento italiano – venne poi consegnato a Giovanni Paolo II nel marzo del 2004.

Peccato che, a dieci anni di distanza dalla sua approvazione, la Legge 40 si sia rivelata per quella che è veramente: un autentico pacco, più che un regalo. La Corte Costituzionale, infatti, ieri ha definitivamente polverizzato il divieto di fecondazione eterologa, ossia il tipo di riproduzione assistita che utilizza i gameti di un donatore esterno alla coppia sterile.

Il divieto – uno dei più odiosi e ipocriti dell’intera norma, giustificato dal fatto che i figli nati da eterologa sarebbero tutti «infelici e traumatizzati» – non solo è entrato in modo brutale nelle vite di migliaia e migliaia di coppie, ma le ha forzate a fuggire all’estero, con il conseguente strascico di diritti negati e storie strazianti.

Come prevedibile, le reazioni apocalittiche delle frange ultraconservatrici non si sono fatte attendere. Rocco Buttiglione ha avvertito esplicitamente che, a causa di questa sentenza, l’Italia ha praticamente perso la «sovranità popolare». Eugenia Roccella, deputato del Nuovo Centro Destra, ha affermato che la decisione della Consulta «apre nuovi gravi problemi» e rischia di creare «un mercato del corpo umano […] analogo a quello che già esiste a livello internazionale, con gravi forme di sfruttamento delle donne giovani e povere.» Il senatore Maurizio Sacconi, sempre di Ncd, ha affermato senza tentennamenti di sorta che «non è difficile immaginare che i Costituenti si stiano rivoltando nelle loro tombe».

I giornali cattolici hanno subito eretto le barricate. Avvenire ha parlato di «sentenza choc», mentre Famiglia Cristiana ha evocato scenari a dir poco inquietanti.

Carlo Giovanardi è apparso il più in palla di tutti. In un’intervista a Repubblica, il senatore ha parlato di «colpo alla democrazia italiana», ha paragonato la scelta delle coppie sterili di ricorrere alla fecondazione eterologa a quella delle «famiglie musulmane che portano i bambini in Africa per l’infibulazione» e ha attaccato a testa bassa la Consulta, che avrebbe causato un «baratro nell’ordinamento» e aperto la porta a «forme di schiavitù». Insomma, l’Anticristo si è incarnato nel corpo di quindici giudici costituzionali e ha definitivamente inaugurato il suo Regno Del Terrore a colpi di giudizi di legittimità costituzionale.

In realtà, la bocciatura della Consulta è solo l’ultima di una sterminata serie di pronunciamenti giurisprudenziali che hanno letteralmente stravolto l’impianto della legge sulla fecondazione assistita. Negli anni sono caduti, uno dopo l’altro, tutti i pilastri etico-giuridici su cui poggiava la norma: la produzione di non più di tre embrioni; l’impianto obbligatorio di tutti gli embrioni prodotti; il divieto del congelamento degli embrioni; e il divieto di operare diagnosi preimpianto.

In riferimento a quest’ultimo punto, nel 2012 la Corte Europea per i diritti dell’uomo aveva condannato l’Italia per la violazione della CEDU, sottolineando anche «l’incoerenza» del sistema italiano che «da un lato vieta alla coppia fertile ma portatrice di una malattia geneticamente trasmissibile di ricorrere alla diagnosi preimpianto, e dall’altro, con la legge 194 sull’aborto, le permette l’aborto terapeutico nel caso il feto sia affetto dalla stessa patologia». Il prossimo 18 giugno la Corte Europea per i diritti dell’uomo ritornerà sulla Legge 40, pronunciandosi sul divieto di utilizzo degli embrioni per la ricerca scientifica e la revoca del consenso.

L’intrinseca assurdità della Legge 40, del resto, parte da molto lontano ed è il punto d’arrivo di una martellante campagna portata avanti dai settori più reazionari e retrogradi della società. Come ricostruito nel saggio di Carlo Flamigni e Maurizio Mori, La fecondazione assistita dopo dieci anni di legge 40, il dibattito italiano sulla materia è partito con il piede sbagliato sin dall’inizio, compromettendo ogni tentativo di regolarla in maniera sensata.

La nascita di Louise Brown (il primo essere umano concepito in vitro), avvenuta nel 1978, era stata accolta dall’opinione pubblica italiana con un misto di angoscia e sgomento – anche nei settori laici. Repubblica, ad esempio, titolava: «Piacerebbe anche a Hitler questa fecondazione». La reductio ad Hitlerum veniva utilizzata anche dal Giornale di Montanelli: «E se, portando l’ipotesi nel fondo dei disegni più nefandi, un nuovo Hitler ordinasse che alle donne ebree fossero iniettate uova fecondate di donne ariane, attuando un raffinato e lento genocidio razziale?»

Nei decenni successivi la progressiva diffusione della tecnica continuava a essere vista come «un’invenzione ai limiti della scienza» piuttosto che «un moderno modo di nascere», sempre viziata dall’ottica del «fenomeno da baraccone destinato a far sobbalzare il senso comune». In tutto ciò, il tentativo di ri-evangelizzazione promosso da Giovanni Paolo II e dalle istituzioni cattoliche (con l’accenno quasi ossessivo alla «sacralità della vita») aveva trovato uno sbocco politico formidabile nel berlusconismo. Come mi dice al telefono Maurizio Mori, professore di bioetica presso l’Università di Torino e presidente della Consulta di Bioetica, «la Legge 40 [che lui chiama ‘Legge Berlusconi-Ruini’, nda] è stato il mezzo per sigillare un patto che era iniziato dieci anni prima. Siccome però non si poteva pensare di evitare completamente la fecondazione, allora si è deciso di fare una legge che potesse scoraggiarla il più possibile».

Il risultato è stato un pastrocchio indigeribile che, già al momento dell’approvazione, tutti (compresi esponenti della maggioranza berlusconiana) volevano modificare al più presto. Stefania Prestigiacomo, l’allora Ministro delle Pari Opportunità, definì così la norma: «Brutta. Di più. Orribile. La miglioreremo con una nuova legge che corregga i punti meno accettabili. Agile, dai tempi rapidi». Ovviamente non se fece nulla.

Anzi: il referendum abrogativo del 2005 venne ferocemente affossato dagli appelli all’astensione del cardinale Ruini e dalla macchina propagandistica messa in piedi da Cei e partiti vari. Per descrivere il sovreccitato clima dell’epoca, è sufficiente ricordare che a Modena l’Udc fece affiggere dei manifesti con Hitler che salutava le camice brune e la seguente scritta a caratteri cubitali: «Referendum sulla procreazione assistita. Anche loro avrebbero firmato».

Lo scoppio della crisi economica ha definitivamente espulso la questione della fecondazione assistita dal dibattito pubblico – almeno fino a ieri. Appurato il fatto che l’architettura della legge è fondamentalmente devastata e che, come ha dichiarato il Ministro della Sanità Beatrice Lorenzin, richiederebbe un intervento parlamentare, a questo punto resta da capire quali possano essere le conseguenze della decisione della Consulta.

L’avvocato Marilisa D’Amico, docente di Diritto Costituzionale all’Università di Milano, ha spiegato all’Huffington Post che nell’arco di qualche mese «le coppie con problemi di infertilità, ma soltanto eterosessuali e sposate o conviventi, potranno contattare i centri per la fecondazione assistita», che nel frattempo si organizzeranno «per ottenere gameti in donazione».

A questo proposito, D’Amico placa i timori dei conservatori e spazza via gli allarmi su «baratri» normativi, «Far West della provetta» e «mercato dei bambini»:

la stessa legge 40 vieta la commercializzazione dei gameti e dunque non accadrà alcuno sfruttamento. [I gameti] non potranno dunque essere venduti né ceduti dietro compenso, né potrà esserci un rapporto tra coloro che donano questi gameti e gli eventuali figli che nasceranno. È garantita insomma l’anonimità, così come succede con il trapianto di un cuore.

L’avvocato auspica inoltre che un «legislatore intelligente» cambi definitivamente la legge 40 «aprendola ai single» e alle coppie dello stesso sesso, poiché «questa sarebbe la conseguenza più naturale».

A giudicare dalle reazioni alla sentenza, tuttavia, è lecito dubitare che il Parlamento riesca a mettere mano sulla legge 40 in tempi brevi. Le forze politiche che compongono la maggioranza del Governo Renzi si trovano su posizioni diametralmente opposte e contrapposte tra loro: di orrore, come visto prima, per il Ncd; di soddisfazione per la sentenza dalle parti del Partito Democratico. In queste condizioni, sarà estremamente difficile trovare una mediazione – ammesso che la si voglia trovare.

Il fallimento totale della politica berlusconiana-clericale lascia comunque delle ferite piuttosto profonde. «Una delle conseguenze più brutali che è avvenuta a causa di questa legge – mi illustra il professor Mori – non è solo il fatto che ci sono migliaia di coppie che se ne sono andate all’estero per accedere alla fecondazione assistita. Il problema è che la legge ha cambiato la mentalità italiana sulla fecondazione assistita, che ora è vista come un qualcosa di sbagliato».

La Legge 40 ha bruscamente interrotto la riflessione su un argomento delicatissimo che si intreccia con i cambiamenti degli assetti sociali e della struttura della famiglia tradizionale, determinando così «un rallentamento complessivo del progresso culturale e dell’evoluzione dei costumi, in modo così profondo da dare l’impressione che la stessa storia si fosse arrestata». La speranza è che, tolti questi divieti e impedimenti, si «apra una fase in cui la riproduzione umana assistita sia affidata alla responsabilità delle persone, e che la scienza non venga più vista come la tenebra, ma come un aiuto che amplia le capacità riproduttive».

Sullo sfondo, intanto, rimane un’amara certezza: nessuno risarcirà la sofferenza di migliaia di persone incolpevoli; né tantomeno restituirà all’Italia questi dieci, lunghissimi anni trascorsi dentro l’angusto bunker antiscientifico che avrebbe dovuto difenderci da un’inesistente Apocalisse genetica e sociale.

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Coraggio, il meglio è passato. @captblicero



Cosa resterà di questi euro 80?

Renzi promette l’aumento certo in busta paga, intanto però l’Irpef regionale e comunale aumenta. Alla fine gli italiani quanto avranno effettivamente a disposizione?


Ma alla fine di questi 80 euro promessi dal governo Renzi quanti ne entreranno in busta paga? No, nessuna domanda tendeziosa suggerita da un “gufo”, ma un interrogativo più che legittimo. Vediamo perché. Ieri il consiglio dei ministri ha approvato il Def  mostrando da dove verranno presi i soldi per le misure da adottare (coperture tuttavia non del tutto solide e a rischio come precisato da Federico Fubini su la Repubblica). Questa mattina su Twitter il presidente del Consiglio ha commentato

L’esecutivo dell’ex sindaco di Firenze punta molto su questi soldi aggiunti nella retribuzione dal mese di maggio per chi ha un reddito annuo inferiore a 25.000 euro lordi. Ma l’effetto di questi 80 euro (circa) sui consumi viene calcolato tenendo in considerazione gli aumenti addizionali IRPEF regionali e comunali? Dubbio più che lecito visto che secondo uno studio (elaborato su un reddito medio di 23.000 euro) della Uil del mese scorso

Con la prossima busta paga i lavoratori dipendenti e i pensionati troveranno  l’amara sorpresa di dover pagare mediamente 97 euro complessivi tra saldo e acconto dell’IRPEF sia Regionale, sia Comunale, pari al 29,3% in più rispetto al mese di marzo dello scorso anno. In particolare per l’IRPEFregionale si pagheranno mediamente 59 euro, a fronte dei 49 euro dello scorso anno (+ 20,4%), mentre per l’IRPEF comunale 38 euro, a fronte dei 26 euro dello scorso anno (+ 46,1%).

Nello stesso documento, Guglielmo Loy, segretario confederale della Uil, spiega infatti che gli acconti sono gravati per gli aumenti «decisi da alcune Regioni» per il 2014, «ma soprattutto – continua il sindacalista -, per quanto riguarda l’IRPEF comunale, ci sarà l’effetto degli aumenti di aliquota decisi dai Comuni lo scorso anno». Infatti, secondo l’elaborazione dei dati del servizio politiche territoriali della Uil, su 6.707 Comuni che nel 2013 hanno applicato la maggiorazione dell’imposta, il 21,5% (1.443 municipi) ne hanno alzato il tasso. Stessa operazione per l’IRPEF regionale di quest’anno in Piemonte, Liguria, Lazio e Umbria. Aumento che nel caso del Lazio è stato portato al massimo consentito del 2,33%.

Per questi motivi la Uil si domanda quanto pagheranno di tasse locali lavoratori e pensionati visto che «l’IRPEF regionale passerà mediamente dai 363 euro del 2013 ai 409 euro del 2014 (+ 12,7%), con picchi di 536 euro nel Lazio (+ 34,3%), e 490 euro in Piemonte (+ 25,3%)» mentre quella comunale vedrà un aumento, passando «dai 140 euro medi pagati nel 2013 ai 155 euro medi di quest’anno (+ 10,7%), con punte di 207 euro a Roma e 184 euro a Napoli, Milano e Torino».

Insomma, tra il taglio annunciato dal governo dell’IRPEF di 6,7 miliardi di euro (inserito in un decreto del prossimo 18 aprile) e gli aumenti dell’imposta sui redditi appena visti quanti soldi alla fine gli italiani avranno davvero a disposizione per gli acquisti?

 

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"Non è il caso né di avere paura né di sperare, bisogna cercare nuove armi." Gilles Deleuze @andreazitelli_



La falsa abolizione delle Province e i risparmi non pervenuti

Cosa prevede la riforma Delrio che servirebbe a tagliare i costi della politica.


Dopo il controllo del rispetto delle scadenze delle promesse del governo Renzi, Valigia blu con questo post inaugura una serie di approfondimenti su alcune delle riforme che l’esecutivo guidato dall’ex sindaco di Firenze è pronto a varare. L’intento è cercare di capire, rimanendo ancorati ai fatti e fuori da ogni forma di propaganda.

• Cosa comporta la riforma Delrio?

Il 3 aprile è stata approvata definitivamente alla Camera la riforma delle Province. Torino, Milano, Venezia, Genova, Bologna, Firenze, Bari, Napoli e Reggio Calabria (e Roma che nella legge ha un capitolo a parte perché capitale) diventeranno città metropolitane dal 1 gennaio 2015. Il loro territorio coinciderà con quello della provincia omonima.

Gli organi della città metropolitana

Sono tre. Il sindaco metropolitano, il consiglio metropolitano e la conferenza metropolitana. Hanno compiti differenti. Il sindaco del comune capoluogo è il sindaco metropolitano e, tra le varie funzioni, rappresenta l’ente, convoca e presiede il consiglio e la conferenza metropolitana. Il consiglio metropolitano rimane in carica 5 anni e ha il ruolo di indirizzo, controllo e ratifica di regolamenti e piani e approva anche il bilancio. Nelle città metropolitane con popolazione maggiore a 3 milioni è composto da 24 consiglieri. Diciotto in quelle con una popolazione compresa tra 800.000 e tre milioni di abitanti. In tutte le altre, i consiglieri sono 14. Il terzo organo è la conferenza metropolitana che ha invece «poteri propositivi e consultivi». È composta dal sindaco metropolitano, che la indice e presiede, e dai sindaci dei comuni della città metropolitana.

Lo statuto

È il fondamento che regola la città metropolitana. Viene redatto in una conferenza statuaria indetta e presieduta dal sindaco del Comune capoluogo. Il numero dei componenti si calcola come per il consiglio. Prepara la proposta di statuto che viene poi sottoposta al Consiglio metropolitano. Quest’ultimo poi lo presenta alla conferenza metropolitana che può adottarlo o respingerlo.

Le elezioni

Il consiglio metropolitano è «eletto dai sindaci e dai consiglieri comunali dei comuni della città metropolitana» (articolo 1, comma 25). A essere eleggibili sono i sindaci e i consiglieri comunali in carica. Nelle liste nessuno dei due sessi può essere rappresentato per oltre il 60% del numero dei candidati. Il voto (anche tramite preferenza) viene calcolato sulla ponderazione (specificata al comma 37 dell’articolo unico) in relazione alla popolazione complessiva del proprio comune. In base a questo calcolo, il sindaco e il consigliere di un Comune con tanti abitanti avranno con la loro X un peso maggiore nella votazione (dal comma 104 al 141 la legge semplifica e favorisce l’unione e fusioni dei Comuni).
Stesso meccanismo di elezione per la conferenza statuaria. Il comma 24 specifica che in tutti questi organi (compreso il ruolo di sindaco metropolitano) l’incarico è «esercitato a titolo gratuito».

Nello statuto, come scritto nel comma 22, potrà essere inserita la possibilità di elezione diretta a suffragio universale del «sindaco metropolitano e del consiglio» (con sistema elettorale approvato da una legge statale). Condizione necessaria però è che il territorio del comune capoluogo sia stato articolato «in più Comuni» (con il conseguente aumento di cariche politiche ndr). Una suddivisione che per essere approvata deve ottenere la maggioranza in un referendum tra tutti i cittadini della città metropolitana.

Le funzioni

Le 10 città metropolitane acquistano le funzioni fondamentali delle province. In più, si occuperanno della pianificazione territoriale generale e della gestione e organizzazione dei servizi pubblici. Ai nuovi enti passano anche il «personale e le risorse strumentali della provincia (…) in tutti i rapporti attivi e passivi». Gianni Trovati, sul Sole 24 ore, ha fatto notare che nei bilanci delle Province ci sono 10,3 miliardi di euro di debiti. «Il passivo più grande – commenta il giornalista – arriverà a Roma, dove i 773 milioni di debito della Provincia apriranno un nuovo capitolo nella già ricca storia dei debiti del Campidoglio».

• Ma le Province che fine fanno?

Rimangono, passando da 107 a 97. In attesa della loro cancellazione che avverrà con l’abolizione del titolo V della Costituzione, vengono però riformate in enti di secondo livello e diventano assemblee di sindaci.

Come?

Il presidente non viene più eletto dai cittadini ma è scelto (con lo stesso sistema di ponderazione visto sopra) tra i sindaci della Provincia tramite il voto dei consigli comunali di quel territorio. Il periodo dell’incarico si abbassa di un anno, arrivando a quattro. Stessa procedura anche per il consiglio di Provincia (eleggibili in questo caso oltre ai sindaci anche i consiglieri comunali) che resta in carica per due anni, rispetto ai cinque precedenti. Il numero dei consiglieri provinciali si riduce, passando ad esempio nelle zone con una popolazione superiore a 700.000 abitanti da 28 a 16. Gli incarichi nei tre organi della Provincia – presidente, consiglio, assemblea dei sindaci – sono svolti a «titolo gratuito» (comma 84).

Le funzioni

Alle Province restano alcune funzioni come ad esempio la pianificazione territoriale e dei servizi di trasporto del proprio territorio e la gestione dell’edilizia scolastica. Nel passaggio ai nuovi enti il personale (quasi 60.000 persone) mantiene il medesimo contratto e la stessa busta paga.

• E quanto si risparmia?

Trentandue milioni, 160 milioni oppure due miliardi di euro? Il dibattito al riguardo in questi giorni è stato molto acceso. Simone Cosimi, in un articolo su Wiredha scritto che «la svolta raccontata dal governo Renzi fa leva più sul dato politico che su quello sostanziale degli enti». Il giornalista, basandosi su uno studio dell’Upi (Unioni delle Province d’Italia), mostra come rispetto a un costo del provvedimento di 2 miliardi di euro, il risparmio che si ottiene sia di 32 milioni di euro («la cifra corrispondente all’indennità degli amministratori», ha spiegato Antonio Saitta, presidente dell’Api). Inoltre, continua Cosimi, «secondo l’Upi, le spese per gli organi istituzionali, cioè per far funzionare la macchina provinciale italiana, ammontano ad appena 78 milioni di euro. Questo è quanto si potrebbe effettivamente risparmiare dalla loro abolizione». La spesa di questi enti invece si aggira sui 10 miliardi di euro e nello studio viene chiarito che questa cifra rimarrà intatta perché destinata a servizi essenziali per gli abitanti (edilizia scolastica, urbanistica e viabilità, tutela ambientale, ecc).

Numeri totalmente differenti sono stati forniti da Graziano Delrio, sottosegretario alla presidenza del Consiglio dei ministri. Intervistato a dicembre dello scorso anno, quando ricopriva la carica di ministro degli Affari regionali nel governo Letta, parlò di 160 milioni di «risparmi certi dovuti al fatto che 5mila politici (3 mila secondo le ultime dichiarazioni ndr) non verranno più pagati», stimando anche ulteriori benefit per le casse dello Stato per via dello svuotamento di alcuni funzioni «come turismo, cultura, sport, promozione di fiere ». «Noi presumiamo – concludeva Delrio – risparmi attorno al miliardo di euro. Ma c’è chi, come l’istituto Bruno Leoni, ritiene anche di più (Il noto centro studi italiano ha pubblicato un focus dal titolo “Quanto costano le province?” in cui il risparmio stimato arriva ai due miliardi di euro ndr)».

Il 16 gennaio scorso, la Corte dei Conti si era espressa in audizione in commissione Affari istituzionali sul ddl Delrio. Nel capitolo della relazione “costi e risparmi attesi” i giudici contabili hanno puntualizzato come «nell’immediato, i risparmi effettivamente quantificabili sono di entità contenuta, mentre è difficile ritenere che una riorganizzazione di così complessa portata sia improduttiva di costi». Parere nel complesso già esposto nella stessa sede, un paio di mesi prima (il 6 novembre 2013):

«Sotto il profilo dei possibili risparmi è da evidenziare che le economie attese dovrebbero riguardare essenzialmente parte della spesa per gli organi di direzione politica nonché gli oneri per le consultazioni elettorali.
Solo per queste voci di spesa è possibile stimare, sulla base dei pagamenti registrati nel SIOPE (Sistema Informativo delle Operazioni degli Enti pubblici) per quanto riguarda la spesa complessiva delle Province con riferimento all’anno 2012, un risparmio annuo oscillante tra i 100 e i 150 milioni di euro»

Nella stessa occasione la Corte aveva aggiunto che «ulteriori riduzioni sono ipotizzabili all’intera spesa della Funzione I del bilancio provinciale (funzioni generali di amministrazione, di gestione e di controllo)» che, nel 2012, era stata di circa 2,1 miliardi. Tagli di difficile realizzazione perché, continuavano i giudici, si tratta di «un coacervo di voci di spesa indifferenziate».

• Le critiche

Dubbi e obiezioni alla riforma si sono concentrate in questi mesi di gestazione. LaVoce.info ha pubblicato il 3 aprile scorso un dossier sul ddl Delrio. All’interno si possono leggere dati, considerazioni che riassumono molte delle critiche che sono state mosse al testo di legge partito con il governo Letta e giunto al traguardo con l’esecutivo guidato da Matteo Renzi.

Ad esempio, Luigi Olivieri, dirigente dell’area funzionale servizi alla persona e alla comunità della Provincia di Verona e collaboratore de laVoce.info, oltre a evidenziare l’«espropriazione per i cittadini della provincia della rappresentatività elettorale» nel suo post spiega come la legge non porterà una reale semplificazione, come più volte dichiarato dal sottosegretario Delrio, ma sarà causa di confusione tra il depotenziamento di province, la contemporanea nascita di 10 città metropolitane e la conseguente frammentazione dell’assetto istituzionale (rischi sollevati anche dalla Corte dei conti nella audizioni di novembre e gennaio scorsi).

Inoltre, sempre nel dossier si può leggere come il passaggio di funzioni, competenze e personale da un ente all’altro può portarsi dietro un aggravio per le casse dello Stato. Nella legge Delrio, ad esempio, al comma 135 dell’articolo unico, viene scritto che nei Comuni tra i 3000 e i 10.000 abitanti il numero di consiglieri aumenta. Risultato: migliaia di posti in più. L’operazione, specifica il provvedimento, non porterà con sé costi aggiuntivi, ma delega ai Comuni come evitarli (comma 136). «Lavoreranno tutti gratis? O gli altri consiglieri si faranno un’autoriduzione dei loro compensi?», si domanda l’economista Tito Boeri.

 

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"Non è il caso né di avere paura né di sperare, bisogna cercare nuove armi." Gilles Deleuze @andreazitelli_



Anche i barboni si innamorano

‘Fiaba d’amore’ tra un vecchio pazzo e una meravigliosa ragazza dagli occhi scintillanti.


Questo popolo, che vediamo così da vicino ma che ci sembra tanto remoto, siamo noi. Il popolo perduto è il nostro popolo. Siamo noi, se non cambieremo la nostra rotta suicida che sta rendendo invivibile la vita e inabitabile il mondo. Gli appartenenti a questo popolo non sono solo quelli che non hanno saputo tenere il passo, sono anche quelli che ci stanno dicendo che il nostro passo è sbagliato. Non sono la nostra retroguardia, sono la nostra avanguardia.

Così ha scritto Antonio Moresco su Vanity Fair (sì, Vanity Fair) in un articolo che accompagna l’uscita del suo nuovo romanzo, Fiaba d’amore. Il «popolo perduto» dell’articolo sono i barboni, categoria cui appartiene il protagonista del romanzo, uno «straccione», per l’appunto. Moresco non è interessato a teorie economiche, quando parla di «avanguardia», né alla povertà assoluta o relativa, ai dibattiti sulla crisi reale o percepita. Moresco rovescia la gerarchia apparente con cui l’uomo comune guarda ai «disadattati» perché coglie una verità che può germogliare in tutta la sua forza solo nel terreno della letteratura: lì la protesta contro la ferocia della civiltà tecnica e capitalista si tramuta in persuasione estetica, volontà verticale dello spirito.

Come in Gli incendiati e La lucina, il protagonista si è ritirato dal mondo, tra delusione e rifiuto delle logiche di sopraffazione:

Il paese dove vivevo era fottuto, tutto il mondo era fottuto. C’erano solo delle strutture che lottavano le une contro le altre per succhiare ciò che restava del midollo del mondo. Tutta la vita era sotto la cappa della morte. Uomini e donne perpetuavano la menzogna dell’amore. [...]. Mi ero separato da tutto e da tutti. Avevo troncato ogni legame. Mi ero gettato il mondo alle spalle. Se ero solo, meglio essere solo da solo.
(Gli incendiati)

Sono venuto qui per sparire, in questo borgo abbandonato e deserto di cui sono l’unico abitante.
(La lucina)

Lo straccione della Fiaba d’amore, addirittura, nemmeno ricorda perché si è lasciato indietro tutto ciò che aveva:

Nessuno sapeva chi era, neanche gli altri straccioni, perché se ne stava sempre da solo, non parlava mai con nessuno. [...] Neanche lui sapeva chi era stato. Ricordava solo che tutto lo aveva deluso, che aveva abbandonato la sua casa, la sua vita, e che si era messo a dormire per strada, al freddo, nel mondo vuoto.

Come una coscienza estranea al quotidiano e un corpo alla deriva, lo straccione interagisce unicamente con un colombo; l’animale, si vedrà nella storia, ha la valenza simbolica di connessione tra i vivi e i morti.

Nella vita dello straccione, avverte la voce narrante, «succede una cosa incredibile…», e questa cosa è l’incontro con una «meravigliosa ragazza» e l’amore che nascerà, ricambiato. Accade dunque la vita, il suo essere ben più vasta della nostra mente e del nostro sguardo. Nel descrivere i primi contatti tra i due, Moresco si sofferma proprio sul «vedere», verbo che non coinvolge solo la sfera sensoriale, ma si affaccia su strati di coscienza profondi, come una fessura che l’esperienza attraversa; riconoscere la pienezza della vita in un’altra persona è solo il primo strato. La Fiaba d’amore ne scava molti, e nel percorso è il corpo dei personaggi a mutare, insieme ai sentimenti. Come nella scena della doccia, in cui la ragazza lava lo straccione, il cui corpo emerge mentre lo sporco, le croste e i pidocchi vanno nello scarico della doccia. «Avevo spento tutte le luci…», è la prima frase che lo straccione pronuncia nel libro. Se nella Lucina era un lume lontano, scorto di notte, a invitare il protagonista al mistero, qui è l’amore la forza che trascina.

«”Voglio morire!” avevo detto agli dei» sussurrò ancora, dopo un po’, all’improvviso, così piano che non si capiva, se era sveglio del tutto o se stava ancora dormendo. «E loro mi hanno mandato te». [...] «Chi mi hanno mandato? Tu chi sei? La vita o la morte?»

Non basterà un mondo solo perché la fiaba giunga alla fine. La meravigliosa ragazza, inaspettatamente lascia lo straccione, nonostante gli abbia promesso eterno amore, e così l’uomo si trova di fronte a quegli interrogativi dolorosi con cui gli innamorati fanno i conti, nella inutile lotta che governa i rapporti umani, dove le parole e i gesti prima ammaliano e poi tradiscono:

Com’è possibile che le parole non contino nulla, che i gesti non contino nulla? Com’è possibile che parole, gesti, progetti e promesse si sciolgano da un momento all’altro come neve al sole? Com’è possibile che una persona diventi improvvisamente un’altra persona? Ma allora perché ha fatto tutto quello che ha fatto? Perché mi ha accolto nella sua casa e nel suo letto? Perché mi ha detto quelle parole e fatto quelle promesse? E perché poi, di colpo, è diventata un’altra persona, non si è ricordata più le parole dette, le promesse fatte, come se le avesse dette e le avesse fatte un’altra persona?

Ci sarà bisogno di un altro mondo, dunque, quello dei morti, simile e contiguo a quello dei vivi, separato solo dai limiti di chi vive nell’uno o nell’altro mondo: «il buio dei morti è il buio che fa la luce dei vivi, mentre quello dei vivi è la luce che fa il buio dei morti», «nella città di morti non sai che sei morto, come in quella dei vivi non sai che sei vivo». Serviranno altre trasformazioni della carne, affinché gli occhi vedano tutto ciò che altrimenti si lascia fuori da quella bolla chiamata realtà. Eppure, senza rivelar troppo della conclusione, non si arriva a un vero e proprio «e vissero per sempre felici e contenti». Nella lezione di fondo di Fiaba d’amore riecheggia Cristina Campo, citata sia nell’introduzione del romanzo, sia in un articolo di Moresco pubblicato nel maggio 2013 su Il Primo Amore, dove riporta delle citazioni della Campo – proprio sulla fiaba – tratte da Gli imperdonabili:

La caparbia, inesausta lezione delle fiabe è dunque la vittoria sulla legge di necessità, il passaggio costante a un nuovo ordine di rapporti e assolutamente nient’altro, perché assolutamente niente altro c’è da imparare su questa terra.

Chiudendo il libro, l’impressione finale è che la fiaba, come genere, non serva a Moresco per esprimere la propria poetica. Non ha bisogno di quel territorio specifico per far risorgere i morti, o per mostrarli mentre amano come i vivi, mentre si muovono in città che sono come le nostre, le quali in fondo non ci appartengono più. È il lettore ad aver bisogno della fiaba, per seguire meglio quel viaggio verso l’oltre che Moresco compie disseminando dietro di sé la Letteratura.

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Maestrino saccente. @matteoplatone



Riforme e partecipazione: ma a Renzi interessano i cittadini?

In un contesto di grave distacco fra istituzioni, partiti ed elettori, il governo sta realmente cambiando verso o sta aumentando la distanza?


La domanda è semplice, la risposta meno. Se l’Italia soffre di un deficit di ascolto, partecipazione e rappresentanza dei cittadini, le riforme del governo Renzi lo affrontano, ignorano o aggravano? La premessa è difficilmente contestabile: i venti di autonomia in Veneto (gonfiati o meno, spirano), il ribellismo dei Forconi, il successo di movimenti dichiaratamente anti-sistema, la disaffezione verso la nostra casa comune – l’Europa – che rischia di travolgere la politica con le elezioni di maggio ne sono solo i segnali più recenti.

E del resto, non si può dimenticare che lo stesso Renzi non è presidente del Consiglio grazie al consenso ottenuto dopo esplicita candidatura; che il Parlamento stesso soffre della grave delegittimazione dovuta all’incostituzionalità del Porcellum; e che gli istituti per la partecipazione del cittadino, dal referendum o alle leggi di iniziativa popolare, sono e restano inutilizzati o costantemente disattesi. Insomma, gli argomenti per corroborarla non mancano.

Il punto è capire se Renzi e il suo governo si stiano adoperando per invertire la rotta. Ma le sue riforme, o quanto finora se ne capisce, non sembrano da questo punto di vista «cambiare verso». Perché la voce dei cittadini, invece di levarsi più forte, pare sparire perfino dai luoghi in cui finora – almeno nominalmente – ha contato.

Nel nuovo Senato, come non si stanca di ripetere Alessandro Gilioli, solo 41 senatori su 148 saranno eletti, e non nominati. «Poco meno del 28 percento», annota il giornalista dell’Espresso, mentre il restante 72 percento sarà nominato dai partiti o dal Quirinale. Meglio del Porcellum in cui erano nominati tutti? Mica tanto, visto che almeno in quel caso «l’elettore sceglieva tra blocchi di persone che comunque si candidavano al Senato, mentre con questa riforma non saprà mai, votando per un consigliere regionale o un sindaco di città non capoluogo di regione, se questa persona vorrà/potrà far parte o no della ristrettissima selezione di consiglieri e sindaci che poi diventeranno senatori, in base a decisioni del tutto sottratte agli elettori stessi».

Meccanismo analogo accadrebbe con le province. «I consigli provinciali e delle città metropolitane non saranno più eletti dai cittadini ma dai consigli comunali», scriveva ieri Repubblica. A questo modo non solo il risparmio sarebbe molto modesto – 32 milioni di euro su 12 miliardi stimati di costo complessivo delle province – ma si manterrebbe in vita una istituzione in precedenza elettiva, e che ora lo diventa solo in modo indiretto (attraverso i consigli comunali, appunto).

Da ultimo, c’è l’Italicum. In cui, nonostante i rilievi della Consulta, permangono le liste bloccate (anche se diventano «listine») e un forte premio di maggioranza. Per non parlare delle più ampie perplessità sull’idea di tutelare la governabilità anche a discapito, per l’ennesima volta, della rappresentatività del Parlamento di cui Valigia Blu ha ripetutamente detto. Che si tratti di una legge di dubbia costituzionalità o meno, è difficile sostenere che il peso della volontà dei cittadini aumenti nel modo drastico che le circostanze sembrerebbero richiedere.

Nel complesso, la risposta alla domanda iniziale – pur dubitativa, data la complessità dei temi in esame e il loro essere in divenire – è che queste riforme del governo Renzi non solo non affrontano il deficit di ascolto e partecipazione della premessa, ma se possibile lo aggravano. Ed è qui che sorge una seconda domanda: perché?

In attesa di una risposta convincente, non si può non ricordare che è anche da questo punto di vista che va misurato il silenzio dell’esecutivo sul digitale – rotto a un mese e mezzo dall’insediamento solo da generici proclami sul semestre europeo come opportunità per discutere di Agenda digitale, dalle indiscrezioni sulle deleghe in materia al sottosegretario Delrio e al ministro Madia, e dalla pur benvenuta elaborazione delle linee guida per le competenze digitali.

Se, come scrive Michel Serres in Non è un mondo per vecchi, le nostre istituzioni attuali brillano «di una luce simile a quella delle costellazioni che gli astronomi ci dicono morte da molto tempo», e dunque vanno riformate in profondità, appare inconcepibile l’assenza di un qualunque ragionamento sul possibile ruolo delle nuove tecnologie nel rinnovamento della partecipazione. Perché Internet di certo non è la panacea di tutti i mali ipotizzata dal MoVimento 5 Stelle, ma altrettanto certamente può giocare un ruolo nell’affrontare il deficit di cui sopra. Ammesso, è questo il punto, che il ricorso alla rete sia meditato, non propagandistico, e parte di una riflessione più ampia – che coinvolge dunque anche le riforme di cui si è detto – su come affrontare la questione della partecipazione, dell’ascolto e di una reale e migliore rappresentanza degli interessi dei cittadini. Il Pd ci sta pensando per l’organizzazione del partito: sarebbe ora di capire se è una risposta, o parte di una risposta, che intende adottare anche per il Paese.




Neutralità della Rete salva (per ora) grazie al Parlamento europeo

È stata vinta una battaglia fondamentale, anche grazie alla mobilitazione di tante associazioni per la tutela dei diritti dei cittadini e dei cittadini stessi che hanno fatto sentire, democraticamente, la loro voce.


Il Parlamento europeo ha approvato oggi 3 aprile, in prima lettura, il regolamento per il mercato unico delle telecomunicazioni (Connected Continent). Il processo legislativo non è, ovviamente, terminato, ma una battaglia importante è stata vinta. Parte delle preoccupazioni sulla direzione che stava prendendo il progetto di legge sono state fugate.
Il testo uscito dalla Commissione europea, nella stesura finale della Commissione ITRE, presentava norme che non lasciavano ben sperare per una tutela adeguata di un internet aperto, e questo nonostante varie modifiche avvenute nel corso dei dibattiti all’interno delle singole sottocommissioni.
Il voto del plenum del Parlamento ha visto, invece, prevalere emendamenti dei Socialdemocratici, Verdi, Sinistra Unita e Liberali (ALDE), portati avanti principalmente da Amelia Andersdotter, Catherine Trautmann, Petra Kammerevert e Marietje Schaake.

Il testo approvato contiene una definizione (emendamento 234) più rigorosa di neutralità della rete: “Per neutralità della rete si intende il principio in base al quale tutto il traffico internet viene trattato allo stesso modo, senza discriminazioni, limitazioni o interferenze, indipendentemente dal suo mittente, dal  destinatario, dal tipo, dal contenuto, dal dispositivo, servizio o applicazione”.
Il Parlamento non si è, quindi, limitato a stabilire norme che vietano la discriminazione mediante la gestione del traffico, ma è andato oltre ponendo una definizione positiva di neutralità della rete.

Rimane la possibilità per gli operatori di telecomunicazioni di fornire “servizi specializzati” con qualità ottimizzata, ma ulteriori emendamenti approvati riducono le possibili implicazioni negative. Tali servizi non possono essere commercializzati od utilizzati come sostituto per il servizio di accesso ad internet (emendamento 235), e i fornitori non devono discriminare tra servizi e applicazioni funzionalmente equivalenti (emendamento 236). Questo vuol dire che non sarà possibile, ad esempio, che un operatore di telecomunicazioni fornisca un proprio servizio voip degradando nel contempo la qualità di servizi concorrenti.

Infine il voto sancisce la fine delle tariffe di roaming entro dicembre 2015.

L’eurodeputato Marietje Schaake si è detta soddisfatta per l’esito della votazione: “Dopo mesi di negoziati, il Parlamento ha approvato la mia proposta di chiudere le ultime lacune sulla neutralità”, aggiungendo che il Parlamento ha scelto di preservare la concorrenza, l’innovazione ed un internet aperta. Gli emendamenti vanno in favore dei diritti dei consumatori e della parità di condizioni per tutti gli operatori sul mercato digitale, garantendo che anche le piccole e medie aziende possano avere le stesse opportunità di offrire servizi online.
Dello stesso tenore il commento di Amelia Andersdotter, portavoce dei Verdi per le comunicazioni elettroniche.

Adesso la parola passa al Consiglio Europeo. Anche se il testo potrà essere ulteriormente modificato, una battaglia fondamentale è stata vinta, anche grazie alla mobilitazione di tante associazioni per la tutela dei diritti dei cittadini e dei cittadini stessi che hanno fatto sentire, democraticamente, la loro voce a mezzo fax e mail inviate ai membri dell’europarlamento.
Il voto appare importante anche in considerazione del fatto che in altri mercati, come quello americano, si pone maggiore attenzione alle esigenze delle aziende piuttosto che ai diritti dei cittadini e quindi alla neutralità della rete.
Il Consiglio delibererà il 5 o 6 giugno.

Autore
Avvocato e blogger. Mi interesso di diritto applicato ad internet e alle nuove tecnologie di comunicazione. @brunosaetta



Agcom e diritto d’autore online: non ci resta che piangere

Il regolamento ormai in vigore affida all’Autorità veri e propri superpoteri per la rimozione dei contenuti. L’Agcom rassicura: “Useremo il buon senso”. Ma una volta la tutela dei diritti era affidata a buone leggi.


SPOT
Dopo anni di discussioni, il 31 marzo è entrato “finalmente” in vigore il regolamento Agcom per la tutela del diritto d’autore online. Accompagnato da uno spot realizzato per promuovere la fruizione online di contenuti legali, salutato con favore dai titolari dei diritti e dalle associazioni di categoria, il regolamento entra nella sua fase operativa che sarà gestita dalla Fondazione Ugo Bordoni attraverso un’apposita piattaforma digitale, il sito ddaonline.it.

Il regolamento comporta decisioni di una notevole complessità, come l’oscuramento di siti web a seguito di segnalazioni dei titolari dei diritti, introduce nuove definizioni, e implica la necessità di analizzare la realtà del web in continuo mutamento. Il flusso di dati da gestire sarà decisamente importante e di sicuro l’operato dall’Autorità sarà oggetto di numerose attenzioni. Per questi motivi l’Agcom ha preferito esternalizzare l’aspetto tecnico riservandosi il ruolo di supervisore.

La convenzione con la FUB costerà circa 533mila euro l’anno. Ma chi ha richiesto e sponsorizzato il regolamento, e che alla fine ne trarrà beneficio, cioè l’industria del copyright, non ci rimetterà nulla. Il costo del procedimento, invece, sarà interamente a carico degli intermediari della comunicazione, le stesse aziende che saranno chiamate a rispondere alla segnalazioni e a provvedere celermente ad oscurare i contenuti sulla base degli ordini dell’Agcom. Viene da chiedersi se il maggior costo alla fine sarà scaricato sulle spalle dei consumatori, gli utenti degli Isp.

FAQ
Sul sito ddaonline si può trovare un manuale di istruzioni in linea e una pagina di FAQ. È interessante questo approccio riduzionistico a norme e procedere che mirano a tutelare diritti fondamentali. Le risposte sono, però, generiche e alla fine non del tutto informative, non risulta affatto chiaro cosa possono fare realmente gli utenti online. In fondo l’idea non è sbagliata, moltissimi internauti non sono a conoscenza dei loro diritti, di cosa possono o non possono fare con i contenuti online, l’attuazione però non risulta all’altezza. Inoltre non c’è un cenno alle utilizzazioni libere del diritto d’autore, elemento sintomatico della direzione che prende la procedura.

Nella FAQ viene ribadito che “Il regolamento comunque non si rivolge agli utenti finali come destinatari dei provvedimenti adottati sulla base di esso”. Questo non vuol dire affatto che gli utenti finali non saranno toccati dalle ingiunzioni, visto che le rimozioni riguardano i contenuti immessi online e quindi anche dagli utenti finali, ma è solo per ribadire che gli ordini non sono diretti agli utenti finali, anche perché allo stato non sarebbe ammissibile per l’Agcom.

POTERI
Come abbiamo già detto, il regolamento appare generico e sarà necessario integrarlo pesantemente in sede di applicazione, per cui l’Agcom di fatto si è autoassegnato poteri discrezionali estesissimi in materia di tutela del diritto d’autore online.
Sarà quindi essenziale verificare come l’Agcom gestirà questi nuovi poteri. Ad esempio, quanto spesso l’Agcom applicherà la procedura abbreviata (12 giorni invece che 35) piuttosto che quella ordinaria? Non dimentichiamo che i presupposti per l’applicazione della procedura abbreviata sono anch’essi estremamente generici, al punto che in teoria è possibile invocarla praticamente sempre, volendo.

Per quanto riguarda i tempi è interessante notare che l’autorità giudiziaria è in grado di procedere al sequestro di siti che violano il diritto d’autore in tempi brevi, e di tali operazioni in Italia se ne sono fatte tantissime, come il recente blocco di 46 siti, a contrastare la retorica che vuole la magistratura lenta ed inoperosa sul fronte della pirateria. Il punto, semmai, è un altro, come l’operazione di sequestro citata ha evidenziato. L’ordine di sequestro iniziale coinvolgeva anche siti del tutto incolpevoli, sottodomini che nulla avevano a che fare con le attività illecite, quindi si è dovuto modificare l’ordine per evitare effetti collaterali su contenuti leciti.

Una procedura giudiziaria è costruita perché sia massimizzata la tutela delle parti, ed anche di eventuali terzi incolpevoli coinvolti, una procedura amministrativa non è costruita allo stesso modo. Se a questo aggiungiamo che, come ribadito più e più volte, il procedimento Agcom non si rivolge agli utenti finali, questo è sintomatico del fatto che la procedura amministrativa realizzata non porta con sé tutele adeguate né per eventuali terzi incolpevoli coinvolti né per gli stessi utenti finali ai quali vengono oscurati i contenuti.

CORTE DI GIUSTIZIA
Una recente sentenza della Corte di Giustizia europea ribadisce ancora una volta che l’ingiunzione di blocco di un sito deve contemperare i diritti in gioco, quindi non solo occuparsi della tutela della proprietà intellettuale, ma anche della libertà di impresa del provider (chi opera materialmente il blocco, e quindi esegue gli ordini dell’Agcom e ne sopporta i costi) e della libertà di informazione e di espressione dei cittadini.

La sentenza precisa che le misure devono essere mirate, cioè non devono colpire contenuti leciti e comunque il giudice nazionale deve poter verificare che le misure siano proporzionate e adeguate allo scopo (il blocco di contenuti leciti rende la misura ingiustificata).
Questi aspetti non sono contemplati nel regolamento Agcom. È vero che è possibile rivolgersi all’autorità giudiziaria, così bloccando la procedura amministrativa, ma è una possibilità solo teorica visto che non necessariamente al cittadino uploader verrà comunicata la rimozione del contenuto da lui immesso online. E comunque sarà il cittadino a doversi attivare, con spese elevate, per dimostrare di essere “innocente”, così ribaltando il principio di non colpevolezza.

Per quanto riguarda gli ordini dell’Agcom, invece, si prevede che siano impugnabili dinanzi all’autorità giudiziaria amministrativa (TAR del Lazio), e questo apre la strada a possibili contrasti di giudicati tra giudici amministrativi e ordinari.

Ancora una volta viene da chiedersi perchè l’Agcom. Se si tratta di questioni inerenti il diritto civile, non si capisce perché debba essere interessata un’autorità amministrativa che, quando interviene nei rapporti inter cives (come ad esempio fa il Garante per la privacy) lo fa per funzioni di tutela del soggetto ritenuto debole (il cittadino) rispetto al suo interlocutore. In questo caso si ribalta la prospettiva, e si tutela il soggetto “forte” (che ha le capacità economiche di rivolgersi ad un giudice per ottenere giustizia) contro il soggetto “debole” (l’uploader).

Nel caso in cui, invece, si tratta di problematica penale, non si vede come l’autorità amministrativa possa sostituirsi all’attività della polizia giudiziaria e della magistratura, con possibili ricadute di vario tipo, compreso un eventuale inquinamento di prove.

L’assegnazione di tali poteri all’Agcom di fatto accorpa in un unica autorità i tre poteri dello Stato, che in qualsiasi democrazia dovrebbero rimanere divisi.

PRINCIPI E FORMALISMI
Sarà quindi importante verificare come saranno tradotti in pratica i principi di proporzionalità e adeguatezza, poiché la necessità, più volte ribadita dall’industria del copyright, di celerità della procedura, ma anche la gratuità (per i titolari dei diritti), aprono la strada a un utilizzo strumentale delle segnalazioni, con richieste di procedura abbreviata. Quello che la delibera Agcom da ai titolari dei diritti, quindi, è uno strumento che consente di “saltare” la procedure di controllo dell’autorità giudiziaria e in tal senso avere una procedura non solo più veloce, ma soprattutto libera da pastoie burocratiche ed eccessi di formalismi.

Un esempio di “formalismi” lo ritroviamo nel manuale d’uso sul sito, dove tra la documentazione obbligatoria richiesta per poter avviare la procedura troviamo lo “screenshot, ovvero l‘immagine che cattura l’istantanea di ciò che viene visualizzato su un dispositivo video (monitor del pc, televisore, eccetera)”. Purtroppo lo screenshot di fronte all’autorità giudiziaria non è considerato un mezzo di prova in quanto facilmente falsificabile o alterabile, e ha valore di mero indizio da valutare solo in correlazione con altri elementi di prova. Nella procedura regolamentata dall’Agcom, invece, è previsto come unico documento di prova richiesto (altri sono facoltativi), senza nemmeno specificare particolari attenzioni per la cattura (tipo indicare l’orario, la configurazione del computer di cattura…) della schermata.

Per essere una procedura “fully digital” come è stata presentata dall’Agcom, occorre dire che evidenzia scarsa dimestichezza con le prove digitali!
Questi particolari fanno sorgere il dubbio che la procedura, già caratterizzata da regole estremamente generiche che danno un’eccessiva discrezionalità all’autorità, sarà probabilmente anche sommaria.

Insomma, col regolamento Agcom l’industria del copyright raggiunge i suoi obiettivi. Evita di dover ricorrere ai tribunali, perché il ricorso alla magistratura comporta tempo, costi e soprattutto in tribunale occorre provare il diritto e non semplicemente affermarlo. Inoltre un tribunale deve, per legge, tenere conto anche di altri diritti, in particolare quelli relativi alla libertà di espressione e alla privacy degli utenti, per cui in un’aula giudiziaria c’è il forte rischio di non ottenere un provvedimento favorevole. Ecco perché l’industria del copyright vuole tenere fuori dal procedimento i tribunali, amministrativizzando la procedura di rimozione dei contenuti online.

Come osserva ARTICLE 19, l’Agcom, oltre a non avere competenze adeguate per il bilanciamento dei diritti in gioco (per queste cose esistono sezioni specializzate della magistratura), non presenta sufficienti garanzie di attenzione ai diritti fondamentali del cittadini, poiché come regolatore della comunicazione si trova troppo vicino all’industria. Ed è per questo motivo che la competenza dovrebbe essere assegnata in via esclusiva alla magistratura, come accade in altri paesi (Gran Bretagna, Francia, Belgio e Germania), o quanto meno ad un’autorità differente dall’Agcom.

BUON SENSO?
C’è da dire che l’Autorità ha rassicurato tutti asserendo che procederà con “tanto buon senso e con i piedi di piombo”.
Una volta la tutela dei diritti era affidata a buone leggi e interpreti (giudici) legati alla corretta applicazione delle norme, oggi l’ultimo baluardo a difesa dei diritti dei cittadini rimane il “buon senso”, rigorosamente calata dall’alto. Viene da chiedersi cosa accadrà quando anche questo verrà meno…

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Avvocato e blogger. Mi interesso di diritto applicato ad internet e alle nuove tecnologie di comunicazione. @brunosaetta



‘Quando c’era Berlinguer’: Veltroni ha diretto un film comico

L’ex leader del PD in cerca di assoluzione. E non funziona.



Sul piano della realizzazione, Quando c’era Berlinguer è un film inizialmente pensato per il circuito televisivo, come fatto capire da Veltroni stesso in un’intervista ad Andrea Scanzi per Il Fatto Quotidiano, e si nota. Il film è troppo lungo, come uno speciale in due parti visto senza sosta. Molti spezzoni d’intervista si potevano tranquillamente tagliare, sono ridondanti e creano l’effetto Vecchi Amici e Presidenti della Repubblica Che Ricordano Enrico. Non capisco, inoltre, cosa c’entri Jovanotti, presentato come «cantante e artista», in mezzo a politici, amici e parenti di Berlinguer. A che titolo Jovanotti mi racconta Berlinguer, in particolare l’episodio in cui Benigni lo solleva? Avrebbe avuto senso intervistare quest’ultimo, al limite. Domina poi il kitsch, le due lacrimucce kunderiane che dicono allo spettatore: «com’è bello commuoversi per Berlinguer! Non sarebbe bello se tutti ci commuovessimo per Berlinguer?».

Ma il vero problema del film è il problema di qualunque produzione culturale di Walter Veltroni, ossia Walter Veltroni stesso, la sua storia politica, gli errori commessi, la rimozione continua di quegli errori e la convinzione di dover continuare la missione politica con altri mezzi, saltando la fase dell’assunzione di responsabilità.

Non puoi fare un film su Enrico Berlinguer, sul PCI, se hai operato per distruggere la trasmissibilità di quella tradizione che attraverso Berlinguer evochi nostalgicamente. Se lo fai, crei continui cortocircuiti di senso, specie se ancora hai bisogno di rimuovere l’idea di essere stato comunista. Risulti comico. Non puoi essere voce narrante sullo schermo (ricordando, al primo comizio, che tu eri là, e inquadrando persino la compagna dai capelli rossi che non ti si filava!) e attore politico di primo piano negli ultimi 20-30 anni, pensando che i due piani risultino sovrapposti solo quando tu li senti tali.

È ovvio che la cultura in casi del genere è la prosecuzione del potere politico con altri mezzi, e lo sguardo con cui Veltroni si approccia al passato si sovrappone con l’immagine che vorrebbe dare di sé nel presente. Quando, grafico alla mano, il narratore Veltroni fa vedere che Berlinguer aveva portato il PCI oltre il 30%, perché lo spettatore dovrebbe far finta che a parlare non sia l’ex segretario che ha portato il PD al 37%? Uno che, insomma, pur perdendo clamorosamente le elezioni, ha fatto meglio di Berlinguer, e sempre nel solco di un’estromissione dell’estrema sinistra?

Quel che è peggio, ed è tipico del linguaggio di potere, Veltroni dice quel che sente come se non dovesse poi dimostrare la validità dell’enunciato, tanto poi ciò che sta attorno si adegua all’enunciato (per conformismo, paura o convenienza). Non parlo naturalmente della ricostruzione storica; dico dello sguardo dell’autore, della lente con cui filtra il mondo per restituirlo attraverso l’opera. All’inizio del documentario, ad esempio, Veltroni loda il modo di esprimersi di Berlinguer, così diverso dagli altri funzionari del PCI, definendolo «poetico»: lo stacco però ci mostra Berlinguer seduto a un tavolo, occhiali spessi inforcati, mentre legge come un professore universitario a un convegno. Un poeta molto noioso, il buon Enrico.

Restando su questo piano, il Pasolini citato nel film è completamente decontestualizzato:

Il Partito comunista italiano è un Paese pulito in un Paese sporco, un Paese onesto in un Paese disonesto, un Paese intelligente in un Paese idiota, un Paese colto in un Paese ignorante, un Paese umanistico in un Paese consumistico.

È il Pasolini di Che cos’è questo golpe? (l’Io so), plasmato per dare un’immagine del PCI funzionale alla storia che si vuole raccontare sullo schermo, dove quel PCI è rappresentato da Berlinguer. Ma in quello stesso articolo Pasolini continuava in modo critico, seppure da sinistra:

proprio tutto ciò che di positivo ho detto sul Partito comunista italiano ne costituisce anche il momento relativamente negativo. La divisione del Paese in due Paesi, uno affondato fino al collo nella degradazione e nella degenerazione, l’altro intatto e non compromesso, non può essere una ragione di pace e di costruttività. Inoltre, concepita così come io l’ho qui delineata, credo oggettivamente, cioè come un Paese nel Paese, l’opposizione si identifica con un altro potere: che tuttavia è sempre potere. Di conseguenza gli uomini politici di tale opposizione non possono non comportarsi anch’essi come uomini di potere. Nel caso specifico, che in questo momento così drammaticamente ci riguarda, anch’essi hanno deferito all’intellettuale un mandato stabilito da loro. E, se l’intellettuale viene meno a questo mandato – puramente morale e ideologico – ecco che è, con somma soddisfazione di tutti, un traditore. Ora, perché neanche gli uomini politici dell’opposizione, se hanno – come probabilmente hanno – prove o almeno indizi, non fanno i nomi dei responsabili reali, cioè politici, dei comici golpe e delle spaventose stragi di questi anni? È semplice: essi non li fanno nella misura in cui distinguono – a differenza di quanto farebbe un intellettuale – verità politica da pratica politica. E quindi, naturalmente, neanch’essi mettono al corrente di prove e indizi l’intellettuale non funzionario: non se lo sognano nemmeno, com’è del resto normale, data l’oggettiva situazione di fatto [corsivi miei].

Già nel 2011 Veltroni aveva operato questa rilettura completamente priva di contesto di Pasolini, imitandolo addirittura in una lettera al Corriere in cui riecheggiava l’Io soIo so che questa Italia merita di piùSi vede ancora il meccanismo che si autoassolve nella parodia, nel continuo accecamento. Perché Veltroni sa, ma sa in quanto politico, eppure non dice se ha le prove, non cita gli indizi. Piuttosto, rimuove tutto indossando la maschera dell’intellettuale engagé, retrocedendo così dalla responsabilità politica:

Io so che Giovanni Falcone e Paolo Borsellino non sono stati uccisi solo dalla mafia. Io so che lo Stato, o pezzi di esso, ha collaborato, coperto, deviato. Io so che l’ attentato dell’Addaura fu organizzato da «menti raffinatissime», che volevano togliere di mezzo quel magistrato scomodo per tutti. Io so che qualcuno mandò lì, per salvare Falcone, due ragazzi, due agenti dei servizi leali allo Stato. Si chiamavano Antonino Agostino e Emanuele Piazza. Io so che non è stata solo la mafia ad ucciderli, l’ uno massacrato con sua moglie e l’ altro sciolto nell’ acido, nelle campagne di Capaci.

Ma mentre indossa la maschera se la fa scappare di dosso, mostrando il vero volto per un istante:

Io so che il potere in Italia, è più opaco che altrove. Leonardo Sciascia diceva che nel nostro Paese «Il potere è altrove», non nei governi, non nel Parlamento. So, per la breve esperienza di due anni che ho avuto al governo, che non ci sono cassetti da aprire che non siano già stati svuotati. So che a chi governa, e lo accetta, è richiesta una cieca continuità. Che Ustica rimanga un cedimento strutturale e la morte di Calvi un suicidio. Perché solo così quel grumo di interessi opaco potrà continuare a dominare condizionando con la violenza, come sempre è stato, il destino politico del Paese [corsivo mio].

Questo meccanismo parodiante mi sembra culturalmente dannoso, nella comicità involontaria che esprime. È un comico che si sovrappone a un genere, distruggendolo. È comico non per stile, ma per contrasto tra stile e debordamento delle intenzioni reali. Su un piano simbolico, immaginate Edipo che, alla fine della tragedia, invece di accecarsi una volta compresa la colpa commessa, prenda la parola per dire: «c’è del marcio a Tebe! Bisogna far qualcosa per il morbo che sta distruggendo la città! Purtroppo qualcuno ha ucciso il nostro amato re, Laio, che per me era come un padre, ma noi dobbiamo farci forza e sconfiggere il morbo! Io so, chi è stato, ma non ho le prove, non ho nemmeno indizi! Noi siamo impotenti di fronte a questa sciagura, ma sapete che vi dico? Comporrò un’opera su Tebe, perché la memoria è importante, specie in tempi così bui». E se qualcuno dicesse «Edipo, stai scherzando? L’hai ammazzato te, Laio», Edipo risponderebbe «andate a chiamare l’indovino Tiresia»; nel frattempo Tiresia, se è furbo, è scappato molto lontano da Tebe. Temo però che attorno a Edipo, oggi, ci sia la fila di persone pronte a gioire: «un’opera su Tebe? Che grande idea, o mio Re, se serve una mano sono a disposizione».
 

Autore
Maestrino saccente. @matteoplatone



Terra dei fuochi: cosa NON dice il rapporto del Governo

Abbiamo chiesto la documentazione completa al Ministero che però ci ha rinviato ai due pdf di sintesi. I dati si riferiscono esclusivamente agli effetti sulle coltivazioni e non a tutta la questione area dei fuochi, fenomeno ben più ampio, complesso e ancora in attesa di essere studiato.


di Antonio Musella, Andrea Zitelli e Antonio Scalari

Questo post nasce dalla collaborazione tra Valigia Blu e Fanpage.it

La Terra dei Fuochi è solo una finzione letteraria. Costruita da servizi sensazionalistici e dichiarazioni di un «pentito sciagurato». Questa la conclusione a cui si arriva leggendo alcuni commenti al rapporto presentato dal governo italiano l’11 marzo scorso sulla contaminazione delle aree agricole campane. Dall’indagine è emerso che su un totale di 1.076 km quadrati di terreni mappati soltanto il 2% è sospetto. Un dato che secondo alcuni giornalisti e commentatori smaschererebbe la bufala del caso Terra dei Fuochi. Roberto Saviano, al contrario, su Repubblica, ha sollevato più di una perplessità sull’affidabilità dell’indagine. Ma questo rapporto cosa dice e cosa non dice? Per capirlo, Valigia Blu ha chiesto al Ministero della Salute l’intera documentazione. Come risposta, è stata inviata una sintesi. Ecco il contenuto.

Come è stato organizzato lo studio e cosa significa il 2%

Scopo principale della relazione è definire un modello scientifico con cui classificare alcune aree a uso agricolo sulla base del rischio associato alle potenziali contaminazioni presenti e, di conseguenza, degli interventi di risanamento necessari.

Gli autori precisano, fin da subito, che l’elaborazione del modello si è resa necessaria anche a causa dell’assenza, a tutt’oggi, di un regolamento che definisca con precisione gli interventi di bonifica nelle aree destinate alla produzione agricola e all’allevamento.

L’Istituto Superiore di Sanità, che ha concorso all’elaborazione del modello, ricorda infatti:

In Italia, il D. Lgs. 152/2006 «Norme in materia ambientale» (Tabella 1 Allegato 5 della Parte quarta Titolo V) definisce i valori limite di concentrazione dei contaminanti nei suoli solo per due destinazioni d’uso: «residenziale/verde pubblico e/o privato» e «commerciale/industriale» e non indica apposite disposizioni per i suoli destinati alla produzione agricola e all’allevamento.

Dal punto di vista tecnico, significa che si devono adattare allo scopo i valori limite in uso per l’analisi di rischio di siti contaminati non rurali, cioè le CSC (Concentrazioni Soglia di Contaminazione) per i siti posti in aree a uso verde pubblico e residenziale. Ma, come si precisa, le CSC possono risultare, per una determinata sostanza, troppo poco cautelative  o eccessivamente cautelative.

Il modello scientifico si articola in sette fasi.

Nella Fase 1 gli autori descrivono i metodi per l’individuazione e la mappatura dei siti contaminati nell’intera area agricola presa in esame. Sono raccolti tutti i dati relativi ai siti adibiti a discarica, autorizzati e non autorizzati, gli impianti di trattamento rifiuti e i siti di stoccaggio, le aree dove sono avvenuti incendi o interramenti di rifiuti e altre potenziali fonti di inquinamento come siti industriali e grandi vie di traffico. L’obiettivo è la realizzazione di una mappatura geografica per la classificazione dei terreni e della loro contaminazione, che tenga conto anche del loro attuale uso agricolo (il tipo di produzione) e di altri elementi che possono influenzare la mobilità dei contaminanti nel terreno, come le caratteristiche specifiche dei suoli e i dati meteo.

La Fase 2 consiste nell’individuare le classi dei contaminanti indice, ovvero quegli inquinanti che per concentrazioni rilevate e caratteristiche chimico-fisiche e tossicologiche sono considerati rappresentativi dello stato di contaminazione. Tra i principali, in questo caso, i metalli pesanti.

Con la Fase 3 si danno indicazioni per indagini da svolgere in futuro sulla mobilità e la biodisponibilità degli inquinanti (ovvero, in sostanza, la loro tendenza ad essere assorbiti dagli organismi viventi) e il loro grado di traslocazione e accumulo nelle «parti eduli» delle piante, cioè quelle che sono utilizzate a scopo alimentare. Ciò significa che, al momento, ai fini del calcolo del rischio nelle aree oggetto di studio, non disponiamo ancora di dati precisi a riguardo. Per la determinazione dell’accumulo dei contaminanti nei vegetali coltivati, il rapporto rimanda a indagini bibliografiche e sito-specifiche, che tengano conto anche delle caratteristiche dei suoli e delle condizioni climatiche.

Ancora da effettuare risulta anche la «determinazione dei valori indicativi tollerabili dei diversi inquinanti non normati». Gli autori precisano che «per molte sostanze chimiche non esistono ancora limiti legislativi di sicurezza, in quanto è ancora in itinere la valutazione tossicologica». Di questi dovranno anche  «essere definite le soglie di rischio legate al consumo».

Per quanto riguarda la valutazione tossicologica, sia acuta che cronica, dei diversi contaminanti e i livelli di assunzione tollerabile, si rimanda a studi sperimentali e ai livelli suggeriti da agenzie e organizzazioni nazionali e internazionali.

Anche la Fase 4 del modello è ancora da applicare sul campo. Essa propone la costruzione di un «indice di rischio per le colture e la catena alimentare», relativo a ogni contaminante. L’indice è un’espressione del livello di tossicità, della mobilità e biodisponibilità e delle caratteristiche chimico-fisiche e biologiche di ogni sostanza, nonché dei suoli e delle colture presenti. Si dovrebbero così determinare tre indici di rischio e si dà un esempio di applicazione di questo metodo nel caso del Piombo.

Nella Fase 5 si propone la «classificazione dei terreni ai fini dell’uso agricolo», da cui emergerà poi, nelle conclusioni, quel «2%» che ha fatto tanto discutere. Questa percentuale si riferisce alla porzione di superficie agricola classificata sul totale di quella esaminata. Gli autori precisano, tuttavia, che l’individuazione di queste classi di rischio è «nelle more del completamento della legislazione del settore e [soprattutto, NdA] della raccolta di tutte le informazioni necessarie all’applicazione del modello scientifico. Posto che di due sottoclassi di rischio «minori», 2c e 2d, deve ancora essere effettuato sia il calcolo del numero di siti interessati sia la corrispondente superficie totale.

Tanto che la classificazione delle aree agricole proposta si basa unicamente sui valori di superamento delle CSC o dei valori di fondo (naturale o antropico). Non tiene ancora conto dei dati riguardanti il passaggio degli inquinanti indice nella catena alimentare e il loro impatto, quindi, più diretto sulle produzioni agricole, per quanto ci si possa attendere che in questo passaggio possa verificarsi un’attenuazione degli effetti della contaminazione sui bersagli (ambientali e umani).

Le Fasi 6 e 7 trattano degli interventi di bonifica da effettuare nei siti contaminati, sulla base delle indagini svolte a monte, e dei necessari controlli e monitoraggi.

Nelle conclusioni finali del rapporto, l’applicazione del modello scientifico è subordinata all’«acquisizione di tutti i dati necessari».

Come detto, della relazione tecnica non è stata resa pubblica la versione integrale, ma solo una sintesi. Perciò presumiamo che di alcuni passaggi non siano forniti i dettagli completi. Per esempio, non è possibile leggere un elenco esaustivo di tutti i contaminanti indice e quando si accenna alle mappature effettuate nell’ambito del progetto MIAPI (Monitoraggio delle Aree Potenzialmente Inquinante), per l’individuazione dell’eventuale presenza di fusti sepolti, anche con contenuto radioattivo, non vengono riportati i risultati di tali indagini (che supponiamo essere, quindi, negativi).

Comunque, il lavoro svolto appare corretto dal punto di vista scientifico, poiché prende in esame tutte le evidenze disponibili e assume un approccio cautelativo. Tuttavia, proprio per questa ragione, impugnare questo studio, costituito in buona parte da proposte di indici e metodi di indagine da applicare in futuro, per liquidare la vicenda della Terra dei Fuochi come una montatura, è del tutto strumentale. Il rapporto stesso non dà alcun giudizio in merito e non potrebbe essere altrimenti.

Del resto è ancora in corso anche il dibattito scientifico sulla vicenda. Il prof. Massimo Fagnano, uno degli autori della relazione, nel ribattere a Roberto Saviano, afferma che «l’inquinamento dei suoli pericoloso per la catena alimentare e per la salute umana non è il problema principale dell’area». Ma ricorda anche che il rapporto si è occupato «solo del terreni destinati all’agricoltura (purtroppo non delle falde, non dei suoli urbani e industriali degradati, non dell’aria)».

Di questo si è occupato il gruppo di lavoro, cioè di fotografare solo una parte della realtà della Terra dei Fuochi, studiando un solo aspetto della contaminazione ambientale potenziale dell’intera area, come precisato dagli autori stessi nella premessa («prendendo in considerazione soltanto la contaminazione dei suoli agricoli ai fini della sicurezza alimentare»).

Ma ciò non è bastato a impedire che il dibattito sull’intera questione si focalizzasse su una percentuale «irrisoria» anche il rapporto, come detto, non dà alcuna indicazione su come si deve interpretare questo dato. Nella lettura di chi dice «la Terra dei fuochi è un inganno» quel 2% diventa il pretesto per gridare all’allarmismo ingiustificato, per scagliarsi contro la «narrazione apocalittica» che trarrebbe forza dalla psicosi popolare e dalle bugie dei pentiti. Eppure qui si parla di indagini ambientali, mappe e concentrazioni di inquinanti, non delle affermazioni, più o meno credibili di Carmine Schiavone o altri. Tra esagerazioni e negazioni c’è la realtà delle evidenze, che non autorizza alcuna «marcia indietro» nel giudizio sulla gravità dello stato di contaminazione nei comuni campani e casertani, soprattutto sull’urgenza degli interventi da attuare.

Tuttavia, al di là della correttezza della metodologia proposta, c’è anche chi ritiene che nel rapporto siano assenti alcuni elementi che hanno a che fare proprio con l’impatto della contaminazione ambientale sull’attività agricola. Lacune che potrebbero sottostimare il rischio presente nell’intera area.

Quello che manca nello studio

Si tratta di un fenomeno molto più complesso, e i numeri - solo il 2% del territorio, in tutto 51 terreni – non convincono chi segue da anni il fenomeno.

In cima alla lista degli scettici c’è innanzitutto chi in questi ultimi 18 mesi ha svolto una attenta e certosina attività di indagine nella cosiddetta Terra dei fuochi. Da questa attività sono venuti fuori i blitz, gli scavi, i sequestri, ma sono state avviate anche numerose indagini che sono ancora in corso.

La legge 133 (la cosiddetta Legge sulla Terra dei Fuochi) dava alla Commissione interministeriale che ha svolto le indagini per la mappatura dei terreni agricoli inquinati la possibilità di acquisire agli atti dati ed analisi di terreni su cui c’era anche solo un’attività investigativa, a differenza della legislazione normale che prevedeva la possibilità di acquisizione solo dopo il terzo grado di giudizio.

«La mole di dati che sono stati inviati alla Commissione interministeriale è stata davvero imponente»: a parlare con Fanpage sono fonti vicine agli inquirenti che manifestano lo stupore dei nuclei investigativi davanti ai dati finali dello studio del governo. Ma nonostante la grande mole di segnalazioni e dossier inviati alla commissione il risultato è stato deludente.

«Nella mappa mancano dei terreni che sono esempi paradigmatici dell’opera di inquinamento criminale del territorio campano come i terreni limitrofi alla cava Monti nel comune di Maddaloni o i terreni in masseria Calabricitto ad Acerra». Sono davvero due esempi del biocidio campano che sono fuori dalla mappa. A cava Monti a Maddaloni secondo l’Arpac sono stati sversati circa 200 mila tonnellate di rifiuti pericolosi. Una attività resa devastante dal fatto che gli interramenti hanno «bucato la falda acquifera» che è emersa in superficie formando un lago. Un lago di veleni. Tutto intorno i campi vengono irrigati con i pozzi che prendono l’acqua proprio da quella falda. Ad Acerra invece tutti conosco la discarica dei Pellini in masseria Calabricitto.

L’inchiesta contro la famiglia Pellini è finita con la prescrizione dei reati ai danni degli imprenditori che sversavano in discarica materiali che venivano descritti come compost ma che in realtà erano fanghi tossici. Sotto quell’invaso passa la falda acquifera e tutto intorno ci sono i campi coltivati ed irrigati con quell’acqua. Ma la delusione degli investigatori non è solo legato al risultato finale dell’analisi della commissione, ma anche all’assenza di indicazioni sul futuro.

«Se domani sequestriamo un terreno, facciamo le analisi e dimostriamo che quel campo è inquinato, cosa succede? Diventa il cinquantaduesimo terreno oppure no? Questo nessuno ce l’ha fatto ancora capire». Il Ministro dell’Agricoltura Maurizio Martina in occasione del convegno promosso da Legambiente a Castelvolturno nel centro di formazione del Corpo Forestale poche settimane fa, si è detto pronto ad allungare la lista, ma dal punto di vista formale non ci sono indicazioni precise.




Neutralità della Rete a rischio: la battaglia in Europa continua

La Commissione industria del Parlamento europeo approva una riforma che mette in pericolo i diritti dei consumatori, la concorrenza e l’innovazione nel mercato unico digitale.


Il 18 marzo la Commissione Industria (ITRE) del Parlamento europeo ha approvato il progetto di riforma sul regolamento telecom. Non ci sono state reali novità per cui i dubbi da noi già espressi in precedenza permangono.

ROAMING
Per quanto riguarda il roaming, anche se la proposta iniziale è stata parzialmente modificata, non si tratta esattamente della sua fine perché ci sono vari aspetti di dettaglio che possono interferire, sia in termini di copertura territoriale che di quantità di traffico. Molto dipenderà dagli accordi tra gli operatori telefonici. Il costo del roaming dipende proprio dagli accordi tra i principali operatori, ciò significa che si mette nelle mani di chi ha creato il problema il compito di trovarne una soluzione, ovviamente con possibili ricadute negative per i piccoli operatori.
Comunque i tempi sono stati anticipati e quindi il roaming dovrebbe “terminare” al 15 dicembre 2015.

NEUTRALITÀ DELLA RETE
Per quanto riguarda la neutralità della rete, all’ultimo minuto è passato un principio più tutelante rispetto alla proposta originaria del relatore Pilar del Castillo. Secondo questo emendamento il traffico Internet “should be treated equally, without discrimination, restriction or interference, independent of the sender, receiver, type, content, device, service or application”.

Rimane aperta, invece, la questione della definizione di “servizi specializzati”. A tale proposito è piuttosto interessante il FAQ pubblicato dal relatore Pilar del Castillo, nel quale si ammette che la definizione è fondamentale per evitare rischi e perciò deve essere rigorosa. Eppure una definizione precisa nel testo non c’è, e il relatore non chiarisce nemmeno quali sono i rischi e perché l’approccio varato riesca a  tutelare la neutralità della rete.

In Commissione è stato respinto l’emendamento presentato da Catherine Trautmann, e il testo approvato è confuso e contraddittorio. Nonostante l’annuncio che il regolamento impedisce alle imprese di degradare e bloccare le connessioni Internet ai servizi e alle applicazioni concorrenti, la versione attuale della norma permette agli operatori di telecomunicazioni di stringere accordi esclusivi con i giganti del web per fornire servizi specializzati di qualità superiore, prioritizzandoli rispetto a servizi concorrenti. Le misure per bloccare o rallentare Internet sarebbero autorizzate solo in casi eccezionali, ad esempio quando espressamente ordinato da un tribunale.
In breve le aziende di telecomunicazioni possono limitare l’accesso ai loro clienti così realizzando un monopolio simile a quello che ha portato ad alte tariffe di telefonia mobile, e quindi potremmo avere delle diverse sotto-reti a seconda dei servizi richiesti dall’utente, a costi diversi e a velocità diverse.
In tal modo si minerà non solo la concorrenza sul web, impedendo a nuovi operatori di entrare in un mercato già occupato sulla base di accordi tra i grandi operatori, ma la stessa innovazione, perché un utente tenderebbe a preferire un servizio utilizzato da un elevato numero di utenti piuttosto che un servizio migliore e più innovativo.

Il membro del Parlamento europeo Marietje Schaake ha espresso preoccupazioni per l’esito del voto

La proposta votata oggi manca delle necessarie garanzie per la neutralità della rete, al fine di tutelare i consumatori contro gli abusi di potere da parte dei fornitori di servizi Internet. Senza queste garanzie, la concorrenza e l’innovazione nel mercato unico digitale possono essere in pericolo. Il principio della neutralità della rete è stato scambiato con l’abolizione dei costi di roaming

Per questo motivo il gruppo dei liberali (ALDE) ha presentato una nuovo testo per la tutela della neutralità della rete.

Adesso il progetto di riforma passerà prima al Parlamento in seduta plenaria, che dovrebbe votarlo tra il 2 e il 3 aprile 2014, e poi al Consiglio. Se nel Consiglio ci saranno modifiche avremmo un nuovo voto del Parlamento entro la fine dell’anno, e se ne occuperà il nuovo Parlamento che uscirà dalle elezioni europee di maggio.
Una notizia positiva è che non è stato dato il compito di negoziare la fase legislativa con il Consiglio al relatore Pilar del Castillo.

 

Autore
Avvocato e blogger. Mi interesso di diritto applicato ad internet e alle nuove tecnologie di comunicazione. @brunosaetta



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