Agcom e copyright: un primo bilancio tra procedure opache e poco democratiche

Tra poca trasparenza e molta discrezionalità nel rimuovere contenuti, a farne le spese i diritti dei cittadini.


 

Regolamento

A circa 6 mesi dall’entrata in vigore del Regolamento Agcom, e in attesa che il TAR si pronunci sui vari ricorsi presentati contro il Regolamento e le singole delibere, è possibile tracciare un primo sommario bilancio dell’attività dell’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni in materia di tutela del diritto d’autore in Rete.

Come già detto, fondamentalmente il Regolamento, deliberato ed applicato dalla medesima Autorità (che si fa legislatore e giudice), consente alla stessa di svolgere contemporaneamente sia le funzioni del pubblico ministero (recependo le istanze di punizione e portando avanti delle sommarie indagini) che le funzioni del giudice (procedendo ad una valutazione del presunto illecito e stabilendo la relativa sanzione). L’accorpamento dinanzi allo stesso organo di poteri inquirenti e giudicanti in relazione a illeciti che costituiscono a tutti gli effetti reati, determina una palese violazione dei principi alla base delle normative nazionali e comunitarie che prevedono la separazione delle due funzioni nonché la necessaria presenza nel procedimento di garanzie per gli incolpati.
In sostanza il regolamento Agcom sottrae ai giudici una specifica materia trattandola in base ad un procedimento amministrativo sommario e discrezionale.

Inoltre il costo degli interessi privati degli autori e degli editori ricade interamente sulle spalle dei contribuenti, compreso quanto speso per la convenzione con la Fondazione Bordoni (FUB) che gestisce il sito dedicato all’inoltro delle istanze di tutela, e si occupa di rendere trasparente il procedimento.

Procedimenti

Le istanze (164 al 19 settembre) vengono inizialmente pubblicate sul sito dell’Agcom, ma solo dopo qualche tempo sono visualizzabili i procedimenti sul sito della FUB, dove numerose istanze semplicemente non risultano. Questo perché non tutte portano all’apertura di un procedimento. Sulle istanze così trattate non è possibile conoscere ulteriori dati.

La trasparenza appare prevalentemente formale, con la pubblicazione delle istanze di avvio dei procedimenti, delle determine di archiviazione o degli ordini. In realtà la compilazione degli atti è piuttosto standard, con una motivazione puramente formalistica e a mezzo di formule stilistiche, ed è assolutamente inidonea a rendere noto il percorso logico utilizzato dall’Autorità per giungere ad una determinata conclusione.
Inoltre non sono pubblici gli atti delle udienze, né le procedure di indagini, né tutti gli altri elementi che potrebbero essere fondamentali nel momento in cui qualcuno decidesse di impugnare dinanzi al TAR le decisioni dell’Agcom.

Procedimenti DDA Online

Al 19 settembre i procedimenti aperti sono 68. Ovviamente dobbiamo tenere presente che alla data indicata alcuni procedimenti aperti non erano ancora definiti.
Alcuni dei procedimenti cumulano più istanze (es. istanze 3 e 27 cumulate nel procedimento 2). Le archiviazione formali sono 34, e riguardano le istanze irricevibili, inammissibili, manifestamente infondate o ritirate prima della decisione finale (es. l’istanza 8 viene archiviata perché il contenuto segnalato era già stato rimosso al momento della presa in carico dell’istanza da parte dell’Agcom, l’istanza 154 viene archiviata perché non è stata trasmessa utilizzando il modello predisposto dall’Agcom). I procedimenti archiviati in via amministrativa non determinano l’apertura di un procedimento (quindi sul sito della FUB risultano 102 istanze).

Il dato che risalta è il numero di “adeguamenti spontanei”, che sono 43. Si tratta di quei casi nei quali l’Agcom si limita ad  inviare una comunicazione di apertura del procedimento al soggetto gestore del sito dove sarebbe presente il contenuto presunto illecito, e tale soggetto “spontaneamente” lo rimuove, e quindi il procedimento si chiude.
È ovvio che l’Agcom tenterà di giocare questa carta per dimostrare che il Regolamento funziona, ma in realtà, come vedremo oltre, gli adempimenti spontanei comportano un problema di non poco conto.

Infine ci sono 20 procedimenti definiti con un provvedimento finale dell’Agcom, di cui 6 sono archiviazioni e 14 sono ordini di rimozione tramite blocco su DNS.

Fotografie

Una parte significativa delle segnalazioni pervengono da fotografi professionisti che si rivolgono all’Autorità per chiedere la rimozione di loro opere pubblicate senza permesso. Così La Repubblica, il sito dei beni culturali della Regione Marche, il sito della città di Oria in Puglia, hanno rimosso “spontaneamente” delle fotografie.

Altri casi sono “sintomatici”. Agcom ingiunge al provider di hosting del sito risorsedidattiche.net, che offre a bambini delle scuole primarie schede didattiche gratuite, inserite dagli stessi utenti, di cancellare le schede relative a: la civiltà dei Greci, i Sumeri, la civiltà degli  Assiri, teoria del Big Bang, gli Etruschi, la  preposizione, i Babilonesi, l’Iliade.
In questo caso il sito non risulta sia stato nemmeno contattato, nonostante fosse possibile tramite un modulo presente sulle pagine.

I provvedimenti presenti sul sito della FUB consentono, quindi, di comprendere che l’Autorità non si occupa soltanto di pirateria vera e propria, anzi, si occupa principalmente di singole violazioni.

Ancora. L’Agcom chiede al sito gay.it di rimuovere la fotografia che correda un articolo dal titolo “Giornalista italiano va a Mosca e srotola bandiera «Love is love»”. La foto era l’autoscatto di un giornalista fotografo preso sulla Piazza Rossa con in mano la bandiera simbolo della lotta per l’uguaglianza degli omosessuali. Il gesto in sé, l’innalzare quella specifica bandiera, è una forma di protesta per le norme contro gli omosessuali approvate dal governo russo. Nel caso specifico, quindi, la foto era di per sé la notizia, e quindi nel decidere sulla violazione del diritto d’autore occorreva contemperare tale diritto con il diritto di cronaca.

Con il procedimento contro Repubblica.tv l’Agcom nuovamente entra nel campo del diritto di cronaca, ordinando la rimozione di un video che mostrava un’operazione di polizia a Firenze.

Il provider rimuove
In molti casi è il provider che rimuove “spontaneamente” il video. Questo punto è importantissimo, perché si potrebbe essere portati a credere che laddove c’è un adeguamento spontaneo alla richiesta dell’Agcom allora vuol dire che il gestore del sito era (coscientemente) in violazione delle leggi. Ma se l’adeguamento viene dal provider questo ragionamento viene a cadere.

Il provider ottempera soltanto per evitare di dover sopportare multe a causa delle attività di un suo cliente, perché, pur essendo irresponsabile per le violazioni dei suoi utenti quale provider ai sensi della normativa europea, in base al Regolamento Agcom può incorrere comunque in sanzioni.
Non dimentichiamo, inoltre, che tale comportamento è in aperta violazione della direttiva europea 2009/136/CE che stabilisce che “spetta agli Stati membri, e non ai fornitori di reti o servizi di comunicazione elettronica, decidere, seguendo le normali procedure, se i contenuti, le applicazioni e  i servizi siano legali o dannosi”. Ma se c’è adeguamento spontaneo di fatto è il provider, cioè un soggetto privato diverso dall’autore del presunto illecito che decide cosa è lecito e cosa non lo è.

Per quanto riguarda il “gestore del sito” abbiamo compreso che viene identificato nella persona che riceve le mail all’indirizzo fornito nella sezione Contatti del sito, oppure, se non c’è tale sezione, nella la persona indicata come “admin” nel profilo Whois del sito web. Purtroppo spesso sul Whois viene indicato il Registrar (qui il whois di cineblog, sito oggetto di ordine di blocco da parte dell’Agcom), e non si comprende perché dovrebbe sapere cosa fa il suo cliente. Insomma, il contraddittorio fa acqua da tutte le parti.

Adempimenti “spontanei”

Comunque è vero che in alcuni casi sono i gestori del sito che ottemperano all’ordine dell’Agcom. Ma anche qui non ha senso ritenere positiva una conclusione del procedimento in questo modo.
Chi non ottempererebbe ad un ordine inserito in una comunicazione ufficiale proveniente da un’Autorità statale? Chi non lo fa dovrebbe avere una perfetta adeguata delle norme vigenti in materia (tra l’altro non proprio chiarissime), e dovrebbe comunque potersi permettere il costo del  ricorso al Tar (duemila euro) per poter dimostrare di avere ragione nel caso in cui l’Agcom voglia insistere. Questo perché in base all’art. 7 del Regolamento solo il soggetto istante può bloccare il procedimento amministrativo, se invece il soggetto incolpato vuole ricorrere al giudice ordinario, il procedimento amministrativo prosegue comunque e può terminare (in tempi brevi, 35 giorni) nell’ordine di blocco. Altro che adempimento “spontaneo”.

Un altro caso interessante ha riguardato il sito italysoft.com, un aggregatore di link alle pagine principali di vari siti giornalistici. Il sito in realtà embedda in modalità frame le pagine dei siti terzi all’interno delle sue pagine. Il sito Quattroruote si oppone e si rivolge all’Agcom e italysoft deve adeguarsi “spontaneamente”.
In materia di framing occorre precisare che generalmente non viene considerato violazione del diritto d’autore perché il materiale del sito linkato non viene copiato sul sito linkante, ma direttamente dal browser dell’utente, così non si ha violazione del diritto di riproduzione, né del diritto di elaborazione delle opere, né del diritto di diffusione (sostanzialmente è come andare al cinema senza pagare, può essere un comportamento riprovevole ma non è violazione del copyright).
Però può accadere che il sito incorporante sfrutti la notorietà del sito incorporato per guadagnarci, in tal caso potrebbe configurarsi un atto di concorrenza sleale. È palese però che siamo davvero molto oltre una banale violazione del diritto d’autore da trattare con una procedura amministrativa sommaria.

Di esempi del genere se ne potrebbero trarre numerosi dai procedimenti presenti sul sito della FUB, ed evidenziano che in moltissimi casi non siamo di fronte a situazioni facili da districare, quanto piuttosto a complesse realtà giuridiche che andrebbero trattare con le dovute competenze. Sono casi nei quali occorre bilanciare i diritti in gioco, da un lato il diritto d’autore, dall’altro il diritto di cronaca, la libertà di informazione, e il diritto alla libera iniziativa economica dei provider.

Bilanciamento dei diritti

L’attività di bilanciamento dei diritti è un compito estremamente complicato che esige una specifica e circostanziata motivazione (la motivazione è essenziale per consentire al cittadino di controllare l’operato del giudice e permettere l’impugnazione del provvedimento) per far cedere un diritto di fronte ad un altro. Tutto ciò non si rinviene affatto nel procedimento amministrativo dell’Agcom, privo delle garanzie minime previste nelle procedure giurisdizionali, e all’interno del quale risultano assenti o non sufficientemente esplicitati i criteri per operare tale bilanciamento dei diritti.
Anzi, l’impressione è che l’Agcom si limiti a recepire l’istanza del titolare dei diritti senza prendere minimamente in considerazione altri diritti contrapposti.

Di fatto il regolamento Agcom è una sorta di coltellino svizzero buono per tante occasioni, con la scusa della tutela del copyright si entra in territori che non competono assolutamente all’Autorità, e sostanzialmente regala ad autori ed editori la possibilità di decidere unilateralmente o quasi cosa è lecito e cosa non lo è.
La prospettiva dell’industria del copyright è semplice, esiste il mio diritto e niente altro, quello che è mio è mio e non ci interessano né gli usi didattici né la critica né la cronaca né la cultura e la ricerca tecnica e scientifica (tutelata ai sensi dell’art. 9 della Costituzione) e neppure la crescita delle arti e lo sviluppo dell’individuo o della società.
L’adeguamento spontaneo, infatti, non è altro che questo. L’Agcom avverte il segnalato che se non ottempera ai desiderata dell’autore (cioè “rimuovi”) allora se ne dovrà occupare lui della questione. E come se ne occupa? Da quello che possiamo notare, in maniera sommaria e sbrigativa, risultando nella maggior parte dei casi un semplice “intermediario”. Ecco perché abbiamo spesso, per paura, un adeguamento “spontaneo” che però non ci dice assolutamente nulla sui dettagli del procedimento e se vi fosse o meno una reale violazione del diritto d’autore.

Il punto è che le norme sul diritto d’autore sono palesemente inadeguate alla realtà odierna caratterizzata dalla Rete Internet dove tutti possono essere contemporaneamente produttori ed utilizzatori di notizie e di materiale coperto da diritti d’autore (specialmente fotografie). Quello che occorre è una distinzione più netta tra le opere professionali e i contenuti amatoriali, consentendo una più ampia possibilità di utilizzare a fini di critica e discussione o semplicemente citazione contenuti protetti dal diritto d’autore.

E la lotta alla pirateria? In tal senso il Regolamento appare un’arma spuntata, la vera pirateria se la ride, perché un sito di materiale piratato, se bloccato rinasce dopo pochi giorni sotto altri nomi a dominio.

Rimane un ultimo dubbio. Ma se il gestore del sito ottempera all’ordine di rimozione dell’Agcom con ritardo, cioè dopo che l’ordine di blocco è stata già emesso ed attuato, comunque il sito rimane bloccato? Pare di si perché il Regolamento non prevede la possibilità di riaprire un procedimento già chiuso. E il blocco Agcom… è per sempre!

Autore
Avvocato e blogger. Mi interesso di diritto applicato ad internet e alle nuove tecnologie di comunicazione. @brunosaetta



#Scuolebelle, il governo “costretto” a correggere i dati sullo stato dei lavori

Il buon giornalismo controlla passo dopo passo e sul sito cambiano i numeri ma con un metodo poco trasparente.


Articolo in partnership con Fanpage.it

Dare dei dati ufficiali per poi contraddirli, come se niente fosse, poco dopo una settimana. Questo è ciò che ha fatto il governo con #scuolebelle, il programma sull’edilizia scolastica del governo Renzi presentato il 4 luglio scorso, con cui l’esecutivo ha messo sul piatto 150 milioni di euro per il 2014 (e 300 milioni in attesa di essere sbloccati per il 2015) per piccoli lavori di manutenzione all’interno di “17.961 plessi scolastici”. Ma andiamo con ordine.

Il 9 settembre scorso il ministero dell’Istruzione pubblica l’elenco degli interventi #scuolebelle realizzati fino a quel momento.

Sommando i dati della prima colonna si arriva alla cifra di 1465 lavori eseguiti a luglio e ad agosto.

Passata poco più di una settimana, Repubblica, lunedì 16 settembre, pubblica un pezzo di Corrado Zunino dal titolo indicativo «I numeri che non tornano sul sito del governo “Dalla Campania al Piemonte cantieri in ritardo”». Il giornalista denuncia che i dati aggiornati dello stato dei lavori in suo possesso mostrano che il numero dei lavori terminati è nettamente inferiore rispetto a quanto comunicato:

Il sito di governo dice che a luglio e agosto ci sono stati 1.465 interventi tutti eseguiti nelle scuole italiane, perlopiù ritinteggiature e piccole manutenzioni. L’aggiornamento ministeriale, che arriva a tarda ora, riduce ampiamente il “già fatto”: sono 918 “i lavori ad oggi terminati”, 547 in meno dell’annunciato.

Quindi paradossalmente, con il passare del tempo, i lavori conclusi nelle scuole invece di aumentare sono diminuiti. Lo stesso giorno, dopo la pubblicazione dell’articolo, sul sito del ministero dell’Istruzione esce un comunicato stampa con gli stessi dati sulla stato di avanzamento dei lavori di #scuolebelle in possesso di Zunino. Le nuove cifre ufficiali, rilanciate dal Miur su Twitter il 17 settembre, confermano in toto quanto scritto dal giornalista

Se si confrontano nel dettaglio regione per regione i differenti dati dei “lavori eseguiti” pubblicati il 9 settembre e quelli del 16 settembre dal Miur si vede come i primi resoconti dalle scuole nella maggior parte dei casi risultino troppo ottimistici, presentando una realtà distorta:

In Piemonte sono stati pubblicamente accreditati 41 cantieri scolastici aperti e chiusi, le cifre reali riducono l’eseguito a tre scuole. (…) I 42 cantieri accreditati all’Emilia Romagna sono, in realtà, zero. I 207 del Lazio solo 92. I 203 della Campania 72.

Dopo l’articolo di Zunino e la pubblicazione ufficiale dei nuovi dati da parte del Miur, sul sito governativo passodopopasso.italia.it, presentato dal presidente del Consiglio, Matteo Renzi, a inizio a settembre come uno strumento per verificare l’attività dell’esecutivo sulle riforme, viene modificata l’”infografica” che racchiude i dati delle manutenzioni su #scuolebelle.

Tabella prima della modifica. Clicca sull’immagine per ingrandire.     

 

 

 

 

 

 

Tabella aggiornata al 16 settembre. Clicca sull’immagine per ingrandire.

 

 

 

 

 

 

Cambiano così le diciture delle colonne, l’intestazione, il lasso di tempo considerato e i numeri ma il colore, la grafica e soprattutto l’indirizzo della pagina restano gli stessi – basta vedere come la tabella che si apre cliccando nel link nel tweet del Miur del 9 settembre embeddato sopra non corrisponda allo screenshot -. In questo modo, però, non è possibile cogliere e quindi verificare che in un primo momento era stata raccontata una storia non reale sull’avanzamento dei lavori.

Un governo che vuole dimostrare trasparenza nel proprio lavoro da qui alla fine dei mille giorni, perché pubblica dati che mostrano uno situazione non veritiera, ottimistica, da propaganda? E se è stato un errore (di cui nessuno al ministero ha fatto caso fino al 15 settembre, il giorno precedente all’articolo di Repubblica), perché modificarlo in quel modo poco trasparente? Infine, visto quanto successo, chi ci garantisce che quanto certificato dal Miur sull’avanzamento dell’edilizia scolastica corrisponda al vero?

 

 

Autore
"Non è il caso né di avere paura né di sperare, bisogna cercare nuove armi." Gilles Deleuze @andreazitelli_



Papà Renzi indagato, le indagini a orologeria e il giornalismo

Come stanno i fatti, la reazione di alcuni giornalisti. Come (non) si dovrebbe commentare la vicenda. Secondo noi.


Sarò breve. Ieri appena si è saputo dell’indagine a carico del padre di Matteo Renzi per bancarotta fraudolenta diversi giornalisti soprattutto su twitter si sono dati da fare con commenti (seri o faceti) sulla magistratura ad orologeria: insomma Renzi figlio-premier avrebbe toccato le ferie dei magistrati o peggio Renzi è nel mirino di “apparati”…

Su facebook mi sono permessa di fare un appello ai miei colleghi giornalisti:

Stamattina una intervista di Donatella Stasio sul Sole 24 ore al Procuratore di Genova, Michele Di Lecce chiarisce bene la dinamica dei tempi

Vi siete posti il problema della scontata reazione che avreste scatenato con l’avviso di garanzia, ovvero l’accusa di «giustizia a orologeria»?
Certo, potevamo immaginarla, ma i tempi sono decisi da calendario, non da noi. Noi non abbiamo margini di discrezionalità. Dopo sei mesi, se l’indagine non è conclusa bisogna chiedere la proroga. Non potevamo farlo né due mesi prima né due mesi dopo. Lo ripeto: il procedimento penale è stato iscritto 6 mesi fa, quando ci sono arrivati i documenti a seguito della procedura fallimentare, anche se la dichiarazione di fallimento è intervenuta prima. Quindi, non ci siamo mossi d’ufficio. Decorsi i sei mesi dovevamo chiedere la proroga, che va notificata agli interessati. Contestualmente abbiamo inviato anche l’informazione di garanzia, per fornire più elementi di conoscenza agli indagati.
Andrea Iannuzzi, sempre su Facebook, fa una sintesi molto efficace della vicenda tratta dalla lettura dei giornali

Questi sono i fatti. Aggiungo per la cronaca che a suo tempo Renzi si è dimesso dall’azienda sotto pressione del Fatto Quotidiano:qui l’articolo di Marco Lillo che chiedeva conto di questa assunzione

Il Comune e la Provincia di Firenze da quasi 9 anni pagano i contributi per la pensione del dirigente di azienda Matteo Renzi. Il problema è che l’azienda che ha assunto il giovane Renzi come dirigente 8 mesi prima di collocarlo in aspettativa (scaricando l’onere previdenziale sulla collettività) è della famiglia Renzi. Lo si scopre leggendo un documento del 22 marzo scorso: la risposta a un’interrogazione presentata dai consiglieri Francesco Torselli (Fratelli d’Italia) e Marco Semplici (Lista Galli). “Il dottor Matteo Renzi è inquadrato come Dirigente presso l’azienda Chil srl”, scrive il vicesindaco Stefania Saccardi e aggiunge “alla società presso cui risulta dipendente in aspettativa il dottor Renzi sono erogati i contributi previsti all’art. 86 comma 3 del Testo unico sugli enti locali”. La legge in questione impone all’Ente locale di provvedere al versamento dei contributi previdenziali, per gli amministratori locali che, in quanto lavoratori dipendenti, siano stati collocati in aspettativa non retribuita per assolvere al mandato.

Qui il premier riconosce a Marco Lillo la legittimità della richiesta di dimissioni e annuncia le sue dimissioni dall’azienda




Visti dall’Italia. I giovani che tornano, nonostante tutto

Un blog e un documentario per raccontare l’altro lato della storia. Giovani che decidono di tornare nel nostro paese e di provarci. Una risposta al nostro post: Visti da Londra: essere giovani in Italia è terribilmente difficile.


Dopo la pubblicazione del post di Michele Azzu “Visti da Londra: essere giovani in Italia è incredibilmente difficile”, abbiamo ricevuto da Serena, Goffredo e Carolina la richiesta di ospitare un loro post per raccontare anche l’altro lato della storia. Buona lettura.

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Serena Carta, autrice del blog Cervelli di ritorno ospitato su Vita Non profit
Goffredo d’Onofrio e Carolina Lucchesini, registi del documentario La strada di casa

Siamo quello che raccontiamo o raccontiamo quello che siamo? Nessuno metterebbe in dubbio che siamo l’Italia che ci raccontano: quella dell’unico stato in recessione tra quelli del G7, del paese che “perde colpi”, che è sempre agli “ultimi posti” e che “non riparte”, della crescita zero, dei bamboccioni e dei cervelli in fuga, del “renzusconi”, delle “tasse che tagliano le gambe”, dell’assenza di meritocrazia, dei politici corrotti (e così via).

Ma chi si occupa di informarci ci racconta sempre chi siamo? O meglio, ci racconta tutto?

Qualche giorno fa Michele Azzu ha condiviso qui su Valigia Blu quello che, da ragazzo italiano, ha pensato camminando tra le strade di Londra: la City è “un’arena di gladiatori in cui per emergere devi lottare. Ma alla fine della giornata sai che i tuoi sacrifici sono serviti. Poi torno in Italia e rivedo i miei amici del nord e del sud: sfruttati, repressi, calpestati, odiati. In Italia essere giovani, oggi, è incredibilmente difficile”.

Quello che Michele scrive è vero. Ma c’è anche altro. La condizione giovanile non può raccontarcela solo il tasso di disoccupazione al 44%, o il fatto che 2 giovani su 3 siano precari.

Nei nostri percorsi di vita e di lavoro, in Italia e non, ci siamo resi conto di quanta forza abbiano i giovani italiani nel creare, proporre, diffondere un’idea diversa di crescita. Lavorando su progetti che partono dai territori, che li arricchiscono di valore. E questo ci ha fatto rinnamorare di loro. O meglio, di noi stessi. Per questa ragione, con un blog e un documentario, abbiamo voluto raccontare gli “altri giovani”, gli esclusi dalla narrazione tradizionale della crisi e dall’informazione del mainstream. Come catarsi collettiva, forse. Ma soprattutto come strumento di ribellione a uno status quo annichilito e pessimista.

Crediamo che non esista una visione a senso unico della Storia. Quello che vediamo – e che vorremmo raccontare – è un paese fatto da persone che non trovano rappresentazione dentro i dati sulla produzione industriale, la crisi economica o lo stop della domanda. Ma piuttosto storie di vita che testimoniano ostinazione, fatica, impegno, speranza, sensi contrari a quelli maggioritari e, sì, anche qualche passo indietro.

Come quelli fatti da Filippo dal Fiore, che dal MIT di Boston è tornato a Padova dove si occupa di innovazione e interdisciplinarietà. Filippo si fa guidare da una visione olistica della vita: “Non credo alle iper-specializzazioni. Ho imparato che al giorno d’oggi, se ti chiudi in una bolla, ti convinci di essere onnipotente e fai disastri. Piuttosto, credo molto nel mettersi in connessione: e noi italiani in questo siamo bravissimi”.

Storie di giovani che dopo anni trascorsi all’estero hanno deciso di rientrare in Italia per valorizzare e investire nelle risorse offerte dai territori e dalle comunità d’origine. Proprio come sta facendo Luana Stramaglia con il suo Fork in progress, “cucina narrativa” nel centro storico di Foggia dove anziani a rischio di emarginazione sociale e studenti dell’istituto alberghiero avranno la possibilità di cucunare insieme e “sviluppare solidarietà intergenerazionale”. Luana ha 27 anni e ha trascorso gli ultimi 8 anni anni tra il centro-nord Italia e l’Europa. Ma il suo desiderio era quello di vivere a Foggia, sua città natale, e così si è inventata un lavoro. Per lei, come per tanti altri, il periodo all’estero è stato indispensabile, “ho imparato tantissime cose che mi hanno aiutato a dare concretezza alla mia idea imprenditoriale”.

Giovani che immaginano e sperimentano stili di vita alternativi. Giovani un po’ incoscienti e “gentili” – come qualcuno li ha definiti – e cioè “ottimisti, tecnologici, salutisti, empatici, etici” impegnati a fare comunità e a lanciare startup. Ne sono un esempio i Calabresi Creativi, associazione non profit di innovazione tecnologica e sociale che vuole connettere le potenzialità del web 2.0 con il territorio calabrese. Due membri del gruppo, Francesco Paradiso e Francesco Vadicamo, entrambi informatici, si sono conosciuti a Milano: “Insieme parlavamo di tornare, di fare squadra, di fare qualcosa di bello. Oggi che siamo qui, nonostante le difficoltà quotidiane, lo scarso appoggio istituzionale e il tipico arrendevole atteggiamento calabrese, l’entusiasmo non si è affievolito. C’è ancora molto lavoro da fare, ma in fondo quello che conta è il viaggio, non la meta! E di evento in evento, notiamo che le persone acquistano fiducia e speranza”.

Non ci interessa se queste persone siano o meno la maggioranza, se confermino e contraddicano le statistiche. Se siamo ciò che raccontiamo, è importante affiancare all’immagine di un’Italia sul baratro anche quella, altrettanto reale, di un’altra Italia impegnata a ripartire. E chissà che, a forza di guardare lo stivale da un’altra prospettiva, non ci si renda conto che l’epoca della ripresa è già cominciata.

La strada di casa from Goffredo d’Onofrio on Vimeo.




Famiglie e scuola: risparmiare con gli ebook autoprodotti dagli insegnanti?

I punti oscuri che rischiano di trasformare questa proposta del Governo in un fallimento.


 

Come far spendere meno alle famiglie per i libri di testo scolastici? Una delle soluzioni proposte dal Governo è quella che i libri di testo tradizionali vengano sostituiti da ebook “creati” dagli stessi professori della scuola, e poi messi in rete ed adottati da tutte le altre scuole italiane. Una soluzione che, almeno virtualmente, sembra l’uovo di Colombo per far risparmiare alle famiglie centinaia di euro per comprare libri e libri digitali delle case editrici tradizionali.

La polemica con l’editoria scolastica è vecchia e anche in parte fondata. Ogni anno le case editrici pubblicano libri di testo che molto spesso differiscono di pochissimo dall’edizione dell’anno precedente, solo per costringere le famiglie e gli studenti a comprare il libro nuovo e non riutilizzare quello di fratelli o amici, o affidarsi al mercatino del libro usato. Detto questo, l’idea dell’ebook autoprodotto dagli insegnanti è praticabile o ha anch’essa numerosi punti oscuri che rischiano di trasformarla in un fallimento?

Ebook

Il primo punto è quello del formato. Le scuole potranno produrre testi digitali, che dovrebbero essere quindi fruiti dagli alunni tramite tablet o almeno e reader. Peccato che le classi in cui gli alunni hanno tutti in dotazione un tablet siano decisamente poche, e che le scuole non abbiano di norma i fondi per comprare agli alunni il tablet. Dunque l’ebook “gratuito” creato dalla scuola come verrà fruito? Le famiglie risparmieranno il costo dei libri, ma dovranno comprare di tasca propria il tablet ai figli?

Inoltre anche solo per pubblicare o impaginare un libro digitale, ci vorranno specifiche competenze da parte dei docenti. Si provvederà a finanziare corsi di formazione in tutte le scuole per i professori che vogliono pubblicare il loro libro? Saranno forniti i programmi gratuitamente per pubblicare ebook? E in che formato dovranno essere formattati i testi? Perché non tutti i tablet ed i supporti leggono ogni tipo di formato. Il Ministero dovrà dare quindi delle linee guida specifiche anche sui formati compatibili.

La qualità

Scrivere un libro di testo per la scuola è una operazione molto complessa. Nelle case editrici scolastiche si lavora quasi sempre con un team di autori per ogni singolo libro: c’è chi si occupa di stendere i testi, chi di creare le esercitazioni ed i laboratori, chi di fare le schede riassuntive, di approfondimento o i materiali semplificati per gli alunni stranieri, per i BES, per le varie categorie di alunni disabili. Gli autori dei libri di testo delle case editrici quasi sempre sono o sono stati docenti, ma quando producono un testo scolastico sono autori, e quindi devono avere competenze diverse dal docente di classe. Anche se è abbastanza normale che un docente di classe produca alcuni materiali per la sua classe (usando un tempo le fotocopie, oggi magari anche formati elettronici di vario tipo), è assai raro che un docente produca un intero libro, persino della materia che insegna da anni. Questo perché in quanto docente, anche se bravo, non è detto che abbia le competenze necessarie per essere un autore di manuale. Sono due cose profondamente diverse: non è detto che chi spiega, anche magnificamente, inglese in classe, o italiano o matematica, sia anche in grado di scrivere un libro di testo di italiano, inglese o matematica, così come non è detto che il pur bravissimo giornalista conduttore del tg della sera sappia anche essere un magnifico inviato di guerra sul campo o un cronista di nera.

Il docente di classe, quindi, potrebbe non essere banalmente in grado di scrivere un intero libro di testo, o, anche lavorando in team con colleghi della stessa scuola, non è detto che sia in grado di produrre qualcosa di veramente valido. Da sempre le case editrici cercano nelle scuole i docenti che sono in grado di scrivere anche libri e li mettono sotto contratto proprio per questo: chi sa scrivere un libro di testo è raro.

Cosa pensa di fare invece il Ministero? Come già avviene in alcuni progetti sperimentali, tipo Book in progress, si pensa di creare una rete di scuole con una scuola capofila; all’interno di ogni scuola vengano nominati i coordinatori dei progetti dei vari libri, che coprono quindi diverse discipline. I docenti della scuola scrivono il libro intero o una parte di esso ed il coordinatore, come ogni coordinatore scientifico, si prende la briga di verificare la qualità o armonizzare le varie parti, e certificare che rispondono agli standard. I libri così prodotti verranno poi inviati al Ministero per avere una approvazione, e saranno immessi poi in una rete nazionale, rendendoli scaricabili dalla varie scuole, gratuitamente.

Il progetto così formulato lascia però in qualche modo aperte molte questioni. In primis i finanziamenti: sia a livello locale, sia a livello nazionale si dovrà creare una struttura per impostare, coordinare e verificare la validità degli ebook prodotti di tutte le materie, quindi ci vorrà una miriade di sottocommissioni. Bisognerà quindi trovare i fondi per pagare il coordinatore del progetto e una serie di esperti, in sede ministeriale e locale, che verifichino che il materiale prodotto sia valido, non sia plagio di qualcos’altro, non contenga errori. In pratica ogni scuola dovrà dotarsi di una struttura molto simile a quella di una normale casa editrice, con correttori di bozze, editor, e tutte le figure professionali che servono a trasformare un manoscritto in un libro di testo. Non è così scontato che queste professionalità si possano trovare già all’interno della scuola, anzi è difficile. Se un docente di matematica, putacaso, può anche essere in grado di scrivere un libro di testo della sua materia, ci vorrà poi un collega (ferrato nella materia) che sappia correggere le bozze, verificare e fare l’editor dei vari libri, controlli e certifichi la veridicità delle affermazioni contenute, trovi le immagini da usare per illustrare il testo, sani i problemi eventuali per il copyright di testi da inserire o di immagini. Tutta questa gente bisognerà, banalmente, pagarla. Con che fondi non è chiaro.

Il problema degli autori

Altro dubbio che coglie leggendo la proposta è: ma il docente che scrive il libro, come viene retribuito? Una casa editrice tradizionale paga l’autore per scrivere il libro. Su ogni testo l’autore o riceve i diritti o viene pagato a forfait. I libri scolastici delle case editrici costano perché la struttura della casa editrice (quella che, come abbiamo visto prima, verifica, edita il testo, corregge le bozze, etc.) costa, ma anche perché l’autore del testo viene retribuito.

Gli ebook ministeriali dovrebbero essere immessi nella rete scolastica e non avere, a quanto si capisce, un prezzo di vendita. Nel progetto Book in progress le linee guida richiedono esplicitamente che gli autori-docenti rinuncino ai diritti economici e non possano usare il materiale da loro prodotto a fini commerciali, e i libri prodotti dal progetto hanno un prezzo per rientrare dal costo vivo della pubblicazione.

Quindi gli autori lavorano gratis? Scrivere un testo scolastico è, come abbiamo detto, un lavoro estremamente complesso. Anche se si può partire con una base di appunti e di materiali scritti, o video e audio elaborati in classe, questi sono solo la materia bruta. Per creare un libro di testo che possa sostituire quelli professionali prodotti dalle case editrici, anche ammesso che il docente abbia già tutto il materiale in forma grezza, ci vogliono poi centinaia di ore di scrittura, rilettura, invenzione di esercizi, di schede. Oltre al lavoro a scuola, il docente che diventa autore di un libro o di una parte di esso deve mettere in conto di lavorare un monte ore spaventoso, a casa. Lavoro che, da quello che si capisce, nessuno gli pagherà, perché alla fine il suo testo, anche se fosse adottato in tutte le scuole di Italia in quanto ha prodotto un tomo imprescindibile per lo studio della sua materia, didatticamente fenomenale, verrà diffuso in pratica gratis. Una domanda banalissima: perché un docente dovrebbe farlo?

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Renzi punta ai tagli e la polizia sciopera: è a rischio la lotta al crimine? Cosa dicono i dati

Gli uomini in divisa sono pronti a scioperare dopo il blocco degli stipendi. Il governo punta a tagli delle forze dell’ordine per 600 milioni.


Articolo in partnership con Fanpage.it

Aggiornamento 18 settembre 2014: Vicino l’accordo tra governo e forze dell’ordine per superare il blocco degli stipendi. La riunione, svoltasi ieri a Palazzo Chigi, con i sindacati degli uomini in divisa si è infatti conclusa bene. «È stata confermata la decisione di risolvere la questione del tetto salariale e retributivo. Il lavoro per reperire le risorse è positivamente avviato», ha commentato al termine dell’incontro il ministro dell’Interno, Angelino Alfano.

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«Cinque corpi di polizia sono troppi». La riforma delle forze armate in Italia passa da questa affermazione di Matteo Renzi. Il governo infatti, nell’ottica di una spending review da 20 miliardi di euro per la prossima legge di stabilità, si sta preparando a operare sul reparto sicurezza tagli, risparmi e accorpamenti per una cifra di 600 milioni di euro. Dall’altra parte i soggetti interessati fanno sapere che c’è il rischio di un arretramento dello Stato nella lotta al crimine. Ecco perché, per capire l’impatto del piano dell’esecutivo è utile vedere i numeri che caratterizzano le forze dell’ordine in Italia.

Organico

In Italia ci sono 5 corpi che gestiscono la pubblica sicurezza, per un totale di 305 mila agenti. La spesa annuale per le forze armate, secondo i dati (a pag.22) del commissario straordinario della spending review, Carlo Cottarelli, è di 20 miliardi di euro (un costo che supera del 20% quello dell’apparato di sicurezza di Francia e Germania).

Tagli

Sistematiche sforbiciate hanno colpito in questi anni le forze dell’ordine. Il Dipartimento della pubblica sicurezza, che tra le varie funzioni ha quello di coordinare in modo tecnico-operativo i corpi di polizia, dal 2008 al 2012 ha subito un riduzione delle risorse per oltre 1 miliardo e mezzo di euro.

La riduzione costante degli agenti, come riportato in un dossier del sindacato di polizia Silp-Cgil presentato lo scorso agosto, è una delle prime conseguenze: “Dal 2006 al 2013 da 103.000 agenti in servizio si è passati a 95 mila unità complessive”. Una diminuzione di uomini che ha coinvolto anche le altre forze dell’ordine. Giuseppe Micali, segretario del Silp, ha dichiarato infatti che la Polizia penitenziaria «da 45mila agenti è passata a circa 36mila, l’Arma dei Carabinieri da 118mila a 103mila, mentre gli organici della Guardia di Finanza così come quelli del Corpo forestale dello Stato sono stati ridotti di circa 6 mila unità». Fra le cause principali c’è il blocco del turn-over, “ridotto del 50% con il DL 78/10 (ndr provvedimento per il risparmio nell’intera pubblica amministrazione), per cui per ogni 100 agenti che se ne vanno in pensione, ne entrano la metà.

La legge di stabilità 2014, approvata dal governo Letta, ha previsto assunzioni in tutto il comparto sicurezza: 1.000 per la Polizia, altre 1.000 per i Carabinieri e 600 per la Guardia di Finanza. Si tratta però di una piccola deroga, in quanto la condizione stabilita è che il turn over non sia superiore al 55% (quindi con un aggiunta del 5%). Per l’occasione è stato istituito un fondo “nello stato di previsione del Ministero dell’economia di 51,5 milioni di euro per il 2014 e di 126 milioni di euro a decorrere dal 2015″. Ma questo ricambio generazionale a metà, oltre alla riduzione degli organici, ha causato negli ultimi due anni un ulteriore innalzamento dell’età media del personale, con il risultato di creare un deterrente nella lotta al crimine, come denunciato più volte dai sindacati di polizia.

L’età media dei corpi di polizia dal 2006 al 2012 si è alzata di quasi 3 anni (dati Eurostat).

Gestione di dotazioni e automezzi

I continui tagli hanno coinvolto anche strutture, dotazioni e automezzi dei corpi di polizia. Già nel 2009 la Repubblica denunciava un taglio ai fondi per la gestione di automezzi della Polizia, elencando anche i problemi delle forze dell’ordine nelle maggiori città italiane, tra mancanza di organico e auto vecchie o ferme in officina a riparare. A maggio il sindacato Ugl Polizia di Brescia, aveva «denunciato il precario stato dei mezzi della Polizia di Stato, dovuto all’arcinoto taglio trasversale dei fondi che lo Stato destina alla loro manutenzione. Tagli che hanno indubbiamente creato delle situazioni di grave precarietà delle condizioni dei veicoli». I numeri che fotografano lo stato di salute dei mezzi li ha elencati Fiorenza Sarzanini sul Corriere della sera:

24 mila mezzi, «ma un terzo sono in riparazione costante e le volanti hanno in media 200 mila chilometri». Quando le gomme devono essere cambiate, la macchina si ferma perché non ci sono i soldi. A Milano, Torino e Bari circolano tra le 500 e le 550 autovetture, ma almeno 150 sono in officina. A Napoli su 1.000 autovetture, 300 non si muovono. Roma è in linea: su 1.600 macchine, 500 rotte.

Una situazione critica riconosciuta anche dal Governo. Nel decreto Stadi (all’articolo 8), entrato in vigore il mese scorso, sono stati stanziati infatti 350 milioni per “l’ammodernamento dei mezzi, attrezzature e strutture della Polizia di Stato (ndr da dividere con il corpo dei vigili del fuoco)”: 10 milioni di euro per il 2014, 40 milioni per il 2015 e 50 milioni per “ciascuno degli anni dal 2016 al 2021″. Problematiche, queste, che sono comuni all’interno delle forze dell’ordine. Il Comandante Generale Leonardo Gallitelli dell’Arma, un anno fa, durante un’ audizione dinnanzi le commissioni riunite “Difesa” di Camera e Senato, aveva infatti chiarito che nel bilancio del corpo c’era un saldo passivo di 280 milioni di euro. Durante la sua esposizione, il Generale Gallitelli, tra le varie problematiche elencate, aveva anche specificato che un comparto di macchine adeguato costa sui 70 milioni di euro, ma che la somma ricevuta per l’investimento era stata di appena 25 milioni. 

Stipendi

È il motivo per cui le forze dell’ordine hanno annunciato uno sciopero generale (che per gli uomini in divisa è vietato dalla legge 121/1981 (art.84)) per il prossimo 23 settembre. La scintilla è stata la dichiarazione del ministro Marianna Madia: «In questo momento di crisi le risorse per sbloccare i contratti (ndr nella pubblica amministrazione) non ci sono». Il presidente del Consiglio Matteo Renzi ha definito “ricattatori” i toni utilizzati dai sindacati dei corpi di polizia. Il ministro dell’Interno Alfano, smentendo le dichiarazioni della collega della Pubblica amministrazione, ha preannunciato che saranno trovate «le condizioni per lo sblocco degli stipendi (ndr servono 800 milioni per il 2015)». Quella del blocco del tetto salariale (cioè  il trattamento economico connesso all’anzianità maturata e alla qualifica ricoperta) per i dipendenti pubblici è una storia che dura da 4 anni e cioè dall’entrata in vigore del DL 78/2010 (all’articolo 9). Il sindacato di polizia Silp-Cgil, nello stesso dossier citato sopra, ha calcolato che questa situazione ha prodotto “una perdita mensile di 300 euro lordi” per singolo agente.

Un confronto europeo

Inserendo i numeri elencati finora in un contesto europeo, l’analisi acquista nuovi punti di vista. Partiamo dai compensi (di chi è appena entrato in servizio). Un paragone con le forze di polizia della Ue mostra così che gli agenti italiani non stanno tre le prime posizioni. Con il conseguente peso all’interno della Pubblica amministrazione Per quanto riguarda l’organico, nonostante i tagli, l’Italia resta invece tra le prime posizioni europee per unità di polizia ogni 100.000 abitanti. Secondo i dati riportati da vari quotidiani, il numero di agenti ogni centomila abitanti in Italia sarebbe anche maggiore toccando quota 561, con la Spagna (469), la Francia (385) e la Germania (300) a seguire. Queste cifre sono state però contestate da Felice Romano, segretario generale del sindacato di Polizia Siulp, intervistato da Il Manifesto:

Il dato è falso: hanno tenuto den­tro anche le poli­zie pro­vin­ciali e i vigili urbani che negli altri paesi non ven­gono con­teg­giati. Se con­tiamo solo le 5 forze di poli­zia pre­vi­ste dalla legge 121, il rap­porto è un agente ogni 140 mila cit­ta­dini, vicino alla media euro­pea che è 1/130mila.

 

Come si muoverà il governo?

In attesa di capire come si muoverà il governo, la complessità della situazione è stata rimarcata più volte dagli stessi vertici delle forze armate. Alessandro Pansa, capo della Polizia, circa un anno fa aveva infatti lanciato un allarme dopo i tagli subiti all’organico e alle risorse: «È pacifico che in questo momento noi stiamo offrendo un servizio di sicurezza inferiore al passato». A febbraio di questo anno è toccato al comandante generale Gallitelli sottolineare, davanti alla Commissione Antimafia, il disagio dei propri uomini, affermando che bisogna «ripristinare l’attenzione verso le risorse da dare alle forze dell’ordine, perché altrimenti il personale si demotiva quando non si danno promozioni e si bloccano gli stipendi per quattro anni». Infine, nella scorsa primavera, tutte le forze dell’ordine hanno consegnato al governo Renzi una relazione per dimostrare quali potrebbero essere le conseguenze dei prossimi tagli:

Le forze di polizia, in quanto chiamate a garantire la sicurezza, bene indefettibile e precondizione di ogni diritto, sono a un bivio molto delicato e ulteriori azioni di cost reduction che dovessero essere individuate non potranno ancora impattare sul personale o, attraverso ulteriori tagli lineari, sui capitoli di bilancio già sofferenti, se non con un preoccupante abbassamento degli standard operativi

La spending review sul reparto sicurezza dovrebbe prevedere la chiusura di circa 300 presidi. Il rischio, dicono i critici, è che lo Stato perda avamposti e uomini sul territorio, in un periodo in cui il tasso di furti e rapine denunciate (ogni mille abitanti, dati Istat) è in aumento, mafia, carmorra e ‘ndrangheta hanno una potenza economica calcolata sui 100 miliardi di euro e con gli italiani che si sentono più insicuri rispetto alla criminalità.

 

L’esecutivo, invece, si dice sicuro che la prossima riforma delle forze armate non ridurrà la sicurezza ma che piuttosto avrà l’obiettivo di «eliminare gli sprechi e le sovrapposizioni».

 

 

Autore
"Non è il caso né di avere paura né di sperare, bisogna cercare nuove armi." Gilles Deleuze @andreazitelli_



Visti da Londra: essere giovani in Italia è incredibilmente difficile

Sette giorni a Londra respirando opportunità e speranza. Qualcosa che in Italia abbiamo dimenticato tra paghe basse, contratti precari, affitti alti, case condivise fino ai 40 anni, impossibilità di accedere ai mutui, tasse che tagliano le gambe quando sei appena all’inizio.


Michele Azzu (foto di Linda Buratto)

Sono stato 7 giorni a Londra. Non ci tornavo da 4 anni, da quel luglio 2010 in cui – dopo aver vissuto un anno in Inghilterra per studiare musica – tornai in Sardegna per sviluppare L’isola dei cassintegrati, allora appena nata. Gli operai della Vinyls occupavano ancora il carcere dell’Asinara, e con questo reality in rete io e Marco Nurra eravamo riusciti a farli vedere un po’ ovunque, nella speranza che la fabbrica riaprisse.

Dopo 4 anni, salgo in metro per la prima volta, a Liverpool Station, e due fermate dopo mi si siede di fronte Bill Emmott (ex direttore del The Economist, autore del documentario sull’Italia “Girlfriend in a coma”). Legge un giornale. Un caso? Forse il destino vuole dirmi qualcosa, ma non ho capito cosa: riesco solo a pensare che sono di nuovo qui.

Quanto cazzo mi eri mancata, Londra. Mi mancavano le tante carrozzine di neonati in giro, che in Italia non vedo mai. La costruzione incessante: un paio di grattacieli nel 2010 non c’erano (il walkie talkie e la piramide), King’s Cross Station quasi non l’ho riconosciuta. Mi era mancato fare attenzione quando attraversi la strada, a guardare dalla parte giusta (a destra). Ora, poi, c’è l’insegna “cibo sano” a ogni angolo di strada: molte cose sono cambiate.

Più di tutto mi ha colpito rivedere gli amici. Come Miguel di Madrid, che sviluppa videogiochi per la Sega, felice perché i suoi capi lo valorizzano. Pensare che pochi anni fa aveva perso il lavoro in Spagna, ed era stato parecchi mesi in cassa integrazione. “Vedi questo isolato? Prima non c’era”, dice Miguel, e mi porta a un pub che sta proprio sotto la sede di Vice UK. In realtà il pub stesso è proprietà di Vice: “È un pub come gli altri, non c’è scritto Vice da nessuna parte”, racconta. Lì, una volta al mese, fanno la festa della media company americana.

Ho rivisto anche Clara, la mia amica argentina-cilena, che in passato ha avuto tanti problemi col visto per l’Inghilterra, avendo deciso di andarci a vivere proprio nel momento in cui David Cameron decise di dare una stretta all’immigrazione. Fu costretta a fare avanti e indietro dall’Italia per un anno intero. Ora Clara ha aperto la sua società di produzione – “Di cosa? Di tutto” – e lavora con un artista che espone al MoMA. “La dichiarazione dei redditi la faccio online”, mi ha spiegato “E sui primi 10mila pound non ci pago le tasse”.

Ho visto dopo tanto tempo anche il mio amico e collega Vincenzo Sassu, che incontro ogni anno al Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia. Nel 2014, per la prima volta, non era potuto venire perché era qui, a Londra, a frequentare un master full-time in fotogiornalismo all’Università di Westminster. Sono andato a vedere l’esposizione delle sue foto di fine corso, un progetto realizzato alle Banlieue di Parigi, che Vins conosce bene, e che è stato inserito nella Source Photographic Review – 2014 MA Showcase.

Sul muro vedo volti di francesi figli di emigrati arabi o africani: “Quella ragazza nella foto”, racconta Vins, “lei ha appena fatto uno stage a San Francisco, eppure quando torna a Parigi sta a Le Banlieue, e si sente ancora emarginata dalla società”. Un po’ come Vincenzo, che è sardo e ha vissuto a Parigi, a Roma, ha lavorato per Il Messaggero, e a 32 anni ha deciso di fregarsene dei consigli degli altri per reinventarsi da capo, studiando a Londra. “Sento di aver trovato la mia voce finalmente”, dice, e a vedere le sue foto c’è da credergli.

Quindi Bill Emmott, Vice, il fotogiornalismo, le case di produzione e tutto. Ho anche rivisto il Big Ben. Bene. Io però a Londra ero andato a fare il musicista. Ero venuto qui nell’agosto 2009 assieme a Linda Buratto, e con lei e gli altri amici inglesi e stranieri dell’accademia avevamo un sogno: sfondare nella musica. Lei c’è riuscita: ora è la chitarrista di Kate Nash, un’artista famosa in tutto il mondo. E fra i nostri amici c’è chi ha firmato un contratto discografico con la Sony, chi viaggia il globo in tour, chi è sponsor per i brand più famosi di amplificatori e batterie.

E in una bellissima serata alla jam session di blues a Soho, mentre sul palco si esibivano Linda e Carmen Vanderberg, mi sono reso conto che loro ora stanno vivendo ciò che fino a pochi anni fa guardavamo da lontano, ammirati, come i bambini alle vetrine dei giocattoli a natale. Pensare che tutti ci dicevano quanto sarebbe stata dura: sono bastati 4 anni e ce l’hanno già fatta (anche se il bello dovrà ancora venire).

Insomma, in questi 7 giorni a Londra mi sono sentito davvero giovane, e, voglio dire, ho appena compiuto 30 anni. Non fraintendetemi, non ho alcun rimpianto. Anche perché la mia carriera nella musica non è finita, e perché io in Italia sono tornato per fare qualcosa in cui credo (e ho avuto fortuna). Ma non riesco a smettere di pensare che là, aldilà della Manica, è diverso. Che vivere in un paese in cui ci sono mille problemi come il Regno Unito – gli affitti altissimi o le leggi contro gli immigrati – ma in cui i giovani non sono trattati ogni giorno come carne da macello… è un’altra cosa.

Londra è un’arena di gladiatori in cui per emergere devi lottare. Ma alla fine della giornata sai che i tuoi sacrifici sono serviti. Ho rivisto Miguel, Clara, Linda, Vincenzo e tutti gli altri dopo 4 anni, per 7 giorni, e li ho visti felici e soddisfatti del proprio lavoro e della propria vita, perché hanno faticato molto e ora vedono i loro sogni realizzarsi.

Poi torno in Italia e rivedo i miei amici del nord e del sud: sfruttati, repressi, calpestati, odiati. In Italia essere giovani, oggi, è incredibilmente difficile: le paghe basse, i contratti precari, gli affitti alti, le case condivise fino ai 40 anni, l’impossibilità di accedere ai mutui, le tasse che tagliano le gambe quando sei appena all’inizio.

Probabilmente è così dappertutto. Ma, allora, la differenza qual è? Perché a Londra vedi tutti quei passeggini, tutti quei matrimoni, e le persone che conosco sono felici? “Non importa se fai musica o giornalismo”, mi ha detto una volta Linda, “La cosa importante è che tu stia facendo qualcosa per cambiare il mondo”. Ecco, forse è questa la ragione: ognuna delle persone di cui ho scritto è riuscita, in pochi anni, a cambiare sostanzialmente la propria vita, e con essa il mondo che li circonda (in meglio).

Insomma, è qualcosa che ha a che fare con le opportunità, la speranza, col passato e col futuro. Con la giustizia sociale. Cose che in Italia, forse, abbiamo dimenticato. Sono bastati 7 giorni a Londra per farmele tornare in mente.




WikiLeaks, Google e il nemico

Censura, giornalismo, geopolitica della Rete: cosa dice Assange nel suo nuovo libro e perché è rilevante.


di Carola Frediani

“Il Che Guevara del XXI secolo è la rete”
Alec Ross, Consigliere speciale per l’innovazione dell’ex Segretario di Stato Hillary Clinton

Questa non è una vera e propria recensione. Del resto, “When Google Met WikiLeaks” di Julian Assange  - pubblicato in questi giorni da OR Books – non è un vero e proprio libro. È uno strano ibrido che raccoglie: la trascrizione quasi letterale di una chiacchierata avvenuta nel lontano giugno 2011 tra il fondatore di WikiLeaks e l’attuale presidente esecutivo di Big G, Eric Schmidt (e altri, tra cui Jared Cohen, direttore di Google Ideas con una precedente esperienza al Dipartimento di Stato Usa); una vera recensione, anzi, una vera stroncatura, del fondatore di WikiLeaks al libro di Schmidt e Cohen, “The New Digital Age: Reshaping the Future of People, Nations and Business“, che era già stata pubblicata dal New York Times; una indagine-pamphlet scagliati contro Google e le sue dangerous liaisons con il governo americano; una storia del travagliato rapporto fra quest’ultimo e WikiLeaks; e infine, dettagliate note a corredo del tutto. L’insieme risulta estremamente complesso e quasi ogni paragrafo meriterebbe un libro a sé.

Diciamo subito che per quel che mi riguarda le parti migliori sono, nell’ordine, le note, la chiacchierata e il pamphlet. Ma quello che trovo interessante sono soprattutto le riflessioni che si possono estrarre dal libro e che riguardano il giornalismo, l’attivismo, la censura, il rapporto tra corporation e Stati. Riflessioni che proverò a estrarre chirurgicamente e a riassumere in questa non-recensione aiutandomi con una serie di capitoletti.

Google e il fardello del geek bianco

Antefatto: nel giugno 2011 Assange si trova agli arresti domiciliari in una villa della campagna inglese, presso Norfolk, mentre sta ancora combattendo contro l’estradizione in Svezia e su di lui pende una investigazione segreta americana per il suo ruolo in WikiLeaks. Siamo nel mezzo del Cablegate, la pubblicazione dei cablogrammi della diplomazia a stelle e strisce; nel pieno della Primavera Araba, di Anonymous, degli Indignados, mentre di lì a poco sta per esplodere Occupy Wall Street. Chelsea Manning, che all’epoca ancora si chiama Bradley, la fonte del Cablegate, oltre che degli Iraq e Afgan War logs, è detenuta in condizioni molto pesanti e in attesa di processo.

In questo contesto Eric Schmidt, Jared Cohen e altri loro collaboratori vanno a trovare Assange. La ragione ufficiale è intervistarlo per il libro che stanno scrivendo (quello in cui loro non risparmieranno critiche a WikiLeaks e che verrà poi stroncato da Assange). Ne risulta una bizzarra e affascinante chiacchierata che viene registrata.

Da quel momento però Assange inizia ad approfondire la sua analisi e le sue ricerche sul ruolo di Google come corporation globale, dotata di una visione geopolitica, con stretti legami col Dipartimento di Stato americano e il suo complesso cyber-industriale. Addirittura, in alcuni casi, strumento di politica estera Usa.

Una visione che si potrebbe riassumere nel fardello del white geek.  I capi di Google, sostiene Assange, credono veramente nel potere civilizzatore di multinazionali illuminate, capaci di riformare il mondo secondo i loro principi tecnoliberali e secondo il giudizio di una superpotenza benevolente. Ma questa visione si scontra con alcuni dati di fatto: già oggi, argomenta l’autore, Google è parte integrante della base industriale della difesa americana, la Defense Industrial Base, e non certo per il ruolo di AdWords. Per non dire della partecipazione di Big G a PRISM, il programma di sorveglianza della Nsa. Ma gli esempi portati nel libro sono numerosi, incluse le missioni di Cohen in vari Paesi caldi.

Tuttavia il punto è il seguente: “Malgrado tutte le prove emerse sul più vasto sistema di sorveglianza nella storia dell’umanità messo in piedi dagli Usa – scrive l’autore – Schmidt e Cohen sono ancora inchiodati in una comprensione binaria di Stati buoni (…) e Stati cattivi, come la Cina”. Distinzione che però, sul piano della Rete e dei diritti digitali, non regge. Secondo Schmidt e Cohen, la morte della privacy sarebbe un problema solo per i cittadini delle autocrazie, perché ovviamente espone il dissenso alla repressione, mentre non lo sarebbe in democrazia, dove anzi questa “trasparenza” dei singoli favorirebbe la creazione di servizi migliori. In realtà, l’erosione della privacy individuale presta il fianco ad abusi anche in Occidente e anzi avvicina le società democratiche a quelle autocratiche, sostiene il boss di WikiLeaks.

Anche perché la libertà di espressione e di informazione sbandierate dall’Occidente sono sempre più perimetrate, soprattutto quando si chiamano in causa la sicurezza nazionale e lo spauracchio del terrorismo. Guardando quello che sta succedendo in questi giorni, con la decisione di Twitter di censurare i video dell’uccisione di James Foley anche quando i loro utenti non esprimevano hate speech ma solo la volontà di mostrare l’accaduto, ci sarebbe di che riflettere.

Le tante facce della censura

La lotta alla censura è la ragion d’essere di WikiLeaks.  Su questo tema ci sono innumerevoli considerazioni, alcune illuminanti, sparse per il libro. In ogni caso l’obiettivo di Assange e soci è di preservare contenuto intellettuale politicamente significativo mentre è sotto attacco. Dare la caccia a quei bit che le persone vogliono sopprimere, perché il sospetto è che, se qualcuno investe del denaro o delle energie per farli scomparire, probabilmente è perché ritiene che la loro diffusione provocherebbe un cambiamento. Ovviamente qui si parla di organizzazioni di potere, non della vita personale del singolo. Purtroppo ancora molti commentatori non riescono a distinguere la differenza fondamentale della visione cypherpunk fra la privacy dei cittadini (un diritto) e la trasparenza delle organizzazioni di potere (un dovere).  Sono le due facce della stessa medaglia. E sono il motivo per cui il reporter che ha definito Assange “anti-privacy campaigner” ha scritto una sciocchezza (che poi però è stata corretta).

Assange nel libro parla dei diversi livelli della piramide della censura, spiegando che WikiLeaks si concentra sui due che stanno in cima: censura prodotta da minacce alla incolumità fisica e dal rischio di cause legali. Ma più in basso nella piramide (qui visionabile) c’è il livello diffuso della censura per ragioni economiche, la censura prodotta dal fatto che non conviene pubblicare o anche solo che “non c’è un mercato per quelle informazioni”. L’autore non si sofferma molto su questo aspetto che pure è centrale in qualsiasi riflessione sul tema perché costituisce un blocco che rischia di depotenziare quelle informazioni che pure riescono a fuoriuscire dai livelli superiori della piramide, anche grazie al contributo di organizzazioni come WikiLeaks.

Assange dice poi una cosa interessante e provocatoria: la censura è sempre causa di celebrazione. Cioè, in fondo, se c’è censura, bisognerebbe “festeggiare” perché significa che ci troviamo di fronte a una società dove le possibilità di cambiamento esistono, dove i giochi sono ancora aperti. La censura è un’opportunità perché rivela la paura del cambiamento e della riforma. Mostra la debolezza del potere, del governo, dello Stato. L’esempio che fa Assange è la Cina. Ma di nuovo questa riflessione dovrebbe essere tenuta presente anche da noi. E chi invoca compattamenti ideologici di una democrazia o dell’Occidente contro il nemico di turno dovrebbe ricordarselo. Se censuri, mostri che sei debole.

Guerrilla journalism

Affascinante è la descrizione, anche tecnica, del funzionamento di WikiLeaks, descrizione sollecitata più volte dalle domande rivolta da Schmidt ad Assange. In sostanza, spiega quest’ultimo, WikiLeaks è sempre stato un editore di guerrilla, che si ritirava dalla sorveglianza e dalla censura di una certa giurisdizione per riorganizzarsi sotto un’altra e sferrare un nuovo affondo, muovendosi tra le frontiere come un fantasma. I suoi nemici erano la censura attuata attraverso dei filtri governativi o mediante attacchi informatici. La sua unica difesa, non avendo rilevanti sostegni politici o legali, era tecnologica. Il suo obiettivo: essere sempre e comunque disponibile e raggiungibile. Ciò significa un sistema che si moltiplica nella sua prima linea attraverso tanti siti mirror e molteplici nomi di dominio, capace di spostarsi da un dominio all’altro, con il backend del sito nascosto nelle darknet. Con nodi sacrificali del frontend. Con l’obiettivo di muovere e pubblicare velocemente, perché la velocità della diffusione di informazioni è funzionale a rendere meno conveniente, meno efficace la censura/repressione. WikiLeaks si è allenata per anni contro un attore potente: la Cina. Che ovviamente aggiungeva in continuazione i nuovi domini usati da Wikileaks alla sua lista di siti da filtrare. L’organizzazione di Assange ne usava centinaia, alcuni registrati con provider DNS molto grossi, in modo che un filtro a livello di IP avrebbe bloccato migliaia di altri domini, provocando una reazione politica. Una continua rincorsa tra gatto e topo. Da notare che alcuni fondamenti di questa visione da guerrilla publishing – ad esempio l’uso della crittografia e il gioco tra diverse giurisdizioni – sono tracimati anche nell’editoria tradizionali. Basti pensare a come il Guardian ha dovuto gestire alcune implicazioni del Datagate.

Per inciso: alla domanda del perché un tot di persone in Stati asiatici o africani non stiano usando WikiLeaks per svelare la corruzione dei rispettivi governi, o almeno non lo stiano usando tanto quanto sarebbe auspicabile, Assange dà una risposta interessante. Ovvero: è necessario che WikiLeaks sia percepito come un attore politico in un Paese o territorio, che sia sentito come parte della comunità. Questo è da tenere a mente ogni volta che si crede che basti mettere online una piattaforma di whistleblowing protetta da Tor per rivoluzionare la politica o l’informazione di un luogo. Non funziona così. La tecnologia è fondamentale ma non basta.

Attivismo

Secondo Assange siamo davanti a un bivio della storia. Se quelle persone e organizzazioni che hanno provato a pubblicare liberamente informazioni di interesse pubblico avranno la meglio, non solo potrebbero essere un esempio per altri, ma potrebbero costituire una nuova norma di quello che è ritenuto accettabile. Tradotto: i futuri Manning non dovrebbero rischiare di passare il resto della loro vita in prigione, né Assange o Snowden di essere braccati per tutto il globo, e via dicendo. Il fondatore di Wikileaks è (o almeno era nell’estate del 2011) cautamente ottimista. Ritiene, in parte a ragione, di aver contribuito a plasmare una nuova cultura, di essere parte di una serie di trend che stanno influenzando le giovani generazioni. “La cosa più ottimistica che sta avvenendo è la radicalizzazione della gioventù formatasi su internet”, scrive. Che a volte ha adottato delle tecniche di attivismo guerrillero simili a quelle usate da WikiLeaks. Nel mezzo c’è anche una curiosa riflessione sul valore dell’anonimato. Quest’ultimo è un’arma potente nelle mani del dissenso perché permette a molti attivisti di portare avanti le loro battaglie senza necessariamente diventare dei martiri. Assange rigetta qualsivoglia compiacimento del martirio. “Gli attivisti più efficaci sono quelli che combattono e dopo scappano per combattere un altro giorno”, dice. “Se hai una condizione di anonimato perfetto puoi combattere per sempre”. Premesso che questa condizione è ben lontana dall’essere “perfetta”, è chiaro che l’anonimato in Rete è un spina nel fianco per tutti i governi autoritari. E a volte non solo per loro.

Chi è il nemico?

È la domanda che rimane alla fine della lettura del libro. Assange dà la sua risposta, ma in qualche modo resta l’impressione che non sia del tutto soddisfacente. Che non spieghi molte cose. Del resto ci sono temi fondamentali toccati dal libro – il quale, come dovrebbe essere chiaro a questo punto, è estremamente stimolante –  che restano sospesi, le cui riflessioni non sembrano risolutive. Uno di questi è il problema della disinformazione, che è un’altra forma di censura, quella per complessità.  Che, anche quando è sbugiardata, aumenta comunque il rumore di fondo e annacqua il segnale. Inoltre, una piccola quantità di contenuto manipolato può svalutare un lavoro ben più grande fatto su contenuti autentici. La disinformazione, è il pensiero di Assange, può essere facilmente smascherata. Ma – è il dubbio di chi legge – se il suo quantitativo aumenta, se si salda con la censura economica di cui parlavamo prima, rischia di depotenziare chi fa informazione in modo serio. Di far rimanere quest’ultima  una conoscenza per pochi. Siamo sicuri che la buona informazione, una volta messa in circolo, sia capace di autopropagarsi e in qualche modo di “vincere” solo per le sue intrinseche qualità?

Tornando invece alla questione del nemico, Assange è molto netto: Google in primis, ma anche altre corporation tech, sono ormai dei soggetti politici sovranazionali, con una loro agenda economico-politica strettamente intrecciata con alcuni governi, quello americano in particolare. Dimenticate la gioiosa e libertaria cultura geek della West Coast, dimenticate il motto di Mountain View “non fare male”.

Malgrado ciò hanno sempre goduto un trattamento di favore da parte degli stessi attivisti pro-privacy, anche a causa delle comuni radici culturali e di alcuni conflitti di interesse. Questo trattamento di favore – scrive l’autore – non è più accettabile, come del resto il Datagate ha reso evidente.

Tuttavia l’impressione è che il nemico sia meno monolitico e più nebuloso di quanto Assange vorrebbe. Un esempio pratico: il capo di WikiLeaks si scaglia contro la New America Foundaton, a cui sia Cohen che Schmidt sono legati, fondazione ritenuta un braccio della politica centrista-imperialista del governo americano. Però la stessa fondazione, attraverso il suo Open Technology Institute, da tempo promuove l’adozione di reti mesh aperte e open source. Quelle stesse reti mesh che nel libro Assange indica come una delle prospettive dell’attivismo globale. Oppure: per mostrare i legami con il complesso cyberindustriale Usa, l’autore cita il fatto che Google sia nata agli albori anche grazie a un progetto di ricerca della Darpa, l’agenzia di ricerca avanzata della Difesa. Però anche il software Tor, lo stesso usato da WikiLeaks, Snowden, Anonymous, e molti altri attivisti, nasce dalla marina militare americana e ancora oggi è finanziato in parte dagli Usa. È chiaro che esiste una politica di una parte del governo americano che vuole usare le “tecnologie di liberazione” come uno strumento per promuovere e guidare cambiamenti in altri luoghi del mondo. Questa visione è incarnata nel modo più cristallino dallo stesso Cohen e da Alec Ross, che è stato consigliere di Hillary Clinton al Dipartimento di Stato, e dalla loro “diplomazia digitale”. Ma paradossalmente alcune di quelle tecnologie sono state usate con successo anche dai critici del governo statunitense.

Perché una volta che il genio è fuori dalla bottiglia non è così controllabile come si vorrebbe. Allo stesso tempo, né Google, né probabilmente lo stesso governo americano sono realtà così compatte come si pensa che siano. Il nemico indicato da Assange rischia di essere più indefinito di quanto espresso nel libro. Più contaminato. Più ambiguo. Dai confini permeabili e quindi difficili da individuare. Inoltre, come Wikileaks e come i cyberattivisti, potrebbe muoversi sempre di più con la stessa tecnica della guerrilla.




Le foto hackerate delle celebrità: cosa è successo e di chi è la responsabilità

Quando la privacy (di tutti) è gestita (male) dalle aziende private.


The Fappening
Il 31 agosto oltre 200 fotografie di celebrità, tra le quali molte ritraenti momenti intimi, vengono pubblicate sui siti 4chan e AnonIB e poi sul social Reddit (in seguito i siti hanno bloccato parte dei contenuti). L’evento viene subito battezzato The Fappening, riducendo un grave reato ad una forma di onanismo virtuale di massa (dall’unione tra The Happening=quello che accade, e il termine gergale fapping=masturbarsi).

Tra le vittime del trafugamento alcune celebrità ammettono l’autenticità delle foto, altre negano, in ogni caso si dicono inorridite dalla evidente violazione della privacy. Annunciano azioni legali sia contro chi ha commesso il furto delle immagini sia contro coloro che le ripubblicano. Si tratta di immagini sottratte dagli account iCloud, e quindi la pubblicazione può costituire violazione del copyright, pubblicazione di materiale proveniente da reato, trattamento illecito di dati personali, fino alla pedopornografia (una delle celebrità era ritratta da minorenne).

Apple si assolve
Fin dai primi leak delle immagini, il dibattito online si è polarizzato dapprima sull’hacker (o gli hacker) che ha rubato le immagini, in taluni casi additandolo come un adolescente, così titillando i timori dei tecnofobi che immaginano Internet come un oggetto pericoloso che un qualsiasi sbarbatello può “rompere” provocando immensi danni.
Poi Apple, dopo un’investigazione durata 40 ore (!), pubblica un comunicato nel quale conclude (!) che non c’è stata alcuna violazione dei server dell’azienda, ma si è trattato di attacchi a specifici account di singole persone: le password non erano sicure.
Quindi l’azienda si è immediatamente prodigata in consigli per i suoi utenti su come mettere in sicurezza i dati online, come realizzare password più complesse, come attivare il sistema a doppia autenticazione… Insomma ci spiega che quando l’azienda si perde i dati la colpa è sempre dell’”incompetenza” degli utenti.

L’attenzione si è rapidamente spostata sugli utenti, cioè le celebrità del caso, le password da loro utilizzate, la loro ingenuità, la loro sconsideratezza:

scommetto che Jlaw (Jennifer Lawrence) come password usava ‘hungergames’… si sa che le celebrità vivono di gossip… vedi che le loro carriere saranno favorite… ma perché ritrarsi nudi? La gente normale non lo fa… e poi le foto di nudo le conservi online?… certo, nei film gli piace spogliarsi, ma quando poi ci capita di vederle nude gratis allora non gli va più bene… in fondo se la sono cercata…

Online è tutto un proliferare di articoli per insegnare agli utenti come tenere al sicuro i loro dati da loro stessi!

Ma cosa è realmente accaduto? E di chi è davvero la colpa?

Fiorente mercato
L’evento non è iniziato il 31, già nei giorni precedenti si è avuto il rilascio di poche ma significative immagini. Chi pubblicava precisava che si trattava di immagini tratte da video privati, per rilasciare i quali chiedeva pagamenti (in bitcoin).
The Fappening in realtà è solo la punta dell’iceberg. Esiste un fiorente mercato di immagini delle celebrità nude, al punto che vengono realizzati tantissimi fake, cioè fotomontaggi con la testa della celebrità inserita sul corpo, nudo, di qualcun altro intento in più o meno esplicite attività sessuali. Esistono intere comunità in rete (il “celeb n00d trading ring” è stato attivo per anni sul deep web) che si scambiano foto di questo tipo, laddove lo scambio avviene in privato e ben poco trapela al pubblico. E soprattutto le immagini vengono centellinate perché, è ovvio, secondo la legge della domanda e dell’offerta, se ci sono troppe immagini di una celebrità in giro, quelle immagini valgono ben poco.

Ingegneria sociale
L’obiettivo, quindi, è attaccare singoli e determinati account e in particolare i servizi di backup online integrati ormai in tutti i cellulari e i collegati servizi (Apple, Microsoft, Google).
Vi sono numerosi metodi per rubare queste immagini, si va da specifici strumenti software a forme di ingegneria sociale, cioè lo studio del comportamento di una persona al fine di carpirne delle informazioni. Un metodo semplice passa attraverso una funzione utile ma pericolosissima: il recupero della password di un account.

Se si dimentica la password di un account è sempre possibile cliccare sull’apposito link predisposto dal gestore del servizio per far partire una procedura di recupero della password. Basta conoscere la mail che si vuole attaccare (e spesso sono pubbliche, almeno per le celebrità è facile trovarle in rete), e poi seguire la procedura che implica la risposta a poche brevi domande.
In genere si tratta di domande standard (Google consente all’utente di creare le domande).

Nel caso di Sarah Palin, anch’essa vittima di furto di dati, le domande riguardavano il nome del cane e la sua data di nascita, pochi minuti di ricerca su Wikipedia, anche Facebook è un ottima fonte di notizie personali. Per le celebrità, la cui vita è minuziosamente dettagliata sui giornali, è facile recuperare notizie sufficienti al recupero della password.
I ladri poi raccolgono foto e altre informazioni per venderle un po’ alla volta (per non inflazionarle).

A questo punto diventa chiaro che il massiccio leak non ha molto senso. Perché regalare immagini che potrebbero valere anche parecchio, specialmente se rischi il carcere per procurartele?
The Fappening in realtà ha costretto l’emersione di questo fenomeno, al punto che le celebrità si sono adirate e hanno denunciato. Di seguito Apple si è dovuto occupare della questione, ma anche l’FBI ha iniziato le indagini sul caso. Quindi, qualche noob (inesperto) ha sbagliato qualcosa, oppure semplicemente qualcuno ha voluto distruggere il giro d’affari di qualcun altro?

Probabilmente non lo sapremo mai, ma una cosa è certa, il furto delle immagini non è avvenuto in un solo episodio, piuttosto si tratta di sottrazioni avvenute in mesi, forse anni (questo spiega perché tra le immagini trapelate alcune, secondo le celebrità ritratte, non dovevano esserci perché cancellate da tempo, anche se la spiegazione più ovvia è che i servizi di cloud non cancellano davvero – se non dopo parecchio tempo – per consentire il recupero di file eliminati per errore), sfruttando tecniche di ingegneria sociale ma anche, probabilmente, qualche falla nella sicurezza di servizi online.

Vulnerabilità
Qualcuno ha, infatti, adombrato che nel caso in questione si sarebbe sfruttata una falla nella sicurezza dei server Apple, in particolare il servizio FindMyPhone presentava una vulnerabilità (ibrute: It uses Find My Iphone service API, where bruteforce protection was not implemented. Password list was generated from top 500 RockYou leaked passwords, which satisfy appleID password policy).
Tutti i sistemi di autenticazione in genere bloccano l’accesso dopo un limitato numero di tentativi con credenziali errate, così quello specifico utente non può provare all’infinito. Il servizio FindMyPhone non presentava questo sistema di limitazione, così permettendo illimitati tentativi tramite la tecnica del brute force. Apple si è affannata a sostenere che il furto dei dati è stato la conseguenza di attacchi mirati a singoli account e che non c’è stata alcuna violazione dei server. Ma il comunicato sibillino non esclude che il furto possa essere avvenuto sfruttando questa vulnerabilità. Come già detto è probabile che le immagini siano state trafugate durante un lungo arco temporale, ma è significativo che il giorno dopo la pubblicazione delle 200 immagini Apple chiude la falla.

Ma non basta. ICloud è uno dei sistemi di backup online più attaccato, prima di tutto perché gli smartphone Apple sono molto apprezzati dai Vip, ma anche perché il backup online delle foto (picture roll backup) avviene in automatico, cioè è attivo di default senza che l’utente debba fare alcunché. In questo senso è anche possibile che l’utente semplicemente non sappia che le foto che scatta vengono copiate anche online (questo per rispondere a chi si chiede perché caricare le proprie foto di nudo online).

Nei sistemi Windows Phone, il backup, invece, è disabilitato di default e deve essere attivato specificamente dall’utente, nei sistemi Android il backup è fornito da applicazioni di terze parti (anch’esse prese di mira dagli hacker).

E ancora. Secondo Nick Cubrilovic, esperto di sicurezza, gli account Apple appaiono particolarmente vulnerabili ad attacchi basati sull’ingegneria sociale. Questo perché la procedura di recupero delle password è carente sotto il profilo della sicurezza. È sufficiente inserire un indirizzo mail in un apposito form online predisposto da Apple per sapere se è una mail vera. Dopo di ché la procedura di recupero è organizzata in passi (verifica mail, poi data di nascita, poi due domande di sicurezza). Ad ogni passo l’utente ottiene una risposta, potendo così capire esattamente quale delle informazioni è errata. Così è facile riprovare, anche tramite brute force.
Questo sistema di recupero password è una enorme vulnerabilità, specialmente per le celebrità i dettagli della cui vita sono conosciuti o conoscibili da chiunque. Occorrerebbe, invece,includere l’intera procedura in un solo passo nel quale il sistema non fornisce aiuto di alcun tipo.
Perché ciò non accade? Perché un sistema di questo genere deve essere il più appetibile possibile per gli utenti, specialmente quelli molto giovani, e quindi deve essere semplice, perché se fosse più complesso probabilmente venderebbe di meno!

Quale privacy?
Allora, invece di accusare la sconsideratezza delle celebrità nell’uso del dispositivo (che invece si comportano come la totalità degli utenti), invece di condannare l’ingenuità nell’uso di password semplici (cosa che fanno quasi tutti), dovremo cominciare a capire che il miglior modo di evitare problemi di questo tipo è che le immagini rimangano nella disponibilità dell’utente e non del gestore del servizio, che il controllo dei dati deve rimanere nelle mani degli utenti, che devono essere gli utenti a stabilire quali dati vogliono concedere alle aziende, che occorre un consenso espresso prima che un servizio si appropri dei dati personali di un utente, perché scattare qualche foto non vuol dire autorizzare Apple ad appropriarsene.
E soprattutto dovremmo cominciare a pretendere un livello di sicurezza adeguato per i nostri dati, e che le multinazionali non si trincerino dietro l’ennesimo bug, perché anche se consentiamo la copia delle foto online lo facciamo fidandoci del fatto che quei dati non finiscano nelle mani di sconosciuti. Insomma, dobbiamo prendere coscienza che le multinazionali non sono servizi pubblici, bensì aziende private che agiscono a fini di profitto, le quali hanno necessità di acquisire quanti più dati personali possibili perché è il dato personale che misura il gradimento del servizio o del prodotto.

Apple ha sostenuto che non c’è stata alcuna violazione dei server di iCloud (del resto quando venne alla luce il problema dell’antenna dell’iPhone, Apple sostenne che la colpa era degli utenti che tenevano male il telefono!), ma ha ammesso che c’è stata una violazione dei singoli account di iCloud (c’è grande differenza?). E il giorno dopo tappa la vulnerabilità del servizio FindMyPhone.
Da quanto tempo quel servizio è attivo? Da quanto tempo quel servizio è vulnerabile agli attacchi brute force? Da quanto tempo esisteva questa “porta di accesso” ai dati degli utenti?

È vero che la legislazione americana è meno tutelante per la privacy rispetto a quella europea, ma a questo punto dovremmo chiederci se un’azienda che tratta quotidianamente miliardi di dati personali di milioni di persone nel mondo può permettersi una vulnerabilità del genere. La normativa europea chiede espressamente ai titolari del trattamento di dati personali di applicare ai dati trattati delle misure minime di protezione. Una vulnerabilità di questo tipo, inserita nel sistema da quando è nato il servizio FindMyPhone, è un semplice bug oppure una violazione delle norme che pretendono una sicurezza adeguata per i dati personali trattati dalle aziende?

Punti di vista
Non solo a livello normativo ma proprio la prospettiva sulla tutela dei dati personali differisce alquanto tra Europa e Usa.
Gli americani considerano la tutela della privacy come qualcosa che afferisce non al momento della raccolta dei dati, bensì al momento dell’utilizzo. Negli Usa si ritiene che la privacy non si tuteli impedendo una raccolta indiscriminata, bensì evitando l’utilizzo illecito di questo dati.

Quindi si consente alle aziende una raccolta indiscriminata e spesso senza alcun consenso (l’opt-out, cioè quando una specifica funzione è attivata di default finché l’utente non la disattiva è un espediente per aggirare il consenso dell’utente), cosa che è utile non solo alle aziende, che fanno affari miliardari con i dati degli utenti, ma anche al governo che li utilizza per una sorveglianza di massa. Nel contempo però si vieta l’utilizzo illecito, come ad esempio la mancata assunzione di una persona perché ha un figlio malato (che poi non è proprio semplice dimostrare che la mancata assunzione o il licenziamento dipende da quella circostanza, e comunque per farlo dovresti avviare una costosa azione legale).

Questa idea non è condivisa, per fortuna, in Europa, dove la tutela è anticipata al momento della raccolta dei dati, pretendendo un consenso preventivo e consapevole, ed impedendo una raccolta di dati eccessiva e non pertinente alle finalità della raccolta. Purtroppo gli standard europei sono sotto attacco da parte del lobbismo Usa da quando è stata posta in cantiere la riforma europea della normativa in materia, tuttora ferma e che probabilmente riceverà un durissimo colpo in seguito all’approvazione del TTIP.

 

Autore
Avvocato e blogger. Mi interesso di diritto applicato ad internet e alle nuove tecnologie di comunicazione. @brunosaetta



Vi presento Matteo Renzi, l’uomo che ha svuotato la sinistra

Da Pontassieve a Palazzo Chigi, la storia dell’inarrestabile e spietata scalata al potere di uno scout.


(Foto: Flickr)

Articolo in partnership con Fanpage.it

Lo scorso luglio il giornale online francese Mediapart, uno dei più autorevoli e innovativi nel panorama informativo d’Oltralpe, ha dedicato a Matteo Renzi una lunga inchiesta che ripercorre la sua carriera politica, dai primi passi nei circoli di Pontassieve alla presa di Palazzo Chigi. Per gentile concessione di Mediapart abbiamo tradotto le prime due parti dell’inchiesta, scritte dalla giornalista Amélie Poinssot.

Per leggere la prima parte, pubblicata il 28 luglio 2014, clicca qui. Per la seconda parte, pubblicata il 30 luglio 2014, clicca qui.

***

Matteo Renzi, la folgorante ascesa di uno stratega

Dalla nostra inviata speciale a Firenze. Aveva appena vent’anni. Si era presentato, a Pontassieve (la cittadina toscana in cui abitava all’epoca), in una di quelle riunioni interminabili della sinistra italiana in cerca d’identità. Erano i tempi dell’Ulivo, nato dopo la scomparsa del Partito Comunista italiano e della Democrazia Cristiana. Gli innumerevoli partiti usciti dall’uno e dall’altro schieramento tentano di imbastire una coalizione. Bisogna abbandonare i riferimenti marxisti, accettare il riavvicinamento con il mondo cattolico… Per la vecchia guarda, che nella rossa Toscana ha sempre votato comunista, la pillola è parecchio dura da mandare giù.

In Toscana la sinistra è sempre rimasta maggioritaria, e l’alleanza con la DC è stata a lungo ritenuta inconcepibile. Matteo Renzi, che allora faceva parte del Partito Popolare Italiano (emanazione diretta della Democrazia Cristiana), non ha preso parola subito. Ha aspettato qualche minuto. E quando l’ha fatto, i militanti di sinistra hanno sentito il vento cambiare. Non serve a niente parlare per l’ennesima volta di programmi, esclama bruscamente, bisogna discutere la ripartizione delle poltrone: il sindaco deve tornare al PPI!

L’episodio è raccontato dalla storica Giuliana Laschi. All’epoca, dopo aver svolto una ricerca sugli agricoltori della regione, Laschi si era unita ai circoli militanti della sinistra locale. Ma non aveva mai visto di buon occhio il riavvicinamento delle due fazioni storiche della politica italiana, ancor meno dopo l’arrivo di Matteo Renzi. “Dato che Renzi aveva questa capacità di leadership, acquisita nel corso degli anni passati con gli scout, è stato subito spinto dalla sezione locale del PPI. È stato il sostegno della sua sezione a far partire la sua avventura politica”.

Questo modo di mettere la tattica sopra ogni cosa e di schivare le discussioni sostanziali è una costante nel percorso di Matteo Renzi. Diventato segretario della sua sezione in qualche mese, Renzi rifà la stessa scena al momento delle trattative per la presidenza della provincia di Firenze, e vince la scommessa: dopo il ricatto del giovane di ritirare l’appoggio in caso di un risultato non soddisfacente, sarà un candidato del PPI a correre per la carica a nome dell’intera coalizione.

“Durante i suoi primi anni in politica, l’obiettivo di Renzi era quello d’ottenere più incarichi possibili per le persone del suo partito”, racconta Simone Siliani, che si è formato nei ranghi del Pds – il diretto erede del Partito Comunista – e attualmente lavora presso il Gabinetto del Presidente della Regione Toscana. Per dirla in altri termini: ribaltare il rapporto di forza tra l’ala sinistra, maggioritaria in Toscana, e quella democristiana, fino a quel momento ai margini. L’ambizioso giovane arriva ben presto a realizzare i suoi scopi, ed è a lui che spetta, logicamente, la presidenza della provincia. Ha 29 anni.

Cinque anni dopo, nel 2009, mentre le alleanze si sono ormai consolidate a livello nazionale in seno al Partito Democratico, l’ala sinistra resiste ancora in Toscana, e continua a non dare alcun credito a Renzi. Alle primarie per designare il candidato del PD alle comunali di Firenze, Matteo Renzi presenta la sua candidatura in aperto contrasto con i vertici del partito, che sosteneveno altri candidati a seguito di un accordo interno che stabiliva che la poltrona di sindaco spettasse a un ex comunista, e quella della provincia ai democristiani.

“Se non arrivo al 40 percento mi ritiro dalla politica!”, minaccia Renzi – la stessa minaccia ventilata prima delle elezioni europee in caso di risultati insoddisfacenti per il Partito Democratico. La sfida ai vecchi comunisti in declino, disconnessi dal loro elettorato, è così lanciata e le elezioni vengono vinte in quella Firenze che ha sempre votato a sinistra.

(Foto: Flickr)

Un formidabile istinto politico

È così che viene creato un personaggio: Renzi è uno stratega, una persona che non ha paura delle sfida, fissa delle scadenze, cerca una forma di plebiscito a ogni tornata elettorale e riesce a ribaltare una situazione che all’inizio non gli è favorevole. “È un atteggiamento che denota decisionismo, una corrente di pensiero che può rilevarsi molto pericolosa. Ma il funzionamento interno del partito democratico è democratico? Certamente no”, afferma la storica fiorentina Ariane Landuyt.

“Ogni volta che c’è un ostacolo, Renzi lo affronta di petto. È un uomo che sistematicamente ha bisogno di sfide e di scommesse, è il suo modo di funzionare”, spiega Simone Siliani, che ha conosciuto Matteo Renzi ai tempi della presidenza della provincia, mentre lui era assessore alla cultura di Firenze.

L’ambizione, accompagnata da una fervente fede, è uno dei tratti caratteristici di Matteo Renzi. I suoi avversari, tanto quanto gli ammiratori, gli riconoscono anche un’altra qualità: Matteo Renzi è dotato di un grande istinto politico e di una capacità di persuasione fuori dal comune. Non si tratta di un teorico, ma di un uomo che “sente” le cose. “Renzi ha percepito la stanchezza dell’elettorato nei confronti della sinistra toscana, troppo abituata al potere, senza idee, incapace di rinnovarsi, arroccata in un sistema che occupava tutte le posizioni di potere a Firenze”, racconta Pietro Iozzelli, che ha diretto l’edizione fiorentina de La Repubblica per tutta l’ascesa di Renzi. “Liberatosi della vecchia struttura del partito, ha finalmente potuto dire quello che voleva”.

La storia di questa ascesa è anche la storia di una generazione che non era rappresentata nel sistema politico italiano. Con Matteo Renzi, le generazioni più giovani sono improvvisamente chiamate ad avere una voce in capitolo: “tocca a noi”, martella Renzi durante i comizi. E lui stesso si presenta come il candidato anti-apparato, il “rottamatore”.

Molte persone, incluse quelle dell’ala sinistra del PD, si schierano con lui sulla questione generazionale. Gli altri sono velocemente messi in disparte: prima in veste di presidente della provincia, e poi in quella di sindaco di Firenze, Matteo Renzi favorisce la progressione di volti nuovi, conformemente allo slogan della campagna che aveva tappezzato tutta Firenze: “Viva la gioventù al Palazzo Vecchio!” Ad oggi, tuttavia, le voci dissidenti si sono fatte più rare, più timide. Hanno visto la maggioranza del PD toscano “montare sul carro del vincitore”, come si dice a Firenze.

A Palazzo Vecchio, in mezzo agli affreschi della sala Clemente VII che raffigurano l’alleanza tra il papa e i diplomatici francesi e tedeschi con i Medici per riconquistare Firenze nel XVI secolo, Dario Nardella riceve con molti convenevoli. Il delfino di Matteo Renzi, eletto sindaco dopo di lui, ha un volto giovanile tanto quanto Renzi. Nardella è stato uno dei primi ad affiancare l’astro nascente della Toscana, nonostante lui stesso venisse dall’ala sinistra del PD.

“Mi sono riconosciuto in questa volontà di rinnovare le generazioni, di strappare Firenze dal vecchio apparato partitico”, spiega Nardella, che è stato per cinque anni vicesindaco. Da quel momento, le divergenze tra i due DNA del partito sono apparse del tutto relative. “La nostra vocazione è quella di essere un partito a vocazione maggioritaria, bisogna quindi unire le nostre forze, e Matteo mi è sembrato essere la perfetta sintesi tra le posizioni riformiste della sinistra e quelle liberali”, aggiunge questo renziano della prima ora, eletto sindaco di Firenze con il 59 percento dei voti lo scorso 25 maggio. Ora che è nella stanza dei bottoni, Dario Nardella dice di aver imparato molto dal suo mentore: “Con Matteo ho scoperto la determinazione nel prendere una decisione, la facilità di contatto con la gente, ma anche l’importanza della comunicazione nell’azione politica istituzionale”.

(Foto: Flickr)

Un obiettivo nazionale

La comunicazione è un altro aspetto centrale del personaggio. Addirittura l’unico, per i detrattori di Renzi, che vedono un lui uno “sbruffone”, dei “discorsi vacui”, un “guscio vuoto”, “l’annuncismo” elevato a sistema, o direttamente un “venditore di pentole” e un “opportunista” che ha scelto la sinistra come avrebbe potuto scegliere la destra…

Quando Renzi è Presidente della Provincia fa aprire una società per migliorare l’attività dell’ufficio stampa, “Toscana Multimedia”, che è finanziata dall’amministrazione e con cui fa assumere una decina di persone. La sua gestione della Provincia sarà in seguito condannata dalla Corte dei Conti, a causa di un eccesso di spese non giustificate dalla funzione. Renzi organizza anche un festival, “Il genio fiorentino”, che secondo Simone Siliani ha “una manifestazione con un programma piuttosto povero, per la quale sono stati spesi più soldi per la promozione dell’evento che per l’evento stesso”.

Una volta diventato sindaco di Firenze, questa strategia mediatica si trasforma in una vera e propria macchina da guerra. Renzi moltiplica gli uffici e le loro funzioni: portavoce, ufficio stampa, relazioni esterne, responsabile della comunicazione. Secondo il consigliere municipale Tommaso Grassi di SEL, le persone che lavorano per l’immagine di Renzi si aggirano tra le 30 e le 40.

Una strategia del genere comunque paga, anche perché arriva dopo i dieci anni di mandato del suo predecessore, Leonardo Domenici – un sindaco descritto come un modello di snobismo, sordo alla richieste della popolazione,  rinchiuso nel suo Palazzo. Al contrario, il giovane sindaco dal volto infantile è un grande appassionato sia dei social network che della stretta di mano. Recita la parte dell’uomo qualunque, non rifiuta mai un dibattito e, soprattutto, non nega mai un’intervista alla stampa. Spesso, infatti, i media sono informati dei progetti prima ancora del consiglio comunale…Questo non lascia molto spazio a interpretazioni: Renzi punta a un obiettivo di portata nazionale, e per lui Firenze non è che una tappa. Se qualcuno in Toscana si sorprende ancora, comunque, è esclusivamente per la rapidità di questa ascesa.

Nel cuore del dispositivo Renzi c’è un personaggio chiave: Marco Carrai. È l’eminenza grigia, l’amico di tutti, un uomo di relazioni che gli porta il sostegno di banche e grandi imprese. Per sfondare nella politica italiana e restare al potere, tuttavia, non basta avere talento: servono i soldi e il sostegno  del sistema. Carrai fa parte di diversi consigli d’amministrazione di Firenze, tra cui quello della principale banca della città; è l’amministratore delegato di ADF, la società che controlla l’aeroporto di Firenze e che attualmente sta portando avanti un contestato progetto di una nuova pista; attraverso le sue società Carrai ramifica le sue attività, tra cui c’è la gestione delle audioguide dei musei di Firenze, o ancora il restauro di un palazzo storico – in seguito ceduto a Eataly – a due passi dal Duomo.

Secondo la stampa locale, Carrai avrebbe messo a disposizione di Renzi un appartamento nel pieno centro di Firenze. Ed è sempre Carrai ad aver trovato i finanziamenti a Renzi per le primarie del PD del 2012 (perse contro Pierluigi Bersani) attraverso la fondazione Big Bang, che poi cambierà nome in Open.

(Foto: Flickr)

In Italia, il finanziamento delle campagne per le primarie non è sottoposto ad alcun controllo. “La squadra di Renzi ha dichiarato di aver speso 100mila euro per quelle primarie, e ha fornito una lista di finanziatori. Ma come ha ammesso lo stesso avvocato, quella lista è incompleta perché non tutti hanno accettato di essere citati. Non è da escludere che, per aver finanziato la sua campagna, degli imprenditori abbiano ottenuto dei vantaggi grazie a Renzi”, spiega Duccio Tronci, giornalista freelance e autore del libro Chi comanda Firenze? La metamorfosi del potere e i suoi retroscena attraverso la figura di Matteo Renzi.

Molti osservatori dicono che Renzi è un uomo interessato al potere e non ai soldi,  un politico che si circonda di “fedelissimi” a cui lui accorda i “suoi favori” in cambio di  appoggi incondizionati. In una Regione in cui gli interessi economici sono gelosamente conservati dai produttori di vino e le grandi famiglie fiorentine occupano gli stessi palazzi da secoli, non c’è dubbio sul fatto che Matteo Renzi abbia lavorato per assicurarsi il loro sostegno. Il giorno in cui si presenta ufficialmente come candidato sindaco in uno dei teatri più belli della città, Renzi riceve gli onori della marchesa Frescobaldi, una delle figure di spicco della nobiltà fiorentina, che scende personalmente dal suo balcone per congratularsi con lui.

E quella del candidato della sinistra sostenuto da una delle grandi fortune economiche del paese è un’immagine altamente simbolica.

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(Foto: Flickr)

Matteo Renzi, il toscano che ha svuotato la sinistra del suo contenuto

Cos’ha fatto Matteo Renzi a Firenze? Decrittare la sua politica la dice lunga su chi ora è segretario del PD, dirige l’esecutivo italiano e presiederà l’Unione Europea fino a dicembre. “Matteo”, come tutti lo chiamano a Firenze, non si è infatti particolarmente distinto per misure di sinistra nel corso del suo mandato da sindaco del ricco capoluogo toscano. Anzi, ha favorito certi interessi economici, evitato il dialogo sociale e, soprattutto, ha continuato a lavorare sulla sua immagine.

Matteo Renzi affonda le proprie radici politiche in una Toscana rossa e cattolica. “Matteo Renzi è una figura cresciuta nel cattolicesimo toscano, un cattolicesimo di sinistra, riformista, vicino alla gente e che negli anni ’50 ha visto nascere delle riviste intellettuali, una corrente anticolonialista, degli approcci pedagogici innovativi e delle politiche sociali che sono ruotate intorno a una figura chiave: Giorgio La Pira”, racconta la storica Ariane Landuyt, che vede in Renzi “l’uomo della sintesi, colui che è riuscito, grazie alle sue origini, a recuperare un elettorato comunista che non avrebbe mai votato per la Democrazia Cristiana”.

Matteo Renzi ha fatto la sua tesi di laurea in giurisprudenza proprio su questa figura storica della politica italiana. Giorgio la Pira, sindaco di Firenze negli anni ’50, era dotato di una personalità iconoclasta ed è stato estremamente popolare: ha promosso l’impegno dei cattolici in politica per cambiare la società e modellarla sui principi del Vangelo, ha sostenuto le lotte operaie e dato avvio alle prime case popolari in Italia. Matteo Renzi vi si rifà spesso,  senza tener conto della differenza tra i due. Nella pratica, infatti, la sua politica non ha nulla a che fare con quella di La Pira.

Matteo Renzi è, prima di tutto, un uomo che rifiuta il dialogo sociale. È uscito piuttosto male da uno sciopero del Maggio Musicale Fiorentino, il grande festival lirico di Firenze, alla fine del 2012, quando dopo la nomina di una direttrice “paracadutata” erano stati annunciati una trentina di licenziamenti. Da sindaco, come racconta Chiara Tozzi della CGIL, Renzi ha ricevuto i sindacati solo quattro volte nel corso del suo mandato, durante un periodo piuttosto agitato in cui, a causa delle misure di austerità decise da Roma, i comuni hanno dovuto abbassare i salari e ridurre il personale: “Su certe questioni Renzi non ha mai voluto mettersi a un tavolo con i mediatori. È stato molto arrogante nei nostri confronti. Le poche volte che ci ha ricevuto, ha passato il suo tempo a compulsare il suo smartphone”. Questo grande appassionato di social network ha inoltre fatto partire, sempre nel 2012, la privatizzazione della municipalizzata dei trasporti, l’ATAF, senza negoziare con la rappresentanza sindacale per salvaguardare i posti di lavoro.

Secondo la stampa locale, questa privatizzazione ha portato a un centinaio di licenziamenti e alla soppressione di diverse linee. Durante una manifestazione la sinistra radicale aveva usato questo slogan: “Il sindaco che la destra ci invidia”. Matteo Renzi ha difeso il suo operato a Genova, dove ugualmente è in corso un progetto di privatizzazione del trasporto locale.

Più in generale, i detrattori di Renzi gli rimproverano di non aver fatto nulla per la vita quotidiana degli abitanti: certo, ha migliorato l’immagine della città pedonalizzando il centro storico, ma questa misura non è stata pensata per gli abitanti né è stata compensata da mezzi di trasporto adeguati per permettere loro, e soprattutto agli anziani, di recarsi in centro. Di contro le piazze pubbliche sono state trascurate, e all’inizio di luglio un albero è caduto al Parco delle Cascine causando due morti.

(Foto: Flickr)

Un portatore sano di cultura

Quando si tratta di promuovere l’immagine della città, Matteo Renzi è sempre stato in prima linea. Un anno fa Renzi ha prestato al proprietario della Ferrari tutto il Ponte Vecchio per una sera, rendendolo inaccessibile ai pedoni. Per convincere gli abitanti che questa privatizzazione di un luogo pubblico avesse un senso, Renzi ha promesso che con il denaro raccolto si sarebbero pagate le vacanze dei bambini disabili. “Il comune ha preso eccome i soldi, ma nessun bambino è andato in vacanza”, afferma Tommaso Grassi, consigliere comunale all’opposizione. Di fatto, la nozione di giustizia sociale o la lotta contro l’evasione fiscale sono stati sempre assenti dal discorso pubblico del sindaco di Firenze, interamente incentrato sulle nozioni di tradizione e rinnovamento.

Per Tomaso Montanari, storico dell’arte che è stato compagno di liceo di Matteo Renzi e oggi insegna all’Università di Napoli, “Renzi ha usato l’immagine internazionale di Firenze per costruire il proprio personaggio ed evitare di risolvere i problemi concreti della città. È un berlusconiano nato, per il quale la comunicazione è sempre più importante della realtà. Non ha alcun progetto democratico, né per la città né adesso per il paese; il suo unico progetto è incentrato su se stesso, ed è quello di detenere il potere”.

L’arte utilizzata come strumento mediatico: questo esperto, autore del saggio Le pietre e il popolo, nell’analizzare la costruzione del personaggio politico di Matteo Renzi racconta anche che il sindaco, aderendo a una visione turistica e monoculturale di Firenze, ha voluto ritrovare e finire un dipinto incompleto di Leonardo da Vinci nel salone dei Cinquecento a Palazzo Vecchio – un “non senso storico”, secondo Tomaso Montari, dato che sulle pareti c’erano già altri affreschi realizzati in epoche successive. Matteo Renzi ha dunque fatto perforare le pareti per ritrovare lo strato iniziale, e ha voluto realizzare questa impresa attraverso una mescolanza di generi strabiliante: l’impresa a cui è stato conferito l’incarico di recuperare “l’affresco perduto” di Leonardo Da Vinci era di proprietà di una produttrice di vino, sposata con l’ex direttore dell’edizione toscana de Il Giornale, un quotidiano di destra che è il principale quotidiano d’opposizione a Matteo Renzi. Avvicinarsi ai suoi oppositori, del resto, è una tattica usata più volte nel corso della carriera dell’uomo che ora siede a Palazzo Chigi.

Alla fine, comunque, Matteo Renzi ha dovuto sospendere il progetto dopo i pareri negativi degli esperti – tra cui un esposto dell’associazione Italia Nostra – e non appena la polemica è diventata nazionale. Per Tomaso Montari, “questo episodio ha fatto crescere la sua rabbia nei confronti degli intellettuali, dell’élite e del mondo culturale. Pur presentandosi come l’uomo del popolo, Renzi utilizza costantemente la cultura in chiave retorica, senza saperne un granché. Come un portatore sano di virus, secondo me Matteo Renzi è un portatore sano di cultura.”

Un portatore sano di cultura…che del resto si è liberato da ogni vincolo ideologico. “Non è ideologico, ed è ciò che dà fastidio di lui. Ma è anche ciò che gli viene rimproverato”, spiega la storica Ariane Landuyt, “Renzi è un pragmatico”. Neanche Blair, al quale si ispira e assomiglia, fa parte del suo pantheon… “Tutto ciò è anche un punto di forza poiché gli dà libertà di esprimersi.” “Ha già ucciso la sinistra”, dice Tomaso Montanari, che vede in Renzi “un nemico del pensiero critico. La caratteristica del pensiero critico è quella di sapere che c’è sempre un’alternativa. Renzi invece è profondamente conformista”.

(Foto: Flickr)

Un metodo in quattro tempi

Tomaso Montanari è stato relativamente vicino a Renzi agli inizi, quando il sindaco di Firenze aveva inaugurato, nel 2010, gli incontri alla Leopolda, una vecchia stazione trasformata in uno spazio culturale. “La Leopolda”, un incrocio tra un meeting politico e uno spettacolo partecipativo molto mediatico, ha riunito politici, accademici e imprenditori in una specie di “big bang” per “costruire la Terza Repubblica”. La sala è strapiena: il pubblico si diverte e riscopre la politica – il tutto mentre l’apparato del PD è lontano anni luce dal proprio elettorato, e i riti sociali che avevano accompagno la storia del PCI, come la Festa dell’Unità, sono spariti negli anni ’90. “La Leopolda” è un momento fondamentale nella scalata al PD della generazione di Renzi, ed è un laboratorio che, per molti, ridà gusto alla politica.

A fianco di Renzi si trova anche un altro astro nascente del PD: Giuseppe Civati, oggi deputato, stessa età di Renzi e stessa voglia di spazzare via una direzione gerontocratica. Come lo storico d’arte Tomaso Montari, anche Giuseppe Civati si è però allontanato in fretta. Proveniente dall’ala più a sinistra del PD, eppure da sempre convinto che fosse possibile lavorare insieme all’ala più liberale del partito, Civati resta deluso molto presto dal personaggio: “Renzi è un egocentrico, ha un modo molto personale di concepire la politica, rifiuta la mediazione sociale e la concertazione, anche all’interno della sua stessa squadra. Non sono per nulla d’accordo con questa pratica, che fondamentalmente non è di sinistra,” spiega Civati, che ora è uno dei leader della fronda anti-renziana, ormai minoritaria all’interno del PD.

Questo non impedisce a Matteo Renzi di riappropriarsi abilmente dei simboli della sinistra…Il presidente del Consiglio ha già annunciato la sua intenzione di voler rilanciare la festa dell’Unità a Bologna, ad agosto. “Renzi è ormai visto dai media come l’ultima speranza del paese! È una retorica pericolosa,” afferma Tomaso Montanari, “l’ultima volta che si è parlato in questi termini di una persona lo si è fatto per Mussolini…” Lo storico vede peraltro delle “analogie preoccupanti con l’avvento del fascismo: Renzi è il prodotto dell’autodistruzione del PD e della distruzione di tutti gli altri. Certo, oggi non c’è il rischio di veder emergere una dittatura, ma c’è comunque un rischio per la democrazia”.

Se il pensiero di Renzi può apparire vuoto, non c’è dubbio sul fatto che ci sia comunque un metodo: “L’azione di Renzi è composta da quattro fasi,” spiega il giornalista Pietro Iozzelli, vecchio caporedattore dell’edizione locale de La Repubblica, uno dei pochi giornalisti ad aver seguito il personaggio sin dall’inizio. “C’è anzitutto l’annuncio in pompa magna, poi una scadenza fissata in giorni o mesi – che non sarà mai verificata dai giornalisti – poi l’evocazione di una serie di altre misure per distogliere l’attenzione e infine, sempre con gran velocità, un nuovo annuncio ancora più ambizioso. Si tratta di spostare incessantemente in là i traguardi e di presentare un continuum di problemi, per dimostrare di sapersi lanciare in imprese ogni volta più grandi e, sostanzialmente, di non dover mai rendere conto”.

Insomma, si tratta di una fuga in avanti per mischiare le carte che ricorda stranamente la successione d’annunci fatta da quando è diventato Presidente del Consiglio. In Italia si parla già di “velocismo”. Un esempio tra gli altri: quando era presidente della provincia, Matteo Renzi si opponeva fermamente al passaggio della linea ad altà velocità sotto la città – una posizione popolare in una città dove il sottosuolo è molto fragile. Una volta eletto sindaco, però, Renzi non ha più parlato di questa questione. Di contro, Renzi sembra maneggiare benissimo l’arte delle promesse non mantenute, come quella di creare un parco in cambio della costruzione in periferia di un gigantesco inceneritore, o ancora di mettere in piedi un sistema d’alloggio d’emergenza per i senzatetto: né l’uno né l’altro hanno mai visto la luce.

Matteo Renzi, contrariamente alla tradizione politica italiana, non è mai andato oltre un mandato nelle varie cariche che ha ricoperto: un modo perfetto per evitare di tracciare bilanci e per sbarazzarsi della patate bollenti…“È troppo facile guidare una città per cinque anni e poi lasciare che siano gli altri a farsi carico di tutti i problemi. Io avrei voluto un secondo mandato di Renzi!”, dice chiaramente il consigliere dell’opposizione Tommaso Grassi.

(Foto: Flickr)

Ma Renzi da parecchio tempo aveva un altro obiettivo. Alla fine del 2013 conquista la direzione del PD; all’inizio del 2014 si insedia a Palazzo Chigi. Al Comune di Firenze il successore di Renzi ci ha spiegato, con una certa diplomazia, che “bisogna fare politica con professionalità senza però farne una professione. Bisogna vivere per la politica, non vivere di politica”. Questi buoni propositi curiosamente ricordano gli stessi formulati dal Presidente del Consiglio in un’intervista accordata lo scorso maggio a diversi quotidiani europei: “Mi piace l’idea che si faccia politica a tempo determinato. Per alcuni anni si consacrano anima e corpo, poi si lascia”. Ancora una volta, questo è un modo di distorcere la realtà: il percorso di Matteo Renzi, infatti, dimostra che sin dall’età di vent’anni c’è stata una consapevole costruzione di una leadership nazionale. Su una cosa, comunque, tutti gli osservatori sono concordi: Renzi è destinato a rimanere a lungo nel sistema politico italiano.

Matteo Renzi, insomma, è riuscito in questo incredibile gioco di prestigio: per la sinistra italiana Renzi ormai è il messia – nonostante si tratti di un uomo senza una visione ideologica, spuntato fuori dai meandri della Democrazia Cristiana e diventato, anche a forza di slogan mediatici in un’Italia profondamente segnata da vent’anni di berlusconismo, il leader di un partito sorto dalle macerie del Partito Comunista italiano. La consacrazione però non finisce qui: tutti gli occhi europei sono puntati su questo giovane Presidente del Consiglio che osa tener testa ad Angela Merkel…E dopo il successo del PD alle europee, anche i socialdemocratici di tutto il continente aspettano Matteo Renzi come se fosse il messia.

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Coraggio, il meglio è passato. @captblicero



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