Come fregare il proprio alleato di governo in pochi semplici passi

Il PDL cresce nei sondaggi mandando in crisi il PD quasi ogni giorno sul piano tattico.


Ecco a voi il ciclo iterativo della tattica politica del PDL, meglio noto come principale alleato del PD, per fregare il suo principale alleato mentre si governa insieme.

A. Fai una proposta di legge irrealizzabile (causa mancanza di voti sufficienti alla Camera). La proposta di legge deve non spaventare il tuo elettorato di riferimento, che tanto ha già ingurgitato quasi tutto e dunque non si spaventa quasi più ma deve fare schifo, tanto schifo, all’elettorato potenziale del PD (cioè tutti gli elettori del centrosinistra). Esempio del giorno: dimezzamento della pena per il reato di concorso esterno in associazione mafiosa.

B. Scegli i tempi “giusti” per aumentare l’efficacia della trollata nel tempo. Oggi è 21 maggio, il 23 maggio 1992 moriva Giovanni Falcone: la proposta avrà un’eco di almeno 48 ore e farà ancora più schifo all’elettorato del PD.

C. Dopo poche ore di indignazione contro il PDL, l’elettorato di centrosinistra inizierà (anche grazie all’aiuto di Grillo) a chiedersi: perché siamo alleati di questa gente?

D. Una parte di elettori del centrosinistra cambierà partito, spostandosi sul MoVimento5Stelle o addirittura deciderà di non andare a votare più.

E. Il PD, presa la botta, proverà a replicare con una controproposta rivolta al suo elettorato, per provare a motivarlo.

F. Il PDL, ascoltata la proposta del PD, dirà l’unica frase davvero chiara di questa legislatura: “se passa questa legge, cade il governo”.

G. Se poi dovesse andare particolarmente bene, qualcuno nel PD dirà di essere d’accordo con la proposta del PDL o sarà percepito come vicino al PDL (vedi Violante su ineleggibilità di Berlusconi): anche questo è un effetto moltiplicatore (come nel punto B).

H. Nel frattempo il Movimento5Stelle prenderà alla lettera la proposta del PD e annuncerà di voler discutere la legge in Parlamento. Il PD, però, sarà già tornato sui suoi passi dopo la minaccia del PDL di far cadere il governo.

I. Nuovo disgusto degli elettori del PD.

L. Si torna al punto A, con il PDL che gratta altri due o tre decimi di voto in più nei sondaggi.

PS: Schifani, per sicurezza, ha detto che ritira il DDL. Tanto il ciclo iterativo è già partito.




L’Etimacello: #Donna

Io sono la Donna. La dannata nobildonna. Dono il vivere senza chiedere, io do doti, io dico dèi, faccio dono di me e del mio ventre.


Stravedo. Sono folle d’amore per le parole. Innamorata pazza, dedita, devota. Così delicate, ironiche, salate. Mi sono detta: usiamole, amiamole, impieghiamole tutte nelle loro infinite sfaccettature, ammiriamole da ogni loro scintillante angolazione, stuzzichiamole, spremiamole, mastichiamole. Piangiamole e ridiamole a crepapelle.

Interveniamo di fronte al macello dell’etimologia. Dove il giornalismo è paralitico, dove tecnicismi e inglesismi pietrificano significati e radici, giochiamole: per restituir loro fluidità, valore, potenza. Dignità.

 

 

 

Io sono la Donna. La dannata nobildonna. Dono il vivere senza chiedere, io do doti, io dico dèi, faccio dono di me e del mio ventre. Condono, condanno. Donna non è sesso debole: te ne sei dimenticato, Don donnaiolo senza onore? Sono la madre, la dea, la figlia del cosmo. Se mi umili ti umili, solo umile l’amore domina. L’eterno femminino che tira in alto diceva Goethe, un raddoppiamento delle facoltà intellettuali e morali diceva Mazzini. Dov’è allora il tuo Dio interiore? C’è un padrone e quello sei tu / basta un bacio e io sento che / sei forte più di me… Ridammi tutto quello che mi hai tolto, ogni briciola di dignità negata, ogni danno che mi ha rafforzata. Ave Maria, adesso che sei donna / ave alle donne come te, Maria. Esser donna non è una sfiga, è un sfida. Esser donna è dentro. Donna sono e resto Donna. Din don, scaduto il tempo della viltà dicono gli stilnovisti: ogni minimo respiro di donna sarà perché io esisto, fortemente esisto. Dono, dunque sono.




Luigi Zanda, un uomo solo al comando

Scatenatissimo, Zanda (PD) propone norme contro l’eleggibilità di Berlusconi e del M5S. E non è finita.


Luigi Zanda ritiene che Berlusconi sia ineleggibile: secondo una legge del ’57 sul conflitto d’interessi chi usufruisce di concessioni da parte dello Stato non può essere eletto in Parlamento. La norma, inapplicata da ormai quasi venti anni, è stata invocata da Zanda pochi giorni fa. Un uomo con la condotta di vita di Berlusconi, ha aggiunto Zanda, non può essere eletto senatore a vita.

Luigi Zanda ritiene che il MoVimento 5 Stelle, come altri gruppi che non si sono dati forma di partito, sia da escludere dalla competizione elettorale. La proposta, formulata da Zanda insieme alla senatrice Finocchiaro, concederebbe l’ammissione alle elezioni politiche solo a quei soggetti con personalità giuridica e statuto in Gazzetta.

Luigi Zanda è scatenato. Segue elenco delle prossime proposte parlamentari di Luigi Zanda.

- DL su diritto di voto a chi dimostra possesso e regolare utilizzo tessera Feltrinelli (due anni min);
- DL su partecipazione a competizione elettorale per partiti che abbiano raggiunto il quorum di numero uno ministri canoisti nella legislatura in corso;
- Proposta di riforma delle procedure elettorali: iscrizione nelle liste a tesserati sezioni PCI Reggio nell’Emilia, Piacenza, Modena, Bologna entro e non oltre marzo ’92;
- Proposta di revisione della legge elettorale: turno unico con elezione diretta del capo del governo sulla base di chi ha il candidato premier più teneroso;
- Proposta di revisione della legge elettorale: collegio uninominale con scelta della coalizione in base a lunghezza programma. In alternativa:
- Proposta di revisione della legge elettorale: collegio uninominale con premio proporzionale alla coalizione con più perifrasi nel programma;
- DL in materia di suffragio universale: restrizione del diritto di voto ai possessori di sandalo Birkenstock fra gli aventi diritto di sesso femminile sotto i 32 anni – lavoro in ente pubblico è considerato vantaggio;
- Proposta di revisione della legge elettorale: sistema proporzionale con premio di maggioranza al candidato di coalizione al quale viene riconosciuta la capacità di saper perdere.

(CIAO A TUTTI è una specie di rubrica satirica che abusa delle pazienze).




Fermiamo l’anarchia dei supermercati

Minacce, insulti, agguati, anonimato. Tra gli scaffali è in corso una vera e propria campagna d’odio: è tempo di agire.


La sera del 17 maggio la deputata del Pdl ed ex ministro Mara Carfagna è stata vittima di un vile agguato. Recatasi a fare la spesa in un supermercato nel centro di Roma, la Carfagna è «stata insultata da due persone in un supermercato». Stando a quanto riporta l’Ansa, la deputata si è subito «rivolta a un militare di servizio presso gli uffici della Camera nella zona di via del Tritone chiedendo di intervenire per rintracciare i due che l’avevano ingiuriata poco prima». I carabinieri, però, non sono riusciti a individuare i due attentatori.

Il vicepremier Angelino Alfano ha giustamente stigmatizzato l’orripilante accaduto con parole di fuoco:

L’attacco verbale all’onorevole Mara Carfagna è l’ulteriore, gravissimo, segnale di un clima di odio, alimentato da cattivi maestri e da un residuo di grumi ideologizzati. Un residuo di tessuto malato che vede nei concetti di ‘pacificazione’ e di ‘democrazia’ il pericolo reale di una marcata svolta di civiltà nella quale la violenza e ogni forma di aggressione non troverebbero alcuno spazio.

Per quanto sia difficile non essere d’accordo con Alfano, l’affaire Insulti Gratuiti Al Supermercato pone una questione molto più grande e delicata: quella del «controllo dei supermercati», ormai vere e proprie madrasse d’odio e impunità, coperte da un Far West normativo che incita all’anarchia e garantisce l’impunità totale.

Già, perché l’insultatore professionale, il violento seriale che certo non sa che farsene delle generose esortazioni del presidente Napolitano a moderare le parole per non infiammare una platea vulnerabile ai richiami della guerra civile, ha trovato nel supermercato il suo paradiso dell’oltraggio purificatore – il tutto, ça va sans dire, trincerato dietro l’anonimato, la sigla che richiama qualcosa di battagliero o qualcosa di grevemente scurrile.

Il caso di Enrico Mentana è piuttosto emblematico. Il noto giornalista ha infatti raggiunto il livello di insopportazione e ha deciso di farla finita con i «ceffi» che hanno invaso quel grande «bar» che è il supermercato. «Il numero di tizi che si esaltano a offendere al supermercato è in continua crescita. Calmi, tra poco ce ne andremo, così v’insulterete tra di voi. Resterei se ci fosse almeno un elementare principio d’uguaglianza: l’obbligo di usare la propria vera identità. Strage di ribaldi col bigliettino per gli affettati falso». Insomma, per Mentana «l’anonimato» sta distruggendo quello che un tempo erano spazi di libertà. E la difesa degli «anonimi» – lo pseudonimo come garanzia per una più ampia diffusione del pensiero – utilizza falsi argomenti, anzi, «gli argomenti son gli stessi addotti dai massoni per giustificare le logge coperte…».

Ad ogni modo, credo che sia chiaro a tutti che questa non è libertà: è sopraffazione. Impedire queste cose non è censura: è buon senso. Smettiamola di considerare il supermercato come il luogo franco dove tutto è lecito: comprare carne in scatola, lasciare aperto il freezer dei surgelati, offendere, minacciare, ricattare, vomitare insulti. Lo abbiamo fatto con gli stadi di calcio, e abbiamo visto com’è finita.

Il supermercato è troppo importante perché una minoranza di predoni, camuffati da libertari, possa rovinarla. Perché questo avverrà, se andiamo avanti così. Qualcuno invocherà leggi speciali: arriveranno, e sarà giusto così. Serve assolutamente qualche regola per impedire il festival permanente dell’odio senza controlli o sanzioni. Le istituzioni hanno il dovere di arginare con iniziative legislative adeguate, che prevedano anche sanzioni, la deriva sessista e razzista dei supermercati che potrebbe alimentare propositi di violenza e sfociare in tragedia.

Del resto, come hanno già denunciato le più alto cariche dello Stato, quella dei supermercati è un’atmosfera intossicata, violenta, turpemente sessista. È un sottosuolo mefitico in cui «ceffi» e odiatori di donne blaterano, fantasticano le sevizie più turpi, stuprano con il linguaggio il bersaglio del loro berciare. È una grande platea di incontri e di scambi e anche arena di rancori inestinguibili, un ring dove le regole non valgono più e la violenza tracima senza ritegno. Di più, il supermercato sta diventando una fissazione solipsistica e maniacale, fonte di rapporti spesso astratti e irreali che può tramutarsi da strumento di democrazia ad assemblea pulsionale indistinta che nega la democrazia ed esalta il cibo ipercalorico.

E c’è di peggio. Secondo una ricerca dell’Osservatorio SIP su «Abitudini e stili di vita degli adolescenti italiani», l’eccesso di supermercato influisce negativamente su comportamenti e abitudini dei ragazzi tra i 12 e 14 anni non direttamente collegate alla spesa. I risultati sono piuttosto inquietanti: gli adolescenti che spingono i carrelli al supermercato per più di 3 ore al giorno (21,3% del totale, dato 2012), hanno abitudini alimentari peggiori, sono più inclini al rischio, fumano e bevono di più, leggono di meno, hanno un rendimento scolastico inferiore, hanno comportamenti sessuali più «adultizzati», praticano meno sport e infine hanno la tendenza ad assumere atteggiamenti «liberi» e «trasgressivi».

Il quadro non è del tutto fosco, comunque. Gli «irresponsabili del supermercato» – quasi sempre nascosti dietro l’anonimato, come abbiamo visto nel caso Carfagna – sono solo una minoranza chiassosa. Quindi, lo ripeto: chi ha cuore la libertà dell supermercato, quella vera, intervenga prima che sia tardi. Ricordando agli interessati che scherzano col fuoco. Gli strumenti per conoscerne le loro identità ci sono; le norme penali anche. Manca, purtroppo, una giustizia lineare, rapida e proporzionata. Le sanzioni italiane, infatti, sono sempre spaventose, lente e improbabili; quando dovrebbero essere ragionevoli, rapide e certe.

Alla lunga, la battaglia tra Tolleranza e Intolleranza, Equilibrio e Violenza, Ragione e Ricatto sugli scaffali sarà vinta unicamente su valori, argomenti, chiarezza, ideali. Il supermercato non è arma del Male o Scudo del Bene: è il campo di battaglia tra Bene e Male, tra democrazia e populismo irrazionale.

Proprio per questo minacciare, insultare o diffamare nei supermercati non è un’attenuante. È un’aggravante, invece. Perché il supermercato è potente, geniale, libero, egualitario. Sporcarlo è un una vergogna, non soltanto un errore.

(Sostituite il termine “supermercato” con “web” e avrete il dibattito su Internet & social network delle ultime due settimane.)

Autore
Coraggio, il meglio è passato. @captblicero



Se questi sono gli uomini

Riccardo Iacona affronta la violenza contro le donne col mezzo che gli è più congeniale: il giornalismo d’inchiesta.


Cronaca, riflessione e attività politica di fronte a discriminazione, odio e violenza vanno di pari passo con le questioni linguistiche. Perché la lingua delinea uno spazio di senso: parola dopo parola si modificano quello spazio, la porzione d’orizzonte su cui cade il nostro primo sguardo e la possibilità di un terreno comune tra emittente e destinatario.

Quando si parla di femminicidio – l’uccisione di una donna da parte di un uomo per motivazioni misogine – quella parte di me che riflette senza sosta sul linguaggio teme l’abuso semantico (la catacresicome per «macchina del fango»): per spingere il pedale sulla simbolizzazione, si perde di vista il quadro complessivo della violenza di genere, i fattori che culminano nell’omicidio efferato. Ma, d’altro canto, affrontare la materia solo sul piano linguistico rischia di essere una forma molto sofisticata di negazione/rimozione. Se il saggio indica la luna, il sofista discute se “luna” sia la parola adatta, mentre volge lo sguardo altrove. Altro atteggiamento scellerato è il lavoro parziale sulle statistiche, perché fornisce pretesti alla relativizzazione, nutrendo infinite polemiche. A prescindere dagli scopi, trovo fallace sul piano logico ridurre la questione all’argomento “il femminicidio [esiste/non esiste] perché quest’anno sono state uccise [numero] donne”. Ciò per due motivi: in primo luogo, il numero non dà conto di cause e circostanze, ma si concentra sul genere della vittima e dell’omicida; in secondo luogo, si occulta una domanda che, se posta, farebbe venir meno la discussione: “oltre quale soglia si può parlare di femminicidio?”. Se la soglia fosse 100 all’anno, e ne venissero uccise 99, tireremmo un sospiro di sollievo? Pensiamo alla mafia: l’esistenza del fenomeno non è subordinato alla discussione sui delitti di mafia, sulla necessità di chiamare quest’ultimi “maficidi” (ossia delitti di stampo mafioso), o su polemiche di tipo statistico. Se un editorialista scrivesse «ma quale emergenza mafia, ci sono state solo 100 gambizzazioni nel 2012, 20 in meno rispetto al 2011!», risulterebbe poco condivisibile, o fastidiosamente stupido; a meno che non si sia complici – per omertà o appartenenza. È nella persuasione prodotta dai martiri o dalla testimonianza diretta e indiretta che riconosciamo l’esistenza della mafia e la sua pericolosità sociale. I dati vengono in un secondo momento.

Per uscire dalla palude linguistica e dell’eterno dibattito, è utile leggere il libro di Riccardo Iacona, Se questi sono gli uomini (Chiarelettere). Iacona affronta la violenza contro le donne col mezzo che gli è più congeniale: il giornalismo d’inchiesta. La prima volta in cui usa «femminicidio», Iacona mette la parola tra virgolette. Poi nel resto del libro le virgolette scompaiono: come se, immergendosi nell’inchiesta, aumentasse la consapevolezza che qualcosa non va, in Italia, e che quei delitti ne siano il sintomo più evidente; ecco allora che, nell’esperienza, quella parola sembra meno esotica. Iacona si immerge nei contesti sociali in cui sono avvenuti gli omicidi, apre squarci in mondi dove troppo spesso ci si volta dall’altra parte di fronte a liti, lividi, minacce; o dove si è tentato di intervenire in rapporti dominati dalla sopraffazione violenta, senza però riuscire a salvare chi, di quella violenza, è stata vittima fino alla morte. Ecco allora che Iacona si interessa anche alle città dove avvengono i delitti (da Trapani a Cesena, da Sud a Nord), e non solo al rapporto tra vittima e carnefice e alle relative famiglie. Sono mondi che bisogna avere il coraggio di guardare in faccia armati di nuda sincerità:

Mi ci metto anch’io, dobbiamo fare un semplice esercizio: quanti di noi si riconoscono in questi racconti, anche solo in parte? Proviamoci veramente, con sincerità però e senza autoassoluzioni.
Le liti durate ore. Le inutili scene di gelosia. L’incapacità di parlare, di rispondere durante le discussioni. La scorciatoia delle urla e delle grida. Le offese, le ingiurie, le parolacce. Le minacce e la mano alzata. Quanti di noi hanno vissuto episodi come questi?

Da Vanessa Scialfa, strangolata dal convivente nell’appartamento in cui vivevano, a Stefania Cancelliere, uccisa con ottanta colpi di mattarello dall’ex, il libro si dipana tra delitti che hanno elementi di rilievo in comune. Colpisce allo stomaco del lettore la brutalità dell’omicida, l’accanimento contro la vittima, tipico delle esecuzioni. È chiara la premeditazione: in alcuni casi si tratta di uccisioni annunciate a parenti o amici, in altre l’omicidio avviene in luoghi pubblici, come la scuola o il posto di lavoro. Ciò rivela quanto sia falsa e culturalmente assolutoria la retorica del “raptus di gelosia” o dell’”omicidio passionale”. L’uccisione, infatti, non è una vampa improvvisa di violenza: arriva, nel tempo, dopo denunce per stalking o maltrattamenti, persino dopo denunce non verbalizzate, come se la futura vittima, rivolgendosi alle forze dell’ordine, andasse rassicurata o dissuasa da strane idee, più che protetta.

È chiaro il contesto di sopraffazione nel rapporto, dove sono all’ordine del genere umiliazioni, violenza psichica e fisica, torture. È chiaro come l’omicida, finché dura il rapporto, lavori per isolare progressivamente la vittima, facendole terra bruciata attorno. Un Mentana o un Fazio, che includono femminicidio nel proprio vocabolario, forse resterebbero sorpresi scoprendo quanto poco c’entrino i social network in questi delitti; in alcuni casi alle vittime è impedito di usarli, proprio nell’ottica del controllo esasperato e dell’isolamento, secondo una sottocultura che trova facili adesioni (quella del “non sta bene dare troppa confidenza agli altri, quando si è fidanzati”).

La violenza di genere riguarda tutti perché ha un costo sociale. Come spiega nel libro Titti Carrano, presidente dell’Associazione nazionale DiRe, Donne in rete contro la violenza:

Quando si dice che mancano i soldi, però, non si pensa mai a quanti se ne perdono. Proviamo a fare un calcolo del costo sociale della violenza. L’Italia è uno dei paesi europei nei quali non viene effettuata sistematicamente un’analisi dei costi sociali della violenza, in termini di sofferenza umana e perdita economica che ricade sulla collettività. Pensiamo alle spese di giustizia, dei servizi sociali, alle spese per prestazioni sanitarie, a quanto ci costa, nel futuro, il non aver aiutato una donna e i suoi figli a uscire dalla violenza. Insomma il costo sociale è enorme. Quindi se finanzi un centro antiviolenza spendi poco nell’immediato e risparmi tanto nel futuro. E salvi la vita a tante donne. È complicato, però, vede, tante donne poi ce la fanno. Perché nel momento in cui la donna incomincia a seguire un certo percorso, a voler essere libera, a ricostruirsi una propria vita, tira fuori davvero tante risorse e tante capacità. Vediamo tante storie positive di donne che sono passate per i nostri centri e ce l’hanno fatta a uscire dalla prigione, a lasciare l’uomo che le maltrattava, magari
senza neanche denunciarlo. Solo con la loro forza e determinazione. E con il nostro aiuto. È tantissimo il sommerso, è vero, ma sono anche decine di migliaia le donne che si stanno tirando fuori dai maltrattamenti, che non vogliono entrare nella lista delle donne ammazzate.

L’aspetto più propriamente politico riguarda dunque l’applicazione – o l’integrazione – della legge sullo stalking e il rafforzamento delle strutture di assistenza o protezione. Un’agenda politica che voglia dirsi progressista non può prescindere da questi aspetti. E qualunque azione culturale che non ne tenga conto rischia di spostare il contrasto sulla violenza di genere in una bolla comunicativa ben lontana da chi, quella violenza, in concreto la compie.

 

Autore
Scrivo, non vedo gente, mi faccio delle cose. @matteoplatone



ESCLUSIVO/ Il video di Anonymous: ‘L’altra verità’

Un rappresentante, che potrebbe essere chiunque, ci spiega la verità sul caso Anonymous.


In questo video esclusivo un rappresentante, che potrebbe essere chiunque, ci spiega la verità sul caso Anonymous.

Legge bavaglio: cosa dice l’Europa

Come ti faccio a pezzi – definitivamente – la riforma proposta dal PDL.


A testimoniare l’immobilità dell’Italia, il passato ribussa alla porta sotto forma del famigerato DDL intercettazioni. La proposta di legge di riforma delle intercettazioni è stata, infatti, nuovamente presentata al Parlamento, con tutto il suo carico di norme liberticida. Il testo, anzi i testi visto che si tratta di 3 proposte, ripropongono sostanzialmente le norme del testo del Ministro Alfano.

La riforma
Quelle norme innanzitutto limitano pesantemente la possibilità di ricorrere alle intercettazioni da parte del magistrato. Il PM non potrà intercettare se non ha concreti indizi su un possibile colpevole, non potrà più intercettare per una serie di reati minori, la procedura di autorizzazione è resa più complessa e i tempi di intercettazione sono ridotti.

Sul fronte della stampa, il disegno di legge vieta la pubblicazione, anche parziale, della documentazione e degli atti relativi a conservazioni telefoniche o flussi di comunicazioni telematiche, anche se non più coperti dal segreto, fino all’udienza preliminare. Cioè non si potrà pubblicare praticamente quasi più nulla dei processi fino alla conclusione delle indagini. Considerato che in Italia i tempi dei processi sono molto lunghi, per anni i cittadini non potranno sapere cosa fa la magistratura. Ciò da un lato consentirà agli indagati di continuare a svolgere impunemente le loro malefatte e casomai esercitare, dall’alto di una carica pubblica ottenuta forse con mezzi illeciti, pressioni indebite sui procedimenti, dall’altro sottrarrà il magistrato al controllo sul suo operato, con rischi di abusi del medesimo.E questo anche in considerazione del divieto di pubblicazione dei nomi dei magistrati in relazione alle indagini loro affidate, e l’ulteriore divieto per i magistrati di parlare delle loro indagini, pena la rimozione. Sapremo, quindi, che il tale PM è stato rimosso, ma non potremo sapere su cosa stava indagando!

È importante evidenziare che parliamo di atti che non sono più segreti. Con la riforma si impedisce non la circolazione degli atti, ma solo la pubblicazione sui giornali, con la conseguenza che quegli atti potranno girare per oscuri corridoi e formare oggetto di dossier anche a fini di ricatto politico. Gli unici che non ne avranno contezza saranno i cittadini.
Il giornalista che pubblica questi atti è punibile col carcere anche se c’è interesse pubblico alla notizia, con buona pace del diritto di cronaca. Potrà però scrivere per riassunto degli altri atti già noti, ma è evidente che il pubblicare per riassunto rende di per sé tale pubblicazione una mera interpretazione del giornalista, facilmente contestabile dall’indagato, così facendo scadere la cronaca giudiziaria ad una mera opinione.
La riforma prevede anche un ulteriore deterrente a carico degli editori, cioè una multa elevata nel caso violino il divieto di pubblicazione degli atti di indagine. In tal modo si renderà indispensabile all’editore ingerirsi personalmente nelle scelte redazionali per non doverne rispondere in prima persona, con definitivo affossamento dell’autonomia della redazione rispetto alla proprietà del giornale.

Inoltre la riforma estende la rettifica prevista per la stampa a tutti i siti informatici, con ciò neutralizzando le recenti pronunce della Cassazione che hanno sempre evitato una parificazione tra Internet e stampa. Anzi di fatto si estendono ad internet solo gli oneri (rettifica) ma non le prerogative della stampa (insequestrabilità), con ciò degradando il mezzo di comunicazione più diffuso e democratico.
Tale articolo si può ritenere una vera e propria norma di chiusura dell’intero impianto normativo. Infatti, se un giornalista volesse sfidare il divieto di pubblicazione delle intercettazioni, saltando il problema dell’ingerenza dell’editore, e quindi utilizzare un blog per fare informazione senza intermediazioni, si troverà a fare i conti con questo articolo che evidentemente mira ad evitare che le inchieste censurate dall’informazione professionale possano poi sbarcare sulla rete.

Critiche e norme in contrasto
Su questo disegno di legge si sono addensate numerose critiche che hanno in più occasioni evidenziato il contrasto con norme interne e internazionali.
Innanzitutto la riforma è in contrasto con l’articolo 1, comma 2, della Costituzione, che garantisce l’esercizio della sovranità popolare, sovranità che, come affermato dalla Corte di Cassazione con la sentenza n. 16236 del 2010, può essere esercitata solo nel momento in cui il popolo sia correttamente e compiutamente informato. Nascondere per anni gli atti di indagine al popolo, specialmente se si tratta di procedimenti a carico di amministratori pubblici, significa impedirgli di poter giudicare i suoi rappresentanti politici correttamente e compiutamente.
Altro contrasto si ha con l’articolo 101 della Costituzione in base al quale “La giustizia è amministrata in nome del popolo italiano”, norma che presuppone che il popolo possa, anzi debba conoscere per tempo le modalità di amministrazione della giustizia, e questo non può che avvenire a mezzo della stampa.
Di solare evidenza è, infine, il contrasto con l’articolo 21 che sancisce la libertà di manifestazione del pensiero, nel suo duplice aspetto di diritto ad essere informati e libertà di esprimere le proprie opinioni.

Considerato che l’Italia fa parte dell’Unione europea non possiamo, inoltre, non considerare le norme dell’Unione e le pronunce delle istituzioni europee che evidenziano le problematicità della riforma.
Ricordiamo la raccomandazione del Parlamento europeo, del 27 marzo 2009, che invita gli Stati membri a

garantire che la libertà di espressione non sia soggetta a restrizioni arbitrarie da parte della sfera pubblica e/o privata e ad evitare tutte le misure legislative o amministrative che possono avere un effetto dissuasivo su ogni aspetto della libertà di espressione.

Sulla normativa in questione si è espresso anche il commissario europeo Viviane Reding, che ha ricordato come la libertà di espressione costituisca un principio basilare dell’Europa sancito dall’art. 11 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea, e che qualsiasi restrizione o ostruzione al giornalismo d’indagine può essere considerata come un grave attentato alla libertà di espressione. Secondo il commissario europeo, la libertà di stampa può essere sottoposta a restrizioni solo se sono “previste dalla legge” ed imposte ai fini del perseguimento di uno o più dei legittimi obiettivi contemplati dalla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali e se costituiscono “misure necessarie, in una società democratica” ai fini dei suddetti obiettivi.
La Corte europea dei diritti dell’uomo (CEDU), con la sentenza del 10 febbraio 2009, ha sancito che la libertà di stampa prevale sulla privacy (la cui tutela è spesso invocata in Italia a giustificazione di una normativa liberticida), così da tutelare il diritto dei cittadini di ricevere informazioni su ciò che accade nei palazzi del potere. Con la sentenza del 7 giugno 2007, il Tribunale di Strasburgo ha stabilito che il diritto della stampa di informare su indagini in corso e il diritto del pubblico di ricevere notizie su inchieste scottanti prevalgono sulle esigenze di segretezza.

Secondo la Corte Europea, le limitazioni al diritto di cronaca sono possibili solo a condizione che tutelino un bene di rango costituzionale pari, ma non si palesa nel disegno di legge un reale intento di protezione della privacy, e nemmeno un intento di proteggere la formazione del corretto convincimento da parte del magistrato, in quanto il divieto di pubblicazione viene meno proprio all’apertura del dibattimento, cioè quando il rischio del condizionamento del giudicante potrebbe realmente sorgere.
Dalla Corte dei diritti dell’uomo, quindi, un monito di “peso” al Parlamento italiano: il diritto dei cittadini di conoscere i fatti vince sempre sulla segretezza delle carte processuali. In un sistema democratico l’importanza di una notizia rende lecita la sua pubblicazione anche se si tratta di notizia soggetta a segreto (ma la riforma in oggetto stabilisce che non sono pubblicabili nemmeno gli atti non più coperti da segreto), in quanto l’obbligo di informare i cittadini prevale, e in particolare prevale sul diritto alla privacy dei soggetti pubblici come possono essere i politici.
La Corte ha sostenuto che il diritto di sapere e di essere informati è un corollario necessario dell’esercizio del controllo democratico, in quanto in democrazia i controlli istituzionali (e questo lo vediamo nelle inchieste giudiziarie che giungono sui giornali) non sono sufficienti, occorre il controllo diffuso di tutti i cittadini, cioè la trasparenza.

E non possiamo dimenticare la Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo che recita:

Ogni individuo ha il diritto alla libertà di opinione e di espressione, incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere” (art. 19).

Ancora, possiamo ricordare il relatore speciale dell’ONU sulla libertà di opinione e di espressione, Frank La Rue, che il 13 luglio 2010 chiese al governo italiano di abbandonare questo disegno di legge. Oppure Dunja Mijatovic, rappresentante per la libertà dei media dell’OSCE, che il 15 giugno del 2010 ha invitato l’Italia a rinunciare all’approvazione di questa proposta di legge che “potrebbe seriamente ostacolare il giornalismo investigativo in Italia”, e che “segna una tendenza alla criminalizzazione del lavoro giornalistico”.

Il ddl intercettazioni si muove, quindi, lungo tre direttrici: limitazioni alla utilizzabilità dello strumento delle intercettazioni da parte dei magistrati; divieto di pubblicazione di atti di indagine per i giornalisti, anche se si tratta di atti non più coperti da segreto; estensione di parte della normativa sulla stampa all’intera rete internet.
Il risultato di questa legge, non per nulla denominata “legge bavaglio”, sarà quello di posticipare nel tempo, anche di anni, le notizie delle indagini giudiziarie comprese quelle che interessano i politici e gli amministratori della cosa pubblica, impedendo quindi un controllo da parte del cittadino sui propri rappresentanti.
Tutto ciò che si otterrà sarà un mercato di sottobanco delle notizie giudiziarie (che sono, non dimentichiamolo, non più segrete), con l’unico risultato di ottenere una informazione giudiziaria scarsamente attendibile e un florilegio di voci di corridoio idonee ad alimentare un mercato nero di notizie non sempre attendibili, e di fenomeni di dossieraggio senza alcun controllo.
Si tratta, in effetti, del sovvertimento dell’art. 21 della Costituzione italiana, imponendo alla stampa il ruolo di servitore dei governanti.

Autore
Avvocato e blogger. Mi interesso di diritto applicato ad internet e alle nuove tecnologie di comunicazione. @brunosaetta



La vera ragione di vita di Walter Veltroni

Cosa anima la vita dell’ex segretario del PD? E cosa lo porta a scrivere così tanti libri?


Tra gli estensori di frasi d’amore dei cioccolatini gira una massima. “Se è vero amore lo vedi dai Veltroni”. Sopravvivenza di coppia all’uscita di due libri di Walter Veltroni = La relazione comincia a farsi seria. Sopra le dieci lettere a Corriere/Repubblica entra in ballo la convivenza, alcune feste coi parenti, l’usufrutto occasionale del medesimo spazzolino.

La scansione temporale della vita delle relazioni di coppia tramite l’uscita di libri – inframezzata da fiduciose e mai arrendevoli missive ai giornali utilizzabili come valore decimale – è la vera ragione di vita di Walter Veltroni. Cosa lo spinge a esternare. Ciò che lo tiene lontano dal sogno africano. E le coppie d’Italia lo ringraziano, sostituendo il sacro tomo al lucchetto di Moccia e rinnovando i loro voti con vaghe promesse.

(CIAO A TUTTI è una specie di rubrica satirica sensoriale).




Mangiare insetti, amare il governone, vivere felici

Cibarsi di vermi sarebbe più conveniente che mantenere le nostre abitudini alimentari. Perché non fare a meno anche dell’esercizio elettorale?


Ho letto sull’Economist che il mondo sarebbe un posto migliore se tutti mangiassimo insetti. Avremmo meno mammiferi da allevare, con evidenti risparmi in termini di denaro e inquinamento, e faremmo un grosso favore alla natura e al nostro fabbisogno proteico giornaliero. Si tratta di abitudini alimentari che per questioni culturali non prendiamo minimamente in considerazione, ma che sono tranquillissimo retaggio di due miliardi di persone nel mondo. In altre parole, il passaggio verso una dieta in contrasto con la nostra idea di ‘cibo’ e di ‘buono’ ci costa tonnellate gratuite di CO2 e una vita migliore.

In Italia le elezioni sono un enorme dispendio di risorse, e sulla base del mero rapporto costi/benefici – a risultati ottenuti, ossia un esecutivo studiato e ottimizzato sui desideri di pochi e non degli elettori – non si potrebbero mai definire “convenienti”: faticose tornate elettorali che portano a governoni-mostro malgrado il mandato popolare, oboli di primarie mal investiti per partiti che prendono strade tutte loro, solitarie, anarchiche. Il voto è un lusso antieconomico, un riflesso culturale incondizionato. Come il rifiuto per la zuppa di vermi, anche se ci si potrebbe abituare – tanti già lo fanno, e affondano il cucchiaio nella grigia minestra dell’astensione (eccola). Però non votare più no, non toglieteci il gusto. Mica mangiamo per sfamarci.

(Notare lo sforzo profuso nel non aver citato l’ambigua parola “Grillo”. Sarebbero state risatone).

(CIAO A TUTTI è una specie di rubrica satirica che sta per usare una parola a sproposito. Eccola: “drenaggio”).




E tu a cosa pensi quando vedi Roberto Speranza?

Il bersaniano Speranza è uno dei volti più espressivi dell’intero emiciclo. Ma che sensazioni provoca? Quali sentimenti provare?


Bersaniano, giovanissimo, in carriera: Roberto Speranza è uno dei volti più espressivi dell’intero emiciclo. Ma che sensazioni provoca il capogruppo PD alla Camera? Quali sentimenti provare? Ho cercato alcune foto su Google, e associato a ognuna di queste una parola (fallo anche tu, è salutare).

E tu? A cosa pensi quando vedi Roberto Speranza in tv?

(CIAO A TUTTI è una specie di rubrica satirica giuridicamente non assimilabile a un dispositivo di legge – Ho scritto parole a caso).

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