Cosa puoi fare di concreto per aiutare i migranti

Informati bene, fai una donazione, diventa un volontario. Ecco alcune delle cose che puoi fare e degli indirizzi a cui rivolgerti per dare una mano.


Hungary Migrants

Continua la pressione migratoria sulle coste italiane. Una traversata del Mediterraneo per raggiungere l’Europa che da gennaio a oggi ha causato oltre 2000 morti. Ma anche chi è riuscito ad arrivare ha bisogno di aiuto.

Per i cittadini che volessero impegnarsi in prima persona nei confronti dei migranti, con aiuti di tipo economico o/e pratico, ecco una lista di azioni da seguire e enti, organizzazioni e associazioni da contattare.

Informati correttamente e non condividere bufale

Informarsi in maniera approfondita e corretta riguardo il fenomeno migratorio è la prima cosa da fare. Ad esempio, si può partire da una lettura dei numeri degli arrivi via mare che, come chiarisce Mario Morcone, capo del dipartimento libertà civili e immigrazione del Ministero dell’Interno, intervistato da Redattore Sociale:

Sono esattamente gli stessi dell’anno scorso. Ci saranno mille, duemila persone in più, quindi probabilmente arriveremo a fine anno con un bilancio di circa 180mila, 170mila persone sbarcate, in linea con lo scorso anno e con la pianificazione che come ministero avevamo già fatto.

via UNHCR. Clicca sull'immagine per ingrandire.

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Valigia Blu, con il progetto “Essere migranti: le guerre, la disinformazione, il sogno europeo“, ha voluto raccontare il viaggio di queste persone che per conflitti, persecuzioni e miseria decidono di fuggire dal loro Paese: dalla partenza, con la descrizione delle varie rotte, i costi dei viaggi, all’arrivo in Italia, tra bufale, odio e accoglienza, fino al loro sogno di una vita migliore in Europa, per la maggior parte nei Paesi del Nord del “vecchio continente”.

Fai una donazione

Varie sono le organizzazioni internazionali (e non) impegnate nell’aiuto e nella gestione dei migranti a cui si possono fare donazioni:

Come Valigia Blu abbiamo deciso di fare una donazione a Emergency per un ambulatorio per i migranti in Sicilia.

Fai volontariato, porta cibo, vestiti e oggetti utili

Con il lavoro “Migranti, storie di solidarietà e accoglienza” abbiamo raccolto gesti e progetti di aiuto da tutta Italia, creando una mappa.

Clicca sull'immagine per aprire la mappa.

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Sono emersi, così, gruppi, associazioni e fondazioni che nel quotidiano lavorano per fornire un servizio di solidarietà a emarginati, bisognosi e persone in difficoltà, come i richiedenti asilo presenti nelle varie città italiane. Per chi abita a Roma, ad esempio, oltre i centri di accoglienza e le associazioni ed enti di tutela (qui la lista e gli indirizzi), si può chiamare:

  • Amici del Baobab, centro interculturale per attività di prima accoglienza, formato da cittadini, che si occupa dei diritti dei migranti. Qui le FAQ per sapere di cosa hanno bisogno giornalmente.

A Milano, invece, si possono contattare, oltre alle diverse strutture di accoglienza, anche:

  • Fondazione Progetto Arca Onlus, organizzazione non lucreativa, che dà il proprio aiuto a famiglie con minori senza casa, a rifugiati e richiedenti asilo ed altri soggetti emarginati.
  • Naga, associazione di volontariato, garantiscono assistenza sanitaria, legale e sociale gratuita a cittadini stranieri irregolari e non, a rom, sinti, richiedenti asilo, rifugiati e vittime della tortura

Per chi abita a Parma, possiamo segnalare

  • il CIAC – Centro Immigrazione Asilo e Cooperazione onlus –, che presta “supporto agli immigrati e alle associazioni di solidarietà, con una rete di sportelli su tutto il territorio provinciale”.

Questa rete di associazioni, enti e onlus che fornisce aiuto è molto estesa. Proprio la sua complessità rende difficoltoso fornire una mappatura aggiornata e corretta. Per questo, per ricevere indicazioni precise e capire come muoversi nel campo dell’immigrazione e delle politiche sociali si può chiedere al proprio Comune quali sono gli uffici predisposti (qui una lista di progetti e servizi nei maggiori comuni italiani).

Per aiutare la gestione dell’accoglienza sono state rese disponibili anche strutture religiose. “Altro da dire“, progetto sostenuto dalla fondazione comunicazione e cultura della CEI, sta facendo un lavoro di mappatura dei monasteri aperti ai migranti in Italia (qui potete trovare la cartina aggiornata).

Marcia delle donne e degli uomini scalzi

Segnaliamo la “Marcia delle donne e degli uomini scalzi“, contro una politica dei muri e della paura, a cui parteciperanno cittadini, enti e associazioni. La camminata, organizzata a Venezia per sabato 11 settembre (qui l’evento Facebook), sarà ripetuta lo stesso giorno in altre città, dal nord al sud della penisola (qui le adesioni raccolta finora).

Se avete ulteriori segnalazioni scrivete a info@valigiablu.it o suggeriteci sulle nostre pagine Facebook e Twitter.




Alle decisioni dell’Europa partecipano le aziende, ma non i cittadini

La trasparenza nel processo di creazione delle leggi secondo la Commissione Europea: è più importante tutelare gli interessi delle aziende che far partecipare i cittadini.


Relazioni internazionali

Il 13 marzo del 2015 il Corporate Europe Observatory (CEO), un’organizzazione no-profit che documenta l’effetto delle lobby aziendali sui processi decisionali dell’Unione europea, invia una richiesta FOI (freedom of information request) alla Direzione DG Trade (Direzione Generale per il Commercio) della Commissione Europea. In particolare chiede:

  • la lista degli incontri ufficiali tra i rappresentanti dell’industria del tabacco (compreso lobby e avvocati) a partire dal gennaio 2014;
  • la durata di questi incontri;
  • la corrispondenza (compreso le mail) tra la Direzione e i rappresentanti suddetti.

La richiesta è inviata in base al Regolamento 1049/2001 che prevede l’accesso ai documenti ufficiali dell’Unione Europea. Secondo la normativa sulla trasparenza l’accesso ai documenti dovrebbe avvenire nei 15 giorni successivi alla richiesta, ma alla scadenza la Direzione si riserva ulteriori 15 giorni, anche per colpa della vacanze (“partly due to the holiday period”).

Una settimana dopo (8 maggio 2015) la nuova scadenza, il CEO riscrive alla Direzione chiedendo per quale motivo la documentazione non gli è ancora pervenuta. La Direzione porge la sue scuse per il ritardo precisando che la documentazione è pronta, ma purtroppo a causa del weekend potrà essere posta alla firma solo il lunedì successivo.

Il 28 maggio il CEO torna a chiedere notizie della documentazione che avrebbe dovuto essere ormai pronta. La Direzione, costernata, precisa che, però, è venuta in possesso di nuova documentazione pertinente alla richiesta e quindi occorre altro tempo per ottemperare. Sfortunatamente questo impedisce di poter precisare una data dell’invio.

Il 3 giugno il CEO riscrive alla Direzione manifestando il timore che le incombenti ferie possano ritardare notevolmente l’ottemperamento alla richiesta. Ma la Direzione rassicura l’interlocutore precisando che i nuovi documenti sono solo pochi, e quindi entro la fine della settimana l’invio sarà effettuato sicuramente.
Infatti, il 12 giugno, appena (!) tre mesi dopo la richiesta FOI, la DG Trade invia finalmente una mail con allegati. La Direzione però comunica che dei 6 documenti pertinenti alla FOI request solo 2 possono essere rilasciati, e di questi due alcune parti devono essere oscurate in base all’articolo 4 del Regolamento 1049/2011.

Art. 4
The institutions shall refuse access to a document where disclosure would undermine the protection of:
(a) the public interest as regards:
— public security,
— defence and military matters,
international relations

Nella lettera si richiama una sentenza della Corte di Giustizia europea, la quale stabilisce che è possibile rifiutare la divulgazione al pubblico di un documento se, nell’ambito delle negoziazioni con altre parti le cui posizioni rimangono segrete, la divulgazione di tali documenti può rivelare la posizione negoziale dell’Unione Europea e quindi avere un impatto negativo sui negoziati. DG Trade aggiunge, inoltre, che la divulgazione di parti dei documenti potrebbe incidere sulla privacy di alcune persone (ovviamente membri della Direzione e lobbisti).
Infine, i documenti rivelerebbero le strategie commerciali, le priorità e importanti dati economici, e in tal senso potrebbero minare la protezione degli interessi commerciali delle aziende, danneggiando anche le relazione tra dette aziende e i governi coinvolti.

Per quanto riguarda gli altri 4 documenti, questi non possono essere rilasciati in base sempre all’art. 4 del regolamento 1049, poiché potrebbero incidere sugli interessi commerciali dei soggetti coinvolti:

Art. 4 – The institutions shall refuse access to a document where disclosure would undermine the protection of:
commercial interests of a natural or legal person, including intellectual property

Estratto della mail del DG Trade (12 giugno 2015)

Estratto della mail del DG Trade (12 giugno 2015)

Gli allegati sono, quindi, solo due mail (mail 1; mail 2) col testo parzialmente oscurato, riguardanti entrambe la Japan Tobacco International. I documenti riguardanti la British Tobacco e la Philip Morris non vengono, invece, rilasciati.

Corporate Europe Observatory non ci sta e invia un reclamo alla Direzione chiedendo di rivedere la propria posizione, motivando in base al conflitto di interessi tra l’industria del tabacco e la politica della sanità pubblica, come riconosciuto dal Framework Convention on Tobacco Control (FCTC) dell’Organizzazione mondiale della sanità (OMS o WHO, World Health Organisation), firmato anche dall’Unione Europea.
L’FTCT obbliga i governi a limitare le interazione con l’industria del tabacco assicurando nel contempo la massima trasparenza al pubblico.

Il rifiuto di rivelare documenti riguardanti le tattiche di approccio alle negoziazioni appare assurdo in considerazione del fatto che tali informazioni sono condivise con l’industria del tabacco, e tale circostanza risulta, quindi, una promozione degli interessi di tali compagnie nei negoziati in corso. Il disvelamento della documentazione richiesta, continua la mail del Corporate Europe Observatory, è, invece, essenziale per consentire all’opinione pubblica di valutare la natura della relazioni tra la DG Trade e l’industria del tabacco.
Anche la giustificazione della protezione della privacy degli individui appare illogica nel momento in cui sia i membri della Direzione che i lobbisti partecipanti agli incontri agiscono nel loro specifico ruolo e non certo come cittadini privati per i quali occorre una protezione della sfera individuale. L’opinione pubblica ha il diritto di sapere chi fa il lobbista e quali interessi difende.

Il 25 agosto la DG Trade risponde. Nella lettera la Direzione sostanzialmente conferma quanto precedentemente detto e rigetta le argomentazione del CEO. In particolare sostiene che, pur riconoscendo l’importanza della trasparenza nei confronti dei cittadini, l’interesse pubblico non pesa di più rispetto all’interesse alla protezione delle relazioni internazionali della Commissione e agli interessi commerciali delle aziende.

Estratto mail DG Trade del 25 agosto 2015

Estratto mail DG Trade del 25 agosto 2015

I quattro allegati (cioè i documenti mancanti al primo invio) sono oscurati al 95%. Nella sintesi dell’incontro con la Philip Morris anche la data dell’incontro è stata cancellata.

Gli allegati si presentano così

Gli allegati si presentano così

Nel pubblicare la notizia sul suo sito, Corporate Europe Observatory si dice profondamente preoccupata per la segretezza delle relazione tra la Commissione e l’industria del tabacco, e in generale sulle negoziazioni per i trattati commerciali.

 

Mai scoprire le proprie carte

Nella sua mail la Direzione cita una sentenza della Corte di Giustizia europea (caso C-350/12 del 3 luglio 2014). Avvalendosi del Regolamento 1049/2001, nel 2009 il parlamentare europeo Sophie in’t Veld chiede alla Commissione Europea, impegnata in negoziati internazionali con gli Usa, l’accesso ad alcuni documenti. Tale richiesta viene ripetuta per altri documenti relativi ai negoziati di Seul. La DG Trade rifiuta l’accesso integrale in base all’art. 4 del Regolamento, concernente la tutela dell’interesse pubblico nelle relazioni internazionali, inviando alcuni documenti solo parzialmente leggibili.

Sophie in’t Veld ricorre alla Corte dell’Unione Europea, nella composizione del Tribunale. Nel giudizio la Commissione europea sostiene che la divulgazione delle posizioni negoziali dell’Unione determina un pregiudizio alla tutela dell’interesse pubblico. Secondo la Commissione i negoziati internazionali sono basati sulla reciproca fiducia tra le parti, e i negoziati stessi sono retti da un accordo di riservatezza fino alla chiusura del negoziato. Ma, precisa la Commissione, non è l’accordo di riservatezza a determinate il rifiuto del disvelamento dei documenti, quanto la valutazione del pregiudizio che la pubblicazione degli atti potrebbe portare ai negoziati e in generale ai rapporti internazionali. La cooperazione internazionale pretende un reciproco rapporto di fiducia, in special modo quando si discute di interessi commerciali. Se le parti hanno motivo di credere che le posizioni espresse durante i negoziati possono essere rese pubbliche, ciò impedisce i negoziati stessi facendo venire meno il clima di reciproca fiducia.

La ricorrente Sophie in’t Veld, invece, sostiene che la divulgazione ai cittadini delle posizioni negoziali dell’Unione non presenta alcun rischio per l’Unione trattandosi di documenti che sono già stati trasmessi alle altre parti negoziali. Aggiunge che la conoscenza delle posizioni dell’Unione è rilevante per i cittadini europei, i quali hanno il diritto di sapere i dettagli della discussione in corso. Insomma, i cittadini, quali futuri soggetti alle leggi che sorgeranno da quei negoziati, hanno tutto il diritto di controllare come procedono i negoziati, eventualmente partecipando al dibattito.

Il Tribunale europeo deposita la sua decisione nel marzo del 2013 (T-301/10) accogliendo alcune delle argomentazioni del parlamentare europeo e ampliando, anche se di poco, le parti visibili dei documenti. Nella sentenza il Tribunale richiama la posizione della Commissione, confermando che i negoziati segreti non pregiudicano in alcun modo il dibattito pubblico e quindi il controllo dei cittadini, in quanto tale controllo si può sviluppare una volta che l’accordo internazionale è già firmato, nel corso della procedura di ratifica. La segretezza, invece, è necessaria per proteggere la fiducia reciproca su cui si basano le relazioni internazionali.

Il Consiglio d’Europa impugna la decisione del tribunale, in relazione al parziale disvelamento della documentazione. La Corte europea però respinge l’impugnazione. La novità della sentenza sta nel sostenere che la Commissione deve spiegare esattamente come la divulgazione può concretamente danneggiare l’interesse pubblico.
Ma nella pratica la questione non cambia, l’accesso ai documenti è estremamente limitato. E in base alla motivazione di tale sentenza la DG Trade rifiuta l’accesso ad oltre il 95% della documentazione pertinente la richiesta FOI del Corporate Europe Observatory.

 

Al cittadino non far sapere…

Le decisioni citate riguardano accordi commerciali, e di conseguenze si applicano anche ai successivi accordi, come il TTIP, anche se il TTIP è qualcosa di più ampio, un accordo politico sulla cooperazione regolamentare. In ogni caso è soggetto alle medesime limitazioni riguardanti i negoziati europei e la trasparenza.

La posizione della Commissione europea in merito rimane la stessa, oggi come allora. Non si può permettere che l’avversario veda la tue carte, per questo rifiuta l’accesso a gran parte della documentazione inerente gli accordi negoziali, gli incontri e le valutazioni della Commissione stessa. In realtà l’argomentazione è fuorviante se consideriamo che gran parte dei documenti per i quali si chiede l’accesso è già stato portato a conoscenza delle altre parti (compreso le lobby dell’industria), e che comunque oggi è facile che le altre parti negoziali siano già a conoscenza delle posizioni altrui, grazie ai servizi di sicurezza (vedi NSA). Allora, che senso ha il rifiuto di pubblicazione di documenti se non solo quello di tenere al buio chi non ha partecipato agli incontri? E chi è che non ha partecipato agli incontri? I cittadini.

Altro argomento della Commissione è che è incaricata dai trattati dell’Unione a negoziare per conto dell’Unione stessa. Quindi, sostiene, ha il diritto di farlo come crede. Poi eventualmente il Parlamento ed il Consiglio avranno la possibilità di respingere gli accordi negoziati (come accaduto per ACTA).
È un argomento che non regge perché il Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea (TFUE, art. 218.10) prevede che il Parlamento europeo sia immediatamente e pienamente informato di tutte le fasi della procedura. Abbiamo visto sopra in che modo la Commissione rispetta tale norma, anche se bisogna dire che in occasione del trattato TTIP la Commissione ha iniziato a condividere vari documenti, ma non tutti (sul TISA non è stato pubblicato nulla).
Per il TTIP, inoltre, sono state realizzate “camere di lettura” dove membri del Parlamento e del Consiglio possono accedere ai documenti in negoziazione, con il divieto di condividere le informazioni con persone esterne (non sono ammessi dispositivi elettronici nelle camere).

Il problema fondamentale è che tali restrizioni sono richieste generalmente dagli Usa. Ma la Commissione avrebbe potuto (dovuto?) bloccare i negoziati fino alla verifica di conformità di tali obblighi con il Trattato di Funzionamento dell’Unione europea.

 

Legiferare in segreto

La verità è che anche col TTIP si sta riproponendo il medesimo comportamento della Commissione che abbiamo osservato nelle negoziazioni dei precedenti trattati: muoversi nella più assoluta segretezza. Alcune aperture sulla trasparenza appaiono più che altro fumo negli occhi, operazioni cosmetiche per far digerire il trattato all’opinione pubblica.

Esempio eclatante è la consultazione sulle clausole ISDS (qui per capire di cosa si tratta), che si è conclusa con una massiccia partecipazione dell’opinione pubblica e suoi rappresentanti, che hanno sostanzialmente bocciato le suddette clausole, per il timore che un arbitrato possa stravolgere decisioni politiche democraticamente prese da un governo. E rispondere che tramite i tribunali arbitrali non è possibile ribaltare le decisioni democratiche non rassicura affatto se si considera che una multinazionale potrebbe comunque ottenere risarcimenti miliardari (fino al 2% del PIL) da un governo, al punto da costringere quel governo a preferire la rinuncia ad una certa politica.
Ebbene, gli oltre 150mila contributi alla consultazione non sono stati nemmeno considerati dalla Commissione, che ha ribaltato il tutto sostenendo che la consultazione non è mai stata sull’opportunità di introdurre le clausole ISDS, bensì sulla modalità di introduzione di dette clausole. Insomma, non “si o no all’ISDS?”, ma “come sarà l’ISDS che verrà?”.

Poiché il commercio, specialmente tra Usa e UE, è già “libero”, il TTIP non è e non può essere un trattato sul “libero commercio”, quanto piuttosto un campo di gioco per le grandi società dove potranno sbizzarrirsi a creare nuove regole da calare dall’alto sui cittadini. Nel TTIP si discute dell’organizzazione del lavoro, dell’industria del copyright e farmaceutica, del processo democratico stesso.

La Corte Europea non ha tenuto conto, nella sua decisione a giustificazione del rifiuto di ostensione della Commissione, che le aziende, le compagnie, l’industria, le multinazionali hanno accesso ai testi negoziali, partecipano agli incontri, e spesso riescono a condizionare gli stessi negoziati. L’assenza di un controllo democratico dei cittadini sul processo di conduzione dei negoziati, in tutto è per tutto parte del processo di creazione delle leggi europee, è un vulnus enorme.

Come è possibile sostenere che le decisioni dell’Unione sono prese nell’interesse di cittadini se questi sono tenuti all’oscuro di tutto il processo decisionale fino alla firma finale, quando il trattato viene presentato per la ratifica (senza possibilità di modifiche) al Parlamento?

E, sopratutto, come si raccorda tutto ciò con l’articolo 1 del trattato sull’Unione europea il quale prevede espressamente il diritto di tutti i cittadini a prendere parte in modo attivo e consapevole ai processi decisionali?

“Il presente trattato segna una nuova tappa nel processo di creazione di un’unione sempre più stretta tra i popoli dell’Europa, in cui le decisioni siano prese nel modo più trasparente possibile e il più vicino possibile ai cittadini”.

Autore
Avvocato e blogger. Mi interesso di diritto applicato ad internet e alle nuove tecnologie di comunicazione. @brunosaetta



L’etica della condivisione nell’era dei social

Il rischio di banalizzare l’orrore con la tendenza alla pubblicazione dei contenuti ‘forti’ esiste. E dovremmo quanto meno esserne consapevoli. Nel caso della tragedia al largo della Turchia ci sono differenze tra la condivisione sui social e la pubblicazione o meno delle immagini da parte dei media.



“Hanno pianto un po’, poi si sono abituati. A tutto si abitua quel vigliacco che è l’uomo.” (Fëdor Dostoevskij)

Aylan Kurdi aveva tre anni. Il suo corpo senza vita è stato recuperato ieri su una spiaggia di Bodrum, in Turchia. Insieme ad Aylan si pensa siano morte altre 12 persone. Fuggivano dalla Siria. Volevano raggiungere la Grecia, l’isola di Kos, dove da settimane arrivano migliaia di disperati in fuga dalla guerra. Aylan aveva un fratello, Galip, di 5 anni. È morto anche lui. Il suo corpo è stato ritrovato da un’altra parte sulla stessa spiaggia. Questi sono Aylan e Galip. Ed è l’unica foto che pubblicherò dei due piccoli fratelli.

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La foto di Aylan si è diffusa rapidamente sui social poco dopo la pubblicazione su Twitter da parte di Peter Bouckaert, Emergency Director di Human Rights Watch.

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Pubblicare o no le foto di Aylan senza più vita lungo la spiaggia? Condividere o no sulle nostre bacheche? Ieri la discussione si è scatenata a livello globale. Su Twitter, su Facebook…

Provo ad affrontare la questione da due punti differenti: i nostri singoli spazi social e la scelta (etico-giornalistico) dei media.

Nell’era social ognuno di noi è media, e ognuno di noi si prende la responsabilità dei contenuti che pubblica. Per la maggior parte chi ha condiviso, almeno dal mio punto di osservazione, ha scelto di farlo perché “il mondo deve sapere”, senza che alcuna informazione approfondita o meno accompagnasse quelle immagini. Chi è quel bimbo, da cosa sta fuggendo, cosa sta succedendo in Siria? Perché decido di “imporre” quell’immagine ai miei contatti? Non so onestamente, quanti di quelli che hanno pubblicato o condiviso conoscano le risposte, si siano posti dubbi prima di usare il tasto “pubblica” o “condividi”.

Sui miei spazi ho deciso di non condividere. Avrei voluto scegliere se vedere o meno. Non mi è stato possibile. Alcuni dei miei contatti hanno deciso che era loro missione “risvegliare” la mia coscienza. Quei contatti li ho oscurati, da oggi non vedrò più i loro contenuti su Facebook o su Twitter (aggiornamento: mi spiego meglio perché qualcuno ha chiesto spiegazioni in merito parlando di ban e blocco. No, non è come bannare: tecnicamente ho chiesto a Facebook di vedere meno post / notizie di queste persone scorrere sulla mia home page di Facebook. Rimaniamo amici, ma non vederò con la stessa frequenza di prima i loro post sulla mia home. In tutto ho calcolato di aver “oscurato”4, 5 persone. Per fortuna precedentemente avevo fatto richiesta di non vedere immagini simili e l’algoritmo ha “rispettato” questa richiesta). Scelte che condivido con alcuni “amici”, come Giovanni Scrofani, che ha tra l’altro scritto un post sulla tendenza alla pubblicazione di contenuti “forti” sui social.

Rigrazio tutti i fenomeni da baraccone, che in queste ore hanno cercato di sensibilizzarmi utilizzando la foto del…

Posted by Giovanni Scrofani on Mercoledì 2 settembre 2015

I motivi  per cui scelgo di non condividere sono diversi, e sono gli stessi che Carlo Gubitosa ha pubblicato sulla sua bacheca Facebook giorni fa, quando già circolavano alcune foto di bambini senza vita:

Credo che sia una forma di rispetto delle vittime.

Non credo sia opportuno strumentalizzare quelle immagini anche se le userei come strumento contro il razzismo, la xenofobia e la chiusura mentale che spinge alla chiusura delle frontiere.

Credo che la vita degli adulti valga quanto quella dei bambini.

Come esseri umani abbiamo l’istinto animale che ci spinge a proteggere i cuccioli, e di conseguenza questo istinto ci rende più sensibili alla morte dei bambini che a quella degli adulti, ma abbiamo anche strumenti più evoluti come la ragione e la cultura, e non credo che il modo migliore per far prevalere l’umanità sia quello di fare appello ai nostri istinti animali.

Sono immagini disturbanti per chi è già sensibile e al tempo stesso sono inutili per a far riflettere chi è insensibile alle stragi del mediterraneo, e di immagini simili ne ha già viste a bizzeffe senza cambiare di una virgola il suo orientamento a favore dei respingimenti e della criminalizzazione della naturale tendenza umana a cambiare luogo di vita per migliorare le proprie condizioni.

Poi ognuno potrà trovare ragioni altrettanto valide per farle circolare, non pretendo di avere verità assolute in tasca. Ma la notizia per me è che nel Mediterraneo sono morte più di trentamila persone per cercare una vita migliore. Di loro possiamo dire tante cose, ma l’unica cosa certa è che cercavano una vita migliore.

Discutendo nel gruppo Valigia Blu sono emerse poi ulteriori considerazioni e perplessità. La condivisione “virale” corre il rischio di svuotare, di avere un effetto “anestetizzante”, di scioccare senza informare, di alimentare una forma di slacktivism (una sorta di attivismo “da poltrona”, che non richiede grandi sforzi o impegni e coinvolgimento), in un meccanismo perverso, straniante, alienante: ho postato la foto, la mia coscienza è a posto, ho incassato la mia dose di like, e adesso andiamo avanti con le foto delle vacanze o i commenti sulla partita… In questo contesto, è bene esserne consapevoli, si decide di intestarsi il risveglio delle coscienze (ripeto è la motivazione che va per la maggiore tra chi sceglie di condividere).

Riporto qui una sintesi-raccolta dei commenti della discussione privata

Davvero crediamo che mostrarla abbia un effetto positivo in termini di sensibilizzazione delle persone? O è solo un altro modo per sputare in faccia al potere la nostra ira (non importa come)? Il fatto è che poi quando parli con altre persone, che mai hanno parlato di questi argomenti, ti accorgi che forse una foto come quella è l’unico modo di far sì che la guerra in Siria diventi “topic”. Ma è giusto fare propaganda “umanitaria” a questo prezzo? E, soprattutto, ha davvero effetti positivi? Aumenteranno le donazioni a UNHCR? Boh. Una cosa è certa: se uno ha davvero bisogno di una gallery di morti per prendere coscienza della sofferenza umana che ci circonda allora è proprio messo male.

Comunque penso che possa essere rischioso, nel lungo periodo, convincerci della necessità di usare la morte (quella VERA) graficamente con uno scopo preciso (sia esso sensibilizzare, informare, vendere, etc.). Penso all’assuefazione, penso ai centinaia di giornali di cronaca nera con foto di persona decapitate che esistono (e vendono!) in Messico… E penso che lì è normale, li trovi anche nella sala d’attesa del medico. È intrattenimento.

Non possiamo ignorare la banalità dell’orrore che sta nel tasto destro “salva immagine” e “condividi”. Dinamiche inevitabili, ma di cui almeno bisogna prendere consapevolezza. Un momento condividi il bambino morto, 5 minuti dopo l’Inter, 10 una battuta… 

Al Festival del Giornalismo quest’anno ho seguito un panel sul Messico, dove giornalisti e attivisti rischiano ogni giorno la vita (dall’inizio dell’anno a oggi otto giornalisti sono stati trucidati). A fine incontro ho posto una questione agli speaker: tv e giornali in Messico sono assuefatti alla violenza dal punto di vista delle immagini, ma si ha l’impressione che questo nasconda un deficit spaventoso di informazione e mi hanno dato ragione: in Messico il narcotraffico riempie i telegiornali… Manca solo l’informazione. È una forma di controllo? Secondo me sì. Una declinazione distopica del pane e circo.

Ricordiamoci anche che questa foto del bambino viene dopo l’infornata di foto di altri bambini che giravano sulle bacheche. L’orrore a ciclo continuo, può anche essere che sia diventato “di moda” schiaffare queste foto sulle proprie bacheche…

Fra 48 ore sarà tutto dimenticato e archiviato. E molti di quelli che hanno ‘sharato’ la foto al grido di “VERGOGNA” non avranno neanche fatto in tempo a scoprire cosa sta succedendo in Siria.

Chiudendo questa parte del mio post: quando condividiamo, quando scegliamo di condividere un contenuto che pone o dovrebbe porci davanti a una scelta “etica”, che sia almeno una scelta meditata, consapevole. Come dicevo all’inizio siamo in un’era in cui ognuno di noi è media e dovremmo quanto meno porci la questione. Avendo piena consapevolezza dell’architettura dei social dove “pubblichiamo” i nostri contenuti.

Every user of social media is a publisher and a distributor of news. In the end, we all decide what standards of conduct or morality we are going to uphold, and it’s not getting any easier. (Mathew Ingram)

Nel mio post precedente mi sono occupata della questione del video dei giornalisti uccisi da un ex collega in Virginia. Avevo accennato alla questione etica dell’autoplay sui social che ti obbligano a vedere anche non volendo. Da questo possiamo proteggerci disattivando l’autoplay. Con le foto l’unica possibilità è chiedere di non vedere più quelle immagini (ma solo dopo averle viste). Non c’è nessuna possibilità di scegliere. Non c’è nessun avviso, alert sulla durezza o meno delle immagini. Questo a differenza invece dei giornali, delle TV che possono avvertire le persone, dando così la possibilità (sarebbe un diritto) di scegliere se vedere o meno.

In quel post sostenevo che non pubblicare il video è un atto giornalistico. La riflessione rispetto alla pubblicazione o meno della foto di Aylan da parte dei media questa volta, per me, è del tutto differente. Pone quesiti, interrogativi diversi. Non è un video di un killer che pianifica “mediaticamente” il suo omicidio.

 

La scelta dei media come atto di accusa

‘If these images don’t change Europe, what will?’. Così titolano diverse testate. Ed è una domanda che un giornale deve porsi, perché quella foto è la “conseguenza” di scelte politiche. E pone questioni e responsabilità a chi ci governa. In questo c’entra la missione di un giornale, di un media. Che ha il dovere di porre la politica davanti alle sue inadempienze, al suo immobilismo, alle sue incapacità rispetto a uno dei più imponenti flussi migratori dei nostri tempi.

E quella foto ha giustamente osservato Raffaella Menichini di Repubblica.it – chiedendosi se fosse giusto o meno pubblicare e rendendo partecipi i suoi contatti del fatto che dentro la redazione di Repubblica si stesse discutendo in quel momento se e come pubblicare – ha una sua valenza iconica.

La decisione di pubblicare è del tutto legittima, a mio avviso. Considerando soprattutto il contesto: un clima preoccupante misto di razzismo e odio verso l’altro, una politica “europea” di gestione della crisi migratoria praticamente inesistente. Ma il punto centrale, come sempre, è come vengono usate quelle immagini e come ci si pone nei confronti dei “lettori”.

Le scelte sono state molto differenti fra di loro: c’è chi ha scelto di non pubblicare affatto le foto, chi le ha pubblicate contestualizzando le immagini in un testo di approfondimento, avvertendo a inizio articolo i lettori con note simili a queste di CBC (e dando la possibilità al lettore di scegliere se vedere o meno le foto. Personalmente è l’opzione che ho preferito da lettrice)

EDITOR’S NOTE (GRAPHIC WARNING): This story contains two graphic photographs of a young boy who died, images some viewers may find disturbing. They are embedded at the bottom of this story, after the last paragraph of text. CBC News has decided to include the photos to allow for the fullest understanding of the event, but we do want to give readers the option to not scroll down and click away if they don’t want to see them.

C’è chi ha pubblicato spiegando il motivo: sostanzialmente un atto di accusa alla politica inerme o in alcuni casi “ostile” di fronte al fenomeno migratorio. Una chiamata alla responsabilità della politica di fronte alla tragedia di migliaia e migliaia di persone che dall’Afghanistan, Siria, Africa fuggono da guerre e miserie, nella speranza di una nuova vita in Europa.

La foto, quella foto, come simbolo tangibile delle conseguenze di decisioni politiche.

C’è chi ha scelto di usare la foto con un gioco di parole, chi ha scelto di “marchiare” la foto con il proprio brand, chi ha scelto di realizzare fotogallery mettendo insieme le immagini di ieri e altre immagini di persone senza vita in una specie di collage della morte privo di qualsiasi contesto informativo… Scelte che non condivido, che ho trovato inopportune, ciniche e senza alcun valore “giornalistico”.

Sul dibattito e la discussione all’interno delle varie redazioni se pubblicare o meno ho trovato molto completo questo articolo del New York Times, dove vengono riportare le diverse scelte tra giornali di carta e online, tra media tradizionali e non (oltre al dibattito sui social). Tra tutte la posizione di Max Fisher, Foreign editor di Vox, è quella che più mi ha colpita:

Online news outlets weighed the same considerations as traditional newspapers. The image appeared on BuzzFeed News but was absent from Vox Media, which declined to publish it in part because of “a certain viral aspect the photo has taken on,” said Max Fisher, its editorial director. He worried that for some the image had become “less about compassion than about voyeurism.”

“I understand the argument for running the photo as a way to raise awareness and call attention to the severity of the refugee crisis, and I don’t begrudge outlets that did,” he said in an email message, “but I ultimately I decided against running it because the child in that photo can’t consent to becoming a symbol.”

Quello che mi auguro davvero a questo punto è una politica di gestione della crisi migratoria (che è ormai una crisi umanitaria) e di accoglienza degne di questo nome. Ieri su Valigia Blu abbiamo pubblicato l’appello all’empatia del sindaco di Barcellona.

Europa, europei, apriamo gli occhi. Non ci saranno sufficienti muri, né filo spinato che blocchino tutto questo. Né gas lacrimogeni, né proiettili di gomma. O affrontiamo questo dramma umano partendo dalla capacità di amare che ci rende umani, o finiremo tutti disumanizzati. E ci saranno altri morti, molti altri. Questa non è una battaglia per proteggerci ‘dagli altri’. In questo istante, questa è una guerra per la vita […] Ciò di cui ha bisogno l’Europa, urgentemente, è una ‘chiamata’ all’affetto, una chiamata all’empatia. Potrebbero essere i nostri figli, le nostre sorelle o le nostre madri. Potremmo essere noi, come tanti dei nostri nonni che furono esiliati.




Barcellona, appello all’empatia: dobbiamo creare una rete di ‘città-rifugio’ per i migranti

Il sindaco, Ada Colau, dal suo profilo Facebook apre un dibattito che si è velocemente esteso a tutto il paese. “O affrontiamo questo dramma umano partendo dalla capacità di amare, o finiremo tutti disumanizzati”.


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Ada Colau (Barcelona en Comú), sindaco di Barcellona

Creare una rete di “città-rifugio” disposte ad accogliere i migranti che fuggono dalla Siria. È la proposta del sindaco di Barcellona, Ada Colau, che dal suo profilo Facebook ha lanciato un appello all’empatia, aprendo un dibattito che si è velocemente esteso a tutto il paese.

Europa, europei, apriamo gli occhi. Non ci saranno sufficienti muri, né filo spinato che blocchino tutto questo. Né gas lacrimogeni, né proiettili di gomma. O affrontiamo questo dramma umano partendo dalla capacità di amare che ci rende umani, o finiremo tutti disumanizzati. E ci saranno altri morti, molti altri. Questa non è una battaglia per proteggerci ‘dagli altri’. In questo istante, questa è una guerra per la vita […] Ciò di cui ha bisogno l’Europa, urgentemente, è una ‘chiamata’ all’affetto, una chiamata all’empatia. Potrebbero essere i nostri figli, le nostre sorelle o le nostre madri. Potremmo essere noi, come tanti dei nostri nonni che furono esiliati.

Antes de ayer 50 personas murieron asfixiadas en la bodega de un barco. Ayer más de 70 muertos en el interior de un cami…

Posted by Ada Colau Ballano on Venerdì 28 agosto 2015

Colau non risparmia le critiche, seppure indirette, al Partito Popolare catalano, che negli ultimi mesi ha messo in atto una vera e propria campagna d’odio verso i migranti.

Alcuni promuovono irresponsabilmente la paura ‘degli altri’, ‘gli illegali’, ‘quelli che vengono senza permesso’, ‘a usare la nostra Sanità’, ‘a prendersi i nostri aiuti’, ‘a occupare le nostre scuole’, ‘a chiedere’, ‘a mendicare’, ‘a delinquere’… Però la paura è solamente questo: paura. La nostra paura di vivere un poco peggio, contro la loro paura di non sopravvivere. La nostra paura di dover condividere una piccola parte del benessere, contro la loro paura della fame e della morte, così profonda che gli ha dato il coraggio di rischiare tutto, per venire senza nessun bagaglio se non la propria paura.

migranti-rifugiati

L’unico partito che ha reagito con ostilità alla proposta del sindaco è proprio il Partito Popolare, che la considera “irresponsabile”, mentre le altre formazioni politiche locali hanno dato il proprio sostegno al progetto, ricordando però che per realizzarlo sarà necessaria la collaborazione del Governo e dell’Unione Europea. Una condizione di cui la stessa Ada Colau è consapevole, e infatti concludeva il suo messaggio con queste parole:

Anche se si tratta di un tema di competenza statale ed europea, Barcellona farà tutto quello che potrà per partecipare a una rete di città-rifugio. Vogliamo città impegnate nei diritti umani, città delle quali sentirci orgogliosi.

Il desiderio che Barcellona recuperi centralità attraverso la cooperazione internazionale e l’accoglienza ai rifugiati, affonda radici nei primi anni ’90, quando la città delle Olimpiadi tendeva la mano a una Bosnia dissanguata dal più feroce genocidio registratosi dopo l’Olocausto. Questa storia di solidarietà è nota agli spagnoli, ma quasi sconosciuta in Italia.

Ricordando “l’undicesimo distretto”

Barcellona ha 10 distretti, però ci fu un tempo in cui venne incluso un undicesimo: Sarajevo. Oltre alla relazione diretta e istituzionale tra le due città e all’aiuto economico alle ONG che sviluppavano progetti umanitari sul territorio, si calcola che durante la guerra in Bosnia vennero accolti in Catalogna oltre 2.000 rifugiati. In alcuni casi il governo centrale usò le navi della Marina per portarli in Spagna, come testimonia questo reportage dell’epoca.

Oggi la Catalogna mette a disposizione appena 28 posti d’accoglienza. Una cifra che contrasta con le oltre 400.000 persone che hanno chiesto asilo all’Unione Europea nei primi sei mesi del 2015.

L’esecutivo di Mariano Rajoy ha messo in chiaro pochi giorni fa che è disposto ad accogliere solamente 2.000 dei 6.000 rifugiati che gli corrispondono (secondo il piano europeo di ricollocamento). Il presidente sostiene che il paese è al limite ed è impossibile accogliere più persone, ma le associazioni umanitarie controbattono che la Spagna dei primi anni ’90 era una Spagna povera, molto più povera di oggi, con un tasso di disoccupazione più alto, che attraversava la sua prima grande crisi economica, ma questo non ha impedito di essere solidali davanti alla tragedia balcanica.

Anche per questo è importante che la proposta delle città-rifugio nasca da realtà politiche locali. Secondo alcuni rappresentanti di associazioni umanitarie, un impegno politico locale potrebbe essere determinante per sensibilizzare i cittadini su scala nazionale.

Come si crea una rete di città-rifugio

El País informa che il Comune catalano ha già iniziato un dialogo con associazioni come Asil.cat e UNHCR, l’agenzia ONU per i rifugiati, per tracciare le linee guida del piano d’accoglienza. Mentre è notizia di poche ore fa lo stanziamento di 200.000 euro per rafforzare il lavoro del Servizio di Attenzione agli Immigrati, Emigrati e Rifugiati (SAIER).

Sul piano politico, sono state annunciate riunioni imminenti con il Governo regionale e il Fondo Catalano di Cooperazione e Sviluppo. E il consiglio comunale ha intenzione di estendere la discussione ai comuni spagnoli governati da altre liste cittadine (che i giornali italiani identificano erroneamente con Podemos, ma che in realtà racchiudono diverse realtà e movimenti locali). I consiglieri comunali e i sindaci di Madrid, Cadice, Santiago di Compostela, La Coruña, Badalona, Saragozza, e Pamplona affronteranno la questione venerdì 4 settembre, durante l’incontro “Città per il Bene Comune”.

Il sindaco di Valencia, Joan Ribó, e quello di Madrid, Manuela Carmena, hanno già manifestato il proprio sostegno all’idea di Ada Colau. La capitale spagnola, governata dalla lista cittadina Ahora Madrid, ha adottato una postura ufficiale al rispetto attraverso un comunicato stampa pubblicato martedì.

Il dramma dei rifugiati è una questione di diritti umani che non può lasciare impassibile una città diversa e accogliente come Madrid. Per affrontarlo il Governo centrale deve assumersi le sue responsabilità con urgenza. Il Comune si unisce alla rete di città di accoglienza e studierà misure per cooperare nell’attenzione alle persone rifugiate.

La prossima settimana il sindaco di Barcellona si riunirà con i rappresentanti di UNHCR, della Croce Rossa e della Commissione Spagnola di Aiuto al Rifugiato (CEAR), per dare la sua disponibilità all’accoglienza di un numero di rifugiati molto maggiore all’attuale e coordinare l’offerta di asilo. All’incontro parteciperanno anche tecnici e avvocati del comune che analizzeranno il margine legale d’azione di cui dispone la città.

Quattro giorni dopo il suo appello, Ada Colau è tornata su Facebook per annunciare con “emozione” di aver ricevuto “moltissime lettere da parte di famiglie che si offrono di accogliere i rifugiati nelle loro case“. Forse qualcosa di grande si è messo in moto. Forse siamo ancora in tempo per restare umani.

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Creatore del blog 'L'isola dei cassintegrati'. @marconurra



Prime vittime della legge bavaglio in Spagna: vietato criticare polizia e politici (sui social e non)

Multata con 800 euro per aver pubblicato la foto di un’auto della polizia posteggiata in un parcheggio per disabili. Chi rischia con la nuova legge.


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Sono passati due mesi dall’entrata in vigore in Spagna della Legge di Sicurezza Cittadina – di cui abbiamo parlato in diverse occasioni su Valigia Blu (qui, qui e qui) -, quanto basta per rendere manifesta l’inadeguatezza della nuova norma, che entra in conflitto con le più basilari libertà di espressione e di manifestazione. E che si presta in alcuni casi a essere il manganello legislativo di politici e forze dell’ordine.

In attesa che il Tribunale Costituzionale esamini il ricorso presentato dall’opposizione parlamentare (PSOE, Izquierda Plural, UPyD, Compromís-Equo, Coalición Canaria e Geroa Bai), abbiamo raccolto cinque casi in cui è stata applicata la legge, tra il ridicolo e il surrealista.

La Polizia inizia a sanzionare le vittime della tratta

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Accusata di “realizzare atti di provocazione sessuale nella via pubblica mediante l’esibizione oscena del corpo, con l’obiettivo di captare clienti per esercitare la prostituzione, con conseguente rischio per la sicurezza viale”. Sono queste le colpe di Svetana (nome falso a uso dei media), prostituta di origine rumena, portata a Madrid dalle mafie della tratta, e che adesso dovrà pagare una multa di 600 euro allo Stato spagnolo.

La Asociación para la Prevención, Reinserción y Atención a la Mujer Prostituida (APRAMP), una ONG che aiuta le vittime dello sfruttamento sessuale a uscire dalla loro situazione, ha criticato duramente la decisione delle forze dell’ordine di denunciare Svetana. “Quando siamo arrivati sul posto stava piangendo, era spaventata perché un poliziotto le aveva fatto una multa e i suoi sfruttatori l’avrebbero picchiata di nuovo”, ha dichiarato la coordinatrice dell’associazione. “Gli agenti di polizia non hanno preso in considerazione il fatto che si tratta di una vittima”.

Quella donna non stava vendendo il proprio corpo in strada per decisione propria. Né lei, né la maggior parte delle donne straniere che si prostituiscono nelle vie della capitale. Sono prigioniere dello sfruttamento delle mafie, vittime degli spacciatori di persone. Le multe indiscriminate, secondo la ONG, contribuiranno solamente a complicarne la vita perché i loro aguzzini le toglieranno dalla strada e le sposteranno in appartamenti, “spazi invisibili”, e sarà più difficile per le associazioni come APRAMP aiutarle.

Scrive su Facebook che la Polizia è una “casta di pigri”

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Eduardo Díaz, 27 anni, agente commerciale laureato in Storia con un Master alle spalle, è una delle prime persone sanzionate con la Ley Mordaza. La causa? Uno status su Facebook.

La disoccupazione nella sua città, Güímar (Canarie), ha raggiunto il 40%: è questa una delle ragioni che lo ha spinto assieme ad alcuni amici ad aprire una pagina su Facebook che pubblica notizie di politica locale e contestazione sociale.

Lo status incriminato è una critica al sindaco del PP per aver trasferito la sede della Polizia, che Eduardo chiama “una casta di pigri” (“casta de escaqueados”, che trovano scuse per non fare il proprio lavoro). Appena sei ore dopo la pubblicazione di queste parole, la Polizia ha bussato alla sua porta per consegnargli una multa per infrazione lieve alla Legge di Sicurezza Cittadina (da 100 a 600 euro). “Mancanza di rispetto e considerazione verso le forze dell’ordine”.

“Non sono favorevole agli insulti alla Polizia […] però credo che, essendo un cittadino che paga le tasse, sono libero di dire la mia su una decisione del governo”. Non in Spagna.

300 euro di multa per aver chiamato “amico” un poliziotto

Evidentemente l’agente di polizia ha ritenuto un eccesso di confidenza il fatto che un conduttore gli si rivolgesse chiamandolo “colega” (amico, in gergo colloquiale) durante un controllo stradale. Il protagonista di questo episodio è un camionista di Malaga, multato per “mancanza di rispetto e considerazione a un membro delle forze dell’ordine”.

Il verbale della multa riporta così i fatti: dopo aver richiesto al camionista di sottoporsi all’etilometro, quest’ultimo si sarebbe rivolto agli agenti in maniera “dispregiativa e sconsiderata, usando la parola ‘colega’ in presenza di viandanti”. Infrazione lieve, 300 euro, ridotti alla metà se si paga nell’atto, per aver ferito l’ego degli agenti.

Vietato criticare pubblicamente i politici

Javier Maroto è l’ex sindaco di Vitoria, capoluogo dei Paesi Baschi. Noto per i suoi discorsi xenofobi e populisti è stato più volte accusato di aver acceso la miccia del razzismo in città. Durante il suo mandato si sono verificati infatti diversi atti di violenza verso la comunità di immigrati. La causa può essere ravvisata nei suoi slogan, come “Non manca il lavoro, eccedono gli immigrati”, “Stop ipocrisia, prima gli spagnoli”, che gli sono valsi la fama di sindaco anti-invasione. Il lettore più attento avrà notato la somiglianza con qualche politico nostrano.

Questo inverno i suoi sostenitori di ideologia neonazi hanno tappezzato l’associazione dei residenti africani con questi cartelli:

carteles-esvastica-vitoria

Pochi giorni fa, durante una raccolta firme organizzata dal suo partito (PP) per cancellare gli aiuti agli immigrati, un passante ha criticato duramente l’ex sindaco gridandogli “sin vergüenza!” (svergognato, un insulto molto usato contro i politici) e ricordando la sua implicazione in un processo per concussione. “Firmerò quando quelli del tuo partito restituiranno i soldi che hanno rubato”, gli ha detto prima di andarsene.

Mentre si dirigeva alla sua auto, uno degli agenti di scorta si è avvicinato all’uomo, l’ha identificato e gli ha detto che gli sarebbe arrivata una multa di 200 euro, con l’accusa di “alterare la sicurezza collettiva e creare disordine nello spazio pubblico”.

Non è la prima volta che Maroto usa la legge come arma contro i contestatori: stando alla testimonianza di un altro cittadino di Vitoria che lo aveva accusato pubblicamente di fomentare una campagna razzista, il politico avrebbe risposto “bello, questo ti costerà una multa di 350 euro”. È la Legge.

La foto proibita: un’auto della polizia in sosta vietata

Avete presente il fenomeno dei gruppi Facebook tipo Sei di Roma se…? Certi spazi sono molto comuni anche in Spagna (declinati in maniera negativa, Non sei di Madrid se non…). Le persone usano questi luoghi per condividere momenti di vita quotidiana, lamentele, o critiche che li identificano con la propria città. È il classico gruppo contenitore dove tutto vale: scherzi, ricordi, meme in dialetto, foto, polemiche, litigi virtuali, etc.

Ecco, secondo una cittadina di Petrer (Alicante) non sei di Petrer se non… parcheggi dove cazzo vuoi e per giunta non ti fanno la multa. Segue la foto di una macchina della Polizia in un parcheggio per disabili.

ley-mordaza

Niente di nuovo, quante volte abbiamo visto su Facebook questo tipo di denunce? Il problema è che l’articolo 36,23 della nuova legge considera un’infrazione grave (da 600 a 30.000 euro di multa) “l’uso non autorizzato di immagini o dati personali o professionali delle autorità o dei membri delle forze dell’ordine che possano mettere in pericolo la sicurezza personale o familiare degli agenti, delle installazioni protette o a rischio l’esito di un’operazione, con rispetto fondamentale al diritto all’informazione”.

La foto sul gruppo è durata meno di un giorno prima che venisse rimossa dalle autorità, e la donna (la cui identità era pubblica sulla rete sociale) è stata identificata e ha ricevuto la multa a casa, consegnata a mano in meno di 48 ore. C’è posta per te!

Secondo diverse fonti giuridiche che hanno commentato il caso sui quotidiani spagnoli, questo è un classico abuso normativo, dato che è impossibile dimostrare che la pubblicazione di quella foto costituisse un rischio per gli agenti (che non sono ritratti nell’immagine). Un ricorso potrebbe essere vinto facilmente, però l’iter burocratico non aiuta: è necessario prima di tutto pagare la sanzione e le nuove tasse giudiziarie introdotte dal PP durante questa legislatura, assumere un avvocato, dedicare tempo e stress alla causa… Per una multa di 800 euro? Con il pericolo di doverne pagarne altrettanti in spese processuali senza poi ottenere nulla? Non tutti sono disposti ad assumersi tale rischio.

E sta proprio qui la forza deterrente della legge bavaglio spagnola, non nelle multe da 600.000 euro (che forse non vedremo mai, si spera), ma nelle sanzioni sotto i 1.000 euro, percepite dalle persone come una minaccia reale.

Parlando con un lavoratore che protestava davanti al tribunale, poche settimane fa, ho domandato: “Cosa ne pensi della Legge di Sicurezza Cittadina? Sei preoccupato che ti possano mettere una multa di 300.000 euro per questa protesta?”. Si è messo a ridere e mi ha risposto “E chi cazzo ce li ha 300.000 euro!? Scoppierebbe un casino sui giornali… questi qua [indicando l’edificio del tribunale] sono dei pezzi di merda ma non sono mica coglioni”. E non ha tutti torti.

“E se la multa fosse di 1.000 euro?”. A questa domanda l’uomo si è accigliato, la sua voce si è fatta più grave. “Quello sarebbe un problema per la mia famiglia”.

Se mi minacci di sequestrarmi una Ferrari ti riderò in faccia, lasciami senza pane e inizierò a preoccuparmi.

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Creatore del blog 'L'isola dei cassintegrati'. @marconurra



I video dei giornalisti uccisi in Virginia: la spiegazione di Repubblica e la nostra risposta

Dopo il nostro post ‘Virginia, due giornalisti uccisi. Non pubblicare il video è un atto giornalistico’, abbiamo ricevuto da Massimo Razzi di Repubblica.it una replica che spiega la loro scelta di pubblicare. Riceviamo e pubblichiamo, replicando a nostra volta a fine articolo.



Dopo la pubblicazione del nostro post “Virginia, due giornalisti uccisi. Non pubblicare il video è un atto giornalistico“, abbiamo ricevuto da Massimo Razzi di Repubblica.it una replica che spiega la loro scelta di pubblicare. Riceviamo e pubblichiamo, replicando a nostra volta a fine articolo.

di Massimo Razzi – direttore Visualdesk Gruppo Espresso

Pubblicare o no il video dell’assassino di Moneta? Metterlo in linea così com’è o “mediarlo” giornalisticamente riducendolo allo stretto necessario? E se lo pubblichi ti metti automaticamente dalla parte dell’assassino o svolgi comunque un (delicatissimo) ruolo d’informazione? E se lo fai rischi di essere peggio di Twitter e Facebook che hanno chiuso (dopo un po’) l’account del killer? Domande che oggi circolano nel dibattito del giorno dopo ma che noi (a Repubblica.it e al Visualdesk del Gruppo Espresso) ci siamo posti in pochi minuti secondo l’unica regola che da tempo ci siamo dati: “rifletti, decidi e fai”.
Così, ieri, abbiamo deciso di pubblicare il video del povero cameraman Adam Ward per intero, o meglio fin dove la vita gli ha permesso di girarlo (ma su questo, a quanto ho capito non ci sono molte discussioni) e, poi (circa un’ora dopo), abbiamo anche scelto di mettere in linea una parte delle immagini girate col telefonino dall’assassino Vester Lee Flanagan durante la terribile “marcia” verso l’appuntamento con le sue vittime. L’abbiamo fatto in base a una serie di considerazioni che cercherò di riassumere. Considerazioni ovviamente opinabili e criticabili ma sicuramente considerazioni che stanno completamente dentro il nostro ruolo di “mediatori”.
Si tratta di una scelta giornalistica come lo è stata quella (altrettanto rispettabile e altrettanto opinabile) di chi ha deciso di non mostrare quelle immagini. Alcune di queste considerazioni sono direttamente legate all’episodio in sé, altre sono più generali.
Mi scuserete se le elencherò tutte insieme, con una unica premessa. Siamo stati molto attenti a cosa pubblicare e cosa no, a togliere gli spot. Insomma, ci abbiamo ragionato, con i tempi che la cronaca permette.

1) Noi siamo un sito internet e non una televisione. Per certi versi siamo molto simili, ma per altri, molto diversi. Una differenza importante sta nel fatto che una Tv trasmette quello che vuole e l’utente ha solo una scelta binaria: o guarda o spegne. Su un sito internet noi diamo dei titoli che spiegano e avvertono quello che facciamo vedere. L’utente può decidere di guardare tutto (non lo fa mai) o sceglie di cliccare su quello che lo interessa. Non solo, prima dei video più delicati noi facciamo andare un “cartello” (che può suonare ipocrita, ma serve proprio ad avvertire il lettore della delicatezza delle immagini che può scegliere di vedere o non vedere). Insomma, a meno di considerare il lettore un totale imbecille incapace di intendere e di volere, noi gli sottoponiamo sempre una scelta su tutte le notizie, delicate e non. Non lo “costringiamo” mai a vedere tutto quello che mandiamo in onda.

2) Noi, come dicevo, non abbiamo mai rinunciato al nostro ruolo di mediatori dell’informazione. Abbiamo deciso di dare solo la parte iniziale di quel video perché “quella” aggiungeva (eccome) qualcosa (sbaglia, secondo me, chi dice il contrario) all’informazione. Fino a scrivere che Flanagan si è avvicinato ai due reporter intenti nelle riprese e ha sparato uccidendo, effettivamente, non c’è quasi nulla di nuovo. Ciò che rende l’omicidio di ieri diverso da tutti gli altri casi analoghi è proprio l’elemento della ripresa in diretta. È questo che lo fa diventare la notizia principale su siti, giornali e telegiornali. Il video (ripeto: non pubblicato integralmente) è la notizia (dovesse ricapitare, probabilmente non sarà più una notizia e quindi non lo pubblicheremo). E alcuni degli elementi che hanno reso enorme la notizia di un uomo che uccide due ex-colleghi di lavoro (in America, purtroppo, succede abbastanza spesso) sono contenuti in quella camminata. Gli elementi in questione sono: a) l’uso dell’arma in “soggettiva” come in un video gioco “spara spara”; b) l’attesa terribile prima di sparare con le vittime che non si accorgono di nulla e la scelta di tirare il grilletto solo quando la telecamera di Adam torna sulla povera Alison; c) (ma questo si concretizza solo dopo) la chiara intenzione di mettere l’omicidio in diretta a disposizione del pubblico. Quando Flanagan spara (al di là dell’orrore) siamo già, purtroppo, nella “normalità” di tanti altri fatti di cronaca. Descrivere con parole scritte la camminata? Si poteva fare, ma nulla, in questo caso, è paragonabile alle immagini di per sé non cruente, ma piene di terribili significati.

3) La pubblicazione del video, emendata della parte finale, è stata decisa senza dibattiti perché quello era il cuore della notizia. La notizia vista da qua è diventata un fascione nel momento in cui il pazzo ha deciso di postarla. Quel video in cui una persona tiene in una mano un telefonino e nell’altra una pistola è un cambio di prospettiva epocale, il dibattito sulla morte in diretta in quel momento diventa una questione del secolo scorso. Abbiamo la responsabilità di far vedere ai cittadini dove sta andando il mondo: e se il mondo va in una direzione che non ci piace non possiamo dire “no questo voi non lo potete vedere”. Non credo sia un caso se tutti i giornali oggi hanno la sequenza dello sparo in prima pagina.

4) Ed eccoci al punto chiave. Questi “significati” corrispondono alla volontà di Flanagan? Cioè, nel far vedere la camminata con la pistola dell’assassino noi ci siamo attenuti a una sorta di suo “testamento”? Abbiamo “eseguito” le sue ultime volontà? Non credo proprio e chi lo dice, secondo me, è un tantino in malafede. È fuori discussione (spero) che noi come chiunque altro abbia fatto la nostra stessa scelta non ha nemmeno lontanamente ritenuto di appoggiare le idee e le azioni del killer. Penso invece il contrario: queste immagini fanno e devono far riflettere sulla violenza di tante cose “normali” (film, videogiochi ecc.), sulla questione della troppo facile vendita delle armi (una campagna contro le armi che partisse da quelle immagini sarebbe forse molto più efficace di altre) e sul tema dell’odio che circola sui social media. Molti siti Usa hanno scelto di non dare le immagini, ma vorrei sapere quanti di loro si stanno battendo con efficacia contro la troppo estesa disponibilità di armi nel loro Paese.

5) Twitter e Facebook hanno chiuso l’account di Flanagan e per questo si sarebbero comportati meglio di noi? Andiamo… Prima di tutto Twitter e Fb non sono mezzi d’informazione ma piattaforme social. La chiusura dell’account di un assassino è praticamente un automatismo. Sui social si viene “puniti” così per molto meno. Non mi risulta che queste piattaforme abbiano la stessa attenzione nel “punire” gli “hater”, gli account Is e i vari fomentatori di odio, di cattiveria e di irresponsabilità che pullulano sui social e che, spesso, fanno complessivamente danni paragonabili all’omicidio.

6) Comunque, se il tema è quello che si deve stare attenti a quello che si pubblica per non “fare la volontà” degli assassini, direi che il discorso andrebbe allargato a tanti altri esempi passati invece tranquillamente sotto silenzio e mai criticati da nessuno. Ne faccio uno per tutti: ricordate quei video in bianco e nero in cui si vedeva un pilota (spesso americano o della Nato) schiacciare un pulsante e, poi, qualche chilometro più in basso… Puff, un lampo e un’esplosione ovattata. In quel “puff”, magari morivano alcune decine di persone, alcune forse colpevoli, altre forse innocenti. Nessuno di noi, prima di pubblicare quelle immagini da videogiochi (un po’ come la camminata di Flanagan) si è mai posto il problema di stabilire se quella guerra era “giusta”, se quell’azione era “giusta”, se quelle vittime in particolare erano “giuste”. Nessuno (che ricordi) in quei casi si è impancato a stabilire se era buono o cattivo giornalismo…

7) Per una decina di motivi – alcuni dei quali già elencati – non rispondo nemmeno a chi parla di scelta per fare clic. Per chi non lo sappia, non sono questi i video che “ci fanno fare clic”. E comunque non ne abbiamo bisogno.

Tant’è, comunque, il dibattito serve. Ma vorrei che fossimo così attenti tutti i giorni, non solo quando Flanagan spara sulle vite dei suoi ex colleghi e mette l’informazione mondiale davanti ai suoi tanti problemi… Il nostro è sempre il solito sporco lavoro, qualcuno deve farlo, e grazie anche per le critiche.

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La risposta di Valigia Blu

1) Chi guarda la TV, come l’utente di Internet, in realtà ha tre opzioni e non due: non c’è solo “guardare” e “spegnere” ma anche cambiare canale a favore di altre testate. La scelta di pubblicare o meno un contenuto è una scelta di ecosistema, è un modo di raccontare o non raccontare il mondo. E i lettori, soprattutto al tempo delle notizie-commodities (la notizia era ovunque, su tutte le testate) decidono di affidarsi a una testata piuttosto che a un’altra anche sulla base di come quella notizia è, o non è trattata. Le domande dunque in questo caso dovrebbero essere almeno due, non solo “pubblicare o non pubblicare?” ma anche “la reputazione della nostra testata perde o guadagna dopo questa pubblicazione?”. E ancora: se decidiamo di pubblicare, come scegliamo di coprire la notizia? Un conto è contestualizzare il video in un lavoro giornalistico articolato, un altro atomizzare il video (caricandolo sui nostri server), spingere sulla sua diffusione come elemento “isolato”, diffonderlo sui social come materiale a se stante magari (L’Espresso su Twitter lo ha fatto) con la formula: “Uccisi due giornalisti… GUARDA IL VIDEO”. La modalità fa la differenza.

2) No, la notizia è che sono stati uccisi da un ex collega due giornalisti mentre svolgevano il loro lavoro, non certo la camminata dell’assassino. Come molti hanno messo in evidenza: è chiara la pianificazione mediatica del duplice omicidio. “Come un videogioco”, “spara, spara”, “l’attesa terribile” sono la spettacolarizzazione che cercava proprio Flanagan: ha sparato appena è partita la diretta e poco dopo ha cominciato ad usare i social per diffondere il suo crimine. Voleva la massima visibilità. E c’è chi ha scelto di concedergliela. Il video girato dall’assassino non aggiunge niente alla comprensione dell’uccisione dei due giornalisti e alla ricostruzione della dinamica dei fatti.  Questo passaggio lascia un po’ perplessi: «Il video (ripeto: non pubblicato integralmente) è la notizia (dovesse ricapitare, probabilmente non sarà più una notizia e quindi non lo pubblicheremo)». Cosa significa esattamente? Che Flanagan in qualche modo è stato “premiato” – è stato assecondato il suo obiettivo di massima visibilità, evidente nel fatto stesso di girare un video mentre uccide – perché ha avuto per primo questa idea? Si concede la visibilità che cerca perché la sua strategia è “nuova”, “originale”? Da questo momento in poi chi vorrà replicare non avrà la stessa copertura perché in qualche modo “OLD”?

3) Non è vero che tutti i giornali hanno la sequenza in prima pagina. Almeno non in USA e UK, dove tra l’altro si è scatenato un potente dibattito sulla scelta di alcune testate di utilizzare quelle immagini. Tra critiche di giornalisti e lettori. Ne parla il New York Times qui

When newspapers and tabloids around the world followed suit, publishing still images taken from Mr. Flanagan’s footage on their front pages, readers and journalists were outraged. They noted that the papers had done just what the gunman wanted. American journalists directed their scorn at The New York Daily News for posting three frames of the killing on its front page, along with the headline “EXECUTED ON LIVE TV,” and offering its audience a preview on Twitter.

E l’Independent in questo articolo dedicato proprio alle prime pagine dei giornali e al modo differente di trattare le immagini da parte di alcune testate prese in esame. Nell’articolo si può leggere anche la posizione dell’Independent

How to cover such a horrible – and very public – crime raises difficult questions for the media. After numerous discussions in The Independent’s offices on Wednesday, the view was taken that we should avoid images and footage taken by Bryce Williams. Similarly, we did not show images which depicted Alison Parker’s face after the shooting began.  It was a tough call, balancing the need to show a proper degree of compassion with the journalistic duty not to over-sanitise. I hope readers will feel, on the whole, that we got that balance about right

Molto critico sulla scelta di usare quella sequenza di immagini anche Slate. La questione uso delle immagini sui giornali è stata trattata anche da Poynter qui che fa un punto sulle scelte e sulle posizioni di diverse testate. 

The ethics of using the stills, which have been widely criticized on social media, have been debated among journalists because of their graphic nature. Kelly McBride, Poynter’s vice president for academic programs and a media ethicist, argues against using the unedited pictures.

“The problem with it is that it a deeply intimate image.” McBride said. “It is a moment of someone’s death.”

E tornando al “come” trattare la notizia, quali immagini pubblicare fa una enorme differenza in casi come questi. Lo dice bene Zeynep Tufekci in questo scambio: “Smuovere le coscienze è giusto. Dare al killer la notorietà che cerca? No”.

4) A nostro avviso purtroppo sì: vi siete fatti megafono delle sue intenzioni di visibilità mediatica, anche al di là della vostra volontà. E dando all’assassino e alla sua strategia mediatica visibilità (riprendendo anche in parte il suo video) si corre il rischio di imitazione. 

Di questo aspetto parla in modo approfondito proprio Zeynep Tufecki ancora lei sì e ancora sul New York Times, citando una ricerca a supporto di queste conseguenze:

These killers act knowing that their ploy is likely to work, and that their faces, words and vicious deeds will be splashed on our screens on their terms…

The framework necessary to dampen the copycat effect is nowhere as severe as such a blackout. Instead, it requires not giving the killers the fame they most likely seek for their face or for their words or videos, while reporting on the news with a focus on victims and the brutality of the crime.

For the rest of us, it means not sharing manifestoes or shooters’ social media accounts. Such change is possible. Brutal beheadings by the Islamic State used to be covered graphically by the news media, and also shared widely on social media. Recently, each such event in my social media feed has been followed by reminders not to share the videos — and almost nobody in my social network does anymore. Instead, we share pictures from the lives of the victims.

It’s true that this material will live on in many places on the Internet, but having to seek it in a seedy corner is different from having it promoted by popular news sites.

Graphic footage may be appropriate at times to shock the conscience toward corrective action, for example with victims of war or state violence. But when a murder is carried out in a way that seems to be courting sensationalized coverage, not publicizing the killer’s name, face or screeds is the right response.

These killers seek our attention. It’s time we learned how to deny them.

Sullo stesso tema vale la pena di leggere Ezra Klein Mass murderers want glory and fame. Somehow, we need to stop giving it to them.

In che senso poi queste immagini devono far riflettere sulla violenza di tante cose “normali” (film, videgiochi)? Cosa c’entra la violenza di film o videogiochi? Tra l’altro la correlazione tra videogiochi violenti e violenza nella vita “reale” è stata già ampiamente smontata da varie ricerche e studi.
Non è chiara la correlazione tra il riferimento a film e videogiochi violenti e l’uccisione dei due giornalisti. Sulla questione della vendita di armi c’è un dibattito molto forte in America (molti siti come Vox hanno fatto diversi approfondimenti, e tra l’altro è una delle motivazioni per cui hanno scelto di pubblicare il video (il primo però quello della diretta e non il secondo dell’assassino). Vox tra l’altro ha scelto di embeddare il video da altra testata (non caricandolo sui suoi server) in un articolo di copertura della notizia molto articolato e approfondito, dove il filmato viene segnalato in un contesto giornalistico ben preciso: come si sono svolti i fatti, chi erano le vittime, chi è l’assassino, le reazioni sui social, il dibattito sulla pubblicazione o meno del video e un approfondimento proprio sul problema del facile accesso alle armi e dei massacri. 

5) Twitter e Facebook sono stati tempestivi, questo va loro riconosciuto. Hanno delle policy molto precise e molte chiare. E hanno fatto una scelta di ‘ecosistema’, hanno deciso di bloccare la diffusione di quel video per quanto fosse possibile. Il sistema di controllo ha funzionato. La loro policy non permette a chi commette crimini di usare le loro piattaforme per diffondere e pubblicizzare quei crimini: “We also prohibit you from celebrating any crimes you’ve committed.” Alcune testate, che appunto avrebbero una funzione editoriale, “mediatica”, invece hanno deciso di non fare questa scelta, hanno deciso di “ospitare” il punto di vista di un assassino.


A proposito dei social, sarebbe interessante capire quali sono le politiche di gestione dei commenti degli utenti da parte di testate giornalistiche italiane (a partire da Repubblica), se esiste una moderazione dei commenti e come è realizzata. Twitter e Facebook sono piattaforme sociali, dunque sono “abitate” da esseri umani e da sistemi di regole. Ma ogni pagina fan (come ogni bacheca personale) è responsabile del clima che si crea, che si vive. Sulla gestione dei commenti (o meglio sulla sua non gestione, sulla scelta di non moderare da parte soprattutto delle grandi testate), siamo intervenuti più volte. Nessuno è sollevato dalla responsabilità in questo senso: La fogna del web e le responsabilità anche dei giornali.

Che c’entra poi la libertà di espressione, l’hate speech con un omicidio, con l’atto di togliere la vita a un altro essere umano. In che senso l’hate speech fa complessivamente danni paragonabili all’omicidio? 

6) Si tratta di due video e due contesti completamente differenti. I video di “guerra” – indipendentemente dal giudizio che si può avere sull’intervento militare – non sono paragonabili a un video girato da un assassino che ha pianificato il suo crimine “mediaticamente”.

E infatti quello che abbiamo indicato nel nostro post sono proprio le domande, tratte da Poynter, da porsi di volta in volta di fronte a immagini che ci obbligano a una riflessione etica e deontologica rispetto al loro trattamento. Non esiste una regola fissa valida una volta e per sempre, la stessa per qualsiasi tipologia di notizie 

What is my journalistic purpose? What organizational policies and professional guidelines should I consider? What are my ethical concerns? Who is the audience – and who are the stakeholders affected by my decision? What are my alternatives?

Sul trattamento del materiale sensazionale e cruento segnaliamo questa lettura.

7) Se non interessavano i clic ma “solo” dare la notizia non era necessario caricare sui server di Repubblica i due video. Bastava linkarli o embeddarli da video già esistenti – almeno il primo – (come ha fatto Vox per dire). In ogni caso è un dato di fatto che i due video insieme abbiano ottenuto ad oggi più di 600mila visualizzazioni e sono i più visti della settimana su Repubblica.

Grazie per questo contribuito e per l’occasione di confronto e dibattito. 




Virginia, due giornalisti uccisi. Non pubblicare il video è un atto giornalistico

L’uccisione di due giornalisti in diretta TV, l’assassino che pianifica ‘mediaticamente’ l’aggressione. Il dilemma etico delle testate rispetto alle immagini. Intanto il sistema di controllo di Facebook e Twitter ha bloccato tempestivamente l’account del killer.



Ieri abbiamo assistito in diretta TV e sotto i nostri occhi sui social media all’uccisione di due giornalisti. L’assassino, Vester Lee Flanagan, anche lui giornalista, a quanto pare ha pianificato l’omicidio “mediaticamente”. Ha aspettato l’inizio dell’intervista in diretta prima di sparare, ha ripreso con il suo cellulare l’omicidio. Ha poi postato su Facebook e Twitter le motivazioni e le immagini.

Il mio primo commento, quasi istintivo, appena mi sono resa conto dell’uso dei social è stato un invito a Facebook e Twitter di bloccare l’account. In molti hanno fatto lo stesso appello.

Dopo pochi minuti entrambi gli account sono stati sospesi. La maggior parte delle testate giornalistiche, mi riferisco soprattutto a quelle italiane, ha deciso di pubblicare sia il video della diretta TV sia il video dell’assassino. Chi integralmente, chi parzialmente. Qualcuno inserendo spot pubblicitari di apertura (poi qualcuno ha rimosso lo spot, altri invece hanno deciso di lasciarlo). C’è chi invece ha deciso di non passare alcuna immagine

Davanti a questa dinamica ho fatto un secondo commento su Facebook che riporto qui:

Ci vuole più coraggio, dignità e professionalità a non pubblicare il video di una morte in diretta, credetemi. Da come sono andate le cose rimane che Facebook e Twitter – spesso additati come fogne, “diffusori” di odio e violenza – hanno quasi subito bloccato l’account del presunto (uso ancora presunto fino a quando non si saprà tutto con certezza della vicenda) killer che postava motivazioni e video dell’uccisione. Molte testate hanno ripreso il suo video (qualcuna anche con spot di apertura) decidendo in questo modo di farsi megafono dell’assassino. No, per me non è una scelta giornalistica. Non aggiunge niente alla comprensione della storia. Le motivazioni sono altre e non mi va nemmeno di parlarne. I media dovrebbero avere maggiori responsabilità “giornalisticamente” parlando di un social come FB e Twitter. Hanno deciso di venire meno a questa responsabilità. Per me ovviamente. È il mio punto di vista. Massima stima per testate che invece hanno deciso di non pubblicare, di non diffondere. Non pubblicare è in casi come questi un atto giornalistico.

 

Pubblicare o no il video: un dilemma etico

Alessandra Quattrocchi, nello scambio sulla mia bacheca, ha spiegato che la loro testata ha scelto di non pubblicare il video dell’assassino ma ha pubblicato il video andato in diretta. Ha poi precisato su richiesta di spiegazione della differenza dei due video la scelta:

Quando abbiamo pubblicato il primo video non si sapeva chi avesse sparato o perché, se fosse un pazzo di passaggio o un ammiratore respinto, e nemmeno chi fosse oggetto dell’attentato e nemmeno se la ragazza che sembrava scappare (e che per fortuna non si vede né morire né essere colpita) fosse una delle vittime. Più tardi si è capito chi fosse e che il tipo con la pistola aveva sparato dopo lunga e precisa mira con l’intento di riprendersi e postarsi sui social. In ogni caso c’è differenza a mio parere fra immagini già andate in diretta su una TV nazionale, e un video girato da un assassino e da lui postato sui suoi profilo FB e Twitter (peraltro subito bloccati dai medesimi) con tanto di botta e risposta con i commentatori e i suoi amici. Ciò nonostante se la dinamica fosse stata chiara fin dall’inizio probabilmente non avremmo pubblicato nemmeno le immagini andate in diretta.

Quello che ho notato e su cui ho commentato è che mentre social come Twitter e Facebook hanno immediatamente bloccato l’account dell’assassino, i media che “tecnicamente” dovrebbero appunto “mediare”, scegliere, selezionare, “filtrare”, hanno in qualche modo fatto da megafono all’assassino ri-pubblicando il suo video. Lo dirò brutalmente: si sono fatti dettare l’agenda, assecondandone le intenzioni di visibilità mediatica appunto. Il sistema di controllo dei due social network invece ha funzionato. D’altra parte su questo la policy di Facebook è molto chiara:

Facebook has a policy for such situations—it’s found in its Community Standards section. For instance, one passage there states, “We also prohibit you from celebrating any crimes you’ve committed.” A Facebook rep offered the following emailed comment: “We have removed a profile and a Page for violating our Community Standards.”

E così Twitter:

Similarly, Twitter’s rules state that users “may not publish or post threats of violence against others or promote violence against others.”

Youtube ha fatto la stessa scelta: ha rimosso il video e al suo posto si legge questo messaggio:

This video has been removed as a violation of YouTube’s policy on shocking and disgusting content.

Quello di Flanagan è stato, giustamente a mio avviso, definito “an act of diabolic stunt journalism”:

Mining social media and the web for the digital footprints of criminals and murderers is not new, and it is common for killers to leave carefully constructed bits of evidence and manifestos to be discovered after they’ve taken lives (including, often, their own). But what feels different about the killings today is the way in which Flanagan knew not just how to optimize his crime for the information age but anticipated the way in which his actions would be quickly amplified, even to those who might have no interest in engaging with them at all.

Come dicevo molte testate, incluse quelle americane, hanno inizialmente pubblicato il video. In seguito alle proteste di molte persone e alla richiesta stessa dello staff della WBDJ-TV di non condividere il video, in molti hanno rivisto la loro scelta.

Pubblicare o meno è un dilemma etico che quanto meno le testate dovrebbero porsi. Poynter ha raccolto diverse posizioni tra varie testate: da Buzzfeed che ha scelto di caricare il video sui propri server al Guardian che ha deciso invece di non condividere le immagini:

Given the disturbing content of the videos emerging from Virginia on Wednesday, we made a decision not to run them on our site or social media channels,” said a spokesperson for The Guardian. “Amplifying or sharing such footage would be insensitive to the victims’ families and distressing to those viewing it.

Altri invece, come Mic e CNN, hanno usato il primo video (quello della diretta) e si sono rifiutati di usare il video girato dall’assassino e condiviso sui social. Interessante cosa dice la linea guida di Mic rispetto a situazioni come quella di ieri.

Mic stories have a responsibility to address hard and complicated real-world events. Sometimes this means figuring out when it’s appropriate to share controversial or painful material, whether it’s a provocative political cartoon or upsetting video. Think about these three questions when you consider whether to include that material: Does the reader need to see this material in order to understand the story? Does omitting this material do a disservice to the reality on the ground? Does Mic’s story punch up? That is, does our reporting frame this material in the smartest, least exploitive way?

Secondo Poynter nel decidere se pubblicare o meno video “controversi” bisognerebbe porsi queste domande:

What is my journalistic purpose? What organizational policies and professional guidelines should I consider? What are my ethical concerns? Who is the audience – and who are the stakeholders affected by my decision? What are my alternatives?

Perché non avrei pubblicato il video? È spiegato molto chiaramente in un altro articolo di Poynter sulla vicenda trattata sempre dal punto di vista giornalistico: il video andrebbe usato nel caso di versioni contrastanti su un accaduto (vedi uso della forza da parte della polizia), quindi la sua pubblicazione aiuta a ristabilire i fatti, ma questo video in sé non aggiunge niente in più. Non aiuta a comprendere la dinamica dell’accaduto. I fatti sono chiari anche senza l’utilizzo del video. Chi ha sparato voleva punire e umiliare le vittime mostrando il video.

Other than the astonishing nature of the video, it adds little information about what happened. The facts are clear without using it. There was a lone shooter at close range, and his image appeared on the news camera video. The first-person video shows an execution. Airing it may serve to encourage copycat violence. The shooter may have meant to show the video as a way of punishing and humiliating his victims. It might have given him a great sense of power to be in control, and airing the video only feeds that emotion.

Anche Steve Buttry espone le sue motivazioni (che condivido) per il suo no alla pubblicazione: chi attacca durante una diretta tv vuole attenzione. Ovviamente bisogna coprire giornalisticamente l’aggressione, ma si può decidere di non trasmettere il video.

1) Someone who attacks during a live telecast is seeking attention. Obviously you need to report the attack, but I would not broadcast the attack or make it available online. 2) While a killer is at large, identification is important news. So as soon as the killer’s identity was known, if he were still at large, I would publish name, photograph and any other information that would help the public report his location, apprehend him or seek safety if they saw him. Public safety overrides my belief that we should not give the killer attention. 3) Once the killer was dead, I would stop publishing his name or photograph. 4) I see no ethical justification for publishing videos shot by the killer. That is the ultimate in attention-seeking behavior. 5) You can report the mental health issues, gun access issues and other issues that a story presents without publicizing or profiling the killer. 6) My focus would be on the people who were killed or injured. They warrant media attention, not the person who was seeking it.

Oltre al video si è posta la questione del fax di 23 pagine inviato dal killer alla ABC. La quale ha scelto di non pubblicare “il manifesto” che spiega le motivazioni e il punto di vista dell’assassino ma di inoltrare direttamente le pagine agli investigatori.

Dart Center for Journalism and Trauma ha stilato una serie di consigli su come coprire eventi traumatici. Raccomandandosi con i giornalisti di avere cura di stessi e degli altri allo stesso modo:

The Dart Center encourages journalists to practice self-care – i.e., to treat themselves with compassion and respect, so that they will do the same to others

 

Il problema etico dell’autoplay

Mentre sui social scorrevano i tweet dell’assassino e il video da lui girato in molti hanno subito “la violenza” dell’autoplay che ci ha reso testimoni involontari di quell’omicidio (il tema è trattato in modo approfondito su Mediabriefing). Su Facebook, su Twitter non si è scelto di vedere il video, il video si è attivato in automatico. Molti utenti hanno avvertito su come tecnicamente bloccare l’autoplay, altri si sono appellati affinché si evitasse di RT e condividere.

Su questo aspetto è intervenuto anche il Wall Street Journal

Video has become a greater focal point for social media companies as they continue to compete for user attention with ever more compelling content. This year, Twitter added auto-play videos and acquired live-streaming app Periscope, which recently said it had 2 million users who log in daily. Facebook is also giving some users tools to post live videos to the network. But the emergence of the auto-play video feature, as well as the rise of mobile live streaming has raised the stakes, bringing unvarnished tragedy and horrifying violence to smartphones with ease. Periscope users broadcast footage of mangled bodies following the explosion in Bangkok earlier this month. In the case of Wednesday’s video, it’s not immediately apparent that it’s a recording of a murder. The video starts off with blurry images as Mr. Flanagan walks along a deck towards the victims, the gun out of sight. It’s not until later in the video that he points a gun at a victim.

Un ultimo aspetto che vorrei sollevare riguarda quello che ho definito appunto un atto giornalistico riferendomi alla decisione di non pubblicare. Qualcuno ha parlato di censura ed è un errore a mio avviso. Non si chiede affatto di non coprire la notizia, ma di domandarsi almeno come coprirla, ponendosi domande etiche e non solo meramente giornalistiche. D’altra parte non si tratta ingenuamente di pensare di poter fermare la viralità o la diffusione, ma di scegliere se contribuire o meno alla diffusione. Altri hanno accusato alcuni giornalisti di paternalismo nei confronti dei lettori. La risposta più bella a mio avviso è di Nicholas Kristof del New York Times

Invito chi ieri sosteneva con molta fermezza che il video andava pubblicato a chiudere per un attimo gli occhi e a immaginare se una delle vittime fosse stata un suo fratello, amico, sorella, figlio…

Aggiornamento 27 agosto 2015 ore 10.57: su segnalazione di Matteo Troia che su Facebook mi fa notare che il primo link a Vox.com conteneva la pubblicazione del video, per coerenza ho deciso di sostituire quel link con il link all’articolo del Guardian




Paura, controllo, sorveglianza digitale: benvenuti nell’era della società pre-crimine

Le crescenti insicurezze della società moderna diventano capitale politico da spendere a fini elettorali e commerciali, vendendo l’idea di un sistema perfetto, che prevede e previene i crimini, in base al comportamento delle persone e che non ammette errori.



Usa, 13 marzo 2015
Hasan Alì quel mattino si sveglia presto. Sarà una giornata lunga per lui. Un’ultima occhiata all’appartamento nel quale ha vissuto per sole due settimane. Negli ultimi mesi ne ha cambiati parecchi (1).
Prende le sue poche cose (2), qualche vestito, i soldi, lascia la torcia che aveva comprato (3) tre giorni prima, quando gli hanno staccato la luce. Si incammina. Per strada una sosta all’Internet café. Accede alla sua mail. Spam per lo più. Scrive all’amico che si è trasferito da anni sulla west coast. Ha fatto fortuna, ha aperto una lavanderia. Gli ha promesso un lavoro, qualsiasi lavoro va bene per ricominciare altrove. Gli manda un messaggio laconico: “Ready to go, no regret…” (4).
Ah, c’è un messaggio dai genitori, una mail con le solite notizie dal paese di origine. Istintivamente copre lo schermo con la mano (5), c’è gente. Poi chiude. Paga in contanti (6), il collegamento e il caffè.
Un salto al WalMart, compra delle barrette energetiche (7), cibi pronti (8). Poi si incammina, a piedi (9), per raggiungere il lontano aeroporto. Non ha soldi per l’autobus, tutto quello che ha lo ha speso per quel biglietto aereo, sola andata (10).
Giunto all’aeroporto si mette in un angolo ad aspettare. È nervoso (11), non ha mai preso l’aereo. Legge una rivista presa dall’espositore, mangia, poi si mette in fila per il check-in.
Finalmente è il suo turno. Mostra all’agente della TSA i documenti e il biglietto. L’agente lo guarda. Poi si gira verso lo schermo del computer. Lo guarda di nuovo, di sottocchio, Hasan comincia a sudare. Fa caldo? “A moment please…”, in un istante due uomini in uniforme appaiono alle spalle di Hasan, sembrano essersi materializzati dal nulla, gli chiedono di seguirlo, lo conducono lungo una serie di corridoi illuminati da una luce innaturale. Poi una stanza senza finestre, solo un tavolo e due sedie. Gli dicono di aspettare. Passa il tempo. Quanto? Poi finalmente arriva qualcuno. Hasan lo implora, l’aereo partirà tra poco, non vuole perderlo, per favore… come è già partito?
No. Hasan quell’aereo non potrà prenderlo, non potrà prendere nessun aereo, è sulla No Fly List. Hasan viene trattenuto. È considerato un terrorista.

 

Modelli criminologici

La società moderna sta abbandonando il tradizionale modello criminologico post-crimine, dove ci sono crimini, criminali e vittime, investigazioni, arresti, processi e condanne, per abbracciare un modello pre-crimine (Zedner, Pre-Crime and Post-Criminology?, Theoretical Criminology).
La società pre-crimine, invece, è caratterizzata da rischio e incertezza, sorveglianza, azzardo morale, prevenzione, tutto in nome della sicurezza. Perché ciò funzioni occorre, ovviamente, l’espansione dei soggetti deputati al controllo. Non più pochi e selezionati uomini (autorità di polizia), bensì l’allargamento a settori privati, anche se la distinzione tra i due settori si fa sempre più sfumata, a seguito di deleghe, contratti e strategie di responsabilizzazione, con ovvi problemi di competenze e responsabilità.

Le paure dell’era moderna eliminano le differenze delle varie forme di controllo, così l’antifurto e l’impianto satellitare finiscono per essere la stessa cosa, differenziati solo dal prezzo (chi può permettersi un controllo migliore). Sono, in ultima analisi, tutte e due delle misure di sicurezza.
Così come oggi accettiamo l’impianto satellitare, un giorno accetteremo senza rimostranze le nuove tecnologie di controllo, e più i prezzi saranno bassi, più saranno estensibili all’intera popolazione.

La sorveglianza digitale è l’ultimo e globale passo rispetto alle varie forme di sorveglianza fisica. Oggi sempre più nazioni introducono nuove misure di sicurezza (basate sull’assenza di un crimine) in conseguenza dell’enfasi posta dai media sulla paura dei crimini.
Le prime forme di prevenzione criminale hanno avuto come bersaglio gruppi specifici (hooligans, criminali sessuali, sospetti terroristi), seguite da nuove forme di controllo di comportamenti devianti e antisociali.

 

Lifelogging

È il crollo del prezzo di registrazione dei dati ad aver sdoganato presso i governi la sorveglianza digitale di massa (Schneier, Data and Goliath). Oggi puoi registrare le conversazioni vocali di ogni telefono negli Usa in soli 300 petabytes, al costo di 30 milioni l’anno. La registrazione dell’intera vita di un individuo richiede 700 gigabytes per anno per individuo. Il costo per tutti i residenti negli Usa (2 exabytes) è di soli 200 milioni l’anno. Secondo gli esperti il Data Center dell’NSA a Bluffdale in Utah, è in grado di contenere circa 12 exabytes di dati. Google è in grado di registrare, sui suoi server, 15 exabytes di dati.

L’intera vita di un individuo? Il lifelogging è sempre più attuale. Il word processor che utilizziamo per scrivere registra ogni cosa, compreso i cambiamenti che apportiamo al testo. Ogni accesso a Internet comporta la creazione di log, registri, di ciò che facciamo, siti che visitiamo, foto che guardiamo, cose che scriviamo, persino quanto tempo stiamo su una pagina, così è possibile verificare se effettivamente quella pagina è stata letta o no.
Lo smartphone è costantemente connesso alle antenne del provider di accesso, che deve sapere esattamente dove ti trovi per instradare la comunicazione. Se poi è attivo anche il collegamento a Internet, lo scambio di informazioni è decuplicato. Tutto ciò che è sullo smartphone viene inviato online, le chiamate, i messaggi, gli acquisti. Anche le macchine moderne hanno dei computer all’interno. E anche loro producono dati. E perfino gli animali di compagnia, con un chip non sono altro che dei computer che scondinzolano per casa.

Certo, la legge non permette (ancora?) l’accesso ai contenuti delle conversazioni, per cui senza l’autorizzazione di un magistrato nessuno può ascoltarci mentre parliamo al telefono (però i contenuti delle mail vengono letti dal provider), ma tutto il resto viene inviato a qualcuno online, che lo conserva, e lo utilizza. La centralizzazione crescente di Internet ha fatto sì che quel qualcuno sono ben poche aziende: Level 3 per i cavi in fibra ottica, Amazon per i server, Akamai per i CDN, Facebook per gli annunci, Google per Android e le ricerche…

We know where you are. We know where you’ve been. We can more or less know what you’re thinking about (Erich Schmidt – CEO Google)

Sono i metadati, cioè i contatti, i numeri di telefono, le informazioni che occorrono ad un computer per instradare una comunicazione. E non “sono solo metadati” (si è giustificata l’NSA intendendo che non spia le conversazioni) perché rivelano le nostre relazioni con gli altri: amici, parenti, soci d’affari, amanti. I metadati rivelano l’incontro con lo psichiatra, il chirurgo plastico, la clinica per aborti, il centro di trattamento dell’AIDS, lo strip club, l’avvocato, l’hotel a ore, la moschea, la sinagoga o la chiesa, il bar gay.
I metadati rivelano cosa e chi ci interessa davvero, sono una finestra sulla nostra vita.

We kill people based on metadata (Michael Hayden, ex direttore NSA e CIA)

Oggi abbiamo i mezzi e le opportunità per una sorveglianza globale. Le telecamere registrano ogni passaggio, ogni targa, ogni volto.
L’FBI ha un database di oltre 50 milioni di volti, la polizia di Dubai integra il riconoscimento facciale con i Google Glass per identificare automaticamente i sospetti. Nel 2008 il software Waze, poi acquisito da Google, ha introdotto un nuovo sistema di navigazione. Tracciando i movimenti delle auto il software può stabilire in tempo reale i dati del traffico e suggerire le strade meno trafficate.

Un tempo la polizia poteva seguire solo pochi sospetti alla volta. Oggi con un numero sufficiente di telecamere in una città è possibile seguire virtualmente ogni individuo. Non si tratta di seguire qualcuno, si tratta di seguire tutti.
Il sogno della Stasi della Germania dell’Est si è finalmente avverato.

 

Insicurezza come capitale politico

Lo spostamento dell’ottica dei governi dalla repressione dei crimini alla sicurezza della società contiene necessariamente una svolta in termini di risposta al crimine. Sicurezza non è reazione al crimine, ma prevenzione. Non basta più indagare un crimine, occorre anticiparlo.
La particolare sensibilità al pericolo dell’uomo cambia la visione della vita, anche in assenza di una minaccia reale. Lo teorizza Zygmunt Bauman (Paura liquida) per il quale “paura” è il nome che diamo all’incertezza, all’ignoranza della minaccia. La società moderna è una grande incubatrice di paure: il ritardo di una figlia, l’uomo in kefiah, un licenziamento, il crollo della borsa, un terremoto, una malattia, il futuro…

L’aspetto più spaventoso delle paure è che non sappiamo quali siano reali e quali inventate, per costringerci a fare qualcosa, spendere soldi, votare un certo politico. Il carattere “liquido” delle paure consente di trasformarle in capitale politico.
I politici sono ben ansiosi di venderci la soluzione alle nostre paure, che sia un nuovo corso politico oppure un prodotto di qualche società commerciale. E l’industria della sicurezza prospera con una crescita di profitti proporzionale alle paure dei cittadini. Si inventano ogni giorno nuove paure, e quelle delle società moderna iniziano quasi tutte per “cyber”: cyber-terrorismo, cyber-bullismo, cyber-crime…

Ma la soluzione non risolve. Se le paure pubbliche sono la chiave per i profitti commerciali e politici, nessun governo o manager ha davvero l’interesse ad estirparne le radici. Anzi.
È solo un “fare qualcosa” giusto per cavalcare l’onda. Per recuperare la fiducia dei cittadini.

 

Paura dell’altro

La polizia non può prevenire i crimini senza una partecipazione attiva dei cittadini. Per fornire una risposta sociale ai crimini si responsabilizzano i cittadini, alimentando la paura del diverso, dello straniero, incitandoli a controllare gli altri e a denunciarli. “See something, say something”, la campagna del Dipartimento di Homeland Security americano (DHS), attraverso dei manifesti convince i cittadini che gli spazi pubblici sono pericolosi, che i terroristi sono ovunque, e chiunque potrebbe esserlo. E che le autorità non possono proteggerti sempre.
Quindi, se vedi qualcuno sospetto, denuncialo: “Ci sono 16 milioni di occhi in città”.

Manifesto della campagna See something, Say something

Manifesto della campagna See something, Say something

Uno dei manifesti utilizzati dalla campagna propone una serie di occhi di persone di diversa razza. Siamo tutti noi, è un problema di tutti noi. Ma cosa? La minaccia non è nemmeno indicata, ma tutti noi siamo responsabili. Il manifesto ha, quindi, un unico scopo: instillare paura.

Contrariamente a quanto si può pensare, sono proprio le persone che vivono nel comfort, casomai dietro porte blindate in parchi con sorveglianza armata, che patiscono di più l’insicurezza. Più cose hai, più hai paura di perderle. Inoltre l’età incide molto, le persone più avanti negli anni soffrono maggiormente l’insicurezza.
Negli ultimi anni stanno emergendo anche in Europa nuove politiche che pongono al centro dell’agenda le esigenze di sicurezza pubblica, di prevenzione dei crimini, e quindi l’enfasi sui problemi sociali come incubatori di insicurezza. Si tratta di agire per mettere in sicurezza il futuro. E per farlo non si analizzano più le azioni, bensì i comportamenti, non si tende più a identificare i criminali, bensì i soggetti che potrebbero diventarlo in futuro.

L’idea che esistano “criminali nati” risale alla scuola positivista del tardo 19° secolo, e soprattutto a Cesare Lombroso il quale asseriva che potessero essere riconosciuti come tali anche prima di aver commesso alcun reato.

La criminalizzazione dei comportamenti antisociali è il paramento di riferimento per la categorizzazione dei futuri criminali, la problematizzazione delle famiglie difficili e dei genitori inadeguati, come incubatori dei futuri criminali. La radicalizzazione, associata allo sviluppo delle nuove tecnologie di comunicazione (i social network) per il reclutamento e la propaganda è la terza area principale di preoccupazione delle forze di polizia europee e dei servizi di intelligenze.

Nel corso degli anni l’azione preventiva è stata caratterizzata dal prolungamento della detenzione preventiva (fino a 14 giorni in Inghilterra, di contro 5 in Spagna, 4 in Italia, 2 in Germania), l’estensione delle indagini terroristiche e di intelligence.

In un contesto locale il controllo si appunta alle sottoclassi, gli espropriati, i senzatetto, i predatori sessuali, i drogati, gli agitatori, fino ai giovani indisciplinati. Sistemi analoghi al See something, Say something sono stati posti in essere o sperimentati un po’ dappertutto, a livello locale (Usa, Inghilterra, Belgio..).

Inghilterra, 20 marzo 2015
Cinque ragazze adolescenti vengono portati dinanzi ad un tribunale di Londra. Hanno espresso l’interesse a visitare la Siria, ma il consiglio locale ha manifestato preoccupazioni, considerando la loro giovane età, due di 15 e tre di 16 anni.
Il tribunale ha revocato i loro passaporti impedendogli di imbarcarsi e lasciare l’Inghilterra. Inoltre ha revocato anche i passaporti degli adulti che si occupavano delle ragazze.
Il giudice Hayden ha evidenziato l’elevato rischio in viaggi di questo tipo: è risaputo che tanti hanno perso la vita in Siria, e molti ci vanno anche conoscendo i rischi. I genitori dovrebbero occuparsi meglio delle ragazze. La legge deve intervenire in questi casi, proteggendo le ragazze anche da se stesse.

In ambito internazionale il problema, chiaramente, riguarda i terroristi.

 

Un ragionevole sospetto…

Nel tentativo di tenere lontano i terroristi dagli Stati Uniti, il Dipartimento di Homeland Security ha popolato la No Fly List, inserendovi un numero enorme di individui. L’amministrazione Obama ha più che decuplicato il numero dei “sospetti terroristi”, aggiungendone oltre 900 al giorno.
L’unico modo di conoscere se si è su detta lista è acquistare un biglietto aereo, per poi vedersi negare l’imbarco. Non occorrono prove concrete per finire nella No Fly List, è sufficiente un ragionevole sospetto, ma basato su standard fin troppo vaghi ed elastici.
Dopo si può fare causa per ottenere un risarcimento del danno, ma per uscire dalla Lista è il sospettato a dover provare di non essere un pericolo per la sicurezza pubblica.

Delle 680mila persone inserite nella No Fly List ad agosto del 2014, almeno la metà di queste non aveva alcuna connessione con gruppi terroristici.

Analisi della No Fly List

Analisi della No Fly List

Il lavoro di analisi predittiva che è alla base della redazione della Lista è falsato da un erroneo assunto. Gli analisti hanno estratto i criteri comportamentali per predire un futuro terrorista basandosi su terroristi veri, ma analizzando non tanto cosa pensavano o da dove venivano, bensì verificando quello che hanno fatto (Paul Gill, Bombing Alone: Tracing the Motivations and Antecedent Behaviours of Lone-Actor Terrorists).

Ad esempio, nelle settimane prima di un attentato i terroristi:
– cambiano indirizzo (1);
– adottano una nuova religione;
– cominciano a parlare di violenza;
– molti hanno perso recentemente il lavoro;
– sono stressati (11);
– hanno problemi familiari.

Il governo degli Stati Uniti è ormai ossessionato dallo sviluppo dell’analisi predittiva per prevenire gli attentati terroristici e in generale i crimini. L’NSA e il DHS utilizzano i PNR (Passenger Name Record, le schede di registrazione dei dati dei passeggeri memorizzate dai vettori aerei) come parte della profilazione e analisi della rete sociale dei cittadini e degli stranieri. L’NSA correla circa 164 tipi di relazioni per costruire un profilo degli individui.
E questo approccio è stato appena esportato in Europa, con l’adozione della direttiva PNR. Generalmente la normativa europea prevede regole per la tutela dei diritti degli individui, tuttavia i parametri generici spesso determinano un’attuazione riduttiva da parte dei singoli governi.

 

Predire i crimini con i tweet

Uno studio dell’Università della Virginia (qui il testo) ha dimostrato che recuperando informazioni dal social Twitter (proprio come fa l’NSA) e analizzandole con algoritmi predittivi è possibile determinare dove avverrà un futuro crimine, consentendo di dislocare opportunamente le forze dell’ordine. L’analisi dei tweet permette di prevedere da 19 a 25 tipi di reati, in particolare: stalking, furti e alcuni tipi di aggressione.

I crimini futuri spesso si verificano in prossimità di crimini passati, rendendo la mappa dei punti caldi un prezioso strumento di previsione del crimine (Matthew Gerber, Predictive Technology Lab)

Gli algoritmi si focalizzano sulle attività routinarie delle persone, e aggregano informazioni storiche per calcolare le probabilità che un particolare individuo sia coinvolto in un crimine. Lo studio, finanziato dall’esercito americano, è solo uno dei tanti (come quello dell’Università del Leicester) che evidenzia l’utilità dell’analisi predittiva. Ormai numerose polizie degli Stati Uniti (Baltimora, Philadelphia) hanno o stanno abbracciando l’approccio predittivo, utilizzando software di data mining che analizzano grandi quantità di dati pubblici (come i tweet) per effettuare previsioni di probabili crimini.
Sulla base di questi studi il DHS ha avviato la campagna See something, Say something, chiedendo ai commercianti locali di tenere d’occhio i loro stessi clienti, e riportare comportamenti “sospetti”.
E quali sono questi comportamenti “sospetti”?
– effettuare pagamenti in contati (6) o con carta di credito altrui;
– essere riluttanti a produrre un valido documento di riconoscimento;
– acquistare un numero elevato di beni;
– essere nervosi (11).

Paradossalmente la FEMA (Agenzia federale per la gestione delle emergenze) incoraggia i cittadini a fare scorte di cibo per eventuali attacchi terroristici.

Nell’ambito del programma CAT (Communities Against Terrorism) dell’FBI, sono stati distribuiti 25 volantini, ognuno specifico per un particolare settore: aeroporti, negozi di elettronica, Internet café, hotel.

Volantino programma CAT

Volantino programma CAT

In base a questi documenti devono considerarsi sospetti coloro che:
– forniscono informazioni insufficienti sull’identità oppure invocano la privacy;
– pagano in contanti (6);
– alterano il volto tagliando la barba, tingendo i capelli…;
– presentano arti mancanti o bruciature chimiche;
– acquistano torce (3);
– fanno acquisti massicci di pasti già pronti;
– utilizzano strumenti per mascherare gli IP nella navigazione online;
– effettuano comunicazioni utilizzando servizi VOIP;
– cercano informazioni su “polizia” oppure “governo”;
– cercano foto di trasporti, luoghi di eventi sportivi o località altamente popolate;
– cercano di tenere private le proprie mail o gli acquisti online coprendo lo schermo con le mani (5);
– sono nervosi in aeroporto (11);
– annotano mappe per strada;
– disegnano o registrano appunti vocali per strada;
– effettuano riprese video o scattano fotografie “inappropriate” (inappropriate senza ulteriori specificazioni);
– in un negozio di elettronica è “sospetto” avere una lista di componenti senza conoscenza adeguata sul loro uso.

Invocare la privacy è indice di terrorismo. Proteggere la propria privacy è indice di terrorismo.

I volantini sono estremamente vaghi sulla minaccia, e generici sulle caratteristiche comportamentali del soggetto. I comportamenti “sospetti” includono spesso attività routinarie, tipo pagare in contanti (l’acquisto di beni poco costosi, un caffè, è spesso effettuato in contanti e molti commercianti non accettano carte di credito per acquisti inferiori ai 10 dollari).
Il programma CAT, e l’analogo See something, Say something, istruiscono i cittadini che attività generiche poste in essere da milioni di persone ogni giorno, come usare una videocamera in pubblico, guidare dei furgoni, usare applicazioni su smartphone di registrazione vocale, sono potenziali indici di terrorismo.
Ma sono ben chiari sul fatto che tu devi essere parte della soluzione: “If something seems wrong, notify law enforcement authorities”.

 

Rischi della sorveglianza digitale

Le soluzioni semplici piacciono a tutti, e l’idea che sia possibile prevenire i reati più o meno come raccontato dal visionario Philip Dick cattura l’immaginazione anche dei governanti. La fiducia nella tecnologia e la ricerca di facili soluzioni porta inevitabilmente all’implementazione indiscriminata di tecnologie, senza preoccuparsi troppo dei rischi. Il fascino della sorveglianza digitale è enorme, un controllo in real-time dà ai governanti e alle autorità la sensazione di una risposta immediata, merce spendibile in campagna elettorale.

Nel racconto di Dick la Giustizia non si cura più del “ragionevole dubbio” (il rapporto di minoranza) ma sposa la cieca utopia della “sicurezza assoluta”, della fiducia incondizionata nella tecnologia. L’utilizzo di sistemi di sorveglianza di massa e algoritmi predittivi fa sì che le autorità di polizia (ma anche le eventuali società private di sicurezza) si trovino di fronte a black box, sistemi dei quali non conoscono il funzionamento, ma che forniscono una “risposta” che non possono in alcun modo questionare. Se l’algoritmo è in qualche modo carente, ad esempio perché utilizza parametri troppo vaghi per “identificare” un sospetto, l’agente non potrà fare altro che eseguire ciò che gli indica il software.

Quali sono le immediate conseguenze (van Brakel e De Hert, Policing, surveillance and law in a pre-crime society: Understanding the consequences of technology based strategies) dell’adozione di sistemi predittivi?

1) Eliminano la presunzione di innocenza. Instillano nei cittadini e nella stessa polizia l’idea che tutti sono sospettati fino a prova contraria.

2) Favoriscono il conformismo. Si basano sulla categorizzazione dei cittadini assegnando un profilo di rischio ad ogni categoria, così rafforzando anche i concetti di classe e razza. L’inclusione in categorie dipende dall’idea che certi comportamenti siano la “norma”, quindi porre in essere comportamenti differenti automaticamente include in categorie a rischio. Il sistema discrimina sia gruppi (pensiamo ai musulmani) che singoli individui i quali si comportano “non a norma”.

3) Rimuovono le responsabilità. La strutturazione del sistema in black box, e la circostanza che la decisione appare venire da un algoritmo, di fatto mina le responsabilità dei singoli rendendo difficile nell’ambito delle gerarchie e delle competenze stabilire chi deve pagare per un eventuale errore.

4) Minano i diritti umani, in particolar modo la privacy. Se non sai esattamente quali problemi e quali eventi futuri dovrai affrontare, l’approccio più ovvio è raccogliere tutti i dati possibili con grave detrimento per i diritti umani.

5) Crea distacco tra polizia e cittadini. Il fatto che la polizia lavori a distanza tramite sistemi di sorveglianza determina inevitabilmente una riduzione del rapporto empatico tra le autorità e i cittadini, i quali vengono trattati più come numeri che come persone. E questo di contro mina la fiducia del pubblico nelle autorità. Paradossalmente in tal modo diventa più difficile per la polizia risolvere i crimini non ricevendo alcun aiuto dai cittadini.

 

Sicurezza

Il problema della società moderna è la sicurezza, che viene presentata come l’opposto della privacy. La propaganda governativa ci dice che non ci può essere sicurezza se c’è troppa privacy. E questo vale soprattutto online. I governi vogliono l’eliminazione della crittografia, le backdoor nei software, la sorveglianza senza mandato, le leggi realizzate a porte chiuse, la censura online delle notizie scomode e che possano creare agitazione sociale.

Ma in realtà sicurezza e privacy non sono termini antitetici: un attivista per i diritti umani in Siria ha bisogno di privacy per essere al sicuro; un omosessuale in India ha bisogno di privacy per essere al sicuro; un giornalista in molti paesi ha bisogno di privacy, per sé e per i suoi informatori, per essere protetto.
Il problema, invece, è la sicurezza di chi decide, di chi governa. Il campo di battaglia del futuro è, quindi, una maggiore sicurezza per chi ha il potere di decidere, e a spese degli altri. Per la sicurezza di pochi occorre cancellare i diritti di tutti gli altri.

In Minority Report paradossalmente, mentre tutti sono rivolti al futuro, il precog Agatha, l’unica che veramente può vedere il futuro, è rivolta incessantemente al passato, rivivendo continuamente il primo omicidio coperto sfruttando le debolezze del sistema. Un monito per non dover ripetere gli stessi errori (la Stasi della Germania Est, con i suoi 180mila informatori, era un sistema costruito per la perpetuazione della classe dirigente).

Autore
Avvocato e blogger. Mi interesso di diritto applicato ad internet e alle nuove tecnologie di comunicazione. @brunosaetta



Università e lavoro: Stefano Feltri insiste e sbaglia ancora

Nel suo terzo articolo il vicedirettore del Fatto Quotidiano usa ancora una volta i dati in modo scorretto. E su facoltà utili o inutili a smentirlo è la stessa autrice della ricerca da lui citata.



di Antonio Scalari e Angelo Romano

Stefano Feltri, vicedirettore del Fatto Quotidiano, torna per la terza volta sul tema “Università e lavoro”, rivolgendosi di nuovo ai «paladini del principio “bisogna studiare quello che ci piace e non quello che è utile a trovare lavoro” che commettono «grossolani errori nel leggere i dati» (come vedremo, non sono questi a commettere errori) e contro chi «rivendica il diritto di studiare come (e quanto) si crede». Feltri non spiega nemmeno questa volta perché pensa che gli studi che piacciono siano sempre e necessariamente inutili a trovare un lavoro. Come se i corsi di laurea ritenuti “utili” fossero frequentati solo da studenti che li detestano. Sì, è un nonsenso. Ma è un nonsenso, infatti, fondare un intero ragionamento sulla critica al “quello che ci piace” come metro di giudizio. Come abbiamo stabilito, inoltre, che chi sceglie cosa studiare in base alla propria vocazione non consideri mai le prospettive?

«In Italia studiamo le cose sbagliate»

Come giustifica Feltri la sua tesi e il suo metro di giudizio sull’ “utile” e l’ “inutile”? Con i numeri, afferma. Feltri riporta, di nuovo, le cifre fornite dal consorzio Almalaurea sul tasso di disoccupazione a cinque anni dalla laurea. Tuttavia Feltri continua a ignorare le implicazioni di queste cifre per la sua tesi “lauree inutili = lauree umanistiche”. Come abbiamo già sottolineato, infatti, Almalaurea rileva che il gruppo “geo-biologico” (che Feltri cita ancora come “geo-biologia”, come fosse un corso, in realtà è un gruppo di lauree scientifiche: scienze geologiche, scienze biologiche, scienze naturali..) mostra una certo distacco, come tasso di disoccupazione (13,6%), rispetto alle lauree che si trovano ai primi posti (come medicina e ingegneria). Per i laureati in materie letterarie il tasso è del 17,6%. Ma la stessa Almalaurea rileva che, a cinque anni dalla laurea, è occupato il 67,8% dei laureati in materie letterarie, contro il 59,8% di quelli del gruppo geo-biologico.

Almalaurea, per ogni gruppo disciplinare, misura anche l’indice di efficacia, che sintetizza due caratteristiche: la richiesta del titolo per il lavoro svolto e l’uso delle competenze acquisite nel conseguimento di quel titolo. Potremmo intendere questo indice come una misura dell'”utile” un po’ meno arbitraria e indefinita di quella adottata da Feltri. Al primo posto figurano le lauree del gruppo giuridico: l’81,8% dei laureati, cinque anni dopo la fine degli studi, dichiara che il proprio titolo è molto efficace o efficace.  Questa percentuale scende al 62,1% per i laureati del gruppo geo-biologico e al 40,2% per quelli del gruppo letterario, per citare solo alcuni gruppi. Per fare un confronto, la percentuale nel gruppo economico-statistico è del 52,6% e in quello delle lauree di ingegneria del 57,9%. Va detto che se si aggiunge anche la percentuale di coloro che dichiarano che il proprio titolo è “abbastanza efficace” (secondo la definizione di Almalaurea: la laurea è necessaria o utile, ma utilizzano le competenze in modo ridotto), l’indice complessivo aumenta in tutti i gruppi. Nel gruppo letterario l’insieme di coloro che dichiarano che il loro titolo è molto efficace, efficace o abbastanza efficace raggiunge circa il 65%.

Sì, le differenze ci sono. Nell’insieme i laureati nelle materie letterarie hanno un tasso di disoccupazione maggiore e un indice di efficacia inferiore rispetto a quelli di altri gruppi ma la condizione occupazionale mostra che il lavoro c’è anche per loro e non è raro che sia un lavoro per cui servano le competenze e le conoscenze acquisite. E anche quando queste non servono, lauree come quelle umanistiche o quelle del gruppo politico-sociale, per il tipo di formazione che forniscono, possono essere comunque richieste e interessanti. Come afferma il direttore di Almalaurea Andrea Cammelli, «oggigiorno, ad esempio, un laureato in filosofia può tranquillamente ricoprire un ruolo efficace ed efficiente nell’area del personale di un’azienda».

Forse la realtà è un po’ più complessa di come la si vuole dipingere. Magari anche contraddittoria. Forse il rapporto tra Universita e lavoro è fatto di un intreccio di opportunità e difficoltà, per diversi gruppi di lauree, non solo per quelle umanistiche. Ma questa complessità è ignorata proprio da chi non ha remore nel liquidare interi gruppi di discipline come per nulla interessanti per il mondo del lavoro. Ma cosa risponde Feltri all’osservazione secondo cui anche i laureati in diversi gruppi di lauree scientifiche faticano spesso a trovare degli sbocchi?

Beh, no. I geologi non sono sempre disoccupati. Pero sì, sembra che insieme ad altri laureati scientifici, come i biologi, fatichino molto più dei laureati in altre discipline, scientifiche e non scientifiche. «Io ho solo detto: scegliete considerando gli sbocchi». Se si dovesse scegliere considerando solo gli sbocchi, indipendentemente da obiettivi personali, interessi e vocazioni, quale sarebbe la scelta “giusta”? Dati Almalaurea alla mano, cosa dovremmo consigliare a chi oggi vorrebbe studiare non lettere o storia, ma geologia o biologia? Per fare, magari, il ricercatore in una di quelle discipline? Tra tagli alle risorse e precariato diffuso nell’università e negli enti di ricerca, di fronte al quale i governi che si succedono non offrono ancora nessuna soluzione, la prospettiva potrebbe essere rischiosa (perlomeno in questo paese). Dovremmo metterci per questo a scoraggiare gli interessi e le vocazioni dei futuri ricercatori, per produrre così ancora meno ricercatori rispetto ai pochi che l’Italia già ha? È solo un esempio, utile però per rompere il frame nel quale Feltri insiste nel volerci far stare, cioè quello della dicotomia “utilità/inutilità” applicata solo alle materie letterarie e (sembra anche) socio-politiche. Purtroppo non è solo chi vuole studiare filologia classica che rischia di non aver un futuro in questo paese. Perciò quali lauree dovremmo salvare e consigliare, stando ai dati sull’occupazione? Dove si ferma l’asticella? Ammettiamo pure di poterci permettere di perdere qualche futuro studioso di Dante (vogliamo crogiolarci nella retorica del paese di Dante, dice Feltri). Meno, forse, qualche futuro sismologo. Chi rimane?

Ma non c’è niente da fare. Per Feltri se «nella competizione internazionale siamo messi molto male» è perché gli studenti italiani insistono nello studiare «le cose sbagliate» (lettere, storia. Dante). Stando ai dati di questo grafico, riportato sul sito dell’Associazione Roars, studiamo «le cose sbagliate» né più né meno che in altri paesi (anzi, a volte meno). Qualcosa non torna.

E qualcosa non torna anche nell’interpretazione dei dati del paper del centro studi CEPS da cui è partito il dibattito. Gli autori dello studio calcolano il “valore medio attualizzato” dei diversi gruppi di lauree, calcolato in diversi paesi europei tra cui l’Italia, sulla base del rapporto tra costi e investimento di tempo nello studio e benefici dopo la laurea. La conclusione è che l’iscrizione alle discipline STEM ( Scienze, Tecnologia, Ingegneria e Matematica) spesso non è l’investimento migliore per gli studenti, dati i costi necessari a conseguire quei titoli. Feltri, sulla base dei valori che indicano il ritorno immediato di ogni gruppo di lauree, afferma che gli studi che non pagano, quelli con valori negativi, sarebbero da scartare. Ma, come annota l’articolo del Sole 24 Ore che riporta i risultati del paper, in Italia «per le studentesse, una laurea in ingegneria o scienze produce i ritorni più bassi in assoluto (-32, il doppio del -15 dell’area umanistica)». Da questi numeri si dovrebbe dedurre che in Italia, per una studentessa, paga molto di più una laurea umanistica che una laurea STEM, al contrario di quanto suggerisce Feltri. Questo perché al vicedirettore del Fatto preme più puntare il dito contro le lauree umanistiche che riflettere sul problema oggetto dello studio, cioè quali incentivi trovare se si vogliono rendere più convenienti e attraenti le lauree STEM.

Nonostante non li interpreti correttamente, Feltri è convinto che i numeri dello studio del CEPS dimostrino la sua tesi. Ma Ilaria Maselli, una delle autrici del paper, intervistata dal Sole 24 Ore, dichiara:

Qui stiamo parlando di un calcolo puramente economico. La prospettiva dei ‘returns of education’, i ritorni dell’istruzione, è molto più ampia. Non sono d’accordo con chi dice che ‘studiare lettere è inutile’ perché il suo valore non può essere limitato al calcolo che svolgiamo in questa determinata indagine».

«L’università fa schifo perché gli italiani sono tra i peggiori in Europa a leggere e far di conto».

Secondo punto: il sistema universitario italiano fa un po’ schifo, scusate l’eccesso di sintesi. Almeno sulla base delle competenze che vengono riscontrate tra gli studenti italiani e tra gli adulti. Qui ci sono i punteggi Pisa in lettura, matematica e scienze del 2012, rilevati dall’Ocse, raccolti tra gli studenti delle superiori. E a fianco i risultati tra gli adulti: non si vedono grandi miglioramenti. Queste non sono mie opinioni, sono dati. Ovviamente contestati dai tanti, in Italia, che ritengono che la cultura non si possa misurare. Negli altri Paesi, però, magari si misura male uguale ma i ragazzi ottengono punteggi migliori.”

Feltri scrive che l’università italiana è mediocre perché non migliora i livelli di comprensione dell’italiano, di capacità di calcolo e di soluzione dei problemi nel tempo. Una simile affermazione meriterebbe un’argomentazione accurata, invece Feltri si limita a mostrare due tabelle una accanto all’altra come prova di quanto sostenuto. Che nesso c’è tra le due indagini? E come dal loro accostamento si può dedurre che l’università italiana sia di bassa qualità?

Le statistiche sono importanti, ci aiutano a interpretare quello che sta accadendo, ma vanno utilizzate con cognizione. Ammettendo che i risultati citati siano rilevanti ai fini della valutazione della salute del sistema universitario italiano, qui Feltri sta accostando dati non omogenei tra di loro e decontestualizzati, provenienti da due rilevamenti differenti promossi entrambi dall’OCSE: l’indagine PISA 2012, volta a valutare le capacità di ragazzi di 15 anni di 65 paesi diversi nella lettura, matematica e scienze, e il programma internazionale PIAAC (Programme for the International Assessment of Adult Competencies) per la valutazione delle competenze degli adulti (16-65 anni), realizzata in 24 paesi di Europa, America e Asia (in Italia dall’ISFOL su incarico e sotto la responsabilità del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali).

Questi dati, infatti, valutano più i processi di qualità della scolarizzazione (PISA 2012), di de-alfabetizzazione e di problem-solving (PIAAC) che di formazione universitaria e, nel secondo caso, sono questione più di lifelong learning che di formazione universitaria. Su questo tema più volte si è battuto Tullio De Mauro, che – alla vigilia della riforma della scuola – individuava tra i silenzi del governo sulla scuola proprio quello sulla lotta alla dealfabetizzazione. Tra le righe dell’indagine Isfol si legge, infatti, che a giocare un ruolo diretto sulla dealfabetizzazione degli adulti italiani intervengono due fattori importanti che poco hanno a che vedere con l’università: il livello di istruzione e scolarità nel nostro paese che, resta al di sotto di quello di altri paesi comparabili (il 54% dei rispondenti ha un titolo sotto il diploma, il 34% è in possesso del diploma ed il 12% ha la laurea, contro rispettivamente il 27%, il 43% e il 29% nella media OCSE); l’obsolescenza con l’avanzare dell’età, che porta ad un abbassamento dei risultati in capacità di calcolo e comprensione dei testi. Se si analizza la percentuale di popolazione che si colloca ai più alti livelli di competenza (in generale, dai 35 anni in su), il livello raggiunto decade progressivamente. E allora più che la qualità dell’università, fattore determinante nel progressivo decadimento delle capacità di comprensione dei testi e di risoluzione dei problemi, sono gli stili di vita: meno ci si informa – si legge nell’indagine – meno si è stimolati a ragionare, meno si partecipa in modo attivo alla vita sociale, più le capacità acquisite negli anni in cui si andava a scuola o all’università si indeboliscono.

È vero, l’indagine PIIAC dice anche che il deficit del nostro paese è più accentuato per i livelli di istruzione più avanzati. Anche in questo caso, tuttavia, i dati non sono omogenei e non consentono di capire a quali classi d’età appartengano i laureati (pari al 12% dell’intero campione) che hanno risposto all’inchiesta. La comparazione avrebbe avuto senso se fosse stata monitorata in diversi momenti la medesima classe d’età: a 15 anni, magari al termine del percorso di studi scolastico, al termine degli studi universitari, periodicamente in età adulta fino ai 55-65 anni.

Feltri tace, infine, che, per quanto preoccupanti, i dati indicano un trend in miglioramento negli anni. Infatti, nella prefazione dell’indagine si legge che: “si riduce la forbice tra giovani e anziani, con un miglioramento delle fasce di età più mature; si riduce lo scarto con la media OCSE relativamente alle competenze alfabetiche e si riscontra un miglioramento complessivo del ranking dell’Italia rispetto alle altre indagini svolte negli ultimi anni, mentre gran parte degli altri Paesi rimane stabile.”

Infine, visto che nelle università non si produce solo formazione ma anche ricerca, dire che l’università italiana fa un «po’ schifo» significa di fatto affermare che fa schifo anche la ricerca prodotta al suo interno e negli enti di ricerca dove lavora chi ha studiato nelle università italiane, anche all’estero. Ma la qualità della ricerca italiana, a fronte peraltro delle scarse risorse, è ottima.

«Studiare ciò che piace è un diritto costoso per la collettività»

L’anno scorso, sul Corriere della Sera, il presidente della Conferenza dei Rettori Stefano Paleari affermava che per l’Università «i finanziamenti pubblici ammontano a 6 miliardi di euro l’anno, 100 euro per abitante, uno dei contributi più bassi d’Europa, un terzo di quanto erogato da Francia e Germania».

Alla diminuzione degli investimenti pubblici nell’università è seguito un aumento delle tasse universitarie che devono versare gli studenti. Mentre, come ricorda l’articolo del Corriere:

In Francia, Spagna, Belgio e Austria le tasse sono in media più basse delle nostre. Ma il vero paradiso universitario è nei Paesi scandinavi, dove gli studenti non pagano nulla (ad eccezione di quelli extra Ue che da due anni sono tenuti a versare delle quote)»

Come ricorda l’Associazione Roars:

In Europa, l’università italiana è lontana dall’essere “quasi gratuita”. Infatti, su 15 nazioni europee esaminate dall’OCSE solo Regno Unito e Paesi Bassi hanno tasse universitarie più alte. Inoltre, siamo agli ultimi posti (16-esimi su 19 nazioni in ambito mondiale) per percentuali di studenti che beneficiano di sostegni economici sotto forma di prestiti o borse di studio (fonte: Education at a Glance 2013).»

In uno scenario di questo tipo chi pensa che ci siano atenei o corsi “sussidiati pesantemente” (per riprendere l’espressione usata da Stefano Feltri) ignora la triste realtà del nostro paese, dove si è infierito semmai pesantemente, non certo “sussidiato” pesantemente. Quindi in Italia nessuno studia “ciò che piace” gratis, tutt’altro. Nessuno è costretto a pagare uno stipendio «se quello che piace a noi a lui non interessa», scrive Feltri. Potremmo sbagliarci, ma non ci risulta che in Italia ci siano migliaia di datori di lavoro “costretti” da qualcuno a pagare dipendenti che non vogliono. Piuttosto, i «costi per la collettività», di cui parla Feltri nel suo secondo articolo, derivano dall’incapacità di un paese di beneficiare delle conoscenze e delle competenze di coloro che ha formato, e che si lascia sfuggire anche chi ha alle spalle curricula ed esperienze di alto profilo.

Nel dibattito seguito al primo articolo di Feltri, c’è stato chi ha voluto impartirci lezioni di realismo, rimproverandoci di non conoscere le “dinamiche del mercato” e le sue necessità. Dinamiche che, per qualche ragione, dovrebbero essere le uniche a orientare le scelte individuali sul proprio futuro. La scelta di cosa studiare dovrebbe essere solo un riflesso dei bisogni del mercato e delle imprese. Un dato naturale e ineluttabile di fronte al quale, apparentemente, sembrerebbe insensato non solo chiamare in causa il ruolo dello stato nel fornire sbocchi e opportunità (l’aggettivo “pubblico” è scomparso dal vocabolario), ma perfino interrogarsi sullo stesso mercato del lavoro, sulle sue prospettive future e su quale società costruire. In cosa vogliamo investire? Quali opportunità vogliamo creare? A cosa diamo valore e importanza? Chi stabilisce cosa è “utile”? Ma è difficile che una visione limitata al “il mercato oggi vuole questo” possa trovare sensate queste domande.

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Luigi ha una laurea, un dottorato e un’esperienza di ricerca al Mit di Boston. Ma in Italia non c’era posto per lui. Grazie alle sue competenze ora vive e lavora in Qatar. «Mi domando se il problema della disoccupazione sia l’ennesima colpa di noi giovani ‘sognatori’, che ci ostiniamo a voler fare ciò che amiamo, se sia una perversa miopia del sistema, che non fa nulla per valorizzarci, o l’ostinazione di chi occupa le poltrone a rimanere seduti a vita».


di Luigi Farrauto – faroutof.it

Sono stato molto colpito dal dibattito sulle carriere universitarie, se studiare ciò che si ama o seguire le indicazioni del mercato. Nel mio piccolo, da italiano da poco residente all’estero, mi pare che ancora una volta si discuta un problema senza centrarlo davvero. Accanirsi sulle scelte personali è così importante? Per quel che mi riguarda, io ho studiato ciò che amavo, e ho approfondito le mie passioni per riuscire a distinguermi in qualche modo. Ma in Italia questo essere ‘specializzati’, e dunque cercare di puntare diretti a occupare una fetta di mercato inesistente, non aiuta granché. Anzi. La mia esperienza – parziale e limitata, ma uguale a tantissime altre – mi dice l’opposto, che da noi il seguire un percorso specifico è solo uno scomodo intralcio.

Ho studiato Graphic Design al Politecnico di Milano. Un corso di studi né scientifico né letterario, ma che apparentemente offre molti sbocchi, specie in un paese come l’Italia. Feltri approverebbe, forse. Ho dunque una laurea, e anche un dottorato, con un’esperienza di ricerca al MIT di Boston. Sulla carta, curricularmente, molto forte si direbbe. Sono però diventato uno dei cosiddetti ‘iper specializzati’. Ho lavorato molto all’estero, perché solo lì questo era percepito come un valore e non un limite, e nella mia lunga ricerca di un lavoro in Italia ho incontrato parecchie frustrazioni: il sempreverde “non ci sono soldi”, seguito da “han tagliato i fondi”, l’ipocrita “meriti molto di più”, il sadico “ti dovremmo pagare troppo”, e persino il diabolico “dovresti togliere dal curriculum che hai un dottorato, sennò spaventi i datori di lavoro”. Questa è stata la realtà lavorativa che mi son trovato davanti, sia nel settore pubblico che in quello privato.

Visto il mio cursus honorum, l’insegnamento mi pareva una strada credibile. Dopo vari anni a insegnare a contratto in diverse università italiane, nel 2013 è arrivato il concorso per l’abilitazione scientifica del Miur. Sapevo di non avere troppe speranze. Sapevo anche che allo stesso concorso avrebbero partecipato personaggi quotatissimi, con centinaia di pubblicazioni, in attesa da decenni di una cattedra e ben più meritevoli di me. E sapevo bene di non essere mai entrato nel circuito di relazioni e contesti che sottendono un posto in accademia. Ma ci ho provato.

L’esito è stato più che scontato, negativo. Le motivazioni dei membri della commissione sono state però mortificanti. Erano argomentate accuratamente, persona per persona. Perché -seppur nella loro leggerezza, avranno giudicato migliaia di CV – parevano scritte con un generatore automatico di giudizi. Le mie erano, cito testualmente: “Curriculum complessivo limitato e insufficiente per una posizione di professore di seconda fascia”, “Complessivamente il CV non raggiunge quei parametri quali-quantitativi necessari, né risulta compiuto il percorso scientifico accademico”, e “Il curriculum non presenta elementi significativi”.

Non capivo cosa volesse dire, pensavo di aver compiuto il percorso accademico con il dottorato. Mi sarei aspettato una “mancanza di pubblicazioni”, non certo questo.

Allora mi domando se il problema della disoccupazione sia l’ennesima colpa di noi giovani “sognatori”, che ci ostiniamo a voler fare ciò che amiamo, se sia una perversa miopia del sistema, che non fa nulla per valorizzarci, o l’ostinazione di chi occupa le poltrone a rimanere seduti a vita. Mi domando se la crescita del nostro paese non dovrà necessariamente partire da una rivalutazione dell’università come fulcro della cultura e della crescita (scientifica o umanistica che sia), perché la futura classe dirigente ne possa cogliere l’importanza. Ma prima di cercare risposte, di elaborare il perché di tutti quei tagli o il perché l’Italia sia fanalino di coda nelle classifiche degli investimenti nell’istruzione, degli stipendi dei docenti, del numero di laureati e così via, da quel giorno ho deciso che la carriera universitaria non facesse per me e ho appeso la cattedra al chiodo, senza troppa sofferenza a dirla tutta.

Ma mi è dispiaciuto, perché avrei voluto ‘restituire’ qualcosa al mio paese, in termini di istruzione. Eravamo in tanti nella stessa situazione, ma nel mal comune non c’era gaudio per nessuno.

Così ho proseguito da solo, con le mie forze, ho tirato dritto continuando a fare ciò che amo, perché conosco l’importanza della passione. Sono uno dei tantissimi caduti nella trappola della partita Iva, quel sottobosco invisibile che si sviluppa nella crepa della precarietà, di cui nessuno parla mai però, e che si diffonde sempre di più. Altro che articolo 18, questioni contrattuali o statuto dei lavoratori. Chi ha la partita Iva per lo Stato quasi non esiste. Deve fare da sé. Parlo di giovani specializzati nei più diversi ambiti, costretti a improvvisarsi liberi professionisti solo perché qualunque altra strada contrattuale è blindata. In ogni ambito. E a guadagnarci sono solo i commercialisti.

Ora, dieci anni dopo la mia laurea, vivo in Qatar, dove proprio per le mie competenze specifiche, il mio percorso formativo e la mia esperienza nel settore, sono stato assunto da una grande azienda, con una posizione importante e che mi valorizza parecchio. Mi gratifica. E la soddisfazione più grande è stato il chiudere la partita iva, anche se ha comportato lasciare il mio paese e tutti i miei affetti. Qui non sono circondato da persone che pontificano su argomenti che ignorano, sento addirittura discorsi del tipo: “sei tu l’esperto, io non metto bocca” e l’essere giovane non è certo una colpa. L’avere un dottorato mi ha addirittura dato accesso a uno stipendio maggiore. All’estero questo è “normale”. In Italia mi dicono di nasconderlo.

luigi450

La mia è la storia di un’emigrazione soft. Non mi sento un vero emigrato, tantomeno un cervello in fuga, voglio tornare in Italia al più presto, ma non nascondo che ho molta paura, paura di essermi scavato la fossa da solo, che la trappola dell’iper-specializzazione da noi non ripagherà, che sarò costretto a restare in giro per il mondo per sentirmi valorizzato, o semplicemente per lavorare.

Sono sempre stato molto orgoglioso del mio paese. E, come tanti giovani come me, per anni ho inseguito l’illusione di poter contribuire a renderlo un posto migliore. Ma nel labirinto del Belpaese il filo d’Arianna è un volo di sola andata, il più lontano possibile dalla frontiera. Sono in molti a lasciare l’Italia, parecchi non tornano più. Punti di fuga per chi è privo di prospettive.

Alcuni lavori di Luigi:

aeroporto

Redesign della segnaletica dell’aeroporto di Abu Dhabi

 

 

mostra

Mappa e grafica della mostra “Exploring urban futures” a San Francisco

 

 

 

mappe

Tom Dixon’s Exhibition – Museo della Scienza e della Tecnica

 

 




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