Ad Aleppo non è possibile nemmeno contare i morti

Ad Aleppo non è possibile nemmeno contare i morti, scrive Louisa Lovelack sul Washington Post. Già lo scorso anno, Già nel 2013, a quasi due anni dall'inizio della guerra in Siria, le Nazioni Unite avevano detto di avere smesso di contare il numero delle vittime quando erano ancora 100mila (cifra poi aggiornata qualche mese fa a circa mezzo milione) per la mancanza di fonti attendibili. Dal 15 novembre, poi, quando è iniziata l’offensiva via terra e via aria delle forze filo-governative verso la parte orientale della città, in mano ai combattenti ribelli che si oppongono al governo di Bashar al-Assad, ad Aleppo è diventato rischioso persino seppellire i morti. I cimiteri sono già tutti pieni e le persone scavano tombe poco profonde in tutti i parchi pubblici per dare una sepoltura ai propri cari.

Con l’intensificazione dei voli degli aerei militari da guerra e l’avvicinamento delle truppe di terra delle ultime settimane, l’unico momento sicuro per farlo è la notte. Anche i Caschi Bianchi devono muoversi con circospezione. «Non riusciamo a tenere il passo», racconta al Washington Post Ibrahim Abu Laith, un volontario del gruppo di protezione civile. Messi in difficoltà dalla scarsità dei mezzi a disposizione, i Caschi Bianchi devono scegliere con cura le loro missioni di soccorso. Consumare troppo carburante per raggiungere un luogo dove c’è stata un’esplosione potrebbe privarli della possibilità di salvare altre vite. Inoltre, basta udire il rombo degli aerei, spiega ancora Ibrahim, per interrompere ogni operazione e mettersi in salvo. «I momenti più duri sono quando riesci a sentire dei lamenti, capisci che qualcuno è vivo, ma non fai in tempo a riuscire a salvarlo».

Aleppo al centro del conflitto

Nell'ultima settimana c’è stata un’accelerazione dell’azione militare delle forze filo governative siriane, nel tentativo di sottrarre ai combattenti ribelli (che contrastano il governo di Assad) la parte della città da loro controllata.

L’attacco, scrive la BBC, ha rotto una situazione di stallo che andava avanti dal 2012, quando, dopo l’offensiva lanciata dai combattenti ribelli per riuscire ad avere il controllo dei territori a nord della Siria, la città è stata divisa in due: la parte orientale in mano alle forze ribelli, quella occidentale al governo.

Un tempo la più grande città della Siria, con una popolazione di 2,3 milioni di abitanti e nota per la sua città vecchia, riconosciuta patrimonio mondiale dell’umanità dall’Unesco, la Cittadella (risalente al XIII secolo) e la Grande Moschea (XII secolo), dal 2012 Aleppo è diventata un campo di battaglia chiave nella guerra tra le forze fedeli al presidente siriano e i ribelli che vogliono rovesciarlo, microcosmo del più ampio conflitto in Siria e simbolo del fallimento della comunità internazionale nel proteggere i civili e negoziare un accordo di pace.

Aleppo, città chiave per il controllo della Siria – via BBC
Aleppo, città chiave per il controllo della Siria – via BBC

Ai primi di febbraio, le forze governative hanno tagliato la principale rotta per i rifornimenti utilizzata dai ribelli, conquistando le città nelle campagne di Aleppo, Nubul e Zahraa. A luglio, le truppe di Assad hanno preso il controllo di Castello Road, a nord di Aleppo, l’unica rotta verso la parte orientale in mano ai combattenti ribelli. Le consegne di cibo e di medicine delle Nazioni Unite sono state bloccate e circa 275mila persone si sono trovate improvvisamente sotto assedio.

Da allora è iniziata un'offensiva a tutto campo, con attacchi aerei di intensità e scala senza precedenti, interrotti solo nel mese di ottobre per consentire ai civili e ai ribelli di poter abbandonare l’area orientale. Ma, prosegue la BBC, poche persone sono andate via. Il 15 novembre gli attacchi via aria e via terra sono ricominciati. I ribelli e i jihadisti si sono ritirati verso sud, i civili hanno iniziato ad abbandonare le proprie abitazioni.

Civili siriani in fuga dagli scontri tra forze del governo e ribelli ad Aleppo Est – via The New York Times
Civili siriani in fuga dagli scontri tra forze del governo e ribelli ad Aleppo Est – via The New York Times

Domenica scorsa, le truppe filo-governative siriane, sostenute dalla forza aerea russa e dai miliziani sciiti libanesi, iraniani e iracheni, sono riuscite a conquistare i quartieri di Masaken Hanano e Jabal Badro.

In un attacco separato, le “Forze Democratiche Siriane”, coalizione a guida curda, si sono spinte, sempre sul lato orientale della città, togliendo ai combattenti ribelli il quartiere Bustan al-Basha. Rappresentanti della coalizione hanno negato la voce secondo la quale l’attacco era stato coordinato con le forze governative e hanno dichiarato di aver permesso la fuga di circa 2500 civili verso il quartiere a maggioranza curda Sheikh Maqsoud, a nord della città.

I quartieri di Masaken Hanano e Jabal Badro conquistati dalle forze di governo – via Guardian
I quartieri di Masaken Hanano e Jabal Badro conquistati dalle forze di governo – via Guardian

Le forze ribelli siriane hanno così perso il controllo di tutti i quartieri a nord della parte orientale di Aleppo, più di un terzo dell’intera area dove erano insediati. «Si tratta della loro peggiore sconfitta da quando hanno conquistato metà della città», ha dichiarato Rami Abdulrahman, direttore dell'Osservatorio siriano per i diritti umani (Sohr).

I quartieri conquistati dalle forze di governo – via Guardian
I quartieri conquistati dalle forze di governo – via Guardian

La fine del conflitto, però, sembra ancora lontana, come ammesso anche dall’inviato delle Nazioni Unite in Siria, Steffan De Mistura, che, in un intervento al Parlamento europeo, ha dichiarato di non essere in grado di poter dire quanto durerà l’azione in corso. Le diverse fazioni dei gruppi ribelli hanno deciso di unire le forze per formare una nuova coalizione (chiamata “Aleppo Army”) per una migliore organizzazione militare e per difendere le aree da loro controllate dall’offensiva delle forze filo governative. La rivalità tra i gruppi ribelli, scrive Reuters, è stata da diversi esperti indicata come una delle principali debolezze nel corso di tutta la guerra.

Nel caso in cui riuscisse a conquistare Aleppo, il governo siriano avrebbe il controllo delle cinque più grandi città della Siria, mentre ai ribelli resterebbe la provincia settentrionale di Idlib e alcune sacche di territorio intorno ad Aleppo e alla capitale Damasco. Questo fa pensare, ha affermato Ryan C. Crocker, diplomatico statunitense con lunga esperienza in Medio Oriente, a uno scenario simile al Libano: una lenta e duratura guerra civile, che si svolgerà nei luoghi dove gli insorti si nasconderanno, lontano dalle città.

«Perdere la parte orientale di Aleppo non significa la sconfitta dei ribelli», ha detto alla BBC George Sabra, presidente del principale gruppo di opposizione. «Aleppo è un luogo importante per la rivoluzione, ma non è l'ultimo posto».

Per come si sta strutturando, il conflitto siriano, scrive David Batashvili su Forbes, sembra ricordare la Guerra dei Trent’anni tra il 1618 e il 1648 in Germania: un paese devastato da una lunga e brutale guerra interna; uno scontro settario in superficie, ma che nella sua sostanza è una lotta geopolitica; molti conflitti diversi, che si combinano in un’unica grande conflagrazione; potenze straniere che forniscono sostegno alle fazioni in lotta per anni prima di entrare in guerra in un modo più diretto. Queste somiglianze suggeriscono la possibilità di un’ulteriore escalation della guerra siriana, con un maggiore coinvolgimento militare delle potenze straniere in Siria, che potrebbero cercare di aumentare o limitare le rispettive sfere di influenza in un paese diventato centrale per il controllo del Medio Oriente.

"Aleppo rischia di diventare un cimitero a cielo aperto"

L’avanzata delle forze del governo siriano guidato da Bashar al-Assad nella parte orientale di Aleppo ha provocato lo sfollamento di migliaia di civili. Durante tutti questi mesi le organizzazioni umanitarie hanno avuto grande difficoltà a poter intervenire per dare sostegno alle migliaia di abitanti, costretti a vivere in condizioni igienico-sanitarie critiche e con gravi carenze di cibo e acqua. Per molte madri, questo significa, scrive Abc News, cercare alternative per accudire e dare da mangiare ai propri figli.

Secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani (SOHR), sarebbero circa 50mila le persone costrette a fuggire, mentre secondo un rapporto dell’Istituto siriano per la Giustizia, gli attacchi aerei avrebbero ucciso 700 persone nell’ultimo mese, di cui 118 bambini. Mercoledì 30 novembre, stando a quanto riporta il New York Times, in un bombardamento in cui sono morti 26 civili, molte delle vittime sono state colpite mentre tentavano la fuga.

«Aleppo rischia di diventare un cimitero a cielo aperto», ha dichiarato il sottosegretario delle Nazioni Unite per gli Affari umanitari, Stephen O’Brien, davanti al Consiglio di sicurezza dell’Onu. «In Siria, le regole di guerra sono state sistematicamente disattese, non sono state lasciate libere zone rosse o di attraversamento. Quanto stabilito dalla prima Convenzione di Ginevra più di 150 anni fa e imparato da dolorose e costose lezioni a carico di tante generazioni, è stato totalmente ignorato». «Chiediamo – ha proseguito O’Brien – a quanti possono farlo di intervenire per proteggere i civili e garantire l'accesso alla zona assediata di Aleppo est. La situazione è allarmante e spaventosa. Nessun ospedale è operativo e le riserve alimentari si stanno esaurendo».

Marianne Grasser, a capo dell’International Committee della Croce Rossa, ha chiesto a tutte le parti coinvolte nel conflitto di fare tutto il possibile per proteggere i civili. Da quando si sono intensificati gli attacchi nella parte orientale di Aleppo, secondo Croce Rossa, almeno 30mila persone hanno trovato rifugio nel lato occidentale della città e il numero delle persone in fuga è destinato ad aumentare di decine di migliaia.

Famiglie siriane in attesa di salire a bordo per andare nella parte occidentale di Aleppo, controllata dal governo – via The New York Times
Famiglie siriane in attesa di salire a bordo per andare nella parte occidentale di Aleppo, controllata dal governo – via The New York Times

La Croce Rossa e l’organizzazione umanitaria “Syrian Arab Red Crescent” (Sarc) hanno avuto l’autorizzazione per poter raggiungere l’area orientale di Aleppo. Sarc ha inviato squadre mediche mobili che stanno lavorando 12 ore al giorno per curare feriti, malati e chi è in stato di malnutrizione. Dal 27 novembre sono state curate più di 2500 persone, fornito cibo, coperte e materassi, installati serbatoi d’acqua e garantiti i servizi igienico-sanitari.

Lo scorso 30 novembre i ministri degli Esteri francese e britannico hanno chiesto la convocazione di un incontro straordinario del Consiglio di sicurezza dell’Onu per discutere del disastro umanitario di Aleppo. «La Francia e i suoi partner non possono rimanere in silenzio di fronte a quello che potrebbe essere uno dei più grandi massacri della popolazione civile dalla seconda guerra mondiale», ha detto l’ambasciatore francese alle Nazioni Unite, Francois Delattre.
Dietro le quinte, tra le proposte in discussione, scrive il Guardian, la possibilità che i diplomatici di diversi paesi possano accompagnare un convoglio umanitario ad Aleppo, come avvenuto negli anni Novanta durante l’assedio di Sarajevo. Il governo francese ha in programma un incontro con i ministri degli Esteri dei paesi che sostengono l’opposizione siriana moderata, compresi gli Stati Uniti, la Gran Bretagna, l’Arabia Saudita, la Giordania, il Qatar e gli Emirati Arabi Uniti.

Settantatre paesi hanno appoggiato un’iniziativa del Canada che ha chiesto una sessione speciale di emergenza dell’Assemblea generale delle Nazioni unite per chiedere di porre fine agli attacchi indiscriminati sui civili ad Aleppo e in tutta la Siria e l’immediata apertura di un canale umanitario senza alcun ostacolo in modo tale da poter far arrivare gli aiuti a tutte le persone che ne avessero bisogno. Una coalizione di 223 organizzazioni non governative ha invitato gli Stati membri dell’Onu ad aderire all’iniziativa. «L’inazione non dovrebbe essere un’opzione. La storia giudicherà severamente coloro che falliscono nel fare un passo in avanti», hanno dichiarato i rappresentanti di questa coalizione.

Giovedì 1 dicembre, in una conferenza stampa congiunta, il ministro degli Esteri turco, Mevlut Cavusoglu, e il suo corrispettivo russo, Sergei Lavrov, hanno sottolineato «la necessità di un cessate il fuoco per porre fine alla tragedia che sta colpendo Aleppo». Cavusoglu ha dichiarato che la posizione della Turchia, che si è a lungo opposta al governo di Bashar al-Assad e sostenuto le opposizioni, non cambia, mentre Lavrov, scrive Reuters, pur essendo d’accordo per una sospensione delle ostilità, ha detto che il governo di Mosca non toglierà il sostegno al governo di Assad fino a quando i terroristi non saranno sgominati da Aleppo.

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