“Credete che questi problemi riguardino solo Il Sole 24 Ore? Indagate sui vostri editori”

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di Angelo Romano e Andrea Zitelli

Dopo tensioni e scontri all’interno del Gruppo 24 Ore e un’indagine della magistratura, Roberto Napoletano si è autosospeso dalla direzione del Sole 24 Ore. Un ruolo importante in questa vicenda delicata, che riguarda una possibile alterazione dei dati di diffusione degli abbonamenti digitali di un giornale, lo ha avuto Nicola Borzi, un giornalista dello storico quotidiano economico italiano, che indagando sulla sua stessa azienda ha portato alla luce elementi utili per l’avvio dell’inchiesta dei magistrati.

Adesso, però, non sparate sulla Croce Rossa per il gusto di riempirci di fango, per polemica politica, per giocare allo sputtanamento. O – peggio – per spartirvi un'altra fetta di mercato editoriale. Credete forse che questi problemi riguardino solo Il Sole 24 Ore? Credete che la tentazione di imboccare la scorciatoia di gonfiare i dati di diffusione riguardi solo la nostra azienda? Ne siete certi? Cari colleghi delle altre testate, vediamo quanti di voi hanno il fegato di avviare un'inchiesta sul proprio editore.

Con queste parole Borzi, in uno status su Facebook chiede di non semplificare la questione, circoscrivendola al Sole 24 Ore, ma invita i suoi colleghi a fare altrettanto nelle loro redazioni anche per far tornare la fiducia verso il mestiere del giornalista.

Proprio su questo aspetto, il giornalista, da noi contattato, teme però «che ben pochi accetteranno di assumersi questa responsabilità e di prendersi un simile rischio» perché «è diffusa una mentalità falsamente “aziendalista”, secondo la quale non è bene fare luce su quello che non funziona in casa propria né, tantomeno, rendere pubbliche situazioni patologiche. Dico “falsamente” aziendalista perché, da azionista di una società quotata (ndr del Sole 24 Ore spa), ritengo invece che non ci sia miglior disinfettante della luce del sole e che, come dimostra l’esperienza passata di molte vicende simili, lasciare incancrenire i problemi porta solo ad aggravarne la soluzione quando, inevitabilmente, questi finiscono per venire a galla».

Come è nata e si è sviluppata la storia che ha portato alle dimissioni del direttore del Sole 24 Ore

Il 10 maggio scorso, il Sole 24 Ore, riportando i dati ADS (Accertamenti Diffusione Stampa, la società che pubblica i dati di vendita dei giornali e che ha all’interno del consiglio di amministrazione esponenti dei maggiori gruppi editoriali del paese) della diffusione digitale e cartacea dei quotidiani italiani a marzo, scriveva: “Gruppo 24 Ore, Rcs e Gruppo L’Espresso continuano a mantenere il ruolo di battistrada sia nelle diffusioni complessive, sia nelle vendite delle copie digitali. Per quanto riguarda Il Sole 24 Ore, a marzo si è confermato primo quotidiano digitale in assoluto in Italia e secondo quotidiano nazionale per diffusione totale carta+digital, posizione che mantiene da oltre un anno e mezzo”.

Ma i conti del quotidiano economico da tempo non erano dei migliori. Come racconta infatti Davide Maria De Luca su Il Post, “tra il maggio del 2014 e oggi il Sole 24 Ore ha perso un totale di 120 mila copie, tra cartacee e digitali”, con, inoltre, il Gruppo 24 Ore (che comprende il giornale, l’agenzia di stampa Radiocor e Radio 24) che dal 2010 al 2014 ha registrato “cali di guadagni in tutti i settori: vendite, raccolta pubblicitaria e altri ricavi, derivati dai corsi e dai servizi digitali offerti dal gruppo”.

Elaborazione su bilanci e relazioni finanziarie Gruppo 24 Ore, via DATAMEDIAHUB.

A fine settembre, poi, viene presentata dall’allora amministratore delegato del Gruppo 24 Ore, Gabriele Del Torchio “la relazione finanziaria semestrale al 30 giugno 2016” e si apprende la notizia che la società aveva chiuso il primo semestre 2016 con un rosso di quasi 50 milioni di euro. Una situazione grave che, si legge sempre nella nota, avrebbe reso necessario un aumento di capitale da parte di Confindustria.

Il giorno successivo, si dimettono dalle rispettive cariche il presidente del Gruppo Sole 24 Ore, Giorgio Squinzi e altri 4 consiglieri. Viene anche pubblicato un comunicato sindacale da parte della redazione del giornale in cui viene chiesta “trasparenza sulle ragioni che hanno portato al cambio degli assetti del cda nelle ultime ore”, si “esige la presentazione di un piano di rilancio all’altezza della gravità della situazione” e “che tutte le scelte da fare adesso e in futuro ai vertici della società siano nel segno della massima discontinuità con un passato assai opaco”. Vincenzo Boccia, presidente di Confindustria, sempre l’1 ottobre, in un’intervista a Il Mattino, rassicura che la volontà è quella di procedere «con la massima determinazione unita alla massima serenità avendo tre punti cardine da rispettare: il Sole è e sarà sempre un asset fondamentale per Confindustria, che ne difenderà autorevolezza e autonomia; il piano industriale che attendiamo dall'amministratore delegato dovrà da subito puntare a riportare la società in utile; l'azionista sorveglierà da vicino il buon andamento del progetto di risanamento».

Pochi giorni dopo, la tensione all’interno del giornale si manifesta: il comitato di redazione sfiducia (su 203 votanti, votano per la sfiducia in 151, cioè il 74,4% dei votanti) il direttore Napoletano. Di risposta, il consiglio di amministrazione gli rinnova la fiducia.

L’11 ottobre scorso, poi, nella vicenda entra anche la giustizia italiana. La Procura di Milano apre un fascicolo di inchiesta «a modello 45» (cioè senza ipotesi di reato e indagati), dopo una serie di esposti presentati da parte di Nicola Borzi, giornalista (e azionista) proprio del Sole 24 Ore (qui i due di ottobre, qui quello di novembre) e di Adusbef, l’associazione difesa consumatori ed utenti bancari, finanziari ed assicurativi, sulla gestione e i bilanci del quotidiano. Alcuni giorni dopo, la Consob (l’autorità di vigilanza sui mercati finanziari) avvia un’ispezione negli uffici milanesi del Gruppo 24 Ore.

Negli esposti presentati da Borzi emerge il sospetto che il gruppo, attraverso “una società anonima britannica” – la DI Source LTD – che gestisce parte degli abbonamenti digitali del Sole 24 Ore, avrebbe gonfiato il numero delle copie multiple digitali, cioè, come chiarisce ADS, “un’offerta commerciale che prevede a fronte di un’unica transazione economica la messa a disposizione di un numero di utenze individuabili pari agli abbonamenti o alle copie acquistate”.

“Ad alimentare il sospetto – scrive ancora Il Post che nel tempo ha seguito la vicenda – contribuisce il fatto che, secondo i dati rilevati da ADS, il numero di abbonamenti digitali che il Sole 24 Ore vende a “pacchetto” – cioè non a singoli abbonati ma a società che poi a loro volta li distribuiscono ai singoli – è del tutto sproporzionato alla media italiana. Nel marzo del 2016 questi “abbonamenti digitali multipli” erano 109.500, contro i poco meno di seimila del Corriere e i duemila di Repubblica”.

Copie multiple digitale, dati ADS. Via Formiche.net

Nel giugno scorso, proprio sugli “gli abbonamenti digitali multipli” forniti da ADS, erano state sollevate da parte della casa editrice Condé Nast forti criticità e dubbi, come rivelato da Dailyonline. Il chiarimento richiesto dal gruppo americano, scrivevano Michele Arnese e Simona Sotgiu su Formiche.net, si riferiva al segmento periodici e in particolare ad “alcune testate con numeri di copie digitali multiple ritenute eccessive: pari a oltre il 25% delle copie totali diffuse, mentre l’incidenza media sarebbe dello 0,3%”. Nel mirino di Condé Nast c’era in particolare il gruppo Hearst Italia. La questione ha portato ADS a sospendere la pubblicazione di questi dati a partire dallo scorso aprile “in attesa di conoscere i risultati della consulenza tecnica richiesta e avviata in merito all’attivazione delle copie digitali multiple”.

A tal proposito, Borzi sentito da Valigia Blu si chiede:

All’epoca quale fu la motivazione che spinse i consiglieri di amministrazione di Ads a decidere di sospendere erga omnes le copie multiple digitali? Perché fu Condé Nast a sollevare il problema delle copie multiple digitali? E cosa c’entrava Hearst Italia nella questione? La domanda andrebbe posta a loro, tanto quanto ad Ads e alla Fieg.

Per questa decisione – specificava Marcello Zacché su Il Giornale pochi giorni prima dell’ufficialità della scelta di ADS – per quanto riguarda i quotidiani, il gruppo che avrebbe pagato “il prezzo maggiore è il Sole 24 Ore, testata che dal 2013 presenta un trend mozzafiato di copie multiple digitali” (qui la risposta all’articolo de Il Giornale da parte di Francesco Benucci, direttore comunicazione e relazioni esterne Gruppo 24 Ore, in cui si afferma che “non ha senso paragonare le performance diffusionali del Sole 24 Ore a quelle di quotidiani di altri gruppi editoriali italiani che per natura si rivolgono a platee completamente differenti” e la controreplica del giornalista).

Verso fine ottobre, esce un nuovo comunicato sindacale del Cdr in cui si dichiara che sono le “ore più drammatiche nella storia" del giornale e si annuncia la decisione di pubblicare “i discorsi tenuti dal comitato di redazione all'assemblea degli azionisti nel corso degli ultimi anni” per dimostrare che la redazione del Sole 24 Ore “non è stata silente e neppure reticente sui punti bui del passato”. I giornalisti inoltre affidano al Cdr un pacchetto di 5 giorni di sciopero.

Mentre l’indagine giudiziaria prosegue, a dicembre L’Espresso pubblica un articolo di Giuseppe Oddo, giornalista ed ex inviato del Sole 24 Ore, in cui compaionono “i verbali del consiglio d’amministrazione pro-tempore, rimasto in carica fino al 14 novembre” (prima delle dimissioni dell’amministratore delegato Del Torchio dovute, secondo diversi media, ai contrasti con Vincenzo Boccia, presidente di Confindustria, e della successiva nomina di Franco Moscetti) e in cui sembra emergere una spaccatura tra “il vicepresidente pro-tempore Luigi Abete, amministratore da oltre quindici anni del Sole 24 Ore, e il consigliere indipendente Nicolò Dubini, ex top manager di Pirelli, rimasto escluso dal nuovo Cda pur avendo (o proprio per avere) contribuito a fare chiarezza sulla pesante situazione economico-patrimoniale del gruppo”.

Lo scontro sembrerebbe concentrarsi sui tempi di divulgazione dei risultati dell’internal audit, cioè l’indagine interna commissionata il 30 settembre scorso dall’ex consiglio di amministrazione alla società di consulenza direzionale Protiviti per fare chiarezza e stabilire “se le copie multiple on line siano vendute a prezzi promozionali per gonfiare la diffusione o se siano effettivamente ‘aperte’, ‘scaricate’ e lette dal numero di utenti dichiarato dall’editore”. Da una parte Abete sembra invitare ad approfondire ulteriormente i dati, mentre Dubini sarebbe per renderli noti quanto prima così “da spiegare tutto agli investitori di Borsa (ndr il gruppo 24 Ore è una società quotata in Borsa) e alla Consob”, riferisce Oddo. Sempre secondo quanto riporta il giornalista, inoltre, per Dubini il risultato dell’indagine interna è chiaro: «…possiamo prendere atto che c’è un grandissimo scostamento tra il numero di copie dichiarate (dal Sole 24 Ore, ndr) a Ads mediante autocertificazione e quelle che rispondono ai requisiti del regolamento (di Ads, ndr)». Quando poi il 23 dicembre i risultati dell’internal audit sulla diffusione cartacea e digitale del giornale diventano ufficiali, il Cdr scrive che “a emergere sono numerosi esempi di opacità nella gestione del passato”.

Due giorni dopo l’articolo dell’Espresso, la Guardia di Finanza entra nella redazione del Sole 24 Ore “con la necessità di acquisire documentazione utile per la stessa indagine, in particolare per prelevare i verbali del cda dal 2010 in poi e l'internal audit sulle copie digitali del giornale cartaceo”. Passano alcuni mesi e il 10 marzo si apprendono gli sviluppi dell’inchiesta della procura di Milano: 10 persone tra cui un parlamentare e il direttore del Sole 24 ore, Roberto Napoletano sono indagate. Scrive Luigi Ferrarella sul Corriere della Sera che sono due i filoni dell’indagine e che quindi i magistrati vogliono vederci chiaro non solo sulla presunte copie gonfiate:

Nel primo, che a valle ipotizza il reato di «false comunicazioni sociali» a causa dell’impatto della fittizietà di quelle copie multiple digitali sui conti reali del bilancio 2015, sono indagati Gaetano Ruta l’attuale direttore del quotidiano di Confindustria, Roberto Napoletano, responsabile anche di Radio 24 e dell’agenzia di stampa Radiocor; Benito Benedini, ex presidente della casa editrice durante la presidenza confindustriale di Giorgio Squinzi (...); e Donatella Treu, già amministratore delegato e direttore generale del gruppo quotato in Borsa.

Nel secondo, che scandaglia, invece, l’opaco rapporto tra il mondo del Sole 24 Ore e la società inglese Di Source Limited (...), sono indagati per l’ipotesi di reato di «appropriazione indebita» (complessivamente sinora stimata in poco meno di 3 milioni di euro) l’ex direttore dell’area digitale del gruppo Sole 24 Ore, Stefano Quintarelli, attuale deputato di Scelta Civica per l’Italia (...); l’ex direttore finanziario del gruppo editoriale, Massimo Arioli; l’ex direttore dell’area vendite, Alberti Biella; Filippo Beltramini, direttore di una società inglese (Fleet Street News Ltd) interamente controllata da Di Source Limited e responsabile dei rapporti con i clienti italiani della Di Source; il commercialista Stefano Poretti e il fratello del deputato, l’imprenditore Giovanni Quintarelli.

Il Gruppo 24 Ore commenta ribadendo “la propria volontà a fornire agli organi inquirenti la massima collaborazione per l'accertamento dei fatti”. La reazione dei giornalisti del quotidiano non si fa attendere: in assemblea votano (con quattro voti contrari) per uno “sciopero ad oltranza finché il direttore Roberto Napoletano non lascerà la guida del giornale” e il 13 marzo organizzano a Milano un presidio davanti la sede del giornale per un #solenuovo.

Lo stesso giorno, il direttore Napoletano annuncia la sua autosospensione dall’incarico. Il Consiglio di amministrazione, inoltre, stabilisce di mettere in “aspettativa non retribuita” il giornalista e assegna la direzione del giornale “a interim” a Guido Gentili, già direttore fino al 2014. Dopo quattro giorni di sciopero, il 14 marzo, i giornalisti comunicano che il quotidiano torna in edicola “anche se la richiesta iniziale era l’uscita immediata e definitiva di Napoletano dal gruppo e non solo l’aspettativa di sei mesi sia pure non retribuita”.

Un’indagine giornalistica sul proprio giornale

Dell’intera vicenda si vociferava da anni, scrive Chiara Caprio su Riparte Il Futuro, ma tutto è venuto fuori, come detto, anche grazie al lavoro di inchiesta del giornalista finanziario del Sole 24 Ore, Nicola Borzi, che ha indagato sul giornale presso il quale lavorava. Borzi ha lavorato in segreto per sette anni prima di pubblicare gli esposti che nel 2016, insieme a quello dell’Adusbef, hanno dato avvio all’indagine della magistratura.

Dal suo racconto viene fuori che tutto questo non sarebbe stato possibile senza l’aiuto delle fonti che, mettendo a repentaglio il proprio lavoro, si sono fidate di lui e di alcuni giornalisti di altre testate, che hanno fatto in modo che ci fosse attenzione sulle vicende del Sole 24 Ore:

Indagando sulla mia azienda e avendo un contratto di esclusiva con Il Sole 24 Ore non ho potuto scrivere direttamente io questa inchiesta. Dunque non posso che ringraziare tutti i colleghi di altre testate giornalistiche che hanno raccolto i miei esposti e le mie informazioni e hanno fatto uscire questa notizia. L'importante in questo mestiere è lavorare bene, avere i documenti e fare tutte le verifiche, non solo per evitare querele e richieste di danni ma soprattutto per produrre informazione di qualità.

Il lavoro di inchiesta giornalistica inizia nel 2010, quando Borzi entra a far parte del comitato di redazione del quotidiano. Dall’interno, il giornalista viene colpito da alcune operazioni, in particolare l’acquisizione per incorporazione da parte del Sole 24 Ore Spa della GPP, una società, le cui quotazioni erano in ribasso e che era stata “comprata strapagandola, versando 40 milioni”. Proprio questa operazione lo insospettisce e comincia a fargli pensare che c’era qualcosa che non quadrava, “perché incorporare una società in un’altra significa togliere alla società incorporata il bilancio: se si toglie il bilancio non si è più in condizione di vedere come sono i conti, se la società è in utile o in perdita. (…) Sapendo che dall’epoca della quotazione del 2007 al 2010 aveva perso, capivo che c’era la volontà di seppellire i conti, di farli sparire”.

Così il giornalista finanziario comincia a indagare sul suo stesso giornale, recuperando documenti e informazioni da diverse banche dati, identificando operazioni da lui ritenute sospette, come ad esempio la creazione di azionisti tra il momento in cui era stata acquistata una parte e quello in cui era stato completato l’acquisto di GPP, “azionisti che investendo poche decine di migliaia di euro si erano portati a casa 4 milioni, cioè il 10% della transazione finale”. Borzi prepara un esposto alla Consob, chiedendo alla propria azienda di valutare se il prezzo di acquisto di GPP fosse stato congruo. Quando il collegio sindacale risponde alle richieste di chiarimento della Consob dicendo che era tutto in regola, il giornalista comincia “a capire che c’era qualcosa che non andava, anche perché c’erano anomalie evidenti”, come il fatto che la società di revisione di società acquirente (Sole 24 Ore Spa) e incorporata (GPP) fosse la stessa.

Nel 2013, circa un anno e mezzo dopo l’arrivo di Roberto Napoletano alla direzione del Sole 24 Ore al posto di Gianni Riotta, dall’interno dell’azienda iniziano ad arrivare a Borzi, da parte di persone che lavoravano in altri uffici, segnalazioni di operazioni sospette. Sotto traccia, il giornalista continua ad accumulare documentazione, a scavare e verificare, a raccogliere informazioni. È in questo periodo che incrocia il nome della società Di Source e del fiduciario Gordon Palmer. Nel 2016 arriva il nuovo amministratore delegato Gabriele Del Torchio, che cerca di fare luce sui conti del gruppo, rivedendo i bilanci dal 2012 al 2015.

Il 5 e 7 ottobre Borzi, dopo anni di indagini, presenta due esposti al collegio sindacale del Sole 24 Ore e alla Consob. Nel primo, chiede di verificare alcune voci dello stato patrimoniale del quotidiano poco chiare. Nel secondo, chiede lumi sul rapporto tra Il Sole 24 Ore e DI Source (e le altre società a essa collegate), vale a dire la società inglese, costituita nel novembre 2012, che ha comprato e rivenduto abbonamenti del quotidiano.

Borzi racconta a Riparte il Futuro che presenta i due esposti, molti anni dopo l’inizio delle sue indagini, per due motivi: innanzitutto, perché con la figura di Del Torchio era cambiato lo scenario all’interno del Sole 24 Ore. Con il nuovo amministratore delegato, il giornalista finanziario si accorge che si stavano aprendo degli spiragli nei quali “cercare di entrare per poter fare venire alla luce tutte le informazioni che avevo raccolto”. In secondo luogo, Borzi si muove solo quando è certo di avere in mano supporti documentali che lo mettessero al riparo da “rischi legali, querele o richieste di danni in sede civile”.

E qui viene fuori il metodo di lavoro del giornalista, costretto a muoversi con circospezione, a proteggere le fonti dentro il giornale, a trovare le prove di quanto gli veniva raccontato per un’inchiesta della quale non poteva scrivere in prima persona. Dovendo indagare sull’azienda per la quale lavorava, il contesto dell’inchiesta, infatti, era molto complesso. Borzi lavora in solitaria per non coinvolgere persone che erano anche azionisti dell’azienda, per evitare potenziali rischi di reato, come quelli di insider trading e aggiotaggio.

L’inchiesta, però, non sarebbe stata possibile senza l’aiuto di fonti interne che gli hanno consentito di avere informazioni di prima mano. Le persone che lo hanno aiutato non lavoravano in redazione ma facevano parte di altri dipartimenti, di quello amministrativo, della distribuzione, della stampa del giornale. Avevano accesso diretto ai documenti perché si occupavano del bilancio, della contabilità, delle fatture. “Sono tutte persone – spiega il giornalista – con un rapporto di fiducia molto forte con me, perché sanno che io non rivelerò mai a nessuno, nemmeno a un giudice, le mie fonti. In quanto giornalista infatti ho il diritto (e dovere) di mantenere il segreto professionale che è tutelato anche dalla Corte di Strasburgo”.

Le difficili condizioni ambientali dell’inchiesta rendevano ancora più complicato poter reperire i documenti da lui definiti secretati, accessibili tramite password conosciute solo da alcuni operatori. “Le mie erano fonti orali, perché le persone che in azienda mi passavano informazioni non erano in grado di passarmi alcun documento, perché tutte le volte che una mia fonte si avvicinava ai documenti della DI Source, che erano documenti stoccati sui server digitali, ogni volta che qualcuno chiedeva delle fatture, quella persona, che aveva lasciato le sue ‘impronte digitali’ sui sistemi interni veniva presa e allontanata in un altro ufficio”.

Per poter provare quanto gli veniva raccontato dalle sue fonti, Borzi sfrutta le sue esperienze di giornalista finanziario maturate in inchieste precedenti. Legge i bilanci e i documenti societari, cerca documentazioni che consentano di tracciare collegamenti tra le diverse società implicate. A queste competenze si aggiunge la sua capacità di raccogliere e analizzare materiale su internet, grazie alla sua esperienza di tre anni al sito web del Sole 24 Ore. Così come fatto in un lavoro precedente su Enron, il giornalista costruisce dei “grossi database su diversi hard disk fisici e digitali” della documentazione ufficiale, recuperando materiale offline e risalendo all’indietro nella memoria del server delle società “per poi analizzare bene i documenti, capire i collegamenti e cercare riscontri documentali”.

Così facendo, già nel 2015 Borzi riesce a risalire ai fiduciari che avevano costituito la DI Source, che facevano capo a Martin William Gordon Palmer del gruppo Jordan, gli stessi che avevano costruito per il calciatore del Barcellona, Lionel Messi, le “scatole finanziarie” che sarebbero state utilizzate per nascondere al fisco spagnolo i soldi degli sponsor. Ma per arrivare a presentare gli esposti mancavano le prove che attestassero i collegamenti con Il Sole 24 Ore. Borzi aveva la documentazione di fondazione della DI Source, i nomi dei fiduciari, ma non era in grado di capire chi fossero gli azionisti che si celavano dietro Palmer e di stabilire in modo sicuro una connessione con il giornale.

Fino al 6 ottobre 2016, quando il giornalista finanziario riesce a trovare il tassello mancante. Borzi inizia a controllare su internet quali fossero tutte le società costituite da Palmer, il fiduciario della Jordan, per riuscire a capire se alcune potevano essere riconducibili al Sole 24 Ore. Tra le tante, ce n’era una che colpisce la sua attenzione: la Fleet Street News Limited, società che portava lo stesso nome della via di Londra dove un tempo avevano sede le redazioni dei principali giornali britannici. Borzi scopre che la Fleet Street era controllata al 100% dalla DI Source e che era guidata da un italiano, Filippo Beltramini. Cercando su google, trova il suo profilo Linkedin e tra i suoi contatti un certo Di Rocco che nel 2012 era stato consulente del Sole 24 Ore nell’area digitale che si occupava dei ricavi. Su Cerved, la banca dati delle imprese italiane, Borzi trova una società che accomunava i nomi di Di Rocco e Beltramini: la Bw Consulting. Tramite i recapiti postali dei due inseriti sulla Cerved, il giornalista riesce a risalire a dei numeri di telefono.

“La mattina del 7 ottobre 2016 ho chiamato il primo numero, che era quello della casa di Beltramini, ma dalla voce ho capito che non poteva essere lui perché aveva un tono da persona più anziana. Ho detto a questa persona che ero un amico di Filippo e che avevo perso il suo numero di cellulare. Questa persona mi ha dato il numero di cellulare di Beltramini”, racconta Borzi a Riparte il Futuro. I due iniziano a comunicare via sms sulle due società, sulla loro collaborazione con Il Sole 24 Ore e sugli abbonamenti digitali. “Gli ho chiesto anche quali fossero i suoi contatti al Sole e lui mi ha dato un nome che ho verificato esistere tra i dipendenti della nostra azienda. (...) Così ho preparato il secondo esposto, quello del 7 ottobre, e ho chiesto lumi al collegio sindacale e alla Consob su questa vicenda”.

Senza un pizzico di fortuna, riflette il giornalista, probabilmente non sarebbe riuscito a collegare tutti i tasselli. Se a guidare la Fleet Street News Ltd fosse stato un prestanome inglese, sarebbe stato molto più difficile dimostrare una connessione tra le due società e il giornale. “Un fiduciario non mi avrebbe mai risposto”, spiega il giornalista a Chiara Caprio. “Negli anni avevo anche trovato i contatti di Martin William Gordon Palmer, perché avevo anche trovato il suo numero di cellulare e il suo indirizzo email, ma non volevo contattarlo perché sapevo che se l’avessi fatto avrei messo sul chi va là proprio le persone su cui stavo indagando”.

Ripercorrendo l’intera vicenda, Nicola Borzi sottolinea infine come:

Svolgere davvero il proprio dovere di giornalisti sia una strada per essere veramente dei "civil servants". Però ovviamente ciò significa prendersi qualche rischio. In questa vicenda mi sono preso dei rischi: ho indagato sulla mia stessa azienda.

Foto anteprima via Ansa/Matteo Bazzi, la sede de "Il sole 24 ore" in via Monte Rosa a Milano, 20 Ottobre 2016

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Accordo Ue-Turchia sui migranti, un anno dopo: “Un fallimento sul piano dei diritti umani”

[Tempo di lettura stimato: 8 minuti]

di Angelo Romano e Andrea Zitelli

"Una macchia sulla coscienza collettiva dell'Europa". Con queste parole Amnesty International ha ribadito la ferma condanna all'accordo Ue-Turchia sulla gestione dei migranti, un anno dopo la sua attuazione. Un piano che continua a ricevere dure critiche dalle organizzazioni umanitarie internazionali: se da una parte viene sbandierato come obiettivo raggiunto il drastico calo degli arrivi in Grecia, con l’Europa che punta a consolidare il programma, dall’altra numerose Ong denunciano il fallimento dell’accordo sul piano del rispetto dei diritti umani fondamentali.

Anche i rapporti diplomatici tra i due firmatari dell'accordo si confermano tesi, con la “minaccia”, nell'ultima settimana, da parte della Turchia di tornare indietro sull’intesa raggiunta nel marzo del 2016. Inoltre, una decisione dell’Alta Corte di Atene sul ricorso presentato da due rifugiati siriani, dopo che la loro richiesta di asilo in Grecia era stata respinta, potrebbe avere ripercussioni giuridiche sull’intero accordo Ue–Turchia. I due rifugiati rifiutano di essere rispediti ad Ankara perché non lo ritengono un paese sicuro. Uno dei due siriani sostiene che la polizia turca abbia sparato contro di lui e un gruppo di persone che tentavano di attraversare la frontiera dalla Siria. Human Rights Watch ha documentato casi simili. La decisione è attesa per metà aprile. Se i giudici accoglieranno il ricorso, sarà un precedente per cui la Turchia potrà essere ritenuta un paese terzo non sicuro. In caso contrario, si aprirebbe la strada a massicci rimpatri dalla Grecia verso la Turchia, si legge su Euobserver. La Commissione europea non ha commentato le eventuali implicazioni del verdetto sulla tenuta dell’accordo.

"Condizioni estreme, violenze, disagi psichici e malattie mentali, a rischio la sicurezza dei minori"

Organizzazioni umanitarie e associazioni che si battono per la difesa dei diritti umani e civili hanno voluto documentare a un anno dall'attuazione dell'accordo come, per quanto riguarda il rispetto dei diritti umani, i risultati siano pessimi. A destare maggiore preoccupazione sono le condizioni di vita dei migranti, soprattutto delle decine di migliaia di persone rimaste intrappolate nei campi sulle isole greche in condizioni difficili e di sovraffollamento. Secondo i dati dell'UNHCR, la capacità di accoglienza ufficiale massima presso le strutture ufficiali e informali sulle cinque isole principali greche è di 8.759 posti, rispetto ai 12.963 richiedenti asilo presenti al 14 marzo, ha spiegato Human Rights Watch.

via UNHCR.

Il rapporto di Medici senza Frontiere – A un anno dall’accordo Ue-Turchia: sfidare “i fatti alternativi” della Ue –, pubblicato il 16 marzo scorso, punta a sfatare “tre grandi ‘fatti alternativi’ che l’UE attribuisce all’accordo, ovvero che offra ai migranti un’alternativa per non rischiare la vita, che le condizioni delle isole greche siano abbastanza accettabili per sostenere l’attesa della procedura di asilo, che l’accordo rispetti i principi fondamentali dei diritti umani”.

Riporta infatti MSF nel rapporto che per quanto riguarda il primo punto, il mix di due fattori come la chiusura dei confini europei e la mancanza di sicurezza e vie legali per entrare nell’unione europea “sta costringendo le persone a ricorrere all’utilizzo di contrabbandieri con sempre più iniziative di viaggi pericolosi”. Riguardo la situazione nelle isole greche, poi, Medici senza Frontiere denuncia che durante le visite, i pazienti affermano di non sentirsi sicuri nei campi, tra racconti di uso diffuso di alcool, abuso di droga, molestie sessuali e violenze giornaliere. Sulle isole di Samos e Lesbo, i team di psicologi dell’organizzazione hanno registrato un peggioramento dello stato di salute mentale delle persone, “con la maggior parte dei pazienti che cita, tra le cause o come fattore aggravante dei loro problemi psicologici, le cattive condizioni di vita e il rischio di dover tornare in Turchia”. Infine, sul rispetto dei diritti umani, il rapporto dell’Ong denuncia che sulle isole greche ai richiedenti asilo e migranti “non vengono offerte le cure e la protezione di cui hanno bisogno”, a causa del sovraffolamento, della disorganizzazione e della lunghezza dei procedimenti di richiesta di asilo.

Per Amnesty International, “l’accordo non ha raggiunto gli obiettivi che si era dato, ma ha lasciato migliaia di persone in condizioni squallide sulle isole della Grecia «trasformate in campi di sosta, inoltre le coste europee da luogo di rifugio sono diventate luogo di pericolo. A un anno di distanza, migliaia di persone restano bloccate in un limbo rischioso, disperato e apparentemente senza fine», ha affermato il direttore per l’Europa di Amnesty International, John Dalhuisen.

Una situazione di pericolo e forti disagi descritta anche da altre agenzie umanitarie, come l’International Rescue Committee (IRC), il Consiglio norvegese per i rifugiati (NRC) e Oxfam: “l'accordo ha trasformato la Grecia in un banco di prova per le politiche dell'Unione Europea. Decisioni che stanno erodendo i diritti dei rifugiati e dei richiedenti asilo ed esponendo le persone a rischi e abusi”. Panos Navrozidis, direttore nazionale dell’Irc in Grecia, ha detto: «L’accordo tra Unione europea e Turchia è come giocare alla roulette con il futuro delle persone più vulnerabili al mondo».

A preoccupare è anche la situazione dei minori in transito o nei campi profughi. “Oggi i bambini rifugiati e migranti affrontano maggiori rischi di espulsione, detenzione, sfruttamento e privazione”, scrive l’Unicef. «È un circolo vizioso: i bambini fuggono dalle sofferenze, ma finiscono per dover fuggire di nuovo o per affrontare quella che è di fatto una detenzione, o un totale abbandono» afferma Afshan Khan, Direttrice regionale UNICEF per l'Europa e Coordinatrice speciale dell’UNICEF per la crisi dei minori rifugiati e migranti nel continente. Nonostante il recente miglioramento delle condizioni di vita nei centri di accoglienza, gli operatori presenti in Grecia del fondo delle Nazioni Unite per l’infanzia raccontano di livelli profondi di sofferenza e frustrazione fra i bambini e nelle loro famiglie, con alti livelli di ansia, aggressività e violenza.

Anche Save the Children con il rapporto Tra autolesionismo e depressione – L’impatto devastante dell’accordo UE-Turchia sui bambini migranti e rifugiati racconta di “un aumento allarmante dei casi di autolesionismo e tentativo di suicidio, aggressività, ansia e depressione tra i bambini migranti e rifugiati a causa del degrado progressivo delle condizioni sulle isole greche” scrive Repubblica. La Ong afferma inoltre che c’è stato un aumento nell’abuso di droghe e alcol “nel tentativo di sfuggire a una realtà insostenibile. I bambini, a cui è stata negata ogni forma di educazione, sono stati coinvolti in proteste violente, hanno visto morire persone nei campi o perso tutto ciò che avevano negli incendi, sono stati costretti a passare l’inverno sotto tende inadeguate o a dormire all’aperto”.

Per tutti questi questi motivi, Amnesty International e le altre organizzazioni umanitarie chiedono che i governi europei mettano "a loro disposizione posti per la ricollocazione o ulteriori percorsi legali e sicuri per raggiungere altri paesi europei, ad esempio attraverso visti umanitari o riunificazioni familiari”.

Cosa dice l’ultimo rapporto della Commissione europea sull’andamento dell’accordo

All'inizio del mese di marzo, la Commissione europea ha presentato al Parlamento europeo la quinta relazione sull’andamento dell’accordo. Il rapporto affronta la situazione degli arrivi tra Turchia e Grecia, dei reinsediamenti dal paese ellenico a quello turco, dei ricollocamenti dei rifugiati negli altri Stati membri, l’efficacia delle misure adottate e lo stato dei finanziamenti erogati e delle somme impegnate.

Da quando è entrato in vigore l’accordo, si è registrata “una notevole riduzione del numero di attraversamenti” (con una media di 43 arrivi al giorno) e della “perdita di vite umane” (70 contro le 1100 vittime nello stesso periodo tra il 2015 e il 2016). La Nato sta contribuendo agli sforzi internazionali per fermare le immigrazioni irregolari e il traffico di migranti con azioni di intelligence, sorveglianza e ricognizione. Le cause di questa riduzione sono molteplici, spiega Annalisi Camilli su Internazionale. Per i migranti siriani è più difficile entrare in Turchia: fino al 2015 non serviva un visto, ora non è più così. Inoltre, il confine con la Siria è più controllato per il timore dell’organizzazione di attacchi terroristici da parte di gruppi attivi nella guerra civile siriana. È cambiata, inoltre, la legge greca in materia d’asilo, che ora permette la detenzione amministrativa dei migranti irregolari, in attesa che la domanda sia valutata dai funzionari dell’agenzia europea per l’asilo (Easo).

Secondo i dati della Commissione europea, sono 1487 i migranti rinviati in Turchia dal 20 marzo 2016 a oggi. Alcuni reinsediamenti ad Ankara sono stati bloccati dai ricorsi presentati alla Corte d’appello, che ha bocciato le decisioni prese dall’Easo, valutando la Turchia un paese non sicuro. Sono molti i migranti che, in attesa che fosse valutata la loro domanda, hanno chiesto di essere reimpatriati volontariamente nei loro paesi di provenienza. Dall’inizio del 2016 sarebbero circa 7mila le persone ad avere aderito al programma di rimpatrio volontario. In Grecia, invece, si legge nel rapporto, sono quasi 15mila le persone trattenute negli hotspot sulle isole. Altri 62mila migranti vivono nei campi profughi sulla terraferma in attesa che le loro richieste d’asilo, ricollocamento o ricongiungimento familiare, vengano esaminate.

Anche il ritmo delle ricollocazioni è al di sotto delle aspettative e “inferiore all’obiettivo approvato dal Consiglio europeo di almeno 3mila ricollocazioni mensili dalla Grecia e a quello stabilito dalla Commissione di almeno 1500 ricollocazioni mensili dall'Italia”, scrive la Commissione europea. In tutto, sono state effettuate 13546 ricollocazioni (3936 dall’Italia e 9610 dalla Grecia), un ritmo troppo basso perché, come riporta Politico, solo 13 paesi hanno accettato rifugiati nell’ambito dell’accordo. Finlandia e Malta stanno rispettando i propri obblighi sia nei confronti dell’Italia sia della Grecia, mentre Austria, Polonia e Ungheria rifiutano qualsiasi tipo di partecipazione e Bulgaria, Croazia, Repubblica Ceca e Slovacchia si sono impegnati in misura molto limitata.

La Commissione ha definito più incoraggianti i dati sul reinsediamento. Ad oggi, gli Stati membri hanno fornito canali sicuri e legali a 14422 persone, cioè a oltre metà delle 22504 concordate nell'ambito del programma di reinsediamento dell'Unione europea. Di questi, 3565 sono stati effettuati nella cornice dell’accordo Ue-Turchia in base allo schema "uno a uno" (per ogni siriano rimpatriato in Turchia, un altro siriano viene reinsediato dalla Turchia nei paesi dell’Unione europea). Gli Stati membri avrebbero comunicato poi l'intenzione di ammettere altri 34mila siriani provenienti dalla Turchia.

Per quanto riguarda i ricorsi presentati dai migranti ai quali in Grecia non è stata riconosciuta la richiesta di asilo o di ricongiungimento familiare, l’autorità di appello greca ha istituito 13 commissioni per velocizzare le procedure di valutazione. Su 14238 istanze di ricorso presentate, 419 sono state accettate. Tuttavia, scrive la Commissione, i tempi delle decisioni continuano a essere troppo lenti.

Rispetto alla liberalizzazione dei visti per i cittadini turchi nell’Unione europea, la Turchia non ha ancora soddisfatto diversi parametri previsti nell’accordo: il rilascio di documenti di viaggio biometrici (con le immagini del volto e le impronte digitali) pienamente compatibili con le norme dell'UE; l’adozione di misure per prevenire la corruzione; il raggiungimento di un accordo di cooperazione operativa con Europol; la revisione della legislazione in materia di terrorismo in linea con gli standard europei; l’allineamento della legislazione sulla protezione dei dati personali alle norme dell'UE; un’efficace cooperazione giudiziaria in materia penale con tutti gli Stati membri dell'UE; l’attuazione di tutte le disposizioni dell'accordo di riammissione UE-Turchia. La Commissione ha invitato, inoltre, a più riprese la Turchia a proseguire l'attuazione degli accordi bilaterali di riammissione con la Grecia, la Bulgaria e la Romania.

Infine, la Commissione ha stanziato 2,2 miliardi di euro sui 3 miliardi previsti per il periodo 2016-2017. Di questi, 1,5 miliardi sono già stati impegnati in contratti.

I difficili rapporti tra Ue-Turchia

Durante un’intervista televisiva, il 12 marzo scorso, il ministro degli Esteri turco, Mevlüt Çavuşoğlu, ha annunciato di voler cancellare l’accordo raggiunto con la Turchia sui migranti. I motivi di questo irrigidimento, ha spiegato il ministro sono diversi: la mancata liberalizzazione dei visti per i cittadini turchi in Europa, il ritardo nei pagamenti degli aiuti finanziari previsti dall’accordo e il fallimento della riduzione del numero di rifugiati siriani presenti in Turchia.

Tensioni politiche che si inseriscono nel quadro di contrasto diplomatico che negli ultimi giorni si è fortemente acceso tra la Turchia e l’Unione Europea. In Germania e Olanda, ad esempio, non è stato consentito a ministri e alti funzionari turchi di poter tenere manifestazioni politiche in vista del referendum sulla riforma della Costituzione che si terrà in Turchia il 16 aprile prossimo. Inoltre, proprio le modifiche costituzionali proposte sono state criticate dall’Unione europea perché potrebbe concentrare troppi poteri nelle mani del presidente. A tutto ciò si aggiungono le accuse di Erdoğan che ha definito nazisti i governi europei perché starebbero riservando ai rifugiati lo stesso trattamento degli ebrei da parte di Hitler. Dichiarazioni ritenute dal presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, “fuori dalla realtà”.

Tuttavia, spiega ancora Annalisa Camilli su Internazionale, “con un referendum costituzionale alle porte, la minaccia terroristica e l’instabilità interna, sembra improbabile che Ankara passi dalle minacce ai fatti riaprendo la frontiera con la Siria o spingendo i profughi siriani che vivono sul suo territorio a mettersi in viaggio verso l’Europa”.

Foto anteprima via Oxfam/Pablo Tosco – Migranti a Lesbo, Grecia, 2016.

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Direttiva europea copyright: la tassa sui link non ci sarà

[Tempo di lettura stimato: 4 minuti]

La proposta di riforma della Direttiva Copyright, una delle regolamentazioni più retrograde della Commissione europea, perde i primi pezzi nel corso delle discussioni al Parlamento europeo. Della proposta ne avevamo già parlato, evidenziandone le caratteristiche negative. In particolare l'introduzione di un nuovo diritto (art. 11) a favore degli editori (link tax) e l'obbligo (art. 13) per gli intermediari della comunicazione di predisporre dei filtri per i contenuti immessi dagli utenti, al fine di eliminare quelli in violazione del copyright.

Appena approdato il testo in Parlamento, si sono moltiplicate le critiche. Il parlamentare Marc Joulaud, della Commissione CULT (cultura), nella sua relazione ne ha evidenziato l'assenza di equilibrio, in quanto ignora completamente i diritti degli utenti dei servizi digitali. Infatti, nel testo, gli utenti sono visti quali meri consumatori, senza tenere conto che oggi ognuno di noi può essere anche produttore di contenuti (user generated content). Gli utenti, quindi, non hanno un ruolo meramente passivo all'interno dell'economia digitale (ne parlò anche l'Ofcom britannico), ma tale ruolo viene completamente cancellato dalla Commissione europea che si preoccupa, invece, solo delle aziende quali produttori di contenuti.

Joulaud si sofferma sulle eccezioni e limitazioni al diritto d'autore, trattate nella proposta della Commissione in maniera superficiale e inadeguata, rimarcando la necessità di una nuova eccezione per gli user generated content e una, obbligatoria, per la "libertà di panorama". Le eccezioni al diritto d'autore, occorre ricordarlo, sono nate per correggere i fallimenti del mercato (uno studio del 2014 evidenzia che il copyright è una forma di monopolio soggetta ad abusi) e per sostenere specifici obiettivi di politica pubblica, quali il diritto all'informazione e la diffusione del sapere. La proposta della Commissione non tiene conto di nulla di tutto ciò, adagiandosi sui desiderata dell'industria del copyright.

Qualche settimana dopo Catherine Stihler, relatrice della Commissione mercato interno (IMCO), ha appuntato le sue critiche all'articolo 13, norma che obbliga gli intermediari della comunicazione a introdurre degli appositi filtri per i contenuti immessi dagli utenti, trasformandosi in tal modo in sceriffi del web. Stihler ha sostenuto che le norme attuali – di cui alla direttiva eCommerce – hanno lo scopo di proteggere i cittadini, nel momento in cui limitano le responsabilità degli intermediari per i contenuti immessi dagli utenti. Di contro la modifica proposta dalla Commissione è pericolosa per i cittadini, perché incentiva gli intermediari a cancellare questi contenuti per non doverne rispondere, e nel contempo limita l'innovazione online, in quanto considera il copyright come l'unico meccanismo adatto per garantire la promozione della creatività (e quindi dell'innovazione), laddove è pacifico che ormai non è più così.

MEP Therese Comodini Cachia.

Infine, pochi giorni fa è toccato alla parlamentare Therese Comodini Cachia, relatrice per il Parlamento europeo della proposta di Direttiva, bocciare la proposta di link tax della Commissione europea. La relazione di Comodini Cachia  sottolinea che una link tax potrebbe avere effetti negativi non solo sulla libertà di espressione online ma anche per gli stessi editori – in particolare i piccoli editori –, come è emerso chiaramente dall’applicazione di una norma simile in Germania e Spagna. Per cui Comodini Cachia chiede la riscrittura dell’articolo 11, cancellando il comma 4 (è quello che prevede il nuovo diritto per gli editori) e modificando il primo comma, nel quale introduce, per gli editori, la capacità giuridica di citare in giudizio in nome proprio al fine di tutelare i diritti degli autori. In sostanza, la proposta del Parlamento dovrebbe (il condizionale è d’obbligo visto che si sta ancora discutendo l'intero testo) prevedere non più un nuovo diritto economico per gli editori, ma solo la possibilità per questi di citare in giudizio Google o chi fa uso di articoli o parti di articoli (aggregatori).

La proposta, ovviamente, non accoglie i consensi degli editori che la ritengono limitativa e pericolosa in quanto moltiplicherà i contenziosi legali. In realtà, in un eventuale giudizio dinanzi a un tribunale, dovrà essere l’editore a provare, non solo il suo diritto, ma anche di aver subito un danno effettivo dalla ripubblicazione di parte dell’articolo. Considerato che vari studi hanno evidenziato che, invece, la ripubblicazione di parte dell’articolo (snippet, ricordiamo che si parla di link o snippet, cioè il titolo, un paio di righe del testo e il link all'articolo fonte) sui motori di ricerca specializzati (quali Google News) o sugli aggregatori, in realtà porta maggiore traffico ai giornali, appare evidente che risulterà piuttosto difficile provare di aver subito un danno economico. In sostanza, la nuova proposta è una sorta di sfida agli editori, che dovranno dimostrare concretamente l’effettività dei danni economici derivanti dal riuso degli snippet, che da anni lamentano gli editori senza mai provarli.

Per quanto riguarda l'articolo 13 (quello che introduce obblighi di filtraggio da parte degli ISP, Internet service provider), la proposta della parlamentare Comodini Cachia si presenta armonizzata con la Direttiva eCommerce (a differenza dell’attuale versione dell'articolo che, letto insieme al Considerando 38, presenta evidenti problematicità) in materia di responsabilità degli intermediari. Prevede che gli eventuali accordi tra fornitori di servizi online e titolari dei diritti debbano essere rispettosi dei diritti d’autore nella loro interezza, comprese eccezioni e limitazioni. Ciò vuol dire che i filtri (gli algoritmi) dovranno tenere conto del fair use, delle eccezioni sulla satira o parodia, e così via. Purtroppo gli algoritmi non sono in grado di effettuare bilanciamenti dei diritti così complessi, ma si limitano a comparare un contenuto con una firma conservata nei loro archivi: nel caso in cui il contenuto immesso online sia uguale o simile, lo oscura senza ulteriori analisi o valutazioni. Un algoritmo, cioè, non capisce la differenza tra un contenuto illecito o una eccezione del diritto d’autore, come certificano alcuni studi.

La discussione sulla Direttiva Copyright continuerà, ma è importante notare che il Parlamento europeo ancora una volta si occupa di "raddrizzare" una proposta della Commissione che appare fin troppo sbilanciata in favore dell'industria, con norme che si presentano assolutamente inidonee a proiettarsi nel futuro.

Le varie relazioni confluiranno nella discussione alla Commissione giuridica che si terrà tra il 22 e il 23 marzo, per arrivare al voto entro giugno. La decisione finale del Parlamento sulla proposta di direttiva dovrebbe arrivare entro la fine dell’anno.

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Glifosato e cancro: il dibattito scientifico sull’erbicida più usato al mondo

[Tempo di lettura stimato: 9 minuti]

Il glifosato è senz'altro l'erbicida più discusso del momento e da tempo è al centro dell'attenzione per i suoi possibili effetti sulla salute e sull'ambiente. Un dibattito molto acceso, che vede coinvolti enti regolatori, scienziati, agricoltori, aziende e ambientalisti. Il 15 marzo l’Agenzia europea per le sostanze chimiche (ECHA) ha concluso che il glifosato non è cancerogeno per l'uomo. Secondo la ECHA le attuali evidenze scientifiche non permettono di classificare questo composto tra quelli cancerogeni, mutageni o tossici per la riproduzione. L’8 febbraio scorso, invece, ha preso il via una raccolta di firme per chiedere alle istituzioni europee e agli Stati membri dell’Unione la sua messa al bando. L’iniziativa è promossa da una rete di associazioni in quindici paesi. In Italia, a sostegno della petizione, è stata fondata la coalizione StopGlifosato, che riunisce 45 sigle dell’area ambientalista, ma non solo.

L’obiettivo è raggiungere un milione di adesioni entro l’estate, prima che la Commissione Europea decida quali provvedimenti adottare sulla produzione e commercializzazione di questo composto. Il governo italiano, tramite i ministri Martina, Lorenzin e Galletti, ha già annunciato  la propria contrarietà a rinnovare l'autorizzazione all'uso del glifosato.

Come nasce il glifosato e il suo utilizzo

Il glifosato è oggi l’erbicida più utilizzato nel mondo. Si stima che nel 2014 ne siano state utilizzate quasi 826mila tonnellate a livello globale. È stato sintetizzato per la prima volta nel 1950, ma è nel 1970, vent’anni dopo, che un chimico della multinazionale dell’agrochimica Monsanto scopre la sua attività erbicida ad ampio spettro, che lo rende capace di eliminare decine di specie di piante infestanti che minacciano le colture agricole.

La Monsanto lo brevetta per questo impiego e nel 1974 inizia a venderlo con il nome commerciale di Roundup, con cui verrà poi conosciuto sul mercato per molto tempo. Nel 1996 la multinazionale introduce sul mercato le prime colture geneticamente modificate resistenti al glifosato, come la soia (note con il nome commerciale di Roundup Ready).

Da allora l’impiego del glifosato nel settore agricolo è aumentato di quasi 15 volte in tutto il mondo. La sua associazione al nome della Monsanto, e con la controversia che si è trascinata per molti anni sugli OGM, ha contribuito a creare una percezione negativa nei confronti di questo composto. Anche se è ormai dal 2000 che il brevetto della Monsanto è scaduto, e oggi il glifosato viene prodotto e commercializzato da decine di aziende in tutto il mondo. Viene usato per la lotta alle infestanti anche in colture non geneticamente modificate. Inoltre è da tempo impiegato non solo in agricoltura, ma anche per uso domestico. È infatti il principio attivo contenuto in diversi prodotti per giardinaggio.

È cancerogeno per l’uomo? Il dibattito scientifico al riguardo

Come per molti altri composti, anche il glifosato è stato chiamato in causa come responsabile dell’insorgenza di diverse malattie (non è mancato anche in questo caso l'autismo, anche se si tratta di tesi senza fondamento). Il parere dell'ECHA arriva dopo un confronto - quasi uno scontro - che ha coinvolto da una parte l’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (IARC) - un organismo che fa parte dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) - e dall'altra l’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare (EFSA).

Nel 2015 la IARC ha deciso di classificare il glifosato tra gli agenti probabilmente cancerogeni per l’uomo.  È stato proprio in seguito all’intervento della IARC che, anche in Italia, è partita la campagna StopGlifosato. A novembre dello stesso anno l’EFSA ha pubblicato una nuova valutazione del glifosato nella quale, in contrasto con la conclusione della IARC, affermava che «è improbabile che il glifosato sia genotossico (cioè che danneggi il DNA) o che rappresenti una minaccia di cancro per l'uomo». A complicare il quadro dei pareri dei diversi organismi internazionali a maggio del 2016 è arrivato anche quello di un gruppo congiunto di esperti della FAO e dell’OMS, che, come l’EFSA, hanno stabilito che «è improbabile che il glifosato ponga un rischio cancerogeno per l’uomo».

Dal 1971 a oggi la IARC ha classificato più di 400 tra composti, miscele, agenti biologici, fisici. L’agenzia ha inserito il glifosato tra i probabilmente cancerogeni, perché gli studi hanno riscontrato, secondo questi esperti, una limitata evidenza di cancerogenicità nell’uomo e una evidenza sufficiente negli animali. Il dibattito sulla cancerogenicità del glifosato riguarda un tumore in particolare: il linfoma non-Hodgkin.

La IARC ha esaminato diversi tipi di studi: le ricerche epidemiologiche sull'esposizione umana al glifosato, gli studi sugli animali sperimentali e quelli sulle cellule coltivate in laboratorio. L’evidenza sufficiente di cancerogenicità negli animali (secondo l’agenzia, in particolare, per tumori al rene e un tumore chiamato emangiosarcoma), insieme alla evidenza limitata per l'uomo, giustificherebbe la definizione di probabile cancerogeno. Inoltre il glifosato, negli esperimenti di laboratorio, mostra di essere capace di modificare il DNA.

Secondo la definizione accettata sia dall’EFSA che dalla IARC si può parlare di evidenza limitata quando:

È stata osservata tra l’esposizione all’agente e il cancro una associazione positiva per la quale è considerata credibile una interpretazione causale, ma non si possono escludere con una ragionevole confidenza il caso, distorsioni o fattori confondenti»

E di evidenza sufficiente quando invece possono essere esclusi il caso, distorsioni e altri fattori confondenti. Le evidenze che emergono dagli studi seguono questi criteri? È proprio quello su cui la IARC e l’EFSA non concordano.

L’EFSA ritiene che dagli studi epidemiologici non emerga una chiara associazione tra il glifosato e il linfoma non-Hodgkin. Secondo l’organismo europeo una relazione statisticamente significativa è stata osservata solo in un piccolo numero di casi, che non permettono di stabilire se c’è davvero un rapporto causale. Per questo motivo si può parlare, per l’uomo, di una evidenza al massimo “molto limitata”. Inoltre secondo l’EFSA  - ed è questa una delle critiche principali rivolte alla IARC - se è vero che «alcuni studi indicano che determinati formulati a base di glifosato potrebbero essere genotossici [cioè capace di modificare il DNA ], altri studi che considerano solo il principio attivo glifosato non evidenziano tale effetto».

Potrebbero perciò esserci fattori confondenti, cioè sostanze diverse dal glifosato, ma contenute nelle formulazioni commerciali con cui il principio attivo viene usato. Peraltro, afferma l'ente europeo, fattori confondenti e distorsioni non possono essere esclusi nemmeno negli studi sull’uomo. Gli effetti cancerogeni osservati negli studi su animali potrebbero non essere reali anche perché sarebbero da mettere in relazione  non con un’azione specifica del glifosato, ma con le alte dosi di composto impiegate in questo tipo di esperimenti. La IARC perciò non avrebbe valutato correttamente la rilevanza biologica di ogni studio. Da qui, per l’EFSA, l’impossibilità di considerare anche solo “limitata” l’evidenza di cancerogenicità negli animali.

A queste osservazioni la IARC risponde che il rischio di insorgenza di tumori negli animali aumenta con la dose anche con il glifosato puro e a concentrazioni non tossiche. Ci sarebbe quindi un effetto biologico documentato. Questo permetterebbe di inserire il glifosato tra i cancerogeni probabili. In una lettera all’EFSA, firmata da circa un centinaio di scienziati di diversi paesi e che contiene numerose osservazioni critiche al lavoro svolto dall’ente europeo, gli autori scrivono che «quando la causalità è credibile, cioè quando c’è una evidenza limitata, emergono legittime preoccupazioni per la salute pubblica».

I due enti non concordano anche sul peso da assegnare ad alcune delle ricerche prese in esame. L’Agricultural Health Study, una ricerca svolta in Iowa e in North Carolina, uno dei principali studi prospettici sull’impatto dell’uso dei pesticidi tra gli agricoltori, non ha trovato una correlazione tra il glifosato e il linfoma non-Hodgkin. Gli esperti della IARC, tuttavia, nonostante lo considerino uno studio ampio e ben condotto, pensano che abbia alcuni limiti e che quindi non gli si debba assegnare un peso maggiore rispetto ad altre ricerche.

Il disaccordo, inoltre, ha riguardato anche la selezione dei dati. La IARC ha rivendicato la scelta di aver utilizzato, per l’analisi degli studi in laboratorio, soltanto ricerche pubblicate, quindi consultabili da tutti. Mentre l’EFSA ha fatto riferimento anche ad alcuni dati riservati, che erano contenuti in studi svolti dalle aziende produttrici. Di fronte alle richieste di alcuni scienziati e parlamentari europei, lo scorso dicembre L’EFSA ha reso pubbliche queste in informazioni (anche se alcuni pensano che non lo abbia fatto con la necessaria trasparenza).

Anche la IARC ha ricevuto alcune critiche. Paolo Boffetta, uno scienziato che ha collaborato con l'agenzia per 19 anni, ha affermato che il suo approccio qualche volta manca di rigore scientifico, perché i pareri che esprime possono basarsi sull’opinione di esperti che valutano le proprie stesse ricerche o quelle svolte da colleghi.

La differenza tra "pericolosità" e "rischio"

La disputa sui dati spiega però solo in parte perché i due organismi siano giunti a conclusioni diverse. La divergenza si deve anche al fatto che la IARC e l’EFSA non hanno cercato la risposta alla stessa domanda. Come nota Science, la IARC esamina la potenziale pericolosità di un composto, cioè in questo caso la sua capacità di per sé di causare il cancro, senza valutare però il rischio effettivo che questo accada. Enti regolatori come l’EFSA, invece, sono interessati anche a definire il rischio, cioè la probabilità che un composto possa effettivamente danneggiare la salute di chi è esposto.

Questa probabilità dipende dal tipo di esposizione (professionale o nella popolazione generale) e dalla sua intensità. Il rischio di sviluppare il linfoma non-Hodgkin riguarderebbe infatti gli agricoltori, la categoria più esposta ai pesticidi. Molti però esprimono timori anche per i consumatori, soprattutto per i possibili residui di glifosato (e in generale di pesticidi) sui prodotti agricoli e derivati.

Gli enti regolatori da tempo fissano la dose giornaliera ammissibile, un parametro che esprime la quantità di una sostanza che i consumatori possono assumere quotidianamente, per tutta la vita, senza causare un danno alla salute (per il glifosato questa è di 0,5 milligrammi per chilogrammo di peso corporeo).

Questo parametro costituisce un limite legale, non un limite di danno biologico. Cioè vengono stabiliti valori più bassi di quelli che comporterebbero un rischio per la salute, così da fissare una soglia di sicurezza. Un rapporto dell’EFSA afferma che il 97,4% dei campioni di alimenti (tra cui frutta, vegetali, carne, vino e latte) esaminati in Europa nel 2013, per tutti i pesticidi, presentava residui al di sotto dei valori di legge, e più del 54% non aveva tracce rilevabili.

Il Ministero della Salute, nel rapporto sui residui di prodotti fitosanitari negli alimenti, scrive che nel 2014 è risultato irregolare lo 0,5% della frutta e della verdura analizzata, in un campione di 5700 prodotti (più della metà è risultata priva di residui). Sottolinea anche che in Italia la percentuale di prodotti alimentari con limiti superiori alla legge è diminuita nel corso degli anni (era il 5,6% nel 1993) e che è inferiore a quella rilevata a livello europeo.

La percentuale di prodotti ortofrutticoli risultati irregolari in Italia e nell'Unione Europea dal 1993 al 2014 (Fonte: Ministero della Salute)

Per comprendere meglio la differenza tra pericolosità e rischio si può esaminare la classificazione dei cancerogeni della IARC, basata su un sistema che prevede cinque gruppi:

Nel gruppo 1 troviamo il fumo e l’alcol, cioè agenti per i quali la cancerogenicità nell’uomo è sufficientemente dimostrata. L’appartenenza a uno stesso gruppo indica quanto sia forte l’evidenza scientifica che una sostanza sia, di per sé, potenzialmente cancerogena, ma non quantifica il rischio che nella vita di tutti i giorni comporta il contatto con ciascuna di queste sostanze.

Nel 2015 aveva fatto scalpore la decisione della IARC di classificare le carni lavorate nel gruppo 1 e la carne rossa nel gruppo 2A (lo stesso dove oggi si trova il glifosato, e che comprende anche le sostanze prodotte durante la frittura ad alte temperature o l’esposizione professionale a certi prodotti usati dai parrucchieri). La stessa agenzia, in seguito, aveva chiarito come si dovesse intendere questa classificazione.

Tuttavia, a causa dell'allarme mediatico attorno alla carne rossa, c’è chi ha messo in evidenza sia la possibile ambiguità di questo tipo di classificazione sia, soprattutto, la difficoltà nel comunicare al pubblico come interpretarla correttamente. Come osserva il giornalista scientifico Ed Yong:

Due fattori di rischio potrebbero essere inseriti nella stessa categoria se uno triplica il rischio di cancro e l'altro lo aumenta di una piccola frazione. Potrebbero anche essere classificati in modo simile anche se uno provoca molti più  tipi di tumori dell’altro, se colpisce una fetta della popolazione maggiore, e se in realtà provoca più tumori

I due approcci però – valutazione del pericolo e del rischio – non sono contraddittori, ma complementari. Lo afferma il gruppo congiunto sui pesticidi della FAO e dell’OMS, che sul glifosato ha espresso un parere simile a quello dell’EFSA (attirando, da parte di alcuni, sospetti di conflitti di interesse). In sostanza, gli enti regolatori devono tenere conto di entrambi. Identificato un potenziale pericolo per la salute pubblica, in un secondo momento si deve valutare il livello di rischio associato.

L’impatto ambientale

La discussione sul glifosato ha riguardato anche il suo possibile impatto ambientale, soprattutto per la sua diffusione nelle acque. L'erbicida una volta nel suolo aderisce alle particelle del terreno (dove viene degradato dalle comunità microbiche) più fortemente di altri pesticidi. Perciò si ritiene che abbia una scarsa tendenza a migrare nelle acque sotteranee, dove si trovano le falde acquifere (sebbene il suo comportamento possa variare a seconda del tipo di suolo). Anche per questo motivo alcuni ritengono che il glifosato nel complesso abbia un profilo di tossicità ambientale inferiore rispetto ad altri pesticidi. Gli studi, in ogni caso, non sembrano fornire ancora evidenze conclusive, anche rispetto all'impatto sulla fauna del suolo. L'ECHA tuttavia, nel parere appena pubblicato, afferma anche che il glifosato ha effetti tossici a lungo termine sugli organismi acquatici.

L’ISPRA, nel rapporto sui pesticidi nelle acque , scrive che in Italia nel 2014 sono stati trovati pesticidi nel 63,9% dei punti monitorati nelle acque superficiali e nel 31,7% di quelli delle acque sotterranee. Nelle prime il 21,3% dei punti aveva concentrazioni superiori ai limiti di qualità ambientali, mentre nelle seconde questa percentuale era il 6,9. Nelle acque superficiali uno dei composti più presenti è risultato essere proprio il glifosato. In quelle sotterranee tra i pesticidi più diffusi c’era l’atrazina, un composto che in Italia è stato vietato già dal 1992, dopo diversi anni di controversie sul suo utilizzo. Il rapporto dell'Ispra delinea un quadro di contaminazione diffusa da pesticidi, che dimostra l'impatto ambientale del settore agricolo.

La “popolarità” che il glifosato ha guadagnato tra gli agricoltori si deve anche alla sua efficacia, che nella lotta alle infestanti ha permesso di ridurre l'uso di pratiche di lavorazione del terreno che causano la degradazione della sua sostanza organica e l’erosione del suolo. D’altra parte il suo ampio utilizzo ha portato alla selezione di piante infestanti resistenti (un problema che però non riguarda solo il glifosato, ma anche altri pesticidi).

Perché non è un tema solo scientifico

In ogni caso, è evidente che il disaccordo tra esperti ed enti, la mole di studi (non sempre riportati correttamente dai media) e di evidenze contrastanti non possa che provocare disorientamento. In questa situazione si rischia di dare un peso eccessivo alle conclusioni di singoli studi, anche poco credibili. Il manifesto della Coalizione StopGlifosato, per esempio, parla di una «forte correlazione con l’insorgenza della celiachia», riferendosi probabilmente a una pubblicazione del 2013 molto controversa, sia per le competenze dei suoi autori (tra cui una informatica) che per la rivista dove è stata riportata. Ad oggi non c'è alcuna prova che il glifosato abbia una qualche relazione con la celiachia.

La discussione però non riguarda solo un tema scientifico, ma ha a che vedere anche con la richiesta, da parte di cittadini e associazioni, di una maggiore trasparenza da parte degli organismi di controllo - che non sembrano sempre sufficientemente neutrali - e con gli interessi delle associazioni di categoria. L'EPA, l'agenzia americana per la protezione dell'ambiente, è finita sotto accusa dopo la divulgazione di uno scambio di mail tra alcuni suoi dipendenti e la Monsanto. Secondo quanto è emerso l'EPA, sulla vicenda del glifosato, non sarebbe stata abbastanza indipendente ma avrebbe anzi favorito gli interessi della multinazionale.

Ma qual è la “verità scientifica” sul glifosato? Come abbiamo visto si tratta di valutare, come per ogni sostanza, il pericolo e il rischio associati. Anche rispetto a possibili alternative. La risposta è complessa e si basa su concetti come probabilità e rischio, che per i non esperti sono tra i più difficili da interpretare. E questo rappresenta senz'altro anche una sfida per chi deve comunicare la scienza.

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Cosa ci dice il voto in Olanda del futuro dell’Europa

[Tempo di lettura stimato: 8 minuti]

di Angelo Romano e Andrea Zitelli

Dopo una campagna elettorale urlata e divisiva, che si è concentrata principalmente sul tema dell’immigrazione, il 15 marzo i cittadini olandesi sono chiamati a eleggere il nuovo Parlamento. Si tratta della prima di una serie di elezioni in Europa (ad aprile si vota per il primo turno delle elezioni presidenziali in Francia, il prossimo 24 settembre ci saranno invece le elezioni politiche in Germania) che quest’anno potrebbero portare le cosiddette "forze populiste" al potere, scrive Palko Karasz sul New York Times e, spiega l’Ispi (Istituto per gli studi di politica internazionale), ridefinire il quadro politico europeo con l’avanzata dei movimenti populisti ed euroscettici. Elezioni che potrebbero mettere in gioco l’identità e il futuro dell’Europa. Come scrivono Silvia Mazzini e Kees van Kesteren su Al Jazeera bisognerebbe avere il coraggio di impegnarsi e confrontarsi con le sfide che questi partiti pongono e proporre alternative più credibili e convincenti.

In particolare è stato Geert Wilders, leader del “Partito per la Libertà” (o PVV), dichiaratamente anti-immigrati, a infiammare la campagna elettorale più dei partiti tradizionali di centro–destra. Proprio un eventuale successo elettorale del PVV (sebbene sia improbabile il suo ingresso in una coalizione di governo), aggiunge il Guardian, potrebbe ulteriormente rafforzare una narrazione che vede in ascesa quei movimenti anti-establishment, che fanno leva sulle retoriche dell’identità nazionale. Inoltre, c’è anche l’aspetto simbolico da considerare: l’Olanda infatti è uno dei 6 paesi fondatori dell’Unione europea.

Euroscettiscismo e immigrazione, i temi che hanno acceso la campagna elettorale

Immigrazione, multiculturalismo, sovranità e identità nazionale, clima politico dell’Unione europea sono stati i temi principali della campagna elettorale in Olanda. Il paese guidato dal premier di centro-destra Mark Rutte, arriva al voto con un’economia in crescita: nel 2016 c’è stato un incremento del Pil del 2%, con il debito pubblico sotto controllo (al 77,9% del PIL) e il tasso di disoccupazione tra i più bassi d’Europa (al 6,9%).

Per quanto riguarda l’immigrazione, invece, lo scorso anno sono state registrate quasi 21mila richieste di asilo, molte di meno rispetto a quelle inizialmente previste dal governo.

via Alessandro Lanni.

Nonostante questi dati, la facilità con cui le posizioni di Wilders si sono diffuse è l’espressione di un malessere più ampio, che ha trovato nell’Unione europea e nei migranti un capro espiatorio, spiega Beda Romano sul Sole 24 Ore. Al di là del risultato che otterrà Geert Wilders, prosegue il giornalista, le elezioni olandesi vanno lette in questo scenario di euroscetticismo, dettato da una Bruxelles ritenuta non sufficientemente liberale.

Negli ultimi anni il PVV e il Partito socialista, una formazione di sinistra euroscettica, sono molto cresciuti. Alle ultime elezioni del 2012, il partito di Wilders era stato il terzo più votato, con il 10% circa dei voti e 15 seggi alla Camera (nel 2010 era andato meglio con il 15% dei voti e 24 seggi), mentre il Partito Socialista era stato il quarto partito sempre con 15 seggi.

Già nel 2005 il 61% dei cittadini olandesi aveva votato contro il progetto di costituzione europea. L’Olanda (insieme alla Francia) fu l’unico Stato a bocciare la Costituzione. A febbraio, il Parlamento olandese ha aperto un’indagine sulle prospettive dell’euro, cercando di capire vantaggi e svantaggi della moneta unica: l’incertezza politica ed economica dell’Unione europea “è per gli olandesi fonte di angoscia e preoccupazione”. Inoltre, lo scorso aprile, dopo una raccolta di 400mila firme da parte di GeenStijll, un sito euroscettico e di estrema destra, è stato organizzato un referendum consultivo sull’accordo di collaborazione commerciale e politica in vigore dal 2014 tra l’Unione europea e l’Ucraina, nonostante il trattato fosse già stato approvato dal Parlamento olandese nel 2015. Il 61% dei votati ha bocciato il trattato con un’affluenza del 32%.

Questo sentimento euroscettico e di chiusura verso l’esterno si spiega, scrive l’antropologo Joris Luyendijk, con una serie di eventi che hanno molto destabilizzato la società olandese: l’abbattimento del volo MH17 di Malaysia Airlines, avvenuto nel luglio del 2014 in Ucraina orientale, che aveva portato alla morte di 193 olandesi (e che può aver influito sull’esito del referendum sul trattato commerciale dell’aprile scorso), le uccisioni del politico Pim Fortuyn e del regista Theo Van Gogh, entrambi sostenitori di posizioni molto critiche nei confronti dei musulmani e dell’immigrazione in generale, la crisi economica del 2008, le guerre in Afghanistan e Iraq. Tutto questo avrebbe creato le condizioni per una maggiore diffusione delle posizioni di Wilders.

Chi è Wilders e perché ha attirato l’attenzione dei media

Icona dell’estrema destra, Geert Wilders è una delle figure politiche più insolite d’Europa, considerando anche il fatto che proviene dall’Olanda, uno dei paesi europei più socialmente liberali, con una tradizione secolare di accoglienza nei confronti degli immigrati e di tolleranza religiosa, scrive Alissa Rubin sul New York Times. Anti-islamista e a favore dell’irrigidimento dei confini intorno ai Paesi Bassi, Wilders ha promesso di chiedere un referendum “Nexit” sull’esempio della “Brexit” nel Regno Unito.

Nonostante le rare apparizioni in pubblico, il leader del PVV è riuscito a costruire un movimento che ha attirato sempre più simpatie politiche. Da quando ha ricevuto minacce nel 2004, Wilders vive sotto scorta, riducendo le uscite, e ha utilizzato internet e i social media per parlare ai cittadini senza il filtro dei giornalisti. I social si sono rivelati un mezzo particolarmente efficace per raggiungere persone deluse dai partiti tradizionali e, sebbene altri politici abbiamo seguito il suo esempio, nessuno lo ha saputo fare come il leader del PVV, continua Rubin.

«È il politico più intelligente e strategico in circolazione», racconta al New York Times Sarah de Lange, professoressa di Scienze politiche all'Università di Amsterdam. «È molto abile, un ottimo oratore, esperto di media. Ogni Tweet è pensato, meditato, calcolato». Non importa se il PVV sarà il primo partito o andrà al governo, quel che conta, aggiunge Rubin, è che «sia già riuscito in una delle sue principali ambizioni, spostare a destra la politica nei Paesi Bassi e rendere possibile un dibattito pubblico sulla chiusura verso gli immigrati e lo smantellamento dell'Unione europea, impensabili non molto tempo fa».

Pur auto-raccontandosi come un outsider, Wilders è un politico di lungo corso, assistente parlamentare già nel 1991-1992 all’interno della corrente principale del partito conservatore, allora guidata da Frits Bolkestein. Oggi, Bolkestein paragona Wilders all’apprendista stregone della ballata di Goethe, che usa uno degli incantesimi appena appresi dal suo maestro per animare una scopa affinché lavi il pavimento al posto suo. Ma non conoscendo la parola magica per porre fine all'incantesimo, la scopa allagherà le stanze. Solo il ritorno del maestro stregone rimedierà al disastro. Il rischio, spiega Bolkstein, è quindi che Wilders non sappia controllare quello che sta generando con le sue retoriche contro gli immigrati, l’Europa e i musulmani.

Tuttavia, afferma Simon Kuper sul Financial Times, Wilders interessa molto più agli osservatori internazionali che ai cittadini olandesi. Di solito le elezioni in Olanda si svolgono nel disinteresse generale, ma questa volta è diverso perché la figura del candidato di destra consente di inscenare il “faccia a faccia tra due grandi movimenti politici globali: i difensori delle identità nazionali contro gli internazionalisti”. Per questo motivo, prosegue Kuper, è come se intorno alle elezioni del 15 marzo si stiano raccontando due storie molto diverse tra di loro: “una storia per l’estero, tutta incentrata su Wilders e sulla possibilità di realizzare la tripletta populista dopo Brexit e la vittoria di Trump; e una storia olandese, in cui Wilders non è nemmeno il personaggio principale”.

Come si vota

L’Olanda è una monarchia costituzionale con un sistema di bicameralismo differenziato. La Camera è composta da 150 parlamentari eletti a suffragio universale con un sistema proporzionale puro, mentre i senatori (75) sono eletti da 12 municipi tramite un’elezione indiretta che si svolge ogni 4 anni. Per avere uno dei seggi alla Camera, spiega Salvatore Borghese su YouTrend, “è sufficiente ottenere un quoziente intero, ossia meno dell’1% dei voti. Questo ha fatto sì che negli anni non si consolidasse un vero e proprio sistema bipolare, ma che in parlamento si venissero a formare coalizioni dopo le elezioni mettendo insieme partiti diversi”.

In base ai sondaggi, i due partiti di governo hanno perso consensi e per questo, scrive il Post, per formare una maggioranza, potrebbe essere necessaria una coalizione di quattro o forse cinque partiti differenti: “quasi tutte le formazioni principali hanno escluso più o meno esplicitamente la possibilità di allearsi con Wilders. Tolta la destra radicale, l’alleanza più probabile comprenderebbe il centrodestra liberale e la sinistra moderata. (...) Non è detto però che questa coalizione ottenga i seggi sufficienti per avere una maggioranza; in questo caso sarà necessario un ulteriore allargamento, con il rischio di una maggiore eterogeneità e minore stabilità”.

I cittadini olandesi chiamati alle urne sono 12 milioni. I voti espressi, inoltre, verranno contati a mano per contrastare ogni tentativo di un possibile cyber attacco da parte di hacker che possa anche solamente mettere in dubbio il risultato delle elezioni, ha annunciato nel mese scorso il ministro dell'Interno, Ronald Plasterk.

I maggiori partiti contendenti e i loro programmi

In totale i partiti che parteciperanno alle elezioni del 15 marzo sono circa 30. Di seguito, le maggiori formazioni politiche in corsa per governare il paese e cosa prevedono i loro programmi.

  • Partito Liberale Democratico (VVD)

È il partito del primo ministro uscente Mark Rutte. Una formazione politica liberale di centro-destra e conservatrice, al governo dal 2010 (prima in alleanza con i cristiano democratici e due anni dopo con i laburisti). Si tratta di una formazione politica di centro–destra, liberale e conservatrice. Tra le proposte, il programma prevede di continuare a rafforzare le politiche portate avanti nella legislatura appena terminata, con particolare attenzione a sicurezza, pensioni, innovazione e lavoro.

  • Partito per la Libertà (PVV)

Fondato nel 2006, è guidato dal candidato Geert Wilders, uscito due anni prima dal VVD in rotta con la disponibilità del partito conservatore a lasciare entrare la Turchia nell’Unione europea, ricorda James Traub sul Chicago Tribune. Il partito è schierato a destra, con posizioni nazionaliste ed euroscettiche. Il programma, molto conciso, si basa su alcune linee guida, come ad esempio: stop all’“islamizzazione del paese”, all’“immigrazione di massa, al terrore, alla violenza e all’insicurezza”, l’uscita dell’Olanda dall’Unione Europea, la democrazia diretta per un maggior potere ai cittadini olandesi, una riforma delle pensioni e un maggiore aumento di risorse per polizia e sicurezza.

  • Appello Cristiano democratico (CDA)

È un partito conservatore cristiano democratico che, scrive Guido Valerio Ceoloni su Formiche, “è storicamente più schierato a sinistra che a destra, moderato, convintamente europeista (per es. aperto a valutare l’ingresso della Turchia in Europa), aperto sulla questione degli immigrati. È per uno Stato sociale attento ai conti pubblici, per la decentralizzazione e in maniera crescente per la tutela dell’ambiente”. Nel proprio programma prevede inoltre di incrementare la spesa per la sicurezza, di continuare a sviluppare politiche sociali per le famiglie, di ridurre le tasse per i redditi più bassi e chiedere un contributo di solidarietà a quelli più ricchi.

  • Democratici 66

È una formazione politica liberale–progressista ed europeista, nata come alternativa ai liberali conservatori di centro-destra, e guidata da Alexander Pechtold. Tra gli obiettivi che si prefigge il partito c’è quello di ridurre l’imposta sul reddito, favorire politiche del lavoro per una occupazione stabile, concedere maggiori risorse per l’istruzione, sviluppare politiche ambientali con la chiusura delle centrali a carbone. Su sicurezza e migrazioni, D66 afferma che c’è bisogno di una guardia di frontiera europea, uno scambio obbligatorio di informazioni tra i servizi di sicurezza, una maggiore cooperazione europea per la difesa e lo sviluppo di una politica europea comune in materia di asilo politico.

  • Il partito laburista (PvdA)

Rappresenta il principale partito olandese di centro-sinistra, con il candidato Lodewijk Asscher. Dal 2012 ha fatto parte del governo di Mark Rutte. I principali temi del programma si rifanno a politiche incentrate su lavoro (con la volontà di far crescere l’occupazione permanente) e diritti nei campi dell’educazione, della casa, della sicurezza e dell’assistenza sanitaria. Il partito laburista inoltre afferma che “il razzismo non ha posto nei Paesi Bassi” e per questo, per combatterlo meglio, punta ad aumentare le pene e l’attenzione legislativa per i colpevoli “dei cosiddetti crimini d’odio”.

  • Il partito socialista (SP)

Formazione politica di sinistra, il partito socialista olandese è sempre stato all’opposizione. È guidato da Emile Roemer. Il programma punta a obiettivi che riguardano assistenza, riforma delle pensioni, politiche sociali sulle case e gli affitti e un piano contro la povertà, una maggiore sicurezza, velocizzazione del riconoscimento della domande di asilo politico e maggiori investimenti in energie rinnovabili.

  • Verdi di sinistra (GL, GroenLinks)

Sono un gruppo di partiti di sinistra e verdi, liberali ed europeisti, con una politica attenta ai temi ambientali, solidale e aperta al multiculturalismo.

Cosa dicono i sondaggi

Secondo gli ultimi sondaggi, il Partito Liberale Democratico (VVD) del premier uscente sarebbe davanti al Partito per la Libertà (PVV), guidato da Geert Wilders: 17% contro 14%, che significherebbe 24/28 seggi contro 19/23.

via Peilingwijzer.tomlouwerse.nl/.

Foto anteprima via www.investmenteurope.net.




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Testamento biologico, la legge arriva finalmente in Parlamento

[Tempo di lettura stimato: 7 minuti]

di Angelo Romano e Andrea Zitelli

A due settimane dalla morte in Svizzera – tramite un suicidio assistito – di Dj Fabo (Fabiano Antoniani) che ha riacceso il dibattito in Italia sul fine vita, lunedì 13 marzo è arrivato in Parlamento il disegno di legge sul biotestamento – “Norme in materia di consenso informato e di disposizioni anticipate di trattamento”. Dopo vari rinvii e un percorso lungo e complicato, è iniziata così la discussione del testo alla Camera dei deputati.

Alberto Aburrà su La Stampa racconta che “da mesi si consuma uno scontro tra lo schieramento trasversale di deputati cattolici (da Forza Italia a Lega Nord, Udc e Area popolare) e il fronte dei promotori: Pd, M5S e Sinistra Italiana”. Nonostante questo, la relatrice del disegno di legge, Donata Lenzi del Partito Democratico, ha spiegato in un’intervista del febbraio scorso a Il Tirreno che «l'accordo su questo testo è molto trasversale, andrà avanti. Vedo un rischio solo nella fine della legislatura».

Su questo tema in Italia esiste un vuoto legislativo dovuto alla mancata ratifica della Convenzione di Oviedo, il primo trattato internazionale sulla bioetica redatto nel 1997 e promosso dal Consiglio d’Europa. Come spiega Massimo Canorro su Pagine Mediche, infatti:

La Convenzione – secondo cui “i desideri precedentemente espressi a proposito di un intervento medico da parte di un paziente che, al momento dell’intervento, non è in grado di esprimere la sua volontà saranno tenuti in considerazione” – è entrata in vigore nel 1999 e il nostro paese l’ha recepita nel 2001. Però il Parlamento, da parte sua, non ne ha mai votato la ratifica né ha adeguato il suo ordinamento ai principi del trattato, pertanto tecnicamente non ne fa ancora parte.

Dopo la vicenda umana e giudiziaria di Eluana Englaro, nel 2010 la maggioranza di centro-destra aveva approvato alla Camera un disegno di legge sul testamento biologico che era stato però duramente criticato, tra gli altri, dall’allora segretario dell’associazione Luca Coscioni, Marco Cappato. Il testo prevedeva ad esempio che il medico non fosse obbligato a rispettare la dichiarazione anticipata di trattamento (DAT) e non riconosceva idratazione e alimentazione come terapie che, pertanto, non potevano essere escluse nelle DAT. Il percorso di approvazione della proposta di legge si è poi bloccato al Senato.

Cosa prevede il disegno di legge

Il testo (unificato), arrivato alla Camera, deriva dall’insieme di 16 proposte di legge presentate tra il 2013 e il 2016 dal Movimento 5 Stelle, Partito Democratico e altri gruppi parlamentari come i Conservatori Riformisti, Democrazia Solidale – Centro Democratico e Movimento Democratico Progressista.

I punti principali del disegno di legge – che si divide in 6 articoli – sono:

Disposizioni anticipate di trattamento (DAT): Riguardo l’eventuale futura incapacità di “autodeterminarsi”, l’articolo 3 prevede che una persona, attraverso le disposizioni anticipate di trattamento (DAT), possa esprimere “le proprie convinzioni e preferenze in materia di trattamenti sanitari, nonché il consenso o il rifiuto rispetto a scelte diagnostiche o terapeutiche e a singoli trattamenti sanitari, comprese le pratiche di nutrizione e idratazione artificiali”. La legge stabilisce inoltre che nelle DAT possa essere indicato un "fiduciario" (cioè una persona di fiducia) che si occuperà delle relazioni con il medico e le strutture sanitarie.

Secondo il comma 5, il medico è tenuto al rispetto delle DAT. Queste disposizioni possono essere invece disattese, in accordo con il fiduciario, nel caso in cui ci fossero “terapie non prevedibili all’atto della sottoscrizione, capaci di assicurare possibilità di miglioramento delle condizioni di vita”.

Consenso informato: l’articolo 1 (primo comma) stabilisce che “nessun trattamento sanitario può essere iniziato o proseguito se privo del consenso libero e informato della persona interessata, tranne che nei casi espressamente previsti dalla legge”. Riguardo le proprie condizioni di salute, il comma 3 specifica che ogni persona ha il diritto di conoscerle e di essere informata in modo completo sia riguardo “alla diagnosi, alla prognosi, ai benefìci e ai rischi degli accertamenti diagnostici e dei trattamenti sanitari indicati” sia “alle possibili alternative e alle conseguenze dell’eventuale rifiuto del trattamento sanitario e dell’accertamento diagnostico” o della loro rinuncia.

Nel comma 5 viene inoltre specificato che “ogni persona maggiorenne e capace di intendere e di volere” (l’articolo 2 regola invece la situazione per “minorenni e incapaci”) può rifiutare, in tutto o in parte, “qualsiasi accertamento diagnostico o trattamento sanitario indicato dal medico per la sua patologia o singoli atti del trattamento stesso”. Inoltre, il consenso – anche quando la revoca comporti l’interruzione del trattamento, incluse la nutrizione e l’idratazione artificiali – può essere revocato dal paziente in qualsiasi momento. Ciò però non comporterà l’abbandono terapeutico, si legge nel comma 6: “sono quindi sempre assicurati il coinvolgimento del medico di famiglia e l’erogazione delle cure palliative”.

Sempre nell’articolo 1 (al comma 7) viene chiarito che il medico “è tenuto a rispettare la volontà espressa dal paziente di rifiutare il trattamento sanitario o di rinunciare al medesimo” e per questo non può essere perseguito civilmente o penalmente. Detto questo, però, il paziente non potrà “esigere trattamenti sanitari contrari a norme di legge, alla deontologia professionale o alle buone pratiche clinicoassistenziali”.

Pianificazione condivise della cure: l’articolo 4 prevede che “nella relazione tra medico e paziente rispetto all’evolversi delle conseguenze di una patologia cronica e invalidante o caratterizzata da inarrestabile evoluzione con prognosi infausta, può essere realizzata una pianificazione delle cure condivisa tra il paziente e il medico, alla quale il medico è tenuto ad attenersi qualora il paziente venga a trovarsi nella condizione di non poter esprimere il proprio consenso o in una condizione di incapacità”. L’atto di pianificazione delle cure può comunque essere sempre modificato su richiesta del paziente.

Eutanasia, suicidio assistito e testamento biologico: quali sono le differenze

Spesso si fa confusione tra i termini eutanasia, suicidio assistito e testamento biologico.

Si parla di eutanasia quando, allo scopo di alleviarne le sofferenze, si procura anticipatamente la morte di un paziente, consenziente (in grado cioè di esprimere la volontà di morire), per il quale non si attestano possibilità di guarigione o, secondo il suo intendimento, di condurre una vita dignitosa.

Si identificano come forme passive di eutanasia quelle “che ‘lasciano accadere’ la morte attraverso la non attivazione o l’interruzione dei trattamenti che tengono in vita il paziente”, accompagnate dalla preparazione di cure palliative per la sofferenza terminale, scrive Demetrio Neri sul Dizionario di Medicina della Treccani. Rientra in questi casi l’abbandono terapeutico, cioè la sospensione di qualsiasi trattamento nell’intento di anticipare la morte. Non è la condizione patologica a far morire ma l’omissione di sostentamenti ordinari.

Nel caso del suicidio assistito il paziente si rivolge all’aiuto del medico per la prescrizione di farmaci letali, che poi la persona si autosomministrerà. Si tratta di sostanze che portano ad addormentarsi e a morire rapidamente.

Il testamento biologico (o direttive anticipate) è l’espressione della volontà da parte di una persona in pieno possesso delle sue facoltà mentali dell’intenzione di accettare o meno le terapie proposte nel caso in cui in un futuro dovesse essere incapace di poter esprimere il proprio volere. In assenza di una regolamentazione, è una questione che assume particolare rilevanza per quei pazienti completamente incapaci di agire (come accaduto nel caso di Eluana Englaro) o “che, pienamente capaci e consapevoli, si trovino in condizioni tali da non poter esercitare il loro diritto al rifiuto perché costretti a trattamenti sanitari con macchinari e strumenti impeditivi e che, per potersi sottrarre alle cure ormai non più accettate, devono rivolgersi a terzi per porre fine a una terapia” (come nel caso di Piergiorgio Welby, aiutato a porre fine alla respirazione artificiale da un medico, prima inquisito per omicidio del consenziente e poi completamente prosciolto). Si tratta di pazienti che, pur essendo in condizioni critiche, non possono materialmente decidere di sospendere le cure perché non più in grado di agire in autonomia.

Attualmente in Italia, scrive Simona Maggiorelli, l’eutanasia è un reato secondo quanto previsto dagli articoli 579 (Omicidio del consenziente) e 580 (Istigazione o aiuto al suicidio) del Codice penale. Nel caso di eutanasia passiva, invece, va conciliata l’esigenza di salvaguardare il diritto del paziente di rifiutare le cure, come previsto dall’articolo 32 della Costituzione con le prescrizioni di legge. Nell’ordinamento italiano l’eutanasia e il suicidio assistito sono atti entrambi punibili dagli articoli 575, 579, 580 e 593 del Codice penale.

Oltre a quella sul testamento biologico, in Italia sono state presentate sette proposte di legge sul tema del fine vita e dell’eutanasia, ancora in attesa di essere discusse. Sei sono di iniziativa parlamentare e potrebbero confluire in un testo unificato, precisa Simone Valesini su Wired.

Alcune vogliono regolare aspetti dibattuti come la sospensione dell’idratazione e dell’alimentazione forzata, chiarire il concetto di accanimento terapeutico o la possibilità di ricorrere a sostanze che allevino la sofferenza anche se possono portare a un’abbreviazione della durata della vita. Un'altra, di iniziativa popolare, affronta il tema dell’eutanasia e prevede che ogni cittadino possa “rifiutare l’inizio o la prosecuzione di trattamenti sanitari, nonché ogni tipo di trattamento di sostegno vitale e/o terapia nutrizionale”, e che il personale sanitario sia tenuto a rispettarne la volontà. In base alla proposta, i pazienti maggiorenni affetti da “una malattia produttiva di gravi sofferenze, inguaribile o con prognosi infausta inferiore a diciotto mesi” e nel pieno delle loro facoltà possono avere diritto all’eutanasia e questo trattamento deve comunque rispettare la dignità del paziente e non provocare sofferenze fisiche. «Si tratta di un testo più comprensivo – spiega a Wired Filomena Gallo, segretaria dell’associazione Luca Coscioni – depositato da oltre 67mila cittadini attraverso la nostra associazione. Entro la prossima legislatura pretenderemo che venga discussa in Parlamento, perché le proposte di legge di iniziativa popolare decadono dopo due legislature».

Negli altri paesi

via Ansa Centimetri – La Stampa.

Nel mondo, l’eutanasia attiva è consentita in Belgio, Lussemburgo, Olanda e nello Stato dell’Oregon, negli Usa, per chi si trova in uno stato di “costante e insopportabile sofferenza fisica e psichica del paziente”. Dal 1998, in Cina, è possibile autorizzare l’eutanasia per i malati terminali.

Per quanto riguarda l’eutanasia passiva, è ritenuta legale in alcune province del Canada (dove è vietata la forma attiva), in Finlandia, Ungheria e Norvegia (a condizione che il paziente interessato presenti un’apposita istanza). Negli Stati Uniti, la Corte Suprema ritiene legittima l’eutanasia passiva e il governo federale ha autorizzato i singoli Stati a regolamentare questa materia. Nell’ultimo decennio, questa forma di eutanasia è stata approvata anche in Svezia, Germania e Spagna.

Il suicidio assistito è consentito in Svizzera (se fatto non per fini egoistici), Spagna e Olanda, mentre, in Francia, la legge sui diritti dei malati terminali riconosce la possibilità di richiedere una “degna morte”: sono praticabili le cure palliative e l’eutanasia passiva.

Per quanto riguarda il testamento biologico, quasi tutti i Paesi europei hanno una legge sul fine vita. In Inghilterra e Galles una persona può fare una dichiarazione anticipata o nominare un curatore in base al Mental Capacity Act del 2005, in Germania è stata approvata una legge nel giugno del 2009 e negli Usa la maggior parte degli Stati riconosce le volontà anticipate o la designazione di un curatore sanitario.

Foto anteprima via Associazione Luca Coscioni.

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Nuove leggi sul digitale? Cinque regole da seguire

[Tempo di lettura stimato: 7 minuti]

di Giovanni Ziccardi, professore di Informatica Giuridica presso l’Università degli Studi di Milano

Da alcuni anni, ormai, le nuove tecnologie sono al centro del dibattito pubblico e dell’attenzione del legislatore italiano, con una notevole intensificazione d’interesse negli ultimi mesi. Questo non è, visti i precedenti, un buon segno.

Dal 1992, anno della prima legge importante che ha riguardato l’informatica in Italia (la disciplina che ha introdotto il reato di duplicazione abusiva del software, decreto legislativo n. 518 del 1992), non vantiamo una tradizione legislativa che sia rispettosa del mezzo tecnologico e, soprattutto, che sia capace di valorizzare il digitale e di fungere da stimolo all’evoluzione dell’innovazione rispettandola e regolamentandola con competenza e in un’ottica di libertà. Piuttosto, si sono succedute leggi che hanno previsto aspre sanzioni e che hanno individuato, in alcuni casi, persino ipotesi di responsabilità oggettiva.

Lo stesso sta accadendo tra le righe dei progetti di legge più recenti: si pensi a temi delicati quali il cyberbullismo, il revenge porn, le fake news, il captatore informatico, tutti argomenti che vedono oggi disegni di legge che sono al centro di una discussione spesso aspra.

Al contempo, anche al di fuori del Parlamento è sempre più pressante una richiesta pubblica di eliminazione dell’anonimato e di urgente regolamentazione di un asserito e fantomatico “Far West giuridico” in rete. Inoltre, si registra una generalizzata “fuga dalle responsabilità” di molti soggetti, soprattutto politici e mass media e una contestuale individuazione dei provider e dei gestori delle piattaforme quali unici “colpevoli” della situazione attuale.

A mio avviso, in fase di elaborazione di una qualsiasi politica legislativa su un tema così delicato come il digitale, andrebbero sempre tenuti in conto cinque aspetti imprescindibili, vere e proprie regole essenziali per far sì che l’azione del legislatore sia non solo un’extrema ratio ma sia anche benefica e non dannosa.

1. Valutare la necessità (o meno) di una regolamentazione specifica per il digitale

Prima di regolamentare qualsiasi aspetto delle attività online, il legislatore dovrebbe innanzitutto valutare la reale necessità, o meno, di un’azione in tal senso. Questa esigenza è tradizionalmente giustificata con il fatto di voler prevedere la sanzione di un comportamento che non è ancora disciplinato nell’ordinamento e che sta generando un allarme sociale.

Ai giorni nostri l’azione è portata soprattutto non tanto per “riempire dei vuoti normativi” ma per aggravare le sanzioni previste per comportamenti che già sono puniti ma che, nell’idea del legislatore e nell’opinione pubblica, assumono maggiore rilevanza e, di conseguenza, gravità se connessi a Internet. E quindi dovrebbero essere disciplinati puntualmente.

La realtà è che oggi, in Italia, sono rarissimi i comportamenti dannosi che si possono tenere online e che non siano già puniti dagli articoli del nostro codice penale o da leggi speciali. Si pensi al bullismo, che anche se non è individuato formalmente come reato nel codice penale è comunque sanzionabile tramite l’applicazione di altre ipotesi, o al furto d’identità, o alla diffusione di notizie diffamatorie, che potrebbero generare danni sociali o causare disastri economici.

Spesso, quindi, alcune proposte di legge si basano sulla premessa sbagliata che siano necessarie per sanzionare un comportamento che non è ancora punito. Ciò non è quasi mai vero nell’ambito tecnologico. Il nuovo reato è, al contrario, individuato o per rassicurare i cittadini o per punire con maggior vigore la sola fattispecie tecnologica, ma anche questo non è un approccio corretto. La diffamazione diverrebbe così aggravata perché commessa in rete, o il tentativo di estorsione più grave perché sono usati gli strumenti tecnologici. Si tratta, in definitiva, di un approccio che criminalizza ex se la tecnologia.

La prima strategia, propedeutica a tutto, dovrebbe quindi essere quella di valutare obiettivamente se sia necessaria realmente una nuova norma o se l’ordinamento giuridico esistente sia perfettamente in grado di affrontare anche la “minaccia digitale”. Le norme in materia tecnologica dovrebbero essere pensate per disciplinare nuovi fenomeni e non per ovviare a problemi di “applicazione” di altre norme o per sviare l’attenzione circa le reali responsabilità.

2. Comprendere a fondo la tecnologia e l’ecosistema digitale e non criminalizzare i gestori delle piattaforme

Se il primo requisito è soddisfatto, ossia vi è la convinzione che una nuova norma sia necessaria, occorrerebbe allora tenere a mente che la disciplina del diritto delle nuove tecnologie comporta, inevitabilmente, un condizionamento dell’ecosistema digitale. In altre parole: un provvedimento giuridico andrà sicuramente a toccare e alterare un ambito che ha caratteristiche proprie. Che andrebbero, prima, comprese.

Il non conoscere la natura delle tecnologie è sempre stato un problema nella regolamentazione, perché è come se venisse a mancare il 50% dell’opera: si guarda al diritto ma non si conosce ciò che si sta per normare. Di solito, ad esempio, il soggetto più visibile – il provider o il gestore di piattaforme di social network – è quello che viene preso di mira per primo.

Anche in Italia si rileva, sempre più spesso, una chiara volontà di individuare responsabilità in capo ai provider, dichiarando pubblicamente una sorta di connivenza (ad esempio in tema di diffusione di espressioni d’odio) e domandando un maggiore intervento. Spesso, però, si prospettano soluzioni che potrebbero alterare e soffocare l’intero sistema di business attuale. Si pensi a un eventuale obbligo di assumere unità di personale per controllare manualmente tutti i contenuti che circolano, o alla necessità di ripensare al sistema di funzionamento di un motore di ricerca per gestire le richieste di rimozioni dei contenuti. L’anonimato in rete, per fare un altro esempio, è un tema che richiederebbe una comprensione chiara della situazione attuale prima di prospettare divieti che risulterebbero, poi, inapplicabili.

Si prenda il caso delle espressioni d’odio online e della loro diffusione. Spesso si afferma che queste impennate di contenuti d’odio circolanti sui social network siano causate anche dall’anonimato o dall’uso di pseudonimi, ma nella realtà è sempre più diffusa una forma d’odio dove chi offende usa nome e cognome perché, in tal modo, attira e canalizza consenso nei confronti della sua persona. Chi odia si crea delle vere e proprie reti, cerca approvazione, “like” e condivisioni, e utilizza senza problemi il proprio nome e cognome. Non s’interessa, quindi, degli strumenti per l’anonimato.

La seconda regola vorrebbe, quindi, che accanto allo studio preliminare giuridico indicato nel punto 1 (“C’è davvero bisogno di una legge?”) si elaborasse uno studio accurato sull’aspetto tecnologico che si vorrebbe disciplinare (“Quali sono le caratteristiche, i punti di forza, le vulnerabilità e la natura tecnica dell’elemento su cui sto per legiferare?”).

3. Evitare la dipendenza dai fatti di cronaca, da esigenze prettamente politiche o dalla volontà di declinare precise responsabilità

Una volta valutati positivamente i due step precedenti, occorrerebbe comprendere se l’azione legislativa sia proposta per fini politici (ad esempio: controllo del dissenso), propagandistici (sanzioni altissime per rassicurare gli elettori), se sia collegata a un momento di emergenza e se sia connessa a una mancanza di responsabilità diffusa in capo a specifici soggetti.

Spesso, in seguito a fatti di cronaca clamorosi, la rete “reagisce”, è dinamica, aumenta il livello e il tono delle discussioni e si domandano a gran voce, per l’occasione, nuove sanzioni. Seguire l’onda del momento non è, però, un buon metodo per legiferare bene. Si chiedono nuove norme a seguito di attentati, o in vista di elezioni, ma la legislazione d’emergenza non è adatta a un ambito complesso quale quello tecnologico, che vanta una storia particolare e, soprattutto, che ha prospettive di sviluppo che si possono condizionare sensibilmente con una normativa non corretta.

Inoltre, occorrerebbe valutare se la richiesta di nuove norme non sia anche dovuta a una declinazione delle responsabilità. Si pensi a genitori e docenti che domandano nuove leggi contro il cyberbullismo per, al contempo, non voler assumere alcuna responsabilità come insegnanti e genitori, o a politici ed esponenti dei media che domandano a gran voce una stretta contro l’odio mentre sono spesso i primi a veicolarlo. Prima di evocare la sanzione penale occorrerebbe aprire un discorso di deontologia, di educazione civica digitale e di responsabilità. Solo dopo si può parlare di un’azione normativa.

Questo terzo punto mi sembra che sia il più importante. Oggi non ci sono politiche omogenee e coordinate circa la regolamentazione del digitale in Italia, ma iniziative disordinate e scoordinate tra loro che sono motivate quasi sempre dai fattori poco sopra indicati.

4. Mantenere ferma l’attenzione ai diritti di libertà

Soddisfatti i primi tre requisiti, la norma che andrebbe a essere elaborata dovrebbe essere molto attenta ai diritti di libertà, ormai connessi a doppio filo a un mezzo così diffuso e complesso come Internet.

Dalla libertà di manifestazione del pensiero alla libertà d’impresa, dalla tutela di diritti quali quello all’anonimato sino alla tutela della privacy personale contro un sistema di sorveglianza indiscriminato, negli ultimi anni la tecnologia è entrata spesso in conflitto proprio con questi aspetti.

Tutte le norme che si occupano di tecnologie dovrebbero avere sempre in mente i diritti di libertà, dato che si apprestano a regolamentare il mezzo che ha maggiormente espanso, nella storia dell’uomo, la possibilità di comunicare e di relazionarsi con altri.

Dovrebbe diffondersi, ad esempio, l’idea che sia l’apertura, e non la chiusura, il metodo migliore per combattere tanti fenomeni nocivi in rete, compreso il terrorismo. O la convinzione che il taggare i sospetti, il prevedere enormi archivi di impronte digitali per combattere l’assenteismo, il vietare l’anonimato, il cercare di controllare attraverso “tribunali della verità” i contenuti che circolano, il prevedere responsabilità oggettive in capo ai gestori delle piattaforme, siano tutti approcci che minano il sistema e che vanno contro anche al mezzo tecnologico. Se interpretiamo quest’ultimo, correttamente, come un medium utile anche per la difesa dei diritti di libertà.

5. L’impossibilità tecnica di disciplinare alcuni aspetti, e la necessità di un approccio combinato e modulare

L’ultimo requisito, anch’esso importante, è la valutazione della possibilità o meno, in concreto, di applicare una normativa a tutti gli aspetti dell’ambiente tecnologico che si vorrebbe normare. Si tratta di una riflessione simile a quella svolta nel punto 2 ma che viene, a questo punto, effettuata in concreto, avendo di fronte una bozza di provvedimento normativo e cercando di comprendere se la tecnologia potrebbe essere in grado di “ribellarsi” o di “aggirare” le previsioni di determinate leggi.

L’anonimato, ad esempio, è disciplinabile, o vi è un’impossibilità tecnica di farlo che soffocherebbe la possibilità di una discussione sin dagli inizi? L’architettura di rete è creata in un modo da rendere ogni tipo di provvedimento restrittivo inattuabile? Che senso avrebbero sistemi di filtraggio dei contenuti, con limiti nello spazio e nei confini nazionali, di fronte alla facilità di aggiramento tramite VPN o utilizzando sistemi ancora più sofisticati? Come può essere possibile, in concreto, controllare con cura tutti i contenuti e i commenti generati a ogni minuto su una piattaforma?

Al contempo, accanto a un ragionamento di “applicabilità concreta” di una norma, non si può più ritenere che il diritto possa essere, in molti casi, la sola soluzione. Occorre sovente un approccio combinato, utilizzando la diffusione di una nuova educazione/cultura digitale, un uso calibrato del diritto (nei limiti sopra esposti) e la possibilità di sfruttare la tecnologia più evoluta (algoritmi semantici, ad esempio) per operare da più parti e cercare di contenere i fenomeni più gravi.

In conclusione: un’attenzione a tutti e cinque questi punti, tutti indispensabili e con le loro specifiche sfumature, permetterebbe di prevedere una politica legislativa sul tema delle nuove tecnologie, di Internet e dei social network più attenta alle esigenze degli utenti, ai diritti di libertà di tutti e alle reali componenti tecniche di questo delicatissimo ecosistema.

La tendenza, chiaramente, è oggi ben diversa: disegni di legge liberticidi, proposte che mirano soltanto a punire e criminalizzare, fuga generalizzata dalle responsabilità da parte di chi dovrebbe dare l’esempio, uso della gogna mediatica come strumento di contrasto all’odio online (odio contro odio, ossia vendetta) e colpevolizzazione di default dell’anonimato (o, meglio, di un asserito, diffuso anonimato).

In realtà, basterebbe un ripensamento nell’approccio, e una combinazione saggia dei fattori culturali (compreso l’esempio che è dato, soprattutto ai più giovani), giuridici e tecnici, per migliorare notevolmente il quadro senza la necessità di sanzioni smisurate.

Foto anteprima via Nipic.com

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Finora i file di Wikileaks ci dicono che la CIA fa cyber investigazioni ¯\_(ツ)_/¯

[Tempo di lettura stimato: 6 minuti]

Il 7 Marzo, Wikileaks ha rilasciato più di 8.000 documenti (questa è solo la prima tranche "Year Zero") appartenenti alla CIA e più precisamente alla divisione per la cyber intelligence dei servizi statunitensi.

 

Premesso che potete comunque mantenere il vostro bellissimo adesivo sulla telecamera del portatile come ci ha insegnato Zuckerberg (ma magari partire dal non usare wifi pubbliche senza protezioni come VPN sarebbe meglio), vediamo se e in che misura il materiale pubblicato online ci fornisce nuove informazioni sul modo in cui la sorveglianza digitale viene svolta dalla CIA e dalle altre agenzie - che sia invasiva e indiscriminata lo sapevamo già dal 2013, ma avere qualche indicazione precisa sugli strumenti utilizzati può aiutare.

Prima di entrare nel merito, due avvertimenti:

  1. Se volete valutare il materiale in prima persona, non fatelo sul vostro solito pc. Non potete avere una conferma della veridicità di quello che scaricate dalla rete e soprattutto quando aprite i file pdf contenuti nell'archivio nessuno vi assicura che siano davvero pdf e non contengano materiale malevolo. Una macchina virtuale potrebbe bastare, ovviamente un computer separato air-gap sarebbe meglio. La morale è: non è sicuro sbirciare, limitatevi a leggere questo esaustivo articolo.
  2. Studiare 8.000 documenti in una notte non è fattibile, per una persona singola quanto per una redazione di un giornale con esperienza giornalistica e non tecnologica. Ho cercato di andare il più possibile nel dettaglio ma ovviamente devo far riferimento a fonti affidabili che ho cercato di referenziare il più possibile nel testo. Allo stesso tempo, diffidate di chi dice di averlo fatto senza aver avuto un'anteprima degli stessi file giorni fa.

Cosa (non) c'è nell'archivio

Va anche specificato, prima di analizzare il contenuto, che tale operazione va fatta presupponendo che i documenti pubblicati siano reali e conformi agli originali. Se nessuna conferma né disconoscimento è arrivato da parte delle autorità statunitensi, dopo quanto è successo nell'autunno del 2016 è lecito porsi almeno dei dubbi sul contenuto divulgato da Wikileaks. Come nel caso delle email del Partito Democratico, minime alterazioni e falsificazioni all'interno di milioni di linee di codice sono ardue da scovare. D'altra parte, questa volta WL ha deciso di non pubblicare l'archivio integrale ma ha incluso solamente la lista dei sorgenti di molti dei tool usati dalla CIA invece del codice in sé. Una apertura verso un controllo preventivo del materiale dopo le polemiche dei mesi scorsi? Bisogna ovviamente aspettare la pubblicazione del restante materiale: per molti degli archivi e dei software presenti, compare la dicitura "Questo archivio deve essere ancora controllato da Wikileaks e potrebbe essere rilasciato a breve. Quella che segue è una lista generata automaticamente del suo contenuto."

Meme e manuali utente

Quello che colpisce di più all'interno dell'archivio come al solito è il rumore: migliaia di file, soprattutto pdf e screenshot non sono altro che tantissime guide, manuali utente a documentazione di software. In particolare, decide e decine di documenti sono istruzioni su come utilizzare – in modo particolarmente avanzato – il tool di versioning GitHub, uno strumento fondamentale per chi scrive codici insieme ad altre persone, che permette di collaborare e tenere traccia dei cambiamenti. Insieme a questi tutorial, tutorial e ancora tutorial su come utilizzare programmi e servizi, nulla di indicativo o che sia anche lontanamente paragonabile alle slides relative al programma PRISM che Snowden rivelò.

Poi, meme. Perché si sa, i nerd, anche quando sono delle spie della CIA, non possono rinunciare al loro tipico umorismo comprensibile solo in una cerchia ristretta.

Zero days e hacking avanzato

Nel gergo della cybersecurity, una zero days è una vulnerabilità di un software scoperta da un hacker (un black hat, un "cattivo") ma mai pubblicata – conosciuta da zero giorni, appunto. L'importanza delle zero days è enorme: se nessuno ne viene a conoscenza (né il produttore né altri sviluppatori), in pratica si possiede una chiave d'accesso personale e illimitata. Grandi compagnie e governi custodiscono gelosamente questi passepartout per poter creare malware in grado di infettare e controllare un dispositivo o un software. Quando per esempio USA e Israele svilupparono insieme il worm Stuxnet, qualche anno prima del 2010, per infettare e sabotare il funzionamento delle centrifughe delle centrali nucleari iraniane, utilizzarono in totale 4 zero days, un "capitale intellettuale" enorme. Capitale perché ovviamente c'è un mercato: comprare una zero days può richiedere svariate centinaia di migliaia di euro. Per completare il quadro, queste vulnerabilità sono al centro di alcuni dibattiti parlamentari come in Olanda, dove, secondo il nuovo disegno di legge sulle investigazioni digitali, la Polizia è obbligata a divulgare le zero days utilizzate dopo l'attacco, in modo da poter migliorare la sicurezza per tutti i cittadini.

Era lecito aspettarsi quindi che in un archivio come quello pubblicato da Wikileaks ci fossero tracce di queste vulnerabilità e del software usato per sfruttarle. A una prima analisi di quanto pubblicato fino a ora, non risulta nulla invece: come conferma Robert Graham, infatti

per prima cosa, le zero days sono state a mala pena menzionate. Le tecniche della CIA [da quanto si evince dal contenuto pubblicato, n.d.a.] sono abbastanza semplici ed elementari, non sono zero days super segrete.

Smartphone, messaggistica e Smart TV

Sicuramente all'interno dell'archivio pubblicato ci sono molte tracce di software e tecniche utilizzate per guadagnare accesso ai dispositivi. La "buona notizia" è che non c'è nulla di (particolarmente) nuovo sotto al sole: soprattutto per quanto riguarda Android, le vulnerabilità utilizzate sono reperibili in rete (o nella darknet) e affliggono principalmente i dispositivi non aggiornati (aggiornate sempre il software, sia del telefono che del computer). Idem per i device Apple: apparentemente, nessun exploit veniva utilizzato per versioni di iOS (il sistema operativo) successivo all'8, come si evince da una perfetta tabella riassuntiva. Sia Google che Apple hanno rilasciato dei comunicati con cui annunciano che gran parte delle vulnerabilità evidenziate nel leak sono già state corrette e quindi, avendo il software aggiornato, non si è a rischio.

Invece Motherboard fa notare come sia molto interessante analizzare come le diverse agenzie anche di paesi diversi si scambino regolarmente software e vulnerabilità: ovviamente tra CIA e NSA, sfatando le voci di una serrata concorrenza, FBI e l'immancabile servizio di sicurezza britannico GCHQ.

Per quanto riguarda le applicazioni per la messaggistica, si è molto parlato del fatto che la CIA sia in grado di eludere la sicurezza del protocollo di Signal, utilizzato anche da Whatsapp e in parte da Wire. Il "merito" è di un tweet, quanto meno ambiguo, da parte di Wikileaks:

L'organizzazione parla di "bypassare" la crittografia: leggendo il tweet siamo portati a pensare che l'algoritmo e la sicurezza delle app siano compromesse, quando invece il termine bypassare è fin troppo accurato. La crittografia è sana e salva: semplicemente, infettando un dispositivo, la CIA è in grado di visualizzare e registrare qualsiasi contenuto prima della sua cifratura e quindi in chiaro. È come dire che sono in grado di leggere attraverso una busta chiusa semplicemente perché erano alle vostre spalle quando scrivevate la lettera.

In ultimo, che le Smart Tv siano gli oggetti più pericolosi dal punto di vista della cybersecurity, si sapeva da un po'. Suggerimento: se hanno smart davanti al nome, contengono sicuramente falle di sicurezza (per approfondire). Inoltre, nei documenti si parla di un hack effettuato via USB, accedendo quindi fisicamente al televisore: evidentemente, se un agente della CIA riesce a mettere le mani sulla vostra TV, è vagamente più possibile che abbiate una serie di cimici, microfoni e videocamere in tutta la casa. Anche in questo caso, aggiornare il software di tutti i dispositivi è fondamentale.

NSA vs CIA

Concludendo, vale la pena portare avanti una riflessione sulla differenza di strategie messe in atto da NSA e dalla CIA che implica una differenza sostanziale in quanto a misure preventive per la sicurezza. Quando Snowden rivelò l'enorme lavoro di raccolta dati portato avanti dall'agenzia per la sicurezza nazionale, il mondo si rese conto del fatto che una grandissima parte della popolazione mondiale era costantemente controllata e monitorata. La definiamo, appunto, sorveglianza di massa: è un'attività molto più stupidabanale, seppur per nulla meno invasiva, di quello che definiamo hacking di Stato, quando obiettivi precisi vengo presi di mira e hackerati. Nel primo caso, se affrontiamo l'obiettivo di difenderci nelle nostre comunicazioni quotidiane – e non siamo soggetti "a rischio" come attivisti, giornalisti, dissidenti – un livello di protezione normale può bastare: comunicazioni sicure e cifrate con applicazioni come Whatsapp e Signal, connessione SSL per la maggior parte dei siti internet, VPN, TOR. Oggi utilizzare questi strumenti è davvero facile ed economico, sicuramente vale la pena di abituarsi – ok, anche lo sticker sulla fotocamera del pc.

Anche la CIA ti consiglia di aggiornare il software! - Pic courtesy of CIA

Al contrario, difendersi da un attacco mirato, con le potenzialità che un'agenzia come la CIA può avere, è terribilmente più complesso e le precauzioni adottabili da persone "normali" non sono sufficienti.

"Io sono giapponese"

Ho riso più volte scorrendo il materiale pubblicato da Wikileaks. Alcuni meme nerd sono davvero divertenti, ma in particolare un contenuto ha colpito particolarmente gli autori di Gizmodo e me: gli hacker della CIA adorano le emoji fatte con i caratteri giapponesi e coreani. Questa pagina infatti ne contiene una vasta raccolta. Le email interne devono essere davvero spassose.

(╯°□°)╯︵ ┻━┻

Post aggiornato il 9/03/2017 ore 10:00 per inserire le repliche di Google e Apple.

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Dieci storie di donne che lottano per i diritti civili

[Tempo di lettura stimato: 7 minuti]

a cura di Angelo Romano e Andrea Zitelli

In occasione della giornata internazionale della donna, Front Line Defenders, una fondazione internazionale per la protezione dei difensori dei diritti umani, ha segnalato le storie di dieci donne che si sono distinte per le loro battaglie nei loro paesi, determinando cambiamenti radicali nelle loro comunità.

In tutto il mondo, scrive la Front Line Defenders, tante donne impegnate nella difesa dei diritti umani si trovano ad affrontare rischi enormi per far sentire la propria voce, sfidare governi oppressivi, lottare per la giustizia, contro il razzismo, il sessismo, l'omofobia, la transfobia e altre forme di oppressione.

Ana Maria Belique, Repubblica Dominicana

Ana Maria Belique, via Cnd37

Ana Maria Belique è una delle coordinatrici di Reconocido, un movimento che si batte per i diritti di cittadinanza dei dominicani di origine haitiana, considerati cittadini di seconda classe nella Repubblica Dominicana. Nel 2010, infatti, una nuova costituzione ha reso senza cittadinanza tutti i figli di genitori stranieri privi di documenti. La sentenza è stata attuata con effetto retroattivo e migliaia di persone si sono trovate senza documenti validi nell’arco di una notte: è stato negato loro l’accesso all’istruzione, all’occupazione, ai servizi sanitari, e tolto loro il diritto di voto. Nel 2010, Ana, non riuscendo a ottenere un duplicato del suo certificato di nascita, non ha potuto iscriversi all’università perché figlia di haitiani, nonostante fosse stata registrata come cittadina dominicana quando è nata.

Da allora, Ana ha iniziato a mobilitare e a dare consapevolezza dei propri diritti alle comunità emarginate, dando anche loro sostegno legale per l’accesso ai documenti necessari. Uno dei successi più grandi è stato portare molti giovani in piazza, dice Ana, per protestare contro le discriminazioni che subiscono. Un passo in avanti rispetto alla generazione precedente che aveva paura di organizzare manifestazioni.

Angelica Choc, Guatemala

Angelica Choc, via Business & Human Rights Resource Center.

Angélica Choc si batte per i diritti dei Maya Q'eqchi, che vivono nel nord-est del Guatemala. Insieme alla sua comunità, sta reclamando i diritti per la loro terra ancestrale e protestando contro la miniera Fenix, una delle più grandi miniere di nichel del paese. Nel 2006 la compagnia mineraria ha mandato via le comunità indigene locali, le forze di sicurezza privata hanno bruciato centinaia di case, attaccato gli abitanti dei villaggi, violentato diverse donne. Tre anni dopo, le guardie di sicurezza che lavorano per la Fenix hanno ucciso il marito di Angelica, Adolfo Ich Chamàn, un leader di primo piano della comunità, impegnato nelle lotte ambientali.

Dopo l’assassinio del marito, Angélica ha cercato di assicurare alla giustizia presso un tribunale canadese i responsabili di atti violenti e di repressione nei confronti dei Maya Q'eqchi. Nel marzo 2015 è iniziato un processo penale in Guatemala contro l’ex capo della sicurezza della società mineraria, Mynor Padilla, anche ufficiale dell’esercito guatemalteco in pensione. Per avviare questa azione, Angélica ha sfidato le élite locali, esponendosi a continui attacchi, intimidazioni e minacce.

Anna Jones, Gambia

Anna Jones, via Wanep Gambia

Anna Jones coordina in Gambia la rete nazionale del Wanep (West African Network For Peacebuilding), un’organizzazione che lavora per prevenire i conflitti e rafforzare la partecipazione di giovani e donne nei processi decisionali e nella costruzione della pace.

Wanep ha svolto un ruolo importante nelle elezioni presidenziali che si sono tenute in Gambia nel dicembre 2016, inviando circa 150 persone per osservare la regolarità delle votazioni. La loro presenza ha contribuito a convalidare i risultati finali, che hanno portato a un cambio di potere dopo 22 anni.

Anna Jones, inoltre, si sta battendo per una maggiore consapevolezza dei diritti LGBTI e delle donne. Per sfidare la cultura fortemente patriarcale del Gambia e per far sì che sempre più donne possano concorrere a cariche pubbliche, Anna sta conducendo corsi di formazione. Alcune delle donne formate da Wanep sono in corsa per le elezioni dell’assemblea nazionale. Al di là del risultato finale, la loro partecipazione è già un passo in avanti.

Lorraine Kakaza, Sud Africa

Lorraine Kakaza, via Action voices

Lorraine Kakaza si batte per la difesa dell’ambiente e del territorio in Sud Africa. In particolare, Lorraine è impegnata nella sensibilizzazione sull’impatto nocivo delle miniere di carbone nella sua regione, Mpumalanga, al confine con lo Swaziland.

Nonostante le rigide normative che l'industria mineraria del carbone deve rispettare in Sud Africa, le leggi di protezione ambientale sono in gran parte ignorate. Solo nella regione di Mpumalanga ci sono 12 centrali elettriche a carbone e 22 miniere di carbone, che hanno provocato emissioni di biossido di carbonio e metalli pesanti nel suolo e nel sottosuolo. L’acqua è così inquinata, dice Lorraine, da provocare irritazioni cutanee se utilizzata per lavare i vestiti e da non poter essere usata per irrigare i giardini.

Nel 2013, Lorraine ha lanciato una serie di podcast per parlare dei problemi causati dalle miniere di carbone. È stata più volte minacciata per il suo impegno di sensibilizzazione:

Ho incontrato persone che hanno perso la speranza, ma cominciano a credere in me. Si rendono conto che se posso farlo io, possono farlo anche loro. Questo dimostra che ho un impatto nella vita delle persone e che stiamo portando cambiamenti nelle nostre comunità.

Farzana Jan, Pakistan

Farzana Jan, via thestar.com

Presidente e co-fondatrice dell’organizzazione Trans-Action, Farzana Jan, nota anche come il "transgender guerriero", è un attivista per i diritti trans dalla provincia di Khyber Pakhtunkhwa, nel nord-ovest del Pakistan.

Farzana e Trans-Action lavorano per smontare stereotipi e discriminazioni nei confronti dei transgender del paese, sempre più sotto attacco. Solo negli ultimi due anni, almeno 46 trans sono stati uccisi in Pakistan, dopo aver ricevuto minacce e violenze, quasi sempre non dichiarate.

Grazie all’azione di Farzana e della sua organizzazione, nel dicembre 2016 l’assemblea provinciale di Khyber Pakhtunkhwa ha approvato all'unanimità una risoluzione che chiede al governo federale di garantire il diritto di voto per le persone transgender. Il governo ha anche annunciato che lavorerà su una politica di protezione dei diritti trans e istituire una commissione speciale per esaminare la recente ondata di attacchi e garantire forme di protezione.

Thwe Thwe Win, Birmania

Thwe Thwe Win, a sinistra, con Aye Net, via New York Times

Thwe Thwe Win è una contadina che vive in Birmania, nel villaggio di Wethmay, ma è anche un'attivista dei diritti civili. Insieme ad Aye Net, un’altra figlia di contadini come lei, si è impegnata contro la costruzione di una miniera di rame “gestita dal potente esercito del paese e da un suo partner, una filiale di un produttore di armi cinese”, raccontava Thomas Fuller nel 2012 sul New York Times. «Qualunque sia la pressione su di noi, noi non ci arrendiamo. Voglio che chiudano questo progetto completamente», aveva detto Thwe Thwe detto durante un’intervista.

All’inizio, le autorità locali avevano promesso alla comunità di Wethmay che la loro terra non sarebbe stata utilizzata senza il consenso e che qualsiasi terreno acquistato per il progetto sarebbe stato ripagato per un valore pari o superiore a quello di mercato, scrive Front Line. Ma questo non avvenne e diverso tempo dopo, “centinaia di abitanti del villaggio furono allontanati con la forza e costretti a lasciare la loro terra”. Ci furono proteste, manifestazioni e scontri con la polizia. Thwe Thwe ha portato avanti la sua lotta fornendo consulenza legale agli agricoltori e per il suo attivismo fu anche arrestata.

Nisha Ayub, Malesia

Nisha Ayub e John Carry, via U.S. Embassy Kuala Lumpur

Nisha Ayub è un’attivista che si batte per i diritti delle persone transgender in Malesia. Ha co–fondato due organizzazioni, Seed Foundation and Justice for Sisters e Justice for Sisters, con le quali fornisce sostegno alle persone transgender, alle prostitute e ai malati di HIV. Per il suo attivismo, Nisha ha ottenuto numerosi premi e nel 2016 è diventata la prima persona trans a ricevere l’International Women of Courage Award – un premio dato alle donne di tutto il mondo che hanno dimostrato coraggio, intraprendenza e disponibilità a sacrificarsi per gli altri, in particolare nel promuovere il diritto delle donne – dall’ex segretario di Stato americano John Kerry.

Ma per questo suo impegno quotidiano ha subito anche discriminazioni e minacce. Poco più di 10 anni fa, quando aveva 21 anni, inoltre, riporta Human Right Watch, Nisha è stata arrestata dalle autorità religiose e condannata a tre mesi da scontare in una prigione maschile, grazie a una disposizione della “Sharia” che "vieta a qualsiasi persona di sesso maschile, in qualsiasi luogo pubblico, di indossare l'abbigliamento di una donna o di fingersi donna”. In quel periodo fu vittima di abusi sessuali. Dopo il suo rilascio, Nisha ha sostenuto instancabilmente i diritti dei transessuali in Malesia.

Ayat Osman, Egitto

Ayat Osman, via Front Line Defenders

Poco più di tre anni fa, Ayat Osman, insieme alla sorella Seham e ad altre persone, ha fondato Genoubia Hora, il primo gruppo femminista organizzato ad Assuan, nel sud dell'Egitto, che si batte contro la violenza sulle donne. Ayat lotta anche per i diritti del popolo della Nubia, una minoranza indigena in Egitto. Agli inizi del secolo scorso, nel Paese venne progettata la costruzione vicino la città di Assuan di un’enorme diga. Circa sessant’anni, quando la costruzione iniziò (sarà terminata nel 1970), decine di migliaia di nubiani furono costretti ad abbandonare le loro case sul Nilo per sfuggire all’innalzamento del livello dell’acqua.

Negli anni si sono susseguite le proteste e la situazione è peggiorata quando il presidente al-Sisi “ha annunciato di voler vendere un milione e mezzo di acri di terra, per un maxi-progetto di riqualificazione agricola delle aree desertiche nel sud del Paese”, spiega In Terris. Lo scorso novembre Ayat ha partecipato al Nubian Return Caravan, una carovana diretta verso la loro terra indigena per protestare contro la vendita delle loro terre stabilita in base a questo progetto di sviluppo.

Anna Mokrousova, Ucraina

Anna Mokrousova, via hromadskeradio.org

Anna Mokrousova è la co-fondatrice di Blue Bird, un'organizzazione che cerca di rintracciare i civili rapiti o scomparsi nell’Ucraina orientale e fornisce aiuto psicologico, legale e umanitario alle famiglie che hanno subito rapimenti.

Nel 2013, durante gli scontri tra filo-russi e pro-ucraini nelle regioni di Donetsk e Luhansk, molte persone furono rapite, quasi la metà civili. Tra queste, nel 2014, proprio Anna Mokrousova.

Subito dopo essere stata rilasciata, Anna ha ricevuto quasi 300 richieste da parte di amici e conoscenti che chiedevano notizie dei propri cari rapiti. Da allora, ha iniziato ad aiutare queste persone, cercando di stabilire un contatto con le milizie, raccogliendo farmaci e cibo per gli ostaggi e fornendo aiuto psicologico a chi viene liberato e alle loro famiglie.

Aili Kala, Estonia

Aili Kala, via Facebook

Aili Kala è la presidente della fondazione LGBT estone. Per oltre cinque anni ha lottato per il riconoscimento dei diritti LGBT e di genere per le persone transgender in Estonia. La Fondazione LGBT ha avuto un ruolo molto importante per far passare la legge che permette a coppie omosessuali ed eterosessuali di avere quasi tutti i benefici previsti per il matrimonio, ad eccezione dell’adozione. Questa legge consente a un partner della coppia di poter adottare il figlio dell’altro partner.

“Si tratta di un enorme passo in avanti verso l’uguaglianza e il riconoscimento di tutte le persone e le famiglie”, ha detto Aili. Da quando è passata la legge, quasi 30 coppie si sono registrate e i tribunali si sono espressi in circa 10 casi di adozione.

Foto anteprima: un momento della manifestazione Women's march del 21 gennaio scorso, via dailygazette.com.

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Cannabis: effetti sulla salute, legalizzazione e dibattito politico

[Tempo di lettura stimato: 8 minuti]

In queste ultime settimane si è riacceso il dibattito politico sulla legalizzazione delle cosiddette “droghe leggere”, in particolare della cannabis (cioè dell’hashish e della marijuana, ottenute dalla pianta del genere Cannabis), dopo il drammatico caso di cronaca che ha visto protagonista un ragazzo di 16 anni, suicidatosi nella propria abitazione durante una perquisizione della Guardia di Finanza.

Nella discussione che vede contrapposti proibizionismo e antiproibizionismo finiscono, naturalmente, per essere dibattuti anche gli aspetti scientifici e medici del problema. La cannabis è senz'altro la "droga leggera" più dibattuta, anche perché è la più diffusa nella popolazione.

Fonte: Osservatorio europeo delle droghe e delle tossicodipendenze

La Relazione europea sulla droga del 2016, pubblicata dall'Osservatorio europeo delle droghe e delle tossicodipendenze, riporta che il 16,4% degli europei tra i 15 e i 24 anni ha fatto uso di cannabis nell'anno precedente. La percentuale di diffusione tra i 15 e i 34 anni varia tra i diversi paesi:

Fonte: Osservatorio europeo delle droghe e delle tossicodipendenze

Ci sono paesi in cui dal 2000 a oggi il consumo rimane sostanzialmente stabile o è in diminuzione:

Fonte: Osservatorio europeo delle droghe e delle tossicodipendenze

E altri, tra cui l'Italia, in cui si registra un aumento:

Fonte: Osservatorio europeo delle droghe e delle tossicodipendenze

Il documento afferma che il numero di pazienti sottoposti a trattamento per la prima volta per problemi legati alla cannabis è salito da 45mila nel 2006 a 69mila nel 2014. Può essere perciò utile capire cosa dicono gli studi in questo campo (almeno su alcuni degli aspetti medici più dibattuti), al di là della discussione su quale debba essere lo status legale di queste sostanze.

Per farlo è necessario analizzare numerose ricerche pubblicate in un certo arco di tempo. È quello che hanno fatto gli autori di un rapporto dello scorso gennaio a cura delle National Academies of Sciences, Engineering and Medicine, una delle principali organizzazioni scientifiche degli Stati Uniti.  Il documento esamina le conclusioni di numerosi studi – più di 10mila – che sono stati pubblicati dal 1999 a oggi e che hanno come oggetto gli effetti sulla salute della cannabis e dei cannabinoidi, come il tetraidrocannabinolo (THC), la principale molecola psicoattiva contenuta nella cannabis. Questi studi hanno indagato la correlazione tra l’assunzione di cannabis e diverse patologie. Gli autori hanno quindi valutato le evidenze che, su ogni tema, emergono dalle ricerche e le hanno classificate sulla base di cinque livelli crescenti di solidità: evidenza assente o insufficiente, limitata, moderata, sostanziale, conclusiva.

L'utilizzo terapeutico della cannabis

In questo rapporto sono stati presi in esame anche gli effetti terapeutici della cannabis, un tema centrale nel dibattito sulla legalizzazione. Secondo gli autori c’è una evidenza sostanziale (quindi non ancora conclusiva) che la cannabis sia efficace nel trattamento del dolore cronico, provocato da diverse malattie come le neuropatie o il cancro.

L’efficacia e gli effetti collaterali dipendono però anche dalla forma in cui vengono assunti i principi attivi, dalle dosi e dalle modalità di somministrazione. Ci sono pazienti che assumono la cannabis attraverso estratti che vengono fumati o vaporizzati e poi inalati, ma anche usando preparati per uso topico (cioè che si applicano localmente, per esempio sulla pelle). Ci sono poi i farmaci che contengono cannabinoidi come principio attivo. Tra questi il nabiximol, che contiene THC estratto della pianta, o il nabilone, che è un derivato sintetico della stessa molecola.

C’è una evidenza conclusiva che i cannabinoidi orali possano essere usati efficacemente per contrastare sintomi come vomito e nausea in pazienti sottoposti a chemioterapia. E c’è una evidenza sostanziale che possano prevenire la spasticità in pazienti che soffrono di sclerosi multipla. Per molte altre patologie (come il trattamento di alcuni tumori o dei sintomi della malattia di Parkinson) i dati a supporto sembrano al momento assenti o non sufficienti per trarre conclusioni.

In ogni caso l’uso medico della cannabis o dei suoi derivati non sembra essere un tema particolarmente controverso dal punto di vista politico. In Italia, come riporta il ministero della Salute, già dal 2006 i medici possono prescrivere farmaci o preparazioni a base di cannabis. Nel 2016 inoltre il Ministero ha avviato un progetto pilota per la produzione di preparati di estratti di cannabis presso lo Stabilimento chimico farmaceutico militare di Firenze, allo scopo tra l’altro di "evitare il ricorso a prodotti non autorizzati, contraffatti o illegali".

Gli effetti sulla salute

La cannabis, nella sua modalità di consumo più diffusa, viene fumata tramite sigarette, come avviene con il tabacco. Diversi studi hanno perciò indagato il possibile legame tra fumo di cannabis e tumori tipici di fumatori come quello al polmone. Quando fumata però la cannabis viene spesso mescolata con tabacco e gli stessi fumatori di cannabis possono essere anche fumatori di tabacco. Questi sono due fattori confondenti che rendono complesso individuare nella popolazione una correlazione tra fumo di cannabis, di per sé, e cancro al polmone. Ci sono stati studi che hanno rilevato un aumento del rischio, altri che non hanno trovato correlazioni significative.

L'associazione col tumore al polmone non sembra essere significativa. Tuttavia come scrive uno studio, sono necessarie ulteriori indagini, che tengano in maggior conto l’uso del tabacco come fattore confondente e che comprendano un numero sufficiente di fumatori abituali di cannabis. Per molti altri tumori (per esempio: tumore alla prostata, linfomi, leucemie) non ci sono evidenze per stabilire una qualche correlazione.

Sono state poi considerate numerose altre patologie come l’infarto, per il quale c’è una evidenza limitata di correlazione con l’uso di cannabis. Il ruolo della cannabis come fattore scatenante di infarti del miocardio è plausibile dati i suoi effetti sul sistema cardiovascolare, soprattutto in persone già a rischio. Al momento però gli studi non sono di sufficiente qualità e completezza per poter fornire risposte certe.

La cannabis provoca la schizofrenia?

Una delle correlazioni più studiate è quella con alcune patologie mentali. Sono state svolte numerose ricerche sull’associazione tra l’uso di cannabis e l’insorgenza di schizofrenia e altri disturbi psicotici. Specialmente tra chi inizia a farne uso già nell’adolescenza. Questa ipotesi è oggetto tuttora di dibattito, anche per l’allarme sociale che suscita la diffusione della cannabis tra i più giovani.

Nell’affrontare questo tema il rapporto delle National Academies of Sciences, sulla base di dati che riguardano la popolazione americana, premette che non è così raro che si registri l’uso di sostanze stupefacenti tra le persone che soffrono di disturbi mentali o che tra le persone che sviluppano dipendenza si riscontrino soggetti in cui è possibile diagnosticare sintomi di disordini mentali. È l’abuso di stupefacenti a essere un fattore rischio di malattie mentali? O sono i disturbi mentali a predisporre le persone ad assumere sostanze come la cannabis? Possono intervenire anche fattori ambientali, o di altro tipo, che fanno sì che non sia semplice determinare in che direzione vada il rapporto di causa ed effetto.

Dagli studi più recenti, comunque, sembra emergere un progressivo consenso scientifico sulla correlazione tra la cannabis e la schizofrenia, e altri disturbi mentali simili. "L’associazione tra l’uso di cannabis e lo sviluppo di disordini psicotici è supportata da dati sintetizzati in diverse revisioni sistematiche di buona qualità", scrivono gli scienziati delle National Academies of Sciences.

Una revisione pubblicata nel 2014 definisce l’associazione tra cannabis e psicosi "robusta e consistente tra diversi campioni", con una forte evidenza di una relazione dipendente dalla dose. A una conclusione simile è giunto uno studio del 2016: alti livelli di utilizzo di cannabis aumentano il rischio di sviluppare psicosi, con un effetto che dipende dalla dose.

Una ricerca molto citata, condotta in Svezia e pubblicata nel 1987 su The Lancet, ha calcolato un rischio di schizofrenia tra i consumatori frequenti di cannabis sei volte maggiore di quello dei non consumatori. In una ricerca di due anni dopo, su un campione della popolazione considerata in precedenza, è stato registrato un aumento del rischio di quattro volte. Ma il campione era molto piccolo e indagini successive hanno rilevato un rischio inferiore e variabile tra i consumatori non abituali, a conferma di un effetto che dipende dalla dose assunta e dall’intensità dell’utilizzo.

La ricerca scientifica si è concentrata sull’assunzione della cannabis durante l’adolescenza perché si tratta di un periodo critico per lo sviluppo cerebrale. Alcuni dei meccanismi neurofisiologici alla base di questi processi di maturazione del cervello coinvolgono anche il sistema dei recettori endocannabinoidi (recettori CB1 e CB2), così chiamati perché a essi si legano sia i cannabinoidi di origine vegetale come il THC che alcune molecole prodotte all’interno del cervello, chiamate appunto endocannabinoidi.

Sono proprio questi recettori infatti che mediano gran parte dell’attività psicotica che la cannabis produce nel cervello, come gli effetti che si avvertono nelle ore o giorni successivi all’assunzione. Il sistema di recettori endocannabinoidi, presente in molte aree cerebrali, modula anche alcune funzioni come la memoria e l’apprendimento. Evidenze dimostrano poi un ruolo sia dei recettori CB1 che CB2 nella schizofrenia.

Si pensa quindi che l’assunzione della cannabis durante l’adolescenza possa sovrapporsi e interferire con questo sistema in una fase delicata del suo funzionamento, in cui vengono rimodellati circuiti neurali che governano alcune importanti funzioni cognitive. Questo spiegherebbe peraltro i deficit cognitivi e di apprendimento osservati nei soggetti che hanno fatto un uso persistente di cannabis già a partire dall’adolescenza.

Questi dati sono sufficienti ad affermare che la cannabis è un fattore di rischio per la schizofrenia? Per rispondere a questa domanda bisogna tenere conto della premessa fatta dal rapporto delle National Academies of Sciences. Ovvero: stabilita con un buon grado di certezza l’associazione statistica tra cannabis e schizofrenia e altri disturbi psicotici, almeno nei consumatori frequenti, bisogna determinare se esiste un rapporto causale e quale, delle due, sia la causa dell’altra.

È un problema non semplice da risolvere perché non si conoscono ancora del tutto le cause della schizofrenia. Sono stati trovati moltissimi geni, e corrispondenti varianti, che predispongono all’insorgenza di questa malattia, con una rilevante componente familiare (tanto che il 10% delle persone che hanno un parente di primo grado affetto sviluppa la malattia, rispetto all’1% della popolazione generale).

Questo retroterra genetico interagisce con fattori ambientali, sociali o di altra natura, ed è questa complessa interazione a determinare in alcuni individui la malattia e la gravità dei sintomi. Come sintetizza uno studio, si possono fare diverse ipotesi: la cannabis è una causa della schizofrenia; la cannabis accelera la schizofrenia in persone predisposte; la cannabis aggrava i sintomi della schizofrenia; le persone affette da schizofrenia sono più predisposte a utilizzare cannabis.

Una ricerca del 2014 ha avanzato proprio una ipotesi simile a quest'ultima. Gli autori hanno selezionato all’interno della popolazione un campione di persone sane, ma con una predisposizione genetica alla malattia. Hanno poi indagato se questi soggetti fossero stati anche consumatori di cannabis. Hanno trovato che il profilo genetico di rischio si poteva associare all’uso di cannabis. Ovvero: dal primo fattore si poteva prevedere in buona misura il secondo. La loro conclusione quindi è stata che i geni che predispongono alla schizofrenia potrebbero predisporre anche all’uso di cannabis. "Ciò non significa che non ci sia nessuna relazione causale, ma almeno in parte l’associazione potrebbe essere dovuta a una relazione causale che va nella direzione opposta", spiegano gli autori.

La natura della correlazione tra cannabis e schizofrenia è quindi tutt’altro che chiara. È probabile che la sostanza possa costituire un fattore di rischio soprattutto per chi ha una predisposizione genetica e che in questa complessa relazione pesino anche la frequenza di consumo, la quantità di dosi assunte e l'età di inizio.

Del resto è difficile spiegare perché, se in alcuni contesti il consumo di cannabis aumenta, l’incidenza della malattia rimanga stabile nello stesso periodo. Non tutti quelli che fumano cannabis si ammalano di schizofrenia. Una ricerca riporta che il consumo di cannabis nel Regno Unito è aumentato di 18 volte tra i minori di 18 anni, dagli anni '70, mentre il numero di casi di schizofrenia è rimasto stabile. Una tendenza simile è stata riscontrata anche in altri paesi come l'Australia.

Scienza e valori: due discussioni diverse

La complessità e la mancanza di risposte certe sono la norma nella scienza. Quando però si affrontano temi scientifici che diventano particolarmente controversi nella società, queste difficoltà pesano anche sulle scelte politiche e sulle valutazioni personali. Come già accennato in casi come questi la posizione che si assume va ben oltre l'aspetto scientifico. Quando discutiamo di cannabis e di legalizzazione delle droghe leggere parliamo anche della sfera dei valori individuali, degli stili di vita e della cultura. Parliamo di ciò che è socialmente accettato, o accettabile e di ciò che non lo è. E oggi l'uso ricreativo della cannabis – al di là del suo impatto sulla salute – è socialmente meno accettato di quello di altre sostanze capaci di dare dipendenza, come il tabacco e l’alcol.

È su questo livello di discussione che si colloca la controversia politica. Non è possibile separarlo completamente dalla questione scientifica medica, anche perché la politica non può che tenere conto della ricerca se si tratta di regolamentare per l'uso personale una sostanza come la cannabis. Si può però provare a tenere distinti questi livelli. Per esempio evitando di utilizzare singoli studi per sostenere la tesi proibizionista o quella antiproibizionista, soprattutto quando non è possibile trarre conclusioni certe. Se i due piani diventano confusi è inevitabile che le evidenze scientifiche, anche se vengono invocate per sostenere il proprio punto di vista, finiscano di fatto per rimanere sullo sfondo di un dibattito che riguarda altro.

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