Niente da fare, il mercato del lavoro resta una palude

Crescono i disoccupati (+52mila), calano ancora gli occupati (-59mila). A marzo, mese del jobs act, i dati Istat mostrano un paese ancora immobile.


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Ancora nessun segnale di ripresa del mercato del lavoro in Italia. Il tasso di disoccupazione a marzo, ha certificato oggi l’Istat, è salito al 13% (+0,2% rispetto al mese scorso), mentre quello di occupazione è sceso in un mese dello 0,1%, arrivando al 55,5%. Dall’inizio del governo Renzi, il tasso di occupazione è diminuito, nonostante abbia mostrato un andamento altalenante durante l’arco dei mesi (figura 1).

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Figura 1. Variazione tasso di occupazione rispetto a marzo 2014. Clicca sull’immagine per ingrandire.

Anche il tasso di disoccupazione (fig. 2) non mostra nessun segnale di miglioramento, anzi. Se tra aprile e giugno 2014 era calato rispetto a marzo dello stesso anno, nei mesi successivi il tasso è sempre più alto, nonostante presenti fluttuazioni.

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Fig.2. Variazione del tasso di disoccupazione rispetto a marzo 2014. Clicca sull’immagine per ingrandire.

Spesso, le variazioni del tasso di disoccupazione sono state giustificate da quelle di segno opposto del tasso di inattività: quando più gente cerca lavoro (senza trovarlo) il tasso di disoccupazione aumenta. Questo alibi esce sconfitto da una valutazione organica visto che un aumento del tasso di attività è dovuto, nel caso italiano, alla sempre più breve durata dei contratti a zero tutele in caso di licenziamento (o dimissioni forzate) e/o alla riduzione del potere d’acquisto delle famiglie. Dagli ultimi dati Istat, il tasso di inattività (fig. 3) rispetto a febbraio 2015 rimane invariato, mentre diminuisce dello 0.2% rispetto a marzo 2014, dato trainato dalla componente femminile (-0.5%).

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Fig. 3. Variazione del tasso di inattività rispetto a marzo 2014. Clicca sull’immagine per ingrandire.

Grave è l’andamento del tasso di occupazione dei giovani tra i 15 e i 24 anni, che diminuisce in un anno del 5%. Se è vero che tra maggio e novembre 2014 era aumentato rispetto a marzo dello stesso anno, nonostante fosse caratterizzato da una schiacciante prevalenza di contratti precari, la tendenza (linea rossa) ci parla di una costante riduzione. Questo non è un mercato per giovani, nonostante qualcuno, proprio negli ultimi giorni, abbia provato a scaricare il peso e le responsabilità di una politica economica inefficace proprio sulle giovani generazioni.

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Fig 4. Variazione del tasso di occupazione giovanile rispetto a marzo 2014. Clicca sull’immagine per ingrandire.

Come afferma il prof. Brancaccio:

«i dati evidenziano che a livello macroeconomico il problema della disoccupazione è in primo luogo un problema di pochi posti di lavoro esistenti. Imputarlo a una scarsa disponibilità a lavorare da parte degli italiani, in particolare dei più giovani, è semplicemente un imbroglio».  

Un segreto di Pulcinella ben palesato dai dati sulle comunicazioni obbligatorie che mostrano che i posti di lavoro sono pochi e continuano a diminuire. Se nei primi due mesi del 2015, le variazioni nel numero di assunzioni nette erano imputabili esclusivamente agli sgravi contributivi per le imprese, dato che nessun provvedimento sul mercato del lavoro era ancora stato approvato, il mese di marzo è il primo in cui è possibile guardare anche all’effetto del Jobs Act entrato in vigore il 7 dello stesso mese.

Ai dati di gennaio e febbraio, discussi qui, è possibile aggiungere l’informazione, fornita dall’INPS, sulle trasformazioni di contratti a tempo determinato o apprendistato in contratti a tempo indeterminato, permettendo una stima, seppur grezza, della variazione del numero di posti di lavoro a tempo indeterminato.
Il risultato è negativo: delle 303.648 attivazioni di contratti, 95.804 sono trasformazioni, quindi nel primo bimestre del 2015, il numero di posti di lavoro è diminuito di 50.101 unità. Oltre al dato quantitativo relativo a assunzioni e trasformazioni, le informaizoni dell’osservatorio sul precariato dell’INPS ci dicono che i neo assunti a tempo indetermianto tra gennaio e febbraio hanno retribuzioni inferiori ai colleghi assunti nei primi due mesi del 2014, in particolore chi è stato soggetto a trasformazione di contratto da tempo determianto a indeterminato guadagnerà il 4,7% in meno di un altro lavoratore convertito nell’anno precedente.

Riguardo il mese di marzo, il ministero del Lavoro fornisce anche il dato sulle trasformazioni (40.034) mentre le attivazioni nette sono state 31.370: ricalcolando come per gennaio e febbraio, i posti di lavoro diminuiscono di 8.664 unità. Ad oggi gli sgravi e il Jobs Act non sono stati in grado di produrre nessun miglioramento in termini occupazionali. Al contrario, i due provvedimenti del governo hanno creato un trasferimento monetario dalle casse dello Stato alle imprese, dal momento che nessun provvedimento di politica economica volta all’aumento della domanda interna di consumi e investimenti li ha accompagnati. Le aziende senza nuovi ordinativi e commesse non hanno alcun incentivo ad assumere nuovi lavoratori e ad aumentare quindi la propria capacità produttiva.

Siamo il Paese che non può permettersi neppure di parlare di jobless recovery, cioè di una ripresa che tuttavia non crea lavoro, perché semplicemente siamo ancora in una fase di completa stagnazione della produzione, dei redditi e del lavoro, contrariamente a quanto continua ad affermare il ministro Poletti, citando anche la BCE. Il clima di fiducia, infatti, iniziato già nel 2013, quindi ben prima delle riforme dell’attuale governo, torna a ridursi a marzo, sia da parte delle famiglie che delle imprese. Sempre nello stesso periodo il fatturato delle imprese “diminuisce in termini tendenziali dello 0,9%, con un calo dell’1,6% sul mercato interno ed un incremento dello 0,8% su quello estero”. Anche gli ordinativi (le commesse) non mostrano alcun segnale di ripresa rispetto allo scorso anno, infatti questi tra gennaio e febbraio 2015 e lo stesso bimestre del 2014 diminuiscono dell’1.7% (dato grezzo). Lo stesso vale per la produzione industriale che diminuisce “nella media dei primi due mesi dell’anno dell’1,1% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente”.

Autore
Dottoranda in economia presso SciencesPo, a Parigi. Mi interesso di political economy, economia della corruzione, disuguaglianze, lavoro e welfare. Attivista di Act! @martafana



Expo e lavoro: il Corriere ci risparmi almeno la contrapposizione giovani bravi e giovani fannulloni

Il giornale dopo le polemiche per un articolo sui ‘giovani che non sono abituati al lavoro’ – con dati tra l’altro scorretti – pubblica una lettera di chi ha deciso di accettare. Ma a che serve questa narrazione di contrasto tra ‘choosy’ e ‘volenterosi’?


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“Bamboccioni” ed Expo. Dopo l’articolo del Corriere della sera in cui veniva riportata la notizia che circa l’80% dei selezionati per lavorare a Expo avesse rifiutato per “i turni scomodi” (anche di sabato e domenica con in mezzo l’estate), poi in gran parte smentita, il quotidiano di via Solferino pubblica la lettera di un gruppo di ragazzi OGE (mansione Operatori Grandi Eventi) in cui gli stessi spiegano perché hanno accettato la proposta ma anche perché ora si sentano additati come “scemi del villaggio”. Una decisione editoriale che rischia di creare una contrapposizione tra “buoni e cattivi”, ma che nella realtà non esiste.

Il 24 aprile il Corriere della sera decide di dare voce sia a chi ha accettato l’impiego, sia a chi l’ha rifiutato (per quale motivo non l’hanno fatto subito?). Diversi i motivi citati: iter di selezione lento, ritardi nella graduatorie, mancate comunicazioni con i dettagli su contratti e remunerazioni. Alcune di queste criticità sono state confermate anche da Stefano Scabbio, presidente della stessa Manpower, intervistato il 25 aprile su Radio24.    

Scabbio infatti non nega le complicazioni e i ritardi nella selezione dei candidati, specificando però che sono conseguenti a quelli del cantiere di Expo. Inoltre, il presidente di Manpower, riguardo alle persone selezionate che hanno rifiutato il lavoro, ha specificato che per alcune è stata una scelta dovuta alla volontà di proseguire gli studi, per altre si sono presentate diverse opportunità di lavoro e «per pochissime perché si tratta di un lavoro estremamente faticoso». Per Scabbio è normale che i giovani abbiano accettato un impiego a più ampio raggio e lo è anche che la sua società abbia così scorso la lista per chiamarne altri. Dalle sue parole non emerge dunque nessun riferimento a “choosy”, “bamboccioni” o a “una generazione non abituata al lavoro”.

Il 25 aprile il Corriere della sera decide di tornare sull’argomento pubblicando una lettera di un gruppo di OGE che spiega di aver firmato un contratto che per la loro mansione prevede «40 ore a settimana di lavoro (8 ore al giorno per 5 giorni a settimana), due giorni di riposo, buoni pasto, malattia retribuita, tredicesima, TFR con una paga lorda di circa 1500€ al mese, escluse le maggiorazioni dei festivi e delle ore notturne». Il gruppo prosegue attaccando i «male informati e mal pensanti» che parlano «senza sapere come stanno realmente i fatti»:

Saranno 6 lunghissimi e durissimi mesi, non lo si può negare, ma pensiamo proprio che tutte le voci negative che stanno venendo fuori in questi giorni siano di quelle persone capaci soltanto di criticare senza essersi sporcate le mani. Vengono da chi non ha voglia di abbassarsi a lavorare perché ha il pezzo di carta e crede di essere arrivato, e che magari è stato respinto in qualche fase durante la lunga selezione che ha avuto esito positivo solo per una percentuale minuscola di candidati. Vengono da quei malpensanti che hanno rovinato, rovinano e continueranno a rovinare l’Italia.

Il risultato è una contrapposizione tra chi «non ha voglia di abbassarsi a lavorare» e chi invece sì. Ma come si è visto finora si tratta di una semplificazione moralistica irrispettosa e non veritiera. Che problemi e ritardi nella selezioni ci siano stati è confermato anche dalla stessa Manpower per bocca del suo presidente.

Inoltre, la lettera, che non smentisce affatto le motivazioni di chi invece ha deciso di non accettare, è firmata con la sigla “gruppo di OGE”, quindi non si sa quanti sono, chi sono, la loro provenienza, se la loro situazione familiare ed economica abbia inciso nel poter propendere per il sì, con una serie di dettagli mancanti che rendono difficile analizzare la loro scelta. In questi giorni, al contrario, sui siti che si sono occupati della vicenda e anche nei commenti sulla pagine facebook in tanti hanno spiegato la loro motivazioni, alcune firmate, in cui i protagonisti hanno elencato fattori esterni e personali che li hanno spinti al rifiuto. Come quella di Luigi che nei commenti al nostro articolo ha raccontato la sua disavventura caratterizzata da poca chiarezza, confusione nella selezione e stipendio ribassato al momento di vedere e firmare il contratto. Non sono state quindi la poca voglia di lavorare e le difficoltà pratiche le cause dell’abbandono. Spiega infatti Luigi:

Ci è stato anche comunicato che non avremmo avuto diritto a chiedere le ferie nei sei mesi, ai buoni pasto, addirittura a una stanza o un’area dove poter mangiare, ma non importa: nessuno avrebbe rinunciato per quello.

A che serve dunque utilizzare una narrazione di contrasto, come quella tra “choosy” e “volenterosi”, per raccontare una realtà complessa come quella delle persone che sono alla ricerca di un impiego, in un’Italia in cui il mercato del lavoro stenta a riprendersi? Ognuno con la sua storia da conoscere e rispettare.   

Autore
"Non è il caso né di avere paura né di sperare, bisogna cercare nuove armi." Gilles Deleuze @andreazitelli_



Rettifica, diffamazione e intercettazioni: basta cazzate

Ancora una volta siamo di fronte a pericolose proposte che rischiano di comprimere la libertà di informazione. Se è incompetenza o malafede è difficile a questo punto dirlo.



A seguire gli alluvionali progetti di legge in materia di diffamazione sorge il dubbio se il legislatore sappia realmente quali sarebbero le ricadute sui cittadini e i loro diritti oppure se questi effetti siano ben conosciuti e volutamente cercati.
Andiamo per ordine, un articolo di Liana Milella su Repubblica ci dà conto delle ultime novità in materia.

Rettifica

Il responsabile Giustizia del PD, Ermini, «vuole estendere le nuove e rigide regole della rettifica obbligatoria da pubblicare entro due giorni anche ai blog, non solo alle testate giornalistiche registrate. Un altro pd, il relatore della legge Walter Verini, è tuttavia perplesso». L’articolo ci informa anche che «tra gli editori è diffusa la tesi che non sarebbe giusto far cadere il peso della nuova legge solo sulle testate registrate, mentre qualsiasi blog resta libero di pubblicare quello che vuole».

Il problema è il solito, occorre «fronteggiare le questioni relative ai nuovi media», applicare delle regole anche ad Internet che non può rimanere, così dicono, un mare magnum dove chiunque può dire quello che vuole senza timore di conseguenze.
Niente di più sbagliato, l’allineamento delle norme relativa alla stampa cartacea con la stampa online è già avvenuto, limitatamente però, come da da giurisprudenza della Suprema Corte, alle testate registrate online. L’ulteriore espansione di queste norme, cioè quelle della stampa cartacea, all’online (quindi anche ai blog), finirà per essere controproducente per vari motivi. Innanzitutto l’online è per definizione estremamente mutevole e quindi rende difficilmente esercitabile un controllo effettivo, ma sopratutto l’applicazione di rigide regole (come la rettifica) ai blog online finirà per disincentivare proprio l’uso dei blog.
E qui torniamo alla domanda della premessa, il legislatore non comprende le conseguenze delle norme di riforma, oppure le comprende benissimo e ne persegue volutamente gli effetti?

Vediamo di capirci meglio. La rettifica è un istituto riparatorio sui generis che non tende affatto ad accertare la verità dei fatti (compito che è demandato istituzionalmente ai giudici) e che può essere richiesta dal soggetto che si ritiene, a suo insindacabile giudizio, leso dalla pubblicazione di un articolo. La rettifica, quindi, non ha affatto lo scopo di controbilanciare una notizia falsa o diffamatoria (per quello c’è il giudice), piuttosto quello di arricchire la notizia pubblicata dal giornale con elementi portati direttamente dalla persona interessata che potrebbero dare una differente luce e quindi interpretazione di lettura ai fatti raccontati, garantendo così una dialettica nell’ambito del sistema di informazione. È pertanto superfluo il vaglio dell’esattezza della notizia originaria per ottenere la pubblicazione della rettifica.

Questa è, però, la rettifica per la stampa cartacea, laddove, invece, per la televisione la rettifica è completamente diversa, legata ad un parametro esclusivamente oggettivo: la contrarietà a verità della trasmissione.
È evidente la differenza, e viene da chiedersi perché non estendere, casomai, al web la rettifica televisiva, visto che il mezzo Internet si presta a maggiori analogie con quello televisivo, piuttosto che con quello cartaceo.

La rettifica relativa alla stampa nasceva per equilibrare le differenti posizioni tra il giornale e il cittadino qualunque, laddove quest’ultimo non ha alcun mezzo per contrastare false notizie pubblicate su stampa. Una differenza di “peso” che in realtà è difficilmente riscontrabile in relazione ai blog e a tutti i siti non professionali. Oggi chiunque di noi può scrivere su Facebook, ad esempio, avendo una visibilità pari, talvolta superiore, a quello di un normale blog.

Inoltre la rettifica è pensata per quei mezzi di informazione non modificabili, come il giornale cartaceo, e non certo per un giornale online che può essere (e entro certi limiti deve essere, come da pronunce della Cassazione) aggiornato costantemente con gli eventi successivi.

In conclusione esiste un vero e proprio diritto di rettifica, tranne nei rari casi in cui la rettifica ha essa stessa toni diffamatori oppure se richiede uno spazio eccessivo, per cui l’interessato deve ottenere la pubblicazione della rettifica indipendentemente da qualsiasi valutazione di liceità o illiceità della notizia.
Questo automatismo è stato portato all’attenzione della Corte dei Diritti dell’Uomo (sentenza n. 43206/07 pubblicata il 3 aprile 2012), che si è pronunciata in relazione alla normativa polacca proprio censurando l’automatismo dell’obbligo di rettifica legato all’insindacabile giudizio del soggetto presunto leso anche in assenza di violazione di norme. I giudici nazionali, dice la Corte, devono verificare che la rettifica non comprima la libertà di espressione (anche quella dei blog amatoriali).
Con la rettifica di fatto si contrappone un articolo giornalistico o di informazione o comunque di interesse pubblico ad una verità soggettiva, l’opinione del soggetto presunto leso. In tal modo anche l’articolo di cronaca finisce per scadere diventando una mera opinione del giornalista medesimo. Così la rettifica perde il suo carattere di eccezionalità, necessario in quanto restrizione del fondamentale diritto alla libertà di informazione, e finisce per essere in contrasto con la Convenzione dei diritti dell’uomo.

Non solo, gli stretti termini temporali (2 giorni) nei quali si obbliga il gestore del blog ad ottemperare alla pubblicazione (obbligata) della rettifica, crea un forte disincentivo alla pubblicazione di notizie di politica o cronaca, in quanto allontanarsi anche solo 2 giorni dal computer porterebbe a subire pesanti sanzioni. Qui si vede come una parificazione tra giornali online e blog non ha alcun senso, avendo i primi una redazione in grado di gestire molteplici richieste di rettifica, cosa che i secondi, spesso unipersonali, ovviamente non hanno.
Insomma l’effetto sarebbe ovvio, disincentivare l’attività giornalistica non professionale e rispedire i blog direttamente agli albori di Internet quando erano principalmente diari personali o pubblicavano le ricette della nonna.

Diritto all’oblio

L’articolo prosegue:

C’è pure una novità positiva: il Pd si è convinto che vada eliminato il “diritto all’oblio”, via dal web qualsiasi notizia che il soggetto citato consideri diffamatoria. Favorevole M5S. Una richiesta giunta anche dal Garante della Privacy Antonello Soro.

I disegni di legge in materia di diffamazione tendono ad inserire acriticamente norma e tutela del “diritto all’oblio”, richiamando la famosissima sentenza Costeja-Google. L’effetto è il medesimo dei “cavoli a merenda”.
A parte che tecnicamente si tratta di “web reputation”, non si comprende cosa c’entri la diffamazione (pubblicazione di notizie false o diffamatorie) con la web reputation (pubblicazione di notizie lecite che col passare del tempo hanno perso la loro rilevanza per l’opinione pubblica).
A ben vedere, però, un collegamento lo si trova, se immaginiamo che il disegno di legge abbia la finalità di amplificare le possibilità del cittadino (specialmente quello famoso) di alterare e modificare la percezione che l’opinione pubblica ha di lui, a scapito di qualsiasi informazione oggettiva. In tal senso il diritto all’oblio è perfetto perché consente di chiedere la rimozione di dati che potrebbero essere imbarazzanti per il soggetto interessato.
In realtà questo diritto non funziona proprio così, poiché se il dato in sé mantiene ancora un interesse per il pubblico (immaginiamo il politico che vuole ricandidarsi e chiede la rimozione della notizia di un suo arresto di 2 anni prima) non sussiste alcun diritto all’eliminazione del dato.
Comunque sembra che la norma verrà espunta dalla proposta di legge (eh, se non serve…).

Sanzioni per la diffamazione

Ancora dall’articolo:

Non dovrebbero passare altre due proposte di Ermini, far calare da 50 a 30mila la multa massima per la diffamazione di una notizia che si pubblica con la consapevolezza che sia falsa e il diritto di replica alla rettifica.

Qui c’è un altro problema. Tutto il dibattito è stato incentrato su una presunta “richiesta” dell’Europa di eliminare il carcere per il giornalista in caso di diffamazione, laddove invece gli organismi e le corti internazionali hanno sollevato critiche nei confronti dell’automatismo delle sanzioni.
Se da un lato la pena detentiva, ha sostenuto la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, rischia facilmente di essere sproporzionata e rivelarsi dissuasiva per l’esercizio della libertà di informazione, allo stesso modo anche pene pecuniarie possono sortire il medesimo effetto. Inoltre le pene pecuniarie hanno anche un effetto dissuasivo sugli editori, che potrebbero essere portati a non pubblicare inchieste scottanti oppure consentirle lasciandone la totale responsabilità, anche economica, al solo giornalista.

Quindi il problema è l’automaticità delle misure sanzionatorie che non è compatibile con la piena realizzazione della libertà di espressione. Secondo le corti internazionali il parametro ineludibile per ritenere conforme una sanzione si deve rinvenire nella proporzionalità alla situazione finanziaria del giornalista (sentenza Riolo, dove il risarcimento di circa 40mila euro fu ritenuto eccessivo).

Intercettazioni

La diffamazione avrebbe potuto essere il contenitore per le intercettazioni. Il vecchio cavallo di battaglia dei governi di centrodestra si ripresenta in tutto il suo fulgore anche coi governi di centrosinistra, a riprova che su certi temi non si è affatto “cambiato verso”.
Ora si parla di “sintesi equilibrata nel rispetto dei valori costituzionali, che poi vuol dire, continua l’articolo di Milella, che

ci sarà il carcere per chi pubblica le registrazioni, 2-6 anni per Gratteri. Più del falso in bilancio di una società non quotata (1-5 anni). Intercettabile solo il primo reato. Dice Ferranti: «Sarebbe un controsenso. Nella diffamazione è punito con la multa chi pubblica consapevolmente un fatto falso. E poi un atto diffuso tra tante persone non si può più considerare segreto». Per questo Renzi vuole che le telefonate non stiano nemmeno nelle ordinanze. Solo un numero. Gli avvocati, con un badge, le leggeranno nella cassaforte della procura e saranno tenuti al segreto

In breve è il potere alla cornetta che si autoassolve, che rivendica il “diritto” al segreto, ad insabbiare gli scandali.
Come ha sostenuto Giancarlo Caselli,

Comprimere più di tanto la libertà di informazione mi sembra molto pericoloso perché rischieremmo di non sapere più nulla degli scandali della cui gravità abbiamo detto. Tanto più se si tiene conto dei tempi del nostro processo che, se si aspettano le udienze pubbliche, campa cavallo… E attenzione che così anche le autorità di controllo e il potere politico, che in un sistema ben funzionante dovrebbero conoscere tempestivamente quel che succede di storto per poter intervenire, rischierebbero di non sapere più nulla per anni. I danni prodotti dalle storture potrebbero diventare irrimediabili

Non dimentichiamo che la stessa Corte Costituzionale (sentenza 16236/2010) ha chiarito oltre ogni dubbio che il diritto di sapere e di essere informati è un corollario necessario dell’esercizio del controllo democratico (e quindi della sovranità popolare), in quanto in democrazia i controlli istituzionali (e questo lo vediamo nelle inchieste giudiziarie che giungono sui giornali) non bastano.

Siamo di fronte dunque ancora una volta a proposte rischiose che vengono ciclicamente presentate anche se sotto forme diverse. Il dibattito rimane fermo, inchiodato e non si riesce mai a fare un passo avanti. Stesse proposte, stesse argomentazioni per spiegare perché mettono a rischio la libertà di informazione e i diritti dei cittadini. È ora davvero di dire basta!

Autore
Avvocato e blogger. Mi interesso di diritto applicato ad internet e alle nuove tecnologie di comunicazione. @brunosaetta



Expo, Manpower, Corriere: la retorica dei giovani che non vogliono lavorare ha rotto il cazzo

Tra proposte indecenti e disinformazione. Le testimonianze di chi ha rinunciato e i media che pubblicano comunicati senza verificare.


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Turni scomodi, anche di sabato e di domenica e un pizzico di pigrizia che fa tanto choosy. Sarebbero questi i motivi che hanno spinto – ha denunciato ieri Elisabetta Soglio sulle pagine del Corriere della sera – circa l’80% delle persone arrivate a un passo dalla firma, tramite la selezione fatta dalla Manpower (società specializzata in offerte di lavoro), a lasciare un impiego a Expo, da maggio a ottobre, con contratti di apprendistato da 1300-1500 euro al mese. «Una generazione non abituata a lavorare» così Aldo Grasso, giornalista del quotidiano di via Solferino, ha voluto commentare la notizia, aggiungendo una pesante accusa in un paese in cui la disoccupazione giovanile ha toccato lo scorso febbraio un tasso del 42,6%.

Leggendo però il pezzo, ci si accorge che qualcosa manca. C’è il parere del commissario unico di Expo, Giuseppe Sala che si definisce «stupito», da nessuna parte però viene raccontata l’altra campana: quella dei giovani che hanno deciso di non accettare un lavoro all’evento mondiale che si terrà a Milano a partire dal 1 maggio. Tante le persone che hanno commentato l’articolo sulle pagine social dei giornali, indignate per come venivano rappresentati i fatti. Una moltitudine di storie personali che hanno smentito il racconto di intere fette di popolazione che hanno poca voglia di lavorare.

«La scelta di rinunciare, per quello che mi riguarda, è quella che avrebbe fatto un qualunque lavoratore che si fa due conti in tasca» racconta Andrea, 24 anni, neo laureato, a Vita.it. «Expo – continua il ragazzo – per uno stipendio di 1.300 euro mi chiedeva una disponibilità pressoché illimitata, h 24, 7 giorni su 7. E già questo non mi pare una cosa del tutto normale. Se poi pensiamo che si tratta comunque di un lavoro a termine e che è da capire quanto faccia curriculum, ho semplicemente  preferito accettare un contratto meno vantaggioso economicamente ma più duraturo, che mi insegni veramente un mestiere e con degli orari normali».

Oltre ai conti in tasca, alla base della rinuncia vi è anche la questione delle procedure di selezione. Martina Pompeo ha 25 anni, vive a Torino, ha una laurea triennale e un master in “management dei beni culturali e le industrie culturali e creative” e un grande entusiasmo per un possibile lavoro all’esposizione mondiale a Milano. «Quando ho visto l’opportunità Expo – spiega Martina – non volevo lasciarmela sfuggire. Non avevo grosse aspettative economiche ma speravo che questo lavoro potesse darmi le competenze necessarie per il futuro». Mandata la candidatura lo scorso autunno, la ragazza passa i test attitudinali e viene chiamata a gennaio per il colloquio.

Passati 4 mesi, ad aprile, riceve una chiamata in cui le riferivano di essere stata confermata per la posizione Expo per uno stage in “comunication and social network” e che le avrebbero mandato la graduatoria ufficiale il giorno dopo. Martina chiama i giorni successivi l’ufficio Manpower di Milano, in cui le dicono di aspettare e di mandare una mail. Nessuna risposta, fino al 16 aprile: «vengo ricontattata e mi dicono che la formazione inizierà il 21». L’indomani le comunicano che il corso sarebbe cominciata non più il 21 ma il 22 aprile «in quanto c’erano stati problemi riguardanti un aspetto del contratto».

La mail di Manpower sulla partecipazione al corso di formazione spiega però Martina non «riportava una graduatoria e neanche dettagli aggiuntivi sul contratto di lavoro». «Io attualmente sto lavorando (per sopravvivere) e non me la sono sentita di mollare di punto in bianco senza preavviso il mio lavoro per andare incontro a una giornata di formazione senza una prova scritta del compenso che avrei percepito», spiega.

A farla propendere per la rinuncia è stata «la poca serietà da parte di Manpower». «Avrei accettato anche prendendo uno stipendio da fame e facendo turni massacranti – ammette – ma se le selezioni sono state così poco serie, cosa mi posso aspettare dall’esperienza in sé?». Non di meno nella decisione hanno pesato anche il dover farsi i conti in tasca e vedere di rientrarci per vivere, tra i costi del viaggio («gli affitti a Milano sono talmente alti che è meglio dormire 3 ore per notte e fare la pendolare») e la vita di tutti i giorni:

Sono stata molto tentata di accettare anche se il salario era di 500 euro con contratto di stage (40 ore settimanali). Ovvero, finiti questi 6 mesi non si ha neanche la possibilità di chiedere la disoccupazione e ovviamente senza versare contributi. (…) Probabilmente, solo se fossi stata ancora a casa con i miei avrei potuto prendere 500 euro al mese senza problemi, perché in quel caso non avrei avuto dovuto fare i conti con la spesa e le bollette.

Una situazione poco chiara con un forte senso di precarietà emerge anche dalle altre esperienze di chi ha partecipato alla selezione. Francesca S. abita in Brianza, ha 51 anni e ha studiato francese e giapponese. Per questo motivo si era proposta per il padiglione del Giappone. Iscritta al sito di Manpower appena aperto, per questa proposta di lavoro l’hanno chiamata a febbraio del 2015 e il 26 dello stesso mese ha sostenuto il colloquio. «Eravamo in 25 di tutte le età e da tutta Italia per il ruolo da hostess», racconta aggiungendo che «di soldi non ne hanno parlato e nemmeno di orario di lavoro».

Due settimane dopo l’hanno chiamata per dirle che era passata, ma «il senso di precarietà che trasmettevano è stato il motivo per cui molte persone si sono allontanate», prosegue Francesca. Il lavoro sarebbe dovuto iniziare il 7 aprile, ma non è stato così. «Ci hanno chiamate il 15 e avremmo dovuto iniziare a lavorare solo due giorni dopo, il 17», spiega. Le condizioni erano: 1200 euro lordi per otto ore di lavoro. «Ma i turni proposti – aggiunge Francesca – erano sempre di 6-4 ore, a seconda del padiglione, e la paga di conseguenza scendeva. Nessuno di noi ha mai protestato per i turni del sabato e della domenica». Alla fine Francesca ha rinunciato. «Non comincio un lavoro che poi non so come va a finire».

Alessandra P, invece vive nelle Marche, ha 40 anni, una laurea in lingue e letterature orientali e parla 3 lingue:

Mi chiamano dopo una lunga attesa per un lavoro da “hostess accrediti”, dicendomi che avevo passato la selezione, ma le cose vanno a rilento. La chiamata arriva, ma mi dicono che sarei dovuta partire il giorno successivo per firmare il contratto senza che qualcuno mi avesse specificato i dettagli dello stesso.

Nonostante questo Alessandra arriva a Milano a sua spese, perché sta cercando «disperatamente lavoro», non sapendo ancora se si sarebbe trattato di un contratto full time o part time –questione non indifferente soprattutto per chi è di fuori Milano –. Ma una volta all’appuntamento dice di non aver trovato i contratti pronti: «ci dicevano che non dovevamo preoccuparci, perché con il contratto che sarebbe stato di mezza giornata sicuramente si sarebbero trasformate in 6 ore più 2 di straordinario».«Ma – si domanda Alessandra – chi mi garantisce la sicurezza dello straordinario?». Inoltre, nell’attesa di poter leggere un testo scritto per capire i dettagli del contratto, le viene detto che il «primo contratto sarà di soli due giorni, venerdì e sabato, poi rinnovato per dieci giorni, dal lunedì successivo fino alla fine di aprile». Ma da maggio in poi non le vengono date certezze. Sulla paga Alessandra dice che si sarebbe aggirata sui 600/700 euro al mese, «anche se sono stati sempre molto reticenti a parlare della retribuzione» e racconta il caso di persone che prese per un lavoro in uno dei padiglioni della fiera, fino alla fine hanno creduto di prendere 1000 euro netti per 7 ore al giorno, 5 giorni a settimana per poi una volta arrivati alla firma trovarsene poco più di 600. «In molti non hanno firmato perché non rientravano nelle spese», conclude Alessandra. Storie simili di confusione e reticenze nella selezione dei candidati alla base del rifiuto di lavorare per l’Expo sono state raccontate anche dal Fatto quotidiano, GiornalettismoGli Stati Generali, Huffington post, Next Quotidiano.

Per riportare un quadro completo, abbiamo cercato di conoscere anche la versione di Manpower, ma non è arrivata ancora una risposta alle nostre domande. Serena Scarpello, ufficio stampa della società, ha pubblicato su Twitter un comunicato in cui si conferma che “i ripensamenti tra i candidati inizialmente selezionati sono stati molti” (il 46%), fornendo quindi dati che sembrano smentire quelli del Corriere che parlava di circa l’80% di abbandoni, ma senza entrare nel merito delle cause e delle accuse rivolte di una non adeguata selezione delle persone coinvolte.

Della stantia retorica del giovane (o meno) italiano “choosy” che non prende al volo le ghiotte occasioni di lavoro che gli verrebbero offerte ne avevamo già parlato più volte, mostrando che in questi casi la storia raccontata dai giornali, una volta approfondita, non corrisponde alla complessità della realtà. Proprio per questo ci si domanda perché la colpa della disoccupazione venga scaricata ancora una volta sui disoccupati.

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"Non è il caso né di avere paura né di sperare, bisogna cercare nuove armi." Gilles Deleuze @andreazitelli_



Migliaia di ologrammi manifestano a Madrid contro la Legge Bavaglio

Un’iniziativa nata online porta davanti al Parlamento gli avatar dei cittadini contro la misura che reprime il dissenso.


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Uno degli obiettivi politici della discussa Legge di Sicurezza Cittadina era assicurarsi che quell’immagine del Parlamento spagnolo circondato dai manifestanti, che chiunque ha visto sui giornali almeno una volta, rimanesse un ricordo del passato. Con la recente approvazione definitiva del decreto, che tra le altre cose proibisce protestare davanti agli edifici governativi, l’esecutivo di Mariano Rajoy ha raggiunto il suo obiettivo. O quasi.

Venerdì sera migliaia di ologrammi hanno manifestato davanti al Congresso dei Deputati contro la Legge Bavaglio, persone di tutto il mondo (Spagna, Russia, Messico, Argentina, Chile, Italia, Germania, Francia, etc.) hanno scannerizzato il proprio corpo sul sito www.hologramasporlalibertad.org, o registrato le proprie grida di protesta, mentre altri hanno semplicemente scritto i messaggi che sono finiti sui cartelli. In tutto, hanno partecipato più di 18.000 persone. E il risultato è sorprendente.

Se la tipica foto di manifestanti imbavagliati in piazza smette di essere uno scatto notiziabile (quante volte abbiamo visto quell’immagine negli ultimi dieci anni?), allora bisogna pensare qualcosa di nuovo. E a pensarci è stata la Piattaforma No Somos Delito (“non siamo delitto”, nda), che con l’aiuto della tecnologia ha realizzato “la prima protesta di ologrammi della storia”, il cui obiettivo non è la mobilitazione fisica di un alto numero di persone – dato che di una proiezione virtuale si tratta –, ma trovare una maniera originale per catturare l’attenzione dei media.

«Si tratta di una provocazione sarcastica, perché a quanto pare questo è quello che il Governo vorrebbe che facessimo. Solo possiamo manifestare senza scendere in piazza», spiega all’Huffington Post uno dei portavoce, che al contempo ribadisce che manifestare virtualmente non è – e non deve – essere un’alternativa:«continueremo a farlo in carne e ossa».

Qualsiasi dibattito che possa nascere nei salotti televisivi sull’efficacia di questo nuovo tipo di protesta è perciò inutile, dato che l’obiettivo degli organizzatori non è certo quello di esplorare nuovi metodi di lotta virtuali, ma mettere a nudo – intelligentemente – il carattere surrealista di quella che secondo Amnesty International, l’Onu e le organizzazioni per il rispetto dei diritti umani è una legge antiprotesta repressiva che mette a rischio la democrazia del paese.

Più che una protesta, infatti, a molti è sembrata un’opera d’arte distopica, e non si sono fatti attendere sui social network i commenti di chi vede analogie con l’universo narrativo della celebre serie britannica Black Mirror. La forza della provocazione non risiede nella mobilitazione in sé, ma nella messa in scena, nell’atto comunicativo e simbolico.

Come si realizza una manifestazione di ologrammi

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Durante mesi chiunque ha potuto partecipare all’iniziativa promossa dalla piattaforma cittadina su Facebook e Twitter. Aprendo il sito www.hologramasporlalibertad.org, parte automaticamente il video di una persona in primo piano che dice:

Con l’approvazione della Legge Bavaglio non potrai manifestare davanti al Congresso dei Deputati, non potrai fare un’assemblea in uno spazio pubblico senza il pericolo di essere multato, non potrai partecipare a una manifestazione senza previo avviso (alle autorità, nda). In definitiva, se sei una persona, non potrai esprimerti con libertà. Solo potrai farlo se ti trasformi in ologramma. Unisciti alla manifestazione di ologrammi contro la Legge Bavaglio.

«Con questa iniziativa vogliamo raccontare un futuro surrealista nel quale le persone non potranno manifestare liberamente per strada», ha dichiarato l’ologramma di Alba Villanueva, portavoce della piattaforma cittadina No Somos Delito, durante un’intervista con i media che hanno coperto la protesta.

Erano presenti, infatti, due tipi di ologrammi: un montaggio delle persone che hanno preso parte parte alla manifestazione (i loro volti, le loro voci e i cartelli) e i portavoce che rispondevano alle domande dei giornalisti.

La tecnica utilizzata consiste nella proiezione di un video su una superficie semitrasparente di sette metri. Quello che si proietta è in realtà un riflesso dell’immagine, che l’occhio interpreta come una proiezione tridimensionale. «Così come quando ci guardiamo in uno specchio non percepiamo la sua superficie ma il mondo riflesso in profondità dietro quel piano, la proiezione di queste persone ci appare come se fosse un ologramma tridimensionale», ha spiegato uno dei realizzatori.

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Autore
Creatore del blog 'L'isola dei cassintegrati'. @marconurra



L’Aquila, una settimana prima del terremoto

La notte tra il 5 e il 6 aprile, due forti scosse anticiparono quella delle tre e trentadue. Alcuni chiamarono i vigili del fuoco per avere notizie più precise. Fu consigliato loro di restare in casa. Io sapevo che i miei genitori erano nella camera accanto. All’una meno un quarto spensi la luce, e mi riaddormentai.


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di Valerio Valentini – 404 – FileNotFound

Quando i tre squilli della campanella arrivarono a segnalare l’allarme di evacuazione immediata, ci guardammo tutti in faccia, interdetti. Era l’ora di religione, e come al solito, insieme al nostro don Luigi, ci trovavamo impelagati in una discussione sui massimi sistemi: una delle poche attività scolastiche che meritavano di non essere interrotte. Fuori dalla finestra, la neve. Era il 13 febbraio, e a L’Aquila quella era una tipica mattina di strina: un vento secco e gelido che taglia la pelle e rende deserte le strade. Ma davvero dovevamo uscire? «Restiamo qui – sorrise don Luigi – finché non ci vengono a chiamare». «Del resto voi preti siete raccomandati, no? Siete immuni dalle catastrofi naturali» – scherzammo.

Si trattava solo di un’esercitazione, o c’era stata una scossa? Qualcuno diceva di averla avvertita. «Ma perché io non la sento mai? Gli sto antipatica, al terremoto?» – si lamentò una nostra compagna. Sentivamo il rumore dei banchi spostati nelle classi vicine, un vociare scomposto che si riversava nel corridoio. Dopo qualche minuto, il bidello venne ad avvertirci che sì, dovevamo davvero abbandonare l’edificio.

Chiudemmo gli zaini, prendemmo sciarpe e cappotti. Sulle scale ci ritrovammo accalcati, e in quattro o cinque cominciammo a urlare: «Quella che avete sentito non era la campanella, ma la tromba degli angeli dell’Apocalisse. Moriremo tutti: pentitevi, la fine è vicina!». Qualche professoressa ci rimproverò per il nostro cattivo gusto, una nostra compagna ci interruppe perché rischiavamo di portare sfiga. Ma perlopiù si rise.

Il punto di raccolta, piuttosto improvvisato, fu Piazza Palazzo, a pochi passi dalla nostra scuola. Senza capire bene se il terremoto ci fosse stato davvero oppure no, ci mettemmo a giocare a palle di neve, prendendo di mira anche qualche professore e le telecamere della troupe di una TV locale che chiedeva agli studenti le loro «prime impressioni». Dopo circa mezz’ora, venne annunciato il rientro in classe.

Pochi giorni fa, mi è capitato di rivedere il video che alcuni di noi girarono col cellulare quella mattina, cercando di scoprire le reali cause della scossa: una professoressa caduta per le scale o, magari, un nostro compagno andato al gabinetto dopo una digestione problematica. E mi sono ritrovato a pensare a quello stato di vaga, intorpidita incoscienza con cui – come dire? – scivolammo lentamente verso il 6 aprile 2009.

Ci sono degli episodi ben definiti, della settimana che precedette la notte in cui L’Aquila fu distrutta, che scandiscono i ricordi di tutti i suoi abitanti, oggi: come se quegli ultimi giorni rispondessero a un tempo diverso, solo nostro. Se provate a chiedere a qualsiasi aquilano, vedrete che per tutti quella settimana ha inizio lunedì 30 marzo, poco prima delle quattro di pomeriggio. Una scossa di magnitudo 4.0, violenta come nessun’altra mai nei mesi precedenti, segna l’entrata in una nuova dimensione. In migliaia corrono in strada, sia in centro sia nei quartieri e nei borghi di periferia. Piazza Duomo resta gremita di gente per ore, alcuni decidono di passare la notte in macchina.

Ne ho riparlato recentemente con mia cugina, di quel lunedì. Mi ha raccontato che stava studiando nella biblioteca comunale, e che quando tutto cominciò a tremare solo in due persone si ripararono sotto i tavoli. «La sala si svuotò in un attimo, tutti ammassati nell’atrio. Quando la scossa finì, mi tirai su, e vidi sopra alcuni banchi i calcinacci che erano caduti dal soffitto. Fu lì che, per la prima volta, pensai che davvero potevamo morire per il terremoto, in qualunque momento».

Eppure io credo che questa consapevolezza, in quei giorni, rimase inespressa. Semmai, si materializzò come una paura indefinita, uno sorta di rumore di fondo che non ci liberava mai, ma neppure prendeva il sopravvento, se non in accessi estemporanei. E forse era una paura così annichilente, a volerla prendere davvero sul serio, che alla fine chiedeva essa stessa di essere silenziata. Bastava così poco per essere rassicurati, dopo tutto.

Il sindaco ordinò la chiusura di tutti gli edifici scolastici, così da permettere ai tecnici del comune di effettuare i collaudi e verificare l’agibilità delle strutture. Tranne un paio, tutte le altre scuole, anche quelle dove le scosse delle ultime settimane avevano aperto piccole crepe nei muri, staccato i battiscopa o pezzi di intonaco dalle pareti, vennero riaperte due giorni dopo. La nostra professoressa di biologia, aveva dato anche lei il suo responso positivo: Palazzo Quinzi, la sede del nostro liceo classico “Domenico Cotugno”, era una struttura di provata stabilità, essendo del resto brillantemente sopravvissuta al catastrofico terremoto del 1703.

Mercoledì 1 aprile fu il giorno del nostro viaggio d’istruzione. Classe II D, nessun professore che avesse accettato di farci da accompagnatore per una gita vera e propria: la nostra condotta, quell’anno, non era stata esemplare. Fu proprio don Luigi l’unico a dichiararsi disponibile, ma la sua offerta prevedeva una clausola che non era contrattabile: tutti a Piazza San Pietro ad ascoltare l’udienza del Papa. Nel piazzale di ritrovo, vicino alla stazione ferroviaria, dovemmo aspettare un nostro compagno, il ritardatario di turno. «Scusate – si giustificò finalmente al suo arrivo – ma ho staccato la sveglia e mi ero quasi riaddormentato. Per fortuna il terremoto mi ha tirato giù dal letto definitivamente». «Io ero sotto la doccia – replicò don Luigi – quando ha fatto. Mi sono detto: scappo di casa nudo e insaponato? Alla fine ho preferito risciacquarmi».

Venerdì 3 aprile, compito in classe di latino. Dopo una ventina di minuti dalla distribuzione dei fogli, alcuni di noi avvertirono una scossa. «È il terremoto, professorè!». Per alcuni secondi nessuno disse niente. Poi le porte delle altre classi si aprirono: gli insegnanti si scambiarono delle rapide occhiate in corridoio. «Che facciamo?» – domandammo, a metà tra il solito spavento e la speranza di annullare la verifica. La professoressa ci bloccò: era solo una scossa, non era successo niente. Alcuni accennarono una protesta. «Ma insomma, la smettete? – ribatté lei – E se foste vissuti in Giappone, dove scosse come queste sono all’ordine del giorno, mi dite come avreste fatto?». Il compito di latino andò avanti.

La nostra professoressa non era un’irresponsabile. Tutt’altro. Quella mattina nessun insegnante ritenne opportuno far uscire la propria classe, il preside non ci pensò neppure ad evacuare l’edifico. E del resto, nelle ultime settimane, anche noi studenti avevamo cominciato a vedere nell’isteria sottaciuta che andava diffondendosi, un alleato per movimentare le lezioni, e magari farle sospendere. Ci si metteva d’accordo per far muovere i banchi tutti nello stesso momento. All’improvviso un paio di noi urlavano «eccolo, di nuovo». Avevamo scoperto che i solai del nostro liceo erano, diciamo, ballerini: se qualcuno saltava nei corridoi, le porte delle aule scricchiolavano, in alcuni punti i pavimenti tremolavano. E noi, ogni tanto, saltavamo. I professori dovettero accorgersi di tutto ciò, e cominciarono a mostrarsi più diffidenti verso i nostri timori.

Come spiegarla, adesso, questa scellerata incoscienza? Se si prendono in esame soltanto quegli ultimi giorni, semplicemente non la si può spiegare.

Un terremoto, nell’immaginario comune, è soprattutto una scossa, più o meno distruttiva, più o meno catastrofica. Ma quello che, almeno a L’Aquila, è significato il terremoto, è stato qualcosa di enormemente più lungo nel tempo, che è cominciato molti mesi prima del 6 aprile (e che si protrarrà, nelle sue implicazioni sia pratiche sia intime, per tutta la vita di chi l’ha vissuto).

Il cosiddetto sciame sismico, nel territorio intorno a L’Aquila, cominciò verso la fine del 2008. Lievi tremolii, appena percepibili. Fu a partire dal febbraio successivo che le scosse aumentarono in numero e in intensità. Le locandine e le civette che, arrivando in centro con l’autobus delle sette e dieci, osservavo esposte fuori dalle edicole – in particolare fuori dal chiosco all’imbocco di Via XX Settembre, di fronte al tribunale – riportavano, quasi ogni mattina, l’entità degli eventi sismici registrati il giorno precedente. Ma non ci volle molto perché quelle informazioni cominciassero ad essere diffuse non appena si saliva sull’autobus. Il sito dell’INGV (Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia) era entrato nella lista dei preferiti di quasi tutti gli Aquilani: ogni mattina, subito dopo i saluti assonnati di rito e subito prima di sfogliare i libri per un ripasso improvvisato, quelli che avevano acceso il computer mentre facevano colazione, o i pochi dotati di Iphone – all’epoca, quasi dei pionieri a L’Aquila – informavano sugli ultimi avvenimenti: magnitudo, profondità dell’ipocentro, località dell’epicentro.

E quando anche disporre degli aggiornamenti in tempo reale dallo stesso sito dell’INGV divenne cosa scontata, si cominciarono a ricercare fonti alternative, possibilmente inedite. Un giorno il benzinaio dal quale ci fermammo chiese a mia madre se avesse sentito l’ultima scossa, un’ora prima. «No – rispose mia madre – ma non mi sembra che il sito abbia segnalato scosse, oggi». Ghigno compiaciuto del benzinaio, che si aspettava quella risposta: «Perché voi andate sul sito classico dell’INGV, anziché sul portale Iside-INGV, eh eh. Lì vengono registrate anche le scosse sotto i due gradi di magnitudo» (cioè, va aggiunto, quelle che sono impossibili da percepire per un umano).

Il terremoto era diventato l’argomento principale di discussione, per tutte le età e tutte le circostanze. Si provava ad indovinare l’entità delle scosse, per poi verificare chi avesse ragione: e in ogni comitiva c’era quello che ci prendeva. Ci si raccontava cosa si stesse facendo nel momento in cui la botta era arrivata: e ovviamente c’era sempre chi stava spolverando il lampadario, valutando se il quadro appena appeso alla parete era dritto, costruendo un castello di carte di almeno cinque piani, o avendo un amplesso fenomenale con la sua ragazza.

C’era poi chi cercava di approfondire le sue conoscenze di geologia, e comunicava i risultati delle sue ricerche; i quali – ammesso che non fossero sbagliati – subivano i più assurdi stravolgimenti nel passaparola generale. Tutti, ad esempio, familiarizzammo col concetto di faglia, formandoci una vaga, spesso personalissima, idea di come e per quali motivi una faglia si aprisse e – perché no? – si richiudesse. Senza contare il ricorso, spesso strampalato, alla saggezza degli antichi: si presagiva l’arrivo imminente di una scossa dall’assenza totale di vento, dalle escursioni termiche anomale, dall’abbaiare dei cani. Era tale la confusione e la grossolanità in cui si svolgeva il dibattito, che risultava difficile rintracciarvi le poche nozioni formulate con cognizione di causa da chi aveva effettive competenze in materia. Anche perché – i più attenti cominciarono ad accorgersene già a partire da quell’inverno – non erano rari i casi in cui coloro che venivano accreditati come “esperti” fornivano visioni contrastanti, e prefiguravano scenari piuttosto diversi tra loro.

Se del terremoto, comunque, nel bene o nel male si continuava a parlare tantissimo, ben poco, rispetto alle situazioni che il terremoto prospettava, si faceva. Piuttosto inconsistenti furono le iniziative promosse per informare la popolazione: i volontari della Protezione Civile, in alcune scuole, distribuirono dei volantini in cui si invitava, in caso di forte scossa, a rifugiarsi sotto i banchi o sotto travi portanti, evitare le scale e gli ascensori, non lasciarsi prendere dal panico. Quanto ai provvedimenti presi dalle amministrazioni locali, direi che certamente ce ne furono, ma altrettanto certamente dovette trattarsi di cose di impatto modesto, se così poca traccia hanno lasciato nelle nostre memorie. Quello che invece ricordo bene è che, colpiti dalla morte di Vito Scafidi al liceo “Darwin” di Torino, a inizio 2009 decidemmo di intervistare, per il nostro giornalino d’istituto (I Care), un tecnico del comune, chiedendogli quale fosse lo stato di sicurezza degli edifici scolastici a L’Aquila: oltre il 70% «non sarebbero stati agibili, in effetti». Usò il condizionale, ci spiegò, perché, insomma, se si fosse preteso, per assurdo, che davvero venissero chiuse tutte le strutture pubbliche non perfettamente a norma, allora l’Italia si sarebbe potuta dichiarare fallita seduta stante. «In ogni caso – ci garantì – si fa il possibile».

Non era solo la politica, tuttavia, a reagire piuttosto passivamente a quello che accadeva. A ripensarci oggi, mi sembra che tutte le nostre abitudini, in quei mesi, fossero rimaste praticamente immutate. Certo, si potrebbe dire, e forse non sarebbe del tutto sbagliato, che evitare di modificare la propria routine quotidiana, non rinunciare in nulla a ciò cui più si è affezionati, risulta un espediente per impedire alla paura di crescere, per cercare di scongiurare un rischio che, pur non volendo, sentivamo tremendamente concreto.

Ma sono convinto che ci sia qualcosa di molto più banale. Lo stato di preallarme, volendolo circoscrivere alla fase in cui è stato più acuto, è durato almeno due mesi. E però è evidente che allora nessuno sapeva quanto sarebbe effettivamente durato: si trattava di un periodo indefinito, teoricamente lunghissimo, in cui l’eventualità di una scossa distruttiva avrebbe potuto concretizzarsi da un momento all’altro, in maniera del tutto imponderabile, oppure non verificarsi affatto. Quella che potrebbe essere considerata semplice prudenza, in una situazione del genere costringe a delle condotte che, se perseguite con coerenza, diventano assurde, alla lunga insostenibili. Dormire fuori di casa? E dove? Qualche notte passata in macchina persuade senza dubbio a ricercare altre soluzioni. E allora? Montare una tenda in giardino, quando le temperature minime scendono sotto lo zero? Noleggiare una roulotte? E poi, ovviamente, bisognerebbe impedire ai propri figli di andare a scuola. E per quanto tempo? E poi ancora evitare tutti i posti affollati: l’ufficio, la palestra, il centro commerciale. Sembra stupido dirlo: ma non esiste nessuno stile di vita occidentale che non implichi la necessità di passare molte ore al giorno avendo sulla propria testa qualcosa che, se cadesse, potrebbe ucciderci.

Ovviamente delle soluzioni di compromesso potevano essere trovate. E non furono neanche così pochi quelli che le adottarono. Alcuni, potendolo, portarono i letti al pianterreno, o si trasferirono nel rustico; altri bandirono l’uso degli ascensori. Persone, in ogni caso, che finivano spesso per essere fatte oggetto d’ironia, o guardate con sospetto, se non con fastidio. Perché magari c’era il tizio che, nelle riunioni di condominio, se ne usciva con la proposta di far eseguire una verifica sulla stabilità del palazzo; oppure quello che pretendeva che le auto non venissero parcheggiate nel piazzale adibito a punto di raccolta; oppure, molto più probabilmente, quello che chiedeva che venisse stabilito, il punto di raccolta.

Ricordo la sera in cui mia madre, a cena, disse che nella vetrina di un negozio di elettrodomestici aveva visto delle plafoniere d’emergenza in offerta: sembravano facili da installare e potevano essere utili in caso di black-out dopo una scossa. Ricordo soprattutto la reazione mia e di mio padre che, con la forchetta a mezz’aria tra il piatto e la bocca aperta, ci fermammo, ci scambiammo un’occhiata d’intesa e scoppiammo a ridere.

Ricordo la protesta di una nostra compagna di classe, seduta nel banco più lontano dalla porta di entrata, che non voleva essere la chiudi-fila, cioè colei che, in caso di evacuazione, sarebbe stata l’ultima ad abbandonare l’aula. Ricordo le risate di scherno contro la sua paura, e il modo insolente con cui mi proposi di sostituirla.

Ricordo un mio amico sull’autobus pregarmi di raccontare ai miei genitori che a scuola facevamo regolarmente le esercitazioni di evacuazione, e che i banchi erano solidi: «Mia madre continua a rompermi con ‘sta storia. Ti dico solo che vuole venire a protestare dal preside. Lo sai che con tua madre si parlano spesso: allora fammi il piacere di dirlo anche tu, alla tua, che ce le fanno fare ‘ste benedette esercitazioni».

Ricordo la madre di un altro mio compagno di scuola, un sabato sera in cui passammo a prenderlo in macchina per andare in centro. Appena parcheggiammo, la donna uscì di casa, richiudendosi il portone dietro le spalle. Ci disse che suo figlio stava arrivando. Poi si avvicinò ancora un po’, e con malcelato imbarazzo ci chiese come lo vedevamo, suo figlio, nell’ultimo periodo. Perché, lei lo sapeva, era sempre stato un tipo insicuro, ma il terremoto stava rendendo le sue fragilità davvero incontrollabili. Noi ci guardammo stupiti, cercammo di rassicurarla: non ci sembrava, obiettivamente, che la situazione fosse così grave. Ma lei continuò: «Pensate che ormai dorme sul divano, vicino alla porta-finestra. Dorme con le scarpe allacciate, una bottiglia d’acqua e una torcia sul mobiletto, e lo zaino già chiuso con un cambio e dei biscotti ai piedi del divano. Ma vi sembra possibile?». A noi, che ovviamente non sospettavamo nulla di ciò, la cosa parve comica. «Per l’amor di dio, mi raccomando – concluse lei, abbassando la voce, mentre il portone si apriva – non ditegli che ve l’ho detto, sennò è la fine». Lo prendemmo in giro per tutta la sera.

Eppure non si trattava, in questi e in altri casi, di semplice sottovalutazione del rischio, di faciloneria o di umorismo spicciolo. C’era qualcosa di ben più profondo. C’era come un tacito accordo sociale che chiedeva di non essere minato. Definirlo, oggi, è piuttosto difficile. Ma ho l’impressione che avessimo deciso, senza bisogno di parlarci, di assestarci tutti su un livello di coscienza appena più basso di quello che effettivamente ognuno credeva fosse necessario avere, un livello di tranquillità appena più alto di quello che ognuno riteneva opportuno mantenere. E se si riusciva a restare in quelle dimensioni ovattate, era proprio perché ci si stava in tanti. Rassicurarsi, secondo me, fu in parte anche questo: crearsi una posticcia serenità collettiva come rimedio all’ansia personale. E ovviamente, chi rifiutava tutto ciò, rischiava di svelare l’inganno.

Però bisogna chiedersi anche su quali basi la stragrande maggioranza degli Aquilani decise di convincersi a non fare nulla, o quasi, per fronteggiare l’eventualità di una scossa devastante.

Partirei da una banalità. Partirei col dire, cioè, che in generale, quanto più un tema è complesso, tanto più si tende a far ricorso ad un principio di autorità: ci si fida di chi è un esperto del settore. Oppure, secondo una perversa proprietà transitiva, ognuno presta credito alle opinioni della persona che gli sta vicina e che ne sa di più: il nonno si convince di ciò che gli dice il nipote, che magari ha parlato con l’amico ingegnere, e questi col cugino vigile del fuoco. Io avevo diciassette anni allora, e credevo che per convincere la gente servisse soprattutto dire le cose più intelligenti, in maniera credibile. Fu lì che mi resi conto – o forse no, forse anche questo l’ho capito solo dopo, ripensando a quanto era accaduto – come ciò che davvero modella il pensare della maggioranza sia il chiacchiericcio di sottofondo, la reiterazione costante di poche, semplici nozioni, che annegano tutto il resto della discussione.

Una di queste fu senz’altro la teoria del rilascio graduale. Che più o meno si riassume – o almeno fu recepita – così: quando due placche del sottosuolo sono in tensione tra loro, si genera un’enorme energia, la quale può essere sprigionata tutta in un unico evento catastrofico, oppure liberarsi progressivamente grazie a tante innocue scosse. Va da sé che il prolungarsi dello sciame sismico, secondo questa teoria, tende a scongiurare il verificarsi di un terremoto distruttivo. Quando a L’Aquila avveniva una scossa relativamente leggera, quasi tutti, smaltito il turbamento, nutrivamo la fiducia che la terra avesse scaricato una parte dell’energia accumulata.

Ora, chi ha seguito la vicenda del terremoto aquilano dall’esterno, molto probabilmente si è fatto convinto che il nodo cruciale di questa disinformazione, al di là delle rilevanze penali, abbia a che fare principalmente con la riunione della Commissione Grandi Rischi del 31 di marzo. Ma anche in questo caso, quella riunione non fu che il fatto più eclatante di un fenomeno molto più ampio. La teoria del rilascio graduale, a L’Aquila circolava da mesi: ed era almeno dall’inizio di marzo che era diventata la vulgata che metteva d’accordo quasi tutti. I giornali e le TV locali accreditarono questa teoria ben prima del convegno dei luminari italiani della sismologia a Palazzo Silone. E fu anche per questo che quella riunione, tutto sommato, ebbe un impatto per nulla sconvolgente sull’opinione pubblica: costituì piuttosto una fossilizzazione dell’intero dibattito, che da quel momento in poi non ammise neppure l’eventualità di un contraddittorio rispetto alla tesi ufficiale. Potevamo stare tranquilli. E in quell’ultima settimana, nonostante la paura aumentasse, noi ci sforzammo di esserlo. Dovevamo stare tranquilli.

Per descrivere però quello che davvero significò, per noi Aquilani, quella rassicurazione, bisogna sforzarsi di pensare con la coscienza di chi ancora non sa come andrà a finire. E non conosce neppure tutto quell’insieme di circostanze, perlopiù ancora oggi indicibili, che condizionarono occultamente le decisioni politiche relative alla pianificazione dell’emergenza. Vale la pena di chiarire, allora, quello che gli Aquilani, nei giorni precedenti al 6 aprile, non sapevano.

Non sapevano che alla Commissione Grandi Rischi, il cui compito sarebbe dovuto essere quello di fornire dei pareri scientifici alla luce dei quali le istituzioni potessero prendere provvedimenti, fu richiesto di convalidare, con un parere “scientifico” in realtà del tutto subordinato a logiche estranee alla scienza, una strategia politica già stabilita. Non sapevano che Guido Bertolaso aveva chiamato, la sera prima della riunione, l’allora assessore regionale alla Protezione Civile, Daniela Stati, per comunicarle che quella organizzata per l’indomani era una «operazione mediatica» che aveva lo scopo di far dire «ai massimi esperti di terremoti» che quanto stava accadendo a L’Aquila rappresentava «una situazione normale», e che anzi lo sciame sismico era un fatto positivo, dal momento che era «meglio che ci fossero cento scosse di 4 scala Richter piuttosto che il silenzio, perché cento scosse servono a liberare energia e non ci sarà mai la scossa che fa male». Non sapevano che quella riunione durò meno di un’ora, che al termine fu sconsigliato agli scienziati di partecipare alla conferenza stampa, che il verbale fu redatto in verità soltanto una settimana dopo, quando L’Aquila era già distrutta. Non sapevano, infine, che il vero scopo della riunione, come ha poi confermato lo stesso Enzo Boschi, fu quello di mettere a tacere gli allarmi lanciati da Giampaolo Giuliani.

Ecco, Giampaolo Giuliani. Cos’ha rappresentato, Giampaolo Giuliani, nel dibattito sul terremoto durante le settimane che portarono al 6 aprile? Se ci limitassimo ai fatti, si dovrebbe dire questo: che Giampaolo Giuliani era un tecnico in servizio presso i laboratori del Gran Sasso, e che da anni portava avanti, in maniera pressoché solitaria, delle ricerche sui cosiddetti precursori sismici, ovvero sulla possibilità di prevedere le scosse di terremoto grazie al rilevamento delle emissioni di radon.

Il suo nome cominciò a diventar noto agli Aquilani a partire dal mese di marzo, anche per una serie di scosse che, grazie alla sua strumentazione quasi artigianale, aveva previsto con un relativa (fortuita? fortunata? non saprei) approssimazione. «L’aveva detto, Giuliani!» – è una frase che, intorno alla metà di marzo, si sentì ripetere varie volte, a L’Aquila. Eppure, fino alla fine di marzo, Giampaolo Giuliani restava uno studioso un po’ stravagante, che suscitava piuttosto curiosità che non consenso. Gli osservatori più attenti, geologi e cittadini comuni, mettevano soprattutto in guardia dall’affidabilità per nulla comprovata delle sue ricerche: Giuliani non aveva mai pubblicato alcuno studio su una rivista specialistica, era praticamente sconosciuto nel mondo accademico internazionale, e – ricordo che questa era l’obiezione più ricorrente, che faceva presa soprattutto su mia nonna – non era neppure laureato.

Poi, dal 31 marzo, Giampaolo Giuliani diventa una figura celebre in tutt’Italia. Riceve un avviso di garanzia per procurato allarme perché avrebbe segnalato al sindaco di Sulmona l’alta probabilità di un evento catastrofico in quella città, cosa che poi non avvenne. I media nazionali, dal Tg1 al «Corriere della Sera», si occupano di lui: viene definito, nel giro di poche ore, «millantatore», «imbroglione», «irresponsabile», «profeta di sciagure», «presunto profeta di terremoti». Lo si descrive intento a chiamare «vigili e sindaci» per scatenare «una psicosi collettiva», col risultato che «mezzo Abruzzo» avrebbe lasciato le proprie case per riversarsi in strada. Si avvalora la tesi secondo cui i suoi allarmi catastrofisti sarebbero cominciati a circolare sin da gennaio. Si narra, addirittura, di un Giampaolo Giuliani per le vie del centro storico di L’Aquila, alla guida di un furgoncino dotato di altoparlante, che mette in guardia rispetto all’arrivo imminente di un terremoto catastrofico. Nel frattempo viene descritto il «panico generale», il «vespaio» generatosi in Abruzzo, confondendo molto spesso l’allarme spropositato lanciato per Sulmona con la preoccupazione crescente a L’Aquila.

Perché nel frattempo, lunedì 30 marzo, era cominciata, a L’Aquila, l’ultima settimana prima del 6 aprile. Nel pomeriggio la scossa di magnitudo 4.0 spinge la gente in strada, qualcuno cede al pianto e ad attacchi di panico. Nei giorni successivi, molti media nazionali associano tutti gli Aquilani spaventati da quella scossa alle previsioni infondate di Giampaolo Giuliani. Vengono intervistati dei cittadini che confessano di «credergli», che «hanno saputo» che Giuliani ha detto che arriverà «la scossa forte». E quasi sempre, quando si vuole dar conto degli Aquilani seriamente preoccupati, si intervista il pensionato col cappello di lana sulla fronte, le mani dietro la schiena e l’italiano infarcito di strafalcioni dialettali, oppure la casalinga attempata con le buste della spesa, il sorriso languido e l’occhio vacuo. Tutti gli Aquilani che si dichiarano ansiosi vengono descritti, semplicemente, come degli sprovveduti, se non come degli idioti. L’intero fronte dei pessimisti, cioè, viene stereotipato nella figura dell’irrazionale seguace delle teorie astruse di Giampaolo Giuliani, «l’annunciatore del terremoto che non c’è».

Ed è un peccato, perché nel far questo la stampa ignora l’esistenza di un’altra tesi allarmista, ma del tutto indipendente da quella di Giuliani. I terremoti catastrofici, a L’Aquila, sono sempre avvenuti a distanza di circa tre secoli l’uno dall’altro. Ce n’era stato uno nel 1461, uno nel 1703. Ed eravamo nel 2009. Non solo. Per quel che riguardava il 1703, si disponeva di fonti affidabili che testimoniavano come la scossa devastante, quella del 2 febbraio, fosse stata preceduta da uno sciame sismico durato per mesi, e caratterizzato da un’intensità crescente. Perché non si è dato il giusto risalto a questo riscontro storico?

Difficile da dire con esattezza. Si può però dire che, in quegli stessi giorni, si afferma il modello del servizio giornalistico bipartito. Gli inviati delle varie testate aprono sempre raccontando la «psicosi» e gli sviluppi sul caso Giuliani, per poi passare la parola ai tecnici della Protezione Civile, agli esperti, ai geologi. I quali ribadiscono la tesi secondo cui lo sciame sismico, rilasciando gradualmente l’energia, riduce il rischio della catastrofe. La polarizzazione del dibattito è molto facile: da un lato i creduloni, dall’altro gli scienziati. Voi di chi vi fidereste?

E forse, allora, anche la pigrizia dei giornalisti, oltreché la loro superficialità su una materia così difficile, ha avuto una discreta importanza nell’affermarsi della retorica della rassicurazione: affinché il gioco degli opposti potesse riuscire, infatti, bisognava escludere l’eventualità che a lanciare l’allarme potesse essere qualcuno dotato di raziocinio, che fondava le sue analisi su dati difficili da liquidare con una battuta di spirito. E questo, paradossalmente, nonostante lo stesso vice-capo dipartimento della Protezione Civile, Bernardo De Bernardinis, in quei giorni, criticando gli allarmismi basati su previsioni prive di fondamento scientifico, affermasse: «Noi possiamo soltanto basarci sulla conoscenza storica degli eventi».

Ma a questo punto, me ne rendo conto, torno a parlare col senno del poi. A giudicare più che a raccontare. E invece è proprio raccontando che, forse, anche l’incoscienza da sonnambuli che ha caratterizzato la condotta degli Aquilani nel corso dell’ultima settimana apparirà meno assurda.

Lunedì 30 marzo, come detto, è per molti il primo giorno di paura vera. Eppure, in quelle stesse ore, i ricercatori dell’INGV tornano a tranquillizzare: «È un fenomeno di rilascio di stress frammentato». Si tratta delle «classiche scosse che la popolazione avverte molto bene, ma non provocano danni». Una testata online abruzzese pubblica un video che si apre col volto pacioccone di un bambino che racconta, sorridendo, che la sua maestra, rientrata in classe cinque minuti dopo l’evacuazione dell’edificio, ha trovato i banchi ricoperti di calcinacci. Poi l’intervistatore si rivolge ad una ragazza, chiedendole: «Un bello spavento, eh?». E infine riprende la gente che si è riunita a Piazza Duomo: la gente che, in quelle immagini, passeggia, chiacchiera e sorride. A un certo punto si intravede lo stesso ragazzo paffuto che saltella a pochi metri dalla telecamera salutando con la mano.

Il giorno dopo, sin dalla mattina, i responsabili dell’Ufficio Sismico della Regione commentano in questi termini quanto è accaduto: «La situazione che si è verificata ieri all’Aquila con parecchie persone che si sono radunate in Piazza Duomo ad aspettare una scossa preannunciata da sedicenti esperti è emblematica dello stato di paura che c’è ormai da qualche mese in città». E ancora: «La prima cosa da fare in caso di terremoto è quella di cercare di mantenere la calma. Quindi, per prima cosa evitare di prestare fede a notizie non accreditate». L’accostamento tra la paura per una scossa che ha lesionato decine di palazzi in centro e in periferia, e gli annunci infondati di Giuliani, insomma, diventa inevitabile.

Nel corso della giornata, tutti i notiziari ribadiscono la tesi del rilascio graduale: «è una situazione che non desta preoccupazione». Con un corollario: secondo «gli esperti», proprio la scossa di 4.0 di lunedì pomeriggio potrebbe aver rappresentato il culmine dello sciame sismico, e perciò eventuali nuove scosse «non saranno superiori a quelle già verificatesi». La «crisi aquilana», pertanto, «dovrebbe terminare a breve».

La sera, quando la Commissione Grandi Rischi lascia Palazzo Silone, vengono trasmesse le prime interviste ai protagonisti della riunione. Lo stesso Bernardino De Bernardinis dichiara soddisfatto: «Non c’è un pericolo», dal momento che la comunità scientifica «mi continua a confermare che anzi è una situazione favorevole perché c’è uno scarico di energia continuo». L’intervistatore, alludendo alle origini aquilane del dirigente della Protezione Civile, lo incalza: «Intanto ci facciamo un buon bicchiere di vino di Ofena». E De Bernardinis precisa che potrebbe starci bene anche «un Montepulciano di quelli assolutamente D.O.C. Mi sembra importante». Il sindaco Massimo Cialente spiega che la riunione ha acclarato che «si tratta di uno sciame sismico che si è caratterizzato per avere un’alta frequenza ma una scarsa ampiezza. Questo vuol dire che come persone lo avvertiamo con molta intensità, però il danno sulle strutture è minore».

Ecco come una televisione locale riassume le conclusioni a cui è giunta la Commissione Grandi Rischi: «Lo sciame sismico che interessa l’Aquila da circa tre mesi è un fenomeno geologico tutto sommato normale, che non è il preludio ad eventi sismici parossistici. Anzi il lento e continuo scarico di energia, statistiche alla mano, fa prevedere un lento diradarsi dello sciame con piccole scosse non pericolose. Rassicurazioni che fanno davvero bene a tutti gli Aquilani, sull’orlo di una crisi di nervi».

Le scuole vengono chiuse per i collaudi: due di esse risultano inagibili. Ma l’assessore regionale alla Protezione Civile, Daniela Stati, si affretta a precisare che quelle due scuole sono state chiuse «più per cautela che per segnalazioni di diversa natura». L’assessore comunale alle opere pubbliche, Ermanno Lisi, a proposito di quei collaudi, parla di «poche e lievissime lesioni» registrate anche in altri edifici, «ma che non destano allarme». (Per inciso: l’Ermanno Lisi in questione è lo stesso che, a proposito del terremoto, festeggerà perché «L’Aquila si è aperta: c’abbiamo avuto culo!», e si difenderà dicendo – non è uno scherzo – che lui si riferiva al culo avuto come geometra, dunque come privato cittadino, e non come uomo delle istituzioni. Lo so: sto di nuovo parlando col senno del poi).

Giovedì 2 aprile le scuole riaprono. Si pensa, banalmente, che se solo due edifici non hanno superato i controlli di sicurezza, tutti gli altri siano stabili. E le crepe che in molti osservano, sempre più marcate, nei propri uffici, nei propri condomini, non sono preoccupanti, a detta degli esperti.

Mancano appena tre giorni al 6 aprile, e ci si sforza, nonostante un timore che resta opprimente, di stare tranquilli. Non si sospetta nulla delle inesattezze nelle ricostruzioni giornalistiche, dell’impreparazione degli amministratori locali, degli interessi della politica ad evitare di attuare seri progetti di messa in sicurezza delle strutture e validi piani di evacuazione, della complicità di scienziati privi dell’integrità morale necessaria per opporsi agli ordini che venivano loro imposti: la tesi del rilascio graduale, dell’improbabilità di un terremoto catastrofico, sembra l’unica tesi a cui sia logico credere.

L’attesa prolungata di un evento che sai che potrebbe sconvolgere la tua esistenza, ti porta inevitabilmente ad avere paura. Ma ti porta anche a pensare infinite volte a come affrontarlo, a immaginarne ogni possibile contingenza, e per ognuna una giusta reazione. E rischi così di convincerti di poter avere una forza, una freddezza di cui invece non sarai mai capace. E capita che quando quell’evento lo senti davvero prossimo, l’unica cosa che ti dà sicurezza è ricercarla in chi ti sta accanto, in chi consideri più preparato di te.

La notte tra il 5 e il 6 aprile, due forti scosse anticiparono quella delle tre e trentadue. Una poco prima delle undici, l’altra all’una meno venti. Alcuni chiamarono i vigili del fuoco per avere notizie più precise. Fu consigliato loro di restare in casa. Io sapevo che i miei genitori erano nella camera accanto, loro si convinsero a vicenda che non era il caso di uscire. All’una meno un quarto spensi la luce, e mi riaddormentai.




Lavoro&Propaganda, così Poletti smentì di nuovo se stesso

Il ministro del Lavoro annuncia ‘+79mila contratti a tempo indeterminato nel 2015’, ma anche questa volta non tiene conto delle cessazioni. L’Istat registra un aumento della disoccupazione, con un mercato del lavoro che non vede segnali di ripresa.


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Sono giorni frenetici riguardo l’andamento del mercato del lavoro italiano. Situazione dovuta alle dichiarazioni di Tito Boeri, nuovo presidente dell’Inps, sulle richieste di decontribuzione da parte delle imprese e seguite dagli annunci del governo con il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti: «Nei primi due mesi del 2015 sono stati attivati 79 mila contratti a tempo indeterminato».

Gli annunci sortiscono effetti diversi, c’è chi li esalta e c’è chi si interroga per capire cosa realmente rappresentano quei numeri. Visti i precedenti del ministro Poletti era lecito attendere la pubblicazione dei dati sulle “comunicazioni obbligatorie”, per capire se le cifre dichiarate fossero veritiere e se rappresentassero nuovi posti di lavoro creati o solo una trasformazione contrattuale di quelli esistenti. Secondo il calendario del ministero del Lavoro, la pubblicazione di questi dati sarebbe dovuta avvenire il 5 giugno, ma il ministro ha deciso di anticipare la pubblicazione con dati però incompleti in cui mancano informazioni relative alla durata dei contratti e alle cause di cessazione. Un metodo scorretto che non aiuta i cittadini a capire quale sia la reale condizione del mercato del lavoro.

Ad emergere, comunque, dall’analisi dei dati è che il proclama dei 79 mila posti a tempo indeterminato nei primi due mesi del 2015 non corrisponde al vero. Al netto delle cessazioni di rapporto (cioè le interruzioni per licenziamento, dimissioni o altro), infatti, i contratti a tempo indeterminato sono, a gennaio, 27.119 (figura 1), mentre a febbraio, 18.584. L‘incidenza dei nuovi posti di lavoro a tempo indeterminato è dell’ 8% a gennaio e del 15% a febbraio, in media solo 13 contratti su 100 sono a tempo indeterminato. A farla da padrone sono i contratti a tempo determinato che incidono rispettivamente per l’80% e il 70%, a gennaio e febbraio a conferma che il mercato del lavoro rimane caratterizzato dalla precarietà.

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Figura 1. Fonte: elaborazione propria su dati C.O. del Ministero del Lavoro. Clicca sull’immagine per ingrandire

Quindi la somma dei contratti netti a tempo indeterminato tra gennaio e febbraio del 2015 è di 45.703 e non di 79mila. Ancora una volta il Ministro comunica infatti solo le attivazioni e non anche quante sono state nello stesso intervallo di tempo le cessazioni contrattuali. Invece se si confronta il dato di quest’anno con quello dei primi due mesi del 2014, l’aumento delle attivazioni nette nel 2015 è di 64.637. Comunque il 18% in meno rispetto a quanto dichiarato dal ministro e ripreso su tutti Tg e giornali.

Vero invece che tra gennaio e febbraio 2014 le cessazioni di rapporti di lavoro a tempo indeterminato superavano le attivazioni e quindi nei primi due mesi del 2015 c’è stato un miglioramento. Quello che non possiamo dire con certezza, ma che si può comunque capire dai dati, è che quest’aumento di contratti a tempo indeterminato non rappresenta un eguale aumento di posti di lavoro stabili. Infatti, i contratti di collaborazione e altre tipologie di lavoro atipico diminuiscono tra i primi due mesi del 2015 e del 2014, quindi è possibile dire che l’aumento del tempo indeterminato è derivato almeno in parte da una trasformazione delle tipologie contrattuali. Per dare una descrizione certa sono necessarie informazioni riguardo la transizione di ogni lavoratore tra le diverse tipologie contrattuali, inormazioni contenute nelle banche dati amministrative non pubbliche.

Da cosa dipende questo miglioramento? Sicuramente dagli incentivi previsti in legge di stabilità che, per quanto riguarda il settore produttivo, sono le uniche novità interne all’Italia. Non sappiamo però quali settori sono interessati da queste variazioni, così come non sappiamo quale classe di età interessano questi contratti.

Tra l’altro esistono segnali di miglioramento nell’economia di altri paesi, come gli Usa, i quali trasmettono al governo quell’euforia circa la luce in fondo al tunnel della crisi. Tuttavia, anche questi dati sono ancora piuttosto esigui, come le previsioni di crescita del Pil del primo trimestre. Probabilmente non saranno usati con cautela nelle prossime dichiarazioni così come non verrà, ancora una volta, ascoltato il monito di Federico Caffé, economista italiano, che nel 1978 affermava: «una ripresa congiunturale senza minore disoccupazione è una mera indicazione statistica priva di ogni valido interesse».

Secondo i dati dell’indagine Istat, pubblicati martedi 31 marzo, il tasso di disoccupazione giovanile a febbraio torna ad aumentare dopo l’arresto di novembre e dicembre del 2014 (fig. 2). In termini assoluti, a febbraio il numero di occupati tra i 15 e i 24 anni diminuisce di 34 mila unità rispetto a gennaio, mentre aumentano di 11mila unità i disoccupati. Leggendo invece il confronto con il 2014, la situazione non migliora: in un anno il numero di giovani occupati è sceso di 40mila unità.

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Figura 2. Fonte: elaborazione propria su dati Istat. Clicca sull’immagine per ingrandire

Meno rassicurante è addirittura il tasso di disoccupazione femminile che aumenta ancora dello 0.9%, il tasso di occupazione rispetto a febbraio dello scorso anno cresce di un esiguo 0.1% in un anno, ma tutto sommato nei primi due mesi del 2015 diminuisce comunque.

Considerare la variazione dei dati per le donne è quanto mai interessante (Fig. 3) per dare un giudizio sulle scelte politiche degli ultimi anni nel contrastare uno dei fenomeni che maggiormente caratterizzano da sempre l’Italia: la scarsa partecipazione delle donne al mercato del lavoro. La figura ci mostra che tutti i proclami fatti sono rimasti tali e le politiche che li hanno accompagnati non hanno migliorato la situazione.

Figura 3. Fonte: elaborazione propria su dati Istat. Clicca sull’immagine per ingrandire

Figura 3. Fonte: elaborazione propria su dati Istat. Clicca sull’immagine per ingrandire

L’Istat, inoltre, da questa volta in poi, ha deciso di pubblicare le medie mobili in modo da “pulire” le informazioni dalle variazioni di breve termine che intercorrono all’interno dei trimestri. È una questione tecnica ma molto utile perché cattura l’andamento di breve periodo nei dati riducendo l’effetto delle oscillazioni contingenti e riducendo la possibilità di giocare politicamente con i numeri forniti ogni mese. Così sulla base di questa metodologia, spiega l’istituto di statistica:

«rispetto ai tre mesi precedenti, nel periodo dicembre-febbraio l’occupazione è rimasta sostanzialmente stabile, mentre il tasso di disoccupazione è diminuito di 0,4 punti percentuali, in larga misura per la risalita del tasso di inattività (+0,3 punti)».

Quindi, ad oggi, nessuna variazione degna di nota auspicante un positivo cambiamento di verso è stata registrata nel mercato del lavoro in Italia.

Autore
Dottoranda in economia presso SciencesPo, a Parigi. Mi interesso di political economy, economia della corruzione, disuguaglianze, lavoro e welfare. Attivista di Act! @martafana



“Buona scuola”: tutti i punti critici della riforma

Le funzioni poco chiare del ‘preside sceriffo’, la disparità tra docenti e i dubbi sulla valutazione del merito. Tante criticità dentro il disegno di legge e sono stati annunciati i primi ricorsi.


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Articolo in partnership con i quotidiani locali del gruppo Espresso.

Passerà alla storia come uno dei Ddl più rimaneggiati dell’Italia repubblicana. Quello sulla “Buona Scuola”, la riforma scolastica che dovrebbe essere una sorta di manifesto del nuovo corso renziano, vanta già innumerevoli cambiamenti in corso d’opera. Doveva ad esempio essere un decreto legge, ma si è trasformato in disegno; doveva eliminare per i docenti gli scatti di anzianità, per erogare solo ed esclusivamente aumenti di stipendio in base al “merito”, ed invece gli scatti di anzianità rimarranno. Ma il testo finale che domani inizia il suo percorso parlamentare presenta criticità e parti non chiare che rischiano di comprometterne la pretesa riformatrice.

Il “preside sceriffo”

Il centro della riforma renziana è costituito dalla figura del nuovo dirigente scolastico (il Preside, per intenderci). Secondo il DdL, sarà lui a scegliere gli insegnanti che dovranno prestare servizio della sua scuola. Il come, però, non manca di suscitare qualche dubbio. Non solo fra gli insegnanti ma anche fra gli stessi dirigenti.

Attualmente il dirigente scolastico deve limitarsi ad accettare nella sua scuola gli insegnanti che provengono dalle graduatorie. Sono i docenti che scelgono una rosa di sedi dove chiedere di entrare in ruolo, o essere trasferiti da altre cattedre precedenti, e ottenere le sedi desiderate per punteggio, stabilito sulla base dell’anzianità di servizio, e dei titoli posseduti (abilitazione per concorso, corsi di formazione riconosciuti, scuole di specializzazione), cui si aggiungono punteggi speciali (per i figli piccoli, avvicinamento alla famiglia, necessità di assistere parenti invalidi o invalidità del richiedente).

Una volta approvata la riforma, i docenti che verranno assunti a partire dal 2015, assieme a quelli già di ruolo che vorranno chiedere trasferimento o che perdano la cattedra nell’istituto in cui l’avevano precedentemente perché c’è stato un calo di iscrizioni e sono calate le classi, finiranno in un albo regionale o provinciale, in cui i dirigenti potranno liberamente scegliere chi ritengono più opportuno. Salterà quindi ogni punteggio di anzianità: i docenti verrano scelti solo in base al curriculum, che il dirigente valuterà a sua discrezione. Infatti il collegio dei docenti potrà indicare alcuni criteri base per l’individuazione degli insegnanti più adatti, ma tale organo avrà comunque funzione solo consultiva.

I trasferimenti fra gli istituti diverranno molto più complicati, da tutti i punti di vista, e addirittura improbabili quelli interprovinciali o interregionali: se oggi un docente X che voglia cambiare scuola o provincia può tentare ogni anno di fare domanda, contando sul fatto che prima o poi il suo punteggio di anzianità sarà tale da consentirgli di ottenere il trasferimento, con la riforma potrà solo restare in lista nell’albo, sperando che prima o poi un dirigente lo noti, cosa che potrebbe anche non accadere mai.

Se da un lato la riforma consentirà al dirigente di “ritagliarsi” o costruirsi una propria squadra di docenti, introduce però un forte margine di discrezionalità nella scelta: docenti con lunga anzianità di servizio potrebbero trovarsi sorpassati da colleghi più giovani; inoltre il fatto di iscriversi ad un albo regionale o provinciale e non poter più scegliere la sede in pratica non garantirà al docente neoassunto o che vuole trasferirsi di ottenere una sede per lui comoda, o di finire mai nella scuola desiderata.
I docenti così assunti, inoltre, avranno un contratto per tre anni, rinnovabile. Non è chiaro cosa succeda però se il contratto triennale non verrà rinnovato allo scadere del termine: rientreranno negli albi provinciali e dovranno sperare che un’altra scuola li chiami? E se non ci fossero più cattedre libere per la loro materia quell’anno o in quelli successivi? E se alla fine nessuna scuola li chiamasse e loro fossero già di ruolo, dove e come verranno impiegati?

Ugualmente non chiaro è come avverranno le selezioni: il dirigente dovrebbe considerare i curricoli di tutti i presenti in graduatoria, ed eventualmente sottoporli ad un colloquio. Ma contando che le graduatorie potranno essere formate anche dai centinaia di nomi per ogni classe di concorso, sostenere decine o addirittura centinaia di colloqui potrebbe costringere i dirigenti a sospendere ogni altra attività per mesi, senza contare poi i problemi legali che scaturirebbero per eventuali ricorsi degli scartati. La scelta poi del docente potrebbe risultare macchinosa: ora, siccome è il docente a far domanda per le varie scuole e metterle in ordine di preferenza, la scelta avviene automaticamente e il docente non può poi rifiutare la scuola in cui viene assegnato. Ma con gli insegnanti iscritti ad un albo, la faccenda cambia: il Dirigente dell’istituto X, infatti, potrebbe, a seguito della lettura del curriculum, scegliere come suo candidato ideale il professor Rossi, ma il professor Rossi potrebbe a quel punto declinare perché ha già accettato l’offerta del Dirigente Scolastico dell’istituto Y, che gli piace di più o gli è più comodo. Al che il povero Dirigente X si troverebbe di nuovo con la cattedra scoperta e dovrebbe in fretta e furia ripiegare su un docente che non è di sua scelta, ma è l’unico rimasto disponibile.

Si rischia di creare una disparità fra insegnati: infatti quelli assunti prima del 2015 ed entrati in ruolo, se non chiedono trasferimento o cambio di cattedra, potranno mantenere la titolarità nell’istituto in cui sono: tutti gli altri no, potrebbero trovarsi a diventare docenti “nomadi” costretti a cambiare sede ogni tre anni.

L’organico funzionale

Il dirigente dovrà predisporre un piano triennale in cui prevede il numero di docenti di cui avrà bisogno nella sua scuola, e che entreranno nell’organico funzionale, i cui compiti però nel decreto risultano piuttosto vaghi. L’idea è che dovrà aiutare a tamponare le assenze degli insegnanti delle classi, anche se non è bene chiaro come. Per le supplenze brevi, infatti, fino a 10 giorni, è previsto che debbano essere coperte con personale interno, anche senza tener conto del grado di scuola di appartenenza. Il che vuol dire che in un istituto comprensivo con materne, elementari e medie, in caso di assenza del professore di matematica alle medie il collega maestro alle elementari o alla materna potrebbe essere mandato in classe a fare supplenza, e viceversa. Non è ben chiaro come una maestra elementare di italiano potrebbe coprire per una decina di giorni le ore di un professore di tecnica delle medie, se non limitandosi a sorvegliare la classe, senza però garantire ore effettive di lezione, né quale qualità potrebbe garantire un professore di matematica mandato a supplire una insegnante della materna e del tutto ignaro di come si lavora con bambini di quattro anni.

Per le supplenze più lunghe non appare semplice determinare come si potrà fare. Il dirigente, infatti, per quanto accorto, non può prevedere nel 2015, all’atto di fare il piano triennale, che nel 2017 l’insegnante di musica andrà in maternità o quello di arte dovrà rimanere assente per due mesi per motivi di salute; a meno che nell’organico funzionale, per puro caso, non abbia previsto di assumere un collega di tecnica o di musica che sarà però già oberato di altri mille incarichi, non si capisce come potrà evitare di chiamare un supplente temporaneo. Il fatto che le scuole potranno consorziarsi in rete non garantisce nulla: infatti il docente di tecnica in servizio nella scuola A avrà comunque già una serie di ore in quella, e anche se chiamato dalla scuola B per supplire un assente, non è detto che riesca a farlo incastrando le ore con quelle che già ha occupate.

Chi fa parte dell’organico funzionale dovrebbe anche servire ad ampliare l’offerta formativa con corsi di potenziamento. Anche qui non è chiaro se in ore curriculari o extra, e che fine farebbero i corsi nel caso in cui il docente debba essere improvvisamente impiegato per supplire colleghi assenti per lunghi periodi.

Ancora più problematica è la facoltà data ai dirigenti di affidare gli insegnamenti di alcune materie a docenti che abbiano l’abilitazione per “materie affini”: visto che uno dei punti fondamentali della riforma era l’idea che solo chi ha superato il concorso pubblico può entrare in ruolo, come può poi un dirigente assegnare ad un docente l’insegnamento di una materia per cui non ha vinto il concorso, solo perché “affine”? Il Ddl prevede inoltre che il dirigente possa contattare e offrire di far parte dell’organico funzionale anche a insegnanti di ruolo in altre scuole. Anche qua non è ben chiaro come: con un part time? O cercando di convincerli a trasferirsi nel suo istituto? E se sì, con quali mezzi? È ovvio che non potrà offrire apertamente, come per esempio, si fa nel privato, maggiorazioni stipendiali. E allora, come? Il rischio è che nasca un vero far west, con Dirigenti che fanno promesse a docenti che “interessano” o riservano loro trattamenti di favore, mentre gli altri sono lasciati al palo.

Il problema del merito

L’altro cardine della riforma è che gli insegnanti saranno valutati in base al “merito”. Concetto molto affascinante, ma che non è chiaro a che cosa corrisponda e in che modo sarà possibile valutare. Come è già stato fatto notare da alcuni esperti, la riforma renziana è infatti carente dal punto di vista della didattica: non ci sono chiare indicazioni di cosa o come si dovrebbe insegnare efficacemente. Il merito degli insegnanti dovrebbe consistere soprattutto nella loro capacità di insegnare bene: ma per ora gli unici mezzi a disposizione sono i test invalsi, che però coprono soltanto matematica e italiano, e un sistema di valutazione di istituto che è tutto da costruire.

In mancanza di altro, il merito degli insegnanti pare ridursi alla loro disponibilità a svolgere compiti extra a scuola, come collaboratori del dirigente o per corsi pomeridiani di potenziamento o recupero.
Pare che saranno anche rese obbligatorie 50 ore l’anno non retribuite di formazione per i docenti. Ma anche qua, non essendo chiaro come saranno organizzate e su cosa dovrebbe vertere l’aggiornamento, non è dato sapere se avranno delle ricadute pratiche reali, e il rischio è che fioriscano una serie di corsi di dubbio valore offerti agli istituti o peggio proposti ai docenti che se li dovranno pagare di tasca propria per assolvere agli obblighi di legge.

Ogni docente inoltre potrà godere di un bonus di 500 euro per i consumi culturali. Anche qua non è chiaro né come verranno erogati né in base a quali criteri o pezze giustificative saranno dati i rimborsi.
Dubbi anche sulla quantità degli aumenti in busta paga legati al merito: i calcoli variano di molto: se si deciderà di premiare una ristretta rosa di pochi collaboratori del dirigente si potrebbe anche arrivare all’aumento di qualche centinaio di euro per i docenti “prescelti”, che però saranno uno o due per istituto; se invece si vorrà allargare a tutti, gli aumenti rischiano di ridursi ad una sessantina o addirittura una ventina di euro al mese in più dopo tre anni in cui si è dovuto fare di tutto e di più. Pochi per giustificare un impegno così gravoso come quello richiesto.

La riforma così impostata, inoltre, è già a forte rischio ricorsi: qualche anno fa la Corte Costituzionale, per esempio, bocciò una legge regionale della Lombardia che voleva dare ai dirigenti la potestà di scegliere i docenti. Sindacati ed associazioni hanno già annunciato ricorsi in base a questa sentenza, oltre a quelli che promettono tutti coloro che dovessero venire “scartati” alle selezioni dai Dirigenti. Si rischia insomma che le aule in cui più si discuterà della riforma renziana non siano quelle scolastiche, ma quelle di tribunale.




Europe vs Facebook: il Datagate alla Corte di Giustizia Europea

‘Se non volete essere spiati dagli Usa, chiudete i vostri account Facebook, perché la Commissione europea non può garantire la privacy’.


 Facebook Tips for High Organic Reach

Il 24 marzo 2015 si è tenuta dinanzi alla Grande Camera della Corte di Giustizia europea la prima udienza della causa C-362-14, ovvero Maximilian Schrems contro DPC (Data Protection Commissioner) dell’Irlanda.
La questione della quale si dovrà occupare la Corte europea è la seguente: l’Autorità per la protezione dei dati personali irlandese, in presenza di una denuncia di un cittadino in relazione al trasferimento dei suoi dati personali negli Usa il cui diritto si sostiene non provveda adeguate tutele, è vincolata dalla procedura prevista dal Safe Harbor, sulla base della valutazione della Commissione europea del 26 luglio 2000, oppure in alternativa debba condurre una sua propria indagine alla luce dei recenti sviluppi?

Si tratta di una questione che avrà profonde conseguenze nei rapporti tra Europa e Usa. Ma per comprenderla bene dobbiamo partire da lontano.

Europe Vs Facebook
È il settembre del 2011 quando lo studente austriaco Maximilian Schrems chiede a Facebook l’ostensione dei suoi dati che il social in blu mantiene e tratta. Quindi invia una richiesta, come previsto dalla normativa europea, utilizzando il modulo predisposto da Facebook.
Alla prima richiesta Facebook rifiuta la completa ostensione giustificandosi perché i dati erano considerati: “trade secret or intellectual property of Facebook Ireland Limited or its licensors”. Schrems insiste, e rimane allibito quando si vede recapitare, sotto forma di cd, oltre 1200 pagine in formato A4 contenenti tutto ciò che Facebook aveva conservato su di lui in 3 anni di frequentazione online. Un po’ troppo per un sito che sosteneva di conservare i dati per non oltre 90 giorni!
Inoltre, secondo Schrems alcuni di quei dati erano stati da lui cancellati, ma permanevano comunque tra quelli trattati da Facebook, evidenziando una chiara violazione delle norme in materia di privacy.

Schrems presenta 22 ricorsi per violazione della privacy al Garante competente su Facebook, il DPC (Data Protection Commissioner) dell’Irlanda (la sede europea di Facebook è in Irlanda a causa del regime fiscale decisamente più favorevole per le aziende).
A seguito dell’indagine, durata due mesi, il Garante per la privacy irlandese emette un rapporto finale nel quale predispone alcune raccomandazioni alla quali Facebook dovrà adeguarsi per essere in regola con la normativa europea, in particolare limitando il trattamento dei dati degli utenti in assenza di consenso, consentendo la cancellazione definitiva dei dati, compreso i profili inattivi.

La risposta del DPC appare insufficiente e tesa a minimizzare le gravi violazioni, ma le denunce del giovane studente austriaco ricevono un’eco inaspettata quando nel 2012 il Commissario europeo Viviane Reding cita il suo caso per illustrare la predisponenda riforma europea in materia di tutela dei dati personali.

La guerra personale di Max Schrems diventa, quindi, il paradigma della lotta degli utenti contro le multinazionali, una battaglia che però dovrebbe essere interesse di tutti, anche se i governi sono sempre piuttosto recalcitranti a prendere le parti dei cittadini preferendo non scontrarsi contro aziende che portano miliardi di investimenti. Anzi, talvolta ne prendono le difese più o meno apertamente.
La battaglia di Schrems si trasfonde fin da subito in un gruppo di pressione denominato emblematicamente Europe Vs Facebook (EvF), nel quale lavorano anche diversi giovani studenti di legge (come Schrems) e che porta avanti una serie di iniziative. Dobbiamo anche a questo gruppo, infatti, la mancata introduzione del riconoscimento facciale su Facebook, possibile negli Usa ma non consentito in Europa.

PRISM
Nel giugno del 2013, le rivelazioni di Snowden su Prism mostrano all’opinione pubblica mondiale come l’NSA ha intercettato e raccolto enormi quantità di dati degli utenti trattati delle grandi aziende tecnologiche americane (come Facebook, Google, Microsoft, Apple, ecc…). La raccolta di questi dati, secondo alcuni, sarebbe in violazione dell’accordo “Safe Harbor” che regolamenta il trasferimento di dati dall’Europa agli Usa da parte dei provider statunitensi.
La normativa europea (direttiva 46/95 art. 25) non consente il trattamento dei dati dei cittadini europei da parte di aziende che operano sotto la giurisdizione di paesi con norme non equivalenti (cioè con tutela inferiore per i diritti dei cittadini) a quelle europee.
Il Safe Harbor è un accordo risalente al 2000, al quale aderiscono aziende americane che dichiarano di rispettare standard di tutela dei dati personali equivalenti a quelli europei, in tal modo anche aziende che operano secondo normative meno tutelanti per la privacy (come quella americana) possono fare affari in Europa trattando dati dei cittadini europei.

L’adesione al Safe Harbor avviene a seguito di autocertificazione da parte dell’azienda di rispettare determinati requisiti, anche se vi è un controllo annuale della Federal Trade Commission. Le aziende possono però anche procedere con l’autovalutazione interna (in-house) o appaltarla ad aziende esterne. Facebook procede con la verifica in-house. Inoltre il SH non prevede sanzioni ma rimedi, cioè prevede solo che sia imposto all’azienda di adeguarsi.

A seguito delle rivelazioni di Snowden l’accordo Safe Harbor ha ricevuto numerose critiche anche dalle istituzioni europee, al punto che la Commissione LIBE chiese la sospensione dell’accordo per quelle aziende che procedono tramite autocertificazione, la qual cosa sarebbe disastrosa per le aziende americane. E, addirittura, nel marzo 2014 il Parlamento europeo ha approvato modifiche restrittive al trasferimento dei dati verso paesi terzi (modifiche che dovranno essere approvate dal Consiglio d’Europa). Lo stesso Cancelliere tedesco, Angela Merkel, ha espresso forti preoccupazioni sul funzionamento del Safe Harbor.

Safe Harbour

Schema funzionamento Safe Harbour

Il gruppo EvF presenta una nuova istanza al DPC irlandese, ipotizzando che Facebook (ovviamente la medesima azione avrebbe potuto essere avviata contro una qualunque azienda tecnologica americana con sede in Irlanda che aderisce al sistema PRISM, come Apple per esempio) avesse trasferito dati dei cittadini europei al di fuori dell’Unione in violazione dell’accordo Safe Harbor.
In particolare il trasferimento sarebbe illegittimo in quanto i cittadini europei non avevano consapevolezza del trasferimento di massa dei loro dati nell’ambito del sistema PRISM, e quindi qualunque consenso al trasferimento verso gli Usa risulta viziato, e i dati sarebbero eccedenti rispetto allo scopo, in violazione dell’art. 6 della direttiva 46/95.

Chiede quindi di aprire un’indagine, ma il DPC rifiuta, definendo l’azione “frivola e vessatoria”!
Secondo il DPC, infatti, la legittimità del comportamento di Facebook è garantito dall’adesione al Safe Harbor, il quale è stato ritenuto valido dalla Commissione europea al fine di autorizzare il trasferimento di dati verso gli Usa, e quindi non c’è spazio per un’indagine del DPC.
Ma EvF non demorde, e impugna la decisione del Garante rivolgendosi all’Alta Corte irlandese, la quale ribalta la decisione del DPC.
Il Giudice Hogan ritiene che, sulla base delle rivelazioni di Snowden, le prove suggeriscano che i dati personali raccolti da Facebook in Europa vengono controllati in massa e su base indistinta dalle autorità americane, e anche se Schrems non ha una prova definitiva che il Safe Harbor è stato violato, egli è però nel suo pieno diritto di opporsi al trasferimento dei suoi dati verso un paese (gli Usa) la cui tutela dei diritti dei cittadini è sicuramente inferiore a quella garantita dalle norme europee.

Corte di Giustizia dell’Unione europea
Anzi, poiché le questioni sollevate dall’Evf (che nel frattempo ha iniziato 5 azioni -contro Apple, Skype, Microsoft e Yahoo- in tre paesi differenti) sono di rilievo per tutta l’Unione Europea, l’Alta Corte irlandese rinvia la causa alla Corte di Giustizia dell’Unione europea (CGUE).
La domanda alla quale dovrà rispondere la Corte europea è: l’Autorità per la protezione dei dati personali irlandese è vincolata dalla procedura prevista dal Safe Harbor, sulla base della valutazione della Commissione europea di 15 anni fa e che autorizza il trasferimento dei dati sulla base di una autocertificazione, oppure può condurre una sua propria indagine alla luce delle nuove evidenze fattuali (scandalo PRISM) emerse nel frattempo?

Insomma, il DPC deve fare finta di nulla (ignorando anche le modifiche normative avvenute negli Usa a seguito della lotta al terrorismo -Patriot Act- che hanno consentito nuovi e più penetranti poteri da parte del governo americano), oppure lo scandalo delle intercettazioni dell’NSA deve portare ad una nuova valutazione della protezione dei dati che offre gli Usa? Specialmente in considerazione del fatto che dopo l’istituzione del Safe Harbor è entrato in vigore l’art. 8 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea:

Protezione dei dati di carattere personale: 1. Ogni individuo ha diritto alla protezione dei dati di carattere personale che lo riguardano. 2. Tali dati devono essere trattati secondo il principio di lealtà, per finalità determinate e in base al consenso della persona interessata o a un altro fondamento legittimo previsto dalla legge. Ogni individuo ha il diritto di accedere ai dati raccolti che lo riguardano e di ottenerne la rettifica. 3. Il rispetto di tali regole è soggetto al controllo di un’autorità indipendente.

In questa prospettiva bisogna tenere presente che di recente proprio la Corte europea, con la sentenza dell’8 aprile 2014, ha posto un chiaro monito contro la sorveglianza digitale di massa, invalidando la direttiva europea sulla Data Retention in quanto ritenuta sproporzionata rispetto al suo scopo, che è quello della lotta alla criminalità e quindi la tutela della pubblica sicurezza (cioè il medesimo scopo del sistema PRISM).

La CGUE dichiara illegittimo qualsiasi trattamento generalizzato o indifferenziato, cioè non mirato. La raccolta è la conservazione dei dati personali richiede una differenziazione modulata rispetto al tipo di reato, al tipo di dato e di mezzo di comunicazione, occorre una relazione specifica tra i dati da conservare e la minaccia alla sicurezza pubblica, ed in particolare la conservazione va ristretta sia temporalmente, sia in relazione agli individui coinvolti. Ed infine occorre il rispetto di garanzie essenziali quali l’autorizzazione di un’autorità giudiziaria o di un ente amministrativo indipendente. In breve, il sistema PRISM dell’NSA è proprio il tipo di raccolta di dati che la CGUE considera illegittimo.

Il 24 marzo del 2015 si è tenuta l’udienza preliminare dinanzi alla Corte di Giustizia europea, nella quale Bernhard Schima, consigliere della Commissione europea, ha dovuto ammettere che con l’attuale normativa la Commissione non può garantire il diritto fondamentale dei cittadini europei alla privacy quando i dati vengono trasferiti negli Stati Uniti. Gli Usa non hanno alcun obbligo di soddisfare gli standard europei (più elevati) in tema di privacy, e l’Europa non ha alcun mezzo giuridico per ottenere ciò.
La conclusione è stata lapidaria:

se non volete essere spiati chiudete i vostri account Facebook.

L’avvocato generale Bot consegnerà la sua opinione il 24 giugno.

Ovviamente la CGUE non è chiamata a decidere sulla legittimità del sistema PRISM, né potrebbe farlo, e neppure sulle azioni delle aziende tecnologiche americane, ma è evidente che questa decisione influirà politicamente sulla riforma della normativa in materia di tutela dei dati personali in preparazione, nonché sui rapporti commerciali e diplomatici tra UE e gli Usa, compreso le negoziazioni per il trattato transatlantico (TTIP).

Autore
Avvocato e blogger. Mi interesso di diritto applicato ad internet e alle nuove tecnologie di comunicazione. @brunosaetta



La ricerca inesistente su social network e solitudine

Un articolo di Repubblica parla di isolamento (causa anche di mortalità) dovuto ai social network, citando i risultati di un ricerca americana. Peccato però che lo studio non parli affatto dei social network intesi come Facebook o Twitter, ma come reti sociali reali, in carne ed ossa.


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Ha collaborato Angelo Romano

 

Cent’anni di solitudine. È il titolo del più famoso romanzo di Gabriel Garcia Marquez. Ma è anche una malattia della nostra era, forse “la” malattia del ventunesimo secolo: il secolo della rivoluzione digitale, degli smartphone, dei social network, delle chat, dei messaggini, di Instagram, dei videogames giocati in collettivo online, cioè di tutto quello che ci dà la sensazione di essere in contatto con il prossimo ma che di fatto contribuisce a isolarci nel chiuso delle nostre case, delle nostre vite.

Così si apre l’articolo, apparso su La Repubblica di sabato 14 marzo, intitolato Cent’anni di solitudine, nell’era dei social network non abbiamo più amici. L’autore, Enrico Franceschini, commenta le conclusioni di uno studio pubblicato su Perspectives on Psychological Science, una pubblicazione peer-reviewed della Association for Psychological Science, che nell’ultimo numero presenta una sezione speciale dedicata al tema della solitudine. Lo studio consiste in una serie di articoli in cui gli autori illustrano una sintesi delle conoscenze scientifiche sull’argomento. Dall’isolamento come comportamento adattativo, non solo nell’evoluzione dell’uomo ma anche di altre specie, alle sue possibili basi genetiche, fino alle conseguenze della vita solitaria sulla salute. Nelle conclusioni della review intitolata Solitudine e isolamento sociale come fattori di rischio per la mortalità, gli autori scrivono che «Il rischio associato con l’isolamento sociale e la solitudine è comparabile con consolidati fattori di rischio per la mortalità», tra cui l’obesità, l’abuso di sostanze stupefacenti, la salute mentale, la qualità ambientale, l’accesso all’assistenza sanitaria. E aggiungono che «le evidenze attuali indicano che l’aumentato rischio per la mortalità derivante da una mancanza di relazioni sociali è maggiore di quello dato dall’obesità».

Ed è ciò che riporta anche l’articolo di Repubblica. «La solitudine rappresenta una minaccia alla salute simile all’obesità», si legge nel pezzo. Ma già dal titolo e dall’attacco appare chiaro come Repubblica voglia spostare l’attenzione su qualcosa di completamente diverso, ovvero i social media:

Cioè di tutto quello che ci dà la sensazione di essere in contatto con il prossimo ma che di fatto contribuisce a isolarci nel chiuso delle nostre case, delle nostre vite. Passiamo sempre più tempo in compagnia di presunti amici o di perfetti sconosciuti nella realtà virtuale e di fatto sempre più tempo da soli nella nostra esistenza reale. Questo era un fatto noto. Sapevamo o perlomeno sospettavamo che fosse un malessere sociale. Adesso sappiamo che è una vera e propria malattia.

Ma da quale elemento Enrico Franceschini ritiene di poter dedurre, già in apertura del suo articolo, che l’isolamento di cui parla lo studio sia provocato da Facebook, Twitter e Instagram e che siamo di fronte, addirittura, a «una vera e propria malattia»? Non certo da una lettura della review Solitudine e isolamento sociale come fattori di rischio per la mortalità, dato che questa, così come le altre, non contiene un solo accenno ai social media o al loro utilizzo, come causa di solitudine o isolamento sociale volontario. Le uniche social networks citate sono le reti sociali delle conoscenze e dei contatti umani, misura, appunto, della condizione di solitudine o isolamento di un individuo.

L’unico riferimento ai social media è contenuto nell’introduzione della sezione speciale del numero di Perspectives on Psychological Science :

Queste tendenze si inseriscono in uno zeitgeist culturale che venera i social media, ma la scienza non ha ancora sviluppato un chiaro consenso sugli effetti della nostra iperconnessa esistenza elettronica sulle nostre relazioni sociali nella vita reale e, peraltro, se questi cambiamenti abbiano una rilevanza diretta sul benessere psicologico e/o la salute fisica.

Un’affermazione che da sola smonta titolo, introduzione e tesi dell’articolo di Repubblica.

Franceschini cita «il Times e altri giornali britannici» ed è da queste uniche fonti che trae le sue informazioni. Tuttavia nemmeno il Times parla di social media. Dall’articolo pubblicato dal quotidiano britannico Franceschini cita le parole di uno degli autori dello studio, Tim Smith:

«Stiamo vivendo al più alto tasso di solitudine della storia umana ed è un dato che si riscontra in tutto il pianeta».

Per la precisione, l’affermazione attribuita a Tim Smith, così come riportata dal Times è:

Non solo siamo al più alto tasso registrato di vita solitaria in tutto il secolo, ma siamo ai massimi tassi registrati sul pianeta . Con la solitudine in aumento, prevediamo una possibile epidemia in futuro.

Ma Franceschini scrive:

Il mondo dell’era digitale, precisa [Tim Smith] è di fronte a una vera propria “epidemia” di solitudine.

Eppure, come si può leggere dalla citazione sopra riportata, nell’articolo del Times Tim Smith non «precisa» nulla sul «mondo dell’era digitale» e non pronuncia queste parole.

Franceschini parla di elettronica e digitale anche in un passaggio sull’obesità, uno dei fattori di rischio per la salute che, come abbiamo visto, gli autori dello studio mettono a confronto con i rischi correlati alla solitudine e all’isolamento. «Per certi versi, le due malattie vanno a braccetto: mangiamo troppo e stiamo troppo soli», scrive il giornalista di Repubblica. E perché stiamo troppo soli?

Difficile non immaginare un adolescente che ingurgita fast food chiuso nella sua stanza collegato a un computer o a un tablet o a uno smartphone o a tutti e tre gli strumenti contemporaneamente.

Ora, non sapremmo dire quanto sia più o meno difficile immaginare questo scenario, quel che è certo è che gli autori della review su solitudine, isolamento e mortalità non parlano di correlazioni statistiche tra hamburger e adolescenti connessi a uno o più dispositivi elettronici.

Tutto l’articolo di Repubblica, dunque, si fonda su una argomentazione fallace per cui, poiché stiamo vivendo in un momento in cui si registra un elevato tasso di solitudine e isolamento e questo momento storico coincide con l’era digitale, dunque la responsabilità va attribuita ai social media.

E in questo contesto l’identificazione del XXI secolo come «il secolo della rivoluzione digitale, degli smartphone, dei social network» (addirittura dei «messaggini», benché fossero ormai di uso comune già alla fine degli anni ’90) e il continuo e insistente riferimento ai social media e all’«era digitale», a partire dal titolo, risultano scorretti e ingannevoli perché inducono il lettore a pensare che gli autori dello studio abbiano individuato una correlazione o, addirittura, un rapporto di causa-effetto tra un aumentato rischio per la mortalità e l’utilizzo dei social media, invece che la solitudine e l’isolamento sociale, qualsiasi siano le loro motivazioni.

Nel tentativo di dare sostegno a quanto argomentato al suo interno, l’articolo è accompagnato da una infografica che mostra i dati relativi alle attività svolte da 3 milioni di statunitensi nel tempo libero, quasi a voler costruire un’associazione tra isolamento sociale e cambiamento degli stili di vita: su 5 ore medie giornaliere dedicate al tempo libero, più della metà viene trascorsa guardando la tv, il 4% davanti a un computer. Quest’ultimo dato viene evidenziato in rosso: rispetto al 2009 si trascorrono in media 3 minuti in più davanti a un computer (13 minuti invece di 10).

Ma se nella ricerca citata si fa riferimento all’aumento dei tassi di mortalità associati a obesità e solitudine, non v’è traccia, invece, dei dati sul tempo libero. Da dove saltano fuori? Sono stati estrapolati da un saggio di Scott Wallsten intitolato Cosa non stiamo facendo quando siamo on line?, ospitato sul sito del National Bureau of Economics, citato su Repubblica come fonte dell’infografica. Ma questo documento non ha a che vedere né con i rischi dell’isolamento sociale né con la solitudine dell’era digitale. Non intende dimostrare che più tempo trascorriamo davanti a un computer, più siamo soli. Al limite, cerca di capire cosa non facciamo quando siamo on line. I dati utilizzati, inoltre, non sono stati elaborati dal National Bureau of Economics e non sono nemmeno i più recenti. La loro fonte è la ricerca American Time Use Survey, che lo United States Department of Labor svolge da diversi anni.

Ci si chiede come dei dati sull’attività svolta da 3 milioni di statunitensi possano essere generalizzati per parlare di solitudine in tutto il «mondo dell’era digitale». I comportamenti di una piccolissima parte di abitanti di una sola nazione, gli Stati Uniti, svolti in una particolare fascia giornaliera (5 ore su 24), diventano la misura del comportamento di tutti, almeno in Occidente.

Nella articolo di spalla sulla stessa pagina di Repubblica, a firma di Elena Stancanelli, la minaccia di una epidemia di solitudine da social media diventa incombente:

La prossima epidemia mortale che dovremmo affrontare sarà la solitudine. Gli uomini e le donne che verrano avranno il cuore spaccato da quel sentimento notissimo, che finora curavamo con l’amore, l’amicizia, il sesso, il cibo, i libri. Non basteranno più, sembra. […] Abbiamo inventato social in cui accumulare amici, o chat nelle quali incontrare più gente possibile.

In uno scambio su Twitter con Antonio Casilli, professore associato presso la Télécom ParisTech, Franceschini ha risposto così:




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