Renzi: “Abbiamo recuperato 153mila posti di lavoro”. Ma non è vero

Il premier continua a sostenere dati ‘trionfalistici’ sull’occupazione. I dati Istat parlano chiaro. Il rischio per le testate giornalistiche su Twitter di farsi megafono della propaganda politica.



Durante l’intervista a Rtl 102.5 di questa mattina, il presidente del Consiglio ha sostenuto che

Quella del tweet è una cifra presentata da Matteo Renzi in diverse occasioni da inizio novembre: a Brescia all’assemblea degli industriali, al G20 in Australia. Anche il ministro Maria Elena Boschi, durante un incontro a Piacenza l’8 novembre scorso, ha parlato di questi 153 mila posti di lavoro “creati” dal governo Renzi, solo che in questo caso a cambiare è la tempistica. Infatti per la ministra questo risultato sarebbe stato raggiunto in “tre mesi” e non in sei.

Tralasciando che i “posti di lavoro” recuperati sono per lo più precari e che il mercato del lavoro rimane in grande sofferenza (con la disoccupazione che continua a salire), questo dato non corrisponde comunque alla realtà è utilizzato come pura propaganda. Come hanno già verificato IlFattoQuotidiano.it e Pagella politica la cifra infatti cambia a seconda di dove si decide di partire per contare:

Il governo Renzi si è insediato a fine febbraio 2014, quando gli occupati erano 22 milioni e 318 mila; l’ultimo aggiornamento Istat indica la presenza di 22 milioni e 457 mila occupati nel mese di settembre. L’aumento febbraio-settembre è quindi pari a +139 mila unità. Incuriositi dal numero preciso ma sbagliato citato dal Presidente del Consiglio, abbiamo confrontato settembre con gli altri mesi del 2014. L’aumento di 153 mila unità si riscontra rispetto ad aprile, ma se si decide di partire da marzo (primo mese pieno di attività del governo) l’aumento è stato meno della metà, “appena” +70 mila.

Il presidente del Consiglio prendendo come punto di partenza il mese di aprile ha reso «sproporzionato – continua Pagella politica – il risultato positivo, dal momento che quel mese ha registrato l’occupazione più bassa del periodo del governo Renzi».

Come scrive sempre Pagella Politica:

L’aumento degli occupati quest’anno si ferma a 96 mila unità, meno di due terzi del livello indicato da Renzi. Se non avesse scelto furbescamente di partire dal punto più basso della serie storica, avremmo concesso un “C’eri quasi” al Premier, visto che abbiamo comunque riscontrato un aumento di quasi 140 mila occupati dal suo insediamento. E invece, nella decisione arbitraria di scegliere aprile come punto di partenza per accentuare i risultati positivi, vi ravvisiamo quel precipuo esempio di manipolazione del dato che Pagella Politica vuole combattere. “Nì” per Renzi.

I posti di lavoro e gli occupati non sono la stessa cosa. I primi sono un flusso, e la creazione di un certo numero di posti di lavoro deve essere considerato al netto dei posti di lavoro persi nello stesso periodo di riferimento. Inoltre un occupato può avere più di un posto di lavoro. È generalmente più utile confrontare il livello dell’occupazione piuttosto che i posti di lavoro.

Da Il Fatto Quotidiano*

Il tweet di Matteo Renzi è stato infatti ritwittato dall’account del Tg di La7. A questo punto si pone un altro problema. Ma perché un organo d’informazione riprende pari pari un’affermazione di un politico senza verificarla? Non si presta in questo modo alla propaganda?  

*Dopo un confronto nei commenti ritengo che questo box  possa creare confusione, perché ad esempio il dato degli inattivi si usa in maniera non del tutto corretta. Non si può stabilire quanti di questi “70.000″ inattivi in meno siano rientrati nei disoccupati e quanti invece abbiano trovato lavoro e si siano quindi spostati nel conto degli occupati.
Al di là di tutto, comunque, quando si analizzano dati di questo tipo è più corretto ragionare in termini di tassi che in valore assoluto. L’Istat, infatti, ha risposto alla mia richiesta di informazioni in merito, spiegando che «per il profilo temporale è più corretto fare riferimento ai tassi (occupazione, disoccupazione, inattività) in quanto i valori assoluti scontano l’effetto popolazione che nel medio lungo periodo può produrre distorsioni nella lettura dei dati».

Autore
"Non è il caso né di avere paura né di sperare, bisogna cercare nuove armi." Gilles Deleuze @andreazitelli_



Lotta alla disoccupazione: i lati oscuri del Jobs Act di Renzi

Lo scorso aprile il Presidente del Consiglio disse che la disoccupazione aveva i giorni contati. La riforma del lavoro tra proteste dei sindacati, il fallimento della ‘Garanzia Giovani’ e l’ennesima stangata nei confronti dei freelance.


Articolo in partnership con Fanpage.it

Da quando Matteo Renzi ha scalzato Enrico Letta e si è insediato a Palazzo Chigi, il Jobs Act è sempre stato presentato come la soluzione per sconfiggere la disoccupazione, sia generale che giovanile (arrivate rispettivamente al 12,6% e al 42,9%), e rimettere in carreggiata il disastrato mercato del lavoro italiano.

Dopo qualche mese di tentennamenti, estenuanti dibattiti sull’articolo 18 e schermaglie tra Renzi e i leader sindacali, lo scorso 8 ottobre doveva essere il giorno in cui #cambiareverso al lavoro. Mentre al Senato, dove era in corso la discussione sul provvedimento blindato dalla fiducia, volavano libri sopra la testa di Pietro Grasso e i “dissidenti” del PD riconoscevano amaramente la loro sconfitta politica, Matteo Renzi stava parlando al vertice sulla disoccupazione giovanile a Milano e incassava le pacche sulle spalle di Angela Merkel e degli altri leader europei.

La cancelliera tedesca, davanti ai colleghi europei, ha riconosciuto che l’Italia “sta facendo un passo importante” con il Jobs Act: “L’Italia sta adottando iniziative molto importanti per combattere la disoccupazione”. Gli elogi sono arrivati anche dal segretario generale dell’Ocse, Angel Gurria che ha parlato di un provvedimento che “può portare benefici a tutta la popolazione, alimentando la creazione di lavoro e riducendo la disoccupazione”. Il giudizio della Commissione Europea, invece, è stato molto meno positivo: “Se migliorerà il funzionamento del mercato del lavoro dipenderà dal disegno dei necessari decreti attuativi”.

(Foto via Flickr)

L’approvazione al Senato è stato un grande successo politico per Matteo Renzi – un successo, però, macchiato dalla bagarre che è scoppiata in Senato. Secondo un retroscena, Renzi si sarebbe lamentato con i suoi collaboratori in questi termini: “Per il Jobs Act abbiamo avuto i complimenti di tutta Europa. Avete sentito quello che ha detto la Merkel? Gli unici che non si rendono conto della situazione sono i senatori del Pd, o meglio i ribelli del Pd. Sono fuori dal mondo”.

A più di un mese di distanza da quella giornata il Jobs Act è fermo alla Camera, lo scontro tra Renzi e i sindacati si è inasprito parecchio e le manganellate della polizia contro i lavoratori delle acciaierie di Terni dello scorso 29 ottobre – compresa la rabbiosa reazione del segretario della Fiom Maurizio Landini – hanno indubbiamente segnato un cambio di passo importante.

Alla fine di ottobre la Fiom ha proclamato uno sciopero generale contro “le misure contenute nel ‘Jobs Act’ e per rivendicare scelte diverse di politica economica e industriale”, e il 14 novembre scenderà in piazza a Milano. Lo stesso giorno movimenti sociali, precari e studenti manifesteranno in diverse città con l’iniziativa #scioperosociale. E anche la Cgil (che il 25 ottobre dice di aver portato in piazza San Giovanni un milione di persone) ha annunciato uno sciopero generale di otto ore per il prossimo 5 dicembre.

In vista di questa forte agitazione sindacale, dunque, rimane una domanda: qual è la situazione sul fronte del lavoro a nove mesi dall’insediamento di Matteo Renzi alla Presidenza del Consiglio?

(Renzi incontra i sindacati. Foto via Flickr)

ASPETTANDO IL JOBS ACT

Ad oggi il Jobs Act “completo” praticamente non esiste: ci solo provvedimenti singoli (come il decreto Poletti, o “prima parte del Jobs Act”, sui contratti a termine) e una delega molto ampia, quasi tutta in bianco e con indicazioni piuttosto generiche che deve passare alla Camera ed essere attuata dal governo, sempre che nel frattempo il panorama politico rimanga immutato.

Al netto degli annunci e dei countdown, tra le poche misure concrete sul lavoro c’è appunto il decreto Poletti, approvato lo scorso marzo e convertito in legge ad aprile. La maggiore “novità” contenuta nella norma è l’acausalità dei contratti a termine (ossia: non è più necessario fornire una ragione per l’assunzione) e la loro prorogabilità per tre anni. Queste previsioni hanno sollevato molte critiche, legate soprattutto al possibile aumento della precarietà in un mercato del lavoro già spaventosamente precarizzato.

Matteo Renzi è passato sopra a queste critiche e, all’inizio di settembre, ha descritto il decreto come un grande successo che “ha portato dei risultati verificabili e immediati con un aumento dell’occupazione”. Quando poi all’inizio di novembre sono usciti gli ultimi dati dell’Istat sul mercato del lavoro, che registrano l’aumento sia di disoccupazione che occupazione, alcuni esponenti del governo hanno twittato la loro soddisfazione.

Leggendo bene i numeri, però, c’è molto poco di cui essere soddisfatti. Anzitutto, come ha rilevato questo post di Marta Fana sul suo Tumblr, “l’aumento del numero di occupati non indica automaticamente che le condizioni del mercato del lavoro migliorano”. Anzi: basta fare riferimento ad altri dati per vedere come il mercato del lavoro sia ancora in estrema sofferenza.

(La tabella dell’Istat sui dati destagionalizzati di settembre 2014)

Proprio ieri l’Inps ha comunicato che a ottobre 2014 le imprese hanno chiesto 118 milioni di ore di cassa integrazione, con un aumento del 19.3% rispetto a ottobre 2013. Nei dieci mesi del 2014, inoltre, si è già raggiunti quota 937 milioni di ore, e con ogni probabilità alla fine dell’anno si sforerà quota un miliardo.

I lavoratori, inoltre, continuano a non vedere nessun miglioramento delle proprie condizioni occupazionali:

ne è conferma – scrive ancora Marta Fana – l’andamento delle retribuzioni orarie e per dipendente che rispetto all’inizio dell’anno frenano, dimuinuendo dello 0.3% rispetto a gennaio 2014. Non migliora neppure il potere d’acquisto delle famiglie (nonostante la scarsa inflazione) che rispetto a un anno fa diminuisce ancora dell’1.5%.

Tornando sull’aumento dell’occupazione,  il Sole 24 Ore scrive che questo miglioramento è “dovuto essenzialmente alla diminuzione del numero di inattivi (cioè persone che da scoraggiate si sono rimesse a cercare un impiego e lo hanno trovato, seppur precario e bassa qualità)”. E sulla qualità dell’impiego si è soffermata anche la segretaria confederale della Cgil, Serena Sorrentino, facendo notare che

più di 400mila attivazioni che si sono registrate nell’ultimo trimestre sono durate solo un giorno e che oltre 900 mila contratti sono durati meno di un mese. Il che porta a dire che, proprio per questo, l’intervento contenuto nel Jobs Act che guarda alla riforma del mercato del lavoro dovrebbe cancellare quelle forme contrattuali che rendono possibile un’occupazione così precaria.

I dati del Ministero del Lavoro, inoltre, confermano la tendenza dell’aumento del lavoro precario: nel secondo trimestre del 2014 il 70% circa delle assunzioni è stato formalizzato con contratti a termine, mentre solo il 15.2% con contratti a tempo indeterminato.

Sul decreto Poletti, insomma, Renzi potrebbe aver cantato vittoria troppo presto. Come aveva detto l’economista Tito Boeri, stiamo pur sempre parlando di un incremento – tutt’altro che rivoluzionario – dell’“occupazione temporanea, precaria, che abbassa la produttività media e che è destinata a sparire rapidamente, appena i momentanei incrementi di domanda che hanno indotto le aziende a prorogare i contratti verranno meno”.

(Foto via Flickr)

Sulla seconda parte del Jobs Act, che invece dovrebbe essere quello vero e proprio, per ora ci sono solo dei principi e degli indirizzi che dovranno concretizzarsi nei mesi successivi. Secondo il giuslavorista Piergiovanni Alleva questi indirizzi sono comunque “molto negativi” e tenderebbero alla creazione di un “lavoro che sarà usa e getta, non tutelato, non tutelabile e pesantemente sottopagato, anche rispetto ad adesso”.

Tra le proposte critiche che ha evidenziato Alleva ci sono il demansionamento dei lavoratori “in caso di processi di riorganizzazione aziendale” (previsione che il giuslavorista definisce senza mezzi termini “mobbing libero”), i licenziamenti più facili e la “forte restrizione degli ammortizzatori sociali, che smentisce tutto il discorso della ‘flexsecurity’”.

Uno dei punti forti del provvedimento, infatti, dovrebbe essere la nuova indennità di disoccupazione (chiamata “Naspi“) che viene erroneamente descritta come “universale”. In realtà, come ha scritto l’Associazione 20 Maggio in un report molto dettagliato sui “veri effetti del Jobs Act sui precari”,

L’universalizzazione degli ammortizzatori sociali sarà estesa solo ad altri 46.577 collaboratori coordinati e continuativi (quelli con più di 3 mesi di contributi versati). Se dovesse prevalere la nostra teoria che i contratti a progetto verranno trasformati dalle aziende in co.co.co. allora la platea che potrebbe accedere all’Aspi, in aggiunta a quella attuale, crescerebbe fino a 317.656 (46.577 co.co.co. + 267.079 co.pro.). Rimangono esclusi circa trecentomila lavoratori parasubordinati e a partita iva iscritti alla gestione separata, i lavoratori autonomi iscritti all’ex Enpals e tutti i liberi professionisti.

Alleva, dal canto suo, sottolinea anche un altro punto critico della Naspi: “È previsto il criterio della proporzionalità tra il lavoro che hai svolto e l’indennità che prendi. Come dire, quanto più hai lavorato in passato, tanto più lunga sarà l’indennità di disoccupazione che prendi. Questo è un criterio assolutamente antisociale, contrario agli interessi dei precari di cui Renzi parla tanto”.

In effetti, nel videomessaggio dello scorso 19 settembre rivolto ai sindacati Renzi si era idealmente rivolto a “Marta,” precaria di 28 anni, per garantirle che non rimarrà una cittadina di serie B.

(Nel video: la risposta della “precaria Marta” a Matteo Renzi in vista dello “sciopero sociale” del 14 novembre.)

A giudizio di Alleva, tuttavia, i giovani non dovranno aspettarsi assolutamente nulla da questo Jobs Act: “I contratti precari resteranno, altrimenti il decreto Poletti non lo facevano. In secondo luogo c’è solo il vecchio discorso della decontribuzione dei premi per chi trasforma i contratti a termine in contratti a tempo indeterminato. Ma con i contratti a termine acausali il datore di lavoro non ha alcun interesse a farlo: prende semplicemente un altro lavoratore con il contratto a termine. Non vedo nessun meccanismo di stabilizzazione”.

(Foto via Flickr)

GARANZIA GIOVANI: STORIA DI UN FALLIMENTO ANNUNCIATO

Per contrastare la disoccupazione giovanile, lo scorso primo maggio l’Italia aveva fatto partire Garanzia Giovani – un’iniziativa europea finanziata per un miliardo e mezzo di euro che dovrebbe favorire l’inserimento lavorativo dei giovani tra i 18 e i 29 anni. Il Ministro del Lavoro Giuliano Poletti si era mostrato entusiasta di questo programma, definendolo una “novità straordinaria” e addirittura il “prototipo delle nostre politiche attive per il lavoro”.

A qualche mese di distanza, come ha scritto Dario Di Vico sul Corriere delle Sera, “ci stiamo pericolosamente avvicinando a un clamoroso flop”. Il report ufficiale aggiornato al 9 ottobre mostra come i giovani registrati siano 237mila, di cui solo 53.800 “presi in carico e profilati”. Se però si considera che i Neet under 29 in Italia, secondo i dati dell’Istat, superano i 2 milioni di persone, le adesioni rappresentano una quota irrisoria della platea potenziale.

Un discorso analogo si può fare per le “occasioni di lavoro” pubblicate sul portale. Ad oggi sono poco più di 17mila ma, come ha detto il giuslavorista Michele Tiraboschi, “basta scavare un po’ più a fondo per accorgersi che il sito governativo non fa altro che rimbalzare offerte presenti su altri siti”.

Se poi si va a vedere la tipologia di lavori disponibili, il quadro che ne esce non potrebbe essere più deprimente. Questa, ad esempio, è una grottesca lista delle “offerte” compilata da Il Messaggero:

Offresi stage per parrucchiera purché «esperta nella colorazione, taglio e acconciatura». Cercasi portiere di notte in un albergo a Cortina d’Ampezzo per le due settimane a cavallo tra Natale Capodanno, ma «non si offre alloggio». Si seleziona un addetto ai servizi di igienizzazione di una banca: orario di lavoro dalle 16 alle 16,45 dal lunedì al venerdì. E poi c’è chi cerca una segretaria amministrativa full time, di età non superiore a 26 anni, diplomata, per uno stage a 500 euro al mese. Oppure chi ha bisogno di un ingegnere, con laurea magistrale in economia/ statistica/ingegneria gestionale che conosca molto bene l’inglese e abbia esperienza nel settore di almeno 2-3 anni per un contratto di sei mesi full time. Chi necessita di commessi al banco di macelleria con padronanza di inglese, francese e tedesco, o di analisti programmatori con esperienza decennale.

In tutto ciò ancora non si sa ancora quanti giovani abbiano iniziato a lavorare o fare uno stage grazie alla Garanzia Giovani. “Il flusso di dati”, spiegano dal Ministero del Lavoro, “tra centri per l’impiego provinciali e portale nazionale non arriva a questi dettagli, ci stiamo lavorando su, entro fine novembre troveremo una soluzione”.

Le distanze dai numeri ventilati da Poletti – “900mila giovani che nell’arco di 24 mesi riceveranno un’opportunità di inserimento” – rimangono dunque siderali. Il motivo delle difficoltà di questo programma risiederebbe principalmente nel fatto, come ha scritto Michele Azzu su L’Espresso, che “la competenza dell’attuazione del programma sta nelle mani delle regioni,” che fanno un po’ come pare loro (alcune hanno presentato anche due o tre progetti diversi).

Il rischio è che tutto si perda “nel marasma burocratico dei tanti livelli amministrativi che intercorrono tra ministero e regioni italiane” e che, in definitiva, si buttino dalla finestra una marea di soldi.

(Renzi in visita alla sede di Twitter. Foto via Flickr)

NEL GARAGE DI RENZI NON C’È POSTO PER I FREELANCE

E se sulla Garanzia Giovani il governo non sta dicendo praticamente più nulla, sul lato del lavoro indipendente (autonomi, freelance, atipici, partite Iva, ecc.) la situazione è, se possibile, ancora peggiore.

Negli ultimi anni questo segmento del mondo del lavoro è cambiato moltissimo, e oggi non solo è abbastanza difficile da decifrare, ma anche da contare: secondo l’Inps sono 900mila, per il Ministero delle Finanze 1.3 milioni, per l’Istat 1.5 milioni e per il Cnel ben 3.5 milioni. Parliamo comunque di milioni di lavoratori che sono invisibili sia per la politica che per i sindacati, e ancora adesso devono scontare odiosi pregiudizi legati alla falsa equazione “lavoro autonomo = evasione fiscale”.

Con l’arrivo di Matteo Renzi – che ha sempre sbandierato la sua fascinazione per i giovani startupperoi che Cambiano Il Mondo E Sconfiggono La Crisi – si sperava che questa tendenza potesse essere invertita e che finalmente qualcuno riconoscesse “l’esistenza e la legittimità delle nuove forme di lavoro”, specialmente per i più giovani.

Secondo l’analisi dello scorso 10 ottobre dell’Osservatorio Partite Iva del Dipartimento delle Finanze, “ai giovani fino ai 35 anni è dovuta quasi la metà [il 49%, nda] delle nuove aperture”. Nel mese di agosto 2014 ci sono state “4.439 persone fisiche, pari al 26% del totale delle nuove aperture di partite Iva, che hanno aderito al regime fiscale di vantaggio per l’imprenditoria giovanile e lavoratori in mobilità”. L’anno precedente, riporta Pagina 99, “queste adesioni sono state 136.551, e il 36,6% delle aperture sono relative alle persone fisiche Under 35”.

La riforma del lavoro è incredibilmente silente su questo tema. “Il Jobs Act non ha niente che veda qualche interessamento nei nostri confronti”, afferma Anna Soru, presidente di Acta (Associazione Consulenti Terziario Avanzato). “Renzi ha parlato di ‘apartheid’, di insider e outsider, però comunque definisce il perimetro del lavoro includendo solo quello dipendente. Tutto quello che è fuori da questo non è considerato”.

A dire il vero, un “interessamento” dell’esecutivo verso le partite Iva – e più precisamente verso il regime dei minimi – c’è stato nella legge di stabilità. Solo che la misura proposta non va esattamente incontro alle esigenze dei millennials.

Come spiega Linkiesta,

Fino a ieri, i giovani fino a 35 anni che aprivano una partita iva potevano usufruire del cosiddetto regime dei minimi: per cinque anni, se avessero guadagnato meno di 30mila euro, avrebbero pagato solo un sostituto d’imposta del 5%. Con la riforma del governo, il regime dei minimi è stato esteso a tutti, senza limitazioni di età, sino a 40mila euro, per dieci anni. Tuttavia, si è allargata pure l’aliquota, che è cresciuta fino al 15%. Ottime notizie per chi guadagna dai 30 ai 40mila euro, pessime per chi ne guadagna 15mila.

E ci sono davvero pochi dubbi sul fatto che un meccanismo del genere colpirebbe maggioramente i “lavoratori della conoscenza” e i giovani. Giusto per fare un esempio, un architetto di 28 anni con 10.500 euro di compensi annui pagherebbe all’incirca 1.460 euro, ben 240 euro in più degli attuali.

(La tabella di confronto tra i due regimi fatta dal Sole 24 Ore.)

Persino il sottosegretario all’Economia Enrico Zanetti ha parlato di norme da rivedere, proponendo poi un emendamento che prevede un’aliquota stabile del 7/8%.  “Sarebbe un passo in avanti che permetterebbe di dare un segnale positivo a oltre un milione di partite Iva”, ha spiegato il sottosegretario a Il Messaggero. “È vero che avremmo un’aliquota leggermente più alta di quella attuale, ma in cambio la tassazione forfettizzata verrebbe resa stabile”.

Se da un lato si è intervenuti, dall’altro nulla è stato fatto per bloccare l’aumento dei contributi alla gestione separata dell’Inps (che Anna Soru considera una forma di “apartheid fiscale”) deciso dal governo Monti. Attualmente l’aliquota è al 27.72% (dieci anni fa era circa al 14%), ma nel 2019 arriverà al 33.72% – una stangata che rischia di travolgere moltissimi lavoratori autonomi.

(L’aumento della contribuzione all’Inps per le partite Iva. Grafico via Linkiesta)

Se si eccettua questa (non troppo gradita) attenzione, i freelance semplicemente non esistono nella riforma del lavoro. Anna Soru trova questa esclusione “sconcertante”, ed evidenzia anche come la classe politica e sindacale non abbiano minimamente colto la natura di quello che Sergio Bologna ha definito il “lavoro autonomo di seconda generazione”.

“Siamo quelli che stanno pagando un prezzo molto alto da questa crisi”, prosegue Soru. “Stiamo sperimentando un calo di commesse, del lavoro, dei pagamenti. Ma non abbiamo nessuna tutela, e men che meno i famosi 80 euro. Come freelance non siamo mai stati rappresentati in Parlamento, e questo chiaramente lo scontiamo. Siamo poco presenti anche nei sistemi di rappresenza tradizionali. Noi siamo in mezzo e ci becchiamo le fregature degli uni e degli altri”.

Insomma, non è semplicemente vero che questa riforma – come informa un’infografica del Governo Renzi – “non lascia indietro nessuno”. Ma dopotutto non c’è da stupirsene troppo: questa affermazione arriva da un esecutivo il cui premier ha rassicurato sul fatto che la disoccupazione ha i giorni contati.

“Vedrete che nei prossimi mesi torneremo sotto la doppia cifra”, ha promesso Matteo Renzi davanti ai giornalisti.

Era il primo aprile del 2014 quando l’ha detto.

Aggiornamento del 14/11/2014: Il 13 novembre Matteo Renzi ha dichiarato che “il primo gennaio entreranno in vigore le nuove regole sul lavoro in Italia. È un grandissimo passo in avanti”. Il premier ha anche assicurato che alla Camera non verrà posta la fiducia sul provvedimento, poiché la minoranza del Pd si è impegnata a votarlo.

Autore
Coraggio, il meglio è passato. @captblicero



L’Italia tra alluvioni, frane e valanghe: i numeri di un continuo disastro annunciato

In 100 anni si contano più di 10.000 tra morti, dispersi e feriti. L’82% del territorio nazionale è a rischio idrogeologico, per metterlo in sicurezza ci vorrebbero 40 miliardi, ma lo Stato italiano in 20 anni ne ha messi appena 8.


Articolo in partnership con Fanpage.it

Alluvioni, frane e valanghe che sommergono persone e città. L’ultimo caso è Chiavari, in Liguria, con il centro storico allagato ieri notte dopo un’ondata di maltempo e persone tratte in salve dai sommozzatori dei Vigili del Fuoco. Un territorio in gran parte in dissesto, quello italiano, caratterizzato anche da spregiudicatezza nelle costruzioni di case ed edifici. Oggi il governo Renzi presenta “Gli stati generali contro il dissesto idrogeologico“. L’obiettivo, dicono gli organizzatori, è «far si che le nostre città non siano più indifese» verso questi fenomeni atmosferici. Ma la mappa del dissesto idrogeologico in Italia è allarmante, con i governi e gli enti locali che negli anni non sono stati all’altezza o hanno sottovalutato la gravità della situazione.

Il caso Genova

Appena un mese fa Genova e provincia venivano sommersi da fango e detriti. Nel capoluogo ligure, dopo una grande pioggia, sono esondati alcuni torrenti che attraversano la città, come il Bisagno e il rio Ferragiano. Una stima precisa dei danni economici deve essere ancora fatta, ma si parla «di 10 milioni di euro per la viabilità nella città metropolitana di Genova, 2 milioni e 500 mila euro di interventi urgentissimi, 7 milioni di somma urgenza». Inoltre, la Regione ha calcolato un costo per la parte pubblica di 250 milioni, mentre le associazioni di categoria hanno stimato in 100 milioni i danni per le attività commerciali e produttive. Oltre il dato economico, c’è anche anche quello umano con un morto e circa 100 famiglie sfollate dalle loro case dopo l’alluvione. Dei 2400 negozi chiusi per l’alluvione, ad oggi la metà è riuscita a riaprire.

Un identico dramma si era verificato nel 2011, con Genova e provincia travolte dal fango, dopo una grande alluvione. Quella volta i morti furono sei, con negozi e attività imprenditoriali distrutti. Stesse le cause a quasi tre anni di distanza: cementificazione selvaggia e mancata gestione dell’assetto idrogeologico del territorio, con anni e anni di «sperperi e appalti inutili».

«Secondo il catalogo storico dal Cnr-Irpi (Istituto di ricerca per la protezione idrogeologica) – scrive Tgcom 24 – dal 1970 frane e inondazioni hanno causato oltre 100 tra morti e dispersi, 49 feriti e più di 10.000 sfollati e senzatetto». Sono mancati interventi adeguati. Nel 1970, dopo l’ennesima inondazione di fango, l’onorevole Ciriaco De Mita disse che il Bisagno era «un’emergenza nazionale». Passati quarant’anni, però, non sono state realizzate adeguate operazioni per sistemarlo. Ritardi e problemi che, come scrive Gian Antonio Stella sul Corriere della sera, hanno coinvolto anche altre zone del territorio italiano:

Da quella del Seveso a quella dell’Arno, da quella del Tagliamento («Si discute sulle soluzioni da 48 anni, con 41 milioni da spendere») a quella di Sarno e di Quindici. Dove nel maggio 1998 morirono, travolte dal fango, 160 persone.

“Sapevamo che sarebbe accaduto”

Sardegna, novembre 2013. (via Flickr)

“Sapevamo che sarebbe accaduto”. La maggior parte della volte i drammi causati dal dissesto idrogeologico si concludono con questa frase. Partendo dalle Isole, l’alluvione in Sardegna di un anno fa è stata una vera e propria strage: 16 morti, fra le vittime 4 bambini. Tutti sapevano quali rischi stesse correndo il territorio da almeno due anni. Il sindaco di Olbia, Gianni Giovannelli, aveva infatti scritto all’allora governo Monti l’8 novembre 2011. La missiva era indirizzata anche al prefetto di Sassari, alla direzione nazionale della Protezione civile, al presidente della Regione Sardegna, all’assessore regionale ai Lavori Pubblici. Nella lettera, pubblicata da Panorama, il sindaco segnalava un «significativo rischio idrogeologico» riscontrato dopo un sopralluogo del Genio civile e della Protezione civile regionale che, «pur raccomandando l’attuazione del piano predisposto dal Comune» non aveva assunto, al pari di quella nazionale, «alcun impegno al riguardo». Giovannelli chiedeva, quindi, «al fine di evitare la perdita di vite umane», che gli fosse concesso di derogare al Patto di Stabilità e spendere i fondi a disposizione del Comune (circa 32 milioni di euro a fronte dei 27 stimati per gli interventi necessari) per mettere in sicurezza la zona. Ma l’acqua è arrivata prima della risposta del governo.

Senigallia, maggio 2014. (via Flickr)

Dinamiche e voci inascoltate si ripetono anche nel Centro Italia. Dopo l’esondazioe del 2011, a Senigallia era già nato il “Comitato alluvionati Misa“, grazie al quale sono stati recuperati tutti i documenti che attestavano come da allora in poi non si fosse mai smesso di cercare di portare l’attenzione sui rischi idrogeologici della zona. Eppure, «a seguito della prima alluvione non è stato poi effettuato nessun intervento di rinforzo degli argini o di pulizia dell’alveo del fiume». A renderlo noto è un consigliere comunale Roberto Paradisi, parlando di “responsabilità gravissime” in merito alla gestione dell’emergenza dovuta all’alluvione del maggio scorso che ha colpito Senigallia e l’entroterra della Valmisa e in cui hanno perso la vita due persone.

Parma, ottobre 2014. (via Flickr)

Anche a Parma, colpita duramente dall’alluvione dello scorso 13 ottobre, che ci fossero problemi si sapeva da tempo. Già nel 2011 era stata approvata una cassa d’espansione per il torrente Baganza, opera che però non è mai stata realizzata. Se fossero stati stanziati gli appositi fondi da Regione e governo forse sarebbe stato possibile evitare il disastro che ha colpito 9 mila famiglie e circa mille abitazioni. Eppure, un ex assessore provinciale, Andrea Fellini, aveva segnalato la situazione al governo più volte, anche con una lettera inviata il 4 agosto in cui riferiva ai ministri competenti le criticità della zona e gli interventi necessari, tra cui proprio la realizzazione della cassa d’espansione per il Baganza. Lettera che non ha mai ricevuto risposta.

I numeri del dissesto idrogeologico

Il bollettino dei danni e dei morti causati dal dissesto idrogeologico in Italia è pesantissimo. Nell’ultimo rapporto (del 2013) Ance Cresme, intitolato “Dobbiamo avere paura della pioggia?“, c’è scritto che in poco più di 100 anni si contano 12.600 tra morti, dispersi e feriti: «Tra il 2002 e il 2014 ci sono stati 293 morti. Solo l’anno scorso 24». Il rapporto spiega che l’82% del territorio nazionale è a rischio idrogeologico, con «oltre 5 milioni e 700 mila di cittadini che vivono in un’area di potenziale pericolo». Tra il 2001 e il 2013 questo dato è cresciuto del 5,1%.

A essere in pericolo sono anche luoghi ritenuti più sicuri, come scuole e ospedali. Il rapporto Ance Cremse denuncia come su 64.800 edifici scolastici, «6.400, cioè uno su dieci, siano situati in un’area a rischio frana o alluvione». Lo stesso discorso vale anche per le strutture sanitarie, visto che sono oltre 500 ad esse costruite in zone a rischio.

Una situazione di scarsa sicurezza dovuta anche a una cementificazione continua che ha coinvolto nel tempo tutto il territorio nazionale. «Nel 1961 l’Italia aveva 50 milioni di abitanti, nel 2011 sono diventati 57. Il 12 per cento in più. Nello stesso periodo però le case sono passate da 14 a 27 milioni. Con un aumento di circa il 100 per cento», spiegava Alessandro Trigila, ricercatore dell’Ispra (Istituto superiore per la protezione dell’ambiente), all’Espresso, un anno fa. Se poi si pensa che, come riporta Legambiente, solo tre Comuni su cento informano i cittadini su come prevenire e arginare i rischi, il quadro diventa ancora più preoccupante. Ma la battaglia al dissesto idrogeologico potrebbe portare «sviluppo economico ed occupazione», come sottolinea Marco Gisotti sulla Stampa, basandosi su un documento dei ministeri dell’Ambiente e delle Politiche Agricole.

Nella cartina sotto si possono vedere dati e numeri divisi per Regioni del rischio dissesto idrogeologico in Italia.

Lo studio Ance Cremse si conclude con il calcolo dei danni provocati in Italia da terremoti, frane e alluvioni, dal 1944 al 2012: una cifra che si aggira intorno ai 61,5 miliardi di euro, circa 1 miliardo all’anno. Numeri che stridono con l’attuale stato dei lavori di riqualificazione del territorio italiano. Il governo, infatti, ha reso noto che dal 2009/2010 ad oggi quasi l’80% degli interventi è ancora bloccato.

Come è intervenuto lo Stato

Nel 2012, l’ex ministro dell’Ambiente, Corrado Clini, disse che per contrastare il dissesto idrogeologico sulla totalità del territorio nazionale ci vorrebbero 40 miliardi in 15 anni. L’attenzione dello Stato italiano, però, verso questo enorme problema non è stata costante e decisa. I fondi erogati dal 1991 al 2010 dallo Stato, secondo Confartigianato su dati del ministero dell’Ambiente e ANBI, per la prevenzione sono stati 8,4 miliardi di euro, a discapito di un costo per interventi di riparazione di 22 miliardi nello stesso periodo di tempo.

A luglio, il governo Renzi ha presentato una struttura di missione contro il dissesto idrogeologico coordinata da Erasmo D’Angelis, politico del Pd che si occupa di tematiche ambientali. Gli impegni sono di sbloccare 3.395 cantieri per la messa in sicurezza del territorio con una spesa prevista di 4 miliardi. Nei bilanci dello Stato il governo ha trovato risorse per 2,4 miliardi di euro non spesi dal 1998, che De Angelis ha promesso di trasformare in cantieri per ridurre stati di emergenza territoriali. A questi si dovrebbero aggiungere 1,6 miliardi di euro – stanziati dal Cipe nel 2012 per opere urgenti di fognature e depuratori nelle regioni del Sud da concludere entro il 2015 – ancora non spesi né impegnati. Gian Luca Galletti, ministro dell’Ambiente, inoltre, si è posto l’obiettivo di prevedere nuove risorse dal Fondo sviluppo e coesione 2014-2020 per una cifra di 9 miliardi di euro: «Dobbiamo semplificare drasticamente le procedure, eliminare la burocrazia, per evitare che i cavilli blocchino opere indispensabili per il territorio».

Soldi e cantieri ad oggi però racchiusi ancora dentro promesse politiche. Nel mentre, critiche al governo per un lavoro non all’altezza della situazione sono arrivate da associazioni ed enti locali. Paolo Buzzetti, presidente dell’Ance (associazione nazionale costruttori edili), in audizione davanti le commissioni Bilancio della Camera e del Senato, ha criticato l’assenza di investimenti pubblici nella legge di Stabilità approvata dal governo a metà ottobre, come quelli per contrastare il dissesto idrogeologico: «I numeri sugli investimenti pubblici, -11% nel 2015, -8,8% nel 2016, +0,6% nel 2017, parlano chiaro, la politica economica non trova negli investimenti in infrastrutture un fattore di rilancio dell’economia».

Un giudizio negativo alla manovra del governo Renzi è arrivata anche dalle Province. Questi enti locali, ridimensionati dalla legge Delrio, hanno tra i loro compiti anche interventi contro il rischio idrogeologico. La legge di Stabilità prevede tagli per 1 miliardo nel 2015, di 2 miliardi l’anno seguente e di 3 miliardi nel 2017. Con questa drastica riduzione di risorse l’Upi (Unione province italiane) ha denunciato l’impossibilità «di potere assicurare il riscaldamento nelle scuole, lo sgombero della neve, la messa in sicurezza delle strade, la tutela del territorio e dell’ambiente».

Lo Sblocca Italia, approvato in via definitiva al Senato lo scorso 6 novembre, all’articolo 7 prevede di poter attingere al fondo per lo sviluppo e coesione per far fronte ai danni nelle zone colpite duramente dal maltempo, come il territorio di Genova e provincia. Lo stanziamento era inizialmente di 50 milioni di euro. In commissione Ambiente era stato raddoppiato, ma dopo il passaggio del testo in Commissione Bilancio della Camera i soldi sono stati nuovamente dimezzati. Il presidente della commissione Ambiente, Ermete Realacci (Pd), ha definito «insufficiente» l’attuale cifra: «Chiederemo che le risorse vengano trovate nella legge di Stabilità». Nel testo sono presenti anche deroghe al codice degli appalti (e altre misure) per i lavori (sotto la soglia comunitaria di 5,2 miliardi di euro) come la messa in sicurezza delle scuole e dissesto idrogeologico. In questo modo si vuole rendere più veloci la realizzazioni di opere non rinviabili.

Infine, c’è una proposta di legge (la n. 1233) presentata nel giugno 2013 che punta ad escludere dai vincoli del patto di stabilità le spese a qualsiasi titolo sostenute dagli enti territoriali per interventi di messa in sicurezza, manutenzione e consolidamento di territori esposti a eventi calamitosi e per gli interventi fatti per agevolare la riduzione del rischio sismico, idraulico e idrogeologico. L‘esame del testo è iniziato a marzo scorso presso la commissione Bilancio della Camera. In un dossier della Camera su questa proposta di legge viene però sottolineato che mancherebbero le coperture economiche per una simile operazione. La questione è stata comunque in parte affrontata nelle legge di Stabilità del 2014 (governo Letta), che dal 1° gennaio 2015 ha previsto il subentro dei presidenti delle Regioni ai commissari straordinari. In questo modo anche le risorse giacenti nelle contabilità speciali passano nella disponibilità dei bilanci regionali per interventi di contrasto al dissesto idrogeologico. Queste spese saranno escluse dal patto di stabilità.

 

 

 

Autore
"Non è il caso né di avere paura né di sperare, bisogna cercare nuove armi." Gilles Deleuze @andreazitelli_



Facebook censura una vignetta satirica sul Sindacato di Polizia

Bloccato l’account di Marco Tonus dopo la pubblicazione di una immagine sul caso Cucchi. Eppure non è stata violata alcuna regola del social network.


L’assoluzione per insufficienza di prove in Appello al processo Cucchi ha avuto grande eco la scorsa settimana. È uno di quei casi, ormai tristemente da “Manuale per l’impunità”, in cui un fermato o un detenuto muore, e circostanze, colpe e responsabilità s’impantanano nell’iter processuale. Allo stato attuale, oggi dire di fronte alla Legge “Stefano Cucchi è stato ucciso” suona bizzarro. Un errore di sistema. E l’evidenza delle foto di Stefano, così come le ricostruzioni della sequela di manchevolezze e atrocità - ben spiegate da Bianconi sul Corriere - nulla valgono in tribunale.

In questo scarto disumano trovano terreno le dichiarazioni negazioniste di Gianni Tonelli, segretario del sindacato di polizia Sap, che ha scaricato la responsabilità sulla “vita dissoluta” e le sue “conseguenze”, come se l’essere dissoluti assolvesse i pubblici funzionari dall’articolo 13 della Costituzione, che tutela la libertà personale. Intervistato dal Garantista, Tonelli ha inoltre negato i pestaggi, rincarando, se possibile, la dose: “Lo hanno detto tutti i periti”.

Il disegnatore satirico Marco Tonus (che collabora anche con Valigia Blu), ha preso spunto dalle dichiarazioni di Tonelli per pubblicare sul suo profilo Facebook un’immagine satirica, in concomitanza con la Giornata dell’unità nazionale e delle forze armate.


Il giorno dopo – 5 novembre, caro a tutti i fan di V per Vendetta - intorno alle 11 Tonus ha scoperto che il suo account Facebook era stato bloccato temporaneamente per 24 ore, con rimozione dell’immagine.


Siccome un utente bloccato temporaneamente può comunque usare la chat di Facebook, tra i contatti di Tonus si è sparsa notizia dell’accaduto. Ad alcuni che, per protestare, hanno ricaricato l’immagine sui propri profili, è arrivata la notifica di “materiale insensibile”.


Il problema della rimozione, è che, pur consultando gli Standard della comunità Facebook, è impossibile sapere perché l’immagine è stata rimossa. Il rimando è generico, e lascia dunque all’interpretazione del singolo la scoperta del motivo, senza dare risposta certo. Può essere che molti utenti abbiano segnalato il contenuto, ritenendolo offensivo. Oppure la causa va ricercata nell’utilizzo non autorizzato del logo “Sap” (Proprietà intellettuale), seppure con l’intento di rielaborazione satirica*. Oppure può essere una qualunque altra ragione, chi può saperlo? Nel momento in cui viene eseguito, l’inappellabilità del provveddimento va di pari passo con la non conoscibilità delle ragioni che lo hanno motivato.

In questo quadro, l’esercizio del diritto di satira rischia di essere minato a priori, perché se la satira è l’arte dell’effrazione per eccellenza, avendo come bersaglio il potere, su Facebook non può avere percezione dei limiti da sfidare, anche quando scatta la punizione. Se Tonus, per dire, volesse conformarsi per evitare nuovi blocchi, cosa dovrebbe rimuovere dell’immagine? La bandiera italiana? I riferimenti a Cucchi? O il logo del Sap? Dovrebbe procedere per tentativi? L’unica soluzione certa sarebbe non pubblicare immagini satiriche.

In ogni caso, una volta terminato il blocco Marco Tonus ha fornito su Facebook la propria versione dei fatti.

Ps
Merita d’essere menzionata, a margine, la breve conversazione avvenuta tra me e Tonus via chat Facebook prima della pubblicazione dell’immagine.
“Dammi parere onesto e sincero.”
“Vuoi sapere se è buona o se ti querelano?”
“Tutte e due.”
“È ottima e forse ti querelano.”

*in realtà questa ipotesi è da scartare perché altrimenti Tonus avrebbe ricevuto una segnalazione specifica in merito.

Autore
Maestrino saccente. @matteoplatone



L’incomprensibile guerra degli editori a Google News

Gli editori incapaci di innovare si scagliano contro il servizio di aggregazione di notizie, che non ha pubblicità e garantisce un flusso di lettori ai siti anche del 40%.


Continua la guerra delle news che vede contrapposta l’intera editoria europea da un lato e Google, come fornitore del più utilizzato motore di ricerca online, dall’altro.

L’oggetto del contendere è il servizio Google News che inserisce i titoli degli articoli giornalistici con un breve estratto (2 righe) e il link al giornale online. Secondo gli editori questo modo di fare è un “furto”, Google “ruba” le news facendo “enormi” profitti, senza pagare nulla agli editori.
Per questo motivo è da anni che gli editori europei provano a costringere i rispettivi governi ad introdurre una nuova norma che obblighi Google a pagare una sorta di “tassa” per ogni aggregazione, cioè per l’inserimento di un titolo con un link.

Google News
In realtà la questione è un po’ forzata da parte degli editori. Innanzitutto Google News non presenta alcuna pubblicità, cioè l’attività di aggregazione delle news non gli porta alcun introito diretto così sconfessando l’argomento principale degli editori. Di contro Google consente agli editori di monetizzare gli estratti tramite Google Adsense (circa 6,5 miliardi di dollari distribuiti agli editori partner nel 2011).
Google News, inoltre, non riporta certo la notizia per intero, ma solo il titolo, un breve estratto (circa 2 righe) e il link alla fonte della notizia sul giornale online. Sotto questo aspetto non c’è alcuna violazione delle attuali norme sul diritto d’autore, non trattandosi di una rassegna stampa parassitaria, ma della citazione di abstracts per categorie. Infatti a tutt’oggi in Europa non si è ancora trovata una norma che Google violerebbe col suo comportamento, per questo gli editori pretendono che i governi ne creino una ad hoc. Da cui il nomignolo di Google tax per queste proposte di legge.

L’unico appunto sollevabile contro Moutain View potrebbe essere sotto il profilo della concorrenza sleale e l’eventuale abuso di posizione dominante. Ma se la posizione dominante è indubbia (ma Google è un motore di ricerca non un editore), tale posizione è stata ottenuta lecitamente, e finora, nonostante numerosi procedimenti aperti, non è stato provato alcun abuso.
Anzi, invece di ridurre il numero di visite verso il giornali, secondo numerosi studi Google News sembra alimentare il flusso dei visitatori, apportando un aumento medio superiore al 20%. Uno studio di Pew Research del 2011 quantificava tale vantaggio per gli editori nell’ordine del 30% (circa 10 miliardi di visite). Per fare un paragone teniamo presente che Facebook veicola solo il 3-8% di visitatori verso i giornali.

Guerre di news locali
E la conferma che Google News è un vantaggio per gli editori, viene proprio dagli stessi editori. Infatti nel 2006 in Belgio un giudice condannò Google a pagare per l’aggregazione delle news, forzando non poco la norma applicata. Come conseguenza Google bloccò le notizie sia su Google News che sul motore di ricerca principale, apportando una riduzione di circa il 20% dei visitatori ai giornali. Questi fecero rapidamente marcia indietro pregando Google di reindicizzare i loro contenuti.

Nel 2009 anche il magnate dei media Murdoch prese posizione contro Google, bloccando l’indicizzazione delle notizie da parte del motore di ricerca. Tre anni dopo Murdoch è tornato sui suoi passi ammettendo che essere lasciati fuori da Google vuol dire perdere troppi lettori, nel caso specifico ammise una perdita fino al 40%.

Nel 2013 gli editori in Germania ottengono la riforma delle norme sul diritto d’autore, con l’introduzione di un nuovo diritto connesso. La Leistungsschutzrecht, più comunemente nota come Link Tax o Google tax, prevede un compenso per l’utilizzo di notizie altrui, comprese le anteprime, a meno che non si tratti di un frammento, senza però specificare quando si è in presenza di un frammento.
La genericità della norma, probabilmente scritta volutamente in tal modo (così che siano gli stessi editori a stabilirne la portata), porta ad un’immediata reazione da parte di Google, che chiude letteralmente tutte le news in Germania a meno che un editore non sottoscriva una espressa richiesta di voler apparire su Google News, nel qual caso l’editore deve rinunciare a qualsiasi diritto connesso.

Fin dal primo momento centinaia di editori tedeschi hanno rinunciato al compenso preferendo apparire sul motore di ricerca, ritenendo maggiori i vantaggi legati al flusso di visitatori che veicola Google. Solo alcuni editori hanno continuato la loro battaglia, ritenendo che la mossa di Google fosse un inaccettabile “ricatto”, di più, “un’estorsione” (strano, avrebbero dovuto essere contenti che il “furto” era cessato!).
Queste sono le parole utilizzate dagli editori per descrivere le scelte imprenditoriali di Google. Pensiamoci bene, Google fornisce un servizio gratuito agli editori, che apporta un flusso di visitatori considerevole, e che gli editori possono monetizzare anche, a fronte di un guadagno solo indiretto da parte di Google. Pare abbastanza ovvio che se Google dovesse pagare per ogni titolo con link, probabilmente il servizio non converrebbe più. E un servizio che non conviene, che va in perdita, per quale motivo dovrebbe essere tenuto aperto? Ma per gli editori è un ricatto. Sarebbe interessante capire cosa farebbe un editore di un giornale sempre in perdita.

Comunque, alcuni editori tedeschi hanno avviato una causa all’antitrust contro Google chiedendo l’11% dei suoi profitti mondiali dalla ricerca (ricordiamo che su Goole News non c’è pubblicità quindi in teoria sarebbe l’11% di zero!), richiesta respinta perché non è stato provato alcun abuso da parte di Google.
Alla fine la scelta di Google ha costretto gli editori tedeschi a rinunciare ai loro compensi per diritti connessi, ed è di questi giorni la notizia che anche Axel Springer ha capitolato, ammettendo che il traffico era crollato del 40% dal motore di ricerca e dell’80% da Google News (forse gli editori dovrebbero pagare Google per il servizio che rende loro).

Anche in Spagna il governo ha approvato una Google tax, imponendo agli aggregatori di news l’obbligo di un compenso per gli editori a prescindere dalla quantità di testo citato (basta uno snippet). Quindi colpisce tutti coloro che inseriscono dei link, così finendo per minare pesantemente la diffusione delle informazioni online. E questo nonostante il Garante per il mercato abbia sottolineato che potrebbe determinare gravi conseguenze per la libertà di impresa, precisando che il problema si potrebbe risolvere fornendo un’opzione di esclusione (ovviamente l’opzione già c’è, ma gli editori non vogliono usarla!).
Comunque, a questo punto è facile immaginare la risposta di Google. Di nuovo, perché dovrebbe tenere aperto un servizio in perdita? È la legge del mercato, cosa che i politici, troppo occupati a garantire le posizioni di privilegio, sembrano non capire.

Guerra europea
Nonostante i tentativi locali di far pagare Google per il “privilegio” di pubblicare link ad articoli di giornali, e le rimostranze degli editori contro l’invio da parte di Google di miliardi di visitatori ai medesimi giornali, si siano rivelati un enorme fallimento, le istanze degli editori sono giunte fino alla Commissione europea (sempre pronta a recepire le istanze dell’industria, come per ACTA, per il TTIP, ecc…).
Il Commissario all’economia digitale Oettinger, infatti, vorrebbe introdurre una tassa sulla proprietà intellettuale. Non è chiaro se intende estendere a tutta l’Europa la fallimentare Google tax tedesca, oppure si riferisce a qualcosa di diverso ma sempre avendo come riferimento la cattiva Google che non paga i diritti d’autore (eppure al momento non c’è nessuna norma in Europa che Google sta violando). Potrebbe essere interessante vedere le conseguenze dello spegnimento di Google News per tutta l’Europa…

Editoria in crisi
A questo punto è palese che il problema per gli editori non è il “furto” da parte di Google, perché l’editore che vuole evitare il “furto” può fare come fece Murdoch (e come hanno fatto i giornali in Brasile), cioè inserire una apposita direttiva nel file robots.txt così impedendo al motore di ricerca di indicizzare il giornale. Si tratta di un’operazione banale che anche un ragazzino sa come fare. Eppure nessuno degli editori (tranne Murdoch) lo ha fatto, hanno preferito lamentarsi fino ad ottenere la sponda dei rispettivi governi e improbabili modifiche legislative, senza pensare che Google è un’azienda che lavora (come l’editore) per guadagnare, se deve andare in perdita (pagando ingenti compensi) allora chiude il servizio.

Quindi, nessun furto, nessun ricatto, ma banalmente l’incapacità di riuscire a rapportarsi con le nuove tecnologie. L’editoria è in profonda crisi perché non riesce a trovare un modo per far pagare i suoi servizi, e invece di cercare di migliorare i servizi, andando incontro ai cittadini, invece di abbracciare le nuove tecnologie (come fanno aziende come Google), invece di investire denaro in ricerca, preferisce andare a lamentarsi dal governo per ottenere fondi, provvidenze, oppure, visto che siamo in tempo di crisi e anche i governi sono a corto di soldi, nuove assurde e ridicole norme che impongano tasse sulla vacca grassa di turno, cioè Google.
Insomma la solita vecchia storia del commerciante di ghiaccio al tempo dei frigoriferi, purtroppo qui ci sono anche i governi che fanno da sponda alle richieste degli editori. Il business model attuale dell’editoria europea è quella del bambino frignante che si nasconde dietro alla gonna della maestra lamentandosi degli altri bambini, certo deve essere piuttosto difficile dover ammettere di essere incapaci di reggere in un mercato senza aiuti statali (diretti, o indiretti cioè sottratti a forza a Google), molto più facile è additare l’azienda che invece è riuscita a cavalcare meglio di tutto le nuove tecnologie.

Il presidente della FIEG lo dice chiaramente:

in Francia Google ha accettato di pagare una una tantum, che ha chiuso ogni contenzioso con gli editori. Gli editori francesi si sono poi pentiti della soluzione. A noi l’idea di questa una tantum, di un condono tombale non piace. Chiediamo si paghi in modo trasparente e con continuità.

Una tassa versata da Google con continuità, questo vogliono, in modo che possano garantirsi la sopravvivenza senza doversi preoccupare di innovare, di guardare al futuro. E poi qualcuno si chiede perché l’Italia è sempre all’anno zero, digitalmente parlando.

E per quanto riguarda la Francia? È stato l’unico paese a mettersi d’accordo con Google, che ha pagato 75 milioni per l’innovazione digitale dell’editoria. Gli editori francesi si sono pentiti? Forse, ma nel frattempo sono gli unici che hanno preso qualcosa, mentre in Germania e Spagna per il momento non hanno ottenuto nulla, se non un crollo delle visite.

Autore
Avvocato e blogger. Mi interesso di diritto applicato ad internet e alle nuove tecnologie di comunicazione. @brunosaetta



Tassare Google? Ecco perché è una cattiva idea

Il presidente Fieg, Maurizio Costa, pensa i tempi siano maturi anche in Italia per una imposta sui link. Ma sarebbe un boomerang.


Nella sua intervista a Repubblica, il presidente Fieg Maurizio Costa rilancia l’idea di una “Google tax” in Italia. I tempi sono maturi, si legge, per varare una norma che costringa il gigante di Mountain View a “pagare le tasse per la quota di profitti che realizza in Italia” e, insieme, una somma agli editori per avere in sostanza il privilegio di poterne indicizzare gli articoli, con link e anteprima, sul suo servizio Google News.

Ma è una pessima idea, soprattutto se – come pare di capire – il modello è la norma approvata in Spagna la scorsa settimana. Non c’è solo il più che probabile contrasto con la normativa comunitaria, che all’epoca della proposta avanzata da Francesco Boccia motivò il niet di Matteo Renzi via Twitter. Più al fondo, è l’idea stessa di tassare un link e rendere obbligatorio esigere un prezzo per ogni riutilizzo perfino di “frammenti non significativi” di informazione a snaturare l’essenza stessa di Internet, e limitarne fortemente il potenziale innovativo, generativo e creativo. Senza contare la pletora di altri commi liberticidi infilati qua e là dal legislatore spagnolo, dalla restrizione della nozione di “copia privata” – cioè a uso personale, senza scopo di lucro – alla sospensione per via amministrativa dei domini non solo di chi ospiti contenuti illegali, ma anche (e di nuovo) di chi li linki.

Inutile premettere, come fa Costa, che si è “del tutto favorevoli allo sviluppo della Rete e del digitale”: più che le intenzioni, parlano i fatti. E che accadrebbe se, seguendo la stessa logica, Google lasciasse il nostro Paese – come ha minacciato di fare proprio in Spagna – o peggio ancora chiedesse al contrario una somma ai produttori professionali di news per essere indicizzati? Qui l’argomento del monopolio, che pure c’è, non vale: anche i tutori del copyright, di questa idea di copyright, operano incontrastati. Se di ricatto dunque si deve parlare, non è certo unilaterale.

Guardiamo piuttosto alle conseguenze. La principale è che a rimetterci sarebbe proprio quell’industria delle notizie che la Fieg sostiene di voler mantenere in vita senza “nessuno spirito di rivalsa” e senza arroccamenti su “posizioni conservative”. Costa afferma poi che gli editori non si accontenterebbero nemmeno di una soluzione alla francese, in cui Google paghi una quota una tantum – 60 milioni di euro, nel caso di specie: “chiediamo si paghi in modo trasparente e con continuità”. Ossia, come in Germania.

Peccato che, è notizia delle scorse ore, proprio nell’oasi ideale di Costa il principale gruppo editoriale, Axel Springer, abbia annunciato l’abbandono della Google tax. Motivo? Il prevedibile crollo del traffico, che del resto ha portato gli editori tedeschi a una più generale, e tragicomica, retromarcia fornendo in sostanza a Google una licenza gratuita per continuare a fare come prima.

Costa dice giustamente che c’è bisogno di più trasparenza per l’operato dei colossi web, a partire dalla annosa ma irrisolta questione del “filtro” che seleziona ciò che vediamo e sappiamo online – e che troppo spesso finisce per legittimare esperimenti sui comportamenti, le emozioni e perfino le preferenze politiche di noi utenti a nostra insaputa. Ma cercare di trasformare Internet in un mezzo di comunicazione più simile alla carta stampata – tentativo in atto anche tramite il ddl diffamazione che contiene inopinate misure per ottenere rettifiche a prescindere dalla veridicità di ciò che si vuole rettificare, e un oblio mal compreso e peggio implementato – non servirà a dare più ossigeno ai polmoni in affanno dell’industria editoriale.

Il rischio, al contrario, è che l’unico effetto sia una riduzione ulteriore degli spazi di libertà online, già seriamente compromessi dalla minaccia della sorveglianza indiscriminata globale e da un contesto di crescente censura e propaganda in rete.




Diritto all’oblio, libertà di espressione, diffamazione: tutti i guai della sentenza Google

Se privacy e oblio sono usate per ‘manipolare’ la propria web reputation.



Diritto all’oblio
La Corte di Giustizia europea, con la ormai famosa sentenza Costeja del 13 maggio in materia di diritto all’oblio (right to be forgotten), ha aperto la stura alle più improbabili richieste di rimozione di dati presenti online. Già di per sé la sentenza in questione non è chiarissima e dà adito a numerosi dubbi, ma evidentemente, anche per come è stata spiegata dai media (si è parlato di rimozione di dati), è stata recepita come l’attribuzione al titolare dei dati del potere assoluto di gestione degli stessi.
In realtà, come ha scoperto di recente il pianista Dejan Lazic, le cose non stanno proprio così.

Lazic, come ci racconta Fabio Chiusi, ritiene che tutti, artisti, politici, ecc…, dovrebbero poter “alterare gli archivi secondo le proprie opinioni e gusti”, modificare quindi le notizie in base alle proprie personali esigenze. Non si tratta, continua il pianista, di invocare la censura, quanto piuttosto di mantenere il controllo della propria immagine personale.
Ovviamente la valutazione di una performance è questione piuttosto soggettiva, per cui se Lazic ritiene che l’articolo del critico musicale Anne Midgette fosse ingiusto (diffamatorio, meschino, supponente e irrilevante artisticamente), dal suo canto il critico ribatte che l’esecuzione del pianista non era all’altezza rispetto a passate esibizioni. Chi ha ragione? O, meglio, nel conflitto tra la libertà di espressione del critico e la tutela della reputazione dell’artista, quale viene prima?

Web reputation
Perché, a ben vedere, non si tratta più, o non solo, di diritto all’oblio, quanto piuttosto di web reputation. Uno dei problemi principali in un dibattito di questo tipo, infatti, è la confusione che si genera, con sovrapposizione dei vari argomenti, come è ad esempio accaduto col disegno di legge in materia di diffamazione da poco approvato al Senato (dovrà tornare alla Camera).
In tale ddl si affiancano norme sul “diritto all’oblio”, cioè un aspetto della diritto alla privacy, alla riforma della diffamazione a mezzo stampa.
Ma la diffamazione riguarda la pubblicazione di dati falsi, mentre l’oblio concerne la pubblicazione di dati veri, con ciò accomunando cose completamente diverse.

Quindi, innanzitutto occorre comprendere che la privacy (ormai residuale) tutela le informazioni private, la data protection, invece, riguarda i dati personali che possono essere sia pubblici che privati, mentre invece il diritto all’oblio (più correttamente diritto alla reputazione) non ha nulla a che spartire con la diffamazione, laddove il primo concerne la pubblicazione lecita di dati personali veritieri per i quali però, a causa del trascorrere del tempo, non risulta più necessaria (a fini informativi o giornalistici) la permanenza online.
In questa prospettiva è scorretto vedere alla sentenza CGUE (e al ddl diffamazione) come se introducessero per la prima volta il diritto all’oblio, istituto già presente anche in Italia, e di formazione giurisprudenziale. La novità piuttosto sta nel fatto che la Corte europea ha precisato come anche i motori di ricerca, a dispetto della direttiva ecommerce che prevede una serie di esenzioni per i fornitori di servizi online, siano da considerare “controller” (titolari del trattamento) e quindi devono rispettare la normativa sulla data protection (e quindi il diritto all’oblio).

Sentenza Costeja
La sentenza Costeja è stata accolta da alcuni ambienti come la panacea di tutto i mali, lo strumento universale per poter ripulire la reputazione macchiata da arresti, condanne, o semplicemente critiche, sulla base della propria insindacabile opinione. Come ci spiega Mantellini, il diritto all’oblio è il perfetto meccanismo di rimozione dalle responsabilità, la suprema ipocrisia del chiudere gli occhi e nascondere il passato, per poi riproporsi gattopardescamente sempre uguali a se stessi.
In un paese digitalmente arretrato come l’Italia, il diritto all’oblio è anche la riscossa per i malati di individualismo capaci di parlare per ore del nulla in televisione ma assolutamente inidonei ad un dibattito che implica l’obbligo di ascoltare l’altro, il bavaglio perfetto per quell’archivio universale che conserva tutto. Un colpo di spugna è via, sempre lì perfettamente immobili a ripercorrere costantemente gli errori del passato che però nessuno ci potrà mai rinfacciare.

La sentenza Costeja autorizza i privati a chiedere ai motori di ricerca la rimozione dei link alle pagine (deindicizzazione) contenenti i propri dati personali quando, nonostante siano leciti e veritieri, appaiano inadeguati, irrilevanti o non più rilevanti. Ma essa appare profondamente inidonea nel momento in cui sembra accentuare più l’aspetto individuale (tutela della reputazione del singolo) rispetto a quello collettivo (libertà di espressione o diritto di cronaca), sfumando eccessivamente i confini tra privacy e diffamazione. Ed è questo aspetto che ha determinato l’accomunare del diritto all’oblio alle ipotesi di diffamazione (portando alle aberrazioni del ddl citato sopra), in quanto entrambe proteggono la reputazione.
Nella sentenza della Corte europea non si fa riferimento all’art. 11 della Carta europea, né al 10 della Convenzione dei diritti dell’uomo, da cui l’impressione che la libertà di espressione sia considerata una limitazione del diritto alla reputazione, un mero “interesse” del pubblico a trovare informazioni.

Ordinamento europeo
In realtà è la stessa normativa europea ad apparire inadeguata, nel momento in cui l’art. 9 della direttiva 95/46/EC prevede esenzioni per i provider che trattano dati personali solo per scopi giornalisti o artistici o letterari. L’eccezione si applica solo se necessaria per conciliare il diritto alla privacy e il diritto alla libertà di espressione.
È quindi l’ordinamento europeo che non riesce a garantire sufficientemente la libertà di espressione specialmente nei casi in cui si va oltre l’attività giornalistica (ad esempio nell’ambito delle discussioni accademiche), ed anche una tutela per le aziende che sono coinvolte nella diffusione online delle informazioni, come gli intermediari.

La Corte europea sembra ben felice di delegare il potere decisionale sulle libertà fondamentali nel settore delle telecomunicazione a delle aziende private. A fronte di un chiaro obbligo di fare qualcosa, si dimentica, però, che vi è il riconosciuto rischio di fare troppo, senza alcuna possibilità di emenda non essendo previsti ricorsi.
Non è la prima volta che viene sottratta una delicata materia al controllo dei giudici (ad esempio per le violazioni del copyright), e lo strumento (notice and take down) è il medesimo, per comprendere che ci troviamo nella stessa ottica, cioè nell’ambito di una privatizzazione dei diritti, con particolare enfasi, ancora una volta, per i diritti individuali rispetto, e in prevalenza, a quelli collettivi.
Purtroppo non è nemmeno chiaro (e in tal senso la sentenza non aiuta) in quale modo il motore di ricerca debba stabilire la (ir)rilevanza dei dati, non c’è un parametro oggettivo di riferimento (ad esempio, dopo quanto tempo il politico, per il quale la protezione dei dati personali è ovviamente ridotta, torna ad essere un privato cittadino?), a differenza dei casi di diffamazione, e la stessa Google si lamentò che nelle richieste di deindicizzazione in molti casi manca il contesto generale in assenza del quale è difficile trovare un equilibrio dei diritti in competizione.

Ma, non solo le aziende private non sono ben equipaggiate per tali complesse valutazioni, esse mancano anche delle necessarie garanzie di indipendenza ed imparzialità. Il loro fine primario è il profitto, non certo la tutela dei diritti dei cittadini, e nel momento in cui il primo andrà in conflitto coi secondi è ovvio aspettarsi che l’azienda si preoccuperà più degli azionisti che dei cittadini. Occorre prendere atto che quella sul diritto all’oblio non è una banale operazione tecnica, occorre coniugare memoria collettiva e storia individuale, giudizio pubblico e identità personale, occorre una valutazione umanistica che non può essere lasciata nelle mani di aziende private.

Come detto sopra, inoltre, il meccanismo è sostanzialmente uguale a quello per le rimozioni in caso di violazione del copyright, meccanismo che si è rivelato in più occasioni passibile di abusi e scarsamente trasparente.
Il risultato sarà la riscrittura della storia, l’alterazione degli archivi online, e il costante scadimento della cultura e della memoria collettiva nell’Unione europea (la sentenza si applica solo ai paesi europei).
Luciano Floridi senza mezzi termini sostiene:

è orripilante, in un paese liberale e democratico, orientato alla socialdemocrazia come l’Europa, che tutto questo sia stato lasciato nelle mani di una società privata (qui l’intervista di Antonio Rossano).

Monopolio
Non si ha una completa comprensione del problema se non si tiene presente che la sentenza Costeja ha di fatto messo nelle mani di Google la gestione della memoria collettiva. Il motore di Mountain View gestisce ormai oltre l’80% delle ricerche online lasciando le briciole agli altri. Google, più volte accusata di posizione dominante, dopo un primo momento di incertezza, si è prodigata per venire incontro ai desiderata dell’Unione europea in un più che probabile do ut des, realizzando un modulo per inviare le richieste di rimozione, alimentando un dibattito interno ed esterno, e soprattutto coinvolgendo esperti al fine di “progettare” il diritto all’oblio.

Quello che non si rimarca, però, è che il risultato di tutto ciò sarà rendere impossibile a qualsiasi altra azienda avviare un nuovo motore di ricerca, e quindi entrare in concorrenza con Google, a causa del costo elevatissimo necessario per l’applicazione pratica della sentenza Costeja (stiamo parlando di circa 150mila richieste al mese, Erich Schmidt ha precisato che occorre assumere personale, ma non conoscendo la reale portata del problema è impossibile anche stabilire quanto personale occorre).
Con questa sentenza di fatto l’UE ha regalato a Google l’applicazione di tali diritti online e nel contempo sta legando indissolubilmente tale applicazione alla stessa azienda, favorendo un monopolio nel mercato delle ricerche online.
Come potrà mai, un domani, l’Unione procedere contro Google con una eventuale procedura per abuso di posizione dominante (semmai, ovviamente, dovesse risultare tale abuso)?

Autore
Avvocato e blogger. Mi interesso di diritto applicato ad internet e alle nuove tecnologie di comunicazione. @brunosaetta



Tra falsi allarmi e Beppe Grillo, informarsi correttamente su Ebola è una impresa

Il collegamento tra sbarchi ed epidemie è falso. Cosa c’è da sapere per non cadere nella trappola della cattiva informazione.



Fare corretta informazione su temi come l’epidemia di Ebola è un po’ come svuotare il mare con un cucchiaino, di fronte ai falsi allarmi sui «casi sospetti» rilanciati dai media, alle manifestazioni di partiti come la Lega Nord e Fratelli d’Italia, al grido di “EBOLA, NO GRAZIE”, e ai provvedimenti improvvisati di alcuni amministratori locali, come il sindaco di Padova Massimo Bitonci. Provvedimenti, peraltro, già smontati nel merito da altre autorità che ne evidenziano l’inutilità e l’inapplicabilità.

Ai falsi allarme e alle ordinanze “anti-Ebola” si aggiunge ora anche il leader 5 Stelle Beppe Grillo, che in un post chiede che si rompa il «tabù» del tema dell’immigrazione e che, per scongiurare le minacce incombenti del virus Ebola e addirittura dell’Isis, i clandestini vengano «rispediti da dove venivano». Profughi sì, clandestini no, in una sorta di distinzione tra buoni e cattivi, dove il cattivo in questo caso sembra essere il clandestino in quanto tale.

E il grillino Luigi Di Maio, vicepresidente della Camera, conferma in un’intervista la posizione di Grillo, affermando che l’immigrazione rappresenta un pericolo per la sicurezza.

Sorvoliamo sul problema dell’Isis e concentriamoci sul virus Ebola. Devo confessare un pregiudizio. Non mi aspettavo molto, su un argomento di questo tipo, da chi durante uno spettacolo sposava le teorie complottiste sull’Aids mimando con gesti sconci il «retrovirus che muta», mentre il pubblico rideva di gusto (non ho mai capito perché). Ma, tornando a oggi, ciò che accomuna le inutili ordinanze “anti-Ebola” e il post di Grillo è la tesi (fondata, chi più chi meno, sulla malafede) che il rischio maggiore di importazione di possibili casi di infezione da virus Ebola venga dall’arrivo dei migranti sulle coste italiane. Tutta la questione, che esiste, della diffusione dell’epidemia a livello internazionale viene ridotta a questo, almeno per quanto riguarda il nostro paese. Ma i casi spagnolo e americano dimostrano che nell’immediato il rischio maggiore di diffusione di Ebola al di fuori dell’Africa deriva dal traffico aereo e da una non attenta gestione sanitaria dei pazienti, anche di quelli fatti rientrare di proposito nel paese di origine per essere curati.

Sia i sindaci “anti-Ebola” che Grillo, inoltre, nell’additare tutti i migranti come una minaccia per la salute pubblica, non fanno alcuna distinzione tra paesi di provenienza a rischio, dove è in corso l’epidemia (Sierra Leone, Guinea, Liberia), e paesi non a rischio. In ogni caso, la probabilità che un individuo affetto da Ebola, proveniente da uno dei paesi in cui è in corso l’epidemia, possa arrivare a sbarcare sulle nostre coste è ridotta al minimo. Il periodo di incubazione della malattia è, generalmente, di 2-21 giorni, con una media di 8-10 giorni. Un «disperato», come scrive Grillo, quanto tempo impiega, mettendosi in viaggio il primo giorno di incubazione della malattia, a raggiungere con mezzi di fortuna il Nord Africa (un viaggio di quasi 5000 chilometri), dove nessun paese ha ancora chiuso le frontiere, e da lì via mare le coste della Sicilia, prima che la malattia raggiunga già uno stadio avanzato? In quanti lo hanno fatto o lo stanno facendo? Non si sta registrando alcun esodo di massa da quei paesi. E chi, attraverso qualsiasi mezzo, sia arrivato in italia da più di 21 giorni non può costituire ragionevolmente una minaccia di infezione. Ma, certo, Grillo parla anche in generale di «malattie epidemiche», quindi probabilmente dovremmo impedire gli ingressi da pressoché ogni paese del mondo.

Grillo chiede «una visita medica obbligatoria all’ingresso», ma questa viene già svolta dal personale medico impiegato nell’operazione Mare Nostrum e, sul territorio dove vengono ospitati profughi, anche dalle strutture sanitarie locali.  Cosa chiedono, dunque, in più Grillo e i sindaci “anti-Ebola”? Forse non è un caso che nessuno di loro associ lo spettro del contagio a chi può arrivare in Italia in aereo sebbene anche in questo caso, come ricorda il direttore scientifico dell’Istituto nazionale per le malattie infettive, il rischio sia molto basso, data l’assenza di collegamenti diretti con i paesi dove è in corso l’epidemia.

Non è un caso, perché il passeggero di un volo in arrivo non suscita quel senso di paura e minaccia che provoca la “invasione di massa” via mare. È quella l’immagine dell’immigrazione che tutti hanno in mente e unire in un post la parola «Ebola» alla foto del barcone dei «disperati» rafforza questa immagine.

Come recita in conclusione il post di Grillo: «E’ questo quello che vogliamo? Basta saperlo.»




L’accordo commerciale Usa-Europa favorirà davvero lavoro e sviluppo? #TTIP

Piace molto a Renzi che la definisce scelta strategica anzi culturale. Nella migliore delle ipotesi (irrealistica) l’accordo porterà un aumento dell’1% del Pil europeo, a fronte della riduzione degli standard di sicurezza. Solo le multinazionali avranno, quindi, reali vantaggi.


Scelta strategica
Il Trattato Transatlantico è una “scelta strategica”, di più, “culturale”. Queste le parole del premier Renzi a dimostrazione che il TTIP è nella lista delle priorità del semestre di Presidenza italiano.
Stiamo parlando del Transatlantic trade and investiment partnership, cioè il trattato commerciale che mira a realizzare un mercato unico comune tra Usa ed Unione Europea.
Il 15 ottobre si sono incontrati a Roma i ministri del commercio dell’UE per il settimo round dei negoziati (iniziato il 29 settembre), laddove il negoziatore esclusivo per l’Unione è la Commissione europea, che però ha l’obbligo di informare regolarmente il Parlamento sull’avanzamento dei negoziati.

Non è l’unico trattato i cui negoziati sono in corso. La UE sta trattando CETA con il Canada, e ha aperto negoziati con alcuni paesi asiatici. Gli Usa per conto loro sono impegnati nei negoziati del Trans Pacific Partnership (TPP), che vedono coinvolti anche Canada e Messico, con Giappone ed Australia, nel tentativo di realizzare un’area di libero scambio nel Pacifico. Un accordo del genere sposterebbe l’asse geopolitico del commercio mondiale dall’Atlantico al Pacifico, ed è questo uno dei motivi che spinge l’Europa all’approvazione del TTIP.
Se approvati tutti questi trattati, in particolare CETA, TPP e TTIP, si avrebbe un’area di libero scambio mondiale, con esclusione solo dei cosiddetti paesi BRIC (Brasile, Russia, India e Cina).

Area di libero scambio
Per quanto riguarda il TTIP, i dati di questo nascente mercato sono impressionanti.
Al 2011 il totale degli scambi bilaterali di merci tra UE e Usa è stato pari a 455 miliardi di euro. Gli Usa erano il terzo fornitore dell’UE (11% di importazioni), e principale mercato di esportazione dell’UE (17% delle esportazioni).
Sempre nel 2011, gli scambi di servizi valevano 282 miliardi di euro. Gli Usa erano primo partner dell’UE per gli scambi di servizi commerciali (29% di importazioni e 24% di esportazioni).
Nel 2011 le aziende americane hanno investito circa 150 miliardi di euro nelle imprese UE, e la UE 123 miliardi negli Usa.

Secondo i dati della Commissione europea, il TTIP porterà 120 miliardi di guadagni all’anno per l’UE (circa 545 euro a famiglia), e un aumento dello 0,5% (in Italia equivale all’incirca alla copertura degli 80 euro in busta paga) dei salari dei lavoratori (qualificati e non) in media, a fronte di un guadagno di 95 miliardi di euro per gli Usa (655 euro per famiglia).
Il TTIP porterebbe, inoltre, un aumento delle esportazioni in quasi tutti i settori, con picchi del 42% per quello degli autoveicoli.

In realtà la situazione non è così rosea come appare.
Dal punto di vista pratico occorre ricordare che il TTIP è al momento l’unico strumento a crescita zero che i governi europei hanno a disposizione.
La realizzazione di un’area di trattamento preferenziale per beni e servizi può favorire l’economia, specialmente per i paesi con forte vocazione all’export (come l’Italia), ma le previsioni diffuse dalla Commissione europea sono basate su una serie  di assunzioni talvolta anche fin troppo ottimistiche.

Ed è sintomatico che il trattato sia criticato da più parti, sulla considerazione che è una carta dei diritti per le imprese multinazionali in grado di conferire loro poteri senza precedenti e minando gli standard ambientali e di sicurezza alimentare, in nome del libero commercio.

Il Presidente Obama non ha (ancora) ottenuto la cosiddetta Fast Track, una legge che di fatto delega la Trade Promotion Authority alla firma dell’accordo in modo da sottoporlo a scatola chiusa al Congresso senza possibilità di emendarlo. Sia i repubblicani che i democratici hanno avuto da ridire.
In Europa le cose non vanno meglio, e nonostante una specifica strategia di comunicazione della Commissione europea al fine di superare lo scetticismo dell’opinione pubblica, molti punti dell’accordo sono oggetto di pressanti critiche, in special modo le clausole investitore-Stato.

Una consultazione sulle clausole ISDS ha ricevuto, infatti, circa 150mila risposte che evidenziano le preoccupazioni espresse dalla società civile, per questo motivo al momento le ISDS sembrano accantonate, ma ciò non le neutralizza in quanto un carattere essenziale delle ISDS è il principio del forum shopping. Cioè un’azienda può citare uno Stato dinanzi ad un arbitro internazionale anche se non esistono accordi specifici tra lo stato dell’azienda e quello citato, è sufficiente che l’azienda abbia una sede “sostanziale” in altro paese che ha accordi con clausole ISDS con la UE. E la UE ha in corso i negoziati col Canada relativi al trattato CETA che prevede clausole ISDS. Inoltre di recente ha stretto accordi con Singapore (trattato EUSFTA) che prevedono clausole ISDS.
Un bel modo per scavalcare le 150mila critiche della consultazione pubblica.

Il TTIP fa crescere il PIL?
Lo studio della Commissione europea precisa che il TTIP porterà crescita e occupazione. L’aumento del PIL è stimato tra i 68 e 120 miliardi di euro per l’UE e tra i 50 e i 95 miliardi per gli Usa. Se invece l’accordo fosse limitato alla sola liberalizzazione tariffaria, si avrebbe un aumento di 24 miliardi per l’UE e 10 per gli Usa.

C’è una differenza enorme, quindi, tra lo scenario più ambizioso e quello meno ambizioso, laddove il primo include l’eliminazione del 25% degli “NTB related costs and 100 per cent of tariffs” (mentre invece i normali dazi sono già molto ridotti, intorno al 2,2% negli Usa e al 3,3% nell’UE).
NTB vuol dire “barriere non tariffarie”, cioè le misure commerciali non fiscali volte al controllo delle importazioni e delle esportazioni sulla base di svariati interessi, come la sicurezza alimentare, le regole per la sicurezza sul lavoro, le norme ambientali e sanitarie, cioè tutte quelle norme che caratterizzano l’Europa rispetto agli Usa come un luogo che pone maggiore attenzione alla vivibilità e alla sicurezza e ai cittadini. Se non vengono cancellati questi NTB related costs, l’aumento del PIL previsto è di soli 24 miliardi.

Se consideriamo che nel 2013 il PIL della UE era di 13.070 miliardi di euro, per l’improbabile  aumento di 120 miliardi, cioè circa l’1% del PIL, dovremmo annacquare le norme sanitarie, sulla sicurezza ambientale, sul lavoro, ecc… Ma siccome la Commissione europea ha in più occasioni ribadito che gli standard europei non saranno compromessi, e noi crediamo alla Commissione europea, vuol dire che col TTIP al massimo potremmo ottenere un aumento del PIL di 24 miliardi, cioè una misera crescita dello 0,2%.

Per comprendere l’impatto sulla vita di tutti i giorni della riduzione degli NTB possiamo ricordare che negli Usa è ammessa la sterilizzazione dei polli morti in acqua di cloro, procedimento che non è considerato sicuro in Europa. Altra preoccupazione riguarda il vasto uso di ormoni nella carne bovina e suina, oppure la clonazione di animali da macello e l’utilizzo di prodotti agricoli geneticamente modificati.

Sound science
Quello che le aziende chiedono, nella loro incessante attività di lobbying, è che le norme siano basate sulla cosiddetta “sound science, che potremo tradurre con “scienza riconosciuta”. Cosa vuol dire esattamente?

L’industria sostiene che le attuali valutazioni di rischio dell’UE sono troppo esigenti (e quindi comportano costi). Infatti nell’UE esiste una politica in cui ogni parte della catena alimentare è monitorata, e in molte aree si applica il principio di precauzione, riassunto dall’aforisma “prevenire è meglio che curare”. Cioè di fronte a un possibile pericolo per la salute umana, animale o vegetale, ovvero per la protezione dell’ambiente, si può reagire prontamente anche nel caso in cui i dati scientifici non consentano una valutazione completa del rischio, e il ricorso a questo principio consente di impedire la distribuzione dei prodotti che possano essere pericolosi ovvero di ritirare tali prodotti dal mercato.

Negli Usa, invece, ci si concentra sul prodotto finale, il quale può essere vietato o permesso solo quando c’è un consenso scientifico sulla sua pericolosità o tossicità (sound science). Ma il concetto scientifico di pericolosità è variabile nel tempo, basti pensare al tabacco, e non dimentichiamo che talvolta le aziende nascondono i risultati degli studi interni quando emergono pericolosità dei loro prodotti, per cui il relativo accertamento potrebbe verificarsi con anni di ritardo.
Significativo che una delle richieste dell’industria riguarda proprio il rafforzamento delle regole sulla riservatezza delle informazioni aziendali, al fine di evitare fuoriuscite di informazioni chiave. Inoltre c’è una forte opposizione alle iniziative dell’EFSA (Autorità europea per la sicurezza alimentare) per facilitare l’accesso del pubblico ai dati provenienti da studi di sicurezza effettuati dall’industria.

Armonizzazione degli standard
L’apertura del mercato agroalimentare UE ai prodotti americani è in cima all’agenda di Washington, che spinge sull’armonizzazione degli standard al fine di creare opportunità per promuovere il commercio con l’UE.
Il problema non si pone solo in un senso, infatti l’industria automobilistica europea beneficerà di una notevole riduzione dei costi dall’armonizzazione degli standard di sicurezza, considerato che quelli europei sono decisamente più elevati rispetto a quelli statunitensi.

L’implementazione del TTIP comporterà il riconoscimento reciproco delle regole e l’armonizzazione delle norme, con ciò determinando un ovvio abbassamento degli standard di sicurezza in tutti i settori. È pacifico che vi sarà un miglioramento degli scambi commerciali, anche se inferiore rispetto a quanto asserito negli studi della Commissione, perché molte imprese potranno risparmiare denaro abbattendo i costi dovuti al rispetto dei regolamenti di sicurezza sanitaria, ambientale, ecc…, ma tutto ciò avverrà a scapito dei cittadini.

Nel TTIP i diritti umani non sono affatto menzionati, essendo delle mere eccezioni a regole commerciali, e la regolamentazione di tutto ciò che non entra nel PIL, cittadini, cibo, salute, ambiente, diverrà secondaria rispetto alla tutela degli interessi economici.
E, per completare il quadro, non è affatto detto che il “risparmio” delle aziende finirà per favorire i cittadini come aumento dei posti di lavoro, secondo i principi della Reaganomics (laissez faire), causticamente definita dall’umorista Will Rogers “economia del trickle down” (sgocciolamento). Secondo tale principio i benefici economici alla aziende (riduzioni di tasse, di costi o incentivi diretti) finiscono, prima o poi, per “sgocciolare” verso i cittadini.
In realtà una conseguenza accertata dei trattati commerciali è che le aziende tendono a spostare la loro produzione nel paese con i costi più bassi, come spiega lo studio di EPI (Economic Politic Institute) sulle conseguenze dei trattati di libero scambio degli Usa (con un paragrafo dedicato al TTIP).

Outsourcing
Gli accordi di libero scambio sono molto vantaggiosi per esternalizzare la produzione, specialmente verso quei paesi che utilizzano pratiche commerciali sleali come la Corea del Sud e la Cina. È così che le multinazionali statunitensi (Apple, Dell, Intel, General Electric, General Motors) hanno approfittato dell’outsourcing in Messico e Cina, aumentando enormemente i loro profitti grazie ai salari bassi e alla corsa al ribasso per le condizioni di lavoro.
Nel caso specifico il TTIP aprirebbe agli Usa i paesi più poveri dell’Europa dell’est.

È vero che i negoziatori della Commissione europea in più occasioni hanno ribadito che non cederanno di un millimetro sugli standard europei, ma in tal caso si aprirebbe la strada alle cause delle aziende contro i paesi UE per pratiche protezionistiche e distorsive del mercato, sulla base delle clausole ISDS.
A questo proposito possiamo ricordare la causa intentata dalla Vattenfall contro la Germania per la politica di progressivo spegnimento delle centrali nucleari, dove l’azienda svedese chiede un risarcimento di 4,7 miliardi di euro.
Iniziative di questo tipo sono in grado di impensierire anche potenze commerciali come la Germania, come potrebbero resistere i paesi più poveri dell’UE?

Autore
Avvocato e blogger. Mi interesso di diritto applicato ad internet e alle nuove tecnologie di comunicazione. @brunosaetta



Sblocca Italia, uno scempio da bloccare: ecco perché

Contraddizioni e rischi di un decreto criticato anche dal presidente anti-corruzione Raffaele Cantone.


Articolo in partnership con Fanpage.it

Aggiornamento 6/11/2014: Lo sblocca Italia è legge. Ieri il Senato ha votato la fiducia al testo modificato alla Camera (qui l’”abc” della legge), senza poter esaminare i 45 articoli del decreto. Il Dl, infatti, approvato dal governo a fine agosto e pubblicato in gazzetta il 12 settembre scorso, doveva essere convertito entro l’11 novembre. Se così non fosse stato il testo avrebbe perso efficacia di legge. Il lungo passaggio alla Camera, il contrasto al Dl delle opposizioni, le necessarie modifiche apportate dopo le numerose correzioni richieste della commissione Bilancio e della Ragioneria generale dello Stato, hanno rallentato i lavori.

Per la fretta, però, scrive Giuseppe Latour su Edilizia e Territorionon sono stati accolti alla Camera alcuni rilievi della Ragioneria:

così ci sarebbero alcune norme traballanti sotto il profilo dei conti pubblici: ad esempio, in materia di deroghe al patto di stabilità per le bonifiche. Visti i tempi ristretti, però, non è stato possibile correggere nulla adesso: la commissione Lavori pubblici di Palazzo Madama, addirittura, non ha avuto tempo di procedere all’esame di tutti i 912 emendamenti presentati. Qualcosa, allora, potrebbe essere fatto nelle prossime settimane.

——————

Quarantacinque articoli su edilizia, infrastrutture, ferrovie, appalti, bonifiche, dissesto idrogeologico, cassa in deroga e altro ancora. Questo lo sblocca Italia, l’intricato e ambizioso decreto legge 133/2014 - approvato a fine agosto – del governo Renzi. L’obiettivo dichiarato è quello di sburocratizzare e “sbloccare” il Paese nei più disparati settori. Dopo aver ascoltato decine di enti e associazioni, ieri è iniziata l’analisi in commissione Ambiente della Camera dei 2200 emendamenti (poi ridotti a 700) al testo. Numeri che dimostrano i tanti conflitti e questioni sollevate da questo testo di legge, che hanno avuto un forte riscontro sul territorio nazionale.

Italia a rischio cementificazione?

Matteo Renzi a luglio aveva promesso che con lo Sblocca Italia sarebbero stati sbloccati 43 miliardi per il 1 settembre. Passati due mesi, i numeri però si sono sgonfiati, tanto che Giorgio Santilli, sul Sole 24 oreha scritto che tutti quei soldi erano infondati, una farsa. Arrivati all’approvazione del decreto i soldi trovati e destinati a grandi “opere cantierabili in date certe” sono 3,9 miliardi e si trovano all’articolo 3. 

Soldi che «però – annota Confindustria durante la sua audizione in Parlamento – generano una complessiva disponibilità di soli 65 milioni nel biennio 2013-2014 e 390 milioni nel biennio 2015-2016, ma di ben 3,4 miliardi dal 2017 in avanti». A queste considerazioni si aggiungono quelle dei tecnici del servizio Bilancio della Camera che hanno chiesto al governo come intenda far fronte alle coperture delle spese, essendo state utilizzate «risorse inerenti opere infrastrutturali strategiche già approvate».

Anna Donati, su Rottama Italia, ebook di Altraeconomia che critica duramente il Dl del governo, denuncia che questi fondi sono destinati «allo sviluppo dell’asfalto». Secondo l’ambientalista «sommando le previsioni tra i diversi progetti, si ottiene che ben il 47% andrà a strade e autostrade, il 25% a ferrovie e solo l’8,8% a reti tramviarie e metropolitane».

Una delle opere sbloccate e maggiormente contestate è quella dell’austrostrada Orte-Mestre, con i suoi 400 km di lunghezza previsti per un costo di 10 miliardi di euro. La costruzione dell’autostrada era stata approvata dal Cipe nel 2013 e avrebbe dovuto usufruire di 1,8 miliardi di agevolazioni fiscali previste dal Decreto del Fare per progetti in project financing. La Corte dei Conti ha però bloccato tutto (qui la sentenza): l’opera infatti era stata dichiarata di pubblica utilità ben prima del 2013 – quando è stata introdotta la defiscalizzazione – e per questo motivo non ha diritto agli incentivi. Con l’articolo 2 (al comma 4) del decreto, il governo ha però poi sottratto l’opera al maglie delle sentenza dei giudici contabili.

Riguardo l’Orte-Mestre, per Legambiente il problema principale è l’insostenibilità dei lavori. Secondo Mattia Donadel, della “Rete stop autostrada Orte Mestre”, intervistato dal Fatto quotidiano «i flussi di traffico previsti dagli stessi proponenti sono talmente bassi che le tariffe proposte andrebbero a superare di gran lunga quelle del Passante di Mestre, già oggi le più care in Europa». Il rischio, insomma, è che alla base dell’opera manchi una valutazione ben fatta del bilancio tra costi e benefici.

Conflitto d’interesse

Con l’articolo 1, l’ad delle Ferrovie dello Stato, Michele Elia, è stato nominato (per 2 anni) “Commissario per la realizzazione delle opere relative alla tratta ferroviaria Napoli – Bari“. Una carica che non prevede “nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica“, né “compensi aggiuntivi“.

Ma Raffaele Cantone, presidente dell’Anticorruzionedurante l’audizione in commissione Ambiente della Camera, ha sollevato alcune criticità. Il magistrato ha parlato di «(teorici) conflitti di interesse, per l’ambito dei poteri riconosciuti di incidere su interessi di enti e comunità locali». Cantone si riferisce in particolare al comma 4, in cui viene stabilito che nelle decisioni da prendere, in caso di dissenso da parte di un’amministrazione pubblica, l’ultima parola spetta al Commissario straordinario. Per il presidente dell’anticorruzione il rischio è che in questo modo si «verrebbe a creare un commissariamento di scelte politiche locali da parte dell’amministratore di una società per azioni, anche se pubblica».

Deroghe e semplificazioni, quali rischi

Cantieri riaperti e lavori portati a termine più velocemente. Questo l’obiettivo che si pone lo Sblocca Italia, per raggiungerlo sono previste deroghe al codice degli appalti e semplificazioni delle procedure concorsuali. In questo modo, però, il rischio è di abbassare i livelli di trasparenza e di lotta alla corruzione. Questa tra le più grandi preoccupazioni mostrate dagli enti e associazioni in commissione Ambiente alla Camera nel mese scorso.

Fabrizio Salassone, vice capo del Servizio di Struttura economica della Banca d’Italia, ad esempio, ha invocato «massima trasparenza», visto che, come da lui denunciato, il provvedimento basato sull’«estrema urgenza», introduce «un sistema generale di deroghe molto pervasivo al Codice dei contratti pubblici». Un metodo che in passato si è rivelato «non sempre pienamente efficace, con ripercussioni negative sui tempi e sui costi nella successiva fase di esecuzione dell’opera e vulnerabilità ai rischi di corruzione».

Altra fonte di critiche e dubbi è l’articolo 9, definito da Cantone tra i più importanti dello Sblocco Italia ma che, aggiunge il magistrato, «pone una serie di problemi». Per esempio, il provvedimento introduce per tutti gli interventi che rientrano nella definizione di “estrema urgenza” – e che riguardano la messa in sicurezza degli scolastici, la riduzione dei rischi idraulici e geomorfologici, l’adeguamento della normativa antisismica, la tutela ambientale e del patrimonio culturale – la possibilità di usufruire  di «ulteriori disposizioni di carattere acceleratorio per la stipula del contratto, in deroga a quelle del Codice».
La stessa norma, inoltre, permette alle imprese coinvolte nei lavori di non dover fornire alcuna garanzia a corredo dell’offerta. Questa disposizione secondo Cantone, potrebbe portare gli operatori economici a non rispettare gli impegni assunti, senza subire per questo alcun danno.

Un altro aspetto poco chiaro (al comma 2, lettera d) sta nella possibilità di avviare “procedure negoziali” senza dover pubblicare un bando, ma solo invitando almeno tre operatori economici (update: nel testo definitivo diventano 10) , anche per importi molto elevati (l’attuale soglia comunitaria è infatti di 5 milioni e 800 mila euro). Ma su quali basi alcune imprese verrebbero scelte e altre no?

Misure urgenti anche per patrimonio culturale e ambiente

“Accelerazioni” e “misure urgenti” coinvolgono anche procedure riguardanti il patrimonio culturale e l’ambiente. Proprio per questi motivi sono emerse denunce e avvertimenti di rischi della salvaguardia del territorio. Per Andrea Carandini, presidente del Fondo Ambiente Italiano, la cosa più preoccupante è la trasformazione «della deroga in regola».

Per il Fai, ad esempio, l’articolo 25 (al comma 3) consentirà «ai Comuni di rilasciare l’autorizzazione edilizia in aree sottoposte a vincolo paesaggistico anche in assenza del parere della Soprintendenza, al momento, invece, vincolante», o l’articolo 26 che, come scrive la fondazione, vuole «facilitare il recupero degli immobili non più utilizzati del patrimonio pubblico (caserme, scuole e palazzi) semplificando la procedura per determinare la loro diversa finalità d’uso», ma prevedendo «che questa sia stabilita nell’ambito di trattative ‘privatistiche’ tra enti», con la chiusura «della partecipazione e al dibattito e non garantendo la trasparenza».

Concessioni autostradali, si tratta di un regalo?

Il presidente dell’Anac si concentra anche sulla revisione delle concessioni autostradali. All’articolo 5 del testo si legge: “i concessionari autostradali possono proporre modifiche ai contratti in essere anche mediante l’unificazione di tratte interconnesse, contigue o complementari ai fini di una loro gestione unitaria“. Secondo il presidente dell’Anticorruzione la disposizione appare poco chiara,  perché «non indica esplicitamente chi ed in che modo debba approvare il piano predisposto dai concessionari».

La stessa norma viene bocciata anche dall’Autorità nazionale trasporti che non ne condivide l’impostazione perché «attribuisce al singolo concessionario la facoltà di predisporre un nuovo piano economico finanziario finalizzato a proporre l’unificazione di tratte, in assenza di provvedimenti dell’Autorità sugli ambiti ottimali di gestione».
L’Autorità segnala un’altra incongruenza, riguardante la gestione dell’Autostrada del Brennero A22, per la quale era stata da poco avviata una consultazione ai fini del riavvio della procedura di gara per l’affidamento della concessione e che lo sblocca Italia ha invece prorogato.

La norma del decreto sulle concessioni autostradali «non appare di agevole comprensione e comunque contiene aspetti delicati in una prospettiva concorrenziale». Lo ha detto nel corso di un’audizione alla Camera il presidente dell’Antitrust, Giovanni Pitruzzella, spiegando che la norma si colloca tra l’altro «in un contesto che vede alcune concessioni esistenti già scadute (Autostrade centropadane, Autostrade meridionali, A22 del Brennero) e attualmente in proroga». Pitruzzella spiega inoltre che in questo settore proprio le concessioni sono «le uniche forme di stimolo concorrenziale» e che «la possibilità di unificare titoli concessori, aventi scadenze differenziate», potrebbe causarne «l’eliminazione per periodi significativi».

Update: Nel testo definitivo il controllo delle proposte di modifica al rapporto concessorio spetta al ministero delle Infrastrutture. A sua volta il Mit, sentito il l’autorità dei trasporti, trasmetterà il tutto alle commissioni parlamentari competenti (che si esprimeranno entro trenta giorni). Questi procedimenti sono però subordinati al “preventivo assenso da parte dei competenti organi dell’Unione europea“.
A ottobre l’Unione europea aveva chiesto approfondimenti al governo italiano sull’articolo 5, in vista di una possibile procedura infrazione sulle concessioni autostradali.

Patto di stabilità, più soldi ai Comuni ma meno alle Regioni

Si allargano le maglie del patto di stabilità interno per i Comuni, ma si restingono per le Regioni. Da una parte si favorisce l’aumento della spesa degli enti locali (+250 milioni di euro), dall’altra però per settori fondamentali come il diritto allo studio e il lavoro dei disabili si richiama al risparmio (-500 milioni).

Gli articoli in questione sono il numero 4 e il 42. Nel primo lo Sblocca Italia ha previsto che i pagamenti relativi alle opere segnalate dai sindaci, in risposta alla lettera del presidente del Consiglio, sono esclusi dal patto di stabilità, entro limite di 250 milioni di euro il 2014.

L’articolo 42 invece stabilisce che “le regioni si impegnano a realizzare misure di razionalizzazione e contenimento della spesa che permettano un risparmio complessivo di 500 milioni di euro”. Risorse recuperate sospendendo l’esonero dal patto di stabilità interno di diverse voci che colpiscono soprattutto l’istruzione. Il che significa, scrive Marzio Bartolini sul Sole 24 ore,

che non ci sarà più l’obbligo di vincolo per la destinazione dei fondi. Nel mirino ci sono appunto i 150 milioni per le borse di studio universitarie, i 100 milioni per le scuole paritarie (sui 220 complessivi), gli 80 milioni per i libri di testo e i 15 milioni per il sostegno agli studenti disabili. A rischio c’è l’erogazione di circa 48.214 borse di studio (l’importo medio di una borsa lo scorso anno è stato di 3360 euro). Un’enormità se si pensa che già oggi siamo fanalino di coda nell’Ue: nel 2013 l’Italia ha erogato solo 141.310 borse, contro le 305.454 in Spagna, le 440.217 in Germania e addirittura le 629.115 della Francia.

Queste riduzioni di spesa hanno provocato le proteste degli studenti che sabato 10 ottobre sono in scesi in tutta Italia gridando «tagliare i fondi non è una buona scuola».

Inceneritori

Questione cruciale in cui si preannunciano forti battaglie è quella sugli inceneritori. Nell’articolo 35 del decreto, infatti, al governo viene consentito di individuare “gli impianti di smaltimento dei rifiuti urbani o speciali, esistenti o da realizzare per attuare un sistema integrato e moderno di gestione di tali rifiuti“. Le regioni con più inceneritori nel proprio territorio (Piemonte, Emilia Romagna, Lombardia e Veneto, come si può vedere in questa mappa di FederAmbiente) hanno chiesto lo stralcio dell’articolo.

Nel testo si legge che “negli impianti deve essere data priorità al trattamento dei rifiuti urbani prodotti nel territorio nazionale” e ”autorizzati a saturazione del carico termico (ndr, cioè portati alla capacità massima). Il risultato, scrive Pietro Gorlani su Corriere Brescia (città con il più grande inceneritore d’Europa), è la caduta delle quote di bacinizzazione regionale e l’arrivo dei rifiuti da bruciare da tutta Italia, con il rischio qualità dell’aria nel territorio. L’intera procedura, inoltre, prevede il dimezzamento dei termini previsti “per la valutazione di impatto ambientale e l’autorizzazione ambientale degli impianti“.

Update: L’articolo 35 è stato modificato, comprendendo una maggiore partecipazione degli enti locali coinvolti. L’ultima decisone spetta però ancora al ministero dell’Ambiente.
Al comma 6 viene confermata la possibilità che nelle regioni con più impianti ci sia il “trattamento di rifiuti urbani prodotti in altre regioni“, ma la priorità viene data a quelli prodotti nel proprio territorio “fino al soddisfacimento del relativo fabbisogno“. Con il comma 7  viene previsto un contributo di 20 euro che ”i gestori degli impianti sono tenuti a versare alla regione“ per ogni tonnellata di “rifiuto urbano indifferenziato di provenienza extraregionale“.
La Lombardia (maggiormente coinvolta), che ha presentato a settembre un ricorso alla Consulta contro il decreto, si è opposta all’arrivo di rifiuti da smaltire nel proprio territorio. Claudia Terzi, assessore lombardo all’Ambiente, ha definito “miope” «risolvere la questione rifiuti delegandone la soluzione ai territori che ospitano impianti».

Gas e idrocarburi, aumenta l’estrazione

Contro quanto previsto dagli articoli 37 e 38 si sono schierate le maggiori associazioni ambientaliste del Paese, insieme a quelle di cittadini ed enti locali. Per “aumentare la sicurezza delle forniture di gas” e per “valorizzare le risorse energetiche nazionali” il decreto concede il carattere di “interesse strategico” e di “pubblica utilità” – con semplificazioni e incentivi annessi – ai gasdotti, rigassificatori, alle infrastrutture della rete nazionale di trasporto del gas naturale (come il Trans-Adriatic-Pipeline (Tap) in Puglia) e alle coltivazioni di idrocarburi e di stoccaggio sotterraneo di gas. Il risultato, come scrive il Corriere della sera, è il raddoppio di estrazione di petrolio e gas.
L’accusa a questi provvedimenti è di concedere lo sfruttamento di terra e mare a favore delle multinazionali del settore. Secondo quanto detto dal Wwf in audizione alla Camera l’effetto dell’articolo 37 sarà quello di «una enorme bolla speculativa del gas, nascosta dietro la solita motivazione emergenziale, che porterà non già ad aumentare la sicurezza di approvvigionamento, ma a moltiplicare le infrastrutture senza che si sia fatta una valutazione a monte delle necessità e delle priorità».

Lo scorso agosto Matto Renzi, durante la presentazione delle linee guida dello Sblocca Italia, aveva elencato i numeri del progetto per sviluppare le risorse geotermiche, petrolifere e di gas naturale: «previsti investimenti privati nazionali e internazionali per oltre 17 miliardi di euro, con un effetto sull’occupazione di 100mila unità e un risparmio in bolletta energetica per 200 miliardi in 20 anni».

Dietro questi numeri forniti dal governo c’è il lavoro di Assomineraria, associazione di Confindustria, che durante l’audizione in commissione Ambiente ha dato l’ok al provvedimento, affermando che la tutela dell’ambiente ne esce rafforzata e che si eliminano «sovrapposizioni che negli anni hanno creato il blocco di molti processi decisionali». Infatti, il decreto per accorciare i tempi fa passare la competenza dalle Regioni al governo (nello specifico al ministero dell’Ambiente e a quello dello Sviluppo Econimico). Proprio su questo punto i presidenti delle Regioni si sono schierati contro il decreto e hanno chiesto al governo di rivedere

in sede di conversione del decreto- legge 12 settembre 2014, n. 133 la disciplina di semplificazione energetica, in particolare nella parte concernente la regolamentazione in merito alle attività estrattive di idrocarburi, al fine di coinvolgere, formalmente e sostanzialmente, gli enti sub statali sia nella fase decisionale che in quella esecutivo-applicativa e garantire il pieno rispetto delle relazioni tra Stato e Regioni.

Anche Wwf, Legambiente e Greenpace hanno bocciato il provvedimento, chiedendone “in subordine” delle modifiche tese a un coinvolgimento di Regioni ed enti locali. Inoltre, il Wwf ha definito «fantasiose» le stime fornite da Assomineraria, aggiungendo che «secondo le valutazioni dello stesso ministero dello Sviluppo economico nei nostri fondali marini ci sarebbero circa 10 milioni di tonnellate di petrolio di riserve certe, che stando ai consumi attuali, coprirebbero il fabbisogno nazionale per sole 8 settimane» e che «anche attingendo al petrolio presente nel sottosuolo, concentrato soprattutto in Basilicata (ndr, uno dei territori maggiormente coinvolti dal provvedimento, con cittadini e associazioni in mobilitazione) il totale delle riserve certe nel nostro Paese verrebbe consumato in appena 13 mesi».

Secondi i dati del ministero dello Sviluppo economico la produzione di  idrocarburi nel 2013 rispetto all’anno precedente ha visto un leggero incremento della produzione di olio greggio (+2%), confermando un lento ma costante trend di aumento degli ultimi anni, con lo stoccaggio in aumento del 5,18%. Di segno negativo invece la produzione di gas naturale (-10%), «dovuto – spiegano dal ministero – al naturale calo di produzione di campi in fase avanzata di coltivazione e al blocco di molti progetti in attesa delle autorizzazioni».

Ma in che modo è stato diviso l’importo che lo Stato, le Regioni e i Comuni hanno ricevuto dalla produzione di idrocarburi nel 2013?

Comuni, rischi bilanci e competenze ridimensionate

L’Associazione italiana comuni italiani, durante la propria audizione alla Camera, ha sì approvato nel complesso il provvedimento, ma ha sollevato nello specifico problemi su norme che «direttamente o indirettamente, determinano un impatto negativo sui bilanci dei Comuni». Ad esempio l’articolo 17 del testo presenta “misure per il rilancio dell’edilizia” che prevedono l’estensione dell’accezione di manutenzioni straordinarie, i permessi di costruire anche in deroga agli strumenti urbanistici e i contributi per il rilascio dei permessi, che per l’associazione guidata da Piero Fassino possiedono varie criticità: sono di difficile applicazione, portatrici di interpretazioni difformi e incerte. Paolo Berdini, urbanista e uno degli autori di Rottama Italia, ritiene che con l’articolo 17 si permette «a chi costruisce un nuovo quartiere di realizzare stralci funzionali invece dell’intera urbanizzazione».

L’Anci, inoltre, si è espressa negativamente riguardo l’articolo 33 che introduce una nuova procedura amministrativa straordinaria “per le bonifiche ambientali e la rigenerazione urbana delle aree di interesse nazionale – comprensorio Bagnoli-Coroglio”. La norma, infatti, scrivono i Comuni «esautora il ruolo degli Enti locali, i quali in nessuna fase potranno esprimersi in merito alla realizzazione degli interventi».

Accelerazioni e sburocratizzazione che, scrivono vari commentatori critici, va a discapito della partecipazione dei territori. Ecco perché l’articolo 24 - “misure di agevolazione della partecipazione delle comunità in materia di tutela e valorizzazione del territorio” – che consiste in “pulizia, manutenzione, abbellimento di aree verdi, piazze o strade” tramite esenzioni o riduzione tributarie da parte del Comune inerenti al tipo di attività svolta è stato criticato da Anna Maria Bianchi. La portavoce di Carteinregola scrive infatti su Rottama Italia che la norma rappresenta la metafora di una filosofia «che riduce la vita collettiva a una somma di esistenze individuali. Non più una comunità che si fa carico del proprio territorio, ma solo singoli che si occupano del decoro del proprio habitat, in base a uno scambio meramente economico».

 

Autore
"Non è il caso né di avere paura né di sperare, bisogna cercare nuove armi." Gilles Deleuze @andreazitelli_



Valigia Blu - I contenuti di questo sito sono utilizzabili sotto licenza cc-by-nc-nd