Aspettando l’abolizione: Art. 18 for dummies

Il governo Renzi punta a modificare il mercato del lavoro, in realtà riformato più volte in questi anni. Al centro di una dura battaglia politica, l’articolo 18 è avvolto da miti e leggende. E questo è il nostro debunking.


Articolo in partnership con Fanpage.it

Il governo Renzi punta a modificare il mercato del lavoro, in realtà riformato più volte in questi anni. Al centro di una dura battaglia politica, l’articolo 18 è avvolto da miti e leggende. E questo è il nostro debunking.

Articolo 18: storia, cosa prevede e a chi si applica
Riforma Fornero
Primi risultati della riforma Fornero
Il mercato del lavoro in Italia, un confronto europeo
Cosa prevede la proposta Renzi
La discussione intorno alla riforma del lavoro
Tutele e licenziamenti, come funziona in Europa


Articolo 18: storia, cosa prevede e a chi si applica

Nel 1970 lo Statuto dei lavoratori diventa legge. Un testo – n. 300/1970, “Norme sulla tutela della libertà e dignità dei lavoratori, della libertà sindacale e dell’attività sindacale nei luoghi di lavoro e norme sul collocamento”redatto da una commissione nazionale voluta dall’allora ministro del Lavoro Giacomo Brodolini e presieduta da Gino Giugni, professore universitario. Lo Statuto, arrivato dopo un periodo di lotte sindacali e politiche, è stato uno spartiacque per quanto riguarda le condizioni di lavoro, introducendo rappresentanze sindacali, diritto di opinione, di assemblea, permessi.

L’articolo 18 stabilisce che un lavoratore (con contratto a tempo indeterminato) licenziato può rivolgersi ad un giudice per essere reintegrato. Se nel processo vengono stabiliti “irrilevanti o insufficienti gli elementi di prova forniti dal datore di lavoro”, certificando quindi che il licenziamento è illegittimo, deciso cioè senza una giusta causa o un motivo giustificato, il dipendente torna al suo impiego con la stessa posizione e stipendio di prima.

Il reintegro prevede anche un risarcimento che corrisponde di norma ai soldi che il lavoratore ha perso dal momento del licenziamento a quello del ritorno (indennizzo che non può essere inferiore a cinque mesi di stipendio). Inoltre, il datore di lavoro è “condannato, per il medesimo periodo, al versamento di contributi previdenziali e assistenziali”.

Una volta vinta la causa, il lavoratore può comunque decidere di non tornare al proprio impiego e chiedere al datore di lavoro un’indennità pari a 15 mesi di busta paga.

L’articolo 18 si applica alle aziende con più di 15 dipendenti (5 nel caso di aziende agricole), a quelle con più di 15 dipendenti nello stesso Comune anche in unità produttive più piccole (5 se agricole) e alle imprese con più di 60 dipendenti.

In Italia, secondo i dati della Cgia di Mestre, l’articolo 18 «riguarda il 2,4% delle aziende ed il 57,6% dei lavoratori dipendenti italiani occupati nel settore privato dell’industria e dei servizi».

Per l’80% dei nuovi contratti, riporta il Sole 24 ore, l’articolo 18 non vale, perché dai dati del secondo trimestre dell’anno:

Le assunzioni con contratto a tempo indeterminato sfiorano appena il 15% gli apprendistati il 3,1%, tutto il resto è flessibile. (…) Bisogna poi considerare che solo una parte di quel 15% di assunzioni standard è avvenuta in un’azienda con più di 15 dipendenti, unico ambito in cui oggi vale la tutela reale contro i licenziamenti senza giusta causa.


Riforma Fornero

Nel 2012 il governo Monti, con il suo ministro del Lavoro Elsa Fornero, ha modificato l’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori. Alla base della legge n. 92/2012 (entrata in vigore il 18 luglio 2012) – “Disposizioni in materia di riforma del mercato del lavoro in una prospettiva di crescita” –  c’è la volontà di creare «nuove regole molto più favorevoli al lavoro», come affermato in un’intervista al Wall Street Journal. L’obiettivo era quello di realizzare “un mercato inclusivo e dinamico”, utile “alla creazione di occupazione, in quantità e qualità” e “alla riduzione del tasso di disoccupazione”.

Nello modifica all’articolo 18 la riforma Fornero ha puntato a una maggiore flessibilità in uscita tramite una riduzione dei casi di reintegro, con dei limiti all’indennità che il lavoratore può chiedere. Per affrontare il problema della lunghezza delle cause di lavoro, l’ex ministro ha creato un rito speciale per le controversie sui licenziamenti.

Nella tabella le differenze nei licenziamenti prima e dopo la riforma Fornero.

Clicca l’immagine per ingrandire. Fonte: Centre for the Study of european Labour law “Massimo D’Antona” 


Primi risultati della riforma Fornero

Il comitato per il monitoraggio della legge n. 92/2012, formato durante il governo Letta, ha studiato il primo impatto del provvedimento dell’esecutivo di Mario Monti sul mercato del lavoro. Dal report prodotto (il periodo analizzato arriva al primo trimestre 2013) emerge che «la riforma non sembra aver sollecitato le imprese a un maggior ricorso a forme di lavoro standard per le giovani generazioni» – ci sono state però delle riserve sulla valutazione e disponibilità pubblica dei dati -. Scrive Claudio Tucci sul Sole 24 ore

Sul fronte della flessibilità in entrata, si segnala il calo dell’utilizzo del contratto a tempo indeterminato «che nel secondo trimestre 2013 ha interessato in egual misura le donne (-10,1%) e gli uomini (-10,3%). Leggerissima crescita del contratto a tempo determinato (+0,2% nel terzo trimestre 2013). A crescere sono soprattutto i contratti a tempo di durata brevissima, 1-3 giorni: nel terzo trimestre 2013 (sull’anno) si osserva un incremento del 4,6%.

Per quanto riguarda l’attivazione dei contratti di apprendistato, che doveva essere uno dei punti di forza della riforma, «nel secondo trimestre 2013 sono solo il 2,7% dei 2,7 milioni di contratti totali, una quota in diminuzione di 0,2 punti percentuali rispetto allo stesso periodo del 2012». Inoltre, continua il giornalista, «si osserva un crollo del numero di contratti attivati riservati a giovani fino a 19 anni (-40% su base tendenziale nel secondo trimestre 2013), e un calo del 9,7% per la fascia d’età 25-29 anni». Nel monitoraggio è anche descritta la flessione del numero medio di apprendisti trasformati in contratti a tempo indeterminato: «tra aprile e giugno 2013 sono stati trasformati solo l’1,3% dei contratti attivi (appena 6.013), il 14% in meno su base tendenziale con una maggiore accentuazione del fenomeno per le classi di età più giovani».

Nello specifico delle modifiche all’articolo 18, Cristina Giorgiantonio in un studio realizzato per il Centro Studi Massimo D’Antona, spiega l’effetto della legge Fornero sui casi di reintegra e i risultati del nuovo rito speciale per la cause di lavoro. Le conclusioni a cui giunge, «con tutte le cautele dovute all’esiguità del campione», sono che per quanto riguarda l’obiettivo di aumentare la flessibilità in uscita, sembra ci sia una riduzione parziale del reintegro del lavoratore. Tuttavia, spiega Giorgiantonio:

la riduzione dell’ampiezza della tutela reintegratoria sembra interessare prevalentemente l’area del licenziamento per ragioni oggettive e molto meno i casi di licenziamento disciplinare, che rappresentano la quota più significativa del campione (65 per cento) e nell’ambito dei quali tale tutela continua a essere applicata in oltre i tre quarti dei casi.

L’analisi ha dimostrato anche il crearsi di «contrasti interpretativi delle norme che rischiano di alimentare l’incertezza per aziende e lavoratori e quindi anche il contenzioso». Riguardo al nuovo rito, la studiosa conferma una limitata accelerazione dei giudizi sui licenziamenti. Ma che tale «accelerazione si sta verificando a fronte di una consistente duplicazione di giudizi prima introdotti unitariamente, con inevitabile ulteriore appesantimento della giustizia del lavoro».


Il mercato del lavoro in Italia, un confronto europeo

Per quanto riguarda la disoccupazione, secondo i dati Ocse, l’Italia ha una situazione peggiore rispetto a Regno Unito, Francia e Germania. Una dato che a fine anno in Italia, sempre secondo l’organizzazione internazionale economica, arriverà al 12,9%.

Altro punto è il costo del lavoro che Renzi, ospite a Porta a Porta, ha auspicato di tagliare con la prossima legge di stabilità. L’Eurostat ha calcolato – considerando le imprese con più di 10 dipendenti,  con l’esclusione dell’agricoltura e della pubblica amministrazione – che dal 2008 al 2013 è aumentato dell’11,4%, un dato superiore alla media dell’Eurozona di 10,4%. A crescere però non sono stati gli stipendi dei lavoratori, ma i costi non salariali, cioè le tasse a carico dei dipendenti e datori di lavoro. Riguardo al valore assoluto l’Italia (28,1) è poco sotto la media tra i paesi che hanno come moneta l’euro (28,4 euro) e con un netto distacco da Germania (31,3) e Francia (34,3).

Ulteriore problema è la bassa produttività italiana (37,2) che, secondo la classifica dell’Ocse, ci posiziona dietro la Francia, Germania, Spagna, Regno Unito e la media dell’area euro (43,7). Peggio di noi solo il Portogallo e la Grecia.

A sorprendere è il dato fornito dall’indice delle tutele dei lavoratori (con contratto a tempo indeterminato). I dati dell’Ocse, come si può vedere nel grafico, dimostrano che non è vero che i lavoratori italiani sono i più protetti. Inoltre, se in molti altri Paesi l’indice è rimasto stabile, quello italiano tra il 2012 e il 2013, è sceso da 2,76 a 2,51 dopo le modifiche all’articolo 18 della riforma Fornero.


Cosa prevede la proposta Renzi

Il disegno di legge delega – n. 1428 “Deleghe al Governo in materia di riforma degli ammortizzatori sociali, dei servizi per il lavoro e delle politiche attive, nonché in materia di riordino dei rapporti di lavoro e di sostegno alla maternità e alla conciliazione dei tempi di vita e di lavoro” – è il testo (composto da 6 articoli) con cui il governo Renzi interverrà sul mercato del lavoro. Essendo una delega la norma è fondata su principi che saranno poi chiariti con i decreti legislativi – entro 6 mesi da quando la legge entrerà in vigore -.

Gli obiettivi prevedono una riorganizzazione degli ammortizzatori sociali, “semplificando le procedure amministrative e riducendo gli oneri non salariali del lavoro” (art. 1) e un riordino degli incentivi per il lavoro e delle politiche attive (art.2). Inoltre, il governo intende semplificare e razionalizzare le “procedure di costituzione e gestione dei rapporti di lavoro” (art.3), rafforzare le opportunità di ingresso nel mondo del lavoro, nonché riordinare “i contratti vigenti per renderli maggiormente coerenti” con l’attuale mercato del lavoro (art. 4) e creare misure di tutela per la maternità delle lavoratrici e della conciliazione dei tempi di vita e di lavoro (art 5.).

Il punto 4 è quello che tocca lo Statuto dei lavoratori. Con l’approvazione in commissione dell’emendamento 4.1000 (alla lettera b), che prevede la creazione del contratto a tutele crescenti per le nuove assunzioni, il governo punta al superamento dell’articolo 18. Come spiega Il Post, sono previste modifiche al testo del 1970 anche all’articolo 4 (che prevede il divieto delle tecniche di controllo a distanza del lavoratore) e al 13 (che vieta che un lavoratore possa essere spostato a mansioni diverse per le quali è stato assunto “o a quelle corrispondenti alla categoria superiore che abbia successivamente acquisito”). Mancano però ancora i dettagli su come il governo vorrà muoversi. Durante il suo viaggio in America, Renzi ha detto che presenterà quest’oggi, in direzione Pd, le proprie idee, che saranno discusse e poi votate. In un’intervista rilasciata ieri a Repubblica il presidente del Consiglio, ha spiegato che la volontà è quella di cambiare «tutto lo Statuto dei lavoratori», aggiungendo  che l’articolo 18 va tenuto solo per i casi di discriminazione. Per tutto il resto, «indennizzo e presa in carico da parte dello Stato».


La discussione intorno alla riforma del lavoro

Vari i soggetti che stanno animando la reazione alla linee guida della riforma del lavoro del governo Renzi. All’interno dello stesso Partito democratico sono state presentate varie proposte alternative. La minoranza piddina guidata da Giuseppe Civati ha proposto una riforma che prevede tra le varie cose investimenti “sul lavoro di qualità”, un disboscamento “della giungla del precariato” e la garanzia di “un reddito minimo a tutti i senza lavoro”. Altri parlamentari democratici hanno invece elencato 7 emendamenti che non contrastano ”l’impianto della delega” ma si pongono l’obiettivo di «precisare alcuni contenuti su dei punti dirimenti rimasti incerti», come anticipare l’approvazione delle tutele rispetto alla riforma dei contratti o puntare a ridurre il costo del contratto a tempo indeterminato per «riconoscere al lavoratore una prospettiva di aspirare a un rapporto stabile».

Le opposizioni. Sel e Movimento 5 Stelle hanno bocciato il disegno di legge delega presentando insieme più di 500 emendamenti dei 638 totali arrivati in Senato. Paolo Romani, capogruppo di Forza Italia al Senato, ha chiarito che l’«appoggio ancora non c’è, in attesa di una discussione nel merito delle proposte».

Riguardo alle parte sociali, il segretario generale della Uil, Luigi Angeletti, ha detto che «sull’articolo 18 siamo disponibili al dialogo, ma guai a toccare le forme di tutela che ci sono già». Prima di dimettersi da segretario della Cisl, Raffaele Bonanni, ha dettato la linea del sindacato: «se si vuol combattere davvero il precariato, siamo pronti a trattare su tutto, anche sull’art. 18», specificando però che non si capisce perché «la necessaria gradualità delle tutele debba rimettere in discussione il diritto al reintegro nei confronti dei licenziamenti palesemente ingiustificati (al pari di quelli discriminatori)». Ai primi di settembre la Cigl ha annunciato per il mese di ottobre manifestazioni per «far conoscere cos’è il lavoro in Italia e quali sono le sue condizioni». Anche il sindacato della Fiom si è detto pronto a scioperi e mobilitazioni nello stesso mese «a sostegno di una serie di richieste che riguardano il mondo del lavoro». La scorsa settimana Susanna Camusso, segretario generale della Cigl, ha detto di essere pronta a discutere sui tempi del periodo di prova: «capisco che ci sia una stagione» in cui «l’articolo 18 non vale» ma è necessario «che sia transitoria». Due giorni fa però il segretario della Cigl è tornata sul tema, avvertendo il governo: «Se si deciderà di procedere con il decreto bisogna proclamare lo sciopero generale».

Sostegno all’azione del governo arriva da Giorgio Squinzi, presidente di Confindustria, che sull’articolo 18 dice «sarebbe meglio abolire perché frena gli investimenti».


Tutele e licenziamenti, come funziona in Europa

Francia: La normativa di riferimento è il “Code du Travail“. Nei licenziamenti si parte dalla distinzione tra quelli per motivi riguardanti la persona del lavoratore e per quelli economici.  Per quanto riguarda i primi la fine del contratto di lavoro può avvenire solamente per “una causa reale e seria”, basata su fatti oggettivi. Il licenziamento deve essere comunicato tramite lettera per iscritto con almeno un mese di preavviso. Il licenziamento economico può esserci per soppressione dell’impiego del lavoratore, per difficoltà economiche, come un grande indebitamento o per riorganizzazione dell’impresa. Entrambi i licenziamenti possono essere contestati dal dipendente al “conseil des prud’hommes“. Se quest’organo giudica il licenziamento deciso senza una causa reale e seria, può decidere per il reintegro a cui però il datore si può opporre. Se accade, il giudice può disporre di un indennizzo non inferiore a 6 mesi di mensilità. Nel caso ci sia la nullità, come per i licenziamenti discriminatori, scatta di diritto la reintegra e il datore di lavoro non può opporvisi.

Spagna: Nel 2012 il governo Rajoy ha approvato una riforma del lavoro che, scrive il Sole24ore, ha cercato «di rendere meno rigido il mercato del lavoro, in primis innalzando da 6 mesi a un anno il periodo massimo di prova durante il quale è consentito alle parti il libero recesso». Inoltre, la reintegra è divenuta facoltativa. «Il dipendente a tempo pieno può essere licenziato anche senza giusta causa. L’azienda è tenuta solo a versargli un risarcimento», ridotto con la riforma a 20 giorni lavorativi invece di 45 per un’annualità (per 12 anni al massimo) per le imprese in difficoltà, 33 per le altre (per 24 anni invece di 42).

Germania: La “Kundigungsschutzgesetz” è la legge principale che regola i licenziamenti in Germania e si applica alle imprese con più di 10 addetti. Il termine del contratto di lavoro deve essere giustificato da motivi soggettivi o economici. Prima di licenziare il datore di lavoro deve consultare il Consiglio di Fabbrica (interno all’azienda). Questo organo formato dai sindacati può decidere di opporsi al licenziamento e il lavoratore mantiene il posto di lavoro fino al termine del procedimento giudiziario. È prevista la reintegra nel caso il licenziamento sia ritenuto privo di giustificato motivo soggettivo od oggettivo. Per l’azienda però c’è la possibilità di provare, nel caso un licenziamento sia stato giudicato illegittimo, che non può essere portata avanti una collaborazione proficua con il lavoratore. Procedimento che porta  l’organo giurisdizionale a dichiarare sciolto il rapporto di lavoro, condannando il datore di lavoro al pagamento di un’indennità, da 12 a 18 mensilità a seconda dell’anzianità.

Regno Unito:  l’Empoyment Relation Act regola la tutela dei licenziamenti, prevista solamente per i dipendenti che lavorano da un anno ininterrottamente in un’azienda. L’illegittimità dei licenziamenti si configura per motivi discriminatori, legati all’attività sindacale o dovuti al trasferimento d’azienda. Il giudice può decidere per la reintegra (che si divide in «reinstatement», cioè nello stesso posto e in «reengagement», in un posto diverso e comparabile a parità di retribuzione) o per l’indennità.  Il primo caso viene applicato molto raramente. Il giudice il più delle volte decide per un alto risarcimento, che si innalza ulteriormente se il datore di lavoro non segue la procedura che caratterizza il recesso (il periodo del preavviso dipende dal tempo in cui il lavoratore è stato dipendente).

Danimarca:  Vige la flexicurity, un modello che garantisce alle aziende maggiori margini per i licenziamenti (la reintegra è prevista per legge, ma non è molto applicata). Al contempo però una maggiore tutela è concessa ai dipendenti licenziati, che percepiscono un sussidio, pagato dal datore di lavoro, corrispondente al 90% dell’ultima retribuzione per il primo anno di disoccupazione, che scende di 10 punti percentuali, fino al 60% per il quarto anno. L’azienda, inoltre, tramite corsi di formazione, aiuta il lavoratore nella ricerca di un nuovo lavoro. Sono dei servizi che hanno un alto costo. La Danimarca infatti è tra i Paesi che spende di più per le politiche attive nel lavoro, al 2,6% del Pil.

Autore
"Non è il caso né di avere paura né di sperare, bisogna cercare nuove armi." Gilles Deleuze @andreazitelli_



Renzi “strega” la Silicon Valley. E quindi?

Selfie, tweet, google glass… Del viaggio del premier in Usa ho saputo tutto, quello che non ho saputo è se c’è stato qualcosa oltre alla vetrina.


Della visita di Matteo Renzi in Silicon Valley ho saputo

che ha provato i Google Glass

che anzi gli hanno parlato con addosso i Google Glass

che gli hanno parlato delle macchine che si guidano da sole, sempre di Google (i nostri figli non avranno bisogno di prendere la patente, gli hanno detto)

 

che gli hanno regalato una stampante 3D

che ha fatto una simpatica battuta sul suo inglese non esattamente oxfordiano

che la Pubblica Amministrazione deve diventare una nuvola (non quella del “piove, governo ladro”)

che serve un “cambiamento violento” (“quasi violento”, in realtà) e che non siamo e non saremo un Paese normale (l’avessero detto Silvio e Beppe avremmo parlato di irresponsabilità della politica per giorni)

che in ogni caso “anche con il suo simpatico ‘body language’ in un buon inglese, nonostante le tante dicerie, è stato letteralmente un fuori classe” parlando di “Rinascimento digitale” a Stanford – o almeno, così scrive La Stampa

che anche negli Stati Uniti vogliono fare i selfie con Renzi

che ha preso un caffè con Dick Costolo

che è stato a cena con Condoleeza Rice

che ha incontrato Marissa Mayer

che ha parlato con Larry Page

che ha parlato alla Singularity University, co-fondata da Ray Kurzweil, chief engineer di Google e convinto che le macchine saranno presto più intelligenti dell’uomo

che il suo portavoce ha raccontato tutto questo in modo informale su Instagram

che c’erano 150 start-up italiane e imprenditori hi-tech pronti ad accoglierlo

che lui è pronto ad accoglierli quando vorranno tornare nella sua Nuova Italia, non più “il luogo del passato ma del futuro”

che, infatti, le nostre città sono il passato, e noi dovremmo esserne orgogliosi ma puntare al futuro

 

che il futuro è indubitabilmente – pare, nonostante il proposito di non volerla “copiare” – quello che gli hanno raccontato a Silicon Valley.

Quello che non ho saputo della sua visita a Silicon Valley è

se al sito del governo interessi comunicare cosa si è detto in tutti questi incontri, dato che non ce n’è menzione (foto e video ci sono tutti, in compenso)

se c’è una ragione per cui i principali siti e testate che ho consultato hanno adottato lo stesso approccio audiovisivo prima che testuale

se c’è stato qualcosa oltre alla vetrina

se ci sia stato qualcosa oltre al messaggio autopromozionale che dice sì, a Renzi importa davvero dell’innovazione, non è solo un premier che cinguetta, fa sul serio

se ci sia stato tempo e modo per promuovere un modello europeo dell’innovazione, più rispettoso della privacy individuale e più articolato del piano ideologico di curare la politica e la società con la tecnologia, lo spettro che aleggia su Silicon Valley

se, insomma, il viaggio sia stato del presidente del Consiglio Matteo Renzi o dell’utente @matteorenzi

se sia stato il viaggio di un leader o di un follower, per dirla nei suoi stessi termini

e se a raccontarlo siano stati leader o follower.

La differenza tra ciò che ho saputo e ciò che non ho saputo della visita di Renzi a Silicon Valley credo sia la risposta più eloquente.




Alla ricerca di un Paese normale

La stridente contraddizione tra retorica e realtà. Non si fa la crescita col sogno e con l’ottimismo. Ci riempiamo la bocca di ‘digitale’ e ‘innovazione’ e non si investe su università e ricerca. Sogniamo una scuola digitale e tagliamo la spesa nell’istruzione pubblica…


«L’Italia non sarà mai un paese normale, perché è un paese straordinario», affermava il Presidente del Consiglio Renzi, qualche giorno fa, rivolgendosi alla Camera.

Mai forse, come nell’era del «cambia verso» al governo, il discorso pubblico aveva pescato così tanto nel mito nazionale dell’eccezionalità. L’Italia è il paese della «bellezza» che è sinonimo, ovunque, di «Made in Italy». E la globalizzazione richiede proprio bellezza, dice il premier, dunque non può che guardare all’Italia.

Mai forse, come nell’era della velocità al governo, il discorso pubblico aveva celebrato così tanto l’«innovazione». Dicono che siamo il paese del genio e della fantasia, un paese di inventori. E come può il paese che ha dato i natali a Leonardo da Vinci e Antonio Meucci non potercela fare, sempre, in barba a recessione e deflazione?

Non è la prima volta, in questi ultimi vent’anni, che si deve ricordare a chi è al governo che non si fa crescita col sogno e l’ottimismo. Ma mai forse, come oggi, era stata così stridente la contraddizione tra retorica e realtà.

Prendiamo l’agenda digitale. I passi da compiere in questo settore sono ancora molti, il «digital divide» in Italia è ancora molto ampio e un investimento in questo settore potrebbe essere decisivo anche per la crescita. Già il precedente esecutivo denunciava i ritardi su questo fronte, e, ad oggi, attendiamo ancora che si passi dalla celebrazione ai fatti. L’agenda digitale italiana sembra, anzi, essere sempre più vuota di impegni, a partire da quelli sulla destinazione delle risorse economiche, più che mai incerte.

L’impressione, dunque, è che la retorica non sia altro che il linguaggio della propaganda. Del resto, la classe dirigente che celebra l’innovazione, anche «digitale», è la stessa che insiste a non dare risposte su questioni come università e ricerca. Non investiamo nell’università e non investiamo in ricerca. Ma vogliamo «l’innovazione». Non avremo, così, né la ricerca, né l’innovazione. Sogniamo anche una scuola «digitale», con un tablet in mano a ogni studente, ma tagliamo la spesa nell’istruzione pubblica.

La contraddizione, in fondo, è tutta qui. È quella di chi vuole un paese straordinario, non normale. Ma, come raccontava l’altra sera PresaDiretta, un paese normale è quello in cui il trasporto pubblico è al servizio di chi lo utilizza, invece di trasformarsi nell’ennesima storia di corruzione.

Un paese normale, probabilmente, è solo un paese che funziona.




Agcom e copyright: un primo bilancio tra procedure opache e poco democratiche

Tra poca trasparenza e molta discrezionalità nel rimuovere contenuti, a farne le spese i diritti dei cittadini.


 

Regolamento

A circa 6 mesi dall’entrata in vigore del Regolamento Agcom, e in attesa che il TAR si pronunci sui vari ricorsi presentati contro il Regolamento e le singole delibere, è possibile tracciare un primo sommario bilancio dell’attività dell’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni in materia di tutela del diritto d’autore in Rete.

Come già detto, fondamentalmente il Regolamento, deliberato ed applicato dalla medesima Autorità (che si fa legislatore e giudice), consente alla stessa di svolgere contemporaneamente sia le funzioni del pubblico ministero (recependo le istanze di punizione e portando avanti delle sommarie indagini) che le funzioni del giudice (procedendo ad una valutazione del presunto illecito e stabilendo la relativa sanzione). L’accorpamento dinanzi allo stesso organo di poteri inquirenti e giudicanti in relazione a illeciti che costituiscono a tutti gli effetti reati, determina una palese violazione dei principi alla base delle normative nazionali e comunitarie che prevedono la separazione delle due funzioni nonché la necessaria presenza nel procedimento di garanzie per gli incolpati.
In sostanza il regolamento Agcom sottrae ai giudici una specifica materia trattandola in base ad un procedimento amministrativo sommario e discrezionale.

Inoltre il costo degli interessi privati degli autori e degli editori ricade interamente sulle spalle dei contribuenti, compreso quanto speso per la convenzione con la Fondazione Bordoni (FUB) che gestisce il sito dedicato all’inoltro delle istanze di tutela, e si occupa di rendere trasparente il procedimento.

Procedimenti

Le istanze (164 al 19 settembre) vengono inizialmente pubblicate sul sito dell’Agcom, ma solo dopo qualche tempo sono visualizzabili i procedimenti sul sito della FUB, dove numerose istanze semplicemente non risultano. Questo perché non tutte portano all’apertura di un procedimento. Sulle istanze così trattate non è possibile conoscere ulteriori dati.

La trasparenza appare prevalentemente formale, con la pubblicazione delle istanze di avvio dei procedimenti, delle determine di archiviazione o degli ordini. In realtà la compilazione degli atti è piuttosto standard, con una motivazione puramente formalistica e a mezzo di formule stilistiche, ed è assolutamente inidonea a rendere noto il percorso logico dell’Autorità per giungere ad una determinata conclusione.
Inoltre non sono pubblici gli atti delle udienze, né le procedure di indagini, né tutti gli altri elementi che potrebbero essere fondamentali nel momento in cui qualcuno decidesse di impugnare dinanzi al TAR le decisioni dell’Agcom.

Procedimenti DDA Online

Al 19 settembre i procedimenti aperti sono 68. Ovviamente dobbiamo tenere presente che alla data indicata alcuni procedimenti aperti non erano ancora definiti.
Alcuni dei procedimenti cumulano più istanze (es. istanze 3 e 27 cumulate nel procedimento 2). Le archiviazione formali sono 34, e riguardano le istanze irricevibili, inammissibili, manifestamente infondate o ritirate prima della decisione finale (es. l’istanza 8 viene archiviata perché il contenuto segnalato era già stato rimosso al momento della presa in carico dell’istanza da parte dell’Agcom, l’istanza 154 viene archiviata perché non è stata trasmessa utilizzando il modello predisposto dall’Agcom). I procedimenti archiviati in via amministrativa non determinano l’apertura di un procedimento (quindi sul sito della FUB risultano 102 istanze).

Il dato che risalta è il numero di “adeguamenti spontanei”, che sono 43. Si tratta di quei casi nei quali l’Agcom si limita ad  inviare una comunicazione di apertura del procedimento al soggetto gestore del sito dove sarebbe presente il contenuto presunto illecito, e tale soggetto “spontaneamente” lo rimuove, e quindi il procedimento si chiude.
È ovvio che l’Agcom tenterà di giocare questa carta per dimostrare che il Regolamento funziona, ma in realtà, come vedremo oltre, gli adempimenti spontanei comportano un problema di non poco conto.

Infine ci sono 20 procedimenti definiti con un provvedimento finale dell’Agcom, di cui 6 sono archiviazioni e 14 sono ordini di rimozione tramite blocco su DNS.

Fotografie

Una parte significativa delle segnalazioni pervengono da fotografi professionisti che si rivolgono all’Autorità per chiedere la rimozione di loro opere pubblicate senza permesso. Così La Repubblica, il sito dei beni culturali della Regione Marche, il sito della città di Oria in Puglia, hanno rimosso “spontaneamente” delle fotografie.

Altri casi sono “sintomatici”. Agcom ingiunge al provider di hosting del sito risorsedidattiche.net, che offre a bambini delle scuole primarie schede didattiche gratuite, inserite dagli stessi utenti, di cancellare le schede relative a: la civiltà dei Greci, i Sumeri, la civiltà degli  Assiri, teoria del Big Bang, gli Etruschi, la  preposizione, i Babilonesi, l’Iliade.
In questo caso il sito non risulta sia stato nemmeno contattato, nonostante fosse possibile tramite un modulo presente sulle pagine.

I provvedimenti presenti sul sito della FUB consentono, quindi, di comprendere che l’Autorità non si occupa soltanto di pirateria vera e propria, anzi, si occupa principalmente di singole violazioni.

Ancora. L’Agcom chiede al sito gay.it di rimuovere la fotografia che correda un articolo dal titolo “Giornalista italiano va a Mosca e srotola bandiera «Love is love»”. La foto era l’autoscatto di un giornalista fotografo preso sulla Piazza Rossa con in mano la bandiera simbolo della lotta per l’uguaglianza degli omosessuali. Il gesto in sé, l’innalzare quella specifica bandiera, è una forma di protesta per le norme contro gli omosessuali approvate dal governo russo. Nel caso specifico, quindi, la foto era di per sé la notizia, e quindi nel decidere sulla violazione del diritto d’autore occorreva contemperare tale diritto con il diritto di cronaca.

Con il procedimento contro Repubblica.tv l’Agcom nuovamente entra nel campo del diritto di cronaca, ordinando la rimozione di un video che mostrava un’operazione di polizia a Firenze.

Il provider rimuove
In molti casi è il provider che rimuove “spontaneamente” il video. Questo punto è importantissimo, perché si potrebbe essere portati a credere che laddove c’è un adeguamento spontaneo alla richiesta dell’Agcom allora vuol dire che il gestore del sito era (coscientemente) in violazione delle leggi. Ma se l’adeguamento viene dal provider questo ragionamento viene a cadere.

Il provider ottempera soltanto per evitare di dover sopportare multe a causa delle attività di un suo cliente, perché, pur essendo irresponsabile per le violazioni dei suoi utenti quale provider ai sensi della normativa europea, in base al Regolamento Agcom può incorrere comunque in sanzioni.
Non dimentichiamo, inoltre, che tale comportamento è in aperta violazione della direttiva europea 2009/136/CE che stabilisce che “spetta agli Stati membri, e non ai fornitori di reti o servizi di comunicazione elettronica, decidere, seguendo le normali procedure, se i contenuti, le applicazioni e  i servizi siano legali o dannosi”. Ma se c’è adeguamento spontaneo di fatto è il provider, cioè un soggetto privato diverso dall’autore del presunto illecito che decide cosa è lecito e cosa non lo è.

Per quanto riguarda il “gestore del sito” abbiamo compreso che viene identificato nella persona che riceve le mail all’indirizzo fornito nella sezione Contatti del sito, oppure, se non c’è tale sezione, nella la persona indicata come “admin” nel profilo Whois del sito web. Purtroppo spesso sul Whois viene indicato il Registrar (qui il whois di cineblog, sito oggetto di ordine di blocco da parte dell’Agcom), e non si comprende perché dovrebbe sapere cosa fa il suo cliente. Insomma, il contraddittorio fa acqua da tutte le parti.

Adempimenti “spontanei”

Comunque è vero che in alcuni casi sono i gestori del sito che ottemperano all’ordine dell’Agcom. Ma anche qui non ha senso ritenere positiva una conclusione del procedimento in questo modo.
Chi non ottempererebbe ad un ordine inserito in una comunicazione ufficiale proveniente da un’Autorità statale? Chi non lo fa dovrebbe avere una conoscenza adeguata delle norme vigenti in materia (tra l’altro non proprio chiarissime), e dovrebbe comunque potersi permettere il costo del  ricorso al Tar (duemila euro) per poter dimostrare di avere ragione nel caso in cui l’Agcom voglia insistere. Questo perché in base all’art. 7 del Regolamento solo il soggetto istante può bloccare il procedimento amministrativo, se invece il soggetto incolpato vuole ricorrere al giudice ordinario, il procedimento amministrativo prosegue comunque e può terminare (in tempi brevi, 35 giorni) nell’ordine di blocco. Altro che adempimento “spontaneo”.

Un altro caso interessante ha riguardato il sito italysoft.com, un aggregatore di link alle pagine principali di vari siti giornalistici. Il sito in realtà embedda in modalità frame le pagine dei siti terzi all’interno delle sue pagine. Il sito Quattroruote si oppone e si rivolge all’Agcom e italysoft deve adeguarsi “spontaneamente”.
In materia di framing occorre precisare che generalmente non viene considerato violazione del diritto d’autore perché il materiale del sito linkato non viene copiato sul sito linkante, ma direttamente dal browser dell’utente, così non si ha violazione del diritto di riproduzione, né del diritto di elaborazione delle opere, né del diritto di diffusione (sostanzialmente è come andare al cinema senza pagare, può essere un comportamento riprovevole ma non è violazione del copyright).
Però può accadere che il sito incorporante sfrutti la notorietà del sito incorporato per guadagnarci, in tal caso potrebbe configurarsi un atto di concorrenza sleale. È palese però che siamo davvero molto oltre una banale violazione del diritto d’autore da trattare con una procedura amministrativa sommaria.

Di esempi del genere se ne potrebbero trarre numerosi dai procedimenti presenti sul sito della FUB, ed evidenziano che in moltissimi casi non siamo di fronte a situazioni facili da districare, quanto piuttosto a complesse realtà giuridiche che andrebbero trattare con le dovute competenze. Sono casi nei quali occorre bilanciare i diritti in gioco, da un lato il diritto d’autore, dall’altro il diritto di cronaca, la libertà di informazione, e il diritto alla libera iniziativa economica dei provider.

Bilanciamento dei diritti

L’attività di bilanciamento dei diritti è un compito estremamente complicato che esige una specifica e circostanziata motivazione (la motivazione è essenziale per consentire al cittadino di controllare l’operato del giudice e permettere l’impugnazione del provvedimento) perché un diritto ceda di fronte ad un altro. Tutto ciò non si rinviene affatto nel procedimento amministrativo dell’Agcom, privo delle garanzie minime previste nelle procedure giurisdizionali, e all’interno del quale risultano assenti o non sufficientemente esplicitati i criteri per operare il bilanciamento.
Anzi, l’impressione è che l’Agcom si limiti a recepire l’istanza del titolare dei diritti senza prendere minimamente in considerazione altri diritti contrapposti.

Di fatto il regolamento Agcom è una sorta di coltellino svizzero buono per tante occasioni, con la scusa della tutela del copyright si entra in territori che non competono assolutamente all’Autorità, e sostanzialmente regala ad autori ed editori la possibilità di decidere unilateralmente o quasi cosa è lecito e cosa non lo è.
La prospettiva dell’industria del copyright è semplice, esiste il mio diritto e niente altro, quello che è mio è mio e non ci interessano né gli usi didattici né la critica né la cronaca né la cultura e la ricerca tecnica e scientifica (tutelata ai sensi dell’art. 9 della Costituzione) e neppure la crescita delle arti e lo sviluppo dell’individuo o della società.
L’adeguamento spontaneo, infatti, non è altro che questo. L’Agcom avverte il segnalato che se non ottempera ai desiderata dell’autore (cioè “rimuovi”) allora se ne dovrà occupare lui della questione. E come se ne occupa? Da quello che possiamo notare, in maniera sommaria e sbrigativa, risultando nella maggior parte dei casi un semplice “intermediario”. Ecco perché abbiamo spesso, per paura, un adeguamento “spontaneo” che però non ci dice assolutamente nulla sui dettagli del procedimento e se vi fosse o meno una reale violazione del diritto d’autore.

Il punto è che le norme sul diritto d’autore sono palesemente inadeguate alla realtà odierna caratterizzata dalla rete Internet dove tutti possono essere contemporaneamente produttori ed utilizzatori di notizie e di materiale coperto da diritti d’autore (specialmente fotografie). Quello che occorre è una distinzione più netta tra le opere professionali e i contenuti amatoriali, consentendo una più ampia possibilità di utilizzare a fini di critica e discussione o semplicemente citazione contenuti protetti dal diritto d’autore.

E la lotta alla pirateria? In tal senso il Regolamento appare un’arma spuntata, la vera pirateria se la ride, perché un sito di materiale piratato, se bloccato rinasce dopo pochi giorni sotto altri nomi a dominio.

Rimane un ultimo dubbio. Ma se il gestore del sito ottempera all’ordine di rimozione dell’Agcom con ritardo, cioè dopo che l’ordine di blocco è stata già emesso ed attuato, comunque il sito rimane bloccato? Pare di si perché il Regolamento non prevede la possibilità di riaprire un procedimento già chiuso. E il blocco Agcom… è per sempre!

Autore
Avvocato e blogger. Mi interesso di diritto applicato ad internet e alle nuove tecnologie di comunicazione. @brunosaetta



#Scuolebelle, il governo “costretto” a correggere i dati sullo stato dei lavori

Il buon giornalismo controlla passo dopo passo e sul sito cambiano i numeri ma con un metodo poco trasparente.


Articolo in partnership con Fanpage.it

Dare dei dati ufficiali per poi contraddirli, come se niente fosse, poco dopo una settimana. Questo è ciò che ha fatto il governo con #scuolebelle, il programma sull’edilizia scolastica del governo Renzi presentato il 4 luglio scorso, con cui l’esecutivo ha messo sul piatto 150 milioni di euro per il 2014 (e 300 milioni in attesa di essere sbloccati per il 2015) per piccoli lavori di manutenzione all’interno di “17.961 plessi scolastici”. Ma andiamo con ordine.

Il 9 settembre scorso il ministero dell’Istruzione pubblica l’elenco degli interventi #scuolebelle realizzati fino a quel momento.

Sommando i dati della prima colonna si arriva alla cifra di 1465 lavori eseguiti a luglio e ad agosto.

Passata poco più di una settimana, Repubblica, lunedì 16 settembre, pubblica un pezzo di Corrado Zunino dal titolo indicativo «I numeri che non tornano sul sito del governo “Dalla Campania al Piemonte cantieri in ritardo”». Il giornalista denuncia che i dati aggiornati dello stato dei lavori in suo possesso mostrano che il numero dei lavori terminati è nettamente inferiore rispetto a quanto comunicato:

Il sito di governo dice che a luglio e agosto ci sono stati 1.465 interventi tutti eseguiti nelle scuole italiane, perlopiù ritinteggiature e piccole manutenzioni. L’aggiornamento ministeriale, che arriva a tarda ora, riduce ampiamente il “già fatto”: sono 918 “i lavori ad oggi terminati”, 547 in meno dell’annunciato.

Quindi paradossalmente, con il passare del tempo, i lavori conclusi nelle scuole invece di aumentare sono diminuiti. Lo stesso giorno, dopo la pubblicazione dell’articolo, sul sito del ministero dell’Istruzione esce un comunicato stampa con gli stessi dati sulla stato di avanzamento dei lavori di #scuolebelle in possesso di Zunino. Le nuove cifre ufficiali, rilanciate dal Miur su Twitter il 17 settembre, confermano in toto quanto scritto dal giornalista

Se si confrontano nel dettaglio regione per regione i differenti dati dei “lavori eseguiti” pubblicati il 9 settembre e quelli del 16 settembre dal Miur si vede come i primi resoconti dalle scuole nella maggior parte dei casi risultino troppo ottimistici, presentando una realtà distorta:

In Piemonte sono stati pubblicamente accreditati 41 cantieri scolastici aperti e chiusi, le cifre reali riducono l’eseguito a tre scuole. (…) I 42 cantieri accreditati all’Emilia Romagna sono, in realtà, zero. I 207 del Lazio solo 92. I 203 della Campania 72.

Dopo l’articolo di Zunino e la pubblicazione ufficiale dei nuovi dati da parte del Miur, sul sito governativo passodopopasso.italia.it, presentato dal presidente del Consiglio, Matteo Renzi, a inizio a settembre come uno strumento per verificare l’attività dell’esecutivo sulle riforme, viene modificata l’”infografica” che racchiude i dati delle manutenzioni su #scuolebelle.

Tabella prima della modifica. Clicca sull’immagine per ingrandire.     

 

 

 

 

 

 

Tabella aggiornata al 16 settembre. Clicca sull’immagine per ingrandire.

 

 

 

 

 

 

Cambiano così le diciture delle colonne, l’intestazione, il lasso di tempo considerato e i numeri ma il colore, la grafica e soprattutto l’indirizzo della pagina restano gli stessi – basta vedere come la tabella che si apre cliccando nel link nel tweet del Miur del 9 settembre embeddato sopra non corrisponda allo screenshot -. In questo modo, però, non è possibile cogliere e quindi verificare che in un primo momento era stata raccontata una storia non reale sull’avanzamento dei lavori.

Un governo che vuole dimostrare trasparenza nel proprio lavoro da qui alla fine dei mille giorni, perché pubblica dati che mostrano uno situazione non veritiera, ottimistica, da propaganda? E se è stato un errore (di cui nessuno al ministero ha fatto caso fino al 15 settembre, il giorno precedente all’articolo di Repubblica), perché modificarlo in quel modo poco trasparente? Infine, visto quanto successo, chi ci garantisce che quanto certificato dal Miur sull’avanzamento dell’edilizia scolastica corrisponda al vero?

 

 

Autore
"Non è il caso né di avere paura né di sperare, bisogna cercare nuove armi." Gilles Deleuze @andreazitelli_



Papà Renzi indagato, le indagini a orologeria e il giornalismo

Come stanno i fatti, la reazione di alcuni giornalisti. Come (non) si dovrebbe commentare la vicenda. Secondo noi.


Update 24/09/2014: Ovviamente lo stesso ragionamento per quanto mi riguarda vale anche per le accuse di massoneria a Renzi. Cioè l’odore di massoneria di cui parla nel suo editoriale di oggi De Bortoli merita quanto meno maggiore chiarezza. Sul Patto del Nazareno poi ho chiesto chiarimenti anche a Peter Gomez – direttore di Fattoquotidiano.it – che riprendeva e rilanciava su twitter l’articolo del direttore del Corsera.

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Sarò breve. Ieri appena si è saputo dell’indagine a carico del padre di Matteo Renzi per bancarotta fraudolenta diversi giornalisti soprattutto su twitter si sono dati da fare con commenti (seri o faceti) sulla magistratura ad orologeria: insomma Renzi figlio-premier avrebbe toccato le ferie dei magistrati o peggio Renzi è nel mirino di “apparati”…

Su facebook mi sono permessa di fare un appello ai miei colleghi giornalisti:

Stamattina una intervista di Donatella Stasio sul Sole 24 ore al Procuratore di Genova, Michele Di Lecce chiarisce bene la dinamica dei tempi

Vi siete posti il problema della scontata reazione che avreste scatenato con l’avviso di garanzia, ovvero l’accusa di «giustizia a orologeria»?
Certo, potevamo immaginarla, ma i tempi sono decisi da calendario, non da noi. Noi non abbiamo margini di discrezionalità. Dopo sei mesi, se l’indagine non è conclusa bisogna chiedere la proroga. Non potevamo farlo né due mesi prima né due mesi dopo. Lo ripeto: il procedimento penale è stato iscritto 6 mesi fa, quando ci sono arrivati i documenti a seguito della procedura fallimentare, anche se la dichiarazione di fallimento è intervenuta prima. Quindi, non ci siamo mossi d’ufficio. Decorsi i sei mesi dovevamo chiedere la proroga, che va notificata agli interessati. Contestualmente abbiamo inviato anche l’informazione di garanzia, per fornire più elementi di conoscenza agli indagati.
Andrea Iannuzzi, sempre su Facebook, fa una sintesi molto efficace della vicenda tratta dalla lettura dei giornali

Questi sono i fatti. Aggiungo per la cronaca che a suo tempo Renzi si è dimesso dall’azienda sotto pressione del Fatto Quotidiano:qui l’articolo di Marco Lillo che chiedeva conto di questa assunzione

Il Comune e la Provincia di Firenze da quasi 9 anni pagano i contributi per la pensione del dirigente di azienda Matteo Renzi. Il problema è che l’azienda che ha assunto il giovane Renzi come dirigente 8 mesi prima di collocarlo in aspettativa (scaricando l’onere previdenziale sulla collettività) è della famiglia Renzi. Lo si scopre leggendo un documento del 22 marzo scorso: la risposta a un’interrogazione presentata dai consiglieri Francesco Torselli (Fratelli d’Italia) e Marco Semplici (Lista Galli). “Il dottor Matteo Renzi è inquadrato come Dirigente presso l’azienda Chil srl”, scrive il vicesindaco Stefania Saccardi e aggiunge “alla società presso cui risulta dipendente in aspettativa il dottor Renzi sono erogati i contributi previsti all’art. 86 comma 3 del Testo unico sugli enti locali”. La legge in questione impone all’Ente locale di provvedere al versamento dei contributi previdenziali, per gli amministratori locali che, in quanto lavoratori dipendenti, siano stati collocati in aspettativa non retribuita per assolvere al mandato.

Qui il premier riconosce a Marco Lillo la legittimità della richiesta di dimissioni e annuncia le sue dimissioni dall’azienda




Visti dall’Italia. I giovani che tornano, nonostante tutto

Un blog e un documentario per raccontare l’altro lato della storia. Giovani che decidono di tornare nel nostro paese e di provarci. Una risposta al nostro post: Visti da Londra: essere giovani in Italia è terribilmente difficile.


Dopo la pubblicazione del post di Michele Azzu “Visti da Londra: essere giovani in Italia è incredibilmente difficile”, abbiamo ricevuto da Serena, Goffredo e Carolina la richiesta di ospitare un loro post per raccontare anche l’altro lato della storia. Buona lettura.

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Serena Carta, autrice del blog Cervelli di ritorno ospitato su Vita Non profit
Goffredo d’Onofrio e Carolina Lucchesini, registi del documentario La strada di casa

Siamo quello che raccontiamo o raccontiamo quello che siamo? Nessuno metterebbe in dubbio che siamo l’Italia che ci raccontano: quella dell’unico stato in recessione tra quelli del G7, del paese che “perde colpi”, che è sempre agli “ultimi posti” e che “non riparte”, della crescita zero, dei bamboccioni e dei cervelli in fuga, del “renzusconi”, delle “tasse che tagliano le gambe”, dell’assenza di meritocrazia, dei politici corrotti (e così via).

Ma chi si occupa di informarci ci racconta sempre chi siamo? O meglio, ci racconta tutto?

Qualche giorno fa Michele Azzu ha condiviso qui su Valigia Blu quello che, da ragazzo italiano, ha pensato camminando tra le strade di Londra: la City è “un’arena di gladiatori in cui per emergere devi lottare. Ma alla fine della giornata sai che i tuoi sacrifici sono serviti. Poi torno in Italia e rivedo i miei amici del nord e del sud: sfruttati, repressi, calpestati, odiati. In Italia essere giovani, oggi, è incredibilmente difficile”.

Quello che Michele scrive è vero. Ma c’è anche altro. La condizione giovanile non può raccontarcela solo il tasso di disoccupazione al 44%, o il fatto che 2 giovani su 3 siano precari.

Nei nostri percorsi di vita e di lavoro, in Italia e non, ci siamo resi conto di quanta forza abbiano i giovani italiani nel creare, proporre, diffondere un’idea diversa di crescita. Lavorando su progetti che partono dai territori, che li arricchiscono di valore. E questo ci ha fatto rinnamorare di loro. O meglio, di noi stessi. Per questa ragione, con un blog e un documentario, abbiamo voluto raccontare gli “altri giovani”, gli esclusi dalla narrazione tradizionale della crisi e dall’informazione del mainstream. Come catarsi collettiva, forse. Ma soprattutto come strumento di ribellione a uno status quo annichilito e pessimista.

Crediamo che non esista una visione a senso unico della Storia. Quello che vediamo – e che vorremmo raccontare – è un paese fatto da persone che non trovano rappresentazione dentro i dati sulla produzione industriale, la crisi economica o lo stop della domanda. Ma piuttosto storie di vita che testimoniano ostinazione, fatica, impegno, speranza, sensi contrari a quelli maggioritari e, sì, anche qualche passo indietro.

Come quelli fatti da Filippo dal Fiore, che dal MIT di Boston è tornato a Padova dove si occupa di innovazione e interdisciplinarietà. Filippo si fa guidare da una visione olistica della vita: “Non credo alle iper-specializzazioni. Ho imparato che al giorno d’oggi, se ti chiudi in una bolla, ti convinci di essere onnipotente e fai disastri. Piuttosto, credo molto nel mettersi in connessione: e noi italiani in questo siamo bravissimi”.

Storie di giovani che dopo anni trascorsi all’estero hanno deciso di rientrare in Italia per valorizzare e investire nelle risorse offerte dai territori e dalle comunità d’origine. Proprio come sta facendo Luana Stramaglia con il suo Fork in progress, “cucina narrativa” nel centro storico di Foggia dove anziani a rischio di emarginazione sociale e studenti dell’istituto alberghiero avranno la possibilità di cucunare insieme e “sviluppare solidarietà intergenerazionale”. Luana ha 27 anni e ha trascorso gli ultimi 8 anni anni tra il centro-nord Italia e l’Europa. Ma il suo desiderio era quello di vivere a Foggia, sua città natale, e così si è inventata un lavoro. Per lei, come per tanti altri, il periodo all’estero è stato indispensabile, “ho imparato tantissime cose che mi hanno aiutato a dare concretezza alla mia idea imprenditoriale”.

Giovani che immaginano e sperimentano stili di vita alternativi. Giovani un po’ incoscienti e “gentili” – come qualcuno li ha definiti – e cioè “ottimisti, tecnologici, salutisti, empatici, etici” impegnati a fare comunità e a lanciare startup. Ne sono un esempio i Calabresi Creativi, associazione non profit di innovazione tecnologica e sociale che vuole connettere le potenzialità del web 2.0 con il territorio calabrese. Due membri del gruppo, Francesco Paradiso e Francesco Vadicamo, entrambi informatici, si sono conosciuti a Milano: “Insieme parlavamo di tornare, di fare squadra, di fare qualcosa di bello. Oggi che siamo qui, nonostante le difficoltà quotidiane, lo scarso appoggio istituzionale e il tipico arrendevole atteggiamento calabrese, l’entusiasmo non si è affievolito. C’è ancora molto lavoro da fare, ma in fondo quello che conta è il viaggio, non la meta! E di evento in evento, notiamo che le persone acquistano fiducia e speranza”.

Non ci interessa se queste persone siano o meno la maggioranza, se confermino e contraddicano le statistiche. Se siamo ciò che raccontiamo, è importante affiancare all’immagine di un’Italia sul baratro anche quella, altrettanto reale, di un’altra Italia impegnata a ripartire. E chissà che, a forza di guardare lo stivale da un’altra prospettiva, non ci si renda conto che l’epoca della ripresa è già cominciata.

La strada di casa from Goffredo d’Onofrio on Vimeo.




Famiglie e scuola: risparmiare con gli ebook autoprodotti dagli insegnanti?

I punti oscuri che rischiano di trasformare questa proposta del Governo in un fallimento.


 

Come far spendere meno alle famiglie per i libri di testo scolastici? Una delle soluzioni proposte dal Governo è quella che i libri di testo tradizionali vengano sostituiti da ebook “creati” dagli stessi professori della scuola, e poi messi in rete ed adottati da tutte le altre scuole italiane. Una soluzione che, almeno virtualmente, sembra l’uovo di Colombo per far risparmiare alle famiglie centinaia di euro per comprare libri e libri digitali delle case editrici tradizionali.

La polemica con l’editoria scolastica è vecchia e anche in parte fondata. Ogni anno le case editrici pubblicano libri di testo che molto spesso differiscono di pochissimo dall’edizione dell’anno precedente, solo per costringere le famiglie e gli studenti a comprare il libro nuovo e non riutilizzare quello di fratelli o amici, o affidarsi al mercatino del libro usato. Detto questo, l’idea dell’ebook autoprodotto dagli insegnanti è praticabile o ha anch’essa numerosi punti oscuri che rischiano di trasformarla in un fallimento?

Ebook

Il primo punto è quello del formato. Le scuole potranno produrre testi digitali, che dovrebbero essere quindi fruiti dagli alunni tramite tablet o almeno e reader. Peccato che le classi in cui gli alunni hanno tutti in dotazione un tablet siano decisamente poche, e che le scuole non abbiano di norma i fondi per comprare agli alunni il tablet. Dunque l’ebook “gratuito” creato dalla scuola come verrà fruito? Le famiglie risparmieranno il costo dei libri, ma dovranno comprare di tasca propria il tablet ai figli?

Inoltre anche solo per pubblicare o impaginare un libro digitale, ci vorranno specifiche competenze da parte dei docenti. Si provvederà a finanziare corsi di formazione in tutte le scuole per i professori che vogliono pubblicare il loro libro? Saranno forniti i programmi gratuitamente per pubblicare ebook? E in che formato dovranno essere formattati i testi? Perché non tutti i tablet ed i supporti leggono ogni tipo di formato. Il Ministero dovrà dare quindi delle linee guida specifiche anche sui formati compatibili.

La qualità

Scrivere un libro di testo per la scuola è una operazione molto complessa. Nelle case editrici scolastiche si lavora quasi sempre con un team di autori per ogni singolo libro: c’è chi si occupa di stendere i testi, chi di creare le esercitazioni ed i laboratori, chi di fare le schede riassuntive, di approfondimento o i materiali semplificati per gli alunni stranieri, per i BES, per le varie categorie di alunni disabili. Gli autori dei libri di testo delle case editrici quasi sempre sono o sono stati docenti, ma quando producono un testo scolastico sono autori, e quindi devono avere competenze diverse dal docente di classe. Anche se è abbastanza normale che un docente di classe produca alcuni materiali per la sua classe (usando un tempo le fotocopie, oggi magari anche formati elettronici di vario tipo), è assai raro che un docente produca un intero libro, persino della materia che insegna da anni. Questo perché in quanto docente, anche se bravo, non è detto che abbia le competenze necessarie per essere un autore di manuale. Sono due cose profondamente diverse: non è detto che chi spiega, anche magnificamente, inglese in classe, o italiano o matematica, sia anche in grado di scrivere un libro di testo di italiano, inglese o matematica, così come non è detto che il pur bravissimo giornalista conduttore del tg della sera sappia anche essere un magnifico inviato di guerra sul campo o un cronista di nera.

Il docente di classe, quindi, potrebbe non essere banalmente in grado di scrivere un intero libro di testo, o, anche lavorando in team con colleghi della stessa scuola, non è detto che sia in grado di produrre qualcosa di veramente valido. Da sempre le case editrici cercano nelle scuole i docenti che sono in grado di scrivere anche libri e li mettono sotto contratto proprio per questo: chi sa scrivere un libro di testo è raro.

Cosa pensa di fare invece il Ministero? Come già avviene in alcuni progetti sperimentali, tipo Book in progress, si pensa di creare una rete di scuole con una scuola capofila; all’interno di ogni scuola vengano nominati i coordinatori dei progetti dei vari libri, che coprono quindi diverse discipline. I docenti della scuola scrivono il libro intero o una parte di esso ed il coordinatore, come ogni coordinatore scientifico, si prende la briga di verificare la qualità o armonizzare le varie parti, e certificare che rispondono agli standard. I libri così prodotti verranno poi inviati al Ministero per avere una approvazione, e saranno immessi poi in una rete nazionale, rendendoli scaricabili dalla varie scuole, gratuitamente.

Il progetto così formulato lascia però in qualche modo aperte molte questioni. In primis i finanziamenti: sia a livello locale, sia a livello nazionale si dovrà creare una struttura per impostare, coordinare e verificare la validità degli ebook prodotti di tutte le materie, quindi ci vorrà una miriade di sottocommissioni. Bisognerà quindi trovare i fondi per pagare il coordinatore del progetto e una serie di esperti, in sede ministeriale e locale, che verifichino che il materiale prodotto sia valido, non sia plagio di qualcos’altro, non contenga errori. In pratica ogni scuola dovrà dotarsi di una struttura molto simile a quella di una normale casa editrice, con correttori di bozze, editor, e tutte le figure professionali che servono a trasformare un manoscritto in un libro di testo. Non è così scontato che queste professionalità si possano trovare già all’interno della scuola, anzi è difficile. Se un docente di matematica, putacaso, può anche essere in grado di scrivere un libro di testo della sua materia, ci vorrà poi un collega (ferrato nella materia) che sappia correggere le bozze, verificare e fare l’editor dei vari libri, controlli e certifichi la veridicità delle affermazioni contenute, trovi le immagini da usare per illustrare il testo, sani i problemi eventuali per il copyright di testi da inserire o di immagini. Tutta questa gente bisognerà, banalmente, pagarla. Con che fondi non è chiaro.

Il problema degli autori

Altro dubbio che coglie leggendo la proposta è: ma il docente che scrive il libro, come viene retribuito? Una casa editrice tradizionale paga l’autore per scrivere il libro. Su ogni testo l’autore o riceve i diritti o viene pagato a forfait. I libri scolastici delle case editrici costano perché la struttura della casa editrice (quella che, come abbiamo visto prima, verifica, edita il testo, corregge le bozze, etc.) costa, ma anche perché l’autore del testo viene retribuito.

Gli ebook ministeriali dovrebbero essere immessi nella rete scolastica e non avere, a quanto si capisce, un prezzo di vendita. Nel progetto Book in progress le linee guida richiedono esplicitamente che gli autori-docenti rinuncino ai diritti economici e non possano usare il materiale da loro prodotto a fini commerciali, e i libri prodotti dal progetto hanno un prezzo per rientrare dal costo vivo della pubblicazione.

Quindi gli autori lavorano gratis? Scrivere un testo scolastico è, come abbiamo detto, un lavoro estremamente complesso. Anche se si può partire con una base di appunti e di materiali scritti, o video e audio elaborati in classe, questi sono solo la materia bruta. Per creare un libro di testo che possa sostituire quelli professionali prodotti dalle case editrici, anche ammesso che il docente abbia già tutto il materiale in forma grezza, ci vogliono poi centinaia di ore di scrittura, rilettura, invenzione di esercizi, di schede. Oltre al lavoro a scuola, il docente che diventa autore di un libro o di una parte di esso deve mettere in conto di lavorare un monte ore spaventoso, a casa. Lavoro che, da quello che si capisce, nessuno gli pagherà, perché alla fine il suo testo, anche se fosse adottato in tutte le scuole di Italia in quanto ha prodotto un tomo imprescindibile per lo studio della sua materia, didatticamente fenomenale, verrà diffuso in pratica gratis. Una domanda banalissima: perché un docente dovrebbe farlo?

Foto via




Renzi punta ai tagli e la polizia sciopera: è a rischio la lotta al crimine? Cosa dicono i dati

Gli uomini in divisa sono pronti a scioperare dopo il blocco degli stipendi. Il governo punta a tagli delle forze dell’ordine per 600 milioni.


Articolo in partnership con Fanpage.it

Aggiornamento 18 settembre 2014: Vicino l’accordo tra governo e forze dell’ordine per superare il blocco degli stipendi. La riunione, svoltasi ieri a Palazzo Chigi, con i sindacati degli uomini in divisa si è infatti conclusa bene. «È stata confermata la decisione di risolvere la questione del tetto salariale e retributivo. Il lavoro per reperire le risorse è positivamente avviato», ha commentato al termine dell’incontro il ministro dell’Interno, Angelino Alfano.

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«Cinque corpi di polizia sono troppi». La riforma delle forze armate in Italia passa da questa affermazione di Matteo Renzi. Il governo infatti, nell’ottica di una spending review da 20 miliardi di euro per la prossima legge di stabilità, si sta preparando a operare sul reparto sicurezza tagli, risparmi e accorpamenti per una cifra di 600 milioni di euro. Dall’altra parte i soggetti interessati fanno sapere che c’è il rischio di un arretramento dello Stato nella lotta al crimine. Ecco perché, per capire l’impatto del piano dell’esecutivo è utile vedere i numeri che caratterizzano le forze dell’ordine in Italia.

Organico

In Italia ci sono 5 corpi che gestiscono la pubblica sicurezza, per un totale di 305 mila agenti. La spesa annuale per le forze armate, secondo i dati (a pag.22) del commissario straordinario della spending review, Carlo Cottarelli, è di 20 miliardi di euro (un costo che supera del 20% quello dell’apparato di sicurezza di Francia e Germania).

Tagli

Sistematiche sforbiciate hanno colpito in questi anni le forze dell’ordine. Il Dipartimento della pubblica sicurezza, che tra le varie funzioni ha quello di coordinare in modo tecnico-operativo i corpi di polizia, dal 2008 al 2012 ha subito un riduzione delle risorse per oltre 1 miliardo e mezzo di euro.

La riduzione costante degli agenti, come riportato in un dossier del sindacato di polizia Silp-Cgil presentato lo scorso agosto, è una delle prime conseguenze: “Dal 2006 al 2013 da 103.000 agenti in servizio si è passati a 95 mila unità complessive”. Una diminuzione di uomini che ha coinvolto anche le altre forze dell’ordine. Giuseppe Micali, segretario del Silp, ha dichiarato infatti che la Polizia penitenziaria «da 45mila agenti è passata a circa 36mila, l’Arma dei Carabinieri da 118mila a 103mila, mentre gli organici della Guardia di Finanza così come quelli del Corpo forestale dello Stato sono stati ridotti di circa 6 mila unità». Fra le cause principali c’è il blocco del turn-over, “ridotto del 50% con il DL 78/10 (ndr provvedimento per il risparmio nell’intera pubblica amministrazione), per cui per ogni 100 agenti che se ne vanno in pensione, ne entrano la metà.

La legge di stabilità 2014, approvata dal governo Letta, ha previsto assunzioni in tutto il comparto sicurezza: 1.000 per la Polizia, altre 1.000 per i Carabinieri e 600 per la Guardia di Finanza. Si tratta però di una piccola deroga, in quanto la condizione stabilita è che il turn over non sia superiore al 55% (quindi con un aggiunta del 5%). Per l’occasione è stato istituito un fondo “nello stato di previsione del Ministero dell’economia di 51,5 milioni di euro per il 2014 e di 126 milioni di euro a decorrere dal 2015″. Ma questo ricambio generazionale a metà, oltre alla riduzione degli organici, ha causato negli ultimi due anni un ulteriore innalzamento dell’età media del personale, con il risultato di creare un deterrente nella lotta al crimine, come denunciato più volte dai sindacati di polizia.

L’età media dei corpi di polizia dal 2006 al 2012 si è alzata di quasi 3 anni (dati Eurostat).

Gestione di dotazioni e automezzi

I continui tagli hanno coinvolto anche strutture, dotazioni e automezzi dei corpi di polizia. Già nel 2009 la Repubblica denunciava un taglio ai fondi per la gestione di automezzi della Polizia, elencando anche i problemi delle forze dell’ordine nelle maggiori città italiane, tra mancanza di organico e auto vecchie o ferme in officina a riparare. A maggio il sindacato Ugl Polizia di Brescia, aveva «denunciato il precario stato dei mezzi della Polizia di Stato, dovuto all’arcinoto taglio trasversale dei fondi che lo Stato destina alla loro manutenzione. Tagli che hanno indubbiamente creato delle situazioni di grave precarietà delle condizioni dei veicoli». I numeri che fotografano lo stato di salute dei mezzi li ha elencati Fiorenza Sarzanini sul Corriere della sera:

24 mila mezzi, «ma un terzo sono in riparazione costante e le volanti hanno in media 200 mila chilometri». Quando le gomme devono essere cambiate, la macchina si ferma perché non ci sono i soldi. A Milano, Torino e Bari circolano tra le 500 e le 550 autovetture, ma almeno 150 sono in officina. A Napoli su 1.000 autovetture, 300 non si muovono. Roma è in linea: su 1.600 macchine, 500 rotte.

Una situazione critica riconosciuta anche dal Governo. Nel decreto Stadi (all’articolo 8), entrato in vigore il mese scorso, sono stati stanziati infatti 350 milioni per “l’ammodernamento dei mezzi, attrezzature e strutture della Polizia di Stato (ndr da dividere con il corpo dei vigili del fuoco)”: 10 milioni di euro per il 2014, 40 milioni per il 2015 e 50 milioni per “ciascuno degli anni dal 2016 al 2021″. Problematiche, queste, che sono comuni all’interno delle forze dell’ordine. Il Comandante Generale Leonardo Gallitelli dell’Arma, un anno fa, durante un’ audizione dinnanzi le commissioni riunite “Difesa” di Camera e Senato, aveva infatti chiarito che nel bilancio del corpo c’era un saldo passivo di 280 milioni di euro. Durante la sua esposizione, il Generale Gallitelli, tra le varie problematiche elencate, aveva anche specificato che un comparto di macchine adeguato costa sui 70 milioni di euro, ma che la somma ricevuta per l’investimento era stata di appena 25 milioni. 

Stipendi

È il motivo per cui le forze dell’ordine hanno annunciato uno sciopero generale (che per gli uomini in divisa è vietato dalla legge 121/1981 (art.84)) per il prossimo 23 settembre. La scintilla è stata la dichiarazione del ministro Marianna Madia: «In questo momento di crisi le risorse per sbloccare i contratti (ndr nella pubblica amministrazione) non ci sono». Il presidente del Consiglio Matteo Renzi ha definito “ricattatori” i toni utilizzati dai sindacati dei corpi di polizia. Il ministro dell’Interno Alfano, smentendo le dichiarazioni della collega della Pubblica amministrazione, ha preannunciato che saranno trovate «le condizioni per lo sblocco degli stipendi (ndr servono 800 milioni per il 2015)». Quella del blocco del tetto salariale (cioè  il trattamento economico connesso all’anzianità maturata e alla qualifica ricoperta) per i dipendenti pubblici è una storia che dura da 4 anni e cioè dall’entrata in vigore del DL 78/2010 (all’articolo 9). Il sindacato di polizia Silp-Cgil, nello stesso dossier citato sopra, ha calcolato che questa situazione ha prodotto “una perdita mensile di 300 euro lordi” per singolo agente.

Un confronto europeo

Inserendo i numeri elencati finora in un contesto europeo, l’analisi acquista nuovi punti di vista. Partiamo dai compensi (di chi è appena entrato in servizio). Un paragone con le forze di polizia della Ue mostra così che gli agenti italiani non stanno tre le prime posizioni. Con il conseguente peso all’interno della Pubblica amministrazione Per quanto riguarda l’organico, nonostante i tagli, l’Italia resta invece tra le prime posizioni europee per unità di polizia ogni 100.000 abitanti. Secondo i dati riportati da vari quotidiani, il numero di agenti ogni centomila abitanti in Italia sarebbe anche maggiore toccando quota 561, con la Spagna (469), la Francia (385) e la Germania (300) a seguire. Queste cifre sono state però contestate da Felice Romano, segretario generale del sindacato di Polizia Siulp, intervistato da Il Manifesto:

Il dato è falso: hanno tenuto den­tro anche le poli­zie pro­vin­ciali e i vigili urbani che negli altri paesi non ven­gono con­teg­giati. Se con­tiamo solo le 5 forze di poli­zia pre­vi­ste dalla legge 121, il rap­porto è un agente ogni 140 mila cit­ta­dini, vicino alla media euro­pea che è 1/130mila.

 

Come si muoverà il governo?

In attesa di capire come si muoverà il governo, la complessità della situazione è stata rimarcata più volte dagli stessi vertici delle forze armate. Alessandro Pansa, capo della Polizia, circa un anno fa aveva infatti lanciato un allarme dopo i tagli subiti all’organico e alle risorse: «È pacifico che in questo momento noi stiamo offrendo un servizio di sicurezza inferiore al passato». A febbraio di questo anno è toccato al comandante generale Gallitelli sottolineare, davanti alla Commissione Antimafia, il disagio dei propri uomini, affermando che bisogna «ripristinare l’attenzione verso le risorse da dare alle forze dell’ordine, perché altrimenti il personale si demotiva quando non si danno promozioni e si bloccano gli stipendi per quattro anni». Infine, nella scorsa primavera, tutte le forze dell’ordine hanno consegnato al governo Renzi una relazione per dimostrare quali potrebbero essere le conseguenze dei prossimi tagli:

Le forze di polizia, in quanto chiamate a garantire la sicurezza, bene indefettibile e precondizione di ogni diritto, sono a un bivio molto delicato e ulteriori azioni di cost reduction che dovessero essere individuate non potranno ancora impattare sul personale o, attraverso ulteriori tagli lineari, sui capitoli di bilancio già sofferenti, se non con un preoccupante abbassamento degli standard operativi

La spending review sul reparto sicurezza dovrebbe prevedere la chiusura di circa 300 presidi. Il rischio, dicono i critici, è che lo Stato perda avamposti e uomini sul territorio, in un periodo in cui il tasso di furti e rapine denunciate (ogni mille abitanti, dati Istat) è in aumento, mafia, carmorra e ‘ndrangheta hanno una potenza economica calcolata sui 100 miliardi di euro e con gli italiani che si sentono più insicuri rispetto alla criminalità.

 

L’esecutivo, invece, si dice sicuro che la prossima riforma delle forze armate non ridurrà la sicurezza ma che piuttosto avrà l’obiettivo di «eliminare gli sprechi e le sovrapposizioni».

 

 

Autore
"Non è il caso né di avere paura né di sperare, bisogna cercare nuove armi." Gilles Deleuze @andreazitelli_



Visti da Londra: essere giovani in Italia è incredibilmente difficile

Sette giorni a Londra respirando opportunità e speranza. Qualcosa che in Italia abbiamo dimenticato tra paghe basse, contratti precari, affitti alti, case condivise fino ai 40 anni, impossibilità di accedere ai mutui, tasse che tagliano le gambe quando sei appena all’inizio.


Michele Azzu (foto di Linda Buratto)

Sono stato 7 giorni a Londra. Non ci tornavo da 4 anni, da quel luglio 2010 in cui – dopo aver vissuto un anno in Inghilterra per studiare musica – tornai in Sardegna per sviluppare L’isola dei cassintegrati, allora appena nata. Gli operai della Vinyls occupavano ancora il carcere dell’Asinara, e con questo reality in rete io e Marco Nurra eravamo riusciti a farli vedere un po’ ovunque, nella speranza che la fabbrica riaprisse.

Dopo 4 anni, salgo in metro per la prima volta, a Liverpool Station, e due fermate dopo mi si siede di fronte Bill Emmott (ex direttore del The Economist, autore del documentario sull’Italia “Girlfriend in a coma”). Legge un giornale. Un caso? Forse il destino vuole dirmi qualcosa, ma non ho capito cosa: riesco solo a pensare che sono di nuovo qui.

Quanto cazzo mi eri mancata, Londra. Mi mancavano le tante carrozzine di neonati in giro, che in Italia non vedo mai. La costruzione incessante: un paio di grattacieli nel 2010 non c’erano (il walkie talkie e la piramide), King’s Cross Station quasi non l’ho riconosciuta. Mi era mancato fare attenzione quando attraversi la strada, a guardare dalla parte giusta (a destra). Ora, poi, c’è l’insegna “cibo sano” a ogni angolo di strada: molte cose sono cambiate.

Più di tutto mi ha colpito rivedere gli amici. Come Miguel di Madrid, che sviluppa videogiochi per la Sega, felice perché i suoi capi lo valorizzano. Pensare che pochi anni fa aveva perso il lavoro in Spagna, ed era stato parecchi mesi in cassa integrazione. “Vedi questo isolato? Prima non c’era”, dice Miguel, e mi porta a un pub che sta proprio sotto la sede di Vice UK. In realtà il pub stesso è proprietà di Vice: “È un pub come gli altri, non c’è scritto Vice da nessuna parte”, racconta. Lì, una volta al mese, fanno la festa della media company americana.

Ho rivisto anche Clara, la mia amica argentina-cilena, che in passato ha avuto tanti problemi col visto per l’Inghilterra, avendo deciso di andarci a vivere proprio nel momento in cui David Cameron decise di dare una stretta all’immigrazione. Fu costretta a fare avanti e indietro dall’Italia per un anno intero. Ora Clara ha aperto la sua società di produzione – “Di cosa? Di tutto” – e lavora con un artista che espone al MoMA. “La dichiarazione dei redditi la faccio online”, mi ha spiegato “E sui primi 10mila pound non ci pago le tasse”.

Ho visto dopo tanto tempo anche il mio amico e collega Vincenzo Sassu, che incontro ogni anno al Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia. Nel 2014, per la prima volta, non era potuto venire perché era qui, a Londra, a frequentare un master full-time in fotogiornalismo all’Università di Westminster. Sono andato a vedere l’esposizione delle sue foto di fine corso, un progetto realizzato alle Banlieue di Parigi, che Vins conosce bene, e che è stato inserito nella Source Photographic Review – 2014 MA Showcase.

Sul muro vedo volti di francesi figli di emigrati arabi o africani: “Quella ragazza nella foto”, racconta Vins, “lei ha appena fatto uno stage a San Francisco, eppure quando torna a Parigi sta a Le Banlieue, e si sente ancora emarginata dalla società”. Un po’ come Vincenzo, che è sardo e ha vissuto a Parigi, a Roma, ha lavorato per Il Messaggero, e a 32 anni ha deciso di fregarsene dei consigli degli altri per reinventarsi da capo, studiando a Londra. “Sento di aver trovato la mia voce finalmente”, dice, e a vedere le sue foto c’è da credergli.

Quindi Bill Emmott, Vice, il fotogiornalismo, le case di produzione e tutto. Ho anche rivisto il Big Ben. Bene. Io però a Londra ero andato a fare il musicista. Ero venuto qui nell’agosto 2009 assieme a Linda Buratto, e con lei e gli altri amici inglesi e stranieri dell’accademia avevamo un sogno: sfondare nella musica. Lei c’è riuscita: ora è la chitarrista di Kate Nash, un’artista famosa in tutto il mondo. E fra i nostri amici c’è chi ha firmato un contratto discografico con la Sony, chi viaggia il globo in tour, chi è sponsor per i brand più famosi di amplificatori e batterie.

E in una bellissima serata alla jam session di blues a Soho, mentre sul palco si esibivano Linda e Carmen Vanderberg, mi sono reso conto che loro ora stanno vivendo ciò che fino a pochi anni fa guardavamo da lontano, ammirati, come i bambini alle vetrine dei giocattoli a natale. Pensare che tutti ci dicevano quanto sarebbe stata dura: sono bastati 4 anni e ce l’hanno già fatta (anche se il bello dovrà ancora venire).

Insomma, in questi 7 giorni a Londra mi sono sentito davvero giovane, e, voglio dire, ho appena compiuto 30 anni. Non fraintendetemi, non ho alcun rimpianto. Anche perché la mia carriera nella musica non è finita, e perché io in Italia sono tornato per fare qualcosa in cui credo (e ho avuto fortuna). Ma non riesco a smettere di pensare che là, aldilà della Manica, è diverso. Che vivere in un paese in cui ci sono mille problemi come il Regno Unito – gli affitti altissimi o le leggi contro gli immigrati – ma in cui i giovani non sono trattati ogni giorno come carne da macello… è un’altra cosa.

Londra è un’arena di gladiatori in cui per emergere devi lottare. Ma alla fine della giornata sai che i tuoi sacrifici sono serviti. Ho rivisto Miguel, Clara, Linda, Vincenzo e tutti gli altri dopo 4 anni, per 7 giorni, e li ho visti felici e soddisfatti del proprio lavoro e della propria vita, perché hanno faticato molto e ora vedono i loro sogni realizzarsi.

Poi torno in Italia e rivedo i miei amici del nord e del sud: sfruttati, repressi, calpestati, odiati. In Italia essere giovani, oggi, è incredibilmente difficile: le paghe basse, i contratti precari, gli affitti alti, le case condivise fino ai 40 anni, l’impossibilità di accedere ai mutui, le tasse che tagliano le gambe quando sei appena all’inizio.

Probabilmente è così dappertutto. Ma, allora, la differenza qual è? Perché a Londra vedi tutti quei passeggini, tutti quei matrimoni, e le persone che conosco sono felici? “Non importa se fai musica o giornalismo”, mi ha detto una volta Linda, “La cosa importante è che tu stia facendo qualcosa per cambiare il mondo”. Ecco, forse è questa la ragione: ognuna delle persone di cui ho scritto è riuscita, in pochi anni, a cambiare sostanzialmente la propria vita, e con essa il mondo che li circonda (in meglio).

Insomma, è qualcosa che ha a che fare con le opportunità, la speranza, col passato e col futuro. Con la giustizia sociale. Cose che in Italia, forse, abbiamo dimenticato. Sono bastati 7 giorni a Londra per farmele tornare in mente.




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