La multa a Facebook e la monetizzazione dei diritti

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Con il comunicato stampa del 18 maggio, il nuovo Commissario alla Concorrenza della Commissione europea ha inaugurato il nuovo corso di azione contro i giganti dell'informazione e della tecnologia americani. La notizia è la multa inflitta a Facebook per l'acquisizione del servizio di messaggistica WhatsApp. Un'ammenda di soli 110 milioni di euro (poteva arrivare fino a 250 milioni, l’1% del fatturato), ma la Commissione ha ritenuto che così fosse “proporzionata”.

Perché questa multa? Nel 2014, quando Facebook comunicò alla Commissione l’intenzione di acquisire WhatsApp, spiegò che non sarebbe stata in grado di stabilire una corrispondenza automatica affidabile tra account Facebook e utenti WhatsApp. In realtà, con l’aggiornamento dei termini di servizio dell’agosto del 2016, Facebook e WhatsApp annunciarono la possibilità di collegare i numeri di telefono di WhatsApp con gli account degli utenti del social network (nonché condividere metadati), in tal modo sconfessando quanto precedentemente dichiarato alla Commissione europea.

da Privacy Matters

Tale comportamento è in violazione del Regolamento europeo sulle concentrazioni, che obbliga le società a fornire informazioni corrette e non fuorvianti. Quelle informazioni, infatti, sono la base per la decisione della Commissione sulle fusioni o acquisizioni, e quindi sono essenziali per consentire o bloccare tali operazioni. È un obbligo del tutto indipendente dall'eventuale impatto sul risultato dell’operazione.

Analoghe accuse sono state portate avanti da EPIC (Electronic Privacy Information Center, un gruppo di ricerca pubblico a difesa dei consumatori) negli Usa.

La Commissione europea ha, quindi, avviato un’indagine nella quale ha scoperto che già al 2014 esisteva la possibilità tecnica di combinare i dati tra i due servizi e che il personale di Facebook era perfettamente a conoscenza di tale possibilità, pur nascondendolo alla Commissione. Per cui ha deciso di multare Facebook per aver mentito.

La condivisione del numero di telefono (dai TOS apprendiamo che WhatsApp raccoglie principalmente il numero di telefono, non mail, né indirizzi) non è cosa da poco, in quanto con l’acquisizione di WhatsApp, di fatto Facebook acquista un enorme elenco telefonico da oltre un miliardo di utenti, molti dei quali già iscritti a Facebook. Il problema di Facebook è che in molti casi non ha il numero telefonico dei suoi utenti, utilissimo per una identificazione precisa (infatti ci fu una asfissiante campagna per convincere gli iscritti a inserirlo nei loro account). Facebook giustifica l’abbinamento dei dati con l’esigenza di realizzare nuove funzionalità, per combattere lo spam o per motivi di sicurezza, ma avere il numero di telefono di un utente, poterlo incrociare coi dati dell’account Facebook, consente al social network di fare un enorme passo in avanti nella profilazione degli utenti, abbinando anche i tanti profili aperti con nomi non reali (pseudonimi) ai numeri di telefono effettivi. Non solo, Facebook ha anche la possibilità di conoscere con quali aziende o professionisti ci scambiamo messaggi.

In poche parole, l’abbinamento tra il numero di telefono di Whatsapp e gli account Facebook porta a un livello superiore la profilazione degli utenti a fini pubblicitari. Era ovvio che l’intento fosse questo fin dal momento dell’acquisizione, così come accadde con l’acquisizione di Instagram nel 2012. Anche allora, infatti, si giustificò la condivisione dei dati per creare nuove funzionalità e combattere lo spam (qui puoi trovare un'estensione per Chrome che ti consente di vedere cioè che Facebook sa di te, dati raggruppati per categorie).

La multa inflitta a Facebook non ha, però, alcun impatto sull'acquisizione di WhatsApp, che rimane cosa fatta, perché secondo la Commissione non incide particolarmente sulla concorrenza, poiché numerosi sono i sistemi di messaggistica in alternativa a WhatsApp e Facebook Messenger. Chi vuole può passare ad altri software. Ma c’è da chiedersi, se io mi ritenessi leso da tale enorme conglomerato uscito da questa fusione, e quindi volessi abbandonare Facebook, dove lo trovo un servizio di social networking in alternativa che raggruppa i miei contatti? Senza contare che una libertà dovrebbe implicare la possibilità di scelte positive, laddove la libertà di uscire da Facebook e WhatsApp è una scelta negativa.

La Commissione, comunque, sostiene che all'epoca dell’acquisizione aveva anche valutato la possibilità che i suddetti dati fossero condivisi (aveva considerato che Facebook potesse mentire?), nonostante le differenti rassicurazioni di Facebook, e quindi conclude di non dover rimettere mano alla procedura, limitandosi ad infliggere una multa per la fornitura di informazioni non corrette. In pratica una violazione puramente formale.

Considerato che 110 milioni per un’azienda che paga 19 miliardi per un’acquisizione sembrano davvero bruscolini (Facebook ha avuto nel 2016 ricavi per oltre 6 miliardi e utili per oltre 2, altro che maxi multa), qualcuno potrebbe anche pensare che alcune aziende siano incentivate a violare la legge. Pagando una piccola somma, l’azienda si è assicurata un vantaggio competitivo enorme nel mercato della pubblicità personalizzata.

L'Organizzazione europea dei consumatori (BEUC), infatti, ha ritenuto deludente il provvedimento della Commissione, limitato ad una semplice multa, senza rivedere la decisione di autorizzazione dell’acquisizione. Secondo il BEUC l’acquisizione porta al rafforzamento della posizione di potere del social media all’interno del mercato di riferimento, e Facebook ha nascosto alla Commissione europea i suoi veri piani.

Ma non è l’unico problema per Facebook. Pochi giorni fa il Garante italiano per la Concorrenza (AGCM) gli ha inflitto una multa, di soli 3 milioni di euro, per violazioni del Codice del Consumo. L’AGCM italiano ha accertato che l’azienda ha indotto gli utenti di WhatsApp ad accettare integralmente i nuovi termini di servizio (quindi a consentire la condivisione dei dati tra i due servizi, Facebook e Whatsapp), facendo loro credere che in alternativa non avrebbero più potuto utilizzare il servizio di messaggistica, non informandoli in maniera adeguata che invece avrebbero potuto negare il consenso alla condivisione dei dati con Facebook e continuare comunque a usare ugualmente Whatsapp (se fosse stato diversamente si sarebbe configurata una violazione delle norme in materia di protezione dei dati personali, in quanto il consenso non sarebbe stato effettivamente libero).

Inoltre, l’AGCM ha accertato una vessatorietà di alcune clausole del contratto sottoposto all’accettazione degli utenti di WhatsApp, che prevedevano: limitazioni di responsabilità dell’azienda; possibilità di interruzione dei servizio decise unilateralmente, senza preavviso e senza giustificazione; il diritto di risolvere il contratto in qualsiasi momento senza motivo e di modificare il contratto (anche economicamente) senza informare gli utenti; fissavano la legge applicabile alle controversie in quella degli Usa e il tribunale della California settentrionale come foro competente; prevedevano un generico diritto di recedere dagli ordini senza rimborsi e, infine, la prevalenza del contratto in inglese rispetto a quello in italiano (che è invece quello effettivamente accettato dall’utente italiano) in caso di contrasto tra i due testi.

Emerge palesemente dalle indagini dei due Antitrust che l'acquisizione di WhatsApp è un elemento fondamentale della strategia aziendale di Facebook, un elemento per il quale, probabilmente, vale la pena pagarne un prezzo, nemmeno troppo grande. La condivisione dei dati è un modo per monetizzare tale acquisizione.

Il Commissario Margrethe Vestager, responsabile per la concorrenza, ha dichiarato:

Today's decision sends a clear signal to companies that they must comply with all aspects of EU merger rules, including the obligation to provide correct information. And it imposes a proportionate and deterrent fine on Facebook. The Commission must be able to take decisions about mergers' effects on competition in full knowledge of accurate facts.

Di fatto si tratta di un nuovo corso dell’Antitrust europeo, che lancia un chiaro segnale alle aziende americane. Non dimentichiamo che sono in corso numerose istruttorie (di cui 3 contro Google per abuso di posizione dominante) nate col precedente Commissario ma che solo con Vestager si sono effettivamente smosse.

Non si tratta, però, solo di etica e rispetto dei consumatori (avendo mentito al momento dell'acquisizione), ma anche di tutela dei dati dei consumatori, laddove con questa mossa Facebook realizza il più grande database di profili esistente al mondo. Difficile anche immaginare quale impatto potrà avere sugli utenti.

Alla luce della modifica dei termini di servizio del 2016, le Autorità di controllo per la tutela dei dati personali (Garanti) hanno già avviato istruttorie indipendenti. Ricordiamo che il Garante tedesco ha imposto la sospensione della condivisione dei dati tra WhatsApp e Facebook, sostenendo che devono essere gli utenti a decidere se condividere i dati tra i due servizi (cioè deve essere richiesto uno specifico e informato consenso). Anche altri Garanti nazionali (compreso l'italiano) hanno avviato indagini. E pure il Working Party Articolo 29 (organismo consultivo dell'Unione europea in materia di protezione dei dati personali) si è attivato.

Alla fine viene, però, da chiedersi se queste sanzioni siano realmente dissuasive per le grandi aziende del web, considerato che possono mettere in conto un piccolo (per loro) costo per violare le leggi senza subire ulteriori conseguenze. Stiamo entrando in una nuova era, nella quale i diritti sono sempre più privatizzati, e soprattutto monetizzati (con un progressivo recepimento dell’approccio americano, pensiamo alla Apple che fa coincidere la tutela della privacy con la crittografia del proprio smartphone). Il rispetto dei diritti finirà per diventare un semplice costo da includere nei bilanci delle grandi aziende?

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ONG, migranti, trafficanti, inchieste. Tutto quello che c’è da sapere

[Tempo di lettura stimato: 50 minuti]

di Angelo Romano, Claudia Torrisi, Andrea Zitelli

Negli ultimi due mesi le Organizzazioni non governative, che soccorrono i migranti lungo la rotta centrale del Mediterraneo, sono state accusate di collusione con i trafficanti e di incentivare, con la loro presenza, le partenze dei barconi dalla Libia verso l’Italia. Si è innescato un dibattito acceso che ha coinvolto istituzioni, giornalisti, politici e magistrati. Questo lavoro di approfondimento affronta in maniera dettagliata le questioni emerse, ricostruendo attraverso un’analisi critica il dibattito pubblico, le ipotesi avanzate dal procuratore di Catania, Carmelo Zuccaro nei confronti delle ONG, chi sono le organizzazioni non governative nel mirino delle procure e come funzionano e il complicato scenario internazionale in cui si inserisce tutta questa vicenda. Per avere un quadro completo è stato necessario uno studio su ogni aspetto della questione. Solo in questo modo, avendo a disposizione tutti gli elementi e il contesto di riferimento, sarà possibile farsi una propria opinione al di là di polemiche e pregiudizi.

“Le ONG sono colluse con i trafficanti di migranti”: come nasce la storia dei “taxi del mare”
“L’indagine” sulle ONG, cosa ha detto il procuratore Zuccaro
Chi sono e cosa fanno e con quali fondi operano le ONG 
Lo scenario politico e internazionale: Europa, le leggi del mare e la questione libica

“Le ONG sono colluse con i trafficanti di migranti”: come nasce la storia dei “taxi del mare”

“Le ONG sono colluse con i trafficanti di migranti”. L’idea che le operazioni di salvataggio in mare dei migranti siano il paravento di un business della migrazione che coinvolge organizzazioni non governative e reti criminali si è fatta strada nel dibattito pubblico, “penetrando nel profondo e mettendo in discussione il dovere del soccorso”, come dichiarato dal senatore Luigi Manconi in una recente intervista.

Sono stati due i filoni di informazione che si sono intrecciati tra di loro: i post di una fondazione olandese, Gefira, la prima a parlare nel mese di novembre dello scorso anno di collusione tra ONG, Guardia Costiera Italiana e trafficanti, ripresi in Italia da alcuni media; le rivelazioni di rapporti interni, il documento ufficiale dell’agenzia europea della guardia costiera e di frontiera, Frontex, e alcune dichiarazioni del suo direttore, che hanno accusato le ONG di essere un fattore di attrazione dei barconi dei migranti, riprese da alcuni politici. Le osservazioni di Frontex sono state anche alla base dei sospetti del procuratore di Catania, Carmelo Zuccaro, sull’operato delle organizzazioni non governative.

Il 15 novembre 2016, la Fondazione Gefira, un think-tank paneuropeo olandese, pubblica un articolo dal titolo Colte sul fatto: le Ong trafficano migranti (poi tradotto in italiano lo scorso aprile). Presentata dai media che l’hanno rilanciata come fondazione indipendente, Gefira ospita nel magazine Newropeans di cui è editrice, articoli euroscettici, come nel caso delle campagne “No Euro della Lega Nord”. Sul sito, ci sono articoli a firma di gefira.org contro George Soros, sui paesi vittime dell’Euro o sull’aumento dell’immigrazione dall’Africa in Italia a causa delle politiche dai “confini aperti” dell’Europa e degli aiuti delle Ong.

Secondo Gefira, “le ONG, la Guardia Costiera italiana e i trafficanti coordinano le proprie azioni” e diverse organizzazioni umanitarie, che operano in acque libiche, “sono un elemento indispensabile per la rotta di traffico per l’Europa”. A dimostrarlo sarebbero i software per il tracciamento delle navi (marinetraffic.com) e i rapporti di alcuni giornalisti.

In particolare, Gefira si riferisce ai movimenti della nave Golfo Azzurro nella giornata del 12 ottobre 2016, monitorata incrociando i dati ricavati dal sistema di identificazione automatica sul sito marinetraffic.com e i racconti di una giornalista olandese imbarcata sulla nave, Eveline Rethmeier, per l’emittente Rtl Nieuws.

Si tratta dell’intervento di soccorso in mare ad opera del team MOAS-Croce Rossa Italiana, in cui 113 persone furono tratte in salvo da un gommone in difficoltà e 17 (tra le quali un bambino nigeriano di tre anni) risultarono disperse.

A destare sospetto, scrive il think-tank olandese, è quanto riportato in uno dei post della giornalista olandese a bordo della Golfo Azzurro, dove si legge che già alle 8 del mattino del 12 ottobre la Guardia Costiera italiana aveva comunicato all’imbarcazione di prepararsi ad assistere una barca in difficoltà a circa 30 miglia dalla loro posizione, dirigendola in acque territoriali libiche. Golfo Azzurro sarebbe stata informata ben 10-12 ore prima delle altre navi. Secondo quanto riportava Malta Today in quei giorni, prosegue Gefira, intorno alle 19, il Centro di Coordinamento di Salvataggio Marittimo a Roma aveva contattato la nave Phoenix. Solo alle 21:20 i droni dell’imbarcazione erano riusciti ad avvistare il gommone pieno di migranti e, in collaborazione con gli equipaggi di Proactiva Open Arms, Jugend Rettet e Boat Refugee Foundation, il team di MOAS era stato in grado di trasferire a bordo tutti i superstiti. Nel frattempo, alle 20, il Megrez, uno dei quattro rimorchiatori presenti attraccati al porto libico di Mellitah, tra le 6 e le 9 miglia dal punto in cui si trovava il barcone in difficoltà, partiva e navigava per 6 miglia in direzione del punto di salvataggio. Giunto alle 20:40 a 2 miglia dal punto, invertiva la rotta e tornava indietro senza fermarsi né prestare soccorso, giungendo a Mellitah alle 21:17. Quaranta minuti dopo l’inversione di rotta del rimorchiatore italiano, la Phoenix avvistava il gommone e alle 21:40 avviava l’operazione di salvataggio, trasportando i migranti in Italia, 275 miglia a nord, invece che nel vicino porto di Zarzis, situato a 65 miglia nautiche ovest dal punto di salvataggio.

via gefira.org

Tutto questo, prosegue Gefira, sarebbe la dimostrazione che si trattava di un’operazione preparata alla perfezione: le autorità italiane sapevano in anticipo che ci sarebbe stata un’operazione di salvataggio nella notte, hanno contattato Golfo Azzurro e informato il capitano di dover prendere dei migranti nonostante non ci fosse ancora un segnale di emergenza e la barca fosse probabilmente ancora in Libia. Alle 19 la Phoenix è stata avvertita dalla guardia costiera e diretta al punto di prelievo, ha preso i migranti e li ha portati in Italia perché “avevano pagato 1000 - 1500 euro per essere trasportati in Europa, non a Tunisi”.

La ricostruzione di Gefira, però, lascia fuori alcuni aspetti. È vero che la giornalista olandese, Eveline Rethmeier, aveva pubblicato un articolo in cui raccontava che alle 8 del mattino il capitano della Golfo Azzurro era stato informato dalla Guardia Costiera di prepararsi per assistere una barca in difficoltà. Però, in un altro post pubblicato in mattinata (e non preso in considerazione da Gefira), Rethmeier aveva parlato di una comunicazione di una barca con 350 migranti a bordo in difficoltà, aggiungendo che un sacerdote eritreo aveva lanciato l’allarme e aveva consentito che le navi nella zona fossero informate.

Stando a questi messaggi, dunque, sembra cadere l’ipotesi che la Guardia Costiera si fosse mossa senza segnali di emergenza. Inoltre, sentita da Valigia Blu, la giornalista ha spiegato che i contenuti dei suoi post non possono essere comparati in modo scientifico perché «i dati riportati sono privi di precisione temporale e poco attendibili da quel punto di vista e quindi ogni ricostruzione basata su quelli è fondamentalmente inverificabile». Rethmeier ha aggiunto di aver comunicato questo a diversi media.

Il 4 dicembre, Gefira pubblica un nuovo articolo dal titolo Le ONG stanno trasportando una quantità industriale di migranti in Europa (tradotto in italiano il 3 aprile 2017). Dopo aver monitorato per 2 mesi i movimenti nel Mediterraneo di 15 imbarcazioni e tenuto sotto controllo gli arrivi giornalieri di immigrati dall’Africa in Italia, il sito olandese giunge alla conclusione di aver scoperto “un traffico illegale di essere umani, camuffato da operazione umanitaria”.

Nell’articolo, Gefira accusa “le organizzazioni non governative, i trafficanti, la mafia in combutta con l’Unione europea” di trasportare migliaia di migranti illegali in Europa, “con la scusa di salvare barche in difficoltà, assistite dalla Guardia Costiera italiana che ha coordinato le loro attività”. I trafficanti contatterebbero la Guardia Costiera italiana in anticipo “per ricevere assistenza e lasciare in consegna il proprio carico”. A quel punto, le navi delle ONG si dirigerebbero al punto di salvataggio, anche se le persone da soccorrere si trovano ancora a terra in Libia”. Le ONG si presterebbero a queste attività per denaro.

In Italia, gli articoli di Gefira vengono ripresi da Libero, Il Giornale e Panorama. Il 9 dicembre Paolo Becchi e Cesare Sacchetti parlano su Libero di una sorprendente inchiesta realizzata dall'Istituto Gefira, capace di rivelare la filiera organizzativa dell'immigrazione clandestina tra la Libia e l'Italia. L’articolo ripercorre per larghi tratti il primo post del sito olandese sulle operazioni di salvataggio avvenute la sera del 12 ottobre 2016 al largo delle coste libiche, riproponendone tesi e conclusioni come dimostrato dal titolo Ecco chi ci porta i profughi a domicilio. Chi sono e cosa fanno nel Mediterraneo. Giovanni Vasso, su Il Giornale, il 17 dicembre riprende il testo di un’interrogazione alla Commissione Europea presentata, pochi giorni prima, dall’europarlamentare della Lega Nord, Lorenzo Fontana. Il politico chiedeva se la Commissione fosse a conoscenza dell’inchiesta di Gefira e se, alla luce dell’indagine, avesse mai condotto accertamenti sull’operato delle ONG.

Il 15 dicembre si inserisce un altro filone. Il Financial Times rivela i contenuti di un rapporto riservato di Frontex, l’agenzia europea per il controllo delle frontiere esterne. Stando ai documenti in possesso del quotidiano economico britannico, l’agenzia era preoccupata da presunti legami tra i trafficanti di esseri umani e le imbarcazioni delle organizzazioni umanitarie. Il numero dei salvataggi partiti dopo una richiesta di soccorso al Centro di Coordinamento di Salvataggio Marittimo di Roma da parte di imbarcazioni in difficoltà, si era drasticamente ridotto, passando da circa due terzi nell’estate del 2016 ad appena il 10% nel mese di ottobre. Secondo Frontex, questo calo sarebbe coinciso con un aumento delle operazioni in mare (più del 40% dei casi) svolte dalle ONG nel Mediterraneo centrale.

Nel rapporto riservato, l’agenzia europea muoveva tre accuse: l’idea che i migranti ricevessero “indicazioni chiare prima della partenza sulla direzione precisa da seguire per raggiungere le barche delle ONG”; che le persone salvate dalle organizzazioni non governative spesso “non erano disposte a collaborare con Frontex o le autorità italiane”; che queste organizzazioni non fossero “disposte a collaborare nelle indagini sul traffico di esseri umani”. Inoltre, in un’altra relazione di qualche settimana prima, prosegue FT, Frontex aveva parlato di un “caso in cui le reti criminali stavano contrabbandando i migranti direttamente con una nave di una ONG”. Tutte accuse respinte dalle organizzazioni umanitarie. Le rivelazioni del Financial Times, dice a The Intercept Ruben Neugebauer, di Sea-Watch, non sono casuali: «Pensiamo che sia l'inizio di una nuova strategia per criminalizzare le ONG e creare una narrazione pubblica della collusione tra ONG e trafficanti” per allontanare le organizzazioni non governative dalla zona di ricerca e salvataggio vicino alla Libia».

Il giorno stesso Medici senza Frontiere rilascia un duro comunicato in risposta a quanto rivelato da FT, chiedendo un immediato chiarimento a Frontex in merito alle accuse di collusione tra ONG e i trafficanti di migranti, spiegando che le operazioni di soccorso svolte erano “in linea con la legge del mare, la Convenzione SOLAS e la normativa italiana ed europea in materia, coordinate dal Centro Nazionale di Coordinamento del Soccorso Marittimo (MRCC) a Roma” e aggiungendo che l’impegno delle organizzazioni non governative nel Mediterraneo sopperiva al fallimento dell’Unione europea e della sua agenzia di frontiera nel ridurre il numero di morti in mare.

Sempre in giornata, Frontex prende le distanze dall’articolo del quotidiano britannico, ritenendolo lesivo dei suoi rapporti con le ONG e sottolineando che in nessun rapporto ha mai parlato di collusione tra trafficanti e organizzazioni umanitarie. Il 22 dicembre il Financial Times pubblica un articolo in cui dice di aver enfatizzato i contenuti di un rapporto confidenziale di Frontex. Notizia passata quasi inosservata in Italia.

I contenuti del rapporto confidenziale di Frontex sono stati successivamente consultati e parzialmente ridimensionati in un articolo di Zach Campbell su The Intercept. Dal rapporto, scrive il giornalista, emerge come gli interventi di soccorso in mare delle ONG vadano nella direzione opposta degli obiettivi di Frontex, che mantiene le sue pattuglie più vicine alla costa italiana, lontano dalla zona in cui si verificano maggiormente i naufragi. Le principali accuse mosse nei confronti delle ONG sono indebolite dalle testimonianze raccolte a loro suffragio. Le fonti sono vaghe e la relazione fornisce poche prove di un traffico di migranti verso l’Europa attraverso le imbarcazioni delle organizzazioni umanitarie. Anzi, dal documento viene fuori la complessità delle condizioni in cui vengono effettuate le operazioni di salvataggio in mare, dove è difficile distinguere chi sono le persone soccorse. Nel rapporto viene citato un solo caso, che ha visto LifeBoat, una piccola organizzazione tedesca, portare in salvo due migranti da una barca con bandiera libica, il cui equipaggio, secondo quanto raccontato dalle due persone salvate, era composto da “trafficanti di persone”. Sulla base di questa testimonianza, Frontex ha poi parlato di un “primo caso in cui le reti criminali stavano contrabbandando i migranti direttamente con una nave di una ONG”, senza tuttavia accusare direttamente LifeBoat, scrive Campbell.

Dopo due mesi, il 15 febbraio 2017, Frontex pubblica il rapporto Risk Analysis 2017 e presenta in maniera più articolata alcune delle critiche contenute nell’articolo del Financial Times di dicembre. A incentivare le partenze non sarebbe solo la presenza nelle vicinanze delle acque territoriali libiche delle ONG (come sostenuto nell’articolo del Financial Times), ma di tutte le parti coinvolte nelle operazioni di salvataggio nel Mediterraneo centrale, che “contribuiscono senza volerlo ad aiutare i criminali a raggiungere i loro obiettivi col minimo sforzo, rafforzano il loro modello di business, aumentando le probabilità di successo”. L’agenzia europea di sicurezza propone come soluzione le politiche adottate per la rotta del Mediterraneo occidentale, “chiusa grazie alla combinazione di un’efficace sorveglianza delle frontiere, rimpatri e lavori congiunti di contrasto con i paesi di origine o di partenza”.

Due settimane dopo, però, in un’intervista a Die Welt, il direttore di Frontex, Fabrice Leggeri, critica nuovamente le organizzazioni non governative, che operano a largo della Libia, accusandole di non collaborare a sufficienza con Frontex e di incentivare indirettamente i trafficanti a pianificare sempre più partenze su barconi in pessime condizioni e a tentare la traversata anche con il brutto tempo, certi che le navi delle ONG arriveranno in loro soccorso.

Posizioni ribadite, successivamente, in un’intervista a La Stampa e all’audizione in videoconferenza alla Commissione difesa del Senato (qui il resoconto stenografico), durante la quale il direttore di Frontex dice che l’agenzia europea di sicurezza era in possesso di testimonianze che indicavano che in alcuni casi i trafficanti davano ai migranti cellulari con numeri telefonici di alcune ONG.

Di diverso tenore le dichiarazioni di Izabella Cooper, portavoce di Frontex, che a Rainews (e ad altri giornali), dichiara che il rapporto ufficiale dell’agenzia europea non ha mai accusato le ONG di operare con i trafficanti, ma spiega come il modo di operare di questi ultimi sia cambiato negli ultimi due anni.

Intanto, il 6 marzo lo youtuber Luca Donadel, studente di scienze della comunicazione e autore di diversi video su youtube e Facebook diventati piuttosto virali, pubblica sulla sua pagina Facebook un video che svela “la verità sui migranti”. Donadel prende spunto dal rapporto di Frontex e si rifà agli articoli di Gefira (utilizzando lo stesso sito per tracciare i movimenti delle navi delle ONG), per chiedersi se dietro questi spostamenti si nascondesse un business dei migranti.

Pochi giorni dopo, il video è stato portato alla ribalta dell’opinione pubblica da Striscia La Notizia, che nel rilanciarlo ha parlato di “profughi take-away”, contribuendo a creare la narrazione delle ONG come taxi del mare. Il 15 marzo, a un mese dalla sua pubblicazione, La Stampa presentava il rapporto ufficiale di Frontex in un articolo dal titolo, con tanto di virgolettato, Sotto accusa le navi delle Ong: “Usate come taxi dagli scafisti”, nonostante quell’espressione non fosse presente in nessuna pagina del Risk Analysis 2017.

Le accuse alle ONG sono poi state riprese da alcuni politici. A fine aprile, in un post su Facebook, il deputato del Movimento Cinque Stelle, Luigi Di Maio, ripropone la narrazione dei “taxi del Mediterraneo”, chiedendo: “Chi paga questi taxi del Mediterraneo? E perché lo fa? Presenteremo un'interrogazione in Parlamento, andremo fino in fondo a questa storia e ci auguriamo che il ministro Minniti ci dica tutto quello che sa”.

Il post di Di Maio è ripreso da Roberto Saviano su Twitter, che definisce gravi le parole del deputato, soprattutto perché pronunciate da una figura istituzionale come il vice-presidente della Camera.

In risposta, Di Maio ha detto di basare le sue affermazioni sul rapporto ufficiale di Frontex (ma come abbiamo visto, l'espressione "taxi del mare" non è contenuta nel rapporto, è una invenzione mediatica attribuita in modo scorretto a Frontex), su un articolo del quotidiano La Stampa e sulle posizioni del procuratore di Catania, Carmelo Zuccaro. 

“L’indagine” sulle ONG, cosa ha detto Zuccaro

Il 17 febbraio scorso viene pubblicato un articolo su Repubblica Palermo dal titolo Contatti con scafisti, indagine sulle Ong, in cui si legge che “dopo le pesantissime accuse di Frontex che ipotizza addirittura una «collusione con gli scafisti», ora accende i riflettori anche la magistratura”. A parlare è il procuratore di Catania, Carmelo Zuccaro che, scrivono i due giornalisti autori del pezzo, conferma di aver aperto un’indagine conoscitiva:

Vogliamo capire chi c'è dietro tutte queste associazioni umanitarie che sono proliferate in questi ultimi anni, da dove vengono tutti questi soldi che hanno a disposizione e soprattutto che gioco fanno.

Il magistrato continua, spiegando che con Frontex e la Marina stanno «cercando di monitorare tutte queste Ong che hanno dimostrato di avere una grande disponibilità finanziaria», ma specificando che non è loro intenzione «mettere in discussioni organizzazioni umanitarie di chiara fama», come Medici senza Frontiere e Save the Children.

Si tratta di un’indagine “allo stato embrionale”, precisano i giornalisti, che parte dalle accuse di Frontex contenute “in un rapporto presentato all'Unione europea” in cui “si afferma che ai migranti «verrebbero date chiare istruzioni prima della partenza sulla direzione da seguire per raggiungere le imbarcazioni delle Ong»”. La notizia data da Repubblica viene poi ripresa da altri media con il titolo Migranti: inchiesta pm Catania su Ong.

Lo stesso giorno però MeridioNews scrive che Zuccaro “smentisce la notizia (...) dell'apertura di un'inchiesta conoscitiva, ma conferma che la Procura etnea sta approfondendo il tema”. Circa un mese dopo, a seguito del servizio di Striscia la Notizia (citato nel precedente capitolo) e le polemiche susseguitesi, MeridioNews contatta di nuovo il procuratore di Catania che ribadisce che non c’è «nessun fascicolo, solo l'acquisizione di informazioni da parte di un gruppo specializzato della Procura, a livello di studio», specificando che «finora abbiamo raccolto informazioni su 13 Ong, ma il lavoro non è ancora ultimato».

Zuccaro viene ascoltato per la prima volta in Parlamento

Pochi giorni dopo, il 22 marzo, il procuratore Zuccaro viene ascoltato dal “Comitato parlamentare di controllo sull'attuazione dell'accordo di Schengen”, una commissione bicamerale (cioè sono presenti sia deputati che senatori) presieduta da Laura Ravetto (Forza Italia).

La presidente, a inizio audizione (qui il resoconto stenografico), spiega che il comitato ha avviato “un’indagine conoscitiva sulla gestione dei flussi del fenomeno migratorio” e il magistrato è stato chiamato perché “secondo quanto abbiamo appreso da notizie stampa, si sta occupando direttamente del tema (...) relativo al ruolo delle ONG nell’ambito del salvataggio in mare”.

Con il procuratore, Ravetto vuole affrontare in particolare la “possibile ipotesi (...) di collaborazione eccessiva tra alcune organizzazioni non governative rispetto ai trafficanti di migranti”. Accuse che, continua la parlamentare di Forza Italia, sarebbero state già prospettate in due rapporti interni di Frontex: “in uno (...) si leggerebbe che i migranti irregolari in arrivo dal Nord Africa avrebbero ricevuto chiare indicazioni, prima della partenza, sulla direzione precisa da seguire per raggiungere le imbarcazioni delle ONG. Nell’altro (...), Frontex avrebbe segnalato un primo caso registrato in cui le reti criminali avrebbero trasportato i migranti direttamente sull’imbarcazione di una ONG”.

Zuccaro inizia la sua audizione spiegando che da novembre 2013 fa parte di un gruppo specifico di magistrati della procura di Catania che si occupa del contrasto sia del “fenomeno migratorio clandestino” che delle organizzazioni dietro al traffico di migranti. Riguardo ai risultati raggiunti, il magistrato afferma che grazie all’assetto navale dell’operazione Mare Nostrum (operazione di salvataggio della Marina Militare e dell’Aeronautica italiana dei migranti che partivano dalla Libia, attuata da ottobre 2013 allo stesso mese del 2014) sono riusciti a individuare “facilitatori” (cioè piccole navi che accompagnavano quelle dei migranti durante il tragitto per dare indicazioni ad esempio sulla rotta da seguire) e organizzatori vicino al vertice di queste organizzazioni.

Una volta terminata però Mare Nostrum è venuto meno quel tipo di aiuto nelle indagini. Attualmente la procura di Catania collabora con le navi della nuova operazione in mare, EunavforMed (che ha l’obiettivo di catturare e distruggere le navi e le attrezzature utilizzate dai trafficanti di migranti), avviata nel giugno del 2015. In questo contesto, Zuccaro inserisce le proprie considerazioni sulle ONG e sulle conseguenze delle loro attività in mare.

A partire dal settembre-ottobre del 2016, abbiamo registrato un improvviso proliferare di unità navali di queste ONG, che hanno fatto il lavoro che prima gli organizzatori (ndr cioè i trafficanti) svolgevano, cioè quello di accompagnare fino al nostro territorio i barconi dei migranti.

Il magistrato espone al comitato i risultati della sua prima indagine conoscitiva. Innanzitutto il Paese di provenienza di queste organizzazioni non governative in attività: per 5 di loro è la Germania (SOS Méditerranée, Sea Watch, Foundation, Sea-Eye, Lifeboat, Jugend Rettet), poi Spagna (Proactiva Open Arms) e infine Malta (MOAS). Poi,  riguardo i Paesi delle bandiere che battono le navi delle ONG dice che sono “certamente sospetti” e cita come esempio il caso di MOAS che ha sede a Malta e le cui imbarcazioni battono bandiera del Belize e delle Isole Marshall.

Si passa poi ai costi “mensili o giornalieri” che devono affrontare queste ONG e che Zuccaro dice essere “effettivamente elevati”:

Per quanto riguarda, per esempio, Aquarius, la nave di SOS Méditerranée, ci risulta che ammonta a circa 11.000 euro al giorno il costo di gestione della missione. Per quanto riguarda, per esempio, il peschereccio Jugend, i costi mensili ammontano invece su base mensile a circa 40.000 euro. (...) I costi mensili che affronta [ndr MOAS], compresi i soli costi di spedizione di noleggio di due droni ammontano a circa 400.000 euro.

Altro elemento emerso riguarda la zona marina delle operazioni delle ONG: quasi sempre in acque internazionali, “proprio nell’immediato confine del territorio libico” con alcune incursioni anche nelle acque territoriali libiche.

Proprio sui salvataggi delle ONG e quindi sull’obiettivo principale della loro presenza, Zuccaro espone ai parlamentari le proprie perplessità partendo dai dati dei morti in mare che nel 2016 e 2017 sono aumentati, un dato che lo “induce a ritenere che la presenza di queste organizzazioni, a prescindere dagli intenti per cui operano, non ha attenuato purtroppo il numero delle tragedie in mare”.

Dopo queste analisi e considerazioni, il procuratore di Catania afferma che le modalità delle azioni di salvataggio di queste organizzazioni, essendo troppo vicine alle acque territoriali libiche, hanno ripercussioni negative sull’attività giudiziaria della Procura: non si riesce più a identificare “i facilitatori” perché la presenza delle ONG ha fatto venire meno questa necessità.

Per quanto riguarda, i possibili contatti tra ONG e trafficanti, Zuccaro afferma che non sono stati provati, ma neanche esclusi. Ad esempio, si domanda il magistrato, i numeri di telefono di queste organizzazioni non governative si trovano anche su “fonti aperte” come Internet, per questo motivo “come si fa ad escludere che siano state chiamate direttamente?”. Per riuscire a indagare su questo aspetto, il procuratore di Catania fa presente ai parlamentari del Comitato che non si tratta di un’operazione facile perché non ha “sotto controllo i telefoni che vengono chiamati”.

Zuccaro, infine, si interroga sulla “volontà che anima le ONG”:

Noi abbiamo ovviamente fatto un ventaglio di ipotesi. Si può partire da quella peggiore, che è quella di un consapevole accordo che sarebbe potuto intercorrere tra le ONG e queste organizzazioni. Questa, che è l’ipotesi sicuramente peggiore, non dà al momento alcun riscontro, ma è ovvio che ci lavoriamo.

«A mio avviso alcune ONG potrebbero essere finanziate dai trafficanti»

Poco più di un mese dopo, il procuratore di Catania rilascia un’intervista alla trasmissione televisiva Agorà, in cui ripete in parte quanto già sostenuto in Parlamento, aggiungendo però alcune “ipotesi”, su cui specifica «dovrei in teoria prima fare degli accertamenti», sui finanziamenti delle organizzazione non governative:

A mio avviso alcune ONG potrebbero essere finanziate dai trafficanti. E so di contatti

e sui loro reali scopi:

Potrebbe anche essere che da parte di alcuni di queste ONG si perseguono finalità di destabilizzazione, ad esempio, dell’economia italiana.

Queste affermazioni suscitano clamore e polemiche. Per questo motivo, sentito dall’Ansa, Zuccaro precisa che sul ruolo di «alcune Ong sulle operazioni di salvataggio di migranti e sui loro finanziamenti» ha delle «ipotesi di lavoro, che non sono al momento prove». Il procuratore aggiunge di aver voluto denunciare «un fenomeno e non singole persone» perché «ci sono fenomeni che, se non sono affrontati in tempo ma si aspetta, rischiano di produrre elementi talmente deleteri che poi è difficile ridurre i danni. In passato questo è accaduto con la mafia».

Compaiono i servizi segreti

Il magistrato rilascia un’ulteriore intervista, questa volta al sito d’informazione online LiveSicilia, in cui specifica meglio alcune questioni già sollevate. Innanzitutto sui finanziamenti di alcune ONG: «Noi seguiamo la pista dei soldi. Ci stiamo muovendo con dei poteri che non sono quelli dell'autorità giudiziaria, perché un'indagine penale vera e propria, almeno per le fonti di finanziamento, non esiste». Secondo Zuccaro quelle organizzazione non umanitarie che sono nate da poco (...) «hanno dei finanziatori che non rispondono ad esigenze di filantropia e quindi non sembrano proprio dei benefattori internazionali».

Per quanto riguarda poi i possibili contatti tra alcune ONG e trafficanti, il procuratore aggiunge un ulteriore dettaglio, cioè l’esistenza di contatti documentati «da alcune agenzie che non svolgono attività di polizia giudiziaria»:

Vi sono Ong che prendono chiamate dalla Libia in cui si dice “Stiamo per mettere in mare i gommoni, intervenite!" 

Da queste fonti, il procuratore è venuto a conoscenza anche di altri particolari: «ci sono dei natanti di ONG che superano i confini delle acque internazionali, staccano i transponder (ndr cioè i sistema per trasmettere la propria posizione e per ricevere quella delle altri navi) per non farsi localizzare e rendersi invisibili a chi li deve monitorare».

Zuccaro, però specifica che si trattano di atti che non possono essere utilizzati processualmente. Per questo motivo, il giornalista che lo intervista ipotizza che “le agenzie che non svolgono attività giudiziarie” a cui si riferisce il magistrato sarebbero i servizi segreti italiani. Proprio su questo aspetto si concentra un articolo de La Stampa pubblicato il giorno successivo, in cui si legge che i servizi coinvolti sarebbero quelli tedeschi e olandesi e che avrebbero passato le informazioni ai rispettivi governi, poi girate a Frontex e finite infine nelle mani del procuratore di Catania. Riguardo al fatto di non poter usare questi atti in un processo il giornalista spiega che il problema deriverebbe dal fatto che “le poche intercettazioni (...) sul tavolo non sono state acquisite secondo le regole della procedura penale italiana”.

Zuccaro viene ascoltato al Senato

Pochi giorni dopo, il 3 maggio, anche la Commissione Difesa del Senato – che a fine marzo aveva avviato un’ulteriore indagine conoscitiva, dopo quella del Comitato Schengen, ascolta in un’audizione (qui il resoconto) il procuratore Zuccaro.

Il magistrato sottolinea quali strumenti investigativi la politica potrebbe “fornire” agli investigatori per svolgere «indagini di ampio respiro» che ora, denuncia Zuccaro, la Procura di Catania non è più in grado di svolgere: la possibilità di intercettare i telefoni satellitari utilizzati non dalle ONG ma dai migranti in mare per richiedere i soccorsi, perché «potrebbero emergere importanti elementi per l’individuazione dei trafficanti»; l’eventualità di poter disporre di agenti di polizia sulle navi delle organizzazioni non governative in occasione dei soccorsi in mare. Il magistrato propone anche che al momento in cui la centrale operativa della Guardia Costiera rivela che le navi delle ONG hanno disattivato il transponder rendendosi non visibili, aerei delle forze di polizia giudiziaria possano seguirne la rotta per vedere se, in assenza di un evento di salvataggio, «abbiano varcato le acque territoriali libiche violando così le norme».

Davanti ai senatori, il magistrato chiarisce poi che le fonti da cui ha avuto la notizia dei contatti tra soggetti sulla terraferma libica (di cui specifica di non conoscere l’identità) e gli operatori privati in mare sono Frontex, Marina Militare e Guardia Costiera e smentisce di aver chiesto ai servizi segreti italiani «di avere dei dati», anche perché comunque, continua, non li avrebbe potuti usare in un processo.

Il giorno successivo, il Corriere della Sera pubblica un articolo di Fiorenza Sarzanini con “le accuse” alle ONG presenti nei rapporti riservati di Frontex arrivati alla Procura di Catania. Nei documenti si fa riferimento a 8 organizzazioni non governative (Sea Watch, Sos Méditerranée, Sea Eye, Jugend Rettet, Lifeboat Project, Proactiva Open Arms, Moas e Medici senza frontiere). Gli analisti dell’agenzia europea, scrive Sarzanini, hanno esaminato le rotte seguite nel 2017, soffermandosi sulle modalità di avvicinamento alle acque libiche, utilizzando anche «le informazioni provenienti dagli interrogatori dei migranti appena sbarcati e i report provenienti dagli apparati di intelligence di alcuni Stati». Le “accuse” alle ONG che emergono in questi report riservati corrispondono alle “ipotesi di lavoro” citate da Zuccaro.

Lo stesso giorno, le organizzazione non governative rispondono definendo “dicerie” quanto letto nei rapporti riservati di Frontex, negando contatti con i trafficanti e spiegando che la loro azione di salvataggio avviene per questioni umanitarie e sempre sotto il centro operativo di Roma della Guardia Costiera.

«L’obiettivo dell’indagine della Procura di Catania non sono mai state le ONG»

Lo scorso 9 maggio, Zuccaro viene ascoltato davanti ad altre due Commissioni parlamentari, quella Antimafia (qui l’audio) e quella “sul sistema di accoglienza, di identificazione ed espulsione, dei migranti” (qui il resoconto).

Il procuratore nei suoi due interventi, chiarisce innanzitutto che «l’obiettivo dell’indagine della procura di Catania non sono mai state l’ONG» in quanto tali, ma i trafficanti e alcune delle loro più recenti modalità di traffico che, secondo Zuccaro, alcune organizzazione non governative «stanno obiettivamente favorendo».

Riguardo poi la presunta questione delle ONG finanziate dai trafficanti, il procuratore sottolinea che lui ha sempre parlato di “ipotesi di lavoro” e mai di prove:

A fronte di indicazioni, non utilizzabili processualmente, che venivano da Frontex (ndr che spiega Zuccaro «non ha compiti di polizia giudiziaria, quindi non posso utilizzare gli strumenti che mi fornisce») e dalla nostra Marina Militare (...) vi è stato motivo da parte della nostra Procura di sospettare che vi potessero essere dei contatti e dei rapporti tra queste organizzazioni. Dissi allora: è necessario consentire a questo ufficio di fare delle indagini per dare corpo ai sospetti o definitivamente smentirli.

Per questo motivo, il procuratore nega di aver rivolto delle accuse alle ONG: «Se avessi fatto delle accuse non provate, avrei certamente violato la legge, che mi impone di mantenere il segreto investigativo finché ho delle indagini in corso. Queste indagini – ribadisco – non le avevo e non le potevo avere».

Zuccaro afferma infine che per chiarire queste sue indicazioni «fortemente equivocate dai mezzi d’informazione» ha rilasciato diverse interviste che però, non hanno aiutato a chiarire le sue parole, ma anzi hanno creato ulteriore confusione.

Critiche e sostegno al magistrato Zuccaro e l’intervento del CSM   

Sulle considerazioni del procuratore di Catania, sono intervenuti diversi magistrati e il Consiglio Superiore della Magistratura (CSM). In un’intervista a Repubblica, l’ex presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati (ANM), Edmondo Bruti Liberati, ha duramente criticato il comportamento di Carmelo Zuccaro. In presenza di preoccupazioni e sospetti «è doveroso rivolgersi alle autorità competenti, che potranno essere d’aiuto anche con gli strumenti dell'intelligence a disposizione dell'esecutivo», spiega Bruti Liberati. «Ma il pubblico ministero non può chiedere un atto di fede: ho le prove e sono sicuro che siano valide, ma non sono utilizzabili, cioè processualmente non esistono. Le regole del processo penale non possono essere mai cortocircuitate: sono una garanzia per gli indagati, ma sono anche una garanzia di correttezza dei risultati raggiunti».

«Andare a inventarsi di sana pianta una cosa del genere non è da Zuccaro per come lo conosco io», ha invece dichiarato Nicola Gratteri, procuratore di Catanzaro, durante la trasmissione Mix24 di Giovanni Minoli su Radio24. «Il procuratore di Catania è una delle persone più serie che ci sia in magistratura. Probabilmente ha delle informazioni, tipo intercettazioni preventive, utilizzate ad esempio per la cattura dei latitanti, che però poi sul piano probatorio, sul piano processuale non sono spendibili in dibattimento. Per questo lui dice di sapere ma non di non poterlo dimostrare. Io immagino questo».

Lo scorso 4 maggio, il Consiglio Superiore della Magistratura ha espresso “ogni sostegno possibile” al procuratore di Catania perché le sue indagini “possano svolgersi con la massima efficacia e celerità”. Tuttavia, di fronte al “frequente ripetersi” di dichiarazioni pubbliche di magistrati che creano “sconcerto” nell’opinione pubblica, il CSM ha disposto l’apertura di pratiche per “definire con urgenza linee guida nel rapporto con i media” e regole che consentano di intervenire “con efficacia” contro chi viola i doveri di “moderazione e continenza”.

Le Procure siciliane stanno indagando sulle ONG?

Durante l’audizione davanti al Comitato Schengen, Carmelo Zuccaro ha affermato di sapere che anche la Procura di Palermo e quella di Cagliari, “ma forse anche altre”, stavano svolgendo un’attività conoscitiva sul “fenomeno” delle ONG. Poco giorni dopo, Panorama scrive che ci sarebbero dei fascicoli aperti da parte di diverse procure siciliane sull’operato e sui finanziamenti delle organizzazioni non governative. Alcuni dei procuratori delle città siciliane più interessate dagli sbarchi dei migranti vengono così convocati in diverse commissioni in Parlamento.

Procura di Trapani

Nei primi giorni di maggio, Repubblica  e Panorama scrivono di un'inchiesta penale delle Procura di Trapani avviata da tempo nei confronti di un’organizzazione non governativa. Il reato è quello di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina: “l’indagine è partita dopo una operazione in mare della nave di questa Ong, che sarebbe entrata in azione senza aver ricevuto un SOS e neppure una richiesta di intervento da parte delle autorità italiane”. Il 5 maggio l’Ansa poi specifica che l’inchiesta dei magistrati trapanesi sarebbe nata da una rissa: “la lite scoppiata sulla nave tra membri dell'equipaggio sarebbe stata sedata dalla polizia. Alcuni marinai, sentiti dagli investigatori, avrebbero raccontato di affari illeciti dell'organizzazione. La testimonianza avrebbe fatto partire gli accertamenti”.

Il procuratore di Trapani, Ambrogio Cartosio, viene ascoltato il 10 maggio in Senato (qui il resoconto) e successivamente il 17 maggio al Comitato Schengen (qui il video).

Davanti ai parlamentari, il magistrato conferma l’esistenza di indagini con ipotesi di reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina «che coinvolgono anche non le ONG ma soggetti appartenenti alle organizzazioni non governative». Cartosio specifica comunque che bisogna anche capire qual è il contesto in cui si configurebbe questo reato: «se l’intervento è fatto nei confronti di persone che corrono un pericolo di vita, siamo in una situazione di stato di necessità (ndr articolo 54 del codice penale) e quindi l’intervento di una ONG sul piano giuridico-penale è perfettamente legittimo». 

La questione giuridica dello stato di necessità e dei suoi limiti coinvolge anche altre situazioni. In base alle indagini in corso, il procuratore afferma che ci sono stati casi in cui soggetti che si trovavano a bordo delle navi delle ONG erano al corrente già da prima del luogo e del momento in cui avrebbero trovato le imbarcazioni con i migranti. Una situazione che pone sia un problema riguardo la regolarità dell’intervento di salvataggio ma anche dei limiti dello stato di necessità: «Su questo, procure e giudici faranno le loro valutazioni perché è chiaro che se per “stato di necessità” si intende semplicemente la situazione di chi sta annegando perché il gommone è affondato è un conto, se invece si intende anche la situazione di chi si trova in un campo di concentramento libico in cui ci sono dei trafficanti che tengono sotto la minaccia delle armi un certo numero di persone che vengono torturate, violentate, minacciate, chiaramente lo “stato di necessità” copre anche l’intervento programmato delle organizzazione non governative».    

Riguardo poi al ruolo delle ONG, ai loro contatti e alle altre questioni emerse nei mesi precedenti, Cartosio afferma che ha con loro una collaborazione costruttiva, che alla sua Procura non risultano contatti telefonici tra la terraferma libica e le organizzazioni non governative e che in alcuni casi risulterebbe che le ONG sarebbero intervenute senza aver informato la Guardia costiera italiana. Sui finanziamenti, poi, il procuratore esclude, in base alle indagini, che i soldi ricevuti da queste organizzazioni possano essere di origine illecita. Infine, nega la possibilità che gli interventi in mare delle ONG abbiano finalità diverse da quelle umanitarie.   

Lo stesso giorno dell’audizione in Senato, sempre Panorama scrive che l’organizzazione al centro dell’inchiesta della Procura di Trapani sarebbe Medici Senza Frontiere, che appresa la notizia dalla stampa ribatte: «Abbiamo nominato un legale e chiesto un incontro con i magistrati trapanesi. Ammesso che sia vero che siamo accusati di qualcosa siamo naturalmente pronti a fornire ogni spiegazione perché sia chiaro che sempre ci siamo comportati seguendo scrupolosamente le regole». Il 18 maggio poi l’ONG afferma che finora «nessun componente di MSF ha ricevuto un avviso di garanzia», aggiungendo di aver chiesto alla procura di Trapani un incontro per chiarire la loro posizione e avere elementi ulteriori rispetto alle notizie apparse sui media. «Siamo in contatto con la Procura di Trapani e sappiamo di avere un incontro nelle prossime settimane».

Procura di Palermo

Ai giornalisti che chiedevano se anche la Procura di Palermo avesse avviato un’indagine sugli interventi di salvataggio delle ONG nel Mediterraneo Centrale, il procuratore capo Francesco Lo Voi ha dichiarato di stare indagando sul traffico di migranti, ma di non poter dire nulla al riguardo perché «le indagini, quando sono indagini, sono ovviamente coperte da riserbo». Rispetto alle ONG, Lo Voi ha sottolineato la loro importanza, affermando di averle «incontrate in occasione dei vari recuperi in mare di migranti, perché hanno contribuito a salvare centinaia e centinaia di vite umane».

Procura di Siracusa

Nel corso di un’audizione alla Commissione difesa del Senato, il procuratore di Siracusa, Francesco Paolo Giordano, ha detto di «non aver alcuna evidenza» di prove o indizi di eventuali collusioni tra trafficanti di migranti e ONG, di un coinvolgimento di queste ultime in attività illecite e dello spegnimento dei trasponder da parte delle navi impegnate nelle attività di soccorso. «A noi come ufficio non risulta di asseriti collegamenti, obliqui o inquinanti, tra ONG e trafficanti, eppure abbiamo sentito centinaia di persone in proposito», ha spiegato Giordano in Commissione.

Chi sono, cosa fanno e come si finanziano le ONG

Le ONG su cui si concentrano le attenzioni del procuratore di Catania Zuccaro sono sette: MOAS, SOS Méditerranée, Sea-Eye, Sea-Watch, Proactiva Open Arms, LifeBoat e Jugen Rettet.

MOAS

MOAS (Migrant Offshore Aid Station) è una ONG con sede a Malta fondata nel 2013 dai coniugi italo americani Christopher e Regina Catrambone. È stata la prima organizzazione della società civile a operare nel Mediterraneo. La prima missione è partita nell'agosto del 2014 (quando ancora era attiva l'operazione Mare Nostrum) ed è stata finanziata come progetto pilota dagli stessi fondatori. «Come cristiani, come cittadini e rappresentanti della società civile abbiamo sentito di non poter rimanere a guardare con ignavia queste persone morire senza fare nulla», ha detto Regina Catrambone al Corriere della Sera.

L'organizzazione è una delle più avanzate dal punto di vista della tecnologia utilizzata: oltre che su una nave da 40 metri (la Phoenix, alla quale da giugno a dicembre 2016 si è affiancata la Topaz Responder) può infatti contare su due droni e due RHIB (Rigid-hulled Inflatable Boats, sostanzialmente dei piccoli gommoni semi rigidi). A bordo c'è un team di marinai, uno di ricerca e soccorso e personale di emergenza medica. I costi operativi della nave sono di 11 mila euro al giorno. Durante l'audizione in commissione Difesa al Senato, esponenti del MOAS hanno spiegato che quella somma è «comprensiva di tutte le spese, incluse le tasse e le derrate alimentari». Quanto ai droni, questi «sono stati utilizzati fino a settembre 2016 e si trattava di mezzi particolarmente adatti a operazioni marittime. Il loro costo è stato di circa un milione di euro che, tuttavia, considerando che hanno consentito di soccorrere 69 imbarcazioni e portare in salvo 14 mila migranti, ammontano a circa 5 euro a persona».

SOS MÉDITERRANÉE

SOS Méditerranée è stata fondata in Germania nel maggio 2015 dall'ex ammiraglio della Marina tedesca Klaus Vogel. Si tratta di una una rete con tre sotto-organizzazioni affiliate: una tedesca, una francese e una italiana, che è l'ultima ad essere stata creata nel febbraio 2016. Come spiegato in audizione in commissione Difesa al Senato da Sophie Beau, cofondatrice e vicepresidente, il mandato di SOS Méditeranée «è salvare vite umane, fornire assistenza e testimoniare la situazione nel Mediterraneo per sensibilizzare la popolazione».

Le operazioni della ONG sono iniziate il 26 febbraio del 2016 e vengono condotte con la nave Aquarius, lunga 77 metri e in grado di navigare durante tutti i periodi dell'anno, noleggiata da un armatore tedesco. «Il nostro equipaggio dispone di un'alta preparazione: abbiamo tre squadre professionali che lavorano insieme, undici marinai presi insieme alla nave, dodici uomini addetti al soccorso in mare», ha aggiunto Beau. A bordo, oltre al team dell'organizzazione, si trova anche personale sanitario di Medici senza Frontiere. Ogni giorno in mare dell'Aquarius costa 11.000 euro, cifra che, riporta il sito dell'organizzazione, è usata per pagare “il noleggio della nave, del suo equipaggio, il carburante e l’insieme delle attrezzature necessarie per accogliere, nutrire e curare i rifugiati”.

SEA-EYE

Sea-Eye è un'organizzazione non-profit nata nel 2015, dopo la fine dell'operazione Mare Nostrum. «All'inizio eravamo solo sette persone tra parenti e amici, ma adesso siamo arrivati a 600», ha spiegato durante la sua audizione in Comitato parlamentare di controllo sull'attuazione dell'Accordo di Schengen il fondatore, l'imprenditore tedesco Michael Buschheuer. Dispone di due navi di proprietà, la Sea-Eye e la Seefuchs (attiva da maggio): sono due vecchi pescherecci lunghi 26 metri, utilizzati per il trasporto di pesce e riequipaggiati per il soccorso in mare. Le sedici missioni condotte nel 2016 sono costate circa 250.000 euro. Sea-Eye ci ha spiegato che lo scorso anno sono stati in mare «circa 220 giorni, per cui il costo giornaliero della nostra ONG si aggira sui 1000 euro – dieci volte meno di quanto dichiarato dal procuratore Zuccaro».

SEA-WATCH

Sea-Watch è stata fondata il 19 maggio del 2015 da tre imprenditori tedeschi che hanno acquistato un peschereccio quasi centenario. La barca è stata riadattata da un team di volontari e trasformato nella Sea-Watch 1. Successivamente, l'ONG ha acquistato una barca inglese – diventata poi la Sea-Watch 2. Alle due navi si aggiunge anche un aereo ultraleggero, il Sea-Watch Air. L'organizzazione può oggi contare su 150 persone attive e una rete di partner.

PROACTIVA OPEN ARMS

Proactiva Open Arms è una ONG con sede a Badalona, fondata a settembre del 2015 da Oscar Camps, professionista del soccorso marittimo sulle coste spagnole. Prima di operare nel Mediterraneo, l'organizzazione ha effettuato diverse missioni a Lesbo, durante l'emergenza migranti nel Mar Egeo. Inizialmente ha utilizzato il veliero Astral, prestato dall'imprenditore italiano Livio Lo Monaco. La nave però è rimasta ferma lo scorso inverno per problemi tecnici, così Proactiva ha affittato la Golfo Azzurro, un peschereccio battente bandiera di Panama che può ospitare fino a 400 persone. Quest'estate, stando a quanto dichiarato dal capo missione Riccardo Gatti, dovrebbe arrivare un'altra nave. I costi delle missioni aggiornati al 30 settembre 2016 sono stati di 1,4 milioni di euro. Di questi, il 95% è stato utilizzato per salvataggi e interventi diretti in mare. “La nostra struttura è minima, abbiamo solo dei volontari e nessuno percepisce stipendio, nemmeno io”, ha spiegato Camps in commissione Difesa al Senato.

LIFEBOAT

LifeBoat è una piccola organizzazione con sede ad Amburgo, nata dall'iniziativa del CEO Karl Treinzen e di un gruppo di privati. Da luglio del 2016 è operativa nel Mediterraneo con una piccola nave. Prima di allora, ha supportato missioni di salvataggio nel Mar Egeo. L'equipaggio è composto interamente da volontari. La nave utilizzata da LifeBoat è l'unità più piccola presente nell'area: 23 metri di lunghezza per 40 mq di superficie. Per questa ragione, come spiegato dal capitano Christian Brensing, non ha la possibilità di trasportare i migranti altrove, solo di assisterli in caso di emergenza.

JUGEN RETTET

Jugen Rettet, infine, è stata registrata a giugno del 2015 in Germania da un gruppo di ragazzi di Berlino. Lena Waldoff, co-fondatrice, ha spiegato durante un'audizione al Senato che l'idea è nata dopo «la tremenda tragedia dell'aprile del 2015, quando oltre 800 persone sono morte annegate nel Mediterraneo». L'imbarcazione usata dalla ONG è la Iuventa, un'ex offshore con bandiera olandese, che misura 33 metri e pesa 184 tonnellate. A bordo ci sono tra le 12 e le 15 persone, tutte volontarie: «Un equipaggio prevalentemente europeo, con membri olandesi, italiani e tedeschi fra cui personale medico, paramedico e soccorritori», ha spiegato il capitano Jakob Schoen.

I bilanci delle ONG

Una delle principali accuse rivolte alle ONG che operano nel Mediterraneo è quella di scarsa trasparenza circa l'origine dei finanziamenti ricevuti. Le ONG, però, hanno sempre rigettato l'accusa di opacità nei finanziamenti, sostenendo anzi di avere entrate e uscite trasparenti.

Christina Ramm-Ericson e Benjamin Briffa, capo staff e chief financial officer di MOAS, hanno illustrato nel corso delle audizioni al Senato e alla Camera la struttura finanziaria dell'ONG di cui fanno parte, spiegando che dopo una prima missione autofinanziata dai Catrambone, l'organizzazione ha lanciato una raccolta fondi e ricevuto donazioni da persone fisiche e giuridiche. MOAS, come si legge sul sito, dal 2015 è stata finanziata privatamente con il “sostegno di organizzazioni che offrono contributi, iniziative di crowdfunding, fondazioni e sponsorizzazioni aziendali”, oltre all'apporto di “partner operativi”, come MSF e Croce Rossa. Nell'ottobre 2016, invece, ha ricevuto “la sua prima sovvenzione dall'Agenzia svizzera per lo sviluppo SDC”. «Il bilancio del 2015 e 2016 è tra i 5,5 e 6 milioni di euro», ha spiegato Briffa, sottolineando che le documentazioni sono “analizzate da società di revisione acclarate”. Sul sito della ONG sono presenti i bilanci relativi agli anni 2014 e 2015. Quello del 2016 è in fase di scrittura.

Sophie Beau di SOS Méditerranée ha dichiarato al Senato che nel 2016 l'ONG è stata finanziata per il 99% da donazioni private raccolte nei tre paesi in cui ha sede l'organizzazione. In Italia, ad esempio, un contributo è arrivato dalla Fondazione Cariplo. Solo l'1% del finanziamento della ONG è costituito da fondi pubblici, di provenienza francese. Una donazione mensile arriva da Medici Senza Frontiere, che così contribuisce ai costi marittimi. Per il noleggio della nave Aquarius nel 2015 è stato lanciato un crowdfunding che ha raggiunto oltre 270 mila euro.

Anche Sea-Watch è finanziata da donazioni private. Nel 2015 il totale raccolto è stato di  1.347.124 euro, di cui 1.024.246,58 arrivati direttamente alla ONG e 322.877,48 all'organizzazione partner Borderline Europe. Il portavoce Ruben Neugebauer ci ha spiegato che «la donazione più piccola ricevuta è stata di 40 centesimi. Tra i donatori c'è stato un pensionato di Amburgo, che ha donato 50 mila euro perché voleva usare la sua ricchezza per qualcosa di buono e un'anziana donna di Meppen, che ha venduto la sua casa e ha donato 20 mila euro».

Nel 2016 la cifra totale è arrivata a 1.769.758 euro. Tra i contributi maggiori ci sono stati «75.000 euro da una fondazione tedesca, 20.000 euro dal patrimonio di un'attrice svizzera, 50.000 euro da un drammaturgo di Weimar». Oltre ai fondi, Sea-Watch è stata destinataria anche di donazioni in valore reale come carburante ed equipaggiamenti. Neugebauer ha calcolato che questa voce è stata di quasi 29 mila euro nel 2016 e di 71 mila nel 2015, anno in cui è stata acquistata la nave Sea-Watch 1: «È  stata comprata con il patrimonio privato dei nostri fondatori, ed è stata la donazione in valore reale più grande arrivata».

L'organizzazione tiene anche a specificare la nazionalità dei fondi ricevuti: «Il 95% viene dalla Germania, la restante parte da Austria, Australia, Belgio, Canada, Svizzera, Cipro, Repubblica Ceca, Danimarca, Spagna, Francia, Finlandia, Lichtenstein, Italia, Malta, Irlanda, Lussemburgo, Messico, Olanda, Portogallo, Polonia, Svezia, Thailandia, Ucraina, Regno Unito, USA. Non una singola donazione viene dalla Libia».

Sul sito di Proactiva Open Arms è indicato in 2,1 milioni di euro il valore delle donazioni ricevute dalla ONG al 30 settembre 2016: il 96% viene da privati, il 4% da amministrazioni pubbliche. «Uno dei nostri contribuenti è il Manchester City. Anche Pep Guardiola ha donato, così come Richard Gere. Sono colpiti da ciò che avviene nel Mediterraneo. Abbiamo anche ricevuto un’eredità da parte di una signora», ha detto in Senato il direttore Camps, che ha ammesso che «ultimamente le cifre sono calate, e forse è un effetto delle critiche di Frontex amplificate da alcuni media».

Nella sua audizione in Commissione Difesa, Susanne Salm-Hain, co-fondatrice e organizzatrice di LifeBoat, ha spiegato che l'ONG riceve «donazioni esclusivamente da privati. Non riceviamo fondi pubblici, zero euro. E questo sin dall’inizio, e così resteranno le cose». Le cifre si aggirano sui «30 mila euro al mese. È quello che possiamo ricevere, essendo una piccola organizzazione, che lavora solo con volontari. Non ci sono salari per le persone che operano a bordo».

L'organizzazione Sea-Eye ci ha detto di avere bilanci «totalmente trasparenti per le autorità tedesche» ma di non essere autorizzati dai propri sostenitori a diffondere i dati a quelle di altri paesi: «Non operiamo in Italia, quindi non c'è ragione. Si tratta comunque esclusivamente di donazioni da privati o da piccoli imprenditori, non di natura politica o sovvenzioni pubbliche». In ogni caso, l'ONG ha «offerto alle autorità la possibilità di prendere visione della struttura per quanto riguarda le donazioni. Noi siamo registrati come onlus in Germania, dove c'è un controllo molto severo».

Jugen Rettet, infine, ci ha spiegato di essere «più che trasparente rispetto alla struttura finanziaria»: «La nostra ONG è organizzata al 100% da volontari da tutta Europa, con quartier generale a Berlino. Nessuno è pagato perché utilizziamo i soldi esclusivamente per le missioni SAR. Riceviamo donazioni dai privati tramite BetterPlace.org, un portale dove è possibile vedere quanto stiamo ottenendo. Un altro modo per rendere possibili le nostre missioni è ricevere donazioni dalle aziende che ci forniscono articoli che utilizziamo per la nostra nave – oggetti ad esempio usati o fallati, che non possono essere più venduti». Il bilancio è pubblicato sul sito dell'organizzazione e contiene tutte le donazioni. «Lavoriamo all'interno di un'iniziativa di Transparency International per far parte della quale bisogna che siano pubblici i bilanci, lo statuto, i membri attivi, il personale, l'origine dei fondi e l'utilizzo», ci ha detto Pauline Schmidt, la responsabile comunicazione, secondo la quale «un buon modo per il procuratore Zuccaro per fugare i suoi dubbi sarebbe potuto essere mettersi in contatto con noi e parlare, invece di diffondere accuse piuttosto oscure».

La questione della bandiera

Tra i sospetti sollevati dal procuratore di Catania c'è anche la circostanza che molte navi delle ONG non battono bandiera dei paesi dove hanno la sede.

Sul punto, però, la risposta delle ONG è piuttosto semplice. Sia Jugend Rettet che Sea-eye, ad esempio, ci hanno spiegato di navigare con bandiera olandese perché è più facile, veloce ed economico ottenerla. Stessa bandiera anche sulle navi di Sea-Watch: «L'Olanda è un paese di gente di mare e ha legislazione riguardante missioni offshore molto ben elaborata, dove manca una normativa dedicata alle navi che svolgono attività come la nostra. Per questo motivo è più semplice battere bandiera olandese. Fermo restando che si tratta di un paese europeo e seguiamo tutte le regole richieste. È abbastanza comune avere navi registrate in Olanda per le organizzazioni tedesche», ci ha detto il portavoce della ONG.

Per le imbarcazioni prese in affitto decide invece il proprietario. Durante l'audizione in Senato, i rappresentanti di MOAS hanno spiegato di essersi semplicemente rivolti al mercato nella ricerca di una nave: «Chiaramente è l'autorità che ci noleggia le imbarcazioni o il proprietario che decide dove registrare la flotta: Topaz Responder ha bandiera delle Isole Marshall, Phoenix del Belize. Ma quello che abbiamo guardato non è stato tanto la bandiera, quanto le caratteristiche tecniche che potevano esserci utili». Riccardo Gatti, capo missione di Proactiva Open Arms, ha spiegato in un'intervista che «la Golfo Azzurro non è nostra, è affittata e batte bandiera di Panama. La Astral ci è stata prestata per queste operazioni da un imprenditore italiano che ha scelto di far battere bandiera inglese. Sono scelte che non dipendono da noi e che comunque non mi sembrano affatto problematiche». In ogni caso, i bilanci delle ONG non rispondono al paese di bandiera, ma quello dove ha sede l'organizzazione.

Come e dove avvengono i salvataggi

Tutte le ONG hanno espressamente specificato di agire sotto Centro Nazionale di Coordinamento del Soccorso Marittimo (MRCC) di Roma. Nicola Stalla, coordinatore delle operazioni per SOS Méditerranée ha spiegato durante l'audizione in Senato come avvengono i salvataggi: «I soccorsi possono partire in due modi. O ci chiama l'MRCC e ci indica la posizione di una barca in difficoltà che possiamo raggiungere facilmente perché siamo la nave più vicina, oppure noi individuiamo l'imbarcazione con il nostro servizio attivo di Search and rescue – ossia con radar e binocoli. Anche in quel caso, comunque, informiamo immediatamente l'MRCC della presenza della barca e seguiamo le indicazioni per il salvataggio». Anche nel caso in cui l'imbarcazione in difficoltà viene identificata da un aereo di sorveglianza (come succede alla ONG Sea-Watch che ne ha uno in dotazione o a MOAS con i droni), l'informazione viene riportata all'MRCC in attesa di istruzioni.

Al termine del salvataggio, ha proseguito Stalla, «viene fatta un'ulteriore notifica alla Guardia costiera, la quale chiede qual è la condizione e la posizione dell'imbarcazione soccorsa e dà indicazioni sul porto di sbarco. Su quest'ultimo punto noi non abbiamo nessuna voce in capitolo». Camps di Proactiva Open Arms è stato piuttosto chiaro su quest'aspetto: «Io li porto dove mi viene detto di portarli, l'importante è che non muoiano in mare abbandonati a se stessi».

Nel caso di navi che non hanno la possibilità di trasportare a terra i migranti – come quelle di Sea-Eye o LifeBoat – le persone soccorse vengono trasferite su altre navi, ad esempio della Guardia Costiera italiana o dell'operazione Sophia.

Anche la gestione delle imbarcazioni una volta terminato il salvataggio è coordinata con l'MRCC, con modalità differenziate a seconda della tipologia. «Dopo che carichiamo a bordo i migranti, i gommoni sono resi inservibili: vengono affondati da noi, mentre la posizione dei barconi è segnalata all'MRCC, che provvede poi a inviare chi di dovere per distruggerli perché noi non abbiamo i mezzi per farlo», ha spiegato Stalla di SOS Mèditerranèe in un'intervista dello scorso 31 marzo, aggiungendo che solitamente il compito di disfarsi delle imbarcazioni lo assolvono le navi militari.

Jugend Rettet ha specificato che periodicamente vengono organizzati incontri nella sede della Guardia Costiera «per organizzare il lavoro di salvataggio. L'ultimo è stato pochi giorni fa». Queste modalità sono state confermate da tutte le organizzazioni, sia in sede pubblica (in audizione alla Camera o al Senato), sia nelle risposte che ci hanno fornito.

L'area operativa delle ONG è fuori dalle acque territoriali libiche, tra le 20 e le 30 miglia nautiche a nord. «Noi operiamo in zona SAR, a circa 20 miglia dalla costa libica. Solo se riceviamo una chiamata di casi particolari ci avviciniamo un po' alle acque territoriali. Questo per una ragione molto semplice di sicurezza del nostro stesso equipaggio», ci hanno spiegato da Jugend Rettet, citando l'episodio accaduto alla nave Bourbon Argos di Medici Senza Frontiere, che lo scorso 17 agosto è stata avvicinata e attaccata da un gruppo di uomini armati a bordo di un motoscafo a circa 24 miglia a nord della Libia. Sea-Watch ha dichiarato di trovarsi sempre a nord delle acque territoriali: «Siamo lì perché è la zona più mortifera del Mediterraneo. È il nostro lavoro salvare persone in difficoltà, il diritto del mare è molto chiaro rispetto a questo. Se ci sono persone in pericolo siamo obbligati a prestare aiuto, non ha importanza dove esse si trovino. Ci sono anche altre navi in quell'area. Per esempio durante il weekend di Pasqua alcuni mercantili hanno fatto un ottimo lavoro in operazioni di soccorso, mentre l'UE aveva mandato un numero di navi insufficienti: EunavforMed e Frontex avevano solo una nave ciascuno».

La ONG Proactiva Open Arms è entrata in acque libiche solo due volte, il 23 luglio e il 9 ottobre 2016, e con l'autorizzazione della Guardia Costiera italiana. Anche le autorità libiche sono state informate. Si trattava, ha spiegato Camps al Senato, «di due episodi di naufragio in cui ci sono stati parecchi morti. In un caso abbiamo raccolto 34 cadaveri che nessuno voleva prendere. Non andiamo a spasso per le acque libiche, non è un paese sicuro. Operiamo sempre fuori, finché non c'è un naufragio. In quel caso il diritto internazionale ci obbliga a entrare. Non solo a noi, ma a tutte le navi presenti». MOAS ha dichiarato di aver fatto ingresso nelle acque libiche solo quattro volte nel 2016 e sempre su indicazione della Guardia Costiera italiana, mentre la vice-presidente di SOS Méditerranée ha spiegato che la nave «Aquarius non è mai entrata in acque territoriali libiche, le istruzioni sono chiare per il nostro equipaggio».

Il procuratore Zuccaro ha dichiarato in commissione Difesa che capita che le navi delle ONG spengano i transponder prima e durante le operazioni di salvataggio e spariscano così dai radar. «Non li abbiamo mai staccati, se è capitato che il segnale non arrivasse bisognerebbe capirne il motivo tecnico. D'altronde noi andiamo in teatri di guerra, perché dovremmo toglierci l'incolumità che ci dà il satellitare, che fa sì che la Guardia Costiera, se succede qualcosa, ci veda e possa intervenire?», ha dichiarato Regina Catrambone di MOAS, incontrando qualche giorno fa la stampa al porto di Catania dopo uno sbarco. Oscar Camps di Proactiva Open Arms ha invece spiegato al Senato che le autorità sono sempre informate sugli spostamenti delle navi: «Comunichiamo di giorno ogni quattro ore la nostra posizione alla Guardia costiera Italiana e di notte ogni due ore».

Da chi arrivano gli SOS

Tutte le ONG respingono le accuse di ricevere chiamate dalla terraferma o direttamente dai barconi dei migranti. Sea-Watch ci ha spiegato che comunque se dovesse succedere una cosa del genere la procedura sarebbe semplice: «Riporteremmo l'informazione all'MRCC, perché è l'ufficio che coordina l'operazione». Per diverse ONG, tra l'altro, è tecnicamente difficile ricevere telefonate. La Iuventa di Jugend Rettet, ad esempio, ha possibilità di comunicazione limitate durante le missioni: «Non è possibile semplicemente chiamare da un cellulare dalla Libia per dirci qualcosa del genere. Usiamo un telefono satellitare a bordo. Altre ONG e l'MRCC, ovviamente, sono in grado di raggiungerci, ma non bisogna pensare che la nostra nave sia raggiungibile da chiunque». Anche LifeBoat, come ha spiegato il capitano Christian Brensing in audizione, è provvista di «un piccolo telefono satellitare con un’antenna esterna che può essere prolungata, ma la qualità dell’audio non è buona».

Sempre a proposito di telefoni satellitari, un'altra questione riguarda un eventuale riutilizzo dei dispositivi da parte dei trafficanti in caso di salvataggio effettuato dalle ONG – sospetto, anche questo, sollevato dal procuratore di Catania in relazione di una presunta collusione tra organizzazioni non governative e criminali. Il portavoce di Sea-Watch ci ha spiegato che anche quando prestano soccorso a imbarcazioni che hanno lanciato l'SOS a Roma attraverso telefoni satellitari, poi non ne trovano traccia a bordo: «I migranti si sbarazzano subito dei telefoni non appena vedono una nave avvicinarsi. Questo accade perché solitamente durante le operazioni EunavforMed e Frontex accusano di essere scafisti o trafficanti chiunque tra le persone a bordo della barca soccorsa tenga un comportamento leggermente diverso dagli altri – e avere un telefono satellitare può rientrare in questa categoria. In realtà è molto pericoloso, perché i migranti potrebbero notare la nave di salvataggio prima che questa li avvisti, e gettare il telefono in mare troppo presto per poter comunicare ancora. Questo ovviamente può essere problematico».

Lo scenario politico e internazionale: Europa, le leggi del mare e la questione libica

Quando sono arrivate le ONG nel Mediterraneo

Poco più di due settimane dopo il naufragio del 3 ottobre 2013 al largo di Lampedusa –  costato la vita a 368 persone – il governo guidato da Enrico Letta ha dato il via all'operazione Mare Nostrum. Si trattava di una missione militare umanitaria finanziata con un budget mensile di 9,5 milioni di euro, alla quale partecipavano mezzi della Marina dell'Aeronautica militare, dei Carabinieri, della Guardia di Finanza e della Capitaneria di Porto. Le navi si spingevano oltre le 30 miglia marittime dalle coste italiane, quasi a ridosso di quelle libiche, per soccorrere le imbarcazioni in difficoltà. Scopo esplicito della missione era, infatti, quello di “garantire la salvaguardia della vita in mare”, nonché “assicurare alla giustizia tutti coloro i quali lucrano sul traffico illegale di migranti”.

Secondo il report della Marina militare, dal 18 ottobre 2013 allo stesso mese del 2014 i migranti assistiti sono stati 156.362 in 439 salvataggi, 366 gli scafisti consegnati alle forze dell’ordine e 9 le navi madri (i pescherecci che poi abbandonano i migranti in alto mare in barche più piccole) sequestrate. Cifre confermate anche dall'UNHCR, che ha stimato che in un anno sono morte in mare quasi 4.000 persone. Per questa ragione l'Agenzia ONU per i rifugiati ha espresso “profonda preoccupazione” per la fine della missione.

Nonostante l'allora ministro dell'Interno Angelino Alfano l'abbia più volte definita «un'operazione di cui l'Italia va fiera», Mare Nostrum è infatti durata solo un anno: il 31 ottobre 2014 il Viminale e il ministero della Difesa hanno dichiarato conclusa la missione, che sarebbe stata sostituita da un impegno europeo di natura diversa coordinato da Frontex.

Sin dall'avvio nell'ottobre del 2013, l'operazione è stata oggetto di critiche e polemiche da parte di alcuni partiti politici, che l'accusavano di “aiutare gli scafisti”. Il governo ha però più volte difeso la missione, respingendo le richieste di sospensione e ritiro. Le cose sono iniziate a cambiare a maggio del 2014: dopo un nuovo naufragio tra la Libia e Lampedusa, Alfano ha accusato l'Unione europea di aver lasciato sola l'Italia nel gestire la questione immigrazione, dando il via a un rimpallo di responsabilità durato diverse settimane. In seguito il ministro dell'Interno ha precisato che l’operazione Mare Nostrum non avrebbe potuto compiere “il secondo compleanno perché, seppur lodevole, è nata a termine”.

Il Viminale, dopo colloqui con la Commissaria europea per gli Affari Interni, Cecilia Malmström, ha quindi annunciato l'avvio di Frontex Plus (poi rinominata Triton). La nuova operazione –  decisa dal governo di Matteo Renzi in accordo con altri Stati europei e partita ufficialmente il primo novembre 2014 – ha preso il posto sia delle preesistenti missioni di Frontex (Hermes e Aeneas), sia di Mare Nostrum. Da quest'ultima è però molto diversa, sia in termini economici che operativi. Triton, infatti, è finanziata dall'Unione europea, ha un costo di 2,9 milioni di euro al mese (cioè circa un terzo rispetto alla missione italiana) e mezzi a disposizione inferiori.

In secondo luogo, il suo scopo principale non è il soccorso in mare, ma il controllo delle frontiere dell'Ue e il contrasto di immigrazione irregolare e trafficanti. Per questa ragione, il raggio d'azione della missione europea è più limitato: le navi di Triton possono spingersi solamente fino a 30 miglia dalle coste italiane, cioè molto lontano da dove si verifica la maggior parte dei naufragi.

Fino al 31 dicembre 2014 sia Mare Nostrum che l'operazione di Frontex hanno operato nel Mediterraneo. Dal primo gennaio 2015, invece, la missione italiana è stata definitivamente congedata.

A febbraio dello stesso anno, dopo un nuovo grande naufragio costato la vita a 330 persone, Triton è stata definita da più parti “inadeguata”. Si è espresso in questi termini anche il Commissario dei diritti umani del Consiglio d'Europa, Nils Muiznieks, che ha parlato di missione «non all'altezza». In quell'occasione, la portavoce di Frontex, Izabella Cooper, ha chiarito che Triton non «è mai stata concepita per sostituire Mare Nostrum»: «Finché il nostro mandato resta quello di offrire assistenza tecnica agli Stati membri sul pattugliamento delle frontiere non ci si può aspettare di più».

Dal mese di marzo, poi, nel Mediterraneo sono arrivate anche quattro navi della Marina italiana con l'operazione Mare Sicuro: pur avendo espliciti compiti di “presenza, sorveglianza e sicurezza marittima” in un'area di circa 160mila chilometri quadrati, i mezzi si sono ritrovati a fare diverse operazioni di ricerca e salvataggio (search and rescue).

Il 18 aprile dello stesso anno si è verificato uno dei più gravi naufragi mai avvenuti nel Mediterraneo: un barcone si è rovesciato a nord della Libia provocando oltre 700 morti. In seguito a questa tragedia, l'operazione Triton è stata estesa a 138 miglia nautiche a sud della Sicilia ed è stata stabilita una sede operativa di Frontex a Catania. Il mandato, però, è rimasto lo stesso.

Due mesi dopo, l'Alto rappresentante Ue per gli affari esteri e la Politica di sicurezza, Federica Mogherini, ha annunciato l'avvio della missione europea EunavforMed (European Navy For Mediterranean), in seguito ribattezzata Sophia dal nome di una bambina nata a bordo. Anche questa non è una missione umanitaria: lo scopo principale è quello di fermare i trafficanti di esseri umani. A questo compito si è poi aggiunto quello di “addestramento della Guardia Costiera e della Marina libica”.

È in questo momento – se si fa eccezione per MOAS che ha fatto la sua prima missione nel 2014 – che sono nate le ONG operative nel Mediterraneo.

La questione “pull factor”

Alle organizzazioni non governative viene rimproverato che la loro presenza rappresenti un pull factor, ossia un fattore che incoraggia le partenze dei migranti. Nel rapporto Risk Analysis 2017 di Frontex si legge che tra le “conseguenze involontarie” delle operazioni in prossimità delle coste della Libia c'è quella di “agire da pull factor, aggravando le difficoltà legate al controllo delle frontiere e al salvataggio in mare”.

La tesi del pull factor è stata però smentita più volte da più soggetti istituzionali e non durante le ultime settimane. Per Federico Soda, Direttore dell’Ufficio di Coordinamento per il Mediterraneo dell'OIM, non solo «la presenza di navi nel Mediterraneo non rappresenta un fattore di attrazione», ma «parlare di pull factor è fuorviante», perché i migranti sono spinti da tanti altri fattori «tra cui il principale è il deterioramento delle condizioni di vita in Libia, e sono sempre di più le persone che scappano in quanto vittime di violenze e abusi». In audizione al Comitato Schengen della Camera dei deputati lo scorso 3 maggio, il contrammiraglio Nicola Carlone, capo del reparto Operazioni della Guardia Costiera, ha espressamente precisato che la presenza delle ONG «non comporta quello che viene detto fattore di attrazione» e «non dà impulso alle partenze», poiché si tratta di un fenomeno «governato esclusivamente a terra, secondo modalità decise dalle organizzazioni criminali». Ugualmente, in Commissione Difesa al Senato il comandante generale del Corpo delle Capitanerie di porto, Vincenzo Melone, ha spiegato che l'area di ricerca e soccorso «non è la causa di questo evento epocale, né può essere la soluzione, che deve essere politica. La gestione dei soccorsi in mare è sintomo di una malattia che nasce e si sviluppa altrove, sulla terraferma, ed è li che bisogna intervenire».

Sempre a Palazzo Madama, lo scorso 6 aprile l'ammiraglio Enrico Credendino, comandante di EunavforMed – operazione Sophia, ha precisato che più che di pull factor bisognerebbe parlare di push factor, cioè di quei fattori che spingono i migranti a partire: «Ho incontrato cinque ambasciatori del Sahel a New York, ai quali ho detto che noi probabilmente come Unione europea non spieghiamo ai loro cittadini i rischi dei viaggi nel Mediterraneo. Tutti e cinque mi hanno risposto che mi sbagliavo, e che chi parte sa esattamente quello a cui va incontro: sa che molti moriranno nel deserto, che le donne verranno abusate durante il viaggio, che le famiglie saranno distrutte. Ciononostante scelgono di partire e accettano i rischi piuttosto che restare a casa loro». Credendino ha poi ricordato che anche Mare Nostrum era stata accusata di essere fattore d'attrazione, ma «quando è terminata e quattro mesi dopo è iniziata Mare Sicuro non c'è stato un decremento delle partenze, anzi. Il che vuol dire che questo collegamento tra fattore attrazione e navi in mare non è così immediato».

Anche ai tempi di Mare Nostrum il sospetto era arrivato da Frontex. Il 4 settembre 2014 l'allora direttore dell'Agenzia europea per le frontiere, Gil Arias-Fernandéz, aveva dichiarato al Parlamento europeo che con l’operazione italiana «il numero degli attraversamenti e degli arrivi era drasticamente aumentato. Temo che abbia costituito un pull factor e che i trafficanti abbiano abusato della vicinanza delle operazioni alla costa libica per mettere più persone in mare nella convinzione che sarebbero presto state messe in salvo». Come per le ONG, tra l'altro, anche per la missione della Marina militare italiana era stata definita da alcune parti politiche italiane “taxi dei clandestini.”

Con il passaggio da Mare Nostrum a Triton, però, non sono diminuiti gli sbarchi. A dicembre del 2014, nel corso di un'audizione in Commissione Diritti umani del Senato, l'ammiraglio Giuseppe De Giorgi, capo di Stato maggiore della Marina militare, ha sottolineato che rispetto al novembre 2013 quando, dopo un mese dall'inizio della missione della Marina, erano giunti in Italia 1.883 migranti, nello stesso periodo del 2014 la cifra era aumentata del 485%, raggiungendo quota 9.134 arrivi. L'ammiraglio aveva anche precisato che «non è l’operazione Mare Nostrum a incrementare l’arrivo di migranti sulle nostre coste. La ragione dell’aumento va ricercata in fattori di forza globale, come il disfacimento di alcuni paesi, quali Eritrea, Siria e Libia. I flussi di arrivo verso il nostro paese erano iniziati a crescere in modo evidente già prima dell’avvio dell’operazione, nel periodo in cui si è verificata la strage del 3 ottobre».

Uno studio pubblicato dall'università di Oxford ha fatto una comparazione tra il periodo dopo la fine di Mare Nostrum (con il tasso più basso di operazioni SAR attive nel Mediterraneo) e quelli precedenti e successivi, quando c'era un numero maggiore di missioni search and rescue. I ricercatori hanno considerato gli intervalli tra novembre 2014 e maggio 2015 (“low-SAR period”) e quelli novembre 2013-maggio 2014 e novembre 2015-maggio 2016 (“high-SAR period). Se le operazioni SAR incoraggiano gli arrivi e aumentano i rischi (ad esempio barche eccessivamente cariche o gommoni scadenti) potremmo aspettarci più arrivi e maggiore mortalità nei periodi con più missioni search and rescue, si legge nell'analisi. I risultati mostrano però che gli arrivi sono stati di più nel periodo “low-SAR”:  63.637, contro i 45.446 di quello precedente e i 60.738 di quello successivo, sgonfiando il teorema pull factor. Anche il tasso di mortalità è stato maggiore nell'intervallo novembre 2014-maggio 2015 (27,9%), mentre era di 20,6% con Mare Nostrum e 17,9% successivamente. Lo studio spiega come l'alto tasso di mortalità di Triton I sia stato per la maggior parte il risultato dei due grossi naufragi di aprile 2015, costati la vita a oltre mille persone. Ad ogni modo, non sarebbe corretto considerare questi incidenti come delle anomalie, non correlate all'assenza di operazioni SAR”, concludono i ricercatori, secondo cui questi risultati suggeriscono che la presenza di missioni SAR “ha un effetto piccolo o non ne ha affatto sul numero di arrivi”.

Secondo l'UNHCR nel 2016 il numero di morti e dispersi nel Mediterraneo ha raggiunto quota 4.578, il più alto da quando si registrano questi dati. La rotta è diventata sempre più letale: nel 2014 con 170.100 arrivi e 3.165 morti il tasso di mortalità era di 1,86%, salito a 1,89% nel 2015 e a 2,5% nel 2016.

Focalizzarsi solo su arrivi, ONG e numero dei decessi rischia però di non dare un quadro completo di cosa accade nel Mediterraneo. Tra le cause di queste morti ci sono le condizioni dei viaggi dalla Libia che, stando al rapporto 2016 sulle attività SAR della Guardia Costiera, i trafficanti hanno sensibilmente peggiorato: sono aumentate le partenze notturne o in condizioni non favorevoli, i gommoni vengono preferiti ai barconi e riempiti di persone fino all'inverosimile. Questo fa sì che le imbarcazioni abbiano un'autonomia molto minore. Intervistato da OpenMigration Lorenzo Pezzani, uno dei ricercatori autori dello studio Death by rescue che ha indagato sui naufragi di aprile 2015, ha affermato che il cambiamento di strategia dei trafficanti «c’era già stato nel 2015, quando le ONG erano ancora poche, ed è quindi assurdo imputare a loro questa situazione». Il rapporto della Guardia Costiera mostra come in effetti negli anni si sia modificata l'area di maggiore concentrazione degli interventi SAR: Dal 2012 ad oggi la distanza dalle coste libiche dei punti di intercetto delle unità di migranti da parte delle unità soccorritrici” è diminuita “arrivando fino al limite delle acque territoriali”.

via Guardia Costiera Italiana

Secondo Eugenio Ambrosi, direttore dell'Ufficio Regionale per l'Europa dell'OIM, occorre «riportare la questione sulla giusta direzione: il salvataggio di vite umane deve restare la principale considerazione ed è la più importante responsabilità di tutti coloro che sono coinvolti in questo campo. Siamo preoccupati che questo impegno venga messo in secondo piano rispetto ad altre considerazioni. Il numero di morti in mare sta raggiungendo livelli altissimi quest'anno e questo è un segnale che c’è qualcosa che non funziona». Nel 2016, su 178.415 persone salvate, 46.796 sono state soccorse dalle ONG, circa il 25% del totale. La Guardia Costiera ne ha messe in salvo 35.875, la Marina Militare 36.084, Eunavfor Med 22.885, i mercantili 13.888, Frontex 13.616 e 7.404 sono state soccorse da unità militari estere presenti nell'area.

via Guardia Costiera Italiana

Le convenzioni che regolano il salvataggio in mare e la questione del “porto sicuro”

Una delle accuse rivolte alle ONG nel dibattito pubblico che si è sviluppato sulla vicenda è stata quella sulla scelta del luogo di sbarco dei migranti. È stato chiesto infatti da più parti perché se il luogo di salvataggio in mare avviene più vicino ai porti dell’isola di Malta o a Tunisi, le organizzazioni non governative portano queste persone esclusivamente in quelli italiani? La richiesta di chiarimento è stata avanzata anche da diversi parlamentari nel corso delle  audizioni che si sono svolte sul tema.

Lo scorso 3 maggio, il contrammiraglio Nicola Carlone, Capo del terzo reparto del Comando generale del Corpo delle Capitanerie di Porto-Guardia Costiera italiana, davanti al Comitato Schengen (qui il resoconto) per spiegare i termini che regolano gli sbarchi, ha introdotto anche diversi aspetti del diritto del mare per inquadrare più precisamente il soccorso in mare (search and rescue) e le convenzioni internazionali che li disciplinano.  

Carlone cita “La convenzione delle Nazioni Unite del Mare” del 1982 (Montego Bay) o UNCLOS, che l’Italia ha ratificato poco più di 10 anni dopo, nel 1994:

Ogni Stato deve esigere che il comandante di una nave che batte la sua bandiera nella misura in cui gli sia possibile adempiere senza mettere a repentaglio la nave, l’equipaggio o i passeggeri: a) presti soccorso a chiunque sia trovato in mare in condizioni di pericolo; b) proceda quanto più velocemente è possibile al soccorso delle persone in pericolo, se viene a conoscenza del loro bisogno di aiuto, nella misura in cui ci si può ragionevolmente aspettare da lui tale iniziativa.

La stessa convenzione, continua il contrammiraglio, prevede inoltre che questo obbligo «possa e debba essere esercitato anche all’interno delle acque territoriali di uno Stato costiero diverso da quello di cui la nave soccorritrice batte la bandiera, prevedendo espressamente l’attività di ricerca e soccorso tra le fattispecie di esercizio del diritto del passaggio inoffensivo all’interno del mare territoriale». Ciò significa che per salvare una vita in pericolo, qualsiasi imbarcazione è autorizzata a entrare nelle acque territoriali di un altro paese, come ad esempio quelle della Libia.    

Il soccorso in mare è regolato anche da un’altra convenzione, quella internazionale per la sicurezza in mare (SOLAS) del 1974, a cui l’Italia ha aderito nei primi anni Ottanta. Il testo, afferma Carlone, «obbliga il comandante di una nave che si trovi nella condizione di prestare assistenza, avendo ricevuto informazione da qualsiasi fonte circa la presenza di persone in pericolo in mare, a procedere con tutta rapidità al loro salvataggio, se possibile informando gli interessati o il servizio di ricerca e soccorso del fatto che la nave sta effettuando tale operazione».

Ai governi spetta invece il compito di assicurare in mare «nelle rispettive aree di responsabilità, dette anche regioni SAR, Search and rescue Region, un'efficiente organizzazione dei servizi SAR attraverso un Centro di coordinamento del soccorso marittimo in grado di gestire le comunicazioni di emergenza e il coordinamento delle operazioni, in modo da garantire il soccorso di tutte le persone in pericolo in mare, senza distinzione di nazionalità o status»

Carlone, infine, cita la “Convenzione internazionale sulla ricerca e soccorso in mare” del 1979, firmata ad Amburgo ed elaborata dall'Organizzazione Marittima Internazionale (IMO) e a cui l’Italia ha aderito nel 1989, che obbliga gli Stati a garantire l’assistenza a ogni persona in pericolo in mare – senza distinzioni di nazionalità, status o circostanze in cui si trova –, a fornire le prime cure mediche e trasferirle in un luogo sicuro. Il testo invita anche alla cooperazione tra gli Stati e a tale scopo ogni paese costiero «dovrebbe individuare e dichiarare formalmente una propria specifica area di responsabilità (cioè la Search and rescue region), in cui assume l'onere di garantire un’efficiente prestazione dei servizi SAR», spiega Carlone.

È a questo punto che nasce il problema, perché, spiega ancora il contrammiraglio, «non avendo tutti gli Stati costieri ratificato la convenzione, né provveduto a organizzare una propria specifica organizzazione SAR», le linee guida stipulate dall'Organizzazione marittima internazionale sulla base delle tre convenzioni citate, prevedono «che il primo Centro di coordinamento del soccorso marittimo che riceve notizia di una possibile situazione di emergenza (...) ha la responsabilità di adottare le prime, immediate, azioni per gestire tale situazione, anche qualora l'evento risulti al di fuori dalla propria specifica area di responsabilità» e l’obbligo «di individuare sul territorio [ndr del proprio Stato] un luogo sicuro ove sbarcare le persone soccorse, qualora non vi sia la possibilità di raggiungere un accordo con uno Stato il cui territorio fosse eventualmente più prossimo alla zona dell'evento». Questo spiega perché i migranti non vengono portati nei porti più vicini.

Libia, Tunisia e Malta: perché i migranti non vengono portati nei loro porti?

Per quanto riguarda i soccorsi che avvengono lungo la rotta del Mediterraneo Centrale e vicino le acque territoriali libiche, l’ammiraglio sottolinea le difficoltà dell’Italia di interagire con alcuni dei Paesi costieri coinvolti. Criticità che portano il Centro Nazionale di Coordinamento del Soccorso Marittimo (MRCC) di Roma a intervenire per primo con tutte le conseguenti responsabilità che abbiamo appena letto.

Innanzitutto con la Libia, che ha ratificato la Convenzione SAR del 1979, ma fino ad oggi non ha dichiarato una propria area SAR di responsabilità, «né ha costituito una propria organizzazione SAR secondo i criteri fissati dalle norme internazionali».

A questo proposito, Carlone precisa che l'ingresso nelle acque territoriali libiche «seppur previsto dalle convenzioni internazionali non è mai stato esercitato in maniera autonoma dal Centro di soccorso e dalle unità coordinate da noi», ma sempre «attraverso una richiesta al Centro di soccorso libico, che ci ha o meno autorizzati». Con riferimento alle ONG, il Contrammiraglio spiega che «fino ad ora tutte le unità che sono intervenute sono sempre state autorizzate. I casi sono sporadici, sono circa 16 nell'anno 2016, quindi nessuna unità è entrata autonomamente quando sotto il nostro coordinamento».

Anche la Tunisia ha ratificato la Convenzione del ‘79, ma come la Libia non ha provveduto «a dichiarare formalmente quale sia la loro specifica area di responsabilità SAR, per la quale si impegnano ad assicurare un'organizzazione in grado di garantire efficienti servizi». Carlone denuncia, inoltre, come circa un mese fa per due volte Tunisi abbia rifiutato lo sbarco di migranti sul proprio territorio, dopo che l’MRCC di Roma ne aveva chiesto l’autorizzazione.

Malta, infine, «è il Paese più direttamente esposto ai flussi migratori provenienti dalle coste libiche». Con lo Stato maltese è però in corso un contenzioso che dura da anni perché la propria area SAR si sovrappone in parte a quella italiana, comprendendo parte delle acque territoriali italiane. Sentito da Valigia Blu, Fabio Caffio, ex ufficiale della Marina militare e tra i massimi esperti di diritto internazionale marittimo, spiega che «risulta che siano stati intavolati negoziati con Malta per un accordo, ma sembra che Malta abbia sempre opposto il veto al loro proseguimento per non affrontare la questione della sovrapposizione della propria zona SAR con quella italiana che si verifica in alcune parti, tra le quali le Isole Pelagie».

via Alessandro Lanni/Carta di Roma

Malta, inoltre, continua il contrammiraglio Carlone, «è l'unica nazione europea a non aver ratificato gli emendamenti del 2004 alle convenzioni SAR e SOLAS e a non aver quindi accettato le linee guida dell'IMO relative alla determinazione del luogo sicuro di sbarco». Il motivo, spiega ancora Carlone, è che «essendo l'area SAR maltese la prima che incontra i flussi provenienti dalla Libia, in mancanza di un accordo europeo o internazionale sulla gestione dell'accoglienza dei migranti soccorsi e sbarcati sul suo territorio, il piccolo Stato di Malta avrebbe corso il rischio di trovarsi da solo di fronte a un fenomeno di carattere epocale e ormai divenuto strutturale». Per questi motivi, quando sono contattate dall’MRCC di Roma, le autorità maltesi evitano l’intervento, lasciando così proseguire i flussi migratori verso l’Italia, ultima tappa della traversata in mare.

Cosa si intende per “porto sicuro”

Nicola Carlone specifica anche che le operazioni SAR non si concludono con il salvataggio in mare di persone in pericolo, ma con l’approdo di esse in un porto sicuro (Place of safety o POS). L’esperto di diritto del Mare, Fabio Caffio ci spiega che questa nozione «è stata elaborata dall’IMO nel 2004 dopo il caso della nave norvegese trasportante migranti afgani soccorsi ai quali l’Australia aveva impedito l’ingresso nelle sue acque territoriali».

La regolamentazione che identifica questo luogo da parte del Centro di coordinamento del soccorso coinvolto stabilisce che la vita delle persone soccorse non sia più minacciata. Ecco perché non può essere considerato “un porto sicuro” un luogo dove vi sia serio rischio che la singola persona possa essere soggetta alla pena di morte, a tortura, persecuzione, trattamenti inumani o degradanti, o anche dove la sua vita o la sua libertà siano minacciate per motivi di razza, religione, nazionalità, orientamento sessuale, appartenenza ad un determinato gruppo sociale o orientamento politico.

Caffio spiega, inoltre, che sulla nozione di Place of safety esiste un dissenso tra Italia e Malta: per il nostro paese, che si conforma alla regolamentazione internazionale, prevale il porto sicuro, per Malta (che non ha ratificato l’apposita modifica alla Convenzione SOLAS) invece le persone salvate devono essere trasportate nel luogo più vicino al posto in cui è avvenuto il salvataggio. Per questo motivo, continua l’ex ammiraglio, ci sono stati in passato varie dispute tra i due paesi sullo sbarco dei migranti salvati dall’Italia – «vuoi perché chiamati per primi, vuoi perché Malta non interveniva» – nella SAR maltese. Malta infatti si rifiutava di ricevere i migranti, asserendo che il place of safety più vicino fosse Lampedusa. Ma questo, conclude Caffio, avviene «in realtà in molti casi, visto che l’enorme SAR maltese ingloba anche le Pelagie e visto che le rotte dalla Libia passano vicino ad esse».

La situazione politica in Libia e le violenze nei campi di detenzione per i migranti

Lo scorso 2 febbraio il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni ha firmato un'intesa con il presidente del Governo di accordo nazionale libico, Fayez al-Serraj, per bloccare il flusso di partenze verso l'Europa. L'accordo segue quelli stipulati tra il nostro paese e la Libia nel 2008 (firmato da Silvio Berlusconi e Muammar El Gheddafi) e nel 2012 (la “Dichiarazione di Tripoli”, siglata da Mario Monti). Con il Memorandum di febbraio, Gentiloni e Serraj puntano a “raggiungere soluzioni relative ad alcune questioni che influiscono negativamente sulle Parti, tra cui il fenomeno dell’immigrazione clandestina e il suo impatto, la lotta contro il terrorismo, la tratta degli esseri umani e il contrabbando di carburante”.

Secondo l'accordo, l'Italia fornisce “supporto tecnologico agli organismi libici incaricati della lotta contro l'immigrazione clandestina”, rappresentati dalla “Guardia di Frontiera e dalla Guardia Costiera del Ministero della Difesa, e dagli organi e dipartimenti competenti presso il Ministero dell'Interno”. Altre azioni riguardano il “controllo dei confini terrestri del sud della Libia” e “l'adeguamento e finanziamento” (sia da parte italiana che europea) dei “centri d'accoglienza” già presenti sul territorio dello stato nordafricano e la formazione del personale all'interno di questi. Sostanzialmente, la Libia si fa carico di bloccare i migranti al confine meridionale e di pattugliare le coste per impedire la partenza dei barconi verso l'Europa; l'Italia in cambio offre supporto finanziario e organizzativo, occupandosi della formazione della Guardia Costiera libica e dei “centri d'accoglienza”. Infine, il nostro paese si impegna a cooperare con il governo libico per fornire “sostegno alle istituzioni di sicurezza e militari al fine di arginare i flussi di migranti illegali e affrontare le conseguenze da essi derivanti”.

Associazioni per i diritti umani e organizzazioni non governative si sono espresse con preoccupazione riguardo al Memorandum d'intesa con la Libia, per diverse ragioni. In primo luogo, il paese è diviso tra almeno due governi ed è sotto costante ricatto di milizie armate. Insomma, non è un interlocutore istituzionalmente stabile né affidabile. Secondariamente, la Libia è tra i pochi paesi che non hanno ratificato la Convenzione sui rifugiati del 1951, e negli anni sono diverse le denunce di violazioni dei diritti umani ai danni dei migranti. Un recente rapporto dell'Unicef ha mostrato come la maggior parte delle donne e dei bambini che poi si sono imbarcati verso l'Italia siano stati picchiati, stuprati o abusati durante il viaggio. Le violenze avvengono spesso nei centri di detenzione, che l'agenzia ONU per l'infanzia descrive come “campi di lavoro forzato e prigioni improvvisate”. Stando al rapporto, sul territorio libico ce ne sono 34, di cui alcuni gestiti dal governo e altri dalle milizie, e all'interno sono recluse tra le 4mila e le 7mila persone.

Secondo l'Unhcr e l'Oim, in Libia la gestione dei flussi migratori è “basata sulla detenzione automatica di rifugiati e migranti in condizioni disumane”. Le testimonianze raccolte raccontano di violenze, abusi e torture subite da trafficanti, milizie o autorità. Un reportage dell'Espresso descrive il centro di detenzione di Garian, nella Libia settentrionale, dove sono recluse 1.400 persone: “Vivono in edifici di lamiera, chiusi a chiave per 24 ore al giorno. Dal viale d’entrata il colpo d’occhio è straziante: dalle grate di ferro delle decine di edifici sprangati sporgono le mani di uomini, ragazzi e bambini imprigionati da mesi”.

In un documento inviato dall'ambasciatore tedesco in Niger al ministro degli Esteri in Germania e ripreso dal Guardian le condizioni per migranti e rifugiati in Libia vengono definite “peggiori che nei campi di concentramento”, evidenziando sistematiche violazioni dei diritti: “Ci sono quotidianamente esecuzioni di migranti, torture, stupri, corruzione”. Testimoni hanno riferito di cinque esecuzioni a settimana in un centro, pianificate per fare spazio a nuovi migranti e incrementare i guadagni dei trafficanti.

L’ambasciatore libico in Italia, Ahmed Safar, in un articolo di Annalisa Camilli su Internazionale, ha confermato gli abusi: «Le violazioni ci sono state e ce ne saranno ancora nei campi, ma non possiamo generalizzare», ha detto, aggiungendo che in Libia «non ci sono nemmeno le leggi per regolarizzare la presenza di cittadini stranieri», perché «è un paese di transito. Ci sono campi di detenzione, campi per il rimpatrio, campi dove si aspetta di essere espulsi. Il governo libico ha bisogno del sostegno dei partner europei per garantire una situazione migliore».

Un'altra questione riguarda la Guardia Costiera libica, uno dei fulcri del Memorandum firmato dall'Italia. Recentemente Rida Aysa, capo del corpo per la regione centrale, si è inserito nel dibattito sul ruolo delle organizzazioni non governative, accusandole di essere responsabili del flusso di migranti e di intralciare le loro operazioni.

Secondo Gabriele Iacovino, capo degli analisti del Centro Studi Internazionali (Cesi), però, «pensare che la Guardia Costiera libica sia espressione delle istituzioni è un grave errore», poiché «i guardacoste libici sono spesso espressione dei potentati locali che, in molti casi, gestiscono il traffico di esseri umani». Ambiguità confermate anche da diverse inchieste giornalistiche, che hanno mostrato le intersezioni tra guardacoste e traffico di esseri umani. «Ci sono guardie costiere che recuperano i migranti in mare e li vendono alle milizie che li trasportano nelle prigioni illegali. I migranti sono i bancomat di questo Paese. L’Europa vede, ne è consapevole, eppure ha preferito spostare il problema sulle nostre spalle anziché farsene carico», ha riferito all'Espresso una guardia di un centro di detenzione alla periferia di Tripoli.

L'istituzione, secondo un'analisi dell'Istituto per gli studi di politica internazionale (ISPI), soffre di un “livello di corruzione endemico”, del quale “Roma è a conoscenza”. Per queste ragioni, secondo Iacovino, una critica della Guardia Costiera libica nei confronti delle ONG “sembra proprio inserirsi in una lotta per il controllo dei traffici illegali di esseri umani”. Lo scorso ottobre l'organizzazione non governativa Sea-Watch ha riferito che un'imbarcazione con la dicitura “Guardia Costiera libica” ha attaccato un gommone con a bordo 150 migranti, picchiandoli con dei bastoni e causando la morte per annegamento di almeno quattro persone.  

Durante l'audizione in commissione Difesa al Senato dello scorso 19 aprile, Nicola Stalla di SOS Méditerranée ha riferito che «in diverse occasioni la nave Aquarius è stata avvicinata da imbarcazioni e motoscafi di diverso tipo», talvolta «con a bordo persone in uniforme militare» che si identificano come Guardia Costiera libica: «Sta succedendo frequentemente nell’ultimo periodo, si spingono fino in acque internazionali. Non abbiamo modo di verificare se siano o meno realmente guardacoste. Ogni volta che succede, comunque, riportiamo all’MRCC». In ogni caso Stalla ha precisato di non aver «mai svolto un’operazione di salvataggio insieme alla Guardia costiera libica».

Un episodio è stato documentato lo scorso 10 maggio da Sea-Watch. Stando alla relazione della ONG, la nave Sea-Watch II stava pattugliando in acque internazionali a circa 30 miglia dalle coste libiche, quando ha ricevuto una chiamata dal Centro di coordinamento di Roma che segnalava una barca di legno in avaria con a bordo circa 300 persone. Arrivati sul posto, i volontari hanno iniziato le operazioni di soccorso accostandosi ai gommoni per consegnare i giubbotti di salvataggio. Nell'area c'era anche una motovedetta della Guardia Costiera battente bandiera libica, che ha preso il comando dell'operazione.

In un video pubblicato da Sea-Watch si vede il mezzo che, avvicinandosi, taglia la strada alla nave dell'organizzazione tedesca. Una manovra che i volontari hanno definito pericolosa per tutte le imbarcazioni presenti e in violazione dei regolamenti internazionali di navigazione.

«Il nostro capitano ha provato più volte a mettersi in contatto con la nave libica, per cercare, come facciamo sempre, di collaborare nelle operazioni di soccorso ma non abbiamo ricevuto alcuna risposta. Siamo poi stati informati che sarebbe stata la guardia costiera libica a gestire l’operazione, e non abbiamo avuto altra scelta se non ritirarci», ha spiegato a Vita Theresa Leisgang, responsabile comunicazione di Sea Watch. Secondo la versione fornita dal portavoce della marina libica Ayoub Qassem, invece, la ONG tedesca avrebbe “cercato di ostacolare le operazioni del Guardacoste in acque territoriali libiche, e voleva prendere a bordo i migranti con il pretesto che in Libia non sono al sicuro”. L'MRCC di Roma ha spiegato a Repubblica che essendoci «una guardia costiera libica che si sta ristrutturando», è «naturale che inizino a prendersi la responsabilità di sempre più casi di ricerca e soccorso». I migranti sono stati fatti salire sulla motovedetta e portati a Tripoli, dove la destinazione naturale sono i centri di detenzione della zona.

Immagine in anteprima di Yara Nardi/Italian Red Cross/Handout via Reuters, scattata il 18 agosto 2016

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‘Fake news’, algoritmi, Facebook e noi

[Tempo di lettura stimato: 8 minuti]

La settimana scorsa l'ideatore di Google News ha proposto in un post pubblicato su Medium un metodo per affrontare il problema della diffusione virale delle cosiddette 'fake news'. Secondo Krishna Bharat, i social media dovrebbero adottare un approccio misto, che combini le segnalazioni degli utenti, l’uso di algoritmi, il machine learning e l’intervento umano (quindi editoriale), per individuare le storie potenzialmente false e intervenire prima che esse diventino virali.

Concretamente: se Facebook dovesse decidere di agire editorialmente su tutte le 'fake news' che superano la soglia delle 10mila condivisioni, scrive Bharat, dovrebbe iniziare ad analizzare le notizie segnalate dagli utenti che abbiano più di mille condivisioni. In questo modo i suoi “editor” avrebbero il tempo di esaminare la notizia e decidere se e come intervenire.

Una sorta di giornalismo preventivo

Ricorrendo a un caso ormai celebre, il creatore di Google News ricorda la storia del falso endorsement di Papa Francesco a Donald Trump durante la campagna elettorale americana. Un sistema automatizzato attraverso algoritmi sarebbe stato in grado individuare la bufala a partire dalla sua pubblicazione su alcune fonti riconosciute come controverse. Allo stesso tempo, avrebbe selezionato le parole chiave (in questo caso “Papa”, “Trump”, “endorsement”) che gli avrebbero permesso di seguirne l’evoluzione dentro e fuori dal social network e di creare una sorta di contenitore di articoli, in modo da avere un controllo completo sulla copertura della “notizia” e conoscere sia le fonti che l’hanno pubblicata che le pagine che l’hanno diffusa. Bharat precisa che questo tipo di selezione, conosciuta col nome di “document clustering”, non è tecnicamente complessa ed è già utilizzata con successo da Google News e Bing News per raggruppare articoli di diverse fonti sulla stessa storia.

Una volta raccolti questi dati e stabilito il potenziale virale della notizia “sospetta”, l’algoritmo avrebbe passato la palla a una squadra di “esseri umani” che avrebbero dovuto stabilire se l’endorsement del Papa a Trump era una 'fake news'. Il team editoriale che ha in mente Bharat avrebbe verificato la veridicità della notizia mettendosi in contatto con i diretti interessati (ufficio stampa del Vaticano, in questo caso) o contrastando la notizia con altre fonti (ritenute affidabili). In altre parole, dopo che l’algoritmo ha determinato la necessità dell’intervento editoriale, si tratta di un lavoro essenzialmente giornalistico.

Una volta accertato che il Papa non aveva fatto nessun endorsement a Trump, e avendo sottomano tutte le informazioni per prevedere la diffusione virale della notizia, il team di Facebook avrebbe potuto segnalare come 'fake news' tutti gli articoli che riportavano quella storia. La tempestività dell’intervento, nelle intenzioni dell’autore, avrebbe limitato la diffusione a macchia d’olio della bufala (anche se, è bene precisare, la bufala dell’endorsement a Trump da parte del Papa è stata resa famosa più dagli articoli che affrontano la questione delle 'fake news', che dalle persone che l’hanno effettivamente condivisa credendola vera).

La soluzione di Krishna Bharat presenta caratteristiche molto simili all’attuale sistema di verifica dei contenuti che Facebook ha esternalizzato ad ABC News, Associated Press, FactCheck.org, Politifact e Snopes, responsabili del 'fact checking' sulle notizie che superano una certa soglia di segnalazioni da parte della community. Potremmo quindi dire che si tratta di un’evoluzione della situazione attuale, partendo però da una visione diversa del ruolo di Facebook. La differenza sostanziale sta nel maggior coinvolgimento editoriale del social network e, per quanto pragmatica, questa idea presenta alcune criticità.

Facebook e l'intervento umano: un anno di controversie

Fino a oggi Facebook ha cercato di limitare il più possibile l’intervento umano per tutelare la presunta neutralità della piattaforma. Salvo alcune occasioni che hanno richiesto una presa di posizione della compagnia in un senso o nell’altro. E quelle occasioni hanno puntualmente riacceso un dibattito che conosciamo bene: Facebook è o non è un editore? Nonostante la piattaforma abbia ribadito in diverse occasioni il suo status di compagnia tecnologica e non editoriale (non crea contenuti, non commissiona contenuti specifici, ma offre una piattaforma agli utenti per esprimersi), molti attribuiscono un potere editoriale alle decisioni che Mark Zuckerberg ha dovuto prendere negli ultimi mesi.

A maggio del 2016, prima che il problema delle notizie false sui social diventasse uno degli argomenti centrali del dibattito giornalistico e politico, Facebook si è ritrovato al centro della polemica per aver influenzato in maniera editoriale la sua sezione di “trending news”. Per chi non lo ricordasse, grazie alla testimonianza anonima di alcuni ex impiegati della compagnia, il sito di notizie tecnologiche Gizmodo aveva rivelato che la sezione “Trending” non era uno strumento totalmente automatizzato, ma si serviva di un team di giornalisti per filtrare gli argomenti più rilevanti. Questo filtro umano, secondo le accuse, avrebbe privilegiato le notizie progressiste a danno di quelle repubblicane.

L’effetto immediato della polemica ha fatto sì che il controllo della sezione tornasse a essere automatizzato, sotto la supervisione (minima) di una nuova squadra composta principalmente dagli ingegneri che avevano curato l’algoritmo. L’esordio di questa soluzione “non-giornalistica” è stato disastroso: in diverse occasioni le bufale hanno scalato la classifica degli argomenti più discussi, evidenziando la complessità del problema e l’importanza di un controllo umano. Soprattutto se consideriamo che lo scopo della sezione “Trending” dovrebbe essere prettamente informativo. Il dibattito sulla convenienza o meno di lasciare nelle mani di un algoritmo (quindi senza filtro umano) la curation delle notizie è da allora evoluto verso aspetti che inizialmente non erano stati presi in considerazione. Se appena un anno fa, l’oggetto del contendere era la sezione dei trending topic, oggi al centro di questa discussione troviamo tutti i contenuti condivisi sulla piattaforma.

C’è stato un episodio a settembre 2016, di cui abbiamo scritto su Valigia Blu, che potremmo considerare il punto di svolta nel dibattito: la censura dal social network della fotografia storica di Associated Press — vincitrice di un premio Pulitzer — che mostra una bambina vietnamita di 9 anni nuda in fuga assieme ad altri bambini dopo l’esplosione di una bomba al napalm.

Foto di Nick Ut/Associated Press.

Dopo qualche giorno, Facebook ha ripristinato la foto per via della sua importanza storica, ma in un primo momento la compagnia aveva giustificato la sua rimozione reiterata appellandosi alle linee guida sui contenuti e al funzionamento tecnico della piattaforma. L’algoritmo, non avendo gli strumenti per riconoscere il valore giornalistico e storico di quello scatto, aveva identificato la foto come il nudo di un minore e l’aveva quindi rimossa. Rispondendo al giornale norvegese che aveva sollevato la questione, un portavoce di Facebook aveva dichiarato: «Se da una parte riconosciamo che la foto è iconica, rimane difficile stabilire quando si dovrebbe o non si dovrebbe pubblicare una foto di una bambina nuda». Si riferiva a una difficoltà tecnica: quella di creare un algoritmo capace di valutare caso per caso. E prendere una decisione.

Ecco perché, in quei giorni, molti giornalisti del settore hanno avanzato come soluzione un filtro umano di tipo editoriale, o almeno la presenza di un public editor nella compagnia, una figura responsabile a cui rivolgersi in situazioni come queste. Ed ecco perché, sempre in seguito a quell’episodio, molti hanno iniziato a identificare Facebook come una media company, a prescindere da cosa sostenesse il suo creatore.

Leggi anche >> L’odio in politica e la sfiducia nei media fanno più paura delle fake news

È durante la campagna elettorale americana, però, che i giornalisti americani hanno scoperto l’esistenza delle 'fake news' (un concetto che risale al 1925, non proprio una novità). Secondo alcuni, le bufale su Facebook sarebbero addirittura la causa della vittoria di Trump. Poco importa se questa affermazione non trova nessun riscontro nei dati. Da quel momento in poi, le notizie false sono diventate la principale preoccupazione di giornalisti e politici che vorrebbero addirittura intervenire per via legislativa. Molte testate hanno spiegato queste problematiche in una maniera approssimativa e semplicista, riducendo la complessità del fenomeno, insistendo sugli aspetti sensazionalistici non dimostrati e diffondendo allarmismo: l’esatto contrario di quello che dovrebbe fare il buon giornalismo. Il “problema delle fake news” è esso stesso 'fake news'. Lo è nella misura in cui, invece di cercare dati a sostegno di una tesi, si decide piuttosto di alimentare una narrazione basata sull’approssimazione e sul pregiudizio.

Dall’elezione di Trump a oggi, Facebook ha implementato diverse soluzioni, tecnologiche e non, per frenare la diffusione delle notizie false, insistendo però sul suo ruolo di piattaforma e quindi sulla sua posizione neutrale rispetto alle notizie condivise dai suoi utenti. “Facebook non vuole essere l’arbitro del vero e del falso”, è stato detto in diverse occasioni.

Le criticità di un maggior coinvolgimento editoriale di Facebook

Un sistema di controllo come quello proposto obbligherebbe il social network a creare innanzitutto un database (pubblico?) di fonti affidabili e non: una scelta di per sé sufficiente per occupare il posto vacante (almeno nelle democrazie) di “arbitro del vero e del falso”.

Altra perplessità che riguarda la selezione delle fonti è il criterio da seguire per giudicare l’affidabilità di una testata. Tutti i media mainstream sono affidabili? E lo sono sempre a prescindere? È una selezione che verrà aggiornata costantemente? Chi è responsabile di questa selezione?

Pensiamo all’Italia: è Libero una fonte affidabile per il solo fatto di essere una testata registrata? Questo è chiaramente un esempio limite, ma potremmo interrogarci anche sulla reputazione dei giornali nazionali più venduti che prendono quotidianamente “dalla rete” video e notizie non verificate con l’obiettivo di massimizzare i click dei lettori.

Inoltre, se si decide di considerare come fonti affidabili solo i 'media mainstream', questo sistema non sarebbe in grado di individuare le 'fake news' che si propagano attraverso quegli stessi media. Il suo raggio d’azione sarebbe limitato a una tipologia molto precisa di bufale: quelle che non appaiono sui giornali e che vengono pubblicate solo da siti considerati sospetti in partenza. Nei fatti non sarebbe una soluzione orientata a ostacolare le notizie false in quanto tali, ma un modo di restituire ai media il monopolio sulla 'fake news' che tanto sembrano rimpiangere. È anche un problema di definizione: si fa presto a dire 'fake news', ma la disinformazione più pericolosa è quella che coinvolge i media mainstream e la politica.

Un altro aspetto problematico sarebbero poi le scelte editoriali. Sebbene l’intervento umano sembra acquisire sempre maggior importanza, soprattutto dopo l’annuncio di Mark Zuckerberg di aver assunto 3mila persone per controllare che i contenuti trasmessi con Facebook Live rispettino la policy (in questo caso le notizie false non c’entrano nulla), ci potremmo interrogare su quanto sia auspicabile un Facebook che funzioni più come editore che come piattaforma.

Se Facebook dovesse decidere di rispondere in prima persona alla diffusione di bufale online seguendo criteri giornalistico-editoriali e prendendo decisioni quotidiane di selezione delle notizie, ci troveremmo inevitabilmente davanti all’editore più potente del mondo. Alcuni specialisti del settore sono convinti che questa sia già la situazione attuale e anzi, soprattutto negli Stati Uniti, molti giornalisti chiedono a gran voce che il social network ammetta di essere un’impresa editoriale. Ma se Facebook dovesse iniziare a funzionare *realmente* come una “media company” le conseguenze negative potrebbero essere maggiori di quelle positive.

Facciamo un esempio concreto: dopo aver riconosciuto il suo status di media company (“finalmente”, aggiungerebbe il coro) e abbandonato la pretesa di essere una piattaforma neutrale (“non lo è mai stata”, sottolineerebbe qualcuno), Facebook potrebbe decidere di sostenere attraverso scelte editoriali un candidato presidente piuttosto che un altro, potrebbe stravolgere i propri algoritmi (che alcuni definiscono già, a ragione, "gatekeeper moderni") con l’obiettivo di dare maggior rilievo alle notizie che più si avvicinano alla sua agenda politica, anzi, alla sua 'linea editoriale'. Non è forse questo che fanno gli editori di tutto il mondo? E quali sarebbero gli effetti sulla democrazia?

Attenti a ciò che chiediamo”, metteva in guardia Jeff Jarvis all’indomani delle elezioni americane.

La verità è che Facebook è molto di più di un’impresa tecnologica ed è molto di più di un’impresa editoriale. E le sue responsabilità sono, allo stesso modo, più grandi e complesse. Non possono e non devono essere le stesse di un editore, dobbiamo pretendere di più. Così come abbiamo chiesto a Zuckerberg di risolvere un problema più vecchio di internet (le bufale), dovremmo esercitare la stessa pressione per pretendere più trasparenza sull'uso dei nostri dati, su come ci vengono presentate le notizie, su cosa sappiamo dei criteri di selezione algoritmica dei contenuti a cui siamo esposti.

La pallottola d'argento contro le notizie false

Le recenti inquietudini dell'opinione pubblica hanno portato Facebook a cambiare il suo algoritmo con cadenza periodica (l'ultima novità è di questa settimana) e a introdurre strumenti che aiutino gli utenti a riconoscere le fonti poco attendibili e a segnalarle. Ma queste iniziative sembrano avere un esito limitato, anzi in alcuni casi si sarebbero rivelate controproducenti. Esistono pagine di destra in America che si dedicano a diffondere proprio gli articoli che il social network ha etichettato come possibili notizie false, al grido di "Ehi, vogliono censurare questo blog" o "Non vogliono che lo sappiamo, fate subito girare!"

Il fatto, come scrive la ricercatrice danah boyd, è che le compagnie tecnologiche non possono semplicemente "risolvere" il problema delle notizie false su internet. È un problema più grande di loro e che riguarda tutti noi.

"Non voglio sollevare le aziende dalla responsabilità che hanno in questo ecosistema. Ma non produrranno la pallottola d'argento che gli è stata chiesto di produrre. Credo che la maggior parte delle critiche mosse nei loro confronti siano davvero ingenue se pensano che si tratti di un problema facile da risolvere."

Interpretare una realtà nuova usando categorie che appartengono al passato e strumenti legislativi inadeguati sarebbe un passo indietro irresponsabile. Non possiamo sfuggire alla complessità, non ci sono scorciatoie. Le notizie false continueranno a esistere, ma questa può essere un’occasione per migliorare. Migliorare la qualità dei nostri mezzi di informazione, migliorare la nostra cultura informativa (sin da piccoli), accettare le nostre responsabilità in quanto lettori non più passivi ma parte integrante dell’ecosistema mediatico.

Immagine principale: "Relativity" di M.C. Escher

 

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Inchiesta sui vaccini: su cosa si basa la denuncia del Codacons

[Tempo di lettura stimato: 4 minuti]

Ieri il quotidiano La Stampa ha riportato la notizia che la Procura della Repubblica di Torino, in seguito a un esposto dell'associazione per la tutela dei consumatori Codacons, avrebbe aperto un fascicolo, ancora senza ipotesi di reato, per indagare sulle sostanze contenute nel vaccino esavalente. Il vaccino esavalente contiene i 4 vaccini ancora oggi formalmente obbligatori (quelli contro poliomielite, difterite, epatite B e tetano) e due facoltativi (contro la pertosse e l'Haemophilus influenzae tipo b). Secondo quanto scrive La Repubblica, il pm Vincenzo Pacileo avrebbe anche già incaricato i NAS di svolgere alcune verifiche.

Già nel 2012 il Codacons, nel denunciare lo "scandalo dello spreco di soldi pubblici per vaccini pediatrici inutili se non addirittura pericolosi" (come scriveva l'associazione in un comunicato pubblicato sul proprio sito), aveva preso di mira il vaccino esavalente, sostenendo che la sua somministrazione può «comportare danni da sovraccarico e choc del sistema immunitario». Si tratta però di una credenza senza fondamento scientifico. Su Valigia Blu ne avevamo parlato nel nostro vademecum sui vaccini.

Il Codacons ha basato l'esposto su un articolo di Stefano Montanari e Antonietta Gatti, pubblicato quest'anno su International Journal of Vaccine and Vaccination. Questo articolo riporta le analisi che Montanari e Gatti hanno realizzato sul contenuto di fiale di diversi vaccini, allo scopo di dimostrare la presenza di presunte contaminazioni. Il giornale, che lo ha pubblicato, è considerato una rivista “predatoria”, cioè che accetta articoli a pagamento senza svolgere revisioni degli studi, dei dati e dei metodi utilizzati.

Di questo articolo abbiamo parlato anche nel nostro approfondimento sul servizio di Report sui vaccini anti-papillomavirus, perché nel corso del servizio era stata trasmessa un'intervista ad Antonietta Gatti. Abbiamo specificato che si tratta di un lavoro a cui non si può attribuire valore scientifico, sia per i metodi impiegati che per le conclusioni che si traggono dalle osservazioni. Il blog Respectful Insolence spiega, attraverso alcuni calcoli, che i composti individuati si trovano a concentrazioni infinitesimali. Questo però non è segnalato nell'articolo, perché i due autori riportano solo il numero dei “frammenti” trovati, non le concentrazioni.

In sostanza quello che hanno fatto Montanari e Gatti con quelle analisi è stato dimostrare un elevato grado di purezza di quelle soluzioni e la sostanziale assenza di sostanze non previste. In più, dal momento che i due autori non hanno analizzato anche dei campioni di controllo, non è possibile escludere che la fonte di quelle infinitesimali tracce di composti “contaminanti” sia da ricercare in qualcuno degli strumenti o dei materiali utilizzati (e che quindi provengano dallo stesso laboratorio).

Sia La Stampa che La Repubblica, riprendendo il comunicato del Codacons, definiscono Montanari e Gatti due "specialisti in nanotecnologie". In realtà si definiscono esperti in "nanopatologie" (un termine di fatto assente in letteratura e che in Rete si ritrova quasi sempre in documenti a firma di Montanari, Gatti o entrambi).

Il Codacons vuole anche denunciare "il mistero della scomparsa dell’antidifterico in Italia, reperibile solo combinato ad altri vaccini" (il vaccino contro la difterite da tempo è somministrato con l'esavalente o con una formula trivalente insieme ai vaccini contro tetano e pertosse).

Intende anche "fare luce sul documento segreto della Glaxo, pubblicato per errore in rete, che contiene l’elenco di molti effetti avversi al vaccino che non sarebbero mai stati sottoposti alle autorità sanitarie". Il Codacons si riferisce probabilmente a un documento riguardante il vaccino esavalente "Infanrix Hexa" redatto dall'azienda produttrice GlaxoSmithKline. Di questo documento si era già parlato nel 2015. Si tratta di uno di quei rapporti che le aziende produttrici inviano alle autorità regolatorie (alle quali quindi è stato reso noto), dove vengono riportati i dati sugli eventi avversi segnalati in seguito alla somministrazione di un farmaco o di un vaccino, dopo la sua immissione in commercio. La raccolta di questi dati è prevista dalla farmacovigilanza (o, in questo caso, vaccinovigilanza).

Questo documento è stato chiamato in causa per dimostrare che sarebbero stati nascosti alcuni casi di autismo causati dal vaccino esavalente. Il documento però riportava 7 casi di autismo, su un totale di più di 72,9 milioni di dosi di quel vaccino somministrate dal 2000, anno dell'immissione, al 2011 (come è possibile leggere nello stesso rapporto). In molti paesi il calendario prevede la somministrazione di più dosi per individuo (fino a 4), ma si tratta comunque di milioni di vaccinati. Inoltre, la segnalazione di presunte reazioni avverse non implica l'esistenza di una correlazione causale con il vaccino, ma soltanto temporale.

È da notare che il Codacons aveva difeso la proiezione di Vaxxed, il documentario diretto da Andrew Wakefield, il medico autore dello studio, poi rivelatosi una frode, che aveva cercato di dimostrare una correlazione tra il vaccino morbillo-parotite-rosolia e l'autismo. Ad aprile l'associazione aveva anche organizzato un incontro pubblico sui vaccini, durante il quale era stato trasmesso il documentario.

«Il nostro scopo non è certo avallare la tesi di un possibile legame tra il vaccino somministrato in America e l’autismo», aveva detto lo scorso ottobre il presidente del Codacons Carlo Rienzi. Tesi che però Vaxxed sostiene. Il documentario diretto da Wakefield parla infatti di una presunta rivelazione secondo cui i Centers for Disease Control and Prevention (CDC), negli Stati Uniti, avrebbero nascosto dei dati che dimostrerebbero un legame tra il vaccino morbillo-parotite-rosolia e l'autismo.

Si tratta di una ipotesi cospirativa basata su alcuni brani tratti da registrazioni di conversazioni telefoniche tra William Thompson, un ricercatore dei CDC, e Brian Hooker, un ingegnere biochimico. Hooker aveva rianalizzato i dati di uno studio, firmato tra gli altri anche dallo stesso Thompson, allo scopo di dimostrare una inesistente correlazione tra il vaccino morbillo-parotite-rosolia e l'autismo. L'analisi di Hooker era poi stata pubblicata, ma l'articolo è stato in seguito ritirato perché basato su una metodologia scorretta. Hooker aveva in sostanza forzato i dati per dimostrare ciò che voleva. Le conversazioni tra Hooker e Thompson vengono però presentate in Vaxxed come se il ricercatore dei CDC "confessasse" una qualche censura dei dati originali. I CDC avrebbero tenuto nascoste le prove della correlazione vaccino-autismo.

L'anno scorso anche il senatore Bartolomeo Pepe aveva promosso una proiezione di Vaxxed, poi annullata.

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Fake news, camere dell’eco e filtri bolla: sottovalutati e sopravvalutati

[Tempo di lettura stimato: 4 minuti]

di William Dutton – docente Media e Information Policy Michigan State University
*articolo pubblicato su The Conversation il 5 maggio 2017

traduzione di Roberta Aiello

Nei primi anni di Internet, sembrava rivoluzionario che tutta l'informazione fosse a portata di click per chiunque, dovunque e in qualsiasi momento. Molti speravano che questa tecnologia, intrinsecamente democratica, potesse determinare una maggiore partecipazione di cittadini meglio informati a discussioni, dibattiti elettorali e incontri pubblici.

Oggi, sono molti gli osservatori preoccupati che algoritmi di ricerca e social stiano minando la qualità delle news online. Il timore è che la cattiva informazione possa indebolire la democrazia nell'era digitale.

La questione si riferisce ai servizi online che diffondono fake news, dividendo gli utenti in "filtri bolla" di persone con posizioni analoghe e consentendo agli utenti di rimanere bloccati, in maniera involontaria, in camere dell'eco virtuali che rafforzano le proprie posizioni.

Queste preoccupazioni sono molto discusse, ma non sono state ancora studiate in maniera approfondita. Le ricerche svolte finora si sono generalmente limitate all'analisi di un'unica piattaforma, come Twitter o Facebook. Il nostro studio su ricerca e politica, condotto a gennaio 2017 in sette paesi (Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Germania, Italia, Polonia e Spagna), ha ritenuto queste preoccupazioni eccessive, se non sbagliate. Molti utenti di Internet, infatti, utilizzano i motori di ricerca per trovare l'informazione migliore, controllare altre fonti e scoprire nuove notizie che possano far scoppiare i filtri bolla e aprire le camere dell'eco.

Il sondaggio tra gli utenti di Internet

Abbiamo cercato di sapere direttamente dalle persone come abbiano usato motori di ricerca, social e altre fonti di informazione per informarsi sulla politica. Attraverso fondi stanziati da Google, abbiamo condotto un'indagine online che ha coinvolto più di 14.000 utenti di Internet in sette nazioni.

Abbiamo scoperto che i timori riguardanti algoritmi di ricerca e social non sono irrilevanti – è accaduto, talvolta, che alcuni utenti abbiano avuto problemi. Tuttavia, si sono rivelati sproporzionati, creando paure ingiustificate che potrebbero aver determinato risposte inappropriate da parte di utenti, autorità di controllo e responsabili politici.

L'importanza della ricerca

I risultati dell'indagine dimostrano l'importanza dei risultati ottenuti dalla ricerca online rispetto ad altre modalità utilizzate per avere informazioni. Quando le persone vogliono informarsi, spesso consultano Internet. Quasi due terzi degli utenti dei sette paesi presi in esame hanno dichiarato di ricorrere almeno una volta al giorno a un motore di ricerca per cercare notizie online. Gli intervistati considerano i risultati delle loro ricerche accurati e affidabili tanto quanto altre fonti chiave, come i notiziari televisivi.

Quante volte le persone utilizzano un motore di ricerca per cercare notizie online?

Quasi due terzi delle persone usano un motore di ricerca più di una volta al giorno per cercare notizie online.

via The Conversation

In linea con i risultati generali, il motore di ricerca è il primo posto dove gli utenti di Internet cercano notizie di politica. Inoltre, gli utenti di Internet interessati alla politica (e che partecipano alle attività politiche online) sono tra coloro che più verosimilmente utilizzano un motore di ricerca come Bing o Google per trovare informazioni online.

Questi stessi utenti presumibilmente cercano notizie di politica attraverso anche altri media, attingendo a diverse fonti e avendo l'opportunità di imbattersi con molta facilità in differenti punti di vista.

Abbiamo riscontrato, inoltre, che le persone interessate e attive nella politica online hanno maggiori probabilità di effettuare un doppio controllo sulle informazioni su cui nutrono dubbi trovate su Internet e i social, attraverso la ricerca online di altre fonti in modo da far scoppiare le bolle e rompere le camere dell'eco.

Esperti di Internet oppure no?

Non sono soltanto le persone interessate alla politica ad adottare queste utili abitudini di ricerca delle informazioni: anche le persone che usano internet più spesso e hanno maggiore dimestichezza con la ricerca online si comportano allo stesso modo.

Questo fa sì che chi è interessato alla politica e ha maggiore consuetudine con le dinamiche dell'informazione on line sia meno alle fake news e alle camere dell'eco. Da qui l'importanza dell'alfabetizzazione digitale.

Chi è interessato alla politica e ha maggiore consuetudine con le dinamiche dell’informazione online è meno esposto alle fake news e alle camere dell’eco. da qui l’importanza dell’alfabetizzazione digitale.

In ogni caso, per la maggior parte delle persone, le ricerche su Internet sono cruciali per verificare l'affidabilità e la validità delle informazioni che apprendono online, dai social, dai media tradizionali o durante le conversazioni quotidiane. La nostra ricerca dimostra che questi utenti di Internet ritengono i motori di ricerca utili per verificare le notizie, scoprire nuove informazioni, capire le opinioni degli altri su vari argomenti, valutare le proprie e decidere come votare.

Differenze internazionali

Abbiamo scoperto che l'affidabilità e la fiducia in Internet e nella ricerca di informazioni da parte dei cittadini varia di paese in paese. Ad esempio, gli utenti di Internet in Germania e, in misura minore, quelli in Francia e nel Regno Unito, hanno più fiducia nell'informazione televisiva e radiofonica e sono più scettici nei confronti della ricerca e dell'informazione online. In Germania, le persone valutano l'affidabilità dei motori di ricerca in misura inferiore rispetto agli utenti di tutte le altre nazioni, con il 44% che ritiene i motori di ricerca affidabili, contro il 50-57 % degli altri sei paesi.

Affidabilità percepita dei risultati dei motori di ricerca

In Germania, i cittadini sono più scettici sull'affidabilità dei risultati dei motori di ricerca rispetto a quelli degli altri sei paesi che abbiamo esaminato. Solo il 44% dei tedeschi ritiene i risultati delle ricerche "per lo più affidabili" o "totalmente affidabili".

via The Conversation

In Polonia, Italia e Spagna, le persone si fidano meno dei media tradizionali e sono più propense a ritenere affidabili Internet e la ricerca. Gli americani si trovano in una posizione intermedia. Esistono più differenze tra i paesi europei che tra l'Europa nel suo insieme e gli Stati Uniti. Gli utenti statunitensi si sono dimostrati più orientati a consultare varie fonti di informazione, tanto da essere definiti nell'indagine "onnivori dei media".

Chi usa Internet per l'informazione politica si affida generalmente a una varietà di fonti e mostra un sano scetticismo che spinge a cercare più fonti e verificare i fatti. Regolamentare Internet, come alcuni hanno proposto, potrebbe minare la fiducia esistente e introdurre nuovi dubbi sulla accuratezza e la parzialità nei risultati delle ricerche.

Il panico nei confronti di fake news, camere dell'eco e filtri bolla è eccessivo e non supportato dalle risposte fornite dagli utenti dei sette paesi coinvolti nell'analisi.

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“Perché date spazio solo ai pro-vaccini?” La nostra risposta a una lettrice di Valigia Blu

[Tempo di lettura stimato: 5 minuti]

Il tema dei vaccini da tempo sta suscitando un dibattito molto acceso. Ce ne siamo occupati anche noi di Valigia Blu. Abbiamo preparato un vademecum sugli errori e i miti più diffusi e, di recente, abbiamo scritto un approfondimento sul servizio trasmesso da Report. Siamo abituati a confrontarci con i lettori su tutti i temi sui quali lavoriamo, sia nei commenti sui social che sul sito. Abbiamo perciò deciso di rispondere ad alcune osservazioni sui vaccini contenute in un messaggio che abbiamo ricevuto. Le abbiamo sintetizzate in alcune domande (le parole non corrispondono sempre alla lettera del messaggio, ma riflettono il pensiero della persona che ci scrive):

I link che riportate rimandano solo a opinioni “pro-vaccini”. Perché non date spazio ad entrambi i punti di vista?

Chi ci scrive chiede perché ci rifacciamo a fonti “di parte” (come il blog Medbunker) e non riportiamo invece anche il punto di vista di persone come Roberto Gava, il medico radiato dall'albo per le sue tesi sui vaccini, o di associazioni come il Comilva (il Coordinamento del movimento italiano per la libertà delle vaccinazioni). La risposta a questa domanda necessita di una premessa. L'idea che su un tema scientifico si debba, sempre e necessariamente, dare uguale spazio a due tesi contrastanti (le proverbiali “due campane”) è un'idea che si basa su una premessa fallace. Quella, appunto, che su quel tema ci siano due punti di vista ugualmente fondati, legittimi e credibili.

Partendo da questa premessa, bisognerebbe perciò ospitare anche l'intervento di un creazionista o di uno scienziato (ce ne sono) che nega l'esistenza o gli effetti del riscaldamento globale (posizioni che non possono certo essere definite “non di parte”). Si potrebbe certamente “dare spazio” a un punto di vista di questo tipo, ma non nel senso di presentarla come una tesi che può vantare la stessa quantità e qualità di evidenze scientifiche di quella “opposta”. Non si tratta, poi, come afferma chi ci scrive, di essere “pro-vaccini”, né “anti-vaccini”. Non ci sono “due parti”. L'unica “parte” da cui stare è quella della corretta informazione.

E, in questo senso, associazioni come il Comilva, o altre, non si limitano a rivendicare la libertà di scelta sulle vaccinazioni e a esprimere la propria contrarietà all'obbligatorietà dei vaccini. Questo è legittimo farlo. L'obbligatorietà riguarda le politiche sanitarie. Noi stessi, su Valigia Blu, abbiamo riconosciuto (senza specificare una nostra precisa posizione) che questo tema merita un dibattito, perché ci sono evidenze che indicano che l'imposizione dell'obbligo non è sempre la strategia giusta per raggiungere le coperture vaccinali necessarie. Ma il dibattito è legittimo dentro il perimetro delle evidenze scientifiche e della corretta informazione.

Il Comilva, sul proprio sito, riporta un intervento della fondatrice di VaxTruth.org, che parla dello studio di Andrew Wakefield e di un presunto “effetto domino” che dal vaccino morbillo-parotite-rosolia porterebbe alla diagnosi di autismo. Perché il Comilva non specifica che lo studio di Wakefield è stato rivelato essere una frode? Insomma: nel portare avanti le proprie tesi, il Comilva diffonde informazioni che sono non corrette, oltre ogni ragionevole dubbio (e in un modo, anch'esso, non corretto), per quello che noi conosciamo della vicenda Wakefield, e della presunta correlazione tra vaccini e autismo. Questo non è accettabile.

Lo stesso si può dire di un medico come Roberto Gava, che - per citare solo una delle sue affermazioni - nella introduzione a un proprio libro scrive dei «vaccini che possono essere causa di molti danni. Danni che, ovviamente a mio avviso, oggi superano nettamente gli scarsi benefici che essi ci possono offrire». Gava rileva un presunto fatto empirico di cui oggi non c'è alcuna prova, cioè che i benefici delle vaccinazioni sarebbero “scarsi” e inferiori ai danni. E lo fa secondo il suo “avviso”, cioè una valutazione personale dei dati a disposizione, che però non trova riscontro nei dati stessi.

Così come per il Comilva, anche per personalità come Gava vale quanto affermato in precedenza: il dibattito è legittimo all'interno del perimetro delle evidenze e della corretta informazione. Questo non significa non poter avere “opinioni” personali. Anche nella scienza ci sono questioni che sono complesse e di difficile soluzione o che sono molto dibattute, perché magari le evidenze sono incerte, incomplete, frammentarie o perché si traggono conclusioni diverse a partire dalle stesse evidenze. In questo caso la posizione di un esperto, su quel tema, può avvicinarsi molto a quella che nel linguaggio corrente chiamiamo “opinione”.

Ma l'approccio dei “contrari” ai vaccini”, o di chi ne contesta l'impiego secondo le modalità attuali, se lo si osserva con attenzione, tradisce spesso convinzioni che sono condizionate, nei confronti di quel tema, da (anche legittime) personali “visioni del mondo” o, magari, da posizioni etiche (la rivendicazione della libertà di scelta terapeutica, in questo caso). Nel caso di Gava potremmo ricordare anche la sua “qualifica” di omeopata. Cosa che, possiamo dire (sempre sulla base di evidenze), non contribuisce particolarmente a conferirgli un profilo di credibilità scientifica.

Partite da una posizione “sicura” nei confronti della bontà dei vaccini senza se e senza ma? Non vi viene il dubbio che tanta gente basi i propri dubbi su informazioni da vagliare?

Come detto in precedenza, non siamo “pro-vaccini” senza se e senza ma. Cerchiamo di dare le informazioni corrette sull'argomento. Abbiamo anche noi le nostre convinzioni e visioni su tanti temi, ma cerchiamo di fare in modo che non siano in contrasto con una informazione corretta. O, almeno, con l'informazione che riteniamo essere corretta, oltre un ragionevole dubbio, e basata su fonti il cui grado di affidabilità e serietà ci sembra maggiore di quello di altre.

Per quanto riguarda i dubbi delle persone, per esempio i genitori che rimandano o rifiutano del tutto i vaccini, sappiamo che essi si basano a volte su miti o errori, alcuni piuttosto diffusi, e che abbiamo riportato nel nostro vademecum (anche in questo caso, li chiamiamo "errori" solo perché ci basiamo su un esame delle evidenze disponibili). Abbiamo perciò già “vagliato” le ragioni di molti di questi dubbi.

Abbiamo anche ricordato che chi assume una posizione critica o sospettosa verso i vaccini lo fa spesso non tanto perché non convinto dei dati e delle prove scientifiche, ma perché basa il proprio giudizio su valutazioni che risentono delle esperienze, delle visioni, e dei valori personali, che rendono difficile modificare la propria attitudine e, quindi, il proprio comportamento.

Uno Stato che non raccoglie regolarmente le segnalazioni delle reazioni avverse e non invita a farlo è inaffidabile.

Nell'approfondimento sul servizio di Report abbiamo spiegato come funziona la rete nazionale di farmacovigilanza (e di vaccinovigilanza).  Esiste la possibilità di inoltrare segnalazioni, che naturalmente non presuppongono che ci sia veramente una correlazione causale tra l'effetto avverso denunciato e il vaccino al quale viene attribuito. Lo Stato quindi di fatto invita già ora, sia i pazienti che gli operatori sanitari, a inviare segnalazioni. Indubbiamente ci sono ampi margini di miglioramento soprattutto per quanto riguarda la comunicazione delle modalità attraverso cui è possibile inviare queste segnalazioni. Talvolta risulta difficile per i cittadini reperire le informazioni necessarie, non solo sui vaccini, quindi è indispensabile che si adottino modalità di comunicazione efficaci e trasparenti.

È impossibile vaccinare tutti, anche i 30/40enni dove l'efficacia vaccinale è già svanita.

L'obiettivo non è tanto "vaccinare tutti", quanto evitare che gli agenti patogeni responsabili delle malattie infettive circolino nella popolazione. Per fare questo è necessario mantenere determinate coperture, cioè una percentuale sufficiente di popolazione vaccinata. Lo abbiamo sottolineato nel nostro vademecum sui vaccini, parlando della "immunità di gregge”. Quanto alla durata della protezione data dai vaccini (cioè la memoria immunitaria), questa varia a seconda del vaccino. Ad esempio per il vaccino contro la difterite è consigliato un richiamo ogni 10 anni, mentre il vaccino contro il morbillo, dopo aver somministrato tutte le dosi previste dal calendario, dà una protezione che dura praticamente tutta la vita.

Chi mi dice che quel vaccino sia sicuro?

La sicurezza di un vaccino viene controllata sia nella fase di sperimentazione che in quella successiva all'autorizzazione. Naturalmente il problema della sicurezza dei vaccini, come emerso più volte (anche nel caso del servizio di Report), ha a che vedere con la trasparenza degli enti regolatori e con la fiducia, da parte dei cittadini, nella loro capacità e intenzione di svolgere davvero il ruolo di controllori. Per questa ragione difficilmente i dati sulla sicurezza dei vaccini, per quanto affidabili e solidi, sono sufficienti a convincere chi nutre sospetti nei confronti del sistema di vigilanza.

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Papilloma virus e vaccini: gli errori e le criticità del servizio di Report

[Tempo di lettura stimato: 33 minuti]

di Angelo Romano, Antonio Scalari e Andrea Zitelli

Il servizio di Report dal titolo “Reazioni avverse” (di Alessandra Borella) su farmacovigilanza (cioè tutte quelle attività volte a valutare la sicurezza dei farmaci e ad assicurare, per tutti i medicinali in commercio, un rapporto beneficio/rischio favorevole per la popolazione) e trasparenza delle valutazioni “delle segnalazioni sui possibili danni causati dal vaccino anti papilloma virus (HPV)” ha scatenato molte critiche da parte di istituzioni ed esperti del settore. La società italiana di virologia ha parlato di “un grave atto di disinformazione”, Walter Ricciardi, presidente dell’Istituto Superiore di Sanità, ha affermato che “è sconcertante che il servizio pubblico faccia cattiva informazione e danneggi anche la salute dei cittadini in questo modo”, anche il ministro della Salute, Beatrice Lorenzin è intervenuta dicendo che “diffondere paura propugnando tesi prive di fondamento e anti scientifiche è un atto di grave disinformazione”.

La trasmissione è stata anche criticata per il metodo giornalistico seguito nel raccontare le questioni affrontate. Roberta Villa, sul magazine Strade, scrive che il peggiore errore commesso da Report è stato quello di “affiancare punti su cui si potrebbe, e si dovrebbe, seriamente discutere, come le modalità, l’efficacia o la trasparenza della farmacovigilanza in Italia, con bufale acclarate”.

In risposta alle critiche ricevute, il conduttore di Report, Sigrifido Ranucci, è intervenuto in più occasioni. Martedì 18 aprile, durante una diretta sulla propria pagina Facebook, Ranucci e Borella hanno ribadito che la loro inchiesta non era “contro l’utilità dei vaccini, ma riguardava la farmacovigilanza” e difeso la legittimità scientifica degli esperti intervistati. Lunedì 24 aprile, in apertura di puntata, Ranucci è poi tornato sulle polemiche dicendo che “se siamo stati fraintesi è stata colpa mia” e che, al netto di tutte le critiche, la trasmissione aveva sollevato domande alle quali non aveva ricevuto ancora risposta.

Abbiamo così ripercorso tutto il servizio, analizzando le principali questioni sollevate e mostrandone la complessità, verificando i dati ed evidenziando errori, punti deboli e semplificazioni della trasmissione:

Le testimonianze raccolte da Report sulle reazioni avverse
I dati presentati in trasmissione
La vaccinovigilanza in Italia e le criticità sollevate da Report
Il rapporto tra l’Agenzia europea per i medicinali (EMA) e i finanziamenti delle Case Farmaceutiche
La questione Gøtzsche–EMA e il reclamo al mediatore europeo

Le testimonianze raccolte da Report sulle reazioni avverse

I papillomavirus umani (HPV) sono un gruppo di virus molti diffusi nella popolazione. Come riporta il ministero della Salute, si stima che tre-quarti della popolazione entri in contatto con questi virus nel corso della vita.

Sulla base del genoma ne sono stati classificati più di 170 tipi. Tra questi, ci sono quelli che causano la comparsa delle verruche comuni e dei condilomi, cioè verruche che crescono nell'area anogenitale. Ma ci sono anche tipi, definiti “ad alto rischio” (tra cui principalmente i tipi 16 e 18), che possono causare tumori. C'è una correlazione causale molto forte e ormai da tempo stabilita tra questi tipi di papillomavirus e alcune malattie tumorali. Praticamente tutti i casi di tumore al collo dell'utero sono da ricondurre all'infezione da papillomavirus, così come il 95% dei casi di cancro anale, un tumore più raro. L'infezione da HPV rappresenta anche un fattore di rischio per lo sviluppo di tumori dell'orofaringe e di tumori più rari come quello vulvare. Nel 2012, a livello globale, si stima che questi virus siano stati responsabili del 4,5% di tutti i nuovi casi di tumore diagnosticati.

L'origine virale e infettiva di questi tumori ha permesso l’applicazione di strategie di prevenzione vaccinali, così come avviene per molte malattie infettive. Tra il 2006 e il 2007 l'Unione europea ha autorizzato l'impiego di due vaccini, il Gardasil e il Cervarix (poi approvato anche negli Stati Uniti nel 2009). Il Cervarix immunizza dall'infezione contro gli HPV 16 e 18, responsabili da soli di circa il 70% dei tumori del collo dell'utero. Il Gardasil immunizza anche contro l'infezione degli HPV 6 e 11, responsabili della gran parte dei condilomi. In Italia questi vaccini, dalla loro immissione in commercio, sono stati inseriti tra quelli consigliati e la loro somministrazione viene offerta gratuitamente alle adolescenti che si trovano nel dodicesimo anno di età (alcune Regioni hanno esteso la vaccinazione anche ai maschi della stessa età).

Nella controversia pubblica che si trascina da tempo attorno alle vaccinazioni, anche i vaccini anti-HPV sono stati presi di mira come responsabili di possibili effetti negativi sulla salute. Anche di questo si occupa il servizio di Report, intitolato infatti "Reazioni avverse". Sigfrido Ranucci, a inizio trasmissione, precisa che il servizio si occuperà di «farmacovigilanza. Cioè che cosa accade quando ti inietti il vaccino e hai una reazione avversa». Questa affermazione però può essere interpretata come se tra i due eventi, l'iniezione del vaccino e la reazione avversa, ci fosse sempre una correlazione non solo temporale ma anche causale, già confermata, e che la farmacovigilanza sia quell’insieme di procedure e azioni che devono registrare reazioni avverse già stabilite.

Il racconto prende il via dalle testimonianze di due ragazze, che raccontano di soffrire di disturbi che vengono attribuiti alla somministrazione del vaccino anti-HPV. La scelta di iniziare il servizio con queste interviste è di particolare importanza per il prosieguo della puntata, che si baserà sull'assunto che si tratti di casi reali, o molto probabili, di danni da vaccino. È su questo presupposto che gli autori del servizio spostano in seguito l'attenzione sulla questione della farmacovigilanza.

Entrambe le ragazze riferiscono di soffrire di dolori cronici per i quali non sembra esserci nessun rimedio. Ascoltando queste testimonianze è difficile per chi ascolta farsi un'idea su quale sia la malattia di cui soffrono. I dolori cronici sono sintomi che potrebbero indicare una patologia nota come Sindrome Dolorosa Regionale Complessa (CRPS). Come suggerisce il nome, questa sindrome provoca in chi ne è affetto un dolore intenso e persistente, localizzato nella gran parte dei casi a un arto o a una mano o un piede, che in alcuni casi può essere accompagnato da gonfiore e arrossamento. In più del 90% dei casi questa condizione è stata correlata a precedenti ferite, traumi o interventi chirurgici. Non si conosce esattamente la causa di questa malattia, ma si pensa che possano concorrere diversi fattori che determinano una risposta fisiologica eccessiva a una ferita o un trauma.

La CRPS è una condizione che non è sempre di facile diagnosi e definizione. È considerata una malattia rara, anche se gli studi hanno rilevato una incidenza (cioè un numero di nuovi casi all'anno) variabile e una maggiore frequenza tra le donne. Una ricerca condotta negli Stati Uniti ha calcolato una incidenza di 5,4 casi ogni 100mila persone, mentre un altro studio ha stimato una incidenza nei Paesi Bassi di 26,2 casi ogni 100mila persone.

Non sappiamo se sia proprio questa la patologia di cui soffrono le ragazze intervistate all'inizio del servizio di Report, ma la CRPS è finita al centro dell'attenzione come possibile effetto avverso dei vaccini anti-HPV. Nel 2013 il governo giapponese ha deciso di ritirare la raccomandazione per questi vaccini dopo che i media del paese avevano riportato la notizia di alcuni sospetti casi di CRPS, interpretati come reazioni avverse. Una decisione controversa che ha attirato critiche all'interno della comunità medica.

In seguito a queste segnalazioni gli enti regolatori hanno condotto una revisione dei dati riguardanti la sicurezza dei vaccini anti-HPV. Nel 2013 il comitato sulla sicurezza dei vaccini dell'OMS ha svolto una revisione dei dati raccolti negli Stati Uniti, in Giappone e in Australia e anche di altri provenienti dalle aziende produttrici, concludendo che ci sono poche ragioni per sospettare una responsabilità dei vaccini. Nel 2013, nota il comitato, erano più di 8 milioni le dosi di vaccini anti-HPV distribuite in Giappone e più di 175 milioni in tutto il mondo. I casi descritti di CRPS nel paese asiatico erano saliti a 24, di cui sette riportati attraverso il sistema di vigilanza.

Uno studio realizzato dagli americani Centers for Disease Control and Prevention ha individuato 22 segnalazioni di CRPS negli Stati Uniti dal 2006 al 2015, in seguito a vaccinazioni anti-HPV. Nello stesso periodo, sempre negli Usa, sono state somministrate circa 80 milioni di dosi di vaccini.

Gli autori notano che il sistema di sorveglianza soffre di alcuni limiti, come una tendenza a riportare un numero di casi sia in eccesso che in difetto, o incompleti. Inoltre quando i casi sospetti di danni da vaccino attirano l'attenzione dei media e dell'opinione pubblica, come è accaduto in Giappone, si registra un aumento delle segnalazioni, un fenomeno descritto in uno studio del 2015 che ha avuto come oggetto proprio il vaccino Gardasil. Questo può accadere anche dopo che la copertura mediatica diminuisce, perché l'attenzione si sposta nel frattempo sulla Rete, dove le persone cercano informazioni sui vaccini. Dei casi giapponesi, 6 (il 35%) sono stati segnalati dopo che i media avevano iniziato a parlare del primo, sospetto, caso di danni da vaccino anti-HPV.

Se perciò dal punto di vista statistico l'associazione sembra inconsistente, dato il numero esiguo di casi sospetti rispetto alle decine di milioni di dosi distribuite, da questo tipo di dati è difficile stabilire se anche soltanto in un caso la somministrazione del vaccino possa aver avuto qualche ruolo nell'insorgenza di questa malattia. Gli autori di una ricerca pubblicata nel 2012 hanno proposto che l'iniezione intramuscolare possa essere uno stimolo sufficiente a provocare, in casi molto rari, una reazione come la CRPS. Sono stati riportati episodi anche dopo la somministrazione di altri vaccini (anti-epatite B e anti-rosolia). Sarebbe la semplice introduzione dell'ago a causare questo effetto, e non il vaccino in sé o qualche sostanza contenuta in esso. A supportare questa ipotesi, secondo gli autori, sarebbe il fatto che sindromi di quel tipo sono state descritte anche in seguito alla iniezione intravenosa di farmaci.

Nel 2015 l'Agenzia Europea per i Medicinali (EMA) ha concluso che non ci sono evidenze di un nesso di causalità tra vaccini anti-HPV e la CRPS (e un'altra malattia chiamata Sindrome di tachicardia posturale ortostatica – POTS, una condizione in cui la frequenza cardiaca aumenta in maniera anomala dopo che ci si siede o ci si alza, causando sintomi come vertigini e svenimento, oltre a mal di testa, dolore al torace e debolezza). Anche tenendo conto di una sottostima dei casi riportati, secondo l'EMA la frequenza di questa patologia nelle ragazze vaccinate non è differente da quella che si riscontra nella popolazione generale in quella fascia d'età. L'EMA notava anche come in tutto il mondo fossero ormai 80 milioni le persone vaccinate contro il papilloma virus.

Commentando le testimonianze, la giornalista, autrice del servizio di Report, afferma che ci sono voluti quattro anni per cambiare la diagnosi di una delle ragazze intervistate (senza specificare di quale diagnosi si tratti), cioè per riconoscere la sua condizione: «Eppure i sintomi delle ragazze sono tra gli effetti indesiderati descritti nel bugiardino del vaccino». Non viene precisato, però, a quale vaccino ci si riferisca. Né la scheda tecnica del Gardasil né quella del Cervarix riportano la CRPS.

A parte le reazioni più comunemente osservate per ogni vaccinazione (gonfiore o rossore nel sito di iniezione o febbre), la scheda del Gardasil riporta “dolore alle estremità”, tra quelli comuni ed entrambi indicano dolori muscolari, ma sono sintomi generici che non indicano una patologia specifica. In ogni caso, è opportuno specificare che le schede tecniche dei vaccini, così come dei farmaci, tendono a riportare tutto quanto viene raccolto nella fase di monitoraggio successiva all'autorizzazione attraverso segnalazioni di qualsiasi tipo, anche spontanee, per le quali non è sempre stabilito un rapporto causale. Alcune aziende farmaceutiche, per ragioni legali e di tutela nei confronti di possibili cause, hanno adottato un approccio particolarmente cautelativo, che ha spinto a inserire nelle schede qualsiasi tipo di evento che avesse anche solo una correlazione temporale con la vaccinazione. È il caso di quella del vaccino trivalente antidifterite-tetano-pertosse, che riporta perfino incidenti stradali e annegamenti. Viene indicato anche l'autismo, cosa che ha spinto alcuni a impugnare la scheda di questo vaccino come prova di un legame con l'autismo.

In sintesi, nell'affrontare il tema della reazioni avverse una delle criticità principali del servizio di Report è rappresentata proprio dalla scelta di aver raccolto testimonianze su presunti danni da vaccino, che però come tali possono avere solo il valore di aneddoti, non di evidenze scientifiche.

Pezzotti, Shoenfeld, Gatti: chi sono alcuni degli intervistati

Nel servizio viene intervistata anche Anna Pezzotti, presidente dell'associazione RAV HPV (che riunisce persone che si ritengono danneggiate dai vaccini anti-papilloma), che nel servizio dichiara di non essere “assolutamente” contraria ai vaccini. Sulla pagina Facebook dell’associazione vengono però condivise dichiarazioni di sostegno a Roberto Gava, uno dei medici diventati punto di riferimento dei gruppi antivaccinisti e recentemente radiato dall'ordine dei medici per le sue tesi ritenute prive di fondamento scientifico. E pubblicizza documentari dove, tra gli altri, interviene anche Andrew Wakefield, il medico autore della frode scientifica che ancora oggi alimenta la credenza che ci sia una correlazione tra vaccini e autismo.

Report (che poi intervisterà anche una terza ragazza che riferisce di sentirsi «rinchiusa in un corpo che non è il mio», sintomi ancora più difficili da interpretare) raccoglie l'opinione dell'immunologo israeliano Yehuda Shoenfeld, che sostiene che effetti avversi come quelli descritti sono una «tipica» reazione autoimmune al vaccino. Afferma che è possibile identificare nel Dna quei marcatori genetici che possono predisporre a queste reazioni.

Ma è davvero possibile? Gli autori di una pubblicazione apparsa nel 2009 hanno proposto il termine “adversomica” (in analogia con la genomica) per definire il campo di studi che dovrebbe indagare, sia a livello individuale che nella popolazione, l'interazione tra i geni (e il genoma) e i meccanismi immunitari della risposta ai vaccini, che potrebbero essere implicati in alcune rare reazioni avverse. Anche nel caso dei farmaci lo studio del genoma umano mostra che la variabilità genetica può influenzare la risposta individuale alle terapie, dalla loro efficacia agli effetti collaterali. Queste nuove conoscenze iniziano a trovare le prime applicazioni ma non si sono ancora integrate nella pratica medica quotidiana. Per quanto riguarda i vaccini al momento non ci sono test immunologici o genetici che possano dare informazioni utili, perciò quello che al termine del servizio suggerisce di fare il conduttore di Report, Ranucci, (cioè “implementare” questo tipo di studi per prevenire reazioni avverse) è qualcosa di difficile applicazione, al momento, soprattutto per la difficoltà di individuare con certezza reazioni molto rare e le loro cause. Potrebbe però essere possibile in futuro grazie all'avanzamento delle conoscenze in questo campo.

Nel 2011 Shoenfeld ha proposto l'esistenza di una “sindrome autoimmune indotta da adiuvanti” (cioè da alcune sostanze contenute nei vaccini impiegate per potenziare la risposta immunitaria, come i sali da alluminio). Una definizione che in realtà dovrebbe riunire alcune patologie già descritte (e di difficile diagnosi, o con sintomi sovrapponibili ad altre), tra cui la sindrome della guerra del Golfo. Si tratta però di una sindrome che nessun altro esperto ha finora riconosciuto.

Va rilevato che Shoenfeld figura tra gli esperti che hanno curato il contenuto scientifico di The Greater Good, un documentario proiettato per la prima volta negli Stati Uniti nel 2011 che si propone di svelare la “verità” sui danni provocati dai vaccini e pubblicizzato sul sito di Joseph Mercola, medico americano sostenitore della medicina alternativa. Shoenfeld è anche tra gli autori di uno studio che proponeva l'ipotesi che il vaccino anti-HPV Gardasil potesse causare cambiamenti comportamentali nei topi. Vaccine, la rivista che lo aveva pubblicato, lo ha poi ritirato perché viziato da errori metodologici. Tra gli autori figuravano anche due ricercatori che nel 2011 avevano sostenuto che l'alluminio contenuto nei vaccini fosse da collegare all'insorgenza dell'autismo. Una tesi, secondo l'OMS, che si basava su argomenti e presupposti "gravemente fallaci".

Shoenfeld è membro del consiglio scientifico del Children’s Medical Safety Research Institute (CMSRI), un centro di ricerca indipendente che si occupa di sicurezza dei vaccini e che promuove ricerche per indagare il ruolo che alcune sostanze contenute nei vaccini potrebbero avere nell'insorgenza dell'autismo e altre malattie. È proprio questo istituto ad aver finanziato la ricerca, poi ritirata, di Shoenfeld, il documentario The Greater Good e lo studio preso di mira dall'OMS. Il CMSRI parla delle “paure per le pandemie, sfruttate dall'OMS e dai governi per promuovere programmi di vaccinazione sempre più aggressivi”. Sulla propria pagina Facebook condivide citazioni che alludono a “manipolazioni” per nascondere i dati sulla sicurezza dei vaccini. E sponsorizza conferenze a cui partecipa Andrew Wakefield. Il CMSRI è finanziato dalla Dwoskin Family Foundation. Claire Dwoskin, fondatrice del CMSRI, collabora con il National Vaccine Information Center, un'organizzazione considerata antivaccinista.

Ciononostante Shoenfeld si proclama a favore dei vaccini, anche se ritiene che quelli anti-HPV non siano efficaci nel prevenire il cancro al collo dell'utero. Abbiamo visto che questo tumore è strettamente correlato alla presenza dei papilloma virus, per cui la sua efficacia dipende dalla capacità di prevenire l'infezione. E quindi la formazione di quelle lesioni che, anche se nel corso di anni e solo in una minoranza di casi, potrebbero portare allo sviluppo del tumore. L'Istituto Superiore di Sanità (ISS) scrive che «i due vaccini hanno mostrato un’efficacia elevata nel prevenire le lesioni precancerose correlate ai tipi contenuti nel vaccino (90-100%) nelle popolazioni “ideali”», cioè quelle che hanno rispettato il protocollo e che non erano già state infettate dai tipi di virus HPV contro cui i vaccini proteggono. L’efficacia, nota sempre l'Istituto, si riduce a circa il 50% nelle donne che sono già state infettate con almeno uno dei tipi di HPV contenuti nel vaccino e in quelle che non avevano completato il ciclo di vaccinazioni. Per questa ragione viene consigliato di vaccinare già in età preadolescenziale, per massimizzare l'efficacia. Inoltre dal momento che i vaccini non proteggono contro tutti gli HPV ad alto rischio, è necessario sottoporsi comunque ad esami come il Pap test.

Nel servizio viene intervistata anche Antonietta Gatti, fisico e bioingegnere, che insieme al marito Stefano Montanari gestisce un laboratorio privato di analisi. Montanari e Gatti, che si definiscono esperti in “nanopatologie”, effettuano studi e analisi allo scopo di dimostrare la presenza di sostanze inquinanti, anche nei vaccini. Le loro tesi vengono spesso citate all'interno degli ambienti antivaccinisti.

Gatti riferisce a Report di aver trovato nel Cervarix «polveri di silicio magnesio, delle polveri di rame stagno piombo, ferro cromo, acciaio, calcio zinco». Il Cervarix è tra i vaccini che Gatti e Montanari citano in una pubblicazione apparsa quest'anno su International Journal of Vaccine and Vaccination, dove vengono riportate analisi su diversi vaccini effettuate per individuare presunte contaminazioni. Il giornale dove è stato pubblicato questo articolo è considerato una rivista “predatoria”, cioè che accetta articoli a pagamento senza svolgere alcuna revisione dello studio, neanche successiva alla pubblicazione. Sul blog Medbunker il medico e divulgatore Salvo Di Grazia ha spiegato i motivi per cui questo articolo è da considerare privo di valore scientifico sia per i metodi impiegati che per le conclusioni che si traggono dalle osservazioni. Per esempio Montanari e Gatti non hanno esaminato nessun campione di controllo da confrontare con le fiale da vaccino. Questo sarebbe stato necessario per confermare l’ipotesi che si tratti davvero di contaminazioni specifiche di quei vaccini, invece che di sostanze che si possono trovare comunemente nell’ambiente o anche in altri prodotti. Sono state poi usate talvolta fiale molto vecchie, che potrebbero essere state esposte a contaminazioni dopo la produzione. Inoltre i contaminanti che vengono descritti si trovano spesso a concentrazioni infinitesimali. Di Grazia nota che in una fiala sono stati individuati 0,00000000001 nanogrammi di alluminio. «Il limite considerato sicuro dall'EMA per l'alluminio nei farmaci è di 1000 nanogrammi», scrive Di Grazia, a dispetto di quanto affermato da Antonietta Gatti a Report («ovviamente non c’è neanche un limite»).

I dati presentati in trasmissione

Durante la trasmissione sono citati vari dati che riguardano i vaccini contro il papilloma virus – sulla spesa pubblica in Italia per la vaccinazione anti-HPV, sul numero delle reazioni avverse, sulle morti causate dal tumore cervicale – mostrandone anche alcune presunte incongruenze. Abbiamo analizzato e verificato quanto sostenuto durante la trasmissione.

a) La spesa pubblica sanitaria per il vaccino anti-HPV in Italia

A inizio trasmissione, Sigfrido Ranucci dice:

L’Italia è stato il primo Paese europeo a mettere a carico del Sistema sanitario nazionale i costi della vaccinazione dell’Hpv. Ultimi dati disponibili, fino al 2015, abbiamo speso 306 milioni di euro

Dieci anni fa, nel febbraio del 2007, l'Agenzia italiana del Farmaco (Aifa) ha approvato la commercializzazione e il rimborso del vaccino per la prevenzione delle lesioni causate da papillomavirus umano. Una decisione che rese l’Italia il primo Paese europeo con una strategia vaccinale pubblica contro l’HPV. Tutte le Regioni italiane hanno poi avviato la vaccinazione tra luglio 2007 e novembre dell’anno successivo.

Analizzando i dati presenti nei rapporti OsMed dell’Aifa, dal 2008 al 2015, si vede come la spesa per il vaccino anti-HPV sia stata in totale di 305,4 milioni di euro, con un calo progressivo nel tempo delle risorse pubbliche impiegate.

Quindi, per quanto riguarda la spesa pubblica per i vaccini anti-HPV il dato citato dal conduttore di Report è corretto, non viene però fornito al pubblico il contesto in cui si inserisce: negli anni, come si vede dal grafico, la spesa è calata. Inoltre, nel triennio 2013-2015 la percentuale rispetto alla spesa pubblica sanitaria totale ha oscillato tra lo 0,1% e lo 0,2%.

b) Reazioni avverse, cosa dicono i dati del 2012 di Aifa e della Regione Lombardia

Dopo aver spiegato che Report non è riuscito a ottenere i dati della farmacovigilanza da parte di tutte le Regioni italiane, Ranucci afferma:

Tutti hanno assicurato di aver fornito i dati all’ufficio della farmacovigilanza dell’Aifa. Poco male, a noi poco importa, nel senso che se li forniscono a loro a noi va benissimo, il problema è che poi i conti però non tornano. A vedere per esempio i dati del 2012, Aifa riporta complessivamente su tutto il territorio nazionale 293 casi di reazioni al vaccino, la sola Lombardia invece per lo stesso anno ne registra 692. Delle due l’una, o l’Aifa sottovaluta o la regione Lombardia largheggia

Nel rapporto dell'Aifa “sulla sorveglianza post-marketing dei vaccini in Italia” (anno 2012) si legge a pag. 50:

Nel 2012, le segnalazioni riguardanti la vaccinazione HPV sono state 293 di cui 118 di Gardasil, 170 di Cervarix e 5 sono state inserite per principio attivo

In quello del Centro Regionale per la farmacovigilanza a cura della Lombardia, Dati sulla segnalazione spontanea delle reazioni avverse a farmaci (ADR) in Regione Lombardia nell’anno 2012, si trova scritto a pag. 7:

Il vaccino contro il papilloma virus ha determinato 692 segnalazioni, mentre quello anti-influenzale ne ha fatte registrare solamente 61. Tale andamento è imputabile alla particolare sorveglianza delle reazioni avverse da vaccino anti HPV, nell’ambito di un progetto condotto in collaborazione con l’ISS

I dati sembrano dunque descrivere due realtà completamente diverse per lo stesso anno, ma, come ci ha spiegato l’Aifa, da noi contattata, i due rapporti non possono essere confrontati tra di loro «perché fanno riferimento a due intervalli temporali differenti»:

Le 293 segnalazioni presenti nel Rapporto AIFA per i vaccini anti-papilloma sono insorte nell’anno 2012 e sono state inserite nella Rete Nazionale di Farmacovigilanza tra il primo gennaio 2012 e il 31 marzo 2013, pertanto sono state escluse dall'analisi quelle inserite nello stesso periodo di tempo ma insorte in altri anni. Le 692 segnalazioni riportate dalla sola Regione Lombardia, invece, sono state inserite nella rete nel periodo tra il primo gennaio e il 31 dicembre 2012 e comprendono non solo segnalazioni insorte nel 2012 ma anche quelle negli anni precedenti

In altre parole, l’Aifa ha distinto i dati sulle reazioni avverse al vaccino anti-HPV per anno in cui esse si sono verificate, mentre la regione Lombardia li ha classificati per anno in cui sono state inserite nella Rete Nazionale di Farmacovigilanza. I due criteri di raccolta dei dati, prosegue l’Agenzia italiana del Farmaco, seguono due obiettivi differenti e presentano entrambi dei limiti: «Come specificato nel rapporto sorveglianza vaccini 2013, la scelta del criterio “data di insorgenza” permette di rapportare le segnalazioni, e quindi le reazioni osservate, all’esposizione nello stesso anno, ma ha il limite di non considerare le segnalazioni che sono notificate anche molti mesi dopo e che nel caso dei vaccini possono essere anche numerose, dal momento che reazioni non gravi vengono facilmente riferite non subito ma in occasione della somministrazione della dose successiva. Dall'anno 2013 esiste pertanto una sezione "Aggiornamento segnalazioni anni precedenti”». «La stessa situazione – spiega ancora Aifa – potrebbe verificarsi anche scegliendo un criterio più stabile come la data di inserimento [ndr, come fatto dalla Regione Lombardia], ma questa scelta avrebbe lo svantaggio di includere numerose segnalazioni riferite ad anni differenti da quello oggetto del rapporto e quindi non riconducibili all’esposizione nell’anno di riferimento».

c) "Il 60% delle ragazze vaccinate ha avuto reazioni avverse"

Nel rapporto della Regione Lombardia del 2012 sulla sorveglianza delle possibili reazioni avverse al vaccino anti-HPV si legge di “un progetto condotto in collaborazione con l’ISS”. Durante la puntata, lo studio viene citato da parte di una madre che parla di una possibile reazione avversa avuta dalla figlia dopo la prima dose del vaccino. La donna spiega così che nel 2016 ha contattato il professor Palmieri, medico chirurgo dell’Università di Modena e Reggio Emilia. La giornalista racconta nel servizio che il medico “ha fatto conoscere alle mamme uno studio dell’Istituto Superiore di Sanità, proprio sulle reazioni avverse”.

BENIAMINO PALMIERI – MEDICO CHIRURGO UNIVERSITÀ MODENA E REGGIO EMILIA
Che ha riscontrato, partendo dal 2008 e fino al 2011 come il 60 per cento delle ragazze vaccinate con i due classici vaccini Gardasil e Cervarix anti-HPV manifestassero delle reazioni avverse.

ALESSANDRA BORELLA FUORI CAMPO
Il 60 per cento di un campione di 12mila donne tra i 9 e i 26 anni, da 9 regioni diverse. Vista la percentuale forse meritava di essere approfondito, ma non ci risulta sia stato fatto.

Per capire di cosa si tratta e quindi comprendere i dati presentati nel rapporto della Lombardia e citati durante la trasmissione televisiva, si può leggere la pubblicazione sulla sorveglianza post-marketing 2011 di Aifa (pubblicato a febbraio del 2013) in cui viene spiegato come è stato condotto il progetto ISS (che ha utilizzato entrambi i vaccini anti HPV, Gardasil e Cervarix), quali sono stati i criteri, le tempistiche, i soggetti coinvolti, le criticità riscontrate e i risultati raggiunti.

Lo studio è stato coordinato dal Centro Nazionale di Epidemiologia, Sorveglianza e Promozione della Salute (CNESPS) dell’ISS e ha avuto una durata di 2 anni e mezzo, da giugno 2009 a dicembre 2011. Durante lo svolgimento dello studio è stato deciso di prolungare la rilevazione dei cicli vaccinali, che hanno avuto inizio nel periodo di studio, fino ad aprile 2012, per permettere il completamento del ciclo vaccinale nelle regioni o ASL che avevano aderito allo studio in una seconda fase

L’Agenzia del Farmaco spiega che le adolescenti e le ragazze coinvolte sono state 12.990, per un totale di 38.173 dosi di vaccino somministrate. A questi soggetti, al momento della somministrazione di ogni dose, veniva consegnato un diario vaccinale, con una lista pre-compilata degli eventi più comuni che potevano insorgere dopo la vaccinazione, in cui riportare tutti gli eventi o sintomi insorti nei 15 giorni successivi, continua Aifa.

Bisogna specificare che non tutte le Regioni coinvolte hanno utilizzato nello studio entrambi i vaccini: Basilicata, Lazio, Molise e la provincia autonoma di Bolzano, il Gardasil; Sardegna, Emilia Romagna, Toscana e Umbria (con eccezione di poche dosi) il Cervarix; Puglia ha utilizzato entrambi i vaccini; la Lombardia fino a giugno 2010 ha utilizzato il Gardasil per poi passare al Cervarix.

A due settimane dalla vaccinazione sono stati raccolti i diari con gli eventi insorti (nel periodo di analisi, sono stati consegnati 33.331 diari vaccinali): dopo la prima dose 7.603 ragazze (cioè il 63% del totale) hanno riportato almeno un evento (36% dopo Gardasil e 72% dopo Cervarix). Nell’intervista a Report, Palmieri non specifica il tipo e la gravità di queste reazioni, mentre l’Aifa su questi risultati chiariva che:

L’alta proporzione di eventi riportati è principalmente dovuta al tipo di disegno dello studio, tenuto conto che alle ragazze veniva esplicitamente richiesto di riportare tutti i possibili eventi intercorrenti (...) La maggior parte degli eventi è risultata di lieve o moderata rilevanza clinica e in linea con quanto già descritto per i due vaccini.

La tipologia degli eventi dopo la somministrazione della prima dose è simile per i due vaccini, con una maggiore prevalenza di reazioni locali, mal di testa, dolori muscolari, sintomi gastrointestinali e dolori articolari.

Il progetto ha presentato sia pregi che criticità, conclude l’Agenzia italiana del Farmaco. Da una parte lo studio ha favorito diversi vantaggi soprattutto sul piano organizzativo, dall’altra ci sono state difficoltà durante il periodo di svolgimento del progetto: l’adesione delle regioni e dei centri vaccinali non è stata quella prevista (9 regioni invece delle 16 che inizialmente avevano aderito); alcune regioni e Asl hanno partecipato alla sorveglianza con pochi centri vaccinali o solo per un periodo di tempo limitato; non è stato possibile verificare la copertura della sorveglianza, cioè se i centri vaccinali abbiano incluso tutte le ragazze vaccinate. Tutto questo ha avuto come conseguenza il fatto che il numero dei cicli vaccinali monitorati non è stato quello previsto, con la “ridotta potenza dello studio che potrebbe aver portato a una parziale valutazione degli eventi avversi meno comuni”.

d) I dati sulle morti di cancro al collo dell’utero

Al termine del servizio Ranucci cita alcuni dati sulla mortalità del cancro al collo dell’utero:

I conti non tornano anche per quello che riguarda la mortalità per il tumore al
collo dell’utero. Da cui il vaccino dovrebbe in qualche modo proteggerci. Secondo gli ultimi dati disponibili e parliamo del 2012, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, sarebbero i morti 13mila l’anno, secondo invece l’Agenzia per il Medicinale europea sarebbero 20mila, secondo gli ultimi dati che ci sono arrivati adesso, l’Associazione europea del cancro cervicale, 30 mila. E non tornano neanche in Italia, perché secondo l’Aifa, la nostra Agenzia per il Farmaco, sarebbero 1.500 i morti l’anno, secondo l’Associazione per la ricerca contro il cancro, 1.016 e secondo il nostro Istituto Superiore di Sanità sarebbero 700 l’anno

I 13mila morti, a cui si riferisce Ranucci, riguardano però i paesi membri dell’Unione Europea, non l’intero continente. Come riporta infatti l’Organizzazione Mondiale della Sanità, i decessi in tutta Europa sono stati più di 24mila.

Dati 2012 incidenza, mortalità e rilevanza tumore cervicale

L’EMA scrive che il tumore al collo dell’utero è "responsabile della morte di oltre 20mila donne ogni anno in Europa". Perciò tra le dichiarazioni dell’OMS e dell’EMA non esiste quella discrepanza che segnala Ranucci. Mentre, per quanto riguarda il dato attribuito all’Associazione europea del Cancro Cervicale, citata dal conduttore di Report, il direttore generale dell’associazione Phil Davies dichiarava nel gennaio del 2016 che le morti all’anno sono 30mila, non specificando però l’anno di riferimento.

Rispetto all'Italia è l'Organizzazione Mondiali della Sanità a registrare 1016 morti, nel 2012. L’Istituto Superiore di Sanità, riferendosi sempre al 2012, parla di 697 morti, rilevando anche la continua diminuzione della mortalità nel corso degli anni grazie alla prevenzione. Mentre in un comunicato del 2015 Aifa parla effettivamente di 1500 morti, non indicando però l’anno di riferimento.

“Non è chiaro, però – commenta Gianluca Dotti su Wired – che cosa si dovrebbe dimostrare con queste cifre. La presenza di istituti più virtuosi di altri nella raccolta dati? L’insabbiamento dei numeri reali da parte di alcuni e la smentita che arriva da altri? L’esistenza di criteri non uniformi nel conteggio dei casi? O, magari, che dietro questo caos si nasconde l’inefficacia del vaccino?”.

Per Dotti “interpretando gli stessi numeri con un altro occhio, si potrebbe dire che i dati sono in linea perché concordano sull’ordine di grandezza del numero di casi” e che “il migliaio di decessi all’anno in Italia è preoccupante perché si tratta di almeno due morti ogni giorno, non per un 20-30% di discrepanza sui valori forniti dai diversi enti”.

La vaccinovigilanza in Italia e le criticità sollevate da Report

Nel corso della trasmissione, Report sottolinea che diversi medici si sarebbero rifiutati di fare segnalazioni di possibili reazioni avverse dopo la vaccinazione anti–HPV alla Rete Nazionale di Farmacovigilanza.

ALESSANDRA BORELLA
Voi fate parte di una rete di quaranta famiglie. Di queste famiglie, in quante sono riuscite a fare la segnalazione?

ANNA PEZZOTTI - ASSOCIAZIONE RAV HPV REAZIONI AVVERSE PAPILLOMA
Quattro famiglie. Le altre non riescono perché il medico si rifiuta di inoltrare la segnalazione. La giustificazione è la letteratura scientifica ad oggi asserisce che non vi è nessuna correlazione tra i sintomi delle ragazze e il vaccino anti papilloma virus.

ALESSANDRA BORELLA FUORI CAMPO
Eppure un medico, per legge, è tenuto a farla subito la segnalazione di qualsiasi sospetta reazione avversa. Nel caso dei vaccini entro 36 ore.

La segnalazione dei possibili eventi avversi è una delle attività che rientra nella vaccinovigilanza. Il suo obiettivo è controllare, anche dopo la loro approvazione e immissione in commercio, l’efficacia e la tollerabilità dei vaccini. Nello specifico, per vaccinovigilanza – si legge in un recente documento dell’Aifa – “si intende l’insieme delle attività di farmacovigilanza relative alla raccolta, valutazione, analisi e comunicazione degli eventi avversi che seguono l’immunizzazione (Adverse Event Following Immunization o AEFI)”. In altre parole, con la vaccinovigilanza si vuole valutare che il rapporto rischio/benefici si mantenga favorevole nel tempo. Per farlo, le aziende produttrici di vaccini devono produrre alcuni documenti. Allo stesso tempo, le normative introdotte negli ultimi anni prevedono un ruolo più attivo dei cittadini. Per questo motivo, le autorità regolatorie devono facilitare la segnalazione spontanea di sospette reazioni avverse da parte delle persone e garantire loro una maggiore trasparenza delle informazioni.

La vaccinovigilanza si compone di diverse metodologie di acquisizione dei dati: la sorveglianza passiva, la sorveglianza attiva e gli studi epidemiologici.

La sorveglianza passiva è realizzata attraverso la raccolta e l’analisi delle segnalazioni spontanee (e non sollecitate) di eventi e reazioni avversi ai vaccini da parte di medici, operatori sanitari e pazienti. Tramite queste segnalazioni possono emergere segnali che necessitano di approfondimento per essere smentiti o confermati e quantificati in termini di rischio attraverso la conduzione di studi di farmacoepidemiologia. Tuttavia, spiega l’Agenzia italiana del Farmaco, la valutazione delle segnalazioni spontanee dovrebbe essere effettuata con cautela. I dati che le accompagnano sono spesso incompleti e la percentuale con la quale queste sono riportate dipende da numerosi fattori, tra i quali il periodo intercorso dalla commercializzazione del farmaco, l’attività di farmacovigilanza attuata dall’autorità regolatoria, l’attenzione dei media e l’indicazione terapeutica del farmaco. Per questo motivo, la descrizione degli eventi segnalati non presuppone automaticamente una relazione causale con il vaccino somministrato.

La segnalazione di uno o più sospetti eventi avversi può essere effettuata online (attraverso la piattaforma informatica dell’Aifa, denominata Vigifarmaco) o inviando un modulo cartaceo debitamente compilato via posta (fax o email) al responsabile di farmacovigilanza della struttura di appartenenza del segnalatore. Le segnalazioni sono raccolte attraverso la Rete Nazionale di Farmacovigilanza (RNF) e inserite nel database dal responsabile locale (a ogni inserimento un messaggio automatico informa l’azienda titolare del prodotto riportato come sospetto nella scheda).

Quando Report, così, sottolinea che diversi medici si sarebbero rifiutati di fare segnalazioni alla Rete Nazionale di Farmacovigilanza, riporta correttamente che la segnalazione deve essere inviata entro 36 ore, da quando il medico ne viene a conoscenza, ma omette di dire che può anche essere inoltrata, come detto sopra, da chiunque inviando un modulo via email o attraverso la piattaforma Vigifarmaco.

La vaccinovigilanza attiva, a differenza di quella passiva, cerca di accertare il numero di eventi avversi attraverso un processo di raccolta dati pre-organizzato continuo e incoraggiando e facilitando le segnalazioni da parte degli operatori sanitari, in situazioni specifiche. Un esempio di sorveglianza attiva è il monitoraggio dei pazienti trattati con un particolare farmaco, attraverso un programma di gestione del rischio.

Dal 2012 è diventata operativa la nuova normativa in materia di farmacovigilanza, modificata dal Regolamento UE 1235/2010 e della Direttiva 2010/84/UE, finalizzata ad aumentare l’efficacia, la rapidità e la trasparenza degli interventi di farmacovigilanza. La vaccinovigilanza va, dunque, al di là della semplice sorveglianza degli eventi avversi e prevede l’integrazione di informazioni provenienti da fonti diverse.

Possibili reazioni avverse, cosa dicono i dati a livello nazionale

Il servizio di Report riporta testimonianze e dati sulle reazioni avverse senza specificare il loro livello di gravità, come nel caso dei dati citati dal Dott. Beniamino Palmieri. Dal 2009, l’Agenzia italiana del Farmaco, tramite i rapporti sulla sorveglianza post-marketing dei vaccini, tiene conto a livello nazionale delle presunte reazioni avverse segnalate dopo la somministrazione dei vaccini, anche di quelli anti-HPV (Cervarix e Gardasil).

2009-2010

Per il biennio 2009-2010, si legge nel primo rapporto è stata registrata l’insorgenza di 1087 casi di sospette reazioni avverse, “con differenze marcate dei tassi di segnalazione tra i due prodotti”. Secondo l’Aifa, la divergenza poteva essere in parte legata alla diversa attitudine alla segnalazione spontanea nelle Regioni che utilizzano un vaccino piuttosto che l’altro, ma anche a differenze qualitative tra i due prodotti. Per quanto riguarda il Cervarix, dopo la somministrazione vengono riportate più frequentemente reazioni locali, in particolare il dolore nella sede di iniezione, mentre per il Gardasil, nel periodo compreso dal rapporto, la reazione più frequente è stata il mal di testa.

Fonte Aifa, Rapporto sulla sorveglianza post-marketing dei vaccini 2009-2010.

2011

Nel secondo rapporto per i vaccini anti-HPV, nel 2011 sono arrivate in totale 1673 segnalazioni, di cui 114 per il Gardasil (15 gravi) e 1.559 per il Cervarix (19 gravi). Analizzando la distribuzione geografica delle segnalazioni, si nota come per quanto riguarda il Cervarix, il 72% proveniva dalla Lombardia (“in particolare da una azienda sanitaria”). Secondo l’Aifa, si tratterebbe di un dato dovuto alla segnalazione degli eventi registrati nel corso del progetto di sorveglianza attiva, “in quanto è noto che durante tali progetti si osserva un incremento di eventi segnalati alla Rete Nazionale di Farmacovigilanza (RNF)”.

Fonte Aifa, Rapporto sulla sorveglianza post-marketing dei vaccini 2011.

In quell’anno, l’Aifa registrava che le reazioni riportate con maggiore frequenza per il Gardasil sono state: mal di testa, febbre, nausea, orticaria, dolore in sede di vaccinazione.

2012

Nel terzo rapporto, viene evidenziata una diminuzione delle segnalazioni rispetto al passato. Un calo che l’Aifa spiega con la conclusione di alcuni progetti di farmacovigilanza attiva avviati a livello regionale. Un fenomeno che, avverte l’Agenzia italiana del Farmaco, può contribuire a eventuali distorsioni nella valutazione dei dati.

Fonte Aifa, Rapporto sulla sorveglianza post-marketing dei vaccini 2012.

Nel 2012 le segnalazioni per il vaccino anti-HPV sono state 293, di cui 118 di Gardasil e 170 di Cervarix (più 5 casi in cui non è stato riportato il nome del vaccino). Rispetto al precedente rapporto c’è stato un calo per il Cervarix, secondo l’Aifa dovuto alla chiusura del progetto di sorveglianza attiva che si è svolto in alcune Regioni nel periodo 2009-2011. La maggior parte delle reazioni osservate dopo la somministrazione dei due vaccini sono state mal di testa, febbre, orticaria, dolore in sede di vaccinazione.

2013

Per quanto riguarda le reazioni avverse, nel quarto rapporto (l’ultimo pubblicato) dell’Aifa, si legge che nel 2013 sono state 216, di cui 133 di Gardasil e 83 di Cervarix, con una percentuale simile di reazioni avverse (circa il 14% per entrambi). Le reazioni riportate con maggiore frequenza sono state mal di testa, febbre, nausea, dolore in sede, orticaria.

Fonte Aifa, Rapporto sulla sorveglianza post-marketing dei vaccini 2013.

Il rapporto tra l’Agenzia europea per i medicinali (EMA) e i finanziamenti delle Case Farmaceutiche

Il servizio di Report solleva dei dubbi sull’autonomia dei revisori dell’EMA, l'autorità regolatoria che si occupa dell'autorizzazione alla commercializzazione dei farmaci per tutti i Paesi che appartengono all'Unione Europea. Gli studi clinici sarebbero finanziati dalle industrie farmaceutiche perché gran parte delle entrate dell’EMA deriverebbero da proventi delle stesse aziende. Durante il servizio viene affermato dalla giornalista di Report:

I controllori però si mantengono di fatto con i soldi dei controllati. Per la valutazione e approvazione di un farmaco da introdurre sul mercato, le industrie pagano circa 250 mila euro, più un contributo annuale. Praticamente l’82 per cento delle entrate dell’EMA derivano dalle industrie farmaceutiche, che finanziano anche tutti gli studi clinici

Perplessità sollevate nel 2014 anche da Silvio Garattini, direttore dell’Istituto di ricerche farmacologiche “Mario Negri” di Milano, quando l’allora Commissione europea aveva deciso di spostare l’EMA dalla direzione generale “Consumatori e Sanità” a quella “Industria e Imprese”. Una decisione, scriveva Garattini, “in forte contrasto con quanto succedeva nei singoli paesi dove le Agenzie dei farmaci dipendono dal ministero della Salute o degli Affari sociali”.

Questa nuova decisione è veramente incomprensibile perché pone i farmaci alla stregua di qualsiasi altro prodotto, dimenticando che i farmaci non sono beni di consumo, ma strumento di salute. Con questo provvedimento la Commissione europea sembra avere più a cuore i fatturati dell'industria che la salute dei cittadini europei. La giurisdizione dell'industria sull'Ema è uno dei più grandi conflitti di interessi che si possano immaginare. In questo modo, l'industria regola l'autorizzazione dei suoi stessi prodotti e certamente si guarderà bene dall'introdurre riforme che sono auspicate da chi ha a cuore la salute invece del profitto. Il provvedimento si aggiunge a una serie di privilegi dell'industria farmaceutica, perché la Direzione dell'Industria è anche responsabile delle proposte per migliorare la legislazione europea”

Per risolvere questa potenziale situazione di conflitto di interessi, Garattini chiedeva che l’EMA potesse avere un budget autonomo su fondi europei, non derivante “direttamente dai pagamenti fatti dall’industria per ogni consiglio fornito riguardo alla Ricerca & Sviluppo di un prodotto”, e che gli studi clinici fossero condotti da enti indipendenti.

All’interno dell’EMA, ricostruisce Simone Valesini su Wired, è stato istituito il Pharmacovigilance Risk Assessment Committee (PRAC), che si occupa della valutazione dei rischi per la farmacovigilanza e fornisce raccomandazioni al Committee for Medicinal Products for Human Use (CHMP), che ha il compito di consigliare la Commissione europea su eventuali modifiche all’autorizzazione al commercio dei farmaci. In caso di dubbi sulla sicurezza di un farmaco, il PRAC valuta le informazioni disponibili, chiedendo anche alle aziende farmaceutiche di fornire i dati a loro disposizione e imponendo loro, quando lo ritiene necessario, uno studio di valutazione di sicurezza post autorizzazione.

Sentita da Valigia Blu, l’EMA ha specificato che attualmente l’88,8% delle sue entrate (270.184 milioni su 304.119 milioni di euro) proviene da tasse e altre entrate pagate dalle case farmaceutiche, ma la questione è più articolata di come viene presentata dalla trasmissione:

La legislazione europea prevede che le case farmaceutiche debbano contribuire affinché ci sia un sistema di sorveglianza dei farmaci solido. Nella misura in cui avranno dei ricavi dalla vendita dei medicinali, le aziende devono sopportare i costi finanziari per mantenere questo sistema», ci dice l’Agenzia europea delle medicine. «In base alle normative europee, le case farmaceutiche pagano la valutazione per l’autorizzazione all’immissione in commercio dei farmaci, non per il risultato [della valutazione]

«È come l’esame per la patente. Paghi per fare i test di guida ma non c’è garanzia che poi passerai l’esame finale», prosegue l’Agenzia europea dei medicinali, «un’azienda paga quando presenta l’applicazione all’EMA, prima che inizi tutto il processo di valutazione. L’Agenzia effettua la sua valutazione in maniera indipendente e, in base all’esito, raccomanda o meno l’autorizzazione all’immissione sul mercato del farmaco esaminato». Nel 2015, su 97 richieste, 93 hanno avuto esito positivo, 4 sono state respinte, mentre 5 ritirate prima del giudizio finale.

Inoltre, sottolinea ancora l'EMA «il processo scientifico di valutazione da parte dell’Agenzia è molto solido e include diversi passaggi che ne assicurano la qualità: due revisori, nominati dal comitato scientifico dell’Agenzia e provenienti da paesi diversi, riesaminano l’intera applicazione; il comitato scientifico, composto da esperti di tutti gli Stati Membri dell’Unione europea, prende la decisione finale».

La vicenda giudiziaria di Pasqualino Rossi presentata da Report

Durante la puntata, in riferimento alla valutazione del vaccino anti-HPV da parte dell’EMA, viene ricordata la vicenda giudiziaria iniziata circa 9 anni fa, nel 2008, di Pasqualino Rossi, ex dirigente dell’Aifa e all’epoca anche rappresentante dell’Agenzia europea dei medicinali. La storia di Rossi viene inserita dopo un passaggio del servizio in cui si presenta il rischio di possibili pressioni delle case farmaceutiche sulle decisioni dell’EMA perché “i controllori (....) si mantengono di fatto con i soldi dei controllati”.

ENRICA ALTERI – DIRETTORE RICERCA E SVILUPPO MEDICINALI A USO UMANO (EMA)
Noi dobbiamo proteggere i nostri comitati durante il lavoro di valutazione da qualsiasi influenza che li possa diciamo, sviare dal loro lavoro puramente scientifico.

ALESSANDRA BORELLA FUORI CAMPO
Il sistema di protezione però non ha funzionato proprio nel 2008. Nel comitato di valutazione dell’EMA che ha approvato il vaccino c’era una vecchia conoscenza (ndr la trasmissione si era occupata dell'ex dirigente dell'Aifa a ottobre scorso) di Report: Pasqualino Rossi.

Report ripercorre la vicenda e spiega che Rossi aveva svelato “informazioni riservate e addirittura la password dei terminali dell’Agenzia europea a Matteo Mantovani, il manager che curava gli interessi delle case farmaceutiche. Secondo i magistrati lo scopo era quello di informarlo sull’iter dell’approvazione del vaccino”. “In cambio – continua il servizio – Mantovani ha pagato a lui e famiglia vacanze in un resort, mobili, infissi, un televisore da 46 pollici e 4 mila euro. Rossi viene arrestato nel 2008, dopo essere stato filmato mentre incassava una mazzetta da un altro manager. Ma dopo sette anni è scattata la prescrizione”.

L’inchiesta in cui fu coinvolto Rossi e le informazioni non date

Il 22 maggio del 2008, Accossato e Gaino su La Stampa scrivono che al termine di due anni di indagini della Procura di Torino (guidata all’epoca da Raffaele Guarinello), finiscono in carcere o agli arresti domiciliari otto “fra dirigenti dell’Aifa e rappresentanti o procuratori di aziende farmaceutiche”. Le accuse presenti nell’inchiesta per i circa 30 indagati è quella di corruzione e per diversi di loro c’è anche l’ipotesi di «attentato alla salute pubblica»:

L’aspetto più tremendo di questa vicenda: oltre al pagamento di mazzette per concedere autorizzazioni alla messa in commercio di medicinali, la procura ha rilevato i mancati e tempestivi controlli su effetti indesiderati di farmaci, «perché non passassero in maniera rapida informazioni su prodotti che hanno creato situazioni di rischio per la salute, anche mortali»

Raccontano ancora i due giornalisti che tra i due dirigenti dell’Agenzia Italiana del Farmaco finiti in manette, c’è Pasqualino Rossi, rappresentante dell’Aifa presso EMA, mentre tra i «lobbisti» delle aziende farmaceutiche c’è Matteo Mantovani. Nell’ordine di custodia cautelare si parla di denaro, ma anche di altre forme di «pagamento»: viaggi, villeggiature, “addirittura un mobile di pregio”.

I giorni successivi, Repubblica racconta che si è aperto “un nuovo filone nell'inchiesta piemontese sull'Agenzia per i farmaci: “ventidue medicine in commercio sono sospettate di essere dannose per la salute dell'uomo”. Tra i medicinali il quotidiano riporta anche il vaccino anti-HPV Cervarix.

Intanto, scrive La Stampa, Mantovani durante gli interrogatori ammette “di avere pagato a Pasqualino Rossi il rifacimento delle finestre di casa, mobili e viaggi per circa 20mila euro” ma si difende affermando che con questi regali non ha corrotto nessuno. Anche Rossi ammette “d’aver ricevuto omaggi ma ha specificato a chiare lettere di «non aver mai compiuto nulla contro la salute dei cittadini e nulla contro la pubblica amministrazione»”.

In quell’occasione, l’allora dirigente dell’Aifa aggiunge che non aveva poteri decisionali all’interno del Committee for Medicinal Products for Human Use dell’EMA (in cui ricopriva la carica di “membro alternativo”, cioè secondo la procedura, sostituiva il titolare in caso di una sua assenza), la commissione che ha approvato il Cervarix:

Rossi ha raccontato che per conto dell’Italia preparava dossier che poi arrivavano alla Commissione Europea incaricata di stabilire in quale fascia inserire il farmaco. Nell’ambito della stessa Commissione che si doveva pronunciare sulla sicurezza di un prodotto Rossi non aveva in ogni caso diritto di voto

Sul punto la stessa EMA, in una lettera del 31 marzo 2010, cioè a due anni dalla notizia dell’inchiesta, scriveva che al termine di una valutazione, Pasqualino Rossi non aveva esercitato alcuna influenza indebita sull’attività regolatoria e sui pareri adottati.

Tra le prove presentate dalla Procura, c’è anche un video di uno scambio di soldi in cui compare proprio Pasqualino Rossi. Il filmato è citato durante Report due volte, la prima volta dalla giornalista e la seconda da Ranucci in studio: “E metti anche che chi era nel comitato di valutazione del vaccino è stato beccato mentre percepiva una mazzetta da chi doveva appunto valutare (...)”. Bisogna specificare che la tangente non era stata pagata, secondo i magistrati, per il vaccino, ma per «lasciare tranquillo» l'Aulin, come raccontava Mario Pappagallo sul Corriere della Sera.

Il ministero della Salute, dopo la notizia dell’inchiesta e il coinvolgimento di dirigenti dell’Aifa, ha avviato una commissione d’indagine ministeriale che comunica in un primo momento che “fino a oggi e allo stato delle informazioni ricevute dalla procura di Torino, non ha riscontrato, nelle verifiche effettuate, pericoli per la salute dei cittadini”. Il 30 giugno, più di un mese dopo, si conclude il lavoro della Commissione e nel rapporto, si conferma quanto già definito nella prima fase della sua indagine e cioè “la non sussistenza, di problemi di sicurezza, correlabili ai comportamenti dell’AIFA”, relativi ai medicinali oggetto dell’inchiesta.

Due anni dopo vengono rinviati a giudizio 8 funzionari dell’Aifa, tra cui Pasqualino Rossi, e 8 imprenditori del settore. Nel frattempo Rossi viene trasferito dall’Aifa al ministero della Salute con un incarico di consulenza, studio e ricerca presso la Direzione Generale per i rapporti con l’Unione europea e rapporti internazionali. A settembre poi, prima del giudizio di prima grado, arriva la prescrizione per le accuse agli imputati, con il tribunale di Roma (dove nel frattempo era stata trasferita l’inchiesta) che emette sentenza di non luogo a procedere.

Nel racconto di Report, pertanto, mancano alcuni elementi utili al pubblico per inquadrare bene la storia giudiziaria di Pasqualino Rossi e il suo ruolo nella valutazione della sicurezza del vaccino anti–HPV: non viene detto, ad esempio, che Rossi era un "membro alternativo" o che era emerso dall'interrogatorio davanti ai giudici che non aveva diritto di voto all'interno della Commissione di EMA che ha approvato il Cervarix. Inoltre, nel presentare il video in cui Rossi riceve dei soldi non viene specificato che non riguarda una possibile tangente per agevolare l'approvazione del vaccino anti–HPV, ma per il farmaco antinfiammatorio Aulin.

La questione Gøtzsche–EMA e il reclamo al mediatore europeo

Sigfrido Ranucci presenta poi la vicenda che coinvolge il professore Peter C. Gøtzsche, direttore del Nordic Cochrane Centre in Danimarca – un centro di ricerca indipendente che fa parte della Cochrane (le due presidenti del gruppo direttivo, in un commento apparso su Npj Vaccines – rivista on line di divulgazione scientifica di Nature, hanno preso le distanze dalla posizione espressa da questi esperti), una rete internazionale che si occupa di valutare e diffondere le informazioni relative all’efficacia e alla sicurezza degli interventi sanitari – e l’EMA sulle segnalazioni di eventi avversi dopo la somministrazione del vaccino:

Che cosa è successo invece in Danimarca, si son fatti due conti e dei ricercatori indipendenti hanno presentato un reclamo al Mediatore europeo (...) che ha il compito di indagare sulle denunce fatte nei confronti di enti dell’Unione Europea. Questa volta sul banco degli imputati c’è l’EMA (...): è accusata di poca trasparenza nella valutazione di immissione sul mercato del vaccino e di aver sottovalutato le reazioni avverse

Il servizio prosegue raccontando che “secondo i ricercatori danesi le case farmaceutiche non sarebbero andate a fondo sugli effetti collaterali” con alcuni studi che “sarebbero stati viziati alla base”. Viene poi data la parola al principale “accusatore” dell’Agenzia europea dei medicinali:

ALESSANDRA BORELLA
Di chi possiamo fidarci sui report di questi dati?

PETER GØTZSCHE – DIRETTORE NORDIC COCHRANE 5
Di certo non possiamo fidarci delle case farmaceutiche e nemmeno dell’Agenzia europea, che si è fidata dei loro dati e non li ha ricontrollati.

La giornalista afferma che “durante il processo di revisione sono emerse anomalie”:

Impossibile capire chi è stato critico nei confronti del vaccino. Nel rapporto confidenziale del Comitato, mai pubblicato, c’è l’ipotesi della correlazione con due sindromi diagnosticate ad alcune pazienti vaccinate. Ma nelle conclusioni divulgate l’Agenzia dice soltanto: “Non c’è prova che il vaccino sia la causa: non sulla base dei dati a disposizione, che però, riconosce, sono limitati”. Troppe incongruenze, dunque, secondo i ricercatori danesi, che si sono rivolti a ottobre al Mediatore europeo, che giudica sulle denunce contro gli enti dell’Unione. Nel dossier, accolto l’8 novembre, la prima accusa è: mancanza di trasparenza.

La parola passa poi a Enrica Alteri, direttrice della commissione ricerca e sviluppo medicinali a uso umano dell’EMA, che, sulle presunte incongruenze delle conclusioni dei due rapporti (quello confidenziale e quello ufficiale) dell’Ema, spiega: “ci sono dei rapporti iniziali del relatore, che sono stati a seguito chiarificati, discussi nel comitato, in questo caso il PRAC, il comitato della farmacovigilanza e il rapporto finale era consensuale…”. Il giorno successivo la messa in onda della puntata, l’Agenzia europea per i Medicinali, in una nota, esprime il proprio disappunto su come è andata in onda l’intervista, denunciando il poco spazio concesso rispetto alla durata del servizio e il taglio di risposte della responsabile dell’EMA sulle altre questioni emerse durante la trasmissione:

La trasmissione ha ignorato sistematicamente informazioni importanti fornite dall’EMA durante un’intervista durata pressoché due ore con l’esperta dell’EMA, la dottoressa Enrica Alteri. La risultante immagine dei vaccini non può che essere negativa per la salute pubblica in Italia

La ricostruzione di Report è stata criticata da diversi siti specializzati, come ad esempio IoVaccino e Adulti e vaccinati di Pier Luigi Lopalco, professore di "Igiene e Medicina Preventiva" all'Università di Pisa. Nei rispettivi post, gli autori affermano che durante il servizio sia stata data parola principalmente agli “accusatori” dell’EMA e che la storia sia stata raccontata senza approfondimento e dimenticandosi di riportare diversi importanti passaggi per far comprendere bene la vicenda, come le risposte fornite dall’Agenzia europea del farmaco al reclamo del professore Gotzche sulla trasparenza delle proprie procedure, indipendenza dell’ente, dati analizzati e risultati raggiunti.

Come nascono le critiche di Gøtzsche all’Ema e il ricorso al mediatore europeo

A luglio del 2015, l’EMA avvia una revisione (referral) della sicurezza dei vaccini anti-HPV, a seguito di una richiesta dell’Autorità danese di Salute e Medicina, dopo che, spiega IoVaccino, c’era stato un eccesso di segnalazioni di reazioni avverse nel database nazionale danese di farmacovigilanza per due condizioni: la sindrome da tachicardia ortostatica posturale (POTS) e la sindrome dolorosa regionale complessa (CRPS). La revisione, si leggeva in un comunicato della stessa EMA, puntava a considerare “i dati disponibili con particolare attenzione alle rare segnalazioni di due condizioni: CRPS e POTS”.

Nel caso specifico i dati analizzati dal PRAC hanno tenuto conto non solo delle segnalazioni di eventi avversi, ma di tutte le evidenze disponibili per valutare: la documentazione delle aziende, i dati provenienti dai diversi sistemi di farmacovigilanza e la letteratura scientifica. L’Agenzia europea specificava, inoltre, che segnalazioni di queste sindromi erano già state esaminate in precedenza, ma non era stata stabilita una relazione causale con i vaccini.

Cinque mesi dopo, a novembre, l’EMA rende note le conclusioni (qui il rapporto di valutazione) della revisione, svolta dal PRAC, in cui si stabilisce che “l’evidenza disponibile non supporta una relazione causale tra i vaccini HPV e CRPS o POTS”:

I benefici dei vaccini HPV quindi continuano ad essere superiori agli eventi avversi noti. La sicurezza di questi vaccini, come per tutti i farmaci, continuerà ad essere attentamente monitorata e sarà preso in considerazione ogni ulteriore nuova evidenza degli eventi avversi che si renderà disponibile

A maggio del 2016, però, il prof. Gøtzsche presenta un reclamo (co-firmato insieme ad altri quattro studiosi) contro quanto stabilito dall’Agenzia europea per i Medicinali, ponendo 10 criticità, di cui le più rilevanti riguardano la trasparenza da parte dell’EMA, gli standard professionali e scientifici utilizzati dall’Agenzia europea, la mancanza di equità nella valutazione delle osservazioni e i dati presentati dalle autorità danesi, il fatto che l’EMA avesse chiesto ai produttori di vaccini di valutare i danni potenziali dei loro prodotti con un conseguente conflitto d’interesse, la legittimità della “segretezza” imposta dall’Agenzia ai membri ed esperti scientifici dei gruppi di lavoro.

Circa un mese dopo, l’EMA risponde punto per punto alle questioni sollevate dal direttore del Nordic Cochrane Centre, affermando, in particolare, che il proprio processo di revisione “è robusto (...) e riunisce esperti scientifici provenienti da tutta Europa, garantendo una revisione completa, trasparente e indipendente” e che le aziende farmaceutiche sono obbligate per legge ad avere una propria farmacovigilanza, a svolgere degli studi precedenti all’autorizzazione all’immissione in commercio del vaccino e a comunicare gli esiti a Eudravigilance (il database europeo che raccoglie le segnalazioni di sospette reazioni avverse a farmaci autorizzati nell’Ue), ma che quei risultati non sono gli unici dati presi in considerazione dal PRAC. Rispetto, poi, alla "segretezza" del processo di valutazione, Ema argomenta che durante la revisione le informazioni sono sensibili e solo i dipendenti delle agenzie regolatorie possono averne accesso, ma che "una volta conclusa la valutazione, ogni singolo cittadino può richiedere tutta la documentazione presentando una domanda di accesso agli atti".

Le risposte non soddisfano comunque Gøtzsche, che insieme ad altri studiosi, tra cui anche l’italiano Silvio Garattini, si rivolge il 10 ottobre scorso a Emily O'Reilly, il mediatore europeo, che si occupa dei casi di cattiva amministrazione da parte di istituzioni e organi dell'Unione Europea, contestando quanto scritto dall’EMA.

O’Reilly risponde circa un mese dopo ammettendo solo alcune parti del reclamo e specificando che la propria carica istituzionale non ha competenza scientifica ma che può tuttavia cercare di valutare se le salvaguardie procedurali dell'EMA assicurano indipendenza dagli interessi esterni. Il Mediatore quindi afferma di potersi esprimere solo su questioni procedurali e non sugli aspetti medico-scientifici.

Rispetto quindi alla ricostruzione della vicenda "Gøtzsche–EMA e il reclamo al mediatore europeo" fornita nel servizio, non vengono dati al pubblico diversi elementi utili per capire come funziona il processo di revisione dei farmaci da parte dell'Agenzia europea per i Medicinali, come il fatto che i dati utilizzati nella revisione non sono solo quelli della case farmaceutiche e come una volta conclusa la valutazione da parte dell’EMA, ogni singolo cittadino può richiedere tutta la documentazione presentando una domanda di accesso agli atti. Inoltre, per quanto riguarda il ricorso al mediatore europeo, non viene specificato che solo alcune parti del reclamo del prof. Gøtzsche sono state accolte e che il Mediatore può esprimersi solo su questioni procedurali (e non medico-scientifiche). Questo non significa che le procedure di EMA non possano essere contestate o che nello “scontro” con Gøtzsche abbia ragione l’ente europeo (questo lo deciderà il mediatore europeo), ma che se nel racconto della vicenda mancano delle parti utili per capire tutte le questioni in gioco, il rischio è quello di spingere il pubblico verso una parte (quella di cui si conoscono le ragioni) e di creare il sospetto verso l’altra (quella con meno elementi utili forniti su cui ragionare).

Aggiornamento 2 maggio 2017, ore 10:37: In una precedente versione dell'articolo avevamo scritto che "l'infezione da HPV rappresenta anche un fattore di rischio per lo sviluppo di tumori del cavo orale". A seguito di un commento ricevuto sulla nostra pagina Facebook, abbiamo modificato "cavo orale" con "orofaringe".

Aggiornamento 3 maggio 2017, ore 20:08: In una precedente versione dell'articolo avevamo scritto che le due co-presidenti del gruppo direttivo di Cochrane avevano preso le distanze in un articolo apparso su Nature. Dopo segnalazione su Facebook, abbiamo specificato che l'articolo è stato pubblicato su Npj Vaccines, rivista on line di divulgazione scientifica, che fa parte della serie Nature Partner Journals, un programma di Nature che comprende riviste su temi specifici di scienza applicata e di base.

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Il Parlamento europeo vota no al filtraggio dei contenuti online

[Tempo di lettura stimato: 4 minuti]

Era molto atteso il voto della Commissione CULT (cultura) del Parlamento dell'Unione europea sulla proposta di direttiva Audio Visual Media Services (AVMS), che si è tenuto il 25 aprile scorso. La direttiva, originariamente progettata per la Tv satellitare e per le piattaforme di video on demand, e quindi in relazione a soggetti che hanno un controllo editoriale su ciò che pubblicano, si occupa di disegnare le regole anche per le piattaforme di video-sharing e social media, quindi soggetti senza un controllo editoriale. Ciò avviene con definizioni generiche che rendono già difficile comprenderne l’ambito di applicazione e le scelte sottostanti. Ad esempio, si occupa della regolamentazione delle immagini in movimento, compreso le GIF quindi, non copre però le sezioni video complementari ai giornali o siti di notizie online, presentando ovvie contraddizioni.

Abbiamo già dato conto (leggi Internet e filtri: una forma di censura che mette a rischio le democrazie) del contenuto della proposta di direttiva presentata dalla Commissione europea, in particolare del fatto che la bozza contenesse norme per il contrasto online del razzismo, la xenofobia, l’incitamento alla violenza e all'odio e la tutela dei minori.

Lo strumento immaginato dalla Commissione per gestire queste problematiche online è l’onnipresente take down, la rimozione dei contenuti online, ma stavolta addirittura una rimozione preventiva con l’attuazione, da parte degli intermediari della comunicazione cioè le grandi aziende del web, di appositi filtri che si occuperanno di impedire la pubblicazione di tali contenuti o rimuoverli.

Dopo mesi di tentativi di trovare un compromesso tra le esigenze di rimozione di contenuti pericolosi e i diritti dei cittadini (si veda il Considerando 31), la Commissione CULT del Parlamento ha espresso parere negativo sull'introduzione di appositi filtri dei contenuti online. Non si tratta di non concordare sulla necessità di impedire la pubblicazione di contenuti pedopornografici, per fare un esempio tra i più facili da comprendere, quanto piuttosto di capire che si cerca di risolvere problematiche molto differenti tra loro con il medesimo strumento (si ragiona come se avessimo solo il martello, per cui tutto va considerato un chiodo). Si tratta di comprendere che hate speech, incitamento alla violenza online e cyber bullismo, non hanno definizioni concordi, ed è difficile prevedere sanzioni per qualcosa che non è ancora ben definito, addirittura ancora non ben compreso. E lì, sullo sfondo, in attesa, già si palesa la troppo enfatizzata discussione sulle fake news, un’altra categoria che definire generica è un eufemismo.

La bozza di direttiva prevede che i provider dovrebbero tenere i bambini lontani da contenuti in grado di “mettere in pericolo il loro sviluppo fisico, mentale o morale”. Ed ancora, proteggere il pubblico da forme di incitamento in grado di minare la dignità umana (leggi l’articolo su EDRi), e da forme di incitamento all'odio come conseguenza di "altre opinioni". Le definizioni sono troppo ampie, e quindi non in grado di aiutare concretamente nella selezione dei contenuti da eliminare, e lasciano mano libera a chi deve dargli un contenuto, definizioni in grado di prestare il fianco ad abusi, di essere strumentalizzate e quindi che danno un potere enorme a chi controlla, chi verifica, chi decide. E, non dimentichiamolo, a decidere sarebbero le poche grandi aziende del web, quali veri e propri sceriffi del web. Forse i termini di servizio (TOS) sono migliori delle leggi? Forse le aziende private hanno miglior giudizio di un giudice?

Si tratta, in fin dei conti, di norme in palese violazione del principio di certezza del diritto, intesa come precisione e intelligibilità della norma giuridica, del precetto legislativo. È uno dei cardini fondamentali di una democrazia, perché se la norma non è precisa, il precetto (ciò che la legge chiede al cittadini di fare o di non fare) non è comprensibile, e quindi il cittadino è facilmente soggetto agli abusi di chi ha il compito di interpretare la regola.

Con questa recente ondata di norme e regolamentazioni in materia di hate speech, fake news, ecc…, ormai ci siamo incamminati verso una rigida limitazione della libertà di espressione online, con l’apposizione di sempre più paletti all'ambiente digitale, e l’attuazione delle norme, data la loro genericità, comporterà necessariamente che il cappio alla gola della democrazia sarà sempre più stretto. Fino al punto di non ritorno.

Per fortuna la Commissione Cultura ha ben compreso la pericolosità del momento e ha detto no (il voto si è concluso 17 a 9), no ai filtri, no alle norme che istituiscono gli sceriffi del web con privatizzazione dei diritti online. Questa sarà la posizione del Parlamento nelle prossime discussioni col Consiglio d'Europa sulla proposta di direttiva.

Esistono altre norme che si occupano di questi problemi, molto discussi e molto sentiti nella società moderna, ci sono altre sedi per discuterne e possibilmente strumenti diversi, migliori rispetto ad un mero take down. La realtà è che oggi nessuno sa se queste rimozioni funzionano, a parte forse per le violazioni del copyright, ma lì il discorso è completamente diverso. A ben vedere non sono sanzioni per contenuti illeciti o dannosi quanto piuttosto la predisposizione di illeciti amministrativi per le piattaforme online (un modo per controllare i controllori?). L’unico effetto certo è la restrizione degli spazi di discussione online e la centralizzazione del controllo dei contenuti.

Per un governo è più facile controllare mille siti e blog online, oppure quattro aziende del web? E in quest’ultimo caso, dato il potere negoziale delle quattro aziende, i governi dovrebbero scendere a patti con loro, dando qualcosa in cambio del controllo dell’informazione, in un patto faustiano che potrebbe considerare le tutela delle libertà dei cittadini un mero accidente di percorso.

Immagine anteprima via www.eud.eu

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The main alarmistic claim about fake news in France is itself fake

[Tempo di lettura stimato: 4 minuti]

(italian version)

translated by Roberta Aiello

We have no reason to believe that "fake news" on social media has determined the outcome of the first round of the French presidential elections. Actually, we do not even know how to measure the impact on real voting behavior. The rhetoric imposed by mainstream media since Donald Trump's victory in the United States continues. We are in the presence of an alarming, emergency situation to be tackled immediately, with every means.

It does not matter that the expression "fake news" does not mean anything anymore, after six months of a suffocating debate about something which is unclear. By mixing hate, lies, propaganda, threats, extremism and any political content which falls into the other universal semantic term of our time, "populism," Ettore Rosato, the Democratic Party leader at the Italian Chamber of Deputies, uses it as synonymous of "contradiction" in a criticism, expressed in the daily la Repubblica, of the work made by the Five Star Movement.

Fueling the debate is what matters in the dominant media rhetoric. This is the reason why Facebook removed, after endless criticism, 30,000 false-news producing profiles - the social network has wisely stopped calling them "fake" - without generating a clear and fundamental question: what criteria were followed? Are we sure there were not legitimate profiles and content among the removed ones? And, above all, what is this for? Against such a supposed emergency, is everything worth it, including repressive collateral damage?

After having seen how a recent study - conducted by Philip Howard, a professor at Oxford, who has long been involved in understanding propaganda through bots, which he defines "computational" - has been welcomed and described, there is no better way of understanding the media approach - and the depth of the prejudice that afflicts them.

Through the reading of the headlines, the paper seems to sound the alarm: the French were "bombarded" by fake news, as written by The Next Web. It is a flood, something that runs over, expels and raises the minds of voters, Fortune and the Washington Times added.

The situation is - again - serious, very serious, to the point that NBC asks: "Could fake news alter the outcome of the French election?" There were no answers, of course. It's the clicking to count for "reliable" and "professional" sources of news, isn't it?

The reading of the paper of Howard and his colleagues, however (starting the anticipation provided by Reuters), raises one question: "French voters are being deluged with false stories on social media," as the news begins, "though" - here is the point - "the onslaught of junk news is not as severe as that during last year's US presidential campaign."

It seems not to be as serious but, however, it is a deluge. In Howard's paper something else emerges.

First of all, it is necessary to specify the proportions of the studied object. There is no "fake news" on Facebook. For this reason, one of the main objects of contention is lacking. There is no fake news which circulates on any other social network, starting with Reddit, or produced by very active Russian propagandists, already pro-Trump, and now pro-Le Pen.

There is, however, a sample of about 8,900 tweets with hashtags linked to the French elections which contain web addresses. It is a selection obtained by random extractions from a ten times larger one, derived from a total of just under 900 thousand tweets written between 13 March and 19 March. A short time period, for a sample that may not perfectly represent Twitter users' beliefs - not to mention the entire voter population.

The trivial but silent question is: are you sure that Twitter helps to understand the behavior of the electorate, such as its real understanding of the distinction between true and false? In the present case, are you sure that describing Twitter is a good way of describing what is happening on all social networks? Many newspapers have not addressed the problem, treating "social networks" and "socials" as synonymous. Also in this case, the assumption is shaky, if you evaluate how Twitter is marginal in all the surveys about the demographics of social networks users.

Let's consider the Howard method’s validity and that it is helpful not only for studying the behavior of political propaganda bots on a specific social network - which, by the way, is the (apparently modest) purpose of the researchers - but also the trends of the entire electorate.

What does the study say? First of all, it does not tell us - as Reuters writes - that "misinformation at times has accounted for one-quarter of the political links shared on Twitter in France." As Howard himself explains, answering on the social network, that is "the amount of non-professional sources", which are blogs, other non-traditional sources of information and, yes, "junk" also.

Therefore, the main alarmist claim on fake news is fake news. More specifically, the study shows that not only "populists" automate propaganda on social networks, as much of the "liberal" press tends to claim, but also all political, ideological and post-ideological entities, expression of traditional parties or (supposed) post-party innovations. Howard had already affirmed it in an interview to Espresso magazine, and repeats it for the French case. Indeed, "it appears that most of the candidates have roughly the same number of highly automated accounts generating traffic about them."

Beside that, the percentage of political content generated by bots appears to be a very narrow part of the, already narrow, analyzed sample. "On average, 7.2 percent - note the good caution - of the traffic about French politics is generated by the bots we are able to track," the researchers write, before pointing out that in February it was 6,8 percent and, therefore, the approximation of the elections saw a slight increase in automated tweets. Is it possible that so few tweets represent an emergency, a problem to deal with and at all costs? This is another simple question which has not arisen.

Understanding the reason for this silence would eliminate the media publicity campaign of recent months, reducing it to ordinary administration. The media are able to say that "French voters are sharing better quality information than what many U.S. voters shared and almost as much as quality news and information German users share." Without giving the exact numbers it cannot be understood how marginal the phenomenon is.

On the other hand, the study is quite clear in this respect. If for United States, BuzzFeed had been able to say - through a method of which even the author recognized the fallacy - that fake news circulated, in many cases more than actual news, for France Howard and his colleagues affirm quite the contrary. Only 19.6 percent of French policy information shared on Twitter is related to sources that are different than the traditional ones, which are included in almost one tweet on two (46.7 percent).

That is not all. Only 21.3 percent of those tweets, one out of five (maybe this is the misunderstanding by Reuters, not considering the "five") is catalogued as "junk news." Most of the tweets of that category are the result of "content generated by citizens." In other words, it is citizen journalism, it is not a serial production of hoaxes.

It is confirmed that the proportions are much smaller than what alarming media say by a further study recently quoted, without providing details. It is The Role and Impact of Non-Traditional Publishers in the French Election 2017, conveniently summed up in Bakamo's press release as "Alternative news sites could swing French election."

"One in four links shared in France about the country's upcoming presidential elections are from sources that help promote fake news," the press release begins. And yes, there are some Russian sources. Alarm! After the White House, Russians are hacking the Élysée Palace!

The report, however, says: "Established sources of political news are still driving public discourse." There is 25 percent of "alternative" sources, therefore, at risk - another assumption that can easily be put into question: are you sure that the distinction between true and false, or between junk and quality, coincides with the distinction among traditional and alternative media? - but "the vast majority of content shared still comes from sources which accept the legitimacy of traditional media."

There would be one last, very banal (and underestimated) question: as Lawrence Lessig suggests, does the obsession of the media for measurement, for the audience, represent the real problem? Before empowering intermediaries and transforming them into algorithmic sheriffs of the truth - as the Guardian and the New York Times would like to do, as well as the President of the Italian Chamber of Deputies Laura Boldrini - maybe it would be a good idea just thinking about why fake news is produced and, above all, why it is so read, shared, and considered as news.

The answer could be uncomfortable. It is not just a matter of literacy, but also - and perhaps above all – of the quality of the media ecosystem in which each of us is immersed.

Preview photo via The Next Web

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L’allarme fake news sui risultati delle elezioni e il racconto falsato dei media

[Tempo di lettura stimato: 4 minuti]

No, non abbiamo ragione di credere che le “fake news” sui social media abbiano determinato l’esito del primo turno delle presidenziali francesi. Non sappiamo nemmeno come cominciare a misurarne l’impatto sui reali comportamenti di voto, a dire il vero. Ma la retorica imposta dai media mainstream a partire dalla vittoria di Donald Trump negli Stati Uniti prosegue: siamo in presenza di una situazione allarmante, emergenziale, da combattere subito e in ogni modo.

Poco importa che l’espressione “fake news” non significhi, dopo sei mesi di dibattito asfissiante su non si capisce bene cosa, più nulla. A furia di mescolare odio, bugie, propaganda, minacce, estremismo e qualunque contenuto politico ricada nell’altro universale semantico del nostro tempo, il “populismo”, siamo giunti a leggere il capogruppo PD alla Camera, Ettore Rosato, usarla come sinonimo di “contraddizione” in una critica, su Repubblica, all’operato del Movimento 5 Stelle.

Ciò che conta, nella retorica mediatica dominante, è alimentare la polemica. E allora ecco Facebook rimuovere, dopo infinite ramanzine, 30 mila profili produttori di “false news” – il social network ha smesso, saggiamente, di chiamarle “fake” – senza suscitare una domanda invece sana e fondamentale: con quali criteri l’ha fatto? Siamo sicuri non ci fossero profili e contenuti perfettamente leciti, lì in mezzo? E soprattutto: a che serve? Contro l’emergenza, o supposta tale, vale tutto, anche un danno collaterale repressivo.

Ma non c’è modo migliore di comprendere l'approccio dei media – e la profondità del pregiudizio che li affligge – vedendo come è stato accolto e descritto un recente studio condotto da Philip Howard, docente a Oxford e impegnato da tempo nella comprensione della propaganda tramite bot, che lui definisce “computazionale”.

A leggere i titoli, infatti, il paper sembrerebbe suonare l’allarme: i francesi “bombardati” da fake news, scrive The Next Web; è un flood, qualcosa cioè che straripa, esonda e allaga le menti degli elettori, aggiungono Fortune e il Washington Times.

Insomma, la situazione è – di nuovo – seria, serissima, al punto che la NBC si chiede: “Le fake news potrebbero avere alterato l’esito delle elezioni francesi?”. Nessuna risposta, naturalmente: ma è il click a contare per le fonti di informazione “affidabili” e “professionali”, giusto?

Durante la lettura del resoconto del paper di Howard e colleghi, tuttavia (e fin a partire dall’anticipazione fornita da Reuters), viene un dubbio: “I votanti francesi stanno venendo sommersi da storie false sui social media”, si legge nell’attacco dell’agenzia, “nonostante” - ecco il punto - “la carica delle notizie spazzatura (junk news) non sia grave quanto durante le presidenziali statunitensi dello scorso autunno”.

Non sarà altrettanto grave, viene da pensare, ma sempre di diluvio si tratta. E invece no, dalla lettura del paper di Howard si evince tutt’altro.

Prima di tutto, è bene precisare le proporzioni dell’oggetto studiato. Non ci sono le “fake news” su Facebook, e dunque manca uno dei principali oggetti del contendere; e non ci sono quelle che circolano su ogni altro social network, a partire da Reddit; o quelle prodotte dagli attivissimi propagandisti russi, già pro-Trump, e ora pro-Le Pen.

C’è in compenso un campione di circa 8900 tweet con hashtag collegati alle elezioni francesi e contenenti indirizzi web: una selezione ottenuta dopo estrazioni casuale da uno dieci volte più ampio, a sua volta derivato da un totale di poco meno di 900 mila tweet composti tra il 13 e il 19 marzo. Un arco temporale ristretto, per un campione che a sua volta potrebbe non rappresentare alla perfezione le credenze degli utenti di Twitter – per non parlare dell’intera popolazione dei votanti.

Di nuovo, la domanda è banale ma taciuta: sicuri che Twitter serva a capire i comportamenti dell’elettorato, come per esempio il suo reale grado di comprensione della distinzione tra vero e falso? E, nel caso in esame, sicuri che descrivere Twitter sia un buon modo di raccontare ciò che accade su tutti i social network? Molti giornali non si sono posti il problema, trattando il social network e “i social” come sinonimo. Ma anche qui l’assunto è traballante, se si considera quanto Twitter è marginale in tutte le rilevazioni sulla demografia dell’utenza delle reti sociali.

Ma prendiamo per buono il metodo di Howard e convinciamoci che serva non solo a studiare il comportamento dei bot di propaganda politica su un preciso social network – che, per inciso, è l’obiettivo (solo apparentemente modesto) che si pongono i ricercatori – ma anche tendenze dell’intero elettorato.

Cosa dice lo studio? Per prima cosa, non – come invece scrive Reuters – che "la disinformazione, a volte, ha costituito un quarto dei link politici condivisi su Twitter in Francia". Come spiega lo stesso Howard, rispondendo sul social network, quello è "l'insieme delle fonti non professionali", cioè blog, altre fonti di informazione non tradizionali e sì, anche "spazzatura".

Il principale claim allarmistico sulle fake news è, insomma, una fake news. Entrando più nello specifico, la ricerca mostra che ad automatizzare la propaganda sui social non sono solo i “populisti”, come gran parte della stampa “liberal” tende a far credere, ma tutti gli schieramenti politici, ideologici e post-ideologici, espressione di partiti tradizionali o (presunte) novità post-partitiche. Howard l’aveva già affermato in un’intervista all’Espresso, e lo ripete per il caso francese: anzi, “buona parte dei candidati sembra avere all’incirca lo stesso numero di profili fortemente automatizzati che genera traffico su di loro”.

Non solo: la percentuale di contenuti politici generati dai bot si scopre essere una parte molto ristretta del campione, già ristretto, oggetto di esame. “In media, i bot che siamo in grado di tracciare” – di nuovo, si noti la sana cautela – genera il 7,2% del traffico sulla politica francese”, scrivono i ricercatori, prima di precisare che a febbraio era il 6,8% e che dunque l’approssimarsi delle elezioni ha visto un lieve aumento dei tweet automatizzati. Possibile così pochi tweet rappresentino un’emergenza, un problema da affrontare subito e a ogni costo? Di nuovo, una domanda semplice che tuttavia non si pone.

Forse perché la risposta comporterebbe eliminare il battage mediatico di questi mesi e ridurlo a ordinaria amministrazione. I media sono infatti abili nel riportare che “gli elettori francesi stanno condividendo informazioni di qualità maggiore rispetto a quelli statunitensi, e a livelli quasi identici rispetto a quelli tedeschi”. Ma senza dare i numeri esatti non si coglie quanto sia marginale il fenomeno.

La ricerca, invece, è piuttosto chiara al riguardo. Se BuzzFeed per gli Stati Uniti aveva potuto sostenere – pur attraverso un metodo di cui perfino l'autore ha finito per riconoscere la fallacia – che le fake news circolavano, in molti casi, addirittura più delle notizie vere e proprie, Howard e colleghi per la Francia scrivono tutt’altro: solo il 19,6% delle informazioni di politica francese condivise su Twitter riguarda fonti diverse da quelle tradizionali, che invece sono incluse in quasi un tweet su due (46,7%).

Non solo: appena il 21,3% di quel tweet su cinque (forse è questo il dato equivocato da Reuters, non considerando il “su cinque”) viene catalogato come “junk news”. La maggioranza dei tweet appartenenti alla categoria è infatti il risultato di “contenuti generati dai cittadini”. Citizen journalism, in altre parole, non produzione seriale di bufale.

Che le proporzioni siano molto più ridotte di quanto vorrebbero i media allarmistici è confermato anche da un ulteriore studio citato in questi giorni, senza tuttavia fornirne i dettagli. Si tratta di The Role and Impact of Non-Traditional Publishers in the French Election 2017, convenientemente riassunto, nel comunicato stampa di Bakamo, in: “I siti di notizie alternative potrebbero alterare l’esito elettorale”.

“Uno su quattro dei link condivisi in Francia sulle presidenziali vengono da fonti che contribuiscono a promuovere fake news”, si legge nell’attacco del comunicato. E sì, ci sono di mezzo fonti russe. Allarme! I russi, dopo la Casa Bianca, stanno hackerando l’Eliseo!

Peccato che andando al rapporto, si legge anche quanto segue: “Le fonti tradizionali di notizie politiche guidano ancora il dibattito pubblico”. Perché certo, c’è un 25% di fonti “alternative” e dunque a rischio – altro assunto che si può facilmente mettere in questione: sicuri la distinzione tra vero e falso, o tra spazzatura e qualità, coincida con quella tra media tradizionali e media alternativi? – ma anche e soprattutto che “la stragrande maggioranza dei contenuti condivisi proviene ancora da fonti che accettano la legittimità dei media tradizionali”.

Ci sarebbe poi un’ultima, banalissima (e sottovalutata) domanda: non è che il problema, come suggerisce Lawrence Lessig, è l’ossessione dei media per la misurazione, per l’audience? Prima di responsabilizzare gli intermediari e trasformarli in sceriffi algoritmici del vero – come vorrebbero ormai Guardian e New York Times, oltre alla presidente della Camera, Laura Boldrini – forse è il caso di fermarsi a pensare al motivo per cui vengono prodotte fake news, e soprattutto al perché siano così lette, condivise, e ritenute news e basta.

La risposta potrebbe di nuovo essere scomoda: non solo questione, come pure è, di alfabetizzazione, ma anche - e forse soprattutto - di qualità dell’ecosistema dei media in cui ciascuno di noi è immerso.

Foto anteprima via The Next Web

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