USA, milioni di persone in marcia: questa è la democrazia

[Tempo di lettura stimato: 4 minuti]

Non erano passate neanche 24 ore dall'elezione di Donald Trump a 45esimo presidente degli Stati Uniti d'America che l'idea di una marcia delle donne su Washington già circolava in rete con una pagina Facebook dedicata.

La necessità di proteggere diritti, sicurezza, salute, indipendentemente da razza, religione, estrazione sociale aveva spinto tre giovani donne, Tamika Mallory, Carmen Perez e Linda Sarsour, provenienti da diverse comunità, a costruire un progetto che in queste ore sta dimostrando tutta la sua forza e determinazione in moltissime città americane e non solo.

Il bisogno di opporsi a quanto ascoltato in campagna elettorale che da adesso potrebbe tramutarsi in realtà non lascia spazio alla paura, all'incertezza, all'indecisione. Bisogna attivarsi, protestare, dar vita a movimenti che non lascino spazio a soprusi, abusi, razzismo, ingiustizie.

Il messaggio che la marcia delle donne lancia è chiaro: in nome della democrazia e di chi ha combattuto in passato per affermare diritti umani, dignità e giustizia, le diversità devono diventare un punto di forza e non di debolezza perché fino a quando non ci sarà uguaglianza per tutti, in maniera indistinta, non potrà esserci pace.

Nessuno però si sarebbe aspettato una partecipazione andata oltre ogni più rosea immaginazione, non solo nelle principali città americane (in alcune c'è stato bisogno di modificare il percorso stabilito per l'enorme affluenza), ma in tutto il mondo.

Qui il racconto di quello che è accaduto ieri attraverso una raccolta di foto, video e tweet.

Washington era già piena fin dalla prima mattinata, ma le persone sono aumentate durante il corso dell'intera manifestazione

Uno dei primi interventi sul palco è dell'attrice America Ferrera: "Il presidente non è l'America.... noi siamo l'America."

Washington gremita. 500.000 manifestanti

Washington. La protesta di una bimba di 10 anni: "Sono un po' contrariata perché Trump sarà il nostro presidente. Sono contrariata perché non potrà essere l'esempio di come gli uomini dovrebbero comportarsi con le donne e di come bisognerebbe comportarsi con le persone con disabilità, invece di prenderle in giro. Sul mio cartello c'è scritto: "I miei diritti e il mio corpo non sono fatti per essere sottratti."

"Trump, non prendere in giro chi è diverso. Sii disponibile, sii gentile. Come me!"

Intanto, in Europa e nel mondo, proseguivano le marce organizzate a sostegno di quella americana

Barcellona
Manu Fernandez/Ap
Bruxelles
Geert Vanden Wijngaert/AP
Berlino
Michael Sohn/AP
Londra
Jack Taylor/Getty Images
Roma
AFP/TIZIANA FABI
Cape Town
Bernard Chiguvare
Mexico City
Reuters/Henry Romero
Melbourne
AAP Image/Tracey Nearmy

A Parigi

Donald Trump è talmente impopolare che le donne marciano contro di lui anche in Antartide

A Nairobi

A Lilongwe, Malawi

A Mosca ❤️

La marcia a San Diego vista dal Civic Center

A Boston. Democrazia in azione

A Los Angeles. Solo una piccola parte della marcia in corso

A Chicago. Veduta aerea

Ad Austin. Il capo della polizia Art Acevedo twitta di non essersi mai trovato, negli ultimi dieci anni, dinanzi a una presenza massiccia come quella di oggi

A New York, una fiumana di persone

Ad Anchorage, nonostante la neve. In 33 anni, mai vista una folla simile

Ad Oakland. Un agente della polizia solidarizza con i manifestanti

A Washington, c'è chi indossa il velo avvolto nella bandiera americana....

...chi, come questo bambino di Seattle, festeggia il decimo compleanno chiedendo come regalo ai genitori di poter partecipare alla marcia di Washington. Sul suo cartello c'è scritto: "Quando gli uomini sono oppressi è una tragedia, quando le donne sono oppresse è tradizione"...

...e chi ha - finalmente! - la possibilità di incontrarsi, dopo aver provato il pezzo da cantare esclusivamente online

Intanto, dal palco di Washington, dove si alternano organizzatori, attivisti per i diritti civili e personalità del mondo dello spettacolo, Madonna non le manda a dire a chi ritiene che la marcia non serva a niente. Giusto un paio di parole

Due immagini a confronto: a sinistra, il giuramento del 45esimo presidente degli Stati Uniti, a destra la marcia delle donne. Pochi dubbi sull'affluenza maggiore

Ovunque, la presenza dei manifestanti è stata notevolmente superiore al previsto: a Los Angeles si attendevano 80.000 persone. Ne sono arrivate 750.000

Eppure, c'è chi parla di "migliaia" di donne che hanno partecipato alle manifestazioni in tutto il mondo, non di "milioni": Fox News

A fine manifestazione la polizia di Washington ha dichiarato al Guardian che durante la marcia non si sono verificati arresti o incidenti.

Centinaia e centinaia i cartelloni che hanno tappezzato le strade delle città. Moltissimi lasciati, per protesta, all'ingresso della casa Bianca.
Questa l'immagine che gli organizzatori della marcia hanno scelto per chiudere una bellissima giornata con una straordinaria partecipazione.

Ed è solo l'inizio.

p.s. Uno dei nostri cartelli preferiti

 

Immagine apertura via Washington Post

Segnala un errore
LINEE GUIDA AI COMMENTI

Come Trump reagisce alle critiche, mettendo in crisi media ed esperti

[Tempo di lettura stimato: 7 minuti]

La vittoria elettorale di Donald Trump ha messo in crisi molte certezze sulla comunicazione politica.

In alcuni casi l'effetto del successo del tycoon repubblicano ha creato una sorta di effetto-panico, soprattutto tra i consulenti politici la cui utilità è stata persino messa in discussione: Trump ha infatti vinto utilizzando un budget più basso rispetto a quello impiegato da Mitt Romney nel 2012 e spendendo un terzo in meno rispetto a Hillary Clinton.

Inoltre, per lunghi mesi, si è teorizzato che Clinton avesse una comunicazione e un'organizzazione della campagna elettorale molto scientifica, mentre Trump fosse invece il campione della mossa a effetto e dell'improvvisazione: in realtà, come è stato ampiamente dimostrato, la capacità del neo-presidente degli Stati Uniti di utilizzare i dati laddove era davvero necessario farlo (cioè vincendo negli Stati in bilico, in particolare nel Michigan, Wisconsin, Pennsylvania e Florida, necessari per ottenere la maggioranza dei grandi elettori senza ottenere la maggioranza assoluta dei voti) si è rivelata superiore a quella dei ben più accreditati avversari.

In altri casi invece la sfida che il modello-Trump ha lanciato al giornalismo e alla comunicazione politica per come è stato immaginato sinora è grande e gli effetti di questa sfida sono ancora tutti da decifrare.

L'elemento su cui Trump si è mostrato maggiormente 'disruptive' a livello comunicativo è rappresentato dalla gestione delle polemiche politiche e in particolare dalle tecniche, dai tempi e dallo stile di reazione da lui adottato quando si è ritrovato sotto pressione. Ronald Klain sintetizza la portata del cambiamento di paradigma imposto da Trump nel sommario di un illuminante articolo scritto per Politico:

For decades, certain rules governed how politicians dealt with controversy. Until Trump came up with new rules of his own.

Se la durata del ciclo di una notizia passa da 24 ore a 24 minuti, come descritto da Christian Salmon nel suo La Politica nell'Era dello Storytelling e se i punti di ingresso e di uscita di una notizia dal dibattito pubblico sono più di uno (attraverso i media tradizionali, attraverso i siti Internet, attraverso i social media; attraverso i propri account personali, attraverso quelli dei propri sostenitori o dei propri oppositori) è evidente che la velocità di risposta diventa LA variabile principale da tenere sotto controllo, e la scelta di non offrire una qualche reazione a un attacco diventa un'opzione sostanzialmente non percorribile.

Se una notizia è ritenuta tale da un numero sufficiente di utenti e dalle loro comunità di riferimento, è evidente che la vecchia tattica che consisteva nello stringere i denti aspettando che i giornali del giorno dopo parlino d'altro non funziona più. Ecco i principali sconvolgimenti del playbook della polemica politica operati da Trump secondo Klain:

Il modello prima di Trump: le scelte controverse non si spiegano
Il modello di Trump: si dà sempre una spiegazione

Ronald Reagan affermava che una scelta che esponeva un politico a rischi di reputazione poteva essere affrontata in tre modi: o aspettando in silenzio lo scorrere del tempo, o chiedendo scusa, o contrattaccando senza entrare nel merito. Ciò che però non andava fatto era dare una spiegazione. Il motto di Reagan era: “if you are explaining, you are losing”. Questa regola aveva un suo senso in un sistema nei quali la triade classica che forma l'opinione pubblica, ossia media-politica-cittadini, prevedeva una negoziazione di senso tra media e politica i cui risultati erano poi rappresentati nella scena pubblica e messi a disposizione dei cittadini che potevano fruire di quella rappresentazione in una forma sostanzialmente passiva.

I social media rompono questo schema: oggi la negoziazione di senso che definisce "di cosa si parla oggi" vede i cittadini co-protagonisti grazie alle tecnologie digitali. Trump ha capito molto bene questo e ha capito che offrire una qualsiasi risposta, anche la più surreale o apparentemente insostenibile, ottiene due immediati risultati: toglie pressione da parte dei propri sostenitori (che si aspettano una risposta anche solo per poter difendere il candidato) e li 'arma' alla battaglia con gli avversari. Questo secondo risultato rappresenta una novità dirompente nei meccanismi di influenza e di persuasione: se è vero (come le ricerche sull'attendibilità delle figure professionali indicano da tempo) che "l'uomo qualunque" è più credibile rispetto a un giornalista, far sì che un utente generico possa dire la propria sui propri account partendo da una linea ufficiale emanata dal candidato vuol dire avere buone chance di sfidare l'informazione giornalistica, anche se vera, con una propria versione alternativa delle cose, anche se falsa o incompleta.

10. Veracity Index 2016

 

Il modello prima di Trump: quando si sbaglia si chiede scusa
Il modello di Trump: non si chiede scusa ma si rilancia

La difesa della 'faccia' (o più tecnicamente l'accountability) nei confronti dell'opinione pubblica richiederebbe, in teoria, l'ammissione dei propri errori in tutte le circostanze in cui è necessario scusarsi. Trump ha però messo in discussione questa tesi: a suo avviso l'offerta di scuse da parte del mondo dell'economia e della politica in questo momento storico non è quasi mai un atto emotivamente sentito dallo scusante ma è piuttosto una modalità automatica e spesso tardiva per provare ad aggirare un problema senza provare a risolverlo. Il ministro del Lavoro Giuliano Poletti è stato accusato esattamente di questo, cioè di essersi scusato solo dopo aver realizzato di non poter fare altro (e facendolo solo per evitare le dimissioni) in seguito alla sua dichiarazione sugli italiani che emigrano all'estero per cercare lavoro.

Donald Klain ha calcolato che Clinton si è scusata più di una dozzina di volte nel corso della campagna elettorale, mentre Trump ha sempre preferito mantenere la sua posizione, se non addirittura rinforzarla, quando gli si chiedeva di tornare sui suoi passi: lo ha fatto quando ha definito 'stupratori' gli immigrati così come non è arretrato dopo aver attaccato frontalmente il repubblicano John McCain, candidato alla presidenza degli Stati Uniti nel 2008, "colpevole" di essere stato catturato durante la guerra del Vietnam.

Il modello prima di Trump: si mettono in ordine tutte le informazioni che si hanno a disposizione, e solo allora si interviene
Il modello di Trump: si reagisce nel più breve tempo possibile

Uno degli aspetti più sottovalutati dell'utilizzo in prima persona di Twitter da parte di Donald Trump riguardava la sua capacità di entrare nel dibattito pubblico con largo anticipo rispetto ai suoi avversari. Il presidente americano è infatti arrivato spesso per primo sulla notizia, anche in assenza di informazioni certe su ciò di cui stava parlando: ad esempio il presidente americano parlò subito di terrorismo islamico dopo la tragedia del club gay ad Orlando, anche se i legami tra quell'episodio e l'appartenenza del killer all'ISIS non sono mai stati dimostrati. Nonostante questo, Trump rivendicò subito dopo di avere avuto "ragione" sul movente della tragedia, rilanciando ulteriormente un suo posizionamento politico basato su una notizia non verificata.

Donald Klain spiega con grande efficacia le ragioni di questa scelta tattica: Trump sapeva di dover mettere in conto una serie significativa di errori legati alla fretta e alla mancanza di informazioni, ma ha "barattato un po' di attendibilità in meno con un po' di impatto in più". Per il repubblicano era più importante offrire una propria visione del mondo, a qualsiasi costo, che dire la verità. Probabilmente un modello del genere non è auspicabile da chi confida in una migliore ecologia del dibattito pubblico (così come non è auspicabile negare le responsabilità e non scusarsi quando è necessario), allo stesso tempo bisogna tenere a mente il fatto che una strategia alternativa, fatta di velocità senza attendibilità non è necessariamente meno efficace di un comportamento più prudente ed eticamente qualificante.

Il modello prima di Trump: i media non si attaccano perché non conviene averli contro
Il modello di Trump: i media si attaccano perché conviene averli contro

La regola non scritta delle relazioni istituzionali dice che ingaggiare una sfida con i giornali non conviene, perché i media hanno più occasioni di mettere in difficoltà la controparte (soprattutto se politica) di quanto sia vero il contrario. È possibile dare scacco a un giornalista o a una testata su un episodio specifico, ma è impossibile farlo sempre. Donald Trump, così come la stragrande maggioranza dei movimenti anti-sistema in tutto il mondo (a partire dal MoVimento5Stelle in Italia), ha invece perfettamente realizzato la portata del declino della fiducia nei media e ha dunque puntato su una costante delegittimazione di chi parlava male di lui non entrando quasi mai nel merito ma intervenendo alla radice della questione. Trump dunque non si preoccupava tanto di spiegare il contenuto del messaggio ma puntava sull'attacco alla fonte per portare a casa il risultato: per questo ha dedicato molti comizi a criticare giornali e televisioni con un'intensità persino superiore rispetto a quella riservata ai suoi avversari interni ed esterni. C'è da sottolineare un aspetto non banale: la strategia di attacco di Trump ha coinvolto praticamente tutti i media, senza risparmiare chi lo ha sostenuto e lo ha aiutato a vincere, come Fox News.

 

Il modello prima di Trump: si sceglie un tema forte della campagna e lo si sostiene fino alla fine
Il modello di Trump: i messaggi principali possono essere costantemente rivisti

Trump ha cambiato idea su molti aspetti cruciali della sua campagna elettorale: ha modificato il suo posizionamento nei confronti dei leader repubblicani sulla base delle convenienze del momento, è passato in pochi mesi da affermare di non conoscere Putin a elevarlo a interlocutore principale in politica estera, ha dichiarato di non voler speculare sulle infedeltà di Bill Clinton durante un dibattito televisivo salvo poi farlo nel successivo. Trump "va preso seriamente ma non alla lettera", afferma Ronald Klain.

È un modello esportabile in tutto il mondo?

Le cinque transizioni nelle tattiche di gestione delle polemiche politiche appaiono perfettamente spendibili anche in contesti diversi da quello americano perché raccontano molto bene un diverso tipo di costruzione dell'opinione pubblica, comune a tutte le democrazie con un sistema dei media complesso e un'alta penetrazione digitale. Queste regole non sembrano però applicabili in automatico a qualsiasi candidato: Trump godeva di una notorietà di base altissima, che gli ha garantito una enorme copertura mediatica sin dall'inizio. Emily Bell ha definito il presidente USA una "news organization", non senza ragioni: una definizione di cui si può godere solo se si ha una sostanziosa base di partenza sia economica sia mediatica.

Non è detto che un carneade iperaggressivo e contraddittorio nei suoi messaggi su Twitter goda della stessa esposizione sulla stampa di cui ha goduto il neo-presidente americano all'inizio della campagna elettorale. Ancora: un candidato che si è sempre caratterizzato per la correttezza istituzionale o per la prudenza delle dichiarazioni e che improvvisamente si trasforma in un outsider anti-sistema non risulterà credibile. La coerenza tra biografia individuale e strategia di comunicazione da adottare continua dunque a essere una precondizione irrinunciabile per valutare che tipo di posizionamento adottare in campagna elettorale. Allo stesso tempo sembrerebbe che la capacità di reagire prontamente quando si è sotto attacco da parte di un oppositore politico rappresenti un punto di forza a qualsiasi latitudine. Non a caso, tra i primi leader politici che si candidano a copiare dichiaratamente il modello-Trump spicca un profilo che ha davvero poco a che vedere con il repubblicano americano: il leader laburista inglese Jeremy Corbyn.

Foto anteprima via Getty Images.

Segnala un errore
LINEE GUIDA AI COMMENTI

Terremoto, soccorsi, ricostruzione, fondi. Un punto sulla situazione nel Centro-Italia

[Tempo di lettura stimato: 14 minuti]

di Angelo Romano, Antonio Scalari, Andrea Zitelli

Abbiamo fatto il punto sul terremoto che ha colpito il centro Italia martedì: la situazione all’Hotel Rigopiano travolto dalla slavina, i soccorsi, la ricostruzione e le criticità Regione per Regione, i fondi stanziati dallo Stato e i soldi delle donazioni.

La mattina del 18 gennaio, nell’arco di appena un’ora, si sono verificati tre terremoti di magnitudo superiore a 5, con epicentro vicino ai comuni di Montereale, Capitignano e Campotosto in provincia dell’Aquila. Il terremoto più forte è stato di magnitudo 5.5. Nel primo pomeriggio si è verificata un’altra scossa importante, di magnitudo 5.1. L’area interessata si trova a sud rispetto a quelle dove si trovano gli epicentri dei terremoti dei mesi scorsi.

Localizzazione degli epicentri dei terremoti in Italia centrale dal 24 agosto a oggi, via INGV.
Localizzazione degli epicentri dei terremoti in Italia centrale dal 24 agosto a oggi, via INGV.

Come spiegano i sismologi dell’INGV, si è attivata la parte meridionale del sistema di faglie che aveva già prodotto i terremoti dei mesi scorsi. Si tratta di una linea di faglie lungo cui i terremoti, più o meno alla stessa profondità, si sono spostati rispetto alla zona di Amatrice. Prima verso Nord, colpendo diversi comuni in Umbria e Marche a fine ottobre. E ora a sud, in provincia dell’Aquila, non lontano dalle faglie che hanno generato il terremoto del 2009 (ma che oggi si ritiene che non si siano ancora “caricate” a sufficienza di energia per riattivarsi). La successione di quattro terremoti di magnitudo maggiore di 5 nell'arco nell’arco di poche ore è un fenomeno degno di rilievo, ma rientra tra le possibili evoluzioni di una sequenza sismica . Ancora non si conoscono nel dettaglio i meccanismi che determinano una variazione del tempo tra una scossa forte e la successiva.

La slavina sull’hotel Rigopiano, cosa sappiamo

Gli effetti di questi terremoti si sono sommati a quelli prodotti dalle intense nevicate che hanno interessato l’Italia centrale. Le scosse hanno facilitato il distacco della neve sul versante pescarese del Gran Sasso, generando una valanga di neve, detriti e alberi che ha travolto l’Hotel Rigopiano, a 1200 metri di altitudine.

Non si sa con certezza quante persone si trovassero nella struttura, ma dovrebbero essere dalle 25 alle 35. Al momento 2 sono le vittime accertate, a queste se ne aggiungerebbero altre due ma al riguardo non ci sono ancora conferme ufficiali. Per le difficoltà causate dalla neve e dalle condizioni meteorologiche i primi soccorsi sono riusciti a raggiungere l’hotel solo alle 4 del mattino del 19 gennaio.

Nella mattinata di venerdì 20 gennaio, i soccorritori hanno comunicato di aver ritrovato 6 persone in vita. La notizia è stata confermata dal vice ministro dell’Interno, Filippo Bubbico, e dalla Protezione Civile

Nella tarda serata, la Protezione Civile in un nuovo comunicato, ha specificato che le persone salvate nella giornata sono state 5, con altre 5 in vita individuate ma non ancora estratte da quello che resta del complesso dell'albergo (qui l'account Twitter dei Vigili del Fuoco per seguire gli sviluppi dei soccorsi).

La procura di Pescara ha aperto un’inchiesta per verificare se ci siano stati ritardi nei soccorsi dovuti al mancato sgombero della strada dalla neve e se siano state rispettate le procedure di evacuazione, in seguito alle segnalazioni di un rischio molto alto di valanghe.

Le criticità nelle Regioni del Centro Italia colpite dal terremoto

Le diverse scosse di terremoto e le abbondanti nevicate hanno reso complicate le situazioni nei Comuni e frazioni del Centro Italia, in Lazio, Abruzzo, Umbria e Marche, colpiti dal sisma. In diverse zone del territorio, dove i terremoti di agosto e ottobre scorsi hanno provocato più danni, autorità locali e cittadini hanno denunciato una burocrazia che blocca i piani di ricostruzione in atto, una scarsa assistenza da parte dello Stato e l’insufficienza di mezzi per ridurre i disagi causati dalla neve e dal gelo.

La Protezione civile, mercoledì 18 gennaio, ha diramato un comunicato stampa in cui si legge che “per far fronte alle situazioni più difficili, (...) è stato implementato lo sforzo di uomini e mezzi di tutte le strutture operative”. Le zone più colpite dalle nevicate, ha spiegato ancora la Protezione civile, sono state Marche e Abruzzo “con isolamenti anche di alcuni comuni e delle frazioni più montane, specialmente nell’aquilano e nel teramano”. Criticità si sono registrate “oltre alla circolazione sulle strade e per la viabilità ferroviaria” anche sulla rete elettrica. Le situazioni più difficili in Abruzzo e Marche con migliaia di utenze disattivate.

Secondo gli ultimi dati (aggiornati a martedì 16 gennaio), le persone assistite a seguito dei terremoti degli scorsi mesi sono 10.098: 6.569 nelle Marche, 1.976 in Umbria, 547 nel Lazio e 1.006 in Abruzzo:

Nella Regione Marche, quasi 2.000 sono in strutture ricettive sul territorio e circa 3.800 negli alberghi della costa adriatica.
In Umbria, invece, sono ospitati nelle strutture ricettive sul territorio in oltre 500, mentre poco più di 900 sono alloggiati negli alberghi individuati in altre aree nella stessa regione e sul lago Trasimeno.
Per quanto riguarda i cittadini del Lazio assistiti direttamente, poco più di 300 hanno trovato alloggio negli alberghi della costa adriatica e oltre 200 presso gli alloggi del piano CASE e MAP messi a disposizione in Abruzzo.
Nella Regione Abruzzo, infine, gli assistiti sono circa mille: oltre 200 presso gli alloggi del piano C.A.S.E. e MAP sul territorio, e quasi 800 in strutture ricettive distribuite sul territorio.

Il 19 gennaio, il presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, ha detto che «tutte le istituzioni dello Stato si sono mobilitate (...) da ieri abbiamo chiesto anche all’esercito un impegno particolare, ma tutti sono impegnati al massimo». Tra gli obiettivi, Gentiloni ha affermato che il primo è raggiungere i Comuni e le frazioni isolate, almeno con un contatto.

Il presidente della Commissione europea ha espresso vicinanza all’Italia, specificando che l’Europa è pronta ad aiutare. La Commissione europea ha anche comunicato di voler mettere a disposizione tutti gli strumenti utili.

Marche

via Comune di Camerino.
via Comune di Camerino.

“La priorità è liberare le frazioni dall'isolamento”, comunicava ieri nel tardo pomeriggio la Regione Marche nel suo ultimo aggiornamento sulla situazione nel proprio territorio. Questo mentre i tecnici dell’Enel erano impegnati a restituire l’energia elettrica alle circa 10mila utenze rimaste senza, scese poi durante la giornata di venerdì 20 gennaio a circa 3mila.

Il Presidente della Regione, Luca Ceriscioli, ha inoltre dichiarato che centinaia di mezzi pesanti e centinaia di persone si sono aggiunti a quelli previsti dai piani comunali e dalle province: “Noi li indirizziamo in modo che ogni Comune che ha fatto richiesta – siamo costantemente in contatto con tutti i sindaci – possa avere in giornata mezzi suppletivi rispetto a quelli che già sono al lavoro per liberare dall'isolamento tutte le frazioni molte delle quali sono ancora senza luce”. Diversi primi cittadini hanno denunciato ritardi nei soccorsi per colpa di mezzi insufficienti e burocrazia, come Gianluca Pasqui, sindaco di Camerino.

In alcune zone del territorio marchigiano, inoltre, sono crollate le stalle, provocando la morte di svariati animali, con altrettanti che restano senza un riparo dal gelo, hanno denunciato diversi allevatori (come nelle altre Regioni colpite dal terremoto). Da due giorni, racconta la famiglia Lai di Gualdo al quotidiano online Cronache Maceratesi, «i soccorsi non riescono ad arrivare perché ci sono 3 km di strada impercorribili»: «La Regione ci aveva promesso le tensostrutture per le stalle dal 24 agosto, si trattava di 4 moduli per gli animali. E invece niente». Proprio su questo aspetto, appena 10 giorni fa, Lara Ricciati, deputata marchigiana di Sinistra Italiana aveva presentato in Parlamento un’interpellanza al governo sui ritardi nella consegna di nuove stalle per gli animali agli allevatori in difficoltà.

Di problemi e di decine di persone isolate senza corrente elettrica, racconta anche Davide Falcioni, giornalista a Fanpage, da noi contattato, che vive a Offida, in provincia di Ascoli Piceno: «la nevicata era prevista ma anche da me c'è stata una carenza di mezzi abbastanza grave». Falcioni ci parla, inoltre, di un altro problema emerso dopo il terremoto, quello della speculazione edilizia sugli affitti lievitati dopo il sisma «molto sentito soprattutto a Camerino, città universitaria». Al riguardo, lo scorso mese, il sindaco di Camerino ha scritto alla Procura di Macerata per segnalare quanto sta accadendo anche nella sua città e "oltre alla condanna morale, chiedere di verificare se vi sono gli estremi di reato e punibilità verso quei proprietari che da ottobre hanno significativamente alzato le richieste sopra le consuete cifre di mercato".

Riguardo le casette per i terremotati, lo scorso mese la Regione Marche ha scritto ai sindaci dei Comuni coinvolti nel sisma per affermare come "la localizzazione dei container o casette in aree di proprietà privata, anche a carattere transitorio, non è conforme alle disposizioni del decreto legge 205/2016 e alle ordinanze del capo del Dipartimento della protezione civile relative agli interventi post-sisma" e quindi illegale. Una linea che aveva scatenato le proteste di alcune comunità, ma che ora secondo le ultime novità sembra sarà rivista.
Nel mentre, il 14 gennaio scorso, David Piccinini, dirigente della Protezione civile regionale, affermava che su oltre 100 Comuni che hanno subito danni per il terremoto nelle Marche, una cinquantina ha chiesto le SAE (soluzioni abitative di emergenza), “per un totale di 1.881 casette”. Un dato che, scrive Ansa, è stato reso noto da Piccinini come uno dei motivi del fatto che nelle Marche ancora non sono arrivate le casette, mentre a Norcia e Amatrice si sta procedendo all'assegnazione delle prime. Il dirigente della Protezione civile si è dichiarato ottimista: «Sono in dirittura d'arrivo gli appalti per i lavoro di urbanizzazione di due aree ad Arquata del Tronto, faranno da apripista a tutti gli altri».

Abruzzo

I mezzi dell'Esercito all'opera in Abruzzo, via Ministero della Difesa.
I mezzi dell'Esercito all'opera in Abruzzo, via Ministero della Difesa.

In Abruzzo le nevicate di questi giorni sono state eccezionali. In diversi comuni la neve ha raggiunto i due o tre metri di altezza, isolando frazioni e abitazioni. Come riporta Ansa, sono state soccorse nove persone in provincia di Teramo, che rischiavano la vita a causa dell’ipotermia. «L'assenza di corrente, in alcuni casi da 4 giorni, ha isolato migliaia di persone; in alcune aree manca l'acqua e c'è un problema di carburante perché i distributori non funzionano», ha comunicato la Provincia di Teramo. Sono morte per il sisma e il maltempo di questi giorni 5 persone nel territorio abruzzese.

Ai problemi per la neve si sono aggiunti quelli causati dai nuovi terremoti, che hanno avuto l’epicentro proprio in Abruzzo, in provincia di l’Aquila. Ci sono state altre slavine oltre a quella che ha travolto l’Hotel Rigopiano sul Gran Sasso. Come riporta il quotidiano Il Centro, il tetto del municipio di Campotosto, nella zona dell’epicentro, è crollato. Sono stati segnalati crolli di tetti di diverse strutture e stalle.

Sempre Il Centro scrive che in seguito alle scosse di terremoto anche all’Aquila, colpita dal terremoto del 2009, sono stati riaperti i moduli provvisori. Il Comune ha messo a disposizione i centri di accoglienza per chi, l’altra notte, non ha voluto rimanere nella propria abitazione.

A Pescara il presidente della giunta regionale Luciano D’Alfonso ha incontrato i sindaci e prefetti delle zone colpite, insieme alla Protezione civile e all’Enel. Durante la riunione sono stati segnalate non solo le decine di migliaia di utenze elettriche ancora da ripristinare (è stato rilevato che nelle scorse ore mancava in quasi tutta la città di Pescara) e i problemi causati dalla viabilità interrotta, ma anche il rischio di una possibile esondazione del fiume Pescara (che per ora sembra sotto controllo) e di altri corsi d’acqua, a causa soprattutto dell’accumulo di neve e del suo scioglimento nei prossimi giorni.

Nei giorni scorsi, secondo la Regione, più di 300mila persone, cioè più di un quarto di tutta la popolazione dell’Abruzzo, sono rimaste senza energia elettrica. Enel Energia, in una nota, ha chiesto scusa alla popolazione per il disagio causato dalla mancanza di corrente, aggiungendo però che «con le condizioni meteo eccezionali e con neve e freddo degli ultimi giorni» è stato fatto tutto il possibile.

A causa del maltempo la Regione ha deciso di richiedere al Governo lo stato di emergenza.

Lazio

Amatrice, via Repubblica.
Amatrice, via Repubblica.

«Non possiamo combattere la guerra con gli archi e le frecce», dice a Repubblica, Stefano Petrucci, sindaco di Accumoli, uno dei centri in provincia di Rieti colpiti dal sisma dello scorso agosto. «I mezzi comunali sono pochi e alcuni sono rotti».
Le sue parole sintetizzano la sensazione di impotenza vissuta dagli abitanti e dagli amministratori dei Comuni del Lazio interessati dall’ondata di terremoti degli ultimi cinque mesi e dalle nevicate e dal gelo di questo inizio 2017.

Gli interventi nel Lazio sono stati caratterizzati da una risposta immediata subito dopo il terremoto di agosto e da una frenata nei mesi successivi, scrivono Mauro Evangelista e Ilaria Bosi sul Messaggero. Le cause dei ritardi sono di diversa natura, burocratico/procedurale, di sottovalutazione dei tempi e delle emergenze cui far fronte, a partire dalla neve di questi giorni.

La neve è stata sottovalutata, racconta il sindaco di Amatrice Sergio Pirozzi. «È inaccettabile che la Salaria, non una piccola strada comunale, sia chiusa da tre giorni, che io non possa raggiungere il mio comune. Questa neve è stata presa da tutti sotto gamba, ci sono molti mezzi rotti o in officina, ma queste cose andrebbero viste a ottobre, non il giorno della neve». Pirozzi chiama in causa la mancata organizzazione in grado di prevenire che la neve diventasse un’emergenza e l’inadeguatezza degli interventi e dei mezzi a disposizione, come le turbine per spazzare la neve: «la Provincia si è scusata: ne avrebbero una ma è fuori uso. È paradossale. Lo sai che d'inverno nevica, mettila a posto no?».

Le nevicate hanno reso ancora più evidenti le conseguenze dei ritardi degli interventi, in particolare rispetto alla realizzazione delle stalle provvisorie e delle casette dove far alloggiare chi ha perso le proprie abitazioni in attesa della ricostruzione dei centri cittadini.
Il 28 novembre scorso il Commissario straordinario del governo per la ricostruzione dei territori colpiti dal terremoto, Vasco Errani, aveva emesso un’ordinanza che prevedeva la possibilità per gli allevatori, che erano in grado di certificare danni alle proprie strutture, di ricevere il rimborso integrale di tutte le spese necessarie per l’acquisto di macchinari e l’allestimento di stalle provvisorie.

Quello delle stalle provvisorie è uno dei nodi più delicati della ricostruzione per il ruolo importante dell’allevamento per l’economia locale. La maggioranza delle persone che hanno rifiutato di abbandonare il proprio territorio, scrivono Evangelista e Bosi sul Messaggero, è costituito proprio da quegli allevatori che volevano restare vicino ai propri capi di bestiame. Il 16 gennaio era prevista la scadenza per l’allestimento delle 98 stalle provvisorie, operazione non ancora completata dalla ditta incaricata dalla Regione Lazio, a causa anche del maltempo. All’11 gennaio 2017 risultavano montate 55 strutture.
Condizione di disagio riconosciuta anche dal Capo Dipartimento della Protezione civile, Fabrizio Curcio, che sempre l’11 gennaio scorso, per far fronte ai ritardi e agli effetti del maltempo su un «un territorio già fortemente colpito» auspicava un’accelerazione dei tempi di intervento.

Per quanto riguarda le casette il discorso è più complesso. A settembre, il governo Renzi contava di dare a tutte le persone una sistemazione stabile nei moduli abitativi provvisori (Map) entro 4 o 5 mesi dal sisma. I tempi si sono allungati. Ad Amatrice, si legge sul sito del Comune, sono pronti i primi 25 moduli (su 465) e si procederà al sorteggio dei cittadini per l’assegnazione e l’attivazione delle utenze. Ad Accumoli, scrive Il Messaggero, si prevede di avere 216 casette pronte per a maggio, anche se la maggior parte dei cittadini ha preferito spostarsi negli hotel sul litorale marchigiano, dove i bambini possono frequentare le scuole.
Il 15 gennaio era stato organizzato un sit-in a Grisciano, frazione di Accumoli, per i ritardi nello spostamento delle macerie e nell’individuazione dell’aree dove collocare le casette provvisorie.

«Noi stiamo dando il massimo, quindi non credo sia giusto dire che serva un cambio di passo», ha dichiarato Fabrizio Curcio, commentando la protesta di Grisciano ed evidenziando come ogni contesto richieda tempi diversi per operazioni simili. «Questa è un’emergenza complicata anche per le dimensioni dell’area colpita dal terremoto. Faccio un esempio che rende l’idea: una cosa che sembra semplice come trovare le aree per le casette, fattibile altrove in tempi brevi, qui è invece difficile perché ci sono gravi carenze di zone idonee. Ecco, se si comprende la complessità del tutto, si capisce anche che non abbiamo perso neanche un giorno».

La rimozione delle macerie, ha proseguito il Capo dipartimento della Protezione civile, è una questione delicata che di solito richiede molti mesi di tempo per essere risolta: «Quella delle macerie è un’altra questione da trattare con delicatezza perché qui entra in gioco anche la salute pubblica: la Regione Lazio, per esempio, ha dato incarichi, tramite gara, per definire la presenza di amianto nelle macerie. Sono percorsi che nel complesso vanno seguiti con attenzione perché ci sono in ballo la sicurezza dei cittadini e i soldi pubblici».

Umbria

Le tende a Monteleone di Spoleto, via Umbria24.
Le tende a Monteleone di Spoleto, via Umbria24.

Le scosse di terremoto e le nevicate di questi ultimi giorni non hanno fatto registrare grandi disagi in Umbria. «In tutto il territorio della regione, e soprattutto nelle aree interessate dalle copiose precipitazioni nevose di questi giorni e dalle forti scosse sismiche, non sono segnalati né centri urbani, né frazioni isolate e non risultano criticità relative a persone rimaste isolate, essendo stati raggiunti tutti i nuclei familiari o i singoli cittadini che avevano segnalato situazioni di isolamento e chiesto soccorso», ha comunicato il Centro regionale di Protezione civile. Inoltre, grazie alla messa in sicurezza del portale della Basilica di San Benedetto di Norcia sono stati evitati ulteriori danni.

Per il terremoto, scrive Umbria24, sono stati incrementati i posti letto in alberghi e strutture alternative, dando così la possibilità a 64 abitanti della Valnerina di poter trovare un alloggio. Secondo gli ultimi dati disponibili, aggiornati al 9 gennaio 2017, sono più di 10mila gli edifici di cui è stata verificata l’agibilità dopo i terremoti di agosto e ottobre 2016. Di questi, il 32% è stato ritenuto non utilizzabile.

La gestione degli interventi post-terremoto in Umbria ha viaggiato a doppia velocità, scrivono Evangelista e Bosi sul Messaggero. Un’accelerazione si è registrata dopo le scosse del 26 e 30 ottobre a Norcia, che hanno mobilitato cittadini e istituzioni di tutta Italia. Fino a quel momento, le azioni messe in campo erano andate a rilento.

In particolare, il terremoto aveva messo in evidenza la debolezza del sistema infrastrutturale della regione: dopo le prime scosse, scrivono i due giornalisti, i collegamenti tra i diversi centri erano saltati e le città colpite dal sisma si erano trovate in uno stato di isolamento che aveva reso difficoltosi anche gli interventi di soccorso.

Il quadro normativo degli interventi prevede il rimborso di tutte le spese relative alla riparazione, ripristino o ricostruzione degli immobili danneggiati, ai beni mobili utili per le attività produttive, allo sgombero dei locali, allo spostamento temporaneo delle attività economiche al fine di garantirne la continuità. Inoltre, per fronteggiare l’emergenza abitativa dopo i terremoti che hanno colpito Norcia a ottobre 2016, è stato previsto che il Dipartimento della protezione civile possa, con procedure rapide e trasparenti, acquisire i container e, sulla base delle indicazioni dei Comuni, individuare le aree sulle quali installarli.

Dopo il terremoto del 30 ottobre 2016, molti degli abitanti della Valnerina sono stati costretti a lasciare i propri centri per spostarsi in alberghi situati in aree dell’Umbria considerate a basso rischio sismico, come nella zona del lago Trasimeno. Mentre gli allevatori e gli agricoltori che non hanno voluto lasciare l’area si trovano a vivere in grandi container collettivi, sono solo venti i moduli abitativi provvisori pronti a essere assegnati tramite sorteggio. Per le altre 60 casette ordinate, è stata individuata un’area nella zona industriale di Norcia su cui è in corso la progettazione delle urbanizzazioni a cui seguirà l’aggiudicazione delle stesse con l’avvio dei lavori programmato per i primi giorni del 2017.

Proprio riguardo ai Map, ha destato diverse polemiche il mancato utilizzo dei moduli costruiti dopo il terremoto del 1997. “Da un lato quasi 800 di casette in legno in ottime condizioni, disabitate e per la cui manutenzione ogni anno vengono spesi soldi pubblici. Dall'altro un appalto per la costruzione di casette prefabbricate nuove da oltre un miliardo di euro affidato ad un consorzio citato negli atti delle indagini di «Mafia Capitale» e in quelle su un business inquinato dal clan dei Casalesi”, scriveva Amalia De Simone sul Corriere della Sera lo scorso settembre.

Secondo la Protezione civile questi moduli sono difficili da riutilizzare: «Ce ne sono circa 400 ancora in giro ma è difficile smontarle e rimontarle. È una cosa che si potrebbe fare ma solo una parte verrebbe effettivamente recuperata», aveva affermato il capo della Protezione civile della Regione Umbria Alfiero Moretti.
Affermazioni che hanno trovato conferma anche in un comunicato della Regione Umbria in cui si ribadiva che “queste strutture, collocate in prevalenza nei territori di Foligno e Nocera Umbra, sono infisse al suolo e non smontabili, a differenza dei nuovi prototipi di moduli provvisori che saranno montati nelle zone della Valnerina. Quand'anche si volesse procedere ad un loro smontaggio e rimontaggio, i costi sarebbero addirittura superiori a quelli per l'acquisto di nuovi moduli e sarebbe inoltre alquanto complessa la procedura per certificarne l'abitabilità”.

I fondi stanziati e i soldi della raccolta di solidarietà

Il decreto legge sul terremoto è stato approvato definitivamente alla Camera dei Deputati (con nessun voto contrario) il 13 dicembre scorso. Il testo (qui il dossier del Centro Studi del Senato), si legge sul il Sole 24 Ore, destina fondi a sostegno delle zone colpite dalle scosse:

Con le risorse stanziate si punta a dare contributi fino al 100% delle spese sostenute da chi ha avuto l'abitazione e l'attività produttiva danneggiata. Saranno anche integralmente coperti i costi per la riparazione e la ricostruzione degli edifici pubblici e dei luoghi di culto. Previste inoltre misure di sostegno per tutte le attività economiche delle aree colpite, per chi ha perso momentaneamente il lavoro a causa del sisma ed il differimento e la rateizzazione degli adempimenti fiscali.

Per la ricostruzione pubblica, la legge di bilancio 2017 (articolo 1, comma 362) da oggi al 2020 ha stanziato 1 miliardo di euro (200 milioni per quest’anno, 300 milioni per il 2018, 350 milioni di euro il 2019 e 150 milioni il 2020). Al comma 363, alle Regioni colpite dal terremoto è consentito destinare, nell'ambito dei programmi cofinanziati dai fondi strutturali 2014-2020, ulteriori 300 milioni di euro. Inotre, il decreto milleproroghe, entrato in vigore il 30 dicembre scorso (e in attesa di essere convertito in legge in Parlamento), prevede (all’articolo 14, comma 8) 32 milioni di euro come copertura per le maggiori spese e minori entrate dei Comuni colpiti dai terremoti, in riferimento alle esigenze connesse alla ricostruzione.

Venerdì 20 gennaio, il governo Gentiloni "ha deliberato l’estensione degli effetti della dichiarazione dello stato di emergenza adottata con la delibera del 25 agosto 2016 e autorizzato un ulteriore, primo stanziamento, di 30 milioni di euro destinato a far fronte esclusivamente ai primi urgenti interventi di soccorso legati alla fase di emergenza".

Oltre i soldi erogati dallo Stato, ci sono anche quelli che i cittadini hanno donato, tramite tramite un sms al numero 45500, alla raccolta fondi lanciata dalla Protezione Civile, dopo il terremoto del 24 agosto scorso. Secondo gli ultimi dati disponibili sarebbero state raccolti (dal 24 agosto al 9 ottobre e dal 30 ottobre al 30 novembre) in totale 28 milioni di euro, ma, come riporta Ilario Rombaldo su La Stampa, “non sono ancora arrivati a destinazione”. Una questione emersa durante il question time alla Camera in cui “il Movimento 5 Stelle ha chiesto conto al governo di questi soldi raccolti attraverso sms e bonifici bancari”.

La Protezione civile, riporta Monico Rubino su Repubblica, ha poi spiegato che le somme raccolte “servono a finanziare gli interventi di ricostruzione nei territori. Quindi è esclusa ogni utilizzazione per scopi emergenziali. Alla fine della raccolta viene nominato un Comitato di garanti, che ha il compito di valutare e finanziare i progetti presentati dalle Regioni in accordo con i Comuni interessati”. Così, alla domanda “quando si potranno usare?”, la Protezione Civile ha chiarito che

Secondo un accordo siglato con le società di telefonia, che raccolgono gli sms solidali e versano i proventi senza alcun ricarico sul conto corrente della Protezione civile, la raccolta si chiuderà a meno di proroghe il 29 gennaio. Fino a che non si sa con esattezza quanti soldi siano stati raccolti (finora la cifra si aggira attorno ai 28 milioni di euro) non si può decidere quali progetti finanziare.

Foto anteprima via Vigili del Fuoco, veduta dall'alto della situazione all'Hotel Rigopiano a Farindola.

Aggiornamento 20 gennaio 2017, ore 14:20 > L'articolo è stato aggiornato con la notizia del ritrovamento di 6 persone vive dopo la valanga che ha travolto l'Hotel Rigopiano.

Aggiornamento 20 gennaio 2017, ore 22:45 > L'articolo è stato aggiornato con gli ultimi sviluppi sullo stato dei soccorsi all'Hotel Rigopiano e con quelli nei territori dell'Italia centrale colpiti da maltempo e sisma.

Segnala un errore
LINEE GUIDA AI COMMENTI

Perché l’accordo con i social per bloccare i contenuti terroristici è sbagliato

[Tempo di lettura stimato: 6 minuti]

 

Dagli inizi di dicembre 2016, le principali aziende di social media hanno raggiunto tra loro un accordo per il blocco dei contenuti "terroristici". Facebook, Twitter, Youtube e Microsoft (proprietario di LinkedIn) si sono impegnate alla condivisione degli hash dei contenuti, al fine di identificare quelli di matrice terroristica e rimuoverli dai loro server. Le quattro aziende formeranno un database comune di “impronte digitali” per le immagini relative a reclutamento di terroristi, promozione di attività terroristiche o comunque video e immagini relative a terroristi e loro attività.

Facebook ha dato l’annuncio dell’iniziativa il 5 dicembre 2016, quindi dobbiamo supporre che sia già in atto, anche se non è chiaro come funzionerà. In teoria la segnalazione di un contenuto in violazione della policy di un'azienda dovrebbe comportare una rimozione anche sui server delle altre aziende, ma non è detto che sia proprio così. Di sicuro è solo che le impronte digitali saranno condivise.

Le aziende coinvolte sono le medesime che hanno firmato, con la Commissione europea, il Codice di condotta per le espressioni di istigazione all'odio online e, per quanto le stesse aziende non ne evidenzino la connessione, è pacifico che questa nuova iniziativa sia una conseguenza di quel codice. Non dimentichiamo che la creatura di Zuckerberg è stata citata in giudizio in Germania per non aver rimosso contenuti di odio e la pressione delle istituzioni europee e degli Stati nazionali (Germania in primis) si fa sentire.

Ormai la regolamentazione di Internet si è avviata su questa strada. Con la minaccia di una normativa più stringente, definita dai legislatori europei – è in discussione una direttiva per il contrasto al terrorismo che dovrebbe essere finalizzata nel corso del 2017 – e nazionali, si “invitano” le aziende principali del web a firmare codici di condotta, accordi tra aziende, iniziative di collaborazione tra privati al fine di rimuovere i contenuti che istigano all'odio in rete, i contenuti terroristici e anche quelli in violazione del copyright. In tal modo si passa da un modello punitivo ex post (cioè repressione del reato) all'applicazione di modelli di prevenzione ex ante, basati sulla sorveglianza del web e il filtraggio della attività degli utenti in rete, delegato alle principali piattaforme online.
Come già evidenziato con riferimento al Codice di condotta per l’odio online, questo approccio presenta numerose problematiche.

Una regolamentazione a porte chiuse

La regolamentazione (cioè la stesura dei codici di condotta, degli accordi, ecc.) avviene generalmente a porte chiuse, tra le aziende, o tra le aziende e le istituzioni, senza la partecipazione dei cittadini (tramite le associazioni per i diritti civili). L’ovvia conseguenza è che tali accordi finiscono per tenere in conto principalmente gli interessi delle aziende e non certo i diritti dei cittadini. Le istituzioni e i politici possono, quindi, sbandierare una iniziativa che, a parole, risolve un problema anche piuttosto sentito dai cittadini senza dover subire critiche alla soluzione stessa. In alternativa la Commissione, ad esempio, dovrebbe porre in consultazione la bozza di regolamentazione (direttiva, regolamento) e subire le critiche dei cittadini tramite le loro associazioni, all'interno di un procedimento di formazione delle leggi democratico e trasparente.
Evidentemente si preferisce un approccio più opaco.

La compressione dei diritti civili

La delega di specifiche funzioni statali alle aziende private comporta inevitabilmente un contrasto con i diritti civili dei cittadini e spesso la riduzione degli spazi di esercizio di tali diritti, in particolare della libertà di espressione. Ma non solo. La delega per la rimozione di contenuti potrebbe portare anche a violazioni della normativa anticoncorrenziale, dando eventualmente la possibilità alle aziende di rimuovere o ridurre le visualizzazioni di contenuti di aziende concorrenti.

L'inesistenza di rimedi o impugnazioni

Nel momento in cui la rimozione di un contenuto dipende dalle policy delle aziende (e quindi da codici di condotta trasfusi nelle policy), non esistono rimedi di alcun tipo a tali rimozioni che i cittadini possano attivare. Le aziende possono, eventualmente, prevedere una procedura di reclamo, deciso però dalle aziende stesse e in alcun modo impugnabile.

Problemi di definizioni

Ovviamente, questo approccio dato da accordi tra privati firmati in stanze chiuse è sostanzialmente modellato sugli accordi in materia di pedopornografia risalenti al 2015. La tecnologia utilizzata è la medesima, un software per rilevare le firme digitali di video e immagini, cosa che funziona piuttosto bene nel caso della pedopornografia, visto che lì il problema è dato proprio dall'immagine in sé. La differenza principale è che mentre la pedopornografia è illegale, non esiste una definizione precisa di contenuti di istigazione all'odio o di contenuti terroristici.

In molti casi i contenuti terroristici sono perfettamente legali, come ad esempio gli articoli che riguardano gli aiuti umanitari portati in zone di guerra. È ovvio che la nazione attaccante potrebbe considerare quei video come contenuti terroristici. La conseguenza è che ci potrebbero essere numerosi abusi e falsi positivi o negativi e l’etichettatura di contenuti terroristici potrebbe dipendere da fattori esterni (tipo la nazionalità dell’azienda).

In altre parole, la propaganda terroristica non è definibile con una firma digitale di immagini. Propaganda non è solo il video della decapitazione di una persona (video che tra l’altro paradossalmente potrebbe addirittura essere controproducente alla propaganda terroristica, potendo innescare una reazione di ripulsa nelle persone), è, invece, qualcosa di diverso, fa leva sulle paure, i bisogni e le frustrazioni delle persone. La maggior parte del materiale video di propaganda dell’ISIS, ad esempio, non è affatto materiale che presenta violenze, anzi comprende immagini di vita quotidiana sotto il Califfato, con gente al ristorante e bambini nei campi da gioco. La propaganda comprende anche le strazianti immagini di case in rovina dopo attacchi aerei degli occidentali. Diventa quindi difficile identificare una firma digitale per contenuti di propaganda terroristica.

L'eliminazione di occasioni di discussione

Nel 2008 il senatore americano Lieberman (a capo della Commissione Sicurezza Interna) segnalò a Youtube dei presunti contenuti terroristici, ottenendo la cancellazione dell’account di un'associazione che si occupava di denunciare le atrocità commesse nel corso della guerra civile, mostrando immagini selezionate per focalizzare l’attenzione pubblica sulla guerra in corso. Secondo il senatore eliminando quei contenuti non si sarebbe alimentata la propaganda terroristica. In realtà con l’eliminazione di video di questo genere tutto ciò che si ottiene è far finta di nulla, ignorando semplicemente il problema.

L’account fu poi ripristinato con le scuse da parte di Youtube. La piattaforma web rispose a Lieberman precisando che l’azienda “incoraggia la libertà di parola e difende il diritto di ognuno di esprimere i propri punti di vista. Riteniamo che YouTube sia una piattaforma più ricca e più rilevante per gli utenti, proprio perché ospita una vasta gamma di punti di vista, e piuttosto che soffocare il dibattito, permettiamo ai nostri utenti di visualizzare tutti i contenuti accettabili e valutarli da sé. Naturalmente, gli utenti sono sempre liberi di esprimere il loro disaccordo su un particolare video, lasciando commenti o video in risposta”.

Lasciando tali video online, inoltre, è possibile innescare una discussione pubblica che potrebbe portare alla confutazione della propaganda, anche con argomenti satirici o parodistici. La cancellazione, invece, mostra che le democrazie occidentali hanno paura delle argomentazioni dei terroristi e potrebbe avere l'effetto di legittimare i terroristi.

In tale prospettiva è sintomatica la discussione realizzatasi a seguito della pubblicazione su Twitter di un post propagandistico a favore dell’ISIS, una vera e propria chiamata alle armi. Ebbene quel post ha ottenuto moltissime risposte che sono riuscite a ridicolizzare il messaggio propagandistico. Molto meglio che oscurare il contenuto.

La sottrazione di elementi di indagine

Questo approccio, mutuato dalla regolamentazione delle violazioni del copyright (ovviamente suggerito dall'industria del copyright e che ormai è divenuto uno strumento per affrontare qualsiasi problema online), non è necessariamente quello preferibile. La rimozione di contenuti che, invece, potrebbero essere utili ad indagini, può essere decisamente controproducente. In molti casi le autorità di polizia hanno ottenuto dei risultati proprio grazie ai contenuti presenti online. Ed è pacifico che la rimozione di un contenuto online non ha l'effetto di reprimere un’attività terroristica in atto. Non è che il terrorista si scoraggia!

Anche il direttore dell'FBI ha sostanzialmente detto che le informazioni fornite online, anche involontariamente, dai terroristi sono spesso utili per reprimere gravi reati. La rimozione di tali contenuti porterebbe soltanto a trasferire la comunicazione dei terroristi su piattaforme meno accessibili alle autorità, rendendo più difficoltose le indagini. Il blocco di un sito o di un contenuto terroristico è solo momentaneo, dicono gli esperti. Per fermare davvero un’attività terroristica occorre fermare le persone, non certo i siti.

All'interno della proposta di direttiva per il contrasto al terrorismo (nell'ultima bozza si propongono specifiche misure di web blocking in contrasto con la direttiva e-commerce), Internet è rappresentato in maniera negativa per la società, senza alcun riferimento al ruolo del web quale strumento per l’esercizio e la tutela dei diritti fondamentali degli individui (per maggiori informazioni si veda il rapporto di EDRi alla proposta di direttiva).

La nuova moda di favorire accordi sottobanco tra aziende, alle quali si delega la rimozione di contenuti “fastidiosi” online, casomai da sbandierare in campagna elettorale, è l’opposto di quanto prevede una democrazia. Sarebbe il colmo se per contrastare i terroristi le democrazie europee si incamminassero sulla stessa strada dei regimi autoritari, dove la libertà di espressione è sotto stretto controllo.

I am convinced that the only effective way to tackle terrorism is firmly rooted in the respect of fundamental and human rights. You need to have the widest and fullest possible support across the community for your efforts if they are going to work. The best way of securing that support is to show that your efforts are firmly rooted in the respect of people’s rights. That’s what we’re trying to defend.

Sir Julian King (Commissario alla sicurezza dell’Unione europea, 14/11/2016)

Foto anteprima via Techbakbak

Segnala un errore
LINEE GUIDA AI COMMENTI

L’odio in politica e la sfiducia nei media fanno più paura delle fake news

[Tempo di lettura stimato: 17 minuti]

"Cosa ci avete dato?", chiedeva la folla che si era radunata attorno a quella che oggi conosciamo come Convention Hall agli autori della Costituzione. "Una Repubblica, se saprete mantenerla", rispose Benjamin Franklin (Filadelfia 1787)

Le fake news in senso stretto sono informazioni (non chiamiamole notizie) false prodotte e diffuse con l'intento malevolo di ingannare per motivi economici (fare soldi con il traffico generato dai clic) o politico-propagandistici (soprattutto per danneggiare una contro-parte).

Per una visione complessiva della questione fake news consiglio la lettura di questo approfondimento di Philip Di Salvo.

La discussione in merito è esplosa subito dopo la vittoria di Donald Trump alle ultime elezioni presidenziali degli Stati Uniti. "Se Trump ha vinto è colpa delle fake news e di Facebook", questa è stata una delle prime reazioni da parte di molti giornalisti ed esperti dei media (narrazione che poi ha preso piede arrivando anche qui da noi, con un tentativo maldestro e per fortuna non riuscito di addossare alle fake news la responsabilità della sconfitta del Sì al referendum).

Ma se le fake news hanno fatto vincere il populismo di Trump non si capisce come mai Hillary Clinton abbia ottenuto quasi 3 milioni in più del candidato repubblicano sul voto popolare. Sul tema e perché questa versione non mi ha mai convinta ne ho scritto qui.

Dunque, al centro della discussione c'è una non dimostrata (almeno finora) connessione tra fake news e pericolosi populismi, in base alla quale le false informazioni alimenterebbero i movimenti populisti, indebolendo le nostre democrazie. Tutto questo fa sostenere che stiamo vivendo nell'era della "post-verità", in cui gli appelli all'emotività e le convinzioni personali sono più influenti dei fatti obiettivi nell'orientare l'opinione pubblica.

Ma mi chiedo:

1) Prima (e quando esattamente?) eravamo nell'era della Verità e non ce ne siamo mai accorti?
2) Oggi i fatti non contano, mentre prima sì?

Vorrei ricordare che Nixon fu rieletto Presidente degli Stati Uniti in pieno scandalo Watergate, oppure l'intero capitolo dedicato alla propaganda su Iraq e armi di distruzione di massa nel libro Comunicazione e Potere di Manuel Castells, dove il noto sociologo spiega come l'appoggio alla guerra sia stato pesantemente determinato dalla disinformazione e che nonostante fosse emersa la verità – i legami fra Saddam Hussein e Al Qaeda erano inesistenti, le armi di distruzione di massa non c'erano – nel 2007, al minimo storico dell'appoggio alla guerra, il 36% di americani era ancora convinto che l'intervento fosse una decisione giusta*.

La politica da sempre usa propaganda e bugie per ottenere consenso e orientare l'opinione pubblica.

Se la questione è che le fake news inquinano il discorso pubblico e quindi vanno fermate, con interventi legislativi o costringendo i social (soprattutto Facebook) a fare qualcosa, gioco-forza dobbiamo ampliare la discussione: 1) Chi ha oggi l'autorevolezza di intestarsi questa battaglia? 2) Se le fake news inquinano e i cittadini disarmati vanno protetti a ogni costo (davvero dovremmo credere alla versione "cari cittadini lo facciamo per voi?"), cosa fanno propaganda politica, disinformazione, cattivo giornalismo e false notizie diffuse anche da testate "autorevoli"?
Quanto ci siamo fidati del New York Times su Saddam Hussein e le armi distruzioni di massa? Ricordo che sulla base di questa bugia propagandistica è stata scatenata la guerra in Iraq sotto l'amministrazione di George W. Bush che ha fatto migliaia di morti tra soldati e civili (uno studio pubblicato sulla rivista Plos Medicine parla di circa mezzo milione di vittime) .

Quindi, cosa dovrebbe preoccuparci di più o quanto meno allo stesso modo? E infine cosa fare?

Non solo fake news

Le fake news esistono da sempre e da sempre hanno accompagnato le real news. Con il web e con i social è sicuramente cambiata la portata e la capacità di diffusione. Ma va detto, al tempo stesso, che sono aumentate le fonti e gli strumenti capaci di smontare un'informazione falsa, anche in tempo reale.

Claire Wardle di FirstDraft Media ha identificato 6 tipi di disinformazione circolate durante le ultime elezioni USA. Una sorta di vademecum, di grammatica delle fake news utile per sviluppare, come cittadini-utenti (netizen), più competenze e strumenti in modo da saperci muovere in un ambiente informativo sempre più ricco e più complesso. Tutta questa informazione se non gestita con saggezza, infatti, può anche farci molto male (un po' come l'alimentazione, serve una dieta sana per creare un equilibro psico-fisico).

Come Valigia Blu abbiamo pubblicato diversi post proprio con l'intento di dare alle persone gli strumenti per gestire in modo consapevole il flusso di informazione che riceviamo 24 ore su 24:
Manuale di sopravvivenza alle breaking news
Il lato oscuro dei media disposti a tutto per un click
Cosa possiamo fare per migliorare l'ambiente digitale in cui viviamo
Ecologia dell'informazione, bufale, etica della correzione
Perché dobbiamo insegnare ai bambini come stare online

A inquinare il discorso pubblico e a doverci preoccupare, dunque, non è solo il sistema delle fake news, ma tutto ciò che in buona o cattiva fede può ingannare i lettori, proprio perché ha un forte impatto su come si forma la nostra visione della realtà e del mondo. Penso, ad esempio, agli innumerevoli casi di disinformazione, propaganda e pubblicità occulta veicolati attraverso i media in tutti questi anni raccontati dal giornalista investigativo Nick Davies nel libro Flat Earth News - An award-winning reporter exposes falsehood, distortion and propaganda in the global media.

Dunque, se ci mobilitiamo contro le fake news, sarà indispensabile - volendo essere credibili e onesti - andare fino in fondo e allargare la discussione pubblica a tutto ciò che in qualche modo ha come risultato quello di disinformare i cittadini. I media e la politica, pertanto, sono parte del problema e gli stessi giornalisti (e chi si occupa di informazione) dovrebbero farsene carico.

Media mainstream: è questione di fiducia

"La mancanza di fiducia nei media ha contribuito al successo del fenomeno delle fake news", ha dichiarato il CEO di Edelman, Richard Edelman domenica 15 gennaio durante il meeting World Economic Forum che si tiene ogni anno a Davos.
È questo uno dei problemi che mi sta più a cuore: la fiducia nei media.

Un calo costante e una situazione allarmante che partono da lontano. Ed è qui uno dei punti cruciali della questione fake news: chi ha l'autorevolezza oggi per intestarsi questa battaglia? La disinformazione, la propaganda, le false notizie passano infatti anche per TV, radio, giornali, canali web delle testate.

Faccio due esempi di questi giorni: uno riguarda la notizia data dal Washington Post sui russi che avrebbero hackerato una società elettrica, l'altro riguarda il Guardian che ha ripreso distorcendola una intervista a Julian Assange di Stefania Maurizi per La Repubblica.

Nel primo caso la notizia è risultata falsa, bastava semplicemente prima di pubblicare sentire la stessa società elettrica per capire che non si trattava di un attacco hacker da parte dei russi, ma di un computer di un dipendente nemmeno collegato alla rete aziendale dove era stato trovato un "comune" virus malware in vendita online, che può infettare un computer anche solo visitando siti dannosi.
La notizia nella sua versione falsa è stata condivisa tantissimo sui social e ha avuto una copertura mediatica imponente. La versione corretta, dopo che sul web sono cominciati a emergere dubbi e critiche, non ha avuto invece la necessaria e dovuta visibilità nemmeno all'interno dello stesso articolo. Il danno era stato fatto e chi ha creduto alla prima versione difficilmente avrà visto anche la seconda versione corretta (Qui Forbes ricostruisce tutta la vicenda dal punto di vista giornalistico). Nell'ansia di pubblicare per primi è mancato il processo di verifica.

Il Guardian, invece, in un articolo a firma Ben Jacobs, ha ripreso un'intervista di Stefania Maurizi a Julian Assange, distorcendone completamente il significato: Assange avrebbe lodato Trump e affermato che la Russia è un paese libero. Dopo diverse proteste e critiche su Twitter da parte di Maurizi e non solo (vedi Glenn Greenwald su Intercept, qui anche una traduzione in italiano), il contenuto viene corretto con una piccola nota in fondo all'articolo. Anche in questo caso l'informazione non corretta si è diffusa in modo virale.

Alla fine dell'articolo ora si legge:

This article was amended on 29 December 2016 to remove a sentence in which it was asserted that Assange “has long had a close relationship with the Putin regime”. A sentence was also amended which paraphrased the interview, suggesting Assange said “there was no need for Wikileaks to undertake a whistleblowing role in Russia because of the open and competitive debate he claimed exists there”. It has been amended to more directly describe the question Assange was responding to when he spoke of Russia’s “many vibrant publications”.

Riporto questi due esempi per sottolineare che la natura degli "errori" può essere molteplice (non solo dovuta alla fallibilità in quanto esseri umani) e quanto potente può essere un'informazione sbagliata (o data in maniera distorta) e quanto danno può fare il cattivo giornalismo, finendo per indebolire sempre più la fiducia nei media.

Una questione cruciale è poi la gestione degli errori: è qui che oggi si fa la differenza nella relazione con le persone.

È accettabile che un canale del servizio pubblico come RaiNews pubblichi una notizia falsa (si trattava di un articolo satirico su Huffington Post confuso per un articolo serio) e nonostante i ripetuti tentativi di segnalazione per una correzione continui a mantenerla sul sito?

Per questo, prima ancora della battaglia contro le fake news, a mio avviso, viene l'impegno contro il cattivo giornalismo e l'appello a ricostruire (se ci sono ancora margini e per me, anche se sempre più flebili, ci sono) quel legame di fiducia con i cittadini.

Come ha scritto Charlie Beckett, LSE media professor:

Il 2017 sarà l'anno in cui i giornalisti dovranno imparare l'umiltà e il coraggio. Non sappiamo abbastanza e non abbiamo più sotto controllo l'attenzione del pubblico. Ma abbiamo bisogno di buon giornalismo ora più che mai in un mondo complesso e instabile dove l'informazione è spesso un'arma e la confusione  è ora una strategia politica.

Cosa stanno facendo Facebook e Google

Nel dibattito sulle fake news si è posta molto l'attenzione sulle responsabilità di Facebook nella loro diffusione (disclaimer: Facebook e Google sono sponsor del Festival Internazionale del Giornalismo che organizzo ogni anno a Perugia). Ma dovremmo essere molto attenti a quello che chiediamo: chiedere a una piattaforma di intermediazione di controllare i contenuti e farsi "giudice" di ciò che è vero e ciò che falso è una strada pericolosa, già le policy attuali a mio avviso sono molto controverse.

Inoltre, anche se è vero poi che gran parte della nostra vita digitale passa su Facebook, Internet non è Facebook (per fortuna). Quindi anche solo concentrarsi su questo social è a mio avviso una miopia.

In ogni caso, il social network di Mark Zuckerberg, sotto pressione per il dibattito in corso, ha deciso di attivarsi e così in collaborazione con testate e siti di fact-checking ha avviato, per testarla negli USA e a breve anche in Germania in vista delle elezioni, la possibilità per gli utenti di segnalare contenuti attraverso la voce "falsa notizia". In base alle segnalazioni, un articolo viene sottoposto a verifica da parte di terzi e il contenuto sarà contrassegnato da una scritta "disputed" ("messo in discussione"). Così nel caso in cui scegliessi di condividere quel contenuto, saprò che "è in discussione" e troverò anche un link per approfondire e capire perché e come procede la verifica.
Mi sembra una buona soluzione per permettere alle persone di capire, approfondire, dare strumenti ed evitare di farsi censori rimuovendo o meno contenuti, in base a criteri discrezionali. Se funzionerà o meno non lo so. Slate sostiene che, per come funzionano il nostro cervello e la nostra memoria, difficilmente etichettare le news avrà effetti e propone di incentivare le persone a smettere di usare o considerare il social network come fonte di notizie credibili.

Facebook ha anche lanciato The Facebook Journalism Project che, tra le altre iniziative, prevede un impegno per l'alfabetizzazione alla news per aiutare i cittadini a sviluppare strumenti e competenze.

Google ha invece deciso di dare maggiore visibilità nella sezione Google News alle notizie verificate sottoposte a fact-checking. Anche qui come questo funzionerà, che impatto avrà e se funzionerà non lo sappiamo.

Un'ulteriore azione contro le fake news è quella di disincentivare il loro business sottraendo pubblicità, come annunciato da Facebook e Google. Vedremo con quali effetti. Se non lo faranno loro mi pare tacito che ci sarà qualcun altro disposto a pagare quel traffico.
Bisogna specificare però che diverse testate, incluso il New York Times per esempio, ospitano sui loro siti i contenuti sponsorizzati di servizi come Outbrain e Taboola che tutto sono tranne che giornalismo, "impacchettati" in modo furbo per attirare l'attenzione dei lettori all'unico scopo di veicolare pubblicità sotto forma di articolo giornalistico. Volendo andare fino in fondo bisognerebbe rinunciare a questi servizi che significa certo fare a meno di molti, molti soldi. Slate e The New Yorker, per esempio, hanno deciso di rinunciare a questi accordi.

sponsored_content

Stiamo parlando di un business model fallimentare -  scrive Sean Blanda -  che sta sgretolando giorno dopo giorno la fiducia rimasta nei media. Da un lato, giornali come il New York Times o il Washington Post producono reportage di qualità la cui missione è informare i cittadini, ma con l’altra mano stanno vendendo i propri lettori al miglior offerente attraverso dubbi annunci di pubblicità programmatica con il solo obiettivo di fare soldi. Poco importa se la pubblicità che appare al centro dei loro reportage è la notizia falsa dell’arresto di un personaggio famoso, una pubblicità che ci promette un metodo infallibile per perdere 30 kg in una settimana o il link a un sito che vende medicamenti online. L’obiettivo è fare soldi. Pochi, maledetti e subito. Ed ecco perché andrebbe ripensato totalmente il modello di business attuale, la pubblicità programmatica, il native advertising.

Qualsiasi soluzione è complicata e non mi illudo che questo possa succedere nei prossimi anni, semmai succederà . Ma il primo passo è ammettere che abbiamo un problema. Non solamente una sola “parte” o un sola azienda Ma tutti i giocatori in campo: media, lettori, inserzionisti, social media devono ammettere ciò che tutti sappiamo già nel profondo: nessuno è felice con questo sistema ed è arrivato il momento di provare qualcosa di nuovo.

Cosa può fare il giornalismo

In questo scenario cosa può fare il giornalismo? Dovremmo concentrare di più le nostre energie su come combattere il cattivo modo di fare informazione e migliorare la nostra relazione con i lettori, e meno sulle fake news. Questo l'invito della Columbia Journalism Review:

Le fake news e il cattivo giornalismo minacciano entrambi l'accuratezza dell'informazione che raggiunge il pubblico, ma i giornalisti hanno il potere reale di influenzare solo uno dei due.

Parliamo del fact-checking. Su questo punto, è necessario specificare che nessuno ha mai potuto pensare che la soluzione alle fake news sia il fact-checking. D'altra parte il controllo dei fatti è giornalismo e il suo obiettivo non è modificare l'idea delle persone, ma offrire informazione quanto più possibile accurata e affidabile. Di sicuro il fact-checking non ci salverà, ma altrettanto sicuro è che non possiamo rinunciare al giornalismo: non è compito dei giornalisti far vincere questo o quel candidato (quindi, per esempio, dire che non serve perché Trump ha vinto nonostante una imponente attività di fact-checking non regge), ma dare strumenti alle persone per informarsi e prendere decisioni. Come sottolinea Bill Adair in questa intervista: «Se la corruzione continua a esistere, non vuol dire che smettiamo di combatterla. Così se il politico continua a dire bugie non è che smettiamo di verificare quello che dice».

Racconta al Washington Post la capo-redattrice di Snopes, noto sito di fact-checking (qui tradotto su Il Post):

Noi non pensiamo che il nostro lavoro influenzerà le persone legate a un sistema di convinzioni che esclude tutti i fatti. Snopes, però, può essere il posto in cui le persone iniziano a fare ricerche per conto loro. Possiamo essere un punto di riferimento per chi è interessato ad andare in profondità sui fatti, oltre i titoli dei giornali che spesso diffondono terrore. Non facciamo finta di avere la risposta definitiva su tutto, né vogliamo farlo. Ma ci piacerebbe essere un punto di partenza. Nei casi in cui la ricerca del clic e della viralità hanno la meglio sui fatti, pensiamo che la conoscenza sia il miglior antidoto contro la paura.

Quando parliamo di fake news dovremmo considerare soprattutto il potere, la forza che esercitano e i meccanismi profondi che spingono le persone ad aderire e condividere queste "informazioni" (magari pur sapendo che sono totalmente false) soprattutto perché confermano una loro visione precedentemente acquisita.

In questo bellissimo articolo, la giornalista scientifica Brooke Borel ripercorre anche la storia delle fake news nate non per ingannare ma per intrattenere il pubblico. Agli inizi del 1800 i penny presses, che si dichiaravano indipendenti dalla politica, pubblicavano real news accanto a cavolate come la Grande Bufala della Luna, in cui si sosteneva che un astronomo avesse scoperto bestie fantastiche che vivevano sulla Luna.

Al giorno d'oggi, dice Borel, nel panorama "fratturato" dei media, abbiamo tre attori in gioco: i media, le piattaforme tecnologiche e i lettori. I primi continuano a tentare di smontare le bufale. Non funzionerà, soprattutto per i lettori che considerano tutto ciò che arriva dai media "tradizionali" fake news o di parte. Una ricerca suggerisce che più è polarizzante un argomento più le persone che si identificano con una parte rafforzeranno la loro posizione davanti ai fatti che mettono in discussione o contrastano quella posizione.

I giornalisti dunque dovrebbero concentrarsi di più sul produrre un buon giornalismo, riconquistando la fiducia dei lettori. Infatti, i profitti basati sul click, sul traffico, ci hanno spinto verso un mare di titoli imprecisi e sensazionalistici: si diffondono storie senza prima verificarle, si copiano e incollano in modo seriale tutti le stesse vicende. Nell'articolo, si fa l'esempio della notizia di un Babbo Natale che fa visita a un bambino in punto di morte. Storia poi risultata falsa e ritrattata dal giornale che inizialmente l'aveva pubblicata, ma non prima che fosse diffusa da CNN, Fox, USA Today e molti altri.

Come riconquistare attenzione e fiducia? Dice Emily Thompson, una politologa di Boston, che i giornali trattando di politica dovrebbero approfondire le problematiche che interessano i cittadini e non occuparsi costantemente delle schermaglie fra partiti. Davanti alle sfide dei fatti, le persone potrebbero cambiare anche idea, opinione, soprattutto se percepiscono che la copertura giornalistica non è di parte.

Josh Stearns ha indicato una serie di suggerimenti per provare a ricostruire la fiducia nei media, una sorta di cassetta degli attrezzi per il giornalismo: coinvolgimento del pubblico, trasparenza, inclusività ed equità, ascolto, giornalismo che proponga soluzioni, alfabetizzazione ai media. Su quest'ultimo punto Le Monde sta sviluppando una piattaforma che, anche con l'automazione, possa aiutare le persone a verificare le notizie e sta cercando accordi con il Ministero dell'Istruzione, scuole e università, per avviare una serie di iniziative formative rivolte alle giovani generazioni.

Per quanto riguarda le compagnie tecnologiche, le iniziative in cantiere (fact-checking e il blocco dei guadagni dalle fake news) possono essere qualcosa, ma non sono ancora sufficienti. Facebook e Google continuano a far vedere alle persone quello che vogliono attraverso algoritmi proprietari. «Può funzionare per l'intrattenimento, ma non per le news – dice Claire Wardle di FirstDraft –, d'altra parte questi social non sono nati e non sono stati disegnati con lo scopo di informare».

Su questo aspetto, Giovanni Boccia Artieri, professore di Sociologia dei media digitali dell'Università di Urbino, suggerisce:

Una risposta tecnologica potrebbe passare dallo sviluppo di “context engine” che contrastano la frammentazione delle informazioni offrendo la possibilità di trovare diversi approfondimenti connessi a una news, mettendola in prospettiva e offrendo un quadro di interpretazione più completo. I motori di ricerca contestuali non rappresentano solo una soluzione tecnica ma un cambiamento culturale del modo che come utenti abbiamo di pensare all’informazione - almeno online - e che, al contrario dei motori di ricerca e dei social a cui siamo abituati o alla logica degli algoritmi ci portano ad immaginare una realtà della news più complessa.

Facendo un esempio quando cerco news sulle "rivolte ai centri di accoglienza" la news mi viene data, usando questa diversa tecnologia, contestualmente ad altre collegate che consentano l'approfondimento, ad esempio che le rivolte sono precedute dalla morte di una donna in uno dei centri. Il senso di questi motori è: il valore non è nella singola news ma nel contesto di altre news e informazioni in cui si colloca. Il Deep Dive del New York Times lavora in questo senso (usando ovviamente solo l'archivio loro), sfruttando tag, metadati, dimensione temporale ... Oggi siamo invece abituati a cercare un'informazione (o ad incontrarla) e quel pezzetto diventa tutta la Verità.

Infine, ci sono i lettori, cioè quelli che consumano tutte queste notizie. Sono loro che le alimentano e le diffondono con i propri click. Scrive Borel che i social media hanno trasformato ognuno di noi in una sorta di editore:

Ogni volta che metti mi piace a un post su Facebook, le tue connessioni diventano nuova audience. E ha un implicito segno di approvazione. Dobbiamo pensare prima di cliccare. Chi ci sta dando questa notizia? Hanno incentivi per mentire? E se vediamo che le nostre connessioni contribuiscono a diffondere  bugie, come possiamo affrontarle?

Clicca come se ogni tuo click fosse una scelta importante e ragionata, consapevole che potrebbe avere delle conseguenze significative.

Ma non solo, noi lettori dovremmo anche cercare di attingere a più fonti su uno stesso argomento per avere un quadro più completo del contesto e riuscire a separare fatti da opinioni e, soprattutto, dovremmo avere il coraggio di confrontarci con idee diverse, sfidando le nostre stesse convinzioni.

La polarizzazione in politica soffia sul fuoco delle fake news

La faziosità e la polarizzazione politica incidono moltissimo sulla nostra visione del mondo e sul nostro modo di ricevere e condividere informazioni. Dovremmo occuparci e preoccuparci di come un dibattito pubblico violento e aggressivo possa dividere le persone in tribù dove chi ha idee diverse è percepito come un nemico e non come un avversario con cui sfidarsi sul piano delle idee.

In questo articolo del New York Times si parla di una ricerca che ha studiato il fenomeno della "partisanship", cioè dell'essere di parte, faziosi. I pregiudizi di parte funzionano più come il razzismo che come un semplice disaccordo politico. E questo – dice lo studio – è un grave pericolo per la democrazia.

Tutto ciò in qualche modo ha a che fare anche con il fenomeno delle fake news e le sue ripercussioni vanno ben oltre le storie condivise sui social. La polarizzazione politica si è approfondita in un modo tale nel corso degli ultimi trent'anni da diventare un tratto fondamentale della nostra identità.

A partire dagli anni '80 gli americani hanno cominciato a registrare opinioni sempre più negative nei confronti della loro controparte a prescindere dai temi. La ragione non è molto chiara. «Sospetto che parte di questa tendenza sia dovuta alla crescita costante delle news 24 ore su 24 – dice Sean Westwood, professore di Quantitative Social Science presso il Dartmouth College – e anche al cambiamento che ci porta a vivere, purtroppo, in un clima permanente di campagna elettorale»:

Oggi, i partiti politici non sono più solo le persone che dovrebbero governare nel modo in cui noi vogliamo. Sono una squadra da sostenere, e una tribù di cui sentirsi parte. E la visione politica dei cittadini è sempre più a somma zero: si tratta di aiutare la loro squadra a vincere, e fare in modo che l'altra squadra perda.

Questa forma di "tribalismo" spinge le persone a cercare e a credere a notizie che confermano i loro pre-esistenti pregiudizi, al di là se siano vere o meno. E questo è assolutamente trasversale. Non è una esclusiva di una sola parte politica.

Condividere quelle storie sui social è un modo per mostrare il nostro sostegno alla nostra squadra, l'equivalente di dipingere sulla propria faccia i colori della propria squadra durante una partita.

Questa dinamica alimenta il successo delle fake news, ma la cosa più preoccupante è che incoraggia anche l'estremismo tra gli stessi politici che tendono a infiammare la loro base, minando così la fiducia nelle istituzioni. La base in questo modo considera sempre più la contro-parte come un nemico da abbattere, fatta da persone pericolose. È un circolo vizioso che alimenta la partigianeria e la faziosità, spingendo sempre più verso l'estremismo in politica. Il risultato è che i compromessi e la collaborazione con i partiti avversari sono visti come un segno di debolezza. «Questo ovviamente rende il processo decisionale e l'accertamento dei fatti più complicati», sottolinea Shanto Iyengar, docente di comunicazione politica all'università di Stanford.

In conclusione

L'alta frammentazione sociale e la polarizzazione di gruppo possono costituire un pericolo per la democrazia: le istituzioni pubbliche e private dovrebbero contribuire a creare un clima culturale che, anche attraverso la tecnologia, possa spingere all'incontro e al confronto persone con punti di vista differenti.

Lo scopo centrale della democrazia, scrive Cass Sunstein nel libro Republic.com, è garantire il più possibile l'integrazione sociale in modo da ampliare la comprensione reciproca e arricchire le vite umane. Da qui l'importanza dei fori pubblici e della promozione di esperienze condivise.

Ognuno di noi dovrebbe partire da questa consapevolezza: come funziona il mio processo di conoscenza, come le mie barriere mentali influiscono sulle mie modalità informative, cerco solo o principalmente informazioni "confortevoli", che rafforzano il mio punto di vista? E da qui sfidare noi stessi, esponendoci a idee e argomenti diversi, che mettono in discussione le nostre posizioni.

Parafrasando l'episodio citato all'inizio del post quando la folla chiede a Franklin cosa ci avete dato e lui risponde "una Repubblica, se saprete mantenerla", con Internet ci è stato dato un enorme potere in termini di conoscenza, di partecipazione e di condivisione. Tutto però dipende dal nostro impegno nel mantenere e accrescere questa ricchezza e questo potere.

Abbiamo bisogno di una politica che sappia incentivare un clima culturale di esperienze condivise. Non di interventi che pensano di legiferare sulla verità e che, nell'ipocrita missione di voler proteggere i cittadini, possano controllare i contenuti, decidendo cosa è vero e cosa è falso. Le fake news, ma anche la disinformazione in generale, come detto, non sono un fenomeno nuovo. Dove c'è libertà di espressione ci sono le bugie. Quello di cui abbiamo bisogno è educazione, non controllo e regolamentazione dei contenuti.

Dobbiamo spingere sempre più le persone ad assumere un atteggiamento critico verso l'informazione che ricevono e a sviluppare strumenti per districarsi in un sistema informativo sempre più complesso.

Abbiamo un servizio pubblico come la Rai che da questo punto di vista potrebbe svolgere una funzione importante, decisiva. Perché non impegnarsi in questo senso liberando il servizio pubblico dal cappio soffocante dell'occupazione partitica e sostenendo una visione della Rai realmente al servizio dei cittadini? Qui una proposta di Tedeschini-Lalli che meriterebbe di essere discussa politicamente, se davvero si avesse a cuore il benessere informativo dei cittadini.

Le proposte del Ministro della giustizia, Andrea Orlando, e quelle del capo dell'Antitrust, Giovanni Pitruzzella, andrebbero respinte da giornalisti, editori e cittadini. A parte poche voci critiche, ho sentito invece un assordante silenzio (e purtroppo pure qualche applauso).

Lo Stato dovrebbe contribuire alla formazione dei propri cittadini, stimolando conoscenza e consapevolezza della loro condotta digitale e non legiferando sulla verità, come scrive in modo molto efficace Carlo Blengino sul Post:

Il dibattito sulle fake news ha un suo valore sociologico e forse antropologico, e nella società dell’informazione saper distinguere tra un fatto e un’opinione e avere la capacità critica di cogliere l’autorevolezza di una fonte qualificata rispetto al chiacchiericcio, alla propaganda o alla rassicurante disinformazione sono fondamentali.

Sentire però politici, ministri e presidenti d’Authority che pensano di tutelare la verità espungendo la menzogna dai media (o solo da internet?) grazie a formule giuridiche, provvedimenti di legge, o peggio deleghe alle piattaforme della Silicon Valley mi pare inaccettabile e sconcertante.

Nel dibattito sulla disinformazione non si cerchino soluzioni in diritto, ché non si legifera sulla verità.

Dovremmo respingere con tutte le nostre forze i tentativi da parte dei governi di controllare i contenuti, ancor di più se questo controllo coinvolge compagnie private come Facebook. Così come dovremmo respingere gli attacchi ai media quando è il potere a sferrarli.

Non dovremmo rinunciare a pezzetti della nostra libertà e dei nostri diritti in nome di un ambiente asettico dove circolerebbe solo presunta verità, così come non dovremmo cedere pezzi della nostra privacy a favore della sorveglianza in nome della sicurezza.

È il caso che l'individuo contemporaneo, che è il vero protagonista della storia, continui sempre a dispiegare, di fronte alla trasformazione del suo tempo, di fronte alle rivoluzioni più o meno eclatanti, la sua capacità di critica e di riflessione per evitare che si realizzi il proposito coltivato spesso dai detentori del potere, di renderlo un essere superfluo, secondo l'ammonimento sempre attuale, oggi più che mai attuale, di Hanna Arendt" (Mario Sirimarco – Ancora su apocalittici e integrati).

Foto anteprima via FiveThirtyEight, la grande bufala della luna, un esempio storico di fake news.

*Aggiornamento 18 gennaio 2017 ore 22.20: la citazione del libro di Castells è stata ampliata per spiegare meglio il dato riferito alle persone che continuavano a pensare che la guerra fosse una decisione giusta ed è stato rettificato il dato stesso che non è 30% come precedentemente riportato ma 36%.

Segnala un errore
LINEE GUIDA AI COMMENTI

Perché dobbiamo insegnare ai bambini come stare online

[Tempo di lettura stimato: 5 minuti]

I nostri occhi inseguono uno schermo in ogni momento della giornata. I dispositivi ci accompagnano ovunque, al lavoro, a casa, nelle nostre tasche, persino al polso. E l'età di accesso a questi dispositivi, e di conseguenza a Internet, continua ad abbassarsi. Ecco perché le competenze digitali dovrebbero essere una parte essenziale della formazione scolastica sin dai primi anni d'età.

È quello che sostiene la DQ Alliance, una associazione globale che coinvolge famiglie, scuole, università, imprese, organizzazioni non-profit e agenzie governative allo scopo di migliorare l’ambiente digitale per le generazioni future. Il loro progetto, "DQ Project", ha come obiettivo primario la diffusione e l’insegnamento dell’Intelligenza Digitale (DQ), ossia la somma di abilità sociali, emotive, cognitive, essenziali per la vita digitale.

Gli educatori (e i politici) devono superare la visione arcaica delle tecnologie dell’informazione come "strumento". È urgente coltivare la capacità dei bambini di vivere online e offline, in un mondo in cui i media digitali sono onnipresenti. In altre parole, offrire ai giovani studenti le conoscenze e le abilità per essere padroni delle proprie emozioni e del proprio comportamento nell'era digitale.

Queste capacità devono essere accompagnate da un'educazione ai valori umani di integrità, rispetto, empatia e prudenza. Sono questi valori che permettono l'uso sapiente e responsabile della tecnologia. Nella visione del DQ Project, l'educazione digitale è una sorta di educazione civica moderna che tiene conto della più grande rivoluzione che l'umanità ha vissuto negli ultimi decenni: Internet.

Stiamo trascurando la cittadinanza digitale

L'intelligenza digitale può essere suddivisa in tre livelli:

1) Cittadinanza digitale: l’abilità di usare le tecnologie digitali e i media in maniera sicura, responsabile ed efficace.

2) Creatività digitale: l’abilità di diventare parte di un ecosistema digitale, co-creando nuovi contenuti e trasformando idee in realtà usando strumenti digitali.

3) Imprenditoria digitale: l’abilità di usare i media digitali e le tecnologie per risolvere sfide globali o creare nuove opportunità.

Sia la creatività digitale che l'imprenditoria digitale stanno vivendo un momento di protagonismo nel mondo della formazione, dato che sempre più scuole, università e istituti privati puntano su di esse in un'ottica lavorativa. Negli Stati Uniti, soprattutto, l'alfabetizzazione mediatica, la programmazione, e in alcuni casi la robotica, stanno già trovando spazio nei programmi scolastici.

La cittadinanza digitale, però, è spesso trascurata dagli educatori. Questi tendono a pensare che i bambini apprendano certe competenze da soli, o che esse facciano parte dell’educazione che lo studente riceve a casa. I genitori, d’altro canto, tendono a sottovalutare questo tipo di competenze e sono portati a pensare che le “nuove generazioni”, i “nativi digitali”, abbiano una sorta di capacità innata per imparare a usare correttamente i media e i dispositivi digitali. Ma in questo caso non stiamo parlando di sapere muovere le dita sullo schermo di un ipad: interazione altamente intuitiva per qualsiasi neonato (e di cui dovremmo smettere di meravigliarci).

I bambini sono sempre più spesso esposti ai rischi legati alla tecnologia: dipendenza tecnologica, cyberbullismo, o adescamento online. Possono anche assorbire e interiorizzare norme comportamentali negative che pregiudicano la loro capacità di interagire con gli altri. Inoltre, l'esposizione online è amplificata per i bambini vulnerabili, compresi quelli con esigenze speciali, le minoranze e quelli provenienti da famiglie economicamente svantaggiate. Non solamente sono i più frequentemente esposti ai rischi, ma sono anche quelli che si trovano ad affrontare le conseguenze più gravi.

Nei casi in cui esiste una consapevolezza di questi rischi, spesso genitori e insegnanti sono portati a criminalizzare Internet, capro espiatorio astratto di ogni male. Il movente di questa attitudine è la paura. La paura è causata da una genuina ignoranza. Questa situazione è dovuta al gap digitale dell'attuale generazione di educatori e genitori, incapace di offrire la formazione digitale adeguata alle nuove generazioni. Ed è un problema che dobbiamo affrontare.

Per quanto riguarda l'Italia, questo aspetto è messo in luce nel Piano Nazionale Scuola Digitale (PNSD), lanciato un anno fa:

I dati dell’indagine OCSE TALIS 2013 vedono l’Italia al primo posto per necessità di formazione ICT dei propri docenti: almeno il 36% ha infatti dichiarato di non essere sufficientemente preparato per la didattica digitale, a fronte di una media del 17%. L’Italia è inoltre il primo Paese dell’OCSE, con distanza rispetto agli altri, per percentuale di docenti oltre i 50 anni - il 62%, rispetto a una media OCSE del 35% nella scuola secondaria (Fonte: OECD Education at a glance, 2014).

La formazione degli educatori è il primo ostacolo che dovremo affrontare come paese e, come abbiamo visto, partiamo da una posizione svantaggiata. Il Piano Nazionale Scuola Digitale ha come oggetto l'innovazione della scuola italiana. Il documento contiene molti buoni propositi su come la scuola dovrà affrontare le sfide della modernizzazione digitale e ripensare la didattica, gli ambienti di apprendimento, le competenze degli studenti, la formazione dei docenti. "L’educazione nell’era digitale non deve porre al centro la tecnologia, ma i nuovi modelli di interazione didattica che la utilizzano", si legge nel rapporto. È però ancora troppo presto per tirare le somme o capire come questi propositi si concretizzeranno nella formazione degli studenti della scuola primaria.

Quali abilità digitali dovrebbero imparare i bambini

Un bambino dovrebbe iniziare a studiare cittadinanza digitale il prima possibile, idealmente prima di iniziare a usare videogiochi, social media o qualsiasi dispositivo tecnologico.

Seguendo un approccio pedagogico, il DQ Project individua otto abilità che dovremmo insegnare ai giovani(ssimi) studenti:

Identità digitale: l’abilità di costruire e gestire una salutare identità online e offline con integrità. Il bambino deve essere consapevole della propria personalità digitale e dell'impatto a breve e lungo termine della sua presenza online.

Gestione dello “screen time”: l’abilità di gestire in maniera autonoma l’esposizione allo schermo (e quindi a Internet), il multitasking e l’interazione durante l'uso di videogiochi online e social media. Il bambino deve essere in grado di utilizzare i dispositivi digitali e i media con maestria e controllo, allo scopo di raggiungere un sano equilibrio nella vita, sia online che offline.

Cyberbullismo e prudenza online: l’abilità di riconoscere situazioni di cyberbullismo e di districarsi in esse in maniera intelligente e responsabile. Il bambino deve essere in grado di rilevare i rischi online e i contenuti problematici (ad esempio, la violenza e l'oscenità), e sapere quali misure adottare per limitarli.

Sicurezza informatica: l’abilità di proteggere i propri dati creando password forti e di gestire diversi tipi di attacchi informatici. Il bambino deve essere in grado di rilevare le minacce informatiche (ad esempio hacking, truffe, malware), e di adottare le corrette pratiche per la protezione dei dati personali.

Empatia digitale e intelligenza emozionale: l’abilità di mostrare empatia verso i bisogni e i sentimenti altrui online. Il bambino deve avere la capacità di costruire buone relazioni con gli altri attraverso i media digitali.

Pensiero critico e alfabetizzazione digitale: l’abilità di distinguere online tra l’informazione vera e quella falsa, i contenuti buoni e quelli nocivi, i contatti affidabili e quelli discutibili. Il bambino deve essere in grado di trovare, valutare criticamente, utilizzare, condividere e creare contenuti digitali, e incluso avere una conoscenza basica di programmazione.

Comunicazione digitale: l’abilità di comprendere la natura delle relazioni online e la corretta interazione con le persone dall'altra parte dello schermo. Il bambino deve essere in grado di comunicare e collaborare con altre persone usando i media digitali, e di impegnarsi in un dibattito in modo costruttivo.

Diritti digitali e privacy: l’abilità di amministrare con discrezione le informazioni personali condivise online, per proteggere la propria privacy e quella degli altri. Il bambino deve conoscere e comprendere i diritti personali e legali, come il diritto alla privacy, il diritto di proprietà intellettuale, la libertà di parola e la protezione da discorsi di odio.

Cosa può fare lo Stato, cosa possiamo fare noi

Come mette in guardia il World Economic Forum: senza un programma di educazione digitale nazionale efficace, il controllo e l’accesso alle tecnologie non saranno distribuiti in maniera uniforme, amplificando le disuguaglianze che ostacolano la mobilità socio-economica. La responsabilità politica è quella di costruire le fondamenta per una corretta formazione digitale a partire dalla scuola primaria.

I bambini stanno già vivendo immersi in un mondo che spesso neanche gli adulti comprendono. La soluzione non è tecnologica, ma pedagogica. Spetta a noi far sì che siano dotati delle competenze e del supporto necessario per sfruttare questi strumenti in maniera responsabile e proficua.

(Foto via Getty Images)

Segnala un errore
LINEE GUIDA AI COMMENTI

Dal sommerso ai robot: lo stato di salute del lavoro e le sfide che ci aspettano

[Tempo di lettura stimato: 6 minuti]

di Francesco Seghezzi

Nelle ultime settimane il dibattito politico sul lavoro è stato calamitato dal tema dei voucher, al punto che, immaginando uno straniero che legge per la prima volta le notizie del nostro Paese, potrebbe facilmente pensare che la maggioranza della popolazione italiana venga oggi retribuita mediante buoni lavoro.

Ma, volendo provare a tracciare alcune delle tematiche che il mondo del lavoro dovrà affrontare nel 2017, la prima affermazione da fare è che quello dei voucher è un piccolo problema, piccolissimo, come ci ha ricordato qualche giorno fa la prima nota congiunta sui dati del lavoro prodotta da Istat, Inps, Ministero del lavoro e Inail: i voucher corrispondono allo 0,23% del costo del lavoro complessivo italiano.

Questo non significa che non vi siano casi di abuso e non vi siano settori che colpevolmente utilizzano questo strumento per ridurre il costo del lavoro e le tutele dei lavoratori, ma di certo non siamo di fronte al problema principale del problematicissimo mercato del lavoro italiano.

Una repubblica fondata sull'inattività?

Ciò detto è bene sottolineare che questa premessa non vuole essere una sottolineatura positiva, significa al contrario che i nodi critici da affrontare sono molto maggiori.

Partiamo da un quadro d'insieme, che dice molto della nostra situazione e che sembra essere ignorato dai più: quante persone lavorano in Italia?

Proprio nei giorni scorsi l'Istat ha pubblicato l'Annuario 2016 che, tra tante statistiche e dati, contiene una chiarissima rappresentazione del nostro Paese che, sebbene aggiornata al 2015, è ancora validissima. Su 60,441 milioni di residenti (ai quali si aggiungono i residenti irregolari) il numero di persone che lavorano è di 22,465 milioni, pari al 37,2%, quindi circa un terzo della popolazione ha un lavoro. I rimanenti si dividono in chi è inattivo per questioni d'età, in quanto minore di 15 anni o over 65, pari a 20,095 milioni (34,6%), un 5% di disoccupati (3,033 milioni) e una enorme schiera di inattivi in età da lavoro pari a ben 14,038 milioni, il 23,2% della popolazione.

Già questi numeri basterebbero a tracciare un quadro desolante e a mostrare con chiarezza lampante quali siano le fette di mercato sulle quali è necessario ed urgente intervenire. Ma se si vuole scendere ancor più nel dettaglio si può mostrare come sui 22,465 milioni di lavoratori 4,1 milioni siano lavoratori part-time. Questo non per accusare i lavoratori part-time che sono, seppur in aumento negli ultimi trimestri, in percentuale ancora inferiori rispetto alle medie europee ma per indicare come i percettori ufficiali di redditi da lavoro pieni sono circa 22 milioni in tutto. Se poi si analizza meglio la fetta degli inattivi si scopre che ben 10,484 milioni (il 17,3% della popolazione) sono persone che non cercano lavoro e non sono disponibili a lavorare.

Partecipazione al mercato del lavoro della popolazione residente. Anno 2015, valori assoluti in migliaia e composizioni percentuali.
Partecipazione al mercato del lavoro della popolazione residente. Anno 2015, valori assoluti in migliaia e composizioni percentuali.

La percentuale di queste persone è di gran lunga la più alta a livello europeo, come ha mostrato una recente statistica dell'Eurostat e questo significa che non è spiegabile solamente giustificandola con studenti degli ultimi anni della scuola secondaria, studenti universitari, disabili e baby pensionati.

Il dato invece tradisce il principale problema del mercato del lavoro italiano, dal quale deriva il basso tasso di occupazione: il lavoro nero. È difficile pensare a un Paese nel quale solo il 37% delle persone percepisca un reddito, vi sarebbe una situazione di insostenibilità economica totale delle famiglie, per questo la spiegazione più plausibile è da ritrovarsi in quei milioni di lavoratori in nero che ancora sono presenti. E sebbene tali lavori concorrano a creare un reddito reale nelle famiglie il costo per lo Stato e per la società, in termini di mancata contribuzione di persone che si trovano poi a beneficiare dei servizi di welfare essenziali, è enorme.

I limiti storici del Jobs Act

La sfida principale, alla luce di questi numeri, non può che essere quella di aumentare il tasso di occupazione, che ci vede al terzultimo posto in Europa e lontanissimi dagli obiettivi di Europa2020. Negli ultimi due anni il numero di occupati è tornato a crescere ma, a partire dal terzo trimestre del 2016, stiamo assistendo a un rallentamento, come confermato dall'ultima diffusione Istat di ieri. L'interpretazione più ragionevole, anche a fronte di un Pil in debole risalita, è che la forza propulsiva del Jobs Act abbia finito il carburante.

Infatti se nel 2015 la decontribuzione fino a 8060 euro per ogni nuovo contratto a tempo indeterminato aveva sicuramente spinto le imprese ad assumere, anche anticipando alcune assunzioni programmate per i mesi successivi, con la riduzione della stessa stiamo assistendo a un numero di contratti a tempo indeterminato attivati pari circa al 40% in meno rispetto al 2015 e più bassi anche del 2014, quando la decontribuzione non era in vigore.

Ma non sono solo questi dati che fanno immaginare un 2017 difficile sul fronte della ripresa occupazionale, è piuttosto il progetto socio-culturale del Jobs Act che deve oggi essere messo in discussione. L'indirizzo di politica economica che sottostava a quella che Renzi ha sempre considerato la madre di tutte le riforme era quello di ricondurre la maggior parte delle nuove assunzioni non solo ai contratti di tipo subordinato, ma a quelli a tempo indeterminato. A tal fine si è intervenuti nell'eliminazione totale o parziale di diverse forme contrattuali (tra cui i co.co.co. e i co.co.pro.) e si è introdotta la decontribuzione.

Con i dati oggi disponibili per il 2016, aggiornati ad ottobre, possiamo vedere come l'effetto della decontribuzione sia stato quello di drogare il mercato del lavoro che, in crisi d'astinenza, non ha trovato il metadone necessario per continuare il trend del 2015. Infatti nei primi dieci mesi dello scorso anno solo una nuova assunzione su cinque è stata effettuata con contratto a tempo indeterminato e il lavoro a termine, insieme ai voucher, è tornato ad essere lo strumento preferito dalle imprese.

Non basta incolpare il mondo dell'impresa per non voler instaurare rapporti "stabili" e duraturi con i dipendenti, rischieremmo di non capire come sta profondamente cambiando, ormai da anni, il mercato del lavoro. Non siamo più di fronte ai cicli di vita dei prodotti lunghi tipici del fordismo, che potevano anche accompagnare l'intera carriera lavorativa, ma di fronte ad elementi di cambiamento, soprattutto dettati dall'innovazione tecnologica e dalla centralità delle preferenze dei consumatori, che non consentono più programmazione e lungo termine.

Prodotti che cambiano spesso, requisiti di competenze ed esperienza mutevoli e in rapida evoluzione, oltre che esigenze di vita differenti da parte di molti lavoratori, oggi non possono essere governati con strumenti del Novecento, come sono i contratti subordinati, soprattutto a tempo indeterminato. Questo non significa che essi debbano scomparire, anzi sono e restano preziosi in un periodo di transizione come quello che stiamo attraversando, ma devono essere accompagnati da nuovi strumenti, e questa è la principale sfida degli anni avvenire, a partire da quello appena iniziato.

Le politiche attive del lavoro

Parallelamente all'intervento sulle forme contrattuali e alla loro liberalizzazione è necessario completare la realizzazione di un vero sistema di politiche attive del lavoro. Infatti, al momento ci si è dedicati unicamente ad una operazione di smontaggio di alcune tutele (tra tutte l'articolo 18) senza pensare ad una rete di salvataggio. Si tratterebbe di implementare quel capitolo del Jobs Act che oggi sembra fermo o in fase di primissima sperimentazione oltre che azzoppato dal risultato del referendum costituzionale che rischia di bloccare il processo di centralizzazione delle competenze in materia di lavoro iniziato con la costituzione dell'Agenzia Nazionale delle Politiche Attive del Lavoro (ANPAL).

Senza un sistema che sia in grado di far incontrare domanda e offerta di lavoro, riqualificare i lavoratori dalle competenze obsolete, valorizzare quanto invece ancora può essere utile per le imprese è difficile immaginare che l'enorme schiera di inattivi e disoccupati possa entrare regolarmente nel mercato.

L'evoluzione tecnologica, la madre di tutte le sfide

Sullo sfondo, oltre ad altre tematiche centrali quali l'evoluzione demografica, la sfida dell'immigrazione o della sostenibilità ambientale del lavoro, c'è l'evoluzione tecnologica che, come già in tanti momenti della storia recente e non, sta facendo discutere per la potenziale erosione di fette importanti di occupazione.

Purtroppo sembra che il tema sia diventato più oggetto di dibattiti mediatici e giornalistici che capitolo fondamentale dell'agenda politica italiana. Al contrario potremmo prendere spunto da diversi Paesi, si pensi solo agli USA in cui recentemente è stato pubblicato, a cura della Casa Bianca stessa, il rapporto Artificial Intelligence, Automation, and the Economy nel quale si affrontano le diverse sfide che l'evoluzione tecnologica e l'automazione lanciano soprattutto al mondo del lavoro per poi concludersi con delle concrete linee guida di policy che partono dal presupposto che la tecnologia non è un destino, ossia che è possibile governarla ed indirizzarla senza subirla.

In primo luogo, si parla di investire in tecnologia e si elencano i principali benefici che essa può avere per la popolazione e anche per eliminare alcuni lavori che ancora oggi risultano usuranti; una ampia parte è poi dedicata alla formazione e alle azioni per sviluppare e riqualificare competenze per non restare vittime ma guide della tecnologia stessa; in ultimo un ampio pacchetto di politiche per gestire la transizione verso un nuovo mercato del lavoro, per evitare di abbandonare fette importanti di lavoratori.

Tre spunti apparentemente semplici, ma che sembrano lontani anni luce dai temi di cui oggi stiamo discutendo in Italia, ancora ancorati ad un quadro novecentesco che vive solo nei dibattiti e negli schemi mentali. Se nel 2017 ci accorgessimo di come è cambiato il mondo intorno a noi e di quanto questo richieda urgenti risposte sarebbe già una svolta.

Segnala un errore
LINEE GUIDA AI COMMENTI

Intelligence USA: le accuse a Putin e l’impossibilità per giornalisti e cittadini di valutarle

[Tempo di lettura stimato: 8 minuti]

È probabile che la Russia abbia tentato di condizionare l’esito delle elezioni statunitensi, favorendo Donald Trump. Può darsi lo stia facendo anche in altri paesi che fanno parte di quello che l’intelligence USA definisce “l’ordine democratico liberale a guida statunitense”, dall’Italia alla Francia. Forse il comando viene dallo stesso Vladimir Putin, come sostengono FBI, CIA e (“moderatamente”) NSA nel rapporto pubblicato nei giorni scorsi.

Forse è così che si spiegano gli hack ai server dei democratici – e dei repubblicani – e le successive campagne a base di mail pubblicate da WikiLeaks, ma anche l’invasione delle fake news, dei troll filorussi e pro-Trump, delle campagne scientifiche di distruzione dell’immagine e della credibilità di Hillary Clinton, oggi, o di chiunque si opponga all’internazionale populista – copyright l’Unità – che domani potrebbe travolgere la democrazia globale.

Forse. Il problema è che non abbiamo modo di verificarlo. Perché le tanto attese “prove”, per quanto annunciate, non ci sono.

Non c’erano nella prima dichiarazione congiunta di DHS e DNI, a ottobre. Non c’erano nel rapporto dello US-CERT di fine anno, un testo definito da Robert M. Lee sul Daily Beast “un fallimento a ogni livello”, incapace di fornire alcun dato utile. E non ci sono nella versione declassified, cioè disponibile al pubblico, dell’ultimo, a firma delle tre agenzie di spionaggio USA.

Peggio: non potevano esserci, come si legge fin dalla sua premessa. “La comunità dell’intelligence”, scrive il rapporto, “può di rado rivelare pubblicamente il grado esatto di conoscenze di cui dispone o le basi precise per le sue valutazioni, dato che la divulgazione di tali informazioni rivelerebbe fonti o metodi sensibili, e metterebbe a repentaglio la capacità futura di raccogliere elementi critici di intelligence”.

Per questo, prosegue, “se le conclusioni del rapporto riflettono tutte il giudizio classified”, cioè che gli occhi del pubblico non possono vedere, “quello declassified”, che invece possiamo leggere, “non include e non può includere tutte le informazioni che le motivano”.

Vero, non le può includere tutte. Ma nemmeno non includerne alcuna. La sicurezza nazionale è importante, ma più importante è il suo essere al servizio della democrazia. E se sono questioni di sicurezza nazionale a mettere a repentaglio i fondamenti democratici stessi, è proprio in democrazia che i cittadini hanno il diritto di saperlo, e saperlo con il massimo grado di dettaglio possibile.

Vale in generale per il delicato ambito dell’intelligence, che ha – ed è bene mantenga – un certo grado ineliminabile di riservatezza. Ma è ancora più importante oggi che le accuse, e le contromisure che giustificano, sono di una gravità senza precedenti.

Se l’intero ordine democratico “a guida” USA – inciso: “a guida”? – è in pericolo a causa di ingegnose e sofisticate campagne di disinformazione e hacking da parte di regimi “populisti”, come viene definito quello di Putin dalle spie americane, davvero l’opinione pubblica deve apprenderlo esclusivamente dalla parola e le deduzioni di "fonti", spesso anonime, dei servizi di intelligence? E quanto è realmente democratico, un “ordine” simile?

Poco. Ma l’impressione è che debba bastare. Sembra che per le spie statunitensi le materie di intelligence equivalgano a quelle religiose. Oggetto di fede, non di conoscenza. E sembra che il giornalismo debba ridursi a sunto di conclusioni basate su premesse inosservabili, che nessuna inchiesta può tentare di falsificare. Siamo nella “post-verità”, del resto. Giusto?

I problemi di una simile concezione del dibattito pubblico e del diritto di informare in democrazia sono molteplici.

Il primo è quanto insegna l’epistemologia: più sono forti le affermazioni, più solide devono essere le prove a supporto. Ma se nel caso delle accuse statunitensi alla Russia le prime lo sono di certo, le seconde non lo sono per nulla. Mancano, dalle pagine dell’intelligence, perfino le prove “speculative” ottenute dalle analisi tecniche delle società private di cybersicurezza che, fin dall’estate, hanno documentato consistenti – ma ambigue, una esprimeva solo “moderata confidenza” e un’altra era pagata dal Comitato Nazionale dei Democratici – tracce russe negli hack ai Democratici. Non abbastanza, ritengono diversi esperti, ma almeno un riassunto appena più credibile e utile di quanto realmente avvenuto.

«Le aziende di sicurezza private», ricorda Claudio Guarnieri a The Intercept, «non possono produrre alcunché di conclusivo. Ciò che possono produrre è una attribuzione speculativa». E ancora: «Il meglio che possono fare è provare che l’attaccante era situato probabilmente in Russia. Quanto al coinvolgimento governativo, possono solo speculare che sia plausibile per via di ragioni di contesto e politiche, così come per le connessioni tecniche con attacchi precedenti o seguenti che sembrino perpetrati dallo stesso gruppo e che corroborino l’analisi che si tratti di un soggetto finanziato dallo Stato russo».

Tradotto: non ci sarebbe comunque stata la famosa “pistola fumante”, ma almeno avremmo avuto qualcosa di concreto da cui partire per provare, media e pubblico, a immaginare democraticamente quali mani la stringevano. Invece il rapporto si limita ad affermare con “elevata confidenza” che Guccifer 2.0 è una creazione dell’intelligence militare russa, che i dati rubati dai russi sono stati consegnati a WikiLeaks – perché affidabile, si legge – e che il tutto è emanazione di un preciso e articolato piano di propaganda e disinformazione che si pone il fine di “screditare” Hillary Clinton, prima, e “distruggere l’ordine democratico liberale a guida USA” poi.

Vago? Il New York Times parla di un rapporto “schiacciante e sorprendentemente dettagliato”. Eppure di dettagli non c’è l’ombra e di “schiacciante” solo la notizia raccolta dallo stesso quotidiano newyorkese per cui ad accorgersi per primi dell’intrusione informatica russa sarebbero stati i gemelli della NSA negli UK, il GCHQ, molto probabilmente tramite gli stessi programmi di sorveglianza digitale di massa rivelati da Edward Snowden. Gli stessi, per capirci, che avevano causato uno scandalo globale di proporzioni inaudite.

Mentiva, insomma, il Washington Post quando, prima della sua pubblicazione, prometteva che il dibattito si sarebbe finalmente smosso da conclusioni basate solo sulle “rivelazioni di fonte anonime a giornalisti” per giungere a una reale comprensione di “perché” le spie abbiano tratto quelle conclusioni.

Come mentiva quando ha scritto che hacker russi avrebbero penetrato la rete elettrica del Vermont. Colpa, neanche a dirlo, di una errata lista di IP fornita dal DHS come prova di intrusione russa. O come mentiva quando stendeva una ignobile black list che identificava pubblicazioni critiche della politica estera USA come organi di propaganda del Cremlino, sulla base di fonti screditate.

Non solo i social network e i populisti, insomma, producono fake news. Lo fanno anche i media dell’“ordine democratico liberale”, e spesso proprio secondo le direttive propagandistiche fornite loro dai governi tramite le narrazioni promosse dall’intelligence. Racconti spesso diversi, ma in cui il protagonista è sempre lo stesso, indiscusso: la sicurezza nazionale, di fronte a cui tutto è sacrificabile, a partire dal diritto di sapere.

Nel caso dell’hack russo, che è naturalmente probabile ci sia effettivamente stato a qualche livello, pare che il reale proposito dei rapporti dell’intelligence USA sia diffondere una precisa narrazione ideologica del mondo. Un thriller in cui da una parte sono schierate le “democrazie liberali” che imitano e seguono gli Stati Uniti, e dall’altra i “movimenti populisti globali” che le vorrebbero abbattere, sostituendole con ogni capriccio gorgogli la “pancia” del popolo e scatenando, così, il ritorno di odio, razzismo e ogni tipo di discriminazione.

Anche le democrazie usano la propaganda, certo, prosegue quella narrazione: ma i populisti diffamano scientificamente, creano industrie del falso, della manipolazione e della violazione della riservatezza. E lo fanno servendosi delle dinamiche consentite proprio e solo dalle tecnologie di rete: trolling di massa, hacker che possono camuffarsi come desiderano, siti e pagine di bufale e fake news per annegare gli avversari in un mare di menzogne e illazioni. In più, da ultimo, hanno il vantaggio di operare sempre al riparo della nebbia che, per sua natura, confonde la vista sulle piane della cybersecurity. Maledetto anonimato. Maledetta crittografia.

In quella narrazione, le fake news in Rete bastano, o quasi, a sconfiggere un candidato presidenziale. “I blogger pro-Cremlino hanno preparato una campagna su Twitter, #DemocracyRIP”, lamenta il rapporto. Se un futuro presidente degli Stati Uniti si fa abbattere da un hashtag, si potrebbe ribattere, forse è bene non venga eletto.

Ma la narrazione non ammette intralci. E allora ecco l’idea diffondersi dagli Stati Uniti a tutti i paesi alleati: propaganda e hacking dei “populisti” in rete possono sconfiggere anche la vostra democrazia! Anche voi state per avere il vostro Trump: ecco qui il colpevole. Il Re Digitale è nudo! (Sì, c’è anche questo senso di meraviglia di fronte alla scoperta della propaganda e della manipolazione, nella narrazione).

Ecco perché in Francia, Repubblica Ceca , Italia, Germania si discute improvvisamente di regolamentare Internet. Responsabilizzando gli intermediari, multando chi pubblica notizie false sui social network, creando Authority dedicate a vigilare la rimozione o il filtraggio di contenuti sulla base della loro veridicità, eliminando l’anonimato o costringendo i social network a imporre filtri alle notizie non vere e ai contenuti di “odio”. E parlandone come non esistessero anni e anni di dibattiti informati – quelli per davvero – su quanto tutto questo sia insieme inutile e pericoloso. Lo impone quel racconto, quell’autoterapia liberal al proprio fallimento. Bisogna dire: “Regolamentate Internet, perché altrimenti muore la democrazia liberale”.

Questo è il livello di assurdità che ha raggiunto il dibattito. Un’assurdità che ignora, in troppi casi, che gli effetti di quella propaganda e di quell’hacking non sono mai stati provati decisivi, in letteratura, e non sono mai stati ritenuti in grado di prevaricare il complesso miscuglio di ragioni economiche, sociali e umane che compone un giudizio politico. Un’assurdità che assume con leggerezza un dato difficile, forse impossibile da quantificare. Ma che rischia di fare danni concreti.

Perché ciò che invece sappiamo, in questa vicenda, è che gli Stati Uniti fanno sul serio. L’accusa diretta a Putin nel più recente rapporto dell’intelligence è senza precedenti, ed equivale nei fatti a una dichiarazione di cyberguerra. Se si aggiunge la recente espulsione di 35 presunte spie russe dal paese, altra reazione di gravità inedita, si comprende perché sia il rapporto stesso a ricordare, in più passaggi, la Guerra Fredda. Un clima che oggi non sembra più appartenere ai libri di storia, ma alla cronaca.

Ma in guerra, è noto, la prima vittima è la verità. E il primo carnefice la propaganda. Quella russa, descritta nel dettaglio purtroppo solo per aspetti banali e risaputi, come l’essere RT e Sputnik meri ripetitori della vulgata del Cremlino. Ma anche quella a stelle e strisce, per cui l’opposto di “democrazia” non è più “autoritarismo”, ma “populismo”, il che evita spiacevoli paragoni in termini di rispetto dei diritti umani. Per quanto James Clapper parli di “presunta ipocrisia” USA in materia, il trattamento di Aaron Swartz e Chelsea Manning e le rivelazioni di Edwad Snowden dimostrano che l’ipocrisia c’è, eccome.

Ma anche se non ci fosse, è difficile sostenere che un tale livello di chiusura dell’intelligence al dibattito pubblico informato sia un buon esempio. Se davvero le fake news sono un problema, la prima soluzione non è né tecnologica né normativa: si chiama “spirito critico”. Esercitarlo, addestrarlo, premiarlo. La stessa intelligence che lamenta il diffondersi di menzogne politicamente interessate sofisticate al punto di confondere irrimediabilmente – è l’essenza della post-truth, per chi ci crede – cittadini in buona fede è, insieme, intenta a insegnare che si può puntare il dito contro un nemico, identificarlo come una minaccia potenzialmente letale della democrazia senza nemmeno avere il pudore di spiegarci perché dovremmo puntarlo tutti anche noi, o accettare che anche solo un dito la indichi.

“Il problema di questa narrazione”, scrive Matt Taibbi su Rolling Stone, “è che, come nel disastro Iraq-armi di distruzione di massa” – altra costosissima fake news dell’intelligence USA – “abbia luogo nel mezzo di un contesto altamente politicizzato, in cui le ragioni di tutti gli attori rilevanti sono sospette. Non torna decisamente niente”.

Se la “comunità dell’intelligence” può permetterselo – anche dopo Snowden, anche dopo la dimostrazione che la fiducia nell’intelligence era mal riposta – è perché evidentemente sa che questo infinitesimale grado di trasparenza e dettaglio è sufficiente ai media, quanto basta per avere titoli e qualcosa su cui dibattere con il pubblico. Le suggestioni ci sono tutte, le emozioni sono schierate, gli eserciti contrapposti pure; ed è tutto pronto per diventare virale. Perché, poi, prendersi la briga di spiegare per cosa si combatte, esattamente?

Foto anteprima via Alexander Utkin/AFP/Getty Images

Segnala un errore
LINEE GUIDA AI COMMENTI

I gestori dei siti sono sempre responsabili dei commenti? No, ecco cosa dice la nuova sentenza della Cassazione

[Tempo di lettura stimato: 6 minuti]

di Francesco Paolo Micozzi, avvocato: diritto penale, dell'informatica e delle nuove tecnologie

Nei giorni scorsi, alcuni giornali, parlando della recente sentenza (n. 54946/2016) della Cassazione depositata lo scorso 27 dicembre in tema di diffamazione online, hanno pubblicato i commenti allarmati di chi ha percepito, tra le righe della sentenza, un potenziale attentato alle libertà in rete. In realtà, credo che la decisione dei giudici non abbia quella portata innovativa che le è stata attribuita da più parti né che i timori sollevati sul mantenimento delle libertà in rete siano fondati.

Andiamo con ordine: il fatto.

La Corte di Cassazione si occupa della responsabilità del gestore del sito web (M.) per un commento diffamatorio, postato nella community del sito, ai danni dell’allora presidente della Lega Nazionale Dilettanti della FIGC (T.), pubblicato nell’estate del 2009, da un utente del sito (F.)
La pubblicazione di commenti nella community non era moderata, cioè non esisteva un vaglio preventivo di un moderatore che autorizzasse preventivamente la pubblicazione.

Ma allora perché il gestore del sito (M.) dovrebbe essere punito per la diffamazione commessa dall'utente (F.) ed essere condannato a pagare un risarcimento di sessantamila euro al diffamato?

Questa è la questione centrale, la cui risposta rappresenta l’ago della bilancia tra una situazione preoccupante e una no; tra un’ipotesi di responsabilità di concorso e quella di una responsabilità oggettiva, per il solo fatto, cioè, di essere il gestore del sito internet e a prescindere dalla conoscenza del contenuto diffamatorio.
Una volta data risposta a questa domanda potremmo anche verificare se, effettivamente, la sentenza rappresenti una novità nel panorama giurisprudenziale italiano.

Per sgombrare il campo da ogni equivoco, dobbiamo evidenziare che nessuna delle ipotesi che negli ultimi anni hanno maggiormente – e a ragione – preoccupato i commentatori emergono in questo caso.

Nella sentenza, infatti, non si afferma che il gestore del sito internet sia responsabile, automaticamente, sempre e comunque dei commenti diffamatori pubblicati dagli utenti attraverso le pagine del medesimo sito internet (come, peraltro, si legge nella sentenza n. 116/13 del GIP di Varese secondo cui “la disponibilità dell’amministrazione del sito Internet rende l’imputata responsabile di tutti i contenuti di esso accessibili dalla Rete, sia quelli inseriti da lei stessa, sia quelli inseriti da utenti; è indifferente sotto questo profilo sia l’esistenza di una forma di filtro (poiché in tal caso i contenuti lesivi dell’altrui onorabilità devono ritenersi specificamente approvati dal dominus), sia l’inesistenza di filtri (poiché in tal caso i contenuti lesivi dell’altrui onorabilità devono ritenersi genericamente e incondizionatamente approvati dal dominus)”).

La questione, esaminata anche in almeno due note sentenze della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, è stata risolta sempre nel senso che la responsabilità del gestore del sito non può prescindere da una conoscenza effettiva dei contenuti pubblicati.

Nella sentenza CEDU del 2 febbraio 2016 (caso Magyar Tartalomszolgáltatók Egyesülete e Index.hu Zrt contro Ungheria), ad esempio, si dice che i gestori dei siti internet i cui commenti non siano sottoposti a preventiva moderazione non possono essere ritenuti responsabili dei commenti a prescindere dall’effettiva conoscenza visto che non vi è un obbligo generale di sorveglianza (così come previsto dalla direttiva europea 2000/31/CE, il cui articolo 15 prevede che non possa sussistere un “obbligo generale di sorveglianza sulle informazioni che trasmettono o memorizzano né un obbligo generale di ricercare attivamente fatti o circostanze che indichino la presenza di attività illecite”) e ammettere una tale responsabilità significherebbe consentire una responsabilità di tipo meramente oggettivo (objective liability).

Sullo stesso piano la la sentenza della Grande Camera della CEDU nel caso Delfi AS contro Estonia la quale — prescindendo dall’esame della natura anonima o meno dei commenti diffamatori — non ravvisa una violazione dell’articolo 10 (libertà di espressione) della Convenzione europea dei diritti dell’uomo nel riconoscere il gestore del sito internet responsabile dei commenti diffamatori pubblicati attraverso lo stesso sito qualora non si attivi immediatamente – una volta avutane notizia – per rimuovere i commenti diffamatori che, nel caso in questione, erano stati tenuti online per circa sei settimane.

Nella sentenza della Cassazione non si afferma nemmeno che si debba riconoscere, in capo al gestore del sito internet, una responsabilità omissiva impropria ai sensi dell’art. 40, cpv, c.p. (in base al quale “non impedire un evento, che si ha l’obbligo di impedire, equivale a cagionarlo”) in quanto non è ravvisabile un obbligo giuridico di impedire l’evento diffamatorio in capo al gestore del sito internet anche considerando l’assenza dell’obbligo generale di sorveglianza fondato sulla direttiva 2000/31/CE e ribadito dal decreto legislativo 70/2003 (che recepisce, in Italia, quella direttiva).

Nella sentenza in esame non si afferma nemmeno che debba effettuarsi un’equiparazione tra web e stampa (tema già oggetto di numerose sentenze di legittimità di segno opposto ma che, da ultimo, hanno escluso questa equiparabilità anche se, deve notarsi, con l’approvazione dei recenti disegni di legge — come ad esempio il disegno di legge S1119 — in tema di diffamazione a mezzo stampa tale equiparazione sarebbe possibile) rendendo, di fatto, ipotizzabile una responsabilità del gestore del sito internet ai sensi dell’art. 57 c.p. (responsabilità per omesso controllo del direttore responsabile) o, ancora, rendendo applicabile l’aggravante di cui all’art. 13 della Legge sulla stampa (L. 47/1948) che porterebbe a sei anni la pena massima per il reato di diffamazione consistente nell’attribuzione di un fatto determinato.

Per analizzare correttamente i fatti esaminati dalla sentenza della Cassazione dobbiamo, invece, prendere le mosse dalla disciplina sul concorso di persone nel reato (art. 110 c.p.). In base a quest’ultima norma “quando più persone concorrono nel medesimo reato, ciascuna di esse soggiace alla pena per questo stabilita”. Perché ci possa essere un concorso di persone nel reato è necessario, infatti, che almeno due soggetti diano un contributo oggettivamente rilevante (che può consistere oltre che in un apporto materiale anche in un contributo di tipo psicologico come, ad esempio, nel caso della istigazione, della prestazione di suggerimenti che agevolino la commissione del reato, o anche della semplice presenza sul luogo in cui venga commesso il reato quando tale presenza anche silenziosa dia uno stimolo maggiore o una maggiore sicurezza all’autore materiale del reato) alla realizzazione di un fatto tipico di reato.

La Cassazione, pur non soffermandosi a lungo sull’analisi della condotta del gestore del sito, individua il suo apporto concorsuale alla realizzazione del delitto di diffamazione nel fatto che avrebbe “mantenuto consapevolmente l'articolo sul sito, consentendo che lo stesso esercitasse l'efficacia diffamatoria”.

Cosa significa che il gestore del sito ha mantenuto “consapevolmente” online il commento diffamatorio altrui?

Secondo la Cassazione la consapevolezza del gestore del sito deriverebbe dal fatto che l’autore del commento diffamatorio, tre giorni dopo la pubblicazione dello stesso nella community del sito, avrebbe inviato una email al gestore con un documento PDF allegato al commento diffamatorio. Qui la sentenza non ci dice quale fosse il contenuto completo di questa email, ma si limita a richiamare la sentenza impugnata (della Corte d’Appello di Brescia) che avrebbe stabilito che “l’invio della descritta missiva di posta elettronica smentiva la versione dell’imputato di aver saputo della presenza dell’articolo (ossia del commento, ndr) nel sito solo in conseguenza di detto sequestro” (sequestro preventivo della parte “incriminata” nel sito in questione). D’altra parte, prosegue la sentenza, la conoscenza della presenza del commento diffamatorio da parte del gestore, prima del sequestro, “era confermata dalla pubblicazione di un articolo a firma dello stesso” gestore del sito internet.

La Cassazione, quindi, colloca la effettiva conoscenza del commento diffamatorio sul sito web da parte del gestore del medesimo sito in un momento antecedente rispetto al sequestro. E’ questa la premessa sulla quale si fondano le motivazioni della sentenza. In nessuna parte della sentenza emerge un principio di diritto secondo cui la responsabilità concorsuale del gestore del sito possa fondarsi a prescindere dalla effettiva conoscenza di un contenuto diffamatorio pubblicato da terzi sul sito da lui gestito.

Da ciò deriva che la giurisprudenza di merito (che fa spesso riferimento alla giurisprudenza di legittimità della Corte di Cassazione per decidere casi analoghi) non troverà, in alcun passaggio della sentenza in oggetto, un principio che gli consenta di fondare una responsabilità del gestore del sito internet per concorso in diffamazione qualora non abbia avuto conoscenza della pubblicazione diffamatoria. E ciò sarebbe compatibile con le già menzionate sentenze della CEDU. Non si legge, in estrema sintesi, un principio di diritto in base al quale il gestore del sito sarebbe responsabile sempre e comunque dei contenuti pubblicati attraverso il proprio sito.

Un tipo di responsabilità concorsuale è quindi ipotizzabile nel caso in cui il gestore mantenga consapevolmente l'articolo sul sito, consentendo che lo stesso eserciti l'efficacia diffamatoria. E tale possibilità è già stata riconosciuta (tra le altre) dalla sentenza della Corte di Cassazione n. 35511 del 16 luglio 2010 la quale, dopo aver negato (correttamente) l’applicabilità alle pubblicazioni online della disciplina di cui all’art. 57 c.p. (sulla responsabilità per omesso controllo del direttore responsabile) precisa che “si può ricordare che l'art. 14 D.Lgs. 9.4.2003 n. 70 chiarisce che non sono responsabili dei reati commessi in rete gli access provider, i service provider e – a fortiori – gli hosting provider, a meno che non fossero al corrente del contenuto criminoso del messaggio diramato (ma, in tal caso, come è ovvio, essi devono rispondere a titolo di concorso nel reato doloso e non certo ex art 57 c.p.)”.

In ogni caso, si ricordi, a monte di ogni processo per diffamazione vi è sempre una valutazione del giudice sulla natura diffamatoria o meno del commento. Potrebbe darsi, ad esempio, che il giudice riconoscendo nella frase incriminata un legittimo esercizio della libertà di espressione (articolata nelle sue varie sfaccettature come diritto di cronaca, di critica, di satira etc.) ne riconosca la liceità e, di conseguenza, assolva l’imputato.
Questo argomento, però, non è affrontato dalla Cassazione con riferimento al caso in esame visto che il contenuto diffamatorio non è messo in discussione nemmeno dal gestore del sito internet che, nel ricorrere in Cassazione contro la sentenza della Corte d’appello, non dice che il commento non è diffamatorio, ma si limita a sostenere che non dovrebbe risponderne poiché non è emerso che egli ne fosse effettivamente a conoscenza.

Anche per questa ragione, pur ritenendo di poter alleviare i timori di quanti hanno visto in questa sentenza un pericolo alla libertà di espressione in rete non si esclude un chilling effect nei confronti di alcuni gestori di siti internet, ovvero potrebbero decidere di non dare agli utenti la possibilità di commentare gli articoli per il timore di eventuali sanzioni.

Segnala un errore
LINEE GUIDA AI COMMENTI

Abolire o no i voucher? La storia, i dati e il dibattito

[Tempo di lettura stimato: 18 minuti]

di Angelo Romano e Andrea Zitelli

I buoni lavoro (o voucher) sono un sistema di pagamento – che comprende la copertura INAIL, cioè l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro e i contributi previdenziali alla gestione separata dell’INPS – utilizzato per retribuire lavori accessori, cioè quelle prestazioni svolte al di fuori di un normale rapporto di lavoro subordinato o autonomo. Questi buoni (dal valore nominale di 10 euro, di cui 7,50 vanno al lavoratore) possono essere utilizzati dai privati cittadini per pagare pulizie e altri piccoli lavori domestici, ripetizioni, ma anche dalle aziende (agricole, di servizi e industrie manifatturiere) o da enti pubblici.

In un rapporto pubblicato dall’Istituto Nazionale di Previdenza Sociale (INPS) a ottobre scorso, tre studiosi hanno analizzato il lavoro accessorio dal suo esordio fino al 2015, partendo dal processo legislativo che lo ha regolato.
I voucher sono stati introdotti in Italia nel 2003, sotto il secondo governo Berlusconi, tramite la legge Biagi/Maroni (attuata con il decreto legge n. 276 del 2003).
In base a questa legge, le persone pagate con i buoni lavoro “erano quelle a rischio di esclusione sociale o impiegate in attività sommerse o comunque non ancora entrate nel mercato del lavoro oppure in procinto di uscirne: disoccupati da oltre un anno, casalinghe, studenti, disabili in comunità di recupero, eccetera”.

Questo schema, però, si legge nel rapporto, resta inapplicato fino al 2008, quando il sistema dei buoni diventa operativo tramite il decreto legislativo del 12 marzo del governo Prodi, con la sperimentazione nel settore delle vendemmie.
Pochi mesi dopo, un decreto legge del terzo governo Berlusconi, convertito poi in legge ad agosto, amplia la platea sia di chi ne può usufruire che dei settori coinvolti:

Con riferimento al commercio, al turismo e ai servizi, il sistema dei buoni lavoro può trovare ampia applicazione, da parte di tutte le tipologie di datori di lavoro e imprese, anche con riferimento ai giovani con meno di 25 anni di età (regolarmente iscritti a un ciclo di studi universitari o a un istituto scolastico di ogni ordine e grado, limitatamente a periodi di vacanza e per qualunque tipologia di attività lavorativa), nonché con riferimento a manifestazioni sportive, culturali, fieristiche o caritatevoli o a lavori di emergenza o di solidarietà, ai lavori di giardinaggio, pulizia e manutenzione di edifici, strade, parchi, monumenti, alla consegna porta a porta e alla vendita ambulante di stampa quotidiana e periodica. L’utilizzo delle prestazioni di tipo accessorio è consentito anche nell’ambito di lavori domestici, resi a favore delle famiglie, solamente per quelle attività che per la loro natura occasionale e accessoria non sono assistite da alcuna tutela previdenziale e assicurativa.

Secondo i dati INPS, inoltre, da agosto a dicembre del 2008 sono stati venduti circa mezzo milione di voucher. L’anno successivo la tipologia di lavoratori che può essere pagata con i buoni lavoro si allarga ancora, con gli enti locali che rientrano “tra i soggetti che possono utilizzare” i voucher “per attività di giardinaggio, pulizia e manutenzione di edifici, strade, parchi e monumenti”. Dal 2010 al 2012 crescono anche i soggetti che possono vendere i buoni lavoro: tabacchi (divenuto negli anni il canale preferito per l’acquisto dei voucher), banche popolari e uffici postali.

Due anni dopo, con il governo Monti c’è un importante cambiamento delle norme che regolano il lavoro accessorio. Si assiste, infatti, con l’approvazione della “riforma Fornero” e della legge n. 134 del 2012, a una liberalizzazione, con un ampliamento del “raggio d'azione dei ‘buoni lavoro’ che vengono estesi, di fatto, a tutti i settori produttivi”, scrive Claudio Tucci su Il Sole 24 ore.

Il governo Letta, poi, nel 2013, con la conversione in legge del decreto legge del 28 giugno, n. 76, cambia la definizione legislativa del “lavoro accessorio” eliminando l’accezione “di natura meramente occasionale”. Quindi a definirlo rimane solo il rispetto dei limiti economici imposti cambiati più volte nel corso degli anni. La “legge Fornero” fissa il compenso massimo che in un anno un lavoratore può ottenere in voucher a 5000 euro e stabilisce che da un singolo committente (cioè il datore di lavoro) – nello stesso periodo di tempo – se ne possano prendere solo 2000. L’anno successivo, inoltre, “diventa obbligatoria l’attivazione telematica preventiva dei voucher”, spiegano ancora i tre studiosi nel rapporto Inps.

Intanto i buoni lavoro venduti crescono di anno in anno, passando da poco più mezzo milione del 2008 ai 69 milioni del 2014, certifica l’Istituto. Un dato questo che non è passato inosservato e che ha sollevato diverse considerazioni, tra interrogativi, pareri positivi e critiche. Giulia DeStefanis, su Repubblica, scriveva che Giuseppe Baldino, direttore generale dell’Inps Liguria, durante la presentazione del bilancio sociale 2013 dell’istituto, riguardo l’aumento nella propria Regione, aveva detto:

Quella della crescita del lavoro accessorio, e in particolare dei voucher, è una delle caratteristiche più evidenti del bilancio. È nata come forma di regolarizzazione del lavoro nero in agricoltura, ma poi è stata estesa a tanti ambiti, dal commercio al turismo: ora ci chiediamo se non sia il caso di ripensare il sistema, vista l'entità che il fenomeno ha raggiunto, e il rischio che i voucher si utilizzino anche in maniera impropria, al posto di forme di lavoro più strutturate.

Francesco Sgherza, invece, presidente Confartigianato Imprese Puglia, aveva accolto favorevolmente la notizia dell’aumento della vendita dei voucher nel territorio pugliese: «i buoni lavoro rappresentano uno strumento di regolarizzazione di nicchie di lavoro (...) esposto al rischio del sommerso. Il ricorso a questo sistema di pagamento assicura invece la genuinità del rapporto e il rispetto degli obblighi di legge». Dati che, al contrario, presentavano aspetti preoccupanti per l’assessore al lavoro della Regione Puglia, Leo Caroli: «Non ne sono entusiasta, anzi, penso che sia uno degli aspetti più deleteri della svalorizzazione del lavoro. Io collego l'idea del voucher a quella di un grattino per il parcheggio. Ci sono situazioni in cui effettivamente ha contribuito a risolvere dei problemi. Sono i casi delle assunzioni di un giorno, improvvisate, rispondenti a urgenza, come nel settore agricolo quando c'è da fare una vendemmia su terreni familiari. Ma se il fenomeno è così diffuso vuol dire che è in corso un abuso».

L’anno successivo, nel maggio del 2015, lo stesso presidente dell’Inps, Tito Boeri, aveva avvertito del «rischio che i voucher diventino la nuova frontiera del precariato. L'incremento può segnalare problemi futuri, bisogna guardarlo con estrema attenzione. Rischiano di essere per molti l'unica forma di lavoro».

Nel giugno 2015, poi, il governo Renzi, con il decreto legislativo n. 81, che fa parte della riforma del lavoro chiamata Jobs Act, ha poi confermato il venire meno della caratteristica dell’”occasionalità” e la possibilità che il lavoro accessorio possa essere usato per qualsiasi tipo di attività (escluso l'ambito dell'esecuzione di appalti di opere o servizi), si legge sul portale del Ministero del Lavoro, clicklavoro. Il provvedimento, inoltre, alza da 5000 euro a 7000 euro il limite massimo del compenso che un lavoratore può guadagnare nell’anno (il tetto per ciascun committente/datore di lavoro resta comunque di 2000 euro) e stabilisce che i committenti imprenditori possano acquistare i buoni lavoro esclusivamente attraverso la procedura telematica. Infine, gli imprenditori e i professionisti (escluse le famiglie) che ricorrono al lavoro accessorio “sono tenuti, prima dell'inizio della prestazione, a comunicare alla direzione territoriale del lavoro competente, attraverso modalità telematiche (compresi sms o posta elettronica), i dati anagrafici e il codice fiscale del lavoratore”, indicando, anche il luogo della prestazione con riferimento a un arco temporale non superiore ai 30 giorni successivi rispetto a quello in cui è stato effettuata la comunicazione.

Nei mesi successivi, continuano le preoccupazioni per la crescita dei voucher venduti e dei lavoratori coinvolti perché dietro a questi numeri secondo alcuni, come la CGIL, ci sarebbero dei risvolti anomali: “Anziché combattere il nero, lo creano”. Qui Piero Bosio su Radio Popolare aveva raccolto alcune storie di persone pagate in maniera non corretta con i buoni lavoro:

"Due ore con il voucher, il resto me lo davano in una busta, in contanti, a nero, erano 45 euro”. Marco, 47 anni, fa il carpentiere in un cantiere nel vicentino. “Da quando è arrivata la crisi – dice Marco – molti nel mio giro usano questo sistema”. (...)
Marta, 31 anni, lavora occasionalmente in un albergo di Rimini, vicino al più noto Grand Hotel: “Nell’ultima stagione estiva con me e un’altra mia collega hanno usato in parte i voucher, ma metà della giornata me la pagavano in nero”. (...)
Il trucco appare semplice: si retribuisce un’ora di lavoro con il voucher e poi si continua la giornata con il nero. Una manna per gli imprenditori disonesti, un danno per le aziende che rispettano le regole e che subiscono questo dumping, in un contesto in cui gli anni della recessione hanno incentivato l’uso dei voucher per nascondere lavoro irregolare.

Per provare ad arginare questi tipi di abusi, a settembre del 2016, il governo Renzi con il decreto legislativo n.185 prevede per i committenti una nuova e più stringente comunicazione obbligatoria da inviare almeno 60 minuti prima dell'utilizzo dei buoni lavoro, indicando i dati anagrifici del lavoratore, il luogo e l’ora di inizio e di fine della prestazione, con una sanzione (da 400 euro a 2400 euro) per ogni volta che un nuovo rapporto di lavoro non viene comunicato. «È un intervento importante, che il governo ha voluto con forza per riaffermare l'importanza della legalità nel lavoro, e di cui monitoreremo gli effetti: qualora non si ottenessero i risultati voluti interverremo ancora», aveva detto Giuliano Poletti, ministro del Lavoro, commentando l’approvazione del provvedimento.

Il 19 dicembre scorso i nuovi dati INPS hanno mostrato un ulteriore aumento pari al 32,3% della vendita dei buoni lavoro rispetto ai primi dieci mesi del 2015. Poletti, commentando questi ulteriori numeri, ha detto che il governo Gentiloni è pronto a rideterminare dal punto di vista normativo il confine dell'uso dei voucher: «Abbiamo introdotto la tracciabilità, e dal prossimo mese vedremo l'effetto. Se è quello di una riduzione della dinamica di aumento e di una messa sotto controllo di questo strumento, bene. Se invece i dati ci diranno che anche questo strumento non è sufficiente a riposizionare correttamente i voucher la cosa che faremo è rimetterci le mani».

Intanto, il prossimo 11 gennaio la Corte Costituzionale dovrà decidere sull’ammissibilità dei tre referendum abrogativi proposti dalla CGIL, di cui uno prevede l’abolizione degli articoli 48, 49, 50 del decreto legge 81 del 2015 che regolano il lavoro accessorio (aggiornamento 12 gennaio 2016: La Consulta ha ammesso il referendum sui voucher e quello sugli appalti, bocciando invece il quesito sull'articolo 18).

Lo studio dell'INPS sull'utilizzo dei voucher dal 2008 al 2015

A fine dicembre è stata pubblicata la prima “Nota trimestrale congiunta sulle tendenze dell’occupazione” tra il Ministero del lavoro e delle politiche sociali, l’Istat, l’Inps e l’Inail. Nel documento sono stati presentati anche i dati relativi alla vendita e alla riscossione dei voucher fino a settembre scorso. Nei primi 9 mesi del 2016 sono stati venduti 109,5 milioni di buoni, il 34,6% in più rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. I voucher riscossi per attività svolte nel 2015 sono quasi 88 milioni, corrispondenti al monte ore lavorativo di circa 47mila lavoratori annui full-time ma pari solamente allo 0,23% del totale del costo del lavoro in Italia. Il numero mediano di voucher riscossi dal singolo lavoratore (cioè, la metà di chi ha usufruito di buoni lavoro) nel 2015 è 29, pari a un guadagno di 217,50 euro netti.

Aumentano, dunque, i lavoratori pagati tramite voucher ma il numero dei buoni lavoro riscossi da ciascuno di loro resta basso. Una tendenza già riscontrata dal workinINPS paper sul lavoro accessorio dal 2008 al 2015 presentato dall’Inps lo scorso 3 ottobre.

L’analisi, si legge nell’articolato rapporto, non arriva a una conclusione univoca che spieghi le ragioni del “successo” dei voucher e le funzioni che stanno svolgendo nel mercato del lavoro. Tuttavia, lo studio evidenzia alcuni punti rilevanti, che consentono di farsi un’idea su come questo strumento è stato utilizzato dalla sua introduzione fino al 2015:

1) Non sono le famiglie a ricorrere ai voucher ma le imprese, soprattutto di piccole dimensioni e con dipendenti, nel settore alberghiero e della ristorazione.

2) I voucher non sono un lavoretto che consente un’integrazione del reddito a chi ha già un lavoro full-time o a giovani che non sono ancora nel mercato del lavoro: “si tratta di una popolazione che per circa il 50% è attivamente presente sul mercato del lavoro muovendosi tra diversi contratti a termine o cercando di integrare rapporti di lavoro a part time o indennità di disoccupazione; per l’altra metà risulta formata soprattutto da giovani cui si aggiungono donne in età centrale (non interessate o scoraggiate nella ricerca di altre collocazioni di lavoro) e pensionati”. In alcuni casi, i voucher sembrano essere stati individuati come lo strumento più semplice per pagare prestazioni di elevato contenuto professionale.

3) In molti casi, i buoni lavoro diventano una modalità per pagare tirocini presso aziende che poi si trasformano in forme contrattuali più strutturate: “circa un quarto dei prestatori, nel corso del medesimo anno, ha avuto rapporti di lavoro dipendente (quasi sempre a termine) o parasubordinato con lo stesso committente della prestazione occasionale”.

4) Per i dati a disposizione, i voucher non riescono a garantire compensi tali da poter consentire di maturare contributi ai fini della pensione.

5) Più che favorire l’emersione del lavoro nero, i voucher sembrano essere il segnale (tipo iceberg) di attività sommerse anche di dimensioni maggiori di quelle emerse. In altre parole, i buoni lavoro segnalano il nero che però rimane in gran parte sott’acqua. “L’intreccio tra voucher e lavoro nero – si legge nel rapporto – si può sviluppare con due diverse modalità: a) ogni giornata di lavoro accessorio è “coperta” da almeno un voucher ma il compenso “ufficiale” – quello appunto regolato con voucher – è di molto inferiore a quello reale, poi integrato a nero; b) solo alcune giornate di lavoro sono “coperte” dai voucher (integralmente o parzialmente)”.

I dati sui voucher venduti e riscossi

Tra il 2008 e il 2015 sono stati venduti 277,2 milioni di voucher per un importo complessivo di 2,8 miliardi di euro. Il maggior incremento si è avuto nel triennio 2013-2015, con un aumento delle vendite, ogni anno, del 70% superiore a quello precedente. Solo nel 2015 sono stati venduti 115 milioni di buoni lavoro, pari a un valore di 1,15 miliardi di euro.

Numero di voucher venduti per anno di vendita e modalità di distribuzione. Valore del singolo voucher: 10 euro, via Inps.
Numero di voucher venduti per anno di vendita e modalità di distribuzione. Valore del singolo voucher: 10 euro, via Inps.

Di 277,2 milioni di voucher venduti ne risultano riscossi 242,8 milioni.

I datori di lavoro

Nel 2015 circa 473mila datori di lavoro hanno fatto ricorso ai voucher. Di questi, il 49% è costituito da esordienti, cioè coloro che li hanno utilizzati per la prima volta. Dal 2008 al 2015, i committenti, che hanno pagato i lavoratori con i buoni, sono stati 815.979: il 40% per un solo anno, il 25-30% ininterrottamente sin dalla loro introduzione.

Dal 2013 al 2015 la vendita dei voucher è pressoché raddoppiata, così come è aumentata la media dei buoni utilizzati da ciascun committente, salita da 154 a 186 per ciascuno.

Dall’analisi dei dati emerge che i voucher non sono utilizzati per pagare quelle attività di cui necessitano le famiglie, come l’aiuto domestico, i lavori di giardinaggio, piccola muratura, manutenzione o le ripetizioni scolastiche. La domanda di “lavoretti” proviene da imprese di tutti i tipi, da quelle senza dipendenti fino alle società di capitali, alcune anche con numerosi dipendenti. Generalmente si tratta di una domanda molto frammentata, da parte soprattutto di imprese di piccole dimensioni.

Distribuzione percentuale dei committenti per anno di attività e tipologia, via Inps.
Distribuzione percentuale dei committenti per anno di attività e tipologia, via Inps.

Per il 2015 gran parte dei committenti che hanno fatto ricorso ai voucher (circa 246 mila) è nel settore dell’industria e del terziario. Oltre la metà nella ristorazione, nelle strutture ricettive e nel commercio. In questi casi, i voucher sembrano sposare una domanda di lavoro per poche ore, in orari flessibili (spesso semi-notturni e festivi) e scarsamente prevedibili, storicamente risolta ricorrendo all’ambito familiare o con il lavoro nero. Il rischio, spiegano gli autori del rapporto, è che una richiesta episodica di prestazioni lavorative aggiuntive si trasformi in una domanda di lavoro esclusivamente di tipo accessorio.

Nell’edilizia e costruzioni, i datori di lavoro sono stati 14mila, nel comparto agricolo 16mila, tra gli artigiani e i commercianti senza dipendenti 65mila.

Decisamente più nutrito (165mila) il gruppo costituito dalle persone fisiche e giuridiche che hanno retribuito i prestatori d’opera tramite i voucher: tra le persone fisiche, oltre il 10% è costituito da committenti di lavoro domestico o professionisti con cassa previdenziale (in particolar modo, avvocati, medici e ingegneri).

Tra i datori di lavoro, lo studio evidenzia l’esistenza dei “grandi” committenti, che utilizzano un elevato numero di voucher (più di 5mila l’anno) e/o di lavoratori (oltre 50). Essi impiegano il 5,3% del totale dei lavoratori di lavoro accessorio, che a loro volta riscuotono il 9% dei voucher. In media i 719 grandi committenti utilizzano 127 prestatori di lavoro accessorio, ognuno dei quali ha riscosso 87 voucher.

Più in generale, lo studio mostra che:

  • Quasi il 65% dei committenti utilizza il lavoro accessorio in modo marginale, vale a dire pochi lavoratori (fino a 5) pagati poco (al massimo 70 voucher).
  • Il 21% dei committenti fa un uso intensivo e selettivo del lavoro accessorio, cioè ricorre a pochi prestatori d’opera (fino a 5) pagati relativamente più della media (oltre 70 voucher a testa).
  • L’11% dei committenti fa un uso estensivo del lavoro accessorio: molti lavoratori (più di 5) pagati poco (al massimo 70 voucher).
  • Il restante 3% fa un uso rilevante del lavoro accessorio: molti lavoratori (più di 5) pagati molto (più di 70 voucher). Tre su quattro tra i grandi committenti appartengono a quest’ultima categoria.
  •  

    I lavoratori

    Negli ultimi 8 anni anni ci sono stati tanti lavoratori ma con pochi voucher a testa ogni anno (in media 60).

    Poco più di 2,5 milioni di persone hanno svolto per uno (o più anni) attività di lavoro accessorio tra il 2008 e il 2015, passando dai 25mila del 2008 ai quasi 1,4 milioni del 2015. Si tratta di lavoratori che hanno fatto ricorso ai voucher per archi di tempo di breve durata.

    Nella maggioranza dei casi si tratta di prestazioni una tantum (il 70% tra il 2010 e il 2014, il 60% nel 2015) che non vengono ripetute di anno in anno dallo stesso lavoratore. Le statistiche fanno capire che maggiore è il numero di voucher percepiti (e dunque meno casuale/episodica è l’attività svolta) maggiore è la probabilità per un lavoratore di essere re-impegnato con la medesima tipologia anche nell’anno successivo.

    Col passare degli anni è scesa l’età media dei lavoratori (il 43,1% ha tra i 19 e i 29 anni, il 20,6% rientra nella fascia dei 30 anni, il 17,4% dei quaranta) ed è aumentata la percentuale di donne coinvolte in questa tipologia lavorativa, salita dall’20% del 2008 al 50% del 2015. Inoltre, per quanto siano aumentati i cittadini extracomunitari retribuiti attraverso i buoni lavoro, questo strumento non è utilizzato in maniera specifica per pagare i lavoratori stranieri, come testimoniato dal numero esiguo di quanti hanno fatto ricorso ai voucher (il 6,2% nel 2010, l’8,6% nel 2015).

    I buoni lavoro non riescono a garantire, prosegue il rapporto, compensi tali da poter raggiungere la cifra di 168,44 euro di contributi utile per aprire una posizione pensionistica. Per arrivare a tale soglia occorrerebbe percepire 130 voucher, condizione che non risulta soddisfatta dall’84,4% dei lavoratori pagati con i buoni. Solamente il 2,2% dei prestatori (circa 30mila) ha riscosso nel 2015 più di 300 voucher, con un guadagno netto nei dodici mesi superiore a 2.250 euro. La prestazione retribuita con i buoni lavoro, dunque, non ha alcun rilievo ai fini della maturazione del diritto alla pensione.

    La funzione dei voucher

    Secondo lo studio i voucher sono stati un’integrazione del reddito o della pensione, hanno costituito un’attività marginale, hanno sostituito altre tipologie di rapporti di lavoro.

    I dati mostrano che aumenta l’utilizzo dei buoni per le persone già inserite nel mondo del lavoro. Oltre il 50% dei voucher riscossi riguarda, infatti, i lavoratori attivi (750mila persone in valori assoluti), vale a dire coloro che hanno una posizione pensionistica attiva. Rientrano in questa categoria gli occupati part-time (il 45%), i lavoratori full-time a tempo indeterminato (20%), quelli a tempo determinato o stagionale (30%) e chi percepisce una sostegno di disoccupazione (5%). Per i lavoratori part-time e a tempo determinato, i voucher si sono aggiunti ad altri rapporti di lavoro dipendente.

    È aumentato anche il ricorso ai buoni lavoro da parte di chi ha perso il lavoro: si tratta di 300mila persone che, nel 60% dei casi, non versano contributi da 1 o 2 anni, e nel 18% da cinque anni. Scendono invece le percentuali dei pensionati e degli esordienti nel mercato del lavoro.

    Nel 30% dei casi, i lavoratori hanno avuto con le stesse aziende sia un rapporto di lavoro dipendente sia accessorio. In grandissima parte, i voucher sono stati utilizzati per retribuire, ad esempio, un periodo iniziale di tirocinio che poi si è trasformato in un rapporto di lavoro più strutturato. Per il 6% delle persone l’utilizzo dei buoni ha rappresentato un peggioramento delle condizioni contrattuali, cioè il passaggio da un lavoro dipendente a una retribuzione tramite voucher. Un ulteriore 20% di soggetti è transitato da una prestazione di lavoro accessorio a uno dipendente con altre aziende, mentre il 10% ha fatto ricorso ai voucher dopo la cessazione di un precedente contratto senza trovare una collocazione di lavoro dipendente.

    Il dibattito

    Originariamente lo scopo dei voucher, secondo Francesco Seghezzi, ricercatore del centro studi Adapt intervistato da RadioRai1, era quello di tentare di far emergere parte del lavoro nero legato ai “lavoretti” svolti sia dai pensionati che dai giovani. In questo senso però, spiega il ricercatore, “gli studi fatti anche dall’Inps dicono che non c’è una connessione sicura tra i lavoratori a voucher e i lavoratori che prima svolgevano prestazioni di lavoro in nero. Da questo punto di vista si può dire quindi che i voucher non hanno funzionato”.
    L’aumento della diffusione dei buoni lavoro poi, continua Seghezzi, coinciderebbe con la cancellazione, da parte del Jobs Act, dei contratti Co.co.pro e con l’aver reso molto difficile fare i Co.co.co, ossia quelle forme di lavoro più flessibili che le imprese avevano a disposizione. “Dovendo quindi scegliere tra il lavoro nero e quello subordinato classico, a mio parere sono andati a utilizzare i voucher. Le imprese infatti non avevano altri strumenti se non questi per gestire e governare la flessibilità che in tante necessitano”.
    Per il ricercatore di Adapt, comunque, bisogna superare l’idea che questo strumento sia per forza negativo, visto che “ha avuto un ruolo positivo legato al lavoro nero e all’aver fatto lavorare persone che prima erano inattive”. E a una domanda su quali strumenti servirebbero per migliorare l’attuale situazione del mercato del lavoro italiano, Seghezzi ha risposto: “Penso a una riedizione del contratto a progetto con modalità che ne evitino l’abuso”.

    Limitare e regolamentare di più i voucher è certamente necessario. La pensa così Ferruccio De Bortoli, ex direttore del Corriere della Sera, che in un suo editoriale ricorda però come questo strumento, «seppur abusato», abbia rappresentato un modo per “far emergere il lavoro nero, strappandolo allo sfruttamento e, non di rado, alla criminalità” e quindi “se si limita l’istituto giuridico, non si argina automaticamente il fenomeno, forse addirittura lo si amplia”.

    Sull’utilizzo dei voucher “gli abusi ci sono stati e ci sono ancora. Sarebbe sbagliato negarlo, per questo bisogna affrontare il tema. Ma più che un dibattito ideologico serve un lavoro di analisi, settore per settore. Ad esempio circoscrivendo meglio i cosiddetti requisiti soggettivi”. Sono queste le parole con cui il ministro dell’Agricoltura, Maurizio Martina, spiega in un’intervista al Corriere della Sera la sua visione sull’utilizzo dei voucher e propone una soluzione: partire dall’esperienza del settore agricolo, dove una stretta a questo strumento c’è già stata. In quest’ambito infatti, spiega Martina, “adesso i voucher possono essere utilizzati solo per studenti, pensionati e persone in cassa integrazione. Credo sia una buona scelta, studiando i numeri potrebbe essere estesa ad altri comparti”.
    Alla cancellazione totale dei buoni lavoro il ministro dell’Agricoltura è contrario, ma c’è un settore in cui secondo lui si può fare di più, ed è quello dell’edilizia. In questo caso, infatti, “si può pensare a un superamento complessivo dei voucher, forse è il settore a maggior rischio di abusi”, conclude il ministro dell’Agricoltura. D’accordo con lui è anche Gabriele Buia, presidente dell’Ance, l’associazione dei costruttori, che sempre al Corriere dice “nel nostro settore i voucher non servono, anzi rischiano di essere controproducenti. Sono d’accordo, vanno eliminati”.

    Il voucher “non si modifica, si abolisce”, afferma Marta Fana, dottoranda di ricerca in economia presso l'Istituto di studi politici di Parigi, in un suo pezzo sul Fatto Quotidiano. La studiosa spiega che la soluzione c’è già, visto che il lavoro occasionale “può essere regolato da contratti a termine di brevissima durata, già esistenti e praticati”, in questo modo quindi “sarebbero riconosciuti diritti minimi senza scorciatoie per imprenditori che devono investire o privati che scaricano il proprio impoverimento su chi si trova in una condizione economica peggiore”.
    La soluzione proposta dal ministro Martina poi ("riserviamoli a studenti, pensionati e lavoratori cassintegrati") “non aiuterebbe a contrastare le attività antisindacali di cui parlano le cronache recenti, come i lavoratori in sciopero delle grandi catene sostituiti da ‘voucherizzati’ (sempre nel modenese) o le aperture straordinarie pagate a voucher dei centri commerciali come il Carrefour di Marcon”, conclude Fana.

    I voucher non sono il male assoluto, ma uno strumento “e di per sé ogni strumento è neutro”. Così, in un suo pezzo su Linkiesta, Eleonora Voltolina, fondatrice della Repubblica degli stagisti, spiega come la minore o maggiore efficacia di questo strumento e la probabilità che se ne faccia un uso distorto, dipenda “dal quadro normativo costruito per il suo utilizzo”. Voltolina poi paragona la crescita e l'abuso dei voucher avvenuto in Italia negli ultimi anni con la crescita e l'abuso degli stage e, sulla necessità di introdurre dei correttivi alla disciplina dei buoni lavoro, avverte di fare attenzione. “Molto più che ridurre l'ammontare massimo percepibile attraverso voucher, bisogna assicurarsi che questo strumento torni nel suo alveo naturale. Essere usato da privati cittadini per pagare prestazioni occasionali – le ripetizioni di matematica, la babysitter, il giardiniere. Mentre adesso i lavori domestici rappresentano solamente il 4,2% del volume dei voucher”.
    Ecco quindi che la soluzione migliore per lei resta questa: “chiudere completamente la strada all'utilizzo dei voucher da parte delle imprese – che già hanno il contratto di lavoro stagionale, il contratto a chiamata… – mi pare l'unica strada per riportare questo strumento sui binari giusti, senza dovervi rinunciare in toto”.

    Il sostanziale appiattimento del mercato del lavoro attuale non si può addebitare al “lavoro accessorio”, quello appunto retribuito con i voucher e privo di un contratto di lavoro. Ne è convinto Luigi Olivieri che in un post sul blog Phastidio.net spiega come lo strumento giuridico, di per sé, “non è né buono né cattivo (a meno che non rechi la conseguenza di una spesa pubblica sproporzionata rispetto ai risultati, come nel caso degli incentivi alle imprese collegati al Jobs Act)”. Il problema, infatti, secondo lui spesso sta semplicemente «nelle modalità di utilizzo degli strumenti e, dunque, nel mantenimento entro i binari di un percorso virtuoso».
    Per Olivieri è difficile impedire che un datore di lavoro “retribuisca una prestazione lavorativa in parte con il lavoro accessorio e in parte in nero”. Quello che servirebbe è un “rafforzamento molto ampio dei poteri dei servizi ispettivi del lavoro che richiederebbe, però, un ampliamento smisurato di organici, invece, asfittici, tali da rendere i controlli eccessivamente rari, lasciando, a chi vuole compiere abusi, ampi margini di confidenza sul fatto che non sarà mai colto in fallo da nessuno”, conclude.

    Il sistema del voucher è in astratto utile? Se lo chiede su Repubblica Alessandro De Nicola, avvocato e presidente dell'Adam Smith Society. “Assolutamente sì”, è la risposta che si dà lo stesso professionista, spiegando come questo strumento permetta agli imprenditori di saltare “pleonastici intoppi burocratici per assumere persone utili in situazioni temporanee, che si tratti di coloro i quali fanno i pacchetti a Natale o curano le spiagge nel mese di agosto. E, ricordiamocelo, se gli imprenditori possono operare al massimo della capacità produttiva, generano più ricchezza, creano opportunità, pagano più tasse a beneficio dell'erario”.

    Una modifica, anche solo parziale, della disciplina del lavoro accessorio e dei voucher non riuscirebbe a bloccare il referendum che si terrebbe in ogni caso. Ne è convinto Carmelo Palma, direttore di libertiamo.it. Inoltre, qualunque correttivo, che l’autore interpreta come «cedimento alla propaganda della CGIL», suonerebbe secondo lui come «un’implicita ammissione della natura tossica dei voucher e dell’effetto precarizzante del lavoro accessorio».
    Quello che il governo e la maggioranza dovrebbero invece fare, secondo Palma, è partire dal fatto che il lavoro accessorio “non sia un’alternativa al lavoro standard, ma al lavoro nero, che gli abusi riguardano una minoranza di casi e sono concentrati a danno di soggetti particolarmente deboli, privi non solo di redditi dichiarati, ma anche di sussidi sociali”. Per aiutare questi ultimi, Palma suggerisce che abolire i voucher non serve, “ma occorre prevedere misure di sostegno socio-occupazionale per le persone adulte a rischio di povertà e di esclusione sociale”.

    Alessandro Gilioli, giornalista de L’Espresso, analizza quelle che lui definisce “le argomentazioni difensive” quando si parla di voucher, smontandole dal suo punto di vista. Così, ad esempio, a chi dice che i buoni lavoro "riguardano una fetta minima di lavoratori", Gilioli risponde che “certo, i voucher sono la punta di un iceberg, quello dei lavoretti sottopagati e precari, senza diritti” ma “aggiungere un mattone alla costruzione del male - e sostenere che tanto è un mattone piccolo - non mi sembra una buona argomentazione difensiva”. Ancora, a chi sostiene che “quello che conta è punire gli abusi", Gilioli obietta che “ci mancherebbe che non viene punito chi inganna la legge. Qui stiamo parlando invece proprio della legge e dei suoi effetti sociali (...) quando è usata nel pieno della legalità. Ed è la direzione sbagliata, quella che sta facendo crollare tutto” a livello politico.
    Così, per il giornalista non si tratta di capire se “possono essere migliorati” o meno, ma di comprendere se “complessivamente sono cosa buona o cattiva, se hanno migliorato o peggiorato la società, se la direzione verso cui portano (precariato estremo, reddito saltuario, nessun diritto di base) è quella giusta o quella sbagliata”.

    Segnala un errore
    LINEE GUIDA AI COMMENTI