Silvio assolto: il ciclo della notizia

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Chi vincerà i Mondiali 2014? In anteprima titoli e commenti dei giornali italiani

Esclusivo: noi sappiamo già cosa scriveranno i giornali all’indomani del trionfo mondiale di Germania o Argentina.


a cura del Polpo Nate

Grazie a un sistema predittivo incrociato elaborato dal famoso blogger che aveva in anticipo azzeccato l’esito dei mondiali, siamo in grado di presentarvi la rassegna stampa dei principali quotidiani italiani di lunedì 14 luglio.

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Se vince la Germania

Titolo: “Spietati e vincenti”

La rivoluzione non è un pranzo di gala. Dopo aver conquistato Belo Horizonte con un risultato oltre ogni previsione, i tedeschi hanno scelto la strada della riappacificazione con il popolo brasiliano, riconciliando gli spettatori di tutto il mondo con il calcio spettacolo che ha reso famosa la Selecao, di cui oggi i bianchi di Germania si pongono come degni eredi per i prossimi vent’anni. Guidati dal giovane Thomas Muller, novello Telemaco che raccoglie il testimone del padre Gerd (come non è suo figlio? Maddai, hanno lo stesso cognome. Vabbè, importa sega), i ragazzi di Loew hanno contribuito a scardinare i luoghi comuni che vogliono i tedeschi tetragoni e inflessibili. A questa squadra l’appellativo di “panzer” si addice poco: se proprio bisogna fare un paragone, assomigliano a delle scattanti Audi, unendo design e prestazioni, in un melting pot etnico a partire dai cognomi (non più tutti quei noiosi suffissi in –er, ma la giusta combinazione tra pragmatismo mitteleuropeo e fantasia mediterranea dei vari Ozil, Khedira, Mustafi). Se il Mondiale si facesse un selfie, avrebbe il volto di Mats Hummels, il bel tenebroso che ha fatto innamorare schiere di tifose a ogni latitudine.

Se vince l’Argentina

Titolo: “Il verbo del Messi(a)”

Aggrappati a un uomo, ai suoi piedi, al suo genio. E’ andata come el pueblo argentino sognava, riponendo tutte le proprie speranze di successo in questo ragazzo predestinato fin da piccolo, al quale il fantasma dei paragoni con Diego Maradona non pesa affatto, anzi gli dà sprone per volare sul campo con la leggerezza e l’efficacia che solo lui sa avere. Leo Messi non è fuggito davanti alla responsabilità, ha preso per mano una nazione e l’ha portata al trionfo contro i mostri senza cuore tedeschi, incubo di tutti i bambini dopo il terribile 7-1 rifilato al Brasile. E con i suoi gol in fondo Messi ha vendicato un intero continente, umiliato dall’insensibilità aritmetica della Germania, quella per cui alla fine conta solo lo spread tra occasioni create e gol segnati. Certo, Messi è stato il solista, il leader. Ma intorno ha avuto una vera squadra, capace di mettersi al suo servizio e di lasciare nello spogliatoio le rivalità interne (a cominciare da quell’hahstag, #carlitosstaisereno, con cui Tevez era stato escluso dalla rosa dei mondiali): perché insieme si vince. E se alziamo gli occhi sopra di noi in una giornata di sole, vediamo i colori di quella maglia: bianco e celeste.

Se avesse vinto l’Olanda

Titolo: “La rivoluzione dei tulipani”

Da eterni perdenti a vincitori. Dopo tre sconfitte in finale, l’Olanda dimostra che anche nel calcio si può cambiare verso. E conquista il suo primo titolo mondiale forse con la meno “olandese” delle sue formazioni, la meno votata alla tradizione del calcio totale, un dogma tanto affascinante (si potrebbe dire quasi di sinistra, nel suo equiparare l’ultimo dei difensori al primo degli attaccanti) quanto inconcludente. Van Gaal, il vero artefice del successo, ha saputo lasciarsi alle spalle il passato, plasmando una squadra pragmatica, che fa della rapidità la sua arma migliore ma non rinuncia a difendersi se necessario. E, poiché il fine – si sa – giustifica i mezzi, anche l’uso di qualche piccola furbizia (come il cambio del portiere in occasione dei rigori contro il Costarica) è lecito se si pensa all’importanza del risultato finale. Salendo finalmente sul tetto del mondo, l’Olanda non solo torna al suo antico lignaggio di dominatrice di mari e colonie delle Indie Occidentali, ma dimostra che oltre ai rigori bisogna puntare sulla crescita se si aspira a grandi traguardi. E che anche degli irriducibili individualisti come Robben, uno che per la sua testardaggine assomiglia a Civati (ma ha più classe), se si mettono al servizio del collettivo, possono contribuire al trionfo finale.

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Se vince la Germania

Titolo: “La forza della tradizione”

Se c’è una cosa che la vittoria della Germania ai Mondiali dice a tutti noi è questa: nel calcio, come nella politica e nella vita in generale, non si inventa nulla. Ci vuole solidità, ci vogliono radici, ci vuole tradizione: sono le basi sulle quali ogni successo che non sia effimero va costruito. Se i tedeschi sono arrivati 13 volte in semifinale – vincendo 4 titoli, tanti quanti noi italiani che da oggi non potremo più vantare neppure questa piccola superiorità sugli odiati concittadini di Angela Merkel  – è perché sono sempre rimasti fedeli a se stessi, incuranti delle mode del momento, di chi ha provato a sovvertire quei valori che rappresentano il nostro minimo comun denominatore. E anche quando hanno dato l’impressione di fughe progressiste in avanti, in realtà non hanno mai perso la bussola della loro moderazione: chi dice che Thomas Muller è stato schierato da “falso nueve” imitando lo schema spagnolo, evidentemente capisce poco di calcio. E infatti, si è visto quale fine abbia fatto la Spagna con il suo inconcludente tiki taka che ammicca alla sinistra dei salotti radical chic. In fondo lo sanno anche gli scommettitori incalliti: se volete mettere i vostri soldi in banca, puntate sulla Germania. Non vi tradirà.

Se vince l’Argentina

Titolo: “Nel nome di Francesco”

Come non immaginare un Disegno Superiore in ciò che è accaduto al Maracanà? In quella Rio de Janeiro che un anno fa sommerse di affetto Francesco nel suo primo viaggio pastorale, i concittadini del “papa venuto dalla fine del mondo” hanno riconquistato il cuore del Brasile, affranto e distrutto dallo tsunami della semifinale con la Germania. L’Argentina, terra alla quale noi italiani siamo legati da vincoli di sangue e cultura, indica a tutti noi la strada da percorrere: solo pochi anni fa era un paese sull’orlo del default ma poi, con il sacrificio e gli aiuti della comunità internazionale – che sa essere anche madre oltre che matrigna – è riuscita a risollevarsi e a regalare al mondo un uomo che è già santo, un pastore che sta facendo con la Chiesa ciò che il ct Sabella ha fatto con l’albiceleste: trasformare un coacervo di individualità litigiose in una grande famiglia, anche a costo di dolorosi sacrifici (la rinuncia a Tevez è uno di questi). Sì, possiamo dirlo senza timore di retorica: quella dell’Argentina è stata la vittoria dei giusti.

Se avesse vinto l’Olanda

Titolo: “Una lezione per le PMI”

La vittoria dell’Olanda ai mondiali è anche il trionfo di un modello. Nello sport, come nell’economia, non è indispensabile essere grandi e assistiti per avere successo. Tutto il mondo della piccola e media impresa italiana, il popolo delle partite Iva, dovrebbe andare a lezione di management aziendale da Luis Van Gaal. Si possono raggiungere grandi traguardi anche contando sulle proprie risorse di nicchia, un portiere bravo a parare i rigori, un attaccante specializzato nei dribbling. L’importante è fare sinergia, non cedere alla tentazione di delocalizzare i propri campioni o demandare ad altri la formazione – e il vivaio dell’Ajax è un esempio di ciò che stiamo dicendo . E soprattutto, non mollare mai. La vittoria in finale parte da lontano, da quell’ottavo di finale contro il Messico, quando a tre minuti dalla fine l’Olanda era sotto di un gol: anche sull’orlo del fallimento si può trovare una via d’uscita, grazie al lavoro e alla qualità, per poi arrivare alla meta prefissata. Un monito per l’Italia che produce. Ma anche un auspicio.

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Se vince la Germania

Titolo: “La fabbrica globale”

Come disse l’Avvocato, il calcio è quello sport nel quale si gioca undici contro undici e alla fine vincono i tedeschi (poi Lineker si appropriò della frase, ma gli Agnelli non l’hanno mai rivendicata, noblesse oblige). E dunque, made in Germany sia. Nel Brasile che sforna milioni di Volkswagen,  i tedeschi hanno dimostrato che a volte lo scontro con le proprie maestranze – in questo caso gli operai brasiliani umiliati dalla multi-Nazionale di Loew – è inevitabile per puntare ad alti traguardi. La finale era una partita già scritta, ma la chiave di volta del successo tedesco, quella che ha stupito il mondo intero e farà parlare di sé per molti anni ancora, è stata la semifinale: con una percentuale realizzativa e produttiva impressionante, la Germania ha dimostrato di saper coniugare bel gioco ed efficienza. E non ha avuto remore neppure nel confrontarsi – e sconfiggere – un proprio concittadino espatriato neglI Usa a insegnare calcio, quel Klinsmann che, come Marchionne ha fatto con le auto, ha l’ambizione di spiegare agli americani come si gioca a pallone. Dunque, la Germania indica la strada da seguire. All’Italia non resta che trovare un rottamatore del calcio, che impari in fretta la lezione e sia capace di guardare Berlino da pari a pari. Uno ce l’abbiamo, ma sfortunatamente fa il premier, non il commissario tecnico.


Se vince l’Argentina

Titolo: “Il sacrificio di Tevez”

Dunque, il mondo si inchina a Leo Messi. La stella del Barcellona aggiunge l’unico trofeo mancante alla sua meravigliosa bacheca e prenota già il suo ennesimo Pallone d’Oro. Bisogna ammetterlo: la vittoria dell’Argentina ai mondiali è soprattutto la vittoria del  suo numero 10, al quale è riuscito quello che non riuscì a Sivori, Platini e Baggio (e riuscì invece a Del Piero, che però nell’occasione aveva il 7 sulla maglia). Ma c’è un altro numero 10 che, in silenzio, ha contribuito a questo successo: è Carlos Tevez, l’Apache, che ha accettato senza polemica l’esclusione dai 22 di Sabella, si è fatto da parte senza creare polemiche e oggi, anche se non lo ammetterà mai, si starà godendo il trionfo dei suoi compagni di squadra. Sarebbe bello che anche nel Partito Democratico, posto che la maglia numero 10 è stata assegnata da milioni di elettori a Matteo Renzi, qualcun altro imparasse la lezione di Carlos Tevez.


Se avesse vinto l’Olanda

Titolo: “La vendetta dei pirati”

Com’è allegra quest’Olanda che cade e si rialza, che impara dai propri errori e si ripresenta quattro anni dopo nell’indifferenza generale ma con un progetto innovativo, che alla fine si rivela anche vincente. C’è un bel mix di tradizione e freschezza nella squadra arancione ma c’è soprattutto quell’insofferenza a giocare dentro gli schemi tradizionali che da limite, nella società degli startupper, è diventato elemento di forza. Robben, Schneider e Van Persie, con la loro faccia da pirati, hanno arrembato e affondato la corazzata tedesca, sconfitta dalla propria ubris prima ancora che dagli avversari. E ci piace immaginare, in una favela di Rio, un bambino che si asciuga le lacrime mentre dipinge di arancione la sua figurina verde-oro di Neymar.

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Se vince la Germania

Titolo: “Ingiustizia è fatta!”

Signori, inchiniamoci ai padroni del mondo. Dopo aver spazzato via come moscerini i brasiliani – incuranti del fatto che sia il sudore della fronte di questa manodopera sottopagata a far proliferare l’industria automobilistica tedesca  – la Germania va a prendersi la Coppa con tutta la tracotanza di cui è capace. Una coppa insanguinata, si badi bene, anche se per non disturbare i manovratori della Fifa è calato il silenzio sulle decine di morti nei cantieri degli stadi; una coppa contestata, anche se le proteste della gente nelle strade hanno avuto molta meno eco del morso di Suarez; una coppa avvelenata, con sospetti di combine e l’ombra della corruzione sull’assegnazione dei mondiali in Qatar. Ma di tutto questo, a frau Merkel e ai suoi ligi esecutori, sembra fregare poco o nulla. A loro importa solo degli interessi di casa propria, del proprio calcio e delle proprie banche. E come non sospettare che quel Zuniga, oscuro giocatore colombiano – eh, si sa, la Colombia – non fosse altro che il ginocchio armato dai poteri forti, mandato in campo con l’unico obiettivo di eliminare Neymar e con lui l’unico vero ostacolo allo strapotere tedesco? Pensiamoci, noi che vogliamo fare l’Europa insieme a Thomas Muller. E non dimentichiamo la parabola di Uli Hoeness, il grande centravanti della grande Germania finito a marcire nelle patrie galere, il posto giusto per i criminali di ogni razza e nazionalità.


Se vince l’Argentina

Titolo: “Il complotto del Vaticano”

Dice una fonte ben informata che l’altra sera, dentro le mura di San Pietro, al riparo da occhi indiscreti, due signori in là con gli anni siano stati visti confabulare fitto fitto. Dice sempre questa fonte, che noi riteniamo più che attendibile, che questi due signori fossero nientepopodimeno che Joseph Ratzinger e Jorge Bergoglio. Sì insomma, i due papi. Per carità, nessuna insinuazione, ma alla luce del risultato della finale dei mondiali, con la vittoria dell’Argentina sulla Germania, qualche domanda è lecito porsela. Di cosa parlavano Benedetto e Francesco? Stavano forse concordando un indicibile scambio? Non ci stupiremmo se, dopo questa partita, il prossimo presidente dello Ior fosse un tedesco. Certo è che nel 78, quando i mondiali furono disputati in Argentina e vinse l’Argentina, al soglio pontificio venne eletto un papa che morì dopo poche settimane in circostanze misteriose. Questi sono i fatti: solo coincidenze?


Se avesse vinto l’Olanda

Titolo: “Il Movimento arancione”

Se l’erano preparato bene questo mondiale, per spartirselo tra i soliti noti. Il Brasile certo, per dovere d’ospitalità. Ma poi la Germania, l’Italia, la Spagna, l’Argentina. Si è vista la fine che hanno fatto tutti quanti. Spazzati via da un ciclone chiamato Olanda, un movimento più che una squadra, un gruppo che va in campo seguendo il modello della democrazia diretta, secondo lo schema “uno vale uno” che non ha leader imposti dall’alto. Si dice che per decidere chi indossa la fascia di capitano venga fatto ogni volta un referendum volante in spogliatoio, prima della partita. E poi in campo, il continuo spostarsi di Robben da una fascia all’altra è la dimostrazione plastica del fatto che ala destra e ala sinistra non esistono più, sono concetti superati. Quello che conta è la sete di giustizia, nonostante i giornali di tutto il mondo – che qualcuno, non noi, definirebbe pennivendoli – abbiano sempre dedicato poche righe al fenomeno Olanda e quando l’hanno fatto è stato per cercare chissà quali retroscena nella sostituzione del portiere al 120’ minuto. Nessuno gli credeva, quando su twitter gli Orange scrivevano #vinciamonoi.  Avete visto com’è andata.

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Se vince la Germania

Titolo: “Cazzo ridi, culona?”

Eccoli là, tutti trionfi, a girarsi tra le mani la loro coppetta. Ma chi vi credete di essere, cari “amici” tedeschi? Pensate di poterci guardare negli occhi solo perché avete vinto gli stessi titoli di noi italiani? Ma dov’eravate voi nel 34 e nel 38, quando gli eroi di Vittorio Pozzo inanellavano trionfi mondiali? Eravate in tutt’altre faccende affaccendati? E poi lo sapete, avete vinto per un solo motivo, perché una volta tanto – per colpa di un italiano non tanto italiano che di cognome fa Balotelli – non ci avete incontrato sul vostro cammino. Altrimenti, sai le mazzate, come sempre. Godetevi questa vittoria da quattro soldi, cari tedeschi. Ridete pure alle nostre spalle. Prima ci avete fiaccato grazie al vostro complice Monti e ai governi della sinistra che si sono succeduti, poi avete approfittato del fatto che siamo arrivati al Mondiale spompati, prosciugati dalle tasse e dalla dittatura dell’euro. Ma ora, con Barbara Berlusconi presidente della Figc, la musica cambierà. E quando, tra 4 anni, il presidente della Repubblica Silvio Berlusconi riceverà la coppa dalle mani dell’amico Putin, saremo noi a ridercela. Di Grosso (e non so se ve lo ricordate).


Se vince l’Argentina

Titolo: “Sul carro dei vincitori”

Guardala, l’intellighenzia di sinistra che si affanna a rispolverare dalla libreria qualche opera ammuffita di Borges per cantare le gesta dell’Argentina, immediatamente trasformata in una squadra di “compagni” (del resto anche il Che Guevara era argentino, no?). Non cambieranno mai: incapaci di accettare la propria attitudine cronica alla sconfitta – e infatti Prandelli è di sinistra, lo sanno tutti – sono però campioni del mondo di uno sport molto diffuso in Italia: il salto sul carro dei vincitori. E già li vediamo, i caroselli dei centri sociali al grido “somos todos argentinos” per celebrare questo trionfo terzomondista. Spiace solo che non sia ancora in vita il generale Peron: a lui e ai suoi descamisados sarebbe stato giusto e sacrosanto dedicare questa vittoria.


Se avesse vinto l’Olanda

Titolo: “A destra si vince”

Poche balle. La vittoria dell’Olanda ai mondiali di calcio ha un solo nome: Arjel Robben. E una sola posizione: la destra. E’ da lì, da destra, che la Nazionale di Van Gaal ha messo a soqquadro tutte le difese avversarie. E’ da destra che sono partiti tutti i palloni pericolosi. E quando Robben ha deciso di svariare a sinistra è stato solo per creare scompiglio, per poi subito tornare nel suo alveo naturale, che è la destra. Ci piace questa Olanda, ricorda quella dei tempi d’oro di Gullit, Rijkaard e Van Basten, il trio di tulipani che Silvio Berlusconi portò al Milan costruendo una stagione di trionfi, culminata con la sua discesa in campo nel 1994. E chissà che oggi la storia non possa ripetersi.




Giacomo legge il discorso di Renzi in inglese

Una libera interpretazione teatrale di un estratto del discorso di Matteo Renzi al Digital Venice Week.


E per chi se lo fosse perso, l’originale con Matteo Renzi nella parte di Matteo Renzi.




Università, tesserino ed equo compenso: e pensare che volevo fare il giornalista

Riceviamo e pubblichiamo la lettera-sfogo di Giovanni sull’accordo editori-sindacato dei giornalisti.


[L'accordo FNSI-FIEG ha suscitato dibattiti e polemiche, con una manifestazione, l'8 luglio, davanti alla sede della stessa FNSI.
Sull'accordo ci è arrivata questa lettera-sfogo di un giornalista precario, Giovanni Giaccio, che abbiamo deciso di pubblicare.]

di Giovanni Giaccio

«E tu, Giovanni, che fai?»
«Studio. All’università.»
«Ah si?! Che bello! E che vorresti fare?»
«Il giornalista!»

Improvvisamente sul volto del mio interlocutore si stampa un’espressione di disappunto e pietà. L’uomo di fronte a me pensa: “povero! Smetterà di sognare. Un bel giorno si spoglierà della speranza per indossare un camice blu che andrà a coprire jeans e t-shirt. E con quella uniforme finirà a fare il meccanico nell’officina di suo papà”.

Io, quell’espressione, la conosco bene. La so leggere, la riconosco negli occhi di tutti quelli che, quando mi incontrano, mi sottopongono quelle due domandine. E, sapete, qual è la cosa peggiore? Il fatto che gli interlocutori pensino che io disprezzi il lavoro di mio padre, che voglia atteggiarmi dicendo “che sono giornalista”. Ma io non sputo nel piatto da cui ho mangiato e continuo a mangiare. Il problema è un altro: ho tentato, ma per me un decespugliatore fuso è una macchina da riparare, mentre per papà è una scena del crimine. Per lui c’è da capire cosa abbia scatenato la fusione. Lui deve sapere. Prova quasi un’attrazione per quei casi difficili. Avete presente Hugh Laurie in Dr House? Ecco, mio padre non zoppica, ma per il resto non dorme finché non scopre la causa della patologia, poi opera e rimanda a casa il paziente.

Quella passione che scorre nelle vene di papà io la sento per altre cose. Per me c’è qualcosa di affascinante nel vedere una penna che scorre rapida su un foglio, nell’annusare l’inchiostro dei libri. Sono cresciuto innamorandomi dei taccuini, delle pagine da riempire. C’è sempre una storia da raccontare e ogni giorno è una buona giornata per andare a caccia di notizie.

Sono diventato grande così. Con le mie aspirazioni e i miei sogni. Sono fuori corso all’università perché due anni e mezzo fa ho deciso di cercare la famosa redazione nella quale fare pratica e sono stato immediatamente buttato in strada. Avevo già studiato giornalismo ma tutta quella teoria è nulla, se non ti dicono: «Devi andare alla conferenza stampa del liceo scientifico. Prendi appunti, fai due foto e poi corri a scrivere il pezzo».

Riga dopo riga, cazziatone dopo cazziatone per i miei titoli spompi, i mesi sono scivolati via così. Un bel giorno, mi sono ritrovato a firmare dei moduli: stavo chiedendo di essere iscritto all’Ordine.

Quando il tesserino è arrivato, il giornale per il quale lavoro ha scritto un bell’articolo, mi ha ringraziato e mi ha fatto i migliori auguri. Da quel momento, il telefono ha cominciato a trillare: notifiche, messaggi privati, e-mail, sms e whatsapp. Più o meno tutti scrivevano: “Congratulazioni, questo è solo l’inizio. Ti auguro il meglio. Continua così”.

Per un momento, devo ammetterlo, c’ho creduto. Mi sono detto: “Il primo passo verso la direzione giusta. Ora devi finire questa dannata triennale. Continua a scrivere per il portale, continua a esercitarti e vedi se riesci a trovare qualcosa per guadagnare”. Un discorsetto in piena regola, carico di speranza.

Poi c’è stato il Festival Internazionale del Giornalismo dove direttori, redattori, freelance e via dicendo non hanno fatto altro che ripetere: «Visti i tempi, scordatevi il posto fisso. Pensate alla libera professione. Questa è la soluzione».

Da Perugia a Roma e poi fino a Isernia, quindi ad Agnone. Un viaggio per un totale di sei ore in cui ho metabolizzato il cambiamento e felice ho esultato: “sarai il capo di te stesso! Questa si che è una novità! Ben venga!”.

Sembrava essere quasi arrivato il lieto fine finché inizio a leggere strane dichiarazioni del presidente dell’ordine dei giornalisti. Enzo Iacopino, per mezzo della sua pagina Facebook, parlava di inciuci, riunioni notturne, associazioni tra FNSI e FIEG. Si, avete capito bene: controllore e controllato a braccetto. E non per andare a cena fuori, a parlare dell’ultimo film di Pif. No!
Si stava insieme per decidere le sorti del giornalismo.

Frutto di questo connubio è una legge che consentirà a tutti i freelance di guadagnare qualcosa come 20,84€ a pezzo. La cosa spaventosa è che io, da giovane sciocco, speranzoso e illuso, ho pensato: “Per la miseria! Mica poco!”

Si! Perché noi, giovani troppo choosy, ci siamo abituati a non essere pagati. A vedere il lavoro di 24 mesi retribuito con un rimborso, qualche tassa e soprattutto visibilità, quella che anni fa (prima del 2.0) veniva chiamata esperienza da mettere sul curriculum. Quindi, come scrivevo prima, ho esultato. E l’ho fatto con gioia. Poi, ho notato l’indignazione di alcuni colleghi e sono andato a fondo e, ancora una volta, ho dovuto dire: “ma in che cazzo di mondo vivo?”

Improvvisamente lo scenario era cambiato: da questa relazione tra FNSI e FIEG, era nato un bella bambina chiamata Schiavitù. Si tratta di un tariffario che non consentirebbe a nessuno di fare il giornalista, a meno che non lo si faccia per hobby:

[… ]Con questo accordo la professione giornalistica diventa appannaggio dei pochi che potrebbero permettersi di scrivere articoli giornalistici (ovvero scrivere professionalmente, con regole e deontologia, non scrivere per hobby) senza poi ricevere uno stipendio adeguato. Perché con questo accordo di giornalisti di professione ce ne saranno sempre meno, perché con la firma sui pezzi non fai la spesa. E un Paese con meno giornalisti sulle strade è un luogo con meno notizie, con meno informazione. E meno informazione significa meno libertà di giudizio e di opinione. Significa essere meno consapevoli, prendere decisioni collettive e personali con poca cognizione.

Così scrive Marco Borraccino sul Fatto Quotidiano. In poche righe, si riassume una situazione paradossale.

Ci si chiede di studiare e, contemporaneamente di fare esperienze che arricchiscano il curriculum affinché si possa trovare lavoro più facilmente. Allo stesso tempo, però, facendo esperienza si sottrae tempo allo studio causando un dispendio di denaro che non possiamo reintegrare dal momento che noi giovani siamo sempre più sottopagati e sfruttati.

Ottenuto il titolo, ci vediamo proporre contratti di lavoro che non prevedono orari né mansioni precise. Nascosti dallo scudo della gavetta ci si fa fare di tutto. Scrivere per un quotidiano locale significa scrivere di tutto, aggiornare le pagine social, montare videoclip per il canale YouTube e cercare anche di trovare una strategia aziendale che consenta allo staff del giornale di essere pagato. E si va avanti così, per passione.

Davanti a questo scenario però ci si chiede: fin quando potrò andare avanti? Fin quando, la voglia di indipendenza sarà minore a quella di fare carriera nel settore che si ama? E fin quando è giusto non prepararsi a un piano B, una soluzione alternativa?

Mi guardo intorno e vedo che la situazione è omogenea. Paola, 29 anni. Una laurea in veterinaria, iscrizione all’albo, diverse esperienze alle spalle. Riempie le sue giornate come turnista in una clinica dove viene pagata solo quando «lavora di notte o nei week end».

Insomma. Questa Italia è al capolinea e di lavoro non ce n’è e nemmeno lo si prova a creare.

I giornalisti sono solo l’ultima categoria a vivere questo sopruso. Se schiacciano noi, pesteranno anche il vostro diritto all’informazione, alla critica e alla verità. 




Copyright, sorveglianza digitale, privacy: gli USA alla conquista dell’Europa in nome del profitto

I trattati commerciali, che si stanno discutendo in segreto, regolamentano non solo il commercio, ma anche la salute, la sicurezza, l’ambiente. E i diritti dei cittadini sono quasi barriere da abbattere.


Nel semestre di presidenza dell’Unione Europea a guida italiana, iniziato il primo luglio, l’Europa si dovrà occupare dei negoziati in corso tra l’Unione e gli Usa, riguardanti il trattato TTIP (Trans-atlantic trade and investiment partnership). In contemporanea sono in corso i negoziati tra gli Usa e i paesi del Pacifico (Australia, Brunei, Cile, Canada, Giappone, Malesia, Messico, Nuova Zelanda, Perù, Singapore, USA e Vietnam) per il trattato TPP (Trans Pacific Partnership).

I due trattati commerciali sono decisamente più ampi rispetto all’accordo anticontraffazione ACTA, bocciato nel 2012 dal Parlamento Europeo, coprendo numerosi settori economici, e accomunando paesi che rappresentano un segmento significativo del PIL mondiale, circa il 40% nel caso del TPP, il 50% per TTIP.
I governi impegnati nelle negoziazioni ne magnificano gli effetti, presentandoli come indispensabili per favorire l’innovazione e la crescita economica. La realizzazione di un mercato comune dovrebbe favorire la concorrenza, aiutare lo sviluppo delle aziende, specialmente le piccole e medie che soffrono particolarmente gli attuali ostacoli al commercio, e lo sviluppo dell’interazione digitale dovrebbe fornire maggiore strumenti di partecipazione per i cittadini. La narrativa si incentra sulla creazione di tantissimi nuovi posti di lavoro, e le voci critiche vengono tacciate di essere contro la crescita e l’innovazione, anche se poi  basterebbe verificare le conseguenze di precedenti trattati di libero scambio (col NAFTA si sono persi posti di lavoro a causa del trasferimento delle aziende all’estero dove la produzione costava meno) per aver quanto meno dei dubbi in proposito.

I trattati regolamentano non solo il commercio, ma anche la salute, la sicurezza e l’ambiente, non direttamente ma in quanto ricollegati all’aspetto commerciale, ed è questo l’aspetto più deleterio perché tutto viene ricondotto al commercio. La privacy, ad esempio, non è oggetto dei trattati, ma la sua regolamentazione vi rientra in quanto “barriera commerciale”, e quindi da regolamentare.

Ovviamente un’analisi completa dei due trattati è improponibile, per cui ci concentreremo soprattutto sugli aspetti relativi alla rete internet. I trattati, infatti, includono norme sulla proprietà intellettuale che aumentano significativamente la tutela per i i titolari di diritti, riproducendo l’idea di base del TRIPs, cioè che la proprietà intellettuale è una questione esclusivamente commerciale e in tal senso va regolata. Ciò vuol dire che non vengono prese in considerazione (o comunque lo sono in maniera limitata) le implicazioni e le ricadute sui diritti fondamentali dei cittadini, come la libertà di espressione.

SEGRETEZZA
In entrambi i casi le fasi di negoziazione sono state caratterizzate da una estrema segretezza, più o meno come accadde con ACTA, così negando ai cittadini di conoscere  e discuterne il contenuto.
I negoziati del TPP sono iniziati nel 2010 e solo grazie a Wikileaks si è potuto conoscere il contenuto delle bozze. L’USTR americano Michael Froman ha difeso la “trasparenza” delle negoziazioni citando i 1000 briefing tenuti a Capitol Hill, i 600 consulenti arruolati, e la partecipazione di ben 12 paesi, così scambiando l’attività di lobbying con la “trasparenza”.

I negoziati del TTIP (ex TAFTA) sono iniziati nel luglio 2013. A differenza degli Usa, l’UE ha rilasciato alcuni documenti, ma la trasparenza è decisamente ridotta, tra l’altro in violazione della normativa europea che prevede la pubblicità per i lavori di tutte le istituzioni europee.
La Commissione europea ha sostenuto che i negoziati segreti non pregiudicano in alcun modo il dibattito pubblico che si potrà sviluppare una volta che l’accordo internazionale è stato firmato, nel contesto della procedura di ratifica. La segretezza sarebbe legittima per proteggere la sfera di fiducia reciproca su cui si basano le relazioni internazionali, per questo motivo la partecipazione del pubblico alle negoziazioni è necessariamente ristretta. In tal senso, purtroppo, si è espressa anche la Corte di Giustizia dell’Unione Europea rigettando il ricorso di un membro del Parlamento che impugnava proprio detta estrema segretezza, quella volta in relazione al trattato ACTA.

Bisogna però ricordare che le multinazionali hanno comunque accesso ai testi del trattato (i documenti sono forniti solo a coloro “who participate in its internal consultation process and who have a need to review or be advised of the information”), e l’attività di lobbying dietro le quinte riesce ad influenzare le decisioni, specialmente se non vi è alcun controllo democratico da parte  dell’opinione pubblica. I trattati internazionali, infatti, comportano modifiche alle leggi, laddove la funzione legislativa dovrebbe sempre essere improntata alla massima trasparenza, e questo specialmente nel momento in cui il trattato riguarda questioni di politica criminale che incidono sulle libertà fondamentali dei cittadini.
Infatti, l’articolo 1 del trattato sull’Unione europea prevede espressamente il diritto di tutti a prendere parte in modo attivo e consapevole ai processi decisionali: “Il presente trattato segna una nuova tappa nel processo di creazione di un’unione sempre più stretta tra i popoli dell’Europa, in cui le decisioni siano prese nel modo più trasparente possibile e il più vicino possibile ai cittadini”.
Come si concilia la negoziazione dei trattati nell’interesse dei cittadini con l’esclusione proprio di questi dai negoziati, ai quali, invece, sono ammesse le multinazionali? (ai negoziati TTIP del 19 dicembre 2013 erano presenti: TimeWarner, Microsoft, Ford, Eli Lilly, AbbVie, LVMH, Nike, Dow, Pfizer, GE, BSA e Disney).

L’impressione è che i negoziatori, forse rimembrando cioè che accadde con ACTA, abbiano timore di rivelare il contenuto dei trattati, perdendo così il controllo sulla narrazione che invece dovrebbe essere improntata esclusivamente sulle prospettive di crescita e di occupazione. Ciò parrebbe confermato dal fatto che entrambi i trattati prevedono che solo il testo finale sarà rivelato dopo la firma, mentre tutti gli altri documenti rimarranno segreti per almeno 5 anni.
Il sottosegretario italiano Calenda ha invece promesso che durante il semestre italiano di presidenza Ue saranno modificati i segreti di Stato intorno all’accordo commerciale tra Unione Europea e Stati Uniti. Attendiamo fiduciosi.

TPP
Il TPP fondamentalmente ha lo scopo di esportare la legislazione americana in materia di proprietà intellettuale anche alle altre nazioni, rafforzando la tutela dell’industria. A seguito della bocciatura di ACTA in Europea e della legge SOPA negli Usa, non si cerca di imporre regole più stringenti, quanto piuttosto di definire un quadro legislativo generico all’interno del quale vengono promosse forme di collaborazione tra aziende. L’esempio significativo riguarda proprio il copyright, con la rimozione dei contenuti online. ACTA prevedeva la possibilità di introdurre incentivi alle aziende per promuovere tale forma di collaborazione, il TPP invece obbliga gli Stati aderenti ad introdurre detti incentivi.

Il testo del TPP, inoltre, introduce forme di responsabilità indiretta, secondaria o da favoreggiamento, per gli Isp in caso di mancata rimozione di contenuti online. Gli Isp sono obbligati a impedire la reimmissione online di contenuti già rimossi (notice and staydown). In tal modo si introduce una responsabilità diretta dei provider per omissione.
I provider, quindi, si vedrebbero ridotto il loro spazio di manovra, andando esenti da responsabilità solo nel momento in cui adottano, a loro spese, una specifica policy per la rimozione di contenuti online. In pratica ad ogni segnalazione dell’industria, il provider dovrà rimuovere e poi controllare che il contenuto non sia reimmesso, per non doverne rispondere. Ricordiamolo, non stiamo parlando di contenuti illeciti, ma solo di presunti illeciti, sulla base della valutazione del tutto unilaterale del titolare dei diritti.

I negoziatori insistono sul punto che i trattati si occupano solo di violazioni su scala commerciale, dimenticando però di spiegare che tale definizione include anche le violazioni senza scopo di lucro (il lettore MP3 con centinaia di brani musicali), quindi vi saranno sanzioni criminali anche per motivi di semplice condivisione online (il video condiviso su Facebook).
È interessante notare che per il calcolo dei danni civili in caso di violazione l’autorità giudiziaria ha la facoltà di prendere in considerazione qualsiasi misura del valore dell’opera, compreso la possibile perdita di profitti. La norma è la esatta replica dell’art. 2.2 di ACTA!

Addirittura il TPP prevede di includere anche le copie cache nell’ambito della materia regolata dalle leggi sul copyright, ciò vuol dire che le copie temporanee realizzate sul computer dell’utente mentre naviga in rete, guarda un video in streaming oppure ascolta musica, sono illegali se non espressamente autorizzate dall’editore. Occorrerà quindi un’ulteriore licenza anche solo per navigare in rete e l’industria avrà il controllo totale sui contenuti online.
Canada, Nuova Zelanda e Vietnam sono contrari a questa disposizione, l’Europa esenta le cache da regolamentazione, anzi di recente è intervenuta la CGUE stabilendo che le copie cache non sono soggette ad autorizzazione.

TTIP
Il TTIP è in fase meno avanzata rispetto al TPP. Le negoziazioni sono iniziate 3 anni dopo. La Commissione europea ha sostenuto che in materia di proprietà intellettuale le questioni poste sul tavolo sono limitate, ma non vengono forniti dettagli.
Comunque l’Europa sottolinea che “la proprietà intellettuale è una delle forze trainanti dell’innovazione e della creazione, nonché una delle colonne portanti di un’economia basata sulla conoscenza, e che l’accordo dovrebbe non solo includere una forte protezione di settori ben definiti e specifici dei diritti di proprietà intellettuale (DPI), comprese le indicazioni geografiche, ma anche essere coerente con gli accordi internazionali già esistenti; ritiene che altre aree di divergenza in materia di DPI debbano essere risolte in linea con le norme internazionali di protezione”.
Purtroppo non si richiama il fatto che i diritti esclusivi ostacolano anche l’accesso alla conoscenza e alla cultura, la salute, la sicurezza alimentare, l’innovazione e la diffusione delle tecnologie verdi, e che le limitazioni ed eccezioni ai diritti esclusivi sono essenziali per l’innovazione. Come dicevamo, l’approccio è di considerare la proprietà intellettuale una questione puramente commerciale, quindi un “investimento” delle aziende.

Anche TTIP prevede l’introduzione di forme di responsabilità degli intermediari, una specifica regolamentazione per le indicazioni geografiche e una tutela rafforzata per i brevetti. Secondo la prospettiva degli Usa tutto dovrebbe essere brevettabile, invenzioni, prodotto, processi, a condizione che siano suscettibili di applicazione industriale. In tal modo si aprirebbe alla possibilità di brevettare piante, animali e metodi chirurgici.

SORVEGLIANZA DIGITALE
Quando è venuto alla luce lo scandalo delle intercettazioni dell’NSA, l’Europa ha espresso a più riprese le sue preoccupazioni sulle attività di intelligence americane e le evidenti ricadute sulla privacy degli europei. Per questo motivo sono stati aperti due ulteriori gruppi di lavoro tra UE e Usa per analizzare la questione delle attività di intelligence e la protezione dei dati. Questo, purtroppo, è stato un grave errore da parte dell’Unione Europea, perché separando i due argomenti l’UE non ha più alcuna leva per controbattere sulle attività di spionaggio. Gli Usa potranno semplicemente bloccare ogni questione inerente l’intelligence sulla base della considerazione che si tratta di argomenti da discutere altrove.

Infatti, il negoziatore per la UE Jan-Willem Verheijden ha precisato che la privacy non è nel mandato negoziale dell’Unione europea.

PRIVACY
L’UE ha precisato che i suoi standard di protezione dei dati personali non saranno oggetto dell’accordo TTIP. Saranno comunque oggetto dei negoziati numerosi aspetti dell’economia digitale al fine di assicurare che le regole tra UE e Usa non agiscano come barriere al commercio.
Il punto, purtroppo, è che la privacy è percepita dalle aziende americane come un ostacolo al commercio, considerato che numerose di queste aziende fanno affari sfruttando i dati personali. A questo proposito TTIP potrebbe compromettere seriamente l’attuale standard di tutela europeo se si dovesse introdurre l’approccio americano.
Nei negoziati, quindi, si discuterà di privacy, ma solo sotto l’aspetto esclusivamente commerciale, non certo quello della tutela dei cittadini che sarà affrontato a parte. Forse.

CONTROVERSIE INVESTITORE-STATO
L’aspetto probabilmente più controverso dei due trattati riguarda le ISDS (investor-State dispute settlement) cioè le controversie investitore Stato, che trovano le loro origini nel diritto internazionale consuetudinario, quando uno Stato rivendica la protezione diplomatica contro un pregiudizio causato dallo Stato ospitante. Gli Stati possono stabilire appositi strumenti per la protezione delle aziende straniere che investono (questo tipo di protezione, precisiamolo, non è a disposizione degli investitori locali, ma solo di quelli esteri, così determinando una evidente discriminazione). La protezione degli investimenti diretti è attualmente garantita da oltre 2000 trattati internazionali, come il NAFTA, il capitolo 11 del quale, appunto, consente agli investitori di proporre azioni direttamente contro il governo di un altro Stato aderente al trattato.

Tali clausole non sono previste nei rapporti tra UE e Usa (attualmente gli Usa hanno accordi che prevedono clausole ISDS con Bulgaria, Croazia, Repubblica ceca, Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia, Romania e Slovacchia), essendo i rapporti commerciali disciplinati dal WTO che non consente ad una azienda di attaccare direttamente uno Stato. Ma il TTIP prevede l’inserimento di una clausola del genere, che autorizza una multinazionale a citare in giudizio uno Stato sovrano dinanzi ad un arbitro internazionale (es. la Banca Mondiale) se ritiene che una legge possa alterare le sue aspettative di guadagno.
Ricordiamo che il presidente della Banca Mondiale è nominato dagli Usa ed è il presidente del Centro Internazionale per la risoluzione delle controversie relative agli investimenti (ICSID), il quale nomina il segretario e i 3 arbitri per questo tipo di controversie. È evidente lo sbilanciamento a favore degli Usa.

Clausole di questo tipo una volta venivano inserite nei trattati per impedire che uno Stato espropriasse illegittimamente i beni di un’azienda. L’Europa oggi spiega che occorrono perché i tribunali di un paese potrebbero essere prevenuti oppure perché quello Stato potrebbe non rispettare gli accordi!!!!
Col tempo tali clausole hanno finito per costituire una potente arma contro la sovranità dei paesi occidentali perché non sono previste solo per le perdite pregresse (come per l’espropriazione) ma anche per risarcire la perdita di utili futuri, derivanti ad esempio da una nuova normativa in materia ambientale o sanitaria. Il miglioramento delle norme di sicurezza o di salute determina sovente la riduzione dei profitti delle aziende che devono provvedere ad ulteriori spese per adeguare gli impianti.
Così le ISDS sono diventate un mezzo per annullare le leggi di un paese, sostituendo il sistema di tutela con uno ottimizzato per le imprese. È noto il caso di Ely Lilly che porta in giudizio il Canada, ma gli esempi teorici sono molteplici, come la mancata introduzione in Europa di normative più stringenti sulla pirateria online, oppure l’adozione di software open source, o l’accesso a costi bassi per le medicine essenziali, tutte cose che porterebbero a ridurre i profitti attesi dalle aziende americane, e quindi consentirebbe loro di ottenere risarcimenti miliardari (Occidental Petroleum vs Ecuador, risarcimento di 1,77 miliardi di dollari).

Tali clausole sono assolutamente non necessarie per il semplice motivo che i paesi negoziatori (Usa e UE) dispongono di sistemi giuridici ben sviluppati che prevedono la risoluzione delle controversie tramite giudici terzi.
Tra l’altro queste clausole appaiono in contrasto con la normativa UE che prevede come giudice di ultima istanza la Corte di Giustizia Europea.

Nel 2013 l’Unione Europea ha avviato anche una consultazione sulle clausole ISDS in relazione proprio al TTIP. Ovviamente la consultazione è su come introdurre queste clausole, non se introdurle!

TISA
Di recente Wikileaks ha pubblicato la bozza del testo del trattato TISA, un accordo commerciale segreto che andrebbe ad affiancare TPP e TTIP per realizzare un mercato unico mondiale. I paesi negoziatori del TISA sono: Australia, Canada, Cile, Cina Taipei, Colombia, Costa Rica, Unione europea, Hong Kong, Islanda, Israele, Giappone, Liechtenstein, Messico, Nuova Zelanda, Norvegia, Pakistan , Panama, Paraguay, Perù, Repubblica di Corea, Svizzera, Turchia e ovviamente Stati Uniti.
Il trattato è negoziato in gran segreto, e mira a consolidare il modello di deregolamentazione fissando nuovi standard nel settore dei servizi, non solo i servizi finanziari ma ogni tipo di servizio, compreso quelli di telecomunicazione nonché i servizi essenziali (acqua). Anche qui l’idea di base è eliminare tutto ciò che costituisce “barriera commerciale” imponendo degli arbitri internazionali per risolvere le controversie, così tutelando le aziende investitrici.

STANDARD INTERNAZIONALI
Le disposizioni di entrambi i trattati, per la loro genericità, creeranno numerosi problemi in fase di applicazione con il rischio di ledere i diritti dei cittadini. I governi elogiano sempre i cosiddetti free trade, cioè i trattati di libero commercio, ma a quanto pare questi trattati contengono numerose misure di stampo prettamente protezionistico.

Il TPP non è negoziato direttamente con l’Europa vista la cocente sconfitta degli Usa, sponsor di ACTA bocciato dal Parlamento Europeo, si è così preferito procedere con accordi con i paesi del Pacifico. In una fase successiva si è aperto un nuovo negoziato diretto con l’UE, il TTIP, nel quale progressivamente si sono trasposte norme del TPP.
Ma l’obiettivo di entrambi i trattati è di realizzare un quadro comune tra i partecipanti, in particolare tra gli Usa e l’Europa, fissando degli stringenti standard per la tutela della proprietà intellettuale. Si tratta di un obiettivo che evidentemente va a tutto favore degli Usa, visto che la sua economia è ormai principalmente basata sulla proprietà intellettuale. Una volta fissato uno standard comune si procederà man mano ad estenderlo agli altri paesi.

L’approccio esclusivamente commerciale alla proprietà intellettuale implica l’applicazione di una regola comune, one size fits all in materia di copyright e marchi. Ma ciò può non andare bene a tutti, perché alcuni paesi potrebbero avere necessità di regole diverse a seconda delle condizioni culturali ed economiche. In realtà la proprietà intellettuale può essere di per sé una barriera commerciale, basti pensare alle crescenti dispute in materia di brevetti tra le aziende produttrici di smartphone che impediscono il commercio di numerosi modelli tra Corea e gli Usa. Oppure, ricordiamo la famosa immagine di Albert Einstein che è nel pubblico dominio in Canada ma non può essere usata negli Usa.

Quindi, l’imposizione di regole comuni, anzi l’estensione delle regole degli Usa ad altri paesi diventa una punizione per gli Stati insubordinati e rei di politiche economiche che non assicurano sufficienti garanzie di guadagno alle aziende americane investitrici.
Sorge un dubbio, perché la Germania viene trattata come uno dei partner più affidabili quando invece è il paese che ha approvato la Link Tax, che di fatto crea una potente barriera commerciale all’ingresso?

L’intenzione evidente è di riuscire ad imporre in futuro lo stesso quadro normativo ai BRIC, Brasile, Russia e Cina, così imbrigliando le maggiori opportunità di crescita dei paesi emergenti. Considerato, però, che Cina e India hanno già dichiarato di non voler aderire a tali trattati, in quanto incompatibili con il TRIPs ed altri trattati del WTO poiché creano delle evidenti barriere commerciali, il rischio è che avremo una normativa molto più restrittiva in Europa e negli Usa e una normativa più permissiva negli altri paesi, con le ovvie conseguenze che molte nuove aziende potrebbero spostarsi per sottrarsi alle regole protezionistiche.
Quello che davvero non si riesce a comprendere è per quale motivo l’Europa accetta una tale palese subordinazione agli Usa.

Autore
Avvocato e blogger. Mi interesso di diritto applicato ad internet e alle nuove tecnologie di comunicazione. @brunosaetta



Perché il piano scuola è da bocciare

Un premio per chi lavora di più, una scuola aperta dalle 8 alle 22 e anche d’estate. Tutti i limiti del patto proposto dal Governo Renzi.


Foto via profilo Flickr di Palazzo Chigi

Un premio per chi lavora di più

“Un premio ai prof, ma dovranno lavorare di più”. Così titolava La Repubblica ieri, e questo passa dello sfolgorante “piano” per la scuola che il Governo Renzi ha presentato ieri.

Già l’impostazione, con quel “dovranno lavorare di più”, ha suscitato polemiche: da un lato una fetta di “società civile” ha cominciato a lodare il proposito, perché in Italia è diffusa e radicata la convinzione che gli insegnanti siano una casta di privilegiati che lavora poche ore al giorno. L’attuale contratto prevede infatti per medie e superiori 18 ore di docenza “frontale”, cioè, in pratica di lezioni in classe, e 80 ore annuali fra collegi, riunioni e altre attività. Non sono mai state conteggiate nei contratti le ore a casa, che servono ai docenti a preparare le lezioni, correggere i compiti, approfondire: una serie di attività necessarie e che ogni buon docente compie ogni giorno, ma che risultano “invisibili” e pertanto la maggior parte delle persone ritiene inesistenti, ma che vari studi  negli anni hanno stimato che portino il carico di lavoro degli insegnanti a ben più di 40 ore settimanali effettive. I docenti italiani, inoltre, non lavorano meno dei loro colleghi nel resto del mondo: in tutti i paesi sviluppati le ore di docenza frontale sono 18, le ore a casa sono conteggiate a parte a forfait in base al numero di alunni  e spesso, non sono previste neppure le ore obbligatorie per riunioni e attività collegiali. Anche il numero di giorni di scuola è uguale o addirittura inferiore a quello previsto in Italia, perché i giorni di vacanza sono quasi equivalenti, anche se distribuiti in maniera diversa nel corso dell’anno.

Il Governo Renzi, da quanto si capisce, vorrebbe portare “l’orario” di lavoro degli insegnanti a 36 ore settimanali (o meglio, si intuisce, a 36 per le elementari e 24 per medie e superiori), su base volontaria. Cioè, in pratica, ogni docente potrà scegliere se aderire o no alla proposta di fare ore in più. Non sarebbe questa, nonostante lo strombazzamento, una grande innovazione: da anni, infatti, i professori di medie e superiori possono all’inizio dell’anno dare disponibilità a fare fino a 24 ore di lezione o fare ore di supplenza in più per coprire eventuali assenti. Perché pochi lo fanno? Semplice, perché 24 ore di docenza in classe sono pesantissime, e richiedono un carico maggiore di lavoro a casa (cioè di quello che fino ad ora non viene comunque conteggiato: correzione compiti, preparazione delle lezioni, reperimento del materiale, etc.) per cui, di solito, pochissimi si offrono volontari. Quello che infatti il Governo Renzi, come quasi tutti i governi precedenti e gran parte della società, fatica a capire della scuola è che la scuola non produce bulloni: ogni lezione funziona se è preparata con cura, e non basta “aumentare” le ore in classe perché l’apprendimento da parte degli alunni sia più efficace. Il docente potrà quindi anche fare sei ore in più in classe, ma questo non aumenterà la qualità della sue lezioni. Detto in maniera molto semplice: il docente bravo e scrupoloso accetterà, per motivi biecamente economici, di fare sei ore in più, ma per quelle ore, al contrario di quanto fa adesso, non creerà materiale nuovo appositamente pensato per gli alunni, riciclerà qualcosa di già pronto pensato per altri, e quindi la qualità complessiva del suo insegnamento sarà inferiore; il docente incapace o pigro potrà tranquillamente accettare di fare sei (ma anche nove, ma anche diciotto) ore in più: tanto continuerà a fare quello che fa ora, e cioè poco o nulla, con la soddisfazione però di venire pagato meglio.

A cosa servono e dove si svolgeranno queste ore in più?

Non si capisce poi esattamente a cosa serviranno queste ore in più. Nella bozza pare che alcune saranno usate per coprire le assenze dei colleghi (quindi tagliando posti di lavoro per i giovani supplenti precari, che spesso di supplenze brevi campano), ma anche di attività di progettazione per la scuola, o di incarichi (cioè per fare vicepreside, vicari e altro). Pare chiaro quindi che non serviranno per la correzione dei compiti, che quindi, andrà svolta da docente a casa, per conto suo, come ora.

Altro problema sarà, molto banalmente, dove svolgerle. Mettiamo infatti il caso che il docente resti a scuola sei ore in più, e non in classe, perché non ci sono colleghi da supplire. Se anche vuole mettersi a correggere compiti o progettare le sue lezioni sorge un problema di spazi: i docenti non hanno negli edifici scolastici un proprio ufficio. Esistono le sale docenti, certo, che sono aule di solito piuttosto piccole e dotate di un solo tavolo e (forse) un computer. Impossibile pensare che decine di docenti si contendano quello spazio per diverse ore, fosse anche solo per correggere gli elaborati degli alunni, o che usino la postazione informatica tutti assieme per trovare materiale e stamparlo. Impossibile che usino la sala biblioteca per trovare materiale per le lezioni (le biblioteche in molte scuole non esistono, i cataloghi non sono aggiornati, e le aule sono quasi sempre chiuse perché non c’è personale) o le aule informatiche, anche perché, laddove esistono, se la scuola verrà tenuta aperta dalle 8 alle 22, saranno occupate dalle lezioni. Quindi, in pratica, il docente vagolerà per i corridoi, rimpiangendo di non potersene andare a casa, dove almeno, sulla sua scrivania e con la sua libreria a portata di mano, potrebbe fare qualcosa di utile.

Una scuola aperta dalle 8 alle 22

Affrontiamo ora l’altro problema, quello del quando. Renzi vuole una scuola “aperta dalle 8 alle 22”, cosa che nessun paese europeo offre. Ok, ma, banalmente, chi la tiene aperta? Oltre al contratto degli insegnanti, bisognerà rivedere quello degli ATA e dei bidelli, e contrattare con le amministrazioni comunali la fornitura di riscaldamento (oggi, per risparmiare, le amministrazioni comunali e provinciali tendono a tenere le scuole aperte sempre meno e condensare addirittura gli orari dalle 8 alle 14, per poi chiudere tutto) e rivedere tutti i contratti con le ditte che offrono il servizio di trasporto scolastico per gli alunni. Non è inoltre pensabile che i professori possano coprire orari così estesi: pensiamo a chi si ritroverebbe con la cattedra spezzata su più scuole, a svariati chilometri di distanza l’una dall’altra, come spesso avviene: dovrebbe fare la mattina da una parte, il pomeriggio da un’altra e la sera magari in una terza sede? Mancano poi nelle scuole mense o almeno i fondi per i buoni pasto degli insegnanti: perché se si pretende che restino a scuola, per esempio, tutti dalle 8 alle 19 e oltre, bisognerà provvedere a farli anche mangiare da qualche parte, persino a cena.

Il quando è un problema anche per le cosiddette aperture estive promesse da Renzi. Qua il Governo dovrà affrontare un altro nemico: il caldo. Da fine giugno in poi le scuole italiane sono saune: basta una botta di scirocco e nelle classi si toccano come niente di 40 gradi. Saranno dotate di aria condizionata? Perché non è pensabile tenere 26/30 alunni (il numero è quello, ormai, per classe) in aule piccole e mal areate a far lezione a giugno/luglio. Poi le lezioni chi le fa? I docenti sono tutti a scuola fino al 30 giugno anche oggi, e sono impegnati a fare esami o, quelli che non fanno esami, in riunioni. Prendono le ferie (i famosi 32 giorni +6 previsti dal contratto) a partire dal 1 luglio,  e aggiungendoci il giorni libero dovuto dal contratto, a arrivano così al 31 agosto quasi tutti. A scuola chi ci resta? Certo, si può costringere i docenti a prendere come ferie obbligatorie i 15 giorni a Natale, ma allora bisognerà prendere accordi con Comuni e Provincie perché tengano i riscaldamenti aperti per i docenti, che vagoleranno per i corridoi, visto che gli alunni saranno comunque in vacanza.

Decide il Dirigente Scolastico

Infine la ciliegina sulla torta: gli incarichi e il bonus per i docenti meritevoli saranno a quanto pare  dipendenti solo dalla decisione del Dirigente Scolastico. Cioè, in pratica, se un docente per qualche motivo starà sulle scatole al suo dirigente, ciao aumenti di stipendio. Si dice che il Dirigente sarà premiato in base ai risultati, immaginiamo quelli degli INVALSI, ma non si capisce però come i risultati di prove che determinano al massimo la preparazione degli alunni in matematica e italiano possano venir usate per proporre premi a insegnanti, chessò, di musica, tecnologia, lingue o arte. Inoltre i risultati INVALSI si sanno l’anno successivo allo svolgimento delle prove: quindi il supplente bravo che ha lavorato bene o il docente che ha chiesto trasferimento o perso la cattedra per una contrazione degli alunni non potranno percepire un eventuale premio, perché saranno già in servizio altrove.

E ora bisogna trovare i soldi

Tutte queste innovazioni si scontrano poi con un problema banale ma enorme. Bisogna trovare i soldi. Già da anni nelle scuole attività molto simili a quelle proposte (corsi di alfabetizzazione e recupero per gli alunni stranieri o in difficoltà, corsi aggiuntivi al pomeriggio, supplenze brevi) venivano offerte e pagate grazie al FIS, ovvero il fondo di istituto assegnato ad ogni scuola. Che negli ultimi tre anni è stato falcidiato, per colpa della spending review. Ora si vuole reintrodurre quello che si è tolto, in pratica, ma il Ministero delle Finanze dovrà trovare i fondi da qualche parte. Dove? Non si sa ancora. Attendiamo notizie dal mirabolante Governo Renzi.




Legge elettorale e Senato: una riforma da rivedere. E i gufi non c’entrano

Dopo le aperture del MoVimento 5 Stelle, continua il confronto fra PD e forze d’opposizione sull’Italicum. Una legge elettorale degna di questo nome dovrebbe avere come obiettivo un giusto equilibro tra governabilità e rappresentanza.


Sulla legge elettorale abbiamo espresso in questi mesi le nostre perplessità: l’Italicum è attualmente una legge a misura dei partiti, non per i cittadini. L’obiettivo dei partiti, compreso adesso MoVimento 5 Stelle che si è aperto al confronto con il PD, dovrebbe essere trovare il giusto equilibrio tra governabilità e rappresentanza.

Se si considera anche la riforma del Senato che sarà, secondo la volontà del Governo, non elettivo, il combinato disposto della legge elettorale (con liste bloccate e candidature plurime, accesso premio di maggioranza con 37% dei voti, sbarramento eccessivo per i piccoli partiti) e del Senato rischia di minare fortemente la rappresentatività e il tasso di democraticità (inteso soprattutto, ma non solo, come rapporto elettore-elettorato).

Come giustamente ha sottolineato Alessandro Gilioli su L’Espresso

Insomma, per farla breve: riforma del Senato più Italicum uguale scarsa legittimità democratica del Parlamento e soprattutto inversione di tendenza rispetto al declamato percorso di avvicinamento dei cittadini agli eletti.

L’assemblea di palazzo Madama sarà composta da 5 senatori scelti dal Quirinale, 21 sindaci e, soprattutto, 74 consiglieri regionali selezionati tra i 1014 eletti a tale carica nelle venti regioni italiane. Selezionati come? Con precisione lo sapremo solo quando verrà emenata la legge ordinaria che seguirà quella costituzionale, ma – quale che sia la soluzione tecnica – in questa selezione saranno fondamentali le decisioni o pressioni dei vertici dei partiti a livello regionale o nazionale. In altre parole: i futuri senatori non saranno scelti dai cittadini ma dai partiti. O meglio: i cittadini ne sceglieranno come sempre mille, come amministratori locali, ma non avranno voce in capitolo su quali 74, tra quei mille, saranno anche senatori.

Non si capisce davvero perché il Senato debba essere non elettivo. Se la scusa sono i costi non regge:

Finora l’unica motivazione che ho sentito è che un Senato composto da consiglieri regionali e sindaci costerebbe meno, perché questi senatori non sarebbero stipendiati per la loro seconda funzione. Già di per sé l’argomentazione è debole, ma lo diventa ancora di più se messa al confronto con altre proposte: ad esempio quella di Chiti (che riduce  il numero complessivo dei parlamentari a 415, quindi comporta risparmi maggiori rispetto a 630 deputati che continueranno a costare come prima, nel disegno Boschi-Renzi) o quelle che ipotizzano un taglio sia dei parlamentari sia dei loro emolumenti.

Tra l’altro la Commissione Affari Costituzionali dopo un imbarazzante scaricabarile sulla questione immunità dei Senatori non eletti – tutti si sono dissociati: Governo, Partito Democratica, Forza Italia, Nuovo Centro Destra, Lega – ha approvato l’emendamento con il voto favorevole di tutti (tranne M5S e Sel).

Domani, giovedì 3 luglio, dopo la lettera aperta del PD al MoVimento 5 Stelle sulla legge elettorale, ci sarà un nuovo incontro sulle riforme istituzionali. Intanto nella replica il MoVimento si dice disponibile per una nuova legge elettorale – fattibile in 100 giorni – che garantisca governabilità e stabilità. Ecco cercate, tutti, di non dimenticarvi della rappresentanza. Sul tavolo attualmente c’è una riforma in nome del potere, ci sarebbe poi una legge elettorale in nome della democrazia.

Aggiornamento 6/7/2014: L’incontro tra PD e MoV5Stelle non c’è stato (sembra previsto per domani: il vicesegretario PD Guerini avrebbe dato appuntamento a Luigi Di Maio [l'intervista al Corriere della Sera è interessante, per l'apertura ulteriore che il Movimento fa al PD rispetto alle riforme], ma Debora Serracchiani sostiene invece che l’incontro non è certo. Vedremo. (update: il PD ha annunciato di aver annullato l’incontro)

Intanto:

1) Secondo un sondaggio SWG gli italiani non sono proprio così convinti né del Senato non elettivo né dell’immunità parlamentare riconosciuta a non eletti. Stesse conclusioni del sondaggio di IPR.

 

Qualcuno sulla mia bacheca di Facebook ha commentato: evviva il coraggio dell’impopolarità. Ora il punto non è il coraggio dell’impunità. Ma il pasticcio costituzionale che sta venendo fuori.

Su Senato volete l’immunità? E allora deve essere elettivo. Oppure aboliamo il Senato ma rivediamo tutto l’impianto istituzionale. Ma non si può fare con l’idea di farlo in fretta, pur di farlo, e con questo Parlamento (“nominato” con una legge incostituzionale) e con queste larghe intese (che nessuno ha votato, anzi). Insomma il modo con cui si sta procedendo per me è tutto sbagliato. E il modo sta inevitabilmente incidendo sulla qualità della riforma.

2) Francesco Verderami sul Corriere della Sera nell’articolo “Il gioco delle preferenze camuffate” parla addirittura di una sorta di Lodo Boschi (il Ministro non ha ancora smentito, se arriverà smentita aggiornerò il post ovviamente):

 

Berlusconi avrebbe chiesto e ottenuto una rassicurazione: una legge elettorale che gli consenta di restare padre padrone del suo schieramento grazie al meccanismo della designazione insindacabile dei futuri parlamentari. Perpetuare la pratica dei nominati, insomma. L’autrice della trovata sarebbe la ministra Maria Elena Boschi (che mi auguro smentisca). In pratica si contemplerebbe un meccanismo di preferenze che scatta solo per il partito vincitore delle elezioni. Chi rimane all’opposizione (come quasi certamente succederà a Berlusconi) elegge automaticamente i capolista designati.

3) In questo processo verso spazi sempre più ristretti di partecipazione dei cittadini, nella riforma è stato inserito un emendamento che porta da 50.000 a 250.000 il numero di firme necessarie per le leggi di iniziativa popolare.

Ecco perché mi è scappata una risata amara quando ho letto questo titolo: Europa: Renzi, ha senso solo se mette insieme i cittadini.

E l’Italia?

Qui nessuno cerca di fermare le riforme. Se possiamo anche smetterla di usare questo argomento, grazie. Si cerca di contribuire per una riforma che rispetti a pieno i cittadini e le dinamiche democratiche.

Nel XXI secolo la democrazia è sfidata non solo dai terrorismi, ma da semplificazioni che danno vita a quella che viene definita dittatura delle maggioranze, un affievolirsi cioè dei controlli sui governi. È un pericolo dal quale guardarsi. La democrazia ha bisogno di partecipazione e governabilità, non di contrapporre l’una all’altra.

Vale la pena leggerla tutta la lettera al Corriere della Sera di Vannino Chiti sulle riforme costituzionali.




Rai: ma quale servizio pubblico?

Missione, governance e canone: da Renzi ai sindacati tutti invocano un cambiamento radicale. Sarà questa l’occasione per liberare la Rai dall’occupazione dei partiti? Qual è la situazione e quali i modelli.


Articolo in partnership con i quotidiani del gruppo Espresso
(hanno collaborato Arianna Ciccone, Vincenzo Marino

Una riforma della Rai in 6 mesi. Questa l’intenzione del governo Renzi, secondo le ultime indiscrezioni pubblicate da Repubblica. Un cambiamento che riguarderebbe il servizio pubblico nella «governance, il canone e la legge Gasparri». A oggi, però, nel dl Irpef approvato definitivamente alla Camera, per la Rai c’è il taglio da 150 milioni. Un provvedimento che ha finalmente riacceso la discussione sul ruolo della tv di Stato in Italia.

Cosa dice il decreto

«La Rai è chiamata a concorrere al risanamento (dei conti pubblici ndr) con un contributo di 150 milioni di euro». Provvedimento annunciato il 18 aprile scorso da Matteo Renzi durante la presentazione del decreto legge Iperf. Nella prima versione del dl – pubblicato in gazzetta ufficiale il 24 aprile – la Rai, all’articolo 21, veniva autorizzata a vendere quote di società partecipate, anche di maggioranza e a riorganizzare le proprie sedi regionali.

(S)Vendere Rai Way?

Nella conferenza stampa di presentazione del dl, Renzi aveva parlato di «vendita di Rai Way». Con le modifiche apportate al testo nelle commissioni Bilancio e Finanza del Senato è rimasta la possibilità di vendere quote di minoranza della società, mantenendone quindi il controllo. Per Anna Maria Tarantola, presidente Rai, questa operazione nel breve periodo è «l’unica soluzione percorribile, per fronteggiare la riduzione di 150 milioni di euro degli introiti da canone (…)». Conferma che arriva anche dal direttore Luigi Gubitosi, direttore generale Rai, che intervistato dal Corriere della sera, ha spiegato che la quotazione di Rai Way è già operativa: «Abbiamo selezionato un gruppo di banche, di advisor».

C’è chi però al riguardo ha un giudizio negativo. Roberto Fico (M5s), presidente della commissione di Vigilanza Rai, ha infatti detto che «Rai Way è un bene pubblico, non si svende».

> Ma quali compiti ha questa società nella galassia Rai e qual è il suo stato di salute?

Nata nel luglio 1999, diventa operativa da marzo 2000. Attualmente è controllata interamente dalla Rai. A Rai Way è stata trasferita la proprietà delle infrastrutture e degli impianti per la trasmissione e diffusione televisiva e radiofonica della Rai. Ci lavorano circa 600 ingegneri e tecnici ed è composta da 23 sedi territoriali e 2.300 siti dislocati in tutta Italia. Due le attività che svolge:

a) gestione e sviluppo delle reti di trasmissione e diffusione radiotelevisiva per la RAI

b) erogazioni servizi verso clienti business.

Dal bilancio 2013 emerge una società in piena salute. L’esercizio dell’anno scorso, infatti, si è chiuso con un utile netto di 11,8 milioni di euro, in aumento rispetto a quello del 2012 di 8,5 milioni di euro (+255%). I ricavi del 2013 sono stati pari a 219,2 milioni di euro, in diminuzione di 5,4 milioni di euro rispetto al 2012 (- 2,4%). Per i costi, il dato è  di 132,8 milioni di euro, con una contrazione di 3,2 milioni (-2,3%) rispetto all’anno scorso. La capitalizzazione del personale è pari a 0,9 milioni di euro, diminuita di 1,3 milioni di euro rispetto al 2012 grazie all’impiego di risorse interne per attività di progettazione e installazione. Al 31 dicembre 2013 l’organico di Rai Way era composto da 601 unità (14 dirigenti, 118 quadri, 434 tecnici o impiegati e 35 operai). Nel corso dell’anno, 42 persone hanno aderito al piano di incentivazione all’esodo volontario. Altra fonte di risparmio è stata quella dei costi per le trasferte, ridotti di 0,8 milioni di euro.

La polemica sulle sedi regionali 

Per risparmiare dalla riorganizzazione delle sedi regionali Rai, il governo ha fatto sua la proposta presente nel piano di spending review (“Proposte per la revisione della spesa pubblica 2014/2016”, pag .71) di Carlo Cottarelli, commissario straordinario per la revisione della spesa pubblica. Con le ultime modifiche al decreto legge, al contrario, queste sedi vengono mantenute.

> Ma qual è il loro costo?

Domanda di non facile risposta. Abbiamo chiesto direttamente all’ufficio stampa della Rai, ma le cifre non ci sono state fornite perché si «tratterrebbe di un’informazione sensibile che favorirebbe la concorrenza». Antonella Piperno su Panorama, nel febbraio scorso, ha fatti i conti in tasca a queste strutture:

Sono oltre duemila i dipendenti insediati nelle 17 sedi e nei quattro centri di produzione Rai di Milano, Napoli, Torino e Roma. Cui si aggiungono  altre tre redazioni: quella in sloveno della sede triestina e quelle tedesca e ladina a Bolzano. Totale della spesa annua: circa 400 milioni di euro.

Oltre al costo, Piperno nel pezzo racconta anche di continui sprechi:

A Firenze ogni dipendente ha a disposizione 140 metri quadri, la sede di Bari ha otto piani per un centinaio di dipendenti in tutto, a Genova i piani sono addirittura 12  e a Venezia  si lavora tra gli affreschi del Tiepolo a palazzo Labia, che la Rai non riesce a vendere.

A questi sperperi, nell’articolo, si aggiungono anche interessi politici locali che condizionerebbero il servizio pubblico prodotto nelle sedi regionali. Al riguardo, Giancarlo Magni, ex vice capo redattore del tgr Toscana, in un articolo su Formiche.net, elencando le anomalie della Rai, scrive che «le sedi regionali sono, anche inconsciamente, una longa manus del potere politico locale».

Tutte criticità evidenziate anche da Milena Gabanelli in una lettera pubblicata a fine 2013 sulle pagine del Corriere della sera. La giornalista di Report si domandava quale fosse l’utilità di questi sedi, se i tre tg regionali producono al giorno “servizi su sagre”, “su assessori che inaugurano mostre” e “qualche fatto di cronaca”:  «Perché non cominciare a razionalizzare?». Ne era nato un botta e risposta con l’Usigrai, in cui il sindacato dei giornalisti Rai aveva sia contestato numeri e considerazioni riportate dalla Gabanelli, sia confermato che «alcuni immobili sono sovradimensionati».

Taglio di 150 milioni di euro: legittimo o no?

Nel decreto restano confermati i soldi che la Rai deve dare. Sulla regolarità del taglio ci sono però pareri discordanti. Per Vittorio Di Trapani, segretario nazionale dell’Usigrai, si tratta di un provvedimento che oltre «a mettere in grave difficoltà i conti economici della Rai», è anche illegittimo: «La stessa cosa è stata confermata di recente dall’Ebu (l’associazione dei servizi pubblici europei) che ha scritto al presidente della Repubblica Napolitano, dicendo che un taglio così fatto mette a repentaglio la libertà e l’indipendenza del Servizio Pubblico».

Illegittimità che Alessandro Pace, ex presidente dell’associazione italiana dei costituzionalisti, a cui il sindacato ha chiesto un parere tecnico, ha spiegato essere dovuta al fatto che si tratta di un “appropriazione indebita” perché i 150 milioni da versare arriverebbero dal canone che «ai sensi della legislazione vigente (…) «deve essere attribuito per intero alla concessionaria del servizio pubblico» e che «il titolo giuridico di trasferimento alla Rai è costituito da un’imposta di scopo».

In un’intervista al Fatto Quotidiano, Angelo Guglielmi, ex direttore di Raitre, ha definito invece «irrilevante» il taglio richiesto dal governo Renzi definendo ingiustificato lo sciopero dell’11 giugno scorso (con partecipazione al 75%, dati dei promotori) fatto dai dipendenti Rai: «si dimostra che la Rai teme di saper stare sul mercato».

Se si vuole partire dai tagli, bisogna ricordare che in questi anni sono comunque stati fatti. Nel 2012 la Rai ha chiuso il bilancio in rosso di 240 milioni di euro. Quello del 2013, grazie a notevoli riduzioni di costi, ha registrato un utile netto di 5 milioni di euro.

Sul tema è intervenuta anche la Presidente della Rai, Anna Maria Tarantola: «Abbiamo risparmiato 85 milioni in un anno. Ridotto i compensi delle star del 10-20% man mano che i contratti andavano in scadenza. Abbiamo avviato una procedura per razionalizzare le sedi regionali e per la vendita degli immobili». Tarantola ha inoltre sottolineato che la cifra chiesta dal governo Renzi inciderà pesantemente sul bilancio. Ecco perché per la presidente della Rai se si vuole lavorare a un «cambiamento radicale» della Rai «è necessario intervenire su missione, governance, canone».

Ma come funziona la Rai?

La Rai, concessionaria del servizio pubblico e radiotelevisivo, è una società per azioni (come stabilito nello Statuto) controllata per il 99,56% dal ministero dell’Economia e per il restante 0,44% dalla SIAE. La legge Gasparri (2004) e il testo unico della Radiotelevisione (2005) ne stabiliscono funzionamento e compiti.

> Finanziamento misto

> Governance

Il Consiglio di amministrazione è composto da 9 membri che durano in carica 3 anni. La nomina dei consiglieri, dopo la legge Gasparri, si svolge in questo modo: il Parlamento tramite la Commissione parlamentare di Vigilanza sceglie 7 membri. Il governo – tramite il ministero dell’Economia – ne sceglie un altro più il Presidente. Il direttore generale, in carica per 3 anni, viene votato dal consiglio di amministrazione dopo la nomina del ministero del Tesoro. Il cda decide anche i direttori di rete e i direttori dei telegiornali. Un meccanismo di lottizzazione che porta la politica al dominio degli organi direttivi della Rai, attraverso spartizioni (tra maggioranza e opposizione) e nomine.

> Contratto di servizio

È un accordo che la Rai e il ministero del Tesoro rinnovano ogni 3 anni. Individua i compiti necessari della società concessionaria per svolgere il servizio pubblico. Ma proprio sulle firma del Ministero del Tesoro sono nate delle riserve. Nel 1975, infatti, la legge n.103, sancì il passaggio del controllo del servizio pubblico dal governo al Parlamento in nome dell’indipendenza, l’obiettività e il pluralismo. Proprio per questo motivo, Gilberto Squizzato, ex giornalista Rai, nel suo libro La tv che non c’è. Come e perché riformare la Rai (2010) si domanda cosa c’entri la firma del ministro, espressione di controllo del governo.

«Se per caso - sottolinea Squizzato – il contratto di Servizio fosse disatteso dalla Rai anche per una sola delle voci (elencate dal contratto stesso) chi dovrebbe risponderne? Il suo presidente? Il consiglio di amministrazione? Il direttore generale? I direttori di testata? Oppure bisognerebbe rescinderlo e magari affidare il servizio pubblico radiotelevisivo a un’altra emittente?»

> Codice etico

Se il Contratto di Servizio stabilisce, come scrive sempre Squizzato, la varietà merceologica che la Rai deve fornire al pubblico pagante, è la Rai stessa, e qui siamo al paradosso, che con un proprio Codice Etico (Documento approvato dal Cda che rappresenta i valori in cui il gruppo Rai si riconosce), stabilisce da sé le proprie finalità.«Insomma la Rai si dà i compiti e si controlla se stessa».

Tra l’altro, e questo è uno dei punti deboli, il Codice afferma che il pluralismo «deve avere riscontro nei singoli programmi». «È facile verificare l’impraticabilità, e dunque l’assurdità, di questa prescrizione: com’è possibile, in tutti i singoli programmi applicare il pluralismo (dalla partita di calcio al settimanale giornalistico, alla fiction alla trasmissione scientifica). L’unico pluralismo effettivamente realizzabile è quello che si manifesta nell’articolazione di un palinsesto vario e completo e con la diversità di voci, culture, orientamenti che vi si esprimono», commenta Squizzato.

> Organico

Al 31 dicembre 2012 l’organico Rai in totale è di 13.158 persone. Con un costo per il lavoro subordinato pari a 1 miliardo di euro.

Dai dati forniti da Gubitosi nell’audizione in vigilanza Rai del giugno 2013 emergono le retribuzioni dei dirigenti e dei giornalisti dirigenti. Ai primi in media va un compenso lordo annuo di 155.000 euro, mentre ai secondi di 147 mila euro. Con i massimi che raggiungono i 500.000 euro e i minimi 100.000.

Ma quali sono i criteri di assunzione in Rai? Sempre secondo i dati di Squizzato solo il 20% del personale è assunto con concorso. La pratica della chiamata diretta continua a verificarsi: uno degli ultimi casi è quello delle 35 assunzioni dal bacino della scuola di Perugia fatte dalla Rai la scorsa estate. Come anche quella della segnalazione politica, definita come uno dei problemi maggiori della Rai da parte del dg Gubitosi, in una audizione in vigilanza Rai nel giugno scorso (pag. 10):

(…) i progressi di carriera non sono stati determinati, per troppi anni, da competenza e merito, ma, al contrario, hanno subìto spesso influenze esterne. (…) Per lunghissimo tempo (…) le nomine, non solo quelle apicali, ma spesso anche quelle intermedie, sono state, in molte occasioni, decise sulla base di criteri di appartenenza e fedeltà. Questo comporta che nel tempo sia stata minata una cultura aziendale basata sui valori comuni delle persone, valori di crescita, di competenza, di merito (…).

Anche la modalità dei contratti firmati dalla Rai ha creato negli anni continui problemi e spese legali. Nel 2010 Sergio Rizzo scriveva sul Corriere della sera che le cause di lavoro aperte dalla Rai «erano ben 1.309, a fronte di 13.313 dipendenti in tutto il gruppo». Un contenzioso legale che nel 2011 ebbe «un costo complessivo di 105 milioni di euro», scriveva Giovanni Florio, su Lettera43 un anno fa.

Il servizio pubblico in Europa: modelli a confronto

Anche se il canone italiano non è tra i più alti in Europa, molto cittadini non lo pagano. «Registriamo un’elevata evasione di oltre il 26% - spiegava in Vigilanza nel giugno scorso la presidente Rai, Tarantola – contro medie di altri Paesi che vanno dal 5% al massimo al 10%». Fenomeno che «determina un mancato introito di circa 500-600 milioni annui, riducendo le possibilità di investimento in prodotto e in tecnologia».

Partendo da un focus del 2010, intitolato Il servizio pubblico, pluralismo, democrazia, media a cura della “Fondazione  per la sussidarietà”, è possibile provare a comparare i sistemi di finanziamenti, nomine e controllo di alcune delle più importanti tv europee di servizio pubblico con il nostro:

 France Télévision – Francia

Finanziamento: Misto, canone + pubblicità.

Nomine: C’è un consiglio di amministrazione che dura in carica 5 anni ed è composto da un Presidente più 14 membri: due parlamentari designati da commissioni incaricate degli affari culturali dell’assemblea nazionale e del senato, cinque rappresentanti dello Stato, cinque indipendenti, nominati dal Conceil superieur de l’audiovisuel, due rappresentanti del personale.

Controllo: Lo Stato detiene la totalità del capitale. L’incarico di regolare e vigilare è affidato a una autorità amministrativa indipendente, i cui 9 membri sono nominati con decreto del presidente della Repubblica.

 ZDF – Germania

Finanziamento: Misto, canone + pubblicità.

Nomine: Il direttore generale è eletto dal consiglio la cui composizione deriva dai “gruppi socialmente rilevanti” menzionati nel trattato della ZDF.

Controllo: Il servizio pubblico è completamente indipendente e autonomo, tanto che nel 2007, il Cda delle emittenti pubbliche ha citato in giudizio gli Stati federati per indebita ingerenza. E il ricorso è stato accettato dalla Corte Suprema.

 RTVE – Spagna

Finanziamento: Misto, finanziamento pubblico e tassa sugli operatori privati di tv e telefonia (canone abolito poco dopo la fondazione nel 1956).

Nomine: Il consiglio di amministrazione che dura in carica 6 anni gestisce l’amministrazione della società. A capo c’è il presidente, affiancato da nove membri. Questi sono scelti dal Parlamento. Il Congreso de Los Disputados nomina tra i nove consiglieri un presidente che ricopre sia il ruolo di presidente della società che quello di presidente del Consiglio di amministrazione.

Controllo: Una legge del 2006 (la n.17) parla della creazione dei Consigli dei media: «organi interni con la partecipazione dei professionisti dei media della RTVE, progettati per salvaguardare l’indipendenza, l’obiettività, e la verità delle informazioni diffuse».

 BBC – Gran Bretagna

Finanziamento: Esclusivo, solo da canone. BBC World News solo da pubblicità.

Nomine: Il Bbc Trust  definisce le strategie dell’emittente, è un executive board ed è responsabile della gestione operativa. Per garantire i diritti dei telespettatori è stata creata la ‘Royal Charter’, che contiene le linee guida del servizio pubblico. Il documento viene rinnovato ogni dieci anni.

Controllo: Sono due le autorità a cui è soggetta la BBC. La BSC si occupa di vigilare sul trattamento della privacy. Ofcom è l’ente regolatorio per il settore delle comunicazioni nell’UK, il cui board definisce la direzione strategica della BBC.

Rai: quale servizio pubblico?

La richiesta del governo Renzi ha posto al centro del dibattito la questione della Rai e del servizio pubblico in generale (di riforma della tv di Stato si parlò anche durante il Governo Monti, ma poi non si fece nulla). Discussione segnata anche dal prossimo rinnovo della concessione di sevizio pubblico che scade nel 2016. «Riforma del canone, anticipazione del percorso della concessione, trasformazione e innovazione della Rai sono gli obiettivi da raggiungere entro il 2014», ha promesso Antonello Giacomelli, sottosegretario alla Comunicazioni.

Una riforma richiesta da più parti, sia interne che esterne all’azienda, che abbia la finalità di rinnovare missione e governance e che riesca a togliere il servizio pubblico dalle mani della politica. Uno dei modelli a cui ispirarsi, secondo alcuni, è quello della britannica BBC, uno dei servizi pubblici televisivi più grandi e noti al mondo. Un modello a cui guardare anche per quanto riguarda la trasparenza dei dati. «La Rai si è sempre rifiutata di rendere pubblici i compensi dei conduttori e dei propri giornalisti - scrive Roberto Perotti su Lavoce.info in un ebook in cui compara il servizio pubblico italiano con quello inglese – La BBC pubblica i compensi e i nomi del senior management più importante, e i  compensi di tutto il senior management per fasce di reddito di 5.000 sterline. Inoltre, (…) anche le remunerazioni dei conduttori e degli artisti, per fasce».

Proprio grazie alla trasparenza potrebbero essere rivisti appalti, consulenze, collaborazioni e produzioni esterne. Aspetti del servizio pubblico in cui il potere e l’influenza della politica son ben radicati e di soldi ne girano tanti. Lo scorso luglio Carlo Tecce, sul Fatto quotidiano, visionando «un documento segreto consegnato da Gubitosi alla Vigilanza Rai», riportava la cifra di 2 miliardi di euro all’anno per gli appalti concessi dal servizio pubblico. Una maggiore trasparenza aiuterebbe a comprendere meglio quali sono i criteri che guidano queste assegnazioni, come ad esempio il fenonemo dei «soldi per le fiction alle aziende dei “figli di”».

Interessante al riguardo è il botta e risposta, nell’audizione del giugno 2013 in vigilanza, tra il dg Rai e Alberto Airola, parlamentare 5 stelle e membro della commissione. Nel suo intervento Airola domanda al manager di rendere pubblici tutta una serie di dati (albo fornitori RAI, l’ammontare degli appalti e le gare, i criteri di assegnazione, i bandi, ecc) «nel rispetto della trasparenza alla quale il servizio di Tv pubblico è tenuto». Nella risposta Gubitosi invita il senatore 5 stelle a mandare una mail «con il dettaglio delle domande» a cui la Rai avrebbe risposto. A un anno di distanza, abbiamo chiesto ad Airola se i dati fossero arrivati: «No, il direttore generale non ha mai risposto ai miei quesiti».

Il lavoro da fare, quindi, secondo Luigi De Siervo, alla guida dell’Adrai (Associazione dirigenti Rai) intervistato da Il Foglio è: «una progressiva indipendenza dalla politica, una riformulazione delle carriere, un’analisi della missione del servizio pubblico e una riqualificazione del personale». Questo per capire che tipo di servizio pubblico si vuole: «Come si può accettare – domanda infatti De Siervo – che una serie come Gomorra sia prodotta da Sky, e non da noi?».

 

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"Non è il caso né di avere paura né di sperare, bisogna cercare nuove armi." Gilles Deleuze @andreazitelli_



Mineo-Renzi: cosa è successo e perché la sostituzione è illegittima

La decisione mina l’autonomia della Commissione appiattendo il suo lavoro sulla volontà del Governo. Pessimo inizio per le modifiche costituzionali.


di Roberta Covelli e Matteo Pascoletti

La riforma del Senato, nata dall’accordo Berlusconi – Renzi e attualmente al vaglio della Commissione affari costituzionali, ha visto nel giro di  pochi giorni la sostituzione di tre membri della Commissione stessa: i senatori Mario Mauro (Popolari per l’Italia), Corradino Mineo e Vannino Chiti (entrambi del Pd). I tre hanno avuto un ruolo importante nel dibattito in Commissione. Chiti e Mineo, in particolare, hanno presentato insieme ad altri senatori una proposta di riforma alternativa a quella che porta la firma del Presidente del consiglio, Matteo Renzi, e di Maria Elena Boschi, Ministro per le riforme costituzionali e per i rapporti con il parlamento. Il punto di divergenza, di non secondaria importanza, è su un Senato a base elettiva o meno.

Dopo la sostituzione, per protesta si sono autosospesi 14 senatori dal gruppo parlamentare del Pd, tra cui gli stessi Chiti e Mineo. Le dichiarazioni successive mostrano posizioni forti e divergenti all’interno del Partito. Massimo Mucchetti, tra gli autosospesi, sul suo blog parla di “epurazione”, mentre al contrario per De Monte ”Il programma di Matteo Renzi era ampiamente noto ed è passato dalle primarie del Pd e dal voto alle europee”.

Ma qual è la motivazione ufficiale per la sostituzione di Mineo e Chiti, di particolare rilievo proprio perché appartenenti allo stesso partito del Presidente del consiglio? Da Pechino, Renzi ricorre a un sintetico gioco di parole, “contano più i voti che i veti”, lasciando intendere che la posizione di chi la pensa come Mineo (che ha replicato su Facebook) sia un ostacolo:

Il Ministro Boschi, in una dichiarazione sul caso, motiva in modo più esteso:

… Chi viene eletto in Parlamento non viene eletto in una Commissione, è il gruppo che sceglie chi mandare nelle varie Commissioni a rappresentare la posizione del partito, le idee del partito. Quindi succede che quando i membri non rappresentano più la linea del partito possano essere sostituiti, se i gruppi decidono così, tanto più che il Senatore Mineo a sua volta era lì in sostituzione, non era nemmeno membro della Prima commissione.

I due senatori del Pd Gotor e Fornaro puntualizzano inoltre che il luogo per il dissenso è il Senato, non la Commissione. Le motivazioni in area Pd a favore della sostituzione, dunque, sembrano in linea con quanto scritto da Salvatore Curreri sull’Huffington Post a proposito della sostituzione di Mauro, articolo in cui si cita anche il regolamento del Senato. Ma è così?

Sulle Commissioni permanenti la Costituzione si limita ad accennare – riguardo alla loro composizione – che devono essere “composte in modo da rispecchiare la proporzione dei gruppi parlamentari” (articolo 72), concentrandosi maggiormente sulle loro funzioni. Difficile leggere in queste poche parole la definizione dei membri delle Commissioni come “rappresentanti delegati del gruppo”, secondo i già citati Gotor e Fornaro, o che “il luogo dell’espressione di un eventuale dissenso è l’Aula”: la sospensione dei diritti parlamentari nell’esercizio delle funzioni all’interno di una Commissione permanente dovrebbe essere eccezionale e, in quanto tale, sarebbe dovuta essere specificata nella Carta costituzionale.

Eppure, è possibile sostituire membri della Commissione: due sono le tipologie descritte nel Regolamento del Senato. La prima è una sostituzione obbligatoria, prevista dall’articolo 21 comma 4 qualora uno dei membri sia nominato ministro o assuma il ruolo di presidente della 14ª Commissione. La seconda è invece una sostituzione discrezionale, così come descritto dall’art. 31 comma 2, che prevede:

ciascun Gruppo può, per un determinato disegno di legge o per una singola seduta, sostituire i propri rappresentanti in una Commissione, previa comunicazione scritta al Presidente della Commissione stessa.

La ratio della norma sembra essere quella di garantire la competenza e la presenza dei membri della Commissione,  che verrebbero dunque sostituiti solo per un “determinato disegno di legge” o “per una singola seduta”.

Essendo Chiti presidente della 14ª Commissione sulle politiche Ue, nel suo caso è stata resa permanente la sostituzione col Senatore Luigi Migliavacca. Diverso il caso di Mauro e Mineo: la sostituzione non è temporanea, come contempla l’articolo 31 comma 2, dunque è contraria al regolamento; nel caso di Mauro lo strappo appare ancora più grave, perché era un membro permanente della Commissione, a differenza di Mineo. Senza contare, inoltre, l’applicazione sanzionatoria del regolamento.

Inoltre, come ricordato da Felice Casson, la sostituzione di Mineo contrasta anche con il regolamento del gruppo parlamentare del Pd al Senato, che all’articolo 2 afferma ai commi 1, 3 e 5:

1. Il Gruppo riconosce e valorizza il pluralismo interno nella convinzione che il continuo confronto tra ispirazioni diverse sia fattore di arricchimento del comune progetto politico.

3. Il Gruppo riconosce e garantisce la libertà di coscienza dei Senatori, con particolare riferimento alla incidenza delle convinzioni etiche o religiose dei singoli nella sfera delle decisioni politiche. Esso promuove, anche su questi temi, il confronto tra le diverse sensibilità e la ricerca di orientamenti comuni.

5. Su questioni che riguardano i principi fondamentali della Costituzione repubblicana e le convinzioni etiche di ciascuno, i singoli Senatori possono votare in modo difforme dalle deliberazioni dell’Assemblea del Gruppo ed esprimere eventuali posizioni dissenzienti nell’Assemblea del Senato a titolo personale, previa informazione al Presidente o ai Vicepresidenti del Gruppo.

Se le sostituzioni, come si è visto, non sono giustificate sul piano normativo, questa scelta non mina l’autonomia della Commissione, appiattendone il lavoro sulla volontà del Governo? E se è così, non si tratta di un pessimo inizio per le modifiche istituzionali?




Il Belgio vincerà i mondiali in Brasile (nonostante Van Rompuy)

Vi anticipiamo tutto noi: il Belgio vince, la rivelazione sarà Mister Mandorlini, Balotelli segnerà in finale con una punizione da 40 metri. Ma ci sono ancora dubbi sulle coperture.


di Dino Amenduni e Vincenzo Marino

Come certo tutti saprete, quest’oggi in Brasile prenderà il via la coppa del mondo di calcio. La nazionale italiana non è tra le favorite ma gode comunque dell’appoggio esplicito del premier Matteo Renzi e soprattutto delle cancellerie occidentali, che puntano sulla nostra Nazionale come argine al populismo dominante in altre squadre come Francia e l’Inghilterra – non a caso inserita da Blatter, Platini e Van Rompuy come nostra prima avversaria.

Il cammino della nazionale fino a Brasile 2014 è stato tranquillo nei gironi di qualificazione, meno agile nelle amichevoli (pochissime vittorie) e nelle scelte di un criticato mister Prandelli. Il CT ha infatti optato per una rosa che definiremmo quanto meno bizzarra, non avendo previsto l’inserimento in squadra di Giuseppe Rossi e Alessandro Florenzi. Questi ultimi sono stati sacrificati in quanto residenti nella Circoscrizione Centro a vantaggio di Lorenzo Insigne (Circoscrizione Sud). Le scelte di Barbara Spinelli hanno condizionato all’ultimo la rosa dei 23 azzurri volati a Mangaratiba. I garanti non erano d’accordo ma uno dei garanti era proprio la Spinelli quindi la cosa un po’ puzza. A parte questo, ragazzi, forza Italia. Davvero: FORZA ITALIA.

L’undici titolare dovrebbe presentarsi con Buffon tra i pali, uno tra Abate e Darmian sulla destra (che si sono dovuti alleare per superare il quorum), De Sciglio sulla sinistra e due tra Bonucci, Barzagli, Paletta e Chiellini a contendersi i posti da difensore centrale. A centrocampo De Rossi sarà costretto a formare un gruppo autonomo al Senato e muoversi con disinvoltura tra la fase difensiva e quella offensiva per garantire la maggioranza, a supporto di Pirlo, Verratti, Marchisio e forse Candreva del Südtiroler Volkspartei. In attacco Balotelli e/o Cassano e/o Immobile con eventuali Insigne e Cerci larghi, ma non è escluso un ripensamento da parte del mister, soprattutto se i franchi tiratori imporranno i loro emendamenti o se il Consorzio Venezia Nuova dovesse intercettarlo negli spogliatoi a metà gara.

Orientarsi nell’intricato bosco delle tattiche e dei convocati non è semplice, e per questo abbiamo pensato di alleviare le vostre pene e dirvi in quattro parole cosa dovrete aspettarvi veramente da questi mondiali.

CHI VINCE
Ovviamente il Belgio, perché su Internet lo dicono tutti e noi ci fidiamo. Sono giovani, belli e forti. Sono fiamminghi, valloni e oriundi, e soprattutto nessuno di loro è effettivamente belga – cosa che a livello calcistico di certo ha agevolato. La quota offerta da alcuni scommettitori è la stessa offerta in caso di vittoria dell’Italia: 20 a 1. Poi ti concentri sulla formazione titolare, guardi l’attacco e scopri che il centravanti è Lukaku, uno che quest’anno ha giocato in prestito all’Everton perché Mourinho (al Chelsea) non sapeva che farsene. Insomma, è come se la Grecia vincesse gli europei con Traianos Dellas in difesa. Dai. …

LA DELUSIONE

Questa è la quinta edizione dei mondiali nella quale ci si riferisce al Portogallo citando la parola “ciclo” nell’arco di 20, massimo 25 parole: per i lusitani – sin dai tempi di Figo e Fernandone Couto – si tratta sempre di una battaglia generazionale, nella quale i nuovi sono ormai diventati vecchi e se non vincono ora e subito saranno processati online su TzeTze.it. Insomma, il Portogallo è al quinto ballottaggio alle Amministrative negli ultimi 20 anni. Quest’anno ci sembra che il ciclo (…) sia davvero esaurito, malgrado schierino tra i titolari uno dei calciatori più forti al mondo, l’unico in grado di essere equiparato a Lionel Messi: Hugo Almeyda (non è vero: è Cristiano Ronaldo, era un trabocchetto).

LA RIVELAZIONE

Mandorlini. Il tecnico di Hellas Verona, Siena e Padova guarderà il torneo comodamente da casa. Dopo di lui, certamente, il Costa Rica: vittima sacrificale del gruppo D – quello con Italia, Inghilterra e Uruguay – è dato per sicuro eliminato ai danni dei più blasonati compagni di girone. Invece sorprenderà tutti con la classe innata di Bryan Ruiz del PSV e Christian Bolanos del Copenhagen, e lascerà a casa almeno due dei top team che avrebbero dovuto passare il turno. Big plus: la maglia ha una specie di fenicottero sorrentiniano sul petto. È destino.

IL CAPOCANNONIERE

Uno tra Diego Costa, Miroslav Klose e Mattia Destro*, che si è guadagnato un posto nella top ten del sito calcistico FourFourTwo sui 10 debuttanti da tenere sott’occhio in questo mondiale.

DOVE ARRIVERÀ L’ITALIA

La risposta è sempre la stessa: dipende dalle coperture.
Se gli 80 euro non saranno falcidiati da nuovi aumenti di tasse, possiamo aspirare a un inerme quarto di finale contro una futura finalista. Se invece le tasse locali aumenteranno, rischiamo l’atroce eliminazione all’ultima giornata di round robin, magari a causa della classifica avulsa. A quel punto Napolitano sarà costretto a sciogliere le Camere. Se vinciamo, il premier ha già promesso un condono tombale sull’ISEE e soprattutto il PIL aumenterà dell’1% (lo ha detto davvero). Una vittoria italiana tra l’altro sarebbe molto importante, perché darebbe un altro episodio della “leggendaria storia d’Italia” da inserire nei 28 spot nei quali attualmente si ripercorrono le grandezze della leggendaria storia d’Italia. Avremo così una nuova luminosissima tessera da innestare fra l’ascesa della civiltà romana, il mecenatismo e l’uso indiscriminato degli occhiali da sole in piena notte. Caressa si è già allenato a urlare “Campioni del mondo” per cinque volte, nella peggiore delle ipotesi si sarà portato avanti con il lavoro per il doppiaggio di Fifa2015.

PER COSA SARÀ RICORDATO BALOTELLI

Intanto ha già chiesto la mano della fidanzata, e l’abbiamo scoperto su Instagram. Altra cosa che abbiamo scoperto su Instagram è che condivide video scemi, però aggiungendo cose estranee – e ancora più sceme – nel finale. Guardate questo: fa promozione al suo account Facebook, poi a un certo punto, senza alcun motivo, arriva qualcuno che si tuffa goffamente in un laghetto dalle acque troppo basse e si fa malissimo.

Verrà ricordato per Instagram. Instagram e la punizione dai 40 metri in finale contro la Colombia.

LA DICHIARAZIONE POLITICA DEL PREMIER DELLA SQUADRA VINCITRICE

Il calcio muove un grande giro di affari, ma il fattore economico non deve prevalere su quello sportivo: il calcio non dimentichi la sua responsabilità sociale. (Papa Francesco) **

* Anche lui, come Mandorlini, da casa (quindi l’hanno tolto dalla top 10 – grazie Cesare)
**Il Belgio non ha un premier in carica, Elio Di Rupo si è dimesso e comunque si sa, sono anni che il Belgio è senza governo, senza Premier l’economia gira meglio e la squadra di calcio si qualifica pure ai mondiali dopo 12 anni WPEPPE!1.




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