La vera doccia gelata in Italia è sulla ricerca #icebucketchallenge

Nel nostro Paese gli investimenti privati e pubblici nella ricerca e nell’università sono tra i più bassi d’Europa, eppure i nostri ricercatori sono tra i più bravi al mondo.


Articolo in partnership con Fanpage.it

(ha collaborato Andrea Zitelli)

Una secchiata d’acqua gelata contro la sclerosi laterale amiotrofica (Sla) e a favore della ricerca. Questo il senso dell’iniziativa benefica #IceBucketChallenge che in America ha riscontrato un grande successo, dimostrato dalle cifre raggiunte dalle donazioni alla Als Association rispetto a quelle raccolte l’anno scorso, anche se alcuni esprimono perplessità sulla sua efficacia. Felix Salmon, in un articolo su Slate, scrive che una donazione una tantum, per quanto ricca, a una associazione di beneficenza dedicata alla cura di una singola malattia difficilmente può tradursi in risultati tangibili, soprattutto nel caso di una patologia come la Sla, dove la ricerca sembra tuttora ancora lontana dal trovare una terapia, sebbene ne siano state in parte descritte la base genetica e il meccanismo di insorgenza. La scoperta di una cura per la Sla, come per altre malattie, è un obiettivo a lungo termine e quello che serve alla ricerca sono finanziamenti costanti nel tempo.

In Italia, il governo non è stato a guardare. I ministri Marianna Madia, Beatrice Lorenzin e Stefania Giannini, e prima ancora il presidente del Consiglio Matteo Renzi, si sono fatti un gavettone di acqua fredda per fare da cassa di risonanza all’iniziativa (finora in Italia sono stati raccolti fondi intorno ai 200.000 euro). Ma in Italia, oltre l’appoggio “istituzionale” a simili azioni benefiche, qual è lo stato di salute della ricerca scientifica, non solo in campo medico, rispetto a quanto avviene in Europa e nel resto del mondo?

Il paese della «scienza negata»?

Enrico Bellone, storico della scienza scomparso nel 2011, in un libro dal titolo omonimo uscito nel 2005, definiva quello italiano un caso di «scienza negata». Nel paese che pure, ancora oggi, non si manca mai di ricordare come la «patria di Galileo», buona parte della classe dirigente e intellettuale del dopoguerra non ha riconosciuto alla scienza e alla ricerca un ruolo strategico per lo sviluppo sociale, culturale ed economico, se non nella retorica dei discorsi di insediamento, in qualche riga a metà tra «i giovani» e «il Mezzogiorno». Questo a dispetto delle evidenze che in altri paesi testimoniano , in questi decenni, le ricadute che l’investimento di lungo periodo nella ricerca, pubblico e privato, ha sullo sviluppo economico di un paese. La famosa «crescita», che da anni riempie dibattiti, talk show ed editoriali e che sembra sempre più un obiettivo impossibile per un paese di recente ripiombato nella recessione.

«Dobbiamo fare di più per la crescita» è una affermazione che l’assuefazione al rumore quotidiano dello scontro politico e del suo racconto mediatico fa sembrare ormai una litania priva di senso, perché suona retorica, perché è lo stratagemma per cavarsi d’impaccio da una domanda (che conosce già la risposta), perché, soprattutto, è l’effetto di una visione cortissima, che si spinge alle prossime elezioni e non a quello che saranno il proprio paese e il mondo tra cinquanta anni.

Non è solo una questione economica. Le imprese devono investire in ricerca e sviluppo se non vogliono soccombere di fronte alla concorrenza di mercati sempre più aggressivi, ma lo Stato ha la responsabilità anche di far prosperare la ricerca fondamentale, quella “curiosity-driven”, spinta solo dalla curiosità e dalla volontà di far avanzare la frontiera della conoscenza. Non si investe nel progetto Genoma solo per le possibili applicazioni in campo medico, ma anche per comprendere chi siamo e qual è il «posto dell’uomo nella natura» e se è stato possibile raggiungere questo traguardo è grazie ai decenni e secoli di studi alle spalle.

Tutto questo è da molto tempo assente dall’orizzonte di gran parte della nostra classe dirigente, non solo nelle istituzioni. L’indifferenza, quando non la diffidenza, verso la scienza come motore dell’economia e impresa culturale corre lungo una linea che è da tempo trasversale a ogni divisione politica e religiosa o non religiosa. Vive di narrazioni mitiche e immagini da cartolina, come quella dell’Italia “paese del turismo”, con un futuro di prosperità assicurata grazie ai milioni di persone in tutto il mondo che non aspettano altro che spendere il loro denaro per una vacanza nel “Bel Paese”. Miti che diventano profezie di economisti:

«L’Italia non ha un futuro nelle biotecnologie perché purtroppo le nostre università non sono al livello, però ha un futuro nel turismo».

Luigi Zingales

Una ricetta per accelerare il declino, non certo per fermarlo.

L’indifferenza-diffidenza produce scelte politiche e di governo, come quelle, proprio nel campo delle biotecnologie, che hanno portato allo smantellamento, di fatto, della ricerca pubblica italiana sugli Ogm. Perché nel «made in Italy» che si pretende di difendere non c’è evidentemente quella ricerca che era impegnata a tutelare proprio le nostre produzioni migliori.

E diventa tragica farsa in casi come quello Stamina, dove un intero parlamento, quasi all’unanimità, a dispetto degli appelli della comunità scientifica, stanzia fondi per sperimentare una pseudo-cura in un ospedale pubblico.

Troppi laureati e università in Italia?

Non si può investire nella ricerca se non si investe nell’istruzione e nell’università. Eppure molti sono convinti che in Italia l’offerta formativa sia eccessiva rispetto alle richieste del mercato del lavoro  e che ci siano più laureati di quanti se ne possano impiegare. Ma è vero? Non secondo il rapporto dell’Anvur (l’Agenzia nazionale per la valutazione del sistema universitario e della ricerca) del 2013 sullo stato della ricerca in Italia, che evidenzia come nel nostro paese la percentuale dei laureati rispetto alla popolazione, il 13,8%, sia di molto inferiore alla media Ue, che è pari al 24,5%, e alle percentuali che si registrano nei principali paesi europei (Regno Unito 34,7%, Spagna 29,6%, Francia 27,9% e Germania 24,1%).

Il dato non migliora se si restringe il suo calcolo alla fascia compresa tra i 25 e i 34 anni, nonostante l’aumento dell’ultimo decennio: 22, 3%, contro una media Ue del 35,3. A fronte dell’obiettivo che si è dato l’Unione Europea di portare entro il 2020 al 40% la percentuale dei laureati nella popolazione tra i 30 e i 34 anni, il ritardo italiano appare ancora più grave e il mito dei “troppi laureati” ancora più insostenibile.

Troppe università? Un rapido calcolo del numero degli atenei in rapporto alla popolazione evidenzia che in Italia non ci sono troppe università, né troppo personale docente in rapporto al numero di studenti.

L’Anvur ricorda che la spesa per l’istruzione universitaria in Italia «risulta inferiore a quella media Ocse, sia in rapporto al numero degli studenti iscritti sia in rapporto al prodotto interno lordo» e che nel 2010 la spesa per studente in Italia è stata «il 30% in meno rispetto alla media dei paesi Ocse, circa il 40% in meno di paesi come Francia, Belgio e Regno Unito e il 50% in meno dei paesi del Nord Europa e degli Stati Uniti».

Chi fa ricerca in Italia e quanto si investe

La ricerca pubblica italiana si svolge all’interno delle università e degli enti pubblici di ricerca. Il principale ente pubblico di coordinamento della ricerca in Italia è il Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR), il cui governo spetta al ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca (MIUR). L’organizzazione del CNR si compone di una  rete di più di 100 istituti suddivisi in 7 dipartimenti disciplinari.

Il MIUR vigila sull’attività di altri importanti istituzioni di ricerca pubbliche, come l’Istituto nazionale di fisica nucleare (INFN), l’Agenzia spaziale italiana (ASI), l’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (INGV), l’Istituto nazionale di astrofisica (INAF) e altri.

Molti enti di ricerca dipendono da ministeri diversi dal MIUR. Tra questi il ministero dell’Ambiente, che controlla l’Ente per le nuove tecnologie, l’energia e l’ambiente (ENEA) e il ministero della Salute da cui dipendono l’Istituto superiore di sanità, gli Istituti di ricovero e cura a carattere scientifico (IRCCS) e gli Istituti zooprofilattici.

La ricerca scientifica sostenuta dal privato copre il 52% circa della spesa nazionale in ricerca e sviluppo. Come annota l’Anvur, la quota di ricerca scientifica a carico del privato in Italia risulta «particolarmente modesta» rispetto alle media Ue (che si attesta attorno al 62%). Anche l’investimento pubblico rispetto al PIL è molto inferiore alla media europea e alla media dei paesi Ocse.

Secondo l’Ocse, l’Italia nel 2012, tra pubblico e privato, ha investito in ricerca l’1,26% della ricchezza nazionale, contro una media Ue dell’1,98 e Ocse del 2,4.

Quanti persone sono impegnate nella ricerca scientifica in Italia?

Piuttosto poche, rispetto alla media europea e al numero di ricercatori in altri paesi industriali, come gli Stati Uniti:

La ricerca italiana è produttiva e di qualità?

Nel gennaio scorso lo European Research Council, un’agenzia indipendente che finanzia la ricerca all’interno dell’Unione Europea, ha pubblicato i risultati del bando “Consolidator Grants 2013″.  Quello dell’ERC è uno dei bandi per la ricerca europea più prestigiosi e per risultare tra i beneficiari è necessario competere con i migliori scienziati europei.

I ricercatori italiani si sono posizionati al secondo posto per numero di finanziamenti assegnati, ben 46, appena due in meno dei ricercatori tedeschi. Germania e Italia staccano Francia e Regno Unito, al terzo e quarto posto (rispettivamente, 33 e 31).

Il rapporto dell’Anvur afferma che la ricerca italiana, nel complesso mostra una elevata produttività scientifica sia come numero di pubblicazioni che come numero di citazioni:

Per quanto riguarda le citazioni:

l’indicatore calcolato per l’Italia è maggiore di quello medio dell’Unione Europea a 15, nonché di quello calcolato per la media dei paesi OCSE.

Inoltre la presenza di pubblicazioni italiane nella fascia di eccellenza del “top 10%” delle pubblicazioni di maggiore impatto è «superiore alla media mondiale, sostanzialmente in linea con la media dell’Europa a 15 e leggermente superiore alla media OCSE».

Questi dati testimoniano che la ricerca italiana produce molta e buona scienza, spesso eccellente, al livello dei principali paesi europei e mondiali. Questa produttività e qualità risultano ancora maggiori se messe in rapporto al basso numero di ricercatori e alla scarsità di fondi a disposizione, rispetto agli altri paesi. Non è difficile immaginare che un aumento degli investimenti e quindi anche dell’occupazione nel settore potrebbero portare a risultati ancora migliori, anche per quanto riguarda la capacità di attrarre sia i cervelli italiani in fuga che quelli stranieri, oggi spesso poco propensi a impegnare le loro energie e le loro capacità nel nostro paese.




Il trattato sul commercio con gli USA e la finta consultazione della Commissione europea

La strategia della Commissione per far “digerire” all’opinione pubblica il trattato TTIP. Esercitare la democrazia in Europa finirà per costare fino al 2% del Pil.


PROTEZIONE DEGLI INVESTITORI ESTERI

Abbiamo già parlato dei negoziati sul trattato TTIP in corso tra Unione europea e Usa. L’aspetto più controverso è l’introduzione di clausole investitore-Stato (investor-to-state dispute settlement ISDS), che consentono alle aziende estere di citare lo Stato nel quale operano dinanzi ad un arbitro internazionale per presunta riduzione dei profitti futuri.
Tali clausole sono basate sulle analoghe presenti nell’accordo CETA in negoziazione tra UE e Canada (il Canada ha minor peso economico rispetto all’Europa, per cui quest’ultima è riuscita a prevalere in più punti dei negoziati, cosa che ovviamente non è detto che accadrà con gli Usa che hanno un peso economico superiore).

Le clausole sono introdotte nei trattati per impedire che uno Stato con un sistema giudiziario non all’altezza espropri illegittimamente i beni di un investitore estero. Probabilmente gli Usa vedono l’Europa come una sorta di repubblica delle banane con sistemi giuridici primitivi (rapporto dell’USTR americano sugli obiettivi e benefici a seguito dell’accordo TTIP:

Dispute settlement with trading partners in T-TIP will give the American public the confidence that we not only negotiate strong, high-standard obligations, but that we also have the means to enforce them

ma per fortuna sia gli Usa che l’UE ormai dispongono di sistemi giuridici maturi che prevedono la risoluzione delle controversie tramite giudici terzi ed imparziali.

CRITICHE

Nonostante la Commissione si sia affannata nel presentare nel modo più positivo possibile queste clausole, pubblicando una serie di risposte alle critiche più pressanti, l’idea dell’opinione pubblica è decisamente negativa, per il timore che un arbitrato possa stravolgere decisioni politiche democraticamente prese.

I sindacalisti europei sono contro il TTIP e le ISDS, allo stesso modo molte organizzazioni per la salute, gruppi in rappresentanza della società civile, membri del Parlamento europeo (una risoluzione del Parlamento, approvata il 12 marzo, consiglia di rigettare il TTIP poiché non conforme alle norme europee in materia di protezione dei dati), e i verdi.
Il Commissario alla Giustizia e Vice Presidente della Commissione, Viviane Reding, ha messo in guardia contro il TTIP e lo stesso Presidente della Commissione, Jean-Claude Juncker, ha espresso vivaci preoccupazioni

io non sacrificherò la sicurezza in Europa, la salute, le norme sociali e la protezione dei dati o la nostra diversità culturale sull’altare del libero scambio. Né posso accettare che la competenza dei giudici degli Stati membri dell’UE sia limitata dalle controversie investitore-Stato

Infine, anche il governo tedesco ha denunciato forti dubbi sulla necessità di introdurre le clausole ISDS, in considerazione del fatto che gli investitori americani sono sufficientemente tutelati dai tribunali europei.

La Commissione europea si è vista costretta a sospendere i negoziati sul punto (non sul trattato TTIP) avviando, nel marzo del 2014, una consultazione pubblica sulle clausole ISDS. Nel discorso del Commissario al commercio, e responsabile per l’Europa dei negoziati TTIP, Karel De Gucht, appare chiaro che la questione non è “ISDS si, ISDS no”, piuttosto: “che tipo di ISDS vogliamo?”.
Si tratta, quindi, di una consultazione sulla modalità di introduzione di dette clausole, e non sull’opportunità o meno di introdurle in Europa.

UN ATTACCO COORDINATO

Il 31 luglio del 2014 la consultazione si è conclusa (il termine originario del 15 luglio è stato esteso) ricevendo inaspettatamente quasi 150mila contributi che hanno praticamente paralizzato il sistema informativo della Commissione. De Gucht ha definito, in maniera sprezzante, questo massiccio impegno civile dei cittadini “un attacco coordinato”.

La maggioranza dei contributi viene dal Regno Unito (34%), poi Austria (22%) e Germania (21%), dall’Italia solo 9%. L’analisi dei contributi dovrebbe essere pubblicata non prima di novembre 2014.

 

CONSULTAZIONE

Il documento in consultazione in realtà non era (non è più online) altro che un elenco delle problematiche della clausole ISDS, come mancanza di chiarezza, possibili abusi, conflitti di interesse, reclami frivoli, assenza di ricorsi, ecc…, ai quali la Commissione europea contrappone dei possibili correttivi (che non è detto che poi gli Usa accetteranno).

Espropriazioni
La definizione di “espropriazione” nelle ISDS è piuttosto ampia, includendo anche le “espropriazioni indirette” (equivalent to expropriation), cioè la riduzione di profitti a seguito di decisioni statali. Quindi un investitore straniero potrebbe citare un governo dinanzi ad un arbitro solo perché una legge democraticamente approvata, alzando il livello di tutela dei consumatori (es. in materia di ambiente), determina una riduzione dei possibili futuri profitti dell’azienda (ad esempio per adeguamento degli impianti).
Inoltre, una volta privatizzati i servizi pubblici (es. acqua), non sarà più possibile nazionalizzarli perché costituirebbe un’espropriazione indiretta.

La proposta della Commissione fa salvi gli interessi pubblici legittimi. Purtroppo la decisione su ciò che ricade sotto questo termine è poi demandata agli arbitri internazionali.

Nazione più favorita
Tra i principi generali del TTIP vi è il principio del trattamento nazionale, secondo il quale l’investitore straniero deve essere trattato alla stregua di quello nazionale, e quello della nazione più favorita (MFN, most favoured nation). L’MFN comporta che un’azienda americana può invocare la protezione prevista da ogni altro trattato firmato se più favorevole, compreso trattati precedenti, così vanificando i miglioramenti dei nuovi trattati. In questo modo sarà possibile aggirare la clausole di “trattamento equo” (vedi più avanti) e i limiti dell’espropriazione indiretta.

Disparità di trattamento
Le clausole ISDS determinano una evidente disparità di trattamento tra gli investitori esteri e le aziende nazionali, poiché le aziende nazionali non hanno il diritto di citare lo Stato per espropriazioni “indirette” di utili futuri.
Inoltre l’articolo 1 del Protocollo 1 della Dichiarazione dei diritti dell’uomo tutela le proprietà delle persone, precisando che

Nessuno può essere privato della sua proprietà se non per causa di pubblica utilità e nelle condizioni previste dalla legge e dai principi generali del diritto internazionale

Il comma successivo, però, sancisce anche che

le disposizioni precedenti non portano pregiudizio al diritto degli Stati di porre in vigore le leggi da essi ritenute necessarie per disciplinare l’uso dei beni in modo conforme all’interesse generale o per assicurare il pagamento delle imposte o di altri contributi o delle ammende

Normalmente è lo Stato che decide cosa è conforme all’interesse generale, con le ISDS questo decisione spetterà ad un arbitro internazionale.

Forum shopping
Le clausole ISDS consentono il cosiddetto “forum shopping”, cioè una azienda può citare uno Stato dinanzi ad un arbitro anche se non esistono accordi specifici tra lo Stato dell’azienda e lo Stato citato. Infatti è sufficiente che esistano accordi con lo Stato nel quale l’azienda ha una sede secondaria.
Un esempio è l’azione proposta dalla americana Philip Morris (Usa) contro l’Australia sulla base degli accordi tra Australia e Hong Kong, dove la Philip Morris ha una sede secondaria, anche se non esistono specifici accordi tra Usa e Australia.

La proposta della Commissione europea è di escludere i casi di aziende “mailbox”, pretendendo che l’azienda straniera debba stabilire una effettiva sede con attività economiche sostanziali prima di poter portare in giudizio lo Stato.
Ovviamente le multinazionali, che sono quelle che possono creare maggiori problemi ad uno Stato, non hanno nessuna difficoltà a superare questo ostacolo.

Trattamento giusto ed equo
Il principio del trattamento “fair and equitable” (FET) è previsto dalle clausole ISDS, in modo da assicurare un trattamento giusto ed equo agli investitori esteri.
Il principio in questione, come del resto tutti i principi generici, può portare facilmente ad abusi. Le applicazioni dei tribunali arbitrali variano notevolmente.

La proposta della Commissione europea è di prevedere una lista di specifici diritti in relazione ai quali si applica la clausola FET.
Purtroppo tale lista non è “chiusa” e quindi può teoricamente portare comunque ad applicazioni estensive.

Diritto alla regolamentazione
Le procedure ISDS sono molto dispendiose, le cause costano cifre enormi, gli onorari degli arbitri (praticamente una casta chiusa, e sono pagati fino a 3.000 dollari al giorno) sono elevatissimi e a carico delle parti. Sono gli arbitri a decidere chi paga, ed è accaduto che anche se uno Stato ha vinto la causa ha dovuto comunque accollarsi le spese del giudizio. Anche solo questo aspetto può far sì che uno Stato sia restio a introdurre normative che potrebbero provocare azioni legali da parte degli investitori esteri.

La Commissione intende introdurre un “right to regulate” al fine di promuovere l’interesse pubblico rispetto ad altri interessi.
In realtà in questo modo il “diritto alla regolamentazione” del governo diventa un’eccezione rispetto alla protezione degli investimenti aziendali, che assumono il ruolo primario, inoltre tale diritto è tutelato solo in relazione ad “obiettivi legittimi”, che però non sono specificati. Alla fine saranno gli arbitri a decidere quali sono.

Indipendenza degli arbitri
I tribunali nazionali sono disegnati per essere indipendenti, imparziali, e rispettosi del principio della separazione dei poteri. Non accade lo stesso con i tribunali arbitrali: ognuna delle parti in causa sceglie uno dei tre arbitri, mentre il terzo è scelto di comune accordo oppure dal segretario generale del Centro Internazionale per la risoluzione delle controversie relative agli investimenti (ICSID), il quale è scelto a sua volta dal presidente della Banca Mondiale. In caso di appello tutti e tre gli arbitri sono nominati dal presidente della Banca Mondiale. Il presidente della Banca Mondiale è nominato dagli Usa.
È evidente lo squilibrio a favore degli Stati Uniti.

Ovviamente un collegio arbitrale non ha il potere di abrogare una norma legislativa nazionale, però può statuire che quella norma compromette i profitti presenti e futuri dell’investitore estero, per cui lo Stato verrà condannato a risarcire tali mancati guadagni.
Ad esempio, la canadese Gabriel Resource ltd cita la Romania perché il legislatore, per motivi di sicurezza dei cittadini, ha impedito la realizzazione di una miniera a cielo aperto, per la quale erano stati spesi dall’azienda 1,4 miliardi. Alla fine la norma rimarrà in vigore ma lo Stato potrebbe essere costretto a pagare fino a 4 miliardi alla GBU (la condanna più elevata in una ISDS è di 50 miliardi nella causa Yukos vs Russia), cioè circa il 2% del Pil nazionale (la retorica della Commissione si accentra spesso sul fatto che il trattato TTIP occorre per aumentare il Pil degli Stati europei, circa lo 0,2-0,5% annuo).
Un disincentivo così forte influisce sicuramente sulle procedure di formazione delle nuove leggi.

Secondo uno studio UNCTAD (Conferenza dell’ONU sul Commercio) il 70% delle richieste degli investitori viene accolta almeno in parte. Certo, il problema si potrebbe risolvere con una bella assicurazione per rischi, da stipulare ad esempio con la Banca Mondiale!

ACCORDO TRUCCATO

I problemi non vengono risolti affatto con i minimi correttivi proposti dalla Commissione:

- il sistema for-profit incentiva la proposizione di azioni frivole;
-
il sistema non rispetta la necessaria separazione dei poteri (gli arbitri di fatto sono nominati dall’esecutivo americano);
- la clausola MFN consente alle aziende di utilizzare le disposizioni del trattato che preferiscono;
- i diritti umani non sono menzionati affatto nell’accordo TTIP (sono eccezioni a regole commerciali) e quindi sono posti in secondo piano rispetto alla tutela degli interessi economici;
- gli arbitri sono competenti a rivedere qualsiasi decisione di un giudice locale (compreso le Corti supreme) od europeo (compreso la Corte dei diritti dell’uomo);
- la clausola sulle “aspettative legittime” consentirà ai tribunali arbitrali di rivedere qualsiasi tipo di accordo contrattuale dello Stato;
- ed infine il sistema è truccato, tutto a favore degli Stati Uniti (dove le regole sulla protezione dei dati personali sono molto più permissive rispetto a quelle europee).

Le clausole ISDS consentiranno di contestare possibili riforme e leggi innovative a tutela dei cittadini, non solo politiche ambientali (che generalmente provocano maggiori spese per la aziende costrette a rinnovare gli impianti per limitare l’inquinamento) ma anche riforme in materia di diritto d’autore o di tutela dei dati personali. L’introduzione della riforma della privacy dell’Unione europea, limitando il trattamento dei dati personali dei cittadini europei da parte delle aziende americane potrebbe avviare una miriade di cause ISDS perché, appunto, riduce i guadagni attesi da queste aziende.

In conclusione, la consultazione pubblica indetta dalla Commissione europea appare semplicemente un espediente di una strategia di comunicazione tesa a superare lo scetticismo del pubblico circa i negoziati commerciali Usa-UE. Infatti propone dei correttivi minimi agli enormi problemi che causa l’introduzione delle clausole ISDS, ma si guarda bene dal rispondere alla domanda più importante: perché abbiamo bisogno di queste clausole?
Considerato che il sistema giudiziario europeo è maturo, non si comprende davvero che utilità abbiano, se non per favorire le aziende, specialmente quelle americane, che traggono profitto dall’abbassamento degli standard di sicurezza in materia di salute (PhRMA, rappresentante delle principali aziende americane sulla ricerca farmaceutica, ha chiesto espressamente di eliminare le nuove regole dell’UE che obbligano la pubblicazione dei dati degli studi clinici), nei luoghi di lavoro, in materia ambientale e di protezione dei dati (nel rapporto dell’USTR americano sugli obiettivi e benefici a seguito dell’accordo TTIP, nella sezione “commercio elettronico”, si sostiene chiaramente che: “free flows of data are a critical component of the business model for service and manufacturing enterprises in the U.S. and the EU and key to their competitiveness”).

Con il trattato di Lisbona la politica commerciale della UE ha assunto un caratura fortemente sociale (principio di precauzione, art. 191), in quanto deve essere condotta nel rispetto della democrazia, dello Stato di diritto e dei diritti dell’uomo. Invece la clausole ISDS prevedono un pericoloso ribaltamento mettendo le aziende prima degli Stati e i profitti prima dei cittadini.
È evidente che le clausole ISDS minano alle fondamenta lo spirito dell’Unione europea, dando ad un arbitro internazionale (nominato dalla Banca Mondiale) un potere enorme, e le cui decisioni non sono impugnabili (in aperto contrasto con la normativa UE che prevede come giudice di ultima istanza la Corte di Giustizia Europea).

QUALE FIDUCIA NEGLI USA?

Durante la sessione plenaria del 15 luglio, Helmut Scholz, membro del Parlamento europeo, aggiungendo la voce del gruppo dei socialisti ai critici, si è rivolto direttamente al Commissario De Gucht:

“Hai fatto una consultazione pubblica sull’inclusione di clausole per la risoluzione delle controversie stato investitore (ISDS) che ha ricevuto oltre 115.000 risposte. I cittadini non vogliono le ISDS”

E poi, rivolto al resto del Parlamento ha concluso:

Vi esorto di nuovo a fare vostre le preoccupazioni espresse dalla società civile, agli occhi dei nostri cittadini, gli Stati Uniti sono colpevoli di spionaggio e furto di dati. Non ci può essere alcuna fiducia in questi negoziatori

Autore
Avvocato e blogger. Mi interesso di diritto applicato ad internet e alle nuove tecnologie di comunicazione. @brunosaetta



In difesa dell’hashtag e dell’attivismo digitale

I movimenti digitali non sono paragonabili all’attivismo nel mondo reale, ma probabilmente rendono il mondo un posto migliore. Dedicato a chi deride l’attivismo digitale e a chi parla di ‘cattivo umore e irresponsabilità del web’.


L’attivismo digitale che valore ha? Un hashtag, una campagna online può davvero cambiare le cose? È un tema complesso e affascinante. Con tutti i suoi limiti e le sue criticità l’hashtag activism è un fenomeno da prendere sul serio, è una spinta alla partecipazione da parte dei cittadini, una modalità per contribuire (ancor di più) a spezzare il monopolio delle notizia, a fare “agenda” su temi e vicende ignorate (a volte anche volutamente) dai media mainstream e dalla politica. Può essere criticato appunto nelle sue debolezze, fragilità e contraddizioni, ma quello che non si può fare – a mio avviso – è banalizzarlo e ridicolizzarlo, soprattutto se a farlo sono testate “tradizionali”.

In difesa dell’hashtag activism

Non si dovrebbe partire dagli aneddoti o da case history, ha ragione Mary Joyce – esperta di attivismo digitale, fondatrice di Meta-activism, responsabile per i new media della Campagna per Obama 2008 e curatrice del libro Digital Activism Decode: nel valutare e studiare un fenomeno come l’attivismo digitale non bisogna partire dai casi di successo o insuccesso, anche perché in ogni caso misurare l’impatto di una mobilitazione o di una campagna è qualcosa di estremamente soggettivo.

The measuring of impact thus becomes extremely subjective. Digital activism proponents want to count mobilization as success even when the goal is not achieved, while skeptics and pessimists point out that, by traditional measures, most digital activism campaigns are failures.  Though I am certainly a proponent of digital activism, I would actually side with the skeptics here.  In order to really push the field forward, we need to set high standards for digital activism success and not be satisfied with half-measures.

In una intervista del 2010 dice:

Uno degli argomenti del libro è proprio la necessità da parte nostra di smetterla con l’approccio all’attivismo fondato sull’aneddoto. L’abbondanza di aneddoti non fa che frammentare la nostra comprensione e fornisce sia agli ottimisti che ai pessimisti le munizioni con cui si combattono in dibattiti inestricabili circa il valore dell’attivismo digitale, ciascuno forte del proprio cumulo di aneddoti. Abbiamo bisogno di iniziare a valutare assunti e teorie con un’analisi e dei dati rigorosi.

Però è di questi giorni il caso #Ferguson, (l’hashtag non è casuale, scrivo volutamente così perché la storia di questa vicenda è strettamente connessa alle dinamiche dei social media e dell’hashtag activism – in questo caso tra l’altro l’attivismo digitale si fonde e confonde virtuosamente con il citizen journalism), nel Missouri dove un ragazzo di colore disarmato è stato ucciso dalla polizia. Vale la pena mettere in evidenza alcuni aspetti della storia, che, nell’analisi e valutazione dell’hashtag activism - e journalism - presenta caratteristiche esemplari.

#IfTheyGunnedMeDown e come un hashtag può cambiare le cose

Michal Brown, un ragazzo afro-americano di 18 anni, viene colpito a morte dalla polizia di Ferguson nel Missouri. Molti media danno la notizia usando una foto di Brown pregiudizievole: il ragazzo non sorride e fa un segno con le mani che potrebbe significare appartenenza a una gang. Una scelta precisa di immagine che quasi subito viene contestata su Twitter con l’hashtag #IfTheyGunnedMeDown (se mi uccidessero quale foto usererebbero i media?). Alla proteste per le strade di Ferguson si associa così una meta-protesta sui social. Come spiega molto bene questo articolo del Time, l’attivismo digitale può avere i suoi limiti e le sue contraddizioni, e a riguardo la testata riporta l’esempio – fallimentare se l’obiettivo era la cattura del criminale Kony in Uganda – della campagna Kony2012 (qui una critica argomentata e fra le più interessante alla campagna nello specifico). Su una cosa però l’attivismo digitale può funzionare davvero bene: la critica ai media. Con la scelta di quell’hashtag, brillante, potente, pieno di significato e la mobilitazione che ne è seguita si è messo in evidenza il pregiudizio dei media e l’uso di stereotipi che possono “inquinare” il modo di dare (e ricevere) una notizia.

Ecco alcuni tweet #IfTheyGunnedDownMe

Buzzfeed ha ricostruito come il movimento intorno a questo hashtag ha avuto un tale impatto da cambiare la conversazione e il dibattito intorno alla morte di Michael Brown. La vicenda di #Ferguson è notevole anche per altri aspetti, visto che porta con sé ulteriori implicazioni. Il Washington Post racconta come i social media hanno contribuito alla liberazione dei due giornalisti arrestati durante le proteste.

Il momento dell’arresto ha contribuito tra l’altro a far esplodere la storia sui social media e da lì sui media tradizionali, come mette in evidenza Politico:

Social media interest in the event peaked on the night the reporters were arrested and other journalists were denied access to the site, threatened with arrest or chased off the scene by tear gas and riot police. According to Twitter analytics engine Topsy, the search term “Ferguson” got about 200,000 mentions Tuesday night. Wednesday night, there were nearly 700,000 mentions.

Mathew Ingram di GigaOm riflette su come la protesta di Ferguson sia un esempio perfetto della potenza del citizen jouralism – “crowd-powered journalism” - soprattutto quando compensa l’assenza di copertura da parte dei media tradizionali:

Amid all the trolling and celebrity hoo-ha that takes place on Twitter and other social-media platforms, occasionally there are events that remind us just how transformative a real-time, crowdsourced information platform can be, and the violent response by local police to civil protests in Ferguson, Missouri on Wednesday is a great example. Just as the world was able to see the impact of riots in Tahrir Square in Egypt during the Arab Spring, or military action against civilians in Ukraine, so Twitter provided a gripping window into the events in Ferguson as they were occurring, like a citizen-powered version of CNN.

Tornando alla questione iniziale, uno dei più grandi effetti dell’hashtag activism nel caso di Ferguson è stato estendere la diffusione della notizia a livelli inimmaginabili. Questo, insieme allo svolgimento dei fatti, tra proteste per strada, azioni violente della polizia, arresto di giornalisti, ha portato alla copertura da parte del mainstream, e da qui anche alla pressione sulla politica che ha visto l’intervento di Obama e del Governatore del Missouri.

Notevole la mappa che illustra come è esplosa e si è propagata la notizia attraverso Twitter

Hashtag activism e hashtag journalism

La riflessione sull’attivismo digitale implica anche una riflessione sul giornalismo che segue le storie sui social. In questo articolo molto interessante, pubblicato della Columbia Journalism Review, Ann Friedman si interroga sui pro e contro della copertura da parte dei giornalisti degli hashtag che emergono su Twitter da #YesAllWomen, che ha contribuito al dibattito pubblico su nuove forme di femminismo (le donne minacciate dalla violenza maschile hanno condiviso la loro esperienza in seguito alla sparatoria di Isla Vista), imponendosi sui media tradizionali, a #BringBackOurGirls.

In some ways, journalists should be grateful for hashtag activism. The trending hashtag is a way to figure out what the public wants to discuss and learn more about—with the added bonus that when journalists add more reporting and perspective to the conversation, their work gets duly hashtagged and receives an added boost. But in other ways, it’s just white noise. After all, you’re just as likely to see racist-joke hashtags trending on Twitter as you are to see under-covered, hugely important news stories like the disappearance of hundreds of Nigerian girls. And Twitter itself is an incomplete picture of the public’s interests: As of last year, only 18 percent of online adults were using it, but 58 percent of journalists were. For activists who want to demand journalists’ attention en masse, Twitter is far and away the best forum.

Ecco perché è con amarezza che dobbiamo constatare che per il giornalismo italiano l’hashtag journalism si riduce troppo spesso in “la satira del web” e “l’ironia di Twitter” o nell’inseguimento dell’ultimo hashtag del premier che usa con grande sapienza il mezzo per dettare l’agenda sui media. E fa sinceramente tristezza continuare a leggere su carta derisioni sull’attivismo digitale o di ambiente cupo e irresponsabilità del web…

In conclusione

Ci sono cause che vanno combattute a prescindere dal risultato. E questo vale per l’attivismo in genere (al di là se digitale o non digitale). Forse uno dei limiti della valutazione dell’impatto di questo tipo di movimento è applicare le categorie dell’attivismo “tradizionale” all’attivismo digitale. Un hashtag crea comunità, coscienza critica intorno a un tema, mobilita le persone non nel senso classico (anche se ci sono esempi di attivismo digitale che si affianca anche alla mobilitazione off-line). L’hashtag activism contribuisce al processo di agenda setting che guida i mezzi di informazione.

True, hashtag activism is not magic pixie dust that can rescue these young women, democratize governments, or decisively alter complex social events all by itself. But that is a false standard to use in measuring its value. The social media mobilization around #bringbackourgirls has reset the agenda of Western media. Attention is on Africa. And in the sentiments, articles, and discussion flowering around the hashtag is a picture of the social and cultural conflicts in Nigeria: the wide inequalities of the region, the brutal form of terrorism practiced by Boko Haram, corrupt and incompetent government, and the agonizing plight of women caught in these struggles. The measure of this campaign’s importance will be whether these lessons stick and we continue to pay attention to Nigeria in the future. The #Kony2012 campaign did not result in the capture of Joseph Kony. But it did inform millions of people about violence in Central Africa…

È anche vero, come mi ha fatto notare Fabio Chiusi, che

è difficilissimo tenere traccia dei tanti episodi di hashtag activism che accadono continuamente: e se i più efficaci non fossero quelli giunti all’attenzione dei mainstream media ma rimanessero confinati nelle comunità locali – producendo però effetti concreti?

Sempre Fabio, tra l’altro, su Twitter ha segnalato il caso “ice-bucket challenge”

Tempo fa ci occupammo su Valigia Blu del caso della senatrice democratica Wendy Davis che annunciò su Twitter che avrebbe fatto ostruzionismo per bloccare l’approvazione della legge SB5 promossa dai repubblicani, che tra i vari provvedimenti avrebbe impedito l’interruzione di gravidanza dopo le 20 settimane nello Stato del Texas. Grazie a quel tweet e all’hashtag #standwithwendy  le persone si mobilitarono e i cittadini si presentarono fisicamente al Senato per sostenere la senatrice.

Penso, guardando al nostro Paese, alla mobilitazione #noleggebavaglio e recentemente a una vicenda che ha coinvolto la città dove vivo e che ho seguito da vicino e vissuto in prima persona (partecipando alla fiaccolata di protesta): a Perugia un gruppo di cittadini organizzato su Facebook si è mobilitato per fermare la costruzione di un alloggio universitario in una zona di pregio agricolo e storico-architettonico. Alla protesta online, accompagnata dalla ricerca e circolazione di informazioni sulla legge, sulla situazione dei permessi e delle autorizzazioni, è seguita la mobilitazione fisica, l’attenzione dei media locali e la risposta della politica e delle istituzioni, che per ora hanno fermato i lavori.

Le critiche all’hahstag activism serie e ben argomentate - come quella di David Carr del NYT – che vanno oltre i soliti pregiudizi e le inutili e dannose semplificazioni possono contribuire a migliorare e arricchire queste dinamiche sempre più presenti nella nostra vita (digitale e non). Riporto qui la bella conclusione di Carr: gli hashtag vanno e vengono, i movimenti digitali non sono paragonabili all’attivismo nel mondo reale, ma probabilmente rendono il mondo un posto migliore.

Sure, hashtags come and go, and the so-called weak ties of digital movements are no match for real world engagement. But they are not only better than nothing, they probably make the world, the one beyond the keyboard, a better place.

Aggiornamento sul caso #Ferguson 18/8/2014 > Vale la pena riportare due articoli che mettono in evidenza il ruolo fondamentale di Twitter e social media nella vicenda della morte del giovane Michael Brown:

How social media changed conversation on #Ferguson

Hashtag activism” is often derided, but without it, Ferguson police might have been able to sweep Michael Brown’s death under the proverbial rug; they could have found a way to charge him with property damage for getting blood on an officer’s shoes, for example, as happened in the case of Henry Davis.

View of #Ferguson Thrust Michael Brown Shooting to National Attention

“This story was put on the map, driven and followed on social media more so than any story I can remember since the Arab Spring,” he said in a phone interview on Saturday. “On Wednesday night, when things went down, we were putting together live feeds and Twitter reports. Good luck running around there with a camera man and a news crew. You saw what happened to Al Jazeera’s crew.”

On Thursday, Mr. Hayes traveled to Ferguson for his show because it was clear this story was not going away, on Twitter or elsewhere. Twitter still carries a great deal of unverified and sometimes erroneous information, but for all its limitations, it has some very real strengths in today’s media climate. It is a heat map and a window, a place where sometimes the things that are “trending” offer very real insight into the current informational needs of a huge swath of news consumers, some of whom traditional outlets often miss.

While much of mainstream media leaves communities of color unmoved — these are audiences that are underrepresented in terms of broadband access as well — Twitter is a place many black users rely on for information.




Morire di vita a Siracusa

Tra campi rom, redazioni locali e tossici di periferia: recensione di ‘Christiane deve morire’.


(Foto via SiracusaNews)

Dove c’è sole, dove c’è vodka, dove c’è agnello, ci sono i rom
(Veronica Tomassini, Christiane deve morire)

Quella di Veronica Tomassini è l’epica degli ultimi. Che fluisca impetuosa e viscerale, come nel romanzo di esordio Sangue di cane, o che muova il lirismo verso una dimensione più matura, come nel nuovo Christiane deve morire, la prosa di Veronica Tomassini dà una lingua a chi muore in silenzio, invisibile o rifiutato, e lo redime dall’oblio. Semaforisti polacchi, ubriaconi, rom, tossicodipendenti: «morti di vita» che consumano la propria esistenza ai margini. Tomassini li conduce al lettore facendo entrare la letteratura dalla porta del trauma, percorrendo con le parole lo spazio muto e terribile che lascia davanti: «Le mie parole una dietro l’altra paiono innocue e invece sono inarrestabili».

In Sangue di cane la matrice autobiografica era molto più esplicita, focalizzata sull’amore per il polacco Slawek: la voce narrante, femminile, non aveva identità se non nell’amore per l’uomo perduto, un’emozione totale che aveva il baricentro stilistico nel ricorso alla seconda persona singolare: «Eri così bello, lo eri troppo per me, eri la sponda del fiume che avrei attraversato, lo sapevo, lo sapevo, eri tu». Cronologicamente Christiane deve morire inizia là dove finisce il primo romanzo: «Nutrivo una sola speranza: poterlo riabbracciare. Parlo di mio marito» è l’incipit, dove la condizione interiore precede il fatto esteriore che lo provoca.

Se la sorgente della scrittura e l’ambientazione siracusana è immutata, Tomassini introduce dei cambiamenti che evitano al libro di essere un mausoleo di dolore esibito. La protagonista è la «signorina Varrani», il romanzo è in prima persona e prevalgono i tempi passati; fanno eccezione le reticenze, al presente, («Non racconto la mia vita dentro le mura della mia famiglia d’origine. Non trovo interessante l’argomento, anzi mi procura vergogna») che danno conto di come ricordare sia un’azione tematica e per nulla gratuita.

La signorina Varrani lavora per un giornale locale scrivendo di rom, per i quali è la «redaktora». La redazione e le meschinerie tra colleghi, l’odio razziale per i rom (in primis quello del direttore), che vanno bene per i lettori solo quando commettono reati, sono uno dei temi portanti del romanzo. Il mondo borghese da cui proviene la protagonista è animato da un conformismo aggressivo in cui i poveracci sono esorcizzati nelle aperture strillate, mentre il servilismo verso chi comanda viaggia lungo i binari della routine:

Ai ladri di polli si davano le ottanta righe di apertura, di norma,a un furto di pecore nei paesi montani pure; l’abigeato meritava persino la locandina. A volte il sindaco pretendeva conto e ragione se a una conferenza di servizi si destinava l’angolo sotto la rubrica Lettere al Direttore, senza occhiello, mentre al ladro di fili di rame la copertura totale esente da fascioni pubblicitari.

A questo mondo si affianca il campo rom, dove lo «sradicamento» dell’apolide convive con la necessità di sopravvivere. Non ci sono equilibri o punti fermi, in questa realtà, ma l’energia di una giostra impazzita in cui desiderio, violenza, dolcezza, sporcizia, attaccamento, passione e ingenuità tolgono ogni riferimento, se non si riesce a guardare al loro mondo con misericordia; se ne accorgerà il mite Eugenio.

Il rom è l’altro per eccellenza, verso cui il razzismo sembra un atto tollerabile, anzi, doveroso e autoassolutorio, e guai a dire che è razzismo. È così che la protagonista svolge il detestato punto di vista del capo, immaginando di parlare per assecondarlo:

«Quando tocca a un italiano fare il barbaro è diverso. Ci sono sempre consone ragioni e sociologi della prima ora ad argomentare compenetrati. Ci piace pensare ai nostri misfatti come a una tristezza crepuscolare che trucida con le buone maniere. Ed è un’immagine meravigliosa, il crepuscolo del nostro autocontrollo in balia di pulsioni violente, dai colori primitivi, altro che pastelli».

Tra il mondo borghese e il campo rom si collocano i luoghi della memoria e le emozioni che li impregnano. Ci sono luoghi e situazioni fisiche: il centro commerciale cui Varrani andava col marito, e che ora soffre angosciata, l’uomo nella mensa Caritas che assomiglia al marito, e che la protagonista non riesce ad avvicinare, pur continuando a pensarlo. C’è poi la sconfinata distesa di ricordi per i «morti di vita» della prima giovinezza. I primi amori tra comitive di tossici, vissuti nel mito del libro di Christian F., nella periferia cittadina («la periferia è sempre un’istigazione al suicidio»), nelle «Mazzarruna» comuni a ogni grande città. Alfredo, Massimo, Cetty e Filippu u pazzu sono fantasmi da cui la protagonista non sa liberarsi, più vivi ai suoi occhi nel passato che, nel caso di Alfredo, da superstiti («oggi è panettiere, ha una moglie che non ha i denti davanti, due figlie, e quando mi vede fa finta di non conoscermi. Si vergogna»). Ritornano di continuo nella narrazione, talvolta addirittura la spezzano senza preavviso: «”Non stanno qui, redaktora, stanno a Catania”. Alfredo partiva in pullman il venerdì, aveva appuntamento col pusher in stazione a Palermo». Ma «Christiane deve morire», per l’appunto. La memoria è il purgatorio in cui congedarsi dal passato e perdonare le debolezze umane, a partire dalle proprie; l’uso dell’ironia esprime questa urgenza, come per l’appellativo «signorina» che la Varrani, moglie abbandonata, usa per sé.

Christiane Vera Felscherinow, autrice di Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino, in una foto del 2011 (Via)

Se i frammenti della prima giovinezza hanno nella ricorrenza un valore simbolico, in certi passi si sente l’assenza di un’ulteriore limatura, specie quando dall’inizio di un capitolo ci si muove verso la parte centrale. Le immagini d’apertura, lapidarie, giocate sull’iterazione («Niente stupri dai rom. Niente». «Giulia era sparita, Giulia del campo rom») o sulla concisione («Al genio compete l’eternità, prima degli altri»), proseguono come un labirinto di piani temporali ed episodi che, quando i cambi di passo non sono ben calibrati, denotano una scrittura più vicina alla sorgente ispiratrice che alla foce letteraria. Eppure le repentine deviazioni sono una cifra stilistica propria dell’autrice, indomabili ma consapevoli della propria natura nei momenti più alti.

La si chiami indole, o vocazione o persino ossessione, rispetto agli emarginati e agli oppressi che chiunque incontra nel quotidiano Veronica Tomassini non riesce a distogliere lo sguardo e a restare in silenzio («Le parole mi giravano in testa, ero sotto assedio»). E ogni sua parola portata fuori, riversata sulla pagina, scava uno spazio di dignità tra le cattedrali della ferocia umana.

Autore
Maestrino saccente. @matteoplatone



Google, i pedofili e la lettura delle mail

La vicenda di un utente segnalato alla polizia per foto pedopornografiche. Davvero Google legge le mail? Cosa dicono le norme e l’incapacità dei governi di rapportarsi alle nuove tecnologie.


Il Telegraph racconta la vicenda di un cittadino di Houston arrestato grazie alla segnalazione di Google. L’azienda di Mountain View ha verificato la presenza di immagini illegali di una minorenne nell’account Gmail e lo ha segnalato al National Center for Missing & Exploited Children (NCMEC), ente che si occupa della lotta agli abusi sui minori. La segnalazione è stata passata alla polizia che ha arrestato per possesso e diffusione di immagini pedopornografiche l’uomo, il quale aveva precedenti di abusi su minori.

La vicenda ha sollevato numerosi interrogativi, in particolare in relazione al fatto che Google scansiona il contenuto delle mail. È giusto, anzi, è legale che Google “legga” le mail ? Fino a che punto Google si spinge in questa “lettura”? Quanto incide questo comportamento sull’esenzione di responsabilità dei provider?

In realtà noi sappiamo già da tempo che il contenuto delle mail viene scansionato automaticamente da Google al fine di presentare offerte commerciali al lato della pagina. È una lettura automatica realizzata al solo fine di presentare la pubblicità, e comunque è già consentita dagli utenti al momento di accettare le policy di servizio.

Non è una novità, anche molte altre aziende leggono il contenuto di ciò che passa per i loro server, a fini di profilazione pubblicitaria, per motivi di sicurezza, per filtrare lo spam e così via. Si tratta di scansioni automatiche per fini specifici, ovviamente indicati (in maniera più o meno chiara) nei termini di servizio. Nel caso in questione, però, la situazione appare differente.

Da tempo i grandi gestori di servizi online, al fine di scrollarsi da dosso le accuse di favorire le illegalità in rete, si sono adoperati per combattere la pedopornografia online. Il Regno Unito aveva chiesto espressamente ai provider di servizi online di dotarsi di filtri in grado di proteggere i minori, e così fecero per evitare che fossero bollati come intermediari per la pornografia minorile online (dopo le resistenze per l’Economy Act britannico, la bocciatura delle leggi SOPA e PIPA negli Usa e di ACTA dal Parlamento europeo, i governi sono rapidamente passati ad “imporre” alle aziende tecnologiche -provider- dei dialoghi pubblico-privato per l’applicazione di strumenti a fini di regolamentazione delle rete).

Il programma CyberTipline Child Victim Identification Program del NCMEC, già nel 2011 aveva nel suo database quasi 20 milioni di immagini e video di sospetti abusi sessuali su minori, ed è il NCMEC che gestisce direttamente l’identificazione delle immagini pedopornografiche. Le immagini che girano in rete generalmente sono duplicati di altre immagini, talvolta con lievi modifiche, per questo è possibile analizzare le immagini (e i video) per estrarne una “impronta” identificativa (hash) in modo da compararla con quella di altre immagini presenti in rete. Ed è il NCMEC che effettua l’estrazione dell’hash grazie al software photoDNA realizzato da Microsoft e donato all’ente. È sempre il NCMEC che fornisce gli hash alle varie aziende, tra le quali Google.

Quindi è l’NCMEC, che agisce insieme alle autorità di polizia, all’Fbi, ai servizi segreti, che stabilisce quali sono le immagini pedopornografiche o comunque illecite da rimuovere online, non certo Google o qualche azienda privata. Non c’è, quindi, il rischio che l’immagine di vostro figlio neonato che fa il bagnetto porti ad una denuncia se la inviate per mail alla nonna dall’altra parte del mondo.

Ovviamente non è solo Google a scansionare le immagini che passano per i propri server. Il software photoDNA è ormai utilizzato da tantissimi provider, tra i quali Facebook, Microsoft ovviamente, e Twitter, per svolgere il medesimo compito che svolge per Google, ed è utilizzato in Australia, Brasile, Nuova Zelanda, Belgio, Canada, Regno Unito, Stati Uniti ed anche in Italia (CETS Child Exploitation Tracking System).

Google, che già dal 2008 utilizza la tecnologia di hashing per identificare immagini pedoporno (a photoDna affianca filtri proprietari), si limita a comparare gli hash con le immagini che transitano sui suoi server, e nel caso di corrispondenza allerta il NCMEC. Infatti, i provider americani sono tenuti in base alle leggi federali a segnalare casi di pornografia minorile se rilevati sui propri server. Tecnicamente non si può nemmeno parlare di “lettura” del contenuto delle mail.

Ovviamente questo non ci rasserena, in quanto potrebbe sempre accadere che un domani Google, come gli altri provider, decida di scansionare i contenuti che transitano per i loro server al fine di ricercare altre violazioni delle leggi, oppure qualsiasi contenuto che in qualche modo sia per qualcuno pericoloso.

Il problema, quindi, si sposta su un altro piano. Finché, però, esistono le norme che non obbligano i provider al monitoraggio continuo dei loro server per verificare se vengono commesse violazioni tramite i loro servizi, finché restano in vigore le norme che prevedono l’esenzione di responsabilità dei provider per gli illeciti commessi dagli utenti tramite i loro servizi (come la direttiva e-commerce europea), è dannoso per le aziende “spiare” tutti i contenuti dei loro utenti. Perché, è ovvio, a nessuno fa piacere sentirsi continuamente spiato, e in conseguenza di ciò vi sarebbe una ovvia diaspora verso altri servizi più rispettosi della privacy. Infatti, da quando è venuto alla luce lo scandalo PRISM, cioè le intercettazioni a tappeto dell’NSA, i servizi online americani hanno perso tantissimi utenti (e quindi hanno subito riduzione di profitti, oltre a dover caricarsi i costi della sorveglianza digitale).

Il problema è che l’industria del copyright da anni chiede pressantemente che l’esenzione di responsabilità sia abbattuta, per introdurre una responsabilità secondaria dei provider per le violazioni online, e talvolta questa industria trova facile sponda in alcuni governi. Nel momento in cui tale diga crollerà, i provider inizieranno giocoforza a filtrare tutti i contenuti per non dover rispondere di eventuali illeciti. Ed è ovvio che la decisione su quali contenuti rimuovere poi sarà demandata alle aziende private. È questo il reale problema.

Rimane un dubbio, sollevato da Quintarelli, ma non è che Google sta progressivamente diventando una autorità sovranazionale? Il dubbio è legittimo, fosse anche solo per la considerazione che aziende come Google si muovono contemporaneamente in decine o centinaia di Stati diversi, e il loro fatturato è paragonabile o superiore a molti Stati. Ma del resto esistono numerose aziende (non tecnologiche) al mondo che hanno la capacità di dialogare alla pari con governi nazionali e addirittura di imporre regole lì dove gli interessa, anche più di Google stessa.

Google è una azienda, e come tale si preoccupa dei propri profitti. Ciò che li minaccia viene affrontato (e disinnescato), come la questione dei contenuti pedopornografici. Il Regno Unito ha chiesto (imposto) ai provider di introdurre dei filtri, e Google (e le altre aziende) lo hanno fatto. Meglio così che dover subire regole (norme) scelte dal governo britannico.

L’impressione, però, è che i governi attuali siano sempre più incapaci di gestire le problematiche transnazionali di Internet (basti pensare alla riforma privacy europea in stallo da oltre 2 anni), e quindi finiscano per demandare ai gestori di servizi online queste situazioni. Del resto invece di creare regole per la privacy, tanto per fare un esempio, non è molto più semplice sussumere direttamente le policy di una azienda come Google che già vengono applicate in centinaia di Stati e farle progressivamente diventare norme giuridiche? Se ci pensiamo è quello che già accade da tempo, molti utenti conoscono meglio le regole di YouTube piuttosto che le leggi in materia di diritto d’autore dello Stato nel quale vivono. Spesso quando si dialoga su ciò che lecito e ciò che non lo è, l’opinione pubblica fa riferimento alle policy dei servizi online. È un errore, giuridicamente parlando, perché una policy non è norma giuridica ed anzi è illegittima se in contrasto con una legge (le TOS sono dei contratti, quindi nulli se in contrasto con norme imperative), ma il ragionamento del pubblico è spesso -erroneamente- in questo senso.

E poi, la sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea che recentemente ha regolamentato il diritto all’oblio, in fondo non ha consegnato a Google la gestione di questo diritto, e il conseguente bilanciamento con il diritto dei cittadini ad essere correttamente informati? (la Corte Costituzionale italiana con la sentenza 16236 del 2010 ha sancito che il popolo può ritenersi “costituzionalmente ‘sovrano’ in quanto venga, al fine di un compiuto e incondizionato formarsi dell’opinione pubblica, senza limitazioni e restrizioni di alcun genere, pienamente informato di tutti i fatti, eventi e accadimenti valutabili come di interesse pubblico”).

La sentenza della CGUE è, a ben vedere, una decisione che affida l’arbitraria valutazione del diritto all’oblio ad un soggetto privato, le cui valutazioni sono scarsamente trasparenti e non vi è il controllo di un soggetto terzo ed imparziale, con facili scadimenti in abusi o disparità di giudizio. E questo senza tenere conto che nel quadro attuale Google detiene oltre il 90% del mercato europeo dei motori di ricerca, ma in fondo esistono altri motori di ricerca e un domani la situazione potrebbe velocemente mutare. Pensiamo ad un utente che dovesse inviare le sue richieste di “oblio” a centinaia di motori di ricerca, e in ogni caso il contenuto rimarrà sempre online e visibile sui siti sorgente.

Allora, è Google che sta diventando una autorità sovranazionale, o forse sono i governi incapaci di rapportarsi con le nuove tecnologie e quindi preferiscono delegare questi problemi alle aziende private, che alla fine la rete la gestiscono?

E questo può essere un problema di non poco conto, considerato che un’azienda, nel momento in cui gli si delega l’applicazione di un diritto potrebbe decidere di operare in modo piuttosto sbrigativo (“quick and dirty fix”). Ad esempio ricordiamo il famoso caso di  Morten Tobiassen, il quale aveva caricato sul suo account SkyDrive, lo spazio cloud di Microsoft, le foto del figlio nato da appena 3 ore, senza condividerle con nessuno. Ebbene la Microsoft chiese la cancellazione delle foto pena la soppressione dell’account, perché quelle foto, pur essendo del tutto legali, avrebbero potuto essere sottratte da un terzo ed utilizzate a fini di pedopornografia.

In Europa, per comprendere la situazione, la Commissione europea sarebbe intenzionata ad affidare ai privati la procedura di filtraggio dei contenuti pedopornografici e di responsabilizzazione dei bambini nella navigazione in rete (“to make the Internet a better place for kids”). È la Coalizione CEO.

Autore
Avvocato e blogger. Mi interesso di diritto applicato ad internet e alle nuove tecnologie di comunicazione. @brunosaetta



Forse non lo sapete ma Matteo Renzi è un cyborg

E voi siete dei ‘Renzi italiani’: recensione del libro ‘#Arrivo Arrivo: La corsa di @matteorenzi da Twitter a Palazzo Chigi’


Foto via Flickr. Se vuoi leggere subito la parte in cui si parla di Ezio Greggio clicca qui.

“Arrivo, arrivo!” è un famigerato tweet di Matteo Renzi, allora premier incaricato a consulto da Napolitano. “#ArrivoArrivo” (“La corsa di @matteorenzi da Twitter a Palazzo Chigi” – Matteo Grandi, Roberto Tallei) #vorrebbe essere il racconto per tweet della scalata politica dell’ex sindaco. Stando agli autori, all’#ascesa di Renzi su Twitter sarebbe corrisposta anche quella politica, una marcia irrefrenabile condizionata dallo stesso social network, come un Napoleone armato di «cinguettii» (i termini che derivano da “cinguettare” compaiono in totale 29 volte) in #una «campagna d’Italia» rivoluzionaria fatta di «slogan e messaggi che piacciono alla gente».

Ma perché “vorrebbe”? È qui che si incontra il primo e principale problema del #libro, che non può essere ignorato. Ed è questo: gran parte dei tweet citati – e scandagliati con la pretesa di farne ‘evidenze scientifiche’ della capacità politica e comunicativa del premier - sono in realtà i feed dei post di Facebook, che vengono pubblicati automaticamente su Twitter #troncando lo status e rimandando alla fonte. Non tweet: proprio messaggi inviati da Facebook che su Twitter spesso non hanno neppure senso compiuto.

 

Spesso erroneamente scambiati per messaggi enigmatici da «approfondire» poi su Facebook, questi tweet tronchi #vengono definiti talvolta furbo espediente («sistematica porta d’accesso»), talvolta inutile «lungaggine» abbandonata col crescere della dimestichezza, quando in realtà non si tratta d’altro che dell’esemplificazione più rudimentale del concetto di RSS [vedi qui per #approfondire anche tu] e della scelta di un social network #sull’altro. Per di più, un’altra buona parte dei tweet presi in esame porta la firma “staff”, e si tratta quindi di citazioni di frasi pronunciate dal premier – e non propriamente “digitate” – in conferenze, presentazioni, #interviste, comizi (senza #dimenticare i semplici lanci spam dei contenuti del sito, i titoli delle newsletter e i libri in #uscita). Né più né meno delle dichiarazioni da lasciare alle agenzie, da pronunciare prima del tg di #Mentana – pubblicate però su Internet (su Facebook #e su Twitter).

#La #domanda: come si può reggere l’intero libro su tweet, e ricavarne delle interpretazioni (sull’uomo e sul politico – i post vengono definiti più di una volta «Manifesto del pensiero renziano»), quando quei tweet non sono #effettivamente dei tweet? La critica non è solo strumentale: il problema è tanto più significativo se si pensa al fatto che la scelta di Twitter come piattaforma #paradigmatica sta decisamente alla base dell’analisi degli autori. Ed è centrale: Twitter viene indicato come strumento di modernità a priori, e il suo utilizzo come veloce, disincantato, arguto, formidabile e umile proposito di chi lo utilizza. In una parola, uno strumento perfettamente applicabile alla figura pubblica e privata di Renzi, restando aderenti al mito che gli si è costruito attorno. Non è solo il #metodo a mostrarsi effettivamente debole: il discorso, #sin dal principio, perde ogni sua logica, inficiando tutto il resto della ‘ricerca’. È come se mi #mettessi ad analizzare i tweet di Ezio Greggio pretendendo di attribuirgli una valenza politica e un #portato rivoluzionario che non hanno – o che quanto meno non posso certificare quantitativamente.

Il libro è ricco di queste interpretazioni, desunte da luoghi comuni sul racconto del presidente del Consiglio, quasi sempre privi del conforto dei dati (ci si imbatte in frasi tipo «secondo recenti ricerche», senza effettivi riferimenti alle ricerche), come quando si spiega che Renzi lancia «tormentoni» (spesso «sferzanti») ripresi a cascata «dalla rete» (chi?), ci si adegua pacificamente agli stereotipi renziani di velocità (quando?), rapidità (esemplare la frase «Renzi dà il meglio di sé quando sfodera brillantezza»), #freschezza («Sindaco popstar»), giovinezza e #connessione col popolo (lo riscopriamo semplice «ragazzo alle prese con Twitter» e «con la passione per Jovanotti e i Negrita»), un uomo nuovo tutto diverso «dai soliti dinosauri». Immancabili i riferimenti al termine «smart» (che compare 16 volte) e ad altre parole pacchianamente giovanilistiche #contenute anche nella prefazione e nella postfazione di #LucaSofri e @Iddio (surf, dj, Fonzie, folletto, juke box).

#Egli è un super-uomo «Apple-addicted» (ma sarà salutare, per un presidente del Consiglio, dirsi addicted di una public company?) che trasla fino alla completa e radicale identificazione “Renzi-Twitter”, una specie di #cyborg«tutt’uno con lo smartphone» capace di ergersi a rappresentante di un’intera categoria (a lui, comunque, totalmente estranea): quella dei «giovani “convergenti”» (ossessivamente digitali e multitasking), che nel libro vengono persino definiti «i Renzi italiani» (#renziitaliani). È l’alba di un’umanità nuova, e voi rischiate di #perdervela (correte a riattivare le notifiche di Twitter). In questa specie di effettivo breviaro del renzianesimo, a Renzi tutto #è perdonato, in un condono #tombale che smussa velocemente i tweet ostili (e oggi ambigui) agli accordi con Berlusconi e sulle larghe intese perché Renzi è pronto «a metterci la faccia, sempre» – o quanto meno l’avatar. Segue analisi dell’attività su Twitter del noto comico piemontese Ezio Greggio.

È lui o non è lui? Ma certo che è lui
(
È lo spread che cala!)

Un’analisi dei tweet della carriera di Ezio Greggio rischia di apparire un po’ prematura e forse lievemente agiografica. D’altro canto, il mezzo sembra aderire perfettamente ai precetti moderni di velocità e lucidità d’analisi, in un mondo nel quale tutti corrono e non c’è più il tempo per un libro o una carezza – sullo sfondo, di certo, la crisi. Diventa quasi automatico fare di Twitter il più grande calderone dell’animo umano, una zuppa pronta in pochi minuti da scandagliare saggiandone una ad una la patata, il fagiolino, il cuore di sedano. Bontà.

Quando Ezio Greggio posò per la prima volta il pollice sul jogweel del suo Blackberry, e da lì il cursore su “tweet it!”, non poteva sapere che il suo primo cinguettino avrebbe cambiato la storia della comicità di questo paese e dato man forte alla nostra economia contro l’inarrestabile ascesa dello spread tra i titoli di stato tedeschi e quelli italiani.

 

Questo tweet, degno di godere di una cornice aurea e di una sua parete in un museo della comunicazione moderna e della cortesia, è il primo cipcip del nostro comico – proprio il numero uno, abbiamo fatto una ricerca. Certo, ancora un po’ impacciato, ingenuo in quel suo richiamo ai sostenitori, ancora non definiti “follower” come da prassi, ma è la rupture: nei giorni a seguire Greggio non lesinerà critiche a sé stesso, invitandosi a partecipare di più alla conversazione.

 

Persino rispondendo a della gente. Gente comune come te.

 

Ezio, in fondo, è un signore non ancora troppo anziano che vuole restare – come sempre è stato – al passo coi tempi, pur parlando come uno di noi: è un amante della buona satira

 

Uno sferzante fustigatore delle ruberie politiche, protettore del bene comune

 

Un uomo di cuore che non scorda gli amici

 

Davvero: uno di noi (e a noi piace per questo): diverte e si diverte

 

Anche a guardare le partite, a tifare la sua Juve, di cui è sfacciatamente tifoso

 

L’ideologia greggiana ha fatto fondo per decenni a un immaginario più analogico che digitale, sfuocato nella trasmissione radiotelevisiva quanto potente nel messaggio: un fulmine di cui larga parte d’Italia è follemente innamorato, secondo alcuni pareri ai quali attribuiamo una certa scientificità per ragioni affettive. La battuta anche fuori dalle righe, il sorriso americano, i vestiti di scena: nulla è lasciato al caso, in un turbine di trovate e ammiccamenti che hanno relegato le spalle comiche che gli si sono succedute accanto negli anni, da Lello Arena a Enzo Iachetti, a poco più di comparse – non a caso di Iachetti non c’è traccia su Twitter (almeno dal 2012, piena crisi economico-istituzionale), come se Il Sor Ezio (lol!) l’avesse spinto fuori dai confini di un palcoscenico tutto nuovo in una digitalissima Notte dei Cristalli.

 

Se la classe comica italiana, però, si era sempre contraddistinta per un certo edonismo di fondo, il disincanto e/o il disinteresse per il bene comune e la politica come cura della cosa pubblica, Greggio invece non ha mai lesinato nel suo impegno civile, giungendo voglioso come una grossa sfera di ferro nella pista lastricata della comicità e sormontata dai birilli del facilone battutismo italico (STRIKE!). Metti il gel sui capelli, metti il suo twittare sempre meno bolso, lo spread Italia-Germania conosce il suo punto più basso tweet dopo tweet, un “Greggio” dopo l’altro, come se il comico avesse voluto accompagnanare la discesa agli inferi dell’indice e lanciare un nuovo rinascimento italiano, come se quel cognome (“Greggio”) fosse davvero benzina per una ripartenza.

 

È il primo dell’anno. Di lì a poco il differenziale tra bund e titoli italiani crollerà sotto i 200, risultato migliore dal 2011. La corrispondenza di amorosi sensi tra il twittare di Ezio Greggio e lo spread al ribasso, dopo poche settimane, appare quasi scontata: Ezio – sempre più disinvolto – ragiona con gli italiani sull’Italia, sulle aziende sane e sui “gioielli di famiglia” del paese, in un impegno civile mai domo, che ne farà la sua cifra distinguibile e leggendaria.

 

In fondo il mito dell’impegno e della trasparenza, fortemente perorato nei suoi j’accuse su Striscia, su Twitter non fa che trovare dei riferimenti espliciti, una continuità naturale, come se i “cinguettii” fossero un po’ il manifesto della sua bonaria comicità

 

Non mancheranno momenti bui, certamente. Greggio è personaggio genuino e talvolta burbero, brusco ma di cuore, capace di incorrere – come tutti – in qualche errore sui quali però non indugeremo perché non è sede – e tanto se lo fa Gasparri che lol.

Ezio Greggio è pronto a metterci la faccia. E se ci stringiamo un po’, anche gli arti superiori – ché poi dopo passa e ci abbraccia tutti.

 




Scuola, dal tirocinio alla cattedra: l’odissea degli aspiranti insegnanti

620mila in fila, l’attesa per una cattedra è di anni. Per l’Ocse l’età media dei docenti italiani è la più alta: solo 1 su 100 è under 30


Articolo in partnership con i quotidiani del gruppo Espresso.
Di Maria Chiara Furlò e Andrea Zitelli

«Dalla scuola riparte un Paese», diceva Matteo Renzi il 24 febbraio scorso nell’aula del Senato. È degli ultimi giorni la notizia dello sblocco del pensionamento di 4000 insegnanti, ma in fila per diventarlo ce ne sono 620mila. In Italia un professore su cento ha meno di trent’anni. Gli over cinquanta invece sono più della metà. Per l’Ocse, l’Italia vanta il primato del Paese con gli insegnanti più anziani. Quarantanove anni l’età media dei docenti, sei in più rispetto alla media dei 33 Paesi analizzati dal rapporto Talis 2013, l’Indagine Internazionale sull’Insegnamento e Apprendimento. Nelle scuole italiane in media insegnano le stesse persone da vent’anni. Tanta esperienza, ma per le nuove leve è quasi impossibile cominciare a farsela. Graduatorie, supplenze, abilitazioni, “concorsoni” e tanti anni che se ne vanno mentre si rincorre l’agognata cattedra.

In questi giorni migliaia di aspiranti insegnanti sono alle prese con le prove preselettive per poter accedere al Tfa (Tirocinio Formativo Attivo). Sono oltre 147 mila i laureati specialistici che hanno presentato domanda di iscrizione e che entro il 31 luglio sosterranno il primo step, le prove a quiz, di un lungo percorso che dovrebbe infine portarli nelle scuole. Il condizionale è d’obbligo, visto l’odissea che aspetta chi intraprende questa strada.

Come funziona

 > Tirocinio Formativo Attivo

I posti disponibili sono 22450 (più 6600 per gli insegnanti di sostegno). Rispetto alle domande presentate, andrà bene solo a un candidato su cinque. Sempre che non succeda come nel 2012, quando i vincitori del primo ciclo del Tfa furono solo 11 mila su 20 mila posti disponibili. Ma il traguardo non è la cattedra, ancora molto lontana. All’articolo 1 del bando di selezione viene chiarito infatti che il numero corrisponde alle persone che potranno accedere ai corsi di tirocinio formativo attivo, riferiti alle discipline da insegnare, divise per regione.

La Lombardia con oltre 3000 posti disponibili è la regione che offre più possibilità.

I futuri tirocinanti saranno distribuiti equamente tra Nord e Sud.

Fra gli insegnamenti più richiesti, al primo posto c’è l’accorpamento dell’italiano, dell’educazione civica, della storia e della geografia nelle scuole medie con 2828 posti disponibili. Subito seguiti da matematica, chimica, fisica e scienze naturali, sempre alle medie (1814), e dalle materie letterarie nelle superiori (1494). Solo un posto in Campania, invece, è previsto per chi è interessato a insegnare disegno tecnico e un altro in Friuli Venezia Giulia per l’insegnamento dello sloveno. Diciassette i posti per i futuri docenti di “arte del vetro”, ventidue per “l’arte del disegno animato”, 182 per “scienza degli alimenti”.

> Dalle Ssis al Tfa

Il Tfa ha mandato in pensione le Ssis, le scuole di specializzazione all’insegnamento secondario, di durata biennale, finalizzate alla formazione degli insegnanti delle scuole secondarie di primo e secondo grado. Le Ssis costavano intorno ai 1500 euro l’anno, iniziarono la loro attività nell 1999-2000 con l’avvio del I ciclo e furono chiuse definitivamente 9 anni dopo. La norma che ora regola il percorso per la formazione dei nuovi professori è il decreto ministeriale n. 249 del 10 settembre 2010, firmato dall’allora ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini (governo Berlusconi). Il provvedimento ha stabilito che per ottenere l’abilitazione all’insegnamento è necessario frequentare presso le Università uno specifico corso annuale della durata di 1500 ore. Appunto il Tfa, al termine del quale si svolge l’esame di abilitazione all’insegnamento. I corsi sono a numero chiuso e prima del superamento delle prove di valutazione (un quiz, una prova scritta e poi un orale) è necessario possedere dei titoli di accesso all’insegnamento.

> Costi

Iscriversi alla selezione costa tra i 50 e i 150 euro, in base al numero delle discipline di insegnamento scelte. Poi, una volta superate tutte le prove, bisognerà pagare il costo del corso che varia di regione in regione in base alle università che li organizzano. Nel 2012 è stato avviato il primo ciclo di Tfa che ha abilitato 11 mila aspiranti insegnanti. Duemilacinquecento euro il prezzo medio pagato da chi ha passato la selezione per frequentare il corso. I tirocini del 2014 dovrebbero partire entro fine anno e in Valle d’Aosta, per esempio, costeranno 3500 euro.

> Oltre al Tfa ci sono le graduatorie e i Pas, con le loro problematiche

Chi non riesce a superare la selezione del Tfa ha però ancora una speranza, la graduatoria “d’istituto”, che però non è a scorrimento e permette solo l’accesso alle supplenze. Come spiega il Miur, il reclutamento dei docenti avviene tramite tre diversi tipi di graduatoria: ad esaurimento, di merito e d’Istituto. Ogni anno in base ai posti che si rendono disponibili nelle scuole statali, vengono attinti dalle graduatorie ad esaurimento (50%) e da quelle di merito (50%) gli insegnanti per le “immissioni in ruolo”, ovvero attraverso un contratto a tempo indeterminato. Ma il problema principale è quello di smaltire file di centinaia di migliaia di persone in attesa.

> Graduatorie ad esaurimento (GaE)

Sono iscritti i professori provvisti di abilitazione all’insegnamento. Le graduatorie sono su base provinciale e aggiornate ogni tre anni per i titoli e le posizioni degli iscritti, ma sono chiuse all’inserimento di nuovi nominativi, quindi anche a quelli di chi ha passato il Tfa nel 2012 e di chi passerà il prossimo. Dal 2008, infatti, non è più possibile iscriversi a queste graduatorie, che sono destinate a esaurirsi. Ad oggi però contano ancora 154.398 persone. In questo elenco però grazie a ricorsi al giudice amministrativo, si sono ultimamente iscritti gli ”ex-congelati Ssis”, ossia quelli che non erano riusciti a concludere le scuole di specializzazione prima che fossero chiuse, ma hanno potuto frequentare in sovrannumero il primo ciclo di Tfa.

> Graduatorie di merito

Sono presenti gli 11.892 vincitori del concorso pubblico a cattedre del 2013, quello voluto dall’allora ministro dell’Istruzione Francesco Profumo (governo Monti). L’elenco è stato creato per sostituire quello corrispondente all’ultimo concorso del 1999. La graduatoria sarebbe dovuta durare 2 anni, ovvero il tempo necessario all’immissione in ruolo di tutti i vincitori, o almeno così stimava il Miur. Ad oggi, però ancora in 8 mila non sono riusciti a diventare professori a tutti gli effetti.

> Graduatorie di Istituto

Sono utilizzate dai presidi degli istituti scolastici solo per assegnare supplenze, più o meno lunghe, e sono articolate in 3 fasce. La prima è composta dagli iscritti alla Graduatorie ad Esaurimento (oltre 154 mila). La seconda è riservata ai docenti abilitati ma non iscritti nelle GaE (quindi anche primo ciclo Tfa e Pas). L’ultima è per chi non è abilitato, ma possiede un titolo di studio valido per l’accesso all’insegnamento oppure per i Tfa primo ciclo che non sono ancora riusciti a passare in seconda fascia.

> I Pas (Percorsi abilitanti speciali)

Per chi – passando attraverso le terza fascia delle graduatorie d’Istituto – ha collezionato diversi anni di supplenze senza essere riuscito ad abilitarsi all’insegnamento, c’è una possibilità in più, che ha però contribuito ad allungare di molto le code in graduatoria. I Percorsi Abilitativi Speciali (Pas o anche detti “Tfa speciali”) sono dei corsi universitari annuali riservati, infatti, a chi ha lavorato con contratto a tempo determinato nella scuola statale e paritaria per almeno tre anni. Per frequentare i Pas non occorre superare un concorso, come avviene per il Tfa, basta fare domanda al Miur. Il corso ha durata annuale, la frequenza è obbligatoria e si conclude con un esame finale che ha valore abilitante. Dopo aver superato l’esame, quindi, l’insegnante ottiene finalmente l’abilitazione e può concorrere per l’assegnamento di una cattedra, nelle scuole elementari, medie o superiori. I costi sono molto simili a quelli del Tfa: all’Università Federico II di Napoli si spendono 2316 euro , a quella di Parma 2.200.

Quello che non va

 

> Il “concorsone” del 2012 e i numeri di quello del 2015

«Basta graduatorie, concorsi ogni due anni». Così l’ex ministro dell’Istruzione Profumo intervistato da Repubblica nel settembre del 2012, quando annunciò l’allora imminente “concorsone” che poi si svolse nella primavera del 2013 con 11.892 vincitori. Di questi, però come già scritto, otto mila sono ancora in attesa della cattedra. «Abbiamo due necessità – spiegava allora l’ex ministro del governo Monti – svuotare una graduatoria dove sono iscritti in 163 mila e dare continuità ai concorsi, farli tornare un’abitudine di questo Paese». Un programma che sembra essere rispettato solo nella previsione della prossima prova, visto che l’attuale ministra dell’Istruzione, Stefania Giannini, ha annunciato un concorso nella tarda primavera del 2015 per 17 mila docenti. Gli aspiranti insegnanti però sono molti di più. Facendo un rapido conto degli abilitati, ossia di tutti coloro che hanno maturato un diritto alla cattedra, potenzialmente potranno partecipare al prossimo concorso, sia gli 11 mila “tieffini” del primo ciclo che i 66 mila passati attraverso i Pas. Il ministro Giannini ha precisato che non si verificherà la stessa situazione del 2013, quando i “tieffini” del primo ciclo furono esclusi dal concorso. Questa volta quindi potranno iscriversi anche i 22450 (insieme ai 6600 del sostegno) del secondo ciclo Tfa. In totale, approssimativamente almeno 106.050.  I posti sono 17 mila, solo il 16% riuscirà quindi a vincere il concorso: 1 su 6.

> Che fine hanno fatto i “tieffini” del 2012

Mentre in questi giorni si svolgono le selezioni per il Tfa del secondo ciclo, gli 11 mila abilitati del primo non hanno ancora visto la cattedra che gli spetta. Un percorso che già nelle prime fasi aveva incontrato problemi. Una domanda su cinque dei test per l’ammissione, infatti, era risultata formulata in maniera sbagliata. Molte le proteste dei partecipanti, con l’allora ministro Profumo che, per correre ai ripari, aveva nominato una commissione per controllare i test. Risultato: le domande errate o ambigue erano state considerate corrette, con il conseguente aggiornamento dei risultati. Ma i disagi non finiscono qui.

Prima di tutto, i ”tieffini” del primo ciclo non hanno potuto partecipare al concorso indetto, sempre nel 2012 – il primo dopo ben 13 anni – da Profumo. L’esclusione ha riguardato però anche le graduatorie. Sia quelle a “esaurimento”, che la seconda fascia di quelle “di istituto” perché entrambe già chiuse e aggiornabili ogni tre anni. Nicolò Marchese è uno di loro. Trent’anni, laureato in Filologia Moderna ha frequentato il corso del Tfa del 2012 per le discipline di lettere e latino all’università di Potenza, abilitandosi alla professione nel 2013. «Fare un corso che ti avvicini alla scuola più gradualmente invece di essere buttato in classe senza affiancamento, è sempre utile. Anche se – commenta Nicolò – alcuni docenti non erano professori d’esperienza, ma altri precari che costavano meno a chi programmava il corso».

Ad oggi, Nicolò è ancora iscritto nelle graduatoria di istituto, terza fascia, quella in cui avrebbe potuto iscriversi anche senza sostenere le prove di valutazione prima, e il Tfa dopo. «L’unica cosa che ho potuto fare grazie all’abilitazione – dice Nicolò – è la domanda per entrare in seconda fascia, ma sto ancora aspettando». Gli è stata negata l’iscrizione alle altre graduatorie e al concorsone del 2013, possibilità che invece gli era stata promessa e che avrebbe potuto farlo mettere “in fila” per l’immissione in ruolo. «Manca un progetto globale educativo che sia veramente pensato per le nuove generazioni di insegnanti e non solo per la contingenza degli eventi politici», spiega ancora Nicolò che continua, «Non solo non so quando avrò una cattedra ma neanche quando entrerò in graduatoria per l’immissione in ruolo, momento in cui comunque sarò confuso con chi ha frequentato i Pas, senza essere mai stato valutato, mai sottoposto a test».

> La mancata tutela del numero chiuso e “l’invasione” dei Pas

Quella con i colleghi dei Pas è una polemica antica nel mondo della scuola e ricca di luoghi comuni da sfatare. «Si tende spesso a identificare chi partecipa ai Pas con persone di una certa età e famiglia a carico, quindi con importanti necessità a cui far fronte. Ma i Tfa non sono frequentati solo da ventenni. Seduti ai banchi vicino a me c’erano colleghe incinte e padri di tre figli», conclude Nicolò. L’età media dei partecipanti al Tfa è di 38 anni, come conferma il coordinamento nazionale Tfa ordinario. La portavoce, Arianna Cipriani, sottolinea che chi ha frequentato il primo ciclo del Tfa «non è stato danneggiato solo dalla promessa mancata di partecipazione al concorso 2013, ma anche dall’invasione dei 66 mila abilitati Pas che, facendo saltare ogni logica legata al fabbisogno, hanno annullato la tutela del numero chiuso».

Il ministro dell’Istruzione Stefania Giannini ha poi assegnato un bonus di ventiquattro punti ai “tieffini” per premiare il loro percorso selettivo rispetto ai Pas. I sindacati (FLCGIL, CISL, UIL, SNALS, GILDA) hanno però fatto ricorso al Tar contro questo provvedimento. «Ricorrere contro il bonus significa volere l’annullamento simbolico di una frangia di docenti precati rei di aver passato una selezione», ha commentato Cipriani aggiungendo, «anche se il Tar non ha concesso la sospensiva e rinviato la sentenza ad aprile 2015, siamo ancora preoccupati rispetto all’esito di questa situazione che potrebbe arrivare anche davanti al Consiglio di Stato».

Come si diventa insegnanti in Europa 

> Francia

In Francia c’è il problema opposto a quello italiano: i candidati insegnanti sono troppo pochi. La legge che lo scorso anno ha riformato il sistema scolastico francese ha introdotto le  Scuole superiori per la formazione dei docenti e del personale educativo (ESPE- Ecoles supérieures du professorat et de l’éducation) i corsi durano due anni e sono responsabili della nuova formazione degli insegnanti e dei professionisti dell’istruzione. Queste nuove istituzioni hanno sostituito il vecchio IUFM (Istituto universitario di formazione per gli insegnanti). Per diventare professori resta necessario passare un concorso pubblico. Il requisito minimo è la cioè il Bac+3 (l’equivalente della nostra maturità con in più tre anni di istruzione superiore, ossia la nostra laurea breve). I tipi di concorsi sono due, a seconda del livello scolastico nel quale si vuole lavorare. Per insegnare nelle scuole materne o elementari c’è il CRPE (Concours de recrutement des professeurs des écoles). Un concorso che si svolge nelle 31 Académie sparse sul territorio nazionale e che prevede quattro prove scritte e orali. Per lavorare nelle scuole di secondo livello, collèges e lycées (equivalenti delle nostre medie e superiori) bisogna ottenere un CAPES (Certificat d’aptitudee au professorat de l’enseignement du second degré) per le discipline generali o un CAPET (Certificat d’aptitude au professorat de l’enseignement technique) per le discipline tecniche.

> Germania

Nel report Diventare insegnanti in Europa. Una comparazione tra quattro Paesi (2013) di Gianluca Argentin e Orazio Giancola si spiega che la formazione degli insegnanti tedeschi si compone di due fasi. La prima si svolge dentro le università (che stabiliscono i requisiti d’accesso). Obiettivo è l’apprendimento “delle conoscenze relative alle diverse materie/discipline ‘accademiche’ ed i corrispondenti argomenti didattici”. La durata prevista, che cambia a seconda dei regolamenti dei Land, può durare dai 6 ai 7 semestri per gli insegnanti di scuola primaria e 8 o 9 semestri per quelli della secondaria. Si conclude con un “primo esame di stato” (Erstes Staatsexamen).

Nell’organizzazione della seconda fase, invece, le università non c’entrano, ma la supervisione spetta al ministero dell’Istruzione di ogni Land. La finalità è pratica e ha lo scopo di formare gli insegnanti per i loro incarichi professionali e il lavoro a scuola. Questa seconda fase dura tra 1,5 e 2 anni. Al termine c’è il “secondo esame di Stato” (Zweites Staatsexamen). Entrambe le prove finali sono controllati dal ministero dell’Istruzione di ogni Land. Al termine delle due fasi alla maggior parte dei professori viene “assegnata una posizione vacante dall’amministrazione scolastica competente, principalmente sulla base dei risultati dei due esami”. Ma i docenti, in alternativa, possono anche proporsi per gli incarichi vacanti alle singole scuole. In generale, gli insegnanti tedeschi sono dipendenti pubblici e dopo tre anni di entrata in servizio ottengono un incarico permanente.

> Spagna

Fino al 2008 in Spagna per ottenere l’abilitazione all’insegnamento bastava un anno di corso. In questo modo si conseguiva il CAP: certificato di attitudine pedagogica. Poi, per adeguarsi alla normativa europea di settore, le cose sono cambiate e ora bisogna frequentare un Master Universitario en Profesorado de Enseñanza, comprensivo anche di tirocinio nelle aule e insegnamenti pedagogici e didattici. Come spiega Francesco Rocchi in questo post su NoisefromAmerika.org dedicato all’assunzione degli insegnanti e alla qualità delle scuole europee, “in Spagna l’assuzione degli insegnanti è all’interno del sistema del pubblico impiego, che viene gestito dalle Comunità Autonome (Catalogna, Andalusia, Castiglia e Leon, ecc.)”. Sono le Comunità Autonome locali quindi a gestire il personale educativo nella loro giurisdizione, non un sistema centrale come avviene in Italia. Nel rapporto Eurydice Cifre chiave degli insegnamenti e i capi d’istituto in Europa (2013) emerge che nella scuola pubblica

 l’accesso al posto di insegnante è soggetto al superamento di un concorso che comprende tre fasi: un esame che valuta le specifiche conoscenze relative alla specializzazione scelta, l’attitudine all’insegnamento e la padronanza delle necessarie metodologie di insegnamento; una selezione per meriti che valuta l’idoneità dei candidati (nella fattispecie il background formativo e l’eventuale esperienza di insegnamento pregressa); un periodo di prova durante il quale i candidati prescelti devono dimostrare la loro attitudine all’insegnamento.

> Paesi scandinavi

In Finlandia gli studenti sono quelli che si posizionano meglio nella valutazione internazionale del rapporto OECD-Pisa. Queste performance hanno generato una forte curiosità nei riguardi del sistema scolastico finlandese, dove il possesso all’abilitazione all’insegnamento è obbligatorio e i posti di lavoro vengono banditi sui media. Le modalità di selezione e le assunzioni stesse vengono decise dalle singole scuole e dalle autorità locali che le governano (i comuni), ogni candidato è valutato esclusivamente a livello locale. Nel dossier dell’Osservatorio Internazionale dell’Education del 2014 si specifica che dalla fine degli anni Settanta, la formazione degli insegnanti finlandesi è stata completamente integrata nel sistema universitario, includendo un approccio basato sulla ricerca e una laurea magistrale per quasi tutte le categorie di insegnamento.

In Norvegia invece è previsto che ad assumere gli insegnanti siano i “proprietari” della scuola, come continua il post di Rocchi: “nel caso della scuola secondaria inferiore i comuni, mentre la secondaria superiore è gestita dalle contee”. Le scuole preparano graduatorie, basate su titoli, voti e anni di servizio, in cui vengono inseriti tutti i candidati che si presentano per il posto. Per attrarre insegnanti particolarmente qualificati, le scuole possono stabilire aumenti salariali.

Come in Francia, anche in Svezia è difficile trovare nuovi insegnanti. Come spiega Alex Cornazzoli su Chefuturo!, negli scorsi anni è stata fatta la campagna “Un incentivo per gli insegnanti”, che prevedeva l’aumento del salario e una formazione in itinere con la possibilità, per chi non ha il titolo universitario, di laurearsi mentre lavora. Per diventare insegnante in Svezia ci sono due strade. La prima è iniziare un percorso di studi dedicato proprio all’insegnamento. Questo corso dura 5 anni in cui si studiano le due materie che si vogliono insegnare e allo stesso tempo, la pedagogia, la didattica delle materie e le  istituzioni scolastiche. C’è poi un periodo di praticantato. La seconda è quella scelta da Antonio Saracino, 31 anni, che da Trani si è trasferito in Svezia, dopo una laurea in mediazione linguistica e culturale alla Statale di Milano dove ha studiato svedese e tedesco. «La mia è una specializzazione della durata di un anno e mezzo studiata per chi ha già una laurea (è sufficiente la triennale), ma ci sono anche altre vie – spiega Antonio – ci sono gli annunci online di lavoro nelle scuole, oppure ci si può direttamente proporre se si ha qualche competenza particolare. Ad esempio, – continua – un mio collega  era meccanico di auto e ha fatto il tirocinio in una scuola, prima ancora di prendersi la specializzazione ha avuto talmente tanto successo che gli hanno proposto un contratto fantastico, ha mollato il corso e si è messo a lavorare lì».

> Stipendio insegnanti in Europa 

Simone Cosimi, in un articolo su Wired, basandosi su dati Eurydice, presenta in un grafico il reddito annuo lordo degli insegnanti nelle scuole statali secondarie superiori in Europa

Autore
"Non è il caso né di avere paura né di sperare, bisogna cercare nuove armi." Gilles Deleuze @andreazitelli_



Silvio assolto: il ciclo della notizia

Breve storia del Rubygate > Il popolo del web si spacca > Patto del Nazareno LOL > La reazione dei giornali > Oblio > Riformissime.





Chi vincerà i Mondiali 2014? In anteprima titoli e commenti dei giornali italiani

Esclusivo: noi sappiamo già cosa scriveranno i giornali all’indomani del trionfo mondiale di Germania o Argentina.


a cura del Polpo Nate

Grazie a un sistema predittivo incrociato elaborato dal famoso blogger che aveva in anticipo azzeccato l’esito dei mondiali, siamo in grado di presentarvi la rassegna stampa dei principali quotidiani italiani di lunedì 14 luglio.

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Se vince la Germania

Titolo: “Spietati e vincenti”

La rivoluzione non è un pranzo di gala. Dopo aver conquistato Belo Horizonte con un risultato oltre ogni previsione, i tedeschi hanno scelto la strada della riappacificazione con il popolo brasiliano, riconciliando gli spettatori di tutto il mondo con il calcio spettacolo che ha reso famosa la Selecao, di cui oggi i bianchi di Germania si pongono come degni eredi per i prossimi vent’anni. Guidati dal giovane Thomas Muller, novello Telemaco che raccoglie il testimone del padre Gerd (come non è suo figlio? Maddai, hanno lo stesso cognome. Vabbè, importa sega), i ragazzi di Loew hanno contribuito a scardinare i luoghi comuni che vogliono i tedeschi tetragoni e inflessibili. A questa squadra l’appellativo di “panzer” si addice poco: se proprio bisogna fare un paragone, assomigliano a delle scattanti Audi, unendo design e prestazioni, in un melting pot etnico a partire dai cognomi (non più tutti quei noiosi suffissi in –er, ma la giusta combinazione tra pragmatismo mitteleuropeo e fantasia mediterranea dei vari Ozil, Khedira, Mustafi). Se il Mondiale si facesse un selfie, avrebbe il volto di Mats Hummels, il bel tenebroso che ha fatto innamorare schiere di tifose a ogni latitudine.

Se vince l’Argentina

Titolo: “Il verbo del Messi(a)”

Aggrappati a un uomo, ai suoi piedi, al suo genio. E’ andata come el pueblo argentino sognava, riponendo tutte le proprie speranze di successo in questo ragazzo predestinato fin da piccolo, al quale il fantasma dei paragoni con Diego Maradona non pesa affatto, anzi gli dà sprone per volare sul campo con la leggerezza e l’efficacia che solo lui sa avere. Leo Messi non è fuggito davanti alla responsabilità, ha preso per mano una nazione e l’ha portata al trionfo contro i mostri senza cuore tedeschi, incubo di tutti i bambini dopo il terribile 7-1 rifilato al Brasile. E con i suoi gol in fondo Messi ha vendicato un intero continente, umiliato dall’insensibilità aritmetica della Germania, quella per cui alla fine conta solo lo spread tra occasioni create e gol segnati. Certo, Messi è stato il solista, il leader. Ma intorno ha avuto una vera squadra, capace di mettersi al suo servizio e di lasciare nello spogliatoio le rivalità interne (a cominciare da quell’hahstag, #carlitosstaisereno, con cui Tevez era stato escluso dalla rosa dei mondiali): perché insieme si vince. E se alziamo gli occhi sopra di noi in una giornata di sole, vediamo i colori di quella maglia: bianco e celeste.

Se avesse vinto l’Olanda

Titolo: “La rivoluzione dei tulipani”

Da eterni perdenti a vincitori. Dopo tre sconfitte in finale, l’Olanda dimostra che anche nel calcio si può cambiare verso. E conquista il suo primo titolo mondiale forse con la meno “olandese” delle sue formazioni, la meno votata alla tradizione del calcio totale, un dogma tanto affascinante (si potrebbe dire quasi di sinistra, nel suo equiparare l’ultimo dei difensori al primo degli attaccanti) quanto inconcludente. Van Gaal, il vero artefice del successo, ha saputo lasciarsi alle spalle il passato, plasmando una squadra pragmatica, che fa della rapidità la sua arma migliore ma non rinuncia a difendersi se necessario. E, poiché il fine – si sa – giustifica i mezzi, anche l’uso di qualche piccola furbizia (come il cambio del portiere in occasione dei rigori contro il Costarica) è lecito se si pensa all’importanza del risultato finale. Salendo finalmente sul tetto del mondo, l’Olanda non solo torna al suo antico lignaggio di dominatrice di mari e colonie delle Indie Occidentali, ma dimostra che oltre ai rigori bisogna puntare sulla crescita se si aspira a grandi traguardi. E che anche degli irriducibili individualisti come Robben, uno che per la sua testardaggine assomiglia a Civati (ma ha più classe), se si mettono al servizio del collettivo, possono contribuire al trionfo finale.

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Se vince la Germania

Titolo: “La forza della tradizione”

Se c’è una cosa che la vittoria della Germania ai Mondiali dice a tutti noi è questa: nel calcio, come nella politica e nella vita in generale, non si inventa nulla. Ci vuole solidità, ci vogliono radici, ci vuole tradizione: sono le basi sulle quali ogni successo che non sia effimero va costruito. Se i tedeschi sono arrivati 13 volte in semifinale – vincendo 4 titoli, tanti quanti noi italiani che da oggi non potremo più vantare neppure questa piccola superiorità sugli odiati concittadini di Angela Merkel  – è perché sono sempre rimasti fedeli a se stessi, incuranti delle mode del momento, di chi ha provato a sovvertire quei valori che rappresentano il nostro minimo comun denominatore. E anche quando hanno dato l’impressione di fughe progressiste in avanti, in realtà non hanno mai perso la bussola della loro moderazione: chi dice che Thomas Muller è stato schierato da “falso nueve” imitando lo schema spagnolo, evidentemente capisce poco di calcio. E infatti, si è visto quale fine abbia fatto la Spagna con il suo inconcludente tiki taka che ammicca alla sinistra dei salotti radical chic. In fondo lo sanno anche gli scommettitori incalliti: se volete mettere i vostri soldi in banca, puntate sulla Germania. Non vi tradirà.

Se vince l’Argentina

Titolo: “Nel nome di Francesco”

Come non immaginare un Disegno Superiore in ciò che è accaduto al Maracanà? In quella Rio de Janeiro che un anno fa sommerse di affetto Francesco nel suo primo viaggio pastorale, i concittadini del “papa venuto dalla fine del mondo” hanno riconquistato il cuore del Brasile, affranto e distrutto dallo tsunami della semifinale con la Germania. L’Argentina, terra alla quale noi italiani siamo legati da vincoli di sangue e cultura, indica a tutti noi la strada da percorrere: solo pochi anni fa era un paese sull’orlo del default ma poi, con il sacrificio e gli aiuti della comunità internazionale – che sa essere anche madre oltre che matrigna – è riuscita a risollevarsi e a regalare al mondo un uomo che è già santo, un pastore che sta facendo con la Chiesa ciò che il ct Sabella ha fatto con l’albiceleste: trasformare un coacervo di individualità litigiose in una grande famiglia, anche a costo di dolorosi sacrifici (la rinuncia a Tevez è uno di questi). Sì, possiamo dirlo senza timore di retorica: quella dell’Argentina è stata la vittoria dei giusti.

Se avesse vinto l’Olanda

Titolo: “Una lezione per le PMI”

La vittoria dell’Olanda ai mondiali è anche il trionfo di un modello. Nello sport, come nell’economia, non è indispensabile essere grandi e assistiti per avere successo. Tutto il mondo della piccola e media impresa italiana, il popolo delle partite Iva, dovrebbe andare a lezione di management aziendale da Luis Van Gaal. Si possono raggiungere grandi traguardi anche contando sulle proprie risorse di nicchia, un portiere bravo a parare i rigori, un attaccante specializzato nei dribbling. L’importante è fare sinergia, non cedere alla tentazione di delocalizzare i propri campioni o demandare ad altri la formazione – e il vivaio dell’Ajax è un esempio di ciò che stiamo dicendo . E soprattutto, non mollare mai. La vittoria in finale parte da lontano, da quell’ottavo di finale contro il Messico, quando a tre minuti dalla fine l’Olanda era sotto di un gol: anche sull’orlo del fallimento si può trovare una via d’uscita, grazie al lavoro e alla qualità, per poi arrivare alla meta prefissata. Un monito per l’Italia che produce. Ma anche un auspicio.

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Se vince la Germania

Titolo: “La fabbrica globale”

Come disse l’Avvocato, il calcio è quello sport nel quale si gioca undici contro undici e alla fine vincono i tedeschi (poi Lineker si appropriò della frase, ma gli Agnelli non l’hanno mai rivendicata, noblesse oblige). E dunque, made in Germany sia. Nel Brasile che sforna milioni di Volkswagen,  i tedeschi hanno dimostrato che a volte lo scontro con le proprie maestranze – in questo caso gli operai brasiliani umiliati dalla multi-Nazionale di Loew – è inevitabile per puntare ad alti traguardi. La finale era una partita già scritta, ma la chiave di volta del successo tedesco, quella che ha stupito il mondo intero e farà parlare di sé per molti anni ancora, è stata la semifinale: con una percentuale realizzativa e produttiva impressionante, la Germania ha dimostrato di saper coniugare bel gioco ed efficienza. E non ha avuto remore neppure nel confrontarsi – e sconfiggere – un proprio concittadino espatriato neglI Usa a insegnare calcio, quel Klinsmann che, come Marchionne ha fatto con le auto, ha l’ambizione di spiegare agli americani come si gioca a pallone. Dunque, la Germania indica la strada da seguire. All’Italia non resta che trovare un rottamatore del calcio, che impari in fretta la lezione e sia capace di guardare Berlino da pari a pari. Uno ce l’abbiamo, ma sfortunatamente fa il premier, non il commissario tecnico.


Se vince l’Argentina

Titolo: “Il sacrificio di Tevez”

Dunque, il mondo si inchina a Leo Messi. La stella del Barcellona aggiunge l’unico trofeo mancante alla sua meravigliosa bacheca e prenota già il suo ennesimo Pallone d’Oro. Bisogna ammetterlo: la vittoria dell’Argentina ai mondiali è soprattutto la vittoria del  suo numero 10, al quale è riuscito quello che non riuscì a Sivori, Platini e Baggio (e riuscì invece a Del Piero, che però nell’occasione aveva il 7 sulla maglia). Ma c’è un altro numero 10 che, in silenzio, ha contribuito a questo successo: è Carlos Tevez, l’Apache, che ha accettato senza polemica l’esclusione dai 22 di Sabella, si è fatto da parte senza creare polemiche e oggi, anche se non lo ammetterà mai, si starà godendo il trionfo dei suoi compagni di squadra. Sarebbe bello che anche nel Partito Democratico, posto che la maglia numero 10 è stata assegnata da milioni di elettori a Matteo Renzi, qualcun altro imparasse la lezione di Carlos Tevez.


Se avesse vinto l’Olanda

Titolo: “La vendetta dei pirati”

Com’è allegra quest’Olanda che cade e si rialza, che impara dai propri errori e si ripresenta quattro anni dopo nell’indifferenza generale ma con un progetto innovativo, che alla fine si rivela anche vincente. C’è un bel mix di tradizione e freschezza nella squadra arancione ma c’è soprattutto quell’insofferenza a giocare dentro gli schemi tradizionali che da limite, nella società degli startupper, è diventato elemento di forza. Robben, Schneider e Van Persie, con la loro faccia da pirati, hanno arrembato e affondato la corazzata tedesca, sconfitta dalla propria ubris prima ancora che dagli avversari. E ci piace immaginare, in una favela di Rio, un bambino che si asciuga le lacrime mentre dipinge di arancione la sua figurina verde-oro di Neymar.

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Se vince la Germania

Titolo: “Ingiustizia è fatta!”

Signori, inchiniamoci ai padroni del mondo. Dopo aver spazzato via come moscerini i brasiliani – incuranti del fatto che sia il sudore della fronte di questa manodopera sottopagata a far proliferare l’industria automobilistica tedesca  – la Germania va a prendersi la Coppa con tutta la tracotanza di cui è capace. Una coppa insanguinata, si badi bene, anche se per non disturbare i manovratori della Fifa è calato il silenzio sulle decine di morti nei cantieri degli stadi; una coppa contestata, anche se le proteste della gente nelle strade hanno avuto molta meno eco del morso di Suarez; una coppa avvelenata, con sospetti di combine e l’ombra della corruzione sull’assegnazione dei mondiali in Qatar. Ma di tutto questo, a frau Merkel e ai suoi ligi esecutori, sembra fregare poco o nulla. A loro importa solo degli interessi di casa propria, del proprio calcio e delle proprie banche. E come non sospettare che quel Zuniga, oscuro giocatore colombiano – eh, si sa, la Colombia – non fosse altro che il ginocchio armato dai poteri forti, mandato in campo con l’unico obiettivo di eliminare Neymar e con lui l’unico vero ostacolo allo strapotere tedesco? Pensiamoci, noi che vogliamo fare l’Europa insieme a Thomas Muller. E non dimentichiamo la parabola di Uli Hoeness, il grande centravanti della grande Germania finito a marcire nelle patrie galere, il posto giusto per i criminali di ogni razza e nazionalità.


Se vince l’Argentina

Titolo: “Il complotto del Vaticano”

Dice una fonte ben informata che l’altra sera, dentro le mura di San Pietro, al riparo da occhi indiscreti, due signori in là con gli anni siano stati visti confabulare fitto fitto. Dice sempre questa fonte, che noi riteniamo più che attendibile, che questi due signori fossero nientepopodimeno che Joseph Ratzinger e Jorge Bergoglio. Sì insomma, i due papi. Per carità, nessuna insinuazione, ma alla luce del risultato della finale dei mondiali, con la vittoria dell’Argentina sulla Germania, qualche domanda è lecito porsela. Di cosa parlavano Benedetto e Francesco? Stavano forse concordando un indicibile scambio? Non ci stupiremmo se, dopo questa partita, il prossimo presidente dello Ior fosse un tedesco. Certo è che nel 78, quando i mondiali furono disputati in Argentina e vinse l’Argentina, al soglio pontificio venne eletto un papa che morì dopo poche settimane in circostanze misteriose. Questi sono i fatti: solo coincidenze?


Se avesse vinto l’Olanda

Titolo: “Il Movimento arancione”

Se l’erano preparato bene questo mondiale, per spartirselo tra i soliti noti. Il Brasile certo, per dovere d’ospitalità. Ma poi la Germania, l’Italia, la Spagna, l’Argentina. Si è vista la fine che hanno fatto tutti quanti. Spazzati via da un ciclone chiamato Olanda, un movimento più che una squadra, un gruppo che va in campo seguendo il modello della democrazia diretta, secondo lo schema “uno vale uno” che non ha leader imposti dall’alto. Si dice che per decidere chi indossa la fascia di capitano venga fatto ogni volta un referendum volante in spogliatoio, prima della partita. E poi in campo, il continuo spostarsi di Robben da una fascia all’altra è la dimostrazione plastica del fatto che ala destra e ala sinistra non esistono più, sono concetti superati. Quello che conta è la sete di giustizia, nonostante i giornali di tutto il mondo – che qualcuno, non noi, definirebbe pennivendoli – abbiano sempre dedicato poche righe al fenomeno Olanda e quando l’hanno fatto è stato per cercare chissà quali retroscena nella sostituzione del portiere al 120’ minuto. Nessuno gli credeva, quando su twitter gli Orange scrivevano #vinciamonoi.  Avete visto com’è andata.

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Se vince la Germania

Titolo: “Cazzo ridi, culona?”

Eccoli là, tutti trionfi, a girarsi tra le mani la loro coppetta. Ma chi vi credete di essere, cari “amici” tedeschi? Pensate di poterci guardare negli occhi solo perché avete vinto gli stessi titoli di noi italiani? Ma dov’eravate voi nel 34 e nel 38, quando gli eroi di Vittorio Pozzo inanellavano trionfi mondiali? Eravate in tutt’altre faccende affaccendati? E poi lo sapete, avete vinto per un solo motivo, perché una volta tanto – per colpa di un italiano non tanto italiano che di cognome fa Balotelli – non ci avete incontrato sul vostro cammino. Altrimenti, sai le mazzate, come sempre. Godetevi questa vittoria da quattro soldi, cari tedeschi. Ridete pure alle nostre spalle. Prima ci avete fiaccato grazie al vostro complice Monti e ai governi della sinistra che si sono succeduti, poi avete approfittato del fatto che siamo arrivati al Mondiale spompati, prosciugati dalle tasse e dalla dittatura dell’euro. Ma ora, con Barbara Berlusconi presidente della Figc, la musica cambierà. E quando, tra 4 anni, il presidente della Repubblica Silvio Berlusconi riceverà la coppa dalle mani dell’amico Putin, saremo noi a ridercela. Di Grosso (e non so se ve lo ricordate).


Se vince l’Argentina

Titolo: “Sul carro dei vincitori”

Guardala, l’intellighenzia di sinistra che si affanna a rispolverare dalla libreria qualche opera ammuffita di Borges per cantare le gesta dell’Argentina, immediatamente trasformata in una squadra di “compagni” (del resto anche il Che Guevara era argentino, no?). Non cambieranno mai: incapaci di accettare la propria attitudine cronica alla sconfitta – e infatti Prandelli è di sinistra, lo sanno tutti – sono però campioni del mondo di uno sport molto diffuso in Italia: il salto sul carro dei vincitori. E già li vediamo, i caroselli dei centri sociali al grido “somos todos argentinos” per celebrare questo trionfo terzomondista. Spiace solo che non sia ancora in vita il generale Peron: a lui e ai suoi descamisados sarebbe stato giusto e sacrosanto dedicare questa vittoria.


Se avesse vinto l’Olanda

Titolo: “A destra si vince”

Poche balle. La vittoria dell’Olanda ai mondiali di calcio ha un solo nome: Arjel Robben. E una sola posizione: la destra. E’ da lì, da destra, che la Nazionale di Van Gaal ha messo a soqquadro tutte le difese avversarie. E’ da destra che sono partiti tutti i palloni pericolosi. E quando Robben ha deciso di svariare a sinistra è stato solo per creare scompiglio, per poi subito tornare nel suo alveo naturale, che è la destra. Ci piace questa Olanda, ricorda quella dei tempi d’oro di Gullit, Rijkaard e Van Basten, il trio di tulipani che Silvio Berlusconi portò al Milan costruendo una stagione di trionfi, culminata con la sua discesa in campo nel 1994. E chissà che oggi la storia non possa ripetersi.




Giacomo legge il discorso di Renzi in inglese

Una libera interpretazione teatrale di un estratto del discorso di Matteo Renzi al Digital Venice Week.


E per chi se lo fosse perso, l’originale con Matteo Renzi nella parte di Matteo Renzi.




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