Addio foto ai panorami. L’Unione Europea sta per vietarli in nome del copyright

Un emendamento alla riforma europea sul diritto d’autore rischia di cancellare milioni di foto di edifici dal web e di criminalizzare chi condivide gli scatti online.


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La norma della direttiva europea 2001/29/EC sulla Libertà di Panorama (Freedom of Panorama o FoP) permette a chiunque di scattare fotografie, oppure effettuare riprese video, creare immagini (dipinti), degli edifici, costruzioni, sculture e opere d’arte che si trovano permanentemente in un luogo pubblico.
Purtroppo questa libertà non è attuata in tutti i paesi europei, in alcuni casi solo parzialmente, perché la direttiva europea non obbliga gli Stati membri a recepire le eccezioni al copyright.

In Italia per la pubblicazione di immagini dei “beni culturali” occorre l’autorizzazione del Ministero dei Beni e della Attività Culturali. Con la legge 106/2014 si è avuta una parziale liberalizzazione del regime di autorizzazione della riproduzione e della divulgazione delle immagini di beni culturali per finalità senza scopi di lucro, quali studio, ricerca, libera manifestazione del pensiero, espressione creativa e promozione della conoscenza del patrimonio culturale.
Ma la riproduzione del bene culturale deve essere attuata con modalità che non comportino alcun contatto fisico col bene, né l’esposizione dello stesso a sorgenti luminose. Inoltre la divulgazione delle immagini di beni culturali, legittimamente acquisite, deve avvenire in modo da non poter essere ulteriormente riprodotte a scopo di lucro, neanche indiretto. È abbastanza evidente quanto sia restrittiva la norma.

By Made by King of Hearts based on Quibik's work [CC BY-SA 3.0 (http://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0)], via Wikimedia Commons

By Made by King of Hearts based on Quibik’s work [CC BY-SA 3.0 (http://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0)], via Wikimedia Commons

legenda
Il 16 giugno nella Commissione europea giuridica (JURI) si è votato per il Rapporto Reda, un parere che sarà la base per la futura riforma della normativa sul copyright in Europa. In merito alla libertà di panorama il Rapporto Reda prevedeva:

Calls on the EU legislator to ensure that the use of photographs, video footage or other images of works which are permanently located in public places is permitted;

Con l’approvazione dell’emendamento 421 (del parlamentare centrista francese Jean-Marie Cavada), purtroppo, si è limitato ulteriormente la libertà di panorama al solo uso non commerciale, alla stregua della legislazione francese e belga.

16. Considers that the commercial use of photographs, video footage or other images of works which are permanently located in physical public places should always be subject to prior authorisation from the authors or any proxy acting for them;

La distinzione tra uso commerciale e non commerciale non è definita chiaramente, e online spesso non è possibile distinguere, per cui l’approvazione dell’emendamento determinerebbe di fatto l’eliminazione della libertà di panorama in tutta l’Europa.

Se si guarda la mappa sopra, con l’emendamento 421 tutta l’Europa dovrebbe essere colorata in giallo o rosso.

Esempi di opere pubbliche censurate:

Francia: Eiffel Tower, i giochi di luce notturni sono considerati opera d’arte originale e quindi non riproducibile in assenza di autorizzazione. Foto censurata in base alla FoP francese.

By Sami Dalouche + SPQRobin [CC BY-SA 2.5 (http://creativecommons.org/licenses/by-sa/2.5)], via Wikimedia Commons

By Sami Dalouche + SPQRobin [CC BY-SA 2.5 (http://creativecommons.org/licenses/by-sa/2.5)], via Wikimedia Commons

Francia: Piramide del Louvre, foto censurata in base alla FoP francese.

By Free On-Line Photos (FOLP) [Public domain], via Wikimedia Commons

By Free On-Line Photos (FOLP) [Public domain], via Wikimedia Commons

Francia: viadotto di Millau, foto censurata in base alla FoP francese.

By Clem Rutter, Rochester Kent + SPQRobin (File:MillauViaductServices8358.JPG + Own work) [CC BY 2.5 (http://creativecommons.org/licenses/by/2.5)], via Wikimedia Commons

By Clem Rutter, Rochester Kent + SPQRobin (File:MillauViaductServices8358.JPG + Own work) [CC BY 2.5 (http://creativecommons.org/licenses/by/2.5)], via Wikimedia Commons

Francia: tomba di Arman nel cimitero di Père-Lachaise, foto censurata in base alla FoP francese (scultura di un violino).

By Gede (Own work) [GFDL (http://www.gnu.org/copyleft/fdl.html) or CC BY-SA 3.0 (http://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0)], via Wikimedia Commons

By Gede (Own work) [GFDL (http://www.gnu.org/copyleft/fdl.html) or CC BY-SA 3.0 (http://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0)], via Wikimedia Commons

Belgio: Atomium a Brussels, foto censurata in base alla FoP del Belgio.

By Nro92 + Romaine (File:Atomium 010.jpg + Own work) [CC0], via Wikimedia Commons

By Nro92 + Romaine (File:Atomium 010.jpg + Own work) [CC0], via Wikimedia Commons

Un modello dell’Atomium è visibile in Austria, in quanto è consentito sulla base della FoP austriaca.

By Chemiker [Public domain], via Wikimedia Commons

By Chemiker [Public domain], via Wikimedia Commons

Il libero utilizzo di tantissime immagini presenti online è a rischio a causa di queste emendamento. In particolare centinaia di migliaia di immagini su Wikipedia non sarebbe più libere e dovrebbero essere cancellate (4500 sono già state cancellate). Wikipedia ha approntato una pagina web dove trovare ulteriori informazioni in merito.

Ma non solo. Ogni volta che scattiamo una foto e la condividiamo online sui social network come Facebook, noi concediamo al social una licenza di riutilizzo anche commerciale della foto. Ciò vuol dire che è responsabilità nostra, prima di cliccare su un tasto per mostrare agli amici dove ci troviamo in vacanza, di accertarci se quell’opera o edificio in pubblico è soggetto a copyright. Dopo di ché dobbiamo ottenere la relativa autorizzazione dall’autore dell’opera (l’architetto presumibilmente) e solo in quel momento possiamo, finalmente, condividere l’opera con i nostri amici.
Anche la pubblicazione di una foto di un edificio sul nostro blog personale che non ha alcuna aspirazione commerciale, finisce per essere in violazione delle leggi sul copyright se solo il nostro blog presenta un banner Adsense che ci consente di racimolare qualche centinaio di euro l’anno, giusto per pagarci l’hosting, oppure se è presente un pulsante di micropagamento (tipo Flattr).

Per evitare questa eccessiva burocratizzazione, per impedire che milioni di cittadini europei finiscano inconsapevolmente per violare le leggi, firmiamo la petizione su Change.org (saveFoP).

Autore
Avvocato e blogger. Mi interesso di diritto applicato ad internet e alle nuove tecnologie di comunicazione. @brunosaetta



Repressive new law in Spain: digital surveillance against activism and freedom of speech

Software that will collect data, metadata and conversations of citizens will soon be available. A misstep on the Internet could cost you a fine of up to 600,000 euros. Or even a trial for ‘terrorism’.


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(italian version)

translated by Roberta Aiello

On 01 July 2015, the Ley Morzada or “Gag Law” (we recommend this article on the Citizen’s Security Law, the most oppressive anti-protest law in Europe) and the Criminal Code reform, widely criticized by leading international NGOs including Amnesty International, Save the Children, Rights International Spain, Caritas and the International Federation of Human Rights, became law in Spain.

Not even the harsh judgment of the UN was able to persuade the government of Mariano Rajoy to abandon the draft of a bill which seriously undermines the right to dissent and peaceful protest. At midnight, about 200 protesters welcomed the entry of these laws with a silent protest in front of the Congress of Deputies. Today, Spain is a different country.

With the new rules, which according to the New York Times “disturbingly harken back to the dark days of the Franco regime”, new modern instruments of repression are going to be applied. The two computer giants Indra and Accenture are competing for the creation of the future government software for online citizen monitoring. The Ministry of Interior requires that the company awarded the contract develop a program that can capture information on the following social networks: Twitter, Google Plus, LinkedIn, Tumblr, Instagram, Flicker (curiously Facebook is not mentioned), also on online forums, personal blogs, video platforms (YouTube, Vimeo and LiveLeak) and search engines (Google, Bing, Yahoo and Duck Duck Go).

It is still unclear what kind of content the software will be able to intercept, but according to the directives of the Ministry it will collect metadata, registration data of users and generated content. All this information will be indexed and stored in a permanent database that the authorities may consult at any time. What is the pretext? Always the same: the fight against “terrorism.”

Waiting for what some already call the Spanish Prism, let’s remember what the new prohibitions concerning the Internet are. Four articles that will forever change the way the Spanish use the web.

1. Tweeting about a protest could cost dearly

My tweet of 2012 is illegal today. The new law punishes those who organize/convene an unauthorized protest in the same way as those who spread online information about such an event. Article 30.3 of the Citizen’s Security Law states that “organizers or promoters” can “reasonably” be considered those who, verbally or written, online or in print:

  • Publish information on a future unauthorized protest.
  • Create or sign an online petition to support an unauthorized rally.
  • Endorse publicly the reasons of an unauthorized protest.
  • Urge others to take part in an unauthorized demonstration.
  • Post on their profiles slogans, flags or other symbols that refer to an unauthorized protest.

Fines range from 30,001 to 600,000 euros, without being judged (it is considered an infringement). Only after paying the fine will it be possible to file an administrative appeal.

2. Cyber-activism is synonymous with terrorism

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The reformed Article 573 of the Criminal Code is aimed primarily at online activists and actions that (as of today) are considered “terrorist acts.” They are included in the category of terrorist hackers, such as those who “destabilize the public peace” or “the operation of an international organization” on the Internet.

Promoting on Twitter an unauthorized demonstration in front of the Chamber of Deputies could be considered a terrorist act. Or blocking the web page of a government agency or the International Monetary Fund, for example.

3. Consulting propaganda websites will make you a terrorist

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Besides the dissemination of terrorist material or the apology for terrorism, repeated access to websites that contain illegal information will also be condemned. Article 575.2 of the new Criminal Code provides for a sentence of between 1 and 5 years in prison for frequent access of such online content.

Although the Minister of the Interior has made it clear that journalists are not at risk of being prosecuted (this point is still not very clear), it is necessary to remember that, for example, a blogger who practices journalism without being linked could be charged with terrorism following periodic access to an ISIS recruitment portal.

4. A 600,000 euro fine for publishing photos of police officers

Publishing and disseminating a video like this (shot three years ago in the Atocha station in Madrid, when the police fired blanks at eye level at demonstrators inside the subway) is a serious breach of the Citizen’s Security Law, in accordance with Article 36.26. There is no difference if the police officers filmed are committing a crime: denouncing publicly unlawful conduct or an abuse of power is not considered a mitigating factor. Taking a simple photo of a police officer during a demonstration is punishable by a fine of up to 600,000 euros.

The repression passes, in most cases, for the allocation of new meanings to words. The word “terrorism” in Spain has been cleared of the sense that we knew, becoming an indefinite storage of a series of actions that until now have been considered a right.

If you live in Spain be very careful: one false step on the Internet and, in the best case scenario, you will have to pay a fine of 30,001 euros. You might even be tried for terrorism.

(Comic Illustration: Manel Fontdevila for eldiario.es)

Autore
Creatore del blog 'L'isola dei cassintegrati'. @marconurra



Svolta repressiva in Spagna: sorveglianza digitale contro attivismo e libertà di parola

In arrivo un software che raccoglierà dati, metadati e conversazioni dei cittadini. Un passo falso su Internet può costare una multa fino a 600.000 euro. O addirittura un processo per “terrorismo”.


Spagna, 1 luglio 2015, entrano in vigore la Ley Mordaza (consigliamo la lettura di questo articolo sulla Legge di Sicurezza Cittadina, la normativa anti-protesta più soffocante d’Europa) e la riforma del Codice Penale, criticate ampiamente dalla principali ONG internazionali, tra cui Amnesty International, Save the Children, Rights International Spain, Caritas e la Federazione Internazionale dei Diritti Umani.

Neanche l’aspro giudizio dell’ONU è riuscito a persuadere il governo di Mariano Rajoy ad abbandonare un progetto legislativo che pregiudica gravemente il diritto al dissenso e alla protesta pacifica. E allo scoccare della mezzanotte circa 200 manifestanti hanno accolto l’entrata in vigore di queste leggi con una protesta silenziosa davanti al Congresso dei Deputati. Da oggi la Spagna è un paese differente.

Con le nuove norme, che secondo il New York Times rappresentano un “ritorno preoccupante agli oscuri giorni del regime franchista”, arrivano anche i moderni strumenti di repressione. I due colossi informatici Indra e Accenture si contendono la creazione del futuro software governativo per il controllo online dei cittadini. Il Ministero degli Interni esige all’impresa aggiudicataria dell’appalto lo sviluppo di un programma capace di captare informazioni dai seguenti social network: Twitter, Google Plus, Linkedin, Tumblr, Instagram, Flicker (curiosamente non è menzionato Facebook), ma anche da forum online, blog personali, piattaforme video (YouTube, Vimeo e LiveLeak) e motori di ricerca (Google, Bing, Yahoo e Duck Duck Go).

Non è ancora chiaro che tipo di contenuti sarà in grado di intercettare, ma stando alle direttive del Ministero il software dovrà raccogliere metadati, dati di registrazione degli utenti e contenuti generati. Tutte queste informazioni saranno indicizzate e memorizzate in una banca dati permanente che le autorità potranno consultare in qualsiasi momento. Il pretesto? Quello di sempre: la lotta al “terrorismo”.

E in attesa che il Prism spagnolo, come lo chiamano alcuni, sia pronto, diamo un ripasso alle nuove proibizioni che riguardano Internet: quattro articoli che cambieranno per sempre la maniera con cui gli spagnoli usano la rete.

1. Twittare informazioni su una protesta potrebbe costarti caro

Questo mio tweet del 2012 oggi sarebbe illegale. La nuova legge punisce allo stesso modo chi organizza/convoca una protesta non autorizzata e chi diffonde online informazioni sulla manifestazione. L’articolo 30.3 della Legge di Sicurezza Cittadina precisa infatti che sono “ragionevolmente” considerati “organizzatori o promotori” coloro che, per via orale o scritta, online o stampata:

  • Pubblicano informazioni su una futura protesta non autorizzata.
  • Creano o sottoscrivono una petizione online a sostegno di una manifestazione non autorizzata.
  • Aderiscono pubblicamente alle ragioni di una protesta non autorizzata.
  • Esortano a partecipare a una manifestazione non autorizzata.
  • Utilizzano sui propri profili slogan, bandiere o altri simboli che rimandano a una protesta non autorizzata.

Le multe vanno dai 30.001 ai 600.000 euro, senza passare per il giudice (è considerata un’infrazione). Dopo aver pagato la sanzione sarà possibile presentare un ricorso amministrativo.

2. Il cyber-attivismo sarà sinonimo di terrorismo

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Il riformato articolo 573 del Codice Penale si rivolge principalmente agli attivisti online e alle azioni che (a partire da oggi) sono considerate “atti terroristici”. Rientrano nella categoria terroristica gli hacker, ma anche tutti coloro che su Internet “destabilizzino la pace pubblica” o “il funzionamento di un organizzazione internazionale”.

Promuovere su Twitter una manifestazione non autorizzata davanti alla Camera dei Deputati potrebbe essere inteso come un atto terroristico. Così come bloccare la pagina web di un ente governativo o del Fondo Monetario Internazionale, per esempio.

3. Consultare siti di propaganda farà di te un terrorista

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Non sarà condannata solamente la diffusione o l’apologia del terrorismo, ma anche l’accesso ripetuto a siti che contengano informazioni illegali. L’articolo 575.2 del nuovo Codice Penale punisce con una pena tra 1 e 5 anni di carcere l’accesso abituale a tali contenuti online.

E sebbene il Ministro dell’Interno abbia chiarito che i giornalisti non corrono il rischio di essere incriminati (questo punto in realtà non è ancora chiaro), è necessario ricordare che, facendo un esempio, un blogger che esercita la professione giornalistica senza essere collegiato potrà essere accusato di terrorismo in seguito all’accesso periodico a un portale di reclutamento dell’ISIS.

4. 600.000 euro di multa per la pubblicazione di una foto della Polizia

Pubblicare e diffondere un video come questo (girato tre anni fa nella stazione di Atocha di Madrid, quando la Polizia sparò con fucili a salve contro i manifestanti, ad altezza d’uomo, dentro la metro) è un’infrazione grave alla Legge di Sicurezza Cittadina, secondo l’articolo 36.26. Poco importa che i poliziotti ripresi stiano compiendo un reato: il fatto di denunciare pubblicamente una condotta irregolare o un abuso di potere non è considerato un’attenuante. In realtà scattare una semplice foto a un agente di polizia immobile, durante una manifestazione, è punibile con una multa fino a 600.000 euro.

La repressione passa, nella maggior parte dei casi, per l’assegnazione di nuovi significati alle parole. La parola “terrorismo” in Spagna è stata svuotata dal senso che conoscevamo ed è diventata il contenitore indefinito di una serie di azioni che fino a oggi consideravamo un diritto.

Se vivete da queste parti fate molta attenzione: un passo falso su Internet e nel migliore dei casi dovrete pagare 30.001 euro di multa. Nella peggiore delle ipotesi sarete processati per terrorismo.

(Illustrazione: Manel Fontdevila per eldiario.es)

Autore
Creatore del blog 'L'isola dei cassintegrati'. @marconurra



Va In Onda l’odio. Senza più alcuna vergogna o contrapposizione

Salvini gira le televisioni senza sosta, e a ogni giro il suo vocabolario si fa più ricco di puri e semplici insulti come ieri su La7 – senza che nessuno fiati. Siamo al razzismo esibito. Senza resistenza democratica da parte di TV e giornali.


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C’è la sensazione netta che qualcosa stia per succedere. Che qualcosa si sia spezzato, nel tessuto sociale. Irrimediabilmente.

Salvini gira le televisioni senza sosta, e a ogni giro il suo vocabolario si fa più ricco di puri e semplici insulti, senza che nessuno fiati. Ora su La7 ha appena finito di apostrofare Chaouki del Pd come un “amico dei musulmani”. Era un insulto, naturalmente, ma solo Francesca Barra ha provato a farlo notare: per Paragone, il vero padrone di casa, tutto a posto. Tutto “normale”, come l’Italia che Salvini vorrebbe simile, nella sua “normalità”, ai modelli Assad, Gheddafi, Orban, Kim Jong-un e Putin – senza che di nuovo nessuno fiati.“Se questi sono i moderati, figuriamoci gli altri”, ha detto poi, mentre mi veniva alla mente un tweet di un paio di giorni prima in cui chiedeva, con una domanda retorica fatta apposta per aizzare l’odio e l’intolleranza dei follower: “L’Islam ‘moderato’ e tollerante, secondo voi esiste?”.

Ma a parte le parole, il linguaggio, le virgolette, sono gli occhi, la dinamica del viso, l’arroganza nella voce a dire interamente “sì, questo è razzismo”. E tutto conferma. Sono i comportamenti nelle persone, a essere diversi rispetto a solo qualche mese fa. Oggi sono più simili a Salvini, a quel volto di cane da guardia affamato, che deve difendere il territorio su cui ha pisciato perché lo sente in pericolo, minacciato dalla marea umana alle porte, dai valori cristiani obliati dalle moschee e dai veli, dalle donne pubblicamente sottomesse (si può, ma solo in privato), dal “buonismo” e dal “pensiero unico” della sinistra, dipinta come un bastione insormontabile di mondialismo e “accoglienza”, quando invece è di cinismo che sta morendo il (nostro) mondo.

Non è la Lega e chi la vota. Il problema non è nemmeno che è sempre più esplicito nel suo discorso che una categoria umana, i musulmani, si può sfruttare come bersaglio politico, o comunque per ottenere consenso politico – in sostanza, che nel suo “ragionare” si annidi il cuore del razzismo. È che il paese sembra chiederlo a gran voce, come fosse un respiro collettivo liberatorio dopo anni, decenni di parole a mezza bocca, di braccia tese ma di nascosto, di odio per il diverso, ma tutto sommato privato, “folkloristico”, da stadio.

Ora quel briciolo di vergogna sembra essere scomparso insieme alle ceneri della credibilità dell’Europa, l’istituzione nata con la pace, simbolo della pace, e che come tale tra le crepe lascia intravedere i segnali di una guerra lunga, incerta, e che potremmo perdere anche vincendo.

Prima di tutto, perché si ignora il nemico: il fondamentalismo islamico? Il terrorismo globale? Il neonazismo che risorge ovunque? Le democrazie che non si comportano più come tali? Le istituzioni sovranazionali che non muovono un dito mentre migliaia, milioni di possibili futuri delusi dell’Occidente muoiono, o per scampare alla morte si consegnano nelle braccia dei fondamentalisti? E cosa significa “terrorismo”? È più “terrorista” il “suprematista” bianco che ha sterminato nove fedeli a Charleston o il “lupo solitario” che ispirandosi a ISIS compie un attentato in Tunisia? È più terrorista il singolo “suprematista” o l’intera comunità circondata di drappi sudisti e rimpianti per lo schiavismo? Ed è più “terrorista” il dieci percento di immigrati che in Italia non condanna il Califfato o il chissà quanto percento di italiani che non si sente rappresentato nemmeno da Salvini o dai leader riconoscibili della destra politica perché troppo “moderati”?

Esistono, questa sarebbe la domanda da porre in un talk show, movimenti di estrema destra “moderata”? Perché qui si comincia a vivere col sospetto che ci sia un razzismo “soft”, accettabile, oltre al razzismo e basta. Un po’ come il cesarismo “soft” di Renzi: la tentazione autoritaria dal volto buono, contro quella di Berlusconi, che invece aveva il volto cattivo. Era una bugia allora, è una bugia quest’ultima – ma terribilmente più grave. Perché nella velleità autoritaria di un Renzi non c’era il germe di un dominio politico che prende esplicitamente a modello non democrazie: c’erano, piuttosto, cattivi modelli di democrazia – da Blair allo stesso Obama. In Renzi non c’era un’identificazione così netta di una classe sociale con un male a prescindere, se non in quella – rimasta nei fatti materia di comunicazione politica e poco altro – dei critici con i “gufi”, e dei pensatori in dissenso con “parrucconi” e simili. Certo, l’anti-intellettualismo è brutto, un segno di scarso senso democratico, ma è comunque diverso dal condannare un uomo, non solo un uomo politico, per la sua fede, come ha fatto Salvini ieri sera. Preoccupa però che questa involuzione – l’ennesima – del dibattito politico, degenerato in puro e semplice sfogo delle frustrazioni dell’opinione pubblica, non trovi minimamente riflesso nei toni e nelle preoccupazioni della stampa, dei commentatori, dei semplici cittadini.

Certo, una parte del paese è allertata. Ma se si pensa all’insurrezione democratica scatenata dai giornali e dalle televisioni durante la crescita del movimento di Grillo, la tenue opposizione incontrata da Salvini in questi mesi di ascesa iperpresenzialista non può che far riflettere. E, dopo aver riflettuto, disperare. Perché rivela una certa assuefazione al male che rappresenta; un averlo messo in conto, nel gioco democratico, più di una minaccia sistemica – anche se di tutt’altro tipo, perché pacifica – come quella rappresentata dall’idea di democrazia digitale diretta dei Cinque Stelle.

Insomma, la democrazia in crisi sembra essere convinta di poter reggere meglio il colpo di ciò che l’ha distrutta in passato – l’odio – rispetto a ciò che potrebbe distruggerla in futuro. È un calcolo senza visione, stupido. E infatti l’odio avanza, il futuro pure, e nel mentre il presente non fa che lanciare grida di dolore, inascoltate, il cui unico fine sembra aggrapparsi a un passato che, a furia di invocarlo, rischia davvero di tornare.




Diffamazione approvata alla Camera: passi in avanti e criticità

Norme sulla stampa estese alle testate giornalistiche (ma non a blog e siti non registrati), c’è l’obbligo di rettifica ma senza possibilità di commento o replica, l’abolizione del carcere e un rafforzamento timido sulle querele temerarie a favore dei giornalisti.



Il 24 giugno il testo del disegno di legge di riforma della normativa in materia di diffamazione a mezzo stampa è stato approvato alla Camera con 295 sì, 3 no e 116 astenuti (pagina della Camera col dettaglio della votazione e pagina di OpenParlamento con la sintesi del voto).
Il testo era già stato approvato alla Camera, ma poi aveva subito modifiche al Senato, e quindi è tornato di nuovo alla Camera. Avendo subito ulteriori modifiche dovrà tornare nuovamente al Senato per l’approvazione definitiva.

Estensione della legge stampa all’online
Il testo prevede che le norme della legge sulla stampa siano applicabili anche alle testate giornalistiche online registrate presso le cancellerie dei tribunali (registro stampa).

Niente di nuovo sotto questo profilo, l’allineamento delle norme relative alla stampa cartacea con la stampa online è già avvenuto, limitatamente, come da giurisprudenza della Suprema Corte, alle testate registrate online. La riforma ne prende atto. Meritorio è che sia stata soppressa la norma che estendeva gli obblighi della rettifica anche ai blog e ai siti non costituenti testata registrata.

Rettifica senza commento
Le persone alle quali siano stati attribuiti atti o affermazioni e che si ritengano lesi nella loro dignità, onore o reputazione da tale attribuzione, entro 48 ore possono ottenere la pubblicazione di una loro dichiarazione (rettifica), senza alcuna possibilità di replica per il giornalista. Le rettifiche dovranno essere pubblicate senza commento, senza risposta, senza titolo e con l’indicazione del titolo dell’articolo ritenuto diffamatorio, dell’autore dello stesso e della data di pubblicazione.

La rettifica rimane tratteggiata come un diritto di replica assoluto e non commentabile, in tal modo il soggetto presunto leso (a suo giudizio) finisce per avere sempre l’ultima parola su tutto ciò che gli concerne.

Non punibilità in caso di rettifica
L’autore dell’offesa e il direttore responsabile non sono responsabili penalmente in caso di pubblicazione della rettifica, ma comunque rimane il diritto al risarcimento del danno cagionato prima del verificarsi della causa di non punibilità (il danno sarà decisamente ridotto, e il giudice sicuramente terrà conto dell’effetto della pubblicazione della smentita).
L’autore sarà non punibile anche se ha chiesto la pubblicazione della rettifica ma questa non è stata pubblicata (es. per rifiuto dell’editore).

Niente carcere per la diffamazione
Il carcere per la diffamazione a mezzo stampa è stato eliminato (e anche per la diffamazione semplice), e sostituito con una sanzione pecuniaria da 5mila a 10mila euro. Nel caso di attribuzione di un fatto determinato falso, la cui diffusione sia avvenuta con la consapevolezza della falsità, la sanzione può arrivare fino a 50mila euro. In caso di recidiva si applica la pena accessoria dell’interdizione dalla professione di giornalista per un periodo da un mese a sei mesi.

Le sanzioni pecuniarie previste appaiono inefficaci per i grandi gruppi industriali, ma decisamente eccessive sia per un giornalista freelance che per l’informazione indipendente e le piccole testate online, costituendo una forma di dissuasione dall’esercizio dell’attività giornalistica senza copertura (e controllo) di un editore.

Il giudice, nel quantificare il danno da diffamazione, deve tenere conto di alcuni parametri, quali: diffusione quantitativa e rilevanza del mezzo di comunicazione usato per compiere il reato; gravità dell’offesa; effetto riparatorio della pubblicazione o della diffusione della rettifica.
La norma potrà consentire differenziazioni tra grandi e piccoli editori, ma nel contempo può finire per svantaggiare le testate online, visto che generalmente un giornale online ha una diffusione maggiore di quello cartaceo, dovuta alla persistenza degli articoli online.

L’azione civile dovrà essere esercitata entro due anni dalla pubblicazione.
Questa norma mira a limitare temporalmente la “spada di damocle” che si ritrova il giornalista, soggetto per anni (oggi 5) al rischio di poter subire un’azione giudiziaria per un articolo.

Competenza territoriale
In caso di diffamazione online, è competente il giudice del luogo di residenza della persona offesa.

Si tratta dell’applicazione del criterio di cui all’ordinanza 6591/2002 della Cassazione, che fissa come foro competente quello dove si verificano gli effetti dannosi dell’offesa alla reputazione (luogo dove avviene il danno conseguenza, correlato all’ambiente economico e sociale nel quale vive l’offeso).

Direttore responsabile risponde a titolo di colpa
La norma stabilisce che il direttore, anche online, risponde se la diffamazione (o altro delitto) è conseguenza della violazione dei doveri di vigilanza sul contenuto della pubblicazione.

Querele temerarie
In caso di assoluzione del giornalista per non luogo a procedere perché il fatto non sussiste o l’imputato non lo ha commesso, il querelante deve pagare le spese e i danni.
In caso di temerarietà della querela, oppure in sede civile in caso di “malafede e alla colpa grave”, il giudice può irrogare una sanzione pecuniaria da 1.000 a 10.000 euro da versare alla cassa delle ammende, ed anche una condanna al pagamento di una somma equitativamente determinata tenendo conto in particolare dell’entità della domanda risarcitoria.
Ma questo solo se si accerta la temerarietà della querela. Ciò vuol dire che deve risultare che il querelante aveva coscienza dell’infondatezza della domanda oppure che è stato carente nell’acquisizione di tale coscienza. Chi frequenta le aule di tribunale sa che le condanne per lite temeraria sono casi davvero rari.
Comunque sul punto della responsabilità per lite temeraria il Governo ritiene che sia necessario occuparsene in altro ambito, in maniera più organica.

Segreto sulle fonti
Prevista l’estensione della possibilità di opporre al giudice il segreto sulle proprie fonti anche al giornalista pubblicista, non solo il professionista.

Nel tutelare la libertà di espressione, l’art 10 della Convenzione dei diritti dell’uomo include anche il diritto di cercare le fonti delle notizie, e quindi il privilegio del giornalista di non rivelare le fonti è condizione essenziale per l’esercizio della libertà di informazione. Nella raccomandazione n. 1950 del 2011 il Consiglio d’Europa ha chiesto agli Stati di prevedere il diritto del giornalista a non rivelare le fonti ammettendo deroghe solo in casi eccezionali e motivati, e in relazione ad uno specifico interesse pubblico di vitale importanza.

Norma Salva Giornalisti
Approvato un emendamento per tutelare i giornalisti e i direttori delle testate fallite se chiamati a rispondere di un risarcimento quando la società editoriale è fallita, facendo seguire al risarcimento la stessa procedura dei fallimenti. La proposta qualifica come privilegiato il credito, nei confronti della testata giornalistica fallita, di colui che in adempimento di una sentenza di condanna al risarcimento del danno derivante da diffamazione, ha provveduto al pagamento in favore del danneggiato, salvo nei casi in cui sia stata accertata la natura dolosa della condotta.

Norme soppresse
È stata invece soppressa la norma sul diritto all’oblio, che prevedeva il diritto di “chiedere” (!) l’eliminazione dai siti internet e dai motori di ricerca (quindi anche per siti, blog, aggregatori di notizie, social network, ecc…), dei contenuti diffamatori o dei dati personali trattati in violazione di disposizioni di legge.
La norma era inutile in quanto già l’attuale normativa in materia di privacy prevede il diritto di ottenere la rimozione di dati personali in violazione di legge. E comunque non ha molto senso inserire una norma sulla privacy (lesione alla identità personale) in un disegno di legge sulla diffamazione (lesione alla reputazione).

Soppressa anche la norma in base alla quale il direttore risponde degli “scritti e diffusioni” non firmati, che avrebbe potuto portate il direttore del giornale a rispondere anche dei commenti dei lettori (che si possono ritenere diffusi dalla redazione).

Cancellata anche l’estensione dell’obbligo di rettifica anche ai blog e siti non costituenti testata editoriale.

Osservazioni
Il disegno di legge, pur apportando delle modifiche sicuramente meritorie al settore (eliminazione del carcere, non punibilità in caso di rettifica), è riuscito comunque a coagulare innumerevoli critiche.

In merito all’eliminazione del carcere si continua a discuterne in maniera semplicistica e non conforme a quanto asserito nelle sede istituzionali europee ed internazionali. L’Alta Corte di Strasburgo, ad esempio, ha sostenuto che il carcere, ove previsto negli ordinamenti interni nei casi di diffamazione, ha un effetto deterrente sulla libertà del giornalista di informare, con effetti negativi sulla collettività che, a sua volta, ha il diritto di ricevere informazioni. Ma nel contempo ha precisato che anche multe elevate (in rapporto alle condizioni finanziarie) possono avere il medesimo effetto deterrente sulla libertà di informare.
Quindi dovremmo abolire anche le pene pecuniarie? No, altrimenti avremmo legittimato il diritto ad infangare il prossimo.

La Corte europea dei diritti dell’uomo, invece, puntualizza che “il diritto dei giornalisti di comunicare informazioni su questioni di interesse generale è protetto a condizione che essi agiscano in buona fede, sulla base di fatti esatti, e forniscano informazioni “affidabili e precise” nel rispetto dell’etica giornalistica, e cioè nel rispetto dei “doveri e delle responsabilità” di cui al par. 2 dell’art. 10 CEDU, specie quando sia in gioco la reputazione di altri individui” (sentenza Riolo c. Italia).
La Corte europea si limita a considerare che l’effetto deterrente del carcere è giustificabile solo in casi davvero eccezionali (es. quando il giornalista incita alla violenza e all’odio) e comunque qualsiasi tipo di sanzione per la diffamazione a mezzo stampa (ricordiamo che la Corte europea non fa riferimento al giornalismo professionista ma all’attività giornalistica in generale) deve rispettare la proporzione tra i diritti in contrapposizione, cioè la libertà di espressione e di informazione e i suoi limiti quali il diritto alla reputazione e alla privacy. Non è, quindi, un problema di “carcere si, carcere no”, ma una questione di corretto bilanciamento tra diritti.

Per quanto riguarda la rettifica, non dimentichiamo che la Corte dei diritti dell’uomo (sentenza 43206/07 del 2012) si è pronunciata (nel caso specifico si trattava della normativa polacca), censurando l’automatismo dell’obbligo di rettifica legato all’insindacabile giudizio del soggetto presunto leso anche in assenza di violazione di norme. I giudici nazionali, dice la Corte, devono contemperare i diritti in gioco e verificare che la rettifica non comprima la libertà di espressione. Contrapporre e mettere sullo stesso piano un articolo giornalistico di interesse pubblico e la mera opinione soggettiva del soggetto che si ritiene leso, imponendo la pubblicazione di quest’ultima a prescindere di qualsiasi valutazione, può essere lesivo del diritto ad informare l’opinione pubblica, in quanto la rettifica così configurata perde il suo carattere di eccezionalità (necessario in quanto restrizione alla libertà di informazione) e finisce per essere in contrasto con la Convenzione dei diritti dell’uomo.

Il disegno di legge nel complesso prosegue la sua danza tra i due rami del Parlamento, con lievi modifiche che lasciano però inalterato l’impianto originale, ancora poco conforme ai binari tracciati da tempo dagli organismi europei ed internazionali.

Autore
Avvocato e blogger. Mi interesso di diritto applicato ad internet e alle nuove tecnologie di comunicazione. @brunosaetta



Cookie law: come è nel resto d’Europa

L’attuazione della cosiddetta Cookie Law varia da paese a paese, in quanto la normativa delega la regolamentazione di dettaglio ai Garanti nazionali. Questo ha determinato una estrema frammentazione, con notevoli disparità di applicazione.



La cookie law è una norma prevista nella direttiva 2009/136/CE, che modifica la direttiva 2002/58/CE, la quale norma stabilisce:

Gli Stati membri assicurano che l’archiviazione di informazioni oppure l’accesso a informazioni già archiviate nell’apparecchiatura terminale di un abbonato o di un utente sia consentito unicamente a condizione che l’abbonato o l’utente in questione abbia espresso preliminarmente il proprio consenso, dopo essere stato informato in modo chiaro e completo, a norma della direttiva 95/46/CE, tra l’altro sugli scopi del trattamento. Ciò non vieta l’eventuale archiviazione tecnica o l’accesso al solo fine di effettuare la trasmissione di una comunicazione su una rete di comunicazione elettronica, o nella misura strettamente necessaria al fornitore di un servizio della società dell’informazione esplicitamente richiesto dall’abbonato o dall’utente a erogare tale servizio”.

Al considerando 66 si precisa ulteriormente:

Possono verificarsi tentativi da parte di terzi di archiviare le informazioni sull’apparecchiatura di un utente o di ottenere l’accesso a informazioni già archiviate, per una varietà di scopi che possono essere legittimi (ad esempio alcuni tipi di marcatori, «cookies») o implicare un’intrusione ingiustificata nella sfera privata (ad esempio software spia o virus). Conseguentemente è di fondamentale importanza che gli utenti siano informati in modo chiaro e completo quando compiono un’attività che potrebbe implicare l’archiviazione o l’ottenimento dell’accesso di cui sopra. Le modalità di comunicazione delle informazioni e di offerta del diritto al rifiuto dovrebbero essere il più possibile chiare e comprensibili. Eccezioni all’obbligo di comunicazione delle informazioni e di offerta del diritto al rifiuto dovrebbero essere limitate a quei casi in cui l’archiviazione tecnica o l’accesso siano strettamente necessari al fine legittimo di consentire l’uso di un servizio specifico esplicitamente richiesto dall’abbonato o dall’utente. Il consenso dell’utente al trattamento può essere espresso mediante l’uso delle opportune impostazioni di un motore di ricerca o di un’altra applicazione, qualora ciò si riveli tecnicamente fattibile ed efficace, conformemente alle pertinenti disposizioni della direttiva 95/46/CE. L’esecuzione di detti requisiti dovrebbe essere resa più efficace tramite i maggiori poteri conferiti alle autorità nazionali competenti”.

Tale normativa viene recepita dall’art. 122 del Codice Privacy italiano.

La normativa europea, che avrebbe dovuto essere recepita entro il 25 maggio del 2011 nelle legislazioni nazionali, rimanda eventualmente ad una regolamentazione di dettaglio dei Garanti nazionali. Questo perché la direttiva non spiega come dovrebbe essere fornita l’informativa né come dovrebbe configurarsi il consenso, precisando solo alcuni dettagli. Ciò comporta una frammentazione della legislazione, in quanto i singoli Garanti possono prevedere modalità attuative differenti da Stato a Stato. Ovviamente ogni cittadino dovrà necessariamente adeguarsi ai dettami del proprio Garante di riferimento, senza considerare l’implementazione in altri Stati.

La premessa è d’obbligo, la seguente analisi può presentare imprecisioni data la complessità della verifica. La base di partenza è il sito Cookipedia, integrato con numerose altre fonti (normative, tradotte con Google Translate) e controlli effettuati personalmente o a mezzo terzi.

BELGIO
Legge di recepimento: Emendamento all’art. 129 dell’Electronic Communications Act del 2005.
Entrata in vigore: 28 giugno 2012.
Regolamentazione Garante: bozza sottoposta a consultazione. Testo finale previsto entro il 2015.
Consenso: preventivo anche se implicito, non necessario per i cookie tecnici.
Rispetto rigoroso opt in: no.
Consenso tramite impostazioni del browser: non ammesso.

BULGARIA
Legge di recepimento: Electronic Commerce Act.
Entrata in vigore: 29 dicembre 2011.
Regolamentazione Garante: no.
Consenso: preventivo. Informativa chiara della presenza e finalità dei cookie, e indicazione delle modalità di disabilitazione.
Rispetto rigoroso opt in: no.
Consenso tramite impostazioni del browser: non ammesso.

CROAZIA
Legge di recepimento: emendamento all’Electronic Telecommunications Act.
Entrata in vigore: 10 agosto marzo 2011.
Regolamentazione Garante: no.
Entrata in vigore:
Consenso: opt in.
Rispetto rigoroso opt in: si.

DANIMARCA
Legge di recepimento: legge 169 del 3 marzo 2011 che rimanda a regolamentazione del Garante.
Entrata in vigore: 3 marzo 2011.
Regolamentazione Garante: Executive Order 1148 (Information and Consent Required in Case of Storing and Accessing Information in End-User Terminal Equipment).
Entrata in vigore: 14 dicembre 2011.
Consenso: opt out. Informativa chiara e comprensibile.
Rispetto rigoroso opt in: no.
Consenso tramite impostazioni del browser: non ammesso.
Note: il Garante nazionale sostiene che la loro attuazione è rigorosamente basata sulla normativa europea.

ESTONIA
Legge di recepimento: no. Il governo ha sostenuto che l’art. 102 dell’Electronic Communications Act implementa già la direttiva.
Entrata in vigore: 25 maggio 2011.
Regolamentazione Garante: no.
Consenso: opt out. Il consenso non è richiesto, si prevede l’informativa e l’indicazione delle modalità di disabilitazione dei cookie.
Rispetto rigoroso opt in: no.

FINLANDIA
Legge di recepimento: emendamento all’Act on Protection of Privacy in Electronic Communications.
Entrata in vigore: 25 maggio 2011.
Regolamentazione Garante: no.
Consenso: opt out.
Consenso tramite impostazioni del browser: ammesso.
Rispetto rigoroso opt in: no.

FRANCIA
Legge di recepimento: articolo 32 II della legge 78-17 del 6 gennaio 1978.
Entrata in vigore: 27 agosto 2011.
Regolamentazione Garante: tre pareri del Garante (CNIL), l’ultimo dei quali ritiene conforme il consenso implicito.
Consenso: espresso e informato (opt in valido per 13 mesi) tranne per i cookie tecnici. Per quelli di analytics è sufficiente l’opt out se c’è informativa chiara con istruzioni per la disabilitazione. Il consenso può essere anche implicito (con la prosecuzione della navigazione).

Nota: il CNIL offre esercitazioni pratiche per impostare i siti web in conformità con la normativa, uno strumento per verificare se e quali cookie un sito veicola (CookieViz), e menziona un plugin per i social button (Panzi su GitHub).
Rispetto rigoroso opt in: no.

GERMANIA
Legge di recepimento: nessuna, il governo ritiene che l’attuale normativa (legge Telemedia, sezione 15) sia conforme. La Commissione europea ha confermato la conformità. Esistono solo specifiche regole per casi particolari (profilazione). Comunque la struttura federale dello Stato prevede che ogni Land ha un proprio Garante, che può imporre regole diverse.
Consenso: il Garante federale ha precisato che occorre informare gli utenti in caso di profilazione, e che il trattamento di IP è da considerarsi tale.
Rispetto rigoroso opt in: si.

GRECIA
Legge di recepimento: legge n. 4070 del 2012.
Entrata in vigore: 10 aprile 2012.
Regolamentazione Garante: no.
Consenso: non si richiede che sia esplicito o preventivo.
Consenso tramite impostazioni browser: si.
Rispetto rigoroso opt in: no.

ISLANDA
Legge di recepimento: nessuna. Vi è una proposta di legge che prevede consenso anche tramite impostazioni del browser.
Consenso tramite impostazioni browser: si.
Rispetto rigoroso opt in: no.

IRLANDA
Legge di recepimento: Statutory Instruments 336/2011.
Entrata in vigore: 1 luglio 2011.
Regolamentazione Garante: no.
Consenso: non sono specificate le modalità, ma solo che dovrebbe essere “user friendly”. È richiesta l’informativa.
Consenso tramite impostazioni del browser: ammesso.
Rispetto rigoroso opt in: no.

ITALIA
Legge di recepimento: D. Lgs 69 del 2012 che modifica l’art. 122 del Codice Privacy.
Regolamentazione Garante: provvedimento dell’8 maggio 2014.
Entrata in vigore: 3 giugno 2015
Consenso: preventivo (opt in) tranne per i soli cookie tecnici.
Informativa: banner con informativa breve e link all’informativa estesa dove sono presenti le modalità di disabilitazione di cookie di terze parti.
Rispetto rigoroso opt in: si.
Note: i cookie devono essere bloccati se di terze parti, compreso quelli di analytics (a meno di anonimizzazione e blocco dell’incrocio dei dati con altri servizi). Prevista la notifica del trattamento in caso di profilazione.

OLANDA
Legge di recepimento: articolo 11.7 del Telecommunications Act come modificato nel 2012.
Entrata in vigore: 5 giugno 2012.
Consenso: opt in. Il consenso deve essere espresso e preventivo. Se l’utente non fornisce il consenso può essere negato l’accesso al sito.
Rispetto rigoroso opt in: si.
Note: la normativa olandese è tra le più restrittive d’Europa. Dal gennaio 2013 una modifica prevede che sia il responsabile del sito a provare che il sito non fa uso di tracking cookie. Il Garante (ACM) sta predisponendo metodi automatizzati di controllo.
Nel febbraio 2013, in considerazione dell’impatto di una rigorosa applicazione dell’opt in, ha annunciato una revisione della regolamentazione, con consenso implicito.

NORVEGIA
Legge di recepimento: sezione 2, 7b dell’Electronic Communications Act.
Entrata in vigore: 1 luglio 2013.
Regolamento del Garante: si.
Consenso: preventivo ma anche implicito.
Rispetto rigoroso opt in: no.
Consenso tramite impostazione del browser: ammesso anche se si tratta delle impostazioni di default.

POLONIA
Legge di recepimento: legge del 16 novembre 2012 che emenda il Telecommunications Act.
Entrata in vigore: 22 marzo 2013.
Consenso: preventivo ma implicito. Richiesta l’informativa chiara e comprensibile.
Rispetto rigoroso opt in: no.
Consenso tramite impostazioni del browser: ammesso.

PORTOGALLO
Legge di recepimento: legge n. 46 del 2012 che emenda la legge 41 del 2004.
Entrata in vigore: 30 agosto 2012.
Regolamentazione Garante: no.
Consenso: preventivo, tranne cookie tecnici, ed informato. Il consenso implicito non dovrebbe essere conforme.
Rispetto rigoroso opt in: si.
Consenso tramite impostazioni del browser: nessuna indicazione in merito.

REGNO UNITO
Legge di recepimento: Privacy and electronic communications regulations del 2011
Entrata in vigore: 26 maggio 2012
Regolamentazione Garante: maggio 2011 e maggio 2012 (introduzione del consenso implicito).
Consenso: preventivo. Occorre informativa chiara della presenza dei cookie e di come disabilitarli. È ammesso il consenso implicito, basato su specifica azione dell’utente.
Rispetto rigoroso opt in: no.
Consenso tramite impostazioni del browser: non ammesso.

Il sito del Garante (ICO) presenta un banner con richiesta consenso e link all’informativa estesa, ma non blocca i cookie. Il sito prevede espressamente l’opt out. Dopo un primo periodo nel quale il Garante prevedeva un meccanismo sostanzialmente identico a quello attuale italiano, poi si è orientato verso il consenso implicito, senza alcun blocco dei cookie (“We have placed cookies on your device to help make this website better. You can use this tool to change your cookie settings. Otherwise, we’ll assume you’re OK to continue”). Attualmente non è previsto alcun blocco dei cookie, se l’utente, dopo aver ricevuto l’informativa, continua a navigare il sito è considerato consenso implicito.

REPUBBLICA CECA
Legge di recepimento: Legge 468 del 2011 che emenda la legge 127 del 2005 sulle Comunicazioni elettroniche.
Entrata in vigore:1 gennaio 2012.
Regolamentazione Garante: no.
Consenso: informativa con indicazione delle modalità di disabilitazione dei cookie e consenso successivo (opt out).
Rispetto rigoroso opt in: no.
Note: le autorità mantengono una posizione non ufficiale in merito alla necessità di un opt in.

ROMANIA
Legge di recepimento: legge n. 506 del 2004 modificata nel 2012.
Entrata in vigore: 21 giugno 2012.
Regolamentazione Garante: no.
Consenso: espresso. Può anche essere implicito.
Rispetto rigoroso opt in: no.
Consenso tramite impostazioni del browser: ammesso.

SLOVACCHIA
Legge di recepimento: emendamento all’Electronic Communications Act.
Entrata in vigore: 1 ottobre 2011.
Regolamentazione Garante: no.
Consenso: informato e implicito.
Rispetto rigoroso opt in: no.
Consenso tramite impostazioni del browser: ammesso.

SLOVENIA
Legge di recepimento: emendamento all’Electronic Communications Act.
Entrata in vigore: 15 giugno 2013.
Regolamentazione Garante: no.
Consenso: informato e implicito.
Rispetto rigoroso opt in: no.
Consenso tramite impostazioni del browser: ammesso.

SPAGNA
Legge di recepimento: legge 34 del 2002, Information Society Services and Electronic Commerce.
Regolamento del Garante: del 2013 (AEPD).
Entrata in vigore: 29 aprile 2013.
Consenso: richiesta informativa chiara e visibile. È ritenuto conforme il consenso implicito, purché sia legato ad una specifica azione dell’utente. Il gestore del sito deve chiedere il consenso anche per i cookie di terze parti.
Rispetto rigoroso opt in: no.
Consenso tramite impostazioni del browser: ammesso.

La Spagna è stato il primo paese ad imporre una multa (3.500 euro) per violazione della cookie law, perché le informazioni presenti sul sito non erano sufficienti. Nel caso specifico comunque il giudice ha ammesso che il cookie non aveva un impatto di rilievo sulla privacy degli utenti.

SVEZIA
Legge di recepimento: legge del 2011 che emenda l’Electronic Communications Act del 2003.
Entrata in vigore: 1 luglio 2011.
Consenso: il Garante e l’Autorità di Telecomunicazioni non hanno fornito prescrizione su come ottenere il consenso, lasciando la scelta ai gestori dei siti.
Rispetto rigoroso opt in: no.
Consenso tramite impostazioni del browser: sembrerebbe ammesso.

UNGHERIA
Legge di recepimento: Emendamento 155.4 alla Legge del 2003 sulle Comunicazioni Elettroniche.
Entrata in vigore: 3 luglio 2011.
Regolamento Garante: no.
Consenso: opt out. La prima legge attuativa prevedeva il consenso preventivo, la nuova legge non prevede più il consenso preventivo.
Consenso tramite impostazioni del browser: ammesso.
Rigoroso rispetto opt in: no.

Osservazioni

L’attuazione della cosiddetta cookie law varia da Stato a Stato. Per alcuni non è possibile avere certezze rispetto alle modalità di consenso ammesse, specialmente in assenza di pareri o regolamentazioni dei Garanti nazionali.
Quasi tutti gli Stati richiedono il consenso preventivo (opt in), però molti di loro si sono orientati (l’ICO in un secondo momento, altri Garanti stanno preparando nuove regolamentazione in tal senso) verso un consenso implicito, che in genere è da intendere come l’assenza di un obbligo di blocco preventivo dei cookie. In questi casi è obbligatoria una chiara informativa e l’indicazione delle modalità di disabilitazione dei cookie.

I Garanti hanno chiarito l’importanza di una chiara e completa informativa rispetto all’uso dei cookie da parte del sito, con specifica indicazione delle istruzioni su come disabilitare i cookie (eventualmente anche con link a risorse esterne). L’ICO, nel passare dal consenso esplicito a quello implicito, ha detto che tale decisione dipende dal fatto che dopo una prima fase appare una maggiore consapevolezza degli utenti in merito alla loro privacy e l’uso dei cookie.

I Garanti nazionali generalmente convengono che il consenso dato tramite le impostazioni del browser non sia conforme alla normativa, nonostante il considerando 66 della direttiva europea menzioni teoricamente questa possibilità. Si rileva infatti che le impostazioni di default dei browser sono per l’accettazione di tutti i cookie. Inoltre, come rileva infatti il Garante danese, l’attuale tecnologia non consente di distinguere adeguatamente tra i cookie, per cui un consenso via browser implicherebbe l’accettazione o il rifiuto di tutti i cookie, con evidenti ricadute sull’uso dei servizi online.

Autore
Avvocato e blogger. Mi interesso di diritto applicato ad internet e alle nuove tecnologie di comunicazione. @brunosaetta



Migranti: storie di solidarietà e di accoglienza. Un racconto collettivo contro l’odio

Contro un clima di odio, contro un razzismo sempre più diffuso proviamo a diffondere una contro-narrazione sui migranti. Nasce così l’idea di raccogliere piccole storie di accoglienza e solidarietà per farne un unico simbolico racconto di umanità. Racconti-anticorpo contro il veleno dell’odio e dell’intolleranza.


migranti2

Racconti-anticorpo contro il veleno dell’odio. In questo mio ultimo post parlavo di migranti, di come i media tendano a soffiare sul fuoco dell’intolleranza e del razzismo, di un clima sempre più soffocante fatto di ostilità, disprezzo, odio, di mancanza di empatia verso la sofferenza di altri esseri umani. E immaginavo come ognuno di noi – nell’era “we the media” – potesse contribuire a una sorta di contro-narrazione, diffondendo storie di solidarietà, convivenza, accoglienza. Subito dopo la pubblicazione alcune persone hanno iniziato a segnalare – tra sito e spazi social – piccole (grandi) storie di abbracci. E così osservando questa spinta inaspettata e commovente, io e Roberta ci siamo dette: “Ma sai che bello raccogliere tutte queste voci, queste testimonianze, queste segnalazioni in un unico simbolico racconto collettivo?”

Nasce così l’idea di Migranti, storie di solidarietà e di accoglienza. Un progetto collettivo. Un’idea che siamo riusciti a realizzare in meno di 24 ore grazie alla professionalità e alla generosità di Giorgio (che fa parte di Valigia Blu sin dagli inizi quando ancora era solo un gruppo Facebook denominato “La dignità dei giornalisti e il rispetto dei cittadini”). Uno spazio dedicato unicamente a queste storie dove in modo partecipativo vogliamo raccogliere, segnalare, condividere l’esperienza del “restare umani”. Un modo simbolico per contribuire ognuno di noi nel suo piccolo. Evitando di volgere lo sguardo altrove. Impegnandoci nel diffondere racconti-anticorpo, riempiendo gli spazi digitali che abitiamo di bella umanità.

Scherzando con qualche “amico” di Facebook ci siamo detti: esistono gli hater, ma sono al lavoro anche i lover. Proviamo a dargli spazio. Diamo voce a persone e storie che raccontano un’altra storia. Fatta di incontri, di integrazione, di generosità e di amore per il prossimo. Un progetto ingenuo? Impossibile contrastare in modo efficace l’odio e il razzismo? Un odio che circola tutto intorno a noi e che per fortuna – anche grazie ai social – possiamo vedere, conoscere e quindi in qualche modo affrontare. Non cova sotterraneo, è lì in vista e ci sfida. Nessuno di noi potrà dire: “Non sapevo”. Ecco perché nonostante tutto, nonostante l’ingenuità forse di questa nostra idea, vale la pena provarci.
Se volete unirvi a noi nella ricerca, selezione e segnalazione di storie sui migranti, di storie di solidarietà e accoglienza scriveteci:

1) sulla bacheca Facebook di Valigia Blu
2) sulla mia bacheca Facebook
3) via mail info@valigiablu.it
4) su Twitter @valigiablu
5) lasciando un commento a questo post

Grazie!




In Grecia alcuni cittadini, rischiando la galera, si attivano per aiutare i migranti

La legge impedisce di aiutare gli immigrati privi di documenti. Domenica scorsa, in segno di protesta, la gente del posto si è organizzata e ha guidato un convoglio di 41 auto partendo da Molyvos fino a Mitilene, raccogliendo i migranti lungo la strada.


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Melinda McRostie e la nipote Alana preparano la cena per i rifugiati arrivati a Molyvos, sull’isola di Lesbo (Zia Weise / GlobalPost)

La Lampedusa greca si chiama Lesbo. Accoglie somali, afghani, pakistani, siriani provenienti dalla vicina Turchia in fuga dalla guerra o dalla violenza repressiva dei regimi. Arrivano senza sosta, nonostante non sia ancora iniziata la stagione estiva, periodo in cui viene toccato il picco più alto di sbarchi. Lesbo non è famosa soltanto per aver dato i natali a Saffo e Alceo e per quella che fu un’attività culturale particolarmente fiorente, ma anche per le spiagge meravigliose, meta di vacanze di molti. Spiagge dove sono arrivati, dall’inizio del 2015, più di 20.000 rifugiati, in base ai dati forniti dall’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, su un totale di 55.000 persone giunte in Grecia (a Lesbo si aggiungono le isole di Chio, Kos, Lero, Samo).

Anziani, donne in stato di gravidanza, disabili, vittime di tortura e tanti minori. Tantissimi minori non accompagnati, né dai genitori, né da adulti. Nel 2014, soltanto in Grecia, ne sono stati registrati 1.100, secondo quanto documentato nel rapporto “The Mediterranean Migration Crisis: Why People Flee, What the EU Should Do” appena pubblicato da Human Rights Watch.

A una situazione già particolarmente critica, si aggiunge la difficoltà di chi sbarca sulla costa settentrionale di Lesbo di dover camminare circa 70 chilometri per raggiungere Mitilene ed essere identificato e registrato.

“Abbiamo camminato per 38 ore, con bambini piccoli”, racconta al Global Post Ali, 22 anni, insegnante di scienze fuggito dall’Afghanistan con la famiglia. Una donna afghana, che ha affrontato il viaggio con la madre malata, ha impiegato tre giorni per arrivare nella capitale di Lesbo. “Nessuno si fermava, non ci hanno aiutate”.

Indifferenza? No. In Grecia è in vigore una legge che impedisce ai cittadini di aiutare gli immigrati privi di documenti. Agli autobus e ai taxi è severamente vietato condurre i profughi a Mitilene, anche quando sono in grado di acquistare il biglietto.

Ciononostante gli abitanti sfidano un provvedimento che li costringerebbe a infischiarsene. Residenti e turisti si oppongono al divieto offrendo passaggi ai rifugiati. Domenica 14 giugno, in segno di protesta, la gente del posto si è organizzata e ha guidato un convoglio di 41 auto partendo da Molyvos fino a Mitilene, raccogliendo i migranti lungo la strada.

Durante gli spostamenti sull’isola, tra l’altro, i profughi non ricevono protezione perché le agenzie umanitarie intervengono esclusivamente all’interno dei campi di accoglienza ormai, evidentemente, gremiti. L’unica possibilità di assistenza arriva dai cittadini che, di fronte all’emergenza, invece di voltare lo sguardo, aprono sempre più porte e finestre delle proprie abitazioni.

È una crisi umanitaria. Bisogna essere stupidi per non accorgersi di cosa stia succedendo“, dichiara Giorgos Tyrikos Ergas, che di professione fa lo scrittore.

Ergas, 33 anni, è uno dei quattro volontari che gestiscono un rifugio per la notte a Kalloni, una cittadina a metà strada tra Molyvos e Mitilene. Fino a un mese fa, dava da mangiare e ospitava una dozzina di persone ogni settimana. Attualmente ne arrivano circa 200 al giorno.

Abbiamo un unico sogno. Sentirci umani come tutti“, dice Lukman Muhammed Ali, proveniente dalla città siriana di Qamishli. Lui si ritiene fortunato, come tutti quelli che sono raccolti in mare dalla guardia costiera che li fa sbarcare a Mitilene e a Molyvos.

Quando giungono profughi al porto di Molyvos la prima a essere avvertita è Melinda McRostie, un’australiana che ha vissuto a Lesbo la maggior parte della sua vita. Melinda gestisce un ristorante. Nel retro della sua attività ha allestito un piccolo campo, finanziato interamente con donazioni provenienti per lo più da turisti. Si occupa, con una dozzina di altri volontari, di accudire i rifugiati fino al momento in cui sono trasferiti. Da quando il numero degli arrivi è aumentato, Melinda ha affittato un piccolo appartamento per conservare alimenti, acqua, latte e pannolini. Grazie ai contributi ricevuti riesce a offrire panini ai profughi tre volte al giorno. “È qualcosa che non si può fermare in ogni caso per cui non c’è motivo di mettere la testa nella sabbia. Succede, qui, tanto vale fare qualcosa“, ha dichiarato.

Ogni giorno, al tramonto, volontari e rifugiati dispiegano fogli di plastica e teloni, mentre arriva l’ennesima barca, con gli ennesimi profughi, sprovvisti di documenti ai quali una mano non dovrebbe essere tesa.

Ma la legge continuerà a essere infranta. Perché burocrazia e norme non bastano per non “restare umani”.

 




Migranti: contro l’odio diffondiamo racconti di solidarietà e accoglienza

Contro intolleranza, mancanza di empatia, spietatezza e ostilità. Contro un razzismo sempre più diffuso nel nostro piccolo possiamo fare qualcosa: contribuire a far emergere il racconto della bontà, della fratellanza, dell’abbraccio.


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Siamo dentro una crisi violentissima. Il clima prevalentemente è di rabbia, stanchezza, paura e intolleranza. Giorni fa scriveva Mario Calabresi su La Stampa:

Questi sono i problemi della nostra epoca, migrazioni dovute a guerre, estremismo, miseria, fame e cambiamenti climatici. Non possiamo pensare di arrenderci o soccombere ma nemmeno di nascondere il problema o scaricarlo sul vicino, bisogna avere il coraggio di essere adulti, chiamare tutti alle responsabilità e chiamare le cose con il loro nome. Costruire percorsi virtuosi (di accoglienza, studio, rispetto delle regole per chi ha i requisiti) e insieme meccanismi di rimpatrio e di aiuto ai Paesi da cui partono, ma evitare di voltare la testa dall’altra parte regalando migliaia di disperati al lavoro nero e alla criminalità organizzata.

Ora più che mai la responsabilità di chi fa informazione è enorme.

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Allora io voglio chiedere a uno dei principali quotidiani del nostro paese a che serve usare i social per diffondere video come questi? Non aggiungono niente alla comprensione del mondo in cui vivo. Non mi aiutano come cittadino ad avere strumenti per capire e decidere. A cosa serve pubblicare questo video senza nemmeno la minima moderazione? Li ho letti tutti i commenti e credo che la reazione degli utenti sia ampiamente prevedibile (la dinamica è ben nota). Se si decide di non moderare, almeno si potrebbe evitare di postare roba simile, sapendo bene cosa si va a scatenare. A che serve postare un video di una rissa fra immigrati per strada e lasciare le persone a scannarsi nei commenti? Quanto può essere spaventosamente cinica questa strategia del click? Credetemi non servirà nemmeno a farvi sopravvivere. I social per testate come le vostre sono la grande occasione per creare senso dove c’è rumore, per costruire e rafforzare comunità, per coinvolgere i cittadini, rendendoli sempre più attivi e partecipi. Usati e vissuti in questo modo e su temi così delicati distruggono, lacerano. No, non esagero. Perché questa tendenza ormai a infiammare, aizzare, eccitare più che aiutare e stimolare le persone al ragionamento e al confronto è ormai quotidiana, sistematica (lo so non siete i soli, la TV non è da meno così come anche altre testate tradizionali e non). Mi piacerebbe avere un confronto pubblico su questo. Abbiamo bisogno di una informazione responsabile, etica, che senta il peso di quello che immette nell’ecosistema. Su temi come l’immigrazione ci giochiamo tutto, il nostro stare insieme, il nostro futuro come società. Voi che ruolo avete deciso di giocare? Perché il vostro essere nei social incide enormemente sulla partita.

Questo è un post che ho pubblicato sulla mia bacheca due giorni fa. Qui il link se avete voglia e interesse di leggere la discussione e i commenti.

Ieri il direttore del Corriere della Sera mi ha poi risposto su Twitter.

Non so se cambierà qualcosa nella gestione dei social su un tema così delicato come l’immigrazione da parte di chi fa informazione. E soprattutto da parte di “grandi” testate. Quello che per me è sicuro è che in un contesto simile siamo tutti responsabili. Ognuno di noi, nei proprio spazi social e digitali, fa informazione. E quindi partiamo da noi: abbiamo il dovere di fare qualcosa. Di impegnarci per quanto possibile a diffondere anticorpi contro questo veleno fatto di mancanza di empatia verso la miseria e la tragedia di altri esseri umani e di razzismo esibito, ostentato in maniera trionfante e spavalda. Sono di ieri le immagini terribili degli sgomberi di Ventimiglia, una delle quali apre questo post. Sulla pagina fan di Valigia Blu abbiamo postato le parole dell’ex Ministro belga, Di Rupo, figlio di una famiglia abruzzese in fuga dalla miseria.

«Vengo da una famiglia di immigrati italiani che, al momento di arrivare in Belgio, non sapevano praticamente nulla del loro nuovo paese. Non erano per questo terroristi. Erano persone che fuggivano dalla miseria. Sono diventato il primo ministro del paese che ha sostenuto la mia famiglia. Questa è l’Europa che vogliamo», aggiunge l’ex premier, socialista, belga, figlio di italiani in fuga. Un’Europa della diversità in cui ognuno partecipa allo stesso progetto. Un progetto di prosperità, di solidarietà e della giustizia.

Uno dei commenti (ho poi controllato il suo account: è una signora italiana che oggi vive a Ginevra) è stato questo:

Ma ci faccia il piacere di stare zitto, sono stufa di sentire equiparata l’emigrazione italiana, con questa orda selvaggia e dilagante, gli italiani per lo più, quando andavano avevano già un contratto di lavoro, e se no venivano cacciati a calci nel culo. In Svizzera ci sono ancora come museo le baracche della vergogna, dove venivano stipati gli italiani che lavoravano lì per 4 soldi, senza nessuna certezza o aiuto, era così o te ne tornavi al paese, non parlate solo di quello che vi piace o vi conviene.

Questa spietatezza, questo non vedere l’altro come un essere umano, questo sentimento diffuso di odio, ostilità, disprezzo sempre più esteso – “orda selvaggia e dilagante” – è l’orrore dei nostri tempi (in realtà la Storia è piena di questo odio… Ma questa volta con tutta l’informazione che c’è  – i video, le foto, le testimonianze diffuse soprattutto nel mondo digitale – siamo di sicuro più colpevoli). A questo orrore bisogna opporsi con tutte le nostre forze. A parte la verità dei dati e dei fatti da contrapporre di volta in volta alla disinformazione, alle bufale, alla malafede sui temi dell’immigrazione – nel nostro piccolo ci stiamo lavorando e a breve uscirà un articolo approfondito a firma di Angelo Romano e Andrea Zitelli -, c’è un altro racconto da far emergere, a cui dare sempre più forza e visibilità. È il racconto dell’accoglienza. Dell’abbraccio. Piccole, grandi storie che ognuno di noi può condividere, diffondere. Racconti-anticorpo contro il veleno che ci vuole disumani. Sempre sulla pagina fan di Valigia Blu abbiamo pubblicato un articolo del Post che riproduce una vignetta razzista e anti-italiana originariamente pubblicata sul quotidiano di New Orleans The Mascot nel 1888. La vignetta si intitola “Per quanto riguarda gli italiani” e mostra alcune scene di vita degli immigrati italiani a New Orleans e alcuni consigli su come liberarsi di loro: arrestandoli e uccidendoli. vignetta Alle parole di odio della signora di Ginevra oppongo il commento di Massimo a questo nostro post.

La storia dell’immigrazione italiana a New Orleans, che precede quella di New York, è piena di lacrime e di risvolti inattesi. Iniziata per sopperire manodopera alle piantagioni del sud alla fine della Guerra Civile, dopo la fine della schiavitù, passò attraverso fasi alterne, che purtroppo, a seguito di alcuni episodi di cronaca nera che avevano coinvolto alcuni immigranti italiani, si tradusse in una vera e propria caccia all’italiano. I nostri connazionali così furono costretti ad abbandonare la città dove avevano raggiunto posizioni significative, trovando rifugio in stati limitrofi come il Texas. Quelle popolazioni, per lo più di origine siciliana, subirono ingiustizie incredibili. Ma gli italiani non hanno più memoria.

Alle parole disumane che propongono le baracche della vergogna come cosa buona e giusta contrappongo l’immagine della bambina che a Ventimiglia distribuiva caramelle ai migranti

E le foto della generosità dei milanesi che hanno portato cibo e acqua alla stazione di Milano. Le ha pubblicate su Facebook Susy Iovieno.

milanesi

Lo stesso è successo a Roma come riporta la testimonianza di Nathania Zevi

Nella tendopoli allestita nei pressi della stazione Tiburtina di Roma lavorano quasi tutti volontari. Raccontano del…

Posted by Nathania Zevi on Martedì 16 giugno 2015

 

E a Genova, come racconta Gabriella De Rosa

Notizie che mi danno un filo di speranza che non tutta l’Italia è impazzita. A Bogliasco (Genova), ci sono famiglie che vogliono mettere a disposizione dei profughi le loro case in campagna, a Cosenza due immigrati afghani tengono corsi di inglese gratis a una ventina di italiani per ringraziarli dell’accoglienza, a Milano, tante persone hanno portato ai centri di raccolta più di quanto era necessario, il centro Shoah di Milano, dove sanno cosa vuol dire essere perseguitati, ha messo a disposizione parte dei suoi locali per i profughi. Bravi tutti

Ieri ho letto un bellissimo articolo pubblicato da Qcodemag – foto e testi di Cristina Mastandrea: è il racconto dell’Italia che ha riscoperto l’accoglienza. Dell’Italia solidale, delle organizzazioni e dei cittadini che aiutano i migranti.

Da Milano a Roma, molti cittadini si sono mobilitati per portare aiuti nei centri che, a ridosso delle stazioni ferroviarie, danno ospitalità a centinaia di migranti in transito verso il Nord Europa per lo più eritrei, somali ed etiopi.

Domenico Quirico ci ha raccontato da cosa scappano questi nostri fratelli: “Nel mio Paese ero uno schiavo, fin da bambino, arruolato a spaccare pietre. Ora almeno sono vivo. Qui possiamo sperare”. Nel racconto dei migranti che ce l’hanno fatta ad arrivare in Europa le immagini di una violenza che non lascia alternativa. Scrive Quirico:

Bisognerebbe per capire raccontare tutto il dolore del mondo, un mondo di sconfitti a cui stiamo attenti come a una epidemia.

Questa la testimonianza di un ragazzo siriano:

No, nessuno ci vuole qui, sono uno straniero e potrò esser contento che non mi si scacci in un campo peggiore. Non sono né libero né ricco ma nel mio paese era la stessa cosa. Questo è già un paradiso, un paradiso di ombre se vuoi, separato da tutto ciò che importa agli altri e anche a me. Un paradiso per sperare un momento. Ma mi guardo indietro, dove vivevo io sono solo rovine, due miei fratelli sono stati uccisi, suo fratello, lo vedi quello piccolo?, è stato sgozzato perchè non aveva soldi per pagare il riscatto… dovevano star dietro una ringhiera a guardare i massacri, la gente seppellita viva sotto le macerie? Mentre il sangue monta di un centimetro ogni giorno ringraziare perché voi invece potete alzarvi, bere il caffè, leggere le notizie di noi sul giornale?

Alla bava, all’intolleranza, al freddo cinismo voglio contrapporre l’esperienza della microaccoglienza diffusa raccontata su Vita.it

Ad aiutare i giovani africani ospitati è una rete di volontari. Inoltre i rifugiati sono coinvolti nella vita e nelle attività del paese, compresa la partecipazione ad Abbracciamondo, festival interculturale e itinerante che coinvolge diversi Comuni della Valle. «È chiaro che per fare funzionare il modello occorre una comunità bendisposta e non ideologizzata, ma il meccanismo è semplice, anzi tanto semplice da essere perfino banale», sostiene il sindaco di Malegno. «Si tratta di fare microaccoglienza attraverso una collaborazione tra il Comune, i privati che mettono a disposizione appartamenti sfitti e le cooperative. Nel periodo di permanenza agli immigrati viene insegnato l’italiano, affidata qualche mansione di interesse sociale e per chi decide di restare, si cerca la possibilità di un lavoro. In questo momento a Malegno ci sono due appartamenti da 4 persone. Ma il territorio bresciano ha 206 Comuni e il calcolo è presto fatto: se ognuno adottasse il nostro modello, che è modulare e facilmente riproducibile, ci sarebbe la possibilità di offrire più di 800 posti. E senza nessun onere per i Comuni, anzi creando nuove risorse perché per ogni appartamento che ospita 4 rifugiati, c’è un ritorno sul territorio di circa quattromila euro al mese. Insomma, si potrebbe dire che così facciamo vedere di essere più leghisti dei leghisti», sottolinea un po’ provocatoriamente il sindaco di Malegno, che confessa di essere amareggiato per le ultime dichiarazioni del governatore Maroni. «Tutta la questione», conclude Erba, «sta diventando una battaglia ideologica che rischia di far perdere a tutti la bussola: io penso invece che la ricetta giusta sia un modello di microaccoglienza diffusa, come abbiamo fatto e stiamo facendo noi.

via Vita.it

via Vita.it

In questo momento storico il più grande delitto che possiamo commettere è volgere lo sguardo altrove. Su Facebook ieri ho letto questo post di Gabriele Manili:

Prendo spunto dal pensiero di una mia amica, letto qui qualche tempo fa.
Si chiedeva come fu possibile che i tedeschi degli anni Trenta non si fossero accorti dell’Olocausto, come poterono voltarsi di fronte al dramma degli ebrei e delle minoranze in genere. Ebbene, concludeva, è nello stesso identico modo nel quale noi ci voltiamo di fronte a questo scempio.

Non ci sono i reticolati dei campi di sterminio, ma c’è un confine.
Non ci sono i forni, ma navi piene di corpi in fondo al mare.
Non ci sono i gerarchi in divisa nera, ma ci sono politici in camicia verde.
Non ci sono sfilate militari, ma silenziosi contractor ingaggiati a tempo pieno.
Non ci sono le leggi razziali, ma la sospensione di Shengen.
Non ci sono i treni piombati, ma campi profughi nelle stazioni.
Non ci sono i nasi aquilini, ma c’è la scabbia.

Oggi alcuni ragazzi stanno portando generi di conforto ai migranti, fra lo scherno e l’indignazione piccolo borghese.
È un buon giorno, oggi. Un giorno in cui credo che l’umanità non sia definitivamente condannata a rivivere la sua storia.

Sulla quarta di copertina del libro di Marcel Mauss “Saggio sul dono” si legge:

Le relazioni fra gli uomini nascono dalla scambio. Scambio che viene avviato con un dono di una della parti all’altra, la quale si sentirà in obbligo di contraccambiare tale dono, innescando così una catena di scambi. Ma non sono solo gli oggetti a circolare, dice Mauss, anche lo spirito del donatore viaggia insieme al dono, dando così vita a un legame fra gli individui che va ben al di là del puro scambio economico.

Proviamo a scambiarci racconti d’amore per il prossimo, come fossero doni.




Antipirateria? Inutile e costosa, lo dice l’Europa

Uno studio della Commissione europea certifica: bloccare siti è inutile. E l’equazione, sostenuta dall’industria del copyright, ‘copia pirata = copia regolare non venduta’ si dimostra clamorosamente falsa. Possibile soluzione? Rendere l’offerta legale competitiva rispetto a quella illegale.


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Due strategie antipirateria

Circa due anni fa in un articolo (Da ACTA alla delibera Agcom: il lobbismo per il copyright online) spiegammo come l’attuale ondata di riforme in materia di copyright e proprietà intellettuale, che interessano più o meno tutto il mondo ma in particolare l’Unione europea, dipende da una strategia portata avanti dagli Usa, tendente all’esportazione delle proprie norme e l’instaurazione di un regime a tutto favore delle aziende americane.

Riduzione della domanda

La politica di contrasto alla pirateria si muove su due binari. Da un lato abbiamo gli interventi sul fronte della domanda (demand-side), cioè le azioni legali intentate contro gli utenti finali per abbattere le richieste di contenuti illeciti. Questo tipo di approccio viene utilizzato, ad esempio, in Francia con la legge (e la corrispondente Autorità) Hadopi.
Di recente l’Hadopi è stata ripensata e modificata, in quanto ci si è resi conto che la graduated response (così viene denominata questo tipo di azione) non solo è estremamente costosa (a carico dei cittadini) ma è anche inefficace (per comprendere l’inutilità dell’Hadopi basta leggere le discussioni sui forum).

Infatti studi (The Effect of Graduated Response Anti-Piracy Laws on Music Sales: Evidence from an Event Study in France, Evaluating Graduated Response) riguardati la graduated response (negli Usa “strikes”), evidenziano sì una riduzione del downloading illegale ma anche, anzi soprattutto, una traslazione verso altre forme di pirateria, lo streaming online e i cyberlocker, con un drastico aumento dei servizi VPN (spessi impossibili da tracciare), realizzando una vera e propria “frammentazione” della pirateria con ovvie conseguenze sulla possibilità effettiva di contrastarla.

Our econometric results indicate that the Hadopi [three strikes] law has not deterred individuals from engaging in digital piracy and that it did not reduce the intensity of illegal activity of those who did engage in piracy (da The Effect of Graduated Response…)

Insomma, la pirateria risponde adeguatamente e si adatta, quindi anche la missione educativa di Hadopi, la formazione del cittadino alla legalità, è fallita. Se qualche effetto c’è stato, è di minima entità, a fronte di un costo economico enorme per la collettività (per non parlare del costo in termini di limitazione delle libertà dei cittadini).

Riduzione dell’offerta

L’altra strategia attuata dall’antipirateria è quella supply-side, cioè l’inibizione dell’accesso ai siti che forniscono i contenuti illeciti (Regolamento Agcom in Italia, Ley Sinde in Spagna, Irish SOPA).

Si tratta di una “priorità alta” per l’industria del copyright (meeting dell’ottobre 2014 sul site blocking), come si ricava dai Sony leaks (email della MPAA nella quale si legge: “We have been exploring theories under the All Writs Acts, which, unlike DMCA 512(j), would allow us to obtain court orders requiring site blocking without first having to sue and prove the target ISPs are liable for copyright infringement”).
Quello che occorre è: “make available research (1) that site-blocking works and (2) that it does not break the Internet (lack of “side effects”)”. Ovviamente è necessario che tutto ciò sia fatto nella massima segretezza: “[Do this] in closed-door meetings with policymakers and stakeholders, [but] not necessarily publicized to a wider audience”.

Anche gli interventi di questo tipo usualmente richiedono ingenti risorse pubbliche, in quanto occorre l’ausilio delle autorità di polizia o della magistratura, o comunque di enti pubblici (come le Autorità amministrative) il cui costo è scaricato interamente sui cittadini (l’industria del copyright che usufruisce dei vantaggi di tali interventi non partecipa ai costi).

Possiamo, ad esempio, citare gli interventi dell’italiana Agcom, quale intermediario tra i titolari dei contenuti e i fornitori di servizi di telecomunicazione, con provvedimenti che obbligano questi ultimi a rimuovere contenuti online. Solo la convenzione con la FUB, che gestisce il sito ddaonline che si occupa di ricevere le istanze telematiche e pubblica i provvedimenti, costa circa 533mila euro per un triennio, alla quale sono da aggiungere i costi della campagna informativa e i costi della struttura che l’Agcom ha dovuto impiegare per gestire l’attuazione del Regolamento, tutti costi che finiscono a carico dei cittadini. Si devono considerare anche le maggiori spese a carico dei provider che devono ottemperare in tempi brevi (5 o 3 giorni) gli ordini di rimozione, e devono comunque gestire risorse maggiori per far fronte alle numerose comunicazioni relative alla procedura amministrativa (costi stimati in oltre 50mila euro l’anno).
I costi dei provider è da immaginare che, almeno parzialmente, verranno scaricati sugli utenti.

Oppure la Intellectual Property Crime Unit, parte della City of London Police, nata per contrastare la pirateria online, il cui budget attuale è di 3 milioni.

Il site blocking è efficace?

Nel 2013 il capo economista dell’Intellectual Property Unit inglese, Tony Clayton, ha chiarito che il governo e l’industria non hanno prove che l’approccio basato sull’enforcement funzioni realmente. La politica punta alle misure draconiane stile SOPA e ACTA, ma tali regolamentazioni sono state rigettate dai cittadini perché nessuno può provare che funzionino davvero. Clayton conclude ritenendo necessario giustificare il costo di tali misure.

Già nel novembre del 2014 uno studio della Hadopi ha sostenuto che il blocco di un sito web è una soluzione antipirateria inefficace, perché non produce alcuno spostamento di utenti dal mercato nero a quello legale, rimanendo così del tutto ingiustificato il suo costo. Lo studio rende evidente che l’unico modo di “convertire” utenti è di fornire loro un’offerta più competitiva rispetto a quella illecita. “Competitiva” non solo dal punto di vista economico (qualsiasi prezzo è più alto di zero), ma anche dal punto di vista della fruibilità e della disponibilità dei contenuti e della tempestività.

Infatti, la ricerca di PWC dell’ottobre 2010, “Discovering behaviours and attitudes related to pirating content“, evidenzia alcune significative risposte del campione analizzato: “riesco a guardare i film prima che siano disponibili attraverso i canali tradizionali“, per il 53% degli intervistati.
In merito al mercato italiano, il rapporto Istat su “Cittadini e nuove tecnologie“, del 2008, rileva che l’aspetto che attrae maggiormente i downloaders è quello della maggiore disponibilità di contenuti.

Nel marzo del 2015 interviene uno studio dell’Institute for Prospective Technological Studies, commissionato dalla Commissione europea (Online Copyright Enforcement, Consumer Behavior, and Market Structure).
Lo studio analizza (vedi anche articolo di Fulvio Sarzana) le conseguenze del più importante intervento supply-side in Germania, la chiusura del sito kino.to avvenuta nel giugno del 2011.

Secondo questo studio la chiusura del sito ha condotto ad una significativa diminuzione del consumo di pirateria (circa il 30%) nelle prime 4 settimane dall’intervento, che però non ha portato alla crescita degli accessi a siti di vendita di Dvd, quanto piuttosto un aumento delle visite ai siti di servizi video (quindi con più elevata fruibilità), comunque limitato nella misura del 2,5%.
A partire dalla quinta settimana si è osservata, invece, una ricrescita dell’utilizzo di contenuti illeciti, sia tramite i siti di contenuti illeciti già presenti, ma soprattutto grazie all’ingresso di nuovi siti di contenuti illeciti (cosiddetto effetto Hydra osservato in particolare con The Pirate Bay, chiuso più volte in più paesi, eppure tutt’ora funzionante e con una continua proliferazione di proxy). L’ingresso nel mercato di kinoX ha catturato buona parte degli accessi in pochissimo tempo, forte anche del fatto che è graficamente simile al vecchio kino.

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La rinascita di un sito chiuso è fenomeno usuale, ad esempio nel caso di Cricfree.tv, portale di video streaming chiuso dalla Intellectual Property Crime Unit della Polizia di Londra, occorsero solo poche ore dall’intervento per riaprire il sito sotto un diverso nome a dominio.

L’evidenza è che mentre prima dell’intervento kino dominava il mercato illecito, dopo la chiusura il mercato si è ulteriormente frammentato, con l’ingresso di nuovi competitors, riportandosi in poche settimane a livelli uguali a prima della chiusura di kino.
La frammentazione determina ovviamente maggiori difficoltà per le autorità negli interventi antipirateria, con costi crescenti.

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In ogni caso la chiusura del principale fornitore di contenuti illeciti non ha portato gli utenti verso i siti di contenuti leciti, perché probabilmente non sono considerati sufficientemente “competitivi”. Ad esempio, ancora nel novembre 2014 l’offerta legale di contenuti in Germania (11.600 film su iTunes, 8.500 su Maxdome, 5.800 su Videoload, 1.000 su Netflix) era di poco superiore rispetto a quanto si poteva trovare nel 2011 su kino (oltre 20mila film).

Appare quindi evidente l’inutilità dei provvedimenti di rimozione. Viene da chiedersi, quindi, perché si prosegue su questa strada. Una risposta è difficile, ma tali politiche di rimozione dipendono in buona parte dalle pressioni di vere e proprie lobby. Così come nel caso del terrorismo, con l’industria della sicurezza che la fa da padrone, ogni volta che un privato adocchia occasioni di guadagno i numeri del fenomeno cominciano a lievitare. Ed è piuttosto facile anche alterare i risultati. Tanto per fare un esempio, nel caso del cyberbullismo l’aumento delle percentuali di minori presumibilmente coinvolti nel fenomeno diventa allarmante semplicemente facendo rientrare nella categoria comportamenti di ogni tipo, dai reati veri e propri fino alle denigrazioni e all’esclusione da gruppi. “Allargando” la definizione del fenomeno, questo diventa più “grave”.

L’industria della sicurezza online esagera con le statistiche portandoci a credere che il 70% dei minori (articolo di Fabio Chiusi) è vittima di cyberbulli (rigorosamente “cyber”). Le istituzioni tendono a dare corda, così si crea il fenomeno, e di conseguenza occorre una soluzione. Nasce in questo modo un nuovo mercato preda di privati.

In conclusione:

- gli interventi di blocco di un sito non riducono l’offerta, in quanto esistono (o nascono) sempre altri siti, per cui ottengono generalmente il solo effetto di trasferire gli utenti da un sito pirata ad un altro (c’è una domanda, quindi nascerà sempre un’offerta, legale o illegale);
– anche se l’intervento ottenesse una effettiva riduzione dell’offerta di contenuti illeciti, se gli utenti non hanno alcuna intenzione di pagare per contenuti leciti (perché ad esempio troppo costosi), il tutto si riduce ad una perdita netta per l’industria del copyright, a fronte di un costo elevato per l’intervento in sé (e quindi della collettività);
la chiusura di un sito pirata ha importanti conseguenze sulla struttura del mercato illecito, in quanto incentiva l’entrata di nuove piattaforme, più avanzate tecnologicamente, e quindi genera maggiore competizione tra i siti pirata per ottenere una fetta della torta del mercato pirata (rendendo sempre più difficile tali interventi).

L’equazione sulla quale da anni si basa la strategia dell’industria del copyright, cioè “copia pirata = copia regolare non venduta” si dimostra clamorosamente falsa. Non è chiudendo il sito pirata che la gente smette di cercare alternative, la gente non è stupida. Quello che occorre davvero è dare un’alternativa che sia più competitiva. E qui l’industria sconta anni di incapacità nel soddisfare la domanda dei consumatori di aumento dei canali di distribuzione dei contenuti (cosa che, tra l’altro, aumenterebbe anche le possibilità di guadagno della stessa industria).

Il modo in cui la gente scarica contenuti non autorizzati si evolve, una volta si scaricavano direttamente i contenuti, oggi con i siti basati sul cloud è possibile impostare i download automatici nel momento in cui il contenuto viene caricato online. È la pirateria on-demand, e funziona perché è più semplice, più fruibile, più competitiva rispetto alla scarsa e farraginosa offerta legale.
Quindi gli interventi antipirateria restano inutili se la quota di pirati non si converte in una quota di compratori di contenuti leciti. E rimangono solo gli ingenti costi (economici e sociali) degli interventi a carico della collettività.

Our results would suggest that the shutdown of kino.to has not had a positive effect on overall welfare
(da Online Copyright Enforcement, Consumer Behavior, and Market Structure)

Soluzioni?

Rendere l’offerta legale competitiva rispetto a quella illegale.
Occorrono, quindi, contenuti a basso prezzo che siano immediatamente disponibili (con eliminazione delle finestre temporali, vedi il Rapporto di Julia Reda sulla riforma del copyright in Europa (per i dettagli si veda il sito Copywrongs), che sarà votato in Commissione il 16 giugno) e su piattaforme facili da usare.

Autore
Avvocato e blogger. Mi interesso di diritto applicato ad internet e alle nuove tecnologie di comunicazione. @brunosaetta



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