Twitter va in Irlanda: più privacy o meno tasse?

Come funziona il Double Irish. La motivazione è la tutela dei dati degli utenti, ma uno degli effetti è pagare meno tasse sui profitti.


twitter-irlanda

Con un aggiornamento alla policy privacy, Twitter annuncia il trasferimento dei dati degli utenti non statunitensi in Irlanda. Dal 18 maggio tali dati saranno gestiti non più da Twitter Inc., con sede in San Francisco, bensì da Twitter International Company, società con sede a Dublino in Irlanda.
Conseguenza di tale modifica è che i dati degli europei verranno gestiti sulla base della Direttiva europea sulla protezione dei dati, normativa che è più tutelante per gli utenti rispetto alla omologa statunitense.

Più privacy?

La motivazione, seppure non esplicitata nell’aggiornamento, potrebbe sembrare ovvia, il social con tale mossa intenderebbe sottrarre alla grinfie dell’NSA americana i dati degli europei, così evitando una perdita di fiducia (e ovviamente di profitti) da parte degli utenti europei.
Bisogna però dire che molte altre aziende americane hanno sede in Irlanda (Google, Facebook, Microsoft), eppure l’NSA riesce molto spesso a ottenere ugualmente i dati anche se memorizzati su server europei. Del resto in genere è sufficiente una ricerca tramite l’apposito modulo online per ottenere i dati che occorrono.

Forse, quindi, la scelta di migrare i dati verso l’Irlanda dipende da altri fattori.
Innanzitutto è da tener presente che tra gli Stati europei l’Irlanda è quello che pone maggiore attenzione alle esigenze delle grandi aziende nell’attuazione delle normative in materia di tutela dei dati personali (e si sa che i social network basano il loro business sui dati degli utenti), e a tal proposito è sintomatica la contrapposizione tra Max Schrems e il DPC (Data Protection Commissioner) irlandese, che è sfociata in un ricorso alla Corte di Giustizia europea.

O meno tasse?

Ma c’è anche un altro motivo per il trasferimento dei dati nella sede irlandese: le tasse.

Le tasse aziendali negli Usa sono tra le più alte nel mondo, invece l’Irlanda consente un notevole risparmio fiscale, e così moltissime aziende (anche non tecnologiche) sfruttano la favorevole normativa fiscale anche semplicemente creando un ufficio.

Tasse aziendali nel mondo

Tasse aziendali nel mondo

Gli uffici di Pearse St. 42 a Dublino sono registrati, ai fini fiscali, a nome di Twitter International Company, i cui amministratori sono residenti in California oppure sono avvocati della Matheson Ormsby Prentice, una società che offre servizi fiscali specializzati per le aziende americane. La Matsack Trust Limited, una controllata di Matheson, funge da segretario di Twitter International come anche di un altro migliaio di società.

Matheson

Non è solo il regime fiscale ad essere favorevole alle aziende americane, anche la normativa commerciale e societaria irlandese offre numerosi vantaggi, consentendo di sfruttare le numerose sussidiarie di Twitter in Irlanda e fuori dall’Irlanda.

Insomma ci sono tutti gli ingredienti giusti per il classico Double Irish con “panino olandese” (Dutch sandwich). Come del resto fanno molte altre aziende americane (come Google, Apple, Facebook, LinkedIn) e non, tecnologiche e non.

aziende in irlanda

Il Double Irish è il termine che si utilizza per descrivere la manovra fiscale per risparmiare tasse in Irlanda. Quello che occorre è: due società in Irlanda (double irish, appunto, cioè T.I. Sparrow Ireland I, T.I. Sparrow Ireland II) e una nei Paesi Bassi (Twitter Netherlands B.V.).

Grazie alla triangolazione tra queste società, i diritti di proprietà intellettuale possono essere scaricati su una delle società irlandesi, rimbalzano attraverso l’Olanda e poi finiscono nella seconda società irlandese (tecnicamente con sede alle Cayman o Bermuda, dove l’imposta è estremamente ridotta o nulla).
Infatti, le altre due società irlandesi, a differenza di Twitter International, non hanno una sede fisica effettiva, ma risiedono presso gli uffici della Matheson. Sembra che non abbiano dipendenti e sarebbero amministrate dalla Ugland House della Cayman che è da tempo all’attenzione del Fisco statunitense, essendo sede di oltre 20mila aziende americane.

La società olandese è legata alla Intertrust, società di gestione patrimoniale.

Double irish con dutch sandwich

Il segreto per pagare meno tasse è dichiarare bassi profitti.

Immaginiamo una società (es. US Parent Corp) con sede negli Usa, che genera profitti negli Usa, dove la tassazione è al 35%. Su 1 milione le tasse ammonterebbero a 350mila dollari, così lasciando solo 650mila dollari in profitti. Volendo essere creativi si possono sfruttare le differenti tassazioni tra i vari Stati.

Il primo passo è fare sì che i diritti di proprietà intellettuale (IP) siano nella titolarità di una società estera. In questo caso la Parent Corp potrà abbattere il profitto con gli ulteriori costi (il pagamento di IP alla società estera, cioè l’uso dei marchi, ecc…). Questo è il transfer pricing, molto usato dalle aziende che producono contenuti soggetti a copyright. Ma lo stesso si può fare imputando i debiti alla società con sede nello Stato a tassazione superiore e i profitti a quella con sede nello Stato con tassazione inferiore.
Il sistema funziona perché la società estera avrà sede in un paese dove la tassazione aziendale è bassissima o inesistente (Cayman, Bermuda, Isole Vergini Britanniche, Isola di Man).

Immaginiamo, quindi, la seguente struttura societaria estera legata alla nostra Parent Corp (che potrebbe anche non essere americana).

- Irish HoldCo: società con sede in Irlanda, ma amministrata e gestita da un paradiso fiscale;
Dutch HoldCo: società con sede nei Pesi Bassi;
Irish Opco: altra società in Irlanda.

La Parent Corp trasferisce i diritti di sfruttamento di proprietà intellettuale al di fuori degli Usa alla Irish HoldCo, in base ad accordi di ripartizione dei costi, così la società offshore riceve tutti i profitti dallo sfruttamento di diritti fuori dagli Usa, senza pagare tasse negli Usa.
La Irish HoldCo licenzia i diritti IP nella sua titolarità alla Dutch HoldCo.
La Dutch HoldCo sublicenzia i diritti IP alla Irish Opco.

Un cliente al di fuori degli Usa (materialmente molti dei prodotti sono realizzati in Cina, per i servizi possono essere erogati da aziende al di fuori degli Usa) paga i servizi forniti e i profitti finiscono alla Irish Opco (che è quella che vende materialmente). Questa dovrebbe pagare le tasse in Irlanda (12,5%), ma può dedurre le spese delle royalty da pagare alla Dutch HoldCo.

La Dutch HoldCo a sua volta deve pagare le royalty alla sussidiaria Irish HoldCo. Questa ha sede in Irlanda ma è amministrata e controllata da un paradiso fiscale. La normativa irlandese prevede che un’azienda è soggetta a tassazione solo se è controllata e amministrata da manager in Irlanda, e non invece in base al luogo di costituzione, come è per gli Usa. Così per il fisco americano la Irish HoldCo è società irlandese, mentre per l’Irlanda è società stabilita in altro paese (a bassa fiscalità), e quindi non paga tasse in Irlanda.

Irish HoldCo e Irish Opco per gli Usa sono la medesima società, visto è che la seconda è controllata dalla prima, per cui le transazioni tra loro non sono di interesse per il fisco americano. Per l’Irlanda, invece, sono due società diverse, quindi Irish Opco può dedurre i costi IP che paga a Irish HoldCo. Però tali transazioni sarebbero soggette a ritenuta alla fonte, secondo il regime irlandese, per cui il “panino olandese” (ci sono panini lussemburghesi oppure svizzeri equivalenti) serve a ridurre ulteriormente le tasse, poiché l’Irlanda non applica la ritenuta alla fonte su alcuni incassi intraeuropei (in base ad una convenzione del 1960 con l’Olanda), così la società può evitare di pagare tasse girando i profitti attraverso la sussidiaria olandese.

Nella Irish HoldCo vengono convogliati tutti i profitti, e paga le tasse in un paradiso fiscale, con un risparmio notevole (in alcuni paesi -Bermuda, Cayman- le tasse aziendali sono pari a zero).

Double Irish

(C) NY Times

Articolo sul NY Times.

In conclusione il risparmio di tasse è enorme, però i profitti che rimangono in capo alla società estera non possono essere rimpatriati negli Usa perché in quel caso sarebbero soggetti a tassazione completa, in quanto il sistema fiscale Usa prevede una tassazione sia sui redditi realizzati negli Usa che quelli realizzati al di fuori, con alcune limitazioni per ovviare alla doppia tassazione. Quindi devono essere reinvestiti necessariamente al di fuori degli Usa (o dello Stato della Parent Corp).

È essenziale precisare che niente di tutto ciò è illegale (cioè vietato dalle leggi), ma è solo un modo per sfruttare le differenti tassazioni tra i vari Stati. Del resto nell’esempio sopra riportato si parla di reddito realizzato fuori dagli Usa che rimane fuori dagli Usa.

Bisogna dire che Twitter non sta attualmente sfruttando questa struttura societaria per fare soldi, ma è comunque interessante notare che tutte le società che operano con diritti di copyright prima o poi finiscono per realizzare strutture simili che in teoria consentono notevoli risparmi fiscali. Infatti è banale spostare profitti tra i vari paesi tramite l’assegnazione dei diritti di proprietà intellettuale a società controllate estere.

A partire dal 2010 l’amministrazione Obama si è occupata di trovare un modo per impedire alle aziende (principalmente quelle tecnologiche) di eludere il fisco. Anche la Commissione europea ha avviato un’indagine su queste pratiche elusive. E nel 2014 l’Irlanda ha annunciato nuove misure a correzione di queste manovre di elusione, entrate in vigore nel gennaio del 2015 per le nuove aziende, mentre per quelle già presenti nel paese l’applicazione è rimandata al 2020.
Il problema è che aziende tecnologiche come Apple, Google, Twitter, Microsoft e Facebook, possono facilmente spostarsi da un paese ad un altro, come ad esempio in Estonia, che offre l’esenzione totale per i profitti generati al di fuori del paese.

Autore
Avvocato e blogger. Mi interesso di diritto applicato ad internet e alle nuove tecnologie di comunicazione. @brunosaetta



Dodicenne aggredisce coetanea: è notizia? Sì, se l’aggressore è del Senegal

Come un brutto episodio scolastico è diventato un caso nazionale, fino a sfiorare lo scontro di civiltà e la guerra contro il Cristianesimo.



dodicenne aggredita TerniLa notizia del dodicenne che, in una scuola di Terni, ha colpito alle spalle la compagna di classe e cercato di strapparle la catenina che indossava, sarebbe forse finita nel novero delle problematiche scolastiche che, volenti o nolenti, insegnanti e dirigenti si trovano ad affrontare, se non fosse per tre dettagli:

A) l’aggressore è senegalese;
B) l’aggredita è italiana;
C) la catenina era un crocefisso.

Un fondamento logico-scientifico che spesso si trascura è che la correlazione o la compresenza non implica automaticamente rapporti di causalità. Ossia: la compresenza di A, B e C, per esempio, non autorizza a pensare che alla scuola di Terni sia andato in scena uno scontro di civiltà, o che l’Isis abbia campi di addestramento in Senegal dove insegna tattica di guerriglia religiosa scolastica ai pre-adolescenti da infiltrare in Italia. Evidentemente però i punti A, B e C nelle ultime 24 ore sono bastati per mettere largamente in soffitta il fondamento logico di cui sopra, facendo esplodere un caso nazionale.

Come spiegato da Marco Torricelli, direttore di UmbriaOn, sulla bacheca di Arianna Ciccone, la prima fiamma è partita ieri pomeriggio, da un comunicato dei carabinieri:

Nel primo pomeriggio di ieri, all’uscita di una scuola media di Terni, una studentessa 12enne ternana veniva colpita da tergo alle spalle da un colpo violento sferratole da un suo compagno di classe coetaneo di origine senegalese regolarmente residente in questo capoluogo. Il ragazzo, che veniva immediatamente bloccato dalla madre della vittima, avrebbe compiuto tale gesto perché la compagna indossava una collanina con un crocifisso. La minore, visitata presso il locale Pronto Soccorso, riportava una contusione toracica giudicata guaribile in 20 giorni.

È poi deflagrata in articoli e lanci su Facebook e Twitter in cui l’assenza di verifica della notizia è stata sostituita da un’enfasi cieca. Sul locale, Perugia Today ha invocato sulla propria pagina fan provvedimenti esemplari. Da notare che la contrapposizione tra «bullo senegalese» e «ragazzina» non fa pensare a due coetanei, dato completamente omesso nel lancio:

Ragazzina picchiata e spedita in Ospedale perchè indossava una collanina con il crocifisso. ACCADE DA NOI, ACCADE IN UMBRIAOra la Scuola prenda provvedimenti disciplinari esemplari!

Posted by PerugiaToday on Venerdì 15 maggio 2015

Analoga linea editoriale Il Messaggero, che titola «Senegalese picchia una bambina» e su Facebook utilizza la combinazione Caps Lock+Esclamativo.

TOGLITI IL CROCEFISSO! SENEGALESE PICCHIA UNA BAMBINA

Posted by Il Messaggero.it on Venerdì 15 maggio 2015

Dal locale, l’accaduto rimbalza sulle testate nazionali. Il Giornale ha parlato di «pestaggio» (spingendo sull’immagine di un’aggressione prolungata e accanita), sottolineando che «i militari non prendono provvedimenti», e mettendo il virgolettato «Togliti il crocifisso» nel titolo, dandolo così per pronunciato. Lo stesso fa Libero. Repubblica ha messo la presunta causa, «Porta il crocifisso» in apertura di titolo, spiegando in seguito che «il coetaneo già nei tre o quattro giorni precedenti l’aveva presa di mira, con insulti e altre aggressioni, sempre per via del crocifisso». Così il Corriere, che titola «Crocifisso al collo, ragazzina di 12 anni picchiata a scuola». Sebbene il Corriere ammetta che il ragazzo non conosce l’italiano, ipotizza che «abbia ripetuto frasi sentite in un altro contesto», senza specificare quale sarebbe il contesto. La famiglia, forse?

Ciò ha fatto da sponda a quei politici che su immigrazione e integrazione sono propensi a cavalcare l’indignazione ai fini del consenso. Come nel caso di Giorgia Meloni, la quale si scaglia contro un dodicenne che avrebbe voluto imporre la propria «ideologia»:

Terni: un ragazzino senegalese picchia una bambina sua coetanea perché colpevole di indossare una collanina con un…

Posted by Giorgia Meloni on Venerdì 15 maggio 2015

O di Matteo Salvini, presente venerdì proprio in Umbria per la campagna elettorale in vista delle Regionali:

A Terni una ragazzina di 12 anni è stata aggredita da un coetaneo all’uscita della scuola, 20 giorni di prognosi per la…

Posted by Matteo Salvini on Venerdì 15 maggio 2015

A provare a spegnere il fuoco è poi arrivato in giornata l’articolo di Umbria 24, che ha raccolto la versione di Vilma Toni, dirigente della scuola media in cui è avvenuto il fatto. Abbiamo così scoperto che il bambino, appena giunto in Italia, non parla la nostra lingua, per cui la minaccia riportata da alcune testate è palesemente falsa.

Viene dal Senegal, dove viveva con i nonni, e con il ricongiungimento è arrivato in Italia. Non parla nemmeno italiano, per questo credo sia difficile integrarsi per lui. I genitori li conosco, sono integrati e sono in Italia da tantissimo tempo. Anche la loro figlia viene qui a scuola con noi.

Anche dalla ricostruzione di UmbriaOn si evince un fatto: l’unico adulto presente, al momento dell’aggressione, era la madre della dodicenne. Quest’ultima, intervistata da Repubblica, afferma di non aver ben capito le parole del coetaneo. Dall’estratto su Google la versione precedente dell’articolo fa capire che la dodicenne avesse inteso che l’aggressore parlasse «arabo»:
dodicenne aggredita terniPerciò l’incendio mediatico, dal brutto episodio di partenza, si è propagato soprattutto nella testa di chi l’aveva creato e alimentato. C’è forse, col senno di poi, da misurare lo scarto tra assenza di verifica della notizia e quel sottile pensiero che suona tanto qualcosa che potrà piacere alla pancia degli italiani… Presto, qualcuno porti altra benzina per questo fuoco!

Per tutti i sostenitori della teoria sull’invasione straniera cui l’Italia sarebbe sottoposta, stereotipo che abbassa le difese del pensiero critico e fa meglio passare la disinformazione, segnalo l’ottimo articolo di Guido Romeo Davide Mancino su Wired. Perché, a fronte di tutto, molti di coloro che hanno scritto o commentato avrebbero dovuto forse porsi tre domande:

1) Ogni volta che un dodicenne è picchiato da un coetaneo esce un comunicato?
2) La dodicenne aggredita ha il diritto di crescere senza pensare che ogni senegalese (a partire dal coetaneo che l’ha aggredita), o più in generale ogni persona di colore, sia un nemico della religione cristiana?
3) I minori stranieri hanno diritto a integrarsi?

Se si fosse riposto in ordine 1) No 2) Sì 3) Sì, probabilmente la notizia sarebbe passato per quello che è: una non-notizia.

Aggiornamento 18/5: Sia la versione della vicepreside sia quella del padre del ragazzo smentiscono la prima ricostruzione dei giornali, che attribuivano l’aggressione a un movente religioso. Il Corriere, ad esempio, ieri titola Il bimbo aggressore di Terni che gioca all’oratorio (sotto il crocifisso), con emblematica foto del ragazzino, a volto oscurato, mentre gioca a biliardino nell’oratorio.

La vicepreside afferma (versione confermata da altri studenti della scuola, secondo Umbria24):

Il ragazzo non parla italiano, è arrivato da pochi giorni in questa scuola e deve ambientarsi. Nei giorni scorsi l’ho visto anche abbracciare una insegnante che porta sempre il crocefisso al collo, lo racconto per ribadire che non è quello il suo problema, lui cerca solo affetto.

Il padre, oltre a ribadire la frequentazione della chiesa, afferma che il figlio dodicenne, fin dall’arrivo, è stato oggetto «di insulti razzisti e aggressioni fisiche». «Anche giovedì mattina è successo. E lo ha picchiato anche la bambina, insieme ad altri compagni».

Versioni che contrasta con quella dalla madre:

Lui parlava nella sua lingua, non ha detto mai la parola ‘crocefisso’, e le uniche parole che ho sentito in italiano sono state: ‘Mi stai trattenendo’.
Io non so cosa pensi questo ragazzo. Lui vedeva questo crocefisso e può darsi che non sia abituato a questo simbolo. Ci sono stati altri episodi […] in cui ha aggredito mia figlia facendole capire che non voleva il crocefisso. In classe spesso indicava la croce e faceva segno di no con la mano. Oppure faceva segno di stare zitta. In biblioteca qualche giorno fa l’ha di nuovo aggredita con un pugno. Non so perché ce l’abbia con lei.

Il contesto pregresso in cui è maturato l’episodio si perde nella molteplicità di versioni. La madre, unica testimone adulta dell’aggressione, la fa dipendere dal crocifisso, rifacendosi anche a episodi precedenti riportati dalla figlia (in uno è citata l’insegnante di religione). Ma il contesto da lei fornito è molto diverso da quello offerto dalla preside, dalla vicepreside e dagli studenti, e praticamente opposto a quello fornito dal padre. Certo è che, in precedenza, i due alunni avevano avuto screzi e litigi. Mentre procedono le indagini dei carabinieri, possiamo intanto provare ad archiviare l’ennesimo tentativo di Guerra santa mediatica, anche a beneficio dei due minori coinvolti e degli studenti della scuola.

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Ci sedemmo dalla parte del torto perché faceva più engagement. @matteoplatone



Sbatti il raptus in homepage

Come diverse testate hanno raccontato la violenza subita da una tassista a Roma: dal ‘raptus’ all’intervista alla mamma e alla nonna dell’aggressore.



Per le lesioni, la rapina e lo stupro ai danni di una tassista, episodio avvenuto a Roma nella mattina del 7 maggio scorso, il 10 maggio è stato arrestato, dopo confessione, il 30enne Simone Borgese. Borgese è stato identificato grazie all’identikit fornito dalla vittima e dal cellulare, il cui numero era noto agli inquirenti per precedenti denunce di tassisti cui non era stata pagata la corsa.

Il trattamento della notizia su alcune delle principali testate evidenzia problemi nel maneggiare la cronaca nera quando la vittima è una donna e sul banco degli imputati c’è un uomo troppo bianco e non abbastanza straniero. Vi sono in questo caso delle eccezioni, che mi pare corretto riportare – come l’articolo di Repubblica dell’11 maggio, che si focalizza soprattutto sulla rilevanza sociale dello stupro e la sicurezza delle tassiste.

Mi soffermerò qui su due aspetti: l’attenuazione della colpa del reo confesso e l’intervista a caldo ai suoi parenti.

Il «raptus»

Questa parola, che da vocabolario indica «in psichiatria, impulso improvviso e incontrollato che, in conseguenza di un grave stato di tensione, spinge a comportamenti parossistici, per lo più violenti (fuga, aggressione, suicidio, atti distruttivi, ecc.)», è valutata eventualmente in sede di indagine o di dibattimento processuale, tanto più che per l’art.90 del codice penale «gli stati emotivi o passionali non escludono né diminuiscono l’imputabilità», e passa per il parere di un medico.

Nel caso specifico, stando ai giornali la parola è stata pronunciata da Borgese, quindi dall’imputato, al momento della confessione; anche se l’Ansa riporta la frase, ma non si capisce bene da dove sia stata presa, se dal verbale della confessione o se riferita dagli inquirenti (citati più avanti nell’articolo). Oltre a ciò, per questioni di diritto penale e considerando chi sta parlando e in che contesto, la parola, di per sé, ha un valore marginale: se anche è un fatto che sia stata detta, che sia stata detta non dice nulla sullo svolgimento dei fatti di cui Borgese è accusato. Perciò se la parola «raptus» non è contestualizzata nel riportare la notizia può attenuare o negare la componente dolosa, andando a difesa delle ragioni dell’imputato. Eppure c’è stata fin troppa enfasi nell’usarla, soprattutto nel titolo o nell’attacco degli articoli.

L’Ansa dell’11 maggio, come visto, riporta la frase all’inizio dell’articolo: «Ho avuto un raptus e l’ho aggredita», ripresa integralmente da Panorama. Il Messaggero, nell’articolo del 1o maggio, apre col virgolettato: «”È stato un raptus», mentre Rai News usa lo stesso virgolettato, ma nel titolo. Così Giornalettismo:«Tassista stuprata a Roma, trentenne confessa: “È stato un raptus, non so cosa mi abbia preso”».

L’11 maggio Messaggero, Mattino e Huffington Post usano «raptus» nel titolo in un modo che suona assurdo in entrambe le versioni:

Tassista violentata a Roma, confessa lo stupratore: «Volevo prendere l’autobus ma poi ho avuto un raptus»
(Huffington Post)

Tassista violentata, il fermato confessa: «Aspettavo il bus, poi ho avuto un raptus»
(Messaggero e Mattino)

Letto così sembra che Borgese si sia così improvvisamente adirato mentre aspettava l’autobus da aver commesso un stupro!

Nel delineare il profilo di Borgese (12 maggio) Fanpage usa “stupratore” nel titolo, ma nel sommario riporta, virgolettato:

«È stato un raptus. Lei piangeva, le ho detto: “se fai questo non ti succederà niente”. Non volevo, non mi è mai successa una cosa del genere», ha raccontato agli investigatori.

Però la vittima stava piangendo proprio a seguito delle azioni confessate dallo stesso Borgese, per cui le frasi riportate sono in un contesto di violenza in atto, ovvero intimidatorie.

Addirittura il Fatto Quotidiano, in un articolo sempre del 12 maggio, toglie le virgolette dal titolo, rendendo il «raptus» più oggettivo:

«Simone Borgese, il raptus e il racconto della tassista: “Io rovinata per sempre”»

Nel resto dell’articolo, poi, c’è una forzatura che fa coincidere la versione della vittima, tratta dall’intervista di Repubblica, con quella di Borgese («le sue parole, messe a verbale dagli inquirenti, sono riportate sul Messaggero»),  per giunta descritto come: «un volto pulito con alle spalle l’esperienza della separazione dalla moglie e l’affido a lei della sua bambina”». E se avesse avuto un volto sporco e non fosse stato separato, cosa sarebbe cambiato esattamente, e perché? E che senso ha questa descrizione, se poi citando frasi dal profilo Facebook e dichiarazioni del datore di lavoro si sostiene che in lui «qualcosa non andava»? [Aggiornamento 14/5/15: su Twitter Sabrina Deligia segnala che l’avvocato della tassista ha smentito l’intervista a Repubblica]

Ma vediamo la forzatura:

La violenza è stato un raptus improvviso, neanche io so perché l’ho fatto. […] Sapevo che vicino a casa dei nonni c’era una strada chiusa. Ho chiesto alla donna di lasciarmi lì anziché sotto casa. Il prezzo della corsa era circa 30 euro. Sono balzato sul sedile davanti. Mi sono sbottonato i pantaloni ed è successo quello che è successo. L’ho costretta ad un rapporto orale.

La tassista racconta così la stessa storia [corsivo mio]: “Avrebbe dovuto pagare poco più di una ventina di euro. Ha iniziato a gridare, offendermi, insultarmi. Ha voluto salire sul sedile davanti per controllare il tassametro. Appena entrato in auto dal lato del passeggero mi ha subito dato un pugno sul viso che mi ha fatto sbattere la testa sul finestrino. Con una mano continuava a spingermi la testa con violenza e con l’altra mi prendeva a schiaffi e pugni. Ad un certo punto mi ha afferrato per i capelli, avevo iniziato a sanguinare dal naso e quasi non ci vedevo più. Ricordo solo l’odore e il sapore del sangue che perdevo e avevo ovunque mentre abusava di me. Aveva una forza sovrumana e mi guardava fisso con due occhi spiritati. Temevo di morire”.

Non è affatto la stessa storia. La versione di Borgese si sofferma sulla non volontarietà in modo contraddittorio: parla di «raptus», però afferma di aver comunicato, al momento della partenza, una strada chiusa come destinazione della corsa, più appartata rispetto alla casa dei nonni dove abitava. La vittima si sofferma a lungo, comprensibilmente, su dettagli della violenza subita – le percosse, il sangue, lo stordimento, il senso di sopraffazione – e sulla conseguente paura di morire, sfumando sul tipo di rapporto cui è stata «costretta»: parla di «abuso» laddove Borgese menziona il «rapporto orale». Il colpo finale è nella successiva equiparazione, dove si forzano le due versioni per farle convergere su un dettaglio, la tensione di Borgese:

“Non so cosa mi sia successo, ero molto nervoso quella mattina e mi sono sfogato su quella donna. Era così attraente”.
Uno stato d’animo di tensione questo, di cui si era accorta anche la tassista: “Aveva iniziato a sudare e a essere molto irrequieto. Teneva lo sguardo basso e si agitava. Mi metteva fretta dicendomi di sbrigarmi e di accelerare” [corsivi miei].

È forse la tensione l’inequivocabile sintomo di un «raptus» in arrivo? 

Intervista ai parenti

Trovano ampio spazio negli articoli anche le frasi della madre, intervistata assieme al compagno dal Tempo, in un articolo dal titolo Vi racconto mio figlio stupratore comparso sull’edizione cartacea del 12 maggio. Da notare che, nel complesso dei titoli, così sembra quasi che l’unica a non prendere in considerazione il “raptus”, oltre alla vittima, sia la madre di Borgese, forse perché ora la parola “mostro” è funzionale a un altro tipo di racconto, ossia “madre che si strugge di dolore per figlio che ama, su cui gravano accuse terribili”. «Io sono innamorata di Simone, ho solo lui», «Soffriva da morire [per la separazione dalla moglie]» dice la donna, che ricorda il passato di abusi subiti da Borgese (e da lei stessa):

Ora però dovete concedermi di spiegare a tutti chi è davvero Simone. Il figlio di un padre alcolizzato, un barbone, un violento con il quale ha vissuto da quando me ne sono andata via di casa nel 2005, stanca di essere picchiata e maltrattata ogni giorno.

Qual è il nesso tra il passato di abusi dichiarato dalla donna e i reati confessati dal figlio? In questo modo si lascia dire alla madre qualcosa che allude a una possibile giustificazione, che suona come non è un mostro, ha avuto una vita difficile fin da bambino. E questo nonostante che, nella stessa intervista, il compagno della donna racconti di precedenti furti e comportamenti violenti di Borgese.

Sulle parole della madre il titolo più assurdo è ancora dell’Huffington Post (stavolta senza ax aequo), che tenta, fallendo, una specie di sintesi tra l’intervista alla donna (tesi) e quella alla tassista violentata (antitesi):

Parla la madre: “È un ragazzo che ha sofferto tanto” http://huff.to/1cs4bPg

Posted by HuffPost Italia on Martedì 12 maggio 2015

Cosa dovrebbero aggiungere sul piano giornalistico l’intervista ai parenti di un reo confesso? Quale elemento di contesto imprescindibile possono aggiungere, considerando che l’oggetto della notizia riguarda reati cui non hanno assistito? È ovvio, o almeno dovrebbe esserlo, che, a caldo, il sentimento predominante sia la negazione, nelle diverse forme che può prendere; penso anche al caso dell’anno scorso adolescente napoletano seviziato, con i parenti dei seviziatori che parlavano di un gioco. Tanto più che la madre di Borgese, a conclusione dell’intervista, sostiene di non avere  un avvocato:

Un avvocato ce lo daranno? – chiede, preoccupata – Noi non ce l’abbiamo, non possiamo permettercelo. Non abbiamo un euro ma vogliamo capire.

Addirittura a pagina 3 – ancora Il Tempo del 12 maggio – è intervistata la nonna di Borgese: «Ho paura che ci facciano del male […] qui c’è gente che lo vuole ammazzare». Però non si chiede conto delle eventuali minacce ricevute. Inoltre, se c’è questo rischio, qualunque frase dei parenti che suoni come un tentativo di difesa di Simone Borgese contribuisce a diminuirlo o aumentarlo?

L’unico effetto di simili interviste è di enfatizzare ulteriormente l’accaduto per via retorica e sentimentale, offuscando i fatti di partenza, invece di contribuire alla loro ricostruzione agli occhi del lettore. Ciò non giova a quest’ultimo, né al giornalismo né, in particolare, alle persone coinvolte direttamente o indirettamente nella vicenda.

Aggiornamento 14/5/2015

Ora che il «maniaco» dell’identikit ha un volto e un nome, e dopo che il gip ne ha convalidato l’arresto, continuano i meccanismi volti a mitigare e distanziare la colpa in sé (lo stupro) da Borgese. Ecco ad esempio il tweet del Corriere, che mostra un Borgese sorridente e felice, ora non più tale perché il legale l’ha «trovato in lacrime».

In un articolo di ieri, invece, Il Tempo mostra Borgese mentre ci offre simbolicamente una caramella e un sorriso. Nel sommario Borgese è appellato «violentatore», ma in una precedente redazione dell’articolo era indicato come «presunto»: cambio curioso, essendo più corretto quest’ultimo termine, perché sul piano del diritto è da considerarsi innocente fino alla condanna definitiva. Curioso anche perché poi nel testo si rafforza l’idea del «raptus»:

Simone Borgese, il 30enne reo confesso dello stupro della tassista, sarà chiamato a raccontare ancora una volta davanti agli inquirenti il suo gesto atroce, la follia, il raptus che venerdì all’alba hanno lacerato per sempre l’animo di una donna di 43 anni.

Così l’effetto è di un evento certo e orribile, però provocato da una forza oscura che, impadronitasi di Borgese, ha distrutto la vita di due persone. A suggerire una sorta di legge del contrappasso o quanto meno un destino ingrato, c’è poi l’inciso che specifica il sesso del gip Flavia Costantini – «Sarà lei, una donna». Puntualizzazione superflua, sempre che non si voglia distinguere la facoltà di giudicare sulla base del sesso, o credere che «Flavia» sia un nome equivocabile.

Il Messaggero dà notizia dell’interrogatorio sulla «violenza» che ha rovinato la vita «soprattutto della vittima». L’attacco dell’articolo, pur coi virgolettati, fa infatti riferimento alla descrizione durante l’interrogatorio del «raptus» che ha «rovinato la vita» di Borgese.

Autore
Ci sedemmo dalla parte del torto perché faceva più engagement. @matteoplatone



Ministero, Inps e Istat: la guerra di cifre sul lavoro che non serve ai cittadini

L’Istituto guidato da Tito Boeri pubblica i dati dell”Osservatorio del precariato’. Salgono i contratti a tempo indeterminato nel primo trimestre del 2015, ma il numero degli occupati, come certificato dall’Istat, non aumenta.


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Sul mercato è in atto una guerra di cifre, spesso usate per sbandierare risultati del programma di governo. Ma sono battaglie che hanno spesso smentito sia i titoloni dei grandi quotidiani, sia le parole del governo stesso.

Dopo i dati pubblicati dal ministero del Lavoro e quelli dell’Istat, ieri l’Inps (Istituto Nazionale di Previdenza Sociale) ha reso pubblici quelli dell’”Osservatorio sul precariato” per il trimestre gennaio-marzo 2015. Come prima cosa, occorre ricordare che i dati Inps riguardano solo il lavoro subordinato, quindi non comprendono le tipologie contrattuali “atipiche”: collaboratori, intermittenti e neppure il “pubblico impiego gestione ex Inpdap, lavoratori domestici e operai agricoli”.

Chiarito questo aspetto, secondo i dati del’Inps il numero di nuovi posti di lavoro a tempo indeterminato tra gennaio e marzo 2015 è 54.110, cioè il saldo tra le 470.785 attivazioni di nuovi rapporti e le 416.675 cessazioni. Alle nuove assunzioni non bisogna aggiungere il numero di trasformazioni di contratti in quanto queste ultime rappresentano rapporti di lavoro già in essere. Ignorando questo aspetto, infatti, il saldo tra attivazioni e cessazioni risulterebbe pari a  203.151, drogando non poco il dato effettivo sui nuovi posti di lavoro.

Facendo un po’ di luce sulle variazioni mensili, se il dato di gennaio e febbraio esprime un saldo di 45.703, ciò vuol dire che a marzo il numero di posi di lavoro in più è di 8.407, differenza tra il saldo di gennaio e febbraio e quello di marzo (54.110).

A trainare l’incremento trimestrale dei posti di lavoro è stato lo sgravio contributivo alle imprese dato che l’84% dei nuovi contratti sono stati stipulati tra gennaio e febbraio quando era ancora vigente il vecchio statuto dei lavoratori. Mentre il connubio tra incentivi alle imprese e tutele crescenti sembra stimolare solo esiguamente i nuovi contratti di lavoro. Un dato trimestrale che non ha nulla di sorprendente.

Perché allora gli ultimi dati Istat mostrano un calo dell’occupazione e un aumento della disoccupazione?
A differenza dei dati amministrativi forniti dall’Inps e dal ministero del Lavoro, i numeri dell’Istituto nazionale di statistica dicono quanti occupati e disoccupati ci sono in Italia in un dato momento (ad esempio marzo 2015) tenendo conto di tutte le tipologie contrattuali: quel che in economia viene definita una grandezza stock.
Dati che derivano da un’indagine fatta su un campione rappresentativo della popolazione.

Quelli forniti da Inps e Ministero, invece, sono dei dati di flusso. Registrano, cioè, quanti soggetti entrano ed escono da un rapporto contrattuale tra l’inizio e la fine di un determinato periodo di tempo (ad esempio tra il primo e il 31 marzo). Così come i dati dell’Istat sono campionari, quelli del ministero e dell’Inps sono parziali riguardo i settori di attività considerati, quindi nessuna delle tre banche dati è esaustiva e ognuna ci indica qualcosa di cui tenere conto con la dovuta onestà intellettuale.

È possibile quindi che un soggetto intervistato a metà marzo fosse disoccupato al momento in cui ha risposto all’indagine Istat ed è stato assunto qualche giorno dopo, facendo registrare un aumento nel numero dei contratti riportati dal ministero del Lavoro e Inps. Allo stesso tempo, è possibile che un altro individuo sia stato licenziato a marzo e risulti disoccupato al momento dell’intervista Istat, ma il datore di lavoro non ha comunicato entro la fine del mese la cessazione del rapporto e di conseguenza Ministero e Inps non catturano la variazione negativa che emerge nel numero di disoccupati Istat.

Quindi se da un lato nessun vero exploit arriva dal mercato del lavoro, se non quanto già previsto, dati gli sgravi alle imprese, dall’altro, la qualità del lavoro salariato in Italia sembra in continuo peggioramento. Come per gennaio e febbraio le retribuzioni contrattuali dei neo assunti diminuiscono rispetto ai neo assunti del primo trimestre 2014, soprattutto nel caso di trasformazioni di contratti a tempo determinato in indeterminato (60 euro mensili in meno), come registra l’Inps.

I proclami del presidente del Consiglio, Matteo Renzi, secondo cui «dopo cinque anni di crollo costante, tornano a crescere gli occupati» rimangono dunque propaganda: bisognerà attendere infatti i dati definitivi per valutare se queste esigue variazioni positive dei contratti valgono anche per la miriade di quelli atipici, cioè se si sta parlando di un aumento dell’occupazione e non già della sostituzione di contratti atipici con contratti a tutele crescenti, diversamente atipici anch’essi.

Dovremo anche aspettare i dati definitivi dell’indagine sulle forze lavoro dell’Istat per capire se i nuovi contratti a tempo indeterminato sono a tempo pieno o vanno a rimpolpare la massa di lavoratori con contratti part-time involontari, se i nuovi lavoratori sono giovani in cerca di primo impiego o pensionati che provano a sfuggire alla povertà. Ma soprattutto, è necessario attendere ancora qualche trimestre per capire in che modo il mercato del lavoro italiano uscirà, se lo farà, dalla palude degli ultimi decenni.

Quindi in conclusione:
1) Bisogna aspettare almeno 6 mesi per ragionare su dati (più o meno) consolidati

2) È troppo chiedere un coordinamento tra i soggetti che rilasciano questi dati per permettere ai cittadini di capire?
3) Il tema del lavoro è fondamentale: è possibile avere un confronto, un dibattito pubblico all’altezza?

Autore
Dottoranda in economia presso SciencesPo, a Parigi. Mi interesso di political economy, economia della corruzione, disuguaglianze, lavoro e welfare. @martafana



La battaglia per essere liberi: perché i giornalisti devono essere attivisti

Nell’era della sorveglianza di massa noi giornalisti, noi cittadini dovremmo prendere posizione, dovremmo impegnarci, in nome della libertà di parola, al fianco di chi combatte, anche sacrificando la propria libertà. ‘Sii coraggioso, perché il coraggio è contagioso’.


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Sono stata invitata alla XI edizione della manifestazione Vicino/Lontano a Udine per parlare di libertà di espressione. Ho suddiviso in tre parti il mio intervento: nella prima ho cercato di “dare un volto alla battaglia per essere liberi” attraverso le storie di alcuni giornalisti, scrittori, blogger, disegnatori. Nella seconda riporto gli ultimi dati sulla libertà di stampa nel mondo, con un particolare focus sulla situazione in Italia. Nell’ultima parte spiego perché secondo me i giornalisti dovrebbero essere attivisti. 

La battaglia per essere liberi ha il volto di Ali Abdulemam, Khalid Albaih, Anabel Hernandez, Farida Nekzad, Erri De Luca, Maria Makeeva, Yavuz Baydar, Sue Turton, Gerard Biard, Edward Snowden.
E ho scelto loro come esempio di battaglia per la libertà di espressione perché li ho “conosciuti” all’ultima edizione del Festival Internazionale del Giornalismo, che con Chris Potter organizzo ogni anno a Perugia.

Ali Abdulemam è un blogger, ha fondato Bahrein online. Arrestato più volte con l’accusa di diffondere notizie false e aver insultato il re, ha subito abusi e torture; è scappato dal suo paese nel 2011 dopo le proteste contro il regime. Alcuni suoi amici sono stati uccisi. Lui ha trovato asilo politico in Inghilterra. Due mesi fa gli è stata tolta la cittadinanza.

Credo che il regime stia usando il suo potere economico e stia letteralmente pagando perché non venga fuori l’immagine degli abusi nel Paese. I media dicono: non c’è audience sui fatti che riguardano il Bahrein, ma noi abbiamo scoperto che volutamente si sta facendo in modo di non far raccontare quello che accade. Noi attivisti cerchiamo di diffondere il messaggio che in Bahrein ci sono tante persone in pericolo e le violazioni dei diritti umani continuano, a cominciare dalla libertà di espressione.

Khalid Albaih è un vignettista sudanese in esilio a Doha, in Qatar. È conosciuto anche come “artista della rivoluzione”. I suoi disegni nel 2011 hanno “preso parte” alle proteste della Primavera araba. Dopo averle viste in rete, le vignette di Albaih sono state trasformate in stencil e riprodotte sui muri di Beirut, del Cairo, nello Yemen, e in tutto il Medio Oriente; le immagini poi sono state condivise in modo virale, diffondendo l’opera di Albaih sul web, divenuto così simbolo di spazio libero di protesta.

La mia vita è in pericolo per quello che faccio, ma ci sono migliaia di persone come me di cui non sentirete mai parlare. E tante altre che muoiono nelle piazze. Io, invece, mi limito a disegnare. È il minimo che possa fare.

In un bellissimo articolo per Al Jazeera, in cui prendeva posizione al fianco dei vignettisti di Charlie Hebdo, pur non condividendone la linea editoriale, Albaih scriveva:

As an Arab and Muslim political cartoonist living and working in the Middle East, the fear of upsetting the “wrong people” is part of daily life. My politically charged images rose to prominence during the early stages of the Arab Spring protests in 2011. Like so many young people in the Middle East, I found an outlet on social media. I was quickly labelled “an artist of the revolution”. Today, my work is shared around the world. In my native Sudan, as well as in Yemen and Tunisia, my cartoons are used by revolutionary groups and by political activists. This is my passion. I don’t make a living off these political cartoons. In fact, I encourage people to copy and share them. It is an honour, but it does not come without dangers.

Anabel Hernandez pluripremiata giornalista investigativa messicana, vive sotto scorta, 24 ore su 24. Da anni denuncia corruzione, malavita, traffici, ingiustizie del suo paese. Nel suo ultimo libro tradotto in italiano La terra dei Narcos, ci sono i nomi di politici e personaggi pubblici collusi con i cartelli del narcotraffico. I “cattivi”, come li definisce Hernandez, hanno nomi e cognomi, e sta al giornalista indicarli. Molte delle sue fonti sono state assassinate, i suoi familiari aggrediti. Nel 2013 undici uomini armati hanno fatto irruzione nel suo appartamento in cerca di alcuni documenti. Erano poliziotti federali. A quel punto ha capito che l’esilio era l’unica via di salvezza.
Negli ultimi sei anni, in Messico più di 100 giornalisti sono stati torturati e uccisi.

La sparizione di 43 studenti della scuola rurale di Ayotzinapa, avvenuta il 26 settembre del 2014 a Iguala, nello stato messicano di Guerrero, ha mostrato con violenza al mondo il vero volto della situazione che vive oggi il Messico: il susseguirsi di massacri di innocenti, le sparizioni coatte, l’impunità, la collusione a tutti i livelli dello stato con la malavita organizzata, e il fallimento totale del presidente Enrique Peña Nieto nel garantire pace, legalità e giustizia, elementi indispensabili per l’esistenza di una democrazia.

Se il governo messicano pensa di potermi fermare si sbaglia di grosso: questa è la mia libertà di espressione.

Farida Nekzad è una giornalista afghana. Ha fondato e dirige Wakht News Agency. Per il suo coraggio e la sua battaglia per i diritti delle donne ha subito pressioni e minacce di morte. Ha vinto diversi premi tra cui quello del Committee to Protect Journalists.

Above all we strive to tell the world what is happening to women in Afghanistan even if some of us have to sacrifice our lives… I want to prove that we – women journalists – can work shoulder to shoulder with our brothers while at the same time remaining steadfast in our profession

Sue Torton è una reporter televisiva, lavora per Al Jazeera English. Negli ultimi anni ha coperto Libano, Russia, Turchia ed Egitto. Qui, in Egitto, è stata processata insieme ad alcuni colleghi con l’accusa di terrorismo. Tre membri dello staff – Peter Greste, Mohamed Fahmy and Baher Mohamed – sono stati condannati e imprigionati con pene dai sette ai dieci anni. Gli altri, processati in absentia, hanno ricevuto condanne a dieci anni. Fin dall’arresto dei suoi colleghi, alla fine del dicembre scorso, Sue Torton ha svolto un ruolo di primo piano nella campagna Journalism is not a crime #FreeAJStaff  per il rilascio dei colleghi e l’annullamento della sentenza. L’hashtag #FreeAJStaff ha ottenuto 3 miliardi di impression in 13 mesi (da febbraio a settembre 2014 ha raggiunto circa 114 milioni di utenti unici su Twitter). Fahmy e Mohamed sono ancora in carcere e dovranno affrontare un nuovo processo. Peter Greste è stato liberato ed espulso lo scorso febbraio, dopo un anno di prigione, e ha voluto immediatamente ricordare che ci sono centinaia di casi di giornalisti principalmente locali imprigionati, minacciati, torturati di cui i media non parlano.

We need to stand behind the role of journalists in upholding democracy. When so many cases go unreported the public often fails to understand the essential role played by journalists, and then governments often get away with attacks on the press.

 

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Yavuz Baydar è un giornalista turco molto noto, esperto di politica e media. Nel dicembre 2013 ha co-fondato P24 – Platform for Independent Journalism, per monitorare i media turchi. Al Festival del Giornalismo ha presentato la sua ricerca, pubblicata dal Shorenstein Center a marzo 2015, sulla situazione dei media in Turchia The newsroom as an open air prison: corruption and self-censorship in Turkish journalism.

La Turchia è ormai un paese dove la libertà di espressione è sempre più sotto attacco e dove i media indipendenti rischiano una vera e propria estinzione. Dove uno studente finisce in galera per un tweet satirico.

Le pressioni di governo, politica e forze dell’ordine, infatti, non sono l’unica forma di intimidazione all’espressione libera del paese. La minaccia di licenziamento e delle dimissioni forzate agisce come una potente arma di dissuasione e autocensura, spesso accompagnata da un contesto svantaggioso per i media indipendenti e liberi, costretti a lavorare in un regime economico drogato che premia i potenti organi di stampa che beneficiano della compiacenza e dei favori delle alte gerarchie statali.

La battaglia per essere liberi ha il volto di Maria Makeeva, vice-direttrice del canale russo TV RAIN, che per la sua indipendenza anche rispetto alla copertura della crisi ucraina, deve affrontare continuamente i tentativi di censura da parte di Putin. Ha il volto di giovani giornalisti ungheresi che hanno dato vita grazie al crowdfunding a Direkt36, un centro di giornalismo investigativo indipendente.

Ha il volto di Erri De Luca, sotto processo a Torino per aver espresso la sua opinione sul TAV: “va sabotata”. Sotto processo per aver espresso la parola contraria.

Dal 24 febbraio 2014, da quando è iniziato il procedimento penale a mio carico impedisco ai miei avvocati la libertà di fare il loro mestiere, i quali avrebbero voluto articolare la strategia difensiva sollevando la questione di illegittimità costituzionale, in violazione dell’art. 21 della Costituzione. Articolo che sancisce la libertà di espressione e libera manifestazione del pensiero. Se l’eccezione venisse accolta, continuerebbe, poi, davanti alla Corte costituzionale. Ma mi sono opposto, perché voglio andare a sentenza. E, se dovessi esser condannato non desidero nemmeno beneficiare delle attenuanti generiche. Il 20 maggio è la prossima scadenza, giorno della mia udienza, lo stesso in cui cade il mio sessantacinquesimo compleanno. Sono felice di questa coincidenza perché andrò a difendermi da scrittore. In aula non andrò a discolparmi, ma a mettermi di traverso alla censura che vuole la parola contraria su un binario morto.

È la battaglia di Charlie Hebdo. Nel 2006 il settimanale satirico Charlie Hebdo decise di ripubblicare le vignette del giornale danese Jilland-Posten che avevano provocato un’ondata di violenza a causa della raffigurazione, ritenuta blasfema, del profeta Maometto. La copertina di quel numero fu disegnata da Jean Cabut, in arte Cabu. Il 7 gennaio scorso la redazione di Charlie Hebdo è stata attaccata. Cabu e altri 11, tra i quali i vignettisti Charb, Tignous e Wolinski, perderanno la vita.  Charlie Hebdo era testata nota per un’orgogliosa anarchia creativa, pronta a sfidare simboli e demolire credenze. La rivista ha da poco ricevuto il PEN American Center’s Freedom of Expression Courage Award. Scelta contestata da alcuni scrittori: la loro satira, dicono, è una offesa alle minoranze, il coraggio e la libertà di espressione non c’entrano niente. Sulla vicenda segnalo il bellissimo (e approfondito) articolo di Anna Momigliano su Rivista Studio.

La  migliore risposta a queste critiche legittime sono, a mio avviso, le parole di Gerard Biard nel video messaggio al Festival del Giornalismo:

Siamo stati spesso accusati di essere provocatori, perché abbiamo usato il diritto della libertà di espressione, della libertà di satira, della libertà di caricatura e della libertà di blasfemia. La blasfemia per noi è importante, non perché sia un piacere bestemmiare o insultare il potere divino. È importante perché è una forma di contestazione dell’autorità. E questo in democrazia è fondamentale. Se una democrazia proibisce la blasfemia, se la punisce con la legge, non è più una democrazia, perché punisce la contestazione dell’autorità. Per noi è questa una delle ragioni per cui abbiamo deciso di continuare. Perché quello che è stato colpito non è soltanto la libertà di espressione, la laicità, la libertà di ridere e di dissentire, è il cuore dell’idea politica della democrazia, della contestazione, della possibilità di contestare e della possibilità del dibattito. Abbiamo visto con l’attentato a Copenhagen che questa gente il dibattito non lo vuole, lo rifiuta. E questo non è possibile. Se rifiutiamo il dibattito siamo morti. E noi siamo sempre vivi.

La battaglia per essere liberi, è la battaglia di Edward Snowden, il whistleblower che ha svelato al mondo il sistema di sorveglianza di massa portato avanti dalla NSA, l’agenzia per la sicurezza nazionale americana, e che oggi vive in Russia dove ha ottenuto asilo politico.

Contro la sorveglianza dei governi – avverte Snowden – serve la resistenza civile. In nome della sicurezza si stanno approvando leggi che restringono sempre più la privacy e i diritti dei cittadini.
È di pochi giorni fa la sentenza della Corte d’appello federale di New York, chiamata a pronunciarsi sulla legittimità della sorveglianza di massa della NSA: la raccolta indiscriminata di dati costituisce una restrizione senza precedenti della privacy dei cittadini ed è illegale.

Solo noi possiamo fermare tutto questo, le persone comuni, dobbiamo cambiare la natura di questo potere e la resistenza civile può fare la differenza. Dobbiamo far capire che vogliamo continuare a vivere con la medesima libertà e che non abbiamo paura di finire su una lista, serve un’affermazione politica.

Sempre meno liberi

Il 3 maggio scorso è stata celebrata come ogni anno a partire dal 1993 la Giornata Mondiale per la libertà di stampa. Il rapporto di Freedom House parla chiaro: la libertà di stampa è sotto attacco in tutto il mondo, le condizioni dei media a livello globale sono profondamente peggiorate nel 2014, raggiungendo il punto più basso degli ultimi 10 anni.

I governi hanno sfruttato le leggi per la sicurezza e per la lotta al terrorismo come pretesto per mettere a tacere tutte le voci critiche, mentre i gruppi di pressione e le gang criminali impiegano tattiche sempre più meschine per intimidazioni ai danni di giornalisti e i proprietari dei media tentano di manipolare il contenuto delle informazioni per i loro fini politici o economici. Sui 199 paesi passati in rassegna, 63 sono ritenuti “liberi” sul piano dell’informazione mentre 71 vengono descritti come “parzialmente liberi” e 65 “non liberi”.

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Tra il 2012 e il 2014 secondo il Committee to Protect Journalists sono 205 i giornalisti uccisi, una tendenza in crescita del 24% rispetto agli anni precedenti. 22 i giornalisti uccisi nel 2015.

“Ma l’indipendenza di informazione – scrive giustamente Giulia Annovi – non si misura solo nella possibilità di svolgere un mestiere in piena libertà. Significa anche la possibilità di accedere alle notizie in modo completo, senza che subiscano l’influenza di governi, potenze economiche o leggi formulate per contrastare questo diritto. Benché il 40% della popolazione mondiale abbia accesso a Internet, solo il 14% degli abitanti del pianeta ha la possibilità di fruire di una libera informazione. Infatti solo una persona su sette vive in un territorio dove è presente un buon accesso all’informazione, vale a dire che la maggioranza delle persone nel mondo (86%) non gode di tale diritto”.

Non c’è libertà di stampa, inoltre, senza Internet libero. Così il direttore del Committee to Protect Journalists, Joe Simpson, parlando del programma a sostegno di una Rete libera:

“Why do you need a program to defend the Internet?” one supporter asked. “You don’t have a special program to defend television, or radio, or newspapers.”  But the Internet is different. Increasingly, when it comes to global news and information the Internet is not a platform. It is the platform.

As print and broadcast converge online, as social media plays an increasingly critical role in transmitting news to a mass audience, the Internet has become the primary means through which news is disseminated globally. It has also become an information chokepoint.

Repressive governments are recognizing that the Internet is no longer the province of the connected elite. It’s a form of mass communication which, when unfettered, presents a threat to centralized power and control.

Anche la classifica di Reporter Senza Frontiere sulla libertà di stampa nel mondo fotografa un sostanziale peggioramento a livello globale.

L’indicatore globale annuale, che misura il livello delle violazioni della libertà di informazione, è arrivato a 3719 punti, quasi l’8% in più rispetto al 2014 e il 10% in più se paragonato al 2013.

“Il deterioramento complessivo della libertà di stampa – afferma Christophe Deloire, segretario generale di Rsf – è causato da fattori congiunti, tra cui l’azione di gruppi islamisti radicali come lo Stato Islamico o Boko Haram, che si comportano come despoti dell’informazione”.

È la contraddizione dei nostri tempi come ha sottolineato Emily Bell: nell’era digitale siamo più liberi ma mai come ora l’informazione è sotto pressione, minacciata, aggredita, in pericolo.

The power of information and news is magnified greatly by the ubiquity of digital media. Smashing a press is relatively easy compared to deleting an image from a social media website. As it has become harder to censor outlets, and as the attention focused on stories and individual journalists has grown, then so has the sport of intimidation, violence and imprisonment.

Oggi più che mai nelle zone di conflitto i giornalisti sono bersagli di rapimenti e uccisioni.

Anche negli USA si parla di declino: Rsf cita il caso di James Risen, premio Pulitzer del New York Times, che ha subito gravissime pressioni affinché rivelasse una sua fonte, cosa che l’autore del libro State of War, si è sempre rifiutato di fare.

La scelta che il governo mi ha dato è rinunciare a tutto quello in cui credo o andare in prigione. Non parlerò.

Alla fine della sua battaglia, Risen pubblicamente accusò Obama di essere il peggior nemico della libertà di stampa negli ultimi 20 anni.

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Ma il peggioramento più grave riguarda, secondo il rapporto,  l’Unione europea e i Balcani.

Basta pensare, tra l’altro, alle ultime leggi approvate in Spagna e Francia.

La Spagna ha recentemente approvato la legge di sicurezza cittadina, meglio nota con il nome di Ley Mordaza (Legge Bavaglio): dal 1 luglio manifestare davanti al Congresso dei deputati sarà considerato un’infrazione “grave”, a cui corrisponde una multa fino a 30.000 euro, e sarà vietato l’uso non autorizzato di immagini delle autorità di contrasto o di poliziotti in tenuta antisommossa. La formulazione vaga di questo aspetto della legge potrebbe portare le forze dell’ordine ad avere carta bianca nell’impedire ai giornalisti di svolgere il loro lavoro.

E  proprio per protestare contro questa legge, che cerca di limitare e contenere il dissenso, migliaia di ologrammi hanno sfilato davanti al Congresso dei Deputati, persone di tutto il mondo (Spagna, Russia, Messico, Argentina, Cile, Italia, Germania, Francia…) hanno scannerizzato il proprio corpo sul sito www.hologramasporlalibertad.org, o registrato le proprie grida di protesta, mentre altri hanno semplicemente scritto i messaggi che sono finiti sui cartelli. In 18mila hanno così partecipato virtualmente alla protesta.


In questi giorni la Francia ha approvato una nuova legge sulla sorveglianza, in risposta agli attentati di Parigi dello scorso gennaio. Una legge che, in nome dell’antiterrorismo, rende più facili controlli e intercettazioni. Di fatto viene permessa una sorveglianza di massa che metterà a forte rischio la privacy e la libertà dei cittadini, consentendo alle agenzie di intelligence di controllare mail e telefoni senza passare per l’autorizzazione della magistratura. Fabio Chiusi, riprendendo Marc Rees su Next Impact, spiega in modo dettagliato perché questa legge è un vero e proprio incubo.

In Europa si discute da tempo del TTIP (Trattato commerciale USA-Europa per un mercato unico con quasi un miliardo di “consumatori”). Inizialmente segreto, il Trattato è stato poi in parte desecretato: nelle trattative sono state coinvolte le grandi multinazionali, ma non le associazioni dei diritti civili. Gli accordi si occupano anche di sorveglianza digitale, privacy e copyright e così come sono portati avanti potrebbero restringere fortemente libertà e diritti dei cittadini in nome del profitto. Contro il trattato sono state raccolte oltre un milione di firme grazie alla mobilitazione di 32 associazioni in 24 paesi (le firme non hanno nessun valore legale ma sicuramente la Ue dovrà tenerne conto). Il Trattato, scrive Glyn Moody  su Ars Technica in un articolo che approfondisce tutti gli aspetti più controversi degli accordi, è una minaccia per la democrazia: “A boost for national economies, or a Trojan Horse for corporations?”

TTIP

 

L’Italia fra minacce dei boss, querele dei politici e il vuoto di cultura digitale

Tra querele temerarie, minacce della criminalità organizzata e una classe politica impreparata (e in malafede) che ci sottopone a uno stillicidio continuo di proposte di leggi sempre più imbarazzanti, il nostro paese precipita sempre più nella classifica della libertà di espressione.

Secondo la classifica 2015 di RSF l’Italia ha perso 24 posizioni rispetto all’anno precedente. Siamo ora al 73° posto tra Moldavia e Nicaragua. L’organizzazione Ossigeno per l’informazione ha denunciato nel 2014 506 minacce nei confronti dei giornalisti da parte della criminalità organizzata. L’ultima in ordine cronologico ha costretto alla scorta Sandro Ruotolo, minacciato di morte dal boss Zagaria.

Ma a minacciare la libertà di espressione ci sono anche le querele temerarie da parte soprattutto di politici che tentano così di costringere all’autocensura i giornalisti. Il nostro è il paese del querelificio (e delle richieste di risarcimento danni) a scopo intimidatorio. A essere esposti soprattutto freelance, blogger, citizen journalist senza copertura economica e legale. Come ricordano Guido Scorza e Alessandro Gilioli in Meglio che taci. Censure, ipocrisie e bugie sulla libertà di parola in Italia: “Nel 2013 il relatore speciale della Nazioni Unite Frank La Rue ha emesso un rapporto duro, indicando come gli standard internazionali in merito alla libertà di espressione nel nostro paese non sono rispettati anche per la continua perseguibilità della diffamazione: un allarme totalmente ignorato dalla classe dirigente italiana che al suo interno è in disaccordo su tutto, tranne sulla comune tendenza a querelare o minacciare querele verso chi la critica”.

Parimenti importante è esaminare la questione della lite temeraria. Se utilizzata in modo improprio, la lite temeraria può diventare una forma di ‘molestia giudiziaria’ nei confronti della stampa o di chiunque eserciti la propria libertà d’espressione. Anche se il ricorso viene respinto, l’impatto economico delle spese per la difesa può avere un effetto paralizzante sul giornalista o sul mezzo di comunicazione in specie su chi si occupa di giornalismo investigativo.

Siamo il paese dove un soggetto amministrativo come l’Agcom – Agenzia per le garanzie nelle comunicazioni – può decidere di rimuovere contenuti dal web oppure oscurare interi siti senza nemmeno passare per la magistratura.

In tutto il mondo sono ormai più di 90 i paesi che hanno adottato un Freedom Information Act: norme che dovrebbero garantire il diritto dei cittadini di accedere a ogni informazione in possesso della pubblica amministrazione, obbligando quest’ultima appunto a garantire questo accesso. Sempre Frank La Rue ha dichiarato:

Trovo molto strano che l’Italia non abbia mai adottato un FOIA. La maggior parte dei paesi europei si è dotata di norme che garantiscono l’accesso alle informazioni da parte dei cittadini e l’Ue ha emesso una direttiva in merito. È davvero strano che l’Italia non vi abbia aderito.

Su questo si stanno battendo 32 associazioni che si sono unite per un FOIA italiano. Il Ministro Madia si è impegnato a inserire la norma nella riforma della pubblica amministrazione: ce la faremo entro il 2015?

Siamo il paese dove una classe politica impreparata cerca continuamente di mettere le mani sul digitale, rischiando di volta in volta di fare danni incredibili alla libertà di tutti noi. Sono anni che si continuano a combattere luoghi comuni e idee sbagliate alla base di molte iniziative legislative: sarebbe ora di andare avanti anche nel dibattito pubblico, schiacciato dalla disinformazione e demonizzazione sistematica dei media mainstream su mondo e vita digitale e da un parlamento impreparato e spesso in malafede. Abbiamo provato costantemente su Valigia Blu a respingere e smontare queste dinamiche: su diffamazione, rettifica e intercettazioni, su cyberbullismo, anonimato, sicurezza e copyright, sui danni che un vuoto di cultura digitale può fare soprattutto fra i professionisti dell’informazione.

Gilioli e Scorza lo dicono chiaramente nel loro libro. Citando Ray Bradbury “Esistono molti modi diversi per bruciare un libro: e il mondo è pieno di gente che corre su e giù con i fiammiferi.”

Oggi i censori più o meno consapevoli, ma comunque con i cerini ben accesi nelle mani, corrono sempre di più sulle strade digitali: quelle che tutti amiamo per la maggior libertà che ci hanno portato. E l’errore più grave sarebbe fingere di non vedere o illudersi che queste strade siano a prova d’incendio.

E l’errore più grave, aggiungo, sarebbe non mobilitarsi, impegnarsi, prendere posizione contro tutto questo. E vengo così alla conclusione di questo mio intervento.

Perché i giornalisti – e non solo – devono essere attivisti

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Copertina del settimanale satirico britannico Private Eye

 

Dopo il massacro di Charlie Hebdo, i potenti della Terra sfilarono a Parigi in nome della libertà di espressione. Qualcuno la definì la marcia degli ipocriti: molti dei capi di Stato e autorità, immortalati in quella foto, tutto sono tranne che strenui difensori della libertà di espressione e dei diritti civili. A svelare l’ipocrisia e le contraddizioni del “potere” la tweetstorm di Daniel Wickham, un giovane studente della London School of Economics. Lo storify che ha raccolto i suoi tweet ha ottenuto oltre 2 milioni e 600 mila visualizzazioni.

Ci sono temi, istanze rispetto alle quali chi fa informazione non può non prendere posizione. Dice Dan Gillmor, autore di We the Media e anche lui al Festival Internazionale del Giornalismo 2015:

All journalists need to think of themselves as activists in the world we now live in. Journalism is vital to liberty because it is a cornerstone of free speech. In many parts of this world, doing real journalism is activism – because truth telling in some societies is an act designed to bring about change.

Giornalisti che non si schierano su temi fondamentali come libertà di espressione, libertà di associarsi, di collaborare, di innovare – continua Gillmor – non possono definirsi giornalisti.

Governi e società sempre più potenti stanno mettendo a rischio questi valori fondamentali in nome della nostra sicurezza o della nostra convenienza.

This is a betrayal of the Internet’s decentralized promise, where speech and innovation and collaboration would often start at the edges of this network of networks, where no one needed permission to do those things.

La sorveglianza è un metodo usato dai governi, spesso con la collaborazione di grandi società, per tenere sotto controllo giornalisti e attivisti. Se non ci opponiamo con forza alla sorveglianza di massa non possiamo davvero dirci giornalisti. E ancora – insiste Gillmor – non possiamo dirci giornalisti se non lottiamo per una rete libera e uguale per tutti.

A Berlino, il primo maggio ad Alexanderplatz, lo scultore udinese Davide Dormino ha svelato per la prima volta la sua opera Anything to say?, un “monumento al coraggio”: tre statue in bronzo, a grandezza umana, raffiguranti Julian Assange, Edward Snowden e Chelsea Manning in piedi su una sedia; accanto a loro, una quarta sedia, vuota. “Un esempio di arte pubblica, utile a smuovere le coscienze sul tema, attualissimo, della libertà di espressione e della ricerca di verità finora indebitamente nascoste ai cittadini”.

Sui temi della libertà di parola, nel senso più ampio del termine, noi giornalisti, noi cittadini dovremmo alzarci su quella sedia vuota e stare in piedi al fianco di Snowden, Assange e Manning e di chi lotta ogni giorno per essere libero.

Sii coraggioso, perché il coraggio è contagioso.




Qualcuno dica ad Alfano che il dissenso non può essere criminalizzato

Dopo le violenze durante la manifestazione NoExpo, il ministro dell’Interno ha proposto un ‘Daspo politico’. Una misura al limite della costituzionalità che rischia di limitare l’espressione delle voci contrarie.



Foto via interno.gov.it

Gli scontri del primo maggio, ennesimo episodio di violenza urbana, aprono l’ennesimo e ripetitivo dibattito sull’onda di motivazioni ormai incessantemente uguali almeno dal 2010.

La polarizzazione, fenomeno tipico dei nostri tempi, vede da un lato la fazione che ritiene i grandi eventi, come l’Expo, occasione di rilancio e di riscatto dell’Italia, dall’altro coloro che criticano l’evento per i costi eccessivi, soldi che, dicono, andrebbero meglio utilizzati per diminuire le crescenti diseguaglianze sociali.
A margine, la sempiterna riproposizione di disegni di legge di prevenzione speciale contro la violenza urbana, iniziative repressive tirate fuori da qualche polveroso cassetto spesso slegate tra loro, con logiche del tutto diverse, in un crescendo di approssimazione ed improvvisazione.
A giustificazione: non è possibile procedere a fermi o arresti di chi è solo sospettato di voler partecipare a violenze di piazza (sic).

Così il ministro dell’Interno chiosa annunciando:

Stiamo lavorando per i divieti preventivi come avviene per le partite di calcio. Quando c’è un alto indice di pericolosità sarà proibito sfilare nel centro delle città, proprio come già avviene quando si impedisce ai tifosi di andare in trasferta.

Già nel 2010, a seguito degli scontri a Roma in occasione delle manifestazioni di protesta contro la riforma Gelmini, fu avanzata l’idea di estendere il Daspo (Divieto di Accedere alle manifestazioni SPOrtive) anche ai partecipanti ai cortei, invocando arresti preventivi e retate di massa. Il Daspo, il divieto comminato dal Questore, senza alcuna pronuncia giudiziaria, per i tifosi ritenuti pericolosi, impedisce loro di andare allo stadio. Prevede da 1 a 3 anni di carcere se si viene trovati nel luogo interdetto, anche se il tifoso se ne stava buono a vedere la partita.

Dalla manifestazione del 15 ottobre 2011, altre proposte di misure di prevenzione: la richiesta di una legge Reale bis, la riproposizione del Daspo per le manifestazioni (di nuovo), l’estensione del fermo preventivo di polizia, la flagranza differita ed infine la fideiussione per le manifestazioni, cioè l’obbligo da parte degli organizzatori di fornire garanzie patrimoniali a copertura di eventuali danni causati dai cortei organizzati (una manifestazione può determinare danni tra i 2 e i 5 milioni di euro, quindi solo i ricchi potrebbero manifestare in piazza, non di certo i cassaintegrati).

Caratteristica comune alla quasi totalità di tali proposte è il contrasto con l’ordinamento costituzionale. Lo stesso Daspo è stato criticato in tal senso, ma la Consulta rigettò l’eccezione, ritenendolo una semplice misura di prevenzione, che comunque deve essere convalidata da un giudice.
Le stesse misure di prevenzione sono ai limiti della costituzionalità perché si tramutano in limitazioni nei confronti di soggetti che non solo non sono stati ancora condannati, ma non hanno nemmeno commesso ancora un reato (il Daspo può essere irrogato anche a carico di persone che si ritiene abbiano “preso parte attiva ad episodi di violenza su persone o cose in occasione o a causa di manifestazioni sportive”), e quindi sono solo sospettate (caso diverso è se vengono trovate in possesso di armi, nella quale ipotesi possono essere fermate).
Applicare una restrizione della libertà personale ad un soggetto solo perché si presume che andando allo stadio potrebbe commettere dei reati è una logica insostenibile, in quanto ragionando allo stesso modo si dovrebbe impedire, ad esempio, ai molestatori di avvicinarsi a qualsiasi donna, ai rapinatori di recarsi in banca, e così via. È la stessa logica che in passato giustificava le limitazioni dei diritti civili degli ebrei, dei gay.

Tuttavia in un regime democratico il Daspo è tollerato solo perché è strettamente limitato a casi del tutto particolari, e in base alla logica della prevenzione del rischio, per cui vale la pena restringere limitatamente i diritti civili ad alcune persone specificamente individuate per evitare rischi ad innumerevoli altre.
Ma, soprattutto, il Daspo è tollerato perché è del tutto indifferente al colore politico del governo in carica, nel senso che si applica sia a persone di destra che di sinistra, e si suppone che verrà applicato allo stesso modo da un governo di destra e da uno di sinistra.

Il Daspo è pensato per le manifestazioni sportive, e tifare una squadra di calcio non è un diritto costituzionalmente tutelato. Ben diversa è la situazione quando è in gioco il legittimo (e costituzionalmente tutelato) dissenso politico. Le due situazioni, andare allo stadio a tifare, e esprimere il dissenso politico manifestando in piazza, non sono in alcun modo comparabili e non possono essere trattate allo stesso modo. I padri costituenti vollero garantire il libero esercizio del diritto di voto, non certo il corretto svolgimento di una partita di calcio, ed è pacifico che il libero esercizio del diritto di voto è possibile solo se il voto può essere espresso liberamente, in un clima democratico e garantendo anche l’espressione delle voci contrarie. Garantendo sia il dissenso in Parlamento che in tutti gli altri luoghi, compreso le strade pubbliche.

La stessa Corte di Cassazione ha sostenuto che l’esercizio della sovranità popolare si deve realizzare attraverso tutti gli strumenti democratici predisposti dall’ordinamento, tra i quali vi è anche l’attività di informazione, da intendere nel duplice aspetto attivo e passivo, cioè non solo la possibilità di ricevere informazioni, ma anche di partecipare attivamente al dibattito pubblico per la formazione dell’opinione pubblica. Un popolo informato deve poter esprimere legittimamente il proprio dissenso nei confronti del governo, altrimenti è la medesima sovranità popolare ad essere limitata.

Con il Daspo politico si subordinerebbe il diritto al legittimo dissenso politico ad una valutazione del governo in carica. E quanto possiamo fidarci che un governo di un certo colore politico applichi il daspo politico a tutti i soggetti indifferentemente dalla loro estrazione politica? Non c’è il rischio che si chiuda un occhio per i soggetti appartenenti a correnti di supporto del governo in carica? Un provvedimento del tipo di quelli limitativi per i tifosi, che sia però applicato alle manifestazioni di piazza, potrebbe colpire chi esprime il dissenso politico nei confronti del governo insediato, diventando un’arma di controllo del dissenso politico, silenziando le opposizioni. E quindi sarebbe immancabilmente incostituzionale.

Tutte le argomentazioni relative alla violenza di alcuni dei partecipanti non hanno alcun pregio, giuridicamente parlando, perché la responsabilità penale è personale (art. 27 Cost.), e il manifestante legittimo e non violento, non può e non deve subire limitazioni dei propri diritti costituzionali solo perché nei cortei si infiltrano anche violenti. Questo, semmai, è un problema di inadeguatezza a garantire l’ordine pubblico nel nostro paese, sottraendo costantemente risorse alle autorità di polizia.

Costituzione Italiana – Articolo 16

Ogni cittadino può circolare e soggiornare liberamente in qualsiasi parte del territorio nazionale, salvo le limitazioni che la legge stabilisce in via generale per motivi di sanità o di sicurezza. Nessuna restrizione può essere determinata da ragioni politiche.

Autore
Avvocato e blogger. Mi interesso di diritto applicato ad internet e alle nuove tecnologie di comunicazione. @brunosaetta



6 idee sbagliate sul mondo digitale smontate una per una. E non parliamone più

Popolo del web, anonimato, cyberbullismo, rettifica, copyright, sicurezza: basta luoghi comuni e disinformazione.


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Emergenze inesistenti, banalizzazioni, dati fasulli, pure e semplici bugie. Sono sempre le stesse cattive idee supportate dagli stessi cattivi argomenti, eppure si ripresentano ciclicamente nel dibattito – quando c’è – su come aggiornare il nostro corpus normativo all’era iperconnessa. Anche quando non ce n’è alcun bisogno, perché bastano le norme attuali. E anche quando Internet non c’entra assolutamente nulla.

Per evitare di incappare nelle solite, inutilissime disquisizioni sulle proprietà benefiche o demoniache del fantomatico “popolo del web”, sulla sua presunta “anarchia”, il supposto anonimato-per-tutti-senza-fatica e altre pure e semplici sciocchezze, Valigia Blu ha composto una breve guida per imparare a riconoscerle e, se possibile, evitarle replicandovi nel merito.

1. Il “popolo del web” non esiste

Esempio:

La Rete vigila. È diventata il nuovo giudizio di Dio. Il «Popolo del web», anonimo e punitivo, mette sotto processo chiunque esprima opinioni non condivise. Decide cos’è giusto, secondo meccanismi tribali, da branco (Aldo Grasso, Corriere della Sera)

Replica:

Si tratta semplicemente di confondere una parte (che insulta) con il tutto, e soprattutto di non pensare che esista un “popolo” in Rete dotato – per chissà quale ragione o proprietà intrinseca del mezzo Internet – di caratteristiche sue proprie, separate da quelle del “popolo” e basta. Online e offline non sono realtà parallele, e in ogni caso non abbiamo mai un’esperienza diretta completa né dell’uno né dell’altro. “Popolo del web”, dunque, non significa assolutamente nulla. Per convincersene basta scorrere la serie infinita di articoli che lo argomenta: Giacomo Dotta su WebNews, Eleonora Bianchini sul sito del Fatto, Luca Sofri sul suo blog, io stesso sul mio (cercando di mostrare come tra l’altro l’espressione sia usata in modo selettivo per conformarsi a una precisa visione – errata, ma di comodo – che i “media tradizionali” hanno della Rete).

Chiarissimo Alessandro Gilioli nella sua risposta a Grasso:

Il “popolo del web” non esiste, almeno non più di quanto esiste, per esempio, il popolo dei passanti per strada: esistono invece tantissime persone, tra cui lei e io, che ogni giorno sono parte di un pubblico e amplissimo dibattito con i propri contenuti, chi confrontandosi di più e chi di meno, ma comunque nella stessa piazza, inevitabilmente e per sempre

2. L’anonimato non è cattivo e non ci rende cattivi

Collegato all’argomento “popolo del web”, c’è quello ben sintetizzato da Grasso: quel “popolo” è anche “anonimo e punitivo”. Anzi, nella sua versione più comune, l’argomento prevede che sia punitivo perché anonimo.

Replica:

Prima di tutto l’anonimato in Rete non esiste, a meno di essere piuttosto scaltri nell’utilizzo di software di anonimizzazione – da Tor in giù (e anche in questi casi, se l’attaccante si chiama NSA o un’entità governativa di pari rango potrebbero sorgere problemi non indifferenti). Per la stragrande maggioranza degli utenti, che con quegli strumenti non ha alcuna familiarità, l’anonimato semplicemente è un’illusione.

Resta quindi l’idea che la sola sensazione di essere anonimi basti a renderci più cattivi. Ma gli studi scientifici al riguardo non sembrano affatto giungere alle conclusioni sbrigative di Grasso e dei tantissimi come lui che parlano della “protezione-del-velo-di-anonimato” come schermo dietro cui nascondersi per compiere ogni tipo di efferatezza. Ma l’effetto dell’anonimato sull’incremento dell’hate speech – che pure c’è – è grandemente esagerato:

- Il primo esempio viene della Corea del Sud, che nel 2007 ha obbligato alla registrazione con identità reale su tutti i siti con più di 100 mila visitatori. Nel 2011 ha tuttavia scelto di eliminare il requisito, dato che – come ricorda Mathew Ingram su GigaOm – “richiedere la vera identità ha ridotto la quantità di commenti ‘cattivi’ (nasty) solo dello 0,09 percento”

- La piattaforma di commenti Disqus, poi, pur affermando che la qualità dei commenti anonimi è inferiore a quella di chi usa nome e cognome reale, sostiene che la possibilità di usare pseudonimi aumenta la qualità dei commenti e che quelli scritti sotto pseudonimo sono i commenti migliori: “il commentatore medio che usa uno pseudonimo ha contribuito 6,5 volte in più rispetto agli anonimi, e 4,7 volte in più di chi ha commentato identificandosi via Facebook”.

- E del resto, su Facebook ci si deve (dovrebbe) registrare con il proprio nome e cognome, eppure gli insulti – come dimostrato dai casi di cronaca menzionati – ci sono eccome anche lì. Se il problema è l’anonimato, come si spiegano?

- In ogni caso, uno studio di luglio 2013 condotto da Arthur Santana dell’Università di Houston sostiene di aver trovato una correlazione statisticamente significativa tra anonimato e grado di civiltà dei commenti online. Dopo averne studiati migliaia, il docente della Jack J. Valenti School of Communication ha scoperto che mentre il 53,3% dei commenti anonimi includeva un linguaggio volgare, razzista o di odio, ciò si è verificato solo nel 28,7% dei commenti non-anonimi.

Ultima cosa: diffamazione e oblio non c’entrano, per cui è sbagliato tentare di regolamentare (malamente) il secondo all’interno della prima.

3. Non c’è bisogno di estendere l’obbligo di rettifica ai blog

È un’idea di cui si sente parlare dai tempi del governo Berlusconi e del cosiddetto “comma ammazza-blog” che ha sedotto prima Angelino Alfano, poi Paola Severino e infine anche il governo Renzi.

Replica:

Ne scrivo dal 2010, e in termini che sono – ahinoi – ancora validi e attuali oggi:

“(…) il tentativo, inizialmente, è stato quello di provare a far ragionare il legislatore. Metterlo di fronte ad argomenti, a dati di fatto. Ad esempio che sia errato equiparare un blog qualsiasi a una testata registrata. Che sia errato mettere sullo stesso piano la diffusione professionale e amatoriale di notizie. Che sia inconcepibile pretendere da chiunque apra un sito per esprimere liberamente la propria opinione che non possa assentarsi dalla propria pagina per un fine settimana senza rischiare di trovarsi con migliaia di euro da pagare. Che sia antistorico credere che una legge concepita nel 1948 possa cogliere adeguatamente le dinamiche dell’informazione online. Che sia barbaro disincentivare la libera circolazione delle idee, instillare la paura e il sospetto in chi sfidi il “bavaglio” e fornire un ulteriore strumento intimidatorio ai potenti di turno, che potranno agitare la minaccia della rettifica – con tutto il carrozzone giudiziario che ne consegue – a ogni notizia sgradita. Quanti dei blogger, che per la stragrande maggioranza scrivono senza ricavare un euro dalla loro attività e anzi investendo gran parte del loro tempo libero, saranno disposti ad accollarsi le spese adeguate a dimostrare la fondatezza della propria notizia? Pochi. Gli altri finiranno per piegarsi. Magari dovendosi pure registrarsi presso una qualche “autorità” (il tribunale, l’Agcom o chissà che altro) per rendersi reperibili in caso di guai. Dire la verità, insomma, potrebbe non bastare per dormire sonni tranquilli”.

Altre ottime fonti vengono da Bruno Saetta e Guido Scorza, che aggiunge un altro buon argomento da opporre ai sostenitori della rettifica, una volta svolti tutti gli altri:

“Sembra incredibile che quasi due lustri di dibattito parlamentare ed extra parlamentare sul tema non siano stati sufficienti a convincere i legislatori che, frattanto, si sono avvicendati sulle poltrone di Montecitorio, del carico liberticida che questa posizione – apparentemente equa, naturale o, persino, scontata – porta con sé”.

4. Non serve nessuna legge contro il cyberbullismo

Esempio:

“Il dilagare repentino di questo fenomeno richiede certamente un intervento normativo che possa tutelare il minore, soprattutto in via preventiva” (Pietro Grasso, presidente del Senato, il 13 aprile scorso)

“Auspico che il disegno di legge sui crimini online in esame al Senato sia approvato al più presto” (Andrea Orlando, ministro della Giustizia, 6 maggio)

Replica:

Il problema, lo certificano i dati corretti (cioè non quelli presi a esempio nel preambolo che giustifica il nuovo intervento normativo a firma PD elogiato da Grasso), è semmai il bullismo. Internet è parte del problema, non il problema – come vorrebbe farci credere la vulgata scandalistica, emotiva della questione promossa da chi chiede la norma. Meglio l’argomento correlato per cui serva più consapevolezza delle modalità attraverso cui si manifesta il problema bullismo, in primis dalle scuole – lo fa suo lo stesso Grasso, oltre al dettato normativo; ma se si deve fare, che sia a partire da una corretta rappresentazione del fenomeno.

Che è esattamente il contrario di quanto induce a fare l'”ABC dei comportamenti devianti” pubblicato sul sito del ministero della Giustizia. Un catalogo pieno di errori (il “ban” e il “trolling” sono considerati comportamenti devianti, scatenare un “flame” addirittura un “comportamento criminale”) che invece di informare ottiene solamente il risultato di criminalizzare attività perfettamente lecite e innocue, e creare il clima di apprensione adatto a passare con la massima urgenza possibile norme inutili e dannose come quella sul cyberbullismo. Di nuovo, il cappello propagandistico che regge l’intero impianto dell’iniziativa.

5. No, la rete non è necessariamente una minaccia per il diritto d’autore

Esempio:

“La Giornata mondiale del libro pone a tema anche il diritto d’autore, che rischia di essere esso stesso aggredito e sminuito dallo sviluppo delle reti e dalla moltiplicazione delle piattaforme informative e di comunicazione. (…) Il legislatore interno e quello europeo sono chiamati alla vigilanza e all’aggiornamento necessari per non disperdere patrimoni di cui tutti possiamo beneficiare” (Sergio Mattarella, presidente della Repubblica, 21 aprile 2015)

Replica:

È singolare che il Quirinale si scomodi a difesa del diritto d’autore in un Paese, l’Italia, che grazie al contestatissimo regolamento Agcom ha ottenuto una vetrina d’onore – o meglio, di disonore – nei principali rapporti internazionali sulla libertà di espressione in rete (Freedom House, World Wide Web Foundation) .

Niente di nuovo, dato che da tempo la tutela del copyright è una delle scuse preferite del legislatore in tutto il mondo per censurare il web, ma l’idea espressa da Mattarella di una opposizione tra Rete e diritto d’autore sembra risalire all’era pre-Napster, oltre che a quella pre-Spotify dove lo streaming legale è diventato la norma, e non l’eccezione, per milioni di utenti. Ulteriore problema: sul tema “pirateria digitale”, i conti raramente tornano. Insomma, una riforma del copyright serve, ma per aumentare – non restringere, come sembra implicare Mattarella – gli spazi di libertà e creatività online. Leggere Cory Doctorow per credere:

Per rendere il sistema più favorevole e giusto per chi crea contenuti e le aziende che vi investono potremmo ridurre la responsabilità di intermediari come Google, PayPal o KickStarter, che forniscono agli utenti uno strumento per uscire dai confini tradizionali dell’industria editoriale, e pubblicare da soli le proprie opere. Facendo il contrario – per esempio, costringendo YouTube a costruire sistemi multimilionari di riconoscimento delle violazioni che di fatto non le contrastano – non abbiamo ottenuto altro che eliminare la concorrenza in quel settore. Come lanciare un altro YouTube quando oggi non ti bastano più un garage e un po’ di hard disk, ma serve anche un sistema multimilionario di riconoscimento delle violazioni del copyright? Vuol dire che ci sono meno luoghi al di fuori dell’industria dell’intrattenimento attraverso cui mettere in commercio i nostri lavori, e ciò significa a sua volta che sia che si scelga la strada indipendente, sia che si vada con una major, la tua ricompensa sarà minore, perché ci sarà meno concorrenza per il tuo servizio. Quando ci sono meno compratori, chi vende fa meno soldi.

6. No, non c’è bisogno di sacrificare la libertà nel nome della sicurezza

Esempi:

La disputa tra sicurezza e privacy è un conflitto tipico di questo tempo. In passato c’è stata una tutela molto accentuata della privacy. In questo momento occorre valutare molto bene il tema della sicurezza” (Angelino Alfano, ministro dell’Interno, 19 gennaio 2015)

“La questione della protezione dei dati è rilevante, ma può essere compatibile con una sorveglianza accresciuta” (Gilles De Kerchove, capo dell’antiterrorismo UE, 25 gennaio 2015)

Replica:

Reagire alle minacce terroristiche aumentando la sorveglianza indiscriminata e di massa, lo insegna la storia del post-11 settembre e lo insegna il Datagate, è una pessima idea: limita i diritti di milioni di innocenti in tutto il mondo e soprattutto non serve a contrastarle in modo efficace. Lo dimostra, tra gli altri: – un’inchiesta di ProPublica – un paper analitico della New America Foundation – un rapporto del Committee on Legal Affairs and Human Rights del Consiglio d’Europa – un rapporto dell’Ufficio dell’Alto Commissario Onu per i diritti umani – un rapporto del Privacy and Civil Liberties Oversight Board statunitense

Quindi tutte le norme – orrende – proposte dopo Charlie Hebdo, Italia compresa e Francia in testa, non hanno alcuna giustificazione fattuale: è semplicemente un modo per dare all’opinione pubblica l’impressione di stare facendo qualcosa e, già che il governo c’è, approfittarne per autoconferirsi poteri che in altre circostanze avremmo definito “eccezionali”, o “emergenziali”. L’enorme tasso di disinformazione (qui, qui e qui, per esempio) sulla “minaccia ISIS” nel nostro paese credo risponda alla stessa logica.




L’Europa delle barriere digitali in nome del profitto

Con la scusa di tutelare le diversità culturali europee, la Commissione intende rafforzare le frontiere artificiali online rinchiudendo nei confini nazionali le culture minoritarie. Tutto per favorire l’industria del copyright.


Digital single market

Oggi, 6 maggio, il vicepresidente della Commissione europea, Andrus Ansip, e il Commissario Günther Oettinger, presentano il piano per il Digital Single Market europeo. È l’ambizioso progetto della Commissione europea, il vero e proprio cuore pulsante dell’Unione, la realizzazione di un mercato digitale unico per tutta l’Europa in cui le merci, le persone, i servizi e i capitali potranno circolare liberamente senza incontrare barriere o limitazioni, un mercato unico dove i cittadini e le imprese potranno esercitare le loro attività in condizioni di concorrenza leale (senza protezionismi nazionali).

Sarà una lotta in salita. Dobbiamo essere ambiziosi, altrimenti l’Europa attenderà molti anni ancora prima di godere di queste libertà digitali fondamentali”, ha sostenuto Ansip.

Secondo il factsheet della Commissione, il DSM europeo potrà creare più di 340 milioni di crescita aggiuntiva, centinaia di migliaia di nuovi posti di lavoro, e una “vibrant knowledge-based society”. I consumatori potrebbero risparmiare fino a 11 milioni ogni anno potendo scegliere l’acquisto di beni e servizi in tutti i paesi dell’Unione.

La Commissione evidenzia che ormai non ha più alcun senso l’esistenza di confini per le tecnologie digitali, di barriere per l’accesso ai contenuti per gli oltre 315 milioni di europei che ogni giorno usano Internet, non ha più senso che ogni paese abbia le proprie regole per i servizi di telecomunicazione, per la protezione dei dati personali, o per i diritti d’autore.

La Commissione illustra i vantaggi della modernizzazione delle regole sul diritto d’autore, evidenziando che il geo-blocking riduce i possibili clienti e quindi i profitti per i produttori, e che l’eliminazione delle barriere geografiche per i contenuti digitali è un’opportunità da non perdere:

Enjoying the same online content and services regardless of the EU country we are in.

Geo-blocking

Geo-blocking

Geo-blocking

Il geo-blocking è la pratica utilizzata dai fornitori di servizi online che limitano l’accesso ai contenuti digitali a seconda del paese di residenza. Quante volte avete incontrato la dicitura “questo video non è disponibile nel tuo paese”? Con la pratica del geo-blocking un cittadino europeo non può accedere ad un contenuto, un prodotto oppure un servizio. Il consumatore sarà quindi dirottato su un altro sito web, con prezzi differenti.

Alcune tecniche similari (geo-allocazione) sono utilizzate per praticare prezzi diversi a seconda del paese di residenza, senza nemmeno la necessità di dirottare il consumatore ad un diverso sito. In tal modo, ad esempio, i clienti di un paese pagheranno di più rispetto a quelli di altro paese, per il noleggio di un auto per la medesima destinazione.

Al di là della tecniche di geo-blocking giustificate per rispettare specifici obblighi di legge, tali pratiche sono il risultato di accordi tra gli operatori del mercato, al fine di suddividere artificialmente il mercato e così massimizzare i profitti a scapito dei consumatori (price discrimination). È questo il motivo per il quale il servizio Netflix non è accessibile in tutti i paesi e la sua programmazione può variare da paese a paese. Ovviamente violare gli accordi commerciali saltando le barriere digitali è un illecito in quasi tutti i paesi.

Digital Market europeo

Digital Market europeo

L’idea originaria di eliminare tali barriere nazionali, e le tante dichiarazioni riguardo al geo-blocking come qualcosa di assurdo nel 2015, hanno, però, gradualmente lasciato il posto, in Commissione europea, a timidi mercanteggiamenti politici. Invece di una armonizzazione delle regole avremo sanzioni più dure per le violazioni.

Pane finlandese

Come ci riporta il parlamentare europeo Julia Reda, la cui proposta di riforma della normativa sul copyright prevede, appunto, l’eliminazione del geo-blocking, i membri del Parlamento europeo giustificano la necessità di mantenere, e tutelare, le pratiche di geo-blocking perché ritenute essenziali per “proteggere la diversità culturale europea”.

Dopo tutto non posso comprare il pane finlandese in un qualsiasi supermercato tedesco. Poche persone lo comprerebbero e quindi il mercato non me lo offre. E non per questo chiedo alla Commissione europea di rendere il prodotto disponibile dappertutto.

L’argomentazione risibile mostra l’evidenza della differente regolamentazione tra i prodotti fisici e quelli soggetti a copyright. Il vantaggio della rete Internet è che consente la distribuzione dei prodotti digitali in tutto il mondo al medesimo costo, un paragone con i beni fisici non ha alcun senso, poiché per vendere altrove il pane finlandese devo o produrlo sul posto oppure trasportarlo fisicamente. E comunque è possibile vendere ovunque (grazie ad Internet) il pane finnico se il mercato lo richiede, perché non esiste alcuna licenza che impedisce l’acquisto di pane finlandese al di fuori della Finlandia. Di contro non posso distribuire e vendere i film finlandesi in tutta l’Unione, nonostante il fatto che il costo della distribuzione digitale sia esattamente lo stesso per tutti i paesi.

Insomma, la Commissione intende proteggere la diversità culturale non condividendo la cultura con gli altri.

Frontiere artificiali

In realtà le barriere tecnologiche e il geo-blocking sono una delle chiavi del finanziamento dell’industria del copyright.

La frammentazione delle licenze tra i vari Stati europei costituisce anche una formidabile barriera per i produttori americani e quindi di fatto protegge l’industria dei contenuti europea. Ma è sempre una forma di protezionismo, sia a livello locale (tra i vari Stati europei) sia a livello continentale. In ogni caso finisce per incidere sui consumatori che devono pagare costi di licenza superiori, e non possono accedere a molti contenuti.
Immaginiamo, infatti, i migranti, che si ritrovano in paesi dove spesso non sono accessibili i contenuti della loro madre patria. In tali casi il geo-blocking finisce per incidere sulla loro diversità culturale, costringendoli ad uniformarsi alla cultura del luogo dove risiedono. Per fare un esempio pratico possiamo considerare i francesi che vivono sull’isola di Reunion, che connettendosi ad Internet hanno un indirizzo IP che li identificano come residenti in Africa (vedi interrogazione del deputato francese Attard). Tale IP impedisce loro di accedere a numerosi contenuti francesi, pregiudicando la loro “diversità culturale”.

L’Europa, ci ricorda Julia Reda, è un mercato culturale con molte lingue e culture diverse, occorrerebbe celebrare tali diversità condividendole e coltivandole, e non rinchiuderle in un recinto territoriale, così ricreando anche su Internet delle frontiere artificiali per tutelare interessi meramente economici.

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Avvocato e blogger. Mi interesso di diritto applicato ad internet e alle nuove tecnologie di comunicazione. @brunosaetta



I numeri dei visitatori a Expo? Cifre inventate

‘Duecentomila il primo giorno’, ‘Mezzo milione solo il primo weekend’. I giornali danno i numeri sulle presenze giornaliere. Ma nessuna è ufficiale e verificata.


EXPO: NEL PRIMO WEEK END MEZZO MILIONE DI VISITATORI

«Expo, si comincia con duecentomila visitatori». «Sono stati più di mezzo milione i visitatori (…) nel primo week-end di apertura». In questi primi giorni dell’Esposizione Universale – che si terrà a Milano per i prossimi sei mesi –, sui giornali sono comparse più volte cifre che testimonierebbero una grande affluenza di visitatori giornalieri nel sito di Expo.

Si dirà: “Ottimo inizio”. C’è però un dettaglio. Questi dati sono inventati, o meglio sono stime di cui non si conosce la provenienza, non fornite direttamente da Expo e quindi non verificate.

A chiarirlo è lo stesso Giuseppe Sala, commissario unico di Expo, nella prima conferenza dopo l’apertura dei cancelli dello scorso primo maggio: «la verità vera è che neanche noi sappiamo quante persone ci sono nel sito». Sala, infatti, ha specificato che, per «non cadere nella trappola delle cifre degli ingressi quotidiani», Expo non registrerà il numero dei visitatori che ogni giorno entreranno nell’area. Per fornire «un numero certificabile» saranno infatti comunicati e verificati solo i biglietti venduti. Fino ad oggi, ha continuato il commissario unico i biglietti venduti sono stati «11 milioni». Un numero, è bene specificare, che comprende oltre quelli comprati direttamente dai singoli cittadini, anche i biglietti venduti ai tour operator.

Nonostante questo chiarimento, il giorno successivo è stata pubblicata la notizia di un’«affluenza record con almeno 220 mila visitatori» per il secondo giorno di Expo. Su Twitter diversi utenti hanno rimarcato la questione sul numero delle presenze effettive nel sito, ponendo dubbi e critiche a Giacomo Biraghi, digital and media PR per Expo. Alla domanda se quelle cifre comparse sui giornali si potessero definire tranquillamente “inventate”, ne è nato un breve scambio in cui Biraghi ha confermato che nessuna di esse è stata fornita e quindi verificata da Expo.

Ma perché allora da parte di alcune testate vengono lo stesso forniti ai lettori dati di nessuna attendibilità?

Autore
"Non è il caso né di avere paura né di sperare, bisogna cercare nuove armi." Gilles Deleuze @andreazitelli_



Niente da fare, il mercato del lavoro resta una palude

Crescono i disoccupati (+52mila), calano ancora gli occupati (-59mila). A marzo, mese del jobs act, i dati Istat mostrano un paese ancora immobile.


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Ancora nessun segnale di ripresa del mercato del lavoro in Italia. Il tasso di disoccupazione a marzo, ha certificato oggi l’Istat, è salito al 13% (+0,2% rispetto al mese scorso), mentre quello di occupazione è sceso in un mese dello 0,1%, arrivando al 55,5%. Dall’inizio del governo Renzi, il tasso di occupazione è diminuito, nonostante abbia mostrato un andamento altalenante durante l’arco dei mesi (figura 1).

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Figura 1. Variazione tasso di occupazione rispetto a marzo 2014. Clicca sull’immagine per ingrandire.

Anche il tasso di disoccupazione (fig. 2) non mostra nessun segnale di miglioramento, anzi. Se tra aprile e giugno 2014 era calato rispetto a marzo dello stesso anno, nei mesi successivi il tasso è sempre più alto, nonostante presenti fluttuazioni.

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Fig.2. Variazione del tasso di disoccupazione rispetto a marzo 2014. Clicca sull’immagine per ingrandire.

Spesso, le variazioni del tasso di disoccupazione sono state giustificate da quelle di segno opposto del tasso di inattività: quando più gente cerca lavoro (senza trovarlo) il tasso di disoccupazione aumenta. Questo alibi esce sconfitto da una valutazione organica visto che un aumento del tasso di attività è dovuto, nel caso italiano, alla sempre più breve durata dei contratti a zero tutele in caso di licenziamento (o dimissioni forzate) e/o alla riduzione del potere d’acquisto delle famiglie. Dagli ultimi dati Istat, il tasso di inattività (fig. 3) rispetto a febbraio 2015 rimane invariato, mentre diminuisce dello 0.2% rispetto a marzo 2014, dato trainato dalla componente femminile (-0.5%).

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Fig. 3. Variazione del tasso di inattività rispetto a marzo 2014. Clicca sull’immagine per ingrandire.

Grave è l’andamento del tasso di occupazione dei giovani tra i 15 e i 24 anni, che diminuisce in un anno del 5%. Se è vero che tra maggio e novembre 2014 era aumentato rispetto a marzo dello stesso anno, nonostante fosse caratterizzato da una schiacciante prevalenza di contratti precari, la tendenza (linea rossa) ci parla di una costante riduzione. Questo non è un mercato per giovani, nonostante qualcuno, proprio negli ultimi giorni, abbia provato a scaricare il peso e le responsabilità di una politica economica inefficace proprio sulle giovani generazioni.

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Fig 4. Variazione del tasso di occupazione giovanile rispetto a marzo 2014. Clicca sull’immagine per ingrandire.

Come afferma il prof. Brancaccio:

«i dati evidenziano che a livello macroeconomico il problema della disoccupazione è in primo luogo un problema di pochi posti di lavoro esistenti. Imputarlo a una scarsa disponibilità a lavorare da parte degli italiani, in particolare dei più giovani, è semplicemente un imbroglio».  

Un segreto di Pulcinella ben palesato dai dati sulle comunicazioni obbligatorie che mostrano che i posti di lavoro sono pochi e continuano a diminuire. Se nei primi due mesi del 2015, le variazioni nel numero di assunzioni nette erano imputabili esclusivamente agli sgravi contributivi per le imprese, dato che nessun provvedimento sul mercato del lavoro era ancora stato approvato, il mese di marzo è il primo in cui è possibile guardare anche all’effetto del Jobs Act entrato in vigore il 7 dello stesso mese.

Ai dati di gennaio e febbraio, discussi qui, è possibile aggiungere l’informazione, fornita dall’INPS, sulle trasformazioni di contratti a tempo determinato o apprendistato in contratti a tempo indeterminato, permettendo una stima, seppur grezza, della variazione del numero di posti di lavoro a tempo indeterminato.
Il risultato è negativo: delle 303.648 attivazioni di contratti, 95.804 sono trasformazioni, quindi nel primo bimestre del 2015, il numero di posti di lavoro è diminuito di 50.101 unità. Oltre al dato quantitativo relativo a assunzioni e trasformazioni, le informaizoni dell’osservatorio sul precariato dell’INPS ci dicono che i neo assunti a tempo indetermianto tra gennaio e febbraio hanno retribuzioni inferiori ai colleghi assunti nei primi due mesi del 2014, in particolore chi è stato soggetto a trasformazione di contratto da tempo determianto a indeterminato guadagnerà il 4,7% in meno di un altro lavoratore convertito nell’anno precedente.

Riguardo il mese di marzo, il ministero del Lavoro fornisce anche il dato sulle trasformazioni (40.034) mentre le attivazioni nette sono state 31.370: ricalcolando come per gennaio e febbraio, i posti di lavoro diminuiscono di 8.664 unità. Ad oggi gli sgravi e il Jobs Act non sono stati in grado di produrre nessun miglioramento in termini occupazionali. Al contrario, i due provvedimenti del governo hanno creato un trasferimento monetario dalle casse dello Stato alle imprese, dal momento che nessun provvedimento di politica economica volta all’aumento della domanda interna di consumi e investimenti li ha accompagnati. Le aziende senza nuovi ordinativi e commesse non hanno alcun incentivo ad assumere nuovi lavoratori e ad aumentare quindi la propria capacità produttiva.

Siamo il Paese che non può permettersi neppure di parlare di jobless recovery, cioè di una ripresa che tuttavia non crea lavoro, perché semplicemente siamo ancora in una fase di completa stagnazione della produzione, dei redditi e del lavoro, contrariamente a quanto continua ad affermare il ministro Poletti, citando anche la BCE. Il clima di fiducia, infatti, iniziato già nel 2013, quindi ben prima delle riforme dell’attuale governo, torna a ridursi a marzo, sia da parte delle famiglie che delle imprese. Sempre nello stesso periodo il fatturato delle imprese “diminuisce in termini tendenziali dello 0,9%, con un calo dell’1,6% sul mercato interno ed un incremento dello 0,8% su quello estero”. Anche gli ordinativi (le commesse) non mostrano alcun segnale di ripresa rispetto allo scorso anno, infatti questi tra gennaio e febbraio 2015 e lo stesso bimestre del 2014 diminuiscono dell’1.7% (dato grezzo). Lo stesso vale per la produzione industriale che diminuisce “nella media dei primi due mesi dell’anno dell’1,1% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente”.

Autore
Dottoranda in economia presso SciencesPo, a Parigi. Mi interesso di political economy, economia della corruzione, disuguaglianze, lavoro e welfare. @martafana



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