Renzi punta ai tagli e la polizia sciopera: è a rischio la lotta al crimine? Cosa dicono i dati

Gli uomini in divisa sono pronti a scioperare dopo il blocco degli stipendi. Il governo punta a tagli delle forze dell’ordine per 600 milioni.


Articolo in partnership con Fanpage.it

«Cinque corpi di polizia sono troppi». La riforma delle forze armate in Italia passa da questa affermazione di Matteo Renzi. Il governo infatti, nell’ottica di una spending review da 20 miliardi di euro per la prossima legge di stabilità, si sta preparando a operare sul reparto sicurezza tagli, risparmi e accorpamenti per una cifra di 600 milioni di euro. Dall’altra parte i soggetti interessati fanno sapere che c’è il rischio di un arretramento dello Stato nella lotta al crimine. Ecco perché, per capire l’impatto del piano dell’esecutivo è utile vedere i numeri che caratterizzano le forze dell’ordine in Italia.

Organico

In Italia ci sono 5 corpi che gestiscono la pubblica sicurezza, per un totale di 305 mila agenti. La spesa annuale per le forze armate, secondo i dati (a pag.22) del commissario straordinario della spending review, Carlo Cottarelli, è di 20 miliardi di euro (un costo che supera del 20% quello dell’apparato di sicurezza di Francia e Germania).

Tagli

Sistematiche sforbiciate hanno colpito in questi anni le forze dell’ordine. Il Dipartimento della pubblica sicurezza, che tra le varie funzioni ha quello di coordinare in modo tecnico-operativo i corpi di polizia, dal 2008 al 2012 ha subito un riduzione delle risorse per oltre 1 miliardo e mezzo di euro.

La riduzione costante degli agenti, come riportato in un dossier del sindacato di polizia Silp-Cgil presentato lo scorso agosto, è una delle prime conseguenze: “Dal 2006 al 2013 da 103.000 agenti in servizio si è passati a 95 mila unità complessive”. Una diminuzione di uomini che ha coinvolto anche le altre forze dell’ordine. Giuseppe Micali, segretario del Silp, ha dichiarato infatti che la Polizia penitenziaria «da 45mila agenti è passata a circa 36mila, l’Arma dei Carabinieri da 118mila a 103mila, mentre gli organici della Guardia di Finanza così come quelli del Corpo forestale dello Stato sono stati ridotti di circa 6 mila unità». Fra le cause principali c’è il blocco del turn-over, “ridotto del 50% con il DL 78/10 (ndr provvedimento per il risparmio nell’intera pubblica amministrazione), per cui per ogni 100 agenti che se ne vanno in pensione, ne entrano la metà.

La legge di stabilità 2014, approvata dal governo Letta, ha previsto assunzioni in tutto il comparto sicurezza: 1.000 per la Polizia, altre 1.000 per i Carabinieri e 600 per la Guardia di Finanza. Si tratta però di una piccola deroga, in quanto la condizione stabilita è che il turn over non sia superiore al 55% (quindi con un aggiunta del 5%). Per l’occasione è stato istituito un fondo “nello stato di previsione del Ministero dell’economia di 51,5 milioni di euro per il 2014 e di 126 milioni di euro a decorrere dal 2015″. Ma questo ricambio generazionale a metà, oltre alla riduzione degli organici, ha causato negli ultimi due anni un ulteriore innalzamento dell’età media del personale, con il risultato di creare un deterrente nella lotta al crimine, come denunciato più volte dai sindacati di polizia.

L’età media dei corpi di polizia dal 2006 al 2012 si è alzata di quasi 3 anni (dati Eurostat).

Gestione di dotazioni e automezzi

I continui tagli hanno coinvolto anche strutture, dotazioni e automezzi dei corpi di polizia. Già nel 2009 la Repubblica denunciava un taglio ai fondi per la gestione di automezzi della Polizia, elencando anche i problemi delle forze dell’ordine nelle maggiori città italiane, tra mancanza di organico e auto vecchie o ferme in officina a riparare. A maggio il sindacato Ugl Polizia di Brescia, aveva «denunciato il precario stato dei mezzi della Polizia di Stato, dovuto all’arcinoto taglio trasversale dei fondi che lo Stato destina alla loro manutenzione. Tagli che hanno indubbiamente creato delle situazioni di grave precarietà delle condizioni dei veicoli». I numeri che fotografano lo stato di salute dei mezzi li ha elencati Fiorenza Sarzanini sul Corriere della sera:

24 mila mezzi, «ma un terzo sono in riparazione costante e le volanti hanno in media 200 mila chilometri». Quando le gomme devono essere cambiate, la macchina si ferma perché non ci sono i soldi. A Milano, Torino e Bari circolano tra le 500 e le 550 autovetture, ma almeno 150 sono in officina. A Napoli su 1.000 autovetture, 300 non si muovono. Roma è in linea: su 1.600 macchine, 500 rotte.

Una situazione critica riconosciuta anche dal Governo. Nel decreto Stadi (all’articolo 8), entrato in vigore il mese scorso, sono stati stanziati infatti 350 milioni per “l’ammodernamento dei mezzi, attrezzature e strutture della Polizia di Stato (ndr da dividere con il corpo dei vigili del fuoco)”: 10 milioni di euro per il 2014, 40 milioni per il 2015 e 50 milioni per “ciascuno degli anni dal 2016 al 2021″. Problematiche, queste, che sono comuni all’interno delle forze dell’ordine. Il Comandante Generale Leonardo Gallitelli dell’Arma, un anno fa, durante un’ audizione dinnanzi le commissioni riunite “Difesa” di Camera e Senato, aveva infatti chiarito che nel bilancio del corpo c’era un saldo passivo di 280 milioni di euro. Durante la sua esposizione, il Generale Gallitelli, tra le varie problematiche elencate, aveva anche specificato che un comparto di macchine adeguato costa sui 70 milioni di euro, ma che la somma ricevuta per l’investimento era stata di appena 25 milioni. 

Stipendi

È il motivo per cui le forze dell’ordine hanno annunciato uno sciopero generale (che per gli uomini in divisa è vietato dalla legge 121/1981 (art.84)) per il prossimo 23 settembre. La scintilla è stata la dichiarazione del ministro Marianna Madia: «In questo momento di crisi le risorse per sbloccare i contratti (ndr nella pubblica amministrazione) non ci sono». Il presidente del Consiglio Matteo Renzi ha definito “ricattatori” i toni utilizzati dai sindacati dei corpi di polizia. Il ministro dell’Interno Alfano, smentendo le dichiarazioni della collega della Pubblica amministrazione, ha preannunciato che saranno trovate «le condizioni per lo sblocco degli stipendi (ndr servono 800 milioni per il 2015)». Quella del blocco del tetto salariale (cioè  il trattamento economico connesso all’anzianità maturata e alla qualifica ricoperta) per i dipendenti pubblici è una storia che dura da 4 anni e cioè dall’entrata in vigore del DL 78/2010 (all’articolo 9). Il sindacato di polizia Silp-Cgil, nello stesso dossier citato sopra, ha calcolato che questa situazione ha prodotto “una perdita mensile di 300 euro lordi” per singolo agente.

Un confronto europeo

Inserendo i numeri elencati finora in un contesto europeo, l’analisi acquista nuovi punti di vista. Partiamo dai compensi (di chi è appena entrato in servizio). Un paragone con le forze di polizia della Ue mostra così che gli agenti italiani non stanno tre le prime posizioni. Con il conseguente peso all’interno della Pubblica amministrazione Per quanto riguarda l’organico, nonostante i tagli, l’Italia resta invece tra le prime posizioni europee per unità di polizia ogni 100.000 abitanti. Secondo i dati riportati da vari quotidiani, il numero di agenti ogni centomila abitanti in Italia sarebbe anche maggiore toccando quota 561, con la Spagna (469), la Francia (385) e la Germania (300) a seguire. Queste cifre sono state però contestate da Felice Romano, segretario generale del sindacato di Polizia Siulp, intervistato da Il Manifesto:

Il dato è falso: hanno tenuto den­tro anche le poli­zie pro­vin­ciali e i vigili urbani che negli altri paesi non ven­gono con­teg­giati. Se con­tiamo solo le 5 forze di poli­zia pre­vi­ste dalla legge 121, il rap­porto è un agente ogni 140 mila cit­ta­dini, vicino alla media euro­pea che è 1/130mila.

Come si muoverà il governo?

In attesa di capire come si muoverà il governo, la complessità della situazione è stata rimarcata più volte dagli stessi vertici delle forze armate. Alessandro Pansa, capo della Polizia, circa un anno fa aveva infatti lanciato un allarme dopo i tagli subiti all’organico e alle risorse: «È pacifico che in questo momento noi stiamo offrendo un servizio di sicurezza inferiore al passato». A febbraio di questo anno è toccato al comandante generale Gallitelli sottolineare, davanti alla Commissione Antimafia, il disagio dei propri uomini, affermando che bisogna «ripristinare l’attenzione verso le risorse da dare alle forze dell’ordine, perché altrimenti il personale si demotiva quando non si danno promozioni e si bloccano gli stipendi per quattro anni». Infine, nella scorsa primavera, tutte le forze dell’ordine hanno consegnato al governo Renzi una relazione per dimostrare quali potrebbero essere le conseguenze dei prossimi tagli:

Le forze di polizia, in quanto chiamate a garantire la sicurezza, bene indefettibile e precondizione di ogni diritto, sono a un bivio molto delicato e ulteriori azioni di cost reduction che dovessero essere individuate non potranno ancora impattare sul personale o, attraverso ulteriori tagli lineari, sui capitoli di bilancio già sofferenti, se non con un preoccupante abbassamento degli standard operativi

La spending review sul reparto sicurezza dovrebbe prevedere la chiusura di circa 300 presidi. Il rischio, dicono i critici, è che lo Stato perda avamposti e uomini sul territorio, in un periodo in cui il tasso di furti e rapine denunciate (ogni mille abitanti, dati Istat) è in aumento, mafia, carmorra e ‘ndrangheta hanno una potenza economica calcolata sui 100 miliardi di euro e con gli italiani che si sentono più insicuri rispetto alla criminalità.

 

L’esecutivo, invece, si dice sicuro che la prossima riforma delle forze armate non ridurrà la sicurezza ma che piuttosto avrà l’obiettivo di «eliminare gli sprechi e le sovrapposizioni».

 

 

Autore
"Non è il caso né di avere paura né di sperare, bisogna cercare nuove armi." Gilles Deleuze @andreazitelli_



Visti da Londra: essere giovani in Italia è incredibilmente difficile

Sette giorni a Londra respirando opportunità e speranza. Qualcosa che in Italia abbiamo dimenticato tra paghe basse, contratti precari, affitti alti, case condivise fino ai 40 anni, impossibilità di accedere ai mutui, tasse che tagliano le gambe quando sei appena all’inizio.


Michele Azzu (foto di Linda Buratto)

Sono stato 7 giorni a Londra. Non ci tornavo da 4 anni, da quel luglio 2010 in cui – dopo aver vissuto un anno in Inghilterra per studiare musica – tornai in Sardegna per sviluppare L’isola dei cassintegrati, allora appena nata. Gli operai della Vinyls occupavano ancora il carcere dell’Asinara, e con questo reality in rete io e Marco Nurra eravamo riusciti a farli vedere un po’ ovunque, nella speranza che la fabbrica riaprisse.

Dopo 4 anni, salgo in metro per la prima volta, a Liverpool Station, e due fermate dopo mi si siede di fronte Bill Emmott (ex direttore del The Economist, autore del documentario sull’Italia “Girlfriend in a coma”). Legge un giornale. Un caso? Forse il destino vuole dirmi qualcosa, ma non ho capito cosa: riesco solo a pensare che sono di nuovo qui.

Quanto cazzo mi eri mancata, Londra. Mi mancavano le tante carrozzine di neonati in giro, che in Italia non vedo mai. La costruzione incessante: un paio di grattacieli nel 2010 non c’erano (il walkie talkie e la piramide), King’s Cross Station quasi non l’ho riconosciuta. Mi era mancato fare attenzione quando attraversi la strada, a guardare dalla parte giusta (a destra). Ora, poi, c’è l’insegna “cibo sano” a ogni angolo di strada: molte cose sono cambiate.

Più di tutto mi ha colpito rivedere gli amici. Come Miguel di Madrid, che sviluppa videogiochi per la Sega, felice perché i suoi capi lo valorizzano. Pensare che pochi anni fa aveva perso il lavoro in Spagna, ed era stato parecchi mesi in cassa integrazione. “Vedi questo isolato? Prima non c’era”, dice Miguel, e mi porta a un pub che sta proprio sotto la sede di Vice UK. In realtà il pub stesso è proprietà di Vice: “È un pub come gli altri, non c’è scritto Vice da nessuna parte”, racconta. Lì, una volta al mese, fanno la festa della media company americana.

Ho rivisto anche Clara, la mia amica argentina-cilena, che in passato ha avuto tanti problemi col visto per l’Inghilterra, avendo deciso di andarci a vivere proprio nel momento in cui David Cameron decise di dare una stretta all’immigrazione. Fu costretta a fare avanti e indietro dall’Italia per un anno intero. Ora Clara ha aperto la sua società di produzione – “Di cosa? Di tutto” – e lavora con un artista che espone al MoMA. “La dichiarazione dei redditi la faccio online”, mi ha spiegato “E sui primi 10mila pound non ci pago le tasse”.

Ho visto dopo tanto tempo anche il mio amico e collega Vincenzo Sassu, che incontro ogni anno al Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia. Nel 2014, per la prima volta, non era potuto venire perché era qui, a Londra, a frequentare un master full-time in fotogiornalismo all’Università di Westminster. Sono andato a vedere l’esposizione delle sue foto di fine corso, un progetto realizzato alle Banlieue di Parigi, che Vins conosce bene, e che è stato inserito nella Source Photographic Review – 2014 MA Showcase.

Sul muro vedo volti di francesi figli di emigrati arabi o africani: “Quella ragazza nella foto”, racconta Vins, “lei ha appena fatto uno stage a San Francisco, eppure quando torna a Parigi sta a Le Banlieue, e si sente ancora emarginata dalla società”. Un po’ come Vincenzo, che è sardo e ha vissuto a Parigi, a Roma, ha lavorato per Il Messaggero, e a 32 anni ha deciso di fregarsene dei consigli degli altri per reinventarsi da capo, studiando a Londra. “Sento di aver trovato la mia voce finalmente”, dice, e a vedere le sue foto c’è da credergli.

Quindi Bill Emmott, Vice, il fotogiornalismo, le case di produzione e tutto. Ho anche rivisto il Big Ben. Bene. Io però a Londra ero andato a fare il musicista. Ero venuto qui nell’agosto 2009 assieme a Linda Buratto, e con lei e gli altri amici inglesi e stranieri dell’accademia avevamo un sogno: sfondare nella musica. Lei c’è riuscita: ora è la chitarrista di Kate Nash, un’artista famosa in tutto il mondo. E fra i nostri amici c’è chi ha firmato un contratto discografico con la Sony, chi viaggia il globo in tour, chi è sponsor per i brand più famosi di amplificatori e batterie.

E in una bellissima serata alla jam session di blues a Soho, mentre sul palco si esibivano Linda e Carmen Vanderberg, mi sono reso conto che loro ora stanno vivendo ciò che fino a pochi anni fa guardavamo da lontano, ammirati, come i bambini alle vetrine dei giocattoli a natale. Pensare che tutti ci dicevano quanto sarebbe stata dura: sono bastati 4 anni e ce l’hanno già fatta (anche se il bello dovrà ancora venire).

Insomma, in questi 7 giorni a Londra mi sono sentito davvero giovane, e, voglio dire, ho appena compiuto 30 anni. Non fraintendetemi, non ho alcun rimpianto. Anche perché la mia carriera nella musica non è finita, e perché io in Italia sono tornato per fare qualcosa in cui credo (e ho avuto fortuna). Ma non riesco a smettere di pensare che là, aldilà della Manica, è diverso. Che vivere in un paese in cui ci sono mille problemi come il Regno Unito – gli affitti altissimi o le leggi contro gli immigrati – ma in cui i giovani non sono trattati ogni giorno come carne da macello… è un’altra cosa.

Londra è un’arena di gladiatori in cui per emergere devi lottare. Ma alla fine della giornata sai che i tuoi sacrifici sono serviti. Ho rivisto Miguel, Clara, Linda, Vincenzo e tutti gli altri dopo 4 anni, per 7 giorni, e li ho visti felici e soddisfatti del proprio lavoro e della propria vita, perché hanno faticato molto e ora vedono i loro sogni realizzarsi.

Poi torno in Italia e rivedo i miei amici del nord e del sud: sfruttati, repressi, calpestati, odiati. In Italia essere giovani, oggi, è incredibilmente difficile: le paghe basse, i contratti precari, gli affitti alti, le case condivise fino ai 40 anni, l’impossibilità di accedere ai mutui, le tasse che tagliano le gambe quando sei appena all’inizio.

Probabilmente è così dappertutto. Ma, allora, la differenza qual è? Perché a Londra vedi tutti quei passeggini, tutti quei matrimoni, e le persone che conosco sono felici? “Non importa se fai musica o giornalismo”, mi ha detto una volta Linda, “La cosa importante è che tu stia facendo qualcosa per cambiare il mondo”. Ecco, forse è questa la ragione: ognuna delle persone di cui ho scritto è riuscita, in pochi anni, a cambiare sostanzialmente la propria vita, e con essa il mondo che li circonda (in meglio).

Insomma, è qualcosa che ha a che fare con le opportunità, la speranza, col passato e col futuro. Con la giustizia sociale. Cose che in Italia, forse, abbiamo dimenticato. Sono bastati 7 giorni a Londra per farmele tornare in mente.




WikiLeaks, Google e il nemico

Censura, giornalismo, geopolitica della Rete: cosa dice Assange nel suo nuovo libro e perché è rilevante.


di Carola Frediani

“Il Che Guevara del XXI secolo è la rete”
Alec Ross, Consigliere speciale per l’innovazione dell’ex Segretario di Stato Hillary Clinton

Questa non è una vera e propria recensione. Del resto, “When Google Met WikiLeaks” di Julian Assange  - pubblicato in questi giorni da OR Books – non è un vero e proprio libro. È uno strano ibrido che raccoglie: la trascrizione quasi letterale di una chiacchierata avvenuta nel lontano giugno 2011 tra il fondatore di WikiLeaks e l’attuale presidente esecutivo di Big G, Eric Schmidt (e altri, tra cui Jared Cohen, direttore di Google Ideas con una precedente esperienza al Dipartimento di Stato Usa); una vera recensione, anzi, una vera stroncatura, del fondatore di WikiLeaks al libro di Schmidt e Cohen, “The New Digital Age: Reshaping the Future of People, Nations and Business“, che era già stata pubblicata dal New York Times; una indagine-pamphlet scagliati contro Google e le sue dangerous liaisons con il governo americano; una storia del travagliato rapporto fra quest’ultimo e WikiLeaks; e infine, dettagliate note a corredo del tutto. L’insieme risulta estremamente complesso e quasi ogni paragrafo meriterebbe un libro a sé.

Diciamo subito che per quel che mi riguarda le parti migliori sono, nell’ordine, le note, la chiacchierata e il pamphlet. Ma quello che trovo interessante sono soprattutto le riflessioni che si possono estrarre dal libro e che riguardano il giornalismo, l’attivismo, la censura, il rapporto tra corporation e Stati. Riflessioni che proverò a estrarre chirurgicamente e a riassumere in questa non-recensione aiutandomi con una serie di capitoletti.

Google e il fardello del geek bianco

Antefatto: nel giugno 2011 Assange si trova agli arresti domiciliari in una villa della campagna inglese, presso Norfolk, mentre sta ancora combattendo contro l’estradizione in Svezia e su di lui pende una investigazione segreta americana per il suo ruolo in WikiLeaks. Siamo nel mezzo del Cablegate, la pubblicazione dei cablogrammi della diplomazia a stelle e strisce; nel pieno della Primavera Araba, di Anonymous, degli Indignados, mentre di lì a poco sta per esplodere Occupy Wall Street. Chelsea Manning, che all’epoca ancora si chiama Bradley, la fonte del Cablegate, oltre che degli Iraq e Afgan War logs, è detenuta in condizioni molto pesanti e in attesa di processo.

In questo contesto Eric Schmidt, Jared Cohen e altri loro collaboratori vanno a trovare Assange. La ragione ufficiale è intervistarlo per il libro che stanno scrivendo (quello in cui loro non risparmieranno critiche a WikiLeaks e che verrà poi stroncato da Assange). Ne risulta una bizzarra e affascinante chiacchierata che viene registrata.

Da quel momento però Assange inizia ad approfondire la sua analisi e le sue ricerche sul ruolo di Google come corporation globale, dotata di una visione geopolitica, con stretti legami col Dipartimento di Stato americano e il suo complesso cyber-industriale. Addirittura, in alcuni casi, strumento di politica estera Usa.

Una visione che si potrebbe riassumere nel fardello del white geek.  I capi di Google, sostiene Assange, credono veramente nel potere civilizzatore di multinazionali illuminate, capaci di riformare il mondo secondo i loro principi tecnoliberali e secondo il giudizio di una superpotenza benevolente. Ma questa visione si scontra con alcuni dati di fatto: già oggi, argomenta l’autore, Google è parte integrante della base industriale della difesa americana, la Defense Industrial Base, e non certo per il ruolo di AdWords. Per non dire della partecipazione di Big G a PRISM, il programma di sorveglianza della Nsa. Ma gli esempi portati nel libro sono numerosi, incluse le missioni di Cohen in vari Paesi caldi.

Tuttavia il punto è il seguente: “Malgrado tutte le prove emerse sul più vasto sistema di sorveglianza nella storia dell’umanità messo in piedi dagli Usa – scrive l’autore – Schmidt e Cohen sono ancora inchiodati in una comprensione binaria di Stati buoni (…) e Stati cattivi, come la Cina”. Distinzione che però, sul piano della Rete e dei diritti digitali, non regge. Secondo Schmidt e Cohen, la morte della privacy sarebbe un problema solo per i cittadini delle autocrazie, perché ovviamente espone il dissenso alla repressione, mentre non lo sarebbe in democrazia, dove anzi questa “trasparenza” dei singoli favorirebbe la creazione di servizi migliori. In realtà, l’erosione della privacy individuale presta il fianco ad abusi anche in Occidente e anzi avvicina le società democratiche a quelle autocratiche, sostiene il boss di WikiLeaks.

Anche perché la libertà di espressione e di informazione sbandierate dall’Occidente sono sempre più perimetrate, soprattutto quando si chiamano in causa la sicurezza nazionale e lo spauracchio del terrorismo. Guardando quello che sta succedendo in questi giorni, con la decisione di Twitter di censurare i video dell’uccisione di James Foley anche quando i loro utenti non esprimevano hate speech ma solo la volontà di mostrare l’accaduto, ci sarebbe di che riflettere.

Le tante facce della censura

La lotta alla censura è la ragion d’essere di WikiLeaks.  Su questo tema ci sono innumerevoli considerazioni, alcune illuminanti, sparse per il libro. In ogni caso l’obiettivo di Assange e soci è di preservare contenuto intellettuale politicamente significativo mentre è sotto attacco. Dare la caccia a quei bit che le persone vogliono sopprimere, perché il sospetto è che, se qualcuno investe del denaro o delle energie per farli scomparire, probabilmente è perché ritiene che la loro diffusione provocherebbe un cambiamento. Ovviamente qui si parla di organizzazioni di potere, non della vita personale del singolo. Purtroppo ancora molti commentatori non riescono a distinguere la differenza fondamentale della visione cypherpunk fra la privacy dei cittadini (un diritto) e la trasparenza delle organizzazioni di potere (un dovere).  Sono le due facce della stessa medaglia. E sono il motivo per cui il reporter che ha definito Assange “anti-privacy campaigner” ha scritto una sciocchezza (che poi però è stata corretta).

Assange nel libro parla dei diversi livelli della piramide della censura, spiegando che WikiLeaks si concentra sui due che stanno in cima: censura prodotta da minacce alla incolumità fisica e dal rischio di cause legali. Ma più in basso nella piramide (qui visionabile) c’è il livello diffuso della censura per ragioni economiche, la censura prodotta dal fatto che non conviene pubblicare o anche solo che “non c’è un mercato per quelle informazioni”. L’autore non si sofferma molto su questo aspetto che pure è centrale in qualsiasi riflessione sul tema perché costituisce un blocco che rischia di depotenziare quelle informazioni che pure riescono a fuoriuscire dai livelli superiori della piramide, anche grazie al contributo di organizzazioni come WikiLeaks.

Assange dice poi una cosa interessante e provocatoria: la censura è sempre causa di celebrazione. Cioè, in fondo, se c’è censura, bisognerebbe “festeggiare” perché significa che ci troviamo di fronte a una società dove le possibilità di cambiamento esistono, dove i giochi sono ancora aperti. La censura è un’opportunità perché rivela la paura del cambiamento e della riforma. Mostra la debolezza del potere, del governo, dello Stato. L’esempio che fa Assange è la Cina. Ma di nuovo questa riflessione dovrebbe essere tenuta presente anche da noi. E chi invoca compattamenti ideologici di una democrazia o dell’Occidente contro il nemico di turno dovrebbe ricordarselo. Se censuri, mostri che sei debole.

Guerrilla journalism

Affascinante è la descrizione, anche tecnica, del funzionamento di WikiLeaks, descrizione sollecitata più volte dalle domande rivolta da Schmidt ad Assange. In sostanza, spiega quest’ultimo, WikiLeaks è sempre stato un editore di guerrilla, che si ritirava dalla sorveglianza e dalla censura di una certa giurisdizione per riorganizzarsi sotto un’altra e sferrare un nuovo affondo, muovendosi tra le frontiere come un fantasma. I suoi nemici erano la censura attuata attraverso dei filtri governativi o mediante attacchi informatici. La sua unica difesa, non avendo rilevanti sostegni politici o legali, era tecnologica. Il suo obiettivo: essere sempre e comunque disponibile e raggiungibile. Ciò significa un sistema che si moltiplica nella sua prima linea attraverso tanti siti mirror e molteplici nomi di dominio, capace di spostarsi da un dominio all’altro, con il backend del sito nascosto nelle darknet. Con nodi sacrificali del frontend. Con l’obiettivo di muovere e pubblicare velocemente, perché la velocità della diffusione di informazioni è funzionale a rendere meno conveniente, meno efficace la censura/repressione. WikiLeaks si è allenata per anni contro un attore potente: la Cina. Che ovviamente aggiungeva in continuazione i nuovi domini usati da Wikileaks alla sua lista di siti da filtrare. L’organizzazione di Assange ne usava centinaia, alcuni registrati con provider DNS molto grossi, in modo che un filtro a livello di IP avrebbe bloccato migliaia di altri domini, provocando una reazione politica. Una continua rincorsa tra gatto e topo. Da notare che alcuni fondamenti di questa visione da guerrilla publishing – ad esempio l’uso della crittografia e il gioco tra diverse giurisdizioni – sono tracimati anche nell’editoria tradizionali. Basti pensare a come il Guardian ha dovuto gestire alcune implicazioni del Datagate.

Per inciso: alla domanda del perché un tot di persone in Stati asiatici o africani non stiano usando WikiLeaks per svelare la corruzione dei rispettivi governi, o almeno non lo stiano usando tanto quanto sarebbe auspicabile, Assange dà una risposta interessante. Ovvero: è necessario che WikiLeaks sia percepito come un attore politico in un Paese o territorio, che sia sentito come parte della comunità. Questo è da tenere a mente ogni volta che si crede che basti mettere online una piattaforma di whistleblowing protetta da Tor per rivoluzionare la politica o l’informazione di un luogo. Non funziona così. La tecnologia è fondamentale ma non basta.

Attivismo

Secondo Assange siamo davanti a un bivio della storia. Se quelle persone e organizzazioni che hanno provato a pubblicare liberamente informazioni di interesse pubblico avranno la meglio, non solo potrebbero essere un esempio per altri, ma potrebbero costituire una nuova norma di quello che è ritenuto accettabile. Tradotto: i futuri Manning non dovrebbero rischiare di passare il resto della loro vita in prigione, né Assange o Snowden di essere braccati per tutto il globo, e via dicendo. Il fondatore di Wikileaks è (o almeno era nell’estate del 2011) cautamente ottimista. Ritiene, in parte a ragione, di aver contribuito a plasmare una nuova cultura, di essere parte di una serie di trend che stanno influenzando le giovani generazioni. “La cosa più ottimistica che sta avvenendo è la radicalizzazione della gioventù formatasi su internet”, scrive. Che a volte ha adottato delle tecniche di attivismo guerrillero simili a quelle usate da WikiLeaks. Nel mezzo c’è anche una curiosa riflessione sul valore dell’anonimato. Quest’ultimo è un’arma potente nelle mani del dissenso perché permette a molti attivisti di portare avanti le loro battaglie senza necessariamente diventare dei martiri. Assange rigetta qualsivoglia compiacimento del martirio. “Gli attivisti più efficaci sono quelli che combattono e dopo scappano per combattere un altro giorno”, dice. “Se hai una condizione di anonimato perfetto puoi combattere per sempre”. Premesso che questa condizione è ben lontana dall’essere “perfetta”, è chiaro che l’anonimato in Rete è un spina nel fianco per tutti i governi autoritari. E a volte non solo per loro.

Chi è il nemico?

È la domanda che rimane alla fine della lettura del libro. Assange dà la sua risposta, ma in qualche modo resta l’impressione che non sia del tutto soddisfacente. Che non spieghi molte cose. Del resto ci sono temi fondamentali toccati dal libro – il quale, come dovrebbe essere chiaro a questo punto, è estremamente stimolante –  che restano sospesi, le cui riflessioni non sembrano risolutive. Uno di questi è il problema della disinformazione, che è un’altra forma di censura, quella per complessità.  Che, anche quando è sbugiardata, aumenta comunque il rumore di fondo e annacqua il segnale. Inoltre, una piccola quantità di contenuto manipolato può svalutare un lavoro ben più grande fatto su contenuti autentici. La disinformazione, è il pensiero di Assange, può essere facilmente smascherata. Ma – è il dubbio di chi legge – se il suo quantitativo aumenta, se si salda con la censura economica di cui parlavamo prima, rischia di depotenziare chi fa informazione in modo serio. Di far rimanere quest’ultima  una conoscenza per pochi. Siamo sicuri che la buona informazione, una volta messa in circolo, sia capace di autopropagarsi e in qualche modo di “vincere” solo per le sue intrinseche qualità?

Tornando invece alla questione del nemico, Assange è molto netto: Google in primis, ma anche altre corporation tech, sono ormai dei soggetti politici sovranazionali, con una loro agenda economico-politica strettamente intrecciata con alcuni governi, quello americano in particolare. Dimenticate la gioiosa e libertaria cultura geek della West Coast, dimenticate il motto di Mountain View “non fare male”.

Malgrado ciò hanno sempre goduto un trattamento di favore da parte degli stessi attivisti pro-privacy, anche a causa delle comuni radici culturali e di alcuni conflitti di interesse. Questo trattamento di favore – scrive l’autore – non è più accettabile, come del resto il Datagate ha reso evidente.

Tuttavia l’impressione è che il nemico sia meno monolitico e più nebuloso di quanto Assange vorrebbe. Un esempio pratico: il capo di WikiLeaks si scaglia contro la New America Foundaton, a cui sia Cohen che Schmidt sono legati, fondazione ritenuta un braccio della politica centrista-imperialista del governo americano. Però la stessa fondazione, attraverso il suo Open Technology Institute, da tempo promuove l’adozione di reti mesh aperte e open source. Quelle stesse reti mesh che nel libro Assange indica come una delle prospettive dell’attivismo globale. Oppure: per mostrare i legami con il complesso cyberindustriale Usa, l’autore cita il fatto che Google sia nata agli albori anche grazie a un progetto di ricerca della Darpa, l’agenzia di ricerca avanzata della Difesa. Però anche il software Tor, lo stesso usato da WikiLeaks, Snowden, Anonymous, e molti altri attivisti, nasce dalla marina militare americana e ancora oggi è finanziato in parte dagli Usa. È chiaro che esiste una politica di una parte del governo americano che vuole usare le “tecnologie di liberazione” come uno strumento per promuovere e guidare cambiamenti in altri luoghi del mondo. Questa visione è incarnata nel modo più cristallino dallo stesso Cohen e da Alec Ross, che è stato consigliere di Hillary Clinton al Dipartimento di Stato, e dalla loro “diplomazia digitale”. Ma paradossalmente alcune di quelle tecnologie sono state usate con successo anche dai critici del governo statunitense.

Perché una volta che il genio è fuori dalla bottiglia non è così controllabile come si vorrebbe. Allo stesso tempo, né Google, né probabilmente lo stesso governo americano sono realtà così compatte come si pensa che siano. Il nemico indicato da Assange rischia di essere più indefinito di quanto espresso nel libro. Più contaminato. Più ambiguo. Dai confini permeabili e quindi difficili da individuare. Inoltre, come Wikileaks e come i cyberattivisti, potrebbe muoversi sempre di più con la stessa tecnica della guerrilla.




Le foto hackerate delle celebrità: cosa è successo e di chi è la responsabilità

Quando la privacy (di tutti) è gestita (male) dalle aziende private.


The Fappening
Il 31 agosto oltre 200 fotografie di celebrità, tra le quali molte ritraenti momenti intimi, vengono pubblicate sui siti 4chan e AnonIB e poi sul social Reddit (in seguito i siti hanno bloccato parte dei contenuti). L’evento viene subito battezzato The Fappening, riducendo un grave reato ad una forma di onanismo virtuale di massa (dall’unione tra The Happening=quello che accade, e il termine gergale fapping=masturbarsi).

Tra le vittime del trafugamento alcune celebrità ammettono l’autenticità delle foto, altre negano, in ogni caso si dicono inorridite dalla evidente violazione della privacy. Annunciano azioni legali sia contro chi ha commesso il furto delle immagini sia contro coloro che le ripubblicano. Si tratta di immagini sottratte dagli account iCloud, e quindi la pubblicazione può costituire violazione del copyright, pubblicazione di materiale proveniente da reato, trattamento illecito di dati personali, fino alla pedopornografia (una delle celebrità era ritratta da minorenne).

Apple si assolve
Fin dai primi leak delle immagini, il dibattito online si è polarizzato dapprima sull’hacker (o gli hacker) che ha rubato le immagini, in taluni casi additandolo come un adolescente, così titillando i timori dei tecnofobi che immaginano Internet come un oggetto pericoloso che un qualsiasi sbarbatello può “rompere” provocando immensi danni.
Poi Apple, dopo un’investigazione durata 40 ore (!), pubblica un comunicato nel quale conclude (!) che non c’è stata alcuna violazione dei server dell’azienda, ma si è trattato di attacchi a specifici account di singole persone: le password non erano sicure.
Quindi l’azienda si è immediatamente prodigata in consigli per i suoi utenti su come mettere in sicurezza i dati online, come realizzare password più complesse, come attivare il sistema a doppia autenticazione… Insomma ci spiega che quando l’azienda si perde i dati la colpa è sempre dell’”incompetenza” degli utenti.

L’attenzione si è rapidamente spostata sugli utenti, cioè le celebrità del caso, le password da loro utilizzate, la loro ingenuità, la loro sconsideratezza:

scommetto che Jlaw (Jennifer Lawrence) come password usava ‘hungergames’… si sa che le celebrità vivono di gossip… vedi che le loro carriere saranno favorite… ma perché ritrarsi nudi? La gente normale non lo fa… e poi le foto di nudo le conservi online?… certo, nei film gli piace spogliarsi, ma quando poi ci capita di vederle nude gratis allora non gli va più bene… in fondo se la sono cercata…

Online è tutto un proliferare di articoli per insegnare agli utenti come tenere al sicuro i loro dati da loro stessi!

Ma cosa è realmente accaduto? E di chi è davvero la colpa?

Fiorente mercato
L’evento non è iniziato il 31, già nei giorni precedenti si è avuto il rilascio di poche ma significative immagini. Chi pubblicava precisava che si trattava di immagini tratte da video privati, per rilasciare i quali chiedeva pagamenti (in bitcoin).
The Fappening in realtà è solo la punta dell’iceberg. Esiste un fiorente mercato di immagini delle celebrità nude, al punto che vengono realizzati tantissimi fake, cioè fotomontaggi con la testa della celebrità inserita sul corpo, nudo, di qualcun altro intento in più o meno esplicite attività sessuali. Esistono intere comunità in rete (il “celeb n00d trading ring” è stato attivo per anni sul deep web) che si scambiano foto di questo tipo, laddove lo scambio avviene in privato e ben poco trapela al pubblico. E soprattutto le immagini vengono centellinate perché, è ovvio, secondo la legge della domanda e dell’offerta, se ci sono troppe immagini di una celebrità in giro, quelle immagini valgono ben poco.

Ingegneria sociale
L’obiettivo, quindi, è attaccare singoli e determinati account e in particolare i servizi di backup online integrati ormai in tutti i cellulari e i collegati servizi (Apple, Microsoft, Google).
Vi sono numerosi metodi per rubare queste immagini, si va da specifici strumenti software a forme di ingegneria sociale, cioè lo studio del comportamento di una persona al fine di carpirne delle informazioni. Un metodo semplice passa attraverso una funzione utile ma pericolosissima: il recupero della password di un account.

Se si dimentica la password di un account è sempre possibile cliccare sull’apposito link predisposto dal gestore del servizio per far partire una procedura di recupero della password. Basta conoscere la mail che si vuole attaccare (e spesso sono pubbliche, almeno per le celebrità è facile trovarle in rete), e poi seguire la procedura che implica la risposta a poche brevi domande.
In genere si tratta di domande standard (Google consente all’utente di creare le domande).

Nel caso di Sarah Palin, anch’essa vittima di furto di dati, le domande riguardavano il nome del cane e la sua data di nascita, pochi minuti di ricerca su Wikipedia, anche Facebook è un ottima fonte di notizie personali. Per le celebrità, la cui vita è minuziosamente dettagliata sui giornali, è facile recuperare notizie sufficienti al recupero della password.
I ladri poi raccolgono foto e altre informazioni per venderle un po’ alla volta (per non inflazionarle).

A questo punto diventa chiaro che il massiccio leak non ha molto senso. Perché regalare immagini che potrebbero valere anche parecchio, specialmente se rischi il carcere per procurartele?
The Fappening in realtà ha costretto l’emersione di questo fenomeno, al punto che le celebrità si sono adirate e hanno denunciato. Di seguito Apple si è dovuto occupare della questione, ma anche l’FBI ha iniziato le indagini sul caso. Quindi, qualche noob (inesperto) ha sbagliato qualcosa, oppure semplicemente qualcuno ha voluto distruggere il giro d’affari di qualcun altro?

Probabilmente non lo sapremo mai, ma una cosa è certa, il furto delle immagini non è avvenuto in un solo episodio, piuttosto si tratta di sottrazioni avvenute in mesi, forse anni (questo spiega perché tra le immagini trapelate alcune, secondo le celebrità ritratte, non dovevano esserci perché cancellate da tempo, anche se la spiegazione più ovvia è che i servizi di cloud non cancellano davvero – se non dopo parecchio tempo – per consentire il recupero di file eliminati per errore), sfruttando tecniche di ingegneria sociale ma anche, probabilmente, qualche falla nella sicurezza di servizi online.

Vulnerabilità
Qualcuno ha, infatti, adombrato che nel caso in questione si sarebbe sfruttata una falla nella sicurezza dei server Apple, in particolare il servizio FindMyPhone presentava una vulnerabilità (ibrute: It uses Find My Iphone service API, where bruteforce protection was not implemented. Password list was generated from top 500 RockYou leaked passwords, which satisfy appleID password policy).
Tutti i sistemi di autenticazione in genere bloccano l’accesso dopo un limitato numero di tentativi con credenziali errate, così quello specifico utente non può provare all’infinito. Il servizio FindMyPhone non presentava questo sistema di limitazione, così permettendo illimitati tentativi tramite la tecnica del brute force. Apple si è affannata a sostenere che il furto dei dati è stato la conseguenza di attacchi mirati a singoli account e che non c’è stata alcuna violazione dei server. Ma il comunicato sibillino non esclude che il furto possa essere avvenuto sfruttando questa vulnerabilità. Come già detto è probabile che le immagini siano state trafugate durante un lungo arco temporale, ma è significativo che il giorno dopo la pubblicazione delle 200 immagini Apple chiude la falla.

Ma non basta. ICloud è uno dei sistemi di backup online più attaccato, prima di tutto perché gli smartphone Apple sono molto apprezzati dai Vip, ma anche perché il backup online delle foto (picture roll backup) avviene in automatico, cioè è attivo di default senza che l’utente debba fare alcunché. In questo senso è anche possibile che l’utente semplicemente non sappia che le foto che scatta vengono copiate anche online (questo per rispondere a chi si chiede perché caricare le proprie foto di nudo online).

Nei sistemi Windows Phone, il backup, invece, è disabilitato di default e deve essere attivato specificamente dall’utente, nei sistemi Android il backup è fornito da applicazioni di terze parti (anch’esse prese di mira dagli hacker).

E ancora. Secondo Nick Cubrilovic, esperto di sicurezza, gli account Apple appaiono particolarmente vulnerabili ad attacchi basati sull’ingegneria sociale. Questo perché la procedura di recupero delle password è carente sotto il profilo della sicurezza. È sufficiente inserire un indirizzo mail in un apposito form online predisposto da Apple per sapere se è una mail vera. Dopo di ché la procedura di recupero è organizzata in passi (verifica mail, poi data di nascita, poi due domande di sicurezza). Ad ogni passo l’utente ottiene una risposta, potendo così capire esattamente quale delle informazioni è errata. Così è facile riprovare, anche tramite brute force.
Questo sistema di recupero password è una enorme vulnerabilità, specialmente per le celebrità i dettagli della cui vita sono conosciuti o conoscibili da chiunque. Occorrerebbe, invece,includere l’intera procedura in un solo passo nel quale il sistema non fornisce aiuto di alcun tipo.
Perché ciò non accade? Perché un sistema di questo genere deve essere il più appetibile possibile per gli utenti, specialmente quelli molto giovani, e quindi deve essere semplice, perché se fosse più complesso probabilmente venderebbe di meno!

Quale privacy?
Allora, invece di accusare la sconsideratezza delle celebrità nell’uso del dispositivo (che invece si comportano come la totalità degli utenti), invece di condannare l’ingenuità nell’uso di password semplici (cosa che fanno quasi tutti), dovremo cominciare a capire che il miglior modo di evitare problemi di questo tipo è che le immagini rimangano nella disponibilità dell’utente e non del gestore del servizio, che il controllo dei dati deve rimanere nelle mani degli utenti, che devono essere gli utenti a stabilire quali dati vogliono concedere alle aziende, che occorre un consenso espresso prima che un servizio si appropri dei dati personali di un utente, perché scattare qualche foto non vuol dire autorizzare Apple ad appropriarsene.
E soprattutto dovremmo cominciare a pretendere un livello di sicurezza adeguato per i nostri dati, e che le multinazionali non si trincerino dietro l’ennesimo bug, perché anche se consentiamo la copia delle foto online lo facciamo fidandoci del fatto che quei dati non finiscano nelle mani di sconosciuti. Insomma, dobbiamo prendere coscienza che le multinazionali non sono servizi pubblici, bensì aziende private che agiscono a fini di profitto, le quali hanno necessità di acquisire quanti più dati personali possibili perché è il dato personale che misura il gradimento del servizio o del prodotto.

Apple ha sostenuto che non c’è stata alcuna violazione dei server di iCloud (del resto quando venne alla luce il problema dell’antenna dell’iPhone, Apple sostenne che la colpa era degli utenti che tenevano male il telefono!), ma ha ammesso che c’è stata una violazione dei singoli account di iCloud (c’è grande differenza?). E il giorno dopo tappa la vulnerabilità del servizio FindMyPhone.
Da quanto tempo quel servizio è attivo? Da quanto tempo quel servizio è vulnerabile agli attacchi brute force? Da quanto tempo esisteva questa “porta di accesso” ai dati degli utenti?

È vero che la legislazione americana è meno tutelante per la privacy rispetto a quella europea, ma a questo punto dovremmo chiederci se un’azienda che tratta quotidianamente miliardi di dati personali di milioni di persone nel mondo può permettersi una vulnerabilità del genere. La normativa europea chiede espressamente ai titolari del trattamento di dati personali di applicare ai dati trattati delle misure minime di protezione. Una vulnerabilità di questo tipo, inserita nel sistema da quando è nato il servizio FindMyPhone, è un semplice bug oppure una violazione delle norme che pretendono una sicurezza adeguata per i dati personali trattati dalle aziende?

Punti di vista
Non solo a livello normativo ma proprio la prospettiva sulla tutela dei dati personali differisce alquanto tra Europa e Usa.
Gli americani considerano la tutela della privacy come qualcosa che afferisce non al momento della raccolta dei dati, bensì al momento dell’utilizzo. Negli Usa si ritiene che la privacy non si tuteli impedendo una raccolta indiscriminata, bensì evitando l’utilizzo illecito di questo dati.

Quindi si consente alle aziende una raccolta indiscriminata e spesso senza alcun consenso (l’opt-out, cioè quando una specifica funzione è attivata di default finché l’utente non la disattiva è un espediente per aggirare il consenso dell’utente), cosa che è utile non solo alle aziende, che fanno affari miliardari con i dati degli utenti, ma anche al governo che li utilizza per una sorveglianza di massa. Nel contempo però si vieta l’utilizzo illecito, come ad esempio la mancata assunzione di una persona perché ha un figlio malato (che poi non è proprio semplice dimostrare che la mancata assunzione o il licenziamento dipende da quella circostanza, e comunque per farlo dovresti avviare una costosa azione legale).

Questa idea non è condivisa, per fortuna, in Europa, dove la tutela è anticipata al momento della raccolta dei dati, pretendendo un consenso preventivo e consapevole, ed impedendo una raccolta di dati eccessiva e non pertinente alle finalità della raccolta. Purtroppo gli standard europei sono sotto attacco da parte del lobbismo Usa da quando è stata posta in cantiere la riforma europea della normativa in materia, tuttora ferma e che probabilmente riceverà un durissimo colpo in seguito all’approvazione del TTIP.

 

Autore
Avvocato e blogger. Mi interesso di diritto applicato ad internet e alle nuove tecnologie di comunicazione. @brunosaetta



Vi presento Matteo Renzi, l’uomo che ha svuotato la sinistra

Da Pontassieve a Palazzo Chigi, la storia dell’inarrestabile e spietata scalata al potere di uno scout.


(Foto: Flickr)

Articolo in partnership con Fanpage.it

Lo scorso luglio il giornale online francese Mediapart, uno dei più autorevoli e innovativi nel panorama informativo d’Oltralpe, ha dedicato a Matteo Renzi una lunga inchiesta che ripercorre la sua carriera politica, dai primi passi nei circoli di Pontassieve alla presa di Palazzo Chigi. Per gentile concessione di Mediapart abbiamo tradotto le prime due parti dell’inchiesta, scritte dalla giornalista Amélie Poinssot.

Per leggere la prima parte, pubblicata il 28 luglio 2014, clicca qui. Per la seconda parte, pubblicata il 30 luglio 2014, clicca qui.

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Matteo Renzi, la folgorante ascesa di uno stratega

Dalla nostra inviata speciale a Firenze. Aveva appena vent’anni. Si era presentato, a Pontassieve (la cittadina toscana in cui abitava all’epoca), in una di quelle riunioni interminabili della sinistra italiana in cerca d’identità. Erano i tempi dell’Ulivo, nato dopo la scomparsa del Partito Comunista italiano e della Democrazia Cristiana. Gli innumerevoli partiti usciti dall’uno e dall’altro schieramento tentano di imbastire una coalizione. Bisogna abbandonare i riferimenti marxisti, accettare il riavvicinamento con il mondo cattolico… Per la vecchia guarda, che nella rossa Toscana ha sempre votato comunista, la pillola è parecchio dura da mandare giù.

In Toscana la sinistra è sempre rimasta maggioritaria, e l’alleanza con la DC è stata a lungo ritenuta inconcepibile. Matteo Renzi, che allora faceva parte del Partito Popolare Italiano (emanazione diretta della Democrazia Cristiana), non ha preso parola subito. Ha aspettato qualche minuto. E quando l’ha fatto, i militanti di sinistra hanno sentito il vento cambiare. Non serve a niente parlare per l’ennesima volta di programmi, esclama bruscamente, bisogna discutere la ripartizione delle poltrone: il sindaco deve tornare al PPI!

L’episodio è raccontato dalla storica Giuliana Laschi. All’epoca, dopo aver svolto una ricerca sugli agricoltori della regione, Laschi si era unita ai circoli militanti della sinistra locale. Ma non aveva mai visto di buon occhio il riavvicinamento delle due fazioni storiche della politica italiana, ancor meno dopo l’arrivo di Matteo Renzi. “Dato che Renzi aveva questa capacità di leadership, acquisita nel corso degli anni passati con gli scout, è stato subito spinto dalla sezione locale del PPI. È stato il sostegno della sua sezione a far partire la sua avventura politica”.

Questo modo di mettere la tattica sopra ogni cosa e di schivare le discussioni sostanziali è una costante nel percorso di Matteo Renzi. Diventato segretario della sua sezione in qualche mese, Renzi rifà la stessa scena al momento delle trattative per la presidenza della provincia di Firenze, e vince la scommessa: dopo il ricatto del giovane di ritirare l’appoggio in caso di un risultato non soddisfacente, sarà un candidato del PPI a correre per la carica a nome dell’intera coalizione.

“Durante i suoi primi anni in politica, l’obiettivo di Renzi era quello d’ottenere più incarichi possibili per le persone del suo partito”, racconta Simone Siliani, che si è formato nei ranghi del Pds – il diretto erede del Partito Comunista – e attualmente lavora presso il Gabinetto del Presidente della Regione Toscana. Per dirla in altri termini: ribaltare il rapporto di forza tra l’ala sinistra, maggioritaria in Toscana, e quella democristiana, fino a quel momento ai margini. L’ambizioso giovane arriva ben presto a realizzare i suoi scopi, ed è a lui che spetta, logicamente, la presidenza della provincia. Ha 29 anni.

Cinque anni dopo, nel 2009, mentre le alleanze si sono ormai consolidate a livello nazionale in seno al Partito Democratico, l’ala sinistra resiste ancora in Toscana, e continua a non dare alcun credito a Renzi. Alle primarie per designare il candidato del PD alle comunali di Firenze, Matteo Renzi presenta la sua candidatura in aperto contrasto con i vertici del partito, che sosteneveno altri candidati a seguito di un accordo interno che stabiliva che la poltrona di sindaco spettasse a un ex comunista, e quella della provincia ai democristiani.

“Se non arrivo al 40 percento mi ritiro dalla politica!”, minaccia Renzi – la stessa minaccia ventilata prima delle elezioni europee in caso di risultati insoddisfacenti per il Partito Democratico. La sfida ai vecchi comunisti in declino, disconnessi dal loro elettorato, è così lanciata e le elezioni vengono vinte in quella Firenze che ha sempre votato a sinistra.

(Foto: Flickr)

Un formidabile istinto politico

È così che viene creato un personaggio: Renzi è uno stratega, una persona che non ha paura delle sfida, fissa delle scadenze, cerca una forma di plebiscito a ogni tornata elettorale e riesce a ribaltare una situazione che all’inizio non gli è favorevole. “È un atteggiamento che denota decisionismo, una corrente di pensiero che può rilevarsi molto pericolosa. Ma il funzionamento interno del partito democratico è democratico? Certamente no”, afferma la storica fiorentina Ariane Landuyt.

“Ogni volta che c’è un ostacolo, Renzi lo affronta di petto. È un uomo che sistematicamente ha bisogno di sfide e di scommesse, è il suo modo di funzionare”, spiega Simone Siliani, che ha conosciuto Matteo Renzi ai tempi della presidenza della provincia, mentre lui era assessore alla cultura di Firenze.

L’ambizione, accompagnata da una fervente fede, è uno dei tratti caratteristici di Matteo Renzi. I suoi avversari, tanto quanto gli ammiratori, gli riconoscono anche un’altra qualità: Matteo Renzi è dotato di un grande istinto politico e di una capacità di persuasione fuori dal comune. Non si tratta di un teorico, ma di un uomo che “sente” le cose. “Renzi ha percepito la stanchezza dell’elettorato nei confronti della sinistra toscana, troppo abituata al potere, senza idee, incapace di rinnovarsi, arroccata in un sistema che occupava tutte le posizioni di potere a Firenze”, racconta Pietro Iozzelli, che ha diretto l’edizione fiorentina de La Repubblica per tutta l’ascesa di Renzi. “Liberatosi della vecchia struttura del partito, ha finalmente potuto dire quello che voleva”.

La storia di questa ascesa è anche la storia di una generazione che non era rappresentata nel sistema politico italiano. Con Matteo Renzi, le generazioni più giovani sono improvvisamente chiamate ad avere una voce in capitolo: “tocca a noi”, martella Renzi durante i comizi. E lui stesso si presenta come il candidato anti-apparato, il “rottamatore”.

Molte persone, incluse quelle dell’ala sinistra del PD, si schierano con lui sulla questione generazionale. Gli altri sono velocemente messi in disparte: prima in veste di presidente della provincia, e poi in quella di sindaco di Firenze, Matteo Renzi favorisce la progressione di volti nuovi, conformemente allo slogan della campagna che aveva tappezzato tutta Firenze: “Viva la gioventù al Palazzo Vecchio!” Ad oggi, tuttavia, le voci dissidenti si sono fatte più rare, più timide. Hanno visto la maggioranza del PD toscano “montare sul carro del vincitore”, come si dice a Firenze.

A Palazzo Vecchio, in mezzo agli affreschi della sala Clemente VII che raffigurano l’alleanza tra il papa e i diplomatici francesi e tedeschi con i Medici per riconquistare Firenze nel XVI secolo, Dario Nardella riceve con molti convenevoli. Il delfino di Matteo Renzi, eletto sindaco dopo di lui, ha un volto giovanile tanto quanto Renzi. Nardella è stato uno dei primi ad affiancare l’astro nascente della Toscana, nonostante lui stesso venisse dall’ala sinistra del PD.

“Mi sono riconosciuto in questa volontà di rinnovare le generazioni, di strappare Firenze dal vecchio apparato partitico”, spiega Nardella, che è stato per cinque anni vicesindaco. Da quel momento, le divergenze tra i due DNA del partito sono apparse del tutto relative. “La nostra vocazione è quella di essere un partito a vocazione maggioritaria, bisogna quindi unire le nostre forze, e Matteo mi è sembrato essere la perfetta sintesi tra le posizioni riformiste della sinistra e quelle liberali”, aggiunge questo renziano della prima ora, eletto sindaco di Firenze con il 59 percento dei voti lo scorso 25 maggio. Ora che è nella stanza dei bottoni, Dario Nardella dice di aver imparato molto dal suo mentore: “Con Matteo ho scoperto la determinazione nel prendere una decisione, la facilità di contatto con la gente, ma anche l’importanza della comunicazione nell’azione politica istituzionale”.

(Foto: Flickr)

Un obiettivo nazionale

La comunicazione è un altro aspetto centrale del personaggio. Addirittura l’unico, per i detrattori di Renzi, che vedono un lui uno “sbruffone”, dei “discorsi vacui”, un “guscio vuoto”, “l’annuncismo” elevato a sistema, o direttamente un “venditore di pentole” e un “opportunista” che ha scelto la sinistra come avrebbe potuto scegliere la destra…

Quando Renzi è Presidente della Provincia fa aprire una società per migliorare l’attività dell’ufficio stampa, “Toscana Multimedia”, che è finanziata dall’amministrazione e con cui fa assumere una decina di persone. La sua gestione della Provincia sarà in seguito condannata dalla Corte dei Conti, a causa di un eccesso di spese non giustificate dalla funzione. Renzi organizza anche un festival, “Il genio fiorentino”, che secondo Simone Siliani ha “una manifestazione con un programma piuttosto povero, per la quale sono stati spesi più soldi per la promozione dell’evento che per l’evento stesso”.

Una volta diventato sindaco di Firenze, questa strategia mediatica si trasforma in una vera e propria macchina da guerra. Renzi moltiplica gli uffici e le loro funzioni: portavoce, ufficio stampa, relazioni esterne, responsabile della comunicazione. Secondo il consigliere municipale Tommaso Grassi di SEL, le persone che lavorano per l’immagine di Renzi si aggirano tra le 30 e le 40.

Una strategia del genere comunque paga, anche perché arriva dopo i dieci anni di mandato del suo predecessore, Leonardo Domenici – un sindaco descritto come un modello di snobismo, sordo alla richieste della popolazione,  rinchiuso nel suo Palazzo. Al contrario, il giovane sindaco dal volto infantile è un grande appassionato sia dei social network che della stretta di mano. Recita la parte dell’uomo qualunque, non rifiuta mai un dibattito e, soprattutto, non nega mai un’intervista alla stampa. Spesso, infatti, i media sono informati dei progetti prima ancora del consiglio comunale…Questo non lascia molto spazio a interpretazioni: Renzi punta a un obiettivo di portata nazionale, e per lui Firenze non è che una tappa. Se qualcuno in Toscana si sorprende ancora, comunque, è esclusivamente per la rapidità di questa ascesa.

Nel cuore del dispositivo Renzi c’è un personaggio chiave: Marco Carrai. È l’eminenza grigia, l’amico di tutti, un uomo di relazioni che gli porta il sostegno di banche e grandi imprese. Per sfondare nella politica italiana e restare al potere, tuttavia, non basta avere talento: servono i soldi e il sostegno  del sistema. Carrai fa parte di diversi consigli d’amministrazione di Firenze, tra cui quello della principale banca della città; è l’amministratore delegato di ADF, la società che controlla l’aeroporto di Firenze e che attualmente sta portando avanti un contestato progetto di una nuova pista; attraverso le sue società Carrai ramifica le sue attività, tra cui c’è la gestione delle audioguide dei musei di Firenze, o ancora il restauro di un palazzo storico – in seguito ceduto a Eataly – a due passi dal Duomo.

Secondo la stampa locale, Carrai avrebbe messo a disposizione di Renzi un appartamento nel pieno centro di Firenze. Ed è sempre Carrai ad aver trovato i finanziamenti a Renzi per le primarie del PD del 2012 (perse contro Pierluigi Bersani) attraverso la fondazione Big Bang, che poi cambierà nome in Open.

(Foto: Flickr)

In Italia, il finanziamento delle campagne per le primarie non è sottoposto ad alcun controllo. “La squadra di Renzi ha dichiarato di aver speso 100mila euro per quelle primarie, e ha fornito una lista di finanziatori. Ma come ha ammesso lo stesso avvocato, quella lista è incompleta perché non tutti hanno accettato di essere citati. Non è da escludere che, per aver finanziato la sua campagna, degli imprenditori abbiano ottenuto dei vantaggi grazie a Renzi”, spiega Duccio Tronci, giornalista freelance e autore del libro Chi comanda Firenze? La metamorfosi del potere e i suoi retroscena attraverso la figura di Matteo Renzi.

Molti osservatori dicono che Renzi è un uomo interessato al potere e non ai soldi,  un politico che si circonda di “fedelissimi” a cui lui accorda i “suoi favori” in cambio di  appoggi incondizionati. In una Regione in cui gli interessi economici sono gelosamente conservati dai produttori di vino e le grandi famiglie fiorentine occupano gli stessi palazzi da secoli, non c’è dubbio sul fatto che Matteo Renzi abbia lavorato per assicurarsi il loro sostegno. Il giorno in cui si presenta ufficialmente come candidato sindaco in uno dei teatri più belli della città, Renzi riceve gli onori della marchesa Frescobaldi, una delle figure di spicco della nobiltà fiorentina, che scende personalmente dal suo balcone per congratularsi con lui.

E quella del candidato della sinistra sostenuto da una delle grandi fortune economiche del paese è un’immagine altamente simbolica.

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(Foto: Flickr)

Matteo Renzi, il toscano che ha svuotato la sinistra del suo contenuto

Cos’ha fatto Matteo Renzi a Firenze? Decrittare la sua politica la dice lunga su chi ora è segretario del PD, dirige l’esecutivo italiano e presiederà l’Unione Europea fino a dicembre. “Matteo”, come tutti lo chiamano a Firenze, non si è infatti particolarmente distinto per misure di sinistra nel corso del suo mandato da sindaco del ricco capoluogo toscano. Anzi, ha favorito certi interessi economici, evitato il dialogo sociale e, soprattutto, ha continuato a lavorare sulla sua immagine.

Matteo Renzi affonda le proprie radici politiche in una Toscana rossa e cattolica. “Matteo Renzi è una figura cresciuta nel cattolicesimo toscano, un cattolicesimo di sinistra, riformista, vicino alla gente e che negli anni ’50 ha visto nascere delle riviste intellettuali, una corrente anticolonialista, degli approcci pedagogici innovativi e delle politiche sociali che sono ruotate intorno a una figura chiave: Giorgio La Pira”, racconta la storica Ariane Landuyt, che vede in Renzi “l’uomo della sintesi, colui che è riuscito, grazie alle sue origini, a recuperare un elettorato comunista che non avrebbe mai votato per la Democrazia Cristiana”.

Matteo Renzi ha fatto la sua tesi di laurea in giurisprudenza proprio su questa figura storica della politica italiana. Giorgio la Pira, sindaco di Firenze negli anni ’50, era dotato di una personalità iconoclasta ed è stato estremamente popolare: ha promosso l’impegno dei cattolici in politica per cambiare la società e modellarla sui principi del Vangelo, ha sostenuto le lotte operaie e dato avvio alle prime case popolari in Italia. Matteo Renzi vi si rifà spesso,  senza tener conto della differenza tra i due. Nella pratica, infatti, la sua politica non ha nulla a che fare con quella di La Pira.

Matteo Renzi è, prima di tutto, un uomo che rifiuta il dialogo sociale. È uscito piuttosto male da uno sciopero del Maggio Musicale Fiorentino, il grande festival lirico di Firenze, alla fine del 2012, quando dopo la nomina di una direttrice “paracadutata” erano stati annunciati una trentina di licenziamenti. Da sindaco, come racconta Chiara Tozzi della CGIL, Renzi ha ricevuto i sindacati solo quattro volte nel corso del suo mandato, durante un periodo piuttosto agitato in cui, a causa delle misure di austerità decise da Roma, i comuni hanno dovuto abbassare i salari e ridurre il personale: “Su certe questioni Renzi non ha mai voluto mettersi a un tavolo con i mediatori. È stato molto arrogante nei nostri confronti. Le poche volte che ci ha ricevuto, ha passato il suo tempo a compulsare il suo smartphone”. Questo grande appassionato di social network ha inoltre fatto partire, sempre nel 2012, la privatizzazione della municipalizzata dei trasporti, l’ATAF, senza negoziare con la rappresentanza sindacale per salvaguardare i posti di lavoro.

Secondo la stampa locale, questa privatizzazione ha portato a un centinaio di licenziamenti e alla soppressione di diverse linee. Durante una manifestazione la sinistra radicale aveva usato questo slogan: “Il sindaco che la destra ci invidia”. Matteo Renzi ha difeso il suo operato a Genova, dove ugualmente è in corso un progetto di privatizzazione del trasporto locale.

Più in generale, i detrattori di Renzi gli rimproverano di non aver fatto nulla per la vita quotidiana degli abitanti: certo, ha migliorato l’immagine della città pedonalizzando il centro storico, ma questa misura non è stata pensata per gli abitanti né è stata compensata da mezzi di trasporto adeguati per permettere loro, e soprattutto agli anziani, di recarsi in centro. Di contro le piazze pubbliche sono state trascurate, e all’inizio di luglio un albero è caduto al Parco delle Cascine causando due morti.

(Foto: Flickr)

Un portatore sano di cultura

Quando si tratta di promuovere l’immagine della città, Matteo Renzi è sempre stato in prima linea. Un anno fa Renzi ha prestato al proprietario della Ferrari tutto il Ponte Vecchio per una sera, rendendolo inaccessibile ai pedoni. Per convincere gli abitanti che questa privatizzazione di un luogo pubblico avesse un senso, Renzi ha promesso che con il denaro raccolto si sarebbero pagate le vacanze dei bambini disabili. “Il comune ha preso eccome i soldi, ma nessun bambino è andato in vacanza”, afferma Tommaso Grassi, consigliere comunale all’opposizione. Di fatto, la nozione di giustizia sociale o la lotta contro l’evasione fiscale sono stati sempre assenti dal discorso pubblico del sindaco di Firenze, interamente incentrato sulle nozioni di tradizione e rinnovamento.

Per Tomaso Montanari, storico dell’arte che è stato compagno di liceo di Matteo Renzi e oggi insegna all’Università di Napoli, “Renzi ha usato l’immagine internazionale di Firenze per costruire il proprio personaggio ed evitare di risolvere i problemi concreti della città. È un berlusconiano nato, per il quale la comunicazione è sempre più importante della realtà. Non ha alcun progetto democratico, né per la città né adesso per il paese; il suo unico progetto è incentrato su se stesso, ed è quello di detenere il potere”.

L’arte utilizzata come strumento mediatico: questo esperto, autore del saggio Le pietre e il popolo, nell’analizzare la costruzione del personaggio politico di Matteo Renzi racconta anche che il sindaco, aderendo a una visione turistica e monoculturale di Firenze, ha voluto ritrovare e finire un dipinto incompleto di Leonardo da Vinci nel salone dei Cinquecento a Palazzo Vecchio – un “non senso storico”, secondo Tomaso Montari, dato che sulle pareti c’erano già altri affreschi realizzati in epoche successive. Matteo Renzi ha dunque fatto perforare le pareti per ritrovare lo strato iniziale, e ha voluto realizzare questa impresa attraverso una mescolanza di generi strabiliante: l’impresa a cui è stato conferito l’incarico di recuperare “l’affresco perduto” di Leonardo Da Vinci era di proprietà di una produttrice di vino, sposata con l’ex direttore dell’edizione toscana de Il Giornale, un quotidiano di destra che è il principale quotidiano d’opposizione a Matteo Renzi. Avvicinarsi ai suoi oppositori, del resto, è una tattica usata più volte nel corso della carriera dell’uomo che ora siede a Palazzo Chigi.

Alla fine, comunque, Matteo Renzi ha dovuto sospendere il progetto dopo i pareri negativi degli esperti – tra cui un esposto dell’associazione Italia Nostra – e non appena la polemica è diventata nazionale. Per Tomaso Montari, “questo episodio ha fatto crescere la sua rabbia nei confronti degli intellettuali, dell’élite e del mondo culturale. Pur presentandosi come l’uomo del popolo, Renzi utilizza costantemente la cultura in chiave retorica, senza saperne un granché. Come un portatore sano di virus, secondo me Matteo Renzi è un portatore sano di cultura.”

Un portatore sano di cultura…che del resto si è liberato da ogni vincolo ideologico. “Non è ideologico, ed è ciò che dà fastidio di lui. Ma è anche ciò che gli viene rimproverato”, spiega la storica Ariane Landuyt, “Renzi è un pragmatico”. Neanche Blair, al quale si ispira e assomiglia, fa parte del suo pantheon… “Tutto ciò è anche un punto di forza poiché gli dà libertà di esprimersi.” “Ha già ucciso la sinistra”, dice Tomaso Montanari, che vede in Renzi “un nemico del pensiero critico. La caratteristica del pensiero critico è quella di sapere che c’è sempre un’alternativa. Renzi invece è profondamente conformista”.

(Foto: Flickr)

Un metodo in quattro tempi

Tomaso Montanari è stato relativamente vicino a Renzi agli inizi, quando il sindaco di Firenze aveva inaugurato, nel 2010, gli incontri alla Leopolda, una vecchia stazione trasformata in uno spazio culturale. “La Leopolda”, un incrocio tra un meeting politico e uno spettacolo partecipativo molto mediatico, ha riunito politici, accademici e imprenditori in una specie di “big bang” per “costruire la Terza Repubblica”. La sala è strapiena: il pubblico si diverte e riscopre la politica – il tutto mentre l’apparato del PD è lontano anni luce dal proprio elettorato, e i riti sociali che avevano accompagno la storia del PCI, come la Festa dell’Unità, sono spariti negli anni ’90. “La Leopolda” è un momento fondamentale nella scalata al PD della generazione di Renzi, ed è un laboratorio che, per molti, ridà gusto alla politica.

A fianco di Renzi si trova anche un altro astro nascente del PD: Giuseppe Civati, oggi deputato, stessa età di Renzi e stessa voglia di spazzare via una direzione gerontocratica. Come lo storico d’arte Tomaso Montari, anche Giuseppe Civati si è però allontanato in fretta. Proveniente dall’ala più a sinistra del PD, eppure da sempre convinto che fosse possibile lavorare insieme all’ala più liberale del partito, Civati resta deluso molto presto dal personaggio: “Renzi è un egocentrico, ha un modo molto personale di concepire la politica, rifiuta la mediazione sociale e la concertazione, anche all’interno della sua stessa squadra. Non sono per nulla d’accordo con questa pratica, che fondamentalmente non è di sinistra,” spiega Civati, che ora è uno dei leader della fronda anti-renziana, ormai minoritaria all’interno del PD.

Questo non impedisce a Matteo Renzi di riappropriarsi abilmente dei simboli della sinistra…Il presidente del Consiglio ha già annunciato la sua intenzione di voler rilanciare la festa dell’Unità a Bologna, ad agosto. “Renzi è ormai visto dai media come l’ultima speranza del paese! È una retorica pericolosa,” afferma Tomaso Montanari, “l’ultima volta che si è parlato in questi termini di una persona lo si è fatto per Mussolini…” Lo storico vede peraltro delle “analogie preoccupanti con l’avvento del fascismo: Renzi è il prodotto dell’autodistruzione del PD e della distruzione di tutti gli altri. Certo, oggi non c’è il rischio di veder emergere una dittatura, ma c’è comunque un rischio per la democrazia”.

Se il pensiero di Renzi può apparire vuoto, non c’è dubbio sul fatto che ci sia comunque un metodo: “L’azione di Renzi è composta da quattro fasi,” spiega il giornalista Pietro Iozzelli, vecchio caporedattore dell’edizione locale de La Repubblica, uno dei pochi giornalisti ad aver seguito il personaggio sin dall’inizio. “C’è anzitutto l’annuncio in pompa magna, poi una scadenza fissata in giorni o mesi – che non sarà mai verificata dai giornalisti – poi l’evocazione di una serie di altre misure per distogliere l’attenzione e infine, sempre con gran velocità, un nuovo annuncio ancora più ambizioso. Si tratta di spostare incessantemente in là i traguardi e di presentare un continuum di problemi, per dimostrare di sapersi lanciare in imprese ogni volta più grandi e, sostanzialmente, di non dover mai rendere conto”.

Insomma, si tratta di una fuga in avanti per mischiare le carte che ricorda stranamente la successione d’annunci fatta da quando è diventato Presidente del Consiglio. In Italia si parla già di “velocismo”. Un esempio tra gli altri: quando era presidente della provincia, Matteo Renzi si opponeva fermamente al passaggio della linea ad altà velocità sotto la città – una posizione popolare in una città dove il sottosuolo è molto fragile. Una volta eletto sindaco, però, Renzi non ha più parlato di questa questione. Di contro, Renzi sembra maneggiare benissimo l’arte delle promesse non mantenute, come quella di creare un parco in cambio della costruzione in periferia di un gigantesco inceneritore, o ancora di mettere in piedi un sistema d’alloggio d’emergenza per i senzatetto: né l’uno né l’altro hanno mai visto la luce.

Matteo Renzi, contrariamente alla tradizione politica italiana, non è mai andato oltre un mandato nelle varie cariche che ha ricoperto: un modo perfetto per evitare di tracciare bilanci e per sbarazzarsi della patate bollenti…“È troppo facile guidare una città per cinque anni e poi lasciare che siano gli altri a farsi carico di tutti i problemi. Io avrei voluto un secondo mandato di Renzi!”, dice chiaramente il consigliere dell’opposizione Tommaso Grassi.

(Foto: Flickr)

Ma Renzi da parecchio tempo aveva un altro obiettivo. Alla fine del 2013 conquista la direzione del PD; all’inizio del 2014 si insedia a Palazzo Chigi. Al Comune di Firenze il successore di Renzi ci ha spiegato, con una certa diplomazia, che “bisogna fare politica con professionalità senza però farne una professione. Bisogna vivere per la politica, non vivere di politica”. Questi buoni propositi curiosamente ricordano gli stessi formulati dal Presidente del Consiglio in un’intervista accordata lo scorso maggio a diversi quotidiani europei: “Mi piace l’idea che si faccia politica a tempo determinato. Per alcuni anni si consacrano anima e corpo, poi si lascia”. Ancora una volta, questo è un modo di distorcere la realtà: il percorso di Matteo Renzi, infatti, dimostra che sin dall’età di vent’anni c’è stata una consapevole costruzione di una leadership nazionale. Su una cosa, comunque, tutti gli osservatori sono concordi: Renzi è destinato a rimanere a lungo nel sistema politico italiano.

Matteo Renzi, insomma, è riuscito in questo incredibile gioco di prestigio: per la sinistra italiana Renzi ormai è il messia – nonostante si tratti di un uomo senza una visione ideologica, spuntato fuori dai meandri della Democrazia Cristiana e diventato, anche a forza di slogan mediatici in un’Italia profondamente segnata da vent’anni di berlusconismo, il leader di un partito sorto dalle macerie del Partito Comunista italiano. La consacrazione però non finisce qui: tutti gli occhi europei sono puntati su questo giovane Presidente del Consiglio che osa tener testa ad Angela Merkel…E dopo il successo del PD alle europee, anche i socialdemocratici di tutto il continente aspettano Matteo Renzi come se fosse il messia.

Autore
Coraggio, il meglio è passato. @captblicero



Gianni Morandi e Facebook: uno su mille ce la fa

Vincere l’Internet a 70 anni è possibile: il successo del cantante di Bologna su Facebook è figlio di un sapiente mix di buonsenso, passione, scelte tecniche vincenti e, soprattutto, cura della relazione con i fan.


Se vi è capitato di vedere almeno un post di Gianni Morandi su Facebook nell’ultimo mese, non temete: non è un esperimento di Mark Zuckerberg mirato a farci riascoltare i grandi classici della musica italiana.

È semplicemente la naturale conseguenza di un crescendo di popolarità della pagina pubblica del cantante di Monghidoro, che a 70 anni ha scoperto il potenziale di una piattaforma che è stata capace di trasformare il suo diario “analogico”, che cura su carta da anni, nella base di una comunità che si incontra attorno ai post pubblicati giornalmente e che legge, risponde, condivide, commenta, ricorda o, semplicemente, sorride.

Come spesso accade sui social media, è il buonsenso a guidare la maggior parte delle buone pratiche di comunicazione. Morandi è diventato popolarissimo non cercando il colpo ad effetto, il video iperprodotto, il coinvolgimento forzato degli utenti, ma ha semplicemente (si fa per dire, considerando che Morandi è pur sempre un personaggio pubblico) utilizzato Facebook come fanno molti dei suoi fan: foto, video, condivisione di scorci di vita pubblica e angoli di vita privata.

Questa normalità è però innovativa, persino dirompente, in un contesto mediatico come quello italiano, in cui chi ha goduto negli anni di una posizione gerarchica superiore rispetto ai destinatari dei propri messaggi (dai politici ai giornali, dagli artisti agli enti pubblici, dalle multinazionali alle grandi organizzazioni) non ha ancora del tutto colto l’essenza dello stare su Facebook, Twitter, Youtube e simili. Su queste piattaforme la conversazione è il valore aggiunto, la reciprocità non è un favore che qualcuno concede a qualcun altro, ma è ciò che gli utenti (che sono contemporaneamente cittadini, elettori, consumatori) si aspettano.

La pagina di Gianni Morandi, oltre a essere un inequivocabile successo di numeri – ogni post è accompagnato da decine di migliaia di like, di commenti e condivisioni – lancia un altrettanto inequivocabile messaggio a tutti gli addetti ai lavori del mondo della comunicazione: il successo sui social media passa per la cura, la dedizione, la consapevolezza che ogni commento di un utente è prezioso, nobile, degno. Quando c’è questa consapevolezza, i soldi (sempre più importanti per marcare una presenza significativa sui social media, ma non ancora, e forse mai, indispensabili) non servono. 

Nelle slide che seguono potete leggere un’analisi dettagliata di come Gianni Morandi aggiorna Facebook, quali sono i suoi punti di forza e quali sono gli spunti di riflessione per chi lavora nel mondo della comunicazione.




La vera doccia gelata in Italia è sulla ricerca #icebucketchallenge

Nel nostro Paese gli investimenti privati e pubblici nella ricerca e nell’università sono tra i più bassi d’Europa, eppure i nostri ricercatori sono tra i più bravi al mondo.


Articolo in partnership con Fanpage.it

(ha collaborato Andrea Zitelli)

Una secchiata d’acqua gelata contro la sclerosi laterale amiotrofica (Sla) e a favore della ricerca. Questo il senso dell’iniziativa benefica #IceBucketChallenge che in America ha riscontrato un grande successo, dimostrato dalle cifre raggiunte dalle donazioni alla Als Association rispetto a quelle raccolte l’anno scorso, anche se alcuni esprimono perplessità sulla sua efficacia. Felix Salmon, in un articolo su Slate, scrive che una donazione una tantum, per quanto ricca, a una associazione di beneficenza dedicata alla cura di una singola malattia difficilmente può tradursi in risultati tangibili, soprattutto nel caso di una patologia come la Sla, dove la ricerca sembra tuttora ancora lontana dal trovare una terapia, sebbene ne siano state in parte descritte la base genetica e il meccanismo di insorgenza. La scoperta di una cura per la Sla, come per altre malattie, è un obiettivo a lungo termine e quello che serve alla ricerca sono finanziamenti costanti nel tempo.

In Italia, il governo non è stato a guardare. I ministri Marianna Madia, Beatrice Lorenzin e Stefania Giannini, e prima ancora il presidente del Consiglio Matteo Renzi, si sono fatti un gavettone di acqua fredda per fare da cassa di risonanza all’iniziativa (finora in Italia sono stati raccolti fondi intorno ai 200.000 euro). Ma in Italia, oltre l’appoggio “istituzionale” a simili azioni benefiche, qual è lo stato di salute della ricerca scientifica, non solo in campo medico, rispetto a quanto avviene in Europa e nel resto del mondo?

Il paese della «scienza negata»?

Enrico Bellone, storico della scienza scomparso nel 2011, in un libro dal titolo omonimo uscito nel 2005, definiva quello italiano un caso di «scienza negata». Nel paese che pure, ancora oggi, non si manca mai di ricordare come la «patria di Galileo», buona parte della classe dirigente e intellettuale del dopoguerra non ha riconosciuto alla scienza e alla ricerca un ruolo strategico per lo sviluppo sociale, culturale ed economico, se non nella retorica dei discorsi di insediamento, in qualche riga a metà tra «i giovani» e «il Mezzogiorno». Questo a dispetto delle evidenze che in altri paesi testimoniano , in questi decenni, le ricadute che l’investimento di lungo periodo nella ricerca, pubblico e privato, ha sullo sviluppo economico di un paese. La famosa «crescita», che da anni riempie dibattiti, talk show ed editoriali e che sembra sempre più un obiettivo impossibile per un paese di recente ripiombato nella recessione.

«Dobbiamo fare di più per la crescita» è una affermazione che l’assuefazione al rumore quotidiano dello scontro politico e del suo racconto mediatico fa sembrare ormai una litania priva di senso, perché suona retorica, perché è lo stratagemma per cavarsi d’impaccio da una domanda (che conosce già la risposta), perché, soprattutto, è l’effetto di una visione cortissima, che si spinge alle prossime elezioni e non a quello che saranno il proprio paese e il mondo tra cinquanta anni.

Non è solo una questione economica. Le imprese devono investire in ricerca e sviluppo se non vogliono soccombere di fronte alla concorrenza di mercati sempre più aggressivi, ma lo Stato ha la responsabilità anche di far prosperare la ricerca fondamentale, quella “curiosity-driven”, spinta solo dalla curiosità e dalla volontà di far avanzare la frontiera della conoscenza. Non si investe nel progetto Genoma solo per le possibili applicazioni in campo medico, ma anche per comprendere chi siamo e qual è il «posto dell’uomo nella natura» e se è stato possibile raggiungere questo traguardo è grazie ai decenni e secoli di studi alle spalle.

Tutto questo è da molto tempo assente dall’orizzonte di gran parte della nostra classe dirigente, non solo nelle istituzioni. L’indifferenza, quando non la diffidenza, verso la scienza come motore dell’economia e impresa culturale corre lungo una linea che è da tempo trasversale a ogni divisione politica e religiosa o non religiosa. Vive di narrazioni mitiche e immagini da cartolina, come quella dell’Italia “paese del turismo”, con un futuro di prosperità assicurata grazie ai milioni di persone in tutto il mondo che non aspettano altro che spendere il loro denaro per una vacanza nel “Bel Paese”. Miti che diventano profezie di economisti:

«L’Italia non ha un futuro nelle biotecnologie perché purtroppo le nostre università non sono al livello, però ha un futuro nel turismo».

Luigi Zingales

Una ricetta per accelerare il declino, non certo per fermarlo.

L’indifferenza-diffidenza produce scelte politiche e di governo, come quelle, proprio nel campo delle biotecnologie, che hanno portato allo smantellamento, di fatto, della ricerca pubblica italiana sugli Ogm. Perché nel «made in Italy» che si pretende di difendere non c’è evidentemente quella ricerca che era impegnata a tutelare proprio le nostre produzioni migliori.

E diventa tragica farsa in casi come quello Stamina, dove un intero parlamento, quasi all’unanimità, a dispetto degli appelli della comunità scientifica, stanzia fondi per sperimentare una pseudo-cura in un ospedale pubblico.

Troppi laureati e università in Italia?

Non si può investire nella ricerca se non si investe nell’istruzione e nell’università. Eppure molti sono convinti che in Italia l’offerta formativa sia eccessiva rispetto alle richieste del mercato del lavoro  e che ci siano più laureati di quanti se ne possano impiegare. Ma è vero? Non secondo il rapporto dell’Anvur (l’Agenzia nazionale per la valutazione del sistema universitario e della ricerca) del 2013 sullo stato della ricerca in Italia, che evidenzia come nel nostro paese la percentuale dei laureati rispetto alla popolazione, il 13,8%, sia di molto inferiore alla media Ue, che è pari al 24,5%, e alle percentuali che si registrano nei principali paesi europei (Regno Unito 34,7%, Spagna 29,6%, Francia 27,9% e Germania 24,1%).

Il dato non migliora se si restringe il suo calcolo alla fascia compresa tra i 25 e i 34 anni, nonostante l’aumento dell’ultimo decennio: 22, 3%, contro una media Ue del 35,3. A fronte dell’obiettivo che si è dato l’Unione Europea di portare entro il 2020 al 40% la percentuale dei laureati nella popolazione tra i 30 e i 34 anni, il ritardo italiano appare ancora più grave e il mito dei “troppi laureati” ancora più insostenibile.

Troppe università? Un rapido calcolo del numero degli atenei in rapporto alla popolazione evidenzia che in Italia non ci sono troppe università, né troppo personale docente in rapporto al numero di studenti.

L’Anvur ricorda che la spesa per l’istruzione universitaria in Italia «risulta inferiore a quella media Ocse, sia in rapporto al numero degli studenti iscritti sia in rapporto al prodotto interno lordo» e che nel 2010 la spesa per studente in Italia è stata «il 30% in meno rispetto alla media dei paesi Ocse, circa il 40% in meno di paesi come Francia, Belgio e Regno Unito e il 50% in meno dei paesi del Nord Europa e degli Stati Uniti».

Chi fa ricerca in Italia e quanto si investe

La ricerca pubblica italiana si svolge all’interno delle università e degli enti pubblici di ricerca. Il principale ente pubblico di coordinamento della ricerca in Italia è il Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR), il cui governo spetta al ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca (MIUR). L’organizzazione del CNR si compone di una  rete di più di 100 istituti suddivisi in 7 dipartimenti disciplinari.

Il MIUR vigila sull’attività di altri importanti istituzioni di ricerca pubbliche, come l’Istituto nazionale di fisica nucleare (INFN), l’Agenzia spaziale italiana (ASI), l’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (INGV), l’Istituto nazionale di astrofisica (INAF) e altri.

Molti enti di ricerca dipendono da ministeri diversi dal MIUR. Tra questi il ministero dell’Ambiente, che controlla l’Ente per le nuove tecnologie, l’energia e l’ambiente (ENEA) e il ministero della Salute da cui dipendono l’Istituto superiore di sanità, gli Istituti di ricovero e cura a carattere scientifico (IRCCS) e gli Istituti zooprofilattici.

La ricerca scientifica sostenuta dal privato copre il 52% circa della spesa nazionale in ricerca e sviluppo. Come annota l’Anvur, la quota di ricerca scientifica a carico del privato in Italia risulta «particolarmente modesta» rispetto alle media Ue (che si attesta attorno al 62%). Anche l’investimento pubblico rispetto al PIL è molto inferiore alla media europea e alla media dei paesi Ocse.

Secondo l’Ocse, l’Italia nel 2012, tra pubblico e privato, ha investito in ricerca l’1,26% della ricchezza nazionale, contro una media Ue dell’1,98 e Ocse del 2,4.

Quanti persone sono impegnate nella ricerca scientifica in Italia?

Piuttosto poche, rispetto alla media europea e al numero di ricercatori in altri paesi industriali, come gli Stati Uniti:

La ricerca italiana è produttiva e di qualità?

Nel gennaio scorso lo European Research Council, un’agenzia indipendente che finanzia la ricerca all’interno dell’Unione Europea, ha pubblicato i risultati del bando “Consolidator Grants 2013″.  Quello dell’ERC è uno dei bandi per la ricerca europea più prestigiosi e per risultare tra i beneficiari è necessario competere con i migliori scienziati europei.

I ricercatori italiani si sono posizionati al secondo posto per numero di finanziamenti assegnati, ben 46, appena due in meno dei ricercatori tedeschi. Germania e Italia staccano Francia e Regno Unito, al terzo e quarto posto (rispettivamente, 33 e 31).

Il rapporto dell’Anvur afferma che la ricerca italiana, nel complesso mostra una elevata produttività scientifica sia come numero di pubblicazioni che come numero di citazioni:

Per quanto riguarda le citazioni:

l’indicatore calcolato per l’Italia è maggiore di quello medio dell’Unione Europea a 15, nonché di quello calcolato per la media dei paesi OCSE.

Inoltre la presenza di pubblicazioni italiane nella fascia di eccellenza del “top 10%” delle pubblicazioni di maggiore impatto è «superiore alla media mondiale, sostanzialmente in linea con la media dell’Europa a 15 e leggermente superiore alla media OCSE».

Questi dati testimoniano che la ricerca italiana produce molta e buona scienza, spesso eccellente, al livello dei principali paesi europei e mondiali. Questa produttività e qualità risultano ancora maggiori se messe in rapporto al basso numero di ricercatori e alla scarsità di fondi a disposizione, rispetto agli altri paesi. Non è difficile immaginare che un aumento degli investimenti e quindi anche dell’occupazione nel settore potrebbero portare a risultati ancora migliori, anche per quanto riguarda la capacità di attrarre sia i cervelli italiani in fuga che quelli stranieri, oggi spesso poco propensi a impegnare le loro energie e le loro capacità nel nostro paese.




Il trattato sul commercio con gli USA e la finta consultazione della Commissione europea

La strategia della Commissione per far “digerire” all’opinione pubblica il trattato TTIP. Esercitare la democrazia in Europa finirà per costare fino al 2% del Pil.


PROTEZIONE DEGLI INVESTITORI ESTERI

Abbiamo già parlato dei negoziati sul trattato TTIP in corso tra Unione europea e Usa. L’aspetto più controverso è l’introduzione di clausole investitore-Stato (investor-to-state dispute settlement ISDS), che consentono alle aziende estere di citare lo Stato nel quale operano dinanzi ad un arbitro internazionale per presunta riduzione dei profitti futuri.
Tali clausole sono basate sulle analoghe presenti nell’accordo CETA in negoziazione tra UE e Canada (il Canada ha minor peso economico rispetto all’Europa, per cui quest’ultima è riuscita a prevalere in più punti dei negoziati, cosa che ovviamente non è detto che accadrà con gli Usa che hanno un peso economico superiore).

Le clausole sono introdotte nei trattati per impedire che uno Stato con un sistema giudiziario non all’altezza espropri illegittimamente i beni di un investitore estero. Probabilmente gli Usa vedono l’Europa come una sorta di repubblica delle banane con sistemi giuridici primitivi (rapporto dell’USTR americano sugli obiettivi e benefici a seguito dell’accordo TTIP:

Dispute settlement with trading partners in T-TIP will give the American public the confidence that we not only negotiate strong, high-standard obligations, but that we also have the means to enforce them

ma per fortuna sia gli Usa che l’UE ormai dispongono di sistemi giuridici maturi che prevedono la risoluzione delle controversie tramite giudici terzi ed imparziali.

CRITICHE

Nonostante la Commissione si sia affannata nel presentare nel modo più positivo possibile queste clausole, pubblicando una serie di risposte alle critiche più pressanti, l’idea dell’opinione pubblica è decisamente negativa, per il timore che un arbitrato possa stravolgere decisioni politiche democraticamente prese.

I sindacalisti europei sono contro il TTIP e le ISDS, allo stesso modo molte organizzazioni per la salute, gruppi in rappresentanza della società civile, membri del Parlamento europeo (una risoluzione del Parlamento, approvata il 12 marzo, consiglia di rigettare il TTIP poiché non conforme alle norme europee in materia di protezione dei dati), e i verdi.
Il Commissario alla Giustizia e Vice Presidente della Commissione, Viviane Reding, ha messo in guardia contro il TTIP e lo stesso Presidente della Commissione, Jean-Claude Juncker, ha espresso vivaci preoccupazioni

io non sacrificherò la sicurezza in Europa, la salute, le norme sociali e la protezione dei dati o la nostra diversità culturale sull’altare del libero scambio. Né posso accettare che la competenza dei giudici degli Stati membri dell’UE sia limitata dalle controversie investitore-Stato

Infine, anche il governo tedesco ha denunciato forti dubbi sulla necessità di introdurre le clausole ISDS, in considerazione del fatto che gli investitori americani sono sufficientemente tutelati dai tribunali europei.

La Commissione europea si è vista costretta a sospendere i negoziati sul punto (non sul trattato TTIP) avviando, nel marzo del 2014, una consultazione pubblica sulle clausole ISDS. Nel discorso del Commissario al commercio, e responsabile per l’Europa dei negoziati TTIP, Karel De Gucht, appare chiaro che la questione non è “ISDS si, ISDS no”, piuttosto: “che tipo di ISDS vogliamo?”.
Si tratta, quindi, di una consultazione sulla modalità di introduzione di dette clausole, e non sull’opportunità o meno di introdurle in Europa.

UN ATTACCO COORDINATO

Il 31 luglio del 2014 la consultazione si è conclusa (il termine originario del 15 luglio è stato esteso) ricevendo inaspettatamente quasi 150mila contributi che hanno praticamente paralizzato il sistema informativo della Commissione. De Gucht ha definito, in maniera sprezzante, questo massiccio impegno civile dei cittadini “un attacco coordinato”.

La maggioranza dei contributi viene dal Regno Unito (34%), poi Austria (22%) e Germania (21%), dall’Italia solo 9%. L’analisi dei contributi dovrebbe essere pubblicata non prima di novembre 2014.

 

CONSULTAZIONE

Il documento in consultazione in realtà non era (non è più online) altro che un elenco delle problematiche della clausole ISDS, come mancanza di chiarezza, possibili abusi, conflitti di interesse, reclami frivoli, assenza di ricorsi, ecc…, ai quali la Commissione europea contrappone dei possibili correttivi (che non è detto che poi gli Usa accetteranno).

Espropriazioni
La definizione di “espropriazione” nelle ISDS è piuttosto ampia, includendo anche le “espropriazioni indirette” (equivalent to expropriation), cioè la riduzione di profitti a seguito di decisioni statali. Quindi un investitore straniero potrebbe citare un governo dinanzi ad un arbitro solo perché una legge democraticamente approvata, alzando il livello di tutela dei consumatori (es. in materia di ambiente), determina una riduzione dei possibili futuri profitti dell’azienda (ad esempio per adeguamento degli impianti).
Inoltre, una volta privatizzati i servizi pubblici (es. acqua), non sarà più possibile nazionalizzarli perché costituirebbe un’espropriazione indiretta.

La proposta della Commissione fa salvi gli interessi pubblici legittimi. Purtroppo la decisione su ciò che ricade sotto questo termine è poi demandata agli arbitri internazionali.

Nazione più favorita
Tra i principi generali del TTIP vi è il principio del trattamento nazionale, secondo il quale l’investitore straniero deve essere trattato alla stregua di quello nazionale, e quello della nazione più favorita (MFN, most favoured nation). L’MFN comporta che un’azienda americana può invocare la protezione prevista da ogni altro trattato firmato se più favorevole, compreso trattati precedenti, così vanificando i miglioramenti dei nuovi trattati. In questo modo sarà possibile aggirare la clausole di “trattamento equo” (vedi più avanti) e i limiti dell’espropriazione indiretta.

Disparità di trattamento
Le clausole ISDS determinano una evidente disparità di trattamento tra gli investitori esteri e le aziende nazionali, poiché le aziende nazionali non hanno il diritto di citare lo Stato per espropriazioni “indirette” di utili futuri.
Inoltre l’articolo 1 del Protocollo 1 della Dichiarazione dei diritti dell’uomo tutela le proprietà delle persone, precisando che

Nessuno può essere privato della sua proprietà se non per causa di pubblica utilità e nelle condizioni previste dalla legge e dai principi generali del diritto internazionale

Il comma successivo, però, sancisce anche che

le disposizioni precedenti non portano pregiudizio al diritto degli Stati di porre in vigore le leggi da essi ritenute necessarie per disciplinare l’uso dei beni in modo conforme all’interesse generale o per assicurare il pagamento delle imposte o di altri contributi o delle ammende

Normalmente è lo Stato che decide cosa è conforme all’interesse generale, con le ISDS questo decisione spetterà ad un arbitro internazionale.

Forum shopping
Le clausole ISDS consentono il cosiddetto “forum shopping”, cioè una azienda può citare uno Stato dinanzi ad un arbitro anche se non esistono accordi specifici tra lo Stato dell’azienda e lo Stato citato. Infatti è sufficiente che esistano accordi con lo Stato nel quale l’azienda ha una sede secondaria.
Un esempio è l’azione proposta dalla americana Philip Morris (Usa) contro l’Australia sulla base degli accordi tra Australia e Hong Kong, dove la Philip Morris ha una sede secondaria, anche se non esistono specifici accordi tra Usa e Australia.

La proposta della Commissione europea è di escludere i casi di aziende “mailbox”, pretendendo che l’azienda straniera debba stabilire una effettiva sede con attività economiche sostanziali prima di poter portare in giudizio lo Stato.
Ovviamente le multinazionali, che sono quelle che possono creare maggiori problemi ad uno Stato, non hanno nessuna difficoltà a superare questo ostacolo.

Trattamento giusto ed equo
Il principio del trattamento “fair and equitable” (FET) è previsto dalle clausole ISDS, in modo da assicurare un trattamento giusto ed equo agli investitori esteri.
Il principio in questione, come del resto tutti i principi generici, può portare facilmente ad abusi. Le applicazioni dei tribunali arbitrali variano notevolmente.

La proposta della Commissione europea è di prevedere una lista di specifici diritti in relazione ai quali si applica la clausola FET.
Purtroppo tale lista non è “chiusa” e quindi può teoricamente portare comunque ad applicazioni estensive.

Diritto alla regolamentazione
Le procedure ISDS sono molto dispendiose, le cause costano cifre enormi, gli onorari degli arbitri (praticamente una casta chiusa, e sono pagati fino a 3.000 dollari al giorno) sono elevatissimi e a carico delle parti. Sono gli arbitri a decidere chi paga, ed è accaduto che anche se uno Stato ha vinto la causa ha dovuto comunque accollarsi le spese del giudizio. Anche solo questo aspetto può far sì che uno Stato sia restio a introdurre normative che potrebbero provocare azioni legali da parte degli investitori esteri.

La Commissione intende introdurre un “right to regulate” al fine di promuovere l’interesse pubblico rispetto ad altri interessi.
In realtà in questo modo il “diritto alla regolamentazione” del governo diventa un’eccezione rispetto alla protezione degli investimenti aziendali, che assumono il ruolo primario, inoltre tale diritto è tutelato solo in relazione ad “obiettivi legittimi”, che però non sono specificati. Alla fine saranno gli arbitri a decidere quali sono.

Indipendenza degli arbitri
I tribunali nazionali sono disegnati per essere indipendenti, imparziali, e rispettosi del principio della separazione dei poteri. Non accade lo stesso con i tribunali arbitrali: ognuna delle parti in causa sceglie uno dei tre arbitri, mentre il terzo è scelto di comune accordo oppure dal segretario generale del Centro Internazionale per la risoluzione delle controversie relative agli investimenti (ICSID), il quale è scelto a sua volta dal presidente della Banca Mondiale. In caso di appello tutti e tre gli arbitri sono nominati dal presidente della Banca Mondiale. Il presidente della Banca Mondiale è nominato dagli Usa.
È evidente lo squilibrio a favore degli Stati Uniti.

Ovviamente un collegio arbitrale non ha il potere di abrogare una norma legislativa nazionale, però può statuire che quella norma compromette i profitti presenti e futuri dell’investitore estero, per cui lo Stato verrà condannato a risarcire tali mancati guadagni.
Ad esempio, la canadese Gabriel Resource ltd cita la Romania perché il legislatore, per motivi di sicurezza dei cittadini, ha impedito la realizzazione di una miniera a cielo aperto, per la quale erano stati spesi dall’azienda 1,4 miliardi. Alla fine la norma rimarrà in vigore ma lo Stato potrebbe essere costretto a pagare fino a 4 miliardi alla GBU (la condanna più elevata in una ISDS è di 50 miliardi nella causa Yukos vs Russia), cioè circa il 2% del Pil nazionale (la retorica della Commissione si accentra spesso sul fatto che il trattato TTIP occorre per aumentare il Pil degli Stati europei, circa lo 0,2-0,5% annuo).
Un disincentivo così forte influisce sicuramente sulle procedure di formazione delle nuove leggi.

Secondo uno studio UNCTAD (Conferenza dell’ONU sul Commercio) il 70% delle richieste degli investitori viene accolta almeno in parte. Certo, il problema si potrebbe risolvere con una bella assicurazione per rischi, da stipulare ad esempio con la Banca Mondiale!

ACCORDO TRUCCATO

I problemi non vengono risolti affatto con i minimi correttivi proposti dalla Commissione:

- il sistema for-profit incentiva la proposizione di azioni frivole;
-
il sistema non rispetta la necessaria separazione dei poteri (gli arbitri di fatto sono nominati dall’esecutivo americano);
- la clausola MFN consente alle aziende di utilizzare le disposizioni del trattato che preferiscono;
- i diritti umani non sono menzionati affatto nell’accordo TTIP (sono eccezioni a regole commerciali) e quindi sono posti in secondo piano rispetto alla tutela degli interessi economici;
- gli arbitri sono competenti a rivedere qualsiasi decisione di un giudice locale (compreso le Corti supreme) od europeo (compreso la Corte dei diritti dell’uomo);
- la clausola sulle “aspettative legittime” consentirà ai tribunali arbitrali di rivedere qualsiasi tipo di accordo contrattuale dello Stato;
- ed infine il sistema è truccato, tutto a favore degli Stati Uniti (dove le regole sulla protezione dei dati personali sono molto più permissive rispetto a quelle europee).

Le clausole ISDS consentiranno di contestare possibili riforme e leggi innovative a tutela dei cittadini, non solo politiche ambientali (che generalmente provocano maggiori spese per la aziende costrette a rinnovare gli impianti per limitare l’inquinamento) ma anche riforme in materia di diritto d’autore o di tutela dei dati personali. L’introduzione della riforma della privacy dell’Unione europea, limitando il trattamento dei dati personali dei cittadini europei da parte delle aziende americane potrebbe avviare una miriade di cause ISDS perché, appunto, riduce i guadagni attesi da queste aziende.

In conclusione, la consultazione pubblica indetta dalla Commissione europea appare semplicemente un espediente di una strategia di comunicazione tesa a superare lo scetticismo del pubblico circa i negoziati commerciali Usa-UE. Infatti propone dei correttivi minimi agli enormi problemi che causa l’introduzione delle clausole ISDS, ma si guarda bene dal rispondere alla domanda più importante: perché abbiamo bisogno di queste clausole?
Considerato che il sistema giudiziario europeo è maturo, non si comprende davvero che utilità abbiano, se non per favorire le aziende, specialmente quelle americane, che traggono profitto dall’abbassamento degli standard di sicurezza in materia di salute (PhRMA, rappresentante delle principali aziende americane sulla ricerca farmaceutica, ha chiesto espressamente di eliminare le nuove regole dell’UE che obbligano la pubblicazione dei dati degli studi clinici), nei luoghi di lavoro, in materia ambientale e di protezione dei dati (nel rapporto dell’USTR americano sugli obiettivi e benefici a seguito dell’accordo TTIP, nella sezione “commercio elettronico”, si sostiene chiaramente che: “free flows of data are a critical component of the business model for service and manufacturing enterprises in the U.S. and the EU and key to their competitiveness”).

Con il trattato di Lisbona la politica commerciale della UE ha assunto un caratura fortemente sociale (principio di precauzione, art. 191), in quanto deve essere condotta nel rispetto della democrazia, dello Stato di diritto e dei diritti dell’uomo. Invece la clausole ISDS prevedono un pericoloso ribaltamento mettendo le aziende prima degli Stati e i profitti prima dei cittadini.
È evidente che le clausole ISDS minano alle fondamenta lo spirito dell’Unione europea, dando ad un arbitro internazionale (nominato dalla Banca Mondiale) un potere enorme, e le cui decisioni non sono impugnabili (in aperto contrasto con la normativa UE che prevede come giudice di ultima istanza la Corte di Giustizia Europea).

QUALE FIDUCIA NEGLI USA?

Durante la sessione plenaria del 15 luglio, Helmut Scholz, membro del Parlamento europeo, aggiungendo la voce del gruppo dei socialisti ai critici, si è rivolto direttamente al Commissario De Gucht:

“Hai fatto una consultazione pubblica sull’inclusione di clausole per la risoluzione delle controversie stato investitore (ISDS) che ha ricevuto oltre 115.000 risposte. I cittadini non vogliono le ISDS”

E poi, rivolto al resto del Parlamento ha concluso:

Vi esorto di nuovo a fare vostre le preoccupazioni espresse dalla società civile, agli occhi dei nostri cittadini, gli Stati Uniti sono colpevoli di spionaggio e furto di dati. Non ci può essere alcuna fiducia in questi negoziatori

Autore
Avvocato e blogger. Mi interesso di diritto applicato ad internet e alle nuove tecnologie di comunicazione. @brunosaetta



In difesa dell’hashtag e dell’attivismo digitale

I movimenti digitali non sono paragonabili all’attivismo nel mondo reale, ma probabilmente rendono il mondo un posto migliore. Dedicato a chi deride l’attivismo digitale e a chi parla di ‘cattivo umore e irresponsabilità del web’.


L’attivismo digitale che valore ha? Un hashtag, una campagna online può davvero cambiare le cose? È un tema complesso e affascinante. Con tutti i suoi limiti e le sue criticità l’hashtag activism è un fenomeno da prendere sul serio, è una spinta alla partecipazione da parte dei cittadini, una modalità per contribuire (ancor di più) a spezzare il monopolio delle notizia, a fare “agenda” su temi e vicende ignorate (a volte anche volutamente) dai media mainstream e dalla politica. Può essere criticato appunto nelle sue debolezze, fragilità e contraddizioni, ma quello che non si può fare – a mio avviso – è banalizzarlo e ridicolizzarlo, soprattutto se a farlo sono testate “tradizionali”.

In difesa dell’hashtag activism

Non si dovrebbe partire dagli aneddoti o da case history, ha ragione Mary Joyce – esperta di attivismo digitale, fondatrice di Meta-activism, responsabile per i new media della Campagna per Obama 2008 e curatrice del libro Digital Activism Decode: nel valutare e studiare un fenomeno come l’attivismo digitale non bisogna partire dai casi di successo o insuccesso, anche perché in ogni caso misurare l’impatto di una mobilitazione o di una campagna è qualcosa di estremamente soggettivo.

The measuring of impact thus becomes extremely subjective. Digital activism proponents want to count mobilization as success even when the goal is not achieved, while skeptics and pessimists point out that, by traditional measures, most digital activism campaigns are failures.  Though I am certainly a proponent of digital activism, I would actually side with the skeptics here.  In order to really push the field forward, we need to set high standards for digital activism success and not be satisfied with half-measures.

In una intervista del 2010 dice:

Uno degli argomenti del libro è proprio la necessità da parte nostra di smetterla con l’approccio all’attivismo fondato sull’aneddoto. L’abbondanza di aneddoti non fa che frammentare la nostra comprensione e fornisce sia agli ottimisti che ai pessimisti le munizioni con cui si combattono in dibattiti inestricabili circa il valore dell’attivismo digitale, ciascuno forte del proprio cumulo di aneddoti. Abbiamo bisogno di iniziare a valutare assunti e teorie con un’analisi e dei dati rigorosi.

Però è di questi giorni il caso #Ferguson, (l’hashtag non è casuale, scrivo volutamente così perché la storia di questa vicenda è strettamente connessa alle dinamiche dei social media e dell’hashtag activism – in questo caso tra l’altro l’attivismo digitale si fonde e confonde virtuosamente con il citizen journalism), nel Missouri dove un ragazzo di colore disarmato è stato ucciso dalla polizia. Vale la pena mettere in evidenza alcuni aspetti della storia, che, nell’analisi e valutazione dell’hashtag activism - e journalism - presenta caratteristiche esemplari.

#IfTheyGunnedMeDown e come un hashtag può cambiare le cose

Michal Brown, un ragazzo afro-americano di 18 anni, viene colpito a morte dalla polizia di Ferguson nel Missouri. Molti media danno la notizia usando una foto di Brown pregiudizievole: il ragazzo non sorride e fa un segno con le mani che potrebbe significare appartenenza a una gang. Una scelta precisa di immagine che quasi subito viene contestata su Twitter con l’hashtag #IfTheyGunnedMeDown (se mi uccidessero quale foto usererebbero i media?). Alla proteste per le strade di Ferguson si associa così una meta-protesta sui social. Come spiega molto bene questo articolo del Time, l’attivismo digitale può avere i suoi limiti e le sue contraddizioni, e a riguardo la testata riporta l’esempio – fallimentare se l’obiettivo era la cattura del criminale Kony in Uganda – della campagna Kony2012 (qui una critica argomentata e fra le più interessante alla campagna nello specifico). Su una cosa però l’attivismo digitale può funzionare davvero bene: la critica ai media. Con la scelta di quell’hashtag, brillante, potente, pieno di significato e la mobilitazione che ne è seguita si è messo in evidenza il pregiudizio dei media e l’uso di stereotipi che possono “inquinare” il modo di dare (e ricevere) una notizia.

Ecco alcuni tweet #IfTheyGunnedDownMe

Buzzfeed ha ricostruito come il movimento intorno a questo hashtag ha avuto un tale impatto da cambiare la conversazione e il dibattito intorno alla morte di Michael Brown. La vicenda di #Ferguson è notevole anche per altri aspetti, visto che porta con sé ulteriori implicazioni. Il Washington Post racconta come i social media hanno contribuito alla liberazione dei due giornalisti arrestati durante le proteste.

Il momento dell’arresto ha contribuito tra l’altro a far esplodere la storia sui social media e da lì sui media tradizionali, come mette in evidenza Politico:

Social media interest in the event peaked on the night the reporters were arrested and other journalists were denied access to the site, threatened with arrest or chased off the scene by tear gas and riot police. According to Twitter analytics engine Topsy, the search term “Ferguson” got about 200,000 mentions Tuesday night. Wednesday night, there were nearly 700,000 mentions.

Mathew Ingram di GigaOm riflette su come la protesta di Ferguson sia un esempio perfetto della potenza del citizen jouralism – “crowd-powered journalism” - soprattutto quando compensa l’assenza di copertura da parte dei media tradizionali:

Amid all the trolling and celebrity hoo-ha that takes place on Twitter and other social-media platforms, occasionally there are events that remind us just how transformative a real-time, crowdsourced information platform can be, and the violent response by local police to civil protests in Ferguson, Missouri on Wednesday is a great example. Just as the world was able to see the impact of riots in Tahrir Square in Egypt during the Arab Spring, or military action against civilians in Ukraine, so Twitter provided a gripping window into the events in Ferguson as they were occurring, like a citizen-powered version of CNN.

Tornando alla questione iniziale, uno dei più grandi effetti dell’hashtag activism nel caso di Ferguson è stato estendere la diffusione della notizia a livelli inimmaginabili. Questo, insieme allo svolgimento dei fatti, tra proteste per strada, azioni violente della polizia, arresto di giornalisti, ha portato alla copertura da parte del mainstream, e da qui anche alla pressione sulla politica che ha visto l’intervento di Obama e del Governatore del Missouri.

Notevole la mappa che illustra come è esplosa e si è propagata la notizia attraverso Twitter

Hashtag activism e hashtag journalism

La riflessione sull’attivismo digitale implica anche una riflessione sul giornalismo che segue le storie sui social. In questo articolo molto interessante, pubblicato della Columbia Journalism Review, Ann Friedman si interroga sui pro e contro della copertura da parte dei giornalisti degli hashtag che emergono su Twitter da #YesAllWomen, che ha contribuito al dibattito pubblico su nuove forme di femminismo (le donne minacciate dalla violenza maschile hanno condiviso la loro esperienza in seguito alla sparatoria di Isla Vista), imponendosi sui media tradizionali, a #BringBackOurGirls.

In some ways, journalists should be grateful for hashtag activism. The trending hashtag is a way to figure out what the public wants to discuss and learn more about—with the added bonus that when journalists add more reporting and perspective to the conversation, their work gets duly hashtagged and receives an added boost. But in other ways, it’s just white noise. After all, you’re just as likely to see racist-joke hashtags trending on Twitter as you are to see under-covered, hugely important news stories like the disappearance of hundreds of Nigerian girls. And Twitter itself is an incomplete picture of the public’s interests: As of last year, only 18 percent of online adults were using it, but 58 percent of journalists were. For activists who want to demand journalists’ attention en masse, Twitter is far and away the best forum.

Ecco perché è con amarezza che dobbiamo constatare che per il giornalismo italiano l’hashtag journalism si riduce troppo spesso in “la satira del web” e “l’ironia di Twitter” o nell’inseguimento dell’ultimo hashtag del premier che usa con grande sapienza il mezzo per dettare l’agenda sui media. E fa sinceramente tristezza continuare a leggere su carta derisioni sull’attivismo digitale o di ambiente cupo e irresponsabilità del web…

In conclusione

Ci sono cause che vanno combattute a prescindere dal risultato. E questo vale per l’attivismo in genere (al di là se digitale o non digitale). Forse uno dei limiti della valutazione dell’impatto di questo tipo di movimento è applicare le categorie dell’attivismo “tradizionale” all’attivismo digitale. Un hashtag crea comunità, coscienza critica intorno a un tema, mobilita le persone non nel senso classico (anche se ci sono esempi di attivismo digitale che si affianca anche alla mobilitazione off-line). L’hashtag activism contribuisce al processo di agenda setting che guida i mezzi di informazione.

True, hashtag activism is not magic pixie dust that can rescue these young women, democratize governments, or decisively alter complex social events all by itself. But that is a false standard to use in measuring its value. The social media mobilization around #bringbackourgirls has reset the agenda of Western media. Attention is on Africa. And in the sentiments, articles, and discussion flowering around the hashtag is a picture of the social and cultural conflicts in Nigeria: the wide inequalities of the region, the brutal form of terrorism practiced by Boko Haram, corrupt and incompetent government, and the agonizing plight of women caught in these struggles. The measure of this campaign’s importance will be whether these lessons stick and we continue to pay attention to Nigeria in the future. The #Kony2012 campaign did not result in the capture of Joseph Kony. But it did inform millions of people about violence in Central Africa…

È anche vero, come mi ha fatto notare Fabio Chiusi, che

è difficilissimo tenere traccia dei tanti episodi di hashtag activism che accadono continuamente: e se i più efficaci non fossero quelli giunti all’attenzione dei mainstream media ma rimanessero confinati nelle comunità locali – producendo però effetti concreti?

Sempre Fabio, tra l’altro, su Twitter ha segnalato il caso “ice-bucket challenge”

Tempo fa ci occupammo su Valigia Blu del caso della senatrice democratica Wendy Davis che annunciò su Twitter che avrebbe fatto ostruzionismo per bloccare l’approvazione della legge SB5 promossa dai repubblicani, che tra i vari provvedimenti avrebbe impedito l’interruzione di gravidanza dopo le 20 settimane nello Stato del Texas. Grazie a quel tweet e all’hashtag #standwithwendy  le persone si mobilitarono e i cittadini si presentarono fisicamente al Senato per sostenere la senatrice.

Penso, guardando al nostro Paese, alla mobilitazione #noleggebavaglio e recentemente a una vicenda che ha coinvolto la città dove vivo e che ho seguito da vicino e vissuto in prima persona (partecipando alla fiaccolata di protesta): a Perugia un gruppo di cittadini organizzato su Facebook si è mobilitato per fermare la costruzione di un alloggio universitario in una zona di pregio agricolo e storico-architettonico. Alla protesta online, accompagnata dalla ricerca e circolazione di informazioni sulla legge, sulla situazione dei permessi e delle autorizzazioni, è seguita la mobilitazione fisica, l’attenzione dei media locali e la risposta della politica e delle istituzioni, che per ora hanno fermato i lavori.

Le critiche all’hahstag activism serie e ben argomentate - come quella di David Carr del NYT – che vanno oltre i soliti pregiudizi e le inutili e dannose semplificazioni possono contribuire a migliorare e arricchire queste dinamiche sempre più presenti nella nostra vita (digitale e non). Riporto qui la bella conclusione di Carr: gli hashtag vanno e vengono, i movimenti digitali non sono paragonabili all’attivismo nel mondo reale, ma probabilmente rendono il mondo un posto migliore.

Sure, hashtags come and go, and the so-called weak ties of digital movements are no match for real world engagement. But they are not only better than nothing, they probably make the world, the one beyond the keyboard, a better place.

Aggiornamento sul caso #Ferguson 18/8/2014 > Vale la pena riportare due articoli che mettono in evidenza il ruolo fondamentale di Twitter e social media nella vicenda della morte del giovane Michael Brown:

How social media changed conversation on #Ferguson

Hashtag activism” is often derided, but without it, Ferguson police might have been able to sweep Michael Brown’s death under the proverbial rug; they could have found a way to charge him with property damage for getting blood on an officer’s shoes, for example, as happened in the case of Henry Davis.

View of #Ferguson Thrust Michael Brown Shooting to National Attention

“This story was put on the map, driven and followed on social media more so than any story I can remember since the Arab Spring,” he said in a phone interview on Saturday. “On Wednesday night, when things went down, we were putting together live feeds and Twitter reports. Good luck running around there with a camera man and a news crew. You saw what happened to Al Jazeera’s crew.”

On Thursday, Mr. Hayes traveled to Ferguson for his show because it was clear this story was not going away, on Twitter or elsewhere. Twitter still carries a great deal of unverified and sometimes erroneous information, but for all its limitations, it has some very real strengths in today’s media climate. It is a heat map and a window, a place where sometimes the things that are “trending” offer very real insight into the current informational needs of a huge swath of news consumers, some of whom traditional outlets often miss.

While much of mainstream media leaves communities of color unmoved — these are audiences that are underrepresented in terms of broadband access as well — Twitter is a place many black users rely on for information.




Morire di vita a Siracusa

Tra campi rom, redazioni locali e tossici di periferia: recensione di ‘Christiane deve morire’.


(Foto via SiracusaNews)

Dove c’è sole, dove c’è vodka, dove c’è agnello, ci sono i rom
(Veronica Tomassini, Christiane deve morire)

Quella di Veronica Tomassini è l’epica degli ultimi. Che fluisca impetuosa e viscerale, come nel romanzo di esordio Sangue di cane, o che muova il lirismo verso una dimensione più matura, come nel nuovo Christiane deve morire, la prosa di Veronica Tomassini dà una lingua a chi muore in silenzio, invisibile o rifiutato, e lo redime dall’oblio. Semaforisti polacchi, ubriaconi, rom, tossicodipendenti: «morti di vita» che consumano la propria esistenza ai margini. Tomassini li conduce al lettore facendo entrare la letteratura dalla porta del trauma, percorrendo con le parole lo spazio muto e terribile che lascia davanti: «Le mie parole una dietro l’altra paiono innocue e invece sono inarrestabili».

In Sangue di cane la matrice autobiografica era molto più esplicita, focalizzata sull’amore per il polacco Slawek: la voce narrante, femminile, non aveva identità se non nell’amore per l’uomo perduto, un’emozione totale che aveva il baricentro stilistico nel ricorso alla seconda persona singolare: «Eri così bello, lo eri troppo per me, eri la sponda del fiume che avrei attraversato, lo sapevo, lo sapevo, eri tu». Cronologicamente Christiane deve morire inizia là dove finisce il primo romanzo: «Nutrivo una sola speranza: poterlo riabbracciare. Parlo di mio marito» è l’incipit, dove la condizione interiore precede il fatto esteriore che lo provoca.

Se la sorgente della scrittura e l’ambientazione siracusana è immutata, Tomassini introduce dei cambiamenti che evitano al libro di essere un mausoleo di dolore esibito. La protagonista è la «signorina Varrani», il romanzo è in prima persona e prevalgono i tempi passati; fanno eccezione le reticenze, al presente, («Non racconto la mia vita dentro le mura della mia famiglia d’origine. Non trovo interessante l’argomento, anzi mi procura vergogna») che danno conto di come ricordare sia un’azione tematica e per nulla gratuita.

La signorina Varrani lavora per un giornale locale scrivendo di rom, per i quali è la «redaktora». La redazione e le meschinerie tra colleghi, l’odio razziale per i rom (in primis quello del direttore), che vanno bene per i lettori solo quando commettono reati, sono uno dei temi portanti del romanzo. Il mondo borghese da cui proviene la protagonista è animato da un conformismo aggressivo in cui i poveracci sono esorcizzati nelle aperture strillate, mentre il servilismo verso chi comanda viaggia lungo i binari della routine:

Ai ladri di polli si davano le ottanta righe di apertura, di norma,a un furto di pecore nei paesi montani pure; l’abigeato meritava persino la locandina. A volte il sindaco pretendeva conto e ragione se a una conferenza di servizi si destinava l’angolo sotto la rubrica Lettere al Direttore, senza occhiello, mentre al ladro di fili di rame la copertura totale esente da fascioni pubblicitari.

A questo mondo si affianca il campo rom, dove lo «sradicamento» dell’apolide convive con la necessità di sopravvivere. Non ci sono equilibri o punti fermi, in questa realtà, ma l’energia di una giostra impazzita in cui desiderio, violenza, dolcezza, sporcizia, attaccamento, passione e ingenuità tolgono ogni riferimento, se non si riesce a guardare al loro mondo con misericordia; se ne accorgerà il mite Eugenio.

Il rom è l’altro per eccellenza, verso cui il razzismo sembra un atto tollerabile, anzi, doveroso e autoassolutorio, e guai a dire che è razzismo. È così che la protagonista svolge il detestato punto di vista del capo, immaginando di parlare per assecondarlo:

«Quando tocca a un italiano fare il barbaro è diverso. Ci sono sempre consone ragioni e sociologi della prima ora ad argomentare compenetrati. Ci piace pensare ai nostri misfatti come a una tristezza crepuscolare che trucida con le buone maniere. Ed è un’immagine meravigliosa, il crepuscolo del nostro autocontrollo in balia di pulsioni violente, dai colori primitivi, altro che pastelli».

Tra il mondo borghese e il campo rom si collocano i luoghi della memoria e le emozioni che li impregnano. Ci sono luoghi e situazioni fisiche: il centro commerciale cui Varrani andava col marito, e che ora soffre angosciata, l’uomo nella mensa Caritas che assomiglia al marito, e che la protagonista non riesce ad avvicinare, pur continuando a pensarlo. C’è poi la sconfinata distesa di ricordi per i «morti di vita» della prima giovinezza. I primi amori tra comitive di tossici, vissuti nel mito del libro di Christian F., nella periferia cittadina («la periferia è sempre un’istigazione al suicidio»), nelle «Mazzarruna» comuni a ogni grande città. Alfredo, Massimo, Cetty e Filippu u pazzu sono fantasmi da cui la protagonista non sa liberarsi, più vivi ai suoi occhi nel passato che, nel caso di Alfredo, da superstiti («oggi è panettiere, ha una moglie che non ha i denti davanti, due figlie, e quando mi vede fa finta di non conoscermi. Si vergogna»). Ritornano di continuo nella narrazione, talvolta addirittura la spezzano senza preavviso: «”Non stanno qui, redaktora, stanno a Catania”. Alfredo partiva in pullman il venerdì, aveva appuntamento col pusher in stazione a Palermo». Ma «Christiane deve morire», per l’appunto. La memoria è il purgatorio in cui congedarsi dal passato e perdonare le debolezze umane, a partire dalle proprie; l’uso dell’ironia esprime questa urgenza, come per l’appellativo «signorina» che la Varrani, moglie abbandonata, usa per sé.

Christiane Vera Felscherinow, autrice di Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino, in una foto del 2011 (Via)

Se i frammenti della prima giovinezza hanno nella ricorrenza un valore simbolico, in certi passi si sente l’assenza di un’ulteriore limatura, specie quando dall’inizio di un capitolo ci si muove verso la parte centrale. Le immagini d’apertura, lapidarie, giocate sull’iterazione («Niente stupri dai rom. Niente». «Giulia era sparita, Giulia del campo rom») o sulla concisione («Al genio compete l’eternità, prima degli altri»), proseguono come un labirinto di piani temporali ed episodi che, quando i cambi di passo non sono ben calibrati, denotano una scrittura più vicina alla sorgente ispiratrice che alla foce letteraria. Eppure le repentine deviazioni sono una cifra stilistica propria dell’autrice, indomabili ma consapevoli della propria natura nei momenti più alti.

La si chiami indole, o vocazione o persino ossessione, rispetto agli emarginati e agli oppressi che chiunque incontra nel quotidiano Veronica Tomassini non riesce a distogliere lo sguardo e a restare in silenzio («Le parole mi giravano in testa, ero sotto assedio»). E ogni sua parola portata fuori, riversata sulla pagina, scava uno spazio di dignità tra le cattedrali della ferocia umana.

Autore
Maestrino saccente. @matteoplatone



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