Tra falsi allarmi e Beppe Grillo, informarsi correttamente su Ebola è una impresa

Il collegamento tra sbarchi ed epidemie è falso. Cosa c’è da sapere per non cadere nella trappola della cattiva informazione.



Fare corretta informazione su temi come l’epidemia di Ebola è un po’ come svuotare il mare con un cucchiaino, di fronte ai falsi allarmi sui «casi sospetti» rilanciati dai media, alle manifestazioni di partiti come la Lega Nord e Fratelli d’Italia, al grido di “EBOLA, NO GRAZIE”, e ai provvedimenti improvvisati di alcuni amministratori locali, come il sindaco di Padova Massimo Bitonci. Provvedimenti, peraltro, già smontati nel merito da altre autorità che ne evidenziano l’inutilità e l’inapplicabilità.

Ai falsi allarme e alle ordinanze “anti-Ebola” si aggiunge ora anche il leader 5 Stelle Beppe Grillo, che in un post chiede che si rompa il «tabù» del tema dell’immigrazione e che, per scongiurare le minacce incombenti del virus Ebola e addirittura dell’Isis, i clandestini vengano «rispediti da dove venivano». Profughi sì, clandestini no, in una sorta di distinzione tra buoni e cattivi, dove il cattivo in questo caso sembra essere il clandestino in quanto tale.

E il grillino Luigi Di Maio, vicepresidente della Camera, conferma in un’intervista la posizione di Grillo, affermando che l’immigrazione rappresenta un pericolo per la sicurezza.

Sorvoliamo sul problema dell’Isis e concentriamoci sul virus Ebola. Devo confessare un pregiudizio. Non mi aspettavo molto, su un argomento di questo tipo, da chi durante uno spettacolo sposava le teorie complottiste sull’Aids mimando con gesti sconci il «retrovirus che muta», mentre il pubblico rideva di gusto (non ho mai capito perché). Ma, tornando a oggi, ciò che accomuna le inutili ordinanze “anti-Ebola” e il post di Grillo è la tesi (fondata, chi più chi meno, sulla malafede) che il rischio maggiore di importazione di possibili casi di infezione da virus Ebola venga dall’arrivo dei migranti sulle coste italiane. Tutta la questione, che esiste, della diffusione dell’epidemia a livello internazionale viene ridotta a questo, almeno per quanto riguarda il nostro paese. Ma i casi spagnolo e americano dimostrano che nell’immediato il rischio maggiore di diffusione di Ebola al di fuori dell’Africa deriva dal traffico aereo e da una non attenta gestione sanitaria dei pazienti, anche di quelli fatti rientrare di proposito nel paese di origine per essere curati.

Sia i sindaci “anti-Ebola” che Grillo, inoltre, nell’additare tutti i migranti come una minaccia per la salute pubblica, non fanno alcuna distinzione tra paesi di provenienza a rischio, dove è in corso l’epidemia (Sierra Leone, Guinea, Liberia), e paesi non a rischio. In ogni caso, la probabilità che un individuo affetto da Ebola, proveniente da uno dei paesi in cui è in corso l’epidemia, possa arrivare a sbarcare sulle nostre coste è ridotta al minimo. Il periodo di incubazione della malattia è, generalmente, di 2-21 giorni, con una media di 8-10 giorni. Un «disperato», per usare un termine usato da Grillo, quanto tempo impiega, mettendosi in viaggio il primo giorno di incubazione della malattia, a raggiungere con mezzi di fortuna il Nord Africa (un viaggio di quasi 5000 chilometri), dove nessun paese ha ancora chiuso le frontiere, e da lì via mare le coste della Sicilia, prima che la malattia raggiunga già uno stadio avanzato? In quanti lo hanno fatto o lo stanno facendo? Non si sta registrando alcun esodo di massa da quei paesi. E chi, attraverso qualsiasi mezzo, sia arrivato in italia da più di 21 giorni non può costituire ragionevolmente una minaccia di infezione. Ma, certo, Grillo parla anche in generale di «malattie epidemiche», quindi probabilmente dovremmo impedire gli ingressi da pressoché ogni paese del mondo.

Grillo chiede «una visita medica obbligatoria all’ingresso», ma questa viene già svolta dal personale medico impiegato nell’operazione Mare Nostrum e, sul territorio dove vengono ospitati profughi, anche dalle strutture sanitarie locali.  Cosa chiedono, dunque, in più Grillo e i sindaci “anti-Ebola”? Forse non è un caso che nessuno di loro associ lo spettro del contagio a chi può arrivare in Italia in aereo sebbene anche in questo caso, come ricorda il direttore scientifico dell’Istituto nazionale per le malattie infettive, il rischio sia molto basso, data l’assenza di collegamenti diretti con i paesi dove è in corso l’epidemia.

Non è un caso, perché il passeggero di un volo in arrivo non suscita quel senso di paura e minaccia che provoca la “invasione di massa” via mare. È quella l’immagine dell’immigrazione che tutti hanno in mente e unire in un post la parola «Ebola» alla foto del barcone dei «disperati» rafforza questa immagine.

Come recita in conclusione il post di Grillo: «E’ questo quello che vogliamo? Basta saperlo.»




L’accordo commerciale Usa-Europa favorirà davvero lavoro e sviluppo? #TTIP

Piace molto a Renzi che la definisce scelta strategica anzi culturale. Nella migliore delle ipotesi (irrealistica) l’accordo porterà un aumento dell’1% del Pil europeo, a fronte della riduzione degli standard di sicurezza. Solo le multinazionali avranno, quindi, reali vantaggi.


Scelta strategica
Il Trattato Transatlantico è una “scelta strategica”, di più, “culturale”. Queste le parole del premier Renzi a dimostrazione che il TTIP è nella lista delle priorità del semestre di Presidenza italiano.
Stiamo parlando del Transatlantic trade and investiment partnership, cioè il trattato commerciale che mira a realizzare un mercato unico comune tra Usa ed Unione Europea.
Il 15 ottobre si sono incontrati a Roma i ministri del commercio dell’UE per il settimo round dei negoziati (iniziato il 29 settembre), laddove il negoziatore esclusivo per l’Unione è la Commissione europea, che però ha l’obbligo di informare regolarmente il Parlamento sull’avanzamento dei negoziati.

Non è l’unico trattato i cui negoziati sono in corso. La UE sta trattando CETA con il Canada, e ha aperto negoziati con alcuni paesi asiatici. Gli Usa per conto loro sono impegnati nei negoziati del Trans Pacific Partnership (TPP), che vedono coinvolti anche Canada e Messico, con Giappone ed Australia, nel tentativo di realizzare un’area di libero scambio nel Pacifico. Un accordo del genere sposterebbe l’asse geopolitico del commercio mondiale dall’Atlantico al Pacifico, ed è questo uno dei motivi che spinge l’Europa all’approvazione del TTIP.
Se approvati tutti questi trattati, in particolare CETA, TPP e TTIP, si avrebbe un’area di libero scambio mondiale, con esclusione solo dei cosiddetti paesi BRIC (Brasile, Russia, India e Cina).

Area di libero scambio
Per quanto riguarda il TTIP, i dati di questo nascente mercato sono impressionanti.
Al 2011 il totale degli scambi bilaterali di merci tra UE e Usa è stato pari a 455 miliardi di euro. Gli Usa erano il terzo fornitore dell’UE (11% di importazioni), e principale mercato di esportazione dell’UE (17% delle esportazioni).
Sempre nel 2011, gli scambi di servizi valevano 282 miliardi di euro. Gli Usa erano primo partner dell’UE per gli scambi di servizi commerciali (29% di importazioni e 24% di esportazioni).
Nel 2011 le aziende americane hanno investito circa 150 miliardi di euro nelle imprese UE, e la UE 123 miliardi negli Usa.

Secondo i dati della Commissione europea, il TTIP porterà 120 miliardi di guadagni all’anno per l’UE (circa 545 euro a famiglia), e un aumento dello 0,5% (in Italia equivale all’incirca alla copertura degli 80 euro in busta paga) dei salari dei lavoratori (qualificati e non) in media, a fronte di un guadagno di 95 miliardi di euro per gli Usa (655 euro per famiglia).
Il TTIP porterebbe, inoltre, un aumento delle esportazioni in quasi tutti i settori, con picchi del 42% per quello degli autoveicoli.

In realtà la situazione non è così rosea come appare.
Dal punto di vista pratico occorre ricordare che il TTIP è al momento l’unico strumento a crescita zero che i governi europei hanno a disposizione.
La realizzazione di un’area di trattamento preferenziale per beni e servizi può favorire l’economia, specialmente per i paesi con forte vocazione all’export (come l’Italia), ma le previsioni diffuse dalla Commissione europea sono basate su una serie  di assunzioni talvolta anche fin troppo ottimistiche.

Ed è sintomatico che il trattato sia criticato da più parti, sulla considerazione che è una carta dei diritti per le imprese multinazionali in grado di conferire loro poteri senza precedenti e minando gli standard ambientali e di sicurezza alimentare, in nome del libero commercio.

Il Presidente Obama non ha (ancora) ottenuto la cosiddetta Fast Track, una legge che di fatto delega la Trade Promotion Authority alla firma dell’accordo in modo da sottoporlo a scatola chiusa al Congresso senza possibilità di emendarlo. Sia i repubblicani che i democratici hanno avuto da ridire.
In Europa le cose non vanno meglio, e nonostante una specifica strategia di comunicazione della Commissione europea al fine di superare lo scetticismo dell’opinione pubblica, molti punti dell’accordo sono oggetto di pressanti critiche, in special modo le clausole investitore-Stato.

Una consultazione sulle clausole ISDS ha ricevuto, infatti, circa 150mila risposte che evidenziano le preoccupazioni espresse dalla società civile, per questo motivo al momento le ISDS sembrano accantonate, ma ciò non le neutralizza in quanto un carattere essenziale delle ISDS è il principio del forum shopping. Cioè un’azienda può citare uno Stato dinanzi ad un arbitro internazionale anche se non esistono accordi specifici tra lo stato dell’azienda e quello citato, è sufficiente che l’azienda abbia una sede “sostanziale” in altro paese che ha accordi con clausole ISDS con la UE. E la UE ha in corso i negoziati col Canada relativi al trattato CETA che prevede clausole ISDS. Inoltre di recente ha stretto accordi con Singapore (trattato EUSFTA) che prevedono clausole ISDS.
Un bel modo per scavalcare le 150mila critiche della consultazione pubblica.

Il TTIP fa crescere il PIL?
Lo studio della Commissione europea precisa che il TTIP porterà crescita e occupazione. L’aumento del PIL è stimato tra i 68 e 120 miliardi di euro per l’UE e tra i 50 e i 95 miliardi per gli Usa. Se invece l’accordo fosse limitato alla sola liberalizzazione tariffaria, si avrebbe un aumento di 24 miliardi per l’UE e 10 per gli Usa.

C’è una differenza enorme, quindi, tra lo scenario più ambizioso e quello meno ambizioso, laddove il primo include l’eliminazione del 25% degli “NTB related costs and 100 per cent of tariffs” (mentre invece i normali dazi sono già molto ridotti, intorno al 2,2% negli Usa e al 3,3% nell’UE).
NTB vuol dire “barriere non tariffarie”, cioè le misure commerciali non fiscali volte al controllo delle importazioni e delle esportazioni sulla base di svariati interessi, come la sicurezza alimentare, le regole per la sicurezza sul lavoro, le norme ambientali e sanitarie, cioè tutte quelle norme che caratterizzano l’Europa rispetto agli Usa come un luogo che pone maggiore attenzione alla vivibilità e alla sicurezza e ai cittadini. Se non vengono cancellati questi NTB related costs, l’aumento del PIL previsto è di soli 24 miliardi.

Se consideriamo che nel 2013 il PIL della UE era di 13.070 miliardi di euro, per l’improbabile  aumento di 120 miliardi, cioè circa l’1% del PIL, dovremmo annacquare le norme sanitarie, sulla sicurezza ambientale, sul lavoro, ecc… Ma siccome la Commissione europea ha in più occasioni ribadito che gli standard europei non saranno compromessi, e noi crediamo alla Commissione europea, vuol dire che col TTIP al massimo potremmo ottenere un aumento del PIL di 24 miliardi, cioè una misera crescita dello 0,2%.

Per comprendere l’impatto sulla vita di tutti i giorni della riduzione degli NTB possiamo ricordare che negli Usa è ammessa la sterilizzazione dei polli morti in acqua di cloro, procedimento che non è considerato sicuro in Europa. Altra preoccupazione riguarda il vasto uso di ormoni nella carne bovina e suina, oppure la clonazione di animali da macello e l’utilizzo di prodotti agricoli geneticamente modificati.

Sound science
Quello che le aziende chiedono, nella loro incessante attività di lobbying, è che le norme siano basate sulla cosiddetta “sound science, che potremo tradurre con “scienza riconosciuta”. Cosa vuol dire esattamente?

L’industria sostiene che le attuali valutazioni di rischio dell’UE sono troppo esigenti (e quindi comportano costi). Infatti nell’UE esiste una politica in cui ogni parte della catena alimentare è monitorata, e in molte aree si applica il principio di precauzione, riassunto dall’aforisma “prevenire è meglio che curare”. Cioè di fronte a un possibile pericolo per la salute umana, animale o vegetale, ovvero per la protezione dell’ambiente, si può reagire prontamente anche nel caso in cui i dati scientifici non consentano una valutazione completa del rischio, e il ricorso a questo principio consente di impedire la distribuzione dei prodotti che possano essere pericolosi ovvero di ritirare tali prodotti dal mercato.

Negli Usa, invece, ci si concentra sul prodotto finale, il quale può essere vietato o permesso solo quando c’è un consenso scientifico sulla sua pericolosità o tossicità (sound science). Ma il concetto scientifico di pericolosità è variabile nel tempo, basti pensare al tabacco, e non dimentichiamo che talvolta le aziende nascondono i risultati degli studi interni quando emergono pericolosità dei loro prodotti, per cui il relativo accertamento potrebbe verificarsi con anni di ritardo.
Significativo che una delle richieste dell’industria riguarda proprio il rafforzamento delle regole sulla riservatezza delle informazioni aziendali, al fine di evitare fuoriuscite di informazioni chiave. Inoltre c’è una forte opposizione alle iniziative dell’EFSA (Autorità europea per la sicurezza alimentare) per facilitare l’accesso del pubblico ai dati provenienti da studi di sicurezza effettuati dall’industria.

Armonizzazione degli standard
L’apertura del mercato agroalimentare UE ai prodotti americani è in cima all’agenda di Washington, che spinge sull’armonizzazione degli standard al fine di creare opportunità per promuovere il commercio con l’UE.
Il problema non si pone solo in un senso, infatti l’industria automobilistica europea beneficerà di una notevole riduzione dei costi dall’armonizzazione degli standard di sicurezza, considerato che quelli europei sono decisamente più elevati rispetto a quelli statunitensi.

L’implementazione del TTIP comporterà il riconoscimento reciproco delle regole e l’armonizzazione delle norme, con ciò determinando un ovvio abbassamento degli standard di sicurezza in tutti i settori. È pacifico che vi sarà un miglioramento degli scambi commerciali, anche se inferiore rispetto a quanto asserito negli studi della Commissione, perché molte imprese potranno risparmiare denaro abbattendo i costi dovuti al rispetto dei regolamenti di sicurezza sanitaria, ambientale, ecc…, ma tutto ciò avverrà a scapito dei cittadini.

Nel TTIP i diritti umani non sono affatto menzionati, essendo delle mere eccezioni a regole commerciali, e la regolamentazione di tutto ciò che non entra nel PIL, cittadini, cibo, salute, ambiente, diverrà secondaria rispetto alla tutela degli interessi economici.
E, per completare il quadro, non è affatto detto che il “risparmio” delle aziende finirà per favorire i cittadini come aumento dei posti di lavoro, secondo i principi della Reaganomics (laissez faire), causticamente definita dall’umorista Will Rogers “economia del trickle down” (sgocciolamento). Secondo tale principio i benefici economici alla aziende (riduzioni di tasse, di costi o incentivi diretti) finiscono, prima o poi, per “sgocciolare” verso i cittadini.
In realtà una conseguenza accertata dei trattati commerciali è che le aziende tendono a spostare la loro produzione nel paese con i costi più bassi, come spiega lo studio di EPI (Economic Politic Institute) sulle conseguenze dei trattati di libero scambio degli Usa (con un paragrafo dedicato al TTIP).

Outsourcing
Gli accordi di libero scambio sono molto vantaggiosi per esternalizzare la produzione, specialmente verso quei paesi che utilizzano pratiche commerciali sleali come la Corea del Sud e la Cina. È così che le multinazionali statunitensi (Apple, Dell, Intel, General Electric, General Motors) hanno approfittato dell’outsourcing in Messico e Cina, aumentando enormemente i loro profitti grazie ai salari bassi e alla corsa al ribasso per le condizioni di lavoro.
Nel caso specifico il TTIP aprirebbe agli Usa i paesi più poveri dell’Europa dell’est.

È vero che i negoziatori della Commissione europea in più occasioni hanno ribadito che non cederanno di un millimetro sugli standard europei, ma in tal caso si aprirebbe la strada alle cause delle aziende contro i paesi UE per pratiche protezionistiche e distorsive del mercato, sulla base delle clausole ISDS.
A questo proposito possiamo ricordare la causa intentata dalla Vattenfall contro la Germania per la politica di progressivo spegnimento delle centrali nucleari, dove l’azienda svedese chiede un risarcimento di 4,7 miliardi di euro.
Iniziative di questo tipo sono in grado di impensierire anche potenze commerciali come la Germania, come potrebbero resistere i paesi più poveri dell’UE?

Autore
Avvocato e blogger. Mi interesso di diritto applicato ad internet e alle nuove tecnologie di comunicazione. @brunosaetta



Sblocca Italia, uno scempio da bloccare: ecco perché

Contraddizioni e rischi di un decreto criticato anche dal presidente anti-corruzione Raffaele Cantone.


Articolo in partnership con Fanpage.it

Quarantacinque articoli su edilizia, infrastrutture, ferrovie, appalti, bonifiche, dissesto idrogeologico, cassa in deroga e altro ancora. Questo lo sblocca Italia, l’intricato e ambizioso decreto legge 133/2014 - approvato a fine agosto – del governo Renzi. L’obiettivo dichiarato è quello di sburocratizzare e “sbloccare” il Paese nei più disparati settori. Dopo aver ascoltato decine di enti e associazioni, ieri è iniziata l’analisi in commissione Ambiente della Camera dei 2200 emendamenti (poi ridotti a 700) al testo. Numeri che dimostrano i tanti conflitti e questioni sollevate da questo testo di legge, che hanno avuto un forte riscontro sul territorio nazionale.

Italia a rischio cementificazione?

Matteo Renzi a luglio aveva promesso che con lo Sblocca Italia sarebbero stati sbloccati 43 miliardi per il 1 settembre. Passati due mesi, i numeri però si sono sgonfiati, tanto che Giorgio Santilli, sul Sole 24 oreha scritto che tutti quei soldi erano infondati, una farsa. Arrivati all’approvazione del decreto i soldi trovati e destinati a grandi “opere cantierabili in date certe” sono 3,9 miliardi e si trovano all’articolo 3. 

Soldi che «però – annota Confindustria durante la sua audizione in Parlamento – generano una complessiva disponibilità di soli 65 milioni nel biennio 2013-2014 e 390 milioni nel biennio 2015-2016, ma di ben 3,4 miliardi dal 2017 in avanti». A queste considerazioni si aggiungono quelle dei tecnici del servizio Bilancio della Camera che hanno chiesto al governo come intenda far fronte alle coperture delle spese, essendo state utilizzate «risorse inerenti opere infrastrutturali strategiche già approvate».

Anna Donati, su Rottama Italia, ebook di Altraeconomia che critica duramente il Dl del governo, denuncia che questi fondi sono destinati «allo sviluppo dell’asfalto». Secondo l’ambientalista «sommando le previsioni tra i diversi progetti, si ottiene che ben il 47% andrà a strade e autostrade, il 25% a ferrovie e solo l’8,8% a reti tramviarie e metropolitane».

Una delle opere sbloccate e maggiormente contestate è quella dell’austrostrada Orte-Mestre, con i suoi 400 km di lunghezza previsti per un costo di 10 miliardi di euro. La costruzione dell’autostrada era stata approvata dal Cipe nel 2013 e avrebbe dovuto usufruire di 1,8 miliardi di agevolazioni fiscali previste dal Decreto del Fare per progetti in project financing. La Corte dei Conti ha però bloccato tutto (qui la sentenza): l’opera infatti era stata dichiarata di pubblica utilità ben prima del 2013 – quando è stata introdotta la defiscalizzazione – e per questo motivo non ha diritto agli incentivi. Con l’articolo 2 (al comma 4) del decreto, il governo ha però poi sottratto l’opera al maglie delle sentenza dei giudici contabili.

Riguardo l’Orte-Mestre, per Legambiente il problema principale è l’insostenibilità dei lavori. Secondo Mattia Donadel, della “Rete stop autostrada Orte Mestre”, intervistato dal Fatto quotidiano «i flussi di traffico previsti dagli stessi proponenti sono talmente bassi che le tariffe proposte andrebbero a superare di gran lunga quelle del Passante di Mestre, già oggi le più care in Europa». Il rischio, insomma, è che alla base dell’opera manchi una valutazione ben fatta del bilancio tra costi e benefici.

Conflitto d’interesse

Con l’articolo 1, l’ad delle Ferrovie dello Stato, Michele Elia, è stato nominato (per 2 anni) “Commissario per la realizzazione delle opere relative alla tratta ferroviaria Napoli – Bari“. Una carica che non prevede “nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica“, né “compensi aggiuntivi“.

Ma Raffaele Cantone, presidente dell’Anticorruzionedurante l’audizione in commissione Ambiente della Camera, ha sollevato alcune criticità. Il magistrato ha parlato di «(teorici) conflitti di interesse, per l’ambito dei poteri riconosciuti di incidere su interessi di enti e comunità locali». Cantone si riferisce in particolare al comma 4, in cui viene stabilito che nelle decisioni da prendere, in caso di dissenso da parte di un’amministrazione pubblica, l’ultima parola spetta al Commissario straordinario. Per il presidente dell’anticorruzione il rischio è che in questo modo si «verrebbe a creare un commissariamento di scelte politiche locali da parte dell’amministratore di una società per azioni, anche se pubblica».

Deroghe e semplificazioni, quali rischi

Cantieri riaperti e lavori portati a termine più velocemente. Questo l’obiettivo che si pone lo Sblocca Italia, per raggiungerlo sono previste deroghe al codice degli appalti e semplificazioni delle procedure concorsuali. In questo modo, però, il rischio è di abbassare i livelli di trasparenza e di lotta alla corruzione. Questa tra le più grandi preoccupazioni mostrate dagli enti e associazioni in commissione Ambiente alla Camera nel mese scorso.

Fabrizio Salassone, vice capo del Servizio di Struttura economica della Banca d’Italia, ad esempio, ha invocato «massima trasparenza», visto che, come da lui denunciato, il provvedimento basato sull’«estrema urgenza», introduce «un sistema generale di deroghe molto pervasivo al Codice dei contratti pubblici». Un metodo che in passato si è rivelato «non sempre pienamente efficace, con ripercussioni negative sui tempi e sui costi nella successiva fase di esecuzione dell’opera e vulnerabilità ai rischi di corruzione».

Altra fonte di critiche e dubbi è l’articolo 9, definito da Cantone tra i più importanti dello Sblocco Italia ma che, aggiunge il magistrato, «pone una serie di problemi». Per esempio, il provvedimento introduce per tutti gli interventi che rientrano nella definizione di “estrema urgenza” – e che riguardano la messa in sicurezza degli scolastici, la riduzione dei rischi idraulici e geomorfologici, l’adeguamento della normativa antisismica, la tutela ambientale e del patrimonio culturale – la possibilità di usufruire  di «ulteriori disposizioni di carattere acceleratorio per la stipula del contratto, in deroga a quelle del Codice».
La stessa norma, inoltre, permette alle imprese coinvolte nei lavori di non dover fornire alcuna garanzia a corredo dell’offerta. Questa disposizione secondo Cantone, potrebbe portare gli operatori economici a non rispettare gli impegni assunti, senza subire per questo alcun danno.

Un altro aspetto poco chiaro (al comma 2, lettera d)  sta nella possibilità di avviare “procedure negoziali” senza dover pubblicare un bando, ma solo invitando almeno tre operatori economici, anche per importi molto elevati (l’attuale soglia comunitaria è infatti di 5 milioni e 800 mila euro). Ma su quali basi alcune imprese verrebbero scelte e altre no?

Misure urgenti anche per patrimonio culturale e ambiente

“Accelerazioni” e “misure urgenti” coinvolgono anche procedure riguardanti il patrimonio culturale e l’ambiente. Proprio per questi motivi sono emerse denunce e avvertimenti di rischi della salvaguardia del territorio. Per Andrea Carandini, presidente del Fondo Ambiente Italiano, la cosa più preoccupante è la trasformazione «della deroga in regola».

Per il Fai, ad esempio, l’articolo 25 (al comma 3) consentirà «ai Comuni di rilasciare l’autorizzazione edilizia in aree sottoposte a vincolo paesaggistico anche in assenza del parere della Soprintendenza, al momento, invece, vincolante», o l’articolo 26 che, come scrive la fondazione, vuole «facilitare il recupero degli immobili non più utilizzati del patrimonio pubblico (caserme, scuole e palazzi) semplificando la procedura per determinare la loro diversa finalità d’uso», ma prevedendo «che questa sia stabilita nell’ambito di trattative ‘privatistiche’ tra enti», con la chiusura «della partecipazione e al dibattito e non garantendo la trasparenza».

Concessioni autostradali, si tratta di un regalo?

Il presidente dell’Anac si concentra anche sulla revisione delle concessioni autostradali. All’articolo 5 del testo si legge: “i concessionari autostradali possono proporre modifiche ai contratti in essere anche mediante l’unificazione di tratte interconnesse, contigue o complementari ai fini di una loro gestione unitaria“. Secondo il presidente dell’Anticorruzione la disposizione appare poco chiara,  perché «non indica esplicitamente chi ed in che modo debba approvare il piano predisposto dai concessionari».

La stessa norma viene bocciata anche dall’Autorità nazionale trasporti che non ne condivide l’impostazione perché «attribuisce al singolo concessionario la facoltà di predisporre un nuovo piano economico finanziario finalizzato a proporre l’unificazione di tratte, in assenza di provvedimenti dell’Autorità sugli ambiti ottimali di gestione».
L’Autorità segnala un’altra incongruenza, riguardante la gestione dell’Autostrada del Brennero A22, per la quale era stata da poco avviata una consultazione ai fini del riavvio della procedura di gara per l’affidamento della concessione e che lo sblocca Italia ha invece prorogato.

La norma del decreto sulle concessioni autostradali «non appare di agevole comprensione e comunque contiene aspetti delicati in una prospettiva concorrenziale». Lo ha detto nel corso di un’audizione alla Camera il presidente dell’Antitrust, Giovanni Pitruzzella, spiegando che la norma si colloca tra l’altro «in un contesto che vede alcune concessioni esistenti già scadute (Autostrade centropadane, Autostrade meridionali, A22 del Brennero) e attualmente in proroga». Pitruzzella spiega inoltre che in questo settore proprio le concessioni sono «le uniche forme di stimolo concorrenziale» e che «la possibilità di unificare titoli concessori, aventi scadenze differenziate», potrebbe causarne «l’eliminazione per periodi significativi».

Patto di stabilità, più soldi ai Comuni ma meno alle Regioni

Si allargano le maglie del patto di stabilità interno per i Comuni, ma si restingono per le Regioni. Da una parte si favorisce l’aumento della spesa degli enti locali (+250 milioni di euro), dall’altra però per settori fondamentali come il diritto allo studio e il lavoro dei disabili si richiama al risparmio (-500 milioni).

Gli articoli in questione sono il numero 4 e il 42. Nel primo lo Sblocca Italia ha previsto che i pagamenti relativi alle opere segnalate dai sindaci, in risposta alla lettera del presidente del Consiglio, sono esclusi dal patto di stabilità, entro limite di 250 milioni di euro il 2014.

L’articolo 42 invece stabilisce che “le regioni si impegnano a realizzare misure di razionalizzazione e contenimento della spesa che permettano un risparmio complessivo di 500 milioni di euro”. Risorse recuperate sospendendo l’esonero dal patto di stabilità interno di diverse voci che colpiscono soprattutto l’istruzione. Il che significa, scrive Marzio Bartolini sul Sole 24 ore,

che non ci sarà più l’obbligo di vincolo per la destinazione dei fondi. Nel mirino ci sono appunto i 150 milioni per le borse di studio universitarie, i 100 milioni per le scuole paritarie (sui 220 complessivi), gli 80 milioni per i libri di testo e i 15 milioni per il sostegno agli studenti disabili. A rischio c’è l’erogazione di circa 48.214 borse di studio (l’importo medio di una borsa lo scorso anno è stato di 3360 euro). Un’enormità se si pensa che già oggi siamo fanalino di coda nell’Ue: nel 2013 l’Italia ha erogato solo 141.310 borse, contro le 305.454 in Spagna, le 440.217 in Germania e addirittura le 629.115 della Francia.

Queste riduzioni di spesa hanno provocato le proteste degli studenti che sabato 10 ottobre sono in scesi in tutta Italia gridando «tagliare i fondi non è una buona scuola».

Inceneritori

Questione cruciale in cui si preannunciano forti battaglie è quella sugli inceneritori. Nell’articolo 35 del decreto, infatti, al governo viene consentito di individuare “gli impianti di smaltimento dei rifiuti urbani o speciali, esistenti o da realizzare per attuare un sistema integrato e moderno di gestione di tali rifiuti“. Le regioni con più inceneritori nel proprio territorio (Piemonte, Emilia Romagna, Lombardia e Veneto, come si può vedere in questa mappa di FederAmbiente) hanno chiesto lo stralcio dell’articolo.

Nel testo si legge che “negli impianti deve essere data priorità al trattamento dei rifiuti urbani prodotti nel territorio nazionale” e ”autorizzati a saturazione del carico termico (ndr, cioè portati alla capacità massima). Il risultato, scrive Pietro Gorlani su Corriere Brescia (città con il più grande inceneritore d’Europa), è la caduta delle quote di bacinizzazione regionale e l’arrivo dei rifiuti da bruciare da tutta Italia, con il rischio qualità dell’aria nel territorio. L’intera procedura, inoltre, prevede il dimezzamento dei termini previsti “per la valutazione di impatto ambientale e l’autorizzazione ambientale degli impianti“.

Gas e idrocarburi, aumenta l’estrazione

Contro quanto previsto dagli articoli 37 e 38 si sono schierate le maggiori associazioni ambientaliste del Paese, insieme ad associazioni di cittadini ed enti locali. Per “aumentare la sicurezza delle forniture di gas” e per “valorizzare le risorse energetiche nazionali” il decreto concede il carattere di “interesse strategico” e di “pubblica utilità” – con semplificazioni e incentivi annessi – ai gasdotti, rigassificatori, alle infrastrutture della rete nazionale di trasporto del gas naturale (come il Trans-Adriatic-Pipeline (Tap) in Puglia) e alle coltivazioni di idrocarburi e di stoccaggio sotterraneo di gas. Il risultato, come scrive il Corriere della sera, è il raddoppio di estrazione di petrolio e gas.
L’accusa a questi provvedimenti è di concedere lo sfruttamento di terra e mare a favore delle multinazionali del settore. Secondo quanto detto dal Wwf in audizione alla Camera l’effetto dell’articolo 37 sarà quello di «una enorme bolla speculativa del gas, nascosta dietro la solita motivazione emergenziale, che porterà non già ad aumentare la sicurezza di approvvigionamento, ma a moltiplicare le infrastrutture senza che si sia fatta una valutazione a monte delle necessità e delle priorità».

Lo scorso agosto Matto Renzi, durante la presentazione delle linee guida dello Sblocca Italia, aveva elencato i numeri del progetto per sviluppare le risorse geotermiche, petrolifere e di gas naturale: «previsti investimenti privati nazionali e internazionali per oltre 17 miliardi di euro, con un effetto sull’occupazione di 100mila unità e un risparmio in bolletta energetica per 200 miliardi in 20 anni».

Dietro questi numeri forniti dal governo c’è il lavoro di Assomineraria, associazione di Confindustria, che durante l’audizione in commissione Ambiente ha dato l’ok al provvedimento, affermando che la tutela dell’ambiente ne esce rafforzata e che si eliminano «sovrapposizioni che negli anni hanno creato il blocco di molti processi decisionali». Infatti, il decreto per accorciare i tempi fa passare la competenza dalle Regioni al governo (nello specifico al ministero dell’Ambiente e a quello dello Sviluppo Econimico). Proprio su questo punto i presidenti delle Regioni si sono schierati contro il decreto e hanno chiesto al governo di rivedere

in sede di conversione del decreto- legge 12 settembre 2014, n. 133 la disciplina di semplificazione energetica, in particolare nella parte concernente la regolamentazione in merito alle attività estrattive di idrocarburi, al fine di coinvolgere, formalmente e sostanzialmente, gli enti sub statali sia nella fase decisionale che in quella esecutivo-applicativa e garantire il pieno rispetto delle relazioni tra Stato e Regioni.

Anche Wwf, Legambiente e Greenpace hanno bocciato il provvedimento, chiedendone “in subordine” delle modifiche tese a un coinvolgimento di Regioni ed enti locali. Inoltre, il Wwf ha definito «fantasiose» le stime fornite da Assomineraria, aggiungendo che «secondo le valutazioni dello stesso ministero dello Sviluppo economico nei nostri fondali marini ci sarebbero circa 10 milioni di tonnellate di petrolio di riserve certe, che stando ai consumi attuali, coprirebbero il fabbisogno nazionale per sole 8 settimane» e che «anche attingendo al petrolio presente nel sottosuolo, concentrato soprattutto in Basilicata (ndr, uno dei territori maggiormente coinvolti dal provvedimento, con cittadini e associazioni in mobilitazione) il totale delle riserve certe nel nostro Paese verrebbe consumato in appena 13 mesi».

Secondi i dati del ministero dello Sviluppo economico la produzione di  idrocarburi nel 2013 rispetto all’anno precedente ha visto un leggero incremento della produzione di olio greggio (+2%), confermando un lento ma costante trend di aumento degli ultimi anni, con lo stoccaggio in aumento del 5,18%. Di segno negativo invece la produzione di gas naturale (-10%), «dovuto – spiegano dal ministero – al naturale calo di produzione di campi in fase avanzata di coltivazione e al blocco di molti progetti in attesa delle autorizzazioni».

Ma in che modo è stato diviso l’importo che lo Stato, le Regioni e i Comuni hanno ricevuto dalla produzione di idrocarburi nel 2013?

Comuni, rischi bilanci e competenze ridimensionate

L’Associazione italiana comuni italiani, durante la propria audizione alla Camera, ha sì approvato nel complesso il provvedimento, ma ha sollevato nello specifico problemi su norme che «direttamente o indirettamente, determinano un impatto negativo sui bilanci dei Comuni». Ad esempio l’articolo 17 del testo presenta “misure per il rilancio dell’edilizia” che prevedono l’estensione dell’accezione di manutenzioni straordinarie, i permessi di costruire anche in deroga agli strumenti urbanistici e i contributi per il rilascio dei permessi, che per l’associazione guidata da Piero Fassino possiedono varie criticità: sono di difficile applicazione, portatrici di interpretazioni difformi e incerte. Paolo Berdini, urbanista e uno degli autori di Rottama Italia, ritiene che con l’articolo 17 si permette «a chi costruisce un nuovo quartiere di realizzare stralci funzionali invece dell’intera urbanizzazione».

L’Anci, inoltre, si è espressa negativamente riguardo l’articolo 33 che introduce una nuova procedura amministrativa straordinaria “per le bonifiche ambientali e la rigenerazione urbana delle aree di interesse nazionale – comprensorio Bagnoli-Coroglio”. La norma, infatti, scrivono i Comuni «esautora il ruolo degli Enti locali, i quali in nessuna fase potranno esprimersi in merito alla realizzazione degli interventi».

Accelerazioni e sburocratizzazione che, scrivono vari commentatori critici, va a discapito della partecipazione dei territori. Ecco perché l’articolo 24 - “misure di agevolazione della partecipazione delle comunità in materia di tutela e valorizzazione del territorio” – che consiste in “pulizia, manutenzione, abbellimento di aree verdi, piazze o strade” tramite esenzioni o riduzione trubitarie da parte del Comune inerenti al tipo di attività svolta è stato criticato da Anna Maria Bianchi. La portavoce di Carteinregola scrive infatti su Rottama Italia che la norma rappresenta la metafora di una filosofia «che riduce la vita collettiva a una somma di esistenze individuali. Non più una comunità che si fa carico del proprio territorio, ma solo singoli che si occupano del decoro del proprio habitat, in base a uno scambio meramente economico».

L’iter del decreto

Il testo si trova attualmente in commissione Ambiente alla Camera (qui si può seguirne l’iter). Lunedì 13 ottobre è iniziato il lavoro sugli emendamenti presentati: 2200 poi ridotti a 700. Il piano era quello di portare il decreto in Aula per il 20 settembre. Ma visto la complessità dei temi trattati, la tabella di marcia sembra essersi rallentata.

Autore
"Non è il caso né di avere paura né di sperare, bisogna cercare nuove armi." Gilles Deleuze @andreazitelli_



Ebola, falsi allarmi e casi sospetti che si rivelano non-notizie. La responsabilità dei media

I media avrebbero il dovere di verificare ed evitare di dare in pasto alla psicosi collettiva un allarme destinato a sgonfiarsi in breve tempo.



Un giovane somalo si presenta all’Ufficio immigrazione della Questura di Roma per rinnovare il soggiorno per protezione internazionale.  All’improvviso si sente male. Perde sangue dal naso e le sue condizioni «peggiorano in pochi minuti», come spiegherà poi il segretario del sindacato di Polizia Anip. All’Ufficio immigrazione, complice forse la paura, non ci pensano due volte e lanciano subito l’allarme Ebola. Sul posto giunge un’ambulanza del 118 e il giovane viene ricoverato  al Policlinico Umberto I per accertamenti, dove i medici diagnosticheranno, di lì a poco, un episodio di epilessia.

Africano (nero) + sangue = Ebola, l’equazione nella mente di chi ha lanciato l’allarme dev’essere stata più o meno questa. Ora, dagli operatori di pubblica sicurezza sarebbe lecito attendersi che possiedano quel minimo di conoscenza che basti a impedire di mettere in allarme le strutture sanitarie competenti, con tutto quello che ne consegue, soprattutto se le informazioni disponibili sono già sufficienti, come in questo caso, a  escludere, o far ritenere molto improbabile, di trovarsi di fronte a un “caso sospetto” di Ebola. Il giovane, residente in Italia da due anni, proviene da un paese, la Somalia, che non è tra quelli interessati dall’epidemia in corso. Dunque, non c’è ragione di pensare che possa essere venuto in contatto con individui affetti dal virus Ebola, nemmeno se fosse tornato da pochi giorni da un viaggio nel suo paese. Quanto all’emorragia, pur essendo il segno più impressionante della malattia, reso popolare da diversi film, si manifesta solo in una fase avanzata dell’infezione e solo in una parte dei pazienti.

Insomma, non ci sono elementi per definire quello in questione un “caso sospetto” di Ebola, ma se possiamo giustificare la reazione degli agenti dell’Ufficio immigrazione come un eccesso di zelo, non è possibile fare altrettanto per i media che riprendono la notizia.

L’esempio dell’account  Twitter del Tg di La7 è particolarmente interessante:

Il tweet viene pubblicato alle 15:16 di ieri, lunedì 13 ottobre. Meno di un quarto d’ora dopo il «sospetto Ebola» diventa un «falso allarme»:

Quali informazioni possono mai essere state raccolte, in meno di un quarto d’ora, che non fossero già disponibili prima del primo tweet? Perché lanciare la notizia di un «sospetto Ebola» per poi smentirla un attimo dopo? Tanto più che la vicenda, a quanto sembra, risale alla mattina di lunedì 13 e deve essersi già conclusa da qualche ora. Naturalmente, non è stato solo il Tg di La7 a rilanciarla, ma anche agenzie e quotidiani come La Repubblica, Il Corriere della Sera e altri, con la stessa modalità, cioè prima il “caso sospetto” e poi il “falso allarme”. Limitandosi, magari, ad aggiornare il pezzo allo stesso link, cambiando il titolo. Per l’account Twitter del Corriere la notizia, in una sintesi estrema e quasi grottesca, è che a Roma c’è un somalo che sanguina:

La notizia è in realtà, già, una non-notizia. Se la prima a batterla è, con tutta probabilità, un’agenzia, il resto dei media non sembra fare altro che riprendere quello che viene diffuso da altri, senza avvertire la necessità di verificare alcunché per evitare di dare in pasto alla psicosi collettiva un allarme destinato a sgonfiarsi in breve tempo. Il copione è lo stesso di quello seguito in altre vicende simili, come quella di Perugia, dove i media locali hanno prima scritto di un “caso sospetto” di Ebola, questa volta un frate missionario di ritorno dalla Repubblica del Congo (un altro paese non interessato dall’epidemia in corso), per poi pubblicare la smentita dell’ospedale, che denuncia le «notizie allarmistiche e incontrollate». In questo caso, addirittura, i media sono stati anticipati dalla sezione perugina di Casa Pound, che sulla sua pagina Facebook, il giorno prima, aveva già diffuso la voce di un «presunto caso di Ebola a Perugia», senza fornire nessun dettaglio né citare alcuna fonte, ma scagliandosi contro l’operazione Mare Nostrum, nonostante non fosse coinvolto nessun migrante:

.
L’epidemia in corso di Ebola è un problema molto grave e che suscita, comprensibilmente, una grande preoccupazione e impatto emotivo nel pubblico. Chi diffonde allarmi ingiustificati e voci incontrollate può avere l’interesse a farlo, per alimentare il risentimento verso il governo, lo Stato e in generale tutti quelli che vogliono l’invasione del nostro paese (e tutto il repertorio xenofobo a cui siamo abituati da anni), nonostante i casi negli Stati Uniti e in Spagna dimostrino come il rischio principale di importazione di casi di Ebola venga dai traffici aerei o dalla gestione sanitaria di pazienti fatti rientrare in patria.

Ciononostante per molti la paura dello straniero e la paura della malattia diventano una cosa sola. Tuttavia, nella costruzione della notizia, a essere responsabile non è chi alimenta le fobie, ma sono i media. Se essi trascurano la verifica della notizia (e a volte basterebbe davvero poco), vengono meno a uno dei loro compiti principali. Ma non è solo una questione di fact-checking. Se i media non aiutano più chi legge a distinguere una notizia da una non-notizia, si prestano a essere il megafono della disinformazione e degli stereotipi più diffusi e rischiano di perdere credibilità e reputazione.




Il Twitter che odia diventa un premio e vince l’Internet #tcoa14

Nato per scherzo meno di un mese fa, un account collettivo di disadattati che non si conoscevano fra di loro cerca di mettere in scena una parodia sugli svariati premi della rete italiana


di Anonimo Coniglio

Avete mai provato a bere del chinotto in una tazzina di caffè? Ieri l’ho fatto, ed è stata una delle esperienze più strane tentate nell’ultimo periodo, il che vi fa capire quanto io non abbia una vita spericolata e abiti da solo in cantina, ma è proprio di questo di cui voglio parlarvi (non del caffè e del chinotto, che comunque dovreste provare perché scoprireste che la vostra mente è così abituata al sapore associato a quella tazzina che il chinotto vi produrrà l’effetto di un Gotto Esplosivo Pangalattico); voglio parlarvi del perché non ho una vita e vivo in cantina: ossia dei Twitter Che Odia Awards

Qui una nota twitstar festeggia dopo essere stato nominato ai TCOA14. Come non dargli retta.

Due sono i sentimenti che smuovono l’animo umano: il primo si trova nel cuore, il secondo nel fegato. Sabato la bile ha dimostrato di essere lo sponsor migliore che ci sia: bolle silenziosa nella cistifellea, non richiede enormi sforzi per essere prodotta e può scoppiare quando meno te l’aspetti. Inoltre è gratis.

Ma cosa sono i TCOA14? ci domanda Red Ronnie

Probabilmente l’Italia detiene il primato di avere tre diverse premiazioni sulla Rete. Prima ci sono i MIA, Macchianera Italian Awards, dove vengono premiati i blog, i selfie (sì, i selfie), gli hashtag e — paradossalmente — anche le trasmissioni tv. All’interno dei MIA sono nati i Twitter Pride, dove gli utenti premiano altri utenti di Twitter. E infine a distanza di un mese ci sono i TA, Twitter Awards, dove vengono premiati pressappoco gli stessi utenti di prima.

Insomma, nonostante Twitter sia un social media poco frequentato rispetto a Facebook, la sua dimensione del tutto pubblica lo rende il miglior palcoscenico per twitstar o persone che vogliono coltivarsi una “web reputation”. Tale fenomeno crea un senso di lobby o circoletto che viene irrimediabilmente fuori ogni volta che queste premiazioni prendono piede. Pensate, in Italia c’è un influencer a cui hanno regalato una macchina soltanto perché aveva tanti followers.

Nato per scherzo meno di un mese fa, questo account collettivo di disadattati che non si conoscevano fra di loro cerca di mettere in scena una parodia sugli svariati premi della rete italiana rappresentando “tutto il contrario di ciò per cui avete leccato il culo” (come recita la propria bio); stessa scusa ufficiale che i poveracci diranno davanti al giudice quando verranno querelati.

Quindi in sostanza, se Twitter è una tazzina di caffè, i TCOA14 sono la bevanda al chinotto, ciò che di solito non troverete in quel contenitore.

L’iniziativa è stata organizzata a costo zero in un paio di ore una sera. I premi sono venti, e potete trovarli tutti elencati sul sito improvvisato del Twitter che Odia. Si va dal “Miglior Marchettaro” online al premio “Chiedetemi di Rimanere”, passando per il “Non Fai Ridere Award” e l’immancabile “Querela Award”, per gli utenti a cui piace minacciare querela o reagire in modo gasparriano.

 

 

Come funziona

L’idea è semplice: due tornate elettorali, non una bensì due, alla faccia di Renzi. La prima per scegliere gli account da candidare, la seconda per scegliere i vincitori. Nel primo girone gli utenti potevano esprimere una “motivazione”, ed è qui dove l’odio è sgorgato fuori come un fiume:

 

Ma le cose vanno fuori controllo quando gli utenti iniziano a inviare di spontanea volontà i messaggi privati ricevuti dalle twitstar. Quest’ultime chiedono di essere votate ai Twitter Awards (per proteggere la privacy sono stati usati dei gattini):

 

Il premio? Ai MIA davano una statuetta, ai Twitter Pride un attestato e ai TA14 una fornitura di Mortadella. Il TCOA14 non dà niente. L’odio è disinteressato.

Ma durante la premiazione, benché non ci siano premi, alcuni utenti ci restano male. È il caso di David di Tivoli, plurinominato che dopo essere arrivato secondo in svariati premi consecutivi è fotografato dall’utente fjd:

È probabile che alcuni dei lettori non sappiano chi sia David, a dispetto della sua fama all’interno del social. È normale. Durate le votazioni e la premiazione alcuni si sentono fuori della festa:

L’iniziativa forse ha rotto le cerchie e i filtri che ogni utente tende a generare nonostante l’apertura del mezzo. Un dettaglio che ci fa capire quanto alcuni utenti, malgrado le loro migliaia di followers, possano essere sopravalutati.

Tuttavia, proprio quando tutto sembrava perduto David vince il premio “Battuta di Merda” superando Lia Celi e Guia Soncini (per quella battuta triste al figlio di Enzo Baldoni). È stata dura per David ma ci è riuscito, complimenti:

 

 

Ma analizziamo l’hashtagone!

Il sottoscritto, autonominatosi esperto in materia di social media cose, può dirvi con certezza che il giorno delle premiazioni, monitorando l’hashtag #TCOA14, non ci ha capito niente.

Ma gli stessi influencer che lavorano nell’ambiente non sono riusciti a far rientrare nei TT la propria festa, che – a detta loro – rappresenta “la manifestazione di amanti di Twitter più importante in Italia“, quindi tanto vale improvvisarsi esperti e analizzare l’hashtag successone!

Diciamo sin da subito che, sebbene il Twitter Che Odia non sia un anti-TA, la premiazione è avvenuta lo stesso giorno (così, per il LOL). Quindi per avere un punto di riferimento vedrete un grafico comparato tra i due hashtag:

Dunque come potete vedere, soltanto sabato TCOA sorpassa TA in numero. Tuttavia quantitativamente vince #TA14, ma allora perché a essere entrato nei TT è stato #TCOA14?

Perché l’algoritmo di Twitter dà più importanza al numero diverso di persone che twittano con lo stesso termine e non al volume che questo può raggiungere con la loro audience. In parole povere, non basta che 20 twitstar usino un hashtag, generando milioni di impressions in base al loro numero di followers, è più importante che 100 persone, anche con pochi followers, usino lo stesso hashtag.

Il fatto la dice lunga su quanto alcune neo-iniziative come #InMontefalco, create per rilanciare il turismo sul territorio invitando gruppi di twitstar perché twittino con l’hashtag del posto, siano forse un po’ sopravvalutate. Stessa cosa vale per svariate iniziative nominate nella categoria “Peggior Tuitraduno”.

Questa è la spiegazione razionale, alcuni invece sostengono che l’odio attiri più della mortadella in piazza a Bologna.

A proposito di tendenze, sabato un vincitore dei TA14 ha urlato “hashtag la victoria siempre“, e nel mondo è morto un influencer. Il Twitter che Odia lo sa perché era presente e ha lasciato i suoi saluti:

Reazioni

Indovinate qual è la twitstar nominata e qual è l’utente normale:

Le reazioni sono ancora in corso. Ma per molti l’odio è sempre vigile.

Alcuni l’hanno presa sportivamente e qualcuno ha ringraziato con un selfie sfoderando un sorriso pieno di gioia:

Altri hanno deciso di defolloware a vista. Qui un utente chiede il motivo del defollow a una candidata e la risposta è chiara e concisa:

E infine i più sobri hanno risposto in modo deciso e secco. La risposta più interessante, benché generalista, è quella di Claudio Gagliardini, organizzatore dei Twitter Awards:

Perdonatemi se ve lo faccio notare, ma questo atteggiamento denota chiaramente una cosa: siete dei frustrati, degli sfigati colossali, dei perdenti. E ve ne rendete conto perfettamente. Continuate a simulare di ritenervi superiori, a millantare con voi stessi improbabili trionfi, ma ogni volta che vi guardate allo specchio vi sentite dei falliti, perché siete sfacciatamente sicuri che dovreste essere arrivati molto più in là, nella vita, di dove invece siete.

Non riuscite ad arrampicarvi e a scalare la montagna che vi siete deliberatamente imposti di conquistare, e allora tirate sassi a quelli che percepite essere arrivati più in alto, per farli cadere giù e per stargli davanti per sottrazione, dove non riuscite per addizione. Siete dei perdenti, lo ribadisco. E la cosa più triste è che perdete soprattutto perché non siete capaci di calcolare il punteggio, e questo vi porta a credere che ad essere in vantaggio siano “giocatori” che invece magari stanno perdendo, e che spesso non stanno nemmeno giocando contro di voi.

Il suo post ha generato un interessante e acceso dibattito che continua da ieri, dove se non su Twitter:




Giovane, italiano, datajournalist: disoccupato? No, data editor del Guardian

La storia di Alberto Nardelli, 35 anni, che ora lavora per uno dei più importanti giornali del mondo anglosassone all’avanguardia nella sperimentazione digitale.


È l’inizio di luglio quando un tweet del direttore Alan Rusbridger annuncia l’assunzione di Alberto Nardelli come data editor al Guardian.

Come in Ricomincio da tre, in cui, alla provenienza napoletana del Gaetano di Troisi, tutti collegano la parola “emigrante” sotto forma di domanda, di constatazione, talvolta persino di accusa, così a leggere quel nome italiano tra le firme del Guardian si immagina di dover raccontare la storia dell’ennesimo cervello in fuga, il giovane italiano in cerca di un futuro migliore. E invece no. Quella di Alberto Nardelli, 35 anni, è una vita che rifugge i luoghi comuni, supera le aspettative e rompe gli schemi.

Ad esempio, Alberto non sceglie di partire. Almeno, non la prima volta: ha solo due anni quando con la famiglia lascia l’Italia, alla volta dell’Inghilterra prima, verso Singapore poi.

Torna per frequentare liceo e università (scienze politiche con indirizzo della comunicazione e laurea in storia contemporanea alla Luiss). E pronto a ripartire.

Quasi subito dopo la laurea mi sono trasferito a Toronto in Canada dove lavoravo per https://www.tigweb.org/ una piattaforma online per giovani attivisti. Nello specifico mi occupavo di progetti creativi, e di curare gli aspetti di comunicazione attorno alla partecipazione di giovani al Summit Mondiale ONU sulla Società dell’Informazione (WSIS). A Londra, che è la città dove tuttora ho vissuto più tempo, mi sono trasferito dieci anni fa per il master in media e comunicazione alla Goldsmiths, and the rest is history. 

Ma in Italia di esperienze giornalistiche ne ha avute? Oltre alla collaborazione all’edizione italiana di cafebabel.com durante gli studi, non molte, ma forse non ne ha nemmeno cercate: in realtà il giornalista in senso stretto non ho mai pensato di farlo (tranne da piccolo, ma volevo anche diventare un agente segreto).
Alberto lavora oltre una professione, un mestiere ben definito, nell’intersezione tra diversi settori e il giornalismo dove si ritrova “un po’ per percorso, un po’ come passione”.
Infatti i progetti che sviluppa sono informazione, ma non solo: da Tweetminster, che analizza ed elabora i contenuti social di politici e opinion maker attraverso i flussi dei dati su Twitter, fino a UnLtdWorld, una piattaforma di ricerca completa e aperta che mette in relazione imprese sociali con organizzazioni e privati. Sono esperienze che hanno permesso ad Alberto di guardare il giornalismo (e il mondo) da prospettive diverse, grazie alle quali essere notato e apprezzato anche dal Guardian.

Ed è stato proprio discutendo di potenziali progetti di collaborazione che arriva la proposta di portare le diverse idee all’interno della testata. Da lì all’annuncio di Rusbridger è un attimo. A legare le sue start-up al nuovo ruolo al Guardian uno stesso modo di lavorare sui flussi di dati e sui fatti: “Come data editor, commissiono pezzi e contenuti, contribuisco a lavori di altri desk, e scrivo (cosa che mi piace molto). L’idea di base è quella di cercare di andare oltre il dato giornalistico inteso solamente come uploadare dati sulla rete, e creare più giornalismo che utilizza data in modo interessante ed innovativo.”

Insomma, attraverso i dati Alberto legge e racconta la realtà: in equilibrio tra passione e competenza, il suo impegno è stato premiato professionalmente, a Londra. Ma come ci si vive?

Spesso in compagnia di un ombrello. Scherzi, e pioggia a parte, Londra mi piace molto – è una città splendida che offre costantemente opportunità nuove e diverse. È una città multiculturale come nessun’altra realtà in Europa, dove trovi il meglio di tutto il mondo. Adoro il lavoro che faccio, e quindi credo di rimanere qui a lungo. In Italia, per ora, torno in vacanza.

Eppure, pur senza desiderio di ritorno, qualcosa di Alberto deve restare in Italia: è la spinta verso il cambiamento, non tanto come innovazione fine a sé stessa rispetto alla realtà, quanto piuttosto come il coraggio di non rinchiudersi entro schemi predefiniti, di sperimentare nuovi percorsi e nuovi metodi e di unire le passioni e i sogni all’impegno e alla competenza. È uno spirito che dovrebbe contagiare tutti, soprattutto i giovani:

A un giovane di vent’anni direi di avere il coraggio di seguire i propri sogni. Di avere ambizione, e di pensare in grande, e di non farsi limitare dalla geografia. Italia, Londra, Australia, America o Francia, fa lo stesso – quel che conta è trovare qualcosa che piace e provare a realizzare il proprio potenziale e i propri sogni.

Autore
Twitter: @rcovelli



Legge sulla diffamazione: sul web tornano di moda gli anni ’40

Approdano al Senato iniziative legislative che mirano ad applicare all’online le regole dei giornali cartacei. Ancora una volta un tentativo di controllare cose che ormai non sono più controllabili da tempo.


Diffamazione a mezzo stampa
Puntuale come le tasse anche quest’anno rispunta l’ennesima legge che mira ad estendere le norme per la stampa alla rete Internet. Si tratta di una serie di iniziative di legge discusse congiuntamente, laddove, come spiega bene Guido Scorza, gli emendamenti raccolti sembrano giustificare ancora una volta l’abusatissimo termine di legge bavaglio.

Il relatore delle norme, ora in discussione al Senato, precisa che si tratta di un recepimento di istanze dell’Ordine dei giornalisti:

Il disegno di legge sulla diffamazione in discussione nell’Aula del Senato ha un obiettivo prioritario: quello di cancellare dall’ordinamento italiano il carcere per i giornalisti, una pena che non esiste più in nessun Paese europeo per reati correlati all’esercizio del diritto-dovere all’informazione.
Per fronteggiare le questioni relative ai nuovi media, si è compiuta la scelta di equiparare le testate on line alle testate giornalistiche. Nessun bavaglio al web, dunque, ma una regolamentazione che è stata richiesta dallo stesso ordine dei giornalisti, del quale si sono recepite tutte le richieste.

In realtà non è vero che la diffamazione a mezzo stampa non esiste più in nessuno Stato europeo, come precisa anche uno studio della Camera dei Deputati del 2013, mentre invece è vero che esiste una generale tendenza della magistratura a non applicare pene detentive ai giornalisti se non quando i giudici rilevano un comportamento particolarmente delinquenziale o uno spiccato disinteresse per la verità dei fatti (ad esempio, se il giornalista rifiuta la rettifica oppure inventa dei fatti da attribuire ad una persona al fine di svilirne la reputazione).
Del resto anche in Italia si fa così, giornalisti che sono andati in carcere per diffamazione si contano, dall’Unità d’Italia, sulle dita di una mano.
La cancellazione delle pene detentive, sostituendole con pene pecuniarie, potrebbe, invece, innescare un meccanismo perverso in base al quale l’editore con più soldi in cassa può permettersi articoli più falsi.

Semmai volessimo riscontrare un’anomalia italiana, questa è l’esistenza di un Ordine dei giornalisti, caso davvero unico.

Web come la carta
La stranezza, comunque,  come rileva  Andrea Iannuzzi, è che l’Ordine, e l’estensore della norma, pensano di risolvere le “anomalie” estendendo una legge del ’48 ad una tecnologia del 2000. La norma, infatti, prevede multe salate, invece del carcere, e una responsabilità estesa per il direttore responsabile, che risponde anche “nei casi di scritti o di diffusioni non firmati”.
Ovviamente c’è anche l’immancabile estensione della rettifica, per cui: “il direttore è tenuto a pubblicare gratuitamente e senza commento, senza risposta e senza titolo, con la seguente indicazione ‘rettifica dell’articolo (titolo) del (data) a firma (l’autore)’ nel quotidiano o nel periodico o nell’agenzia di stampa, o nella testata giornalistica online le dichiarazioni o le rettifiche dei soggetti di cui siano state pubblicate immagini o ai quali siano stati attribuiti atti o pensieri o affermazioni da essi ritenuti lesivi della loro dignità o contrari a verità”.
Se la rettifica non viene pubblicata entro due giorni ci si può rivolgere al giudice che irroga una sanzione amministrativa e il giornalista rischia anche la sospensione temporanea.

Considerato che la pubblicazione della rettifica dipende dal direttore, la cui volontà sopravanza quella del giornalista autore dell’articolo, è meritorio che il giornalista vada esente da pena se chiede “a norma dell’articolo 8, la pubblicazione della smentita o della rettifica richiesta dalla parte offesa”. In assenza di tale disposizione potrebbe accadere che il giornalista venga punito per la scelta del direttore di non pubblicare comunque la rettifica.

Le colpe ricadono sui direttori
Viene ulteriormente modificata la norma sulla responsabilità del direttore responsabile, la quale è limitata “ai contenuti prodotti, pubblicati, trasmessi o messi in rete dalle stesse redazioni”, quindi con esclusione dei commenti dei lettori, ma parrebbe con riferimento anche ai blog ospitati dal giornale ed anche a tutto ciò che la redazione pubblica o ripubblica (ad esempio sui social). Questo è un punto da chiarire perché normalmente tali blog non sono sotto il controllo del direttore responsabile, e il blogger ne risponde personalmente (anche se il blog è strutturalmente inserito nel giornale online) proprio perché la pubblicazione dipende solo dal blogger. Ovviamente se i post del blog sono controllati preventivamente dal direttore o dalla redazione, la responsabilità è pacifica.

Tale responsabilità viene precisato che è “a titolo di colpa”. In realtà già oggi la responsabilità del direttore è a titolo di colpa, ciò vuol dire che già adesso ai fini della responsabilità del direttore è necessario accertare non solo l’intervenuta violazione di una regola cautelare ma anche l’esistenza di un coefficiente psicologico (la colpa) che renda la condotta rimproverabile al suo autore. Quindi, il dovere di controllo dovrebbe poter essere da questi adempiuto con una ordinaria diligenza, solo in questo caso può dirsi “esigibile” in concreto e portare ad una responsabilità.
La stessa Cassazione (Corte di Cassazione n. 35511, del 16 luglio 2010) ha avuto modo di precisare che “la c.d. interattività (la possibilità di interferire sui testi che si leggono e si utilizzano) renderebbe, probabilmente, vano –o comunque estremamente gravoso- il compito di controllo del direttore di un giornale online”. Infatti dobbiamo considerare che, a differenza di un articolo che va sul cartaceo, quelli online possono essere modificati anche dopo la loro pubblicazione. Come si concili una tecnologia di questo tipo con un controllo editoriale non è dato saperlo.
Il risultato comunque sarà che o si applicherà la norma in base alla sentenza citata, così di fatto depotenziandola (occorrerà provare caso per caso che il direttore responsabile ha letto l’articolo), oppure si riterrà esigibile il controllo sui contenuti editoriale a prescindere, così reintroducendo una responsabilità oggettiva del direttore solo per l’online.

Il punto è essenziale e si ricollega alla parificazione del giornale su carta con l’online, laddove il primo è pensato come limitato sia nel numero di pagine sia nella quantità di caratteri per articolo, permettendo così un controllo preventivo del direttore che fonda la sua responsabilità. Tale controllo, invece, è di difficile attuazione sul web laddove un giornale è teoricamente infinito, potendo contenere migliaia se non milioni di pagine o di articoli in costante aggiornamento (del resto l’orientamento attuale della giurisprudenza anche comunitaria è per l’obbligo di mantenere aggiornate le notizie), per cui o sarà necessario moltiplicare il numero dei responsabili (aumentando i costi, e stiamo sempre lì) oppure la responsabilità del direttore finirà per essere oggettiva, cioè risponderà del contenuto del giornale senza esserne realmente a conoscenza.

Controllo
L’impressione è che si voglia mantenere un controllo su cose che ormai non sono più controllabili da tempo, e per questo motivo si estende una normativa creata per ben altri mezzi di diffusione ad una tecnologia del tutto differente. L’aumento degli oneri burocratici per la stampa sul web, e dei conseguenti costi (consideriamo che il primo cliente dei giornali italiani è la Presidenza del Consiglio con le provvidenze per l’editoria), può facilmente diventare una forma di dissuasione dall’esercizio dell’attività giornalistica (quindi senza copertura di un editore).

La stessa Cassazione ha più volte ribadito che internet è un mezzo di comunicazione del tutto difforme rispetto al giornale di carta, e anche la recente ordinanza del Tar del Lazio sul Regolamento Agcom ha ampiamente ripreso questo argomento.
Precisiamo subito che l’allineamento della disciplina tra cartaceo e online è già avvenuto, le relative norme però si applicano solo alle testate registrate, laddove l’obbligo sussiste solo nel caso in cui l’organizzatore della pubblicazione proceda spontaneamente all’iscrizione della stessa nel registro della stampa (iscrizione necessaria se si richiedono le provvidenze per l’editoria). Solo in tale caso la pubblicazione online potrà dirsi prodotto editoriale e quindi soggetto alle medesime norme previste per la stampa cartacea.
La norma in discussione al Senato farà immancabilmente propendere per la non registrazione della testata online, data la gravosità degli oneri previsti.

Altra norma prevede la responsabilità del direttore per “i delitti commessi con il mezzo nella stampa nei casi di scritti o diffusioni non firmati”. Se interpretata estensivamente (fermo restando quanto detto sopra) porterebbe il direttore a rispondere anche dei commenti dei lettori (che spesso sono anonimi). Si dirà che i commenti non sono “pubblicati” dalla redazioni, ma molti giornali attuano la moderazione preventiva per cui i commenti sono comunque “trasmessi” o “diffusi” dalla redazione. Del resto la norma parla di “scritti o diffusioni”, non di articoli.

Infine, poiché va molto di moda la sentenza Google (la cita espressamente la relatrice della legge), si prevede il diritto per l’interessato a domandare l’eliminazione dai siti internet (tutti i siti internet?) e dai motori di ricerca dei contenuti diffamatori o dei dati personali trattati in violazione di legge. E tale diritto passa agli eredi in caso di decesso dell’interessato.
È interessante notare che mentre il primo comma (art. 3) prevede la possibilità di chiedere (ma tutti possono chiedere, ben altro è il diritto ad ottenere) l’eliminazione di contenuti diffamatori o dei dati personali, il comma 2 prevede il ricorso al giudice solo per l’eliminazione “delle immagini o dei dati”, senza riferimento a diffamazione.
In realtà la sentenza della Corte di Giustizia europea trova la sua base giuridica nel trattamento dei dati da parte dei motori di ricerca a fini di profilazione, per cui non è estensibile in alcun modo a diffamazioni o altre motivazioni, e certo non è applicabile ad un giornale (citato espressamente nella sentenza) né a tutti i siti internet. Per quanto riguarda, invece, i dati trattati in violazione di legge, già l’attuale normativa (Codice privacy) prevede il diritto ad ottenerne la cancellazione.
Cosa ben diversa è il diritto all’oblio, oggetto della sentenza Google, che riguarda la pubblicazione lecita di dati per i quali non risulta più necessaria la permanenza online a seguito del trascorrere del tempo, e anche qui la giurisprudenza attuale la prevede, laddove la sentenza della CGUE ha solo stabilito che anche un motore di ricerca deve conformarsi a questo diritto.
La norma in questione, quindi, appare sotto un aspetto inutile, sotto un altro deleteria e in contrasto con la normativa comunitaria.

Rettifica
Infine, approfittando della differenza ontologica tra cartaceo e web, e quindi che online l’unico limite è la pazienza e l’interesse del lettore, vogliamo ricordare che la rettifica è un istituto riparatorio sui generis che non tende ad accertare la verità dei fatti (compito demandato istituzionalmente ai giudici) e che prevede l’automatismo della sanzione alla mancata pubblicazione, cioè il giudice, una volta portata dinanzi a lui la questione, si limiterà a verificare la mancata pubblicazione della rettifica e non se l’articolo sia vero o falso o diffamante. È sufficiente che il contenuto sia ritenuto dal soggetto citato nell’articolo, a suo insindacabile giudizio, lesivo della sua dignità o contrario a verità.
Tale automatismo appare in contrasto con la Convenzione dei diritti dell’uomo, secondo una sentenza della Corte di Strasburgo, la quale sostiene che, invece, i giudici nazionali debbano contemperare le libertà e i diritti in gioco e verificare che la rettifica non comprima la libertà di espressione, invece di limitarsi ad applicare automaticamente l’obbligo di pubblicare la rettifica.

Autore
Avvocato e blogger. Mi interesso di diritto applicato ad internet e alle nuove tecnologie di comunicazione. @brunosaetta



Diffamazione, perché quella legge è sbagliata

L’ennesima proposta scriteriata e ancora una volta la querela rischia di essere uno strumento per intimidire chi fa informazione. Il PD parla di sentenza Google come punto di riferimento: un modello negativo in pratica, ma poi che c’entra?


di Andrea Iannuzzi

Se ne parla da anni. Il tag è legge bavaglio ma con questa espressione, legata a una mobilitazione collettiva contro il tentativo di restringere la libertà di stampa messo in atto dal governo Berlusconi, si sono via via etichettate cose diverse e non sempre omogenee tra loro.

Ora il tema torna d’attualità perché il Senato si appresta a esaminare un testo che si propone di riformare il reato di diffamazione a mezzo stampa, estendendo i suoi confini alle testate on line (purché registrate ai sensi della Legge sulla Stampa), modificando le sanzioni in caso di condanna ma soprattutto prevedendo nuove procedure in tema di rettifica ed eventuale cancellazione dei contenuti on line.

Alla base l’idea di separare il giornalismo “registrato” da quello non registrato, un’idea medievale che di certo non salva i blogger: li espone ancora di più.

Una sintesi – commentata – della proposta è contenuta in questo articolo di Liana Milella su Repubblica, mentre l’esperto di diritto on line Guido Scorza ne parla qui.

Entrambi gli articoli contengono nel titolo la parola bavaglio e questo ha spinto Luca Sofri, direttore del Post, a scrivere questo post (minuscolo) sul suo blog Wittgenstein nel quale, a prescindere dal giudizio sui vari aspetti della legge, sostiene che sia inappropriato parlare di bavaglio.

Ha ragione. E anche io ho sbagliato a usare quella parola come riflesso condizionato quando ho postato su twitter l’articolo di Milella, taggando il premier Matteo Renzi affinché vigilasse sui lavori parlamentari.

Sofri ha ragione perché le parole, quando sono ripetute in modo semi-automatico, perdono il loro significato. Non chiamiamolo bavaglio. Ma sul fatto che si tratti di una buona legge nutro molti dubbi, mentre ho pochi dubbi sul fatto che – se non sarà modificata – rappresenti una limitazione della libertà di espressione, informazione e opinione in Italia (non ho usato volutamente il lemma “libertà di stampa”).

Ho espresso parte di questi dubbi in un thread su Facebook, nel quale ho taggato anche Francesco Nicodemo, ex responsabile comunicazione della segreteria Pd e ora nello staff di Palazzo Chigi.

Lo stesso Nicodemo, dopo essersi attivato, mi ha postato la precisazione della senatrice PD Rosanna Filippin, relatrice della proposta al Senato, che per chiudere il cerchio usa la parola “bavaglio”, anteponendole l’aggettivo “nessun”.

Nella nota della senatrice ci sono alcuni elementi che meritano una riflessione.

Il primo è che le modifiche alla legge sulla stampa e le nuove direttive in materia di diffamazione sono state concordate con l’Ordine dei Giornalisti. Quindi l’Ordine dei Giornalisti, anziché mettere mano in maniera radicale a una legge sulla stampa che risale al 1948, è favorevole ad equiparare sic et simpliciter le testate on line (registrate) a quelle cartacee.

Il secondo elemento rilevante è la garanzia che lei, come relatrice, “darà parere negativo” a qualsiasi proposta che riguardi blog e siti non registrati. Il fatto che lei sia contraria però non esclude che emendamenti in tal senso possano essere presentati e trovare anche i voti per passare.

Il terzo elemento degno di nota riguarda i commenti agli articoli: la responsabilità del commento, dice Filippin, sarà solo in capo all’autore stesso (purché non sia anonimo, visto che nessuna legge per ora vieta i commenti anonimi o con pseudonimo), mentre alla testata potrà essere richiesta la rimozione del commento.

Alla luce di tutto ciò, mi pare che il testo in discussione al Senato continui a presentare diversi punti critici che provo ad elencare.

1. Trovo poco sensata l’idea di “punire” chi registra la propria testata on line pur senza averne l’obbligo – a differenza delle testate cartacee, per le quali invece l’obbligo esiste pena la non possibilità di stampare. Si tratta di un invito implicito a non registrare la testata, per non incorrere nelle sanzioni. Ripeto: si può fare giornalismo on line anche con siti non registrati e in questo caso si potranno scrivere tutte le fregnacce del mondo senza rientrare nelle fattispecie della legge. D’altra parte, il limite della registrazione è l’unico al momento disponibile per evitare l’effetto “bavaglio”.

2. Che ne sarà dei blog ospitati da piattaforme / testate registrate? Risponderanno alla stessa legge? I blog sono notoriamente spazi liberi auto-gestiti dal blogger: non ne faccio una questione di merito, ma questa è senz’altro una zona grigia sulla quale vale la pena riflettere.

3. Se la legge prevede la responsabilità diretta del commentatore (e quindi la necessità della testata di registrarlo e renderlo individuabile), tanto vale chiudere i commenti una volta per tutte. Mettiamo il caso che l’utente lasci un commento anonimo che qualcun altro ritiene lesivo o diffamatorio. Chi deve rintracciare le generalità del commentatore? Chi le deve dare a chi? Oggi di questi casi si occupa in genere la polizia postale, ma un domani è ipotizzabile che la testata fornisca direttamente al “diffamato” le generalità del commentatore affinché possa rivalersi in solido? E con quale diritto una testata cancella il commento di un utente solo perché un altro utente lo chiede? L’utente richiedente deve dimostrare il suo interesse diretto? O arriveremo al tutti contro tutti, per cui tizio chiede di cancellare il commento di caio perché gli sta antipatico? Il fatto di richiamare la “norma Google” nel testo non è un buon segnale (aggiornamento: come fa notare Massimo Mantellini su twitter non esiste alcuna sentenza europea Google che riguarda la responsabilità dei commenti). È noto infatti che Google, dopo il pronunciamento della Corte Europea sul diritto all’oblio – che prevede la responsabilità diretta dei motori di ricerca sui link sgraditi – abbia adottato un criterio del tutto arbitrario nella rimozione dei link. Sarà dunque la testata a decidere quali commenti cancellare e quali no? E su quelli non cancellati, rischierà comunque sanzioni?

4. Ma il punto più delicato riguarda le disposizioni in materia di rettifica e/o cancellazione di presunti (e ribadisco presunti) contenuti diffamatori. Se interpreto bene la proposta di legge, si arriverà a una situazione contraria a ogni stato di diritto per cui ogni contenuto viene considerato potenzialmente diffamatorio, fino a eventuale prova contraria.

Provo a spiegarmi. Mettiamo che io cronista scrivo che il politico ics è indagato, perchè l’ho saputo da fonti riservate. Mettiamo che il politico ics, pur essendo effettivamente indagato, non abbia ricevuto alcun avviso di garanzia. Il politico ics, in base alla nuova legge, mi chiede di pubblicare la rettifica (ipotesi “Non ho ricevuto nessun avviso di garanzia”, ma potrebbe anche essere “non sono indagato”) e che mi chieda di rimuovere l’articolo nel quale ho scritto che è indagato.

Io a questo punto posso fare diverse cose. La prima è pubblicargli la rettifica secondo le disposizioni di legge, quindi all’interno dello stesso articolo (la stessa URL, in termini tecnici) ma in posizione dominante, cioè sopra l’articolo stesso. Siamo dunque al paradosso che il lettore leggerà prima la rettifica dell’articolo stesso.

La seconda cosa che posso fare è accogliere la sua richiesta di cancellazione (e a quel punto non vedo la necessità di rettifica, se il contenuto è cancellato, ma anche su questo la legge non è chiara, perché prevede che comunque la rettifica sia pubblicata a parte, come contenuto a sé stante. Paradosso: all’interno del sito e sui motori di ricerca si troverà la rettifica di un articolo che non esiste più, cosa che contrasterà con lo stesso diritto all’oblio invocato dal ricorrente).

La terza cosa (e quarta) che posso fare è ignorare la richiesta di rettifica, o quella di cancellazione, o entrambe. Ed è qui che la legge diventa, a mio avviso, liberticida. In questo caso infatti è previsto che il ricorrente si rivolga a un giudice e il giudice irroghi una sanzione pecuniaria alla testata e all’autore dell’articolo.

Quello che non ho capito (e se qualcuno me lo spiega, ne sarei felice) è quale e quanto sia il potere discrezionale del giudice nell’irrogare la sanzione. I casi sono due: A) il giudice, prima di irrogare la sanzione, deve avviare un’indagine per capire se davvero quel contenuto è diffamatorio. Ma in questo modo verrebbe meno il senso stesso della legge e di fatto si assisterebbe a una replica della querela per diffamazione anche per la semplice rettifica. B) il giudice è tenuto a irrogare la sanzione e questo significa che per ogni rettifica non pubblicata la testata (e il giornalista) sanno di andare incontro a una multa.

In entrambi i casi (l’ipotesi di dover affrontare un iter giudiziario parallelo oppure quella di dover pagare subito una sanzione) anche chi sa di aver scritto una cosa vera avrà molti buoni motivi per accogliere la rettifica o addirittura cancellare, soprattutto se alle spalle non ha un editore disposto a rimetterci di tasca propria.

Il risultato è quello che ho sintetizzato nel titolo: siamo alla diffamazione preventiva, all’obbligo di esaudire le richieste di chi si sente diffamato a prescindere dall’oggettiva sussistenza della diffamazione. Soprattutto, a compensare tutto ciò non esiste alcuna sanzione per dissuadere la rettifica (o la querela) facile: se una richiesta di rettifica si dovesse rivelare infondata, il richiedente non viene minimamente sanzionato, come fa notare Arianna Ciccone.

L’idea che in un paese che giustamente garantisce i suoi cittadini – e in particolare i membri delle istituzioni – fino al terzo grado di giudizio, si possa invece trattare come diffamatorio qualunque contenuto (e di conseguenza come diffamatore il suo autore) prima del pronunciamento di un giudice e solo su richiesta di parte, mi lascia basito.

Se questo è il modo per recuperare posizioni nella classifica della libertà d’informazione (nel 2012 l’Italia era al 24° posto su 25 in Europa, l’unica “semilibera” insieme alla Turchia), mi sa che non faremo molta strada.




Politica e social media: regole di sopravvivenza

Facebook, Twitter e Youtube sono strumenti potenti. Per questo vanno usati con la massima lucidità. Una piccola guida per evitare gli epic fail della comunicazione digitale.


In Italia ci sono 26 milioni di utenti su Facebook: il pubblico potenziale di una campagna pubblicitaria nazionale è superiore al numero di spettatori di una finale dei mondiali di calcio con l’Italia in campo.

Su Twitter ci sono quasi quattro milioni di utenti attivi, ma soprattutto ci sono tutte le principali organizzazioni politiche e mediatiche. C’è la possibilità di ottenere rapidamente l’attenzione, e di perderla altrettanto rapidamente. Basta un tweet sbagliato.

Youtube è più popolare di Facebook tra gli under 30: chi vuole parlare ai nativi digitali non può farne a meno.

L’ecosistema dei media digitali evolve ogni giorno; verità apparentemente incontrovertibili cambiano improvvisamente; personaggi molto popolari possono finire nell’oblio e nuovi opinion leader possono affacciarsi senza alcun preavviso.

Eppure la presenza di pianificazioni strategiche nella comunicazione politica sui social media sono rarissime: si twitta d’istinto, si cancellano post, si fanno gaffes. E soprattutto, non si conversa con i cittadini, che nel frattempo conversano tra loro e possono dunque costruire o distruggere la reputazione digitale di qualsiasi mittente.

La stagione della comodità sui social media è finita da un pezzo: non basta esserci, bisogna esserci scientificamente. E i rischi, al momento, superano le opportunità. Per questo vi proponiamo un piccolo vademecum in cinque punti:

1. Ogni atto di comunicazione sul web è potenzialmente pubblico: un tweet è come un comizio.

2. Parla nel modo più semplice e didascalico possibile: il 47% degli italiani è analfabeta funzionale.

3. Vuoi parlare direttamente agli elettori (disintermediazione)? Usa Facebook. Vuoi parlare attraverso i media (reintermediazione)? Usa Twitter. Vuoi parlare ai nativi digitali? Non dimenticarti di Youtube.

4. Non dare la colpa agli stagisti o agli hacker se fai un errore (e chiedi scusa: tutti sbagliano).

5. Non iniziare a usare i social media a distanza troppo ravvicinata dalle elezioni: le mosse puramente ‘elettorali’ sono sempre e solo un boomerang.




Copyright: un regolamento a rischio incostituzionalità. AgCom & C. hanno poco da festeggiare

Il Tar rimanda alla Consulta: i diritti dei cittadini dovrebbero venire prima dei diritti economici. È necessario tutelare anche su Internet la libertà di espressione e diritto all’informazione.


 

Soltanto la volontà generale collettiva del popolo può essere legislatrice.

Sta in questa citazione del filosofo Kant la chiave di lettura delle ordinanze del 26 settembre (1985/14 e 2184/14) con le quali il Tribunale Amministrativo Regionale del Lazio ha inviato alla Corte Costituzionale gli atti dei procedimenti scaturenti dai ricorsi presentati dalle associazioni dei consumatori, Assoprovider ed altri soggetti, contro il Regolamento Agcom.

ATTI ALLA CONSULTA
La decisione del Tar non sembra essere stata ben compresa, al punto che alcuni commissari dell’Agcom sostengono che l’autorità ha applicato le leggi vigenti, Confindustria Cultura rileva “con soddisfazione” che il Tar non ha trovato profili di illegittimità, la Siae esprime soddisfazione per la fondatezza del Regolamento, e il presidente della Fimi attacca la disinformazione dei detrattori del Regolamento assumendo che il Tar avrebbe respinto le loro tesi.
La questione è decisamente più complessa, e la decisione del giudice amministrativo appare ben più importante di quanto possa sembrare ad una prima superficiale lettura.

Premettiamo subito che il Tar ha deciso autonomamente di inviare gli atti alla Corte Costituzionale chiedendo alla Consulta di “chiarire se il legislatore, nell’approvare le leggi che fondano il potere regolamentare di AGCOM, abbia approntato strumenti efficaci e bilanciati per garantire la libertà di manifestazione del pensiero su internet, o se invece il “doppio binario” non sminuisca le tutele che dovrebbero essere riconosciute alla libera manifestazione del pensiero online”.

L’ORDINANZA DEL TAR
Le ordinanze sono abbastanza lineari. La prima parte effettivamente constata la legittimità del Regolamento e la competenza dell’Agcom, non quale autorità indipendente bensì quale autorità di vigilanza, ad adottare ordini di rimozione di contenuti nel web nei confronti degli operatori delle telecomunicazioni. In effetti, sostiene il Tar, il Regolamento configura una procedura amministrativa, separata ed alternativa a quella giurisdizionale, che si rivolge direttamente solo ai provider, e che è indipendente dall’accertamento di una violazione del diritto d’autore. Quale procedimento amministrativo non deve rispettare le medesime garanzie (rispetto del contraddittorio e giusto processo) di un processo tenuto dinanzi ad un giudice.
La non coincidenza dei soggetti che violano il diritto d’autore con i soggetti destinatari dell’ordine dell’Agcom realizza un doppio binario tra la procedura amministrativa ed una eventuale giudiziaria avente ad oggetto (oggetto diverso quindi) la violazione del diritto d’autore.
Fin qui sembrerebbe, quindi, che il Tar dia ragione all’Agcom, respingendo le tesi di coloro che hanno impugnato il Regolamento.

Ma immediatamente il Tribunale Amministrativo precisa che c’è una possibile illegittimità costituzionale che tocca le norme su cui si regge il Regolamento medesimo. Il Tar si chiede se una procedura amministrativa così configurata, nel momento in cui va a comprimere i diritti inviolabili dei cittadini sia davvero legittima.

La seconda parte dell’ordinanza tocca i principi fondamentali dell’ordinamento giuridico, partendo dalle sentenze della Corte Costituzionale, passando per quelle della Cassazione e finendo alle pronunce della Corte di Giustizia europea. In poche ma illuminanti pagine vengono discusse le basi della democrazia.

La Costituzione italiana, chiarisce il Giudice amministrativo, pone una gerarchia ben precisa dei diritti, laddove la proprietà intellettuale è tutelata dall’art. 42, mentre la libertà di impresa (dei provider) è richiamata dall’art. 41 e la libertà di espressione e di informazione dal fondamentale art. 21.
L’ordine dei diritti non è casuale, ma ha rilievo al punto che in caso di conflitto si ammette il sacrificio delle libertà economiche, laddove, invece, il Regolamento Agcom, prevedendo la rimozione di contenuti online per tutelare la libertà economica di cui all’art. 42, di fatto ribalta la gerarchia dei valori costituzionali consentendo la lesione di diritti sovraordinati.
La Costituzione, inoltre, richiede che i diritti fondamentali siano presidiati dalla garanzia della riserva di legge, che impone un inderogabile ordine di intervento tra legge e regolamento, e dalla riserva di tutela giurisdizionale, e le disposizioni di legge sulle quali si fonda il Regolamento Agcom “sembrano determinare la violazione di entrambe le predette garanzie”.

LIBERTÀ DI INFORMAZIONE
Il punto, come evidenzia chiaramente il Tribunale, è che se un tempo la stampa era il mezzo con il quale si realizzava la libertà di informazione, successivamente ad essa si è affiancata la televisione, per la quale è stato necessario realizzare norme diverse rispetto alla stampa, data la peculiarità del mezzo, al fine di introdurre garanzie equivalenti a quelle previste per la stampa. Oggi, invece, il mezzo principale attraverso il quale si esercita la libertà di espressione è proprio Internet.

Quindi, pur senza necessità di estensione della disciplina prevista per la stampa alla rete (spesso si è dibattuto su questo tema, in realtà discutendo di come estendere gli oneri e le limitazioni della stampa alla rete, ma il Tar invece discute di estendere le garanzie della stampa alla rete), appunto per la diversità del mezzo, occorre che la Corte Costituzionale analizzi la normativa in materia al fine di stabilire se esistono per internet garanzie quanto meno equivalenti a quelle previste per la stampa.
Questo perché la copiosa giurisprudenza italiana ed internazionale ha ormai definitivamente evidenziato l’indissolubile collegamento tra la libertà di informazione e le forme proprie di una democrazia pluralista come la nostra, come evidenziava Habermas, sostenendo che

Possono considerarsi legittime solo quelle leggi che nascono da un processo legislativo discorsivo, il quale rinviene la sua fonte di legittimazione nei presupposti comunicativi e procedurali della formazione dell’opinione pubblica.

Il monito del Giudice amministrativo è evidente quando sostiene che “la forma di stato democratica … deve trovare la sua base nell’esistenza di una opinione pubblica <<avvertita e consapevole>>”, da cui l’essenzialità della pluralità delle fonti di informazione, del libero accesso alle medesime, e dell’assenza di ingiustificati ostacoli legali alla circolazione delle notizie e delle idee. Ecco perché l’art. 21 è la “pietra angolare della democrazia, “diretta emanazione del più generale diritto alla dignità delle persona umana, che anima l’art. 2 Cost. e permea di sé l’intero ordinamento”.

Diventa di solare evidenza, quindi, che le regolamentazioni dell’attività economica (gli ordini di rimozione) che comportano restrizioni alla libertà economia (dei provider) e dei diritti fondamentali dei cittadini devono rispettare la gerarchia dei valori costituzionali, per cui il Tar chiede alla Consulta di verificare se le norme sulle quali si poggia il Regolamento Agcom siano davvero rispettose dei principi suddetti, nel momento in cui consentono ad un’autorità amministrativa di imporre restrizioni alle libertà fondamentali dei cittadini, attraverso un procedimento meramente ammministrativo.

Il tema è decisamente complesso ed è impossibile anticipare cosa dirà la Consulta, ma certamente non si può semplicisticamente ritenere che perché il Tar non ha annullato il Regolamento allora tutto va bene, come se un tavolino potesse reggersi anche dopo che gli hanno segato tutte le gambe. Occorrerebbe con maggiore umiltà prendere atto che esiste un problema serio che non riguarda la pirateria bensì i diritti fondamentali dei cittadini e le basi della stessa democrazia. Probabilmente l’Agcom avrebbe reso un miglior servizio se solo avesse voluto ascoltare i critici del Regolamento, ai quali si è di fatto unito anche il Tar, oppure avrebbe potuto studiare cosa accade negli altri paesi europei.

COME FANNO IN FRANCIA?
Proprio in questi giorni, infatti, la Commissione Nazionale consultiva per i diritti dell’uomo della Francia in un parere su un disegno di legge ha espresso forti preoccupazioni per l’affidamento all’autorità amministrativa del potere di blocco di siti internet che fanno propaganda o apologia del terrorismo. Si tratta di un’ipotesi nella quale il blocco sarebbe maggiormente giustificato rispetto ai blocchi per violazione del diritto d’autore previsti dal Regolamento Agcom, come lo stesso Tar evidenzia (punto 6), che sono molto più gravosi rispetto a quelli per il contrasto alla pedopornografia e al gioco d’azzardo (previsti in Italia), i quali ultimi postulano un riferimento a parametri certi ed oggettivi e riguardano settori specifici, “mentre le violazioni del diritto d’autore possono essere trasversalmente riferite ad ogni prodotto e servizio offerto sul WEB, ed il loro accertamento ha ogni volta confini incerti e variabili”.

E sarebbe stato utile leggere la sentenza della Corte Costituzionale francese che nel 2009, giudicando una norma (quindi una legge passata al vaglio Parlamentare, mentre il Regolamento Agcom è stato redatto dalla sola Autorità) la quale prevedeva ordini di rimozione di contenuti online da parte dell’autorità amministrativa Hadopi, sentenziò che:
- il reato deve essere accertato dai magistrati e non da enti pubblici oppure da privati;
- i provvedimenti restrittivi devono essere emessi dai magistrati;
- se è vero che chiunque è innocente fino a sentenza passata in giudicato allora questa presunzione di innocenza deve valere per tutti i reati compresi quelli contro la proprietà intellettuale;
- è necessario tener presenti e rispettare tutti i diritti in gioco e non solo quelli relativi alla proprietà intellettuale come ad esempio: il diritto alla conservazione e diffusione della conoscenza, il diritto di citazione, il diritto di impresa.

La normativa in materia, la direttiva ecommerce in particolare, è di origine comunitaria, quindi comune agli Stati europei, per cui è proprio su quelle norme (punto 11.10) che “si sposta quindi la censura, sotto il profilo della possibile violazione costituzionale”.
In questa prospettiva il Tar ricorda le sentenze della Corte di Giustizia europea (Sabam c. Scarlet, Sabam c. Netlog) che hanno stabilito che solo gli organi giurisdizionali possono ordinare agli intermediari il blocco di contenuti online, essendo competenza di un giudice il contemperamento dei diritti in gioco, e la fondamentale sentenza Telekabel che impone limiti al web blocking.

E non bisogna dimenticare che l’ordinamento francese (come quello statunitense) non riconosce nella carta costituzionale la riserva di giurisdizione, a differenza dell’ordinamento italiano che la prevede espressamente. Possiamo quindi proprio noi rinunciarvi a favore di un provvedimento amministrativo che altera la scala di valori costituzionali?

Quello che occorre (e in fondo lo suggerisce anche il Tar) è una legge primaria, nascente dalla volontà generale che si occupi di regolamentare non tanto il diritto d’autore online, quanto piuttosto di stabilire per la rete internet delle garanzie specifiche tenendo conto delle peculiarità del mezzo, una legge che precisi chiaramente senza incertezze i diritti dei cittadini, principalmente come esercitare la libertà di espressione, di informazione, che chiarisca il contenuto delle utilizzazioni libere delle opere soggette a tutela (casomai estendendole fino a ricomprendere il fair use anglosassone), in modo che i cittadini sappiano cosa possono e cosa non possono fare.

Autore
Avvocato e blogger. Mi interesso di diritto applicato ad internet e alle nuove tecnologie di comunicazione. @brunosaetta



Valigia Blu - I contenuti di questo sito sono utilizzabili sotto licenza cc-by-nc-nd