#Grecia2015: il racconto di una giornata storica

Tsipras vince le elezioni con il 36,5%: “Oggi il popolo greco ha scritto la storia, la speranza ha scritto la storia”


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"Non è il caso né di avere paura né di sperare, bisogna cercare nuove armi." Gilles Deleuze @andreazitelli_



#Grecia2015: tra i quartieri di Atene in tanti a votare tra rabbia e speranza

La voce degli elettori di Perama, Kolonaki e Exarchia tra i quartieri più poveri e più ricchi di Atene.


In partnership con giornali locali gruppo Espresso

PERAMA

Perama è un sobborgo nell’estrema periferia di Atene, a pochi chilometri dal Pireo. Di tradizione popolare e operaia per la presenza dei cantieri navali, il quartiere è stato uno dei più colpiti dalla crisi – basti pensare che il 60% degli abitanti è disoccupato, e Medicins du Monde ha aperto una clinica per assistere i cittadini greci rimasti senza assicurazione sanitaria.

Da sempre considerato una roccaforte rossa del KKE (il partito comunista), negli ultimi anni Perama ha visto la forte ascesa di Alba Dorata, che ha saputo sfruttare il malcontento e la delusione nei confronti dei partiti tradizionali. Alle ultime europee, tuttavia, Syriza è diventata il primo partito nel quartiere con quasi il 30% dei voti.

In questa mattinata elettorale, il seggio di una scuola vicino al porto è pieno di persone che vanno a votare. Fuori dalle aule, i rappresentanti di lista dei vari partiti controllano che tutto si svolga regolarmente.

Parlando con i cittadini, molti di loro dicono che voteranno il partito di Tsipras. Tra questi c’è anche un poliziotto in servizio alla scuola, che aggiunge di tifare Milan “ma no Berlusconi, no”.

Anche un ragazzo che studia biologia esprime la propria preferenza per Syriza. “Mi sono avvicinato al partito nel 2012, dopo le proteste contro il memorandum – spiega mentre entra nel seggio – Ho visto la speranza in quel partito”.

Afrodite, invece, ha 21 anni e lavora come cameriera. Parlando del quartiere in cui è nata e cresciuta, sottolinea subito che la disoccupazione ha portato moltissimi giovani ad avvicinarsi ad Alba Dorata.

Lei comunque ha votato il partito di estrema sinistra Antarsya. “Se Syriza vince è ugualmente un’ottima cosa”, puntualizza. “Le persone sono molto più attive, nel 2012 c’erano più rabbia e più paura. Adesso c’è più ottimismo nell’aria, nonostante tutte le difficoltà”.

KOLONAKI

In questa domenica di elezioni Kolonaki, il quartiere più posh e ricco di Atene, è decisamente tranquillo. Siamo a pochi minuti da piazza Syntagma e il Parlamento, e la differenza con Perama è abissale – sembra quasi di essere in due città diverse.

Molti negozi vendono articoli di lusso, i locali sono tirati a lucido e non è raro imbattersi nelle Porsche parcheggiate per strada.

Negli ultimi anni Kolanaki è stata una roccaforte dei conservatori di Nea Dimokratia; pochi giorni fa, tuttavia, sui muri di una delle vie principali del quartiere è apparsa una scritta piuttosto inequivocabile: “Tutti per Syriza”.

Uno dei seggi nel quartiere é nella scuola di via Skoufa, una palazzina di tre piani animata dal flusso costante di elettori. Tra le aule si aggirano diversi rappresentanti di lista. Uno di questi è Kostas del KKE, che è nato e cresciuto a Kolonaki in una famiglia di tradizioni comuniste – un’ideologia che lui ha ereditato.

Anche se sembra che qui la crisi non sia mai arrivata, Kostas dice che “molti negozi hanno chiuso e la vita notturna è nettamente diminuita”. Kolonaki, tuttavia, “è sempre stato il quartiere dei ricchi, e così rimarrà”.

Vicino a lui c’è un altro ragazzo del quartiere, anche lui di nome Kostas, che ha appena votato. È tornato apposta da Bruxelles, dove è emigrato due anni fa, per votare Syriza. “Attualmente è il meglio che c’è, anche perché finora abbiamo provato tutto il resto. Basta che non diventi un nuovo Pasok: vedremo se Tsipras sarà in grado di mantenere quello che ha promesso”.

Kostas spiega anche la sua idea del quartiere e dei suoi abitanti. “Ora che non sono più ricche come prima, le persone si sono stufate e votano per il meno peggio, non importa se di destra o sinistra. Kolanaki – conclude il giovane – è un quartiere molto opportunista. Quando il potere cambia di mano, Kolonaki segue il potere”.

EXARCHIA

A qualche chilometro da Kolonaki c’è Exarchia, il quartiere più radicale e alternativo della capitale. In questo tardo pomeriggio di elezioni le persone affollano principalmente i tantissimi locali del quartiere, e sono intente a sorseggiare caffè e parlare di elezioni.

Agli ingressi delle vie principali stazionano perennemente dei poliziotti del MAT (gli agenti antisommossa) – a Exarchia, infatti, gli scontri tra gli anarchici e le forze dell’ordine sono una costante, quasi un rituale.

Gli ultimi si sono verificati il 6 dicembre del 2014, per il settimo anniversario della morte del 15enne Alexis Grigoroupolos, ucciso senza motivo da un poliziotto in via Tzavella. Ed è proprio da qui che, nel 2008, è partita la rivolta che ha segnato la generazione che potrebbe portare al potere Syriza.

A ogni modo, uno dei tratti caratteristici del quartiere sono i suoi muri. Cinque anni di crisi li hanno trasfirmati in uno dei principali veicoli di critica politica dell’intera capitale. E i graffiti sono letteralmente ovunque.

Vicino alla via dove è stato ucciso Alexis, ad esempio, un writer ne sta facendo uno in tempo reale. Si tratta di una moneta da un euro accompagnata dalla scritta in inglese: “From ancient to modern times / Who controls the money?”

Il seggio elettorale è nella scuola di via Benaki, dove gli elettori entrano ed escono. Diversi si fermano fuori dall’ingresso per consultare il nome dei candidati e i partiti. Mentre entriamo un poliziotto ci ferma e dice che in quel seggio non si possono né intervistare le persone né prendere foto.

Una volta usciti, in una parete della scuola – completamente ricoperta di graffiti – si nota distintamente una scritta blu a caratteri cubitali. Recita: “Athens burns” – Atene brucia.

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#Grecia2015 al voto: le elezioni che cambieranno l’Europa? [liveblog]

Oggi la Grecia al voto. Il racconto della giornata sul campo da Atene e dai social.





#Grecia2015: Perché i neonazisti di Alba Dorata fanno ancora paura

I leader spronano i militanti dalla galera e il partito sceglie il profilo basso per conquistare di nuovo il voto di protesta.


Foto via EnetEnglish.

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Qualche giorno fa, circa 300 membri di Alba Dorata si sono riuniti nella hall di un albergo a Koropi, una cittadina fuori Atene, per un evento elettorale piuttosto particolare. Contrariamente agli altri partiti – che hanno invaso con gazebo e stand tutte le principali città greche – i neonazisti greci stanno tenendo un profilo bassissimo, e in questa campagna la loro presenza è impercettibile. Ad Atene, per esempio, i militanti stanno rintanati nelle loro sedi e il logo di Alba Dorata lo si può vedere quasi esclusivamente sui volantini infilati sotto i tergicristalli delle macchine.

Il motivo è piuttosto semplice: dal settembre del 2013, dopo l’omicidio del rapper antifascista KillahP, tutti i leader del partito sono rinchiusi nel carcere di massima sicurezza di Korydallos. Ed è proprio da qui che il deputato Ilias Kasidiaris – uno dei membri più in vista, nonché il prototipo del perfetto neonazista greco – si rivolge ai camerati radunati a Koropi.

Un evento elettorale di Alba Dorata nella cittadina di Papagos.

La sua voce è diffusa dagli amplificatori nella sala: “Le televisioni ci presentano come degli accoltellatori, dei criminali, degli ignoranti e degli immaturi. Ma come potete vedere, noi rappresentiamo il meglio che può offrire la società greca”. Il suo breve discorso telefonico infiamma i militanti del partito, e si conclude con l’affermazione che anche alle elezioni del 25 gennaio Alba Dorata registrerà un buon risultato elettorale: “Stiamo scrivendo la storia politica della Grecia moderna, e saremo i vincitori anche questa volta”.

Negli ultimi sondaggi elettorali Alba Dorata oscilla tra il terzo e il quarto posto, aggirandosi intorno al 5-6% del voto. Alcuni sondaggisti, tuttavia, sono convinti che il giorno delle elezioni i consensi potrebbero anche essere superiori – e questo nonostante le indagini, gli arresti e gli scandali.

Rispetto a qualche tempo fa c’è stata comunque una netta flessione – a un certo punto, Alba Dorata era salita al 14% – ma la resilienza del partito di estrema destra è uno dei fenomeni più preoccupanti e apparentemente inspiegabili del panorama politico greco.

A ogni modo, per non farsi mancare proprio nulla in questa campagna elettorale sottotono, il 22 gennaio il giornale greco Efimerida ton Syntakton ha pubblicato un video che riprende i militanti di Alba Dorata urlare “Sieg Heil” e cantare l’inno della Germania in mezzo a bandiere e simboli nazisti.

L’irrestibile ascesa (e caduta?) di un partito neonazista

Alba Dorata è la creatura del suo “Führer” Nikolaos Michaloliakos, figlio di collaboratori dei nazisti e da sempre militante di estrema destra. Prima di diventare un partito vero e proprio, Alba Dorata nasce nel 1980 come una rivista – scrive il giornalista Dimitri Deliolanes nel libro Alba Dorata. La Grecia nazista minaccia l’Europa– “dalla grafica scadente, con una periodicità incerta a diffusione militante”.

Per più di vent’anni, Michaloliakos e camerati rimangono un fenomeno pericoloso ma assolutamente marginale. Dal 2009 in poi, l’avvento della crisi economica e lo slittamento a destra del discorso politico greco (specialmente riguardo a temi come immigrazione e sicurezza) dissodano il terreno per l’aumento dei consensi al partito neonazista.

Tra ronde contro gli immigrati, pogrom nel pieno centro di Atene e pugni in diretta tv, l’affermazione arriva con la doppia elezione di maggio e giugno del 2012, dove il partito raccoglie il 7% dei voti ed elegge 18 deputati.


La conferenza stampa di Michaloliakos dopo le elezioni del 2012.

L’ingresso trionfale in Parlamento coincide con un’impressionante escalation di violenza per le strade della Grecia. Per citare alcuni degli esempi più eclatanti: l’8 settembre del 2012 una squadraccia di Alba Dorata assalta il mercato multietnico di Rafina; l’11 ottobre del 2012, ad Atene, i militanti interrompono lo spettacolo teatrale Corpus Christi, ritenuto blasfemo; il 17 gennaio del 2013 due neonazisti uccidono in pieno giorno l’immigrato di origine pakistana Shehzad Luqman; e il 12 settembre del 2013, nel quartiere ateniese di Perama, circa 50 albadorati tendono un’imboscata a un gruppo di militanti comunisti del KKE, mandandone in ospedale nove.

Secondo il giornalista Dimitris Psarras, autore del Libro nero di Alba Dorata, la strategia dei neonazisti greci assomiglia molto a quella dell’eversione nera in Italia: “Vogliono costringere l’altra parte a commettere atti violenti, proprio come la strategia della tensione usata in Italia negli anni ‘70”. E gli stessi deputati di Alba Dorata – come Ilias Panagiotaros – si dicono pronti a combattere “un nuovo tipo di guerra civile”.

La conferma che la frase di Panagiotaros non è una semplice provocazione arriva il 18 settembre del 2013, quando il simpatizzante George Roupakias uccide il rapper Pavlos Fyssas (KillahP) a Keratsini, vicino al Pireo. L’omicidio provoca una serie di proteste in tutto il paese e segna l’apice della strategia della tensione neonazista.

Roupakias (al centro della foto) con i camerati di Alba Dorata.

Dopo anni di inerzia, le autorità greche decidono di reagire e lanciano una vasta operazione di polizia contro il partito. Il 28 settembre del 2013 Nikos Mihaloliakos, dirigenti e deputati sono arrestati e accusati di una sfilza di reati, tra cui associazione per delinquere, omicidio, lesioni e detenzione illegale di armi.

Le attività criminali e paramilitari di Alba Dorata

L’inchiesta sul partito rivela una serie di fatti piuttosto agghiaccianti. Il sito Jail Golden Dawn ha raccolto i 60 casi oggetto d’indagine, che comprendono – tra le varie cose – aggressioni a migranti, sindacalisti e attivisti antifascisti, raid squadristi contro i centri sociali e assalti alle banche con tanto di molotov. Vengono anche ritrovati veri e propri arsenali a disposizione di membri di Alba Dorata in tutta la Grecia.

Una simile disponibilità di armi fa pensare a una sorta di struttura paramilitare parallela all’attività politica del partito. La circostanza viene sostanzialmente confermata da un militante “pentito”, che spiega alla polizia greca come funzioni realmente il partito: “Alba Dorata ha una struttura paramilitare e almeno tremila uomini pronti a tutto. Abbiamo circa 50 falangi pronte agli scontri di piazza, nonché commandos per azioni mirate, aggressioni contro gli immigrati e ritorsioni contri i nemici dell’organizzazione”.

Un altro testimone, nel corso di un’udienza del processo, ha parlato anche dei progetti a lungo termine del partito: “L’obiettivo finale di Alba Dorata è l’istituzione di un regime guidato da un partito unico, in cui lo stato e il partito formino una cosa sola e il primo è subordinato al secondo”.

In più, dagli hard disk dei computer sequestrati escono fuori più di 14mila foto e 900 video che documentano come Alba Dorata organizzasse campi d’addestramento militari e anche false esecuzioni, probabilmente per tenersi allenati in vista del “nuovo tipo di guerra civile”.

Altre foto pubblicate dalla stampa greca, invece, smentiscono clamorosamente quello che ripete da anni Mihaloliakos, ossia che “non siamo nazisti, ma fieri nazionalisti”.

Nella foto: Christos Pappas, numero due di Alba Dorata, e Nikos Mihaloliakos mentre fanno il saluto nazista.

Le carte documentano anche i canali di finanziamento del partito. L’avvocato Thanasis Kabayiannis, che rappresenta le parti civili al processo, ha spiegato a Channel 4 che le sezioni di Alba Dorata a Nikaia e Agios Panteleimonas (due quartieri di Atene) gestivano una “rete di protezione” – cioè fornivano i loro “servizi” a imprenditori e commercianti che volevano attaccare i propri rivali – ed erano coinvolte in attività estorsive nei confronti di negozianti e immigrati.

Ilias Kasidiaris (al centro) regge una bandiera con una svastica. Foto scattata nel dicembre del 2012.

Impunità e ipocrisia

Nonostante la mole di prove, diversi osservatori hanno sottolineato come – in caso di assoluzione – i neonazisti potrebbero sfruttare politicamente il processo dipingendosi come dei perseguitati. Altri, invece, hanno messo in dubbio le credenziali antifasciste del governo di Samaras.

Nel marzo del 2014, Ilias Kasidiaris mette online il video di una conversazione (ripresa con la telecamera nascosta) avuta con Takis Baltakos, il segretario generale dell’esecutivo. In esso, Baltakos confida al deputato neonazista che gli arresti dei vertici del partito “erano stati orchestrati” dallo stesso Samaras “per motivi di consenso interno”, e che le prove non sono sufficienti a giustificare la repressione giudiziaria di Alba Dorata.

La pubblicazione di quel dialogo provoca un enorme scandalo politico che costringe Baltakos a dimettersi, e al contempo rivela l’esistenza di canali riservati di comunicazione tra Nea Dimokratia e Alba Dorata. Ma del resto, lo sdoganamento del partito neonazista era un fatto notorio già prima dell’inchiesta.

Se i partiti della destra greca hanno sempre mostrato una certa tolleranza nei confronti di Alba Dorata, il discorso si trasforma in aperta collusione quando si affronta il nodo dei rapporti tra polizia e neonazisti. Subito dopo l’omicidio di Fyssas, infatti, due alti dirigenti della polizia greca si sono dimessi; e quattro capi distretto sono stati sospesi per aver collaborato con i neonazisti. Dopo aver lanciato un’investigazione interna, inoltre, la polizia ha inviduato altri poliziotti collusi.

Nel 2012 un funzionario di polizia aveva raccontato al Guardian che l’infiltrazione di Alba Dorata nella polizia greca era arrivata a livelli inimmaginabili, e che le “sacche di fascismo” presenti nelle forze dell’ordine erano state volutamente ignorate dai vertici. Il poliziotto aveva poi sostenuto che la compenetrazione tra la polizia e Alba Dorata rappresentava un rischio letale per l’intero apparato democratico greco.

La minaccia di Alba Dorata non è ancora finita

Questo tipo di impunità di cui ha potuto godere Alba Dorata spiega fino a un certo punto l’ascesa dei neonazisti.

Il giornalista greco Kostas Kallergis ha ricostruito come il partito di estrema destra sia riuscito ad aumentare considerevolmente i suoi consensi nelle “roccaforti rosse” di Perama e Nikaia, due quartieri di Atene. Dimostrandosi attiva e presente sul terroritorio, Alba Dorata ha attratto nella sua orbita non solo i giovani disoccupati, ma anche la classe operaia colpita dalla crisi e delusa dai sindacati tradizionali, accusati di non essere riusciti a difendere i posti di lavoro.

Secondo Kallergis, sentito da Valigia Blu, “in un periodo di crisi, caos e incertezza, la gente tende verso gli estremismi in cerca di un cambiamento radicale. Chi è passato da sinistra all’estrema destra, ognuno per i suoi motivi, è rimasto deluso dagli ideali dei propri parenti, dai partiti tradizionali e dalla stessa tradizione politica della loro famiglia. Quello ad Alba Dorata è principalmente un voto di protesta”.

“Alba Dorata, unica opposizione nazionale”: messaggio elettorale televisivo di Kostas Alexandrakis.

Per ora, comunque, il processo contro Alba Dorata ha indebolito il partito ma non ne ha determinato la scomparsa.

Come afferma Dimitris Psarras, in questi anni la Grecia “non ha subito solo una crisi economica, ma un collasso generalizzato del sistema politico. Attualmente, gran parte della popolazione non ha più alcuna fiducia nei media, nelle istituzioni democratiche e nella giustizia”. In più, alcune idee di Alba Dorata (per esempio quelle sull’immigrazione) sono “fortemente radicate” nella società greca.

Insomma, non sono ancora venute meno le ragioni politiche che hanno spinto una buona percentuale dell’elettorato greco a rivolgersi a un gruppo violento e antidemocratico.

“Credo che l’ascesa di Alba Dorata sia un fenomeno legato alla crisi, e che scomparirà quando sarà finita la crisi”, dice Kallergis. “Per esempio, se il paese tornerà a crescere e se le persone torneranno a lavorare, allora smetteranno di considerare i migranti come la causa principale della loro disoccupazione”.

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#Grecia2015, Syriza a un passo dalla vittoria: “È la nostra ultima chance”

Demonizzato da avversari e media, nonostante le contraddizioni interne il partito greco ha saputo parlare al paese conquistando un consenso trasversale. E questa volta l’allarme contro i “comunisti” potrebbe non funzionare.



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A pochi giorni dalle elezioni anticipate greche, l’ex ministro della salute Makis Voridis – che fa parte di Nea Dimokratia, ma quando era all’università si divertiva ad andare a caccia di comunisti con un’ascia in mano – aveva fatto irrompere nella campagna elettorale le dolorose memorie della guerra civile greca degli anni ’40.

Il voto di domenica, ha dichiarato Voridis, è “una grande battaglia ideologica tra due mondi, e la nostra generazione non consegnerà il paese alla sinistra”. Il politico greco ha poi lanciato un avvertimento: “Difenderemo con il nostro voto quello che i nostri nonni hanno difeso con le armi”.

Pur essendo decisamente fuori luogo, quella del politico greco è solo l’ultima di una lunga serie di affermazioni tese a demonizzare Syriza, che negli ultimi sondaggi appare sempre più destinata a vincere le elezioni del 25 gennaio e ad arrivare – per la prima volta nella sua storia – al potere.

La convinzione di essere a un passo dalla vittoria è indubbiamente la sensazione principale respirata al comizio finale di Syriza, tenutosi il 22 gennaio in una piazza Omonia gremita oltre ogni limite e accompagnata dall’usuale colonna sonora delle manifestazioni di Syriza – Patty Smith, il rapper antifascista KillahP (ucciso nel settembre del 2013 dai neonazisti di Alba Dorata), i Clash e l’immancabile Bella Ciao.

A differenza di quello che ha sostenuto il politico di destra Adonis Georgiades, tuttavia, i sostenitori di Syriza presenti in piazza non sono un pericoloso “branco di comunisti”. Piazza Omonia è infatti una grandiosa rappresentazione fisica di come Syriza sia riuscita ad allargare enormemente la sua base sociale di riferimento, attirando quasi ogni generazione e categoria di greci – dai giovani ai vecchi, passando per la classe media impoverita dalla crisi e anche i lavoratori statali colpiti dall’austerità.

Tra questi, ben visibili sotto il palco, spiccano quelli della televisione pubblica ERT (chiusa un anno fa da Antonis Saramas), e le donne delle pulizie del Ministero delle Finanze, licenziate illegittimamente e protagoniste di una lunga battaglia contro il governo – una lotta politica che, tra le altre cose, le ha portate a essere brutalmente manganellate dalla polizia.

È proprio una di loro, a pochi metri di distanza dal podio su cui parlerà Alexis Tsipras, che sventola una bandiera del partito e urla ai giornalisti: “Domenica vinciamo di sicuro! Vinceremo perché non è che giusto che la Grecia e i paesi mediterranei siano in queste condizioni!”

“Una nuova Liberazione”

Il leader di Syriza sale sul palco intorno alle sette e mezza, accolto dal boato della piazza, e inizia un lungo discorso che assomiglia in tutto e per tutto a quello di un primo ministro già in carica.

I temi toccati sono sostanzialmente quelli che Tsipras ha delineato in questo ultimo mese: lotta a povertà, disoccupazione, corruzione; opposizione alle misure di austerità che hanno causato “distruzione” e hanno fatto piombare la Grecia in questa “barbara situazione”; promozione di politiche economiche (sempre che si riescano a trovare i fondi) più eque e improntante alla giustizia sociale.

Per il resto, il discorso di Tsipras è stato decisamente più emotivo che programmatico e, in linea con lo slogan della campagna, si è parlato molto di speranza e di Storia – quasi come a voler rispondere alla minaccia di Voridis.

“È arrivato il tempo della sinistra”, declama Tsipras. “Tutti i greci devono rimanere uniti, perché è così che si concretizzerà questo momento storico. Cittadini di Atene, questo è il momento di creare la visione di una nuova Grecia. Un paese più giusto, equo e democratico, dove nessun bambino deve rimanere senza cibo, senza riscaldamento, senza un libro o senza l’assistenza sanitaria”.

Anche la conclusione, in cui Tsipras parla della vittoria di Syriza come di “una nuova Liberazione”, evidenzia come l’appuntamento elettorale sia decisivo per il partito e l’intero paese: “La Storia sta bussando alla porta. Sta cercando Syriza. E noi non ci nasconderemo, apriremo quella porta”.

Dopo l’orazione durata più di un’ora, Tsipras suggella il comizio – mentre la piazza è all’apice dell’entusiasmo – facendo salire sul palco il leader di Podemos, Pablo Iglesias.

Al di là della già nota alleanza politica tra i due uomini e i rispettivi partiti, la scelta di invitare Iglesias in piazza Omonia ha un significato politico che trascende ampiamente le elezioni del 25 gennaio e che – sempre in caso di vittoria di Syriza – potrebbe segnare l’avvento al potere di partiti anti-austerità in Europa.

L’abbraccio finale tra Tsipras e Iglesias contiene un messaggio piuttosto chiaro: “Tsiglesias” – come la stampa internazionale chiama l’unione tra Tsipras e Iglesias – è una forza politica con cui l’Europa dovrà fare i conti nei prossimi anni.

La sfida all’establishment europeo è stata ribadita anche oggi. In una conferenza stampa, Tsipras ha dichiarato che “non rispetterà gli accordi firmati dal suo predecessore”, spiegando che “il nostro partito rispetta gli obblighi che derivano dalla partecipazione della Grecia alle istituzioni europee. Ma l’austerità non fa parte dei trattati di fondazione dell’UE”.

Un partito pronto a governare?

L’alleanza con Podemos, del resto, si innesta in un percorso di cambiamento che Syriza ha deciso di intraprendere subito dopo le elezioni generali del 2012, che l’avevano vista arrivare al secondo posto con il 26% dei voti. Per aspirare a essere una reale forza di governo, infatti, serviva un cambio di passo piuttosto netto – senza però stravolgere la sostanza del partito.

Da coalizione piuttosto litigiosa di gruppi e gruppuscoli della sinistra radicale, nel luglio del 2013 Syriza ha scelto di diventare un partito “unitario eppure plurale”, segnato da una vivace dialettica interna che, afferma una militante di Syriza, “porta a lunghe discussioni ma alla fine garantisce la democraticità della decisioni”.

In vista delle elezioni anticipate, il comitato centrale del partito aveva deciso con un mossa molto pragmatica di evitare ogni dissidio interno sulla linea politica da tenere durante la campagna. Questa naturalmente non significa che Syriza sia diventato un partito che fa calare dall’alto verso il basso tutte le decisioni che contano, o che ci sia stata una “svolta a destra” del partito. E nemmeno che Alexis Tsipras, a cui tutti all’interno del partito riconoscono il carisma, sia un uomo solo al comando.

Syriza, infatti, rimane un partito attraversato da moltissime contraddizioni, che probabilmente si acuiranno una volta al governo. In tema di politica economica, ad esempio, la frangia più a sinistra del partito vorrebbe un approccio molto più combattivo su debito, nazionalizzazione della banche e uscita dall’euro.

Ma il problema più grosso all’interno del partito si porrà se Syriza non riuscirà ad avere la maggioranza assoluta in Parlamento. A quel punto si vedrà costretta a stringere alleanze con altri partiti greci come To Potami o i Greci Indipendenti, che non hanno davvero nulla a che fare con l’offerta politica della sinistra greca e che potrebbero compromettere abbastanza in fretta la credibilità di Tsipras e compagni.

“Per Syriza non è un problema essere giovani”

Di certo, invece, c’è che Syriza negli ultimi anni è sempre stata la scelta partitica preferita di moltissimi giovani. Come avevamo già scritto, la questione generazionale – in un paese in cui la disoccupazione giovanile è arrivata al 60% – è uno degli elementi chiave di queste elezioni. A questo riguardo, Syriza gode di un notevole vantaggio rispetto agli altri partiti tradizionali: come ha detto un esponente del partito, per Syriza “non è un problema essere giovani, anzi”.

Elena Kalimeri – una laureata in legge di 26 anni che fa parte del movimento giovanile del partito – all’interno del chiosco elettorale in piazza Klathmonos dice a Valigia Blu che Syriza è l’unico partito che ha un programma specifico per la disoccupazione giovanile, la democrazia dal basso e la violenza della polizia, che è un grosso problema in Grecia”.

Il programma non è comunque sufficiente a spiegare il supporto di cui gode Syriza nella fascia più giovane della società greca. Il partito, infatti, è stata l’unica forza parlamentare ad aver cercato di capire la rivolta del dicembre 2008 ad Atene, dopo l’omicidio del quindicenne Alexis Grigoropoulos. “Stavamo cercando di spiegare da dove venissero la violenza e la rabbia – dice Kalimeri – non c’era motivo di condannare a prescindere. Bisognava comunque partire dal fatto che in Grecia un giovane è costretto a lavorare per 500 euro al mese, e anche se ha una laurea e un master non ha prospettive”.

Che l’omicidio e la rivolta del 2008 siano stati un punto di svolta per un’intera generazione lo conferma anche la 22enne Vicky Tsefala, avvicinatasi alla politica e a Syriza proprio dopo l’assassinio di Alexis e le proteste ad Atene: “È stato un momento in cui per la prima volta abbiamo sentito che la città e il paese ci appartenevano. Ci sentivamo dalla parte del giusto perché avevano ucciso uno di noi, ed eravamo molto infuriati non solo per l’omicidio di un ragazzo, ma per il modo in cui volevano farci vivere”.

Syriza, conclude Tsefala, “è stato l’unico partito ad aver sostenuto le proteste. Da quel momento crediamo che Syriza possa cambiare la situazione in Grecia perché allora ci ha aiutato”.

L’ultima chance

Nel giugno del 2012 Syriza aveva chiuso la campagna elettorale nella stessa piazza, ma a giudicare da quanto si è potuto vedere ieri la situazione è completamente diversa. C’è molta più consapevolezza sulle proprie capacità, molta più convinzione sui propri mezzi e sul proprio messaggio politico e, come dimostra l’alleanza con Podemos, l’ambizione di incidere a livello europeo è nettamente più pronunciata.

Dal clima generale dei discorsi che si possono sentire per strada o nei bar, se Syriza vincerà le elezioni non sarà perché i greci – come denunciano i conservatori – vogliono vivere in uno scenario alla Mad Max o eleggere una specie di Kim Jong Un alla guida della Grecia.

Semplicemente, dopo aver provato per quarant’anni una formula che alla fine si è rivelata fallimentare, ora una parte consistente del paese vuole dare una chance a chi sembra offrire una soluzione diversa.

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#Grecia2015, Tsipras: “Domenica passeremo alla storia”

A pochi giorni dalle elezioni il comizio finale di Syriza infiamma la piazza: ‘Prima prendiamo Atene. Poi prenderemo Madrid’.


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2008-2015, timeline della crisi greca

In vista delle elezioni del 25 gennaio 2014, Valigia Blu ha ripercorso gli eventi che hanno portato la Grecia a essere l’epicentro della crisi politica ed economica europea.



Valigia Blu è ad Atene dal 22 al 28 gennaio per raccontare la trasformazione del paese in questi anni d’austerità, raccogliere le storie dei giovani e seguire da vicino le elezioni più decisive dall’inizio dell’Eurocrisi.

#Grecia2015: le elezioni che possono cambiare l’Europa

Valigia Blu sarà ad Atene dal 22 al 28 gennaio per raccontare la trasformazione del paese in questi anni d’austerità, raccogliere le storie dei giovani e seguire sul campo le elezioni più decisive dall’inizio dell’Eurocrisi.


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Nel giugno del 2012, al termine delle elezioni greche che avevano visto vincere di un soffio Antonis Samaras e i conservatori di Nea Dimokratia, un membro di Syriza disse: «Grazie a Dio abbiamo perso. Per noi è ottimo». Pur avendo raggiungo il 26%, tre anni fa il partito di Alexis Tsipras non era assolutamente nelle condizioni di governare.

In questo inizio del 2015 – mentre mancano pochi giorni alle elezioni anticipate del 25 gennaio, indette dopo la mancata elezione del presidente della repubblica – l’ambizione e l’aspirazione di Syriza sono completamente diverse.

Questa volta, infatti, Tsipras e i suoi sono pronti a vincere le elezioni e governare il paese più colpito dalla crisi dell’Eurozona – e i greci sembrano voler dare fiducia a un partito che solo qualche anno fa era bollato come un covo di sovversivi. Tutti i sondaggi delle ultime settimane danno Syriza in testa, avanti di qualche punto percentuale ai diretti rivali di Nea Dimokratia.

La prospettiva di una vittoria di Syriza è stata accompagnata dal panico generalizzato. Mentre all’estero ci si è concentrati sui timori di una “Grexit” e sulle proposte del partito di rinegoziare una parte del debito greco, il premier uscente Samaras e i suoi compagni di partito hanno agitato lo spettro di un ritorno al comunismo o, peggio ancora, della trasformazione della Grecia nella Corea del Nord.


L’apocalittico spot di Nea Dimokratia in caso di vittoria di Syriza.

In questa tornata elettorale, tuttavia, Syriza si presenta come una formazione politica matura, che in questi ultimi tre anni ha lavorato moltissimo sulla propria struttura e sulle sue posizioni – specialmente su quelle economiche (che presentano ancora diversi punti deboli) e su quelle relative a euro e Unione Europea.

Syriza, inoltre, è riuscita a capitalizzare l’esperienza dei movimenti sociali sorti nelle proteste del 2011-2012 e a porsi come l’unico interlocutore credibile delle generazioni più giovani, le cui prospettive sono state fatte a pezzi dalla crisi economica. E la questione generazionale – in un paese in cui i partiti tradizionali sono delle specie di gerontocrazie che si rivolgono solo agli ultracinquantenni – giocherà un ruolo fondamentale in queste elezioni.

Più in generale, comunque, la Grecia che arriva a questo decisivo appuntamento elettorale è un paese radicalmente diverso da quello dell’ottobre del 2009, quando l’ex premier socialista George Papandreou comunicò al mondo intero la voragine nei conti pubblici e chiese il sostegno economico a Unione Europea e Fondo Monetario Internazionale per evitare la bancarotta.

Da allora è successo praticamente di tutto: le persone si sono riversate in piazza a più riprese per protestare contro le misure d’austerità, la polizia è diventata più violenta e non si è fatta troppi problemi a ricorrere alla tortura, partiti storici come il Pasok sono alle soglie dell’estinzione, dal caos e dalla povertà sono spuntati i neonazisti di Alba Dorata (che dopo gli arresti del settembre 2013 ora appaiono in difficoltà) e la Grecia è crollata in ogni tipo di classifica e stastistica.

> LA TIMELINE DELLA CRISI GRECA DAL 2008 AL 2015 <

Per fare qualche esempio: la libertà di stampa è precipitata al 99esimo posto, la corruzione non è affatto diminuita, la percentuale della popolazione a rischio di povertà o di esclusione sociale è salita dal 28.1% del 2008 al 35.7% del 2013 e quella della mancanza di accesso ai beni di prima necessità è aumentata dall’11.2% del 2008 al 20.3% nel 2013.

Anche i dati macroeconomici e sul mercato del lavoro – nonostante per un certo periodo dell’anno scorso la Grecia sia stata definita come una success story di ripresa economica – sono piuttosto eloquenti, e fotografano un paese che ha perso il 25% del Pil in meno di dieci anni e che ha il tasso di disoccupazione più alto d’Europa.

La Grecia, insomma, continua a rimanere l’epicentro della crisi politica e sociale europea nonché un punto d’osservazione privilegiato per cogliere in anticipo i cambiamenti del continente – nel bene e nel male.

Come ha scritto Paul Mason, uno dei più acuti osservatori della realtà greca, queste elezioni riguardano più piani e pongono diverse questioni. Il primo, naturalmente, è quello interno: un sistema politico dominato da logiche oligarchiche e clientelari riuscirà a tollerare un governo di “rottura”, oppure lo rigetterà come un trapianto d’organi che finisce male?

Il secondo è che il voto del 25 gennaio potrebbe segnare il cambio di passo delle nuove sinistre europee e la nascita di un nuovo soggetto politico. Il giornalista Joe Weisenthal l’ha definito “Tsiglesias” (gioco di parole tra Tsipras e il leader di Podemos Pablo Iglesias), scrivendo che questa unione potrebbe essere per l’eurozona qualcosa di simile a quello che è stato il “Merkozy” (Merkel-Sarkozy) di qualche anno fa.

Valigia Blu (in partnership con i giornali locali del gruppo Espresso) sarà ad Atene dal 22 al 28 gennaio per raccontare la trasformazione del paese in questi anni d’austerità, raccogliere le storie dei giovani greci e seguire sul campo le elezioni che possono cambiare il volto dell’Europa.

Autore
Coraggio, il meglio è passato. @captblicero



Perché il mondo ignora gli attacchi di Boko Haram?

In Nigeria l’organizzazione terroristica jihadista ha sferrato un attacco violentissimo. Nell’indifferenza del mondo occidentale e dello stesso governo nigeriano. Amnesty International parla di devastazione di proporzioni catastrofiche.


Centinaia di civili uccisi, tra cui molti bambini. Più di 3.700 strutture danneggiate o distrutte. A partire dallo scorso 3 gennaio Boko Haram, l’organizzazione terroristica jihadista che ha le proprie basi nel nord-est della Nigeria, ha sferrato un violentissimo attacco, definito da Amnesty International “una devastazione di proporzioni catastrofiche“, contro le città di Baga e Doron Baga, quasi cancellate dalla carta geografica nell’arco di quattro giorni, come dimostrano le immagini satellitari, che riguardano solo due dei molti centri abitati attaccati.

Amnesty International ha raccolto numerose testimonianze dei sopravvissuti. Agghiaccianti i particolari dell’attacco di Baga, raccontati da un uomo di cinquant’anni circa: “Hanno ucciso tanta gente. Ho visto un centinaio di corpi, poi sono fuggito nella boscaglia. Mentre fuggivamo, continuavano a uccidere”. L’uomo è stato scoperto in un nascondiglio e condotto a Doron Baga, dove è rimasto nelle mani di Boko Haram per quattro giorni.

Migliaia di persone fuggite verso il confine del Ciad o in altre zone della Nigeria si sono aggiunte alle centinaia di migliaia di profughi e rifugiati. Eppure, nonostante la portata enorme dell’aggressione violentissima, il mondo sembra ignorare quanto sta accadendo.

La questione è stata sollevata in un articolo del Guardian che riporta un tweet di Max Abrahms, analista, esperto di terrorismo che commenta: “È vergognoso come 2.000 persone uccise nel più grande massacro commesso da Boko Haram non ricevano alcuna copertura da parte dei media”.

Inevitabile il paragone con l’attenzione riservata all’attacco alla sede del giornale Charlie Hebdo, a Parigi, dello scorso 7 gennaio. “Io sono Charlie, ma sono anche Baga”, scrive Simon Allison del Daily Maverick. “Ci sono massacri e massacri. Siamo nel 21esimo secolo ma le vite degli africani ancora non fanno notizia e, di conseguenza, hanno meno valore di quelle occidentali”. Pur lamentandosi per la scarsa attenzione, Allison riconosce la difficoltà oggettiva nel raccogliere informazioni. I giornalisti si trovano a centinaia di chilometri di distanza dai luoghi degli attacchi e questo spiega anche la scelta strategica da parte di Boko Haram di assumere il controllo in un’area in cui il gruppo si impone come alternativa al governo locale. Un motivo in più per porre la dovuta attenzione su quanto sta succedendo.

Effettivamente gli aggiornamenti arrivano dalla Nigeria con grande difficoltà. I giornalisti subiscono costantemente minacce del gruppo terroristico e l’accesso ad Internet non è garantito, anche a causa dei danni provocati dagli attacchi. Per questo motivo anche la condivisione di notizie, foto e video diventa estremamente complicata per le stesse comunità.

A ciò si aggiunge il silenzio della stampa e dei politici africani e, più specificamente, nigeriani. Assordante quello del presidente della Repubblica Goodluck Jonathan che ha prontamente espresso le condoglianze per le vittime francesi.

In un post pubblicato su The Daily Beast, Barbie Latza Nadeau mette in evidenza proprio questo aspetto. “L’unica cosa peggiore dell’amnesia collettiva da parte della comunità mondiale, riguardo alla campagna virale #bringbackourgirls, e l’indifferenza per l’ultimo bagno di sangue, è il distacco mostrato dal governo nigeriano, che ancora non ha rilasciato un commento ufficiale sulle ultime atrocità”. Il mondo politico del paese sembra infatti troppo occupato a concentrarsi sulle prossime elezioni del 14 febbraio, non mostrando alcuna intenzione di catturare gli assassini o assumersi la responsabilità di fermare la violenza, nonostante il Consiglio per le relazioni con l’estero stimi che siano state più di 10.000 le persone ad aver perso la vita nel 2014.

Eppure di fronte all’immobilismo reiterato della politica, la comunità nigeriana non è rimasta a guardare. All’indomani del massacro di Dogo Nahawa del 2010, Esther Ibanga, pastore nella città di Jos, capitale dello stato di Plateau, nella Nigeria centrale, e fondatrice del gruppo Women Without Walls, è scesa in strada con altre 100.000 donne di religione cristiana per manifestare il proprio sdegno. L’obiettivo, ricorda Ibanga, era “far sapere al governo che le donne locali non avrebbero più taciuto”. Nelle settimane seguenti, però, era sempre più evidente che la strage compiuta a Dogo Nahawa fosse stata una rappresaglia, in risposta a un attacco precedente compiuto da militanti cristiani. E a quel punto sono state le donne musulmane di Jos ad organizzare una marcia.
Nonostante le due imponenti iniziative, gli scontri sono proseguiti. Per Ibanga l’unico passo sensato da compiere era un incontro con Khadija Hawaja, leader musulmana locale, poiché aveva capito che il problema non riguardava la religione, usata evidentemente come strumento, ma che si trattava di una questione puramente politica. Durante l’incontro le due donne hanno convenuto di non essere l’una il problema dell’altra, che il punto non era essere musulmani o cristiani, ma essere tutti sottomessi alla volontà della politica e al mantenimento del potere. Dopo mesi di collaborazione Ibanga e Hawaja hanno fondato Women Without Walls Initiative perché “vogliamo farla finita con i muri che dividono e ci separano, sia che si tratti di classe sociale, di etnia o di religione”. Questa storia ha ricevuto scarsa o nulla copertura mediatica.

The Daily Dot si pone la stessa domanda del Guardian allargandone la prospettiva: la colpa dell’assenza di copertura è da imputare ai media occidentali o è dovuta, piuttosto, alla mancanza di interesse da parte dei lettori, indifferenti alle notizie che non li coinvolgono più o meno direttamente? Quanto accaduto con la diffusione dell’Ebola sembra esserne una dimostrazione, almeno negli USA. I media e l’opinione pubblica statunitensi hanno cominciato a dedicare attenzione all’epidemia soltanto quando c’è stata la prima vittima americana.

Per Ahmed Rehab, direttore esecutivo del dipartimento di Chicago del Consiglio sulle relazioni americano-islamiche, ogni persona di buon senso dovrebbe mettere in discussione la disparità di attenzione riservata agli attacchi in Nigeria e a quello di Parigi, chiedendosi il perché della diversità di trattamento. Per Rehab una risposta possibile è che l’analisi delle vicende esca dal binario terrorismo/vittime avendo, piuttosto, come sfondo narrazioni radicate e politiche identitarie. Per questo motivo, gli eventi che non convalidino e sostengano in qualche maniera queste narrazioni (e che, invece, abbiano come protagonisti arabi contro arabi, neri contro neri, cristiani bianchi contro bianchi) difficilmente saranno oggetto di attenzione senza che vengano messi in evidenza contrasti ormai consolidati (musulmani contro bianchi).

Intanto, facendo eco all’hashtag #bringbackourgirls, utilizzato per chiedere la liberazione di 200 studentesse rapite da Boko Haram ad aprile 2014, la mobilitazione sui social a sostegno delle vittime dell’attacco di Baga non è mancata, attraverso gli hashtag #BagaTogether, #weareallbaga e #pray4baga. Un ottimo inizio, ma non abbastanza, per una vicenda che meriterebbe tutt’altro trattamento, anche perché inserita in un contesto ben più ampio al quale andrebbe riconosciuta un’attenzione diversa. Permanente.




Riscaldamento globale: siamo vicini al punto di non ritorno?

Gli accordi di Lima per tagliare l’emissione di gas serra sono stati sottoscritti da 200 stati, ma non ci sono obblighi specifici da rispettare. Il punto della situazione si farà a Parigi a novembre 2015.


di Emanuele Del Rosso 

Il nostro pianeta è sempre più caldo. Il 2014 ha fatto segnare le temperature più alte mai registrate, con un incremento medio di 0,57 gradi centigradi, secondo i dati dell’Amministrazione Nazionale Oceanica ed Atmosferica (NOAA). Le aree più colpite dal global warming sono state Europa, Asia e parte della zona artica. In generale comunque, a parte alcune eccezioni, l’intero pianeta è febbricitante.

Eppure, a dispetto delle recenti promesse e prese di posizione, quel che stiamo facendo potrebbe non essere abbastanza – e potrebbe comunque essere già tardi.

Se ne sentono tante sul clima, e qualcuno ci scherza anche sopra. In fondo, a chi non piacciono le primavere temperate e gli inverni miti?

C’è poco da ridere, però, secondo la maggioranza degli esperti. Anche quelli della NASA, l’agenzia aerospaziale americana, si sono fatti scuri in volto. Gli ultimi studi condotti posizionano gli anni dal 2000 ad oggi tra i più caldi di sempre. I grafici di NOAA e NASA, quando sovrapposti, praticamente coincidono:

La situazione sembra davvero drammatica. E tocca a noi risolvere il problema. Sì, perché è altamente probabile che sia colpa nostra se la terra scotta.

Per capirlo basta dare un’occhiata a studi di lungo periodo come questo, che ci mostrano come il riscaldamento globale sia antropogenico. Infatti, se smettessimo di produrre gas serra nell’atmosfera, il pianeta probabilmente si raffredderebbe.

Bisogna agire in fretta, quindi. Certo, nel 2014 non siamo stati con le mani in mano. Lo scorso anno, infatti, è stato florido di eventi organizzati per far sì che i governi mondiali prendessero coscienza della situazione, e si proponessero nuove azioni a riguardo. Un impegno che è culminato con la Ventesima Conferenza delle Parti dell’UNFCCC, tenutasi a Lima dall’1 al 12 dicembre, dalla quale è nata la prima bozza di un accordo per fermare il riscaldamento globale.

Eppure, il rischio è che questo non basti.

Alcuni giorni prima di Natale ho parlato del problema con il Professor Christiaan Both, esperto di cambiamenti climatici e docente all’Università di Groningen (Paesi Bassi). Questo è un estratto – tradotto dall’inglese – della mia intervista.

Professor Both, quanto siamo vicini al punto di non ritorno?

L’idea è che se superassimo i 2 gradi centigradi di incremento nella temperatura globale, potremmo scatenare una serie di effetti a catena. Il permafrost nella Tundra si scioglierebbe e ci sarebbe un rilascio di gas CH4 [metano], che è un gas serra molto più potente dell’anidride carbonica. Potremmo rapidamente raggiungere un incremento di 6 gradi centigradi, e ciò sarebbe devastante per moltissimi ecosistemi della Terra, e anche per la specie umana.

I leader mondiali troveranno mai un accordo?

A mio parere lo faranno soltanto quando la situazione sarà davvero disastrosa. Personalmente, ho paura che sia già troppo tardi per intervenire.

Con il Professor Both ho discusso anche delle giornate di Lima dello scorso dicembre. Both si è detto scettico riguardo alla reale utilità pratica di quello che, ai più, è sembrato un summit ideato per dare alla popolazione mondiale l’impressione che ogni Paese stia lavorando per fermare i cambiamenti climatici.

Gli accordi di Lima sono stati firmati da tutti gli Stati partecipanti, circa 200. Un evento singolare, dato che la storia ci insegna che, quando si parla di ridurre le emissioni di gas serra, quasi tutti i leader fanno spallucce o si guardano attorno inebetiti.

E infatti, pare che ci sia una ragione specifica per questa incredibile buona volontà. Il fatto che nessuno è obbligato a fare niente di specifico, come si legge dal testo uscito dalle negoziazioni (tradotto da me, qui la versione integrale in inglese):

La conferenza delle Parti,

decide che il protocollo […] deve riguardare nei modi congrui, tra cui, mitigamenti, adattamenti, finanze, sviluppo tecnologico e capacità di costruzione, e trasparenza di azione e di supporto;

Gli Stati membri hanno fissato una scadenza per il 31 marzo, giorno in cui ogni stato che abbia firmato gli accordi dovrà impegnarsi in “specifici tagli ai gas serra” attraverso “apporti determinati in maniera nazionale” alla luce “di differenti circostanze nazionali”.

Per quanto sia forse comprensibile che non tutti possano sostenere lo stesso livello di tagli alle emissioni, quello che si dice negli accordi di Lima è che ciascuno è autorizzato a decidere per se stesso – è difficile non cedere allo scetticismo e aspettarsi soltanto piccoli sforzi.

Questa libertà d’azione potrebbe essere il motivo per cui più di 200 paesi hanno ratificato la carta.

Ad ogni modo, l’UNFCCC ha pubblicato una tabella di marcia per il 2015, tabella che porterà agli “Accordi di Parigi”:

Il passo più importante sarà fatto il primo di novembre. Quel giorno si calcolerà la reale portata degli attesi “ambiziosi impegni nazionali” – come il Segretario Generale dell’ONU, Ban Ki Moon, li ha definiti. Allora sapremo quanti hanno deciso, per conto loro, di fare il primo reale passo per fermare i cambiamenti climatici.




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