Turchia, l’attacco di Erdogan all’informazione. E la storia di chi resiste

Aggiornamento 22 agosto: I giornalisti del quotidiano Ozgur Gundem, rilasciati successivamente all'arresto del 17 agosto, scrivono sul sito del loro giornale di essere stati vittima di maltrattamenti e percosse da parte delle forze dell'ordine durante il periodo di custodia. Il quotidiano, che continua a pubblicare nonostante l'ordine di chiusura emesso dalla corte, ha dedicato una pagina alla loro testimonianza. "Ci hanno picchiato tutti mentre avevamo le mani legate dietro la schiena. Mi hanno colpito con la culatta di una pistola", scrive Sinan Balik. "Sono stato oggetto di percosse e insulti per 36 ore prima di essere messo nella cella di custodia", racconta Ender Ondes. "Mi hanno spinto giù dalle scale con le mani legate dietro la schiena", testimonia Burcu Ozkara.

"La resistenza continua", titola l'editoriale del giornale, uscito come allegato del settimanale socialista Atılım. I giornalisti sono intenzionati a presentare una denuncia penale per il trattamento subito.

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Nelle ultime tre settimane il presidente turco Recep Erdogan ha ordinato la chiusura, o il sequestro, di almeno 131 media con l'accusa di collaborazionismo con il fallito golpe militare del 15 luglio.

La risposta autoritaria del governo contro la stampa d'opposizione, però, non è che la continuazione dell'atteggiamento ostile verso gli organi di informazione a cui abbiamo assistito negli ultimi anni, secondo Mahir Zeynalov, giornalista azero espulso dalla Turchia due anni fa con l’accusa di “incitamento all’odio”. Il golpe avrebbe semplicemente accelerato questo processo in un'escalation senza precedenti, che solo nell'ultimo mese ha portato a:

  • Chiusura di 16 tv, 23 radio, 45 quotidiani, 15 riviste e 29 case editrici.
  • Mandato di arresto per 89 giornalisti.
  • Sospensione di 370 giornalisti della tv pubblica.
  • Revoca della licenza a oltre 20 stazioni radio e televisive da parte del Consiglio supremo della radio e televisione turco (RTÜK).
  • Chiusura di 20 siti di notizie da parte dell'autorità per le telecomunicazioni (TIB).

In un suo intervento pubblicato sulla Columbia Journalism Review, Zeynalov, che è stato reporter del Today’s Zaman, quotidiano dell’opposizione sgomberato e sequestrato dal governo a marzo, ha dichiarato che “il golpe ha dato a Edorgan un’opportunità”, e che adesso “la sua popolarità ha raggiunto livelli storici”.

In seguito all’arresto, a fine luglio, dei 42 giornalisti accusati di complicità terroristica con i golpisti, Zeynalov è diventato un punto di riferimento per la stampa internazionale per aver twittato i volti e i nomi di alcuni dei colleghi attualmente sotto detenzione.

Il suo profilo Twitter si è trasformato in un bollettino quotidiano sugli arresti e le epurazioni compiute dal governo. Abbiamo raccolto questi brevi ritratti con Twitter Moment:


Nei tweet di Mahir Zeynalov troviamo una testimonianza dolorosa e importante: i nomi, i volti e le storie dei colleghi detenuti restituiscono a quei numeri, di per sé preoccupanti, una dimensione umana che da osservatori esterni non dobbiamo trascurare.

C'è Nazli Ilicak, 72 anni, veterana del giornalismo turco e convinta sostenitrice della democrazia liberale. Bulent Mumay, un grande lavoratore che si è fatto molti nemici tra gli uomini di fiducia di Erdogan per via del suo giornalismo d'alto livello. Bunyamin Koseli, ex coinquilino di Zeynalov, una mente brillante, un grande reporter investigativo. Arda Akin, conosciuto per i suoi articoli che disturbavano profondamente il governo. Busra Erdal, giornalista giudiziaria, venerata e vituperata, che negli anni si è fatta molti nemici per non aver mai smesso di scrivere. Cemal Kalyoncu, che non sapeva fare altro nella vita se non il suo lavoro: investigare, scrivere, editare, "arrestato perché non si è inchinato davanti al potere". Ali Akkus, uno dei migliori caporedattori che ha la Turchia, che non ha avuto paura di pubblicare inchieste sulla corruzione. Abdullah Kilic, che ironicamente deve il suo prestigio all'aver coperto e investigato il golpe militare del 1960, oggi è accusato di collaborazionismo golpista. Ufuk Sanli, lettore vorace, eccellente reporter economico. Emre Soncan: "se volevi sapere qualcosa sui militari, lui era il giornalista che dovevi leggere". Mumtazer Turkone, torturato in carcere dopo il colpo di Stato del 1980, difensore dei diritti civili. Sahin Alpay, che Zeynalov descrive così: "Non conosco nessuno che abbia combattuto più di lui per la democrazia turca. Un campione dei diritti".

E la lista continua: Hasim Soylemez, Bayram Kaya, Yakup Cetin, Cihan Acar, Mehmet Gundem, Ahmet T. Alkan, Ali Bulac, Hilmi Yavuz, Yakup Saglam, Ahmet Memis, Nuriye Akman, Faruk Akkan, Mumtaz'er Turkone, Fevzi Yazici, Aysenur Parildak, Serpil Berk, Sertac Kayar, Hasan Akbas, Firat Topal, Kemal Gulen, a cui bisogna aggiungere almeno altri 50 giornalisti non citati direttamente da Mahir Zeynalov.

Il clima di sospetto che avvolge il paese rende praticamente impossibile una corretta informazione da parte degli organi di stampa. La notizia più recente è la chiusura del quotidiano Ozgur Gundem, accusato di "propaganda terrorista", e l'arresto di 24 dei suoi giornalisti. Un duro colpo alla pluralità dell'informazione.

Nonostante la retata della polizia e l'ordine di chiusura inflitto dai giudici, il giornale è uscito lo stesso il giorno dopo con uno speciale di quattro pagine e un editoriale intitolato "Non ci inchineremo" al potere. L'ultima pagina è dedicata ai 24 reporter arrestati.

Una ribellione alla decisione del governo, un gesto non solo simbolico per riaffermare un principio sacrosanto per ogni democrazia, quello della libertà di parola. Venerdì sera la redazione si è incontrata davanti agli uffici chiusi del Ozgur Gundem per una riunione editoriale.

La stretta autoritaria non riguarda solo i giornalisti. Più di 60.000 impiegati pubblici sono stati arrestati o sospesi dai loro incarichi nelle ultime settimane: soldati, agenti delle forze dell’ordine, giudici e procuratori, ma anche insegnati e ricercatori universitari. Una reazione sproporzionata con gravi conseguenze per quanto riguarda i diritti umani, avverte Amnesty International, che ha denunciato il ricorso sistematico delle forze dell’ordine alla tortura e allo stupro.

Questa settimana il governo ha annunciato il rilascio immediato di 38.000 detenuti per fare spazio agli oltre 20.000 ‘golpisti’ arrestati finora. "Chiunque può essere il prossimo".

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