Boldrini e gli odiatori online. Il Ministro della Giustizia propone la “giustizia fai da te”

[Tempo di lettura stimato: 8 minuti]

Con un post su Facebook del 14 agosto, Laura Boldrini dice basta agli odiatori del web e ai loro insulti.

Come posso chiedere ai nostri giovani di non soccombere e di denunciare i bulli del web se poi io stessa non lo faccio?
Ai nostri figli dobbiamo dimostrare che in uno Stato di diritto chiunque venga aggredito può difendersi attraverso le leggi. E senza aggiungere odio all'odio, ne abbiamo già abbastanza.

Sacrosante le parole della Presidente della Camera. Non è ammissibile che una persona, qualunque persona, debba accettare un linciaggio quotidiano come quello da lei ingiustamente subito negli ultimi anni. Ma il post, col quale Boldrini annuncia di voler portare in giudizio coloro che la insultano quotidianamente, solleva una serie di problemi di non poco conto.

Giovanni Gallus su Facebook, infatti, si chiede giustamente se “l'arma della denunzia-querela è risolutiva della diffamazione e dell'odio online”. Anche Fulvio Sarzana evidenzia le difficoltà, talvolta insormontabili, nel perseguire la giustizia davanti un giudice per casi di questo tipo: procure ingolfate, difficoltà per le rogatorie, ecc. Su Webnews Marco Viviani dà un’ottima sintesi del dibattito in corso, evidenziando il fatto che querelare non è detto che porti a qualcosa, a causa della situazione decisamente precaria della giustizia in Italia.

E allora, chi meglio del Ministro della Giustizia può chiarirci la situazione? Nell'intervista di Alessandra Arachi per il Corriere della Sera, il ministro Andrea Orlando ci dice quanto segue: 

Non sempre la risposta penale è l’unica praticabile e si finirebbe per sovraccaricare le procure in maniera insostenibile. Anche se occorre che gli strumenti della repressione penale si adattino al cambiamento tecnologico della comunicazione:

Questo è vero, la Procure sono ingolfate, e generalmente presentare una denuncia od una querela per fatti del genere (ritenuti di scarsa importanza, rispetto a reati decisamente più gravi come rapine, omicidi, ecc…) vuol dire nella maggior parte dei casi non ottenere alcuna risposta. Molte querele per diffamazioni online non hanno alcun seguito, anche compulsare continuamente il PM, sperando che si legga solo le carte, talvolta non porta che a frustrazione.

Ciò dipende dalle sempre più scarse risorse che vengono destinate alla Giustizia, laddove lo Stato appare progressivamente ritirarsi da questo settore. Infatti, sono stati soppressi uffici di giudici di pace e sezioni distaccate dei tribunali, e gli organici sono sempre più ridotti. Nel civile si sta delegando il più possibile alle cosiddette ADR (alternative dispute resolution, cioè sistemi di risoluzione delle controversie alternativi alla giustizia statale, quali mediazioni e negoziazioni assistite). Ma probabilmente dipende anche, seppur in minima parte, dal fatto che alcuni magistrati non sanno come gestire le indagini per fatti avvenuti online.

Continua Orlando, sostenendo che per combattere gli hater ci sono strumenti più incisivi dell’azione penale ordinaria.

Sanzioni all’interno dello stesso luogo dove si svolgono i reati: la Rete. Rimuovere un post o sospendere un profilo è una punizione a cui l’odiatore è decisamente sensibile.
I paesi dell’Unione europea hanno fatto una convenzione (ndr Per la convenzione a cui si riferisce il ministro leggete l'articolo: Codice europeo contro l’hate speech: i primi risultati e cosa non va) con i principali provider affinché si responsabilizzino in questo senso. L’accordo è che rimuovano su segnalazione i post o rimuovano i profili sgraditi, sempre su segnalazione anche di soggetti estranei all’ingiuria.
Alcune Ong europee (previste dalla convenzione) hanno monitorato le rimozioni dei post e le sospensioni dal sito: purtroppo sono poche e avvengono molto lentamente.

Che gli odiatori del web siano sensibili alle rimozioni è un’opinione del ministro, se Boldrini dopo 4 anni e mezzo decide di cambiare strategia e ricorrere alle vie legali probabilmente è proprio perché si è resa conto che le “sanzioni” online non sono un reale deterrente. Se so che il peggio che mi può accadere è che mi rimuovano l’insulto, mi pare evidente che questa sanzione non ha alcun effetto. Forse la sospensione (che è temporanea) potrebbe avere un minimo effetto deterrente, ma l’odiatore può aprire tranquillamente un altro account, casomai con nome falso (rendendone quindi più difficile l’identificazione). Tutto si può dire tranne che siano effettive sanzioni.  Anzi, paradossalmente si aiutano gli hater cancellando le prove dei loro reati.

Ma il bello viene dopo.

Penso che comunque un modo ci sia per riuscire ad infliggere queste sanzioni e a renderle efficaci.
Le alleanze contro l’odio.
Le vittime della violenza della Rete dovrebbero unirsi per fare un fronte unico contro gli odiatori. Un po’ come hanno fatto nella società reale soggetti deboli che avevano bisogno di tutele.

E per essere più chiaro:

Domanda: Un’autorganizzazione degli utenti, quindi? Non sarebbe bene avere anche una tutela delle istituzioni?
Risposta: Credo che le istituzioni debbano rimanere fuori. Penso piuttosto all’ausilio di Fondazioni bancarie o, in generale, di soggetti che si occupano di sociale.

In sintesi, il Ministro della Giustizia (e sottolineo il suo ruolo) dice che la Giustizia i cittadini se la devono fare da se stessi (casomai facendosi prestare soldi dalle banche), e le istituzioni devono rimanerne fuori. Orlando fa riferimento a lobby, le “alleanze contro l’odio”, per contrastare i fenomeni di odio online, alleanze “che i provider non possono ignorare”. Ma è abbastanza evidente che contro un’azienda come Facebook non è che il numero faccia così tanto la differenza.

Uno, cento o mille persone che chiedono a Facebook di rimuovere un post? In realtà si fa già adesso. Dopo la presa di coscienza del fallimento dell’autoregolamentazione (basti pensare alla vicenda della Napalm Girl), Facebook si sta orientando sulla gestione tramite segnalazioni degli utenti, più segnalazioni ci sono e più possibilità vi sono che un post sia cancellato. Ovviamente esistono anche dei filtri, software che verificano ricorrenze di determinate parole e che poi rimandano i contenuti a dei revisori, spesso non adeguatamente preparati, spesso non di madrelingua, sicuramente molto più oberati di lavoro di una qualsiasi Procura italiana. Gli standard di lavoro di questi revisori pretendono decisioni in pochissimi secondi. Tutto ciò porta a evidenti danni collaterali quali la possibile censura di contenuti del tutto leciti.

Oltretutto occorre ricordare che Facebook è un'azienda privata, che non è vincolata al rispetto dei diritti fondamentali dei cittadini. La regolamentazione dei contenuti dipende principalmente da esigenze economiche e dalla ovvia volontà di non inimicarsi (troppo) i governi con i quali ha a che fare. Il risultato è quello sotto gli occhi di tutti.

Il Ministro della Giustizia, di fatto, certifica la volontà dello Stato di non occuparsi della tutela dei diritti dei cittadini, abbandonando gli spazi online, la cui regolamentazione viene sempre più demandata alle grandi aziende del web. Orlando invoglia gli utenti a “unirsi tra loro”, laddove dichiarazioni del genere potrebbero essere intese come una sorta di via libera a una giustizia privata e personale. Cosa faranno le “lobby”, con le istituzioni che si tengono fuori, nel momento in cui vedono che dopo l’ennesima rimozione di un post diffamatorio l’hater di turno ritorna a insultare? Cosa faranno le “lobby” sapendo, ad esempio, che il loro hater abita non molto distante da loro?

Un aspetto da rimarcare è che molto spesso gli haters del web non sono affatto anonimi, anzi scrivono tranquillamente col loro nome e cognome, per cui molti di loro sono facili da rintracciare. Fermo restando che comunque un vero e proprio anonimato non esiste, poiché le autorità di Polizia sono in grado di rintracciare quasi tutti, anche se purtroppo la Polizia non ne ha il tempo. Solito problema di mancanza di risorse. Ma, tornando all’anonimato, esistono studi che suggeriscono l’esistenza di un'interazione tra il livello di anonimato e il senso di appartenenza al gruppo.

Gli esperimenti di Philip Zimbardo chiariscono il concetto di deindividuazione, cioè la perdita di autoconsapevolezza e autocontrollo che si sperimenta in determinate situazioni nelle quali l'individuo si trova ad agire all'interno di dinamiche sociali e di gruppo. In questo modo l’individuo riesce a porre in essere azioni con forti connotazioni negative, anche se normalmente non ne sarebbe capace.

Il modello SIDE (Social Identity model of Deindividuation Effects) è lo sviluppo della formulazione di Zimbardo, elaborato nel 1995 da Russell Spears e Martin Lea. Secondo questo modello le persone che sentono l'appartenenza a un gruppo, la comunanza di interessi o di punti di vista, sono più spinte ad adeguarsi ai comportamenti del gruppo. In tal modo l’intero gruppo si polarizza su posizioni estreme (anche quale difesa verso gli elementi esterni al gruppo) e agisce di conseguenza. Interagire con altro soggetti con le stesse nostre convinzioni porta facilmente a convincersi della bontà delle nostre idee (cassa di risonanza). E sappiamo bene che in Internet i flussi di notizie sono alterati in modo che ogni individuo riceva notizie più consone al proprio modo di pensare (bolla filtrante, Eli Pariser).

Questo per dire che è il senso di appartenenza ad un gruppo che innesca fenomeni di polarizzazione, che poi portano a varie forme di violenza in rete, non certo l’anonimato. Infatti, la maggior parte delle persone che insultano la Presidente Boldrini lo fanno con nome e cognome. Boldrini, infatti, ogni tanto posta elenchi di queste persone, con un effetto di gogna mediatica che di fatto alimenta il senso di apparenza al gruppo (quelli che sono contro Boldrini potremmo definirli) e aumenta la polarizzazione di queste persone. Il senso di impunità (per l'assenza di effettive sanzioni, come detto sopra) fa il resto.

Inutile la gogna, deleterie le sanzioni di rimozione, la Presidente Boldrini si sarebbe convinta della necessità di rivolgersi alla giustizia.
Alcuni commentatori ritengono questa strada frustrante e complessa, ma è l’apparato statale che ha gli strumenti giusti e i magistrati hanno le competenze adatte (sono sicuramente più preparati di un qualsiasi revisore di Facebook) per intervenire su queste problematiche, almeno quando sfociano in veri e propri reati (come nel caso di Boldrini).

È evidente che lo stato della giustizia italiana è disastroso, con risorse ridotte al lumicino, ma non si può dire ai cittadini che non possono presentare più querele perché le Procure sono oberate di lavoro, non si può dire ai cittadini che lo Stato non può tutelare i loro diritti, a meno che non si voglia ammettere che lo Stato, questo Stato, questo governo, ha fallito il suo compito e non è in grado di garantire le condizioni minime per la democrazia.

Allora occorre che i cittadini si facciano sentire, che facciano fronte comune, che facciamo, appunto, lobby, per chiedere, anzi per imporre allo Stato di non rinunciare ai suoi compiti, di non abdicare alla tutela dei diritti dei cittadini (ma anche l'educazione scolastica, la salute) e di investire più risorse. Una giustizia migliore consente ai cittadini di vivere meglio, laddove la costante e pervasiva presenza dell'ingiustizia a livello sociale sfalda progressivamente le regole di convivenza della società.

I vari problemi, poi, possono essere risolti, se c'è un'adeguata volontà. Ad esempio, invece di fare codici per delegare ai social la rimozione dei contenuti online in base alla policy delle aziende (si chiama privatizzazione), perché non pensare a dei protocolli per risolvere le difficoltà dell'accesso alle informazioni degli utenti a fini di identificazione e prova? La forza contrattuale dell'Unione europea è sufficiente per imporre alle grandi aziende del web degli obblighi, così come sta accadendo nell'ambito della tutela dei dati personali (la legislazione europea in materia si applica indipendentemente da dove è stabilita l'azienda, basta che rivolge i suoi servizi a cittadini europei).

Allo stesso modo occorrono investimenti nel settore scolastico per creare una cultura non solo digitale (perché il problema non è in rete ma nella società) ma una cultura che alimenti la convivenza e il rispetto per il prossimo (e qui dovremmo cominciare dalla politica, forse).

Infine, il quadro non è così nero come ce lo presentano. Basta leggere il caso raccontato su Valigia Blu: un politico che ha ottenuto il risultato con la sola presentazione della querela. Colui che ha insultato Ivan Scalfarotto difficilmente ripeterà il suo comportamento, dimostrando così che questo può essere un ottimo modo per risolvere il problema della violenza e dell’odio online. Occorre che la “sanzione” abbia un vero e proprio effetto deterrente. Non è necessario che siano perseguiti tutti, è sufficiente, in un ottica di prevenzione generale, che pochi siano perseguiti e che qualcuno subisca delle sanzioni concrete. Poi la "pubblicizzazione” della sanzione, probabilmente, potrebbe avere un effetto deterrente anche sugli altri.

Alla fine della sua intervista, il Ministro della Giustizia conclude:

Penso che se i soggetti deboli cominciano a dialogare a ad unirsi tra loro possono diventare una lobby assai potente che i provider non possono ignorare. Noi qualcosa di simile lo abbiamo già sperimentato per contrastare le fake news.
Partendo dal presupposto che molte fake news siano strumento di propaganda dell’odio, abbiamo messo in Rete una serie di soggetti già autorganizzati nella società.
Le associazioni che si tutelano per l’odio contro la razza, il sesso, la religione. Sono state messe in Rete per monitorare i siti e fare controinformazione. Un esperimento che sta dando buoni risultati.

Non sappiamo esattamente a quali organizzazioni si riferisce il ministro Orlando, ma è piuttosto grave sentire che esistono organizzazioni che fanno “controinformazione” online (come in Cina per capirci).

In una democrazia l'informazione è un elemento fondamentale, perché solo il cittadino correttamente informato può esercitare la sovranità popolare. Ma se vi sono delle organizzazioni che fanno controinformazione ciò può facilmente portare a distorsioni del flusso informativo e strumentalizzazioni, casomai a favore di un partito politico, casomai a favore del governo, casomai contro i dissidenti e le opposizioni. Quindi, in un'ottica di trasparenza, considerando che in una democrazia compiuta i cittadini devono poter controllare l'operato del governo, chiediamo al Ministro della Giustizia:

    • Quali sono queste organizzazioni che fanno controinformazione?
    • Chi controlla l'operato di queste organizzazioni al fine di evitare abusi?
    • Vengono pagate, e se si da chi e come, per svolgere il loro lavoro?

Per concludere, non sarebbe meglio, invece, utilizzare i soldi per le organizzazioni (ma vale anche i soldi spesi negli ultimi anni per dibattiti, convegni, commissioni che hanno discusso, direi inutilmente a questo punto, di queste problematiche) per dare più risorse alla giustizia italiana?

Come ha detto la Presidente Boldrini:

Ai nostri figli dobbiamo dimostrare che in uno Stato di diritto chiunque venga aggredito può difendersi attraverso le leggi.

Detto in altre parole, tutti sono soggetti alla legge. Senza il rispetto di questo principio non c'è democrazia. E non c'è alcuno Stato.

Foto anteprima via Ansa

 

Segnala un errore
LINEE GUIDA AI COMMENTI

ONG, l’inchiesta di Trapani, Zuccaro e il codice di condotta: domande e risposte

[Tempo di lettura stimato: 7 minuti]

Quali sono le accuse alla ONG Jugend Rettet della Procura di Trapani?

Il 2 agosto viene fermata dalla Guardia Costiera italiana l’imbarcazione “Iuventa” della ONG tedesca, Jugend Rettet, e scortata nel porto di Lampedusa. In un primo momento, il comandante della Capitaneria di porto della città, Paolo Monaco, aveva comunicato che si trattava «di un normale controllo, che abbiamo fatto e che non comporterà alcun problema». Ma durante la giornata viene pubblicata la notizia che l'imbarcazione dell’organizzazione non governativa era stata messa sotto sequestro preventivo dal giudice delle indagini preliminari (gip) su richiesta della Procura di Trapani. I magistrati siciliani, come riferito in Parlamento nel maggio scorso, stavano portando avanti delle indagini con ipotesi di reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina che coinvolgevano «anche non le ONG ma soggetti appartenenti alle organizzazioni non governative». In quell’occasione però non vennero fornite da parte dei pm indicazioni su quale ONG fosse coinvolta nell’inchiesta.

Nel pomeriggio del 2 agosto, il procuratore di Trapani, Ambrogio Cartosio, ha tenuto una conferenza stampa per spiegare quali sono le accuse nei confronti della Iuventa e per «dare all’opinione pubblica delle informazioni il più possibile formali e corrette».

«Nel corso delle indagini – afferma Cartosio – sono emersi quelli che il giudice delle indagini preliminari definisce ‘gravi indizi di colpevolezza’ in ordine alla sussistenza del reato di immigrazione clandestina» che avrebbero commesso persone dell’equipaggio dell’imbarcazione utilizzata dalla Jugend Rettet.

Gli episodi contestati dagli inquirenti sono tre: il 10 settembre 2016, il 18 giugno 2017 e il 26 giugno 2017, anche se ve ne sono altri che ai pm fanno ritenere "abituale" una certa condotta dell'equipaggio. «Si è accertato che questa imbarcazione abbia effettuato interventi non per salvare dei soggetti in pericolo di vita, ma per trasbordare sull'imbarcazione delle persone scortate dai trafficanti libici». Essendo però la Iuventa piccola, i migranti «consegnati» venivano portati a bordo di altre navi o della Marina Militare o di altre ONG, specifica il magistrato. Il procuratore dice di aver documentato (con foto e video) degli incontri in mare tra membri dell’equipaggio e scafisti, ma esclude collegamenti (anche per scopi economici) tra l’ONG e trafficanti libici: «Un collegamento stabile tra la ONG e i trafficanti libici è pura fantascienza». Proprio per questo motivo, la procura non sta indagando anche per il reato di  associazione a delinquere. Per Cartosio infatti «le finalità dei trafficanti erano ben diverse rispetto a quelle dell’equipaggio Iuventa» che avrebbe commesso quanto imputato per «per motivi umanitari». Durante questi incontri, continua poi il procuratore, «le motovedette della guardia costiera (ndr libica)» hanno assistito «passivamente al trasferimento dei migranti a bordo».

Nelle carte dell’inchiesta, che ha avuto inizio nell'ottobre del 2016, emerge anche che, in uno degli episodi contestati, uomini dell’equipaggio della Iuventa avrebbero consentito a persone che operavano al confine delle acque territoriali libiche di recuperare tre imbarcazioni utilizzate dai migranti per la partenza dalle coste nordafricane, una delle quali riutilizzata il 26 giugno per un'altra partenza, spiega RaiNews. Nelle riunioni operative sui salvataggi, scrivono gli inquirenti, viene invece sempre raccomandato a chi interviene di rendere inutilizzabili i natanti utilizzati per trasportare i migranti.

Attualmente non ci sono indagati: «Certamente i reati contestati sono stati commessi da soggetti che operano a bordo della Iuventa, però è necessario scendere più in dettaglio nelle emergenze probatorie al fine di individuare le singole responsabilità», ha spiegato il procuratore.

A denunciare le presunte irregolarità di Jugend Rettet sono stati alcuni membri dell'equipaggio della «Vos Hestia», la nave della ONG Save the children (a bordo della quale c'era anche un agente sotto copertura), che sarebbero stati infastiditi dalle modalità di operazione dell’equipaggio dell'organizzazione non governativa tedesca. Gli stessi (si legge sui giornali che stanno pubblicando parti dell’indagine presenti nell’ordinanza di sequestro) hanno parlato anche di una sorta di chat su Whatsapp tra i team leader delle navi umanitarie su cui arriverebbero le segnalazioni dei barconi da soccorrere, scrive Repubblica. Si tratta però di un fatto che deve essere ancora verificato dalla Procura. Le indagini preliminari, ha specificato Cartosio, sono «in progess».

Su Twitter, la ONG, ore dopo aver appreso la notizia dell’indagine, ha scritto che “il salvataggio delle vite umana è e sarà la nostra priorità”.

Leonardo Marino, l’avvocato difensore di Jugend Rettet, ha detto: «Faremo ricorso contro il sequestro della nave Iuventa». La richiesta di restituzione riguarderà anche i documenti e i personal computer sequestrati.

Infine, riguardo ai reati contestati, lo stesso procuratore Cartosio, durante l’audizione in Parlamento del maggio scorso, aveva posto la questione dello “stato di necessità” (ndr articolo 54 del codice penale) e della sua estensione. Sul punto, in un nostro precedente approfondimento, avevamo scritto:

In base alle indagini in corso, il procuratore (ndr Cartosio) afferma che ci sono stati casi in cui soggetti che si trovavano a bordo delle navi delle ONG erano al corrente già da prima del luogo e del momento in cui avrebbero trovato le imbarcazioni con i migranti. Una situazione che pone sia un problema riguardo la regolarità dell’intervento di salvataggio ma anche dei limiti dello stato di necessità: «Su questo, procure e giudici faranno le loro valutazioni perché è chiaro che se per “stato di necessità” si intende semplicemente la situazione di chi sta annegando perché il gommone è affondato è un conto, se invece si intende anche la situazione di chi si trova in un campo di concentramento libico in cui ci sono dei trafficanti che tengono sotto la minaccia delle armi un certo numero di persone che vengono torturate, violentate, minacciate, chiaramente lo “stato di necessità” copre anche l’intervento programmato delle organizzazione non governative».

Quanto affermato dal procuratore di Catania, Carmelo Zuccaro, nei mesi scorsi c’entra con le accuse della Procura di Trapani?

Nei mesi scorsi, il procuratore di Catania, Carmelo Zuccaro, in base a un’indagine conoscitiva sul “fenomeno” delle organizzazioni non governative (in cui erano escluse però Medici senza Frontiere e Save the Children) e su indicazioni ricevute da Frontex e dalla Marina Militare, aveva parlato di contatti e chiamate con soggetti sulla terraferma libica, di possibili finanziamenti ricevuti dalle organizzazioni criminali che organizzano i viaggi in mare dei migranti e sugli scopi delle ONG aveva detto: «Potrebbe anche essere che da parte di alcuni di queste organizzazioni non governative si perseguono finalità di destabilizzazione, ad esempio, dell’economia italiana».

Parole che avevano provocato forti polemiche. Motivo per cui Zuccaro aveva poi precisato all’Ansa che sul ruolo di «alcune ONG sulle operazioni di salvataggio di migranti e sui loro finanziamenti» aveva delle «ipotesi di lavoro, che non sono al momento prove» e di aver voluto denunciare «un fenomeno e non singole persone».

Da quanto emerso finora invece dall’indagine di Trapani, si parla di incontri/contatti in mare tra uomini dell’equipaggio di Jugend Rettet e trafficanti, di fantascienza se si ipotizza un collegamento (anche economico) stabile tra la ONG e i trafficanti libici e di finalità della Iuventa comunque “umanitaria”.

Il codice di condotta è collegato con l’inchiesta di Trapani?

Jugend Rettet è una delle sei ONG che non hanno firmato il cosiddetto “codice di condotta”, un regolamento voluto dal governo italiano (con il sostegno dell’Unione Europea) in cui sono sono elencati una serie di comportamenti a cui le ONG devono sottostare durante le operazione di salvataggio in mare. In un primo momento dopo il blocco dell’imbarcazione a Lampedusa, si era pensato che il fermo fosse dovuto alla mancata firma. Il procuratore Cartosio, però, durante la conferenza stampa ha negato qualsiasi nesso – «per evitare il ripetersi del reato, abbiamo chiesto, come prevede la legge, il sequestro che non c’entra nulla con il fatto che la ONG tedesca non abbia firmato» – e specificato che il provvedimento di sequestro era stato richiesto dalla Procura il 17 luglio scorso, circa quindici giorni prima l'annuncio della mancata firma del codice da parte di Jugend Rettet.

Quali sono le ragioni di chi ha deciso di non firmare e quelle di chi ha sottoscritto il codice?

Medici senza frontiere (MSF) e Jugend Rettet hanno deciso di non firmare il documento del governo. Gabriele Eminente, direttore generale di MSF Italia ha spiegato i motivi: «Il problema è che il codice di condotta prevede che la polizia giudiziaria salga a bordo con le armi di dotazione. E questo principio non lo accettiamo in nessuno dei settanta paesi dove lavoriamo». In un video pubblicato su Twitter, Eminente ha anche specificato che «MSF non ha nessun problema con la presenza di ufficiali di polizia a bordo. Già oggi accade, accade ogni volta che entriamo in porto e in altre occasioni». Altra questione è che «il codice di condotta prevede il divieto di trasferire persone da una nave all’altra. Un sistema in cui i trasbordi sono vietati vuol dire potenzialmente rischiare di avere più morti in mare».

L'ONG tedesca in un post su Facebook ha affermato che parti del codice sono in contrasto "con i principi umanitari su cui si basa il nostro lavoro". Jugend Rettet ha aggiunto anche di non voler fermare il dialogo con il governo: "è per questo che abbiamo chiesto al ministro dell'Interno italiano di utilizzare l'organizzazione marittima internazionale o l'Istituto Nautico come mediatore neutrale".

Save the children, Moas, Proactiva open arms e Sea Eye hanno invece firmato il codice di condotta. Il direttore generale di Save the children, Valerio Neri, ha spiegato che le attività di ricerca e salvataggio in mare, fin dall’inizio delle operazioni nel 2016, si sono svolte in linea con le indicazioni del codice di condotta. «Nel caso di un paio di articoli che ci preoccupavano, come per esempio il divieto a fare trasbordi, siamo stati rassicurati dal fatto che sia stata inserita la possibilità di farli su indicazione della centrale operativa della guardia costiera». Per quanto riguarda la presenza della polizia giudiziaria Neri ha spiegato di avere chiesto al Ministero di inserire una clausola che rispetti i princìpi umanitari dell’organizzazione, si legge su Internazionale.

Non hanno invece partecipato alla riunione di fine luglio al Ministero, per il firma, le altre ONG: Sos Méditerranée, Sea Watch e LifeBoat.

Quali sono le conseguenze per chi non firma?

In un comunicato il Ministero dell’Interno ha fatto capire che ci saranno delle conseguenze concrete per le organizzazioni che si sono rifiutate di sottoscrivere il codice. All’Huffpost fonti del Viminale hanno detto che non trattandosi di una legge "non si prevedono sanzioni in caso di inosservanza". Chi non ha firmato, molto probabilmente, subirà invece controlli più rigorosi e stringenti. Non sono ancora state chiarite, comunque, le conseguenze concrete pensate dal governo.

Ma prima del "codice di condotta" i salvataggi avvenivano senza regole?

I salvataggi in mare sono già regolati dal Codice della navigazione italiana e dalle convenzioni previste dall'International Maritime Organization (IMO, agenzia dell'ONU per la cooperazione marittima tra i paesi membri e la sicurezza della navigazione). Inoltre, tutte le fasi delle procedure di soccorso dei migranti sono coordinate dal Centro Nazionale di Coordinamento del Soccorso Marittimo (MRCC) di Roma (qui come funziona nel dettaglio). Nicola Stalla, coordinatore delle operazioni per SOS Méditerranée ha spiegato durante un'audizione in Senato dell'aprile scorso: «I soccorsi possono partire in due modi. O ci chiama l'MRCC e ci indica la posizione di una barca in difficoltà che possiamo raggiungere facilmente perché siamo la nave più vicina, oppure noi individuiamo l'imbarcazione con il nostro servizio attivo di Search and rescue – ossia con radar e binocoli. Anche in quel caso, comunque, informiamo immediatamente l'MRCC della presenza della barca e seguiamo le indicazioni per il salvataggio».

Eminente di MSF Italia ha dichiarato a Open Migration: «Noi continueremo a rispettare le regole che abbiamo sempre rispettato, e una delle cose importanti è proprio questa: questa proposta di codice da parte del Ministero andava ad aggiungersi a un sistema di regole riconosciute che già rispettavamo tutti (…). Quindi se continuiamo a rispettare le regole, non vedo cosa potrebbe cambiare».

Tra le critiche ricevute dal "codice di condotta", c'è quella di essere in gran parte il duplicato di norme già presenti nel Codice della navigazione italiana e nelle convenzioni internazionali. Francesco Del Freo, avvocato esperto di diritto del mare, intervistato da Lettera 43, ha dichiarato ad esempio che «le leggi internazionali già prevedono sanzioni, il codice non aggiunge nulla. Le problematiche sollevate dal codice sono del tutto irrilevanti».

Foto anteprima via Corriere del Mezzogiorno

Leggi anche >> ONG, migranti, trafficanti, inchieste. Tutto quello che c’è da sapere

Segnala un errore
LINEE GUIDA AI COMMENTI

Il giornalista aggredito, una “guerra” di mafia e il silenzio di media e politica

[Tempo di lettura stimato: 3 minuti]

Afferrato da dietro e, con calci e un pugno, spintonato contro il muro, dove l'aggressore gli ha sbattuto la testa. «Mi è andata bene, un trauma contusivo facciale, un poco di sangue, spavento tanto e qualche ora al pronto soccorso», racconta a Valigia Blu Nello Trocchia, cronista e collaboratore di vari testate come Espresso e Fatto Quotidiano. È successo il 27 luglio scorso, mentre con il film-maker Riccardo Cremona, era a Vieste in Puglia per lavorare a un'inchiesta sulla mafia locale da mandare in onda nella prossima stagione del programma di Raidue, "Nemo, Nessuno escluso".

Il giornalista stava facendo delle inquadrature fuori un bruschetteria nel centro storico dove, alcune ore prima, il titolare di 31 anni, con diversi precedenti penali, era stato ucciso da due sicari. Un omicidio che per gli inquirenti, ha scritto Repubblica Bari, "si inserirebbe nella scia di sangue cominciata a inizio anno con l'omicidio di Onofrio Notarangelo (fratello del boss Angelo, ucciso il 26 gennaio del 2015) e proseguita con la scomparsa del figlio Pasquale, di 26 anni, di cui non si hanno più tracce dal mese di maggio". Già due anni fa Trocchia era stato vittima di intimidazioni quando con un'altra inchiesta fece scattare le indagini su un gruppo criminale.

L'aggressore è stato poi bloccato dai carabinieri ed è stata presentata regolare denuncia. Nei confronti del cronista è poi scattata la solidarietà di persone, singoli colleghi, FNSI e del presidente della Regione Puglia, ma le due notizie sono cadute nel vuoto e nell’indifferenza dei politici e dei media.

Si tratta di un silenzio che non fa emergere – escluse singole inchieste o media locali – quanto da tempo sta accadendo nel territorio della provincia di Foggia: «Dal 28 aprile abbiamo avuto otto vittime di criminalità mafiosa. Se facciamo una media, abbiamo avuto una vittima ogni 11 giorni. E chi lo sa questo? Nessuno», ha denunciato Piernicola Silvis, questore della città pugliese, prossimo alla pensione, pochi giorni fa.

Nell'ultima relazione della Direzione Distrettuale Antimafia (che si riferisce al secondo semestre del 2016) si legge che "un focus merita la provincia di Foggia, area in cui la società foggiana e la mafia garganica continuano ad ingerire, con inusitata violenza, sul territorio" in "un contesto ambientale omertoso e violento (determinato anche dalla matrice di familiarità che contraddistingue gran parte dei clan, in particolar modo quelli dell’area del Gargano), con una sempre maggiore commistione tra criminalità comune e organizzata". La stessa presidente della Commissione parlamentare Antimafia, Rosy Bindi, durante una visita a Foggia della Commissione, il 27 aprile scorso, ha dichiarato che in questo territorio «le mafie hanno potuto insediarsi e crescere perché c'è stata per troppo tempo una sottovalutazione da parte di tutti. Si fa ancora fatica ad ammettere che questa è una terra in cui le mafie hanno avuto la possibilità di crescere e svilupparsi».

Nonostante tutto questo, ci dice Trocchia, «non se ne parla, non c’è un dibattito su questi temi, né un racconto che possa riuscire a smuovere le cose»:

«La domanda ora è: un omicidio di mafia ogni 11 giorni dall’aprile scorso è o no una guerra di mafia da raccontare? È un tema o no che la mafia garganica stia devastando un territorio attraverso l’utilizzo di estorsioni a tappeto dalle quali sfuggono pochissimi imprenditori che hanno il coraggio di denunciare? È una notizia o no che saltano in aria auto per intimidire gli imprenditori? È una notizia o no che si ammazzano le persone in pieno centro in una località tra le più belle d’Italia?».

Per Trocchia, inoltre, a ciò si aggiunge «una ridondanza stantia: ci occupiamo cioè di certi temi, in occasione degli anniversari o di fenomeni mediatici che possono essere collegati a fiction, a film, a libri, però poi la complessità del quotidiano è completamente abbandonata». Ecco perché per il giornalista bisogna creare le condizioni, con un lavoro e un impegno lento, perché certe cose non accadano, a partire dalla violenza subita.

Bisogna quindi uscire dal silenzio per creare un racconto che "illumini a giorno" un territorio, anche per valorizzare quelle sacche di resistenza che continuano a esserci, che giocano un importantissimo ruolo in un possibile riscatto: «Lì ci sono persone che hanno denunciato questi boss non accettando la realtà così com’era. Alle intimidazioni e alle minacce c’è chi si è ribellato».

I motivi di questa grave mancanza di attenzione sono diversi. Uno dei principali, per il cronista, è il fatto che di fondo ci sia un disinteresse nel dibattito pubblico riguardo alle aggressioni ai giornalisti, intimidazioni e libertà d’informazione: «si vede nel numero delle minacce registrate anche da Ossigeno per l'informazione e delle querele temerarie».

La politica, poi, tolti i possibili attestati di solidarietà, non aiuta ma «ara il terreno della delegittimazione perché meno stampa libera significa meno controllo». In generale, per Trocchia, quello che servirebbe è anche una riflessione più ampia sull’informazione. In questo senso, «il tema della retribuzione è fondamentale: non possiamo far finta di nulla su questo aspetto. Le condizioni contrattuali dei collaboratori sono da fame e spesso non si valorizzano le competenze. Un pezzo sulle mafie, mediamente, con un lavoro d'inchiesta di due/tre giorni, quanto viene pagato? Trenta, quaranta, cinquanta euro? Sarebbe questo il prezzo giusto?».

Foto anteprima via Televisionando.it

Correzioni

Aggiornamento 1 agosto, ore 12:30: Su segnalazione di un lettore sulla nostra pagina Facebook, abbiamo corretto la data dell'aggressione, verificatasi diverse ore dopo l'omicidio in centro a Vieste e non come scritto precedentemente dopo alcuni giorni.

Segnala un errore
LINEE GUIDA AI COMMENTI

C-Star, la nave che vuole fermare i migranti e la strategia mediatica di Generazione Identitaria

[Tempo di lettura stimato: 17 minuti]

Nelle ultime settimane si è parlato della campagna Defend Europe di Generazione Identitaria, movimento nato in Francia inizialmente come organizzazione giovanile del gruppo di estrema destra Bloc identitaire e con ramificazioni in altri paesi europei. La missione consiste nel noleggio di una nave con la quale i militanti avevano dichiarato di voler partire dal porto di Catania alla volta del Mediterraneo con l’obiettivo di "fermare l'immigrazione massiva e il lavoro che le ONG stanno svolgendo".

Le modalità con cui dovrebbe essere messo in atto questo scopo non sono chiarissime, anche perché sul punto Generazione Identitaria ha fornito più versioni. La preoccupazione di alcuni gruppi e associazioni è che, al di là delle possibili violazioni di legge, la presenza di una nave dichiaratamente “anti migranti” possa intralciare le operazioni di salvataggio. La deputata del Partito democratico, Gea Schirò, ha presentato un'interrogazione parlamentare parlando di «derive politiche pericolose».

La campagna ha avuto una grossa risonanza sui media, specialmente internazionali. Una delle ragioni di questa copertura dipende dal fatto che Defend Europe si inserisce nel dibattito sulle accuse al lavoro delle ONG che prosegue da alcuni mesi. Dall’altro lato, l’organizzazione, attraverso la creazione di “proteste pensate per attirare l’attenzione dei media” e un uso sapiente dei social riesce a ritagliarsi uno spazio nei media mainstream.

Cos’è e da dove viene “Generazione Identitaria”

Generazione Identitaria è la branca italiana di Génération Identitaire, nata in Francia come organizzazione giovanile del gruppo di estrema destra Bloc identitaire (fondato nel 2003 in seguito allo scioglimento della formazione Unité Radicale dopo che uno dei suoi membri aveva tentato di assassinare il presidente Jacques Chirac) e poi divenuta autonoma nel 2012.

Guido Caldiron, giornalista e studioso delle destre, spiega in una recente intervista che il fenomeno degli identitari nasce in Francia «come evoluzione dei gruppi che cercano di raccogliere le aree giovanili della nuova ed estrema destra», con l’idea «di costruire sotto l’emblema di una presunta cultura identitaria» un movimento a valenza europea. Le direttrici, aggiunge, «sono il ‘no’ all’immigrazione e la denuncia di questo fenomeno come una sorta di complotto: è in questi ambienti che riecheggiano i temi non solo dell’invasione, ma anche della ‘sostituzione di popolo’, cioè l’idea che dietro i migranti ci sia in realtà un progetto di trasformazione etnica del vecchio continente».

Una delle teorie cui si ispira il movimento – che affonda le sue radici ideologiche nella nouvelle droite – è infatti quella della “sostituzione etnica” (o “grand remplacement”) dell'intellettuale francese di estrema destra Renaud Camus, secondo cui popolazioni originarie del Maghreb o dell’Africa starebbero soppiantando i francesi “di ceppo” (de souche).

Oltre a questo, spiega Caldiron, c’è la volontà di «rifarsi alle tradizioni identitarie dei popoli europei», compresa «l’attenzione alle piccole patrie, ai regionalismi, ai dialetti». Secondo Matteo Luca Andriola, autore del libro La Nuova destra in Europa, i militanti identitari possono infatti sentirsi “orgogliosamente nazionalisti e, allo stesso tempo, difendere la propria identità locale – regionale, provinciale e comunale – e l’identità continentale europea da ogni contaminazione, come l’americanismo e l’immigrazione extraeuropea”.

Nel video pubblicato su Youtube nel 2012 per il lancio del movimento, Génération Identitaire si definisce “la generazione della frattura etnica, del totale fallimento della coesistenza e del mescolamento forzato delle razze”. Il gruppo, conclude Andriola, “usa il web per indire manifestazioni, sit-in e picchetti contro l’immigrazione extraeuropea e islamica, a tutela dell’identità continentale (il ‘razzismo antibianco’) o contro gli omosessuali, grazie a Facebook, YouTube, […] Twitter e ai numerosi blog sparsi in tutta Europa”.

Secondo quanto riportato in un lungo reportage pubblicato su Libération, la strategia complessiva di Génération Identitaire è quella di conquistarsi spazi mascherandosi “dietro pretese culturali”, mentre il reale obiettivo sarebbe quello di “diffondere la paura dell’Islam e degli immigrati”. Lo stesso quotidiano francese scrive che sin in dalla sua nascita, prima come fronda giovanile del Bloc e poi come organizzazione autonoma, GI “si è fatta conoscere per le sue azioni dal forte impatto visivo”. Nel 2010 ha lanciato attraverso Facebook un aperitivo “salame e vino” contro “l’islamizzazione” del quartiere multietnico Goutte-d’Or di Parigi. Qualche anno prima ha organizzato la distribuzione di una “zuppa identitaria”, sempre a base di maiale, alle mense dei poveri. L’iniziativa ha scatenato diverse proteste perché definita “deliberatamente discriminatoria”.

Nel 2012 Génération Identitaire ha condotto la sua prima azione come movimento autonomo, occupando il cantiere di una moschea a Poitiers. Sul tetto dell’edificio è stato issato uno striscione recante il nome della formazione e la richiesta di un referendum riguardante “immigrazione e la costruzione di moschee in Francia”. Il riferimento simbolico dell’azione era alla battaglia di Poitiers nell’VIII secolo durante la quale l’esercito dei Franchi di Carlo Martello aveva sconfitto le truppe arabe. In un comunicato pubblicato sul suo sito, GI ha poi spiegato che, a causa dell’immigrazione, i francesi starebbero “scomparendo nell’indifferenza”, e che le persone possono riprendersi “da una crisi economica o da una guerra, ma non dalla sostituzione della propria popolazione nativa”.

A Lille, invece, nel 2014 sono state organizzate delle ronde “anti feccia” nella metropolitana. L’operazione è stata fortemente criticata da organizzazioni dei diritti umani, che hanno accusato Génération Identitaire di voler fare “esclusivamente propaganda” gettando un forte stigma su “stranieri, giovani e categorie socialmente svantaggiate”.

Per il giornalista di Libération Dominique Albertini, Génération ID ottiene “un certo successo” nel portare avanti “operazioni agit-prop e di lotta culturale”, che possono “spianare la strada” ai partiti di destra ed estrema destra. Ad esempio inserendo nel dibattito pubblico termini come “remigrazione” – sostanzialmente il ritorno di stranieri extraeuropei (e persino di europei di seconda o terza generazione) nel loro paese d’origine – come soluzione al fenomeno migratorio.

Dalla Francia il movimento si è poi allargato in Austria, Germania, Belgio e Italia. Per Caldiron «non è un fenomeno che ha grandi numeri; è però all’origine di una serie di campagne su questi temi che sembrano un po’ il pendant giovanile del circuito delle nuove destre parlamentari europee». Anche in questi paesi, così come in Francia, il tenore delle azioni portate avanti è stato il medesimo. In Austria Identitäre Bewegung Österreichs ha coperto con un burqa la statua dell’imperatrice Maria Teresa d’Asburgo, mentre in Germania ha srotolato uno striscione dalla porta di Brandeburgo, chiedendo la chiusura delle frontiere e distribuito volantini che avvertivano della crescente “islamizzazione” e di come i tedeschi stessero “diventando una minoranza” a causa dell’immigrazione.

In Italia il movimento è nato alla fine del 2012, da un gruppo di cinque ragazzi sui vent’anni. In un’intervista un attivista ha definito Generazione Identitaria «un movimento di resistenza etnica» che rappresenta «l’interesse e l’integrità degli italiani e degli europei in quanto popoli ovunque essi siano messi in pericolo da un’invasione straniera o da una minaccia interna». Lo scorso dicembre alcuni membri di GI hanno messo il burqa a una statua a Bergamo per “dimostrare cosa succederà alle nostre figlie e mogli, e alla nostra cultura, qualora si continui a perseverare nel non vedere come l’Islam agisce ed opera oggi nella nostra Europa e nelle nostre città”. A gennaio, invece, un gruppo di attivisti ha interrotto la conferenza “L’Italia sono anch’io” promossa dall’associazione culturale islamica di Borgosesia (in provincia di Vercelli), srotolando striscioni inneggianti alla “remigrazione”.

La campagna "Defend Europe" tra propaganda e contrattempi

Lo scorso 12 maggio una piccola imbarcazione con a bordo attivisti di Generazione Identitaria ha cercato di bloccare la partenza della nave Aquarius della ONG tedesca SOS Méditerranée dal porto di Catania, srotolando uno striscione rosso con la scritta “No way for human trafficking”.

L’azione, che è stata interrotta dopo pochi minuti dall’intervento della Guardia Costiera, è stata effettuata da tre militanti (un italiano e due austriaci) e Lauren Southern, una “giornalista-attivista” canadese con un grosso seguito online e riconducibile all’universo dell’Alt-Right statunitense.

Quest’ultima – in un successivo video realizzato insieme al responsabile di GI Austria, Martin Sellner – ha spiegato che l’azione al porto di Catania era parte di una campagna più grande chiamata Defend Europe. “Molte persone competenti denunciano la collaborazione tra ONG e i trafficanti di uomini, che attirano persone in mare, verso l’Europa. Eppure nessuno fa nulla”, si legge sul sito. Per questo motivo la missione “consiste nel noleggiare una nave e bloccare gli scafisti. Abbiamo già bloccato una nave con poco e dimostrato che è possibile farlo, basta volerlo”. A tal fine è stato organizzato un crowdfunding su PayPal per l’affitto dell’imbarcazione e dell’equipaggio, che in poco tempo ha raccolto diverse decine di migliaia di euro.

In un’intervista all’Ansa Lorenzo Fiato, portavoce di GI Italia, ha precisato di non voler «causare problemi alle persone quando vengono portate nei porti» ma «rallentare, seguire, disturbare, bloccare le navi delle ONG alla partenza». Alle accuse di voler ostacolare i soccorsi in mare, ha replicato che «sarebbe vero se bloccassimo le navi al rientro dei porti, mentre noi impediamo alle navi di salpare»; se non ci fossero quelle organizzazioni «ad occuparsi dei flussi sarebbero le autorità libiche».

Lauren Southern ha invece dichiarato a BuzzFeed News che il gruppo avrebbe comprato «imbarcazioni più grandi» in grado di «fermare i motori di barche più piccole che partono verso la Libia». «Nei prossimi mesi – ha aggiunto – manderemo sempre più equipaggi [nel Mediterraneo] e credo che saremo in grado di fermare queste navi dall’uscire dai porti, queste ONG».

Dopo le proteste e le polemiche scoppiate sui social soprattutto in Francia, a giugno PayPal ha tolto a Generazione Identitaria la possibilità di utilizzare il servizio di crowdfunding. Clément Galant, responsabile del gruppo di Lione, ha spiegato che parte dei fondi è stata recuperata prima del blocco – senza specificare l’importo esatto – e il resto è stato «restituito ai donatori». Dall’altro lato anche la banca francese Crédit Mutuel ha chiuso il loro conto corrente. Generazione Identitaria ha commentato dicendo che evidentemente la missione aveva «toccato un nervo scoperto» e ha lanciato un nuovo crowdfunding sulla piattaforma WeSearchr grazie al quale sono stati raggiunti finora circa 165 mila euro da oltre 2000 donatori (anonimi). La campagna di raccolta fondi, comunque, ha ricevuto sostegno da un variegato universo di destra ed estrema destra. David Duke, ex del Ku Klux Klan, ad esempio ha rilanciato su Twitter il crowdfunding.

Il 26 giugno Defend Europe ha dichiarato di aver affittato una nave con i soldi raccolti e di essere pronta a partire. La nave è un’imbarcazione di 40 metri che si chiama C-Star e batte bandiera di Gibuti, noleggiata «a un prezzo di favore» e «offerta» da un «privato cittadino britannico di cui non posso dare informazioni», ha spiegato Lorenzo Fiato in un’intervista al Fatto Quotidiano. L’armatore sarebbe una società con sede a Cardiff, rappresentata dallo svedese Sven Tomas Egerstrom. Quest’ultimo avrebbe dichiarato di essere a conoscenza degli scopi per cui è stata noleggiata la nave.

«ll nostro obiettivo sarà quello di contattare la Guardia Costiera libica e il governo libico in modo da sviluppare una collaborazione e lavorare con loro al fine di fermare l’immigrazione massiva e il lavoro che le ONG stanno svolgendo in maniera criminale nel Mar Mediterraneo», ha spiegato in un video il portavoce di GI, specificando rispetto alle dichiarazioni precedenti – che facevano riferimento a un blocco delle ONG in uscita dai porti – in cosa consisterebbe la loro operazione. «Quello che faremo – ha aggiunto – sarà tracciare il percorso delle ONG, seguirle e intervenire nel momento in cui loro commetteranno atti criminali. Il nostro lavoro renderà il Mar Mediterraneo un posto più sicuro. Noi faremo in modo di salvare delle vite ogni qualvolta che riceveremo un segnale di SOS e dopo di che le riporteremo in Libia anche grazie al lavoro che svolgeremo con la Guardia Costiera Libica». Intervistato da Quartz, Fiato ha però affermato che a bordo non ci saranno medici.

Il 16 luglio Defend Europe ha annunciato che la C-Star è partita da Gibuti. Avrebbe dovuto attraversare il Mediterraneo, passando per il Canale di Suez, e arrivare a Catania intorno al 21 luglio per far salire a bordo l'equipaggio (sono previsti dodici attivisti provenienti da Italia, Francia, Austria e Germania e un equipaggio di professionisti stipendiati) e poi ripartire verso la Libia. L’operazione, però, ha subito diversi e ripetuti ritardi e ad oggi non è ancora arrivata nel porto della città siciliana.

Nel frattempo i primi esponenti di Generazione sono arrivati nella città etnea assieme a Lauren Southern e Brittany Pettibone, una vlogger vicina agli ambienti dell’Alt-Right americana; entrambe hanno prodotto una grossa quantità di materiale social e video attorno alla campagna. In città è spuntata anche una giornalista del Mail Online, Katie Hopkins, la cui presenza ha provocato polemiche da parte di associazioni antirazziste inglesi a causa delle posizioni decisamente estreme sull’immigrazione. Durante la permanenza a Catania gli attivisti di Defend Europe sono stati intervistati da diverse testate internazionali. In un video della BBC girato a Catania i primi di luglio Fiato ha dichiarato che i migranti «si riproducono come conigli» e «stanno sostituendo la popolazione».

Il 20 luglio, poco prima del programmato arrivo in Sicilia, la C-Star è stata fermata dalle autorità egiziane nel Canale di Suez – dove, in effetti, risultava immobile da diversi giorni consultando il sito Marine Traffic. Secondoquanto riferito a Hope Not Hate da un dipendente dell’autorità del Canale, il fermo sarebbe stato operato per «questioni di sicurezza dovute a mancanza di documenti». Effettivamente, al 18 luglio, alla Capitaneria di Porto di Catania non era arrivata «ancora nessuna richiesta di approdo della C-Star».

Generazione Identitaria ha emesso un comunicato per contrastare questa ricostruzione, parlando di «fake news» messe in giro da «ONG e piccoli gruppi specializzati nell’immigrazione clandestina»: secondo gli attivisti, infatti, si sarebbe trattato esclusivamente di “normali formalità” di controllo all’imbocco del Canale. «A causa di questa pressione enorme, abbiamo ulteriori costi rispetto a quelli che ci aspettavamo e facciamo affidamento sul vostro supporto ora più che mai», hanno detto alcuni esponenti in un video, nel quale hanno annunciato l’arrivo della nave per la settimana del 24 luglio.

Gruppi antirazzisti catanesi hanno scritto una lettera aperta alle autorità nazionali e locali per chiedere di impedire alla nave di attraccare al porto e organizzato una manifestazione di protesta contro «un'operazione razzista alimentata da una propaganda falsa e tendenziosa, che non possiamo avallare con alcun tipo di supporto logistico o silenzio istituzionale». Anche il sindaco di Catania, Enzo Bianco, si è poi espresso sulla missione che «sembra avere l’unico scopo di alimentare conflitti da parte di chi ha interesse a spargere benzina sul fuoco. Su quel natante ci sono persone non gradite e non mancherò di chiedere alle Autorità di pubblica sicurezza di impedire per ragioni di ordine pubblico l’attracco nel nostro porto. Lo considero molto pericoloso».

La C-Star si è poi fermata di nuovo, stavolta a Cipro – con una deviazione rispetto alla rotta per Catania. Nel frattempo Lauren Southern ha dichiarato a BuzzFeed che gli attivisti di Defend Europe temono per la loro sicurezza, un rischio «creato dai media» che «potrebbero davvero far ammazzare un gruppo di ventenni».

Nel pomeriggio di mercoledì 26 luglio un’agenzia di stampa di Cipro ha riportato che la C-Star è stata fermata dalle autorità: l’equipaggio è stato evacuato al porto di Famagosta, nella zona turca dell’isola, e capitano e vice sono stati arrestati.

Secondo quanto riportato dal Fatto Quotidiano, “Faika Deniz Pasha, avvocato della Refugees Rights Association, unica organizzazione che si occupa dei migranti a Cipro Nord, i nove componenti europei dell’equipaggio sono stati arrestati in mattinata con l’accusa di aver contraffatto i documenti di venti cittadini cingalesi che erano a bordo con loro; cinque di questi, una volta a terra, avrebbero richiesto tutela internazionale e riferito alle autorità turco-cipriote di aver pagato per salire sulla nave”. I venti uomini dello Sri Lanka erano stati presentati ufficialmente come marinai in addestramento. I documenti forniti dall’equipaggio, però, secondo quanto scritto anche dal Guardian, si sarebbero rivelati essere falsi.

Defend Europe ha respinto anche questa ricostruzione dei fatti. Martin Sellner ha detto a BuzzFeed News che è la stessa cosa successa al Canale di Suez, dichiarando – senza spiegare ulteriormente – che si tratta di «false accuse che portano a repressione nei nostri confronti. La compagnia andrà in tribunale contro questo». Un comunicato della campagna spiega, inoltre, che lo stop sarebbe stato causato da una precisa manovra delle ONG, «pronte a qualsiasi cosa al fine di non permetterci di far luce sulla situazione nel Mediterraneo».

Nel pomeriggio di giovedì 27 luglio, la C-Star però ha ripreso a muoversi, ed è ripartita da Cipro. Secondo quanto riportato da Repubblica, il comandante, il proprietario e gli altri sette membri europei dell'equipaggio sono stati "rilasciati per insufficienza di prove".

Il 29 luglio movimenti e attivisti anti-razzisti catanesi hanno organizzato una manifestazione in mare contro l'approdo della C-Star. Il giorno dopo, con un video, i militanti di Generazione Identitaria hanno comunicato che la nave se n'era già andata e non sarebbe più approdata nel porto etneo. Lorenzo Fiato ha dichiarato che la missione avrebbe ricevuto «pressioni politiche» anche dal governo italiano che avrebbe «fatto di tutto per fermarli». Dall'altro lato, gli attivisti sarebbero stati «seguiti dalla polizia» per tutto il tempo. Per questo motivo, ha aggiunto Fiato, «abbiamo deciso che Catania non era più un porto sicuro». In un altro video caricato su Youtube, Lauren Southern e Brittany Pettibone hanno spiegato che i militanti di Generazione Identitaria hanno lasciato la Sicilia e raggiunto Cipro in aereo per imbarcarsi sulla C-Star.

Cosa può davvero fare l’operazione Defend Europe?

Nel caso riuscisse ad arrivare al largo delle acque territoriali libiche, l’intento concreto di Generazione Identitaria una volta in mare non è chiarissimo. Come fa notare Joe Mulhall, senior researcher del sito dell’organizzazione antirazzista Hope Not Hate, nei mesi scorsi gli attivisti di Generazione Identitaria hanno ripetuto più volte «che avrebbero bloccato le navi delle ONG. Sono stati piuttosto chiari su questo punto». Successivamente hanno cambiato versione «man mano che la stampa si è interessata a loro, e adesso dicono che monitoreranno le ONG» al largo delle coste libiche. Sul sito della missione e in dichiarazioni più recenti di attivisti di Defend Europe, inoltre, viene precisato che nel caso incontrassero barconi in difficoltà i migranti saranno tratti salvo.

L’avvocato Francesco Del Freo, esperto di Diritto del mare, ha spiegato a Valigia Blu che «effettuare o meno un soccorso non è una cosa discrezionale. Lo sancisce come obbligo sia il codice della navigazione, che le Convenzioni internazionali, partendo dalla più importante, la Convenzione ONU di Montego Bay del 1982 (conosciuta anche come UNCLOS), o la Convenzione internazionale per la salvaguardia della vita umana in mare, nota come SOLAS». Quest’ultima, aggiunge il legale, «fornisce degli obblighi anche di carattere consuetudinario per il quale il comandante della nave deve soccorrere il naufrago e mettere in piedi tutte le operazioni di Search and Rescue (SAR -  ricerca e salvataggio)».

Gianmarco Concas, ex ufficiale di marina e responsabile tecnico di Defend Europe, ha spiegato in un’intervista a Libero del 16 luglio che il diritto del mare sarà rispettato, per questo motivo effettueranno salvataggi di barche in pericolo, «ma chi viene soccorso deve essere portato nel porto più vicino, quindi in Libia o in Tunisia». Più volte, infatti, i militanti hanno ribadito di non voler sbarcare nessun migrante in Italia. Martin Sellner di Generazione Identitaria Austria aveva detto a BuzzFeed News che il piano sarebbe stato prendere le persone salvate a bordo e portarle nel porto tunisino di Sfax: «Se sono davvero in pericolo, perché dovrebbero protestare se li portiamo nel porto sicuro più vicino?».

L’avvocato Del Freo ha precisato che il concetto di porto sicuro «è regolato da un articolo della Convenzione SAR, e poi specificato ulteriormente da una circolare dell’International Maritime Organization (IMO, agenzia dell'ONU per la cooperazione marittima tra i paesi membri e la sicurezza della navigazione) che dice che il porto sicuro è dove vengono garantite le primarie necessità umane. Se la nave C-Star si trova in acque internazionali, intercetta un naufrago e lo salva, poi lo deve sbarcare per legge nel porto più vicino e sicuro».

Lo scorso 3 maggio – durante un’audizione al Comitato Schengen della Camera dei deputati – il contrammiraglio Nicola Carlone, del Corpo delle Capitanerie di Porto-Guardia Costiera italiana, aveva spiegato che la Libia ha ratificato la Convenzione SAR del 1979, ma fino ad oggi non ha dichiarato una propria area SAR di responsabilità, «né ha costituito una propria organizzazione SAR secondo i criteri fissati dalle norme internazionali». Anche la Tunisia ha ratificato la Convenzione, ma non ha provveduto «a dichiarare formalmente quale sia la loro specifica area di responsabilità SAR, per la quale si impegnano ad assicurare un'organizzazione in grado di garantire efficienti servizi». Carlone aveva a tal proposito ricordato che poco tempo fa per due volte Tunisi aveva rifiutato lo sbarco di migranti sul proprio territorio, dopo che l’MRCC (Italian Maritime Rescue Coordination Centre) di Roma ne aveva chiesto l’autorizzazione. A differenza dell’Italia, che ha una centrale operativa, «la Libia non ce l’ha. E non avendo né la Libia, né Malta un vero MRCC, non rimane che portarli nel porto più sicuro, che è l’Italia e nello specifico Catania o quello indicato dal Ministero degli Interni italiano», ha aggiunto Del Freo.

Quanto al riportarli indietro di concerto con la Guardia Costiera libica (punto su cui GI insiste molto) per l’avvocato sarebbe un’eventualità praticabile nel momento in cui ci fosse un accordo specifico – anche se attualmente esistono almeno due Guardie costiere nel paese nordafricano. In ogni caso, vanno valutate anche le circostanze concrete: «Se un naufragio avviene alle nove di mattina è un conto, alle tre di notte con mare forza sette non so chi possono trovare. Di solito si dice che ‘chi sta in mare naviga, chi è a terra giudica’. Si possono fare tutti i ragionamenti che vuoi, ma poi quando sei lì è diverso». «Al momento – continua l’avvocato – il porto sicuro non è quello libico. Quindi se vengono riportati lì potrebbe esserci una sanzione, che però potrà dire solo l’IMO». Del Freo ha poi precisato che «riportarli indietro, comunque, non è una cosa che si può fare in maniera spontanea. Anzi, di spontaneo non si può fare granché vicino le coste. La C-Star non può andare nelle acque libiche a meno che non ci sia un naufragio. A parte quell’ipotesi, il passaggio deve essere per legge inoffensivo, cioè continuo e rapido».

Secondo quanto spiegato a Valigia Blu da Fabio Caffio, ex ufficiale della Marina militare ed esperto di diritto internazionale marittimo, le attività che vuole svolgere Defend Europe «non sono chiarissime. Certo è che se la C-Star opererà in acque libiche, sarà sottoposta alla sovranità di Tripoli nel senso che dovrà conformarsi – in applicazione dei principi del Diritto del Mare – alle prescrizioni delle autorità locali. Se viceversa intenderà operare in acque internazionali dovrà applicare la regolamentazione del soccorso in mare operando sotto il coordinamento della competente autorità SAR». In sostanza, quindi, seguire le indicazioni dell’MRCC di Roma. Nel caso non lo facesse, potrebbe incorrere in sanzioni dell’IMO, «ma comunque deve portare i naufraghi da qualche altra parte, altrimenti diventa un reato più grosso, come il sequestro», ha precisato Del Freo.

Secondo l’avvocato quella della C-Star «alla fine sarà più un’operazione simbolica di osservazione. In concreto, a parte essere chiamati a salvare vite, possono fare poco al di là dell’osservare». Altri esperti, come l’avvocato specializzato in diritti dei migranti Fulvio Vassallo Paleologo, invece, sono preoccupati che la presenza in mare della nave C-Star possa comunque costituire un intralcio per operazioni delicate come i salvataggi.

“Generazione Identitaria” e la risonanza sui media

Nelle ultime settimane si sono occupati della campagna Defend Europe diverse testate internazionali tra cui Guardian,BBC,Al Jazeera,Vice News US,Quartz,New York Times, facendo guadagnare a Generazione Identitaria una grossa risonanza sui media – risonanza che, del resto, è cercata dallo stesso gruppo.

Come si legge in un articolo pubblicato nel 2013 su Mediapart, dal momento che i numeri dei militanti identitari non sono molto alti, “la comunicazione è molto elaborata. Per farsi conoscere, vengono privilegiate azioni […] con un forte potenziale mediatico. «Ci ispiriamo ai metodi di Greenpeace. Funziona abbastanza bene. Cominciamo a farci conoscere», si compiace il leader de Génération identitaire della Piccardia”. La strategia di comunicazione, prosegue Mediapart, “è basata sull’happening”, l’azione estemporanea.

Defend Europe – già dal lancio a maggio al porto di Catania –, gli striscioni rotolati dalla porta di Brandeburgo o dal tetto della moschea di Poitiers, si inseriscono perfettamente nel “metodo Greenpeace”. Le azioni, peraltro, sono sempre accompagnate da video molto curati che documentano gli sforzi, i pericoli superati e celebrano i risultati ottenuti.

Come ha ricostruito Vox, la maggior parte delle proteste “sono condotte in un modo tale da essere immediatamente e facilmente disseminate online” e per questo “i social media giocano un ruolo cruciale nel movimento Identitario”. La presenza di Lauren Southern risponde esattamente a questo scopo. “Tutto questo uso dei social media – prosegue l’articolo – ha un impatto: la sua portata ingrandisce quello che in realtà è un gruppo molto piccolo”. Allo stesso modo, “anche i media mainstream sono visti come un’opportunità per far circolare il loro messaggio. Questo fa sì che scrivere su di loro diventi molto complicato”. Caterina Froio, ricercatrice dell’Università di Oxford, ha detto al sito americano che «gli Identitari hanno da tempo creato delle proteste pensate per attirare l’attenzione dei media». A questo proposito, secondo Bernhard Weidinger, ricercatore al Documentation Center for Austrian Resistance, «i media mainstream hanno gonfiato questo fenomeno oltre le sue reali proporzioni». Una delle novità dei movimenti come GI è che «hanno una media policy che è “Parleremo con chiunque, in qualunque momento. E mostreremo le nostre facce e daremo i nostri nomi”», ha aggiunto lo studioso.

Il sito francese antifascista LaHorde ritiene che il successo mediatico delle operazioni di Génération Identitaire sia il frutto di “un sapiente mix tra provocazione e manipolazione dei fatti, con un solo obiettivo: far parlare di loro”. Questa strategia è stata messa a punto negli anni 2000, con la distribuzione della “zuppa identitaria” a base di maiale alle mense dei poveri. In un articolo di Liberation dedicato a una di queste iniziative, Guillaume Luyt, vicepresidente del Bloc Identitaire, spiegava che i militanti stavano «facendo questo per aiutare le persone. Ma siamo attivisti politici e lo scopo è anche quello di far parlare di noi».  In quelle occasioni, si legge su LaHorde, “qualche dozzina di pasti sono stati sicuramente serviti, e non per aiutare le persone in difficoltà: ma per permettere agli identitari parigini di ‘fare scena’ e di attirare i media in cerca di scandali”.

Una delle azioni più rappresentative di questo modo di agire è stata condotta nel 2010, anno in cui si era diffusa in Francia la moda di organizzare “aperitivi giganti” all’aperto via Facebook. A causa dell’elevato numero dei partecipanti, però, l’amministrazione aveva deciso di vietare questi eventi. Cercando di inserirsi in questo fenomeno, gli identitari avevano creato il profilo di una presunta abitante del 18esimo arrondissement (quartiere) di Parigi, una tale Sylvie François. A dire di quest’ultima, la zona di Goutte d’or sarebbe stata preda di una «islamizzazione sempre più ostentata». Per contrastarla era stato dunque creata una pagina su Facebook (che in poco tempo ha raggiunto 3500 iscritti) e lanciato un aperitivo a base di salame e vino per il 18 giugno 2010. Tuttavia, nessuno nel quartiere aveva mai visto questa Sylvie e infatti l’iniziativa era un’idea del Bloc Identitaire, che aveva anche chiesto le autorizzazioni alla prefettura. Come spiega LaHorde, il fine non era tanto quello di fare effettivamente l’aperitivo, quanto di farselo annullare e quindi “beneficiare della copertura mediatica”. Alla fine, la prefettura aveva vietato il raduno per ragioni di ordine pubblico e il Bloc Identitaire aveva revocato l’aperitivo e contestualmente organizzato un altro evento nei pressi degli Champs-Elysées, sfruttando la visibilità ottenuta. Ad avviso del sito francese, lo schema – su scala maggiore – potrebbe essere ripetuto con Defend Europe.

Anche i ricercatori di Hope Not Hate si sono espressi sul rischio che i media mainstream fungano sostanzialmente da megafono per il gruppo: “È certamente positivo che emittenti di primo piano come la BBC o ITV si stiano occupando di questo argomento importante, ma è fondamentale che non consegnino a Defend Europe un lasciapassare per dipingersi come mainstream e rispettabili quando sono tutt’altro”. Il pericolo, prosegue il post, è che “se non combattuta, Defend Europe possa rivelarsi un ‘colpo propagandistico’ per il movimento Identitario di estrema destra, che potrebbe usare questa missione per raccogliere fondi ed espandersi”.

In un reportage del New York Times, Lorenzo Fiato si è lamentato di dover avere a che fare ogni giorno con «orde di giornalisti» e di ricevere continue richieste da parte della stampa. Alla frustrazione del portavoce di Generazione Identitaria, Lara Montaperto, un’altra attivista, ha però risposto: «Abbiamo capito che i media ci sono utili, ci danno visibilità».

Segnala un errore
LINEE GUIDA AI COMMENTI

Data retention: la Corte Ue blocca l’accordo col Canada su raccolta dati dei viaggiatori in aereo

[Tempo di lettura stimato: 4 minuti]

Il 26 luglio la Corte di Giustizia dell'Unione europea è tornata sull'annoso problema della data retention, pronunciandosi sull’accordo tra Unione europea e Canada relativo alla raccolta dei dati dei codici di prenotazione dei viaggiatori aerei (Passengers name records, PNR) e sulla loro condivisione. I PNR, occorre ricordarlo, sono riconosciuti tra le categorie più sensibili di informazioni personali, potendo contenere dati sulle condizioni mediche, le disabilità, i mezzi di pagamento, l’indirizzo, i contatti di emergenze, l’indirizzo IP (se si prenota online), e così via.

Abbiamo già spiegato in un altro articolo che la Direttiva PNR, approvata nell'aprile del 2016, è una normativa che obbliga le compagnie aeree a raccogliere e condividere con le autorità i dati dei passeggeri dei voli da paesi terzi verso la UE e viceversa (uno Stato membro può però estendere la medesima normativa anche ai voli intra-UE, previa notifica alla Commissione). La direttiva consente alle autorità di “valutare” i passeggeri in base ai dati raccolti. I dati sono conservati per un periodo di 5 anni, ma trascorsi 6 mesi alcuni di questi devono essere anonimizzati per mascheratura. Dopo i 6 mesi è consentito accedere ai PNR integrali solo tramite ordine di un magistrato.

In verità, già prima le compagnie aeree raccoglievano i dati dei passeggeri (anche a fini commerciali), ma con la direttiva PNR la raccolta va ben oltre quanto avveniva precedentemente, con un aumento della quantità di dati raccolti. Perché? Perché se lo strumento (la sorveglianza) deve essere applicato a un numero sempre maggiore di problemi, senza sapere esattamente quali eventi futuri dovrai affrontare, la soluzione migliore è raccogliere tutti i dati, poi si vedrà quali servono.

Anche prima della PNR l’Europa aveva accordi di trasferimento dati PNR con Australia, Stati Uniti e Canada. In pratica la schedatura riguarda Usa ed Europa, e non paesi come il Pakistan, la Turchia, l’Africa. L’accordo con il Canada è stato inviato alla Corte europea per una analisi preliminare.

Con il parere del 26 luglio (qui il comunicato della Commissione) la Corte blocca l’accordo col Canada, ritenendolo nella sua attuale forma incompatibile con la normativa europea. Per la terza volta (la prima volta nel 2014, invalidando la Direttiva Data Retention, la seconda nel 2016, sulla snooper charter britannica) la CGUE stabilisce che la raccolta e conservazione indiscriminata di dati (quindi, la profilazione) di individui è illegale nell'Unione europea.

I dati PNR sono dipinti come potenzialmente utili per scopi definiti vagamente come prevenzione, indagini e repressione del terrorismo e reati gravi. La Corte evidenzia che il trasferimento di dati sensibili (razza, etnia, opinioni politiche, religiose, salute, sesso, ecc) al Canada non appare giustificato sufficientemente. E non risultano criteri adeguati per regolamentare l’uso dei dati nel territorio canadese, e quindi evitare possibili abusi, suggerendo che il trasferimento sia subordinato all’ordine di un magistrato o di un ente indipendente, tranne i casi di urgenza.

In conclusione, secondo la Corte la condivisione dei dati tra UE e Canada non rispetta i criteri di “necessità e proporzionalità” essenziali per una restrizione del diritto fondamentale dei cittadini alla tutela dei dati personali.

Secondo la Corte europea perché l'accordo sia compatibile con le norme dell'Unione occorre:

  • Stabilire in maniera precisa i dati trasferibili.
  • Fissare criteri specifici, affidabili e non discriminatori per il trattamento automatizzato dei dati.
  • Prevedere che i dati utilizzati dal Canada siano limitati alla prevenzione e repressione del terrorismo e gravi reati.
  • Prevedere che le autorità canadesi possano trasferire dati a terzi Stati solo in presenza di specifico accordo del terzo con l’Unione europea.
  • Prevedere un diritto di avviso per i passeggeri in caso di utilizzo dei loro PNR durante il soggiorno nel Canada, dopo la partenza e nel caso di trasferimento a terzi.
  • Garantire una supervisione da parte di un’autorità indipendente.
  •  

    A seguito della sentenza potrebbero essere rivisti anche gli esistenti accordi con gli Usa e l’Australia. L’accordo con gli Stati Uniti, che prevede un termine di conservazione dei dati PNR di 15 anni, non nasce tanto per consentire alle autorità europee di accedere ai dati (i PNR sono per lo più detenuti da aziende situate negli Usa), quanto piuttosto dall'esigenza di sanare la violazione delle norme europee a seguito dell’invio dei dati all’NSA. Negli Usa i PNR sono utilizzati per la schedatura dei cittadini da parte dell’NSA e del DHS (Dipartimento Homeland Security), assegnando una categoria (alto, medio, basso rischio e rischio sconosciuto) in base ad una analisi algoritmica (Automated Targeting System) al fine di scovare comportamenti devianti. I soggetti ad alto rischio subiscono controlli invasivi, o addirittura si vedono negare l’imbarco senza alcuna giustificazione. Il Dipartimento dei trasporti, infatti, è soggetto costantemente a richieste di risarcimento danni per i controlli eccessivi.

    Quella della Corte europea è un parere fondamentale, specialmente in un momento storico nel quale vari paesi europei stanno spingendo per l’approvazione di norme tese unicamente all'estensione della profilazione dei cittadini. Oggi la sorveglianza non ha più nulla a che fare con la prevenzione o repressione dei reati, gravi o no, quanto piuttosto è un’operazione estesa di data mining ai fini di profilare la popolazione per individuare statisticamente un soggetto che potrebbe essere più “predisposto” a commettere reati in futuro (pre-crimine, vedi anche Paura, controllo, sorveglianza digitale: benvenuti nell’era della società pre-crimine). Non si tratta di scovare i terroristi, quanto piuttosto di etichettare statisticamente (nella direttiva di parla di “valutazione”) gli individui in base a meri algoritmi. Il risvolto complementare è la criminalizzazione dei comportamenti antisociali, dagli espropriati ai senzatetto, dai migranti agli extracomunitari, dai predatori sessuali ai drogati, agli agitatori, fino ai giovani indisciplinati e gli studenti che manifestano nelle piazze.

    La pericolosità di tali forme di schedatura sta nel fatto che gli algoritmi sono scatole nere, black box (F. Pasquale, The black box society), delle quali non conosciamo il funzionamento e quindi non possiamo questionare i risultati. Ci dobbiamo fidare e basta. Il controllo, la verifica, la valutazione è basata sull’utilizzo indiscriminato di tecnologie senza preoccuparsi troppo dei rischi connessi. Il fascino della sorveglianza digitale è enorme, un controllo in real time che dà ai governanti la sensazione (e ai cittadini l’illusione) di una risposta immediata. Merce spendibile in campagna elettorale.

    Un’ultima considerazione. Appare decisamente strano che nell'epoca in cui si spinge enormemente sull'estensione del diritto all’oblio (anche in Italia ogni tanto rispuntano norme che vogliono assegnare al Garante Privacy il potere di obbligare i provider a cancellare contenuti), le autorità statali si riservano il diritto di non dimenticare più nulla, raccogliendo sempre più dati dei cittadini, e conservandoli per periodi sempre più lunghi. In Italia è proprio di questi giorni una proposta normativa che estende la data retention addirittura a 6 anni.

    Foto anteprima via anyaberkut/Fotolia

    Segnala un errore
    LINEE GUIDA AI COMMENTI

    Educazione civica digitale: l’importanza del buon esempio

    [Tempo di lettura stimato: 4 minuti]

    di Giovanni Ziccardi, professore di Informatica Giuridica presso l’Università degli Studi di Milano

    Nei giorni scorsi si è discusso molto di “educazione civica digitale”, soprattutto in vista di una sua introduzione come materia obbligatoria, in maniera sistematica, nelle scuole medie e superiori e all’interno di programmi governativi di riforma della (buona) scuola e della didattica. Si tratta, in linea di principio, di un’ottima idea. L’affidamento di smartphone e di tablet, in Italia, ai bambini già a partire dai sette anni di età, e l’aumento degli episodi di bullismo (anche femminile), di stalking tra adolescenti e di diffusione di linguaggio d’odio, hanno reso evidente la necessità che vi sia, appunto, una sorta di “educazione civica” di base che suggerisca il buon uso dei dispositivi.

    Leggi anche >> Perché dobbiamo insegnare ai bambini come stare online

    Ci sono, però, alcune questioni preliminari – in ambito didattico si definirebbero “propedeutiche” – che hanno negli anni passati reso molto fragile la base, e che sono in grado di far sì che tutto questo lavoro si riveli inutile, se non dannoso.

    Il primo problema, che dovrebbe essere chiaro a tutti, è che i percorsi educativi, com’è noto, sono sensibilmente condizionati dagli esempi. Se i tuoi genitori, la tua famiglia, i tuoi amici e compagni di classe, fino al mondo della politica e dei grandi media, offrono un esempio sbagliato nell’uso delle tecnologie digitali e del linguaggio sotteso, allora questo fattore renderà nullo tutto il lavoro educativo, poiché ne minerà la credibilità. Ma non solo: l’uso delle tecnologie, dei computer, dei software è ancora più condizionato dagli esempi, come sa bene chi ha utilizzato le prime tecnologie arrivate in Italia. S’impara guardando gli altri, non leggendo i manuali delle istruzioni, con un “passaparola visivo” che è sempre stato alla base dell’apprendimento tecnologico.

    Facciamo qualche esempio molto semplice, e che non richieda particolari competenze pedagogiche o didattiche. Se un ragazzo osserva ogni giorno il genitore utilizzare il telefonino a tavola, mentre si pranza, sarà portato a farlo anche lui. Anche se gli/le viene detto il contrario. Se un ragazzo vede un genitore usare determinati toni online, sarà portato a usarli anche lui. Proprio come se ascoltasse il papà offendere l’arbitro o i tifosi avversari allo stadio. Se uno studente vedrà l’insegnante utilizzare il cellulare in classe per scambiare messaggi, non crederà a eventuali indicazioni contrarie che dovrebbero riguardare “solo” e soltanto lui e il suo pericolo di distrazione. In sintesi: si potranno impartire tutte le lezioni di educazione civica digitale che si vorrà, ma non saranno nemmeno lontanamente comparabili, come “potenza di convinzione”, a ciò che il ragazzo apprende in quello che ritiene essere il suo esempio, la sua “autorità quotidiana”.

    Leggi anche >> Fake news, disinformazione, cattivo giornalismo. Imparare a informarsi sin da piccoli

    Saliamo un po’ di livello, e usciamo dal nucleo familiare e scolastico. Gran parte dei media odierni, e degli esponenti politici, costituiscono un esempio importante nell’uso delle tecnologie anche per gli adolescenti. E, in molti casi, sono un esempio estremamente negativo: si pensi a chi mette alla gogna pubblicamente qualcun altro, a chi offende sistematicamente via Twitter, a chi dileggia, discrimina o usa un certo tipo di linguaggio. Questo tipo di fenomeno ha un’influenza molto più forte di qualsiasi educazione civica digitale. Se un ragazzo vede che nelle trasmissioni televisive sono invitati soltanto soggetti che offendono e urlano, se si rende conto che i video più cliccati sui siti web delle grandi testate sono quelli dove si mostrano sangue, incidenti e morti, se capisce che “sparare” frasi e toni porta consenso, come fanno molti politici e molti quotidiani e siti, allora si comporterà così anche lui. E perché non dovrebbe farlo? Perché l’adolescente dovrebbe essere l’unico, in questo quadro, a usare toni pacati o a utilizzare le tecnologie in maniera “educata”?

    Detto in altre parole: se è marcio il sistema nel suo nucleo, ossia se la crisi riguarda oggi l’educazione in sé, l’educazione civica “digitale” si porterà dietro vulnerabilità e difetti congeniti che annulleranno la sua forza. E non servirà a nulla. O, meglio, non riuscirà mai ad avere la stessa forza degli esempi che oggi ci circondano. Se manca l’educazione offline, non si potrà pensare di averla solo online, così come se manca la legalità offline, la legalità stessa non apparirà miracolosamente online.

    Si perdoni il momento ironico: quando sono andato a leggere gli annunci di queste campagne di educazione civica digitale, li ho trovati pubblicati, nei siti più importanti, a fianco di video che mostravano un surfista azzannato e ucciso da uno squalo, due ragazze che in diretta riprendono il loro incidente mortale in macchina e una sposa che, mentre si reca alla sua cerimonia in elicottero, si schianta a terra e muore. Ecco, contro il video di una sposa che si schianta in elicottero, pubblicato in prima pagina, e che diventa in pochi minuti il video più visto (e più redditizio) della testata, non ci sono ore, e anni, di educazione civica digitale che possano competere.

    Questo per suggerire, in maniera molto sommessa ma ferma, che forse le classi degli adolescenti sono le ultime che dovrebbero essere “formate” con lezioni di educazione civica digitale. Servirebbe, prima, un’educazione civica (digitale) del nucleo, ossia di quei politici, giornalisti, famiglie e insegnanti che oggi come non mai dovrebbero essere dei punti di riferimento e, in generale, una rinnovata educazione in chi ha “influenza” reale nella vita dei ragazzi. Di chi dovrebbe essere d’esempio, insomma, ma che oggi è un esempio sbagliato.

    Segnala un errore
    LINEE GUIDA AI COMMENTI

    Charlie Gard: i genitori si fermano. Nessun trattamento può salvare il figlio

    [Tempo di lettura stimato: 12 minuti]

    I genitori di Charlie Gard hanno rinunciato alla loro battaglia legale e deciso di ritirare la richiesta presentata all’Alta Corte di Londra di trasferire loro figlio negli Stati Uniti per tentare una terapia sperimentale. Si chiude così una vicenda molto complessa dal punto di vista medico, etico e giuridico durata quasi dieci mesi, che aveva visto l’ospedale pediatrico di Londra Great Ormond Street Hospital (dove Charlie era in cura da ottobre) non riuscire ad accordarsi con Connie Yates e Chris Gard per interrompere le terapie, spegnere le macchine che tengono in vita il bambino e avviare le cure palliative del dolore. I coniugi Gard avrebbero voluto tentare la terapia nucleosidica negli Stati Uniti, mentre per i medici del Great Ormond Street Hospital (GOSH) ogni tentativo di cura si configurava come accanimento terapeutico.

    Charlie Gard's parents end their legal fight

    "We are so sorry we couldn't save you. Sweet dreams baby, sleep tight."Charlie Gard's parents end their legal fight over treatment for their terminally-ill baby.Read more: http://bbc.in/2tTnQk4

    Pubblicato da BBC News su Lunedì 24 luglio 2017

     

    La decisione è arrivata dopo che il neurologo Michio Hirano, lo specialista statunitense contattato dai coniugi Gard, ha comunicato loro che – come mostravano le immagini della risonanza magnetica del cervello da lui visionate in un sopralluogo a Londra la scorsa settimana – le condizioni del bambino erano peggiorate a tal punto da rendere inutile il ricorso alla terapia nucleosidica. «È un caso degno di una tragedia greca. La coppia ha ritenuto che continuare sarebbe stato deleterio per il bambino. Charlie ha aspettato pazientemente un trattamento. A causa dei ritardi, quella finestra di opportunità è andata perduta», ha raccontato l’avvocato di famiglia, Grant Armstrong. «Volevamo dargli solo una speranza di vita. Charlie non ha speranze per il deterioramento dei suoi muscoli. È stato perso troppo tempo», ha aggiunto Connie Yates, la madre di Charlie, in una lunga lettera, sostenendo che in questa vicenda hanno perso tutti.

    Non dello stesso avviso l’ospedale pediatrico londinese che, nel gennaio scorso, si era dimostrato disponibile a prendere in considerazione l’idea di sperimentare la terapia nucleosidica proposta da Hirano prima che le condizioni del bambino peggiorassero in pochissimi giorni. "Man mano che le settimane passavano, gli effetti inarrestabili della sindrome di cui soffriva Charlie sono diventati sempre più evidenti”, si legge in un comunicato del Great Street Ormond Hospital. L’ospedale dice di aver condiviso le speranze dei coniugi Gard quando il dottor Hirano, durante l’udienza, ha sostenuto di avere nuove prove dell’efficacia della terapia nucleosidica, ma poi ha appreso con “sorpresa e delusione”, durante l’udienza all’Alta Corte, che il neurologo americano non aveva guardato le scansioni del cervello del bambino fatte a giugno né letto le note mediche, altri pareri esperti o la precedente sentenza della Corte. Inoltre, i medici del Great Ormond erano rimasti preoccupati quando, in veste di testimone, Hirano aveva ammesso di avere interessi economici in alcuni composti nucleosidici che aveva proposto di prescrivere a Charlie. Hirano ha successivamente negato di avere interessi finanziari rispetto alla terapia sperimentale proposta per le condizioni del bambino.

    Il professore Julian Savulescu, esperto di etica indipendente dell'Università di Oxford, ha detto al Guardian che l'ospedale deve essere messo nelle condizioni di rendere pubbliche le cartelle cliniche per poter dare a tutti gli elementi per sapere con certezza come stavano i fatti.

    Leggi anche >> La storia di Charlie Gard e la decisione dei medici e dei giudici di sospendere le cure

    La sentenza del giudice Nicholas Justice Francis, che ha presieduto l’udienza e che si era pronunciato per la sospensione delle terapie e l’avvio delle cure palliative del dolore già l’11 aprile scorso, inizialmente attesa per il 28 luglio, ha confermato quando già deciso ad aprile. In apertura di dibattimento il giudice aveva chiesto nuove evidenze che dimostrassero l’efficacia del trattamento sperimentale nei confronti di Charlie:

    Devo decidere questo caso non sulla base di tweet, non in base a quanto detto dalla stampa o alla stampa, aveva detto il giudice Justice Francis in apertura di dibattimento

    Durante l’udienza, l’avvocato della famiglia Gard, Grant Armstrong, aveva sollevato perplessità sulla serenità di giudizio da parte del giudice — che ad aprile aveva autorizzato i medici del Great Ormond Street Hospital a sospendere le terapie nei confronti di Charlie Gard — chiedendo che ci fosse un altro giudice a valutare le nuove prove. Ma Francis ha risposto che ogni sua decisione è stata presa basandosi su fatti: “Ho fatto il mio lavoro e continuerò a farlo. Se arriveranno nuove prove che dimostreranno di poter cambiare la situazione… sarò il primo a prenderle in considerazione”.

    Il giudice ha reso omaggio ai genitori di Charlie e detto che nessuno era nelle condizioni per poter comprendere il loro travaglio e nessun genitore avrebbe potuto fare di più.

    Katie Gollop, l'avvocato che rappresenta il Great Ormond Street Hospital, ha detto che i cuori di ogni persona all'ospedale «sono rivolti a Charlie, sua madre e il padre». Venerdì scorso, la presidente dell’ospedale pediatrico, Mary MacLeod, in un comunicato ufficiale aveva affermato che diversi medici e infermieri erano stati fermati per strada e ricevuto migliaia di messaggi minacciosi, anche di morte. I genitori di Charlie erano intervenuti per invitare le persone a non inviare minacce, sottolineando come tutto lo staff del GOSH fosse stato eccezionale nella cura del bambino.

    Come si è arrivati alla decisione dei genitori di Charlie?
    Perché una nuova udienza all’Alta Corte?
    Di cosa soffre Charlie Gard?
    Il trattamento sperimentale che i genitori volevano provare
    Gli effetti del trattamento
    La versione dei genitori
    Perché ci si è rivolti alla Corte?

    Come si è arrivati alla decisione dei genitori di Charlie?

    La decisione è stata presa dopo la riunione multidisciplinare del 17 luglio alla quale hanno partecipato i medici del Grand Ormond Street Hospital e il neurologo statunitense Michia Hirano, che interrogato durante l’udienza all’Alta Corte di Londra dello scorso 14 luglio, aveva dichiarato che con la terapia nucleosodica da lui proposta c’era almeno il 10% di possibilità di migliorare in modo significativo le condizioni di vita di Charlie Gard.

    L’organizzazione dell’incontro multidisciplinare, presieduto da un medico esterno alle parti in causa e alla presenza dei genitori di Charlie, era stata voluta dal giudice Francis per poter arrivare a prendere una decisione condivisa in un caso che si era rivelato molto divisivo. All’incontro non avrebbero dovuto partecipare gli avvocati. Il medico chiamato a gestire la riunione avrebbe preso nota di tutti gli esami e di tutti i discorsi affrontati per poi girarli al giudice.

    Dopo esser volato dagli Stati Uniti per visitare personalmente il bambino per la prima volta e aver valutato gli esiti delle risonanze magnetiche e delle scansioni del cervello, Hirano è arrivato alla conclusione che la terapia nucleosidica non poteva avere alcun effetto. Il neurologo americano era già stato sentito dal giudice Francis ad aprile, in occasione della prima udienza dell'Alta Corte di Londra. Pur non avendolo potuto visitare di persona, Hirano diceva che, in base all'elettroencefalogramma, le condizioni di Charlie Gard erano molto critiche e che la terapia non avrebbe avuto effetti sulle condizioni cerebrali del bambino, i cui danni erano irreversibili, convergendo sulle posizioni del Great Ormond Street Hospital:

    È molto difficile per me non avendolo potuto visitare, essendo dall'altra parte dell'Atlantico e avendo potuto consultare poche informazioni. Posso però capire quanto le sue condizioni siano critiche. Il suo EEG è molto grave. Ritengo che Charlie sia nella fase terminale della sua malattia. Riconosco la vostra posizione. Vorrei solo offrire quello che possiamo. È improbabile che funzioni, ma l'alternativa è che il bambino muoia.

    Le evidenze presentate dal professor Hirano all'Alta Corte di Londra a marzo

    13. Although he had never examined CG himself, Dr I had full access to his medical history. After reviewing recent EEG results, Dr I stated:

    98.[...] I can understand the opinion that he is so severely affected by encephalopathy that any attempt at therapy would be futile. I agree that it is very unlikely that he will improve with that therapy [nucleoside treatment]. It is unlikely.

    14. The judge summarised Dr I’s evidence stating:

    127. Dr I who has not had the opportunity of examining Charlie, and who operates in what has been referred to as a slightly different culture in the United States where anything would be tried, offers the tiniest chance of some remotely possible improvement based on a treatment which has been administered to patients with a different condition. I repeat that nucleoside therapy has not even been tried on a mouse model with RRM2B. As Dr I candidly said,

    It is very difficult for me never having seen him, being across the Atlantic and seeing bits of information. I appreciate how unwell he is. His EEG is very severe. I think he is in the terminal stage of his illness. I can appreciate your position. I would just like to offer what we can. It is unlikely to work, but the alternative is that he will pass away.

    15. Asked what level of functioning could reasonably be expected after treatment with nucleoside, he said that the main benefit would be improvement of weakness, increased upper strength, and reduced time spent on ventilators. He however accepted that the treatment, if administered, was unlikely to be of any benefit to CG’s brain. He described the probability as low, but not zero. He agreed that there could be no reversal of the structural damage to Charlie’s brain.

     

    Perché una nuova udienza all’Alta Corte?

    Il 13 luglio il Great Ormond Street Hospital aveva presentato all’Alta Corte la richiesta di una nuova udienza per verificare se ci fossero potenziali terapie sperimentali in grado di migliorare le condizioni di salute di Charlie Gard. Nonostante diverse testate abbiano scritto che l’ospedale pediatrico britannico aveva cambiato idea, le valutazioni dei medici del Great Ormond Street – che già all’inizio dell’anno avevano dichiarato che ogni terapia sperimentale nei confronti del bambino “sarebbe stato un atto di accanimento terapeutico e avrebbe provocato dolore e negato una morte dignitosa” – non sono mai mutate, spiega il Guardian.

    Il comunicato del Great Ormond Street Hospital

    La condizione di Charlie Gard è eccezionalmente rara, con danni cerebrali catastrofici e irreversibili e i medici dell’ospedale “hanno esplorato ogni trattamento medico, incluse le terapie nucleosidiche sperimentali”, si legge nel comunicato. “Anche gli esperti indipendenti hanno convenuto con noi che questo trattamento era immotivato” e che avrebbe prolungato la sofferenza del bambino.

    L’ospedale ha spiegato che il suo punto di vista non è cambiato e che continua a cercare di fare “esclusivamente ciò che è giusto per Charlie” secondo la prospettiva dell’Alta Corte: “la nostra priorità è sempre stata e sarà sempre l’interesse di Charlie”.

    Al Great Ormond Street Hospital, ci sforziamo di fornire la migliore assistenza medica possibile per ogni singolo bambino che trattiamo. È per questo che siamo riconosciuti come uno degli ospedali pediatrici più importanti del mondo, con i medici e gli infermieri più qualificati completamente dedicati ai loro pazienti. Siamo orgogliosi dei nostri colleghi e del lavoro che fanno. E siamo anche immensamente orgogliosi del sostegno pubblico che abbiamo guadagnato negli anni. Sappiamo quanto sia prezioso.

    L’ultima cosa che vogliamo è che un paziente soffra e le nostre squadre mediche si dedicano al meglio ogni giorno ai bambini che hanno in cura.

    Rispettiamo le offerte di aiuto della Casa Bianca, del Vaticano e dei nostri colleghi in Italia e negli Stati Uniti. Vorremmo rassicurare tutti che il Great Ormond Street Hospital continuerà a prendersi cura di Charlie e della sua famiglia con il massimo rispetto e dignità in questo momento molto difficile.

     

    La decisione di rivolgersi nuovamente all’Alta Corte è arrivata, infatti, dopo giorni di pressione internazionale e pubblica, inclusi gli interventi di Papa Francesco e del Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, una telefonata del ministro degli Esteri italiano, Angelino Alfano al suo omologo britannico, Boris Johnson, per tentare di far trasferire il bambino all’ospedale romano Bambin Gesù, e la proposta di due rappresentanti del Partito repubblicano statunitense, Brad Wenstrup e Trent Franks, di chiedere al Congresso americano di votare per dare a Charlie Gard la cittadinanza americana in modo da poter essere curato negli Usa.

    Inoltre, sette medici (di cui è stata tenuta nascosta l’identità) e due ospedali internazionali avevano scritto due lettere al Great Ormond Street chiedendo di riconsiderare la possibilità di un nuovo trattamento per il neonato e comunicando di avere nuove prove che avrebbero potuto testimoniare l’efficacia della terapia sperimentale, nonostante i dati di questi test non siano mai stati pubblicati e il trattamento non sia mai stato provato su topi e pazienti con la patologia genetica specifica di Charlie Gard (che riguarda il gene RRM2B). Per questo motivo, di comune accordo con i genitori, informati costantemente di tutto, è stato deciso di chiedere all’Alta Corte una nuova valutazione, ha spiegato l’ospedale britannico in un comunicato ufficiale diffuso lo scorso 7 luglio.

    La nostra priorità è sempre stata e sarà sempre l’interesse di Charlie secondo la prospettiva indicata dall’Alta Corte [dello scorso aprile]. (...) La sentenza del giudice Francis dell’Alta Corte afferma che “è legale e nel suo miglior interesse non sottoporre Charlie alla terapia nucleosidica, a condizione che le misure e i trattamenti adottati siano i più compatibili con la dignità del bambino”. Il Great Ormond Street Hospital dà quindi all’Alta Corte l’opportunità di valutare oggettivamente le indicazioni di nuove prove [presentate da altri ospedali]. Sarà l’Alta Corte a pronunciarsi sui fatti.

    La lettera del Bambin Gesù

    Su chi è stato testato il trattamento sperimentale che, secondo Chris Gard e Connie Yates avrebbe il 10% di possibilità di migliorare le condizioni di salute di loro figlio Charlie? Per i sette firmatari della lettera (che affermano di essere esperti in malattie mitocondriali) il trattamento proposto non è mai stato testato su un bambino nelle condizioni di Charlie Gard, ma sarebbe stato provato su un topo geneticamente progettato per avere la stessa patologia di Charlie.

    I medici del Dipartimento di Neuroscienze dell’ospedale pediatrico Bambin Gesù di Roma, sostengono nella loro lettera che la terapia è stata testata su topi e pazienti con una malattia genetica simile, ma non identica, a quella di Charlie e avrebbe mostrato “miglioramenti clinici sensibili”.

    Gli esperti dell’ospedale romano scrivono che dati non ancora pubblicati di sperimentazioni su cavie e pazienti con una patologia che riguarda il gene Tk2 (timidina chinasi) hanno mostrato di superare la barriere encefalica e di poter essere potenzialmente efficaci. Questa terapia non è stata però testata né su cavie né su pazienti con la particolare patologia di Charlie Gard, che riguarda un altro gene, RRM2B (ribonucleotide rebuttasi). I medici del Bambin Gesù si dicono consapevoli che la terapia debba essere prima testata su “modelli murini” (cioè topi e cavie) con una patologia identica a quella di Charlie, ma, siccome “non c’è tempo sufficiente per svolgere questi studi e giustificare il trattamento per Charlie Gard”, chiedono “rispettosamente che questa terapia possa essere somministrata” sul bambino.

    Di cosa soffre Charlie Gard?

    Charlie Gard ha una malattia mitocondriale molto rara causata da un difetto genetico ereditato dai suoi genitori. Charlie è uno dei 16 bambini al mondo a soffrire della sindrome di deperimento mitocondriale, una malattia ereditaria che non fa funzionare nel modo giusto i mitocondri (che producono l’energia necessaria per le funzioni vitali delle cellule) e provoca il progressivo indebolimento dei muscoli e danni permanenti al cervello. La diagnosi ufficiale parla di insorgenza infantile della sindrome di deplezione mitocondriale encefalomiopatica del DNA, generalmente denominata “MDDS”.

    Charlie, ricostruisce BBC, era nato in buona salute il 4 agosto scorso. Dopo due mesi aveva iniziato a perdere forze e peso. In ospedale, poi, gli era stata diagnosticata la malattia. Da allora il bambino è in terapia intensiva al Great Ormond Street Hospital, il principale ospedale pediatrico del Regno Unito.

    Le sue condizioni hanno subito un grave peggioramento tra il 9 e 10 gennaio, quando Charlie è stato colpito da una forte encefalopatia frutto di un’epilessia. Questi attacchi si sono ripetuti a intermittenza fino al 27 gennaio. Secondo i medici che lo hanno in cura Charlie ha un danno cerebrale grave, non può muoversi né respirare da solo, è sordo ed è stato colpito più volte da attacchi epilettici. Sono stati colpiti anche il cuore, il fegato e i reni. Le sue palpebre non possono rimanere aperte e, a causa della debolezza dei muscoli, i suoi occhi puntano a direzioni diverse. Il danno al cervello non permetterà miglioramenti della vista.

    Il trattamento sperimentale che i genitori volevano provare

    La terapia sperimentale proposta dai medici statunitensi è il "trattamento nucleosidico", che però non è stato ancora sperimentato sulle persone. Inoltre la sperimentazione ha riguardato, finora, alterazioni genetiche mitocondriali diverse e meno gravi di quella diagnosticata a Charlie Gard. Come spiega a La Stampa, Giuseppe Gristina, medico, anestesista-rianimatore, componente del Gruppo di studio per la bioetica della Società italiana di anestesia, analgesia e terapia intensiva, la patologia di cui soffre Charlie «è più grave perché, oltre alle cellule muscolari come nel caso degli animali da esperimento, essa coinvolge anche quelle cardiache e cerebrali».

    La cura sperimentale è stata applicata, finora, a casi di mitocondriopatia causata dalla mutazione del gene TK2 (timidina chinasi), una forma che compromette la capacità muscolare. Nel caso di Charlie Gard, il gene alterato è il RRM2B (ribonucleotode rebuttasi) e compromette le funzionalità dei muscoli e del cervello.

    Inoltre, come ha spiegato l’Autorità Europea del Farmaco (EMA) a La Stampa, il trattamento è ancora in fase di sviluppo e ha, per ora, la designazione di “farmaco orfano”, che viene rilasciata per i prodotti destinati alla diagnosi, alla prevenzione o al trattamento di condizioni rare (con prevalenza non superiore a 5 su 10mila persone nell’Unione europea) che possono mettere a rischio la vita dei pazienti. Al 13 luglio 2017 non risultavano “pubblicati nei registri dell’EMA trattamenti noti come nucleoside treatment specifici per alcune forme di mitocondriopatia” né erano arrivate richieste di autorizzazione rapida per farmaci di malattie genetiche mitocondriali da parte di enti di ricerca o aziende farmaceutiche.

    Il Great Ormond Street Hospital aveva preso in considerazione il trattamento sperimentale proposto dal medico statunitense. Prima che le condizioni peggiorassero a gennaio, i medici dell’ospedale pediatrico avevano fatto tutto il possibile per far approvare dal comitato etico dell’ospedale l’applicazione della terapia sperimentale ideata negli Stati Uniti, su richiesta della famiglia. Come si legge nel testo della sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo, i medici britannici avevano organizzato un incontro per ottenere l’autorizzazione per il 13 gennaio.

    Gli effetti del trattamento

    È impossibile prevedere l’efficacia o l’inutilità del trattamento, anche se nessuno pensa che la nuova terapia possa portare a una guarigione.

    Il prof Julian Savulescu, esperto di etica indipendente dell'Università di Oxford, ha dichiarato alla BBC: «Sono passati più di sei mesi da quando la terapia sperimentale è stata presa in considerazione per la prima volta. Non conosciamo l’entità attuale del danno cerebrale di Charlie. Se la terapia sperimentale sia ancora conveniente dipende dalla possibilità che ci sia ancora una prospettiva di vita significativa».

    Di fronte all’aggravarsi del quadro clinico, il professore americano, con cui erano entrati in contatto i genitori di Charlie Gard, si era detto perplesso sulla possibile efficacia delle cure sperimentali perché il trattamento proposto non è mai stato testato sulla particolare patologia di cui soffre il bambino.

    Anche un team di medici di Barcellona, chiamato dal Great Ormond Street Hospital per avere un parere esterno, e gli esperti sentiti come consulenti indipendenti dall’Alta Corte ad aprile, sono giunti alle stesse conclusioni: ogni tentativo di continuare le terapie con il trattamento sperimentale è inutile e si configurerebbe come accanimento terapeutico.

    Inoltre, in un’intervista a Repubblica, Enrico Bertini, responsabile del Dipartimento di Neuroscienze e Neuroriabilitazione dell’ospedale pediatrico di Roma Bambin Gesù, che si è offerto di poter curare il bambino, ha recentemente dichiarato che per la particolare patologia di cui soffre Charlie Gard non ci sono cure e che la terapia proposta negli Stati Uniti è stata testata per una malattia simile ma diversa: «Alcune malattie colpiscono il muscolo, altre il cervello. In questo caso i nucleosidi non riescono a superare la barriera encefalica».

    Successivamente, sempre a Repubblica, Bruno Dalla Piccola, direttore scientifico del Bambin Gesù, ha detto che per sperimentare la terapia “si devono verificare due condizioni: che il bambino sia trasportabile e che il suo stato di salute non sia troppo grave, altrimenti sarebbe accanimento terapeutico”.

    La versione dei genitori

    Connie Yates e Chris Gard avrebbero voluto portare Charlie negli Stati Uniti per poter provare una terapia sperimentale chiamata nucleoside. Secondo i genitori  il trattamento avrebbe il 10% di possibilità di migliorare le condizioni di salute di loro figlio Charlie. A loro il giudice dell’Alta Corte, Nicholas Justice Francis, ha chiesto di fornire le prove dell’efficacia del trattamento, di quando sono state pubblicate le nuove evidenze e quando sono state messe loro a disposizione.

    Durante l'udienza del 10 luglio all'Alta Corte, i genitori del neonato hanno più volte interrotto l’avvocato dell’ospedale pediatrico, Katie Gollop QC, sostenendo che stava mentendo sulle condizioni di Charlie. Secondo Chris Gard, non ci sarebbero evidenze dei “danni cerebrali catastrofici”, anche se i dottori trattano il bambino come se il suo cervello sia stato compromesso in modo irreversibile. «Anche se lieve, Charlie ha una possibilità di migliorare, non sarei in grado di stare lì e guardare mio figlio soffrire. Sono assolutamente convinta che il nuovo trattamento funzionerà, non sono un medico ma penso di essere diventata esperta delle sue condizioni. È giusto che siano i genitori a decidere di dargli un’altra possibilità», ha detto Connie Yates alla vigilia della nuova udienza all’Alta Corte. Inoltre, intervenuta il 10 luglio su BBC Radio 4, la madre di Charlie, ha affermato che il figlio è sensibile, risponde agli stimoli e guarda i video con i suoi genitori. Yates ha detto anche di essere in attesa delle prove che testimoniano l’irreversibilità dei danni al cervello di suo figlio. Durante il dibattimento del 13 luglio, per provare che il cervello del bambino stava crescendo, la madre di Charlie aveva detto di aver misurato lei stessa la circonferenza del cranio e di aver notato che era cresciuta nel tempo.

    Per sostenere le spese della cura sperimentale negli Stati Uniti, i genitori di Charlie avevano lanciato nei mesi scorsi una campagna crowdfunding, che aveva permesso loro di raggiungere più di 1,3 milioni di sterline grazie a oltre 84mila donazioni. La mamma del neonato aveva già indicato che, nel caso in cui il ricorso fosse stato respinto e il bambino non avesse avuto nessuna possibilità, i soldi sarebbero andati a una organizzazione di beneficenza per le sindromi di deperimento mitocondriale. «Vorremmo salvare altri neonati e bambini perché è stato dimostrato che questi farmaci funzionano e abbiamo onestamente tanta fiducia in loro. Se Charlie non ha questa possibilità, faremo in modo che altri bebè e bambini innocenti siano salvati», aveva dichiarato Connie Yates.

    Perché ci si è rivolti alla Corte?

    Quando medici e genitori non sono d’accordo sul trattamento futuro nei confronti di un bambino è una prassi legale standard nel Regno Unito rivolgersi alla Corte per prendere una decisione. Nel Regno Unito, “anche se i genitori hanno la responsabilità genitoriale, il controllo prevalente è attribuito per legge alla Corte che esercita il suo giudizio indipendente e oggettivo nel miglior interesse del bambino”, come specificato dal Great Ormond Street Hospital sul suo sito.

    Secondo i medici dell'ospedale pediatrico britannico il quadro clinico di Charlie Gard era peggiorato a tal punto — l’encefalopatia conseguente alla malattia, secondo gli esperti, aveva danneggiato irreversibilmente il cervello del neonato, impedendogli di respirare autonomamente e deglutire — da rendere inutile ogni tentativo di cura. L’ospedale non è riuscito ad accordarsi con i genitori di Charlie per interrompere le terapie, spegnere le macchine che lo tengono in vita e avviare le cure palliative del dolore. I coniugi Gard avrebbero voluto tentare la terapia nucleosidica negli Stati Uniti, per i medici del Great Ormond Street Hospital ogni tentativo di “continuare sulla strada della terapia sperimentale sarebbe dunque un atto di accanimento terapeutico, avrebbe provocato dolore e negato al neonato una morte dignitosa”.

    Il percorso giudiziario

    3 marzo: Il Great Ormond Street Hospital chiede al giudice dell’Alta Corte, Justice Francis, di stabilire se sospendere o meno il trattamento che tiene in vita Charlie Gard.

    11 aprile: L’Alta Corte autorizza i medici dell’ospedale pediatrico britannico a sospendere le terapie e ad avviare le cure palliative perché “rappresenta il miglior interesse di Charlie Gard”.

    3 maggio: I genitori di Charlie ricorrono alla Corte di Appello.

    23 maggio: Dopo aver analizzato il caso, i tre giudici della Corte di Appello respingono il ricorso dei genitori.

    8 giugno: La Corte Suprema respinge un nuovo ricorso di Connie Yates e Chris Gard.

    20 giugno: I giudici della Corte europea dei diritti dell'uomo iniziano ad analizzare il caso.

    27 giugno: La Corte europea dei diritti dell’uomo respinge l’appello dei genitori di Charlie Gard. Chris Gard e Connie Yates avevano chiesto di esaminare se poteva essere nell’interesse di loro figlio sottoporlo a una terapia sperimentale negli Stati Uniti.

    La Corte ha definito “inammissibile” la loro richiesta e detto che la decisione presa può considerarsi “definitiva”.

    7 luglio: Il Great Ormond Street Hospital chiede una nuova audizione all’Alta Corte per verificare, sempre nel miglior interesse del bambino, se ci siano potenziali terapie sperimentali in grado di migliorare le condizioni di salute di Charlie Gard.

    10 luglio: Inizia la nuova udienza all'Alta Corte.

    14 luglio: Il giudice Francis decide di organizzare un incontro multidisciplinare, al quale avrebbero partecipato solo i medici del Great Ormond Street Hospital, il professor Hirano e i genitori di Charlie, per fare nuovi esami e verificare le condizioni di vita del bambino.

    24 luglio: I genitori di Charlie annunciano di sospendere la loro battaglia legale e di ritirare la richiesta di trasferimento del bambino negli Stati Uniti

     

    Il percorso giudiziario è iniziato a marzo, quando la Divisione Famiglia dell’Alta Corte di Londra ha iniziato a seguire il caso. Ad aprile, l’Alta Corte, dopo aver valutato i referti medici, l’opinione dei ricercatori statunitensi, il parere medico di parte dei genitori e quello del "guardian" di Charlie Gard (il Family Procedure Rules prevede l’istituzione di una figura che rappresenti il miglior interesse dei bambini nei procedimenti giuridici) e di altro 4 esperti esterni, si è pronunciata a favore dell’ospedale e autorizzato i medici del Great Ormond Street Hospital a sospendere le terapie.

    Anche i successivi ricorsi della coppia alla Corte di Appello, alla Suprema Corte e alla Corte europea dei diritti dell'uomo sono stati respinti, convenendo che ogni ulteriore trattamento non sarebbe di giovamento e non porterebbe a una guarigione di Charlie Gard. Secondo i giudici europei, un ulteriore trattamento avrebbe continuato “a causare gravi danni a Charlie”. Il bambino sarebbe stato “esposto a continui dolori e sofferenze” e la terapia sperimentale chiesta dai genitori “non avrebbe alcun prospettiva di successo e non darebbe alcun beneficio”.

    Nel motivare la sentenza, la Corte europea dei diritti dell'uomo ha affermato che “le valutazioni delle corti britanniche erano state meticolose e che i giudici europei non si stavano sostituendo alle competenti autorità nazionali. (...) I tribunali nazionali hanno preso le loro decisioni sulla base di evidenze estese e di alta qualità, portate da esperti”.

    Correzioni

    Aggiornamento 26 luglio, ore 11:41: Su segnalazione di una lettrice, la frase: "Il prof Julian Savulescu, esperto di etica indipendente dell'Università di Oxford, ha dichiarato alla BBC: «Sono passati più di sei mesi dalla terapia sperimentale, non conosciamo l’entità del danno cerebrale di Charlie e se esiste una prospettiva di vita»" è stata corretta così > Il prof Julian Savulescu, esperto di etica indipendente dell'Università di Oxford, ha dichiarato alla BBC: «Sono passati più di sei mesi da quando la terapia sperimentale è stata presa in considerazione per la prima volta. Non conosciamo l’entità attuale del danno cerebrale di Charlie. Se la terapia sperimentale sia ancora conveniente dipende dalla possibilità che ci sia ancora una prospettiva di vita significativa».

    Foto in anteprima via Sky News

    Segnala un errore
    LINEE GUIDA AI COMMENTI

    Superficiali, poco competenti e poco obiettivi: ecco perché non ci fidiamo dei media

    [Tempo di lettura stimato: 16 minuti]

    Hai fiducia nei media? Il mese scorso abbiamo lanciato un questionario per sapere se chi frequenta Valigia Blu si fida degli organi di informazione e cosa porta ad avere fiducia e cosa spinge ad averne meno o addirittura a perderla. Il risultato è andato oltre le nostre aspettative, in soli 10 giorni hanno risposto 1219 persone (non si tratta di un campione selezionato, i partecipanti hanno risposto alle domande su base volontaria e pertanto il questionario non ha valore statistico), segno di voglia di partecipare e far sentire la propria voce e di quanto il tema sia particolarmente sentito.

    Oggi le fonti d'informazione si sono notevolmente moltiplicate complicando e arricchendo l'ecosistema informativo. In questo contesto il tema della fiducia diventa ancora più pressante. L’accuratezza, la verifica dei contenuti, la competenza negli argomenti trattati, la trasparenza nel raccontare i fatti, il confronto con i lettori e la capacità di ammettere gli errori sono sempre più importanti. E anche da questo dipende il rapporto di fiducia tra media e lettori, che, come suggeriscono diverse indagini e ricerche, a partire dagli anni '80 si è notevolmente indebolito.

    Un sondaggio dello scorso settembre di Gallup ha mostrato come la fiducia dei cittadini americani nei mass media non sia solo bassa, ma anche in discesa.

    La fiducia degli americani nei massmedia dal 1997 al 2016 via Gallup

    Dati confermati anche dalle indagini del Pew Research Center. Per esempio, la percentuale degli americani che ritengono che i media siano imparziali quando trattano di politica è scesa dal 34% nel 1988 al 13% nel 2013, la convinzione che le testate giornalistiche riportano i fatti in modo corretto è passata dal 55% nel 1985 al 26% nel 2013. In un rilevamento fatto a febbraio 2016, solo il 18% dei cittadini statunitensi nutriva molta fiducia nell’informazione diffusa dai media nazionali.

    Per quanto riguarda l’Italia, secondo il recente “Digital News Report 2017” del Reuters Institute, il 39% delle persone intervistate ha detto di fidarsi delle notizie in generale, mentre il 46% ha risposto di fidarsi delle informazioni da lui condivise o verificate. La percezione che il giornalismo italiano sia di parte e le informazioni siano politicamente orientate, combinata con la forte influenza politica e imprenditoriale sugli organi d'informazione, ha portato a bassi livelli di fiducia nelle notizie.

    Dire che i lettori hanno sempre meno fiducia nei media non significa, però, che non cerchino di informarsi o selezionare fonti di cui fidarsi (o non fidarsi). Un’indagine del Pew Research Center ha rivelato che i lettori sono molto attenti a come muoversi in un panorama dell’informazione molto complesso, distinguendo tra le tante fonti di informazione disponibili, mentre uno studio dell’American Press Institute ha messo in luce che il grado di fiducia varia a seconda che si parli dei media in generale o di quelli utilizzati più spesso e che i lettori cercano media che siano accurati, competenti, trasparenti e umili nell'ammettere quando si sbaglia.

    La richiesta di buon giornalismo e di informazione corretta è, dunque, sempre più sentita. Un buon giornalismo è un servizio per tutti, aiuta a migliorare la vita dei cittadini e delle comunità. Ma, se c'è sfiducia nei suoi confronti, non è in grado di svolgere questo servizio. Ed è un grosso rischio per la democrazia. Godere di poca fiducia significa essere meno autorevoli e, quindi, avere minore capacità di essere influenti nell’opinione pubblica. Come ha scritto Emily Bell, riferendosi al fatto che, se non cambierà qualcosa, altri potrebbero prendere il ruolo che finora hanno avuto i media nell’opinione pubblica, «l’influenza, come l’energia, non si distrugge, si sposta altrove».

    I risultati del nostro questionario dicono che il rapporto di fiducia tra cittadini e media non gode di buona salute:

    • Per sette persone su dieci i media non sono affidabili e la fiducia nei loro confronti è diminuita nel tempo. Ad avere più fiducia sono i giovani tra i 18 e i 29 anni, a non fidarsi gli adulti dai 50 anni in su.
    • L’85,6% tende a non fidarsi delle notizie che legge e avvia un processo di verifica.
    • Si tende a seguire più i singoli giornalisti che a costruire un rapporto di fidelizzazione con le testate giornalistiche.
    • I canali d’informazione più affidabili sono i blog e i siti specialistici e i quotidiani online e cartacei, per quanto solo il 33% abbia detto di consultarli.

    La sfiducia è spiegabile con la percezione di un abbassamento della qualità del giornalismo di fronte alle sollecitazioni di un panorama informativo che vede il moltiplicarsi delle fonti e l’accelerazione del flusso delle notizie. Davanti a queste sfide, il giornalismo (cartaceo, online, radiotelevisivo) appare ai partecipanti al questionario essersi adeguato a una corsa al ribasso, derogando alla verifica delle informazioni, talvolta diffondendo notizie false e spesso incapace di rettificare e ammettere gli errori. In generale, c’è la sensazione di un’informazione che si avvicina a quella dei talk show televisivi e, rispetto ai quotidiani di carta, di una perdita di autorevolezza per aver voluto cedere a quelle che alcuni nelle risposte date hanno definito le “regole” dell’online (tempi, linguaggi, tipologia delle notizie, ricorso al click-baiting per attrarre consumatori più che lettori). In questo quadro, Internet viene individuato al tempo stesso come il luogo dove è più facile credere a fonti inattendibili o dare credito a notizie non verificate, ma anche come lo strumento che ha consentito di poter avere accesso con maggiore facilità a più fonti (anche dirette), incrociare più informazioni, maturare strumenti di analisi critica.

    In un contesto in cui «i contenuti di qualità sono sommersi da un mare di spazzatura e la categoria giornalistica non riesce a difendere la propria credibilità nemmeno di fronte a improvvisati e inadeguati operatori dell’informazione», scrive una delle 1200 persone che hanno partecipato al questionario, «l’unica difesa attuabile dal lettore è la diffidenza»:

    Il modello di business tradizionale (testata cartacea generalista) non regge più e i media non hanno ancora capito qual è la nuova strada da percorrere (strategie integrate online e offline, informazione verticale, profilazione degli utenti, ecc.). La transizione è confusa, l'errore è sempre più frequente ed è naturale che la fiducia cali. E poi i contenuti di qualità sono sommersi da un mare di spazzatura e la categoria giornalistica non riesce a difendere la propria credibilità nemmeno di fronte a improvvisati e inadeguati operatori dell'informazione. In un contesto simile l'unica difesa attuabile dal lettore è la diffidenza.

    «Oggi il giornalismo chiede un senso di responsabilità elevatissimo, che comporti il rischio di “bucare” una notizia piuttosto che divulgare “bufale”», si legge in un’altra riflessione che ci è arrivata tra le domande a risposta aperta.

    Più di 7 persone su 10 non si fidano di come i media veicolano le informazioni. Il 56,12% ha risposto di non nutrire tanta fiducia, il 14,26% ritiene “per nulla” credibili come i media informano, mentre il restante 29,6% ha detto di fidarsi “molto” (lo 0,61%) o “abbastanza” (28,51%).

    Il dato varia a seconda delle fasce d’età. A essere sfiduciati nei media sono i più adulti, dai 50 anni in su (77% per le persone tra i 50-59 anni, 81% per gli over 60), mentre il 43% di chi ha tra 18-24 anni e il 36% tra 25-29 anni ha dichiarato di aver fiducia nei media.

    Il calo di fiducia è strettamente connesso alla qualità del giornalismo. Solo il 12% ha, infatti, detto che quella nei media fa parte di un più generale senso di sfiducia nelle istituzioni in generale. Superficialità, scarsa competenza nei temi trattati, assenza di trasparenza e obiettività, sono questi tre fattori che portano le persone a non fidarsi. Quasi l’80% di chi ha detto di avere poca o nessuna fiducia nei media ha indicato la scarsa accuratezza delle informazioni come causa principale di sfiducia negli organi d’informazione. Per il 43,3% i media sono troppo vicini agli interessi degli editori e per il 35,47% fanno discorsi troppo politicamente orientati. Questo dato sembra rispecchiare quanto emerso dal “Digital Report 2017” del Reuters Institute, secondo il quale il calo di fiducia nei media in Italia è collegato alla percezione di un’informazione politicamente orientata e influenzata da interessi aziendali ed editoriali.

    Per quanto solo il 28,63% abbia detto che i media sono lontani dalle proprie esigenze informative, nell’insieme tutto questo spinge a un allontanamento da quello che i lettori vorrebbero trovare quando leggono le notizie. Prevale la necessità di fare intrattenimento o di cercare il sensazionalismo (83,42% delle risposte), si privilegia la velocità rispetto all’accuratezza (53,89%) e alla verifica di quanto riportato (per cui si rendono necessarie correzioni successive non sempre adeguatamente segnalate) contribuendo a generare un senso di inaffidabilità e di disorientamento, si fa un’informazione scarsamente obiettiva (40,34%) e tendente a evidenziare o amplificare i conflitti (35,69%) invece che attenta a contestualizzare le notizie e dare tutti gli elementi utili per far comprendere i fatti.

    La possibilità di dare alle persone gli elementi utili per poter tracciare i percorsi che hanno portato il giornalista a poter costruire il proprio pezzo non è stata individuata tra i fattori che possono rafforzare la fiducia nei media. Solo il 20,83% ha segnalato tra le opzioni date l’eccessivo ricorso a fonti anonime che non possono essere verificate. Nonostante questo, alla domanda su quali possono essere i fattori che contribuiscono a rendere affidabile una fonte, la trasparenza è stata una delle risposte più indicate.

    Una fonte è affidabile se è competente (70,68%) degli argomenti trattati, accurata (57,33%) e obiettiva (48,23%) nel dare le informazioni. Per il 33% dei partecipanti al questionario la trasparenza è uno dei requisiti più importanti per far sì che una fonte sia autorevole e credibile. Tuttavia, non sembra essere associata a un miglioramento del rapporto con i lettori: solo il 24,57% ha individuato la “capacità di ammettere gli errori” tra i criteri che possono rafforzare il patto di fiducia con le persone e appena il 10,82% ha selezionato “il confronto costruttivo con i lettori” tra i fattori che possono dare maggiore credibilità.

    Come ci si informa: i canali d’informazione seguiti e quelli di cui ci si fida di più

    Quali sono i canali più utilizzati per informarsi e, tra questi, quali sono quelli ritenuti più credibili? Era possibile dare più risposte scegliendo (o anche selezionandole tutte) tra diverse opzioni: Tv, radio, quotidiani di carta, quotidiani online, blog o siti specialistici, social media e il passaparola di amici, parenti o conoscenti.

    Dalle risposte emerge che i partecipanti al questionario utilizzano più canali d’informazione, non limitandosi esclusivamente solo ai media tradizionali (Tv, radio, quotidiani di carta) o all’online, ma ricorrendo contemporaneamente a entrambi per quella che potremmo definire una dieta informativa cross-mediale. Le persone si destreggiano tra più media e cercano di orientarsi nel panorama informativo scegliendo quelle testate o giornalisti che ritengono più affidabili in base alla propria esperienza maturata informandosi.

    I canali più utilizzati sono quelli online: quasi l’88% consulta quotidiani online, poco più del 71% si informa tramite i social media mentre il 66,73% cerca informazioni su blog o siti specialistici. Appena il 17,8% afferma di ricorrere al passaparola di contatti fidati per informarsi. Tra i media tradizionali, la Tv e la radio continuano a essere molto utilizzati, rispettivamente con il 55,71% e il 43,17%, mentre solo il 33% ha detto di leggere i giornali di carta. Ben il 28,4% non usa i social media per informarsi, mentre tra coloro (71,6%) che hanno indicato i social tra i canali utilizzati, l’89,5% s’informa su Facebook, il 52,33% tramite Twitter e il 27% via Youtube. Il 10% usa Linkedin.

    I siti specialistici sono i media ritenuti più credibili, seguiti, a breve distanza gli uni dagli altri, dai quotidiani online, da quelli di carta e dalla radio. Più staccati, e quindi ritenuti meno affidabili, la Tv, i social media e il passaparola. Spicca il dato dei quotidiani di carta, ritenuti tra i canali più credibili, a fronte di un minore utilizzo, al contrario dei social media e della televisione, molto utilizzati e considerati tra i più inaffidabili, insieme al passaparola.

    È interessante notare come nessuno dei sette canali si sia avvicinato al punteggio massimo. I siti specialistici, classificati al primo posto, hanno ottenuto una media di 5,38 (su 7), segno che tutti i canali sono stati situati in tutte e sette le posizioni disponibili. Questa classifica, infatti, non implica che un canale sia credibile, ma mostra qual è quello ritenuto più credibile tra gli altri. Ai partecipanti al questionario non era stato chiesto di fare una valutazione della credibilità di ogni singolo media, ma di stabilire una gerarchia a partire dalla propria esperienza individuale.

    Anche in questo caso i risultati variano a seconda delle fasce d’età. I dati, come mostrato nel grafico sottostante, sembrano suggerire due tendenze opposte tra di loro. Da un lato, i più giovani (per intenderci le persone tra i 18 e i 29 anni), tra i quali prevalgono i quotidiani online (con punte che superano il 92%, il 5% in più rispetto a tutti i partecipanti), i social media e il passaparola di contatti fidati (27% tra i 18-24 anni e 24,46% per i 25-29 anni, tra i 7 e i 10 punti percentuali in più rispetto al dato generale). Dall’altro, i più adulti, per i quali i principali mezzi di informazione usati sono la radio e la tv. La prima raggiunge il 53% nelle fasce d’età tra i 40 e i 59 anni, mentre ricorre alla televisione il 60% dei cinquantenni e quasi il 70% degli over 60. In queste due fasce d’età il passaparola e i social media sono i canali meno usati. Un dato esattamente al rovescio rispetto a quello dei più giovani.

    A cavallo ci sono i siti specialistici e i giornali di carta. I primi sono utilizzati per informarsi in particolar modo dai venticinquenni fino ai 40enni (con picchi dell’80,6% tra i 25-29 anni e del 76,1% tra i 30-39 anni, tra i 14 e i 10 punti percentuali in più rispetto al dato generale), mentre il loro uso crolla dai 40 anni in su (dal 4 al 16% in meno), i secondi rappresentano il dato più curioso. A leggere i quotidiani di carta sono soprattutto i giovani tra i 18 e i 24 anni (36,5%, è 33,2% relativo a tutte le fasce d’età) e gli over 60 (38,05%), mentre cala drasticamente la loro lettura tra i trentenni, che s’informano di gran lunga sui social media (il 77%, quasi il 6% in più rispetto al dato generale), su siti specialistici e blog (+10%) e sui quotidiani online.

    Ma dai dati sulla classifica di credibilità per fasce d’età emerge che i giovani tra i 18 e i 24 anni ritengono i quotidiani di carta il mezzo di informazione più affidabile in assoluto (punteggio medio di 5,57, quasi un punto in più rispetto alla media generale di 4,82), a differenza dell’altra categoria, che più li legge, gli over 60, che hanno attribuito loro uno dei punteggi più bassi (4,42, peggio solo tra i 50enni).

    Più in generale, i quotidiani online e cartacei costituiscono la fonte più credibile tra i 18 e i 29 anni, mentre per tutte le altre fasce d’età sono i blog e i siti specialistici il luogo dove poter trovare notizie curate in modo competente e approfondito. Il passaparola e i social media raggiungono i loro picchi positivi proprio tra quelle categorie che meno vi ricorrono (dai 50 anni in su), mentre per i giovani fino a 29 anni, che più degli altri hanno dichiarato di seguire per informarsi, costituiscono una fonte inattendibile. La televisione ha ottenuto i risultati migliori tra i 18-24 anni e gli over 60, due tra le categorie che ne fanno uso maggiore.

    Indistintamente tra tutte le fasce d’età, viene meno anche il rapporto di fidelizzazione con le testate giornalistiche. Ci si fida di più di singoli giornalisti, magari anche di testate diverse, a seconda dei temi di cui si occupano. Alla domanda “Tra queste fonti, di chi ti fidi di più?”, quasi il 59% ha risposto di fidarsi di singoli giornalisti, quasi il doppio delle testate (poco meno del 30%). Solo l’11% si affida alle notizie pubblicate da contatti fidati, a ulteriore testimonianza di come le persone consultino più fonti informative e selezionino quelle che sembrano dare le notizie in modo più accurato e approfondito. Come ha commentato un partecipante al questionario in una delle domande a risposta aperta:

    Personalmente non si tratta di una diminuzione totale della fiducia nei media, quanto di una necessaria e continua selezione dei contenuti a cui prestare attenzione, visto il loro moltiplicarsi e la loro non sempre assicurata accuratezza, dettata dai tempi e dalla velocità a cui è sottoposta la disamina delle fonti.

    Dopo aver letto una notizia, l’85,64% ha dichiarato di tendere a non fidarsi e di iniziare un processo di verifica. Di questi, solo il 12% ha detto di verificare attraverso la propria rete di contatti di riferimento. L’80% incrocia più fonti, il 63% si rivolge a siti specializzati nei diversi temi affrontati o che si occupano di verifica delle informazioni, il 56% cerca di risalire alle fonti originarie (atti, documenti, audio, video, fotografie), il 55% per prima cosa prova a vedere se altre testate giornalistiche di sua fiducia ha parlato della notizia che ha attirato la sua attenzione.

    Riassumendo, i partecipanti al questionario tendono a non fidarsi di quel che leggono online o su carta oppure ascoltano in radio e tv, consultano più canali di informazione contemporaneamente spostandosi su più media, di fronte a una notizia incrociano più fonti e selezionano più testate per arrivare a farsi un’idea più completa possibile e, se proprio devono fidarsi di qualcuno, seguono i singoli giornalisti e le informazioni veicolate da blog e siti specialistici.

    La fiducia nei media è aumentata o diminuita nel tempo?

    Non sono sicuro se sono io che, crescendo, ho cominciato a ritenere inaffidabili canali d'informazione che prima ritenevo affidabili, o se, in effetti, la qualità media dell'informazione è diminuita velocemente negli ultimi anni. O se sono entrambe le cose. Rispetto al passato, mi trovo a evitare gran parte del contenuto dei media a cui ero abituato in passato (per es. i grandi giornali, specie nella versione online).
    [Risposta a una domanda aperta del questionario]

    Rispetto al passato la fiducia nei media è diminuita per quasi il 70% dei partecipanti ed è aumentata o rimasta inalterata per il poco più del 30%. Anche in questo caso il dato varia per fasce d’età. Le percentuali più alte di aumento della sfiducia nel tempo si registrano tra gli over 60 (82,3%) e nelle persone tra i 40 e 49 anni (78,6%), mentre per i giovani fino ai 29 anni il livello di fiducia nei media è rimasto inalterato o addirittura aumentato: il 42% per le persone tra i 18 e 24 anni, il 40% per quelli tra i 25 e 29 anni.

    Il ricorso al facile sensazionalismo, l’inaccuratezza nel trattare i fatti, la mancanza del processo di verifica prima di pubblicare e diffondere una notizia sono gli aspetti principali sottolineati da chi ha partecipato al questionario per spiegare il motivo per cui si è indebolito il proprio rapporto di fiducia con i media.

    Perché la tua fiducia nei media è diminuita? – Fonte: questionario Valigia Blu
    • La ricerca del sensazionalismo a tutti i costi ha dato la sensazione che i mezzi di informazione perseguano obiettivi non strettamente legati all’informare. «Il risultato è un giornalismo che appare schierato, impreciso, caotico e sensazionalista», scrive una persona in una risposta.

    Mancano obiettività e correttezza nell'esposizione dei fatti, il ricorso al sensazionalismo avvelena la verità, il pubblico troppo spesso non ha gli strumenti di codifica e comprensione per leggere correttamente. La qualità dell'informazione si è molto abbassata, nessuno ne verifica la veridicità.

    [Ho perso fiducia] perché ho la sensazione che stiano aumentando due processi fortemente deleteri: uno è storicamente presente, ed è quello dovuto all'ingerenza di parti politiche ed editoriali sulla vita delle redazioni, che a volte da persino la sensazione di venire dall'"interno", ovvero dalla scelta di certe testate di farsi riferimento a certe culture politiche. Dall'altro lato vi è la necessità di velocizzazione, sensazionalismo e di attrazione dei lettori che porta a non valutare bene le ultime ore, ad affrettare le analisi o a spingersi sempre verso l'esasperazione dei conflitti per attrarre lettori poco propensi a ragionamenti ampi. Il risultato è un giornalismo che appare schierato, impreciso, caotico e sensazionalista. Mi duole dirlo, ma internet a mio avviso ha peggiorato questo processo.

    • Alla ricerca del sensazionalismo è associata la mancanza di accuratezza nel verificare, dare e “preparare” le informazioni. Come nel caso delle notizie scientifiche, dove «si privilegia – ha commentato una persona nel questionario – l’esacerbare la conflittualità e il fare clamore all’informare»:

    Perché testate giornalistiche che ritenevo affidabili hanno cominciato a svilire i loro contenuti in nome delle "breaking news", accostando inoltre notizie di un certo tenore al gossip più becero (che richiama il meccanismo del click-baiting). Ciò mi fa sospettare che queste testate, un tempo affidabili già solo per il loro nome, non sappiano più che tipo di giornalismo vogliano fare, avendo perso - soprattutto nelle loro versioni online - quella bussola etica che un tempo suggeriva quali notizie era meglio pubblicare (e con quali tempistiche, in nome dell'accuratezza) e quali no.

    • L'inaccuratezza è il risultato di un mancato processo di verifica e, secondo molte persone che hanno partecipato al questionario, da questo punto di vista Internet, con le molteplicità di fonti che consente di consultare, ha permesso di potersi rendere conto di approssimazioni, superficialità, ricorso a cliché narrativi:

    Perché vedo troppo spesso sacrificare la qualità per la velocità: si preferisce diffondere senza verificare, per arrivare primi, senza però pensare che il dare informazioni non verificate è un danno peggiore che darne, più tardi, ma certe.

    Internet è il mondo delle fake news, ma è anche un mezzo formidabile per verificare. Prima non era così facile verificare, anche rapidamente, le notizie; in particolar modo usando i giornali esteri come specchio di ciò che viene comunicato nel paese.

    • Tutto questo ha portato a pensare che sia stata sacrificata la qualità del giornalismo, livellata verso il basso:

    Perché, negli anni, mi è capitato spessissimo di poter smontare un titolo sensazionalistico, sciogliere i nodi di un accuratamente un articolo apparentemente controverso o farmi una idea più realistica di una notizia solo superficialmente esplosiva con un semplice fact-checking. (…) Si privilegia l'effetto più del contenuto, a discapito della qualità e dell'accuratezza. Inoltre il nuovo modo di fare giornalismo predilige l'immediatezza della notizia - parlarne subito, parlarne prima, senza necessariamente prendersi il tempo di verificare le fonti altrimenti la notizia è "bruciata" da altri concorrenti - e questo va enormemente a discapito di chi legge.

    Cosa fare?

    Se non si interviene, il rischio è di fare la fine della rana nell’acqua bollente, scrive Ian Katz su The Spectator. Ogni aumento della temperatura sembra quasi tollerabile, ma ci accorgiamo che è bollente solo quando siamo già cotti. E ora sta cominciando a fare caldo.

    Per ricostruire la fiducia, Richard Edelman, presidente di Edelman (una società di consulenza che ogni anno effettua un’indagine globale sulla fiducia nelle istituzioni), suggerisce di “ribaltare i propri modelli di funzionamento, andare oltre i ruoli tradizionali e lavorare verso un nuovo modello operativo che metta le persone al centro”. In particolare i media dovrebbero "avere un approccio più locale e più social”. Più in generale, tutte le istituzioni dovrebbero passare "da un modello per le persone a uno con le persone”.

    E a dimostrazione che la questione sia molto sentita alcune testate giornalistiche stanno pensando a come coinvolgere i lettori nel processo giornalistico e a progetti che pongano al centro l’ascolto delle persone. Il Reynolds Journalism Institute ha avviato il progetto "Trusting News" insieme a 14 redazioni per testare strategie sui social per rafforzare il rapporto di fiducia con i lettori, Financial Times ha rivisto la sua linea di moderazione, Washington Post e The Atlantic nelle loro newsletter segnalano i commenti più interessanti, scrive Sara Morrison su Nieman Reports.

    Sempre il Washington Post ha aperto la propria redazione ai lettori lanciando un gruppo Facebook, aperto a chiunque sia interessato ai temi politici e a tenere sotto scrutinio l’amministrazione statunitense, chiamato “PostThis”, al quale sono iscritte quasi 3mila persone. I giornalisti sono incoraggiati a condividere il loro lavoro nel gruppo e a restare attivi nel gruppo per rispondere alle domani poste dai lettori. Da tempo Wapo pone grande attenzione ai commenti online, i membri dello staff partecipano alle conversazioni e moderano attivamente. La sezione commenti del sito è stata spesso fonte d’ispirazione per storie, sviluppare nuove community o lanciare nuove funzionalità digitali.

    Reuters ha lanciato "Backstory", una nuova iniziativa per aiutare i lettori a capire come sono nate delle inchieste, come sono stati scritti gli articoli e quali misure sono adottate per verificare le informazioni e restare aderenti ai fatti, attraverso lunghe spiegazioni e pagine di “domanda e risposta”. Alla fine di ogni articolo, Reuters inserirà un link ai "Trust Principles", i valori che guidano il suo lavoro giornalistico “per preservare l’ indipendenza, l'integrità e la libertà dai bias nella raccolta e diffusione di informazioni e notizie”.

    Il Trust Project, un progetto che coinvolge oltre 70 organi di informazione, con sede al Markkula Center for Ethics Applied all’Università di Santa Clara, in California, punta a incoraggiare la diffusione di storie scritte in modo accurato ed etico. L’idea – spiega Sally Lehrman su The Atlantic – è di rendere questo tipo di notizie facilmente verificabili e riconoscibili, dando ai lettori le informazioni essenziali sugli autori degli articoli, su come è nata la storia, su chi l’ha pubblicato sul modello delle etichette nutrizionali che ci sono su un pacco di cibo o di un rapporto di un laboratorio medico che dà le informazioni essenziali sullo stato di salute di una persona dopo un controllo.

    Immagine in anteprima realizzata da Marco Tonus
    Grafici a cura di Andrea Zitelli

    Segnala un errore
    LINEE GUIDA AI COMMENTI

    La sorveglianza di massa in Italia prende l’ascensore e sale di livello

    [Tempo di lettura stimato: 7 minuti]

    Il 19 luglio è stata approvata alla Camera dei Deputati la legge di recepimento delle norme comunitarie (che ora dovrà passare al Senato). Provoca, però, stupore leggere che una specifica norma in materia di adeguamento per la sicurezza degli ascensori (!) porti con sé l'estensione dei termini di memorizzazione dei dati raccolti dai provider (la cosiddetta data retention) addirittura fino a 72 mesi (6 anni). Sorge il dubbio che la collocazione sia stata voluta per evitare che si presti particolare attenzione al testo.

     

     

    Art. 12-ter. – (Termini di conservazione dei dati di traffico telefonico e telematico). – 1. In attuazione dell’articolo 20 della direttiva (UE) 2017/541 del Parlamento europeo e del Consiglio del 15 marzo 2017 sulla lotta contro il terrorismo e che sostituisce la decisione quadro 2002/475/GAI del Consiglio, al fine di garantire strumenti di indagine efficaci tenuto conto delle straordinarie esigenze di contrasto al fenomeno del terrorismo, anche internazionale, per le finalità di accertamento e repressione dei reati di cui agli articoli 51, comma 3-quater, e 407, comma 2, lettera a), del codice di procedura penale il termine di conservazione dei dati di traffico telefonico e telematico, nonché dei dati relativi alle chiamate senza risposta, di cui all’articolo 4-bis, commi 1 e 2, del decreto-legge 18 febbraio 2015, n. 7, convertito, con modificazioni, dalla legge 17 aprile 2015, n. 43, è stabilito, in deroga a quanto previsto dall’articolo 132, commi 1 e 1-bis, del decreto legislativo 30 giugno 2003, n. 196, in settantadue mesi.

    La direttiva 541 del 2017 va a rimodernare il quadro normativo comunitario in materia di contrasto al terrorismo ed è tesa soprattutto a far fronte a fenomeni quali i foreign fighters e il finanziamento del terrorismo internazionale.

    L’articolo 20, in particolare, prevede:

    Gli Stati membri adottano le misure necessarie affinché le persone, le unità o i servizi incaricati delle indagini o dell’azione penale per i reati di cui agli articoli da 3 a 12 dispongano di strumenti di indagine efficaci, quali quelli utilizzati contro la criminalità organizzata o altre forme gravi di criminalità.

    Come si vede, l’articolo non fa riferimento alla conservazione di dati telematici o telefonici, bensì a “strumenti di indagine”. Gli articoli 3 e 12 prevedono, rispettivamente, reati di terrorismo e connessi ad attività terroristiche. Quindi, il citato articolo 12 ter, in attuazione della direttiva europea per il contrasto al terrorismo, va a modificare, derogando l’attuale normativa (di cui all’art. 132 del Codice Privacy), i termini di conservazione dei dati di traffico telefonico, telematico e delle chiamate senza risposta.

    L’articolo 132 recita:

    Art. 132. Conservazione di dati di traffico per altre finalità
    1. Fermo restando quanto previsto dall'articolo 123, comma 2, i dati relativi al traffico telefonico, sono conservati dal fornitore per ventiquattro mesi dalla data della comunicazione, per finalità di accertamento e repressione dei reati, mentre, per le medesime finalità, i dati relativi al traffico telematico, esclusi comunque i contenuti delle comunicazioni, sono conservati dal fornitore per dodici mesi dalla data della comunicazione.
    1-bis. I dati relativi alle chiamate senza risposta, trattati temporaneamente da parte dei fornitori di servizi di comunicazione elettronica accessibili al pubblico oppure di una rete pubblica di comunicazione, sono conservati per trenta giorni.

    I termini di conservazione dei dati in base all’attuale normativa italiana sono, quindi, questi:

    • 24 mesi per i dati del traffico telefonico.
    • 12 mesi per i dati del traffico telematico.
    • 30 giorni per le chiamate senza risposta.

    Se l’articolo 12 ter dovesse essere approvato anche al Senato, i termini sarebbero tutti indistintamente portati a 72 mesi, cioè 6 anni, per tutte e tre le categorie di dati, che dovranno essere forniti dai provider alle autorità statali, in caso di richiesta.

    Appare di solare evidenza che vi sarebbe un salto enorme rispetto ai termini precedenti. Ma non è il solo aspetto che occorre tenere in evidenza. Per chiarire meglio occorre fare un passo indietro.

    La direttiva Data Retention

    Siamo nel 2014, quando la Corte di Giustizia europea (cause riunite C-293/12 e C-593/12) dichiara l’invalidità della direttiva europea n. 2006/24/CE (direttiva Frattini), che, in seguito agli attentati di Londra e Madrid (2004 e 2005), si occupava di armonizzare le disposizioni degli Stati membri dell’Unione in materia di conservazione dei dati delle conversazioni telefoniche e del traffico telematico, garantendo quindi la disponibilità di detti dati a fini di indagine per il perseguimento di gravi reati.

    Per comprendere l'atmosfera nella quale è stata scritta la direttiva Data retention, sotto la presidenza inglese, basti ricordare le parole del MEP Alexander Alvaro, che aveva proposto dei correttivi al testo (poi non tenuti in conto nonostante proprio Alvaro fosse il relatore del testo): «usually if you want to breach fundamental rights, you have to justify why you want to do it. We had to justify why we did not want to do it» (Monica Horten, The closing of the net).

    Ovviamente, la direttiva non autorizzava la raccolta e la conservazione del contenuto delle conversazioni (consentita solo in presenza di uno specifico mandato dell’autorità giudiziaria) bensì dei cosiddetti metadati.

    I metadati (mittente, destinatario, tipo di chiamata, data, durata, dati della cella telefonica, data e ora della connessione e della disconnessione, indirizzi IP, ecc...) sono informazioni che rivelano le nostre relazioni con gli altri (amici, parenti, soci d'affari, amanti), l'incontro con lo psichiatra, il chirurgo plastico, la clinica per aborti, il centro di trattamento dell'AIDS, lo strip club, l'avvocato, l'hotel a ore, la moschea, la sinagoga o la chiesa, il bar gay. I metadati rivelano cosa e chi ci interessa davvero, sono una finestra sulla nostra vita.

    Questo è un aspetto importante, perché in Italia per l’acquisizione dei metadati non è richiesto l’intervento di un giudice, ma basta la richiesta del Pubblico Ministero (che è magistratura requirente, non giudicante).

    Secondo la Corte europea la direttiva Data Retention trovava un'applicazione generalizzata all'insieme degli utenti e dei mezzi di comunicazione elettronica, senza effettive limitazioni in ragione dell’obiettivo, lo scopo perseguito e le persone coinvolte. Inoltre, mancava un criterio oggettivo sullo scopo da perseguire conservando i dati, facendo un generico riferimento a “reati gravi”, senza ulteriori specificazioni, e la direttiva non stabiliva i presupposti in base ai quali le autorità nazionali possono accedere ai dati raccolti. Infine, la direttiva imponeva un termine di conservazione dei dati non inferiore a sei mesi senza distinzione tra le categorie di dati con riferimento alla gravità dei reati.

    Per tutti questi motivi la Corte europea ha dichiarato l’invalidità della direttiva, censurandone la natura non mirata della sorveglianza e la possibilità di accesso indiscriminato ai dati da parte delle autorità. Di fatto si tratta di una censura della sorveglianza digitale di massa consentita in base alla direttiva (si legga qui per una analisi della posizione della Corte europea per i diritti dell’uomo in materia di sorveglianza di massa).

    Ovviamente la lotta alla criminalità e il contrasto al terrorismo sono obiettivi di interesse generale, quindi non si censura la raccolta e conservazione di dati, quanto quel tipo di raccolta e accesso ai dati. Per questo motivo alcuni Stati (Germania, Repubblica Ceca, Romania, Bulgaria e Cipro) erano già pervenuti all'annullamento delle rispettive norme in materia, anche prima della pronuncia della CGUE. Altri Stati, invece, tra i quali l’Italia, hanno preferito non attuare modifiche, anche in considerazione del fatto che la sentenza non implica obblighi in tal senso. Anche se i giudici nazionali hanno la possibilità di disapplicare le norme in contrasto con le leggi comunitarie.

    Particolarmente interessante appare il caso del provider svedese Banhof, il quale ha ritenuto di adeguarsi alla sentenza della Corte europea cancellando tutti i dati degli utenti e sospendendo qualsiasi conservazione dei dati. Questo perché, in teoria, con le norme in materia che si presentano in contrasto con le norme europee, si potrebbe contestare la violazione della privacy ai provider medesimi.

    La Corte di Giustizia europea è poi ritornata sulla questione con una sentenza del 2016, riguardante la normativa del Regno Unito e un caso verificatosi in Svezia. Ricordiamo che la normativa britannica è considerata tra le più invasive nei confronti dei cittadini, imponendo massicci obblighi di conservazione ai provider e enormi poteri di accesso ai dati da parte delle autorità.

    La pronuncia del 2016 è particolarmente significativa perché spazza via un argomento portato avanti dall’avvocato generale e sul quale molti Stati si basavano per continuare a imporre ai provider la raccolta dei dati. Secondo l’avvocato generale, infatti, si sarebbe dovuto distinguere tra la conservazione dei dati e l’accesso agli stessi da parte delle autorità, laddove l’accesso ricadrebbe al di fuori dell’ambito di applicazione del diritto dell’Unione (trattandosi di sicurezza interna). La Corte europea, invece, respinge tale approccio precisando che anche l’accesso ai dati è soggetto alla normativa europea, perché vengono conservati proprio per consentire tale accesso alle autorità nazionali competenti (il principio di finalità regge l'intero impianto normativo europeo in materia di data protection)

    La Corte ha, quindi, concluso che comunque la normativa europea preclude una raccolta generale e indiscriminata del traffico e dei dati di localizzazione (metadati, appunto), perché non è proporzionata e quindi non può essere giustificata in una società democratica. Ammette, però, la possibilità per i singoli Stati di imporre obblighi di raccolta dei dati per obiettivi specifici al solo fine di repressione o contrasto di reati gravi, purché siano limitati temporalmente ai dati strettamente necessari. Inoltre, aggiunge la Corte, l’accesso ai dati da parte delle autorità deve essere soggetto a specifiche condizioni, incluso il controllo da parte di un giudice o un'autorità indipendente. E i dati devono essere conservati all'interno del territorio dell’Unione.

    La sorveglianza non può mai essere generalizzata ma basata su un ordine individualizzato, che quindi identifichi uno o più sospetti, oppure una serie di locali nei quali si presume siano in atto reati. Inoltre, occorre una connessione, basata su criteri oggettivi, tra l’obiettivo perseguito e i dati da conservare.

    Sorveglianza in Italia

    In Italia è l’articolo 132 del Codice Privacy, sopra citato, che recepisce la direttiva, poi invalidata, e che prevede la conservazione dei dati per finalità di accertamento e repressione dei reati, a prescindere dalla loro gravità. Non vi è, quindi, alcun riferimento al criterio della proporzionalità e gravità del reato come requisito per la conservazione dei dati. Inoltre, la norma consente l’accesso ai dati da parte delle istituzioni senza particolari requisiti. In tale prospettiva, quindi, la norma si presenta in contrasto con quanto statuito dalla Corte di giustizia dell'Unione europea (CGUE).

    Lo stesso Garante italiano si era detto contrario alla raccolta di una così grande quantità di dati da conservare per un periodo così lungo, auspicando, quindi, una revisione del sistema “nel segno del principio di proporzionalità e delle garanzie per i cittadini".

    Le due sentenze della Corte europea, però, non sono state sufficienti agli Stati dell’Unione per portarli a modificare le proprie normative, rendendole conformi alle norme comunitarie. Piuttosto, con la scusa della recrudescenza di attività terroristiche in Europa, si è preferito ampliare i poteri di intervento delle autorità nazionali.

    Per quanto riguarda l’Italia, ad esempio, il termine, previsto dall'art. 132, è stato allungato a seguito del decreto antiterrorismo del 2015 (e successive modifiche), scaduto pochi giorni fa con il ritorno in vigore dell'art. 132. Ma con la legge passata alla Camera, se approvata anche al Senato, questo termine sarà portato a ben 6 anni. La norma individua gli specifici reati (per lo più in materia di terrorismo) per i quali è consentito l’accesso ai dati, ponendosi così nell’ottica di una formale conformità alla sentenza della CGUE. Si tralascia, però, che la Corte europea richieda anche altri requisiti affinché la sorveglianza possa dirsi compatibile con la legislazione comunitaria.

    Sulla scorta delle pronunce della CGUE (e della CEDU), infatti, la raccolta di dati dovrebbe essere:

    • Limitata ai dati di una persona sospettata di pianificare, commettere o aver commesso un reato grave o essere in qualche modo implicato in detto crimine;
    • Limitata temporalmente al periodo dell’indagine;
    • I dati devono essere distrutti al termine del periodo di conservazione;
    • L’accesso deve essere autorizzato dall'autorità giudiziaria (preferibilmente) o da un’autorità indipendente;
    • L’accesso ai dati deve essere comunicato ai soggetti appena tale comunicazione non mette più in pericolo l’indagine;
    • E deve essere prevista la possibilità di ricorso in caso di abusi.
    Commento del Parlamentare europeo Sophie in't Veld

     

    Foto in anteprima via outraspalavras.net

    Segnala un errore
    LINEE GUIDA AI COMMENTI

    La sfida del terrorismo ai media e ai social network

    [Tempo di lettura stimato: 30 minuti]

    L’Isis, tuttavia, è lungi dall’avere perpetrato contro l’Occidente l’equivalente dell’ 11 settembre. A creare il panico, quindi, non è tanto la sua capacità quantitativa di uccidere quanto lo straordinario talento dimostrato nel mettere in scena il terrore, la grande capacità non di distruggere ma di fare paura. Una paura che ci acceca. (Olivier Roy, "Generazione ISIS")

    In molti paesi si è convinti che il terrorismo rappresenti la più importante minaccia alla vita quotidiana. Diversi movimenti politici sfruttano questa paura per ottenere consenso. È anche in questo contesto così critico che si rende necessaria una riflessione su come i media possono inavvertitamente contribuire a un simile clima di tensione e quali passi fare per affrontare questo tipo di sfide, scrive Frank La Rue nell'introduzione al paper dell'Unesco Terrorism and the Media: A Handbook for Journalists (la maggior parte delle informazioni di questo mio approfondimento è tratta proprio da questo paper).

    Il terrorismo non è di certo un fenomeno recente. Molti paesi hanno subito per anni attacchi contro i civili come strategia politica.

    Ma oggi, nel nostro mondo contemporaneo interconnesso e con le nuove tecnologie, per i media gestire la propaganda terroristica si è fatto enormemente più complicato. In un ambiente digitale complesso, anche le migliori pratiche editoriali sono diventate più difficili da portare avanti. Il problema, con l'accelerazione del ciclo delle notizie e l'avvento dei social media, è diventato più complesso dal punto di vista tecnologico, etico, pratico.

    Gli attacchi terroristici avvengono spesso in diretta sui social o ricevono copertura quasi immediata. Le fonti sono immensamente più numerose rispetto al passato e a contribuire al flusso informativo non sono più solo i giornalisti, in campo ci sono gli stessi cittadini-testimoni e anche gli stessi terroristi. Da qui la sfida della verifica, dell'uso delle fonti, del senso delle proporzioni, l'importanza dello studio del tipo di propaganda che ci troviamo a fronteggiare, la necessità di riflettere su quale linguaggio usare, la responsabilità di contestualizzare, mostrare empatia, evitare sensazionalismi e narrazioni che possono avere un forte impatto su differenti comunità, sull'agenda politica, sulla democrazia stessa.

    Facebook, Twitter, Google – tra le principali piattaforma di intermediazione – sono ampiamente coinvolti, come sottolinea Charlie Beckett nel suo lavoro Fanning The Flames: Reporting Terror in a Networked World, pubblicato per il Tow Center for Digital Journalism della Columbia Graduate School for Journalism.

    Il terrorismo nell'era delle instant news e dei social media è diventato "una bestia differente", afferma Richard Sambrook, ex BBC Global News Director:

    Venti anni fa, coprire il terrore era più semplice. Sapevi chi era responsabile. Un'autobomba viene fatta esplodere davanti i magazzini Harrods, e l'IRA comunica direttamente con parole in codice. La polizia le avrebbe comprese. Le dinamiche erano più semplici e sapevi con chi avevi a che fare. Ora è molto più complicato. Il terrorismo è una bestia differente, e il fatto che sia in Rete, connesso o che sia più probabilmente autoctono solleva una serie di ulteriori questioni.

    "Questo è ciò che i terroristi vogliono"
    Il dilemma infernale
    L'approccio globale
    Terrorismo e spettacolarizzazione
    Il terrorismo è una sfida alla qualità del giornalismo
    Diversi "terrorismi", diverse coperture
    L'importanza del frame narrativo: loro vs noi; lo scontro di civiltà
    Alcune regole di base
    La scelta delle parole e il rischio delle generalizzazioni
    I social network e la sfida del terrorismo

    "Questo è ciò che i terroristi vogliono"

    Haroro J. Ingram, ricercatore dell'International Centre for Counter-Terrorism – The Hague (ICCT), nei suoi studi ha "vivisezionato" la logica strategica che è alla base della propaganda di gruppi terroristici come ISIS e Al-Qaeda, e analizzato come i media occidentali possono con la loro copertura amplificare od ostacolare lo scopo e gli effetti di quella logica propagandistica.

    Nel farlo prende in esame sei aspetti al centro della copertura mediatica: la propaganda, i responsabili degli attacchi (assalitori), le vittime, le comunità, i governi e i media stessi. Dal rapporto fra questi aspetti e da come i media coprono ognuno di essi dipende poi l'impatto mediatico di amplificazione o di contrasto della propaganda.

    Media indipendenti, forti, responsabili e con atteggiamento critico sono la migliore arma che le democrazie hanno contro la propaganda terroristica. Ma è anche un'arma che i propagandisti dell'ISIS e Al-Qaeda cercano di rigirare contro di noi. E per capire come fanno è necessario comprendere la logica strategica che è alla base della loro propaganda: esaminare esattamente perché gruppi come ISIS, considerando le loro risorse svantaggiate rispetto ai loro nemici (vedi una superpotenza come l'America), non solo usano la propaganda nelle loro strategie di "marketing" ma danno alla propaganda un ruolo strategico centrale.

    Parole e immagini violente elaborate con molta attenzione per creare specifici messaggi hanno un ruolo centrale nella strategia comunicativa dei terroristi proprio in virtù della loro debolezza economica, militare, politica. La propaganda viene usata dai terroristi come una forza moltiplicatrice per rafforzare l'impatto delle loro azioni, contenere/annullare gli effetti di quelle dei loro nemici e come mezzo per condizionare il modo in cui il loro "target di riferimento" (il loro pubblico) percepisce se stesso, gli altri e il mondo.

    Il messaggio che questo tipo di propaganda veicola è in sintesi: noi facciamo quello che diciamo, manteniamo le nostre promesse, mentre gli sforzi politico-militari dei nostri nemici rivelano una distanza fra ciò che essi dichiarano e ciò che effettivamente ottengono. Questo è l'aspetto pragmatico, poi c'è l'aspetto percettivo.

    Gli estremisti violenti giocano su identità, crisi e soluzioni per influenzare il modo in cui il pubblico percepisce e giudica il conflitto. Per esempio, per i militanti islamisti sunniti come ISIS e Al-Qaeda, il cuore di questa narrazione funziona più o meno così: noi siamo i campioni e protettori dei Sunniti (identità gruppo interno), i nostri nemici comuni sono gli Altri cattivi (identità gruppo esterno), che sono responsabili della crisi sunnita e noi siamo l'unica speranza per risolvere questa situazione. Questo messaggio è progettato per costringere il proprio target a prendere una decisione basata sulla scelta dell'identità e dell'appartenenza.

    Questi due messaggi (pragmatico e di percezione) non sono mai veicolati in modo indipendente e questo, secondo Ingram, spiega non solo l'attrazione magnetica di questa propaganda ma anche la apparente abilità di radicalizzare in maniera veloce i suoi sostenitori verso l'azione. E questa tipologia di propaganda è progettata per essere rinforzata ciclicamente: più le azioni del gruppo sono viste come efficaci, più sono viste come inefficaci le azioni dei nemici e più il gruppo è percepito come l'unico baluardo per risolvere la crisi indotta dai nemici.

    Un esempio di appello basato sulla scelta di appartenenza/identità è un articolo dal titolo "Cari Musulmani Americani" pubblicato su Inspire, il magazine dell'AQAP (al Qaeda in the Arabian Peninsula): "La vostra appartenenza all'Islam è sufficiente per classificarvi come nemici, di fatto ci guardano come giovani musulmani indipendentemente dal nostro aspetto e dalla nostra educazione. Non considerano la nostra cittadinanza e l'infanzia che abbiamo trascorso nei loro quartieri... I nostri nemici ci trattano solo come musulmani, niente di più... Noi dobbiamo attenerci alla nostra religione e stare dalla parte dell'umma (comunità). Un simile trattamento merita un'unica risposta".

    Questo messaggio, spiega ancora Ingram, è strutturato per radicalizzare, esacerbando le percezioni della crisi indotta dal nemico e presentando soluzioni a quella crisi, gli estremisti violenti cercano di convincere il loro pubblico – un ragazzo a Parigi, una coppia in California, giovani uomini a Jalalabad o Marawi, o un ribelle siriano – che una crisi estrema richiede soluzioni estreme.

    Altro elemento da tenere a mente di questa propaganda è questo: le azioni e i messaggi sono studiati per ottenere una specifica reazione da parte degli avversari. Racconta il ricercatore del Centro Internazionale di contro-terrorismo: "Un membro dell'opposizione siriana mi disse nel 2015: la cosa importante è come voi reagite ai media di Daesh (altro termine per indicare ISIS). Daesh ha costruito una trappola mediatica e tutti i media occidentali ci sono cascati. Loro sanno di quali paure e immagini i media occidentali sono affamati, così Daesh dà loro esattamente quello e i media le diffondono". Questi gruppi ci studiano, monitorano i nostri media e pubblicano analisi di queste coperture. Controllano anche cosa i ricercatori accademici dicono. Lo stesso Ingram scrive che è stato al centro di un articolo in lingua araba di AQAP.

    Solo studiando l'ampia strategia della propaganda terroristica – e non dimenticando mai che uno dei suoi punti di forza è trascinare i loro stessi nemici nel rafforzare questa logica – possiamo comprendere  come i media, anche inavvertitamente, la stanno alimentando.

    I media, come detto all'inizio, possono amplificare questo tipo di propaganda o fermarla, dipende tutto da come  trattano questi sei aspetti interconnessi fra di loro: propaganda, assalitori, vittime, comunità, governi, media stessi.

    1. Le speculazioni dei media sui responsabili di un attacco terroristico o la diffusione di dichiarazioni di responsabilità non verificate aiutano il messaggio propagandistico. La propaganda dovrebbe essere quindi riportata in modo critico e non dovrebbe essere diffusa senza verifica e questo include anche le rivendicazioni degli attacchi. I giornalisti o gli esperti che usano espressioni come "è solo una ipotesi ma..." dovrebbero essere bannati da produttori e direttori. È irresponsabile, segno di pigrizia e di scarsa professionalità. Tipica, dice Ingram, degli esperti del click bait da terrorismo.

    2. Gli assalitori, gli estremisti violenti (siano essi membri formali, lupi solitari/appartenenti a piccole cellule o sostenitori). La copertura mediatica favorisce la propaganda sia quando, cedendo al sensazionalismo, li esalta come figure anti-eroiche sia quando non distingue tra ciò che afferma la propaganda e ciò che invece sono i fatti rispetto ai responsabili di attacchi ispirati (ossia quelli non organizzati e condotti direttamente da ISIS). Anche il trattamento differente a seconda di chi sono gli aggressori contribuisce a rafforzare la propaganda: quando il terrorismo colpisce le comunità musulmane allora le motivazioni dell'attacco vengono esplorate nelle loro varie possibilità, se gli aggressori sono musulmani invece queste azioni vengono rapidamente definite terrorismo, dando la priorità all'Islam come motivazione dell'attacco.

    Secondo Ingram si dovrebbe evitare di mostrare i loro nomi, le foto (se non per aiutare le forze dell'ordine) e il sensazionalismo sulle loro storie.

    3. Quando parla di vittime Ingram si riferisce sia a quelle degli attacchi che alle comunità da cui provengono vittime e gli aggressori. I media possono alimentare la propaganda in questo caso in tre modi: 1) focalizzandosi in modo esagerato e sproporzionato sugli aggressori anziché sulle vittime. 2) il modo con cui si parla delle vittime, che dovrebbero essere trattate con delicatezza e coerenza, evitando la diffusione di immagini. Questo significa anche che le vittime in Medio Oriente, Africa e Asia dovrebbero avere lo stesso rispettoso trattamento di quelle in Occidente. 3) indicando intere comunità come responsabili o complici degli atti di una persona o di un gruppo di persone, senza nessuna prova a supporto di una simile accusa. Una pratica professionale disonesta, che non reggerebbe la prova dei fatti.

    4. I governi, i politici e i loro portavoce. La retorica politica polarizzante, divisiva, che rozzamente separa in due parti contrapposte quelle che sono in realtà società complesse e pluraliste non fa altro che rafforzare la visione bipolare degli estremisti. Ovviamente i politici hanno il diritto di esprimere i loro punti di vista, ma è dovere di un giornalismo indipendente, critico e responsabile chiedere conto delle loro affermazioni e pretendere trasparenza da parte dei governi. E questo è particolarmente rilevante quando si tratta di retoriche e politiche che rischiano di danneggiare le nostre democrazia e libertà in nome della sicurezza nazionale.

    Nei primi momenti di un attacco i media, naturalmente, tendono a sospendere il loro atteggiamento critico verso il potere, il governo. Ma dopo il primo iniziale shock è necessario per i giornalisti tornare a porre domande scomode e chiedere conto ai governi di come gestiscono la risposta al terrorismo, indagare sulle decisioni politiche e su eventuali azioni illegali adottate (come può essere la tortura). L'attacco poteva essere previsto? I servizi di intelligence hanno fallito? Le misure di sicurezza erano sufficienti? I terroristi erano già noti alle forze dell'ordine? Le riforme sulla sicurezza e le misure di emergenza sono davvero efficaci contro il terrorismo e non rischiano di limitare i diritti e la libertà dei cittadini? (Unesco, Terrorism and Media, pag. 99).

    5. Le comunità. Dice Ingram: c'è una tendenza dei media a trattare le comunità musulmane che vivono in Occidente come un blocco monolitico, sebbene siano molto diverse fra di loro, anche qui rafforzando la narrativa bipolare che caratterizza la propaganda degli estremisti violenti. La tendenza a percepire ogni questione riguardante le comunità musulmane attraverso le lenti della sicurezza in chiave anti-terroristica non fa altro che alimentare la percezione della crisi all'interno di queste stesse comunità. Questo tipo di copertura è controproducente, alimenta il populismo e può essere utile per il click bait ma non supererebbe un processo di verifica basato sulle evidenze.

    6. Media. I giornalisti hanno un ruolo fondamentale nel monitorare e sottoporre ad analisi critica il giornalismo dei loro stessi colleghi. Una particolare attenzione bisognerebbe averla anche nella selezione di esperti, commentatori e analisti chiamati a esprimersi e a commentare fatti legati al terrorismo. La professionalità, le competenze non sempre purtroppo sono i criteri seguiti per la selezione, quanto piuttosto la capacità di attirare pubblico e fare audience.

    Attacchi terroristici ispirati

    I cosiddetti "inspired attacks" sono una componente essenziale della strategia ISIS e AQAP. In questi casi il responsabile dell'attacco non ha nessun sostegno o contatto diretto con i gruppi terroristici. Questo tipo di attacchi, a basso costo e a basso rischio per ISIS, sono incoraggiati per creare la percezione di un movimento globale.

    Incitando gli attacchi in Occidente, disseminando manuali d'istruzione, i terroristi pongono le basi per potersi poi appropriare di questi attacchi. In questo modo fanno cadere nella loro trappola i media che si intestano coperture spesso sbagliate e la politica che si rende responsabile di dichiarazioni sprovvedute: entrambi contribuiscono ad alimentare ulteriormente la propaganda 'jihadista' che presenta gli attacchi non solo come un più grande sforzo politico-militare ma anche come prova di una rivoluzione globale.

    Quando i media e i politici si trovano di fronte questa tipologia di attacchi dovrebbero essere molto cauti, verificare prima di diffondere notizie e parlare di responsabilità, evitando commenti sproporzionati. Ingram fa un esempio molto calzante, commentando l'attacco a Westminster a marzo scorso, quando un aggressore ha travolto dei pedoni, è sceso dalla macchina e ha pugnalato un poliziotto prima di essere ucciso. Eppure di questo episodio viene trasmessa un'altra versione. Per esempio, prima ancora che ISIS stesso riconoscesse ufficialmente l'attacco, un leader occidentale ha descritto l'evento in questo modo: "Un attacco ai parlamenti, alla libertà e alla democrazia ovunque". Un vigliacco con una pistola e un coltello o una macchina che uccide innocenti inermi diventa un agente di un movimento globale. Così si è trasformata l'azione di una persona isolata in un attacco alle democrazie di tutto il mondo. Dichiarazioni simili di altri politici e la copertura mediatica hanno ulteriormente alimentato questo tipo di narrazione. Quando ISIS poi rivendicherà l'attacco, in un modo tale che si capisce che sa poco della dinamica e dell'aggressore, poco importa. Il lavoro "sporco" lo hanno già fatto i nostri media e i nostri politici.

    E tutto questo considerando che, secondo un recente rapporto dell'ICCT, di 51 attacchi avvenuti in Occidente fra dicembre 2014 e giugno 2017, meno di uno su dieci è stato portato avanti sotto ordini diretti di ISIS.

    La conclusione che suggerisce Ingram non è poi tanto sorprendente: un giornalismo di qualità – critico, basato su evidenze e sulla verifica attraverso più fonti – è più che sufficiente per fare da freno e per ostacolare la propaganda terroristica, che non è il ruolo del giornalismo, ma semplicemente il frutto di un giornalismo di qualità.

    Il dilemma infernale

    via Pulse

    La relazione fra media e terrorismo è dunque complessa e controversa. Nel caso peggiore, come sottolinea l'Unesco in Terrorism and the Media: A Handbook for Journalists, è un rapporto simbiotico perverso: i gruppi terroristici realizzano spettacoli di violenza per continuare ad attirare l'attenzione del mondo, e i media sono portati ad offrire totale copertura per il grande interesse del pubblico verso questo tipo di contenuti.

    Coprire gli attacchi terroristici asseconda, senza volerlo, l'obiettivo del terrorismo di diffondere paura, ma limitare o contenere la copertura potrebbe alimentare sfiducia nei media e rischio di censura.

    I cittadini si aspettano dai media di essere informati nel modo più completo possibile, evitando eccessi e sensazionalismi. Le autorità invece chiedono di contenere la diffusione delle notizie per evitare di compromettere le operazioni in atto e per non diffondere panico fra la popolazione. I media corrono sempre il rischio di essere accusati di fare da megafono del terrorismo per attirare più audience possibile.

    La reazione dei media contribuisce a determinare l'impatto del terrorismo sulla società, scrive Antoine Garapon: "I media sono davanti a un dilemma infernale. Da un lato è probabile che la loro eco renda le vittime messaggeri involontari della ricerca di gloria dei loro carnefici; dall'altro lato l'auto-censura potrebbe essere interpretata come una sorta di capitolazione. La paura può portare a una restrizione delle tante sudate libertà, riducendo così la differenza fra Stati democratici e regimi autoritari, esattamente quello che vuole il terrorismo".

    Dopo ogni attacco vengono messe in discussione le modalità di copertura. È vero che le vittime nel mondo sono di più per disastri ambientali, guerre o incidenti stradali, ma come ha sottolineato Moises Naim: "Il terrorismo non è la fra le principali cause di morte del 21° secolo, ma sta senza dubbio cambiando il mondo". Ciò non toglie che i media e i giornalisti non debbano interrogarsi sulle modalità e anche sulla quantità di copertura.

    I media hanno dunque il dovere di trovare un equilibrio fra libertà e responsabilità di informare, tra il diritto di sapere e il dovere di proteggere, rispettando le norme e i valori fondamentali del giornalismo: ricerca della verità, indipendenza, senso di responsabilità.

    L'approccio globale

    La copertura degli attacchi terroristici pone una sfida alla qualità del giornalismo che deve restituire un quadro quanto più possibile completo della minaccia terroristica nel mondo e della sua complessità. Gli attacchi che hanno ricevuto più ampia copertura vanno da New York a Mosca, da Parigi a Istanbul. Ma non danno il quadro completo del terrorismo globale: Nigeria, Camerun, Yemen, Golfo di Guinea, Siria, Bangladesh, Filippine sono investite allo stesso modo. Qui sotto la mappa degli attentati/attacchi rivendicati (o attribuiti) dall'ISIS dal 2014 a giugno di quest'anno.

    Sono stati utilizzati i dati di The New York Times, Le Monde e Wikipedia. Nella mappa, come spiegato da Le Monde, sono stati esclusi gli attacchi in Siria e in Iraq perché "il controllo è spesso complicato, l’esaustività impossibile e la caratterizzazione come un 'attacco terroristico' discutibile (perché si inseriscono nella guerra civile)". I giornalisti francesi specificano comunque che con questa decisione non ne sottovalutano il peso, ricordando ad esempio che "nel mese di gennaio 2016, l’ISIS ha commesso più di 100 attacchi suicidi in Iraq e Siria, e ucciso quasi 300 persone in un singolo attacco a Baghdad all'inizio di luglio" dell'anno scorso. Per ogni attacco vengono elencati: città, paese, numero di morti e grado di responsabilità del gruppo terroristica. Su quest'ultimo dato bisogna ricordare che si tratta di informazioni ancora non definitive, in quanto le indagini sui singoli casi sono in corso).

    I media dovrebbero avere un approccio globale, olistico nella copertura del terrorismo e "investigare" anche territori solitamente trascurati. Per anni la copertura giornalistica del nascente Stato islamico/Daesh è stata molto limitata (così come fu quasi assente per l'Afghanistan dopo la sconfitta sovietica nel 1990, "bucando" totalmente l'ascesa di Talebani e Al-Qaeda), se non inesistente fino a quando non ha travolto i nostri paesi direttamente. Eppure per molti anni ha covato in territori sunniti dell'Iraq, come Joby Warrick e Jason Burke hanno raccontato nei loro rispettivi libri su Isis.

    Anche le connessioni fra le diverse aree in cui operano i vari gruppi terroristici sono trascurate. Libia, Nigeria e Siria sono coperte in modo separato, quando in realtà ci sono collegamenti fra di loro. Il criterio della prossimità diventa quindi un grosso limite nella comprensione del fenomeno terroristico.

    Leggi anche >> Una riflessione sulla reazione internazionale agli attacchi a Beirut e a Parigi

    Terrorismo e spettacolarizzazione

    I terroristi contano sul fatto che i media, e soprattutto la TV, in nome dell'audience tendono alla spettacolarizzazione, al sensazionalismo, coprendo in modo quasi ossessivo la violenza. Tutto questo si è enormemente complicato con il web, con la possibilità dei terroristi di disintermediare, cioè di produrre e diffondere autonomamente contenuti, e messaggi, provando e spesso riuscendoci a dettare l'agenda mediatica.

    In questo contesto la guerra di immagini e parole ha raggiunto una portata senza precedenti. L'ascesa dell'ISIS ha esacerbato questo dinamica, perché questo gruppo terroristico ha sviluppato capacità e tecniche di propaganda molto sofisticate (ben più di Al-Qaeda). Da una parte sono in grado di produrre e diffondere i loro contenuti bypassando i media tradizionali, ma dall'altro usano gli stessi media per sfruttare al massimo l'impatto psicologico dei loro attacchi: diffondere insicurezza, paura nelle popolazioni ma anche affascinare e sedurre nuovi sostenitori. ISIS si è specializzato nelle tecniche di comunicazione e nell'uso dei social e soprattutto propone una narrazione allettante di eroismo e virilità, spesso contando proprio sulla copertura dei media tradizionali. I media dovrebbero fare attenzione, cercare di sottrarsi a questa strumentalizzazione, alla "danza macabra del terrore che attraverso la teatralizzazione dell'informazione mette nelle mani dei terroristi la bacchetta della coreografica omicida", come scrive la sociologa Hasna Hussein. Trasmettere ad esempio ripetutamente video con colonne di soldati che sfilano a Raqqa, quasi come in una scena cinematografica, o i combattenti stranieri che si muovono in fuoristrada rafforza solo il processo di"eroizzazione" del gruppo.

    Il terrorismo è una sfida alla qualità del giornalismo

    via abcnews

    La copertura giornalistica non può limitarsi agli episodi di violenza, ai singoli attacchi. La qualità, il ruolo e l'importanza che si ricopre per la società dipende da altri fattori che vanno oltre le breaking news e le emergenze: interrogarsi sul fenomeno che si ha di fronte, investigare sulle sue origini e conseguenze. Si chiede al giornalismo una specifica capacità di analisi investigativa su temi di grande complessità che riguardano la politica internazionale, rapporti di potere politico interno, religione e crimine transnazionale.

    Superficiale, datato e senza respiro, così Philip Seib, professore di giornalismo dell'University of Southern California e autore del libro "As Terrorism Evolves: Media, Religion, and Governance", definisce  il giornalismo occidentale nella sua copertura del terrorismo.

    Un tipo di copertura episodica, non approfondita, quasi da repertorio, contribuisce ad aumentare il senso di vulnerabilità dei cittadini: lì fuori c'è il male, imprevedibile, feroce e colpirà ancora.

    Ma cosa c'è dietro quel male? Chi sono queste persone che uccidono in modo così spietato? Perché lo fanno? E, cosa più importante, come potrebbero essere fermati tali attacchi? Rispondere a queste domande richiede una copertura quotidiana e non una reazione di volta in volta ai singoli attacchi terroristici.

    In un contesto come questo dove i terroristi puntano soprattutto ad azzerare la cosiddetta "zona grigia"– vedi un articolo di inizio 2015 di Dabiq magazine – (dove c'è diversità, tolleranza, comprensione, discussione e dibattito), la posta in gioco si fa ancora più alta: i media devono assumersi la responsabilità di non incentivare, rafforzare stereotipi, visioni semplicistiche o parziali, alimentare pregiudizi, generalizzazioni. L'attenzione all'uso delle parole e delle immagini diventa per questo davvero cruciale.

    Afferma Seib: articoli che parlano in modo superficiale di attacchi terroristici in qualche modo legati all'Islam, senza alcun approfondimento hanno portato al risultato che una religione di 1,6 miliardi di persone viene definita dalle azioni di pochi responsabili di stragi come a Manchester o a Baghdad. E questo limite nella comprensione del mondo islamico da parte di quello non-musulmano porta molte persone ad accettare l'equazione Islam=terrorismo.

    Il timore che un racconto giornalistico distorto o parziale delle comunità possa avere poi un forte impatto sulla opinione pubblica è confermato da diversi studi, come la ricerca di Meighan Stone (Entrepreneurship Fellow allo Shorenstein Center on media, politics and public policy della Harvard Kennedy School ed ex presidente del Malala Fund) che mostra come la copertura televisiva contribuisca a un'opinione pubblica negativa verso i musulmani.

    Analizzando i notiziari di tre fra i principali canali TV americani – CBS, Fox e NBC – Stone ha trovato che, durante i due anni 2015-2017 presi in analisi, non c'è stato un solo mese in cui storie positive di musulmani abbiano prevalso sulle storie negative. Guerra e terrorismo sono stati i principali focus delle notizie, con ISIS a fare da protagonista per il 75% del tempo, mentre storie di vita vissuta o quelle che raccontano i musulmani come membri produttivi della società, sono state nettamente trascurate. Questo ha un impatto su cosa gli americani pensano dei musulmani, rendendoli sospettosi nei lori confronti. L'organizzazione Gallup definisce l'islamofobia come una paura esagerata, un odio e una ostilità verso l'Islam e i musulmani che è perpetuata da stereotipi negativi che portano al pregiudizio, alla discriminazione e alla marginalizzazione e all'esclusione dalla vita politica, sociale e civile.

    I media – sottolinea Stone – sono criticabili più in quello che non fanno rispetto a quello che fanno. Non possono certo essere accusati di coprire le breaking news, che seguono attacchi terroristici e i conflitti in Medio Oriente. E non c'è dubbio che gli americani devono sapere delle violenze perpetrate da Daesh, Boko Haram e altri gruppi terroristici. Quello che i giornali sottovalutano sono gli sviluppi positivi nella comunità musulmana e gli sforzi che questa comunità fa per crearsi uno spazio in America, che comprende combattere quelli che nelle loro comunità hanno ideologie estremiste che non riflettono i loro valori o la loro fede. A dicembre 2015, ad esempio, attivisti musulmani hanno tenuto una marcia pubblica contro ISIS e il terrorismo. Gli organizzatori della marcia hanno così riassunto la copertura mediatica ricevuta: "silenzio".

    Un giornalismo di qualità – prosegue Seib – dovrebbe approfondire i legami con l'Arabia Saudita e l'ideologia musulmana wahabita che è una minaccia per i musulmani moderati visti come i non-musulmani come nemici (dati i legami con molti paesi occidentali difficilmente i politici parleranno di questo, sta ai media indagare). Investigare sull'uso dei social media per diffondere propaganda, fare proselitismo, reclutare giovani terroristi, per ispirare attacchi terroristici, e trovare finanziamenti.

    Infine andrebbero sottoposti ad esame critico gli interventi militari per contrastare il terrorismo e anche le mosse anti-terroristiche dell'intelligence. I cittadini hanno il diritto di sapere cosa funziona e cosa no.

    Seib cita come esempi di giornalismo di qualità con questo tipo di approccio e competenze Joby Warrick del Washington Post e Rukmini Callimachi of The New York Times. Anche Charlie Beckett nel suo lavoro per la CJR cita Callimachi, riporta come esempio di giornalismo di approfondimento, qualità e contestualizzazione i documentari di Vice News America su ISIS e gli approfondimenti del Financial Times degli affari del Califfato nel mercato del petrolio. Un lavoro eccezionale (anche dal punto di vista della grafica interattiva) che ha mostrato come l'organizzazione terroristica si stava finanziando e i suoi legami con il mercato internazionale. Questo tipo di giornalismo aiuta a superare la narrazione legata esclusivamente a questioni di sicurezza. Invece di concentrarci solo sugli attacchi, le vittime, il dramma delle nostre vite quotidiane sconvolte, questo tipo di approfondimenti, obiettivi, basati sui fatti, non faziosi, aiuta a differenziare i vari tipi di terrore e a fornire una chiarezza, una completezza di informazione di cui abbiamo molto bisogno.

    Leggi anche >> Chi è la giornalista che racconta il mondo dei terroristi ISIS tra fonti dirette e social network

    Il terrorismo diventa così un test per il giornalismo anche sotto il profilo della libertà e dell'indipendenza. Dopo un attacco, una strage di civili, per patriottismo, per calcolo o perché costretti, i media di solito tendono ad assecondare le restrizioni volute dai loro governi o lo stato emotivo dell'opinione pubblica, rischiando anche una sorta di autocensura o di farsi megafoni del potere. Troppo spesso gli Stati usano il terrorismo come argomento per silenziare i media e mettere il giornalismo sotto controllo. L'esempio più eclatante in questo senso è stata la copertura dei media americani post 11 settembre, che ha assecondato l'agenda politica al punto da sostenere in modo acritico la guerra in Iraq sulla base di dichiarazioni risultate poi false (il possesso di armi di distruzione di massa).

    Diversi "terrorismi", diverse coperture

    La violenza che ha in assoluto maggiore copertura mediatica – si legge nel documento Unesco – è quella che si accompagna a dichiarazioni religiose. Ma ci sono anche stragi e violenze motivate dal nazionalismo di estrema destra o dal suprematismo bianco (le bombe a Oslo e la strage di Utøya perpetrate da Anders Behring Breivick nel 2011 in Norvegia, il massacro di Afro-Americani nella chiesa battista di Charleston, in America nel 2015, l'assassinio della parlamentare britannica Jo Cox nel giugno 2016).

    Dagli anni '60 agli anni '80 i media si sono dovuti occupare di terrorismo di estrema destra e di estrema sinistra e di movimenti indipendentisti. Oggi il terrorismo ispirato dalla religione è quello al centro dell'attenzione mediatica, soprattutto se si tratta di attacchi istigati da organizzazioni che dichiarano di seguire i dettami dell'Islam, sebbene ricercatori, esperti abbiano fortemente contestato il riferimento all'Islam, non solo all'interno delle comunità musulmane ma anche in quei paesi dove l'Islam è religione di Stato. Nel 2016, durante un incontro del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, il rappresentante del Kuwait aveva spiegato, a nome della OIC (Organization of Islamic Cooperation) che l'espressione "gruppo terroristico ispirato dalla religione" era sbagliata dal momento che "nessuna religione giustifica o incita al terrorismo", sebbene ci siano gruppi terroristici che "sfruttano" le religioni.

    E così spesso i media dicono che questi terroristi sono in guerra contro l'Occidente. Ma dimenticano di aggiungere che le azioni violente colpiscono anche le popolazioni a maggioranza musulmana, o direttamente come in Siria e in Iraq, o indirettamente come nel caso degli attacchi a Bruxelles il 22 marzo 2016, Nizza il 14 giugno 2016, visto che tra le vittime c'erano anche musulmani.

    In Usa da dopo l'11 settembre 2001 e fino al 2015, gli attacchi perpetrati da suprematisti o estrema destra anti-governativa hanno causato più morti rispetto a quelli attribuiti ai jihadisti.

    Una ricerca sulla copertura mediatica degli attacchi terroristici, condotta fra il 2011 e il 2015, ha dimostrato che se l'attacco è portato avanti da musulmani riceve una copertura 4 volte superiore rispetto agli attacchi portati avanti da non-musulmani. I musulmani hanno commesso il 12,4 % degli attacchi durante quel periodo ma hanno ricevuto il 41,4 % di copertura mediatica. Non solo. Le ragioni degli aggressori non-musulmani sono depoliticizzate e spesso attribuite a problemi mentali. Il fatto di essere bianchi e il loro credo religioso (cristiani per esempio) non porta a considerare terroristi tutti i membri della loro etnia o della loro fede religiosa.

    Stessa osservazione che il Financial Times ha fatto quando la parlamentare laburista Jo Cox è stata assassinata, sottolineando come i tabloid trattassero con cautela i collegamenti del killer con l'estrema destra – Il Sun e il Daily Mail sottolineavano nella loro copertura che il presunto killer era un folle solitario con una storia di malattia mentale –. Un tipo di cautela che andrebbe applicata in realtà in tutti i casi di violenza terroristica. Non generalizzare e non cadere negli stereotipi è una delle grandi responsabilità dei giornalisti.

    Il doppio standard è una delle accuse fatte ai giornali britannici anche recentemente. Se il responsabile dell'attacco è musulmano, c'è ampia copertura e un ben diverso trattamento a partire dalla scelta delle immagini e dei titoli. Nel caso dell'attacco a Finsbury Park contro fedeli musulmani, il sospettato – bianco e britannico – viene definito un "lupo solitario", senza lavoro e padre di 4 figli.
    La differenza fra l'attacco a Westminster e quello a Finsbury, in termine di modalità di copertura, è ben rappresentato in questo tweet.

     

    L'importanza del frame narrativo: loro vs noi; lo scontro di civiltà

    via Odissey Online

    La cornice narrativa usata per coprire il terrorismo è decisiva per diversi motivi. News frames, nella definizione di Pippa Norris, Montague Kern e Marian Just, nel loro libro "Framing Terrorism: the news media, the government and the public", sono "strutture narrative che i giornalisti usano per inserire determinati eventi in contesti più ampi". Il frame chiaramente implica la selezione di alcuni aspetti, alcuni angoli della realtà, che vengono poi privilegiati nella descrizione, interpretazione, definizione, valutazione morale del soggetto che si sta coprendo.

    La scelta fatta dai media non è sempre consapevole e spesso può essere influenzata da altri fattori e attori in campo: gli esperti, lo stato emotivo delle persone, le autorità, pregiudizi ideologici, la stessa routine giornalistica che dà priorità alla prossimità (agli eventi più vicini a noi per esempio) e alle emozioni. E questo può influenzare pesantemente anche le reazioni sia del pubblico che delle autorità.

    La cornice narrativa usata dai media americani subito dopo gli attacchi dell'11 settembre 2001 aveva come obiettivo quello di chiedere e ottenere una rappresaglia decisiva. La stampa ha ampiamente riportato le dichiarazione dei politici che invocavano una reazione militare, e la voce di cittadini che chiedevano una ritorsione. Durante la guerra fredda il frame dominante era Oriente vs Occidente. Con la caduta del muro di Berlino e l'ascesa del terrorismo di "ispirazione islamica", gli atti terroristici sono "narrati" in modo molto simile come scontro di civiltà, loro vs noi.

    Lo stesso evento può rientrare in frame narrativi diversi. C'è chi mette in evidenza ciò che divide le comunità, altri scelgono di raccontare fatti che dimostrano l'esigenza di vivere insieme e la possibilità di farlo in modo costruttivo. Così dopo l'11 settembre alcuni media si dedicarono alla pubblicazione di storie positive su gli Arabi-Americani e sui cittadini musulmani. Questo frame puntava a evitare ritorsioni contro una specifica comunità americana e insisteva sulla necessità di rispondere alla sfida che poneva Al-Qaeda con la legge e non con la discriminazione.

    I frame narrativi incidono quindi profondamente sul lavoro giornalistico, nella misura in cui si decide di coprire o meno alcune notizie. Per esempio, possono portare a trascurare la morte di civili causata da una rappresaglia come risposta agli atti terroristici, o a tacere degli abusi commessi dal proprio paese, cose che chiaramente ci costringono a interrogarci sulla pratica giornalistica (equità, imparzialità, verità), sull'etica, sull'empatia.

    Fa una certa impressione rileggere un memorandum interno della CNN dell'ottobre 2001 (riportato nel testo dell'Unesco): "Data l'enormità del bilancio delle vittime innocenti in America, dobbiamo essere attenti a non focalizzarci in modo eccessivo sulle perdite e le sofferenze in Afghanistan che inevitabilmente saranno parte di questa guerra".

    La stampa americana cominciò a parlare seriamente e a informare i cittadini delle torture portate avanti dai soldati americani nelle prigioni di Abu Ghraib non prima del 2004, nonostante fossero ben note da prima grazie alle denunce delle associazioni umanitarie.

    I frame narrativi incidono anche sulle spiegazioni delle cause profonde che vengono date del terrorismo. Dietro alcune spiegazioni di esperti possono esserci posizioni e pregiudizi ideologici che possono inficiare un'analisi indipendente.

    Liberarsi dai frame narrativi significa porsi domande che vanno oltre le nostri lenti interpretative, come per esempio (Unesco, Terrorism and Media, pag. 37): "Il terrorismo nasce da condizioni sociali disagiate? È il prodotto delle interferenze internazionali? Quali eventi storici lo ispirano? Qual è l'effettivo ruolo della religione? Il Jihadismo è la conseguenza della radicalizzazione dell'Islam o il contrario come dice il ricercatore francese, Olivier Roy, il risultato dell'islamizzazione del radicalismo. La risposta a queste domande determina non solo la linea editoriale, ma spesso le stesse scelte di copertura giornalistica".

    Alcune regole di base

     

    La guida dell'Unesco suggerisce alcune regole di base, che troppo spesso diamo per scontato. Ma che purtroppo altrettanto spesso sono disattese.

    Come si diceva all'inizio, le fonti dove attingere informazioni sono aumentate. I social sono uno strumento per ricevere e dare informazioni allo stesso tempo. I media recupereranno centralità del loro ruolo se sapranno essere autorevoli nella selezione e gestione delle informazioni da dare.

    Durante i primi momenti di un attacco terroristico, i media dovrebbero fornire una informazione chiara, accurata, veloce e responsabile. La scelta dei toni, le immagini, le parole non solo aiuta a evitare il panico, ma contribuisce anche contenere eventuali azioni di ritorsione contro individui o gruppi che qualcuno potrebbe collegare ai responsabili degli attacchi. Controllare, verificare, filtrare è fondamentale soprattutto nei primi momenti di caos e confusione, dove circola di tutto: propaganda, false notizie, speculazioni, trolling. In questi momenti sono decisivi professionalità e principi etici.

    Nel momento dell'emergenza regna la confusione, l'incertezza. È fondamentale rimanere autorevoli, riuscire a separare il rumore dai fatti e a smontare la disinformazione. Essere cauti, avere dubbi, cercare il più possibile di essere precisi, il format "cosa sappiamo e cosa non sappiamo" nasce proprio da questo tipo di esigenze durante la copertura live. Correggere il più velocemente possibile eventuali errori. Tutto deve essere controllato, verificato, soppesato e giustificato. Dare i nomi degli assalitori è una delle priorità dei media e spesso si commettono errori gravissimi che danneggiano le persone coinvolte ingiustamente e le comunità di riferimento.

    In un secondo momento è fondamentale cercare di capire, approfondire, contestualizzare, che non significa affatto giustificare gli attacchi terroristici. Informare in modo indipendente senza farsi condizionare o intimidire dal sentimento dell'opinione pubblica o dagli ordini delle autorità. Questo ovviamente senza mettere in pericolo la vita delle persone, degli ostaggi e le operazioni delle forze dell'ordine. È fondamentale interrogarsi sull'opportunità di pubblicare foto o comunicati delle organizzazioni terroristiche, i loro manifesti, o video di uccisioni di ostaggi, per evitare di farsi megafono delle strategie dell'odio. Dopo gli attentati in Francia a luglio 2016 ci fu un ampio dibattito in seguito alla scelta di alcune testate come Le Monde di non pubblicare più le foto degli attentatori e i loro nomi.

    Leggi anche >> “Resistere alla strategia dell’odio”: anche i media sono coinvolti

    È altrettanto necessario essere attenti nella scelta degli esperti a cui ci si rivolge per commenti e analisi, ben consapevoli che gli stessi esperti possono commettere errori o avere una specifica agenda (fondazioni, ministri, agenzie di intelligence). È cruciale verificare la qualità e l'indipendenza delle loro competenze, non affidandosi in modo cieco e acritico alla loro valutazioni.

    Ancora, la scelta delle parole con cui vengono definiti gli assalitori rischia di indicare anche non volendo una sorta di ammirazione: "killer", "mostri", "barbari", "assassini". Oppure si parla di "mente" dietro gli attacchi, o si definiscono gli attacchi "sofisticati". Dovremmo chiederci se non stiamo correndo il rischio in questo modo di esaltare i terroristi, presentandoli come esseri eccezionali.

    Coprire le violenza terroristiche significa anche mantenere il senso delle proporzioni. Troppa informazione può causare ansia, così come troppo poca. La tendenza dei media è di eccedere nella copertura, amplificando l'impatto voluto dai terroristi. Mandare in onda 24 ore su 24 gli stessi video di vittime e superstiti può solo intensificare la paura e la rabbia. Ma non rende i cittadini più informati.

    La sociologa ed esperta di social e movimenti, Zeynep Tufecki, mette in guardia i media, in un articolo su BuzzFeed News scritto subito dopo l'attentato di Manchester del 22 maggio scorso, proprio da questo. Mandare in onda senza sosta quei pochi video delle vittime nel panico, che urlano, l'angoscia dei genitori mentre aspettano i loro figli, madri spaventate in lacrime è un modo per assecondare la strategia dei terroristi.

    La reazione viscerale è comprensibile, quello che non è accettabile – scrive Tufecki – sono i mass media che reagiscono sempre così ancora e ancora, come se i terroristi fossero i registi ombra di un riprovevole reality show in TV.

    Si potrebbe dire che la viralità sui social media è parte del problema, ma devo dirlo: le persone sui social stanno gestendo sempre meglio questa dinamica. Per lavoro seguo migliaia di persone appartenenti ad un ampio spettro politico su diverse piattaforme: la maggior parte delle persone si è fatta più assennata in questa partita. Questa volta la maggior parte delle immagini di persone ferite o senza vita dell'attacco di Manchester erano allegate a tweet o video di testate come BBC o CNN. Le persone sono più avanti rispetto ai mass media nel comprendere e contrastare questo gioco malato di attenzione e orrore. È giunto il momento per i media di recuperare.

    Cosa fare allora? Tufecki suggerisce di prendere esempio dalle strategie mediatiche sulla copertura dei suicidi e delle sparatorie di massa.

    Stiamo così contribuendo a ispirare il prossimo imitatore, il prossimo giovane uomo con il distorto desiderio di infamia e morte (compresa la sua) e il prossimo omicidio di massa... Priviamoli dell'attenzione che cercano, non facciamoci dettare l'agenda. Abbracciamo le vittime e le loro famiglie in tutto il mondo, non solo quelle a noi più vicine. Non diffondiamo i loro nomi e i loro volti in TV; non ripetiamo senza sosta i loro manifesti. Ogni morte è orribile, ma non è un motivo per esagerare il potere o la portata degli assassini. Il terrorismo è omicidio di massa con una strategia mediatica. È arrivato il momento di fermare questa strategia.

    È importante, come già detto, dare spazio e visibilità a storie positive, di solidarietà e di coraggio. Soprattutto perché sono notizie e non andrebbero sottovalutate o trascurate. A nostro avviso è stata per esempio una scelta differente dalle altre e inaspettata rispetto agli standard delle coperture degli attacchi quella del Guardian di dare risalto, durante gli attacchi a London Bridge del giugno scorso, alla tempestività con cui la polizia è intervenuta e ha fermato e ucciso gli assalitori. Questo può avere un impatto positivo sui cittadini, contendendo il senso di insicurezza e di paura e mettendo in evidenza la capacità di reazione delle nostre forze dell'ordine.

    La scelta delle parole e il rischio delle generalizzazioni

    Il linguaggio apocalittico è il linguaggio su cui prospera il fondamentalismo, scrive Jacqueline Rose, Co-Director del Birkbeck Institute for the Humanities.

    "L'asse del male", "barbarie", "martiri", "invasioni", "attacchi", "rappresaglie", sono termini usati da entrambe le parti – terroristi e autorità – che dovrebbero essere maneggiato con molta cautela dai giornalisti. A partire dalla stessa designazione dello "Stato Islamico". La Francia per esempio aveva chiesto di usare solo il termine Daesh, l'acronimo arabo di "Stato Islamico di Iraq e Levante". L'allora ministro degli esteri francese, Laurent Fabius, aveva dichiarato: «Il gruppo terroristico di cui parliamo non è uno Stato, vorrebbe esserlo, ma non lo è. E chiamarlo Stato significa fargli un favore. Così come mi raccomando di non usare l'espressione "Stato islamico", perché induce a confusione tra "Islam", "Islamismo" e "Musulmani"».  Nel giornale arabo Riyadh, si legge nel paper dell'Unesco, Amjad Al Munif aveva sottolineato il punto di vista condiviso anche da altri fonti giornalistiche arabe che denunciava la "propaganda semantica". Durante una intervista ad Al-Arabya, il Grande Mufti d'Egitto, faceva notare che il gruppo non è uno Stato ma sono dei terroristi e che non avevano niente a che vedere con l'Islam. Aveva perciò chiesto ai media di non usare il nome arabo per esteso, ma piuttosto di chiamarli "l'organizzazione terroristica Daesh". E il nome è un aspetto cruciale della propaganda. Testimoniato anche dal fatto che l'organizzazione punisce chi li chiama nel modo sbagliato, rivelando che è in gioco anche una battaglia di parole e acronimi.

    La stessa questione si pone per il termine "Jihadisti", che rischia di rendere glamour il terrorismo, dipingendo i terroristi con un potere religioso che in realtà non hanno (dal memorandum Homeland Security Department americano). Dice Allie Kirchner, ricercatrice del Stimson Center di Washington, "i terroristi hanno sfruttato la parola jihad per creare la falsa impressione che il testo del Corano supporti i loro crimini violenti". Focalizzandosi sul concetto limitato di jihad usato dai terroristi, continua Kirchner, i media americani hanno inavvertitamente rafforzato il legame fra terrorismo e Islam nella visione degli americani e hanno contribuito a diffondere sempre più una percezione negativa dell'Islam nell'opinione pubblica. Il manuale redazionale di Al Jazeera, ad esempio, vieta il termine jihadche strettamente vuol dire una battaglia interiore spirituale, non una guerra santa. Non è secondo tradizione un termine negativo. Significa anche la lotta per difendere l'Islam contro ciò che lo minaccia.

    Inoltre, dovremmo davvero parlare di guerra contro il terrorismo? Se si usa questo termine il rischio è dare una dignità alla causa dei terroristi, trattandoli come soldati e non come criminali. Obama nel 2009 si dichiarò contro l'uso di questo termine, preferendo l'espressione lotta contro il terrorismo. Nella sua testimonianza dopo gli attacchi di Parigi del 13 novembre 2015, Dominique Faget dell'AFP ha detto: «In questi giorni ho sentito molte persone parlare di "scene di guerra" o di "situazione di guerra". Ma bisognerebbe mettere questo in prospettiva. Venerdì 13 novembre abbiamo assistito a una serie di attacchi terroristici a Parigi. Il peggior attacco dai tempi della liberazione durante la Seconda Guerra mondiale. Ma questa non è una guerra. Guerra significa vivere in un costante terrore di morte, vivere nella costante precarietà e in uno stato di insicurezza ovunque, sempre. Significa vedere gente morire attorno a te ogni giorno colpita da proiettili e granate che piovono sull'intera città».

    I social network e la sfida del terrorismo

    via Reuters

    I social network, i giganti delle Rete, sono da tempo al centro di polemiche, critiche e forti pressioni, accusati di "favorire" il terrorismo e di fare poco per contrastarlo.

    I terroristi usano il web, i social, le chat per diffondere la propaganda, reclutare sostenitori, fare proselitismo, organizzare attacchi, raccogliere finanziamenti.

    Il giorno dopo l'attacco a London Bridge dei primi di giugno, il primo ministro britannico, Theresa May, dichiarò: «Quando è troppo è troppo», criticando nello specifico le grandi compagnie della Rete e invocando nuove misure: «Non possiamo permettere a questa ideologia di avere spazi sicuri tramite cui diffondersi. Dobbiamo lavorare con i governi democratici alleati per definire accordi internazionali per regolamentare il cyberspazio, in modo da prevenire la diffusione dell'estremismo e del terrorismo».

    La preoccupazione dei leader politici è doppia: il materiale estremista che viene trasmesso in modo potente dai siti dei terroristi e dalle loro chat-room e diffuso attraverso i social media; l'abilità dei terroristi di comunicare attraverso le app di messaggistica protette dalla crittografia. Questi due elementi combinati hanno una forte capacità di amplificare i messaggi anti-occidentali e influenzare pochi individui al punto da portali a compiere attacchi suicidi. I tre aggressori di London Bridge, scrive The Economist, non sono "lupi solitari", erano parte di un gruppo basato a Londra che supporta ISIS ed è legato a Al Muhajiroun, una organizzazione islamista vietata, fondata da Anjem Choudary, uno dei principali predicatori islamici di nazionalità britannica, arrestato lo scorso anno per aver incoraggiato il sostegno a ISIS. Alcune persone a lui vicine sono rimaste libere di predicare e ispirare i militanti. Due tra i massimi esperti di anti-terrorismo in Gran Bretagna, Peter Neumann e Shiraz Maher, hanno sottolineato nei loro studi proprio questo aspetto: "La grandi compagnie possono anche abbattere la propaganda online ma si ritrovano ad affrontare una battaglia in salita se predicatori come Choudary da anni diffondono incontrastati messaggi per le strade del paese".

    Almeno uno di loro era conosciuto alle forze dell'ordine. Dalle indagini sono emerse le prove del ruolo che Internet ha giocato nel rafforzare il loro estremismo e aiutarli a pianificare l'attacco. È molto probabile che abbiano usato per comunicare app che usano la crittografia come Whatsapp e Telegram.

    ISIS, molto più di Al-Qaeda, ha rafforzato la sua presenza online, usando il web in modo sofisticato per diffondere la sua ideologia e promuovere i suoi successi  militari e nella società. A differenza di Al-Qaeda, che indirizza i suoi messaggi a singole cellule terroristiche, scrive sempre The Economist, ISIS usa le principali piattaforme digitali per costruire reti sociali e esternalizzare l'organizzare di atti terroristici (una sorta di crowdsourcing del terrore).

    Le operazioni mediatiche dell'ISIS sono state studiate e riportate in un report pubblicato nel 2015 per Quilliam Foundation, una organizzazione londinese di contro-terrorismo: una produzione di contenuti in diverse lingue, che vanno da video di vittorie sul campo e di martirio fino ai documentari che esaltano le gioie della vita nel Califfato. Ogni provincia del Califfato (wylayat) ha il suo team di produzione di contenuti locali. Su Twitter una fitta rete di account (anche se chiusi, vengono continuamente riaperti con altri nomi utenti) trasmettono contenuti originali, diffondono i nuovi account che sostituiscono i vecchi chiusi, retwittano materiali propagandistici.

    Se non ci sono dubbi sull'uso di Internet da parte dell'ISIS, non c'è consenso unanime da parti degli esperti di sicurezza sul suo impatto complessivo. "Se c'è un messaggio che ha presa, troverà terreno fertile fuori dal web" – dice Nigel Inkster – ex agente dell'intelligence ora all'International Institute for Strategic Studies di Londra. Quello che Internet ha cambiato, sottolinea Inkster, è la velocità con la quale viaggia il messaggio e la sua ubiquità. Internet ha permesso al processo di radicalizzazione di evolversi, ma non lo ha rivoluzionato. I contenuti terroristici online possono scatenare o rinforzare la radicalizzazione, ma raramente si possono ottenere risultati solo in questo modo. "La creazione di un terrorista richiede la cura attraverso reti sociali offline che offrono una forma di cameratismo basata su scopi comuni e legami personali che creano sentimenti di obbligo".

    Sulla stessa posizione anche Peter Neumann e Shiraz Maher: "Le nostre ricerche [basate su informazioni raccolte su circa 800 reclute occidentali] hanno dimostrato che raramente la radicalizzazione si verifica esclusivamente online. Internet svolge un ruolo importante in termini di diffusione di informazioni e costruzione del brand di organizzazioni come ISIS, ma raramente è sufficiente a sostituire la potenza e il fascino di un reclutatore del mondo reale".

    Leggi anche >> Il terrorismo non verrà sconfitto in Rete

    Sicuramente Internet amplifica l'impatto del terrorismo e spinge giovani alienati verso l'estremismo e la violenza. E senza dubbio questo pone una sfida ai giganti della Rete, che non hanno nessun interesse nella diffusione dell'estremismo attraverso le loro piattaforme, anzi questi contenuti costituiscono anche una minaccia alla loro reputazione e ai loro profitti (diverse aziende hanno ritirato i loro investimenti su YouTube quando si sono resi conto che il loro brand appariva accanto a video violenti ed estremisti).

    È vero che già in base ai termini e condizioni d'uso di diversi social è prevista la rimozione di contenuti pro-terrorismo. Ma il sistema si basa soprattutto sulle segnalazioni degli utenti che vengono valutate internamente e solo dopo l'azienda decide se rimuovere o meno i contenuti terroristici. Un metodo faticoso, lento, costoso, pieno di falle. La ricerca e gli investimenti puntano ora allo sviluppo di nuovi strumenti, grazie anche all'intelligenza artificiale, per rendere questi interventi più rapidi e precisi. Ma come lo stesso Zuckerberg ha affermato – annunciando anche l'assunzione di 3000 persone che saranno impegnate sulla moderazione dei contenuti – prima di arrivare a un sistema così sofisticato ci vorrà ancora tempo.

    Per i contenuti pedopornografici si è intervenuti in maniera più efficiente e radicale, sotto la pressione dei governi a partire dagli anni '90, ma il problema è proprio la tipologia del contenuto: mentre è più semplice sviluppare un programma che riconosca immagini di bambini in atti sessuali, è più difficile che un algoritmo riesca a distinguere un video di propaganda terroristica o un video con valenza giornalistica, un documentario di denuncia, un articolo che usa immagini dei terroristi. Il rischio di errori e censura è evidente.

    Google, Facebook, Twitter e Microsoft l'anno scorso hanno annunciato di lavorare insieme per creare un database dove vengono segnalati contenuti terroristici con un identificatore unico. Altre aziende possono accedere a questo database e rimuovere dalle loro piattaforme quei contenuti contrassegnati. Il database è per ora ancora in fase iniziale.

    Google, il 19 giugno scorso ha annunciato una serie di misure per contrastare il terrorismo online soprattutto su YouTube:

    1) Sarà intensificato l'uso di tecnologie per identificare video di propaganda terroristica e distinguerli da video a scopi informativi come possono essere documentari e servizi giornalistici. Si investirà dunque maggiormente nello sviluppo di algoritmi di machine learning sempre più sofisticati.

    2) Saranno coinvolti più esperti indipendenti nel programma YouTube Trusted Flagger che valuteranno le segnalazioni del sistema d'analisi automatico, che a differenza di quelle degli utenti comuni si sono rivelate più accurate nel 90% dei casi, e decideranno se rimuovere o meno un video. Fanno parte di questo team 63 organizzazioni non governative, a queste se ne aggiungeranno altre 50. Google collaborerà inoltre con gruppi per la lotta al terrorismo per l'individuazione di contenuti tesi alla radicalizzazione e al reclutamento di terroristi.

    3) Saranno applicati standard più rigidi e se anche alcuni video non violano apertamente le regole del servizio ma diffondono estremismo religioso e odio razziale, un avviso partirà prima della loro riproduzione, non sarà possibile monetizzare il traffico inserendo pubblicità, non saranno ammessi commenti, non sarà facile trovarli.

    4) Sarà intensificato il programma Creators for Change, realizzato in collaborazione con Jigsaw, che attraverso Redirect Method invia a potenziali terroristi, che fanno specifiche ricerche, video e contenuti di anti-terrorismo.

    Anche Facebook ha spiegato nei dettagli il suo impegno  per contrastare i contenuti terroristici. Anche in questo caso al centro delle iniziative c'è un vasto utilizzo dell'intelligenza artificiale che serve per esempio a individuare account legati ad attività terroristiche e a bloccarli. Se un utente prova a caricare foto e video di propaganda questa tecnologia è in grado di confrontare le immagini con altre già segnalate e impedirne la pubblicazione in maniera preventiva. La rete di contatti di un account sospetto viene individuata e tenuta sotto controllo e se il caso i profili vengono chiusi. Le tecnologie usate dal social network sono in grado anche di individuare chi, una volta bloccato, prova a riaprire un profilo usando false identità. Facebook per questo tipo di attività usa e incrocia anche i dati delle altre due piattaforme che possiede, Whatsapp e Instagram. Un team composto da 150 persone, costituito da esperti di anti-terrorismo, ex-agenti delle forze dell'ordine, procuratori, ingegneri. lavorerà esclusivamente all'individuazione di contenuti terroristici.
    A questo si affianca l'impegno di collaborare sempre più con le autorità per rimuovere nel più breve tempo possibile i contenuti segnalati.

    Ulteriori passi prevedono una maggiore collaborazione tra le grandi compagnie e i governi, anche se la richiesta da parte delle autorità di mettere backdoor nei loro software per spiare i terroristi è stata in larga parte abbandonata. Una simile operazione avrebbe reso i software meno sicuri per tutti gli utenti, avrebbe potuto violare la libertà di espressione e tra l'altro sarebbe stato impossibile da applicare per tutti, visto che alcune app di messaggistica come Telegram sfuggono alla legislazione occidentale.

    Leggi anche >> La crittografia va difesa, anche se la usano i terroristi

    Foto anteprima via Red24

    Credits:
    Mappa: Andrea Zitelli
    Card: Marco Tonus
    Editing: Angelo Romano

    Segnala un errore
    LINEE GUIDA AI COMMENTI