I consigli di Facebook sulle fake news: perché sono inutili e dannosi

[Tempo di lettura stimato: 6 minuti]

di Angelo Romano e Andrea Zitelli

Il 12 aprile scorso Facebook (in collaborazione in Italia con la Fondazione Mondo Digitale) ha pubblicato 10 suggerimenti per individuare notizie false prima di condividerle:

1) Non ti fidare dei titoli: le notizie false spesso hanno titoli altisonanti scritti tutti in maiuscolo e con ampio uso di punti esclamativi. Se le affermazioni contenute in un titolo ti sembrano esagerate, probabilmente sono false.

2) Guarda bene l'URL: un URL fasullo o molto simile a quello di una fonte attendibile potrebbe indicare che la notizia è falsa. Molti siti di notizie false si fingono siti autentici effettuando cambiamenti minimi agli URL di questi siti. Puoi accedere al sito per confrontare l'URL con quello della fonte attendibile.

3) Fai ricerche sulla fonte: assicurati che la notizia sia scritta da una fonte di cui ti fidi e che ha la reputazione di essere attendibile. Se la notizia proviene da un'organizzazione che non conosci, controlla la sezione "Informazioni" della sua Pagina per scoprire di più.

4) Fai attenzione alla formattazione: su molti siti di notizie false, l'impaginazione è strana o il testo contiene errori di battitura. Se vedi che ha queste caratteristiche, leggi la notizia con prudenza.

5) Fai attenzione alle foto: le notizie false spesso contengono immagini e video ritoccati. A volte, le immagini potrebbero essere autentiche, ma prese fuori contesto. Puoi fare una ricerca dell'immagine o della foto per verificarne l'origine.

6) Controlla le date: le date degli avvenimenti contenuti nelle notizie false potrebbero essere errate e la loro cronologia potrebbe non avere senso.

7) Verifica le testimonianze: controlla le fonti dell'autore per assicurarti che siano attendibili. La mancanza di prove o il riferimento a esperti di cui non viene fatto il nome potrebbe indicare che la notizia è falsa.

8) Controlla se altre fonti hanno riportato la stessa notizia:
se gli stessi avvenimenti non vengono riportati da nessun'altra fonte, la notizia potrebbe essere falsa. Se la notizia viene proposta da fonti che ritieni attendibili, è più probabile che sia vera.

9) La notizia potrebbe essere uno scherzo:
a volte può essere difficile distinguere le notizie false da quelle satiriche o scritte per divertire. Controlla se la fonte è nota per le sue parodie e se i dettagli e il tono della notizia ne rivelano lo scopo umoristico.

10) Alcune notizie sono intenzionalmente false:
usa le tue capacità critiche quando leggi le notizie online e condividile solo se non hai dubbi sulla loro veridicità

Il giorno successivo, in un post su medium, Mike Caulfield – esperto di web literacy e direttore di Blended & Networked Learning alla Washington State University Vancouver negli Stati Uniti ha espresso dei dubbi sull’efficacia dei suggerimenti proposti dal social network americano: “i consigli di Facebook per distinguere le notizie false da quelle vere sul web sono dannosi per l’alfabetizzazione alle notizie”. L’approccio proposto da Facebook, prosegue infatti Caulfield, è quello della “checklist”: guarda l’articolo e appura se ha alcune caratteristiche “tipiche” di una notizia falsa, come la formattazione dell’impaginazione, l’URL (in inglese Uniform Resource Locator, cioè l’indirizzo di un sito web, si legge sul vocabolario Treccani), le testimonianze, le immagini e i video utilizzati, la data di pubblicazione.

Gli esperti di fact-checking, continua Caulfield, non vanno a controllare la pagina “Chi siamo” di un sito per verificare se una notizia è vera o artefatta, non si concentrano solamente sulla pagina che ha pubblicato una possibile fake news ma si servono delle “potenzialità della Rete per controllare le informazioni che girano sul web”. Il decalogo, ha scritto il giornalista Andrea Iannuzzi, commentando l'iniziativa di Facebook, sembra, infatti, "un tentativo di classificare l'informazione non sulla base dei contenuti ma dei contenitori, confondendo le condizioni necessarie con quelle sufficienti".

Il modello proposto dal social network americano – anche nelle sue diverse varianti – ha mostrato di fallire, principalmente per 4 ragioni:

1) Richiede troppo tempo. Immagina di vedere scorrere sul tuo feed un titolo o una storia e poi di applicare i 10 suggerimenti proposti da Facebook: quanto tempo ci vuole? Riesci a farlo per ogni storia che intendi condividere? Lo farai sempre?

2) Riguarda caratteristiche superficiali. Verificare immagini, date di pubblicazione, l’ortografia non è più sufficiente. Le fake news migliorano ogni giorno come i siti che diffondono notizie accertate.

3) Riguarda le fake news ma non le opinioni. L’approccio di Facebook non riguarda le opinioni o le notizie infondate o tendenziose, come ad esempio “importanti scienziati dicono che il riscaldamento globale non è reale”.

4) Non sembra calato nella Rete. Si tratta di un approccio che richiede tempi e modi di informarsi off line, un metodo di verifica che presuppone che il web sia come un libro stampato o un “giardino recintato di contenuti digitali a pagamento”.

Che senso ha, continua inoltre Caulfield, suggerire di controllare l’URL per verificare se sia fasullo (o molto simile a quello di una fonte attendibile) se il primo soggetto a non evidenziare in modo evidente l’URL è proprio Facebook?

via Mike Caulfield.

A queste critiche, si aggiungono quelle di Jesse Singal su Nymag.com. Nelle linee guida di Facebook si legge ad esempio che “le notizie false spesso hanno titoli altisonanti, scritti tutti in maiuscolo e con un ampio uso di punti esclamativi” e così se le affermazioni contenute in un titolo sembrano esagerate a un lettore, “probabilmente sono false”. Ma, si domanda Singal, come si definisce un’affermazione “scioccante” o “altisonante”? “Uno dei problemi centrali delle fake news è che la propria posizione politica rende i lettori non in grado di valutarne con cura la credibilità. Una persona che è stata indotta a credere che Hillary Clinton è una criminale, corrotta e senza scrupoli, per esempio, non riterrà inverosimile l’affermazione che lei abbia fatto uccidere un agente dell’FBI”.

via Mike Caulfield.

Ancora, quando si parla di URL le linee guida di Facebook affermano: “un URL fasullo o molto simile a quello di una fonte attendibile potrebbe indicare che la notizia è falsa. Molti siti di notizie false si fingono autentici effettuando cambiamenti minimi agli URL. Puoi accedere al sito per confrontare l'URL con quello della fonte attendibile”. Per Singal il problema è che a meno che un lettore non sia già in possesso di un livello piuttosto elevato di alfabetizzazione al digitale, “è probabile che non abbia una base di conoscenze necessarie per distinguere un URL falso da uno reale”.

Il social network nel suo decalogo suggerisce poi di assicurarsi “che la notizia sia scritta da una fonte di cui ti fidi e che ha la reputazione di essere attendibile”, mentre se proviene da una che non si conosce, è utile controllare “la sezione "Informazioni" della sua Pagina per scoprire di più”. Per il giornalista però molte persone si fidano ad esempio di siti come Breitbart (un sito americano di estrema destra fondato nel 2007) e se una persona controlla la sezione “chi siamo” del sito può pensare “Bene, qui leggo che questa organizzazione si dedica a svelare la cospirazione criminale della Clinton Foundation. Sembra ottimo!”.

Insomma, conclude Singal, anche se l’elenco di Facebook contiene alcuni consigli utili, con questo decalogo emerge più che altro l’incapacità delle élite della tecnologia di capire che le loro capacità di lettura e abitudine di pensiero critico sono molto differenti da quelle del pubblico di tutti i giorni.

Alcuni brevi suggerimenti per verificare le notizie

Per poter verificare le notizie, scrive sempre Caulfield in un altro articolo sempre su Medium, si dovrebbe procedere in modo opposto rispetto all’approccio proposto da Facebook: interrogare prima il web e poi armarsi di pala e scavare all’interno dell’articolo ritenuto inattendibile. II web è aperto e il modo più efficace per verificare l’attendibilità e la credibilità di quel che circola è conoscere e usare i meccanismi e gli strumenti che la Rete utilizza: i motori di ricerca, il filo dei link interconnessi tra di loro, come le pagine e le notizie rilevanti vengono classificate e indicizzate, ad esempio da Google.

Prima che di una alfabetizzazione alle notizie, ci sarebbe bisogno di una educazione all’uso del web, che inizia con il web e con gli strumenti che mette a disposizione per poter controllare le informazioni che circolano, che sono spesso verosimili (e non oggettivamente false), “più di una finzione, meno di un fatto”.

Nel suo libro Web Literacy for Student Fact-Checkers, lo studioso suggerisce una strategia suddivisa in quattro fasi intermedie, in sequenza, per verificare un’affermazione che potrebbe non essere vera al 100% ed evitare di perdere tempo dietro fonti intermedie insignificanti (verificando le caratteristiche e il “chi siamo” di un sito che poi si scoprirà essere cospirazionista o propagatore di bufale):

1) Fai un controllo sul lavoro pregresso. Accertati se qualcun altro abbia già verificato l’affermazione o se abbia preparato una sintesi dei risultati. Ad esempio, controllando su siti specializzati nel fact-checking, che si occupano cioè di verificare affermazioni o notizie.

2) Risali alla fonte. Se nessuno ha verificato l’affermazione, allora è necessario andare alla fonte originale per capirne l’attendibilità.

3) Leggi lateralmente. Una volta che hai trovato la fonte, leggi cosa dicono altri articoli al riguardo (ad esempio sull’autore, sulla pubblicazione, ecc).

4) Ricomincia da capo. Se ti sei perso – la fonte non è degna di fiducia o emergono questioni complesse – fai retromarcia e ricomincia da quello che sai ora. Probabilmente seguirai un percorso più informato.

A questo processo di verifica, l’esperto di web literacy aggiunge anche un ulteriore consiglio: “controlla le tue emozioni”: quando una di queste, particolarmente forte – come la felicità, la rabbia o la voglia di vendetta – , ti spinge a condividere con altri un “fatto”, bisogna fermarsi perché non si è nello stato mentale adatto a verificare le notizie.

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Giornalista italiano fermato in Turchia: la battaglia per liberare Gabriele Del Grande

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Italian journalist jailed in Turkey: the fight to free him

Aggiornamento 21 aprile 2017, ore 13:16: Venerdì 21 aprile c’è stato l’incontro nel centro di detenzione amministrativa di Mugla, sulla costa egea della Turchia, di Gabriele Del Grande con il suo avvocato e il console italiano. «Gabriele ha avuto anche l'opportunità di incontrare da solo il proprio avvocato – ha detto il ministro degli Esteri, Angelino Alfano –. Ci risulta che Gabriele stia bene. Sta facendo uno sciopero della fame nutrendosi solo di liquidi. Ha comunque l'assistenza di un medico che io ho richiesto e ottenuto dalle autorità turche».

L'avvocato turco del regista e giornalista italiano, Taner Kilic, ha poi detto all'Ansa: «Non ci è stata data alcuna informazione su eventuali capi di imputazione nei confronti di Gabriele. La sua detenzione è del tutto illegale. Non c'è nessun impedimento giuridico al rimpatrio, è un provvedimento punitivo. Abbiamo chiesto di vedere il suo dossier, ci è stato negato. Al momento, il direttore del centro non ha nessuna informazione riguardo a una sua possibile espulsione».

...

Sono ormai undici i giorni che Gabriele Del Grande, regista e giornalista italiano, è in stato di fermo in Turchia. Del Grande è uno dei registi e sceneggiatori del film documentario “Io sto con la sposa”, presentato alla 71ª Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia e che racconta la storia di cinque migranti che, dopo un lungo viaggio, raggiungono la Svezia, aggregandosi a un corteo nuziale.

In Turchia dal 7 aprile per fare delle interviste e raccogliere materiale per il suo prossimo libro dal titolo “Un partigiano mi disse”, sulla guerra in Siria e la nascita dell’Isis attraverso il racconto della gente del posto, Del Grande è stato bloccato tre giorni dopo nella provincia sud orientale dell’Hatay, al confine con la Siria, e da quel giorno non ha potuto vedere familiari e persone delle istituzioni del proprio paese, fino a venerdì 21 aprile quando una delegazione del Consolato italiano ha potuto incontrarlo.

Mercoledì 19 aprile il senatore Luigi Manconi, presidente della Commissione per i Diritti umani, durante una conferenza stampa in Senato ha denunciato che "il vice console italiano ad Ankara e il legale turco di Gabriele Del Grande sono andati nel carcere dov'è detenuto il giornalista italiano, ma le autorità turche gli hanno impedito di vederlo", aggiungendo che non sono ancora chiare le accuse imputategli (la Farnesina in una nota del 15 aprile scorso aveva specificato il regista era stato “fermato in Turchia perché si trovava in una zona del Paese in cui non è consentito l’accesso”). Il senatore ha inoltre chiamato a una mobilitazione perché “il quadro, che fino a due giorni fa sembrava andare verso risoluzione imminente si è improvvisamente aggravato”.

La delegazione del consolato italiano di Izmir, che sin dall’inizio sta seguendo la vicenda, si era recata nel centro di detenzione amministrativa di Mugla, dove si trova il giornalista italiano, su disposizione del ministro degli Esteri, Angelino Alfano. Sempre il 19 aprile, Alfano, ha contattato il ministro degli Esteri della Turchia, Mevlüt Çavuşoğlu, ribadendo "la nostra ferma richiesta per il rilascio immediato di Gabriele Del Grande".

Era stato proprio Del Grande, in una telefonata alla moglie, Alexandra D’Onofrio, martedì 18 aprile, a comunicare di essere stato trasferito a Mugla, annunciando anche l’avvio di uno sciopero della fame e invitando tutti a mobilitarsi perché vengano rispettati i suoi diritti:

La ragione del fermo è legata al contenuto del mio lavoro. Ho subito ripetuti interrogatori al riguardo. Ho potuto telefonare solo dopo giorni di protesta. Non mi è stato detto che le autorità italiane volevano mettersi in contatto con me.

Sin dal giorno del fermo sui social la notizia è stata condivisa con gli hashtag #iostocongabriele e #FreeGabriele e sono stati lanciati appelli.

La Federazione nazionale della stampa italiana (FNSI) ha organizzato (insieme ad altre organizzazioni, come Articolo21, Amnesty International Italia, Usigrai, ecc) per il prossimo 2 maggio un sit-in davanti all’ambasciata turca a Roma per “denunciare le condizioni insostenibili in cui sono costretti i giornalisti e la libertà di stampa in Turchia”. In questi giorni si stanno svolgendo numerosi sit-in per chiedere la liberazione di Del Grande.

Di seguito la lista delle mobilitazioni organizzate in tutta Italia.

Le foto delle manifestazioni del 20 aprile.

Nella foto di anteprima Gabriele Del Grande, via Produzioni dal Basso

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Italian journalist jailed in Turkey: the fight to free him

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Translated by Roberta Aiello

Giornalista italiano fermato in Turchia: la battaglia per liberare Gabriele Del Grande

Update 21 April, h.13.29: On Friday 21 April Gabriele Del Grande and his lawyer met the Italian consul in the Jail at Mugla on the Mediterranean coast of Turkey. “Gabriele also had the opportunity to meet with his lawyer alone," said Italian Foreign Minister Angelino Alfano, "Gabriele is okay. He is on a hunger strike, only feeding on liquids. However, he has the assistance of a doctor that I have requested and obtained from the Turkish authorities.

The Turkish lawyer Taner Kilic of the Italian documentary maker and journalist then told Ansa: "There was no information about possible charges against Gabriele. His detention is completely illegal. There is no legal impediment to repatriation, it is a punitive measure. We asked to see his dossier, we were denied. Currently, the center director has no information about his possible expulsion."

...

Eleven days have passed since Gabriele Del Grande, an Italian director and journalist, was detained in Turkey. Del Grande is one of the directors and the screenwriters of the documentary "On the bride's side", presented at the 71st Venice International Film Festival. The documentary film details the story of five migrants who, after a long journey, reach Sweden by joining a wedding procession.

Del Grande has been in Turkey since 7 April for interviewing and collecting material for his next book entitled "A Partisan told me", about the war in Syria and the creation of Isis, through the stories of the local people. He was blocked three days after his arrival in the eastern province of Hatay, on the border with Syria. From then he had no contact with his family and Italian institutions until Friday 21 April, when a delegation of the Italian Consulate finally met him.

On 19 April, the Italian Senator Luigi Manconi, president of the Human Rights Commission, during a Senate press conference, filed a complaint stating that "the Italian vice consul in Ankara and the Turkish lawyer of Gabriele Del Grande went to the prison where the Italian journalist has been detained, but the Turkish authorities prevented them from meeting him," adding that the charges against him are still unclear (in a note on 15 April, the Italian Foreign Ministry had specified that the director "was blocked in Turkey because he was in an area of the country where access is not allowed"). The Senator also called for mobilization because "the situation, which two days ago seemed to have ended with an imminent resolution, suddenly has become aggravated."

The delegation of the Italian Consulate in Izmir, which has monitored the situation since its beginning, went to the administrative detention center in Mugla, where the Italian journalist has been detained, as requested by the Italian Foreign Minister Angelino Alfano. On 19 April, Mr. Alfano contacted Turkey's Foreign Minister Mevlüt Çavuşoğlu, reiterating "our firm request for an immediate release of Gabriele Del Grande."

On Tuesday,18 April, Del Grande, in a phone call to his wife, Alexandra D'Onofrio, communicated that he had been transferred to Mugla. He announced the beginning of a hunger strike and invited everyone to mobilize for his rights:

The reason for the detention is related to the content of my work. I have been repeatedly questioned about it. I was able to make a phone call after days of protest. I was not told that the Italian authorities wanted to get in touch with me.

Since the first day of his detention, the news has been shared with the #iostocongabriele and #FreeGabriele hashtags and some appeals were launched. The National Federation of the Italian Press (FNSI) has scheduled, on 2 May, a sit-in in front of the Turkish Embassy in Rome (along with other organizations, such as Articolo21, the Italian Section of Amnesty International, Usigrai, etc.), "to denounce the unsustainable conditions which journalists and the freedom of press are subjected in Turkey." Recently, numerous sit-ins have been held to ask for the release of Del Grande.

Here is a list of rallies organized all over Italy.

In the preview photo Gabriele Del Grande, via Produzioni dal Basso

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Francia, viaggio nella Marsiglia governata dal Front National di Le Pen

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Le elezioni presidenziali in Francia si avvicinano. Domenica 23 aprile ci sarà il primo turno e poi il 7 maggio il secondo, data in cui si saprà chi succederà al socialista François Hollande alla presidenza della Repubblica francese. Si tratta di uno degli appuntamenti elettorali più attesi in Europa. Tra i motivi di questa attenzione: capire quale strada prenderà la Francia, anche all’interno dell’Unione europea. Uno dei candidati in testa, secondo i sondaggi, è infatti Marine Le Pen del Front National (partito nazionalista di estrema destra) che tra le proprie proposte prevede anche un referendum sull'uscita della Francia dall’Ue e la rinegoziazione dei trattati dell’Unione. Dall’altro, Emmanuel Macron con il partito En Marche! (fondato nel 2016, di centro-sinistra ma più collocato al centro) è cresciuto molto negli ultimi mesi. Di pochi punti percentuali dietro ci sono François Fillon per il centro-destra e Jean-Luc Mélenchon, sinistra-radicale (qui si possono trovare riassunti i programmi dei cinque principali candidati su tematiche come immigrazione, istruzione, fisco, giustizia, ambiente, lavoro, protezione sociale, terrorismo).

Pubblichiamo questo reportage di Filippo Ortona dai quartieri nord di Marsiglia per raccontare come il Front National sia riuscito ad affermarsi in questo territorio, storicamente bacino elettorale socialista. Dal 2014 a governare i quartieri nord di Marsiglia è infatti il partito di Marine Le Pen. La vittoria dell’esponente frontista di lunga data, Stéphane Ravier, cresciuto in queste zone, nello spicchio più popoloso, povero e stigmatizzato della città francese è stata interpretata come l’ennesima affermazione del Front National tra le classi popolari francesi. Una realtà che può essere utile per capire come la formazione di Le Pen sia giunta, alla vigilia delle elezioni presidenziali, a essere il partito che nelle intenzioni di voto si contende la vittoria con Emmanuel Macron.

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di Filippo Ortona

«Digli la verità: a scuola non ci andiamo», afferma deciso il ragazzino bianco e biondo, avvolto in un bomber arancione. L’altro, dai connotati e dalla carnagione magrebini, sorride furbo sotto ai baffetti appena accennati, inclinando la testa perché l’ombra gettata dal cappellino da baseball scivoli dagli occhi intelligenti. Chiede l’accendino per l’ennesima volta: la canna di fumo continua a spegnersi e, tutto preso dal non bruciarsi la tuta rossa sfavillante del Bayern Monaco, dice di avere quindici anni, anche se ne dimostra appena tredici. «Siamo qui a fare charbon», a fare carbone, ovvero, a vendere fumo. «Facciamo il giro delle scuole e ci mettiamo in tasca qualche soldo. Alle volte on guette», facciamo le vedette, quelli che nelle cités dei quartieri nord di Marsiglia avvisano l’arrivo di ospiti indesiderati. Il biondino garantisce di poter tirare su 50 euro a mezza giornata o fino a 140 se s’impegna fino a sera tardi. Non superano il metro e mezzo, ma già indossano, pieni di sé, l’aspetto dell’uomo affaticato e indaffarato.

La cité di provenienza è come una carta d’identità, delimita spazio, diritti, retroterra. «Io non sono di qui», dice il biondino, «vengo dai Font-Vert». Ad appena qualche minuto di distanza, ma già altrove, rispetto al piazzale antistante al liceo Diderot, dove sono scesi dall’autobus. Il liceo è una struttura innovativa, un ibrido di istituto professionale e liceale, multidisciplinare: dalle arti plastiche ai mestieri di muratura. Accoglie 1500 studenti, immerso tra la famigerata cité dei Cedri (Les Cedrès) e l’altrettanto famosa dei Lauriers.

La cité dei Lauriers nel 13esimo arrondissement di Marsiglia, da mediaterranee via Google Earth

Poche settimane fa, nella notte tra il 28 Febbraio e il 1° Marzo, un ragazzo di 21 anni, Kevin, è stato ucciso nella rue Marathon, a meno di un centinaio di metri di distanza dall’ingresso della scuola. Tre colpi, due al torace e uno alla mano, sparati con un fucile da caccia, secondo la polizia.

I quartieri nord di Marsiglia, in particolare il 13° e 14° arrondissement, 150mila abitanti in tutto, secondo le cifre dell’INSEE (l’equivalente francese dell’Istat), sono tra le zone più povere del paese. Una media di venti “regolamenti di conti” l’anno, il 39% delle famiglie che vive al di sotto della soglia di povertà (il doppio della media nazionale), tassi di disoccupazione che viaggiano dal 40 al 60% a seconda della cité. I palazzoni “HLM” (habitations à loyer modéré), le case popolari, famigerate cités i cui nomi compaiono regolarmente tra le pagine di cronaca e nei servizi dei canali all-news, sono una colata di cemento che riempie il colpo d’occhio fino a saturarlo.

Panorama dei quartieri Nord, Marsiglia, via Jeanne Menjoulet

Dal 2014 a governare i quartieri nord è il Front National. La vittoria dell’esponente frontista di lunga data, Stéphane Ravier, cresciuto in queste zone, nello spicchio più popoloso, povero e stigmatizzato di Marsiglia – storicamente bacino elettorale socialista – è stata interpretata come l’ennesima affermazione del partito di Marine Le Pen tra le classi popolari francesi. Capire come il FN è riuscito a conquistare i quartieri nord di Marsiglia può essere un modo per comprendere come la formazione dei Le Pen sia giunta, alla vigilia delle elezioni presidenziali, a essere tra i primi partiti nelle intenzioni di voto del primo turno, insieme al candidato indipendente Emmanuel Macron.

Francia: Mélenchon, il candidato che con il digitale conquista e coinvolge gli elettori

Oltre ai charbonniers e al Front National, Marsiglia possiede una particolarità geografica che la rende particolarmente interessante ai fini delle analisi elettorali: il contrasto tra i pavillons, le zone residenziali attorno ai nuclei degli antichi villaggi di campagna, i noyaux villageois, inglobati dall’estensione della città ma che hanno conservato il loro aspetto fatto di casette basse, stradine e bistrots, e le cités di cui sopra. Spesso, noyaux villageois e pavillons sono adiacenti alle cités, in una coabitazione sempre più conflittuale con l’aggravarsi delle condizioni economiche.

Come ha fatto notare l’analista elettorale e sociologo Joël Gombin, che ha dedicato varie pubblicazioni al voto FN, «il comportamento elettorale [è] strettamente legato all’ambiente urbano. Le zone dei pavillons e i noyaux villageois votano ormai in maniera abbastanza compatta per il Front National, mentre nei palazzoni è soprattutto l’astensione a prevalere».

Distribuzione del voto nel 7° settore di Marsiglia, elezioni municipali 2014. Via joelgombin

«Nei pavillons c’è un po’ di tutto: piccola borghesia modesta, dirigenti e funzionari», spiega Cédric Dudieuzère, adjoint al sindaco del municipio locale con delega ai trasporti e alle politiche del lavoro. «In generale il potere d’acquisto dei suoi abitanti è più elevato e il tasso di disoccupazione ridotto rispetto agli abitanti delle cités», afferma, seduto nella sala centrale del municipio locale con alle spalle una riproduzione della nike di Samotracia.

Relativamente giovane, portamento marziale, abbigliamento elegante, scarpe a punta e cravatta turchese dai riflessi rosa salmone, l’adjoint, ex-marinaio, è anche consigliere regionale e snocciola dati come un politico consumato. «Certo, dice, è nei noyaux villageois (i pavillons, nda) che abbiamo fatto i nostri migliori risultati» alle elezioni. «Ma lavoriamo per tutti», assicura, sebbene, a suo dire, «le cités beneficiano di continui aiuti dallo Stato, mentre è quasi impossibile ottenere finanziamenti nei quartieri dei pavillons», i cui abitanti, secondo l'esponente FN, avrebbero «l’impressione di pagare le imposte per quelli che non le pagano», cioè quelli delle cités, semplicemente perché troppo poveri per dover pagare la tassa sul reddito.

Ci fu un tempo in cui il conflitto tra cités e pavillons non poteva essere cavalcato dall’estrema destra, per il semplice fatto che non esisteva. José Deulofeu ha 72 anni ed è presidente di una piccola associazione di quartiere davanti alla cité dei Font-Verts, la stessa di uno dei piccoli charbonniers. Si occupa di assistenza all’infanzia e giardini autogestiti. José è cresciuto nei pavillons dei quartieri nord negli anni ’50, figlio di un barbiere comunista, riuscì a entrare nella prestigiosa Ecole Normale Supérieure per studiare letteratura francese.

Figlio della classe operaia che una volta abitava questi quartieri, con le sue «fabbriche di sapone, di piastrelle, industrie varie e commerci», come tiene a ricordare, José ha visto il razzismo passare da «elemento di folklore rivolto agli italiani, ai polacchi, ai maghrebini, sfotto’ largamente compensato dall’ammirazione per il talento altrui, all’interno di un’economia in crescita», a sfogatoio della crisi economica e della deindustrializzazione che, secondo José, «hanno stravolto a partire dai primi anni ’90 il paesaggio di quartiere».

I «piccoli-borghesi e gli ex-operai avevano bisogno di un capro espiatorio», su cui scaricare le pressioni derivate dalla povertà crescente e dal fatto che «i figli avrebbero avuto condizioni di vita peggiori dei padri», dice José. Il FN glielo ha fornito sotto forma di «altri astratti, ‘immigrati’, ‘racaille’ [‘feccia’, parola che indica spesso gli abitanti delle cités di origine immigrata, nda] e le fantomatiche ‘élites’. Le persone, insomma, che non si frequentano né si conoscono», conclude.

Le ricette del Front National sono semplici, per questo hanno successo. Per l’ex-marinaio e adjoint del FN Cédric Dudieuzere, la chiave è la “priorité nationale”, la precedenza ai cittadini di nazionalità francese, da attuare nelle scuole, nei sussidi, negli interventi di riqualificazione dei quartieri. Nonostante i poteri ridotti di un municipio locale, l’amministrazione di Stéphane Ravier non ha perso occasione per mettere il principio in pratica. In una circolare del 2014 ha vietato agli impiegati della mairie, il municipio locale, “l’utilizzo di un’altra lingua che non sia il francese… in particolare nei centri sociali e d’animazione”. Poi, è intervenuto sulle attestations d’hébergement, permessi obbligatori da richiedere al municipio locale quando si ospita una persona straniera per più di 3 mesi. Da quando c’è Ravier è diventato molto più difficile ottenerli.

Un cambiamento rivendicato con soddisfazione dall’adjoint Dudieuzère: «prima timbravano tutto. Noi abbiamo fatto una cosa eccezionale: applicare la legge… chiediamo delle attestazioni che assicurino che le persone guadagnino abbastanza per poter sostenere finanziariamente i loro ospiti». Piccole cose, ma che lasciano il segno. Come i matrimoni: «anche li, se sospettiamo un matrimonio d’interesse tra una persona francese e una straniera, qualora constatiamo una differenza flagrante tra gli sposi, facciamo un’inchiesta e poi lo segnaliamo alla prefettura», dice Dudieuzère. Passare il controllo di legittimità, se la differenza non è troppo “flagrante”, non basta: «alle volte la sorveglianza continua anche dopo l’unione, per vedere se vivono insieme», aggiunge l’adjoint.

Quando si parla di cités e della criminalità che prospera sulla loro emarginazione sociale e urbana, Dudieuzère non batte ciglio: «tolleranza zero, più mezzi per la polizia, stop all’immigrazione». Un mantra ripetuto da anni da Stéphane Ravier, sui social come sul suo blog, insieme all’altro slogan preferito: “ripulire Marsiglia per ripulire le cités”. Soprattutto sul suo sito personale, Ravier non risparmia critiche alla governance cittadina, colpevole di nepotismo e corruzione. Assieme alla racaille, sono i mali che – secondo Ravier – fanno di Marsiglia la “capitale francese della povertà”, secondo un’espressione del quotidiano La Provence.

No all’immigrazione, più sicurezza, basta casta”: un discorso che ha riscosso un grande successo tra gli abitanti dei pavillons, ma che non ha impedito alla nipote di Ravier, Sandrine D’Angio, di essere eletta e diventare adjointe con delega all’educazione, o a suo figlio di essere assunto a spese del municipio nella gestione degli spazi verdi locali. A detta di Ravier (padre), nient’altro che «un lavoretto che gli farà guadagnare appena 1000 euro al mese».

La vittoria del FN è, in un certo senso, anche la vittoria dei pavillons sulle cités. Una vittoria facile: a Ravier sono bastati 15971 voti (su 150mila abitanti) per diventare sindaco del 7° settore, che raggruppa il 13° e 14° arrondissement, quello che esprime più consiglieri municipali di tutti gli altri, 15. Poco più del 10% dei residenti e appena il 19% degli iscritti (in Francia bisogna iscriversi alle apposite liste).

«Gli è bastato poco, perché nelle cités non si vota più», spiega Salim Grabsi, insegnante di fisica al liceo Diderot, uscito al sole ancora in camice da laboratorio appena qualche minuto dopo la partenza dei due piccoli charbonniers incontrati prima. Salim ha 45 anni ed è militante da una vita: nato e cresciuto nei quartieri nord, da genitori analfabeti ma forti quanto basta per crescere dieci figli. È riuscito a studiare, a venir fuori dalla cité. «L’unica cosa che vogliono le persone che abitano lì», dice, comprendendo con il solo gesto del braccio i palazzoni dei Lauriers e dei Cedrès, «è andarsene. Quelli che ce la fanno se ne vanno in un posto un po’ migliore. Gli altri restano. Il risultato è questo: un distillato di miseria», sedimentato nei decenni, consolidato nel cemento.

Per anni, la politica nei quartieri popolari di Marsiglia è stata sinonimo di magouille, letteralmente “intrallazzo”. «È difficile mobilitare le persone», sospira Salim, «la gente qui non fa politica. La consuma, come consuma la televisione e l’info h24, perché è così che i politici hanno sempre fatto nei quartieri nord». Utilizzando associazioni e lavoretti, nella più classica delle accezioni del voto di scambio. Pratiche che hanno portato a processi esemplari nei confronti, per esempio, di Jean-Noël Guerini, potentissimo presidente della provincia di Marsiglia per 16 anni consecutivi, o di Sylvie Andrieux, parlamentare eletta dal 1997 al 2007 nel 7° settore, i quartieri nord. Il fatto che siano entrambi esponenti del partito socialista contribuisce a spiegare, almeno in parte, le ragioni del successo del Front National.

«Guardali: quasi tutti loro hanno già visto un morto ammazzato e non hanno ancora 16 anni», dice Salim, riferendosi ai suoi allievi che, usciti dalle classi, aspettano il pullman sotto il sole. Spiega che i voyous (i membri della criminalità organizzata) arruolano ragazzini sempre più giovani. Hanno il doppio vantaggio di non avere paura della morte e possedere una responsabilità penale limitata. «La storia dei quartieri nord è affascinante e complicata. I politici ci hanno sempre messo gli indesiderati», afferma. «Negli Stati Uniti, hanno preso gli indiani, li hanno messi nelle riserve e poi hanno dato loro l’acqua di fuoco, il gin, perché non si ribellassero troppo. Qui, hanno preso i neri e gli arabi, li hanno messi nei palazzoni, ben separati dal resto della città, dandogli lo shit (il fumo, nda)», dice.

Nel 2013, Salim ha fondato assieme ad altri militanti il collettivo dei quartieri popolari di Marsiglia (CQPM). Dopo l’ennesimo regolamento di conti, un gruppo di abitanti dei quartieri nord, in particolare delle madri di alcuni giovani assassinati, aveva manifestato per chiedere un maggiore impegno delle istituzioni. Da allora, i membri del CQPM hanno passato anni a percorrere in lungo e in largo le strade di queste zone. «Abbiamo fatto una cosa che nessuno fa: chiedere agli abitanti delle cités cosa, secondo loro, andrebbe fatto e come. I politici non erano molto contenti, perché per una volta potevamo fare a meno di loro», racconta Salim. Il CQPM ha poi stilato una specie di cahier de doléances: «l’ho consegnato di persona al primo ministro [Jean-Marc] Ayrault (socialista, 2012-14, nda). Non è cambiato niente», riassume. Per Salim, «il Fronte Nazionale avanza nella debolezza altrui. Nel quartiere non esistono, non si fanno vedere, se non raramente, nelle zone dei pavillons». La gente, dice Salim, li vota perché si è stancata degli altri. «Vedranno come sono: disastrosi, pasticcioni, come gli altri, e se ne stancheranno presto», afferma.

Stéphane Ravier, sullo sfondo Marine Le Pen. Via 20minutes.fr

Nel frattempo, la mairie di Stéphane Ravier non cessa di essere scossa dalle dimissioni dei suoi funzionari ed esponenti eletti. Tra adjoints e membri del consiglio, sono già in 8 ad aver dato le dimissioni o a essere confluiti nei relativi “gruppi misti”. L’ultimo in data, Antoine Maggio, ex-adjoint all’edilizia popolare, ha accusato Ravier di esercitare una «gestione autocratica… gli eletti servono a distribuire la posta del municipio, all’attacchinaggio dei poster», e ha dichiarato che «Stéphane Ravier è il capitano della nave che ci sta portando al disastro».

Una dinamica comune ad altre amministrazioni frontiste. Secondo l’Agenzia France Presse (AFP), dalle elezioni municipali del marzo 2014, le stesse in cui Ravier ha conquistato i quartieri nord, il 28% degli eletti frontisti nelle amministrazioni comunali ha già dato le dimissioni.

Tutto questo non sembra impensierire Stéphane Ravier, né il suo adjoint Dudieuzère. Un municipio locale non ha molti poteri, ma offre una tribuna mediatica e politica. Nell’autunno del 2014, pochi mesi dopo essere divenuto il sindaco del 13° e 14° arrondissement, Ravier è diventato senatore. Il suo adjoint è stato eletto, nel 2015, al consiglio regionale, mentre la nipote di Ravier, Sandrine D’Angio, è in lizza per un posto da parlamentare alle prossime elezioni.

Philippe Pujol, ex-cronista di nera per il quotidiano La Marseillaise, autore di La Fabrique du Monstre (2016) – importante analisi giornalistica dei quartieri nord di Marsiglia, della criminalità organizzata e non, e del clientelismo cittadino, insignito del più importante premio giornalistico francese, l’Albert Londres – scrive:

il Front National marsigliese è una creatura multistrato, capace di giocare con correnti politiche multicolore, dai comunisti ai neofascisti… A Marsiglia, checché ne dica Marine Le Pen, il funzionamento del FN non è per niente differente dagli altri partiti di sistema: clientelismo e network di ogni tipo come unico programma politico.

Una critica che sembra rispecchiare, quantomeno, i recenti scandali giudiziari che hanno coinvolto la famiglia Le Pen e il Front National, accusato di aver nominato assistenti fittizi al Parlamento europeo, in realtà impegnati in tutt’altri posti che a Strasburgo e Bruxelles, di aver abusato dei finanziamenti per le campagne elettorali, tramite opache pratiche finanziarie e, per quanto riguarda la famiglia Le Pen, di aver omesso parte del patrimonio dalla dichiarazione dei redditi.

«Marsiglia – dice Pujol – è come una città tutto-in-uno… la violenza, la droga, l’affarismo, gli intrallazzi, la corruzione, il cemento, l’elezione, il razzismo… [Marsiglia] è l’illustrazione visibile di tutti i difetti della République».

Foto anteprima via Jean-Paul Pelissier/Reuters, Marine Le Pen durante un comizio a Marsiglia, il 6 settembre 2015.

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Francia: Mélenchon, il candidato che con il digitale conquista e coinvolge gli elettori

[Tempo di lettura stimato: 7 minuti]

di Filippo Ortona

Un piccolo Jean-Luc Mélenchon, rappresentazione virtuale del candidato della sinistra radicale alle presidenziali francesi, si muove a destra e sinistra dello schermo, mentre scuote – letteralmente – i denari dell’evasione fiscale dalle tasche di alcuni illustri cittadini francesi, accusati di aver goduto di pratiche contabili eticamente discutibili. All’improvviso s’illumina come un Super Sayan di Dragon Ball e abbatte tutti i nemici, rimediando in un sol colpo al deficit dello Stato francese. Stiamo parlando di “Fiscal Kombat”, un videogioco messo a punto da un gruppo di ragazzi in totale autonomia dalla campagna elettorale ufficiale di Mélenchon. Secondo i suoi creatori sono state circa 650mila le persone che hanno giocato al videogioco dalla data del lancio, il 7 aprile.

“Fiscal Kombat” è solo l’ultimo esempio dell’intenso rapporto sviluppato dalla campagna elettorale di Jean-Luc Mélenchon, La France Insoumise (letteralmente “La Francia non sottomessa”, o “ribelle”), con le tecnologie digitali. Tra canale Youtube, piattaforma di organizzazione dei comitati locali in linea, webradio e utilizzo dei social (oltre a Twitter e FB, anche Snapchat), La France Insoumise ha puntato decisamente sul digitale per aggirare i media mainstream e cercare il massimo livello di engagement possibile. «Le attuali frontiere del mondo digitale... non aspettano altro che di essere allargate dallo spirito umano», ha detto Alexis Corbière, portavoce di Mélenchon, il 5 Febbraio a Parigi durante un meeting.

Francia, viaggio nella Marsiglia governata dal Front National di Le Pen

Qualche istante dopo Mélenchon, che nello stesso momento era a un altro incontro a Lione, gli è apparso di fianco in ologramma, tra gli applausi delle due folle riunite a più di 400 km di distanza. Utilizzando questa tecnologia, martedì 18 aprile il candidato della sinistra radicale francese, è stato “presente” in 6 luoghi diversi per tenere un comizio: a Digione, in carne e ossa, e contemporaneamente a Nantes, Clermont-Ferrand, Grenoble, Nancy, Port à la Reunion e Montpellier.

Una campagna certamente innovativa, che sembra per ora portare i suoi frutti: stando agli ultimi sondaggi, Jean-Luc Mélenchon godrebbe oggi del 20% circa delle preferenze, appena due punti percentuale dietro al favorito Emmanuel Macron e alla presidente del Front National, Marine Le Pen. Nella storia della Quinta Repubblica, non era mai successo che un candidato della sinistra non socialista arrivasse al primo turno delle elezioni accompagnato da un tale entusiasmo.

Les Insoumis, la “campagna elettorale” parallela creata on line da migliaia di cittadini

Oltre ai risultati nei sondaggi, la campagna de La France Insoumise ha innescato la creazione spontanea di tutta una serie di strumenti messi a punto su Internet, in particolare su Discord, piattaforma ideata per i gamers tramite la quale, come su Skype, si possono mantenere chat rooms e conversazioni audio in linea. Alcuni dei progetti più innovativi – come, appunto, Fiscal Kombat – sono nati in totale autonomia dalla campagna ufficiale sul canale Discord “Les Insoumis, cioè una specie di chat dove gli utenti possono ritrovarsi per discutere, con la possibilità di creare molteplici sotto-canali e conversazioni audio o video. Nel canale degli Insoumis (a cui si può accedere liberamente) mentre scrivo, sono connesse più di 3500 persone.

Il canale "Les Insoumis" su Discord

Il server è stato creato il 3 dicembre 2016, spiega Miidnight, 21 anni, studente in specialistica di informatica, uno dei fondatori del gruppo. Assieme a due altri fondatori, Vyrrhus, 22 anni, studente di ingegneria aerospaziale e BriqueBleue, studente di 24 anni, hanno creato per l’occasione una chat apposita in cui farsi intervistare. All’inizio erano appena una trentina di persone, poi, gradualmente, la gente ha cominciato ad affluire fino all’esplosione, quando Mélenchon ha parlato di loro in uno dei suoi video diffusi su Youtube.

«In tutto calcoliamo che siano passate di qua circa 40mila persone, negli ultimi 4 mesi», afferma Miidnight. In tutto, secondo i tre fondatori, si contano circa 19000 utenti regolari, più o meno impegnati a seconda dei momenti. Tutti volontari, ovviamente. «In generale si tratta di persone comprese tra i 20 e i 35 anni, ma è un contesto molto vario, abbiamo anche dei pensionati che partecipano», dice Vyrrhus.

«C’è chi mette le proprie competenze al servizio degli altri, programmando o creando grafiche, sono quelli più impegnati», spiega ancora Vyrrhus, «ma è un contesto molto volatile, sono all’incirca 200 i più attivi, tuttavia i 200 di oggi non sono gli stessi di un mese fa». Per fortuna, aggiunge BriqueBleue, non ci sono molti troll, anche se esistono gerarchie di un certo tipo: vi sono moderatori e staff, il cui ruolo è principalmente, secondo lui, di gestire le riunioni e «soprattutto, di risolvere i problemi di reclutamento: spesso, a un gruppo che lavora su un progetto manca un redattore, o un programmatore, o un grafico, e noi cerchiamo semplicemente di reindirizzare la gente già presente sul Discord».

Il server del Discord “insoumis” è suddiviso in una miriade di categorie, dalla discussione generale alle notizie sui social network fino ai canali specifici per ogni progetto. «Ogni settimana c’è una riunione aperta a tutti i membri dello “staff”, ai moderatori e a chi è impegnato nei progetti», spiega Miidnight, «il che ammonta a circa 150 persone». E quando c’è da prendere una decisione che riguarda l’insieme del Discord, spiega Vyrrhus, «viene convocata una riunione con tutti quelli che sono impegnati, si dibatte e, se necessario, si vota». Un lavoraccio da organizzare, dice Miidnight: «mi capita spesso di passare anche 10 ore al giorno su questo Discord», mentre BriqueBleue lamenta la difficoltà di gestire «la parte dei dibattiti», lunga ed estenuante.

Uno scambio via chat su "Les Insoumis"
Un invito all'azione da parte di Miidnight, uno dei fondatori di "Les Insoumis"

I creatori di “insoumis” si sono ispirati ai gruppi locali di sostegno alla candidatura di Mélenchon, pensati come strutture di base de La France Insoumise, la campagna del candidato. Cellule di taglia ridotta, strutturate a livello di quartiere o di paese, non oltre la dozzina di membri, pensate “per rinforzare la diffusione territoriale” del movimento. Un’iniziativa lanciata più di un anno fa e che, oggi, conta circa 3000 gruppi locali in Francia, più una ventina sparsi per l’Europa. «Ci siamo detti che mancava un gruppo di sostegno digitale», dice Vyrrhus, ed è così che è nato il Discord “insoumis”.

Lo spontaneismo è un tratto che distingue nettamente la campagna de La France Insoumise da quella degli altri candidati. «Mélenchon ha chiesto alle persone di impegnarsi autonomamente, senza bisogno di direttive, quindi mi sono sentito perfettamente a mio agio nel creare questo Discord», spiega Miidnight.

Ho preferito essere pro-attivo, senza chiedere al candidato alcuna autorizzazione. Se gli piace bene, se non gli piace amen, non abbiamo nessuna tessera di partito, e penso che sia una delle forze de La France Insoumise, che spiega anche come mai siamo così tanti

D’altronde, le iniziative del Discord “insoumis” hanno prodotto un’ottima pubblicità per Mélenchon, oltre ad aver fornito una serie di strumenti innovativi. Innanzitutto, tutta una serie di siti web dedicati al programma e/o al candidato, come laec.fr (L’Avenir en Commun, il titolo del programma de La France Insoumise), che permette di ricercare e condividere interi pezzi del programma elettorale sui social networks, o un efficace comparatore di programmi, o ancora analysons-macron.fr, sorta di “debunking” del programma di Emmanuel Macron.

I programmi di Mélenchon e Macron a confronto, via http://comparateur-programme.fr/

Inoltre, dal Discord sono scaturiti canali Youtube satirici come Can’t Stenchon the Mélenchon, più tutta una serie di meme e articoli di satira (alcuni dei quali visibili a questo indirizzo: https://melenshack.fr/).

via melenshack.fr

Alcuni progetti hanno reso il Discord una piccola fucina. Ad esempio, è nel canale degli Insoumis che è stato messo a punto il Melénphone, software in linea che permette, con qualche click, di connettersi alla rete telefonica messa a disposizione dalla campagna ufficiale e, grazie a una serie di formulari precompilati, di telefonare ai potenziali elettori indecisi, proprio come aveva fatto a suo tempo Bernie Sanders, uno dei candidati alle primarie dei Democratici per le ultime elezioni americane, vinte poi da Donald Trump.

L’ultimo prodotto del Discord, decisamente intrigante, è Fiscal Kombat (titolo ispirato a Mortal Kombat), un videogioco in stile arcade, un “beat ‘em all” in due dimensioni dalla grafica pixelata, di cui abbiamo parlato in apertura del pezzo. Nel videogioco, il Mélenchon virtuale deve sconfiggere alcuni personaggi illustri, tra cui Jerome Cahuzac, ex-ministro di Hollande condannato per frode fiscale, Christine Lagarde, presidente del Fondo monetario internazionale, coinvolta in un complesso scandalo finanziario, o ancora Nicolas Sarkozy, tra le altre cose implicato nello scandalo Bettencourt. Un modo quindi bidimensionale e accattivante per tracciare una frontiera tra il candidato e l’establishment.

«Abbiamo cominciato a lavorare a Fiscal Kombat a inizio gennaio» spiega Vyrrhus, «e l’abbiamo pubblicato il 7 aprile, per cui ci sono voluti 3 mesi per farlo». All’inizio non sarebbe stato possibile, perché, come dice Miidnight, «non eravamo abbastanza, non avevamo tutte le competenze del caso». Abilità che si sono acquisite con l’aumento dei partecipanti, nel giro di appena qualche mese. Persino Mélenchon, quello vero, non l’ologramma, si è concesso qualche minuto per giocarci.

Per tutte queste iniziative, assicura Miidnight, «non abbiamo nessun legame reale con la campagna ufficiale, e quest’ultima non ha nessun tipo di voce in capitolo su quello che succede nel Discord». Quando, dovendo diffondere il programma ufficiale, si è trattato di prendere contatto con l’organizzazione ufficiale de La France Insoumise, nessuno aveva realmente dato loro un peso, ricorda Miidnight. «Penso che da allora abbiano acquisito una certa fiducia nei nostri confronti», dice.

Nessuno dei tre creatori aveva mai militato seriamente per una causa politica, prima di attivarsi per La France Insoumise. Ispirati dal modello Sanders, come riconosce Vyrrhus, i tre creatori del Discord “insoumis” riflettono l’immagine di un gruppo sociale che ha incontrato la politica tramite internet, e per il quale l’impegno militante è prima di tutto telematico, ma non per questo monocolore.

«Ho cominciato a interessarmi a Mélenchon circa un anno fa, dopo aver visto un video di una sua apparizione televisiva», racconta Miidnight, che è stato colpito soprattutto dall’attenzione ai temi ecologici del candidato ex-Front de Gauche. Per BriqueBleue e Vyrrhus, invece, è soprattutto la sua visione dell’Europa ad averli convinti: «l’interesse è scattato un paio d’anni fa, quando vidi la conferenza sul piano B per l’Europa che fece assieme a Varoufakis e altri», dice Vyrrhus, «io mi sento più europeo che francese, e penso che la sua visione di come perpetuare la costruzione europea sia la cosa più importante».

Nel frattempo, il Discord “insoumis” è divenuto una «risorsa politica importante», che coinvolge migliaia di persone, riconosce Miidnight. Nonostante ciò, «non abbiamo grandi progetti a lungo termine» dice Vyrrhus. Secondo BriqueBleue «le persone vengono qui, fanno i progetti, li diffondono, ma non è che ci si ponga troppe domande sul futuro. La grande maggioranza del lavoro si svolge in un’ottica a breve termine». Intanto, dicono i tre, ci sono da superare le elezioni di domenica, poi il secondo turno – forse – e infine le legislative di giugno. «I risultati delle elezioni ci aiuteranno a vederci più chiaro», dice Miidnight, «ma la speranza è che il movimento innescato da La France Insoumise possa durare, al di là dei risultati elettorali».

Foto anteprima via Jean-Luc Mélenchon

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Il referendum e il futuro della democrazia in Turchia

[Tempo di lettura stimato: 6 minuti]

di Angelo Romano e Andrea Zitelli

Evet (Sì) o Hayır (No)? Il prossimo 16 aprile si terrà in Turchia il referendum costituzionale per approvare o bocciare diciotto emendamenti alla Costituzione turca. Le modifiche sono state proposte dal partito di governo AKP (conservatore) insieme al partito nazionalista (MHP) all’opposizione. La votazione si svolgerà sotto lo stato di emergenza (SOE), entrato in vigore dopo il fallito colpo di Stato del 15 luglio scorso (in cui morirono più di 200 persone) ad opera di una parte delle forze militari turche. Il referendum, scrive Kareem Shaheen sul Guardian, potrebbe rappresentare il cambiamento politico più significativo da quando è stata dichiarata la Repubblica turca nel 1923.

Cosa prevede il referendum

La riforma costituzionale prevede di cambiare il sistema istituzionale della Turchia da parlamentare a presidenziale. Tra i 18 emendamenti alla Costituzione, i principali prevedono:

  • L’abolizione della carica di primo ministro. Il Presidente della Repubblica sarà anche capo del governo e potrà nominare e rimuovere vice-presidenti e ministri.
  • Il Parlamento non supervisionerà più i ministri e non potrà più votare una mozione di sfiducia.
  • Il Presidente potrà mantenere la sua affiliazione politica, mentre in base alla Costituzione attuale deve essere una figura neutrale e recidere ogni legame con il suo partito.
  • Il numero di deputati passerà da 550 a 600 e l’età minima per essere eletti sarà abbassata a 18 anni.
  • Il Presidente potrà essere messo sotto accusa dal Parlamento. Fino ad ora era prerogativa solo del potere legislativo in caso di tradimento.
  • L’abolizione dei tribunali militari.
  • Il Presidente potrà nominare 4 dei 13 membri del “Consiglio dei giudici e dei pubblici ministeri”.
  • Le ragioni del Sì

    Un cartello per il "Sì" in cui compare Erdogan, via Wall Street Journal.

    Secondo la campagna per il «sì» la riforma sarebbe necessaria per ottenere una stabilità politica. Il sistema presidenziale, infatti, secondo i sostenitori del “Sì” permetterà decisioni più rapide, la riduzione del rischio di crisi politiche e una solidità che consentirà di fronteggiare il terrorismo, la minaccia dell’Isis e la questione curda.

    Secondo Recep Erdoğan, presidente della Repubblica, infatti, l’attuale sistema porta a formare governi di coalizione deboli che non hanno i numeri e la forza per decidere. La vittoria del “Sì” significherebbe quindi il superamento di una costituzione ritenuta antiquata, redatta sotto il governo militare, prodotto di un “esecutivo a due teste”, con poteri in conflitto. Chi voterà contro i cambiamenti, ha affermato il presidente turco, rafforzerà i nemici della Turchia: «Chi dice di no? Il PKK (Partito dei lavoratori del Kurdistan). Chi dice di no? Coloro che vogliono dividere questo paese. Chi dice di no? Coloro che sono contro la nostra bandiera».

    Le ragioni del No

    Sostenitori del "No", via AFP PHOTO/OZAN KOSE.

    Coloro che invece si oppongono alla riforma costituzionale – tra di essi ci sono il partito di centro-sinistra CHP e quello di sinistra popolare democratico (HDP) – affermano che con le modifiche previste ci sarà troppa concentrazione di poteri nel futuro presidente turco. Zia Wiese su Politico.eu raccontava come tra gli oppositori della riforma durante la campagna referendaria ci sia stato timore per pressioni, minacce e intimidazioni, anche dopo il caso di İrfan Değirmenci, conduttore televisivo e giornalista turco, licenziato dopo che su Twitter aveva manifestato le ragioni del “No”.

    «Negli ultimi sette anni, ho espresso su Twitter opinioni su questioni come i diritti umani o le proteste anti-governative a Gezi Park nel 2013. Ma questa volta, il capo mi ha chiamato, dicendomi detto: “Non vogliamo più lavorare con te”», racconta Değirmenci alla BBC. L’emittente britannica racconta come la demonizzazione del “No” in vista del voto del 16 aprile abbia raggiunto livelli assurdi. Melih Gökçek, il sindaco di Ankara, ad esempio, ha twittato che tutti i “traditori dicono ‘no’”.

    Il contesto politico turco e internazionale in cui si inserisce il referendum

    Il referendum, come scritto, si svolge sotto lo stato di emergenza. Una situazione politica e sociale difficile. Secondo i dati dell’osservatorio indipendente Turkey Purge, dal giorno del fallito colpo di Stato sono state licenziate circa 130mila persone (tra cui migliaia di docenti universitari e giudici), chiuse scuole, dormitori, università e diversi media e arrestate migliaia di persone, tra cui oltre 160 giornalisti, scrive Arzu Geybullayeva su Global Voices. La maggior parte delle persone colpite dalle autorità turche, spiega ancora Geybullayeva, è stata collegata alla rete di Fethullah Gülen, il religioso musulmano auto-esiliatosi negli Stati Uniti nel 1999, accusato dal governo turco di aver fomentato i disordini del luglio scorso. Per anni alleati, Erdoğan ha rotto con Gülen nel 2013, dopo gli scandali di corruzione che coinvolsero alcuni ministri del suo governo. Il presidente turco accusò i seguaci del religioso di aver intercettato i suoi telefoni, falsificato le prove a suo carico e creato uno “stato parallelo”. Il tentato colpo di Stato di luglio 2016 non sarebbe stato altro, secondo Erdoğan, che la legittimazione dei sospetti del 2013, scrive BBC. Le agenzie di intelligence dell’Unione europea e la Germania continuano a nutrire dubbi sul fatto che ci sia Gülen dietro il tentato golpe e la Turchia non è riuscita ancora a ottenere la sua estradizione dagli Stati Uniti.

    Secondo gli avversari di Erdoğan, riporta il Guardian, l’epurazione degli autori del colpo di stato si è trasformata in una caccia alle streghe contro ogni opposizione politica. Il commissario del Consiglio d'Europa per i diritti umani, Nils Muižnieks, proprio riguardo la situazione della libertà di stampa e di espressione in Turchia, ha dichiarato lo scorso febbraio:

    Lo spazio per il dibattito democratico in Turchia si è ridotto in maniera allarmante in seguito all’aumento della persecuzione giudiziaria di grandi strati della società, compresi i giornalisti, parlamentari, accademici e cittadini comuni, e all'azione del governo che ha ridotto il pluralismo, portando all'auto-censura. Questo deterioramento è avvenuto in un contesto molto difficile, ma né il tentato colpo di Stato, né altre minacce terroristiche affrontate dalla Turchia possono giustificare misure che violano la libertà dei media e sconfessare lo stato di diritto fino a tal punto. Le autorità dovrebbero cambiare con urgenza rotta con una revisione della normativa criminale, ri-sviluppare l'indipendenza giudiziaria e riaffermare il loro impegno per proteggere la libertà di parola.

    A tutto ciò si aggiungono problematiche di carattere geopolitico ed economico: “All'ombra della guerra civile siriana, jihadisti e militanti curdi stanno conducendo campagne contro lo Stato turco. (...) L'economia, una volta un punto di forza, sta crescendo lentamente, afflitta da clientelismo, cattiva gestione e un crollo nel settore del turismo”, scrive ad esempio L’Economist.

    Più di 500 persone sono morte in Turchia dal 2015 a causa di attacchi terroristici da parte dell’Isis, del PKK (il partito dei lavoratori del Kurdistan) e del TAK (i “Falchi per la liberazione del Kurdistan). L’ultimo attacco da parte dello Stato Islamico è stato quello alla discoteca Reina la vigilia di Capodanno in cui sono morte 39 persone. Nel mese di luglio 2015, la rottura della tregua con il PKK ha ridato avvio a un conflitto che sin dal 1980 ha causato 40mila vittime. Le Nazioni Unite stimano che siano state uccise 2000 persone tra militari e civili, mentre per l'esercito turco le vittime sarebbero state militanti del PKK, riporta BBC. Tredici deputati del partito pro-curdo HDP, diventato la terza forza in Parlamento nel 2015, sono stati imprigionati per presunti legami con il PKK e 86 sindaci sostituiti dal governo.

    via The Guardian.

    Per quanto riguarda l’economia, gli effetti del voto, scrivono Nevzat Devranoglu e David Dolan su Reuters si vedranno sul medio termine e non avranno una ricaduta nell’immediato. Secondo il vice primo ministro Mehmet Şimşek, una vittoria del ”Sì” potrebbe creare le condizioni per una maggiore stabilità politica e consentire di “attuare in modo sistematico le riforme fiscali e della giustizia già preparate”, riportano Devranoglu e Dolan. Le riforme consentirebbero, ha proseguito Şimşek, di far crescere l’economia turca del 6% e favorire gli investimenti. Tuttavia, gli investitori sembrano scettici. «Abbiamo già ascoltato promesse del genere prima di un voto, ma negli ultimi sei o sette anni nulla di quanto detto poi è stato mantenuto», ha dichiarato all’agenzia di stampa britannica Williams Jackson di Capital Economics in London.

    «Stiamo attraversando una crisi economica», dice alla BBC Tekin Acar, la cui catena di negozi di cosmetici è in sofferenza. «Nessuno lo sta dicendo, ma le vendite sono in calo, come i profitti e dovremo aprire negozi più piccoli con meno personale». Questo malessere potrebbe giocare nel referendum, si legge ancora nell’articolo. «Potrebbe esserci un voto di protesta per la situazione dell’economia ma anche per le bugie di Erdoğan, che ora vediamo attraverso i social media», afferma Ali Avci, titolare di un negozio di ceramica nel Gran Bazar di Istanbul, che dichiara di aver votato sempre per il partito di Erdoğan ma di essere pronto a dire “no” al referendum. «Passano interi giorni senza i clienti. Finora ho potuto sopravvivere, ma se va avanti così per un altro anno, sarò costretto a chiudere. La gente ha paura di dire che stanno andando a votare “No”, ma un sacco lo faranno».

    Qualsiasi sarà l’esito del referendum, non sarà un buon risultato per la Turchia, spiega Sevgi Akarçeşme su Politico. La vittoria del “Sì” istituzionalizzerebbe di fatto un sistema basato su un uomo solo al potere sotto la presidenza di Erdoğan. Se a prevalere fosse il “No”, potrebbero riaccendersi le speranze di chi spera in un cambiamento rispetto alla leadership attuale, ma paradossalmente si rischierebbe di assistere a un inasprimento ancora più forte della repressione da parte di un Erdoğan probabilmente indebolito.

    Infine, il referendum si inserisce in un quadro di contrasto diplomatico tra Turchia e Unione europea (che hanno stretto un accordo sulla gestione del flusso migratorio in Europa, accordo che a poco più di un anno dalla firma presenta problematicità di attuazione e criticità sulla tutela dei diritti umani). In Germania e Olanda, ad esempio, lo scorso mese non è stato consentito a ministri e alti funzionari turchi di poter fare campagna per il voto referendario. Proprio le modifiche costituzionali proposte sono state criticate dall’Ue perché potrebbero concentrare troppi poteri nelle mani del presidente.

    Foto anteprima via CFP, il presidente Erdogan saluta i sostenitori del "sì" durante un incontro ad Ankara.





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    Miliardi di oggetti connessi: la sfida dell’Internet delle cose fra innovazione e pericoli

    [Tempo di lettura stimato: 9 minuti]

    Svegliati Matthew, è tardi”
    Matthew sente una voce provenire dal fondo della stanza, ma non vede nessuno. Si stropiccia gli occhi e cerca di focalizzare.
    Matthew, dormiglione, su sveglia, è tardi”
    La voce è distante, un po’ roca. Matthew non capisce, nella stanza non c’è nessuno con lui, e la voce non è quella di suo padre. Comunque si alza, si veste e va in cucina dove trova la madre.
    Come mai già sveglio? È prestissimo”
    Mamma, c’è qualcuno nella mia stanza, mi dice delle cose”
    Come no, ti ho detto che i fantasmi non esistono”

    Un abbraccio virtuale

    Internet of things (IoT), generalmente tradotto con Internet delle cose ma più propriamente con Internet degli oggetti, è un neologismo coniato da Kevin Ashton nel 1999 a indicare l'infrastruttura costituita dall'interconnessione di oggetti, sensori (di fumo, di rilevamento) dispositivi di uso quotidiano (orologi, automobili, elettrodomestici), in grado di raccogliere dati, elaborarli e trasferirli in rete. Lo scopo è, ovviamente, l'interazione di tali oggetti con altri connessi.

    Questa definizione è funzionalmente associata con l'altra ormai utilizzata comunemente, e cioè Big Data, in riferimento al trattamento automatizzato di grandi quantità di dati ma anche, anzi soprattutto, alle correlazioni estrapolate da grandi insiemi di dati. I Big Data non indicano, infatti, tanto la grandezza dell’insieme di dati (data set), quanto la loro elaborazione algoritmica al fine di ottenerne correlazioni specifiche. L’applicazione classica è la profilazione degli individui per inviare pubblicità e fornire servizi o prodotti personalizzati.

    L’avvento dell’Internet of things stringerà in un abbraccio virtuale tutti gli oggetti che ci circondano (si stimano per il 2020 circa 24 miliardi di oggetti connessi, fonte Gartner; per fare un paragone i siti web online sono 1,16 miliardi, fonte Netcraft), con un impatto ancora non ben definito sulle nostre vite quotidiane. Attraverso la catena degli oggetti connessi, tutti in grado di rilevare dati correlati alle nostre attività, non solo avremo una moltiplicazione esponenziale dei dati raccolti, ma anche un aumento indiscriminato dei soggetti che potranno accedere ai nostri dati. Molto spesso senza alcuna consapevolezza da parte nostra.

    Uno dei luoghi di elezione dove si può toccare con mano l’evoluzione dell’IoT è Kickstarter, un sito web per il finanziamento di progetti creativi, dove possiamo rinvenire i più disparati e impensabili oggetti connessi alla rete: un irrinunciabile ombrello connesso a Internet che, mentre camminiamo, ci mostra immagini e, ovviamente, raccoglie tutti i dati possibili sulla localizzazione, direzione, velocità ecc…; l’indispensabile smart beer mug (pinta da birra intelligente); e che dire del preservativo intelligente?

    Un’enorme quantità di oggetti comuni negli ultimi anni sta imbarcando chip, sensori e dispositivi di connessione radio, in modo da trasmettere i dati attraverso la rete Internet. Considerando che tanti, troppi, oggetti, non hanno alcun reale motivo di connettersi alla rete, si insinua il dubbio che molte aziende si stiano lanciando nel settore al solo scopo di monetizzare i dati raccolti dalle persone. Il sensore nel frigo segnala che manca il latte? Ecco che su Facebook appare la pubblicità di un tipo di latte che non puoi perdere. Il sensore termico indica che fa freddo? Un bel banner che pubblicizza le migliori stufe si palesa sul sito che state navigando, partner commerciale di qualche grande network.

    Non si tratta, però, solo di una questione di privacy, di regolamentare la raccolta dei dati personali. È anche un problema di sicurezza.

    Svegliati Matthew, è tardi”
    Dopo diversi giorni che il figlio Matthew lamentava di sentire le voci di notte, il padre, preoccupato, è andato più volte a controllare la sua stanza. Nel sentire una voce nel buio il terrore si insinua dentro di lui. Capisce subito da dove viene la voce. Si avvicina lentamente, e scopre con rinnovato orrore che la telecamera si muove, seguendo i suoi movimenti. C’è qualcuno dall’altro lato, qualcuno che ha spiato ogni mossa di suo figlio piccolo. E gli ha parlato. Per mesi. Di notte.
    La voce viene dal baby monitor.

    Un mondo senza regole

    Nel 2016 l’esperto di sicurezza Eyal Ronen e Colin O'Flynn, uno studente presso la Dalhousie University in Canada, partecipano alla conferenza Black Hat Security di Las Vegas spiegando come, utilizzando un drone, sono stati in grado di prendere il controllo delle lampadine intelligenti Philips Hue da 400 metri di distanza. Sono lampadine gestibili interamente tramite smartphone. Attraverso la connessione al router è possibile modificarne il colore, l’intensità luminosa e spegnerle e accenderle a distanza.

    Ronen prende di mira quello specifico oggetto perché si tratta di dispositivi notoriamente sicuri e di una azienda che non bada a spese per la realizzazione dei suoi prodotti. L’attacco non è stato semplice, anche perché è avvenuto sui dispositivi (le lampadine) presenti all'interno di un ufficio nel quale si trovano aziende ben note e sensibili ai problemi di sicurezza dei loro prodotti. Alla fine, però, l’hacking ha richiesto poco tempo e un costo inferiore ai 1000 dollari. Nel caso specifico si sono limitati a far lampeggiare le lampadine.

    Ovviamente la Philips ha minimizzato l’impatto del bug, che comunque alla fine è stato corretto (la compagnia si è attivata velocemente), ma Ronen ha comunque provato che anche oggetti di livello superiore possono essere hackerati. Si potrebbe pensare che in fondo sono solo lampadine, ma indurre uno sfarfallio e impostare determinate frequenze potrebbe addirittura provocare effetti nocivi sull'uomo, fino a determinare crisi epilettiche. Inoltre, ed è un punto fondamentale, l’accesso a questi dispositivi consente di accedere attraverso il router (estraendone le credenziali di accesso) a tutti gli altri dispositivi connessi e quindi di raccogliere i loro dati, compreso le password.

    Gli utilizzi illeciti o dannosi degli oggetti connessi a Internet sono limitati solo dall'immaginazione degli hacker. È recente il caso dell'albergo che si è ritrovato a dover pagare un riscatto per ottenere lo sblocco delle camere. Anche in questo caso l’attacco è stato possibile perché l’intero sistema era connesso in rete. Il direttore ha immediatamente annunciato di voler sostituire le serrature “intelligenti” con serrature classiche.

    Quindi, se anche un’azienda seria come la Philips produce oggetti che possono essere hackerati, figuriamoci gli altri oggetti che nei prossimi anni verranno connessi alla rete (vedi Study on Mobile and Internet of Things Application Security). Avremo miliardi di oggetti e dispositivi costruiti spesso col solo scopo di raccogliere dati e monetizzarli, con scarsa attenzione per la loro sicurezza. Molti di questi oggetti, infatti, non hanno nemmeno un sistema di aggiornamento del firmware, per cui eventuali bug semplicemente non potranno essere risolti.

    E non stiamo parlando di lampadine od ombrelli, gli oggetti connessi alla rete sono molto, molto, molto più pericolosi. Attraverso il motore di ricerca Shodan (il nome deriva dall'antagonista di un videogame cyberpunk, System Shock), specifico per gli oggetti connessi alla rete, è possibile rintracciare di tutto: router, frigoriferi, smart Tv, apparecchiature per i raggi X, baby monitor, telecamere di videosorveglianza, telecamere di monitoraggio del traffico, semafori e anche dispositivi SCADA (Supervisory Control And Data Acquisition, cioè “controllo di supervisione e acquisizione dati”), per capirci, quelli che controllano impianti industriali, come centrali elettriche e nucleari, impianti di trattamento dei rifiuti, ecc.

    Interno di un hangar in Norvegia (telecamere trovate tramite Shodan)

    Shodan si muove come una persona che bussa a tutte le porte di una città, ma nel suo caso si tratta di porte informatiche dietro ognuna delle quali si trova non un computer ma un oggetto, un dispositivo, un prodotto. Shodan fornisce anche una mappa dei sistemi di controllo industriale che sono accessibili da Internet (mappa Radar ICS).

    Il problema non è che quegli oggetti sono rintracciabili in rete, ma che alcune porte non hanno una serratura oppure ne hanno una troppo facile da aprire. E se a quella porta corrispondesse un baby monitor che sorveglia vostro figlio? Un estraneo potrebbe parlargli senza che voi ne foste a conoscenza, potrebbe osservare vostro figlio nel chiuso della sua stanza.

    Ovviamente sia Shodan che Censys, altro search engine specializzato, sono nati per ricerche di vulnerabilità dei sistemi per motivi di sicurezza, ma entrambi possono essere utilizzati per scopi nefasti (comunque Shodan e Censys non sono utilizzabili anonimamente). Naturalmente non è un problema dei motori di ricerca, ma dell’intrinseca insicurezza di molti degli oggetti connessi in rete.

    Già nel 2015 il capo sezione della divisione informatica dell’FBI avvertì dei tentativi di hackeraggio del sistema di controllo della rete elettrica americana. Il rischio era, all’epoca, molto basso, perché non risultava che i terroristi avessero armi informatiche adatte, ma sopratutto perché la rete elettrica degli USA in realtà è un’accozzaglia di reti diverse, non uniformi e mal collegate. Paradossalmente questo è un bene perché al massimo si potrebbe prendere il controllo di piccole zone della rete elettrica.

    Il punto è che non esistono regole per le aziende che producono oggetti connessi alla rete Internet, per cui ogni azienda si crea il proprio personale approccio alla sicurezza di tali oggetti. E quindi l’Internet of things diventa una galleria degli orrori, con giocattoli che registrano i discorsi dei bambini e li salvano su un server online non protetto esponendo al pubblico le registrazioni comprese le password, lampadine smart che possono essere infettate da virus o hackerate, GPS tracker per controllare i vostri figli che possono essere hackerati consentendo a terzi di sapere dove si trovano i bambini, vibratori che tracciano gli utenti senza il loro consenso, smart Tv controllate dalla CIA, fino ai ransomware (virus che bloccano l’utilizzo del sistema fino al pagamento di un riscatto) per i sistemi SCADA.

    E se l’hacking di una telecamera può provocare un danno minimo, prendere il controllo di una serie enorme di dispositivi può portare a danni gravissimi anche per l’intera società. Il più devastante attacco alla rete Internet, infatti, è stato realizzato utilizzando una botnet (insieme di dispositivi controllati dall'esterno) di dispositivi IoT, tramite il malware Mirai. La mappa dei dispositivi infettati copre tutto il mondo.

    Hackerare una intera città

    Sempre più spesso i nostri sistemi informatici sono autonomi. Accendono il forno, le luci di casa, aprono il box auto, regolano il flusso di energia elettrica. Non si limitano a rendere le nostre case più accoglienti, ma vanno ben oltre. Abbiamo algoritmi che comprano e vendono azioni, regolano i semafori nelle città, e così via.

    L’utilizzo di sistemi informatici e tecnologie di comunicazione per rendere autonomi i servizi pubblici, e l’interconnessione degli stessi, consente di giungere all'ottimizzazione dei servizi, così innovando la mobilità, l’efficienza energetica e riducendo gli sprechi nelle città. Le smart city, città intelligenti, sono già presenti tra noi, migliorano la qualità della vita e soddisfano le esigenze di cittadini, imprese e istituzioni.

    Singapore è considerata una smart city di eccellenza, leader nell'applicazione di politiche di mobilità intelligente, con servizi estesi e connessioni a banda larga cellulare. Barcellona è risultata particolarmente brillante per le sue politiche energetiche e di sostenibilità. Di Copenhagen è nota la vivibilità e il rispetto dell’ambiente.

    Ma molte altre città si stanno avviando sulla strada dell’integrazione dei servizi gestiti da sistemi automatizzati, e alcuni esperimenti sono presenti anche in Italia. L’impatto sulla vivibilità e il miglioramento della qualità di vita è enorme, basti pensare alla riduzione dei costi di gestione. Un esempio banale è il risparmio di tempo grazie ai sistemi che guidano verso il parcheggio più vicino libero, con una riduzione anche del traffico e quindi dell’inquinamento. Si innesca una catena di benefici che va dalla maggiore produttività fino alla riduzione dei costi sanitari.

    La base portante di una smart city è ovviamente una rete di sensori il più estesa possibile, che possano dialogare tra loro. Ma l’utilizzo di tecnologie di comunicazione rende le smart city più vulnerabili agli attacchi informatici. Gli esperti dicono che non è più una questione di “se”, ma di “quando”.

    Nel 2014 l’esperto di sicurezza Cesar Cerrudo metteva in guardia sulla possibilità di hackerare il sistema di traffico delle principali città americane. Ovviamente, spiega Cerrudo, non si tratta di hackerare il semaforo, quanto piuttosto di alterare i dati provenienti dalla rete di sensori wireless, che viaggiano in chiaro e senza sistemi di identificazione del sensore. Quindi, in teoria è possibile ingannare i sistemi facendo credere che le auto presenti su strada siano in numero maggiore o minore della realtà. I sistemi risponderanno di conseguenza.

    Nel suo rapporto Cerrudo spiega che non è necessario essere un abile hacker, perché spesso i sistemi non sono progettati tenendo conto dei rischi di sicurezza, e molto spesso la mancanza di risorse economiche del governo cittadino incide sull'assenza di sistemi di protezione. «Questo è un problema globale – aggiunge Cerrudo – I fornitori di hardware oggi devono fare anche il software, e spesso non sanno nulla o quasi di sicurezza, non hanno le competenze o le conoscenza adatte».

    Un attacco informatico a una città connessa può fare danni enormi, fino a bloccare l’intera rete di mobilità, o spegnere i sistemi di energia. Anche qui il problema non è solo la protezione dei dati, che possono essere “rubati” o semplicemente alterati, ma la continuità dei servizi pubblici, che può portare a conseguenze gravissime. Nel 2003, ad esempio, un errore del computer di controllo ha determinato un blackout nel Nord America, la cui conseguenza sono stati 11 morti e 6 miliardi di dollari di danni. Nel 2013 un bug del sistema ferroviario ha spento il sistema di controllo a San Francisco, intrappolando oltre 500 passeggeri su 19 treni.

    Occorrono regole

    La modifica o la manipolazione dei dati dei sistemi automatizzati può avere conseguenze importanti, influenzando anche il processo decisionale delle istituzioni. Gli ingegneri di sicurezza sono al lavoro per mitigare questi rischi, ma si tratta di un problema che non potrà mai essere risolto se non coinvolgendo in prima persona i governi. Un’azienda, infatti, ha interesse a risparmiare sui costi e a non divulgare i rischi di sicurezza o le violazioni dei propri sistemi.

    L'indagine internazionale "Privacy Sweep" del 2016, condotta dai Garanti europei, fotografa una situazione drammatica. Su oltre 300 dispositivi Iot, più del 60% non supera l’esame della privacy, facendo rilevare gravi carenze, assenza di informazioni sull'utilizzo dei dati e problemi di sicurezza.

    In Europa si stanno moltiplicando le iniziative istituzionali per garantire la sicurezza dei dati e dei cittadini stessi nell'ambito dell’Internet of things. Il Working Party Article 29 ha analizzato le problematiche relative all'IoT in un parere del 2014 (Recent Developments on the Internet of Things), fornendo una serie di raccomandazioni, anche pratiche per gli operatori del settore. L’intento è contribuire alla realizzazione di una regolamentazione uniforme, con l’identificazione dei ruoli e delle responsabilità dei soggetti che operano nel settore IoT.

    I rischi dell'Internet of Things sono i seguenti:

  • furto o uso illecito dei dati acquisiti;
  • hackeraggio dei sistemi che trattano i dati con conseguenze di alterazione e manipolazione dei dati stessi;
  • hackeraggio dei sistemi con conseguente manipolazione del funzionamento degli stessi e rischi anche fisici per le persone coinvolte.
  •  
    Una normativa per l'IoT è presente nel "Regolamento europeo per la protezione dei dati personali" (GDPR), che entrerà in vigore nel maggio del 2018 e all’articolo 25 prevede una serie di prescrizioni specifiche in materia. In particolare l’attuazione dei fondamentali principi di privacy by design e privacy by default impone l’obbligo di progettare i sistemi e i prodotti con l’obiettivo di una tutela dei diritti degli utenti e dei loro dati. È a carico del progettista valutare il rischio intrinseco al servizio o all'oggetto e minimizzare i rischi di sicurezza. Non si prevedono misure minime di sicurezza, bensì un controllo costante e continuo in modo da valutare l'efficacia delle misure tecniche e organizzative, al fine di garantire la sicurezza dei dati. Tale efficacia deve essere costantemente adeguata al progredire della tecnologia.

    La sfida che ci presenta un futuro con miliardi di oggetti connessi appare difficile e complessa. Non basta affidarsi alle regole interne delle aziende, occorrono norme specifiche per evitare che l'Internet of Things, potenzialmente in grado di portare benessere e innovazione, non si trasformi invece nell'incubo dei cittadini.

    Foto anteprima via lavoropiù

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    Il Congresso USA svende la privacy degli americani

    [Tempo di lettura stimato: 5 minuti]

    È di pochi giorni fa la notizia che il Congresso americano ha approvato una norma che consente agli Internet service provider di vendere a terzi, compreso agenzie di marketing e agenzie governative, i dati di navigazione dei loro utenti, senza alcuna necessità di chiedere preventivamente il loro consenso.

    In realtà il provvedimento non fa altro che cancellare le nuove regole della Federal Communications Commission (FCC), volute dalla precedente amministrazione, che avrebbero imposto, ma solo dalla fine del 2017, l’obbligo di chiedere il consenso (opt-in) per alcuni dati (es. cronologia di navigazione), mentre per altri (es. indirizzi mail) consentiva agli utenti di negare il consenso (opt-out). In sostanza il Congresso ha legittimato quanto si può fare già oggi.

    Quindi, i fornitori di accesso alla rete, come Comcast, Verizon e At&t, potranno vendere i dati relativi alla cronologia delle ricerche, i dati di localizzazione, le App scaricate, e così via, in tal modo sarà possibile una profilazione decisamente più spinta dei gusti e delle preferenze degli utenti. Tale possibilità è già dei giganti del web, come Google e Facebook, che raccolgono e possono vendere i dati di navigazione, e non solo, degli utenti. Secondo l’amministrazione Trump la normativa della FCC avrebbe determinato una disparità tra le grandi aziende del web e i fornitori di accesso alla rete. La nuova norma in sostanza non fa che parificare la posizione delle grandi aziende del web e dei fornitori di accesso ad Internet, in tal modo bilanciando quello che, secondo l’industria, era ormai un campo sbilanciato a favore delle grandi aziende del web.

    Ovviamente la nuova normativa riduce enormemente la tutela della privacy degli americani ed è espressione diretta di una nuova politica americana, che già si è palesata all'inizio dell’anno con un ordine esecutivo del Presidente Trump che ha fatto molto scalpore (esclude la tutela della privacy per i non-americani).

    La mossa della nuova amministrazione è stata vista come un palese favore ai gestori di telefonia, che in tal modo potranno competere con le grandi aziende del web. In realtà, il controllo degli ISP è decisamente più invasivo di quello di aziende quali Google o Facebook. A differenza di queste ultime, che hanno un controllo parziale sui dati degli utenti, invece il fornitore di accesso alla rete vede tutta la cronologia di navigazione, e anche l’utilizzo di software di navigazione in incognito non serve a nulla. Inoltre, un utente può evitare di visitare determinati siti, può evitare di iscriversi a Facebook, può tenersi alla larga dai servizi Google, ma per sfuggire ai fornitori di accesso deve soltanto non accedere ad Internet. E non dimentichiamo che l’utente paga già un corrispettivo all'ISP per l'accesso alla rete, per cui non dovrebbe aspettarsi che il gestore di accesso voglia ricavare altri soldi dalla vendita dei suoi dati.

    Per tutelarsi l'utente potrebbe usare una VPN, ma poi il fornitore della VPN potrebbe comunque vendere i dati di navigazione al fornitore di accesso alla rete, e ad altri. Altra possibilità è di usare il software TOR, che però soffre di vulnerabilità, ed e comunque è più complicato da usare.
    Questa mossa determina un profondo sbilanciamento a favore dei gestori di telefonia e di comunicazione, che adesso saranno il perno centrale della pubblicità online.

    Anche tra i parlamentari americani si sono avute forti critiche a questo provvedimento. Mike Capuano ha così commentato: «Give me one good reason why Comcast should know what my mother’s medical problems are» («Datemi una buona ragione perché Comcast debba sapere quali sono i problemi di salute di mia madre»). Nancy Pelosi ha aggiunto che la normativa impedisce all’FCC di tutelare i consumatori: «Americans learned last week that agents of Russian intelligence hacked into email accounts to obtain secrets on American companies, government officials and more. This resolution would not only end the requirement you take reasonable measures to protect consumers’ sensitive information, but prevents the FCC from enacting a similar requirement and leaves no other agency capable of protecting consumers».

    La stessa FCC ha emesso un duro comunicato stigmatizzando il fatto che il provvedimento consentirà alle multinazionali di calpestare i diritti dei consumatori. La NCTA, la principale associazione dei gestori di telefonia e comunicazione, ha invece commentato positivamente il provvedimento, precisando di essere sempre tesa a una tutela effettiva della privacy degli utenti, laddove i provvedimenti dell’FCC erano fuorvianti (misguided).
    Difficile capire come una maggiore diffusione di dati possa tutelare maggiormente la privacy degli utenti.

    Il primo effetto del nuovo provvedimento non è tardato. A soli pochi giorni di distanza Verizon ha annunciato un motore di ricerca stile Google, che però invia tutti i dati a Verizon, ed è preinstallato su tutti gli smartphone venduti da Verizon.

    La nuova normativa non impatta sugli europei, e riguarda solo gli americani, poiché la normativa europea, e in particolare il Regolamento Generale sulla protezione dei dati personali che, già approvato, entrerà in vigore nel maggio del 2018, prevede specifici obblighi di ottenere il consenso degli utenti prima della raccolta dei dati personali (compreso i dati di navigazione), normativa che si applica a tutti i trattamenti che abbiano ad oggetto dati degli europei (indipendentemente da dove ha sede l’azienda). Ed è in arrivo anche la riforma della Direttiva ePrivacy, che si occupa specificamente delle comunicazioni online.

    La situazione europea, quindi, può dirsi decisamente più tutelante rispetto alle norme americane, richiedendo una specifica finalità per il trattamento, e il rispetto dei requisiti di necessità e non eccedenza dei dati trattati. Il Regolamento europeo introduce, inoltre, i principi di privacy by design e by default, che pongono l’utente al centro del sistema di protezione, imponendo l’obbligo di realizzare sistemi che siano progettati fin dall'inizio in modo da tutelare la privacy dell’utente, e l’obbligo di studiare un ciclo del prodotto o del servizio che sia sempre sicuro per i dati dell’utente stesso. Non solo una tutela formale ma soprattutto sostanziale e flessibile, in grado di adattarsi alle innovazioni tecnologiche. E, per finire, uno specifico obbligo di massima trasparenza verso l’utente, il quale deve sempre essere informato sui dati raccolti, sui trattamenti ai quali sono sottoposti (compreso eventuali trasferimenti all'estero) e sui diritti che può esercitare per una tutela effettiva dei propri dati. Il rispetto solo formale della normativa non è sufficiente se poi l’utente non è davvero tutelato.

    Data la maggiore attenzione degli europei ai problemi di tutela dei dati personali non meraviglia che la norma americana abbia fatto più scalpore qui da noi che tra gli americani, ormai abituati ad una gestione dei loro dati estremamente invasiva. L’approccio americano è estremamente differente da quello europeo. Gli americani, quando iniziarono a sviluppare le loro norme in materia, consultarono prevalentemente le aziende, gli europei si affidarono, invece, alle Autorità di Garanzia. Al centro del sistema americano vi è l’autonomia dei privati e l’approccio è utilitaristico (cioè i dati sono di chi li usa), basato prevalentemente sull’autoregolamentazione, e settoriale. La privacy viene tutelata per lo più nell'ambito delle pratiche commerciali e le imprese hanno interesse a tutelarla in quanto violandola rischiano di perdere clienti. Tale approccio è più flessibile e adattabile, ma nel contempo determina una proliferazione delle norme settoriali e quindi una maggiore difficoltà per i cittadini di conoscere i propri diritti e farli valere. Infine, tende a far diventare la privacy un bene economico (infatti le grandi aziende Usa pubblicizzano la tutela della privacy come fosse una feature dei loro prodotti).

    L’Europa, invece, ha un approccio generalista e centralizzato, laddove la privacy è un diritto fondamentale dell’individuo. Se i dati degli europei non sono messi a rischio da questa nuova norma, la nuova politica dell’amministrazione Trump, in materia di privacy, appare in forte contrasto con la politica europea. Dopo lo scandalo della sorveglianza di massa da parte dell’NSA, le promesse dell’amministrazione Obama avevano consentito di ricucire, almeno parzialmente, una fiducia tra le due sponde dell’oceano, portando alla stesura del Privacy Shield. Questa fiducia adesso appare sempre più incrinata. L’impostazione dell’amministrazione Trump è pacificamente contro ogni forma di tutela della privacy degli utenti.

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    Gasdotto TAP e proteste: cosa succede in Puglia

    [Tempo di lettura stimato: 16 minuti]

    di Angelo Romano e Andrea Zitelli

    Nell’ultima settimana il gasdotto Trans Adriatic Pipeline (TAP) in Puglia è stato al centro delle cronache nazionali per le proteste di gruppi di cittadini, sindaci di alcuni Comuni del territorio, comitati e momenti di forte tensione con le forze dell’ordine per l’avvio del progetto. Con questo lavoro ricostruiamo l’intera vicenda, raccontando cosa prevede il piano, i motivi dell’opposizione di istituzioni e movimenti e i diversi e intricati passaggi politici e giuridici che si sono succeduti negli anni e hanno portato all’avvio dei lavori per la costruzione del gasdotto.

    Cos’è il Trans Adriatic Pipeline e cosa prevede il progetto

    TAP è il progetto di un gasdotto che, passando per Grecia e Albania approderà in Italia, consentendo l’arrivo di gas naturale in Europa dal Mar Caspio, in Azerbaijan. Il gasdotto partirà in prossimità di Kipoi, al confine tra Grecia e Turchia, dove si collegherà al Trans Anatolian Pipeline (TANAP), proseguirà sulla terraferma, attraversando la Grecia settentrionale, nel suo tratto più lungo, per dirigersi poi sul litorale Adriatico attraverso l’Albania, dove inizierà il tratto sottomarino verso l’Italia.

    La realizzazione dell’opera ha una storia lunga. Nasce su iniziativa della Elektrizitäts-Gesellschaft Laufenburg (EGL) (ora denominata Axpo), che nel 2003 diede inizio a uno studio di fattibilità del tracciato conclusosi tre anni dopo con una valutazione positiva dal punto di vista tecnico, ambientale ed economico. Nel giugno del 2013, il Consorzio Shah Deniz II seleziona TAP come progetto vincente per il trasporto del gas, preferendolo a quello concorrente, Nabucco Gas Pipeline, che invece prevedeva l’arrivo del gasdotto in Austria.

    Il percorso del gasdotto.

    Il gasdotto sarà lungo 878 km (di cui 550 km in Grecia, 215 km in Albania, 105 km nell’Adriatico e 8 km in Italia) e sarà realizzato dal consorzio svizzero TAP, costituito da società che si occupano di distribuzione del gas, tra le quali anche l’italiana Snam. L’opera è stata finanziata con l’aiuto della Banca Europea per gli Investimenti e riconosciuta dall’Unione europea come “Progetto di Interesse Comune” perché, si legge su Tap Italia, “funzionale all’apertura del Corridoio Meridionale del Gas, uno dei 12 cosiddetti corridoi energetici, reputati prioritari dall’Unione europea per il conseguimento degli obiettivi di politica energetica”.

    via Ansa/Centimetri.

    Nella parte italiana, l’opera sarà in gran parte invisibile. Dopo aver attraversato l’Adriatico, la condotta sottomarina passerà sotto la costa attraverso un microtunnel di approdo lungo 1,5 chilometri, che verrà scavato a circa 700 metri dalla spiaggia, a una profondità di 25 metri, per poi sbucare in mare a circa 800 metri dalla costa. Il gasdotto, sempre interrato, proseguirà per 8 chilometri fino al terminale di ricezione, situato nel Comune di Melendugno, in provincia di Lecce, a 8,2 chilometri di distanza dalla costa. Lungo il percorso dovranno essere spostati circa 1900 ulivi (che saranno poi reimpiantati). Per allacciare l’infrastruttura alla rete nazionale, riporta Reuters, occorrerà estendere il gasdotto di altri 55 km fino a Mesagne (Brindisi) da dove partirà la dorsale del gas della Snam.

    I cinque percorsi alternativi analizzati, via Regione Puglia.

    Per l’approdo del microtunnel sono stati valutati cinque tracciati alternativi: alternativa 0, con arrivo a nord di San Foca; alternativa 1, a nord di Lendinuso, frazione del Comune di Torchiarolo, in provincia di Brindisi; alternativa 2, presso la centrale elettrica di Cerano; alternativa 3, presso l’impianto petrolchimico di Brindisi; alternativa 4, a nord dell’aeroporto di Casale (Brindisi). Nella concessione della Valutazione di Impatto Ambientale (Via) da parte del ministero dell’Ambiente, arrivata a settembre 2014, il percorso che approdava a San Foca è stato valutato “l’alternativa migliore sotto i profili tecnico, ambientale e paesaggistico.”

    I motivi della protesta e le rassicurazioni di TAP Italia

    Da quando Tap è stato selezionato come progetto vincitore per la realizzazione del gasdotto nel 2013 e si è cominciato a parlare di San Foca come suo punto di approdo, le amministrazioni locali di alcuni dei comuni interessati dal progetto, gruppi di cittadini e associazioni ambientaliste, poi confluite nel Comitato No Tap, hanno portato avanti diverse iniziative legali (finora respinte dalla giustizia amministrativa), monitorato il territorio e organizzato momenti di protesta, come in questi ultimi giorni di marzo, in cui sono iniziati gli spostamenti degli ulivi per l’avvio del cantiere.

    I No Tap sono tanti ed eterogenei, scrive Francesca Paci su La Stampa: “C’è l’anarchico Adriano irriducibile a prescindere, l’ambientalista Marianna che capisce «le ragioni geopolitiche» e si accontenterebbe di uno spostamento dell’opera in una zona già industrializzata come Brindisi”.

    I motivi per cui il comitato e le amministrazioni protestano sono diversi. Uno dei punti più delicati, riporta Il Post, è lo spostamento degli ulivi che, secondo alcuni, potrebbero essere danneggiati durante le fasi di espianto, trasporto o conservazione prima di essere piantati di nuovo sul luogo originale. A questo si aggiungono i timori per gli impatti ambientale, economico e sociale sul territorio dell’opera e le ricadute sul turismo e sull’utilizzo delle spiagge per la balneazione, la pesca e la navigazione.

    Inoltre, racconta a Re:Common il portavoce del comitato No Tap, Gianluca Maggiore, non è calcolabile cosa accadrà alla produzione di olio e alle aziende interessate dal tragitto che porterà dal punto di approdo del microtunnel a San Foca al Prt di Mesagne: «Quest’opera, da come la vediamo noi e da come ci risulta sulle carte, non è nell’interesse pubblico, quindi non è assolutamente strategica. L’interesse è esclusivamente legato a chi costruirà l’opera».

    A queste critiche, Tap Italia ha ribattuto in varie occasioni: gli ulivi saranno curati secondo le migliori pratiche agronome; rispetto alle colture, specifica ancora la società, non ci sarà alcuna restrizione sull’utilizzo agricolo dei terreni perché il “gasdotto sarà interrato a una profondità di almeno 1,5 metri e non avrà alcuna interferenza con le colture. Il proprietario potrà fare del suo terreno l’uso che ritiene più opportuno, salvo il divieto di costruire su una fascia di rispetto di 40 metri, a ulteriore garanzia della protezione del paesaggio”; infine, intervenuto alla trasmissione di Radio 3, Tutta la città ne parla, l’amministratore delegato di Tap Italia, Michele Elia, lo scorso 29 marzo, ha assicurato che «la spiaggia di San Foca non subirà alcun deterioramento, nessun danno ambientale perché (...) sotto la spiaggia passerà a una profondità di 15 metri e uscirà nel mare a una profondità di 28 metri. Nessun collegamento dei contenuti del gasdotto uscirà in mare».

    Le tappe politiche e giudiziarie dell’approvazione del progetto

    2012

    Nel marzo dell’azienda TAP Italia presenta la Valutazione di Impatto Sociale e Ambientale (Esia) in Italia, cioè lo studio che analizza gli impatti positivi e negativi della realizzazione del gasdotto che dovrà passare sulla costa tra San Foca e Torre Specchia Ruggeri, in Puglia, nel territorio del Comune di Melendugno in provincia di Lecce. Un mese prima, il Consiglio Comunale di Melendugno aveva approvato all’unanimità una delibera in cui negava sul proprio territorio “qualsiasi concessione, parere, autorizzazione o nullaosta, relativi alla realizzazione del gasdotto proposto dal consorzio TAP (...) e di impegnarsi di non deliberare alcuna variante urbanistica che consentisse la realizzazione degli impianti”.

    L’11 settembre poi, il Comitato VIA (cioè il comitato regionale per la valutazione di impatto ambientale) della Regione Puglia esprime parere negativo sulla realizzazione del gasdotto perché si tratterebbe di “un intervento fortemente impattante per il territorio e pure corredato di una documentazione non sufficientemente dettagliata in ordine alle conseguenze che lo stesso avrebbe (...) in relazione alle realtà paesaggistico–ambientali e storico–culturali del Canale d'Otranto e del territorio nel Comune di Melendugno che insieme al comune di Vernole avevano espresso parere sfavorevole all'opera”. Sette giorni dopo, la Giunta regionale pugliese, guidata dall’allora governatore Nichi Vendola, approva la delibera n. 1805, con la quale presentava parere negativo al gasdotto elencando una serie di motivazioni di natura tecnica e avvalendosi dei contributi resi dalle amministrazioni comunali di Melendugno, Vernole e Melissano.

    Contro la decisione del Comune di Melendugno di negare l’accesso alle aree del territorio per effettuare i sopralluoghi, l’azienda Tap Italia presenta a metà novembre un ricorso al Tribunale amministrativo regionale (TAR) di Lecce. L’udienza, fissata inizialmente per il 22 novembre, viene rinviata al 12 dicembre, due giorni dopo la scadenza di consegna dell’Esia da parte della società. Sempre a dicembre, il ministero dell’Ambiente accorda una proroga di 9 mesi fino al settembre 2013 per la presentazione della valutazione di impatto ambientale e sociale.

    2013

    Nel gennaio 2013 il comitato NO TAP denuncia la rottura delle reti di alcuni pescatori durante le indagini geofisiche sui fondali al largo di San Foca portate avanti da Tap Italia. L’azienda risponde che tutte le operazioni erano svolte in osservanza della legge nazionale con la previsione di indennizzi (cosa che poi avverrà a luglio dell’anno successivo) per le parti interessate dal progetto. Anche sulla base di questa denuncia, la Procura della Repubblica di Lecce, insieme ai Carabinieri del NOE, apre un’indagine sui possibili danni ambientali ed economici prodotti al fondale e ai pescatori di San Foca durante le operazioni di prospezione iniziate a dicembre 2012.

    A maggio, arriva la decisione del Tar di Lecce, che accoglie il ricorso di Tap Italia contro la delibera del Consiglio comunale di Melendugno, dando il via libera alle indagini geofisiche sul territorio di San Foca per la valutazione di impatto ambientale. Una sentenza che il Comitato No Tap comunica di accettare, senza tuttavia arrendersi, facendo comunque notare “come per l’ennesima volta Tap e i suoi uffici legali sbeffeggino la volontà popolare facendo leva su tecnicismi giuridico legali”. Nello stesso mese, il Consiglio dei ministri guidato da Enrico Letta approva il disegno di legge per la ratifica parlamentare dell’Accordo intergovernativo su TAP firmato il 13 febbraio ad Atene tra Grecia, Albania e Italia, dando quindi sostanzialmente, scriveva Chiara Spagnolo su Repubblica Bari, “il via libera al progetto, che prevede l'arrivo dell'opera a San Foca, nel territorio di Melendugno (...) prima ancora di avere le autorizzazioni tecniche che ne consentiranno la realizzazione”.

    Il 28 giugno, il consorzio Shah Deniz, proprietario del giacimento in Azerbaijan, durante una conferenza stampa nella capitale Baku, comunica ufficialmente che il gasdotto approderà in Italia, a San Foca: "La selezione per trasportare il gas è stata fatta a favore di Tap, questo è il primo passo verso l'apertura del corridoio sud che avrà un ruolo primario per assicurare la sicurezza energetica e la diversificazione delle forniture ai mercati dell'Europa Ovest Sud-Est". Come raccontava Francesco Clemente su Linkiesta, continua comunque in quei mesi l’azione e la protesta portate avanti dai Comuni interessati dal progetto e dal comitato No Tap, “preoccupati per i presunti rischi che la struttura arrecherebbe alla sicurezza e al turismo del territorio”.

    A settembre, la società Tap Italia presenta pubblicamente i contenuti dello studio di impatto ambientale e sociale (Esia), consegnato all’allora ministro dell'Ambiente, Andrea Orlando. Il progetto, scrive Ansa, sostituisce quello presentato a marzo 2012: “tra le principali modifiche c'è lo spostamento del punto di approdo a San Foca tra il Lido di san Basilio e lo stabilimento Chicalinda, il cui impatto sul litorale verrebbe evitato con l'uso di un micro-tunnel che dovrebbe passare a una profondità di 10 metri sotto la spiaggia, consentendo al gasdotto di non danneggiare l'habitat protetto dell'alga Posidonia Oceanica e al contempo di non produrre alcun impatto visivo” per la presenza nell’aria di siti di importanza comunitaria. A novembre viene però pubblicato e inviato al ministero dell’Ambiente un «Contro-rapporto di Via di Tap» redatto da “ingegneri, geologi, ricercatori, biologi, avvocati, coordinati da Dino Borri, ordinario di Ingegneria del Territorio del Politecnico di Bari, e dal dirigente dell’Ufficio tecnico del Comune di Melendugno, Salvatore Petrachi”. Nel documento, di circa 80 pagine vengono evidenziate le criticità dello studio presentato a settembre da Tap al ministero per la procedura di VIA: «Un progetto che vede forti carenze e del tutto incompatibile rispetto ai caratteri ambientali del territorio»

    La Regione Puglia, intanto, in vista del parere obbligatorio ma non vincolante sul TAP da emanare tra la fine del 2013 e l’inzio del nuovo anno, avvia un percorso di partecipazione sulla progettualità tecnica, economica e ambientale del gasdotto, con lo scopo di promuovere un’attività di ascolto e confronto aperta a tutti (qui il link che rimanda al confronto).

    2014

    A inizio anno, la Regione Puglia esprime per la seconda volta un “parere negativo sulla compatibilità ambientale del Progetto di gasdotto TAP, pur considerando che l’opera si inserisce all’interno delle strategie europee di diversificazione delle fonti energetiche”. Secondo la Regione, ancora una volta la documentazione tecnica presentata da Tap risulterebbe insufficiente rispetto alle problematiche ambientali del territorio. L’azienda inizia a valutare altri approdi anche se continua a considerare San Foca la "migliore scelta".

    Intanto, il governo di Matteo Renzi subentra a quello di Enrico Letta. Viene nominato ministro dell’Ambiente, Gian Luca Galletti. In primavera, poi, la commissione tecnica di Verifica dell'Impatto Ambientale del ministero dell’Ambiente richiede alla società TAP Italia, nell’ambito della procedura per il rilascio della VIA, 48 integrazioni di carattere tecnico e ambientale al progetto del gasdotto, tra cui “approfondire l’analisi di alternative, sia di quelle sviluppate a nord di quella prescelta (...) e sia ulteriori diverse alternative (...) valutando il loro potenziale utilizzo, a fronte di un rinnovato bilancio del rapporto costi benefici in termini ambientale e sociali”. Il mese successivo la società invia la documentazione richiesta nella quale conferma anche che San Foca rimane il punto d’arrivo “ottimale”.

    Sempre ad aprile, viene archiviata l’inchiesta sui presunti illeciti legati alle prospezioni in mare, al largo di Otranto, utili alla realizzazione del gasdotto. “Il gip Simona Panzera, infatti, – scriveva LeccePrima – ha accolto la richiesta di archiviazione formulata dal sostituto procuratore titolare del procedimento, Antonio Negro, che non aveva ravvisato alcun illecito e alcun danno nell’ambito dell’indagine. A motivare la decisione del pubblico ministero il responso dei consulenti nominati dalla Procura, che hanno evidenziato come le attività di prospezione in mare non abbiano danneggiato o deturpato i fondali”.

    Il 12 settembre, poi, la Direzione generale del ministero dei Beni culturali (MIBAC) arriva parere negativo alla richiesta di compatibilità ambientale presentata da TAP Italia. Tra i motivi elencati dal MIBAC, scrive il Corriere del Mezzogiorno, si legge che “il progetto TAP non ha «minimamente considerato l’impatto generato dalla realizzazione del metanodotto sugli elementi di valore paesaggistico dell’area»”. Una “bocciatura” che il Comitato No TAP aveva commentato positivamente: «accoglie in pieno tutte le osservazioni che comitato, Comune e liberi cittadini hanno portato avanti per anni». Il giorno successivo, però, il ministro dell’Ambiente, Galletti, firma il decreto di compatibilità ambientale del progetto per la sezione italiana del gasdotto TAP, ritenendo “superate le criticità rappresentate nel parere negativo della Regione Puglia”, dopo che il 29 agosto la Comissione Via (Valutazione di Impatto Ambientale) del ministero dell’Ambiente aveva valutato il percorso D1 (San Foca) “l’alternativa migliore sotto i profili tecnico, ambientale e paesaggistico”.

    Pochi giorni dopo, a San Foca, viene organizzata una marcia di protesta da parte del Coordinamento interprovinciale 'No Tap no fossili', gruppo di lavoro nato nell'ambito dei Meetup del Movimento Cinque stelle. Alla manifestazione partecipa anche Beppe Grillo.

    Manifestazione No Tap a San Foca, settembre 2014. Foto via Repubblica Bari.

    Il 9 ottobre il Ministero dello Sviluppo Economico pubblica l’avviso di avvio del procedimento di autorizzazione unica sul gasdotto Tap. Si tratta dell’ultima tappa del percorso autorizzativo. Nello stesso giorno partono i sondaggi geotecnici tramite trivellazioni sul territorio del Comune di Melendugno. Il Comune, però, tramite un’ordinanza fa sospendere il lavoro delle trivelle perché “l’attività di indagine è stata intrapresa dalla società TAP senza l’acquisizione di autorizzazione e comunicazioni”. Un provvedimento che, commenta la società, verrà impugnato “nelle sedi giurisdizionali competenti (ndr viene presentato ricorso al Tar del Lazio)”. A novembre partono invece i ricorsi del Comune di Melendugno e del Comitato No Tap al Tar del Lazio contro il decreto firmato da Galletti perché ci sarebbero "evidenti illegittimità nella procedura che ha portato il ministero dell'Ambiente al rilascio della Via per la realizzazione del gasdotto Tap e la necessità di assoggettare lo stabilimento ai vincoli della Legge Seveso (ndr che punta a tutelare i cittadini e l'ambiente da possibili rischi industriali)".

    2015

    A fine gennaio, il Tar del Lazio accoglie il ricorso di Tap Italia contro l'ordinanza del Comune di Melendugno che fermava i carotaggi sul terreno per la realizzazione del progetto del gasdotto. Il 3 marzo è la Regione Puglia a presentare un ricorso al tribunale amministrativo del Lazio per chiedere la sospensione del decreto con il quale a settembre il ministero dell’Ambiente aveva rilasciato la Valutazione di impatto ambientale favorevole a San Foca. La Regione chiedeva la titolarità dell’applicazione della direttiva Seveso. Richiesta però respinta pochi giorni dopo. Una decisione che l’allora governatore Nichi Vendola commentava così: «la partita è tutt’altro che conclusa».

    Il 29 aprile, il Consiglio dei ministri approva per il gasdotto Tap, nonostante il parere negativo (non vincolante) della Regione Puglia. "Il progetto – affermava il governo in sede di approvazione – sarà portato avanti nella totale osservanza di tutte le prescrizioni previste dalle amministrazioni intervenute nel procedimento, prevedendo anche le opportune misure per massimizzare le ricadute positive sull'economia del territorio e sulle attività tipiche locali”. Il Comune di Melendugno, però, il 13 maggio, blocca ancora una volta i sondaggi geotecnici sul terreno portati avanti da TAP Italia, che definisce la sospensione “illegittima e arbitraria”. Pochi giorni dopo il ministero della Sviluppo Economico firma il decreto di autorizzazione unica del metanodotto di interconnessione Albania-Italia Trans Adriatic Pipeline, cioè il provvedimento definitivo per far partire i lavori dell'opera, da svolgersi tra maggio 2016 e il 31 dicembre 2020. Il progetto, si legge nel decreto del Ministero, viene approvato in quanto “opera di pubblica utilità, indifferibilità e urgente”.

    A giugno si muove la procura di Roma, che apre un’indagine sui permessi concessi dal ministero dell’Ambiente per la realizzazione del TAP: “l’inchiesta è partita all'inizio dell'anno, dopo un dettagliatissimo esposto del Comitato No Tap e la trasmissione di alcuni atti dalla Procura di Lecce, che intanto mantiene aperti alcuni fascicoli su presunti illeciti commessi in Salento”. In particolare, il pm Maria Letizia Golfieri vuole verificare la presenza “di presunte anomalie segnalate nella denuncia e riscontrate nei primi passi dell'indagine”.

    Nello stesso mese, Michele Emiliano viene eletto governatore della Puglia, prendendo il posto di Nichi Vendola. Il nuovo presidente propone di spostare il punto di arrivo del gasdotto da San Foca, in provincia di Lecce, a Brindisi, vicino alla centrale Enel nel territorio del Comune di Cerano. Una soluzione che secondo Emiliano può servire «al governo per risolvere diverse questioni controverse». La proposta viene però respinta dal sottosegretario allo Sviluppo economico, Claudio De Vincenti, che sottolinea come secondo «tutte le analisi necessarie durante il processo di valutazione di impatto ambientale, il sito con più basso impatto ambientale sia quello di Melendugno».

    Nonostante questo Emiliano ripropone successivamente Brindisi come approdo alternativo perché il gasdotto «si aggancerebbe a una realtà già esistente e farebbe in modo che quel gas vada ad alimentare sia la centrale elettrica di Cerano che l’acciaieria Ilva». Tap Italia, su richiesta della Regione Puglia, realizza uno studio su questa seconda opzione. In base all’analisi della società, la scelta di San Foca continuerebbe a risultare la più indicata dal punto di vista dell’impatto ambientale, dei tempi di realizzazione, di lunghezza totale del microtunnel offshore (1,5 contro 5,3 chilometri nell’opzione più corta) e del terreno da scavare (10500 metri cubi contro 37500). L’opzione “Brindisi”, inoltre, si scontra anche con il "No" della Sindaca del Comune, Angela Carlucci, intervistata a ottobre 2016 da Reuters.

    2016

    La sera del 15 Maggio, una domenica, viene aperto il cantiere, recintando l’area prevista. Alcuni vigili urbani del Comune di Melendugno, durante un sopralluogo, scattano foto e prendono misure per l’ufficio tecnico comunale. La questione, che si apre tra Comune di Melendugno e Tap Italia, è se queste attività possano considerarsi un’apertura del cantiere. Se così non fosse, infatti, risulterebbe scaduta l’autorizzazione unica al progetto concessa dal ministero dello Sviluppo Economico. “Stando al cronoprogramma annunciato pochi giorni fa dal country manager, Michele Mario Elia, – spiegava Repubblica Bari – si tratterà di bonifica da eventuali ordigni bellici e indagini archeologiche, ovvero gli unici interventi possibili dopo che la Regione Puglia ha impedito (...) l'espianto degli ulivi sull'area di cantiere. Bonifiche belliche e indagini alla ricerca di reperti, tuttavia, secondo il Comune di Melendugno sono attività che la VIA imponeva di effettuare ante operam: per questo motivo non possono essere considerate come l'effettiva apertura del cantiere (ndr al riguardo il Sindaco Marco Potì aveva firmato una diffida in cui chiedeva al Mise di non concedere la proroga dell'Autorizzazione unica, in quanto non giustificata da legittime motivazioni)”.

    Solo un mese prima, infatti, il ministero dell’Ambiente aveva spronato la Regione Puglia a dare l’autorizzazione per l’ottemperanza della prescrizione A44 (una delle 48 presentate dal ministero dell’Ambiente nella procedura per la concessione della Valutazione di Impatto Ambientale al progetto), relativa allo spostamento degli ulivi. Un ritardo che preoccupava la società Tap Italia visto l’avvicinarsi del 16 maggio, termine ultimo per avviare i lavori del cantiere. Le attività non potevano partire, nella “fase 0” del progetto (cioè quella di spostamento degli ulivi e della realizzazione della strada di accesso all’area di cantiere del microtunnel), senza il via libera della Regione Puglia, in quanto ente vigilante della prescrizione A44. Prescrizione che, secondo quanto dichiarato dal presidente Michele Emiliano, era stata “parzialmente ottemperata” e quindi non c’erano tutti i requisiti per far partire i lavori. Il via libera definitivo dipendeva dunque dall’approvazione dell’A44, anche perché, spiegava Domenico Palmiotti sul Sole 24 Ore, le altre due prescrizioni a essa correlate, cioè la A29 e A45 (che riguardavano il piano di gestione degli ulivi e il monitoraggio ambientale), erano state già approvate dai rispettivi enti vigilanti: Regione Puglia e Arpa Puglia.

    Sulle attività di avvio del cantiere la Procura di Lecce apre un’indagine per verificare lo stato dei lavori e valutare se gli interventi in corso corrispondevano secondo legge a un’apertura di cantiere, mandando sul luogo la guardia di finanza. Il ministero dello Sviluppo Economico, in una lettera inviata anche alla Procura di Lecce, dichiara che i lavori sono iniziati nei tempi prestabiliti.

    Il presidente della Regione Puglia, però, a luglio, chiede al governo la revoca delle autorizzazioni: “Chiediamo che si ricominci tutto daccapo perché, non essendo mai stati interrogati per dare il via libera all'intesa, riteniamo siano state lese le nostre attribuzioni costituzionali in sede di redazione del progetto”, rifacendosi a una sentenza della Corte Costituzionale (n. 110/2016) in tema di energia. Ai primi di ottobre vengono svolti i sondaggi geognostici su parte della spiaggia di San Foca per “ricostruire il profilo stratigrafico del sottosuolo e identificarne le componenti”. Anche questa volta sul posto arrivano i vigili urbani di Melendugno a chiedere le autorizzazioni per controllarne la validità in base ai documenti in possesso dell’ufficio tecnico comunale.

    2017

    A febbraio arriva una svolta sul fronte giudiziario: il giudice per le indagini preliminari di Lecce archivia le inchieste (accogliendo la richiesta della Procura di Lecce, a cui si era opposto il Comune di Melendugno) sull’inizio dei lavori del gasdotto, ritenendo "assolutamente legittimo" l'iter autorizzativo seguito. “I presunti illeciti – riportava Chiara Spagnolo su Repubblica Bari – riguardavano la mancata ottemperanza alla normativa Seveso in fase di progettazione dell'opera e il falso avvio dei lavori a San Foca nel maggio scorso. Per la giudice la Seveso ‘non si applica a infrastrutture di trasporto, quali i gasdotti, e i lavori sono regolarmente cominciati così come attestato da Tap’”.

    Nello stesso mese il Tar del Lazio respinge i ricorsi presentati da Comune di Melendugno e Regione su tre punti specifici: la richiesta di applicazione della normativa Seveso, le modalità di localizzazione dell’approdo nonostante il dissenso espresso dalla Regione Puglia, la presunta illegittimità della procedura di valutazione di impatto ambientale perché il progetto presentato non avrebbe contemplato l’opera nella sua interezza, ma solo una parte. Secondo i giudici amministrativi romani, l’iter seguito ha consentito che gli organi competenti prendessero in esame tutti gli aspetti rilevanti e “la modalità seguita dal governo per risolvere la divergenza è stata corretta tanto quanto lo è stata la procedura adottata per superare la posizione palesemente contraria della Regione Puglia”.

    A metà marzo, poi, mentre i lavori lungo il percorso del gasdotto iniziano con quasi un anno di ritardo (con le autorizzazioni dell’Osservatorio Fitosanitario e del Dipartimento Agricoltura, Sviluppo Rurale e Ambientale della Regione Puglia), con l’abbattimento di quattro ulivi colpiti da Xylella, tra le proteste di alcune decine di cittadini, l’Ufficio Ecologia e Paesaggio della Regione Puglia scrive al ministero dell’Ambiente che le “disposizioni normative (nazionali e regionali) (...) non consentirebbero l’inizio dei lavori di espianto”. Il direttore generale del ministero risponde, dopo due giorni, che “l’ottemperanza delle prescrizioni afferenti alla “Fase 0” (ovvero le attività preparatorie di rimozione ulivi e realizzazione della strada di accesso all’area di cantiere del microtunnel) è conclusa, e pertanto TAP può dare corso alle attività previste”.

    Il 20 marzo, i lavori continuano – con l’inizio dell’espianto dei primi dei 211 ulivi che saranno trasferiti nell'area di stoccaggio nei pressi della Masseria del Capitano e poi una volta terminati i lavori ripiantati dove erano prima – così come le proteste del comitato No Tap e di circa 15 sindaci salentini. Il sindaco di Melendugno per l’occasione ribadisce che “ad oggi la Regione Puglia - unico ente competente a dichiarare ottemperata la prescrizione A44 - non ha emesso alcun provvedimento, pertanto l'intervento di espianto si ritiene non autorizzato". Il giorno successivo sale la tensione al cantiere – che vede una massiccia presenza di polizia – con la protesta di decine di persone che per qualche ora fermano i lavori di espianto degli ulivi.

    Il 22 marzo poi il prefetto di Lecce, Claudio Palomba, ottiene dall’azienda Tap Italia lo stop temporaneo ai lavori di espianto degli ulivi in attesa di una risposta dal ministero dell’Ambiente per capire se la prescrizione A44 risulta pienamente ottemperata o se serva un nuovo pronunciamento della Regione Puglia.

    Prima della risposta del Ministero, il 27 marzo il Consiglio di Stato respinge gli appelli del Comune di Melendugno e della Regione Puglia nei confronti della sentenza del Tar, dando il via libera alla realizzazione del gasdotto: “Il Consiglio di Stato – si legge in una nota – ha ritenuto che la valutazione di impatto ambientale resa dalla Commissione VIA avesse approfonditamente vagliato tutte le problematiche naturalistiche e che anche la scelta dell’approdo nella porzione di costa compresa tra San Foca e Torre Specchia Ruggeri (all’interno del Comune di Melendugno) fosse stata preceduta da una completa analisi delle possibili alternative (ben undici). Inoltre è stato escluso che l’opera dovesse essere assoggettata alla c.d. ‘Direttiva Seveso’ ed è stato riconosciuto l’avvenuto rispetto del principio di leale collaborazione tra Poteri dello Stato nella procedura di superamento del dissenso espresso dalla Regione alla realizzazione dell’opera”.

    Il giorno successivo poi, mentre la protesta al cantiere prosegue, il ministero dell’Ambiente risponde al Prefetto di Lecce dando il via libera all’opera: “sono soddisfatte le condizioni della prescrizione A44 per la porzione di progetto esaminata”. Per l'espianto "si ribadisce ancora quanto già rappresentato il 17 marzo scorso e che le attività di espianto asseriscono alla fase dei lavori convenzionalmente indicata come fase 0”.

    Il presidente della Regione Puglia afferma però che la battaglia giudiziaria non è terminata:

    Pende ancora davanti alla Corte Costituzionale il ricorso per conflitto di attribuzione proposto dalla Regione Puglia nei confronti del Governo per non aver dato neanche una risposta alla Regione sulla richiesta di revoca dell'autorizzazione unica. (...) In attesa della pronuncia della Corte Costituzionale, abbiamo deciso di impugnare la nota del Ministero dell’Ambiente del 27 marzo 2017 [che] “autorizza” Tap ad effettuare le attività preparatorie alla effettiva fase di inizio dei lavori. La Regione Puglia si riserva ogni ulteriore eventuale iniziativa giudiziaria finalizzata alla modifica del punto di approdo. Aggiungo infine che un'ulteriore battaglia si sta svolgendo a livello nazionale in sede di Via per l’esame del progetto di microtunnel. In quella sede vigileremo con grande determinazione per ottenere lo spostamento dell’approdo nell’area del comune di Squinzano da noi indicata (ndr riguardo questa soluzione, il sindaco di Squinzano ha però dichiarato che il Comune non ha mai detto sì alla Tap: “siamo disponibili a parlarne a patto che si proceda prima alla riconversione da carbone a gas della centrale di Cerano”).

    Il 29 marzo al cantiere a San Foca diversi manifestanti seduti davanti al cancello, con l’intento di bloccare il lavoro dei mezzi, sono stati spostati di peso dalle forze dell’ordine, con momenti di tensione anche tra polizia, sindaci presenti e consiglieri comunali. Il giorno successivo, i lavori si fermano perché non sarebbe stato disponibile un numero adeguato di forze dell’ordine. Nella notte, comunque, sono state costruite barriere lungo le vie d’accesso alla zona del cantiere, con pietre di muretti a secco, cassonetti e altro materiale.

    Foto anteprima via Ansa.

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    Fake news, disinformazione, cattivo giornalismo. Imparare a informarsi sin da piccoli

    [Tempo di lettura stimato: 11 minuti]

    di Angelo Romano e Andrea Zitelli

    Progetti formativi nelle scuole per dare agli studenti le chiavi per informarsi in maniera critica e sapersi orientare in un ecosistema informativo sempre più complesso e articolato. È quanto stanno sperimentando alcuni progetti pilota in diversi paesi per “fare formazione alle informazioni”, come scrive Delphine Rocaute su Le Monde, e dare degli strumenti per saper individuare le false informazioni.

    È utile comunque specificare che le fake news non sono un fenomeno nato oggi né sono un trabocchetto inventato con i social media. Nelle epoche passate le abbiamo classificate sotto la voce “propaganda”, spiega Rouala Khalaf sul Financial Times. Con l’era digitale si è ampliato il raggio della loro diffusione: possono raggiungerci con molta facilità fin dentro casa nostra e intrufolarsi nella nostra vita quotidiana, contribuendo a generare confusione sui fatti e sulle idee che ci facciamo su quanto accade intorno a noi. Si tratta di una questione complessa che va oltre la natura delle notizie (vere o false) e chiama in causa la qualità del giornalismo (online e offline) e l’intero ecosistema informativo. Al riguardo, in un recente articolo su First Draft, Claire Wardle ha evidenziato sette modi di fare disinformazione per arrivare a conoscere la grammatica delle fake news, avere gli strumenti per poter interpretare quel che leggiamo e osserviamo e conoscere meglio come i contenuti vengono disseminati (e con quali motivazioni) in un ambiente informativo sempre più complesso.

    Leggi anche >> Facile dire fake news. Guida alla disinformazione

    Le fake news pongono una sfida educativa su come informarsi con consapevolezza, acquisire coscienza del fatto che ognuno è a propria volta un media e maturare un approccio critico alle informazioni. Come ha dichiarato di recente, Thomas Boll, docente della scuola di giornalismo Newhouse alla Syracuse University, «l’alfabetizzazione ai media dovrebbe diventare parte integrante dei corsi di educazione civica, che ogni cittadino dovrebbe essere chiamato a frequentare. L’obiettivo di questi progetti dovrebbe essere fare della mente e del cervello uno strumento di verifica dei fatti». A tal proposito sta iniziando la sperimentazione di corsi di educazione al digitale che cercano di rendere familiari alcuni strumenti per poter riconoscere le fake news e, aggiunge Khalaf, saper distinguere tra giornalismo responsabile e notizie artefatte.

    Leggi anche >> Perché dobbiamo insegnare ai bambini come stare online

    «Saper riconoscere un’informazione vera da una falsa è una competenza fondamentale, oggi», ha dichiarato al Telegraph il direttore dell’area educazione e competenze dell’Organizzazione per la Cooperazione Economica e lo Sviluppo (Ocse), Andreas Schleicher. Chiunque utilizzi i social media o i siti di notizie, ha aggiunto Schleicher, deve essere in grado di valutare, verificare e riflettere sulle informazioni che vengono date. E le scuole sono il luogo dove poter discutere punti di vista e opinioni differenti. Per questo, l’Ocse ha annunciato l’introduzione di una nuova categoria analitica per i suoi test denominata “competenze globali”, che valuterà come gli studenti approcciano criticamente le informazioni disseminate sui social media e se sono in grado di rilevare affermazioni dubbie. I nuovi test, che partiranno nel 2018 e i cui risultati saranno pubblicati nel 2019, riguarderanno i ragazzi entro i 15 anni di 70 paesi.

    Il progetto di Le Monde in Francia

    In Francia, Le Monde ha ideato un kit informativo da presentare nelle scuole per rafforzare la consapevolezza del proprio stare in rete e della provenienza delle informazioni. Come, ad esempio, quando un contenuto satirico, decontestualizzato, viene trattato come una notizia, oppure per le informazioni provenienti da siti di parte. Il progetto si rivolge agli studenti delle scuole superiori con interventi in aula e l’utilizzo di contenuti didattici on line sul sito.

    Un gruppo di giornalisti del quotidiano francese fino alla fine dell’anno scolastico 2016-2017 andrà nelle scuole che ne faranno richiesta per aiutare i docenti nel fare formazione e per spiegare il mestiere di giornalista, in vista di un progetto educativo più ambizioso e strutturato da proporre a partire da settembre 2017. L’obiettivo, racconta Akexandre Pouchard, uno dei responsabili del progetto, è stimolare all’informazione soggetti, come gli studenti, che al tempo stesso “sono tra i più vulnerabili e permeabili alla diffusione delle fake news e non costituiscono i nostri lettori abituali. Si tratta dunque di figure con le quali entrare in contatto e da imparare a conoscere”.

    La guida preparata da Le Monde è uno strumento per aiutare a verificare le informazioni e individuare manipolazioni di notizie e casi di disinformazione. È un documento – spiegano gli autori – che raccoglie al suo interno illustrazioni, consigli utili, esempi pratici ed esercitazioni, da utilizzare come guida per navigare e cercare informazioni su internet o come base per ogni docente che voglia investire in educazione ai media in classe.

    Décodex : notre kit pour dénicher les fausses informations by AdrienSenecat on Scribd

    Il kit per i docenti fa parte di un progetto più ampio, chiamato Decodex, lanciato nel mese di febbraio (e che ha ricevuto anche alcune critiche sulla sua efficacia), che si propone di verificare le false informazioni in rete, attraverso un motore di ricerca dove inserire l’indirizzo di un sito per controllarne l’attendibilità, un’estensione su Chrome e Firefox, che dice in tempo reale se il sito è affidabile o meno, e un bot che risponde sul messenger di Facebook alle domande degli utenti.

    Decodex, si legge su Le Monde, è nato per rendere più veloce e facile la verifica delle informazioni e alleviare quella sensazione di “svuotare l’oceano con un cucchiaino” quando “artigianalmente, a mano, si individuano e verificano quelle notizie su cui si ritiene di dover fare luce”. In particolare, l’obiettivo è quello di dare qualche punto di riferimento nei casi di contenuti ingannatori, quando cioè il contenuto viene spacciato come proveniente da fonti realmente esistenti e invece sono false. “Ci è sembrato necessario – proseguono gli autori – indicizzare i maggiori siti, i blog, le pagine di Facebook, gli account Twitter e i canali di YouTube, per certificare a un nostro lettore che se, ad esempio, sta navigando sul sito lemonde.fr, è su un sito fasullo che sta utilizzando il nostro nome. Si tratta di un processo lungo e che necessita di collaborazione, anche grazie alle sollecitazioni e ai dubbi dei lettori”.

    Le “lezioni” del New York Times in America

    Da alcuni anni il New York Times dedica molti articoli a esercitazioni e lezioni di media literacy rivolti a studenti, docenti e lettori a partire da contenuti pubblicati sul quotidiano statunitense stesso. Già nell’ottobre 2015, ben prima che l’Oxford Dictionary definissepost-truth” parola dell’anno per il 2016, Katherine Schulten aveva pubblicato un piano di lezioni dal titolo Fake News vs. Real News. Determinare l’affidabilità delle fonti mostrando strumenti e strategie per distinguere le informazioni false da quelle vere. In un nuovo articolo dello scorso gennaio, Schulten ha presentato nuovi strumenti didattici – distinti in due sezionI: problemi e soluzioni possibili – rivolti ai docenti “per aiutare i loro studenti a muoversi in un paesaggio inospitale”.

    A cosa ci riferiamo quando parliamo di fake news, come individuare le diverse tipologie di informazioni non attendibili, come mappare la diffusione e l’espansione delle informazioni false, quali sono gli effetti della loro viralità. La prima parte dell’articolo è dedicato a definire i problemi che le fake news pongono e presenta alcune esercitazioni per far sì che gli studenti possano confrontarsi criticamente e capire dove e cosa andare a cercare per poter verificare le informazioni che circolano in rete.

    La seconda parte, invece, punta ad alcune possibili soluzioni. Come fare a sapere se quel che si legge on line è vero? La soluzione, scrive Schulten, è porre le “domande giuste” ai contenuti o siti che consultiamo. Prima di condividere qualcosa dovremmo chiederci: chi ha scritto la storia che stiamo per condividere? Come, perché e quando è stata scritta? Cosa manca? A cosa mi porta questa storia?

    Dovremmo quindi accertarci che i contenuti siano attendibili, verificando le immagini o i video, controllando url, account, nome e data della pubblicazione, seguendo i link inseriti negli articoli e leggendo la sezione “chi siamo” dei siti sui quali finiamo.

    L’articolo poi suggerisce di consultare regolarmente siti che si occupano di fact-checking (come Factcheck.org, Snopes.com e Politifact.com) e di curare il proprio ecostistema informativo. Lo scorso dicembre, Buzzfeed ha ripercorso a ritroso i messaggi su Twitter dell’attuale presidente Donald Trump per ricostruire il suo “ecosistema mediatico”. La giornalista propone un esercizio simile per gli studenti. Si potrebbe chiedere loro di tenere traccia per 48 ore degli articoli di notizie che hanno letto, cliccato o condiviso, annotando la fonte di ognuno. Quindi si potrebbe utilizzare Wordle per creare una rappresentazione visiva delle fonti maggiormente utilizzate. A questo punto si potrebbe chiedere agli studenti di discutere in classe quali sono le loro principali fonti informative e verificare la loro attendibilità attraverso le cosiddette “domande giuste”. Infine, si potrebbe chiedere agli studenti di curare i loro account Facebook e Twitter per assicurarsi che in futuro ottengano notizie da fonti attendibili e riflettano da quanti punti di vista diversi acquisiscono le informazioni.

    I progetti in Italia

    Nicola Bruno è un giornalista, specializzato nel fact-checking, tra i fondatori di DataNinja e Factcheckers.it, un'associazione no profit (creata con Gabriela Jacomella e Fulvio Romanin) che si occupa di educazione al fact-checking, nata nel 2016 durante un incontro alla Global Fact, una conferenza internazionale promossa dall’International Fact-Checking Network at Poynter (IFCN) in cui si riuniscono le diverse organizzazioni internazionali specializzate sul tema (come ad esempio Full Fact in Inghilterra, PolitiFact negli Stati Uniti e Chequeado in Argentina).

    «Quando siamo nati, abbiamo deciso di sondare il contesto educativo, portandovi quindi il tema del fact-checking», racconta Bruno a Valigia Blu. Proprio per questo motivo, i soggetti a cui rivolgersi con questa iniziativa, continua il giornalista, sono stati da subito studenti, genitori e docenti: «il discorso dell’educazione va fatto sempre a questi tre livelli. Non si può pensare di coinvolgere solo gli studenti, quando poi i docenti non sono formati su questo tema, né tanto meno si può pensare di introdurre la cultura della verifica delle fonti, ecc, senza coinvolgere i genitori».

    Sono così nate alcune iniziative mirate a fornire gli strumenti utili per far nascere una cultura della verifica delle fonti nei contesti divulgativi, quindi scolastici e familiari, anche perché, «a livello culturale, su queste tematiche siamo nel momento peggiore, perché un sacco di gente è arrivata online, passando dal tg a facebook direttamente, e quindi senza avere una serie di strumenti di codifica, partendo dalla basi come che cos’è un url, un account, ecc», spiega Bruno.

    Innanzitutto, tra i primi progetti c’è stato il contribuito a creare la giornata del prossimo 2 aprile sul fact-checking, International fact checking day, realizzando il pacchetto educativo sul sito. Si tratta di un kit utilizzabile esclusivamente dai docenti che contiene una lezione basica simulata di un’ora e mezzo: nella prima parte, vengono forniti agli studenti una serie di esempi di articoli in cui devono distinguere cosa è un fatto e cosa è un’opinione, «non in maniera manichea, ma quantomeno per porsi la questione»; nella seconda, poi, si passa a un esercizio pratico, «chiedendo ai ragazzi una ricerca per immagini di un articolo fake, trovando qual è la vera origine di quell’immagine o foto». Infine, viene mostrato un video animato che spiega la differenza tra fatto e opinione e poi è previsto un momento di confronto tra il docente e gli studenti su quanto svolto in classe.

    Sempre in occasione della giornata del 2 aprile, Bruno poi ci racconta di un altro progetto (che sarà lanciato oggi, 29 marzo), in collaborazione con Sky Academy, cioè una struttura con veri studi televisivi messi a disposizione gratuitamente da Sky alle scuole per lo svolgimento di esperienze di apprendimento nel mondo giornalistico televisivo. Si tratta di un’iniziativa dedicata al tema specifico del fact-checking e delle fonti, indirizzata questa volta però non ai docenti, ma ai ragazzi di 15–18 anni, in cui sarà rilasciato un altro minikit digitale. «All’interno ci sono 10 contenuti informativi, non necessariamente fake news ma anche cose un po’ vere magari, tramite cui stimoliamo a riflettere. Ad esempio, c’è una foto di Paris Hilton con una maglietta con su scritto “Smettila di essere povero” e noi ti chiediamo “È vero?”. Giri questa card e c’è scritto “No, non è vero” e infatti se controlli vedi che Paris Hilton aveva detto in realtà “Smettila di essere disperato”. Ci sarà anche un’infografica in cui vengono elencate le 10 cose da controllare prima di condividere un contenuto online, come “Vedi se c’è la spunta blu sugli account che ne certificano l’ufficialità” o “Leggi bene l’url perché ilfattoquotdaino.it non è ilfattoquotidiano.it”».

    Le card presenti nel progetto in collaborazione tra Factcheckers.it e Sky Academy.

    Infine, i veri e propri corsi nelle scuole (che accetteranno la collaborazione) dovrebbero iniziare il prossimo anno scolastico. Il giornalista spiega che stanno sviluppando progetti e percorsi con altre persone con esperienze differenti rispetto al mondo del giornalismo come Stefano Moriggi, filosofo della scienza e ricercatore, e Paolo Ferri, professore ordinario di Didattica e pedagogia speciale, entrambi dell’università Bicocca di Milano, che lavorano da tempo sul sistema dell’educazione ai media (media education), sia dal punto di vista della ricerca scientifica che da quello pratico, con iniziative come “Genitori connessi” in cui vengono messi insieme genitori e figli per farli riflettere sui media e come utilizzarli in maniera consapevole. Stefano Moriggi, sentito da Valigia Blu, spiega così che l’obiettivo è di «fare quello che in Italia non ha ancora preso piede che non è tanto il fact-checking in quanto tale, ma progetti calibrati per scuole di diverso ordine di educational fact-checking, quindi facendo dei laboratori che diffondono e condividono delle pratiche di criticità per gradi e livelli».

    La metodologia utilizzata, spiega Bruno, sarà quella dei due ricercatori della Bicocca già sperimentata sul campo in questi anni nelle strutture scolastiche, come nel Veneto, Umbria, Friuli Venezia Giulia, Emilia Romagna, Lazio e Campania «che prevede 5 blocchi, in cui c’è la parte frontale, teorica, ma anche la parte più pratica, con laboratori. Nel primo blocco, i ragazzi fanno un quiz che serve a valutare le loro conoscenze (tipo saper leggere l’url). Poi, c’è la parte più introduttiva, teorica e metodologica, in cui viene spiegato l’importanza del tema. La terza parte è più pratica con siti web da verificare. La quarte si punto a iniziative laboratoriali dove l’obiettivo non è più rispondere vero o falso, ma proprio ragionare e sviluppare un approccio critico nella lettura di un articolo. Infine il quinto passaggio, quello finale in cui ci si incontra e si discute su quello che si è appreso, per vedere i passi in avanti fatti». Moriggi inoltre precisa che fino a questo momento non ci sono stati rapporti sui loro progetti con il ministero dell’Istruzione: «sono nostri percorsi che conduciamo in maniera “artigianale” con le scuole che di volta in volta vogliono collaborare con noi».

    Proprio per capire quali sono le iniziative del Miur sul tema della media literacy e in particolare su analisi critica di media e rete a scuola, abbiamo contattato Damien Lanfrey, membro della segreteria tecnica del Ministero, e Donatella Solda, dirigente nell'ufficio di gabinetto del Miur. Solda spiega così che le linee di policy al riguardo si basano principalmente su due bandi in particolare, precisando comunque che quello della media literacy è un tema trasversale a molte delle azioni del ministero: «è evidentemente simbolico e importante avere degli investimenti, bandi, azioni dedicati esplicitamente a questa tematica, ma è anche importante sottolineare che è un approccio trasversale, che aumenta l'impatto e l'efficacia, se questi obiettivi sono realizzati e incoraggiati in tutti i bandi».

    Il primo bando di circa 80 milioni di euro a cui si fa riferimento, aggiunge Lanfrey, è all’interno del PON (cioè il Programma Operativo Nazionale del Miur), lanciato circa quindici giorni fa e che si divide in due obiettivi: “pensiero computazionale e creatività digitale” (40 milioni di euro) e “cittadinanza digitale” (40 milioni di euro). La prima direttiva si focalizza sul “promuovere gli elementi fondamentali per l’introduzione alle basi della programmazione, anche allo scopo di sviluppare le competenze collegate all’informatica”, mentre con la “cittadinanza digitale”, «(quella che voi chiamate media literacy) che avrà un impatto su circa 4mila/5mila scuole, cioè il il 60%/70% del totale, con l’impegno di renderlo strutturale», si punta tra le altre cose a educare prioritariamente alunni della scuola secondaria di primo e secondo grado “alla valutazione della qualità e della integrità delle informazioni, alla lettura, scrittura e collaborazione in ambienti digitali, alla comprensione e uso dei dati e introduzione all’open government, al monitoraggio civico e al data journalism”. «Ovviamente – spiega Lanfrey – la nostra chiave di lettura non è andare a definire i comportamenti, ma fornire ai ragazzi gli strumenti, le cosiddette strategie comportamentali, per arrivare a fare le cose giuste».

    Essendo comunque il PON un bando progettuale, bisogna specificare che saranno le scuole a dover presentare progetti e svilupparli, «anche se noi nell’allegato tecnico siamo stati abbastanza chiari nelle tematiche che dovranno ricevere particolare attenzione ed essere sviluppate». Per accompagnare comunque gli istituti scolastici in questi percorsi, il Miur sta immaginando direzioni informative su cui potersi basare e progettando azioni formative per i docenti «perché non possiamo lasciarli da soli», specifica Lanfrey.

    Curricoli digitali” è invece il secondo bando (da 5 milioni di euro), lanciato qualche mese fa e inserito nell’ambito del Piano nazionale per la scuola digitale (PNSD), che insieme a quello presente all’interno del PON, definisce la parte più importante di un percorso educativo su media literacy portato avanti del ministero dell’Istruzione. L’obiettivo, si legge nell’avviso pubblico, è “la realizzazione, a favore delle istituzioni scolastiche ed educative statali, di curricoli, ossia formati e strumenti innovativi, per lo sviluppo di competenze digitali, che siano in grado di accompagnare le attività curricolari di apprendimento degli studenti sui temi del digitale e dell’innovazione attraverso percorsi didattici fortemente innovativi”. Le proposte progettuali dovranno inoltre seguire precise aree tematiche, come: diritti in internet, educazione ai media (e ai social) e all’informazione, big e open data ed educazione alla lettura e alla scrittura in ambienti digitali.

    Lanfrey sottolinea infine che il Ministero ha riscontrato però difficoltà a trovare dei partner per sviluppare questi progetti: «per dire le università ci sono, ma non hanno percorsi strutturati pronti. Abbiamo comunque cercato di mandare un segnale a tutti i possibili soggetti in gioco, anche al mondo giornalistico».

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