Hollywood e lo scandalo Weinstein: lo scoop che i media per anni non hanno pubblicato

[Tempo di lettura stimato: 7 minuti]

In questo post mi occuperò del caso Weinstein dal punto di vista giornalistico. Ma ci tengo a fare una premessa, per me è importante: voglio abbracciare tutte le donne coinvolte in questa orribile vicenda. Quelle che hanno saputo dire no, quelle che non hanno saputo o voluto dire no, quelle che ancora oggi non riescono a parlare. Non è possibile per me giudicare queste scelte e non di certo secondo il parametro personale di cosa avrei fatto io. Ma voglio anche ringraziare gli uomini e le donne che in questi giorni ho visto impegnati in lunghe e faticose conversazioni e scambi sui social (parlo chiaramente del mio feed) con chi non si è fatto problemi a giudicare anche in modo spietato e volgare. E infine vorrei dire che far coincidere quest'ultima tipologia di commenti con l'opinione pubblica in generale è a mio avviso una distorsione. L'opinione pubblica non è un monolite e la ricchezza di commenti, post, riflessioni colmi di empatia e solidarietà che ho visto, letto in questi giorni merita di essere sottolineata e valorizzata.

La colpevolizzazione della vittima però non è una nostra esclusiva. Molti commenti sul New York Times accusavano le vittime, chiedendo perché non avessero parlato prima. La risposta di uno dei lettori a questo tipo di commenti è stata messa in evidenza dalla testata e ha ricevuto migliaia di apprezzamenti, potete leggerla qui . Ne riporto la prima parte:

È scoraggiante vedere così tanti commenti che ancora incolpano le donne per non aver parlato. Consideratevi fortunati se mai la vostra carriera è dipesa dal dormire o meno col vostro capo. Non ha niente a che vedere con l'essere famosi o ricchi; questo accade a tutte le donne in ambito lavorativo dalle commesse con un salario basso alle donne top manager...

Come sottolinea su Mashable, Gianluca Mezzofiore, ci sono almeno tre motivi principali per cui per le vittime di Weinstein non è stato facile esporsi:

1. Le donne vengono fatte vergognare per non aver lottato con forza.
2. Le donne sono minacciate perché stiano zitte e punite se parlano.
3. Le autorità non sempre sono di aiuto.

Bisognerebbe tenere bene questo a mente prima di lanciare una caccia alle streghe contro le vittime di aggressioni sessuali.

Tutti sapevano, nessuno parlava

Il merito di aver reso pubblica la vicenda, il segreto di cui tutti erano a conoscenza - "le ragazze di  Harvey" - ma di cui nessuno osava parlava apertamente, va al New York Times e al New Yorker. Uno degli uomini più potenti di Hollywood, il produttore Harvey Weinstein, da anni molestava, aggrediva sessualmente - secondo le testimonianze e le accuse - attrici, modelle, impiegate.

In un atto di accusa ferocissimo su New York Observer, Ryan Holiday , autore tra l'altro di "Credimi, sono un bugiardo. Confessioni di un manipolatore di media"pone una domanda cruciale: come è possibile che il sistema mediatico nel suo complesso abbia "bucato" una simile storia per anni?

“How did the collective press – the Hollywood, media, gossip, and business journalists who follow every move of these power players as part of their job – miss out so badly?”

Com'è possibile che in tutti questi anni le accuse siano emerse solo ora? Come è possibile che Weinstein l'abbia fatta franca per così tanto tempo? Perché chi sapeva non ha parlato? A queste domande è necessario affiancarne un'altra altrettanto importante: com'è possibile che i media abbiano fallito in modo così eclatante?

La sua risposta è durissima: non hanno bucato la notizia, ma sono stati dei vigliacchi a non coprirla, un silenzio consapevole e colpevole.

È anche vero che da tempo diverse testate tentavano di dare solidità ai rumors che circolavano da anni, tutti sapevano, ma per pubblicare una storia simile hai bisogno di testimonianze, prove, che la tua inchiesta sia abbastanza solida da poter affrontare una eventuale causa. È altrettanto vero però che sono emersi precedenti che fanno pensare anche che diversi media abbiano scelto di non approfondire o, pur avendo tra le mani un vero e proprio scoop, abbiano deciso di affossarlo.

Proprio il New York Times, che il 5 ottobre scorso ha rivelato le prime accuse, nel 2004 secondo quanto scrive  Sharon Waxman, aveva la storia ma decise di non pubblicare. Waxman sarebbe stata la prima a rivelare la vicenda, ma il giornale sotto pressione finì per affossare la pubblicazione. Qualcuno le riferì che Weinstein in persona fece visita alla redazione per far capire il suo disappunto rispetto a una eventuale inchiesta. "Sapevo che Weinstein era un importante inserzionista del Times...".

“The paper had a story on mogul’s sexual misconduct back in 2004 — but gutted it under pressure…I was told at the time that Weinstein had visited the newsroom in person to make his displeasure known. I knew he was a major advertiser in the Times, and that he was a powerful person overall.”

La co-direttrice di Variety, Claudia Eller, ha fatto i complimenti pubblicamente su Twitter al New York Times per aver pubblicato la storia che tutti cercavano di ottenere da anni. Holiday sottolinea come, nonostante in tutti questi anni la rivista abbia coperto Weinstein in ogni dettaglio, gli sia sfuggita la storia, emersa solo in questi giorni, di David Boies, uno degli avvocati che ha rappresentato The Weinstein Company, che ha donato 10mila dollari al procuratore distrettuale Cyrus Vance, che nel 2015 ha fatto cadere le accuse di aggressione sessuale contro Weinstein. (L'ufficio di Vance ha fatto sapere che Boies non rappresentava Weinstein durante quelle indagini). Eppure quel dato dovrebbe essere un dato pubblico della campagna di finanziamento.

Holiday riporta anche altri esempi di come la stampa abbia in qualche modo "protetto" o non coperto nel modo giusto le vicende controverse che in questi anni erano emerse a carico di Weinstein.

Secondo alcune fonti anonime il New York magazine ha affossato lo scoop su Weinstein l'anno scorso. Il giornalista Ben Wallace ha speso mesi a raccogliere decine e decine di testimonianze sulle aggressioni sessuali a giovane donne da parte del produttore americano. Ma come riporta Richard Johnson, a quanto pare lo stesso Harvey è riuscito a bloccare la pubblicazione. Wallace non ha voluto rilasciare dichiarazioni e la testata ha respinto le accuse.

“New York magazine had the story a year ago, and Harvey had it killed,” one source told me.

“Harvey was sweating bullets. He sat down with Editor-in-Chief Adam Moss, and they were still going ahead. Then, it suddenly went away. The reporter must be kicking himself now.”

A negare la versione "tutti sapevano", un'attrice di peso come Meryl Streep che, in una dichiarazione pubblicata su Huffington Post, ha preso posizione contro Weinstein e ha definito le donne che stanno denunciando delle eroine. Allo stesso tempo però ha voluto sottolineare che non è vero che tutti sapessero. Lei sostiene personalmente di non aver mai saputo niente di queste accuse né degli accordi economici con alcune attrici e colleghe per farle tacere. «E se tutti sapevano – aggiunge l'attrice – non credo che tutti i giornalisti investigativi che si occupano di spettacolo e i media in generale non ne avrebbero scritto per decenni». Ma  come dimostra Constance Grady su Vox, si sbaglia

In tanti, scrive Grady, hanno provato ad inchiodare Weinstein. In pochi hanno avuto successo. Tra queste, come già accennato, Sharon Waxman. Nel 2004 le fu affidato uno scoop sulle presunte aggressioni sessuali di Weinstein e, come lei stessa racconta, venne anche in Europa per parlare con Lombardo, la persona che lavorava per Miramax Italia e che sarebbe stata a libro paga della società esclusivamente per procurare a Weinstein prostitute e organizzare incontri con donne. Waxman trovò anche una delle presunte vittime del produttore e la convinse a parlare on the record nonostante un accordo di riservatezza. Secondo Waxman, Weinstein riuscì a fare un sacco di pressioni anche attraverso altre star come Matt Damon e Russell Crowe che la contattarono direttamente per garantire sull'onestà e professionalità di Lombardo (Miramax Italia). Dalla storia alla fine furono rimossi tutti i riferimenti ai favori sessuali o alle coercizioni, seppellita all'interno delle pagina culturali risultò solo una storia vaga sulla Miramax che licenzia un dirigente italiano.

Nel 2015 Jordan Sargent, su Gawkerraccolse  tutte le testimonianze allora a disposizione contro Weinstein e invitò chi sapesse a parlare anche sotto anonimato. Ma da allora non ci furono ulteriori approfondimenti.

La verità, conclude Galdy, non è come sostiene Streep che non ci sono stati articoli perché non è vero che tutti sapevano. La verità è che per anni Weinstein è stato un uomo troppo potente da toccare, nonostante ciò che tutti sapevano. Il fatto che siano uscite queste inchieste vuol dire che Weinstein ha perso la sua influenza nel mondo degli Oscar, anche per i suoi gravi problemi finanziari, ed è diventato alla fine abbastanza debole da far avere al New York Times la forza di buttarlo giù, di detronizzarlo.

Com'è finito sul New Yorker lo scoop di Ron Farrow della NBC

A ricostruire come i capi della NBC hanno affossato  la notizia esplosiva della storia di Harvey Weinstein ci ha pensato l'Huffington Post, in un lungo articolo basato su varie testimonianze e fonti anonime anche tra i dipendenti dell'azienda radiotelevisiva americana.

Ron Farrow, un collaboratore della NBC, lavorava al caso da mesi. Aveva raccolto diverse testimonianze dirette di donne che avevano subito molestie e violenze, la disponibilità di una donna a testimoniare in video (senza essere ripresa in volto) di essere stata violentata, ma soprattutto aveva quello che tutti i giornalisti cercavano da anni: l'audio in cui Weinstein confessa di aver aggredito, molestandola, una donna. Si tratta dell'audio ottenuto dalla modella italiana, Ambra Battilana Gutierrez, che aveva denunciato alla polizia l'aggressione. Il giorno dopo, in accordo con la polizia, era ritornata da lui indossando un microfono e registrando così la sua confessione. Le accuse però, come si è visto, furono lasciate cadere. Farrow aveva anche le dichiarazioni di ex capi e assistenti di Weinstein che avevano lavorato fianco a fianco con lui per anni e avevano testimoniato sulla sua cultura di violenze e abusi sessuali che il produttore cinematografico perpetrava. La NBC ha tentato di bloccare l'intervista con la donna disposta a denunciare lo stupro, impedendo a Farrow di usare la squadra di cameraman dell'emittente televisiva, tanto che il reporter deciderà alla fine di pagarne una di tasca sua. Il presidente della NBC News, Noah Oppenheim, ha respinto le accuse di aver voluto affossare la storia, sostenendo di essere arrivati a un punto questa estate in cui si erano resi conto di non avere tutti gli elementi sufficienti per poter andare in onda. Le fonti dell'Huffington Post raccontano tutt'altro. Un continuo tentativo di boicottare il lavoro di Farrow. Addirittura viene riferito che gli avvocati di Weinstein si sarebbero lamentati con NBC per il potenziale conflitto di interessi del reporter, visto che Weinstein avrebbe contribuito a rilanciare la carriera del padre (Woody Allen) con cui Farrow non aveva più rapporti.

Il materiale che Farrow, che aveva lavorato all'inchiesta da gennaio a luglio, aveva consegnato alla NBC è stato sottoposto al processo di verifica e di fact-checking interno. A lavorarci separatamente anche un giornalista investigativo della NBC. Tutti, compreso i legali, avevano dato il via libera alla messa in onda. Ma non c'è stato niente da fare.

Farrow capisce che il progetto di mandare in onda la sua inchiesta sulla televisione americana è finito. Dopo un mese ottiene il permesso di sottoporre il materiale ad un'altra testata. È la storia che abbiamo letto sul New Yorker in questi giorni.

NBC non ha nemmeno coperto la notizia quando il caso è esploso subito dopo la pubblicazione dell'inchiesta da parte del New York Times.

“Ronan Farrow, che è venuto da noi circa due mesi fa, aveva una inchiesta già importante e solida fra le mani –  ha detto David Remnick, direttore del The New Yorker –, e grazie ad un ulteriore serio lavoro anche dei colleghi qui al giornale, è riuscito ad approfondirlo e renderlo pubblicabile. È un esempio di grande giornalismo investigativo".

[foto via THE DAILY BEAST/GETTY]

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“Rosatellum bis”, guida alla nuova (contestatissima) legge elettorale

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di Salvatore Borghese

Con una scelta che ha fatto molto discutere, il governo ha posto la questione di fiducia sulla proposta di legge elettorale Fiano et al, già ribattezzata “Rosatellum bis” (da Ettore Rosato, capogruppo alla Camera del Partito Democratico) in votazione alla Camera dei deputati. Ieri, 11 ottobre, è stata votata la fiducia sui primi due articoli. Oggi, dopo l'approvazione della terza questione di fiducia, c'è stato il via libera definitivo della Camera. Ora la proposta di legge passa al Senato. È la seconda volta, in questa legislatura, che una legge elettorale viene votata con la fiducia e la cosa ha comprensibilmente suscitato molte proteste.

Vediamo, punto per punto, di cosa tratta questa proposta di legge.

Come funziona

Il "Rosatellum bis" prevede un sistema misto, sia per la Camera che per il Senato. In entrambe le Camere, il 64% dei seggi è eletto con metodo proporzionale e il 36% in collegi uninominali maggioritari a turno unico. È quindi una sorta di "Mattarellum" “a rovescio” per così dire: nella legge Mattarella infatti (con cui si votò nel 1994, 1996 e 2001) era la quota maggioritaria a prevalere su quella proporzionale, in un rapporto 75-25.

Per accedere ai seggi nella parte proporzionale bisogna superare una soglia di sbarramento del 3% che si applica su scala nazionale, alla Camera e al Senato. Nei collegi uninominali maggioritari, invece, sarà eletto il candidato con un voto in più degli altri.

La scheda elettorale

Gli elettori voteranno su una scheda piuttosto simile a quella con cui si vota per le elezioni comunali: il nome di ciascun candidato di collegio sarà stampato su un rettangolo orizzontale, sotto al quale vi saranno dei riquadri contenenti i simboli delle liste che lo sostengono e i relativi candidati (da due a quattro nomi per ciascuna lista) che saranno eletti nella parte proporzionale. Le liste infatti potranno coalizzarsi per sostenere dei candidati comuni nei collegi, per massimizzare le possibilità di vittoria. Le coalizioni dovranno essere uniformi sul piano nazionale (niente alleanze “a macchia di leopardo” quindi).

Fac-simile scheda "Rosatellum bis".

Si potrà votare in tre modi: con una croce sul solo candidato di collegio; con una croce solo su una lista; con una croce sia su un candidato di collegio sia su una delle liste che lo sostengono. Non sarà quindi possibile il cosiddetto “voto disgiunto”, cioè votare sia un candidato di collegio che una lista diversa da quelle che lo sostengono (cosa che invece si può fare alle Comunali e alle Regionali). Né si potranno esprimere preferenze per i candidati al proporzionale: le liste sono “bloccate”, un po’ come nel "Porcellum". Ma, a differenza che nella legge Calderoli, le liste saranno corte e i candidati “riconoscibili” dagli elettori (questo per venire incontro alla sentenza 1/2014 della Consulta che dichiarò incostituzionali le lunghe liste bloccate del "Porcellum").

Un punto importante riguarda le pluricandidature: i candidati si potranno presentare in un solo collegio uninominale, ma oltre a questo potranno candidarsi anche nel listino proporzionale, in più circoscrizioni (fino a cinque). Finora può sembrare semplice, ma non lo è così tanto. La ripartizione dei seggi tra maggioritario e proporzionale infatti non è “indipendente”: le due quote si influenzano a vicenda in un modo un po’ complicato.

Spieghiamo: prima di tutto si contano i voti dei candidati di collegio e si proclamano eletti quelli con più voti. La questione si complica quando si passa a dover stabilire quanti seggi spettano a ciascuna lista nel proporzionale. Se si vota sia un candidato di collegio sia una delle sue liste, o se si vota anche soltanto una lista, il voto concorre sia al “bottino” della lista valido per la ripartizione proporzionale, sia, ovviamente, al risultato personale del candidato di collegio.

E se si vota solo il candidato di collegio, senza votare una delle sue liste? In questo caso, il "Rosatellum" bis prevede un meccanismo “diabolico”: i voti dati solo al candidato vanno ad accrescere il “bottino” della coalizione di liste; successivamente, quando si determina quanti seggi spettano a ciascuna coalizione, i seggi vengono ripartiti tra le liste che ne fanno parte in base alla percentuale conseguita da ciascuna lista. Già questo basta a dare un “aiutino” alle liste coalizzate rispetto a quelle che non lo sono (in cui il numero di voti di lista equivale matematicamente a quello dei candidati di collegio).

Ma c’è dell’altro: il “bottino” delle coalizioni è calcolato tenendo conto anche di quelle liste che non prendono seggi perché non arrivano al 3%, ma ottengono comunque più dell’1% dei voti. Quindi, stare in una coalizione conviene doppiamente: sia perché aiuta a vincere nei collegi uninominali, sia perché con questi meccanismi appena descritti si viene “premiati” anche nel riparto proporzionale.

Chi la sostiene

Il "Rosatellum bis" ha, sulla carta, un appoggio parlamentare molto ampio: il relatore è Emanuele Fiano (PD, già relatore della proposta precedentemente affossata con il voto segreto e rimandata in Commissione) e la proposta è frutto di un accordo tra PD, Forza Italia, Lega Nord e AP (Alfano). A questi si aggiungono molti altri piccoli gruppi parlamentari, perlopiù centristi. Tutti questi soggetti sono accomunati dal “fattore convenienza”: tutti cioè hanno interesse che si abbia una legge elettorale in cui è consentita, e anzi incentivata, la formazione di coalizioni alla Camera (vietate dalla legge in vigore, l’Italicum “azzoppato” dalla Consulta).

Ai partiti grandi questo conviene perché accresce le loro possibilità di vincere nei collegi uninominali, a discapito di chi non vuole o non può coalizzarsi (come il Movimento 5 stelle). Ai partiti piccoli o piccolissimi conviene ugualmente perché allearsi con i partiti più grandi, in cambio di alcune candidature nei collegi uninominali, consente loro di non dover superare necessariamente la soglia del 3% per eleggere dei propri rappresentanti in Parlamento (e anzi, come abbiamo visto, è sufficiente superare l’1% perché il proprio risultato elettorale sia utile per i partiti maggiori della coalizione).

Chi la critica

Così come a sostegno della legge ci sono sia partiti di maggioranza (PD, AP) che di opposizione (Forza Italia, Lega Nord), a opporsi troviamo sia partiti di opposizione (come il M5S, Fratelli d’Italia, Sinistra Italiana) che quelli che attualmente sostengono il governo Gentiloni, almeno formalmente (è il caso di Art. 1 – MDP).

I cinque stelle sono contrari a questa legge per due ragioni: innanzitutto perché il sistema dei collegi uninominali tende a penalizzare chi – come loro – non ha una classe politica locale radicata in grado di esprimere candidature competitive su tutto il territorio nazionale; in secondo luogo perché il meccanismo sopra descritto, che “gonfia” il risultato di lista dei partiti coalizzati, sottrae seggi a chi – come loro – non formerà coalizioni con altre liste. Sinistra Italiana è contraria perché sa di non poter vincere (realisticamente) in nessun collegio uninominale, e riducendosi il numero di seggi assegnati col proporzionale (non più la totalità come oggi ma solo il 64%) si riduce parimenti la quota di seggi che potrebbe ottenere a parità di risultato elettorale. MDP è contraria perché il sistema delle coalizioni così congegnato consente al PD di tenerli fuori della coalizione riducendo (come per SI) il numero di seggi che potrebbero ottenere, a questo punto, solo nel proporzionale.

Più difficile da spiegare è la contrarietà di Fratelli d’Italia: in teoria il partito della Meloni avrebbe tutto da guadagnare da un sistema che “costringe” Berlusconi e Salvini a formare una coalizione quanto più ampia e competitiva possibile. FDI potrebbe ottenere agevolmente seggi anche senza coalizzarsi (secondo i sondaggi il partito oscilla tra il 4 e il 5%, ben sopra la soglia di sbarramento), ma il rischio è di non riuscire a strappare molte candidature nei collegi uninominali, finendo “schiacciati” tra i due partiti di maggioranza della coalizione, cioè Forza Italia e Lega Nord.

I pro

Al netto delle convenienze dei partiti, quali sono i pro e i contro di questa legge? Come sempre, il diavolo si nasconde nei dettagli. Partendo da uno sguardo più generale, si possono elencare diversi pregi di questa legge, almeno rispetto alla situazione vigente. Il primo e più evidente è che con questa legge si uniformano – come mai prima d’ora – i sistemi elettorali di Camera e Senato. Attualmente i due rami del Parlamento sarebbero eletti con due sistemi radicalmente diversi tra loro, figli di due leggi distinte nate in contesti molto diversi (a 10 anni di distanza l’una dall’altra) e aventi due filosofie di fondo altrettanto differenti. Vengono quindi accolti i richiami del Capo dello Stato su un punto di non secondaria importanza. Altro elemento positivo (almeno a giudizio di chi scrive) è il ritorno dei collegi uninominali, un meccanismo con il quale gli elettori scelgono direttamente un rappresentante con un forte legame (anche in termini di accountability) con il territorio che lo ha eletto.

Infine, altri elementi positivi sono di natura più “tecnica”, ma comunque non secondaria: a oggi le circoscrizioni per il Senato coincidono con i confini delle Regioni e l’attuale legge (così come “ritagliata” dalla Consulta) costringerebbe a raccogliere preferenze entro un ambito territoriale talvolta enorme (si pensi ai milioni di abitanti delle regioni più grosse). Il ridisegno delle circoscrizioni al Senato, consentirà ai candidati di fare campagna elettorale a costi contenuti.

I contro

Scendendo più in dettaglio emergono però anche i non pochi difetti di questa legge. Il più evidente è forse quello maggiormente contestato dagli oppositori della riforma, e cioè la possibilità di candidature multiple, fino a 5 circoscrizioni diverse oltre a quella, eventualmente, nel collegio uninominale. In questo modo, anche se un candidato dovesse essere sconfitto nel suo collegio, potrebbe comunque risultare eletto in una delle cinque circoscrizioni proporzionali. È vero che anche in Germania ci si può candidare sia in un collegio che nel listino proporzionale, ma lì il listino è unico: se non “scatta” un numero di seggi sufficiente, il candidato sconfitto nel collegio non ha alcuna garanzia di essere comunque eletto. Il sistema previsto dal "Rosatellum bis" sembra ideato espressamente per far sì che i partiti sappiano in anticipo, al momento di decidere candidature, la composizione dei loro futuri gruppi parlamentari.

Attenzione però: se si esagera con il sistema delle pluricandidature, si rischia di eleggere più parlamentari di quanti ne siano stati candidati, col rischio che vi siano dei seggi vacanti (successe una cosa simile nel 2001 al centrodestra, che sbagliò a utilizzare le liste civetta per aggirare la norma sullo scorporo). È vero che il 36% dei parlamentari formalmente sarà eletto in collegi uninominali, ma qui si nasconde un altro difetto della legge: questi collegi, di fatto, serviranno più come incentivo a creare coalizioni pre-elettorali che a selezionare un candidato rappresentativo del territorio.

Infine, un dubbio molto grosso viene dalle modalità di voto previste: in particolare l’impossibilità di voto disgiunto (esprimendo al contempo una preferenza per un candidato di collegio e per una lista che non rientra tra quelle che lo sostengono) può essere vissuta come una limitazione dagli elettori, abituati da molti anni ad avere questa possibilità nelle elezioni amministrative. Lo stesso sistema con cui il “bottino” delle liste coalizzate viene “gonfiato” dai voti dati al solo candidato di collegio (oltre che dalle liste tra l’1 e il 3% che non prendono seggi) appare più giustificato da un fine utilitaristico che non da una coerente visione di fondo nell’impianto della legge.

Gli scenari

Veniamo infine alla domanda da 100 milioni, quella che tutti non possono fare a meno di chiedersi ogni volta che un nuovo sistema elettorale entra nel novero delle cose possibili: chi vincerebbe con questo sistema?

Abbiamo provato a rispondere con una serie di simulazioni, pubblicate su YouTrend, in cui abbiamo preso in considerazione diversi scenari. Il primo – il cosiddetto “scenario base” – tiene conto della media dei sondaggi ufficiali pubblicati in questo periodo: da questa simulazione (tutt’ora valida, dal momento che i sondaggi non sono cambiati di molto nell’ultimo periodo) non verrebbe fuori alcun vincitore: nessuno dei tre poli principali – PD e alleati minori, M5S e centrodestra FI-Lega-FDI – raggiungerebbe alla Camera la maggioranza necessaria di 316 seggi.

La simulazione va presa con le proverbiali molle, soprattutto per un motivo ben noto agli studiosi di sistemi elettorali e agli addetti ai lavori: con i collegi uninominali non è possibile stimare con precisione una ripartizione di seggi sulla base di una percentuale di voto nazionale. Si possono fare solo delle stime, basate possibilmente sulle tendenze di voto emerse nei diversi territori in occasione di elezioni precedenti. È quello che abbiamo fatto nella nostra simulazione, scegliendo il valore intermedio all’interno di una “forchetta” minimo-massimo per ottenere un dato puntuale. Nel caso del centrodestra, non essendo possibile sapere in anticipo di quale partito saranno i candidati vincitori nei vari collegi, abbiamo inserito una quota di seggi che la coalizione nel suo complesso si potrebbe aggiudicare nel maggioritario. Idealmente questa quota di seggi andrebbe sommata a quelli ottenuti nel proporzionale dai tre partiti (FI-Lega-FDI).

Ma una domanda rimane, sia nello scenario base sia negli altri scenari (in cui uno dei tre poli riesce a prevalere sugli altri ottenendo il 35% dei voti), ed è questa: che succede se nessuno dei tre poli riesce ad avere da solo la maggioranza assoluta dei seggi? Quali alleanze post-elettorali si potranno formare per sostenere un governo? A questa domanda il "Rosatellum bis" non ci consente di rispondere. Né potrebbe farlo – va precisato – alcun sistema elettorale, in presenza di un bicameralismo paritario in cui le due Camere sono elette mediante due voti distinti, financo da corpi elettorali diversi (fino a 25 anni non si può votare per il Senato). E questo prescinde da quanto il sistema elettorale per i due rami del Parlamento sia omogeneo – appunto l’obiettivo principale di questa riforma.

Foto in anteprima via La Presse

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Protezione dati personali: l’Europa rischia un accordo al ribasso che non tutela i cittadini

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Il 10 gennaio del 2017 la Commissione europea ha pubblicato la sua proposta di riforma della Direttiva ePrivacy. Il 28 settembre la Commissione IMCO (Internal Market and Consumer Protection) ha adottato il suo parere sul Regolamento. La Commissione per gli affari giuridica (JURI) e quella per la ricerca, l’energia e l’industria (ITRE) hanno adottato i loro rispettivi pareri il 2 ottobre. L’11 ottobre la Commissione LIBE (libertà civili) del Parlamento europeo discuterà la proposta di riforma, che confluirà in una versione da dibattere nel Parlamento in sessione plenaria il prossimo 23 ottobre.

Leggi anche >> Cosa prevede il regolamento europeo per la tutela dei nostri dati e per la privacy

L’intenzione è di concludere il dibattito entro la fine dell’anno, in modo da poter approvare il Regolamento in tempo per farlo entrare in vigore insieme al Regolamento per la protezione dei dati personali o GDPR (cioè maggio del 2018). La ePrivacy si muove, infatti, nel quadro generale posto dal GDPR e si sovrappone a esso con regolamentazioni per specifici settori, quali il trattamento dei dati all'interno dei servizi digitali e delle comunicazioni in Internet.

I dati delle comunicazioni elettroniche

La tradizionale telefonia e i messaggi testuali (SMS) sono ormai soppiantati dai cosiddetti Over The Top (OTT), per cui si pone sempre più urgentemente il problema di armonizzare la regolamentazione dei servizi digitali con i servizi tradizionali. La definizione di OTT ingloba le imprese prive di una propria infrastruttura di comunicazione, che però forniscono una serie di servizi attraverso la rete Internet (quindi al di sopra delle reti = over the top), cioè tramite gli Internet access provider. Nel caso specifico il riferimento è ai servizi di messaggistica (Whatsapp, Skype, Telegram) o in generale di comunicazione elettroniche, come il Voip (voice over Ip).

Il regolamento ePrivacy recepisce la definizione di servizi di comunicazioni elettroniche dalla proposta di direttiva che istituisce il Codice delle Comunicazioni elettroniche, nel quale la definizione comprende i servizi di accesso alla rete Internet e i servizi che consistono, in tutto o in parte, nel trasporto di segnali e comunicazioni interpersonali, quindi con l’inclusione dei servizi di messaggistica, di posta elettronica e voip.

Al fine di tutelare gli utenti nell'utilizzo di servizi equivalenti, la proposta di regolamento ePrivacy estende le regole stabilite per gli operatori di telecomunicazioni e Internet provider agli OTT e in genere ai servizi di comunicazioni interpersonali anche qualora siano semplicemente ausiliari (ancillary) ad altri servizi, così coprendo anche le Gaming App, nelle quali possono essere scambiati messaggi (giochi multiplayer). È utile ricordare che la regolamentazione non si applica soltanto ai servizi stabiliti nell'Unione europea, ma in genere a tutti i fornitori di servizi rivolti a utenti residenti nell'Unione europea (art. 3). Se l’azienda non è stabilita nell'Unione dovrà designare un rappresentante all'interno del territorio europeo.

L’articolo 5 fissa un divieto generale di interferenze con le comunicazioni elettroniche, dati e contenuti, da parte di persone diverse dagli utenti finali, eccetto che nei casi indicati dal regolamento medesimo. Ovviamente ciò comporta che anche la semplice conservazione dei dati sia vietata.

È l’articolo 6 a fissare i casi in cui il trattamento dei dati della comunicazione da parte dei fornitori di reti e servizi di comunicazione elettronica è ammesso, e cioè: (a) se necessario per realizzare la trasmissione della comunicazione, per la durata necessaria a tal fine, oppure (b) se necessario per mantenere o ripristinare la sicurezza delle reti e dei servizi di comunicazione elettronica o rilevare problemi e/o errori tecnici nella trasmissione di comunicazioni elettroniche, per la durata necessaria a tal fine.

I fornitori di servizi di comunicazione elettronica possono, inoltre, trattare i metadati della comunicazione elettronica se necessario per soddisfare i requisiti di qualità obbligatori a norma delle direttive europee, oppure per esigenze di fatturazione, per il rilevamento di uso fraudolento o abusivo dei servizi, o se l’utente finale ha prestato il suo consenso al trattamento dei metadati delle sue comunicazioni per uno o più fini specificati, compresa l’erogazione di servizi di traffico a tali utenti finali, purché i fini in questione non possano essere realizzati mediante un trattamento anonimizzato delle informazioni.

I fornitori di servizi di comunicazione elettronica possono trattare il contenuto delle comunicazioni elettroniche solo a fini di erogazione di un servizio specifico a un utente finale, se questi ha prestato il consenso al trattamento del contenuto della comunicazione e l’erogazione del servizio non può essere realizzata senza il trattamento di tale contenuto, oppure se tutti gli utenti finali interessati hanno prestato il loro consenso al trattamento del contenuto delle loro comunicazioni elettroniche per uno o più fini specificati che non possono essere realizzati mediante il trattamento anonimizzato delle informazioni e il fornitore ha consultato l’autorità di controllo.

L’articolo 7 prevede l’obbligo di cancellazione dei dati e dei metadati, oppure in alternativa l’anonimizzazione, quando non sono più necessari ai fini della trasmissione, tranne quelli necessari a fini di fatturazione.

L’articolo 8 fissa le regole per la raccolta di informazioni dai terminali degli utenti, compreso i cookie.

Infine, l’articolo 11 permette all’Unione europea o ad uno Stato membro di introdurre limitazioni legislative agli obblighi di cui agli articoli da 5 a 8, se tali limitazioni rispettano le libertà fondamentali e costituiscono una misura necessaria, appropriata e proporzionata in una società democratica intesa a salvaguardare la sicurezza nazionale, la difesa, la sicurezza pubblica, la prevenzione, l'indagine, l'accertamento e il perseguimento di reati o l'esecuzione di sanzioni penali, incluse la salvaguardia contro e la prevenzione di minacce alla sicurezza pubblica, o altri importanti obiettivi di interesse pubblico generale dell'Unione o di uno Stato membro, in particolare un rilevante interesse economico o finanziario dell'Unione o di uno Stato membro, anche in materia monetaria, di bilancio e tributaria, di sanità pubblica e sicurezza sociale.

L’articolo 2 esclude le attività delle autorità statali a fini di prevenzione e repressione di reati dall’applicazione del regolamento ePrivacy.

In sintesi, le nostre comunicazioni elettroniche (messaggi, chiamate, mail e navigazione online) non possono essere utilizzate se non con il nostro consenso.

Gli emendamenti che possono ridurre la tutela della privacy

Numerosi sono, però, gli emendamenti presentati, da discutere oppure già approvati (nei pareri), che potranno mutare drasticamente la situazione e quindi ridurre la tutela della nostra vita privata.

Il parere adottato in Commissione IMCO prevede la protezione delle comunicazioni elettroniche solo quando le comunicazioni sono in “transito”. Questa modifica consentirebbe alle aziende di utilizzare il contenuto delle comunicazioni elettroniche quando queste sono memorizzate nel cloud, sui server aziendali (quindi non in transito), a fini di comunicazioni commerciali e profilazione degli utenti. Diversamente, il parere della Commissione JURI tutela le comunicazioni sia in transito che a riposo, inibendo al provider di servizi di leggere le mail quando sono memorizzate nel cloud, a meno di ottenere un espresso consenso.

Anche molti degli emendamenti proposti in Commissione LIBE modificherebbero la proposta in riforma riducendo la protezione per gli utenti. Ad esempio l’emendamento 397 recita:

The processing of electronic communications data following conveyance to the intended recipients or their service provider shall be subject to Regulation (EU) 2016/679

Altri emendamenti stabiliscono che il trattamento è soggetto all'attuale normativa, da intendersi ovviamente il GDPR. Il punto è che il GDPR prevede espressamente i legittimi interessi quale base del trattamento. In particolare il Considerando 47 stabilisce che il trattamento dei dati per finalità di marketing diretto può essere considerato legittimo interesse. I legittimi interessi consentono alle aziende di valutare direttamente il bilanciamento tra i propri interessi (anche economici) e quelli degli utenti, in tal modo introducendo un fattore di incertezza nell'applicazione delle norme.

Insomma, un’azienda potrà sostenere di avere un legittimo interesse, economico, a trattare i dati delle nostre comunicazioni, valutando personalmente se esiste un bilanciamento sufficiente coi diritti dei cittadini. Il cittadino potrà solo opporsi successivamente presentando un esposto all'Autorità di controllo.

L’emendamento 441, invece prevede, in aggiunta alle eccezioni di cui all’articolo 6 (vedi sopra):

(b a) it is necessary for the purpose of the legitimate interests of the provider except where such interests are overridden by the interests or fundamental rights and freedoms of the consumers concerned;

Anche qui si introducono i legittimi interessi quale base giuridica del trattamento, rendendo così non più necessario il consenso dell’interessato. L’emendamento 479 addirittura, richiamando l’art. 6 del GDPR, consente il trattamento per legittimo interesse dell’azienda ma anche per “further processing” (" elaborazione ulteriore”), nel qual caso sarà sufficiente per l’azienda assicurarsi che l’elaborazione dei dati “ulteriore” rispetto a quella necessaria per instradare la comunicazione, persegua uno scopo compatibile con la richiesta iniziale (che eventualmente potrebbe essere anche uno scopo commerciale o di invio di pubblicità mirata).

2 a. Art.6 of Regulation (EU) 2016/679 shall apply;

La normativa attuale, infatti, prevede che un trattamento sia legittimo se legato alla finalità per la quale sono stati raccolti i dati (quindi cosa il titolare dice all'interessato che farà con i dati). Il GDPR, però, prevede anche la possibilità di trattamenti per finalità compatibili, nel qual caso (art. 6 GDPR) per stabilire se la finalità è compatibile occorre tenere conto, tra le altre cose, "delle possibili conseguenze dell'ulteriore trattamento previsto per gli interessati" (GDPR, art. 6, par. 4, lett d). In tal modo si aprirebbe la strada a abusi nella raccolta ed utilizzo dei dati degli utenti.

Per concludere, se approvati questi emendamenti consentirebbero alle aziende di operare trattando i dati delle nostre comunicazioni, più o meno come un tempo faceva Gmail, scansionando le mail per inviare pubblicità personalizzata ai suoi utenti. Oggi Google non opera più in questo modo (il motivo sta nell'esigenza di parificare la gestione degli account free con quelli business, per questi ultimi infatti la scansione delle mail non avveniva, se non per motivi di sicurezza), ma se gli emendamenti dovessero essere approvati, non solo potrà tornare (e insieme a lei anche tutti le piattaforme di comunicazione online, come Whatsapp, ad esempio, Facebook, ecc…) ad analizzare le mail (e non solo), ma tale possibilità sarà concessa anche ai gestori di telefonia tradizionale (access provider).

Sempre in Commissione IMCO si è previsto che le “ulteriori elaborazioni” dei metadati (dati sulla localizzazione, i tempi di comunicazione, ecc…) possono essere utilizzati senza necessità di consenso. Per finire, questo parere non prevede nemmeno l’obbligo di informare gli utenti sui rischi di sicurezza scoperti.

Tracciamento online e cookie

Anche in tema di tracciamento online la regola è la medesima, cioè una generale riservatezza dei dati, a meno che l’utente non conceda il suo consenso al tracciamento. A tale scopo sono stati introdotti degli obblighi specifici in relazione ai cookie (vedi Cookie Law), che implicano la visualizzazione di banner e informative e il blocco dei cookie di profilazione e di terza parte. Questa imposizione è fortemente criticata dalle aziende e dagli editori, perché, sostengono, impedirebbe loro di fare affari tramite la pubblicità.

Questi oneri legali in realtà si sono trasformati in una forma di spam elettronico, ormai i siti sono invasi da banner che rinviano ad informative eccessivamente lunghe e sempre poco comprensibili per gli utenti e che inevitabilmente nessuno legge (del resto provate a leggere decine di pagine di informativa su uno smartphone). In più le nuove tecnologie di tracciamento (es. fingerprint) non vengono disturbate dal blocco dei cookie. Il risultato, complice anche una differente attuazione della norme tra i vari Stati, è deludente perché l’implementazione pratica non ha sortito gli effetti voluti, sia in tema di trasparenza che di controllo dei dati da parte degli utenti. Ma questo vuol dire solo che occorre una nuova implementazione, non certo che si debba rinunciare a perseguire un maggiore controllo dei dati.

L’attuale proposta prevede lo spostamento dell’obbligo di acquisire il consenso dai gestori di siti web (anche per cookie di terze parti) ai produttori di software, con i browser che dovranno richiedere agli utenti le impostazioni di privacy alla prima installazione (il passaggio sarà obbligatorio).

Le opzioni possibili varieranno dal divieto di installare tutti i cookie, fino al consenso solo per quelli di prima parte e al consenso per tutti. Le aziende saranno obbligate a rispettare le impostazioni dei software, a differenza di quanto avvenne in passato con il Do Not Track, che non veniva rispettato da molte aziende. Il Do not track era un tentativo di autoregolamentazione da parte delle aziende, al fine di evitare più stringenti regolamentazione dei governi. Inoltre, i browser già installati sui computer dovranno aggiornarsi, prevedendo tali nuove opzioni entro il 25 agosto 2018, da presentare quindi all'utente perché selezioni le impostazioni di gestione dei cookie.

Il cambio di direzione è notevole. Da un lato può essere un problema, in quanto potrebbe avere un impatto non indifferente sui produttori di browser, favorendo una concentrazione del relativo mercato. Dall’altro però, le precedenti esperienze hanno evidenziato che imporre obblighi di gestione dei cookie ai gestori dei siti web (anche il piccolo blog con i pulsanti di condivisione dei social) può essere complicato anche tecnicamente e finisce per scoraggiare l’utilizzo delle nuove tecnologie, così allontanando i cittadini dal mondo digitale. In ogni caso l’idea è che comunque cookie non potranno essere inviati ai dispositivi degli utenti senza un consenso preventivo.

Ma anche qui alcuni emendamenti in discussione potrebbero portare a modifiche rilevanti. La Commissione JURI ritiene necessario che i software (es. un browser) siano impostati a tutela della privacy fin dall'inizio (privacy by design e by default), impedendo la raccolta dei dati, a meno ché l’utente non modifichi le impostazioni. Di parere contrario è la Commissione IMCO, per la quale i software non dovrebbero avere le impostazioni di privacy configurate nel senso della massima tutela. Nello stesso senso si è espressa la Commissione ITRE.

Quindi dovrebbe essere l’utente a regolare opportunamente le impostazioni per proteggere la propria privacy ed evidentemente potrebbe essere un problema per i cittadini, nel momento in cui alcuni browser si presentano con una quantità enorme di opzioni senza chiarimenti specifici sulla loro funzionalità. Tra l’altro tale ultima posizione contraddice espressamente la normativa già approvata nel GDPR (appunto privacy by default).

In Commissione LIBE sono stati portati ulteriori emendamenti che introducono i legittimi interessi del titolare del trattamento quale base giuridica, quindi la possibilità di utilizzare i cookie anche in assenza di consenso.

(b) the end-user has given his or her consent or there is another legitimate ground within the meaning of Article 6 of Regulation (EU) 2016/679 (emendamento 525)

Conclusioni

Il regolamento ePrivacy armonizzerà la regolamentazione delle aziende tradizionali di comunicazione con gli OTT, ma tale armonizzazione potrebbe avvenire al ribasso, cioè invece di regolamentare ed eventualmente ridurre la raccolta massiva dei dati da parte degli OTT, potrebbe essere consentita la medesima attività anche alle aziende tradizionali (cosa tra l’altro richiesta a gran voce da queste ultime). Inoltre, la tutela dei cittadini potrebbe essere ulteriormente ridimensionata eliminando la necessità (come è ora) di consenso per la profilazione spinta e permettendo alle aziende (OTT e tradizionali) di utilizzare i legittimi interessi come base giuridica invece del consenso, un elemento che porterebbe facilmente ad abusi ed incertezza applicativa.

Del resto molte delle riforme attualmente in discussione nelle istituzioni europee mirano di fatto alla realizzazione del Digital Single Market, per cui l’intento principale è principalmente economico. La tutela dei diritti e delle libertà dei cittadini potrebbe finire per essere un mero accidente di percorso. L’impressione è, quindi, che la regolamentazione europea sia sempre più influenzata da quella americana, che è settoriale e utilitaristica e predilige l’aspetto aziendale, anche sotto forma di autoregolamentazione da parte delle aziende (si pensi alla direttiva copyright in discussione).

L’attuale società moderna, infatti, è sempre più una società di consumatori, laddove in epoca di crisi non si chiede più un maggiore sforzo produttivo ma un maggiore consumo per mantenere e far crescere l’economia. Instillare, però, nei cittadini il desiderio di consumare è operazione complessa e costosa. Inoltre, l’eccessiva moltiplicazione dei prodotti genera di per sé ulteriore insoddisfazione, essendo impossibile (se non per i pochi ricchi) immunizzarsi da scelte sbagliate, per cui si rende necessario instillare nel cittadino un desiderio più mirato laddove il desiderio collega il consumo all’espressione della propria individualità (Ferguson, Self-Identity and Everyday Life). L’individuo esprime se stesso attraverso le sue scelte di shopping e le cose che possiede.

Ed ecco perché le aziende si lamentano del blocco dei cookie, sostenendo che tale blocco limita la loro possibilità di fare affari. In realtà il blocco in questione (attualmente soggetto a consenso esplicito) consente comunque di inviare pubblicità, solo che non è mirata, personalizzata, ma generica, che non è, però, funzionale alle loro necessità di installare desideri individualizzati.

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Catalogna e l’indipendenza: cosa sta succedendo

[Tempo di lettura stimato: 8 minuti]

Questo articolo sarà aggiornato in tempo reale durante la giornata con ulteriori sviluppi sull'intervento del Presidente catalano Carles Puigdemont nel 'Parlament'. 

[Ultimo aggiornamento: 11 ottobre, ore 14:00]

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Aggiornamento 11 ottobre, ore 14:00 - Il segretario del PSOE, Pedro Sánchez, ha confermato il suo sostegno al Governo spagnolo e si è unito alla richiesta formulata dal Presidente Rajoy al Presidente Puigdemont di chiarire se ha dichiarato o no l'indipendenza catalana. Ha anche assicurato che se Puigdemont non dovesse tornare alla legalità, il PSOE offrirà il suo sostegno al Governo nell'applicazione delle dovute misure costituzionali (il riferimento implicito è all'applicazione dell'articolo 155). Sánchez ha anche annunciato di aver stretto un accordo con il Governo per iniziare un processo di riforma costituzionale con l'obiettivo di modernizzare il sistema delle autonomie spagnole. «Dobbiamo aggiornare il nostro modello di convivenza», ha dichiarato.

Albert Rivera, segretario di Ciudadanos, ha confermato il suo sostegno al all'applicazione dell'articolo 155 e si è detto d'accordo a una riforma costituzionale.

Aggiornamento 11 ottobre, ore 12:30 - Il Presidente del Governo spagnolo, Mariano Rajoy, ha risposto a Carles Puigdemont in una conferenza stampa senza domande: «Il Consiglio dei Ministri ha preso la decisione di richiedere formalmente al Governo della Generalitat (catalana) se ha dichiarato l'indipendenza in Catalogna. Questa richiesta è precedente a qualsiasi delle misure che il Governo decida adottare ai sensi dell'articolo 155 della Costituzione. Il Governo vuol offrire certezze agli spagnoli e ai catalani».

Con questo messaggio, Rajoy dà inizio alla procedura stabilita per l'applicazione dell'articolo 155, che permetterebbe al Governo di revocare l'autonomia in Catalogna, sciogliere il Parlament catalano, costituire un Govern provvisorio e convocare nuove elezioni regionali. «La risposta del signor Puigdemont segnerà il futuro degli avvenimenti dei prossimi giorni. Se rispetta la legalità si porrà fine a un periodo di illegalità e rottura della convivenza».

In altre parole, se Puigdemont non rinuncia definitivamente all'indipendenza, il Governo sottoporrà la decisione di applicare dell'articolo 155 al Senato, che dovrà essere presa a maggioranza assoluta. Il Partido Popular di Mariano Rajoy ha la maggioranza assoluta nel Senato e può contare sul sostegno di Ciudadanos.

Il segretario socialista del PSOE, Pedro Sánchez, farà una dichiarazione ufficiale alle 13:00.

Aggiornamento 10 ottobre, ore 22:30 - Una volta conclusi tutti gli interventi nel Parlament, i deputati indipendentisti della coalizione del Govern catalano hanno firmato un documento intitolato "Dichiarazione dei rappresentanti della Catalogna", con il fine di dimostrare ai propri elettori che la dichiarazione di indipendenza, seppur sospesa, ha una base formale. In realtà non è una vera e propria "dichiarazione unilaterale di indipendenza", perché la Legge di Transitorietà stabilisce che questa debba essere discussa e votata in aula, mentre in questo caso si tratta un documento privato firmato dai deputati. Nel testo però si legge "Costituiamo la repubblica catalana, come Stato indipendente e sovrano, di diritto, democratico e sociale". Una dichiarazione simbolica, ma che non è piaciuta al Governo spagnolo. E non è piaciuta neanche all'alleato CUP, a quanto pare.

Il Presidente Mariano Rajoy si riunirà questa notte con i leader degli altri schieramenti e ha convocato un Consiglio dei Ministri straordinario mercoledì mattina alle 9:00.

Aggiornamento 10 ottobre, ore 20:00 - Il Presidente catalano è intervenuto nel Parlament per commentare la situazione politica dopo il referendum dell'1 ottobre. «Il mandato dei cittadini catalani è che la Catalogna diventi uno Stato indipendente in forma di Repubblica». Dopo aver spiegato con questa frase il risultato del referendum, Carles Puigdemont ha chiesto al Parlament catalano di sospendere la dichiarazione di indipendenza per aprire un periodo dedicato alle negoziazioni e alla ricerca di una mediazione internazionale.

In questo modo, Puigdemont aggira le possibili conseguenze di una dichiarazione unilaterale di indipendenza e sceglie la via del dialogo, posticipando tale dichiarazione in maniera indefinita e capitalizzando il risultato referendario in vista di una possibile negoziazione con il Governo spagnolo. Le Legge di Transitorietà che regola il referendum indipendentista permette di posticipare fino a un anno la dichiarazione unilaterale di indipendenza.

...

Aspettando la dichiarazione di indipendenza unilaterale

Oggi alle 18 il Presidente della Catalogna Carles Puigdemont pronuncerà un discorso nel Parlament catalano. Anche se non c'è stata nessuna conferma ufficiale, molti pensano che sfrutterà questa occasione per formulare la dichiarazione di indipendenza unilaterale (che in Spagna è abbreviata con l’acronimo “DUI”) della “Repubblica catalana” in seguito al risultato del referendum celebrato l’1 ottobre, considerato illegale dal Tribunale costituzionale e segnato dalla violenza delle forze di polizia nazionali che hanno cercato di impedire la sua celebrazione.

Leggi anche >> Il referendum della Catalogna e la crisi senza precedenti della Spagna delle autonomie

Non è ancora chiaro quale sarà la natura della dichiarazione di indipendenza. Come riporta eldiario.es, esiste una divergenza di opinioni nella coalizione di governo catalana: il partito di Puigdemont, il Partit Demòcrata Europeu Català (PDeCAT), teme che dichiarare l’indipendenza adesso, senza l’appoggio di nessuna istituzione internazionale, possa risultare un puro esercizio retorico. Ecco perché, assieme al partito di sinistra Esquerra Republicana de Catalunya (ERC), si valuta l’ipotesi di posticipare la dichiarazione unilaterale con l’obiettivo di guadagnare tempo e, chissà, forzare una negoziazione con lo Stato spagnolo. Nella coalizione di governo, però, c’è anche il partito di sinistra radicale Candidatura d'Unitat Popular (CUP), che spinge per l’indipendenza immediata, senza procrastinare ulteriormente una decisione che secondo i suoi deputati rappresenta "la chiusura di un ciclo storico".

La questione è quindi più complicata di quanto possa apparire dall’esterno. Puigdemont si limiterà a formulare una dichiarazione simbolica? Il Govern vuole forzare la trattativa con lo Stato o è davvero disposto ad andare fino in fondo? Come reagirà il Governo di Madrid? E, soprattutto, come reagirà la Procura dello Stato? Puigdemont è davvero imputabile per i reati di sedizione, ribellione, disobbedienza, prevaricazione, malversazione, usurpazione di funzioni? (Non è chiaro). Il tempo per il dialogo è davvero finito (se mai c’è stato)?

Per rispondere a queste domande non ci resta che aspettare. Dopo il discorso del Presidente Carles Puigdemont nel Parlament, è previsto un intervento del Presidente Mariano Rajoy nel Parlamento spagnolo, con data ancora da definire. Rajoy e il suo esecutivo hanno già messo in guardia il Govern diverse volte da quando si è celebrato il referendum e c’è da aspettarsi che di fronte a una dichiarazione unilaterale di indipendenza siano pronti a reagire con decisione. Uno dei provvedimenti più aggressivi potrebbe essere l’applicazione dell’articolo 155 della Costituzione, ovvero la revoca dell’autonomia in Catalogna.

Ieri sera il sindaco di Barcellona, Ada Colau, ha letto un discorso istituzionale, rivolto al presidente Rajoy e al presidente Puigdemont, che invocava il dialogo, e condannava sia la dichiarazione d’indipendenza unilaterale che l’applicazione dell’articolo 155: «Bisogna agire con sangue freddo e con responsabilità. Senza prendere decisioni affrettate, non possiamo mettere in pericolo la coesione sociale né le istituzioni catalane».

Questo pomeriggio il Presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, ha chiesto a Puigdemont di non prendere "una decisione che renda impossibile il dialogo".

L'opportunismo di Rajoy e la lotta tra nazionalismi

Mariano Rajoy durante un discorso istituzionale (Agencia EFE)

Forse dall'Italia non sembrerebbe, ma Mariano Rajoy non è mai stato così forte. È innegabile che la questione indipendentista abbia rafforzato il Partido Popular (PP) nel suo ruolo di “difensore della patria”.

Il PP è travolto da processi per corruzione che non riguardano solamente i suoi politici, ma, per la prima volta nella storia democratica, il partito stesso. Proprio ieri l’autorità spagnola anticorruzione ha chiesto la condanna del PP per corruzione in relazione al “Caso Gurtel”, il processo di una rete criminale nazionale che vede imputati diversi impresari e politici del partito. Ma questo non è l’unico caso giudiziario che preoccupa Rajoy: si calcola che tra processi conclusi (con sentenza di colpevolezza) e in corso, siano in totale 60 i casi di corruzione nel quale è invischiato il PP, come ha ricordato a giugno in Parlamento la deputata di Podemos Irene Montero. In quell’occasione Podemos aveva presentato una “mozione di censura” (strumento per chiedere al Parlamento di sfiduciare il Governo), che però nessuno dei partiti dell’opposizione ha accolto. Era la terza volta nella storia della Spagna democratica che l’opposizione presentava una mozione di questo tipo, e per la terza volta il Parlamento ha rifiutato.

Non dobbiamo dimenticare, poi, che la chiusura (storica) del PP a qualsiasi dialogo sulla questione catalana è una delle cause di questa crisi istituzionale, la più grave di tutta l'epoca democratica.

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Oggi, però, i riflettori nazionali non sono più puntati sulla corruzione del PP, né sulle sue responsabilità politiche e Rajoy può interpretare il ruolo di garante della Costituzione e difensore dell’unità di Spagna, con il sostegno del Re, di Ciudadanos (partito politico nato in Catalogna proprio con lo scopo di frenare l’indipendentismo), del Partido Socialista Obrero Español (PSOE) e di una grandissima fetta della popolazione, non solo di destra. La corruzione del partito di Governo è un lontano ricordo e lo scontro indipendentista, che il Governo spagnolo ha contribuito a esasperare, non ha fatto altro che rafforzare i due estremi dello spettro politico: il nazionalismo catalano e quello spagnolo.

E sebbene anche l’Unione europea abbia chiesto a Rajoy e Puigdemont di negoziare, per il momento nessuno dei due ha fatto un vero passo indietro.

Le tre piazze: nazionalismo catalano, nazionalismo spagnolo e chi chiede il dialogo

Lo scorso fine settimana il dibattito politico si è spostato un’altra volta nelle piazze, dove gli unionisti spagnoli hanno potuto dare una dimostrazione di forza, a Madrid e a Barcellona, dove decine di migliaia di persone hanno manifestato per l’unità di Spagna, cantando slogan che andavano da “Viva la Spagna” a “Puigdemont in galera”, “Con i golpisti non si dialoga”, “No al dialogo”, “Non ve ne andrete”, fino alla ‘excusatio non petita’: “Non siamo fascisti, siamo spagnoli”.

Ci sono state anche manifestazioni in favore del dialogo. Barcellona, Madrid, Valencia, Saragozza, Siviglia, sono alcune delle città nelle quali si è manifestato per chiedere al presidente del ‘Govern’ catalano Carles Puigdemont e al presidente del Governo spagnolo Mariano Rajoy di favorire il dialogo tra i due fronti, quello indipendentista catalano e quello unionista spagnolo. Migliaia di persone sono scese in piazza vestite di bianco, senza bandiere o simboli politici, ma sventolando fogli di carta bianchi e una parola d’ordine tradotta in entrambe le lingue: “Parlem/Hablemos” (parliamo).

E oggi, durante il discorso di Carles Puigdemont, la associazione indipendentista Assemblea Nacional Catalana (ANC) ha convocato una manifestazione di sostegno davanti al Parlament: «Il popolo ha detto all’indipendenza», rivendica il comunicato dell’associazione.

Le imprese che abbandonano la Catalogna e la solitudine di Puigdemont

Carles Puigdemont durante un discorso istituzionale (Agencia EFE)

Sebbene gli indipendentisti facciano leva sul risultato del referendum per rivendicare il proprio mandato popolare, il problema è che il referendum del 1 ottobre non è solo illegale, ma non rispetta neanche le garanzie di democraticità che uno strumento di questo tipo deve offrire ai cittadini, in quanto celebratosi in un contesto di clandestinità, senza le opportune garanzie per l’elettorato e infrangendo una serie di norme che vanno oltre il divieto del Tribunale costituzionale. E nessuna istituzione internazionale è disposta a riconoscere l’indipendenza di un paese nato da una convocazione popolare non democratica.

Come se non bastasse, l’ultima doccia fredda per gli indipendentisti arriva dal settore imprenditoriale: le principali banche e imprese catalane stanno spostando la propria sede legale fuori dalla regione come risposta a una possibile dichiarazione d’indipendenza. Stiamo parlando di alcune delle imprese più importanti del paese, come Caixa Bank, Banco Sabadell, Gas Natural Fenosa, Abertis, Cellnex, Colonial, ma non solo.

Questa risposta da parte del mercato, seppur prevedibile, avrà preso in contropiede quei cittadini catalani che negli ultimi anni hanno creduto alle rassicurazioni degli indipendentisti: «Le banche non se ne andranno dalla Catalogna», diceva nel 2015 l’allora Presidente della regione Arthur Mas. Ieri il consigliere regionale degli esteri catalano, Raül Romeva, ha assicurato che si tratta solamente di «alcuni annunci» e che «il settore produttivo non sarà spostato», ma la realtà è che molte di queste imprese hanno già cambiato la sede legale e trasferito la propria sede amministrativa.

Non sorprenderebbe quindi se Puigdemont decidesse di guadagnare tempo, formulando una dichiarazione "simbolica" e posticipando l'indipendenza formale. Il Presidente catalano è sempre più solo e le voci contrarie a una dichiarazione di indipendenza unilaterale si fanno largo anche dentro il suo stesso partito. Un passo indietro, però, potrebbe significare la caduta del Govern (per mano della CUP, probabilmente) ed elezioni anticipate che ERC sarebbe pronto a capitalizzare, rubando al PDeCAT la bandiera dell'indipendentismo. Dichiarare l’indipendenza in questi termini, d’altro canto, vuol dire andare incontro a conseguenze durissime: come la perdita dell’autonomia per Catalogna o una possibile imputazione per sedizione. Sarà disposto Puigdemont a sacrificarsi per la sua patria immaginaria?

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Foto in anteprima: due ragazze si tengono per mano durante la manifestazione della settimana scorsa contro la violenza a Barcellona, una indossa la bandiera estelada, simbolo dell'indipendentismo, e l'altra quella spagnola. Credit: AP/Emilio Morenatti

Correzione 10 ottobre 2017, ore 15:01

Nella precedente versione dell'articolo c'era scritto referendum "antidemocratico". Dopo un confronto con alcuni lettori che ci hanno fanno notare che può avere un'accezione diversa da quella intesa dall'autore, abbiamo sostituito quel termine con l'attuale affermazione: "non rispetta neanche le garanzie di democraticità che uno strumento di questo tipo deve offrire ai cittadini".

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Il referendum della Catalogna e la crisi senza precedenti della Spagna delle autonomie

[Tempo di lettura stimato: 9 minuti]

di Ettore Siniscalchi, giornalista, esperto di Cose Iberiche

Col conteggio dei voti, arrivato dopo la mezzanotte, si è conclusa la giornata convulsa e drammatica del primo ottobre in Catalogna.

Un risultato scontato, in quella che in nessun modo può essere definita una consultazione popolare democratica e garantita, ma che certamente si è risolta in un atto politico dirompente. Uno scontro in cui c’è, forse, un vincitore, Carles Puigdemont, il presidente della Generalitat, cioè il Govern catalano, ma che certamente vede un perdente, il presidente del Gobierno spagnolo, Mariano Rajoy.

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Dalla prova di forza, tenacemente ricercata dai due esecutivi oltre ogni ragionevole dovere di responsabilità, il Gobierno esce infatti pesantemente sconfitto. Aveva affermato, forte della deliberazione del Tribunale costituzionale – che aveva invalidato la "Legge di Transitorietà" che lo istituiva – che il voto illegale non si sarebbe tenuto. E il voto invece c’è stato. Massiccio, partecipato, pacifico. Ma non basta. Le immagini delle brutalità della polizia, riprese da telecamere e telefoni cellulari, hanno fatto il giro del mondo, facendo guadagnare all’esecutivo spagnolo e alla sua azione la definizione di "vergogna d’Europa", come ha titolato il sito della rete televisiva statunitense Cnn, citando le parole del presidente della Generalitat, Puigdemont.

Ma anche se la brutalità è stata innegabile (il conto dei feriti, secondo i servizi sanitari della Generalitat ha superato le ottocento persone), dobbiamo salutare con un sospiro di sollievo il fatto che, alla fine, non sia successo nulla di irreparabile. Non era scontato. Anzi, a chi ha partecipato al voto, all’imponente apparato di pubblica sicurezza, soprattutto alla responsabilità dei “singoli comandanti in campo” (più che al ministero degli Interni che li comanda), va riconosciuto di essere riusciti a gestire la difficile giornata senza che le cose degenerassero. Senza che la continua e irresponsabile evocazione della guerra civile da parte di media e politici dei due fronti trovasse una drammatica messa in scena nelle strade.

Da una "questione indipendentista" a una "questione democratica"

La Generalitat canta giustamente vittoria e afferma di aver ricevuto un mandato popolare netto per l’indipendenza della Catalogna. Ma, al di là della propaganda, non è possibile affermare che sia veramente così, non solo per la mancanza di garanzie della consultazione ma anche perché sarebbe sbagliato pensare che tutti i votanti vogliano veramente l’indipendenza. Chi ha votato, lo ha fatto per diversi motivi. Chi per affermare la democrazia, chi perché vuole una Catalogna indipendente e sovrana, chi per reazione prima alla chiusura e poi alla repressione del Gobierno. L’atteggiamento di Madrid ha aiutato molto i referendari, creando uno stato di tensione e allarme democratico che ha ricompattato sul voto posizioni molto diverse tra loro.

I nuovi partiti di sinistra, per esempio, seppur favorevoli a una consultazione, erano contrari a questo "referendum senza garanzie". La sindaca di Barcellona, Ada Colau – espressione della lista catalana Barcelona En Comú alleata sul piano nazionale a Podemos – si era messa alla testa di un gruppo di una settantina di sindaci catalani che non avrebbero messo a disposizione gli spazi municipali per la celebrazione della consultazione. E questa era la posizione anche di Podemos. La contrarietà era di ordine politico e democratico. Politicamente, perché l’escalation indipendentista era un processo dall’alto, la risposta tattica di un sistema di potere catalano in grande difficoltà. Le inchieste della magistratura stanno disvelando infatti un sistema trentennale di corruzione.

Il "Catalanismo moderato" – espressione delle élite economiche catalane, prima con la coalizione liberal-cattolica di Convergencia i Uniò, disgregatasi proprio sull’accelerazione indipendentista della prima, diventata poi Partit Demòcrata Europeu Català (PDECat) – non ha mai voluto l’indipendenza ma, stretto dall’assedio di Esquerra republicana de Catalunya (Erc), pronto a sostituirlo nel ruolo di partito-sistema catalano, ha spinto sulla secessione per oscurare la corruzione e darsi un nuovo ruolo. Una questione di sopravvivenza politica più che di afflato sovranista.

Le elezioni catalane del 2015, già allora presentate come un surrettizio referendum indipendentista, hanno dato la maggioranza relativa alla coalizione fra Junts pel Sì, la lista unitaria tra gli avversari/alleati Erc e PDECat, e la lista anti-capitalista nazionalista della Candidatura d'Unitat Popular (Cup), dando vita a un governo eterogeneo unito solo dalla prospettiva indipendentista.

Il carattere unilaterale della consultazione e la progressiva perdita delle minime garanzie democratiche costituivano l’altro motivo di contrarietà al referendum da parte delle sinistre. Anche gli anarchici, storicamente insediati in Catalogna e in particolare a Barcellona, e i partiti e gruppi di estrazione marxista e comunista, erano contrari alla consultazione, alla quale non avrebbero partecipato. La progressiva crescita del carattere reazionario proprio dei sistemi di pensiero nazionalisti non aveva fatto che accrescere questa ostilità.

Tutte queste differenze sono state ridotte dal comportamento del governo Rajoy. Davanti all’autoritarismo dell’esecutivo il voto è diventato un’altra cosa, non più un’affermazione indipendentista-scissionista ma «una questione di democrazia», come ha detto il leader di Podemos, Pablo Iglesias.

Cosa succederà ora

Ora tutti si chiedono cosa possa accadere. Proseguirà questo scontro tra nazionalismi o sarà possibile intraprendere un cammino diverso, riportando la politica al dialogo e al senso di responsabilità? È difficile dirlo. La Generalitat lancia segnali contrastanti: da un lato, evoca il proseguimento del cammino scissionista, dall’altro, si lascia aperte strade diverse. I messaggi sono fondamentalmente due: continuare sulla strada intrapresa e, forti del «chiaro mandato popolare», arrivare a proclamare l’indipendenza; passare la palla a Madrid, consegnando il risultato referendario al governo perché lo applichi. Questo vorrebbe dire aprire una trattativa.

La posizione di Puigdemont, per quanto rafforzata dalla vittoria nel braccio di ferro, non è così semplice. Ma chi è Carles Puigdemont? Personaggio da noi sconosciuto, in uno dei più autorevoli show informativi della nostra tv è stato definito la «figura cardine» che hanno gli indipendentisti e che invece mancherebbe ai catalani non scissionisti che nell’assenza di leader non si farebbero sentire.

Puigdemont è un rappresentante perfetto della terza generazione di politici della Spagna delle autonomie. Una figura abile nella costruzione di vertiginose retoriche, senza esprimere mai un concetto netto. Capacità sviluppata, probabilmente, durante la sua carriera da giornalista in testate catalane filogovernative dipendenti dai finanziamenti del Govern.

Nel 2006 viene eletto nel Parlamento catalano e nel 2011 diventa sindaco di Gerona, bastione socialista fin dalle prime elezioni democratiche. Nel 2015 sale alla presidenza della Asociación de Municipios Independentistas e viene rieletto al Parlament. L’anno dopo, a sorpresa, viene scelto come successore da Artur Mas, costretto ad abbandonare la presidenza catalana per l’interdizione conseguente alla condanna per l’organizzazione del referendum indipendentista del 2014 (perché quello di domenica non era la prima consultazione promossa dal Govern). Puigdemont è in realtà una figura priva di carisma, che fugge il contraddittorio e le interviste non protette. Ma a volte non può esimersi. Come il 25 settembre quando, per parlare agli elettori di sinistra scettici verso il referendum, si è sottoposto alle domande del giornalista Jordi Evole de La Sexta che lo ha subito colto in fallo in merito all’indipendenza curda, del quale si era dichiarato sostenitore omettendo - dimenticando - di aver votato contro una risoluzione di appoggio presentata al Parlament.

Puigdemont, come dicevamo, benché vincitore ha i suoi problemi. I soci di Erc e Cup spingono per la dichiarazione unilaterale ma grande imprenditoria e finanza catalane frenano. Lunedì, in una conferenza stampa dalla Generalitat si è rivolto al mondo. «Chiedo una mediazione con Madrid, che deve essere internazionale per essere efficace», ha detto dopo aver chiesto il ritiro degli agenti ancora presenti nella regione (continuando a tenere alta la tensione). Ha poi aggiunto che «Il Govern non ha deciso di dichiarare l’indipendenza, ma ha ritenuto che sia giunto il momento di richiedere una mediazione». Si è quindi rivolto direttamente all’Europa. «Si tratta di una questione europea, non interna. L’Ue non può girarsi dall’altra parte». Ma il portavoce della Commissione europea, Margaritis Schinas, ha ribadito che «è una questione interna per la Spagna» che «deve essere affrontata in linea con l'ordinamento costituzionale». Aggiungendo che «La violenza non può mai essere uno strumento in politica» ma che Juncker e l'esecutivo comunitario hanno «fiducia nella leadership di Mariano Rajoy per gestire questa situazione». Il cerchio e la botte, diciamo.

Si è fatto invece sentire l’Onu, non per proporsi come mediatore ma per chiedere che il governo spagnolo apra «un'inchiesta ampia, indipendente e imparziale su tutti gli atti di violenza» commessi durante il voto.

Altro problema per Puigdemont sono le entità civiche che hanno dato militanti e organizzazione al referendum, l'Assemblea Nacional Catalana (ANC) e Òmnium. La prima, nata nel 2011, è stata l’organizzatrice delle Diadas che hanno convertito l’11 settembre, la festa nazionale catalana, in enormi manifestazioni indipendentiste. La seconda, nata nel 1961, è un’associazione culturale per la promozione della lingua e della cultura catalane. Sono entità non governative ma fortemente finanziate dalla Generalitat. Come nella maggioranza del Govern, i rapporti rispondono a dinamiche molto complesse e alcuni vedono la recente crescita del ruolo di Òmnium come un contraltare di Erc al potere della Anc, vicina al PDECat - anche se i rapporti tra questi ultimi sono contrastanti, l’indipendentismo mal si sposa con le esigenze dell’apparato imprenditoriale e finanziario di cui il catalanismo moderato è sempre stato espressione. E col «Processismo» del PDECat.

El Procés è stato l’invenzione del catalanismo per cavalcare l’ondata indipendentista senza arrivare mai all’indipendenza. Nelle intenzioni doveva servire a riformulare in termini nuovi, sotto il ricatto della secessione, la continua trattativa tra Madrid e Barcellona, conservando la propria centralità al potere. È stato Artur Mas, ex presidente della Generalitat e successore designato dal vecchio leader del catalanismo, Jordi Pujol, a inventarlo. Un calcolo probabilmente errato, visto che la discesa nei sondaggi pare inarrestabile e il sorpasso da parte di Esquerra republicana de Catalunya (Erc) sembra ormai cosa fatta. Un genio fatto uscire dalla lampada di cui si è perso il controllo.

Il 6 ottobre è l’anniversario della proclamazione dello Stato catalano, nell’ambito dello Stato federale della seconda Repubblica spagnola, fatta da Lluís Companys, leader di Erc nel 1934. Una data simbolica, nella quale alcuni vorrebbero venisse dichiarata l’indipendenza unilaterale della Catalogna. Ma che, a rigore storico, può rappresentare anche una strada diversa e l’affermazione di un percorso di dialogo nazionale per aprire un processo riformatore complessivo.

L’altro protagonista è Madrid. Mariano Rajoy esce ancor più debole dal primo ottobre. Alle difficoltà di un governo di minoranza, che resiste grazie all’appoggio, provvedimento per provvedimento, di Ciudadanos (partito nato proprio in Catalogna con il nome di Ciutatans e abbreviato con la sigla C’s) e del Partido nacionalista vasco (Pnv) – e anche del Psoe in alcuni casi – si aggiunge il discredito internazionale caduto sul Gobierno per la pessima gestione del voto. La crisi del Partido popular (Pp) – anche esso travolto da inchieste che disvelano un trentennio di tangenti, fondi neri e corruzione che sta coinvolgendo anche i più alti vertici e costretto a misurarsi con la concorrenza di Ciudadanos – è esplosa in questi mesi che hanno portato al voto. La scelta di delegare a tribunali e polizia la crisi territoriale (e quindi di non ottemperare alla responsabilità politica del perseguimento dell’interesse nazionale propria di un esecutivo) evidenzia la sua incapacità di affrontare le sfide del presente. Rispondere alle istanze catalane con un muro è stato lo specchio della scelta strumentale del Govern di attizzare lo scontro tra nazionalismi per sopravvivere a una fase politica difficile (e forse terminale), nel corso della quale si stanno compiendo le rese dei conti tra alleati-avversari.

Una crisi di sistema

È vero, il referendum era illegale e senza garanzie democratiche, e l’azione del governo spagnolo era coperta dalle deliberazioni del Tribunale costituzionale (istituzione il cui ruolo è stato però stravolto in solitudine dal Pp durante il primo governo Rajoy, forte della sua maggioranza assoluta). Il primo ottobre, però, non abbiamo assistito a uno scontro tra legalità ed eversione ma a un sintomo della crisi che il sistema spagnolo sta attraversando. Una crisi comune a molti (quella che stanno affrontando le democrazie parlamentari uscite dal dopoguerra, le istituzioni e i partiti che le rappresentano) e, allo stesso tempo, specifica della Spagna.

La Spagna delle autonomie – il sistema con cui la nascente democrazia spagnola rispose, negli anni difficili della Transizione dalla dittatura franchista alla democrazia, alla realtà plurinazionale dello Stato spagnolo – sta conoscendo una crisi senza precedenti, non più capace di rappresentare un progetto comune per la Spagna contemporanea. I partiti, la Corona, la magistratura, gli elementi unificanti del paese hanno perso autorevolezza e la fiducia della cittadinanza, che salva solo il sistema del welfare, l’istruzione e la sanità pubbliche, ritenuti la più importante conquista della democrazia.

È a questa "crisi di senso" del patto fondativo dello Stato che la politica dovrebbe dedicare impegno ed energie. Il contrario di quanto fatto finora. Il garante di tutti gli spagnoli, il re Felipe VI, tace. Un silenzio che denuncia certamente la debolezza della Corona ma suggerisce, al tempo stesso, l’intenzione di provare a conservare un suo ruolo di garanzia: intervenendo pubblicamente, il re non avrebbe potuto evitare di appoggiare il governo e avallare la Corte costituzionale; restare in silenzio può significare il tentativo di restare fuori, di lasciare aperte altre strade. Ma tutto dipende dalle idee e dal coraggio che si ha e da quali interlocutori può trovare nella politica.

Il Psoe è attraversato anch’esso da una crisi profonda. È stato veramente il "partito che più rappresenta la Spagna" e di quel paese in trasformazione vive tutte le lacerazioni, oltre alla crisi di ruolo e progetto politico comune a molte socialdemocrazie europee. Il segretario Pedro Sánchez prova a marcare le differenze col Pp e a non essere schiacciato dalla tenaglia degli opposti nazionalismi. Ma il recupero della vocazione federalista del partito, che il segretario suggerisce senza abbastanza nettezza, si scontra con le divisioni interne e l’adesione di una sua forte componente a una cultura centralista e castigliano-andalusa che limita a quell’ambito storico-culturale l’espressione nazionale, non accogliendone davvero le differenze.

La debolezza di Rajoy potrebbe accelerare il processo. Una mozione di sfiducia potrebbe portare a immediate elezioni o alla formazione di un governo alternativo, per il meccanismo della sfiducia costruttiva che limita le crisi parlamentari. Gli interlocutori possibili sono i nazionalisti baschi e galiziani, le liste di Confluencia, in Catalogna, Galizia e Paese valenziano, alleate a Podemos sul piano nazionale, Podemos stessa, i nazionalisti moderati catalani, in cerca di una via d’uscita e del recupero della centralità perduta, sottoposti inoltre alla pressione dell’establishment economico-finanziario catalano spaventato dalla deriva secessionista. Ma la debolezza dello scontro fra governi potrebbe avere come conseguenza un’ennesima radicalizzazione. Se il Govern catalano scegliesse la dichiarazione unilaterale d’indipendenza e il Gobierno spagnolo chiedesse (in risposta o come iniziativa preventiva) l’applicazione dell’articolo 155 della Costituzione, che esautora le istituzioni autonomiche dandole allo Stato, le cose si metterebbero malissimo.

Il sospiro di sollievo di un primo ottobre passato senza disastri irreparabili lascia così subito il posto a nuove incognite. Al timore di un nuovo scontro istituzionale e nazionalista. Il governo, mai come ora, è debole e col futuro apparentemente segnato. Se la politica non troverà la strada nell’ambito parlamentare, sarà obbligatorio, e forse auspicabile, che il paese torni al voto. Un voto che sarà forse una riproposizione dei nazionalismi contrapposti ma che potrebbe anche dare le ali al tentativo, ormai sempre più sentito, di rompere la tenaglia per avviare la costruzione di un nuovo patto che unisca le nazionalità e la cittadinanza che compongono la nazione spagnola.

Foto in anteprima via Matthias Oesterle / ZUMA Wire

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60 bambini che vivono in galera: casi irrisolti di ingiustizia italiana

[Tempo di lettura stimato: 7 minuti]

I primi di settembre, un bambino nigeriano di meno di un anno è rimasto intossicato dopo aver ingerito del veleno per topi nel reparto femminile del carcere Gazzi di Messina, dove vive insieme alla madre detenuta. Il bambino è stato ricoverato d’urgenza in gravi condizioni al Policlinico di Messina e poi dimesso dopo qualche giorno.

Il caso ha riportato alla luce il tema dei minori che vivono reclusi in carcere con le madri: un fenomeno che ancora persiste nonostante abbia numeri relativamente ridotti e sia stato oggetto nel tempo di diversi interventi legislativi, che però non hanno centrato il punto o sono rimasti disattesi. Secondo le associazioni impegnate sul tema, "i bambini crescono in carcere a causa dell’assenza di una politica nazionale realmente funzionale alla risoluzione di questo problema".

Il caso del bambino avvelenato nel carcere di Messina

In una puntata di Radio Carcere su Radio Radicale, Massimiliano Coccia ha ricostruito la vicenda accaduta al Gazzi Messina, riportando le informazioni ottenute da una fonte interna. Il garante dei detenuti in Sicilia, Giovanni Fiandaca, da noi contattato, ha spiegato la dinamica di quanto accaduto: mentre la madre si era recata a telefonare al marito (anche lui detenuto, in un altro carcere) in una cabina telefonica al piano terra dell'istituto penitenziario, il bambino, rimasto fuori, aveva trovato per terra una bustina di topicida ingerendo parte del contenuto. Come ha precisato Coccia, durante la trasmissione, nonostante sia stato subito soccorso, prima di risalire alla causa del malore «è passato parecchio tempo perché non tutte le guardie sapevano di queste bustine di topicida. Il veleno presente nella struttura è stato apposto da una guardia penitenziaria perché il carcere Gazzi è invaso dai topi». La zona dove si trova la donna nigeriana, tra l’altro, «secondo le nostre fonti interne è proprio una delle più esposte all’ingresso e uscita» dei roditori, a causa della presenza di sbocchi fognari vicini.

Prima di approdare a Radio Radicale, il caso è rimasto per diversi giorni confinato in articoli marginali della cronaca locale. Secondo Coccia questo dipende anche dal fatto che la donna nigeriana «parla a stento l’italiano» e «l’assenza di interpreti e mediatori culturali» all’interno del carcere ha reso più difficile ricostruire l’accaduto: «Questa vicenda porta alla luce il fatto che a pagare in queste situazioni sono i bambini e quelle detenute che sono ignote, non eccellenti (...). Basti pensare che la madre è ristretta per reati relativi all’immigrazione clandestina».

Successivamente anche Roberto Saviano con un post su Facebook si è occupato del caso, denunciando come la guardia penitenziaria sia stata “l'unica ad aver pagato” per quanto accaduto, essendo stata sottoposta a un procedimento disciplinare.

60 bambini detenuti con le madri

A luglio del 2015 il ministro della Giustizia Andrea Orlando aveva annunciato che entro l’anno nessun bambino sarebbe più stato detenuto, promettendo «la fine di questa vergogna contro il senso di umanità»:

Non possiamo privare un bambino della libertà, è innocente ma allo stesso tempo ha diritto di vedere sua madre.

Stando alle cifre diffuse dal Ministero della Giustizia, però, al 31 agosto 2017 negli istituti di detenzione risultavano reclusi 60 bambini. Erano 37 al 31 dicembre 2016, e su un totale di 33 madri, 23 (ossia più di due terzi) erano cittadine straniere.

La legge 354 del 1975 consente alle donne di portare con sé in carcere i figli da 0 a 3 anni, in modo da ritardarne il distacco. Inizialmente solo le detenute con pena anche residua inferiore a 4 anni e figli di età non superiore a 10 anni potevano accedere alla detenzione domiciliare; per tutte le altre e per i loro figli si aprivano le porte del carcere. Con la cosiddetta “legge 8 marzo”, la 40 del 2001, sono state introdotte alcune modifiche e favorito l’accesso delle donne con figli piccoli alle misure cautelari alternative. Tra queste, la detenzione speciale domiciliare, che permette alle detenute madri di bambini con meno di dieci anni che hanno espiato un terzo della pena di poter scontare il resto a casa o in altro luogo di cura o accoglienza.

Come si legge nell’ultimo rapporto dell’Associazione Antigone, però, il provvedimento introduceva “anche delle condizioni di ammissione alle misure alternative”: potevano essere ammesse ai benefici le donne che non presentavano rischio di recidiva e potevano dimostrare la concreta possibilità di ripristinare la convivenza con i figli. “Condizioni – prosegue il report – che hanno finito inevitabilmente per tagliar fuori le donne appartenenti alle frange più marginali della popolazione, magari detenute tossicodipendenti, incarcerate per reati relativi alla legge sulle droghe (di fatto, gran parte delle detenute)”. Escluse anche “le donne straniere che spesso prive di fissa dimora non potevano accedere agli arresti domiciliari” e il cui destino è quindi il carcere.

Un'ulteriore modifica è intervenuta con la legge 62 del 2011, che ha previsto la detenzione in Istituti di Custodia Attenuata per detenute Madri (ICAM) con bambini fino a sei anni e la possibilità di scontare gli arresti domiciliari in una “Casa famiglia protetta”. La legge è sostanzialmente rimasta inapplicata e al momento esiste solo una Casa famiglia, di recente inaugurazione.

via Associazione Antigone

Il risultato è che negli ultimi anni il numero dei bambini detenuti insieme alle madri ha avuto un andamento altalenante, ma non si è mai esaurito.

Le "sezioni nido" in carcere e gli ICAM

Le donne recluse con i propri figli si trovano nelle 13 sezioni nido delle carceri o negli ICAM. Secondo il rapporto di Antigone, dal 1993 a oggi si oscilla “da un minimo di 13 strutture a un massimo di 18 a livello nazionale, in parte non funzionanti”. I luoghi di possibile detenzione per le donne madri con figli a seguito sono dunque pochissimi, “con il risultato di amplificare ulteriormente il problema della lontananza tra il luogo di residenza e quello di detenzione di queste donne; e quindi, a volte, anche della lontananza con gli altri figli fuori dal carcere, magari troppo grandi per seguirle in custodia attenuata”.

L'ultima relazione del Garante dei detenuti al Parlamento rispetto alle sezioni nido delle carceri ha rilevato come “a fronte di reparti attrezzati, accoglienti e ben collegati con il territorio, sussistono ancora situazioni del tutto inidonee”. La sezione della Casa circondariale di Avellino, per esempio, “è tale solo di nome poiché la cosiddetta ‘cella nido’ per le madri con bambini è di fatto semplicemente una stanza detentiva a due, nella sezione comune femminile, priva di qualsiasi attrezzatura necessaria per ospitare bambini così piccoli”. L’istituto, inoltre, “non ha mai attivato una collaborazione con l’asilo nido del territorio” e di fatto “i bambini vivono nella sezione detentiva comune, in celle prive delle dotazioni necessarie, in un contesto difficile anche per gli adulti, senza rapporti con le scuole o le organizzazioni locali, mentre le madri sono escluse dalla possibilità di condividere con i propri figli l’unico locale adatto a un minore e l’area verde attrezzata con giochi”.

via Associazione Antigone

Per quanto riguarda gli ICAM, si tratta di strutture che fanno capo all’amministrazione penitenziaria, istituite in via sperimentale nel 2007 e poi sistematizzate con la legge 62 del 2011. Lo scopo è quello di permettere alle donne, che non possono beneficiare di alternative al carcere, di tenere con sé i figli in un luogo diverso dalla casa circondariale. Sono concepiti in modo da non somigliare a una prigione: il rapporto di Antigone li definisce “carceri colorate, senza sbarre, né armi, né uniformi, nei quali i figli delle detenute possono rimanere fino ai sei anni, non più i tre previsti dalla precedente normativa”.

La legge del 2011 prevede lo stanziamento di 11,7 milioni di euro per la realizzazione di queste strutture, ma al momento ne esistono solo cinque: a Milano, Torino, Venezia, Cagliari e Lauro (in provincia di Avellino).

Il primo ICAM a essere istituito è stato quello di Milano, in uno stabile in via Melloni. “Nel giardino dall’aria spoglia c’è un’infilata di seggioline colorate che rende difficile capire se stiamo entrando in un asilo un po’ trascurato oppure no. Basta poco per accorgersi che tutt’intorno sopra il muro c’è un pannello in plexiglass. Ecco le sbarre nascoste agli occhi dei più piccoli. Nella prima stanza si viene controllati con il metal detector. Alle pareti ci sono i monitor della sorveglianza: controllano il perimetro e i corridoi interni della struttura”, si legge nelreport dell’ultima visita dell’Associazione Antigone alla struttura.

Al di là dell’aspetto esteriore, infatti, gli ICAM sono comunque strutture di contenimento, non misure alternative. Secondo il Rapporto del Garante dei detenuti, tra l’altro, spesso “sono posizionati in zone distanti o mal collegate o ospitano solo poche donne con bambini. Il rischio, in questo caso, è che il prezzo sia l’isolamento delle donne stesse e la separazione dalla famiglia e il difficile inserimento dei bambini in un contesto con altri coetanei”. L’istituto di custodia attenuata di Venezia, ad esempio, si trova accanto al carcere femminile della Giudecca, seppur con un ingresso separato. «L’ICAM rimane un carcere con alcune caratteristiche ineludibili. La vita è dentro un piccolo appartamento ma chiuso da sbarre. E questo immagino sia di grande impatto per chiunque, anche per un bambino. Inoltre è una vita molto costretta, legata sempre alle stesse persone, sempre agli stessi agenti e ai pochi altri bambini», spiegava qualche tempo fa Alessio Scandurra, ricercatore di Antigone.

Pur rappresentando una sistemazione migliore rispetto agli istituti di pena veri e propri, gli ICAM dunque non sono una soluzione. Secondo Gioia Passarelli , presidente dell'associazione "A Roma Insieme", che da anni si occupa dei bambini del nido di Rebibbia, «sono un palliativo, perché di fatto sono un carcere. Poniamo che durante la notte un bambino si senta male e debba essere trasferito in ospedale, la mamma non può seguirlo. Diverso il discorso per la case famiglia protetta».

Le Case famiglia protette: una legge inapplicata

Una reale alternativa alla reclusione in carcere è rappresentata dalle Case famiglia protette, previste dalla legge del 2011. Secondo la normativa, salvo i casi di eccezionali esigenze cautelari dovute a gravi reati o pericolo di fuga, le donne senza dimora o altro domicilio possono scontare la pena in queste strutture, portando con loro i bambini fino a 10 anni.

Proprio per la funzione di misura alternativa alla detenzione, le Case famiglia protette sono pensate con caratteristiche più simili ad appartamenti e lontane da quelle del carcere: non ci sono sbarre, sono inserite nel tessuto urbano e collegate con i servizi, devono avere un massimo di sei nuclei di genitori ospiti, garantire spazi di riservatezza e per i giochi anche all’aperto, locali per istruzione, visite mediche e incontri con operatori o altri familiari. A chi vive in Casa famiglia è permesso «accompagnare i figli a scuola o giocare insieme in giardino», ha spiegato Passarelli. «Niente sbarre, niente lucchetti – ha aggiunto – Le condizioni sono quelle dell'arresto domiciliare, pertanto è per chi ha commesso reati meno gravi, poi tocca al magistrato decidere a chi concedere questa opportunità sulla base del percorso che ogni donna sta facendo».

A usufruire di questo tipo di strutture dovrebbero essere tutte coloro che non hanno la possibilità di trascorrere la detenzione domiciliare, e in particolare donne senza dimora, rom, straniere o in condizione di marginalità. La legge del 2011, però, non prevede finanziamenti per le Case famiglia protette, che a differenza degli ICAM non sono sotto il dipartimento di amministrazione penitenziaria e devono essere gestite dagli enti locali. All’articolo 4, infatti, è previsto che il ministero della Giustizia possa “stipulare convenzioni con enti locali per l’individuazione delle case famiglia, senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica”, spostando sostanzialmente i costi su Regioni e Comuni. Così per anni tutto è stato fermo e si è accumulato un fortissimo ritardo.

Secondo il senatore Luigi Manconi, finora è mancata la volontà politica: la questione si sarebbe potuta risolvere «subito dopo la riforma, perché nel più pessimista dei casi il fabbisogno è di cinque o sei appartamenti in tutta Italia (...) Stiamo parlando di cifre irrisorie».

Ad oggi, esiste una sola Casa famiglia protetta, inaugurata lo scorso luglio nel quartiere Eur di Roma in seguito a un accordo tra Comune, tribunale e Dipartimento d’amministrazione penitenziaria che risale al 2015. La struttura – un edificio confiscato alla criminalità – è gestita da quattro associazioni e finanziata per tre anni dalla Fondazione Poste Insieme onlus con 150 mila euro. Un altro protocollo è stato recentemente firmato dal Comune di Milano.

Correzione 28 settembre 2017

In una precedente versione dell'articolo, in base alla ricostruzione di Radio Radicale, avevamo scritto che ad aver ingerito il topicida era stata una bambina di tre anni. Il garante dei detenuti in Sicilia, da noi contattato lunedì 25 settembre, ci ha comunicato oggi che non si trattava di una bambina, ma di un bambino di meno di un anno. Abbiamo provveduto a modificare la parte dell'articolo in cui è stato ricostruito quanto accaduto nel carcere Gazzi di Messina. È stata sostituita la ricostruzione fatta da Massimo Coccia su Radio Radicale (e precedentemente presente nell'articolo) con quella che ci ha fornito il garante.

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La Commissione europea costretta a rivelare uno studio sulla pirateria tenuto nascosto

[Tempo di lettura stimato: 5 minuti]

Nel gennaio del 2014 la Commissione europea ha incaricato la società olandese di consulenza Ecorys di condurre uno studio sull'impatto economico della pirateria, con un contratto di 360mila euro. Il lavoro della società olandese si conclude nel maggio del 2015 e, nonostante sia stato regolarmente consegnato, da allora non è mai stato pubblicato né menzionato dalla Commissione europea. Perché?

Il 27 luglio 2017 la parlamentare europea Julia Reda apprende dell’esistenza della gara indetta per commissionare lo studio, che è del 2013. In base alla legge dell’Unione europea sulla libertà di informazione presenta una richiesta di accesso agli atti (qui lo scambio di comunicazioni).

La Commissione europea risponde evasivamente la prima volta, sostenendo che mancava l’indirizzo postale per cui non era possibile registrare la richiesta, poi non rispetta il termine di 15 giorni previsto per rispondere. Solo il 20 settembre la parlamentare europea viene in possesso della documentazione (ndr vedi pdf linkato nell'immagine qui sotto).

Lo studio sull'impatto economico della pirateria a cura di Ecorys

L’obiettivo dello studio, intitolato Estimating displacement rates of copyrighted content in the EU, è di analizzare come la pirateria influenza le vendite di contenuti protetti da copyright in quattro diverse industrie: musica, film, libri e giochi. L’indagine è stata condotta tra settembre e ottobre del 2013, con un campione rappresentativo di circa 30mila persone di 6 Stati dell’Unione (Germania, Francia, Polonia, Spagna, Svezia e Regno Unito).

La politica dell'UE in tema di pirateria

A questo punto occorre premettere che l’attuale politica della Commissione europea in tema di pirateria si fonda sul presupposto che i titolari dei diritti non riescono a monetizzare adeguatamente i loro prodotti, questo perché vi è, nell’ecosistema digitale, un'ingiusta distribuzione dei profitti nella catena di diffusione delle opere online.

Leggi anche >> Consiglio UE e copyright: cosa svelano i leak su tassa sui link e filtri antipirateria

L'industria del copyright evidenzia che esistono due tipi di piattaforme, in relazione al problema che qui intessa, cioè quelle il cui business si incentra sugli abbonamenti (es. Spotify, Netflix), e che quindi negoziano accordi di licenza con i titolari dei diritti operando nella legalità, e quelle invece che sono finanziate dalla pubblicità (advertising funded) e contengono per lo più contenuti generati dagli utenti (es. Youtube). Tra queste ultime piattaforme solo alcune (appunto Youtube) negoziano accordi di licenza coi titolari dei diritti, mentre la maggioranza opera al di fuori di tali accordi. E comunque, anche qualora le piattaforme ad-funded negozino accordi, non sono accordi di licenza bensì accordi di distribuzione degli utili derivanti dalla pubblicità (es. Youtube gira parte dei profitti derivanti dalla pubblicità inserita su un contenuto non autorizzato dal titolare dei diritti).
La conclusione è che le piattaforme ad-fundend non operano nella legalità e tale situazione determina un’ingiusta distribuzione dei profitti (value gap) che danneggia i titolari dei diritti.

Per risolvere questo “problema” la Commissione europea ha proposto una riforma della direttiva copyright, il cui articolo 13 introduce specifici oneri legali per le piattaforme online che pubblicano contenuti generati dagli utenti (user generated content), e in particolare l’obbligo di utilizzare appositi strumenti di filtraggio dei contenuti e di operare con l’accordo dei titolari dei diritti al fine di rimuovere e di impedire il caricamento di contenuti in violazione dei diritti. Si tratta di una proposta che si inquadra nell'ambito dell’iniziativa contro la pirateria  presentata dalla Commissione europea nel 2014, nella quale si parlava espressamente di rivedere la normativa sulla responsabilità delle piattaforme online, imponendo loro un obbligo di monitoraggio sui contenuti illeciti.

Qui facevamo il punto della situazione sulla direttiva >> Direttiva europea sul Copyright, a che punto siamo

Qui spiegavamo la proposta iniziale >> Europa e copyright: indietro tutta

In questa prospettiva, il dibattito sulla riforma della direttiva copyright si è incentrato su tre rapporti (uno appunto di Julia Reda), tra i quali è stato preferito dalla Commissione l’approccio del rapporto Svoboda che poneva l'accento sulla necessità di reprimere le violazioni del copyright tramite accordi fra le aziende e misure di soft law, privilegiando la cooperazione aziendale al fine di bloccare il flusso dei contenuti contraffatti o piratati. Questo rapporto aderisce all'idea che la tutela del copyright debba essere sostanzialmente privatizzata, auspicando un'aziendalizzazione delle libertà fondamentali dei cittadini.

La strategia europea appare, quindi, privilegiare l’approccio supply-side, cioè di inibizione all’accesso dei contenuti illeciti rimuovendo e prevenendo l’accesso a tali contenuti, demandando alle stesse aziende la regolamentazione della gestione dei contenuti online. Questo tipo di approccio implica necessariamente una visione dell’ecosistema Internet estremamente riduttiva, quasi come fosse un canale di distribuzione unidirezionale (industria→distributori→utenti) senza considerare invece la peculiarità delle nuove tecnologie che è data dalla multidirezionalità, per non parlare del fatto che consente agli stessi consumatori di farsi a loro volta produttori di contenuti.

Il presupposto di questo discorso, e quindi la base della politica della Commissione europea, è che la pirateria danneggi i titolari dei diritti, anzi che abbia conseguenze devastanti sull'intera industria con enormi perdite economiche e anche di posti di lavoro. E la Commissione persevera, da anni, a studiare e proporre delle regolamentazioni repressive e censorie, di sorveglianza e monitoraggio, in nome della tutela delle arti e dei diritti d'autore. Se le aziende perdono soldi non investono, se non investono si perdono posti di lavoro, non si ha innovazione, l'intera economia crolla, ed è tutta colpa della pirateria!

Ecco che allora diventa rilevante lo studio di Ecorys, leggendolo forse si può anche comprendere perché lo studio, ultimato nel 2015, a tutt'oggi non è mai stato pubblicato.

Lo studio di Ecorys

I risultati della ricerca sembrano contraddire le premesse della politica della Commissione europea. Infatti, secondo lo studio non ci sono prove concrete di un impatto negativo della pirateria sulle vendite dei contenuti protetti da copyright, a eccezione delle opere cinematografiche più importanti (i blockbuster) appena rilasciate. Per la cinematografia si rileva, infatti, una perdita del volume di vendite in conseguenza della pirateria (complessivamente il 4,4%), cosa che, però, potrebbe essere dovuta alla politica dei prezzi più elevata per i film rispetto agli altri prodotti. Secondo lo studio esisterebbe addirittura una leggera tendenza positiva per l’industria dei videogiochi.

In general, the results do not show robust statistical evidence of displacement of sales by online copyright infringements. That does not necessarily mean that piracy has no effect but only that the statistical analysis does not prove with sufficient reliability that there is an effect.

I risultati dello studio – si legge nel rapporto – non mostrano solide evidenze statistiche sull'esistenza di un impatto economico negativo della pirateria sulle vendite delle opere protette. Ciò non vuol dire che la pirateria non abbia alcun effetto, ma solo che l’analisi dei dati non permette di ricavare alcuna correlazione.

È particolarmente interessante che gli aspetti positivi, o comunque non negativi, evidenziati dallo studio non sono stati né pubblicati né ripresi da altre fonti, mentre (come evidenzia EDRi, il gruppo che si batte per i diritti digitali) solo il risultato negativo riguardate l’industria cinematografica ha trovato una diffusione tramite una pubblicazione di Benedikt Hertz e Kamil Kiljański, entrambi membri del team di economia della Commissione europea.

In conclusione, solo la parte che è coerente con la politica anti-pirateria della Commissione europea, politica che, ricordiamolo, è sostanzialmente analoga alle idee prospettate da anni dall'industria del copyright, è stata diffusa, mentre il resto dello studio, che non si accorda con tale politica, dal 2015 ad oggi è rimasto inedito, chiuso in un cassetto. Fino alla richiesta della parlamentare Julia Reda alla Commissione europea.

È significativa la riluttanza della Commissione a divulgare i risultati completi dello studio e si spera che tale vicenda abbia un qualche effetto sul dibattito ancora in corso sulla riforma della direttiva copyright (qui per leggere l’attuale situazione del dibattito). Occorre anche rimarcare che il rapporto offre conclusioni simili a quella di analoghi studi:

- Studio sulla pirateria commissionato da Spotify

- Studio di Ipsos sulla pirateria

- Studio sulla pirateria della Northeastern University di Boston

- Studio sulla pirateria digitale di American Assembly e Columbia University

- Studio dell’economista Robert Hammond sul file sharing

- Rapporto Hargreaves

Immagine in anteprima via ibtimes.com

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Myanmar: la strage dei Rohingya, 80000 bambini senza cibo e il silenzio del Nobel Aung San Suu Kyi

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L'allarme per le conseguenze di quanto sta accadendo nelle ultime settimane nello stato di Rakhine, nel Myanmar occidentale, al confine con il Bangladesh, era stato già lanciato, per l'ennesima volta, lo scorso luglio, dal Programma alimentare mondiale delle Nazioni Unite che, in un rapporto, aveva denunciato la grave condizione di malnutrizione in cui si trovavano più di 80mila bambini al di sotto dei cinque anni.

via VOA

Il dossier dell'agenzia, elaborato sulla base di dati raccolti nei villaggi abitati dalla minoranza Rohingya, di fede musulmana, documentava la fuga di 75mila persone scappate dalla violenza dell'esercito di Myanmar.

Chi aveva scelto di rimanere, per lo più donne e bambini, soffriva la fame, non avendo possibilità di mangiare, a volte, anche per più di 24 ore.

Una bimba nel campo profughi di Kyaukpyu nello stato di Rakhine – Reuters/Soe Zeya Tun

"Si stima che, nei prossimi 12 mesi, 80500 bambini sotto i cinque anni necessiteranno di cure a causa di una grave malnutrizione", dichiarava il rapporto che confermava un peggioramento della situazione della sicurezza alimentare in aree già vulnerabili a seguito degli incidenti e della violenza scaturita nell'ottobre del 2016, quando attacchi di militanti Rohingya alla polizia di frontiera, che avevano causato nove morti, avevano provocato pesanti ritorsioni dell'esercito mediante incursioni aeree.

In quell'occasione, a causa della risposta armata brutale del governo di Myanmar, più di una dozzina di eminenti personalità fortemente critiche nei confronti della leader di fatto del paese, Aung San Suu Kyi, premio Nobel per la pace nel 1991, scrissero una lettera aperta al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite denunciando una tragedia di portata tale "che includeva pulizia etnica e crimini contro l'umanità".

Ai funzionari delle Nazioni Unite, che avrebbero voluto condurre un'indagine su omicidi, stupri e torture subiti dai Rohingya da parte delle forze di sicurezza, è stato sempre negato l'accesso. Non era la prima volta che venivano formulate simili accuse nei confronti dell'esercito di Myanmar. Nell'aprile 2013, Human Rights Watch aveva denunciato una vera e propria campagna di pulizia etnica contro i Rohingya da parte del paese. Le autorità di Myanmar, allora come adesso, hanno negato tali accuse.

Ma chi sono i Rohingya e perché continuano a essere perseguitati dalle autorità di Myanmar?

La definizione più frequente con la quale sono descritti è "la minoranza più perseguitata al mondo". I Rohingya sono un gruppo etnico, per la maggior parte di fede musulmana, che vive dal XII secolo a Myanmar, paese prevalentemente buddista. Attualmente, sono poco più di un milione.

Non inclusi nell'elenco dei 135 gruppi etnici ufficiali del paese, dal 1982 sono di fatto apolidi. Quasi tutti vivono nello stato di Rakhine, che non possono lasciare senza permesso del governo, in condizioni di estrema povertà e senza servizi minimi che garantiscano una vita dignitosa.

Nel corso dei cento e più anni di dominazione britannica (dal 1824 al 1948), un consistente flusso migratorio di operai è giunto a Myanmar proveniente da India e Bangladesh. Poiché l'amministrazione britannica considerava Myanmar una provincia dell'India, tale migrazione, malvista dalla maggioranza della popolazione nativa, era ritenuta interna.

In un rapporto del 2000 di Human Rights Watch, si documenta che dopo l'indipendenza, la migrazione avvenuta nel periodo britannico sia stata considerata dalle autorità birmane "illegale ed è su questa base che alla maggioranza della popolazione Rohingya viene rifiutata la cittadinanza".

Quando nel 1948 è stato approvato lo Union Citizenship Act, che ha definito le etnie alle quali veniva concessa la cittadinanza, i Rohingya furono esclusi. Tuttavia l'atto consentiva ai Rohingya che avevano familiari che avessero vissuto in Myanmar per almeno due generazioni di poter chiedere il rilascio di un documento d'identità. Durante questo periodo diversi cittadini Rohingya vennero anche eletti anche in Parlamento.

Dopo il colpo di stato militare del 1962, la situazione è cambiata drasticamente. Ai Rohingya sono stati concessi esclusivamente documenti d'identità stranieri che offrivano poche opportunità di lavoro e di frequenza scolastica.

Nel 1982, la nuova legge, che prevede tre livelli di cittadinanza, ha reso i Rohingya apolidi. Per ottenere il primo livello (naturalizzazione) bisogna dimostrare che la famiglia della persona che lo richiede viva in Myanmar da prima del 1948, nonché la conoscenza fluida di una delle lingue nazionali. Molti Rohingya non hanno questi requisiti perché in passato gli sono stati negati. Come conseguenza della legge, il diritto allo studio, al lavoro, di voto, di viaggio, a contrarre matrimonio, a praticare la propria religione e ad accedere ai servizi sanitari sono stati e continuano a essere limitati.

Dagli anni '70, una serie di violenze perpetrate nei loro confronti ha costretto centinaia di migliaia di Rohingya a fuggire negli stati confinanti del Bangladesh, della Malesia, in Thailandia e in altri paesi del sud-est asiatico per non continuare a subire stupri, torture, omicidi da parte delle forze di sicurezza. Si stima che siano fuggite quasi un milione di persone.

via Al Jazeera

La fuga in Bangladesh è ripresa dallo scorso 25 agosto dopo la risposta militare di Myanmar ad attacchi a posti di polizia e a una base militare ad opera di un gruppo armato Rohingya che hanno causato la morte di 12 addetti alla sicurezza. Il governo del paese ha accusato l'Arakan Rohingya Salvation Army (ARSA) di atti di terrorismo, dando vita a una reazione violenta e indiscriminata da parte dell'esercito che ha bruciato interi villaggi e perpetrato omicidi e violenze nei confronti di tutta la popolazione, uccidendo 400 persone e costringendo centinaia di migliaia di Rohingya a fuggire, provocando una delle più grandi crisi dei rifugiati degli ultimi tempi.

Da qualche settimana l'ARSA è stato inserito nell'elenco delle "organizzazioni pericolose" stilato da Facebook che ha impedito la pubblicazione di qualsiasi contenuto da parte del gruppo o in suo sostegno.

Mentre le forze militari di Myanmar, accusate dalle Nazioni Unite di esser impegnate in "un esempio da manuale di pulizia etnica", hanno una pagina Facebook seguita da 2 milioni e 600mila follower, numerosi profili di utenti privati sono stati sospesi per aver documentato, con post e immagini, le violazioni di diritti umani avvenute ai danni della popolazione Rohingya.

Facebook ha dichiarato di aver assunto il provvedimento non su richiesta del governo ma a causa della presunta attività violenta dell'ARSA, rifiutandosi di commentare se altri gruppi coinvolti nel conflitto siano stati ritenuti altrettanto pericolosi.

La decisione del social network è stata accolta con favore dal portavoce di Aung San Suu Kyi, Zaw Htay, che il 26 agosto ha condiviso in un post un messaggio inviatogli da Facebook con cui gli viene comunicata la rimozione dei contenuti riguardanti ARSA.

Critiche sono state mosse da rifugiati Rohingya, giornalisti e osservatori per quello che è ritenuto un atto di censura delle segnalazioni di violazioni dei diritti umani commesse nei confronti del gruppo etnico minoritario. Per Phil Robertson, vice direttore di Human Rights Watch Asia, i Rohingya sono stati costretti a raccontare la violenze subite su Facebook e Twitter a causa delle minacce e dei boicottaggi a cui vengono sottoposti i pochi media indipendenti in Myanmar, impossibilitati a parlarne.

«Credo che [Facebook] stia cercando di sopprimere la libertà di espressione e di dissenso in accordo con chi sta commettendo un genocidio nel regime di Myanmar», ha dichiarato al Guardian Mohammad Anwar, attivista e giornalista del sito RohingyaBlogger.com. Anwar, le cui accuse di censura sono state pubblicate dal Daily Beast, ha condiviso gli screenshot di numerosi post rimossi da Facebook per aver violato gli standard della comunità, alcuni dei quali descrivevano le operazioni militari compiute nei villaggi dei Rohingya indotti alla fuga.

Con la disponibilità di spazio estremamente limitata all'interno dei campi profughi gestiti dalle ONG nazionali e internazionali in Bangladesh, i Rohingya hanno costruito baracche con teloni e bastoni di bambù sulle colline sabbiose e in altri spazi all'aperto. La scorsa domenica l'Inter Sector Coordination Group, a cui aderiscono varie agenzie umanitarie, ha denunciato la condizione precaria negli insediamenti improvvisati in cui vivono quasi 327mila persone che necessitano di un riparo di emergenza.

Più della metà dei 412000 Rohingya fuggiti da Myanmar vivono in campi improvvisati
Mahmud Hossain Opu/Al Jazeera

Misada Saif, portavoce del Comitato Internazionale della Croce Rossa (ICRC), ha dichiarato ad Al Jazeera: «È una crisi enorme e al di là della capacità di molte organizzazioni internazionali che lavorano sul campo: le persone sono ancora in movimento, le famiglie cercano rifugio».

Dallo scorso sabato, inoltre, il governo del Bangladesh sta limitando lo spostamento di più di 400mila migranti Rohingya ordinando loro di rimanere nei luoghi assegnati. L'amministrazione ha anche annunciato la costruzione di rifugi per l'ospitalità di 400mila persone, nei pressi della città di Cox's Bazar.

Intanto le Ong che si occupano della difesa dei diritti umani continuano a documentare e a denunciare le violenze avvenute a partire da agosto. Lo scorso 19 settembre, Human Rights Watch ha pubblicato alcune immagini satellitari dello stato di Rakhine che mostrano la quasi totale distruzione di 214 villaggi. L'Ong ha chiesto ai leader mondiali riuniti in questi giorni a New York, in occasione della 72esima Assemblea generale delle Nazioni Unite, di adottare urgentemente una risoluzione che condanni la pulizia etnica da parte della milizia birmana, e al Consiglio di sicurezza di imporre sanzioni mirate e un embargo sulle armi.

Le immagini documentate da HRW rivelano la distruzione di migliaia di abitazioni nelle municipalità di Maungdaw e Rathedaung. «Queste immagini forniscono prove scioccanti di una distruzione enorme in un tentativo evidente delle forze di sicurezza birmane di impedire ai Rohingya di tornare nei loro villaggi», ha dichiarato Phil Robertson. «I leader mondiali riuniti presso le Nazioni Unite dovrebbero intervenire per porre fine a questa crisi crescente e mostrare ai leader militari della Birmania che pagheranno un prezzo per tali atrocità».

Aung San Suu Kyi interviene sulla crisi in corso a Myanmar
Soe Zeya Tun/Reuters

Dopo settimane di imbarazzante silenzio e l'annuncio del portavoce della mancata partecipazione alla 72esima Assemblea generale delle Nazioni Unite, Aung San Suu Kyi, è intervenuta lunedì scorso, a Naypyidaw, capitale del Myanmar, sulla crisi in corso nel paese, dinanzi a una platea di diplomatici stranieri. Nel suo discorso, il premio Nobel per la pace non ha mai criticato le forze militari per le violenze compiute nello stato del Rakhine, mentre ha sottolineato l'impegno delle forze di sicurezza nel prendere tutte le misure necessarie per non colpire i civili innocenti e per evitare danni collaterali. «Siamo preoccupati di sapere che molti musulmani stanno fuggendo in Bangladesh attraverso il confine. Vogliamo scoprire i motivi di questo esodo», ha dichiarato.

Amnesty International, da anni impegnata nella denuncia degli abusi perpetrati dalle forze di polizia birmane, ha così commentato l'intervento di Aung San Suu Kyi: «Oggi, Aung San Suu Kyi ha dimostrato che sia lei che il suo governo stanno ancora nascondendo la testa nella sabbia rispetto agli orrori che si compiono nello stato di Rakhine. Il suo discorso era poco più di un miscuglio di bugie e accuse nei confronti delle vittime».

«Ci sono prove evidenti che le forze di sicurezza sono impegnate in una campagna di pulizia etnica attraverso omicidi e sgomberi forzati. Se da un lato è positivo sentire Aung San Suu Kyi condannare violazioni dei diritti umani nello stato di Rakhine, dall'altro continua a rimanere in silenzio sul ruolo delle forze di sicurezza», ha dichiarato James Gomez, direttore di Amnesty International per il Sudest Asiatico e il Pacifico. «Se Myanmar non ha nulla da nascondere, dovrebbe consentire l'ingresso nel paese agli ispettori delle Nazioni Unite, incluso nello stato di Rakhine. Il governo deve inoltre concedere urgentemente agli attori umanitari accesso completo e libero in tutte le aree e alle persone in difficoltà nella regione».

«Aung San Suu Kyi ha giustamente sottolineato le sfide derivanti dai conflitti in altre zone del paese» ha proseguito Gomez «ma resta il fatto che le minoranze etniche stanno soffrendo gravi violazioni dei diritti umani da parte dei militari, in particolare negli stati del Kachin e dello Shan. Queste modalità operative continueranno finché le forze di sicurezza godranno di totale impunità».

Foto in anteprima via The Economist

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Raptus, gelosia, sensazionalismo e morbosità: i media e la violenza sulle donne

[Tempo di lettura stimato: 13 minuti]

I fatti di cronaca delle ultime settimane hanno portato di nuovo il tema della violenza sulle donne al centro del dibattito pubblico. Abbiamo ricostruito come i media hanno parlato di questi episodi, analizzando con l'aiuto di esperti quali sono le criticità e gli errori di un racconto basato su stereotipi, sensazionalismo e che molte volte finisce per non rispettare le vittime.

Il "raptus" e il “crimine di passione”

Lo scorso 3 settembre una ragazza di 16 anni, Noemi Durini, è scomparsa da Specchia, in provincia di Lecce, dopo essere uscita di casa alle prime ore del mattino. L’ultima persona ad averla vista è un diciassettenne con cui l’adolescente aveva una relazione da circa un anno. La sera del 13 settembre il ragazzo ha confessato ai carabinieri di aver ucciso Noemi, conducendoli nel luogo dove è stata ritrovata, nascosta sotto dei sassi.

In un primo momento il diciassettenne ha detto di aver agito perché lei voleva lasciarlo, successivamente ha cambiato versione, affermando di aver ucciso Noemi per proteggere i genitori, che lei avrebbe voluto “sterminare” perché contrari alla loro relazione. La famiglia di Noemi, invece, aveva segnalato alla magistratura minorile il ragazzo a causa del suo comportamento violento nei confronti della figlia.

Nonostante si tratti di un episodio molto cruento, per raccontare l'intera vicenda sui media sono stati usati per lo più termini e parole riconducibili alla sfera amorosa. Il killer, ad esempio, è stato indicato frequentemente con l’appellativo di “fidanzatino” di Noemi, descritto come “quel ragazzino che l’amava in maniera così morbosa”. Diversi siti parlano di “amore malato” o “amore sbagliato”, e hanno trovato molto spazio dichiarazioni del diciassettenne del tipo “l’amavo moltissimo, ma l’ho ammazzata”.

Una ricerca condotta nel 2014 dal dipartimento di Scienze politiche e sociali dell’Università di Bologna su articoli di cronaca riguardanti casi di donne uccise dai partner pubblicati su tre quotidiani italiani nel 2012 (Corriere della Sera, La Repubblica, La Stampa) ha mostrato come questa sorta di “romanticismo della violenza” faccia parte di un codice narrativo molto utilizzato dai media in questi casi. Su 116 articoli esaminati, 92 presentavano la vicenda come collegata a una “dimensione d’amore e passione, sottintendendo l’esistenza di una connessione forte tra il femminicidio della partner e uno stato di amore tormentato”. I principali motivi del “crimine di passione” erano “la gelosia e l’incapacità di accettare la decisione del partner di terminare la relazione” a cui veniva accompagnata una “perdita di controllo” da parte dell’uomo. Il Corriere, ad esempio, nel marzo del 2012 titolava: “Delitto nel Veronese, strangola la moglie con un foulard per gelosia”; mentre La Stampa a maggio dello stesso anno scriveva che un uomo aveva ucciso “la donna della sua vita, che lo aveva lasciato, sparandole”, perché “non si era rassegnato all’idea di perderla”.

Anche in casi più recenti, il frame è lo stesso. Nel raccontare il femminicidio di Sara Di Pietrantonio, la ragazza di 22 anni bruciata viva dall’ex fidanzato a Roma nel 2016, sono state spesso riportate le affermazioni del killer Vincenzo Paduano, che non “sopportava che fosse finita”. Così ad esempio scriveva l’HuffingtonPost: “La loro storia era cominciata due anni fa ed era stata segnata da rotture e riprese. Da qualche settimana, però, Sara aveva un'altra relazione e questo ha fatto perdere la testa a Paduano”.

In generale, basta digitare nella barra di ricerca di Google “uccisa per gelosia” o “non sopportava la fine della relazione” per vedere spuntare nuovi e diversi articoli che seguono questa narrazione su giornali locali, nazionali e siti minori.

Secondo le ricercatrici di Bologna, rifacendosi ad “amore romantico” e “perdita di controllo” da un lato si sostiene “che i femminicidi vadano intesi come il tragico e inaspettato epilogo di una contingente mancanza di capacità di discernimento dell’individuo”, dall’altro si “mitigano le responsabilità del killer per il crimine commesso”, suscitando “una rappresentazione simpatetica” di lui.

«Il femminicidio – spiega però a Valigia Blu Lella Palladino, consigliera dell’associazione D.i.Re e presidente della cooperativa E.V.A., che gestisce alcuni Centri antiviolenza in Campania – va messo in connessione con quello che è accaduto prima. Di solito l’uccisione non è che l’atto finale di violenze che le donne hanno subito nella coppia. Anche nel caso della ragazzina pugliese di 16 anni è stato così: c’erano state una serie di violenze denunciate dalla mamma, e di cui Noemi era diventata consapevole». «Riducendo tutto alla sfera amorosa – aggiunge – non viene neanche evidenziata l’ambivalenza nella percezione tra quello che è gelosia e quello che è controllo, tra quello che è normale routine in una coppia e quella che è sopraffazione. Questo non aiuta le donne ad avere consapevolezza, è solo un perpetuare di stereotipi».

A rafforzare la visione del femminicidio come un evento imprevedibile contribuisce anche l’elemento del “raptus”, un impulso improvviso e incontrollato che spinge a comportamenti per lo più violenti. Per l’indagine dell’ateneo bolognese, il suo uso implica una colpevolizzazione della vittima: avrebbe potuto prefigurarsi i motivi della “perdita di controllo”, e in qualche modo ha meritato quanto le è accaduto.

È stato un "raptus" quello di Francesco Mazzega, che la sera del 31 luglio ha ucciso la sua fidanzata Nadia Orlando, vagando poi con il suo corpo in macchina per tutta la notte a Palmanova, in Friuli; lo è stato quello di Luigi Sibilio che il 18 maggio in Veneto ha accoltellato a morte Natasha Bettiolo, di cui si era invaghito; ed è stato un “raptus nel sonno” quello che ha fatto sì che lo scorso aprile Salvatore Pirronello ammazzasse la sua convivente, Patrizia Formica, mentre era a letto nella sua casa in provincia di Catania.

Secondo il dottor Claudio Mencacci, che è stato presidente della Società italiana di psichiatria (Sip), però, sostanzialmente il raptus «non esiste» e «spesso se ne fa un uso giustificazionista e assolvente. Normalmente c’è una lunga preparazione e un’attitudine alla violenza e all’aggressività, che trova un momento culminante già precedentemente manifestato». Non c’è, aggiunge, una connessione tra raptus omicida e femminicidio: «Si deve parlare di omicidio di genere e si deve tornare a parlare di sopraffazione, prepotenza e violenza».

Leggi anche >> Contro la violenza sulle donne: media, scuola, diritti #nonunadimeno

Nonostante ci sia “un’attenzione crescente sulla violenza sulle donne”, secondo la ricerca dell’Università di Bologna la narrazione del femminicidio sui media italiani “riproduce largamente miti e stereotipi della violenza di genere”: sembra che “i giornali non dispongano di un modo” per spiegare perché “uomini ordinari uccidano le partner che amano”.

«Non viene mai raccontato da dove nasce la violenza – precisa Palladino - Sembra che sia qualcosa che origina dalla malattia mentale di alcuni uomini, o dalla distorsione della relazione. Quello che i giornali dovrebbero dire è che nasce dall’ancora forte subordinazione delle donne, dal disequilibrio di genere».

La spettacolarizzazione del dolore

A questo tipo di narrazione, va aggiunta una certa morbosità nei casi più cruenti. Secondo un’analisi del Osservatorio di Pavia, in numerose trasmissioni televisive, in generale “episodi di cronaca nera diventano storie da narrare, arricchite di colpi di scena, rivelazioni vere o presunte, dichiarazioni di persone coinvolte, ritratti di personaggi”. Quando il racconto si tinge di drammaticità “può perdere contatto con la ricerca della verità, e soprattutto con la pertinenza e la continenza formale necessarie alla trattazione del tema”.

Lo scorso 13 settembre la trasmissione Chi l’ha visto? ha mandato in onda un’intervista ai genitori dell’assassino di Noemi Durini, durante la quale l’inviata Paola Grauso ha comunicato loro prima il ritrovamento della ragazza "morta", poi l’avvenuta confessione del figlio. Una modalità simile si era verificata anche nel 2010 con il delitto di Avetrana, quando, nel corso della stessa trasmissione, è stata comunicata alla madre di Sarah Scazzi la notizia del ritrovamento del corpo della figlia.

La scelta del programma di Rai Tre ha subito diverse critiche, anche da parte dei telespettatori. Buona parte dei siti di informazione e giornali ha ripreso comunque il filmato, caricandolo sui propri portali.

La ricerca della spettacolarizzazione, prosegue l’analisi dell’Osservatorio di Pavia, viene perseguita “talvolta anche nell'incuranza della sensibilità di chi sta davanti alla TV, (...) un pubblico che subisce descrizioni meticolose sui tagli inferti alla vittima, sullo stato di decomposizione di un cadavere, su come sia possibile saltellare fra macchie di sangue senza sporcarsi le scarpe”.

Se questo è vero in generale, vale doppiamente per i casi di femminicidio. «La violenza da sempre è qualcosa che attira l’attenzione della pubblica opinione: crea sconvolgimento, e viene utilizzata da tempo per vendere più copie, fare più audience o visite», spiega a Valigia Blu Chiara Cretella, esperta di politiche di genere. «Nel caso specifico della violenza contro le donne – continua – c’è un surplus di erotizzazione dato dal corpo femminile brutalizzato, violentato, malmenato, ucciso e quindi a disposizione dello spettatore».

Il Messaggero, ad esempio, ha dato conto delle condizioni fisiche in cui è stato ritrovato il corpo di Noemi, delle ferite presenti, di quanto fosse o non fosse riconoscibile; Il Corriere della Sera, invece, ha riportato la deposizione dell’assassino, titolando sul rapporto sessuale che ci sarebbe stato tra i due adolescenti prima che Noemi fosse colpita mortalmente alla testa. Una dinamica simile è quella della pubblicazione (su Libero e non solo) dei particolareggiati verbali delle deposizioni delle donne vittime di stupro a Rimini.

«Il meccanismo estetico è un po’ quello dei film di Quentin Tarantino. I mass media utilizzano lo stesso paradigma, alcune volte in maniera pienamente consapevole, altre facendo degli errori veramente grossolani», precisa Cretella. Collegata a questo aspetto è l’enfasi sull’avvenenza o giovinezza della vittima. Secondo un’analisi del progetto Questione d’Immagine, sui giornali italiani prevale una “visione del femminicidio portato sulla bellezza e la desiderabilità femminile come elemento narrativo” e “persino come valore-notizia che orienta la scelta e la messa in pagina delle news”.

Da questo stereotipo, spiega Cretella, «sono escluse tutta una serie di figurazioni: ad esempio se la vittima è anziana o non è più bella. Come il caso di Gloria Rosboch, uccisa nel 2016: in quel caso tutti i giornali sottolinearono la sua bruttezza, il suo non essere giovane, sottintendendo che una donna di quel genere che si permette di innamorarsi di un ragazzo piacente se l’è cercata». Nel caso in cui la vittima sia giovane e bella, «purtroppo la sua immagine viene diffusa su tutti i giornali». Magari saccheggiando i profili social.

Leggi anche >> Come i media dovrebbero coprire i casi di violenza sulle donne

La rappresentazione mediatica dello stupro

Tra la fine di agosto e l’inizio di settembre due episodi di violenza sessuale hanno catalizzato l’attenzione mediatica. Il primo è avvenuto su una spiaggia di Rimini, la notte dello scorso 26 agosto: quattro uomini stranieri hanno aggredito e stuprato una giovane turista polacca, picchiando il ragazzo che si trovava con lei; successivamente, in una strada poco lontana, hanno violentato anche una donna transessuale peruviana. Il secondo episodio, invece, si è verificato a Firenze: nella notte tra il 6 e il 7 settembre due studentesse americane hanno denunciato di essere state stuprate da due carabinieri che le avevano riaccompagnate a casa con la macchina di servizio.

Delle due vicende si è parlato tanto, seppur in maniera diversa. Secondo Marco Bruno, sociologo della comunicazione all’università La Sapienza di Roma, «il comune denominatore per i casi di Rimini e Firenze è una sorta di disprezzo delle vittime». Nel primo caso, «non interessavano più di tanto: interessava chi ha commesso il fatto per costruire la campagna politica». Per Firenze, invece, «la chiave di lettura è pesantemente denigratoria nei confronti delle ragazze americane».

Il dibattito che si è scatenato attorno agli stupri di Rimini si è infatti incentrato sulla nazionalità degli aggressori, tutti e quattro stranieri e originari di Marocco, Congo e Nigeria. Il focus sulla provenienza degli stupratori ha praticamente eliminato le vittime dal racconto – e per la verità la donna transessuale è stata a stento nominata.

Lo scorso 6 settembre Libero ha pubblicato un articolo in cui si riportavano quasi integralmente i verbali delle deposizioni delle vittime, che raccontano dettagliatamente gli abusi subiti. Il titolo è piuttosto eloquente: “Le bestie di Rimini. Violenze disumane e doppia penetrazione”. Il Giornale ha ripreso la notizia, mentre alcuni stralci delle denunce sono stati pubblicati dal Corriere.

La scelta di pubblicare i verbali ha sollevato diverse critiche. Le Commissioni pari opportunità della Fnsi (Federazione nazionale della stampa italiana), dell’Ordine dei giornalisti e dell’Usigrai e l’associazione GIULIA hanno presentato un esposto ai Consigli di disciplina degli Ordini della Lombardia e del Lazio, contro l’articolo di Libero, che ammicca “alla curiosità morbosa dei lettori” e fa “leva sul sensazionalismo, incurante del diritto delle vittime alla privacy e del rispetto dovuto alle vittime”.

Nel caso delle violenze sessuali di Firenze, invece, la chiave è stata quella di accogliere ipotesi giustificatorie nei confronti dei carabinieri, e gettare discredito verso le due studentesse, la cui versione è stata sin da subito definita “oscura, strampalata, piena di dubbi e contraddizioni, messaggera di verità o di menzogna e che rischia di gettare ombre e fango su un’istituzione, i carabinieri, simbolo di legalità e giustizia”. Ad esempio si è insistito molto sul fatto che le ragazze avessero bevuto e fumato, sottintendendo che questo comportamento potesse aver avuto un ruolo nel verificarsi della violenza.

Intorno alla vicenda sono anche iniziate a circolare notizie false. Molti giornali hanno scritto che le ragazze, così come buona parte delle studentesse americane, avrebbero avuto una specifica assicurazione contro lo stupro. Si è insinuato, così, che la denuncia potesse essere strumentale. Questa circostanza – smentita poi dall’avvocato delle ragazze – è stata riportata da diversi giornali, che poi hanno cancellato il riferimento (come Repubblica che poi ha modificato il pezzo. Su Il Secolo XIX e sul Giornale, invece, si trova ancora). Un altro dato non veritiero riguarda i numeri delle denunce per stupro poi rivelatesi false. Luca Sofri ha fatto notare come alcuni giornali e siti di news (ndr tra i primi a pubblicare il dato La Stampa, Il Messaggero, il Corriere della Sera) abbiano riportato che ogni anno solo a Firenze vengono presentate da ragazze americane dalle 150 alle 200 denunce per stupro delle quali il 90% risulta completamente inventato. La stima, però, si è rivelata priva di qualsiasi fondamento.

Il discredito e la minimizzazione di quanto subito dalle due ragazze di Firenze sono molto frequenti secondo Lella Palladino: «Anche qui si rafforzano solo stereotipi. Il linguaggio che si usa per lo stupro è vouyeuristico o da vittima, che sottolinea la fragilità delle donne, o le colpevolizza perché hanno bevuto, sono andate in giro vestite in un certo modo. Non ce n’è bisogno, queste cose le donne se le dicono da sole. Lo stupro credo sia l’unico reato in cui la vittima rimprovera se stessa». La colpevolizzazione, tra altro, fa sì che molte donne rinuncino a denunciare per paura di non essere credute.

Sulla scia degli stupri di Rimini, soprattutto, e di altri episodi verificatisi nelle ultime settimane, molti giornali hanno iniziato a parlare di “emergenza stupri”. Il Messaggero, in particolare, ha lanciato una campagna dal titolo “Roma insicura, un manuale per donne” con la quale si chiede all’amministrazione più sorveglianza e si mettono in guardia le donne dall’evitare “situazioni pericolose” e accettare protezione arrendendosi alla “necessità di riconoscere i rischi e le debolezze del destino femminile”.

Per Palladino «non esiste nessuna emergenza, il problema è strutturale e cronico. I casi che ci sono stati sono gravissimi, ma la maggior parte degli stupri si consuma tra le mura di casa, e sono anche difficili da percepire come reati. Giornali, radio e tv dovrebbero parlarne ogni giorno. Su questo invece non c’è mai attenzione mentre l’evento fa notizia perché può essere strumentalizzato». Per questo, aggiunge, «i media si concentrano su quelli perpetrati dagli sconosciuti, che poi è il fantasma con cui le ragazzine crescono e vengono educate. Così però si rischia di credere che lo stupro sia solo quello».

Nel saggio Le Viol, un crime presque ordinaire scritto da due giornalisti francesi viene ricostruito il trattamento ricevuto dai casi di stupro dai giornali: “Nello spazio mediatico lo stupratore seriale è largamente più presente del nonno che aggredisce i suoi nipotini (…). Quando una giovane donna viene violentata in un bosco mentre stava facendo del footing, tutti ne parlano. Un incesto non interessa quasi a nessuno. I drammi che si consumano a bassa voce, frequenti ma poco visibili, non interessa ai media. Perché quello che viene nascosto, dalla sfera familiare per esempio, è un argomento di inchiesta molto difficile. I giornalisti non hanno tempo e si precipitano su ciò che corre veloce". Nel libro viene riportata un’intervista a un cronista giudiziario secondo il quale “il problema della violenza è che si tratta di storie che fanno vendere. Mi ricordo dei colleghi della stampa scritta, a cui i capi dicevano: ‘per i dettagli ti lascio libero di scegliere, ma se puoi sapere la marca delle mutande...”.

Come si dovrebbe parlare di violenza sulle donne

Pochi giorni fa il Garante per la protezione dei dati personali ha emesso una comunicazione invitando i media “ad astenersi dal riportare informazioni e dettagli che possano condurre, anche in via indiretta, alla identificazione delle vittime” nei casi di violenza sessuale.

Più in generale l’Ordine dei giornalisti ha adottato un documento della Federazione Internazionale dei Giornalisti (IFJ) relativo a come parlare di violenza sulle donne sui media. Si tratta di un decalogo in dieci punti:

1. Identificare la violenza inflitta alla donna in modo preciso attraverso la definizione internazionale contenuta nella Dichiarazione delle Nazioni Unite del 1993 sull'eliminazione della violenza nei confronti delle donne.

2. Utilizzare un linguaggio esatto e libero da pregiudizi. Per esempio, uno stupro o un tentato stupro non possono venire assimilati a una normale relazione sessuale; il traffico di donne non va confuso con la prostituzione. I giornalisti dovranno riflettere sul grado di dettagli che desiderano rivelare. L'eccesso di dettagli rischia di far precipitare il reportage nel sensazionalismo. Così come l'assenza di dettagli rischia di ridurre o banalizzare la gravità della situazione. Evitare di suggerire che la sopravvissuta è colpevole o che è stata responsabile degli attacchi o degli atti di violenza subiti.

3. Le persone colpite da questo genere di trauma non necessariamente desiderano essere definite "vittime", a meno che non utilizzino esse stesse questa parola. Venir etichettati può infatti far molto male. Un termine più appropriato potrebbe essere "sopravvissuta".

4. La considerazione dei bisogni della sopravvissuta quando la si intervista consente di realizzare un reportage responsabile. Può trattarsi di un dramma sociale. Permettere alla sopravvissuta di essere intervistata da una donna, in un luogo sicuro e riservato, fa parte della considerazione di questo dramma. Si tratta di evitare di esporre le persone intervistate ad abusi ulteriori. Certi comportamenti possono mettere a rischio la loro vita e la loro posizione in seno alla comunità d'appartenenza.

5. Trattare la sopravvissuta con rispetto, tutendola la sua privacy e informandola in maniera completa e dettagliata sugli argomenti che saranno trattati nel corso dell'intervista e sulle modalità d'uso dell'intervista stessa. Le sopravvissute hanno il diritto di rifiutarsi di rispondere alle domande e di divulgare più informazioni di quanto non desiderino. Rendersi disponibile per un contatto ulteriore con la persona intervistata e lasciare le proprie generalità le permetterà di restare in contatto con il/la giornalista se lo vuole o ne ha bisogno.

6. L'uso di statistiche e informazioni sull'ambito sociale permette di collocare la violenza nel proprio contesto, nell'ambito di una comunità o di un conflitto. I lettori e il pubblico devono ricevere un'informazione su larga scala. L'opinione di esperti, come quelli dei DART (Centri post-traumatici), permette di rendere più comprensibile al pubblico l'argomento, fornendo informazioni precise e utili. Ciò contribuirà ad allontanare l'idea che la violenza contro le donne sia una tragedia inesplicabile e irrisolvibile.

7. Raccontare la vicenda per intero: a volte i media isolano incidenti specifici e si concentrano sul loro aspetto tragico. La violenza potrebbe inscriversi in un problema sociale ricorrente, in un conflitto armato o nella storia d'una comunità.

8. Preservare la riservatezza: fra i doveri deontologici dei giornalisti c'è la responsabilità etica di non citare i nomi e non identificare i luoghi la cui indicazione potrebbe mettere a rischio la sicurezza e la serenità delle sopravvissute e dei loro testimoni. Una posta particolarmente importante allorché i responsabili della violenza sono forze dell'ordine, forze armate impegnate in un conflitto, funzionari di uno stato o d'un governo o infine membri di organizzazioni potenti.

9. Utilizzare le fonti locali. I media che assumono informazioni da esperti, da organizzazioni di donne o territoriali su quali possano essere le migliori tecniche d'intervista, le domande opportune e le regole del posto, otterranno buoni risultati ed eviteranno situazioni imbarazzanti od ostili; come accade quando un cameraman o un giornalista s'introducono in spazi privati o riservati senza alcuna autorizzazione. Da qui l'utilità d'informarsi precedentemente sui contesti culturali locali.

10. Fornire informazioni utili: un reportage che citi i recapiti di persone qualificate da contattare, così come le generalità delle organizzazioni e dei servizi d'assistenza, sarà d’aiuto fondamentale alle sopravvissute, ai testimoni e ai loro familiari, ma anche a tutte le altre persone che potranno venire colpite da un'analoga violenza.

La Convenzione di Istanbul sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne all’articolo 17 chiede che si incoraggi “il settore privato, il settore delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione e i mass media, nel rispetto della loro indipendenza e libertà di espressione, a partecipare all’elaborazione e all’attuazione di politiche e alla definizione di linee guida e di norme di autoregolazione per prevenire la violenza contro le donne e rafforzare il rispetto della loro dignità”.

Marina Cosi, presidente della rete GIULIA, spiega a Valigia Blu che nonostante ci sia ancora molto da fare «qualcosa è già cambiato. In alcuni giornalisti c’è una nuova sensibilità, in altri per lo meno la percezione che ci sia qualcosa di sbagliato nel linguaggio. La battaglia che portiamo avanti ha dato qualche frutto. Penso però che molti agiscano con il pilota automatico, senza rendersi conto». Di fronte a cose «come i verbali pubblicati o titoli urlati, credo che ci sia però consapevolezza della scorrettezza messa in atto. Ci si passa sopra per intenti di diffusione, meramente merceologici. E questo è il motivo per cui oltre a fare iniziative di formazione, negli ultimi tempi abbiamo fatto degli esposti».

Quello che è fondamentale, secondo Cosi, è che ci sia formazione e soprattutto una riflessione a tutti i livelli: «Spesso mi sono sentita rispondere dai colleghi: ‘Se non faccio così chiudo’. Bene, in questi casi si dice: ‘Chiudi’. Non è perché si è in guerra si aderisce alle posizioni del nemico, mi si passino i termini militari. Credo che i giornalisti debbano recuperare l’orgoglio del proprio ruolo, e la consapevolezza dell’incidenza nel mondo in cui viviamo».

Immagine in anteprima di Stefania Anarkikka Spanò

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Cosa ci dice davvero la Storia di “Giuseppina Ghersi stuprata e uccisa dai partigiani”

[Tempo di lettura stimato: 15 minuti]

*La fotografia in anteprima è stata associata da diversi giornali alla vicenda di Giuseppina Ghersi, ma si tratta di una falsa attribuzione perché la foto non si riferisce a quella storia.

Verità storiche tutte da appurare, ricostruzioni giornalistiche avventate e una narrazione distorta degli eventi. Ha suscitato polemiche l’iniziativa da parte dell’amministrazione comunale di Noli, in provincia di Savona, città medaglia d’oro per la Resistenza, di dedicare una targa a Giuseppina Ghersi, diventata negli anni uno dei simboli della memoria di destra, nella piazza Fratelli Rosselli, fondatori di Giustizia e Libertà uccisi in Francia da formazioni locali di estrema destra e a loro volta bandiera dell’antifascismo.

Secondo le versioni della vicenda diffuse soprattutto nell’ambito delle formazioni politiche e culturali di destra, Giuseppina Ghersi sarebbe stata uccisa nel 1945 all’età di 13 anni vicino al cimitero di Zinola, alla periferia di Savona, da alcuni partigiani, presumibilmente dopo essere stata stuprata.

In questi giorni diverse testate giornalistiche, locali e nazionali, hanno riportato la notizia, ma nel ricostruire tutta la vicenda hanno dato per certi fatti storici non del tutto appurati e veicolato una ricostruzione tuttora soggetta a contestazione e a versioni differenti a seconda del lato da cui la si guarda, finendo per avvalorare fonti di parte, non adeguatamente verificate o palesemente false.

Il primo a parlare dell’iniziativa è stato Mario De Fazio in un articolo pubblicato il 13 settembre sull’edizione cartacea di Savona de La Stampa e poi diffuso online il 14 settembre sul sito del Secolo XIX. Nell’introdurre la storia dell’uccisione di Giuseppina Ghersi, il giornalista si mostra molto cauto:

Una targa per ricordare la tredicenne Giuseppina Ghersi, forse stuprata e uccisa da alcuni partigiani savonesi pochi giorni dopo la Liberazione. Una targa che sarà collocata nel bel mezzo di una piazza di Noli dedicata ai fratelli Rosselli, vessilli dell’antifascismo e fondatori di Giustizia e Libertà, vittime di sicari dell’estrema destra francese.

Utilizzando l’avverbio “forse”, sin dall’attacco del pezzo, De Fazio sottolinea come la ricostruzione storica della vicenda non sia stata ancora appurata e, come spiega alcune righe dopo, sia oggetto di discussione ogni anno in occasione della commemorazione di Giuseppina Ghersi. A Savona, scrive il giornalista, la storia è un “tabù ma anche una ferita che sanguina ancora e si riapre ogni anno, a più di settant’anni di distanza. Troppo facile strumentalizzare da una parte e dall’altra, troppo scivoloso l’argomento in una città Medaglia d’oro per la Resistenza”.

Non c’è chiarezza sul motivo per cui sia stata uccisa la ragazzina, “forse perché aveva genitori filo-fascisti, o solo perché aveva ricevuto un encomio per un tema su Mussolini o, sostiene qualcun altro, perché era – a tredici anni – una 'spia collaborazionista'. Ancora oggi, come testimoniato da alcuni ricordi raccolti in un articolo pubblicato sempre sul Secolo XIX tre giorni dopo, la storia di Giuseppina Ghersi “divide, riapre vecchie ferite e scopre nuove sensibilità”.

Nell’articolo del 14 settembre, De Fazio dà importanti dettagli dell’iniziativa. A proporla è stato il consigliere comunale, Enrico Pollero, “radici familiari nella Resistenza, ma vicino, a quanto si vede sulla sua bacheca Facebook, alle posizioni di gruppi neofascisti come Forza Nuova e Casa Pound”. A luglio 2016, Forza Nuova annunciava che Enrico Pollero, consigliere comunale di Noli, aveva aderito al movimento. Si trattava, dunque, del "primo rappresentante eletto nelle istituzioni”.

Nello spiegare la proposta, Pollero, figlio di partigiani, raccontava il suo desiderio di pacificazione storica: «Papà era partigiano, per diciotto mesi è stato in montagna. Ma dopo aver letto la storia di Giuseppina Ghersi, ho pensato che bisognava fare qualcosa per ricordare una bambina di 13 anni uccisa senza motivo. Per ricordare lei, non chi ha combattuto per la parte sbagliata, anche se a vent’anni si possono fare scelte diverse senza sapere di sbagliare e non credo che dall’altra parte ci fossero solo criminali e disgraziati. Spero serva a una vera riappacificazione».

La storia del consigliere comunale di destra figlio di partigiani desideroso di una pacificazione storica sarà uno dei leit motiv della narrazione giornalistica dell’intera vicenda.

Il monumento, poi spiega De Fazio, sarà inaugurato il 30 settembre e avrà in calce un testo (“Anni sono passati ma non ti abbiamo dimenticato, sfortunata bimba oggetto di ignobile viltà”) scritto da Roberto Nicolick, professore di educazione fisica in pensione "con un passato tra Msi e Lega (da cui fu espulso), autore di diversi libri sul tema resistenziale”. Gruppi di estrema destra o neofascisti come Forza Nuova hanno annunciato la propria partecipazione all’inaugurazione.

L’iniziativa ha visto l’opposizione veemente del presidente provinciale dell’Anpi Savona, Samuele Rago, che – si legge nell’articolo – pur non approvando la violenza subita da Ghersi, si era detto «assolutamente contrario, Giuseppina Ghersi era una fascista. Protesteremo con il Comune di Noli e con la Prefettura. Al di là dell’età, lei fece la scelta di schierarsi con il fascismo. Eravamo alla fine di una guerra, è ovvio che ci fossero condizioni che oggi possono sembrare incomprensibili. Era una ragazzina, anche se dalle foto non sembra, ma rappresenta quella parte lì. Al di là della singola persona, un’iniziativa del genere ha un valore strumentale, in un momento in cui Forza Nuova vuole rifare la Marcia su Roma».

Le parole di Rago sono state criticate da Bruno Spagnoletti, ex dirigente della CGIL in pensione e dall’Associazione Nazionale Partigiani Cristiani. «Non riesco a capire come si possa giustificare l’esecuzione di una bambina di 13 anni e come si possa, ancora oggi, vomitare parole di fiele su una bambina da parte del presidente dell’Anpi. Ma come si fa?», si chiede Spagnoletti.

Il commento dell’ex dirigente della CGIL – “come è possibile giustificare le violenze?” – è diventato la chiave di lettura per valutare le affermazioni del presidente provinciale dell’Anpi Savona, Samuele Rago e orientato anche gli interventi degli altri soggetti politici, inclusa l’Associazione Nazionale dei Partigiani. Il 15 settembre l’Anpi Nazionale ha pubblicato un comunicato in cui si dice estranea a ogni tentativo di giustificazione delle violenze subite da Giuseppina Ghersi e di fatto ha avvalorato la tesi dello stupro della ragazzina. “L’Anpi ha sempre condannato gli atti di vendetta e violenza perpetrati all’indomani della Liberazione. E lo fa anche oggi rispetto alla vicenda terribile e ingiustificabile dello stupro e dell’assassinio di Giuseppina Ghersi. Assieme, ribadisce che singoli episodi, per quanto gravissimi, non intaccano i valori della Resistenza e della Guerra di Liberazione nazionale, grazie a cui l’Italia, dopo anni di guerra, violenze e dittatura, ha conquistato pace, libertà e democrazia. L’Anpi resta e resterà impegnata a presidiare i valori e i principi della Costituzione repubblicana, interamente antifascista, nata dalla Resistenza”, si legge nel comunicato.

Lo stesso giorno, Rago, sempre al Secolo XIX, spiegava di aver voluto sottolineare l’inopportunità politica dell’iniziativa proposta dal Comune di Noli e precisava che il comunicato dell’Anpi era stato «concordato con i vertici nazionali, visto il clamore e la forte polemica che è venuta a crearsi. Noi non abbiamo mai detto che meritava di essere uccisa o violentata stiamo preparando un documento sulla questione. Gli unici sinceri in questa faccenda sono quelli di Forza Nuova, che hanno cantato vittoria». Nel riportare le dichiarazioni di Rago, De Fazio sottolineava ancora una volta come l'ipotesi dello stupro fosse una "circostanza non comprovata". Inoltre, il 19 settembre, è intervenuta sulla questione la parlamentare del PD, Anna Giacobbe, che in un'intervista al Secolo XIX ha definito il "tributo" a Giuseppina Ghersi un tentativo di «falsificazione della verità storica. (...) Un modo subdolo di far passare l'idea che erano tutti uguali, cancellando la verità storica di un conflitto tra oppressi e oppressori, dentro una guerra, e dopo anni di soprusi e negazione della libertà».

L’articolo del 14 settembre di De Fazio viene ripreso da altre testate giornalistiche nazionale. Nel riportare la vicenda, la notizia viene data con toni più netti e meno sfumati, scompaiono i condizionali, la ricostruzione storica diventa solo una, le parole del segretario provinciale dell’Anpi vengono riportate nei titoli e nei lanci degli articoli come rappresentative di più generici “partigiani”.

Come ricostruisce in un lungo e dettagliato post sul proprio profilo Facebook, Yadad de Guerre, il primo sito a rilanciare la notizia è Libero. La testata di Vittorio Feltri si limita a riportare le dichiarazioni di Enrico Pollero, del segretario provinciale dell’Anpi, Rago, e dell’ex dirigente della CGIL, Spagnoletti. Sparisce ogni dubbio, Giuseppina Ghersi è stata uccisa da partigiani, e le parole di Rago diventano rappresentative dell’Anpi e presentate, attraverso le dichiarazioni di Spagnoletti, come un tentativo di giustificazione della violenza subita dalla ragazzina di 13 anni. Nel titolo si legge: “Noli, polemica per la targa dedicata a ragazzina uccisa dai partigiani: l'Anpi: "Era fascista".

Nel pomeriggio del 14 settembre, l’Ansa riprende la notizia, sulla falsa riga della ricostruzione di Libero, contribuendo a renderla mainstream: “Giuseppina Ghersi, stuprata e uccisa da partigiani a 13 anni, la targa diventa un caso”.

Il 15 settembre, un articolo del Corriere della Sera, a firma di Erika Dellacasa, dà risalto nazionale alla notizia. Anche in questo caso non sembrano esserci dubbi: Giuseppina Ghersi è stata violentata e uccisa dai partigiani. A sostegno di questa tesi, Dellacasa cita due documenti, però non verificati o palesemente falsi, come vedremo: un esposto di sei pagine che il padre della ragazzina consegnò alla Procura di Savona chiedendo l'avvio di un’indagine, e una fotografia che ritrarrebbe il momento del suo arresto da parte dei partigiani.

Nell’articolo, la giornalista scrive che “Giuseppina, tredicenne, fu prelevata da tre partigiani, picchiata e seviziata, forse violentata, davanti alla madre e al padre” e, riportando parte del testo dell’esposto, aggiunge che “gli uomini la presero a calci ‘giocando a pallone con lei’ fino a ridurla in stato comatoso. La raparono a zero, le dipinsero la testa di rosso, la sfigurarono a botte. Poi la giustiziarono con un colpo alla nuca, il corpo fu gettato davanti al cimitero di Zinola”. La foto dell’arresto mostrerebbe Giuseppina Ghersi con “il volto imbrattato di scritte, le mani legate dietro la schiena, prigioniera fra uomini adulti armati e sorridenti”.

Nello spiegare la motivazione dell’uccisione, Dellacasa non ha dubbi: “Giuseppina aveva vinto un concorso a tema e aveva ricevuto una lettera di encomio da Benito Mussolini: questo uno dei più gravi indizi contro di lei accusata di essere una spia delle Brigate Nere”. Nessuna traccia delle altre ipotesi sollevate nel primo articolo sul Secolo XIX da Mario De Fazio. Versione poi confermata in un articolo di Antonio Carioti, pubblicato due giorni dopo sempre sul Corriere, dal titolo “Giuseppina Ghersi, uccisa dai partigiani: fatale una lettera del Duce”, nonostante nel testo poi venga sottolineata la complessità di una vicenda dai particolari meno nitidi e lineari di come viene presentata: non c’è certezza sul ruolo di Giuseppina (aveva solo scritto una lettera inneggiante a Mussolini che le era valso un messaggio di plauso delle segreteria del duce? Era affiliata alle brigate nere e girava armata per il quartiere savonese di Fornaci? Era una spia e ha fatto arrestare diversi antifascisti?), sulla data dell’omicidio, attestata da un certificato di morte rilasciato quattro anni dopo, nel 1949, dal municipio di Savona, che la fissa al 26 aprile 1945 (mentre altre fonti parlano del 30 aprile o dell’1 maggio dello stesso anno) e sui responsabili del delitto.

Un’ora dopo la pubblicazione dell’articolo di Erika Dellacasa, come ricostruisce cronologicamente sempre Yadad de Guerre, la notizia viene rilanciata da Huffington Post in un post con link diretto al Corriere della Sera. Il pezzo, non firmato, presenta tutta la vicenda in una nuova cornice narrativa: un tentativo di pacificazione storica a decenni di distanza non riconosciuto dall’Associazione nazionale dei partigiani.

Gli ingredienti di questa nuova narrazione ci sono tutti:

  • Una ragazzina di 13 anni è stata violentata e brutalmente uccisa dai partigiani dopo la liberazione dell’Italia dal nazifascismo.
  • Enrico Pollero, consigliere comunale di centro-destra (omettendo così la sua iscrizione a Forza Nuova e il suo passato da segretario cittadino de La Destra di Francesco Storace), figlio di un partigiano, legge la storia di Giuseppina Ghersi e tenta di “fare qualcosa per ricordare una bambina di 13 anni uccisa senza motivo, (...) non chi ha combattuto dalla parte sbagliata” perché “dall’altra parte non c’erano solo criminali e disgraziati”.
  • Il sindaco , medaglia d’oro alla Resistenza (e non la città), è dalla sua parte.
  • L’Anpi, l’associazione nazionale dei partigiani, “assolutamente no, ‘Giuseppina Ghersi era una fascista’”.

Negli articoli di Corriere della SeraHuffington Post non viene ricostruito il contesto politico e culturale in cui matura la decisione di proporre una targa per commemorare Giuseppina Ghersi, vengono omessi particolari che consentano di capire chi sono i personaggi politici che hanno sostenuto l'iniziativa, vengono taciuti la genesi che ha portato alla storia della ragazzina barbaramente uccisa e il dispositivo di costruzione della memoria messo in atto in assenza di un'adeguata verifica delle fonti storiche, avvalorando così una tra le tante versione dei fatti.

Scrive il collettivo Nicoletta Bourbaki, che ha iniziato un lavoro di verifica delle fonti per riuscire a ricostruire il contesto (e i fatti) in cui si svolge la vicenda di Giuseppina Ghersi:

La sorte della ragazza sarebbe terribile e tragica anche senza la violenza sessuale, e la condotta dei suoi aguzzini sarebbe comunque criminale. Ma proprio per questo è importante capire in quale periodo e in base a quali dati si è aggiunto lo stupro alla narrazione. Stupro ormai divenuto centrale nella descrizione della passione e morte di Giuseppina, che oggi è la «bambina stuprata» quasi per antonomasia.

I punti oscuri delle ricostruzioni di Corriere della Sera e Huffington Post

La storia dell’uccisione di Giuseppina Ghersi non è così lineare come presentata nella ricostruzione fatta da Erika Dellacasa sul Corriere della Sera (e poi ripresa dall’Huffington Post). Tutto il pezzo poggia su due documenti, uno parzialmente attendibile – un esposto presentato dal padre di Giuseppina Ghersi alla Procura di Savona – , l’altro (citato per avvalorare il primo) palesemente falso, una fotografia che ritrarrebbe la tredicenne catturata dai partigiani a Milano.

In particolare, un lungo e meticoloso lavoro di verifica delle fonti, pubblicato dal collettivo Nicoletta Bourbaki (un gruppo di lavoro costituito da storici e ricercatori di altre discipline che si occupa di revisionismo storiografico in rete), ha mostrato l’inattendibilità dei documenti citati, di parte della ricostruzione e delle conclusioni cui giunge l’articolo del Corriere. In base alla ricerca di Bourbaki, esistono più trascrizioni (in molte occasioni non complete) dell’esposto, tra di loro incongruenti; la prova fotografica dell’arresto di Giuseppina da parte dei partigiani è un caso di falsa attribuzione; inoltre, parte della ricostruzione della giornalista del Corriere non sembra trovare fondamento negli scarni documenti disponibili (non c’è riferimento negli esposti allo stupro e non si riesce a capire chi e in che momento preciso abbia introdotto questa narrazione) e non trova alcun riscontro il presunto movente dell’uccisione, il tema scolastico di elogio al duce poi lodato da Mussolini.

“In quella foto è Giuseppina”. Falso

Oltre al Corriere, sono stati parecchi i casi in cui l’immagine che ritrae una donna marchiata con una “M” sulla fronte, circondata da diversi uomini, è stata indicata esplicitamente come la prova dell’arresto di Giuseppina Ghersi da parte di un gruppo di partigiani. Ma, come spiega il collettivo Bourbaki nel pezzo scritto sul sito di Wu Ming, si tratta di un chiaro caso di falsa attribuzione.

Forza Nuova ha utilizzato la fotografia in un suo manifesto

Per Mario Vattani di Casapound è la prova per mettere a tacere le speculazioni sulle ricostruzioni storiche della vicenda

Il giornale Il Dubbio, diretto da Piero Sansonetti, ha utilizzato l’immagine per chiedere la chiusura dell’Anpi di Savona

Nel giro di poche ore, scrive Wu Ming, l’immagine si è imposta come la foto di Giuseppina. Eppure, prosegue il collettivo, sarebbe bastata una ricerca “inversa” su Google Immagini per scoprire che si tratta di una foto che circola da anni in rete e associata a diversi contesti.

Usata, ad esempio, in articoli sulle pubbliche umiliazioni delle collaborazioniste francesi, come segnalato da Manolo Luppichini su Twitter, per l’agenzia Getty Images, la foto è stata scattata a Milano il 26 aprile 1945.

L’immagine è stata esposta anche all’Istituto piemontese per la storia della resistenza e della società contemporanea di Torino, in occasione della mostra "La lunga liberazione, 1943-1948", con la didascalia “Piccola fascista con il viso imbrattato di vernice e la ‘M’ di Mussolini dipinta sulla fronte viene fatta marciare per la città da partigiani milanesi”.

In base alle ricostruzioni, si tratterebbe, dunque, della pubblica esposizione di una collaborazionista, che nulla ha a che vedere con l’uccisione di Giuseppina Ghersi. Nel libro La lunga liberazione. Giustizia e violenza nel dopoguerra italiano, lo storico Mirco Dondi scrive che «a Milano […] vengono marchiati i visi delle donne con la lettera M – iniziale di Mussolini e della Legione Muti».

L’esposto di Giovanni Ghersi, lo stupro e le responsabilità dei partigiani

L’attribuzione falsa della foto è solo una delle incongruenze di tutta la vicenda. L’intera storia, scrive ancora Wu Ming in una serie di tweet concatenati, «si gonfia e cambia ogni volta che riemerge con dettagli che però nei documenti d'epoca che abbiamo letto (esposti, articoli) sono del tutto assenti. A cominciare dallo stupro che viene aggiunto alla narrazione successivamente. Non si ha la minima idea di chi l'abbia uccisa ma si dice “i partigiani”»

La ricostruzione dell’intera vicenda, sottolinea il collettivo Nicoletta Bourbaki, si muove in un contesto documentale rarefatto, in cui scarse sono anche le fonti giornalistiche disponibili e gran parte dei documenti citati sono spesso trascrizioni presenti su siti di formazioni politiche e culturali di destra. In questa cornice, in attesa di consultare le fonti conservate nell’archivio di Stato di Savona e poter iniziare la ricerca, Bourbaki ha provato a verificare l’attendibilità di quanto citato nelle ricostruzioni giornalistiche, a partire dall’esposto presentato da Giovanni Ghersi, padre di Giuseppina, alla Procura di Savona.

Alcune trascrizioni sono presenti su un blog interamente dedicato al caso, altre parzialmente complete si trovano sul forum “Patriottismo” e due versioni le ha pubblicate Roberto Nicolick, l’autore del testo della targa dedicata a Giuseppina Ghersi, espulso dalla Lega Nord, una sul suo blog nel 2008, un’altra sul suo profilo Facebook nel 2012. L’esposto viene menzionato anche in un video a cura dei “Ragazzi del Manfrei” (gruppo neofascista, che prende il nome da Monte Manfrei, dove, secondo la propaganda di destra, il 4 e 5 maggio 1945 si sarebbe svolto un “eccidio” di rappresentanti della RSI), mentre nel 2008 Il Giornale aveva pubblicato il testo integrale di una denuncia presentata il 27 gennaio 1949 dalla madre di Giuseppina, Laura Vengelli. Lo scorso aprile, sempre Nicolick aveva pubblicato su Facebook le immagini di un procedimento penale in cui vengono fatti i nomi di quattro imputati tra i quali però non compare Gatti Pino di Bergeggi, il nome fatto da Giovanni Ghersi nel suo esposto.

A questi bisogna aggiungere i riferimenti presenti nel libro “La stagione del sangue” di Massimo Numa, “Il sangue dei vinti” di Giampaolo Pansa, “Giuseppina Ghersi: l’adolescenza violata” di Roberto Nicolick e il racconto “Cercando Valentino” di Stelvio Murialdo, pubblicato su Il Giornale nel 2008 (ma la cui reale datazione non è stata ancora definita) in cui l’autore si definisce “occasionale testimone di quel martirio”. La ricostruzione del Corriere della Sera, si legge nell’articolo del collettivo Bourbaki, sembra fare riferimento proprio ai testi di Nicolick e Murialdo, tra i fondatori de La Destra a Savona.

I documenti citati presentano diverse incongruenze e destano più di un dubbio sull'attendibilità della ricostruzione fatta dal Corriere della Sera:

  • Non c’è corrispondenza di date tra la trascrizione dell’esposto di Giovanni Ghersi riportate sul forum “Patriottismo” (settembre) e da Roberto Nicolick (aprile). Inoltre, nella trascrizione di “Patriottismo” non si fa riferimento al cimitero di Zinola. Qual è la versione corretta? Il riferimento al cimitero di Zinola (dove sarebbe avvenuto il riconoscimento di Giuseppina Ghersi da parte di Stelvio Murialdo) è stato un dettaglio aggiunto da Nicolick, si chiede Bourbaki?
  • Nell’esposto, Ghersi parla di natura estorsiva (e non politica) del sequestro. Chi ha detto per primo che sono stati i partigiani a sequestrare Giuseppina Ghersi?
  • Nessuno fa riferimento a quella che è stata definita la causa scatenante dell’uccisione di Giuseppina Ghersi, il tema scolastico lodato da Mussolini. L’unico a parlarne è Stelvio Murialdo, che scrive: “La zia [di Giuseppina] azzardò un’’altra ipotesi: Giuseppina aveva partecipato ad un concorso a tema per cui ricevette i complimenti dal Duce in persona; poteva essere questo, la sua condanna a morte!”. Come si è passati da un’ipotesi a parlare di causa certa?
  • Nelle trascrizioni finora disponibili dei due esposti, né il padre né la madre della tredicenne parlano di uno stupro subito dalla figlia. Viene descritto un pestaggio e solo in seguito i due riferiscono di aver saputo dell’uccisione. Quando viene introdotta la narrazione dello stupro, si chiede ancora il collettivo?
  • Nelle ricostruzioni successive agli esposti viene scritto che la madre e la figlia furono malmenate e stuprate sotto gli occhi del padre. Si tratta della stessa versione presentata su alcuni manifesti affissi da La Destra a Savona nel 2012: chi e quando ha aggiunto questa versione?

In base ai documenti a disposizione, il collettivo ha provato a tracciare alcune ipotesi. Stando a quanto riportato da una recensione del libro “La stagione del sangue” (ritenuta diffamatoria dall’autore), il primo a parlare di natura politica dell’uccisione di Giuseppina Ghersida parte dei partigiani sembra essere Massimo Numa. Il collettivo si riserva, però, di leggere il libro per poter verificare questa ipotesi. La versione di Numa viene ripresa da Giampaolo Pansa nel “Sangue dei vinti”. È lui nel 2003 a parlare di capelli rasati a zero, di testa cosparsa di vernice rossa, di condizioni pietose del cadavere. Tutti riferimenti presenti nell’articolo del Corriere della Sera:

I rapitori di Giuseppina decisero subito che lei aveva fatto la spia per i fascisti o per i tedeschi. Le tagliarono i capelli a zero. Le cosparsero la testa di vernice rossa. La condussero al campo di raccolta dei fascisti a Legino, sempre nel comune di Savona. Qui la pestarono e la violentarono. Una parente che era riuscita a rintracciarla a Legino la trovò ridotta allo stremo. La ragazzina piangeva. Implorava: “Aiutatemi!, mi vogliono uccidere”. Non ci fu il tempo di salvarla perché venne presto freddata con una raffica di mitra, vicino al cimitero di Zinola. Chi ne vide il cadavere, lo trovò in condizioni pietose.

In un'intervista al Secolo XIX di due giorni fa, Giampaolo Pansa è tornato sull'argomento dicendo che «mai avrei immaginato che, dopo aver raccontato la storia di Giuseppina Ghersi nel 2003 all’interno del mio “Sangue dei vinti”, il fantasma di quella povera ragazzina potesse tornare nella cronaca di questi giorni».

A parlare di stupro, prosegue il collettivo, è Murialdo che, nel racconto del 2008 per Il Giornale, riportando le parole della zia di Giuseppina, scrive: «Era ridotta in uno stato pietoso; mi disse di aver subìto ogni sorta di violenza… (a questo punto tacque per pudore su tante nefandezze che la decenza lascia solo intuire».

Le questioni aperte, dunque, sono ancora tante eppure nel ricostruire la vicenda le testate giornalistiche che se ne sono occupate si sono mostrate certe nel raccontare fatti solo presunti e tutti da verificare.

Giuseppina non è Anna Frank, non è stata uccisa tra milioni di altri in nome di un progetto genocida di scala continentale, i suoi assassini non stavano «eseguendo un ordine». Il suo è un caso specifico, non è il frutto di una prassi comune delle formazioni partigiane, ma della decisione arbitraria di alcuni individui. Chi erano? Erano davvero partigiani o delinquenti che si atteggiavano a tali? Per quale motivo è stata davvero uccisa? E quando?

Di sicuro si può dire, invece, che la foto associata all'arresto di Giuseppina Ghersi è un caso di falsa attribuzione; gli esposti dei genitori della ragazzina non parlano di stupro e di altri dettagli aggiunti man mano che la storia della tredicenne uccisa è stata trasmessa; non si con certezza se a sequestrare e uccidere Giuseppina siano stati i partigiani, nell'esposto, anzi, il padre parla di natura estorsiva del sequestro; è circolata la voce che Ghersi sia stata uccisa per un tema di elogio a Mussolini, lodato dalla segreteria del Duce, ma di questo tema non si parla in nessun documento.

Quello che colpisce di tutta questa storia, si legge ancora sul sito di Wu Ming, “sono l’impressionante leggerezza nell’usare le fonti, l’arbitrarietà dei collegamenti, la (voluta) vaghezza e ambiguità dei riferimenti temporali, la complessiva inattendibilità di ogni ricostruzione”.

Al centro, ancora una volta, la verifica delle fonti, che nell’uso pubblico di un reato mostruoso e odioso su una ragazza giovanissimo, si fa questione ancora più delicata. Come riflette anche il collettivo Nicoletta Bourbaki, in casi come questi c’è un grosso lavoro da fare per ricostruire eventi, moventi e responsabilità, per individuare e saper cogliere la differenza tra responsabilità collettive e individuali, controllando i dati della questura, eventuali processi e testimonianze incrociate di un fatto che, va ricordato, è avvenuto nel 1945 ed è stato denunciato nel 1949, in un contesto di guerra totale, guerriglia e guerra civile. Compito di chi racconta questi eventi è dare gli elementi per poter comprendere contesti così lontani dai giorni nostri.

Immagine in anteprima via Il Giornale

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