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La verità sull’occupazione: e il Ministro Poletti smentì se stesso

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di Marta Fana

Venerdì scorso, giorno in cui l’Istat ha pubblicato i dati sulle forze lavoro mostrando un mercato con forti difficoltà, il Ministro Poletti per attutire il colpo dell’opinione pubblica ha anticipato i dati del Ministero del Lavoro sulle comunicazioni obbligatorie, sbandierando un aumento del 7% dei rapporti di lavoro a tempo indeterminato. Una notizia che cozzava molto con i dati pubblicati dall’ufficio di statistica e non verificabile, perché appunto basata su un’anticipazione non completa. Qui abbiamo provato a spiegare perché quelle interviste del Ministro apparivano più come un attività propagandistiche che una effettiva situazione del paese reale.

Poletti, nel suo comunicato per contrastare i dati Istat, alludeva unicamente all’avviamento dei nuovi rapporti di lavoro a tempo indeterminato (che sono effettivamente 400mila circa) senza dire però quanti di posti erano andati distrutti (483.027) nello stesso periodo.

Finalmente oggi, il Ministero del Lavoro ha pubblicato i dati relativi al terzo trimestre permettendo di verificare l’annuncio del Ministro. Secondo i dati, e come mostrato nella prima figura, i posti di lavoro a tempo indeterminato diminuiscono di 81.380 unità, un andamento meno negativo rispetto al terzo trimestre del 2013, ma pur sempre maggiore rispetto al terzo trimestre 2011, quello che segnò la fine del Governo Berlusconi e diede il via al Governo Monti.


In particolare, per gli uomini i posti di lavoro a tempo indeterminato distrutti superano del 26% quelli creati, mentre per le donne del 14%, differenza che inverte l’andamento dei trimestri precedenti. Tuttavia però all’interno dei settori produttivi, la riduzione dell’occupazione di tipo standard sembra essere vissuta diversamente da uomini e donne. Ad esempio, gli uomini perdono più posti di lavoro nell’industria in senso stretto e nei servizi, mentre le donne nel settore delle costruzioni.

Ma dell’operato di Poletti è possibile però dire ancora qualcosa. I rapporti di lavoro a tempo determinato, oggetto principale del decreto che porta il nome dell’attuale ministro, diminuiscono, nonostante il saldo sia positivo, dall’inizio del Governo Renzi sia nel secondo che nel terzo trimestre del 2014, periodo in cui il primo atto del Jobs Act è pienamente applicabile. I dati dimostrano quindi che il decreto Poletti non ha favorito un maggiore interesse da parte delle imprese alle assunzioni, sia pure a tempo determinato. 

Da quanto emerge dai dati, sono le assunzioni tramite contratti a tempo determinato che diminuiscono (più che l’aumento in sé delle cessazioni) soprattutto nel terzo trimestre. Ciò può essere dovuto alle attese rispetto al testo finale della legge delega sul lavoro (Jobs Act) oppure al continuo deteriorarsi delle aspettative di ripresa da parte delle imprese (legate al continuo calo di consumi delle famiglie), che appunto non hanno nessun incentivo ad assumere, neppure gratis. L’analisi per genere mostra che per gli uomini le attivazioni nette relativamente al totale dei contratti sono in forte calo tra il I° e terzo trimestre 2014, mentre per le donne a un forte calo tra il primo e secondo trimestre si accompagna un aumento relativo nell’ultimo trimestre.

Inoltre, il decreto Poletti nonostante abbia liberalizzato l’apprendistato - eliminando la causale - non sembra avere creato nessun effetto positivo sull’utilizzo di questi contratti, che diminuiscono del 68% rispetto al primo trimestre 2014 (l’era pre-Renzi) e del 27 % solo tra il secondo e terzo trimestre di quest’anno.  che subiscono un forte incremento (del 41%) tra il secondo trimestre e il primo, seguito da una notevole riduzione tra il secondo e il terzo trimenstre (-27%). In termini assoluti, si nota il numero di contratti di apprendistato attivati nel terzo trimestre supera quelli del primo di sole 2000 unità. Guardando al saldo tra attivazioni e cessazioni, la dinamica positiva del secondo trimeste con un saldo di 39800 contratti è ridimensionata ancora una volta dal terzo in cui il saldo è di soli 10741 unità. Ciò implica che la contrazione tra terzo e secondo trimestre relativamente ai contratti di apprendistato è del 73%


Se è vero che il problema sono le basse assunzioni a tempo determinato o indeterminato, è utile anche guardare perché i rapporti di lavoro terminano così da rendere chiaro - se mai ce ne fosse ancora bisogno - che l’instabilità lavorativa è alla base del nostro mercato del lavoro: Il 64% delle cessazioni riguarda infatti il mancato rinnovo di contratti a termine, il 14% le dimissioni (volontarie, forzate?) dei lavoratori e a seguire i licenziamenti veri e propri.

L’ennesima prova che la disoccupazione e la crisi economica non possono essere affrontate dal lato dell’offerta né precarizzando ulteriormente i rapporti di lavoro, cioè distribuendo incentivi alle imprese che non sanno che farsene (monetizzazione di utili di breve periodo a parte) dato che non vedono nessun miglioramento nei consumi delle famiglie.

 

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