Come Corbyn ha vinto perdendo anche grazie ai giovani, ai social media e al movimento-partito

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di Angelo Romano e Andrea Zitelli

Lo avevano dato per il grande sconfitto, mentre Theresa May sarebbe dovuta essere la regina assoluta di queste elezioni. La notte degli exit poll nemmeno i commentatori e i sostenitori di Corbyn riuscivano a credere a un risultato simile. Per settimane si era parlato di un partito conservatore in vantaggio di oltre il 20% e addirittura con 150 seggi in più rispetto ai laburisti (anche se i sondaggi delle ultime settimane mostravano che il divario si stava riducendo).

È finita con un hung parliament, cioè un parlamento senza un partito con maggioranza assoluta, i laburisti al 40% (risultato che non si raggiungeva dai tempi di Blair) e i conservatori al 42%. È crollato l’Ukip, sceso all’1,8% (9 punti percentuali in meno rispetto al 2015), a vantaggio sia dei Laburisti che dei Conservatori, smentendo quelle tesi, molto diffuse, che individuavano nella compagine di Nigel Farage la principale forza politica in grado di erodere consensi tra le classi popolari proprio al partito guidato da Jeremy Corbyn. Ma così non è stato.

Il Partito Laburista ha vinto invece in quelle aree popolari dove Ukip era considerato la sua minaccia principale (Hartlepool e Middlesbrough) e in collegi roccaforte dei Conservatori, come Canterbury, per la prima volta dalla Prima Guerra Mondiale, o Kensington, dove nessuno immaginava che il messaggio politico di Corbyn avrebbe potuto fare breccia.

Le chiavi di lettura di questo risultato sono tante e tra queste sicuramente: il modo in cui è stata condotta la campagna elettorale, il maggiore coinvolgimento di persone che non avevano mai partecipato alla vita politica e il ruolo sempre più importante di siti alternativi di notizie sostenitori del partito laburista.

I laburisti tra media digitali e il partito-movimento

Questi risultati dei laburisti non nascono ieri, scrive Andrew Chadwick, docente di Scienze Politiche alla Royal Holloway dell’Università di Londra. È l’esito di un rinnovamento che nasce con le elezioni del 2015, quando il partito laburista ha modificato l’organizzazione della forma partito per come l’abbiamo conosciuta finora, coinvolgendo sempre più persone, per lo più giovani.

Il partito così è diventato il luogo catalizzatore di questioni, tematiche e campagne in passato sostenute attraverso mobilitazioni e proteste non di carattere partitico. In molti hanno canalizzato le istanze del proprio attivismo nelle politiche del partito, coniugando l’utilizzo dei social media e l’azione porta a porta, sotto la guida di Corbyn e di Momentum, il movimento nato nel 2015 per sostenere la sua candidatura.

Da allora, si legge sul sito, Momentum “si è evoluto per trasformare in impegno costante l’energia e l’entusiasmo generati dalla campagna elettorale del 2015”. Si tratta di un movimento indipendente che sostiene i laburisti e lavora per rafforzare la partecipazione delle persone e aiutare a costruire un partito aperto, democratico e alimentato dai suoi membri, chiamati a impegnarsi attivamente nelle sedi locali. Ad oggi, Momentum ha oltre 150 gruppi locali, 20mila membri e 200mila sostenitori.

In particolare, l’utilizzo dei media digitali ha fatto sì che fossero introdotte culture organizzative sperimentali e più vicine ai movimenti all’interno di una struttura notoriamente gerarchica come un partito politico, modificandola dall’esterno. L’organizzazione, le regole, le norme e le abitudini del partito vecchio stile sono state “contaminate” dalla flessibilità e dall’agilità dei social media. In questo modo, il coinvolgimento sui social si è tradotto in impegno politico e la “forma-partito”, più volte data per morta, si è rinvigorita. Da questo punto di vista, l’esperienza del Partito Laburista, prosegue Chadwick, potrebbe rivelarsi un modello positivo da seguire per l’impegno democratico e per il decentramento del potere politico.

Durante la campagna elettorale, Momentum ha lanciato un sito web e un’app simile a quella utilizzata dal candidato alle primarie per il Partito Democratico statunitense, Bernie Sanders. Per l’occasione, è stata chiamata Erika Uyterhoeven, una delle responsabili della campagna di Sanders negli Usa. Il suo compito era quello di addestrare migliaia di attivisti in tutto il paese per “avere conversazioni autentiche, empatiche, che andassero oltre la semplice raccolta dati”, scrive sul Guardian Emma Rees, professoressa di Letteratura e Gender Studies all’Università di Chester e una delle coordinatrici nazionali di Momentum. L’applicazione ha consentito a qualsiasi attivista di trovare la sede più vicina e di connettersi con altre persone nella propria zona, inserendo semplicemente il proprio codice postale. La app consentiva anche di organizzare auto collettive per seguire i tour elettorali o le riunioni del partito. È stata la prima volta che un’applicazione del genere è stata utilizzata in una campagna elettorale britannica. «Questa esperienza a Momentum ci ha consentito di sviluppare ulteriormente l’app, introducendo l’opzione dell’auto collettiva», ha raccontato Uyterhoeven a The Independent.

La mappa online ha permesso di inviare gli attivisti nelle circoscrizioni strategiche ed è stata utilizzata da più di 100mila persone in tutto il partito, scrive ancora Rees. Durante il giorno delle elezioni, quasi 10mila persone si sono impegnate per bussare a oltre 1,2 milioni di porte per assicurarsi che gli elettori andassero a votare per i Laburisti.

La storia di queste elezioni è che la gente comune ha ridisegnato la mappa elettorale. Svolgendo una campagna agile e creativa, con uno staff giovane, abbiamo coinvolto persone che non avevano mai partecipato a iniziative del Partito Laburista, non avevano mai fatto una campagna elettorale e spesso addirittura politica. Abbiamo dato fiducia alle persone.

Questo cambiamento non ha toccato i conservatori, un partito in calo di adesioni, rimasto ancora a un modello organizzativo gerarchico, scrive il Guardian. Secondo un sondaggio precedente al voto di Lord Ashcroft, il partito laburista sarebbe stato in grado di intercettare il voto dei più giovani, vista anche l'attenzione nei loro confronti della campagna elettorale di Corbyn: i laburisti avrebbero raccolto ben 2 voti su 3 tra i 18-24 anni, mentre il 60% dei sostenitori dei conservatori avrebbe almeno 65 anni. Tuttavia, spiega la BBC, non ci sono ancora dati ufficiali in grado di provare questo andamento del voto.

La distanza tra i due partiti si è manifestata soprattutto nelle strategie comunicative e organizzative sul web. I Laburisti hanno investito più fondi e sono stati più presenti dei Conservatori sui social media, individuando in Facebook, Twitter (con l’hashtag #forthemany) e Youtube i canali per mobilitare le persone e costruire e motivare la propria base invece che attaccare i propri avversari politici. Secondo uno studio dell’Internet Institute dell’Università di Oxford, Twitter è stato uno dei punti di forza della campagna del partito laburista. Al contrario, la campagna digitale dei Conservatori è stata ritenuta da diversi studiosi dei media “improvvisata e poco reattiva”. Il partito di Theresa May ha utilizzato i social per colpire Corbyn e non per sostenere le proprie posizioni e motivare al voto la propria parte.

via Guardian

Su Facebook, i post di Corbyn e del partito laburista hanno avuto un livello di coinvolgimento e interazioni notevolmente superiore a quello di Theresa May e dei conservatori, scrive Liam Corcoran su Newswhip. Durante la campagna elettorale, la pagina di Corbyn ha visto più di 4 milioni di interazioni contro le 554mila della candidata dei Tories.

via Newswhip

La pagina Facebook di Corbyn ha pubblicato molti più post (217 contro 57 tra l'1 maggio e l'8 giugno) e, soprattutto, ha saputo variare messaggi e format. Questo divario è stato evidente anche nei livelli di engagement delle pagine ufficiali dei due partiti. I laburisti hanno raggiunto 2,56 milioni di interazioni con 450 post, i conservatori poco più di 1 milione di "like" e condivisioni su 116 post.

via Newswhip

Corbyn e il partito laburista hanno deciso, inoltre, di puntare sui video nativi su Facebook. Su 217 post sulla pagina del candidato laburista, ben 109 erano video. In generale, il numero di interazioni è stato più del doppio rispetto a quelli pubblicati dalla pagina di Theresa May.

via Newswhip

Nelle ultime 48 ore precedenti al voto, il video dei Conservatori che incoraggiava la gente ad andare a votare era stato visto meno della metà di quello dei Laburisti, ha detto al Guardian Sam Jeffers, co-fondatore di Who Targets Me, che ha tracciato più di 7mila spot elettorali su Facebook inviati a circa 12mila elettori. Il video dei laburisti sulla “dementia tax”, la “tassa sulla demenza”, la riforma del finanziamento per le spese sanitarie generate da malattie croniche a cominciare dall’Alzheimer, proposta da Theresa May, era stato visualizzato il doppio di quello dei conservatori contro Corbyn.

Ovviamente, prosegue Corcoran, le interazioni sui social media non si traducono in voti, ma le condivisioni, i commenti, le storie e i temi che vengono fuori dagli scambi con le persone che frequentano le pagine possono introdurre nuovi argomenti di discussione e diventare parte della campagna politica di un partito.

«I Laburisti hanno trasmesso messaggi positivi e speranzosi», ha commentato sempre al quotidiano britannico Jag Singh, fondatore di MessageSpace, agenzia di pubblicità sul digitale, ricorrendo a una strategia simile «a quella del Presidente francese Emmanuel Macron, dell’ex Presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, e dell’attuale, Donald Trump». Il partito di Corbyn ha puntato a «costruire un movimento sapendo che i social media possono essere un collante che lega insieme le persone. Se la tua strategia è, invece, colpire i punti deboli dell’avversario, stai rinunciando a evocare quel senso di unione che poi è decisivo per spingere le persone ad andare a votare».

«La strategia sui social media dei Laburisti ha funzionato – ha aggiunto l’ex addetto stampa di David Cameron, Giles Kenningham – ha dato energia alle persone che si sono mobilitate per coinvolgerne altre».

La reazione alla campagna dei tabloid contro Corbyn e l’ascesa dell'"Alt-Left" nel dibattito pubblico

Il giorno prima le elezioni politiche nel Regno Unito, The SUN e il Daily Mail, due dei tabloid britannici più venduti, hanno attaccato in prima pagina senza tanti giri di parole il candidato del partito laburista, Jeremy Corbyn (i due giornali si sono schierati invece a favore di Theresa May) accostandolo ai terroristi che hanno colpito più volte il Regno Unito nelle ultime settimane.

via Guardian

Il Daily Mail ha titolato “I difensori del terrore”, mentre il SUN, “I compagni jihadisti di Corbyn”. La giornalista Suzanne Moore sul Guardian, commentando queste prime pagine e il loro possibile effetto sull’opinione pubblica, il giorno dopo i risultati delle elezioni e il positivo risultato ottenuto dai laburisti, ha scritto che pensava che la copertura di questi tabloid sarebbe stata cruciale nelle scelte di voto dei britannici, come in passato. Ma, spiega ancora Moore, si sbagliava: “Il Corbyn che la gente ha visto non corrisponde al mostro che è stato ritratto”. Ecco perché, avverte la giornalista:

I media devono rispecchiare la realtà, non tentare di crearne una.

La reazione a un certo tipo di fare informazione si è poi manifestata pubblicamente l’8 giugno, il giorno stesso del voto, quando The SUN in prima pagina ha pubblicato un’immagine di Corbyn dentro un secchio della spazzatura con a fianco dei titoletti in cui veniva descritto come “amico dei terroristi”, “incapace sulla Brexit”, “distruttore di posti di lavoro”, “nemico degli affari”, ecc.

via Charlie Beckett

Diversi attivisti e utenti in tutto il Paese hanno iniziato a postare immagini (anche con l’hashtag #Eclipsethesun già utilizzato in una campagna contro il tabloid, lanciata sui social nel novembre del 2016) sui social, in cui venivano prese molte copie del SUN (ma anche del Daily Mail) per essere nascoste, gettate nella spazzatura o bruciate.

Ma c’è anche un’altra sfida all’orizzonte per questi tabloid: cercare di mantenere la centralità nel dibattito pubblico generale rispetto ai nuovi soggetti che stanno emergendo sulla scena. Scrive infatti Robert Booth sul Guardian che “blog politici altamente partigiani (ndr sia di sinistra, come Another Angry Voice, che di destra, come Breitbart London) e semiprofessionali” vengono largamente più condivisi rispetto alle opinioni dei principali giornalisti dei quotidiani mainstream: “secondo una ricerca condotta per il Guardian dalla società di analisi Web Kaleida, è emerso che i siti di notizie alternative sono una delle forze più potenti nella condivisione di news riguardo le elezioni”.

Lo scorso maggio, Jim Waterson su BuzzfeedNews, raccontava ad esempio l’ascesa di siti o blog di sinistra (definiti “Alt-left”, in contrapposizione all’"Alt-right” americana e ai siti che rilanciano posizioni politicamente di destra, come Breitbart), anche redatti da una sola persona, all’interno del panorama mediatico britannico. Nei loro post producono nuove interpretazioni dei fatti, creando una narrazione alternativa a quella dei media mainstream partendo dallo stesso materiale. È raro trovare una statistica o una citazione estremamente erronea in un sito come the Canary, perché si impegnano a fare verifiche e incrociare le fonti, non diffondendo bufale, spiega Waterson. Un metodo di approccio alle notizie, in cui le linee tra attivismo e giornalismo sono sfocate, incredibilmente efficace nel costruire un pubblico:

Così come i “like” di Breitbart hanno fatto irruzione nel mainstream durante le elezioni presidenziali americane del 2016 sfruttando l’assenza di notizie virali di destra, le elezioni generali (britanniche) del 2017 stanno portando traffico record a siti di informazione di sinistra alternativa che sostengono Corbyn, veicolando storie senza le troppe sfumature dei media che rimangono legati alle tradizioni del giornalismo mainstream.

Waterson cita gli esempi di Another Angry Voice, The Canary, Evolve Politics e Skwawkbox.

Una selezione di contenuti da AnotherAngryVoice, Skwawkbox, and Evolve Politics, via BuzzfeedNews

«Le persone sanno che vengono ingannate, ma lavorano sodo e non hanno il tempo di pensare a tutto», dice Thomas G Clark, autore di Another Angry Voice al giornalista: «quindi a loro piace molto avere un ragazzo là fuori che possa dare un taglio alla propaganda e mettere i contro-argomenti in articoli e infografiche da condividere».

Matt Turner, studente all’Università di Nottingham e assistente redattore di un altro sito dell’"alt left” molto virale come Evolve Politics, spiega che gli elementi chiave in ordine crescente del proprio lavoro sono tre: critiche sulla copertura politica della BBC, articoli che evidenziano l’ipocrisia da parte dei politici conservatori e la denuncia pubblica di quelle persone che all’interno del partito laburista minano la leadership di Corbyn attraverso i media: «Il nostro modo di scrivere non è senza pregiudizi, ma presentiamo un punto di vista legittimo». Posizione ribadita anche da Kerry-Anne Mendoza, redattrice del Canary, il sito più importante di questa galassia, quando le viene fatta una domanda sul suo approccio alla copertura delle notizie: «Siamo assolutamente parziali, proiettati a favore della giustizia sociale, degli stessi diritti. Sono tutte cose non negoziabili». Per questo fatto, Mendoza aggiunge anche che è felice di criticare i laburisti quando si distanziano da queste posizioni. «Si tratta di essere positivi più che sbilanciati», afferma Steve [ndr, non ha voluto indicare il suo cognome a BuzzfeedNews] per spiegare l’approccio del suo sito, Skwawkbox. «Cerchiamo di mostrare che quello che viene detto non è necessariamente tutta la verità. Non mi sento un cheerleader di Corbyn, presento una serie di fatti, un modo diverso di guardarli». Nei suoi post Skwawkbox riporta spesso storie che sembrano provenire direttamente da fonti interne alla leadership del partito laburista. L’impressione, scrive Waterson, è che i siti “alt” vengano utilizzati per diffondere i messaggi del leader.

In definitiva, questi siti, che devono il loro successo soprattutto a Facebook, stanno riempiendo il vuoto lasciato dai media mainstream orientati a sinistra, percepiti lontani dalle richieste sempre più radicali di molti dei loro lettori, spiega Matt Zarb-Cousin, per dieci mesi portavoce di Corbyn prima di dimettersi a marzo. Newstatesman o BBC, un tempo ritenuti vicini ai laburisti, sono stati attaccati per le loro posizioni anti-Corbyn.

Qualunque cosa accada, i laburisti e il resto dei media dovranno sempre più affrontare l'influenza di questi siti sui loro membri e lettori per il ruolo che svolgono nella formazione di ogni narrazione post elezioni. Come sostiene Zarb-Cousin, l'ex portavoce di Corbyn: «Se c'è uno spazio nel panorama dei media per il SUN, allora c'è anche per il Canary».

Il "fallimento" dei media mainstream nella lettura del voto

Prima delle elezioni, Matthew Goodwin, professore e co-autore del libro Brexit: perché il Regno Unito ha votato per lasciare l'Unione europea, aveva twittato che il partito laburista, con a capo Jeremy Corbyn, non avrebbe raggiunto il 38%. E se questo fosse successo, avrebbe mangiato il suo libro.

I laburisti hanno, però, raggiunto il 40% e, dopo diverse richieste sui social di mantenere la parola, Goodwin ha dovuto rispettare la sua scommessa.

Perché i giornalisti, i commentatori e gli esperti politici non sono riusciti a prevedere l’esito delle elezioni o a captare che cosa stava succedendo?, si chiede Charlie Beckett su Medium.

Non abbiamo imparato nulla dalla lezione di Brexit? Siamo così schiavi di indicatori che si stanno rivelando inadeguati come i sondaggi di opinione? O l’“elite mainstream” non è riuscita a uscire dalla sua bolla di Londra o Twitter? Dedichiamo troppo tempo nel coprire la campagna ufficiale e non ci facciamo sforzi sufficienti per capire le problematiche e ciò che davvero preme e interessa alle persone.

Anche quando è stata riportata la voce degli elettori, prosegue Beckett, è sembrata più una rappresentazione frutto di narrazioni pre-confezionate che di un ascolto genuino. Invece, focus group, condotti da società come Britain Thinks, sono riusciti a intercettare alcuni cambiamenti sfuggiti ai media mainstream, come il rinnovamento in atto all’interno del partito laburista (a differenza di quello conservatore), il crollo di Ukip e lo spostamento di alcuni collegi ai laburisti o ai conservatori, il recupero di Corbyn ma la maggiore fiducia in Theresa May come primo ministro, il fatto che non si sarebbe trattata di un’elezione sulla Brexit.

Queste elezioni, scrive ancora Beckett, hanno evidenziato che si sta ridimensionando la centralità dei giornali, come mostrato dal fatto che i principali candidati non abbiamo voluto farsi intervistare sui grandi media o che i lettori sono stati meno permeabili ai toni allarmistici e paternalistici dei giornali (che anzi si sono ritorti contro, come nel caso delle persone che si sono organizzate sui social per sfidare la propaganda di Sun e Daily Mail).

Cosa fare? Abbandonare le convinzioni precedenti? Rischiare di sostituire vecchie parole d’ordine con nuovi miti freschi freschi? Beckett propone di prestare maggiore attenzione alla disinformazione diffusa sempre più massicciamente da attivisti di destra e di sinistra, di riflettere sull’uso di Twitter come strumento di disintermediazione e contemporaneamente di frammentazione e polarizzazione ("rispecchia gli antagonismi reali o li approfondisce?") e di migliorare l’approccio editoriale per riavvicinare i politici e riconquistare le fiducia delle persone.

Foto in anteprima via Newstatesman

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