I partiti politici dovrebbero adottare un codice di condotta per le campagne digitali

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Nelle ultime settimane sono stati principalmente due i grandi filoni al centro del dibattito pubblico: da un lato la battaglia del Partito Democratico e di Matteo Renzi alle “fake news” e dall’altro la possibilità dell’esistenza di una connessione dietro alcuni siti web e pagine Facebook di area Lega Nord pro Putin e della galassia Movimento 5 stelle.

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Sarebbe bello che in campagna elettorale si trattassero temi veri e proposte serie (non come le leggi sulle "fake news" che però non parlano di "fake news"). Nel frattempo, possiamo fare qualcosa per questo clima instabile come una raffineria? Noi crediamo di sì e per questo vogliamo proporre una questione culturale: la nostra idea è di promuovere una sorta di codice di condotta, un impegno etico sottoscritto dai soggetti coinvolti con lo scopo di portare un minimo di trasparenza nella presente (e magari nelle future) campagna elettorale. L’idea non è nuova né completamente nostra ma nasce da una conversazione su Twitter e da un articolo dell’Institute for Research on Public Policy, un’organizzazione no-profit canadese.

Cosa fare?

L’obiettivo principale della nostra idea non è di regolare ma di promuovere il tema della trasparenza sul web durante le campagne elettorali. Attualmente esistono già regole in materia di messaggi pubblicitari politici in televisione e sulla stampa, mentre il web, per quanto riguarda quei messaggi che non sono propaganda esplicita, rimane per lo più non regolato. L’obbligo per chi decide di aderire (vedi punti successivi) a questa iniziativa è di dichiarare l’utilizzo di canali e tecnologie digitali per la diffusione dei propri messaggi politici. Pagine Facebook, siti a tema, così come campagne altamente profilate o bot su Twitter sono strumenti alla portata di tutti. E tali strumenti possono essere estremamente utili ed efficaci.

Allo stesso modo però, è auspicabile che i cittadini siano coscienti del funzionamento di certe dinamiche. Anche se usati a buon fine e in maniera lecita, questi strumenti possono essere difficilmente riconosciuti e tracciati. Chiediamo quindi ai soggetti che vogliono aderire, di rendere pubblico l’utilizzo di queste tecnologie e canali “meno ortodossi”, limitandosi a quanto necessario per informare il cittadino e allo stesso tempo mantenere una competizione efficace. Non chiediamo (attenzione: sono banali esempi che potrebbero non corrispondere alla realtà) al PD di rinunciare alla pagina Matteo Renzi News né alla Lega di cancellare siti web pro-Putin, né al Movimento 5 Stelle di non utilizzare pagine non ufficiali. Chiediamo invece a questi partiti di rendere trasparente il loro utilizzo e la loro gestione. Ci piacerebbe poter leggere nei documenti pubblici di questi organismi che essi si avvalgono di una forte profilazione su Facebook per fare pubblicità mirate e che su Twitter ci sono alcuni bot attivi per stimolare la conversazione su determinati argomenti.

L’obiettivo è, come già detto, la trasparenza: una volta esplicitati in una sorta di informativa, il pubblico è a conoscenza di quali strumenti ciascuna forza politica utilizza. Per esclusione quindi, ogni cittadino potrà, ovviamente con la dovuta dedizione, capire se una fonte di notizie senza marchio politico è in realtà riconducibile o meno a un partito. Chiaramente è impossibile decifrare se un contenuto è un’esaltazione della realtà creata apposta per influenzare le masse, ma almeno sarà possibile escludere il coinvolgimento ufficiale di una organizzazione politica.

Chi deve aderire?

Per forza di cose l’adesione a questo progetto non può che essere su base volontaria delle singole organizzazioni politiche. Nessun limite però ai soggetti che decidono di prendere parte all’iniziativa: partiti, associazioni, fondazioni, assembramenti spontanei e informali di persone. Anche se solo un soggetto decidesse di partecipare, sarebbe un fattore positivo per la sua immagine: da quanto emerso questi giorni, siamo portati a credere che chiunque decida di optare per la trasparenza nei mezzi comunicativi faccia un’azione positiva che sarà senz’altro accettata favorevolmente da tutti. Al contrario, il rifiuto a dichiarare quali mezzi tecnologici sono stati messi in campo non lascia altra conclusione che l’ipocrisia di tale organizzazione politica. D’altronde, nessuno dei soggetti coinvolti nelle (sterili e strumentali) polemiche attuali ha mai ammesso di fare uso di bot, pagine non marchiate o siti tematici: al contrario, un coro di “non è vero” lascia presupporre che tutti saranno ben felici di poter dire sin da subito cosa è e cosa non è riconducibile a loro.

I problemi

Come ogni cosa, siamo ben consapevoli dei limiti e dei problemi che accompagnano questa proposta. È fuori discussione che sia possibile risolvere il problema del disordine informativo con una “piccola” pezza come questa. Vero invece che è uno dei tanti passi che la nostra società può fare verso obiettivi più grandi come igiene informativa, educazione, media literacy, etc. Crediamo che la direzione giusta sia quella di collaborare positivamente per sanare l’ambiente informativo in cui viviamo e non quella di creare leggi che diano il potere di censurare l’una o l’altra propaganda politica solo perché avversaria.

Il limite - forse insanabile - di questa nuova proposta è che non si può controllare i lupi solitari, i cani sciolti: come abbiamo già visto frequentemente, pagine Facebook e siti tematici sono stati creati da sostenitori di partiti politici, indipendentemente da questi, senza alcun collegamento. Altre volte sono semplicemente imprenditori che cercano di fare business diffondendo contenuti virali, titoli da click bait. Rimarrebbe comunque uno strumento utile (anche per il soggetto aderente) per affermare la propria estraneità ai sito, alla pagina, al bot. In parole molto povere, magari non cambia il modo di fare brutta politica, ma male non fa.

Ugualmente possono esserci problemi nel garantire e vigilare sull’applicazione di questo codice, ossia che un soggetto politico surrettiziamente utilizzi le tecnologie oggetto dell’informativa senza darne pubblicamente notizia. Il rischio esiste ed è concreto: l’unica soluzione sta nella costante ricerca e analisi dei contenuti da parte di chi già da ora lo fa - come tutti i professionisti che hanno prodotto il materiale dal quale le inchieste di questi giorni sono nate.

In conclusione, chiediamo a tutti i soggetti, più o meno politici, che in qualsiasi forma diffondono contenuti online o utilizzano strumenti tecnologici per diffondere la propria idea (non deve essere per forza legata a una forza politica riconosciuta) di voler dichiarare, in qualsiasi modalità, questa loro scelta. Non una regolamentazione ma una soft disclosure spontanea dei mezzi utilizzati. Un piccolo passo avanti per garantire trasparenza verso gli elettori.

Ps. Ogni contributo, teorico, pratico o organizzativo per questa causa è ben accetto.

Immagine via www.cocomore.de

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