Cosa prevede l’accordo di Parigi sul clima

[Tempo di lettura stimato: 7 minuti]

a cura di Angelo Romano, Antonio Scalari, Andrea Zitelli

Aggiornamento 6 ottobre 2016: L’accordo sul clima di Parigi può finalmente entrare in vigore. Con la ratifica di mercoledì 5 ottobre da parte del Parlamento europeo, Bolivia, Canada e Nepal è stata superata la soglia di copertura del 55% delle emissioni globali necessaria perché l’accordo sia valido.

«Sono lieto di annunciare che oggi l’accordo di Parigi supererà la seconda e ultima soglia necessaria per l’entrata in vigore ed entrerà in vigore il 4 novembre 2016» ha dichiarato il Segretario dell’Onu Ban Ki-moon.

L’accordo doveva superare due soglie per essere promulgato: che fosse ratificato da 55 paesi e che questi paesi rappresentassero oltre il 55% delle emissioni globali. Prima delle ratifiche del 5 ottobre, quasi 60 paesi avevano già siglato l’accordo, ma tutti insieme non superavano il 55% delle emissioni.

L’accordo di Parigi impegna le nazioni firmatarie a intraprendere misure per limitare l'aumento della temperatura globale a 2 gradi centigradi, rispetto all'epoca pre-industriale, ma con un impegno aggiuntivo a contenere questo aumento entro 1,5 gradi.

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Alla fine lo "storico accordo" è arrivato. Nell'ultimo giorno di COP21, a Parigi, 195 Paesi hanno sottoscritto un piano comune per limitare l'aumento delle emissioni di anidride carbonica in modo che la temperatura media globale non salga ancora.

Un risultato che è stato salutato con un festoso applauso da parte dei delegati e capi di Stato presenti alla conferenza.

Il documento è legalmente vincolante, a eccezione delle azioni per ridurre le emissioni da parte dei singoli paesi. Questo significa che se uno stato fallisce l'obiettivo non avrà sanzioni. Inoltre, per entrare in vigore nel 2020, il testo deve essere ratificato da almeno 55 paesi che rappresentano il 55% delle emissioni mondiali di gas serra.

✔ APPROVATO A PARIGI ACCORDO STORICO SUL CLIMAÈ stato raggiunto un accordo sul clima alla Conferenza di Parigi,...

Posted by Valigia Blu on Sabato 12 dicembre 2015

Il metodo usato per le negoziazioni

Le negoziazioni a Parigi durante COP21 si sono ispirate al tradizionale metodo delle comunità Xhosa del Sud Africa, chiamato “indaba”. Si tratta di un confronto che dà voce a tutti i partecipanti per arrivare a una posizione comune.

Alla Conferenza di Durban, nel 2011, quando per la prima volta si fece ricorso all’Indaba per sbloccare l’empasse tra le diverse posizioni, il presidente sudafricano chiese ai negoziatori di sedersi in cerchio e di esporre agli altri le proprie istanze in modo tale da poter trovare insieme una soluzione.
In questo modo si arrivò a un accordo, evitando il fallimento delle negoziazioni come avvenuto due anni prima a Copenhagen. «È un modo molto efficace di snellire le negoziazioni e avvicinare le parti. Ha il vantaggio di rendere la partecipazione più serena e leale», ha dichiarato un diplomatico dell’Africa Occidentale.

Le reazioni e il dibattito intorno all'accordo trovato

Diverse reazioni hanno accompagnato la firma dell'accordo sul clima raggiunto a Parigi. Chi ha festeggiato, chi è rimasto deluso, chi ha espresso dubbi e fatto domande su alcuni punti del documento. Sembra esserci comunque una linea condivisa tra le varie posizioni: si tratta di un primo importante passo, ma il cammino per raggiungere gli obiettivi prefissati è ancora lungo, complesso e incerto.

Un successo politico, ma non mancano le critiche di organizzazioni non governative
I leader mondiali sono stati unanimi nel sottolineare l’importanza storica dell’accordo di Parigi e la sua rottura con il passato perché tiene uniti paesi ricchi e poveri. Le posizioni delle associazioni ambientaliste e dei rappresentanti delle diverse aree geografiche del mondo hanno dato risalto all’obiettivo comune di limitare l’aumento della temperatura a 1,5 gradi e hanno sottolineato come questo sia un chiaro messaggio della rinuncia all’energia fossile. Non mancano però le critiche, come nel caso di Oxfam che ha parlato di un accordo che non è più che una vaga promessa per i paesi più poveri e vulnerabili. «Non incontra tutte le richieste, ma costituisce un punto di partenza per il futuro», secondo Action Aid.

“Quello che va bene e quello che non convince del testo di Parigi”
Tra i punti di forza del testo concordato a COP21, La Stampa inserisce l'ok ai fondi “anti-carbone”: sono previsti 100 miliardi all’anno erogati dai Paesi di vecchia industrializzazione per sviluppare e diffondere le tecnologie verdi per decarbonizzare l’aria. Mentre tra i punti deboli il quotidiano elenca gli obiettivi troppo a lungo termine con il rischio di non centrarli, la mancanza di una data prevista per lo stop alle fonti energetiche fossili e le misurazioni dei controlli che saranno forniti dagli stessi paesi interessati.

“Non elimina i rischi del surriscaldamento globale ma li riduce”
«Cosa significa realmente questo accordo per il futuro della terra?» scrive Justin Gillis sul New York Times. Una domanda a cui Christopher B. Field, climatologo americano, risponde che «anche se non abbiamo risolto il problema, sono state gettate le basi». Considerazione che anche il giornalista americano condivide, spiegando che la decisione presa a Parigi da 195 paesi avvia un percorso comune che però non risolve i rischi del surriscaldamento climatico, ma li riduce.

“Sarà l’occasione per investire tanto su nuove tecnologie energetiche pulite”
Scrive Tim Flannery su The Independent che un mondo impegnato a non superare il limite di 1,5 gradi delle temperature medie globali avrà «bisogno di eliminare gradualmente la combustione del carbone prima del 2030 e di avere sistemi di trasporto decarbonizzati prima del 2050». Proprio per questi motivi, spiega Flannery, si crea una grande occasione per le tecnologie energetiche pulite che sarà possibile attuare tramite un enorme investimento in questo campo.

“Parigi segna la fine dell’era fossile”
Non si tratta di un accordo perfetto – scrive Eric Holthaus su Slate – ma rispecchia i massimi risultati raggiunti negli ultimi 40 anni sia dal punto di vista scientifico che diplomatico. Riprendendo le parole di Kumi Naidoo di Greenpeace e del movimento globale 350.org, Holthaus afferma che Parigi segna la fine dell’era fossile, per quanto nel documento finale non si parli mai di zero emissioni di anidride carbonica. Però, per gli obiettivi che l’accordo si è dato, si tratta di un passaggio inevitabile.

"Dobbiamo togliere l'anidride carbonica dall'atmosfera"
Date le attuali emissioni, per raggiungere l'obiettivo del contenimento del riscaldamento a 1,5 gradi bisogna ridurre le emissioni di anidride carbonica a zero in tempi estremamente rapidi. Questo vuol dire, scrive Simon Lewis su The Conversation, anche andare nella direzione delle emissioni non solo zero, ma anche negative. Cioè, rimuovere l'anidride carbonica dall'atmosfera e immagazzinarla altrove. Questo si può fare piantando alberi, aumentando l'assorbimento di anidride carbonica da parte del suolo o sfruttando l'energia da biomasse accoppiata a sistemi di sequestro dell'anidride carbonica sottoterra.

"A Parigi è stato raggiunto un accordo storico, ma ora che succede?"
Definire “storico” l’accordo di Parigi, scrive Chris Mooney sul Washington Post, è più che giustificato perché rappresenta un successo diplomatico senza precedenti. Parigi lascia in eredità una cornice all’interno della quale dovranno essere pensate e pianificate le politiche energetiche mondiali: «paesi, compagnie, tutti quanti dovranno avere a che fare con l’accordo di Parigi, non potranno sbagliare e dovranno lavorare duro». Nonostante tutto potrebbe non essere sufficiente per prevenire gli effetti catastrofici del cambiamento climatico. «Questi dubbi – prosegue Mooney – non possono sminuire quanto è stato compiuto, ma cosa accadrà ora? Cosa faranno le compagnie petrolifere quando leggeranno l’accordo di Parigi?»

"COP21 è solo il prima passo, ora viene la parte difficile"
L'accordo di Parigi è solo un primo passo. «Per arrestare il riscaldamento globale ogni paese dovrà fare molto di più negli anni a venire per abbandonare i combustibili fossili – che oggi forniscono ancora l'86% dell'energia mondiale – e avviarsi all'uso di fonti di energia più pulite», scrive su Brad Plumer su Vox. Sono necessari cambiamenti più radicali e veloci. I piani che i maggiori paesi hanno sottoposto alle Nazioni Unite dal 2014 sono insufficienti a evitare un riscaldamento globale serio e si basano su impegni, di natura volontaria, al taglio delle emissioni il prima possibile, senza un piano dettagliato di come raggiungere questi obiettivi.

"Rispetto a quello che avrebbe potuto essere, è un miracolo. Rispetto a quello che avrebbe dovuto essere, è un disastro"
Quello firmato a Parigi è un documento, sotto certi aspetti, forte. Per molti anni non era stata accettata la richiesta di concordare un limite all'aumento della temperatura globale, fissato ora a 1,5 gradi. Ma di fronte a quanto promesso dai governi a Parigi, anche l'obiettivo di contenere l'aumento entro 2 gradi sembra un obiettivo ambizioso. E se oggi anche l'obiettivo dei 2 gradi sembra difficile da raggiungere alla prima conferenza delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico di Berlino nel 1995, era ancora raggiungibile. «Vent’anni di rinvii, dovuti alle manovre – palesi, segrete e spesso decisamente sinistre – della lobby dei combustibili fossili, alle quali si è aggiunta la riluttanza dei governi a spiegare al loro elettorato che le decisioni a breve termine hanno un costo a lungo termine, hanno fatto in modo che la finestra delle opportunità sia ormai chiusa per tre quarti».

C’è ancora speranza?
«Come è andata? La risposta è complicata e non può risolversi in un sì o in un no», scrive Robinson Meyer su The Atlantic. L’accordo di Parigi ha segnato una svolta dal punto di vista politico e diplomatico in ambito climatico. Gli obiettivi che le parti si sono dati, tuttavia, non sono molto realistici.

«If climate change worries you, think about not only how you vote, but also how you spend your civic attention and how you communicate your concern to policy-makers»

Il clima – spiega Meyer – è il tema che più d’ogni altro dovrebbe interessare ogni cittadino perché riguarda tutti gli aspetti dell’umanità: la sostenibilità ambientale, l’utilizzo delle risorse energetiche, l’utilizzo di nuove tecnologie, le gerarchie tra stati, la democrazia, l’economia. «Siamo in un momento cruciale della storia. Gli stati continuano ad avere conflitti lungo i confini, a sbandierare armi di distruzione di massa, a disprezzare i migranti. Ieri hanno provato miracolosamente ad avere cura del bene comune».

 
Qui il nostro approfondimento: "Climate change, la sfida che non possiamo perdere".

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