Citare la fonte non è un ‘favore’

Quella brutta abitudine di non citare, che fa male al giornalismo.


“Ciao sono Michele, ho 28 anni e da tre anni mi occupo di lavoro su un blog, L’Isola dei cassintegrati, che abbiamo aperto perché i colleghi di mio padre avevano occupato il carcere dell’Asinara. Ora scrivo per L’Espresso”. Ecco, se fossi un candidato del Movimento 5 Stelle, questa sarebbe la mia presentazione. Ma non lo sono, e ad ogni attacco dei grillini contro i giornali non posso che pensare due cose: 1) Non attaccate tutti indiscriminatamente, siamo una selva di precari che cerca di fare bene il proprio mestiere ad alti rischi personali, 2) Un po’ hanno ragione.

Hanno ragione, perché ci sono delle cose nel sistema ‘giornalismo Italia’ che proprio non funzionano. Prassi consolidate che io, giovane sbarbo figlio dei blog, non riesco ad accettare. Una su tutte: non citare le fonti. Quante volte ci è successo in questi tre anni di blog: pubblicavamo una notizia esclusiva, i quotidiani, altri siti, perfino i programmi televisivi la riportavano pari pari senza citarci. Ma non sempre la questione è così semplice.

Nel febbraio 2013 Anna Lisa Minutillo, una delle storiche occupanti della fabbrica Jabil a Cassina Dé Pecchi, ci mette in contatto coi lavoratori della Maflow, in presidio con la folle idea di rinconvertirsi da soli la fabbrica a Trezzano sul Naviglio. Vorrebbero che ci occupassimo del loro caso: da almeno un anno ormai L’Isola dei cassintegrati è riconosciuta ufficialmente come un sito in grado di porre all’attenzione dei media mainstream e dell’opinione pubblica vicende di lavoratori. È una cosa che non si può comprare: il rispetto di una community molto vasta (lavoratori, disoccupati, precari), la reputazione online figlia di tre anni di lavoro massacrante e volontario (fino al novembre 2012 in cui siamo diventati partner de L’Espresso). Una rete di lavoratori “inviati” in tutta Italia che ci scrive e sostiene, come Anna Lisa della Jabil, che ha pensato: “Magari possono aiutare quelli della Maflow”.

Il 20 febbraio Marco Nurra pubblica sul blog La risurrezione di Malfow passa per il riciclaggio e l’autogestione, e prima di noi ne ha scritto solo Radio Onda D’urto il 12 febbraio. Il 4 marzo Marco pubblica Ri-Maflow, una sfida ispirata alle Imprese Recuperate Argentine, per continuare a seguire la vicenda. Matteo Pucciarelli, giornalista di Repubblica, nota l’articolo e twitta al mio account.

Mi sembra un modo di fare molto gentile, inoltre conosco un po’ Matteo dai social, e da qualche settimana ci scambiamo “mi piace”, commenti e re-tweet, perché su molte cose la pensiamo allo stesso modo. È un’ottima cosa che i lavoratori Maflow finiscano su La Repubblica, e immagino che nel pezzo – in piccolo, in fondo, non importa – il sito che ha trovato la notizia verrà citato, cioè L’Isola dei cassintegrati. Come del resto è successo tante volte: solo pochi giorni fa Antonio Sciotto su Il Manifesto riportava due nostri articoli in questa maniera.

Il pezzo potete leggerlo qui, nella sezione di Repubblica Milano. Però L’Isola dei cassintegrati non è citata neanche per sbaglio. Chiedo spiegazioni su facebook a Matteo, che (non copio/incollo per rispetto della privacy) mi riponde prima di non averci pensato, poi che le fonti sono i lavoratori e che sono citati. Aggiunge: a livello di favore, comunque, ci avrebbe citato volentieri.

Favore? Quale favore? Leggo il nostro primo post e poi l’articolo di Repubblica e noto diverse somiglianze. Ma anche se non avessero avuto una parola in comune rimane il fatto che è stato Pucciarelli stesso a twittarmi, ieri, per dirmi che ne riportava sul giornale. Mi scrive inoltre che: “Il pezzo dell’isola mi era stato girato due settimane fa”, e poi: “Il pezzo dell’isola era fatto molto bene, mi è stato di spunto e non ho problemi a dirlo”.

Ecco, questa è una frase che ho sentito tante volte, da altri giornalisti a cui ho chiesto spiegazioni. “Stimo molto il tuo lavoro”, o anche “La conosco come uno dei maggiori esperti”. Ma la stima non ci serve. Serve il rispetto. E probabilmente Matteo Pucciarelli è l’unico fra tutti che l’ha fatto senza malafede – altrimenti non mi avrebbe twittato – perché è prassi comune agire così nei quotidiani. Di fatto, Matteo, mi scrive nel dettaglio il lavoro che ha fatto, per giorni, col fotografo, reperendo le nostre stesse fonti. Ma continuo a rimanere dell’idea che se quella notizia la noti in un sito, e se ti ispiri a quell’articolo, quella diventa una fonte. E va citata.

Scrivo questo post sapendo che perderò una simpatia, o più di una, e sapendo che di nemici me ne sono già fatti tanti in questo ambiente. Ma si arriva a un punto in cui non si può più sopportare, e non mi riferisco solo all’espisodio di cui sopra. Sono stufo di essere chiamato per consulenze dai principali programmi televisivi italiani e non venire mai citato. Sono stufo di leggere inchieste sui giornali che partono dal mio lavoro, sono stufo di redattori che mi chiedono contatti e informazioni e che poi mi dicono che non se ne fa nulla perché: “La penso come te, ma so che il Direttore non vi citerà quindi meglio lasciare perdere”. Sono stufo di dover spiegare che se non citi me o il sito stai arrecando un danno al mio futuro. Un danno che poi ricade sull’informazione intera, sempre più debole e incartata su se stessa, e in questi giorni post-elezioni questa realtà è più evidente che mai.

La cosa ridicola, in tutto ciò, è che facciamo parte dello stesso gruppo editoriale. La Repubblica dovrebbe trarre beneficio dal citare un sito partner che funziona bene, noi sicuramente ne trarremmo beneficio, e nessuno avrebbe speso una lira. Solo un po’ di buona volontà. Per questo scrivo questo post, senza nessuna intenzione di voler insultare Pucciarelli o La Repubblica. Ma con la chiara intenzione di fare arrivare un messaggio, di dialogo. Altrimenti poi, quando ci si rende conto dell’errore, è già arrivato un altro partito e si è preso il 26% (metafora).

Matteo alla fine mi dice anche che non si aspettava questa mia reazione, pensava sarei stato contento del fatto che si parlasse della vicenda di quei lavoratori. Ed è vero, perché noi che facciamo questo lavoro sappiamo quanto è difficile, ancora, scrivere queste storie sui media mainstream. Eppure, permettetemi, ma sono tre anni che cerco di farlo bene, questo lavoro – e per la maggior parte di questi tre anni, gratis – e penso che le cose vadano di pari passo. Se vogliamo difendere e rispettare il lavoro nella fabbriche, dobbiamo rispettare anche il lavoro giornalistico. Il nostro lavoro, che è qualcosa in cui crediamo, ma che è comunque un lavoro.




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