Carta o digitale? È solo questione di tempo

La crisi dei giornali tra nuovi modi per offrire idee vecchie e la ricerca di nuovi approcci per fornire ciò di cui oggi la gente ha realmente bisogno.


di Antonio Rossano

Nel 2004 Dan Gillmor pubblicava We the Medialibro che descriveva un nuovo paradigma dell’informazione. Nel frattempo  il mondo ha continuato a cambiare, ma purtroppo in molti, editori, giornalisti, esperti di media, restano ancora seduti sulla riva a guardare il fiume che scorre…

Il paradigma della partecipazione e della interazione, in quel libro vedeva la sua prima delineazione strutturata: paradigma che, nello sviluppo tecnologico di questi ultimi anni, della rete internet e dei dispositivi mobile, si è declinato in forme sempre più forti e chiare.

Sono passati quarant’anni da quando Internet è stata sviluppata e venti da quando il web è stato messo online. I nuovi media non sono nemmeno più così nuovi. Ma troppa della nostra energia nel giornalismo si è concentrata sui nuovi modi per offrire idee vecchie, invece che sui nuovi approcci per fornire ciò di cui oggi la gente ha realmente bisogno…

scriveva Melanie Sill giusto un anno fa.

Che ci sia un problema culturale, in questa fase di transizione appare evidente.

Il tempo e il valore delle notizie

Il processo di costruzione delle informazioni non è più un flusso dall’alto verso il basso, bensì una immensa nuvola di connessioni bidirezionali nella quale giornalisti e lettori sono posti in maniera disordinata, una rete di pari (peer network), tutti soggetti ad un unico fattore determinante: il tempo.

Il tempo è divenuto il primo valore economico nel mondo dell’informazione. Se prima erano le notizie ad avere “valore” erano cioè i “prodotti” nel grande mercato dell’informazione locale e globale, adesso le stesse hanno perso qualsiasi riferimento  per i bilanci delle aziende editoriali. Una notizia, nel momento in cui viene immessa nella nuvola globale delle interconnessioni, diviene un meme, acquisisce una vita a sé stante, non è più soggetta alle leggi “umane” del controllo del diritto d’autore.

O, in altre parole

Gli utenti di Internet cercano di vivere in un sistema di comunicazione libera. Se qualcuno cerca di farli pagare loro si rivolgeranno a qualcun altro. Tanto su Internet si possono trovare tutte le notizie perché c’ è sempre qualcuno che leggerà una notizia da qualche parte, un altro sito, o magari un giornale di carta, e la riporterà in rete dove tutti gli altri potranno leggerla. E poi si può sempre dire che ciò che si propaga in rete non è una notizia presa da una parte o da un’ altra, ma il fatto. E il fatto a chi appartiene? Sui fatti non c’ è copyright

affermava Manuel Castells nel 2009.

È il tempo dei lettori, oggi, la vera grande risorsa economica per i media. Riuscire a coinvolgerli nel processo di creazione delle informazioni, non solo un engagement social-mediatico finalizzato esclusivamente a questioni di marketing, bensì una vera e propria ristrutturazione profonda del modo di concepire i flussi comunicativi e informativi:

Journalists are not the only experts in the world

ha affermato a febbraio di quest’anno, Alan Rusbridger, direttore del Guardian spiegando la sua idea di Open Journalism.

Agli studiosi di marketing ed ai pubblicitari, nel mondo dei media e dell’informazione, non interessano più solo il “numero delle visite” o dei “visitatori unici assoluti”, il valore significativo è “il tempo di permanenza sul sito”. È quello l’elemento di maggior rilievo negli algoritmi  per la definizione del ROI pubblicitario.

Il tempo e la partecipazione

Siamo ormai travolti dal fiume in piena delle notizie comedisse Ezio Mauro a Napoli nel 2010, in occasione dei 20 anni de La Repubblica. Le persone non hanno più tempo per leggere, per approfondire, per orientarsi. E  l’orientamento del lettore fu proprio indicata da Ezio Mauro, in quella occasione, come la nuova funzione sociale ed identitaria per i giornali.

Ma non è solo il tempo della lettura in senso stretto, che conta. È il tempo dell’interazione: quanto un lettore interagisce con il medium, attraverso i commenti, i blog, i social network. È per questo che i desk delle redazioni di tutto il mondo si sono affollati di Community Manager, di Social Media Editor  (a volte non proprio qualificati) e nuove figure professionali, inimmaginabili anche solo pochi anni or sono.

Ed è proprio l’interazione e l’identificazione nel giornale che possono costituire il percorso principale che porta ad una nuova logica del processo di costruzione delle notizie

We ask our readers what we should be writing about

afferma, a proposito di Open Journalism, l’editorialista del Guardian, Becky Gardiner.

Senza considerare quanto, anche a livello di marketing e dei su citati ROI, siano sempre più presi in considerazioni i risultati “visibili” dell’interazione sui social network, quali condivisioni, commenti, like, etc…

Eppure  proprio il Guardian ha avuto  53 mln di euro di perdite nel 2011, che peraltro non sono il risultato di queste nuove strategie: lo ha ben compreso Wolfgang Blau, attuale direttore di Zeit Online, uno dei principali giornali tedeschi, che ha anzi puntato tutto su Guardian tanto che fin dallo scorso 16 ottobre ha firmato un accordo con il gruppo inglese, come nuovo direttore digitale del gruppo, a partire dal 1 Aprile 2013.

 Il tempo e la vita della notizia

Altro elemento determinante che fa la differenza, da un punto di vista ontologico della notizia, è la sua obsolescenza. Acquistando un giornale cartaceo,o anche la sua versione digitalizzata per e-reader, si acquista roba vecchia.

D’altra parte, qualche giorno fa lo ha affermato anche De Benedetti:

Edizioni cartacee con minor foliazione, concentrate su analisi e commenti, e con il sito web per le notizie

che sembra essere (oltre che un saggio testamento) la migliore inquadratura possibile della questione “transizione carta-digitale”.

Ecco, se proprio pagare per qualcosa di vecchio non sembra logicamente ammissibile, piccoli pagamenti, dosati in maniera opportuna in un sistema comunque aperto delle informazioni, potrebbe essere una strada accettabile.

Il successo dei paywall è  e sarà sempre più in questo fattore: non accedere ad una subscription per un oggetto statico, bensì avere la possibilità di leggere breaking news, multimediali, in tempo reale.

In ogni caso, al di sopra di tutto, qualunque sia il medium, una nuova logica, una nuova mentalità sono necessarie.

Come notava  Clay Shirky:

Non è più sostenibile la logica dei quotidiani che vedono il lettore come un cliente e le notizie come un prodotto,  concependo il giornale come un “pacchetto” generalista che possa soddisfare qualsiasi tipo di esigenza. I giornali debbono puntare alla creazione dei contenuti originali e di qualità, e a quei lettori che sono disposti a sostenerli. Bisogna dare più importanza a motivazioni non-finanziare e non commerciali, come la lealtà, la gratitudine, la dedizione alla missione, un senso di identificazione con il giornale, il bisogno di preservarlo come istituzione piuttosto che come business.

Insomma per il cartaceo sarebbe il caso di esaurire la fase zombica dei gadget, dei soldatini e dei modellini in omaggio, per l’online rinunciare alle gallery del trivio e ad accorgimenti simili volti esclusivamente ad accumulare inutili “click”, ed iniziare a costruire un nuovo rapporto, di stima (ed autostima), verso coloro i quali, si vorrebbe, dessero un soldino.

Oh man, this GIF. on Twitpic




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