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Basta soldi ai giornali? Guida per una protesta informata

Aggiornamento 11 ottobre 2016: La Camera dei Deputati ha approvato in via definitiva (con il voto contrario di Movimento 5 Stelle e Forza Italia) una nuova legge (delega) sull'editoria. Il testo punta a modificare vari aspetti – tra cui i criteri e il calcolo per la distribuzione dei fondi per editoria, radio e tv locali, la composizione e i compiti dell'Ordine dei giornalisti, la liberalizzazione dei punti vendita e la restrizione delle regole per i prepensionamenti – e a introdurne di nuovi, come l'enunciazione di "quotidiano online" che entra nella definizione legislativa di "prodotto editoriale" aprendo a incentivi specifici. Trattandosi di una legge delega, molte di queste misure dovranno essere concretizzate con decreti attuativi della Presidenza del Consiglio. Qui il contenuto e l'analisi della legge.

Aggiornamento 12 dicembre 2014: Il dipartimento per l'Editoria ha pubblicato la spesa di due dei contributi indiretti ai giornali. Le "agevolazioni di credito alle imprese del settore editoriale" e "le agevolazioni di credito d'imposta per l'acquisto di carta". Come spiega Gabriella Colarusso su Lettera43, per i primi contributi, attivi dal 2008 al 2012, lo Stato ha speso in totale 40 milioni di euro di cui hanno beneficiato 175 società, tra cui il gruppo Espresso, Mondadori, Rcs e Sole 24 ore. Il credito d'imposta per l'acquisto della carta, invece, ha ricevuto un finanziamento pubblico di quasi 30 milioni di euro per il solo 2011, destinato a 411 imprese.

Aggiornamento 26 giugno 2014: Approvato il decreto che istituisce il fondo straordinario a sostegno dell'editoria: 120 milioni per il triennio 2014-2016. Il provvedimento porta la firma di Luca Lotti, sottosegretario con delega all'informazione. Per il 2014 è prevista la prima tranche di 45 milioni. Soldi che, spiega Lotti in un comunicato, vogliono incentivare «gli investimenti in innovazione tecnologia», «l'assunzione di giornalisti» - con sgravi fiscali al 100% per 36 mesi per le assunzioni a tempo indeterminato, al 50% per quelle a tempo determinato -, sostenere «programmi di ristrutturazione aziendale che prevedano una revisione dell’organico con il ricorso ai prepensionamenti» e «un parziale finanziamento degli ammortizzatori sociali». Riguardo ai prepensionamenti, il decreto prevede l'obbligo di avere almeno un'assunzione a tempo indeterminato ogni tre prepensionamenti. Inoltre, il testo nega ai prepensionati di poter continuare a lavorare (da dipendente o autonomo) con l’azienda che ha ottenuto i soldi del fondo.

Aggiornamento 24 dicembre 2013: Un «fondo straordinario per gli interventi di sostegno all’editoria» da 120 milioni di euro. È quanto prevede l'articolo 167 della legge di stabilità - che ha concluso ieri il suo iter parlamentare -. Una cifra spalmata nei prossimi tre anni: 50 milioni per il 2014, 40 milioni per il 2015 e 30 milioni per il 2016. Lo scopo della norma, nel piano del governo Letta, è duplice: «incentivare gli investimenti delle imprese editoriali, anche di nuova costituzione, orientati all’innovazione tecnologica e digitale, all’ingresso di giovani professionisti qualificati nel campo dei nuovi media» e «sostenere le ristrutturazioni aziendali e gli ammortizzatori sociali».

Aggiornamento 4 giugno 2013: A quanto pare il governo sta pensando di ripristinare il fondo sull'editoria e di rifinanziare la legge 416 per gli esuberi nelle aziende in crisi. Obiettivi presentati a Palazzo Chigi da Giovanni Legnini, sottosegretario con delega all'Editoria, durante l'incontro di ieri con la Fieg - Federazione Italiana Editori Giornali – e il sindacato dei giornalisti, Fnsi. La domanda a questo punto è: dove prenderli i soldi? Possibili risorse potrebbero arrivare anche da un contributo da parte dei motori di ricerca come Google. Come si muoverà il governo Letta?

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Finanziamento pubblico all'editoria. Un evergreen nel dibattito politico italiano. Chi vuole abolirlo, chi ridefinirlo, chi non toccarlo. Le questioni che vi s'intrecciano sono molte e di grande rilevanza per la vita democratica di un Paese: garanzia del pluralismo, costi dello Stato, salvaguardia delle minoranze, oligarchie politiche ed editoriali. Con il grande successo del MoVimento 5 stelle alle ultime elezioni politiche, la questione ha riacquistato la scena pubblica. Nel programma dei "grillini"  sotto il capitolo “Informazione” si può leggere infatti «Eliminazione dei contributi pubblici per il finanziamento delle testate giornalistiche» e Vito Crimi, capogruppo al Senato dei cinque stelle, questa settimana ha presentato due disegni di legge di cui uno ha come finalità proprio l'"abolizione del finanziamento pubblico all'editoria".

Discussioni politiche caratterizzate a volte, però, da imprecisioni e confusioni. Ma come funziona il sistema di aiuti pubblici ai giornali?

Come i giornali accedono ai contributi pubblici 

Il Decreto Legge del 18 maggio 2012, n. 63, convertito con modificazioni con legge il 16 luglio 2012, n. 103 e pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 20 luglio 2012 prevede le «disposizioni (...) in materia di riordino dei contributi (...)» per le imprese e le cooperative  editrici.

Le testate nazionali – distribuite in almeno 3 regioni e con una percentuale di distribuzione in ciascuna non inferiore al 5% della propria distribuzione complessivadevono vendere almeno il 25% delle copie distribuite (quelle locali almeno il 35%).

Precedentemente il rapporto tra copie vendute e copie distribuite era previsto al 15%. Con ciò si vuole collegare i finanziamenti alle testate che sul mercato sono in salute, a discapito di quelle che pompano le tirature per coprire basse vendite. Dati comunque che dovranno essere certificati da una società di revisione iscritta alla CONSOB.

Nelle legge si chiarisce che le copie distribuite sono quelle poste in vendita in edicola o presso punti di vendita non controllati o collegabili all'impresa editrice che richiede il contributo. Non sono ammesse al conto le copie diffuse e vendute «tramite strillonaggio, quelle oggetto di vendita in blocco, da intendersi quale vendita di una pluralità di copie ad un unico soggetto, nonché quelle per le quali non sia individuabile il prezzo di vendita». In più, tramite l'utilizzo dei codici a barre, edicole e rivenditori sono tenute a garantire la tracciabilità delle vendite.

Le cooperative editrici devono essere composte in prevalenza da giornalisti con la maggioranza di contratti a tempo indeterminato. Per quanto riguarda le imprese editrici di quotidiani le ricezione dei contributi è collegata all'avere almeno 5 dipendenti «con prevalenza di giornalisti» a tempo indeterminato (3 se sono testate periodiche).

I contributi diretti

I criteri di calcolo si basano sul 50% dei costi per il personale dipendente, per l’acquisto della carta, della stampa e per gli abbonamenti ai notiziari delle agenzie. Cifra che non può superare 2.500.000 euro per i quotidiani nazionali (1.500.000 per quelli locali, 300.000 euro per i periodici). Spese tracciabili legate direttamente all'esercizio dell'attività editoriale e risultanti «dal bilancio di esercizio dell'impresa richiedente i contributi e dal relativo prospetto analitico dei costi».

Nel calcolo si considera anche una quota fino a 0,25 euro per ogni copia venduta per i quotidiani nazionali (0,20 euro per i locali e 0,40 euro per i periodici) che non può superare l'effettivo prezzo di vendita di ciascuna copia. L'importo complessivo deve essere massimo di 3.500.000 di euro per i quotidiani (200.000 euro per i periodici).

I contributi indiretti

Riuscire a selezionare questi contributi e quantificare il loro costo per lo Stato è molto difficoltoso. Cifre precise e certificate non sono riuscito a trovarle. Svariate infatti le importanti agevolazioni di cui i grandi gruppi editoriali usufruiscono, come ad esempio la riduzione dell'Iva al 4% per quotidiani cartacei (ma anche libri e periodici), con la possibilità del sistema della forfetizzazione della resa. Da questi benefit, però, vanno tolti gli sconti postali per le spedizioni di prodotti editoriali perché sono terminati il 31 marzo 2010, come anche confermato dalla Federazione Italiana Editori Giornali (Fieg).

A chi vanno e quanto

la RepubblicaCorriere della SeraLa StampaIl GiornaleLibero e altri grandi giornali non ricevono contributi pubblici diretti. Come si può vedere dalle tabelle presenti nel sito del governo, il finanziamento pubblico all'editoria per l'anno 2011 è andato a:

  • Radio (di informazioni generale e di organo di movimento politico) un totale di 7.838.556 milioni di euro, dove da padrone la fa Radio Radicale con i suoi 4 milioni di euro, seguita da Ecoradio con 1.825.830 euro.
  • I ventidue “Quotidiani editi da cooperative di giornalisti” hanno usufruito di 21.505.224 euro. Tra di essi Il Foglio di Giuliano Ferrara con 2.251.696, Il Manifesto con 2.598.362 euro, ma anche Il Denaro con 1.261.583 euro, La Verità per Sport con 1.117.710 euro e Il Corriere Mercantile e i suoi 1.594.637 euro.
  • Per i tredici “Quotidiani editi da imprese editrici la cui maggioranza è detenauta da cooperative , fondazioni o enti morali” la cifra è stata di 23.091.613 con i tre primi posti conquistati da Avvenire (3.769.672 euro), Italia Oggi (3.162.411 euro) e Cronaca Qui.it (2.436.274 euro).
  • Dieci “Organi di partito” che hanno preso in totale 16.625.335 euro. Importanti nomi e cifre come Europa (2.343.678 euro), La Padania (2.682.304), Il Secolo D'Italia (1.795.148 euro) e L'Unità con 3.709.954.
  • Una selva di 164 periodici che si sono spartiti in totale 10.951.588 euro. Si va da Motocross con 263.033 euro, passando per Left (268.334 euro), Il Salvagente (367.900 euro), Il Sole delle Alpi (248.830 euro), Sprint e Sport (343.188 euro) fino a Tempi con 354.757 euro. Da segnalare 92 riviste diocesane senza scopo di lucro che hanno ottenuto  2.970.907 euro. La più nota è Famiglia Cristiana (208.178 euro).

All'estero come funziona?

La situazione italiana è stata definita da più parti come un'anomalia. Ma allargando lo sguardo all'Europa il giudizio cambia. La situazione non eretica dell'Italia per i finanziamenti pubblici all'editoria è certificata da un ricerca del 2010 del Centro Consulenze Editori intitolata “Il pluralismo ed i contributi all'editoria in Europa”.  La Francia presenta, ad esempio, aiuti diretti che comprendono agevolazioni nelle tariffe di trasporto ferroviario dei quotidiani, aiuti alla modernizzazione della rete di vendita, fondi specifici per favorire la diffusione mondiale della stampa francese. Ma anche indiretti con  tariffe postali e aliquota dell'Iva (al 2,10%) agevolate. Lo Stato francese è quello che spende di più con i suoi 1,2 miliardi di euro per finanziare i propri media. Numeri che hanno favorito la presentazione di una prossima riforma del settore.

Ma anche per gli altri Paesi del vecchio continente benefit di vario genere sono garantiti per favorire il pluralismo informativo. Se in Irlanda e in Gran Bretagna sono assenti gli aiuti diretti da parte dello Stato - ma non quelli indiretti - e in Germania e in Spagna i contributi spettano ai Länder e delle Comunità Autonome, gli altri Stati europei come il Lussemburgo, la Svezia, i Paesi Bassi, il Portogallo e i Paesi Bassi hanno un sistema che li prevede e che i ricercatori suddividono in quattro sezioni: «contributi erogati in modo indifferenziato alla stampa; contributi selettivi destinati a sostenere pubblicazioni deboli sotto il profilo della raccolta pubblicitaria; contributi costituiti dal finanziamento di progetti specifici; contributi misti, che combinano più elementi». Infine, nella maggiora parte di questi Paesi non sono esclusi aiuti all'editoria di partito.

E quindi?

La voce da padrone nel costo per lo Stato non la fanno i famosi giornali di partito, ma varie radio e tutta una miriade di medi e piccoli quotidiani e riviste tra i più diversi tra loro per temi e pubblico. Da qui la domanda su quale sia la vera anomalia nel quadro appena descritto se dei periodici come  Motocross usufruiscono dei finanziati pubblici. I contributi all'editoria, comunque, stanno calando di anno in anno. Se nel 2010, infatti,  i milioni stanziati sono stati 150, nel 2012 si è passati a 120. Per arrivare al 2013, per cui il governo Monti ha predisposto 96 milioni di euro. Ma anche se l'aiuto pubblico venisse azzerato, l'indipendenza dell'informazione italiana subirebbe conseguenze? Cosa c'entrano la libertà e la qualità di un giornale , infatti, con l'assenza di quei soldi?

 

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