60 bambini che vivono in galera: casi irrisolti di ingiustizia italiana

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I primi di settembre, un bambino nigeriano di meno di un anno è rimasto intossicato dopo aver ingerito del veleno per topi nel reparto femminile del carcere Gazzi di Messina, dove vive insieme alla madre detenuta. Il bambino è stato ricoverato d’urgenza in gravi condizioni al Policlinico di Messina e poi dimesso dopo qualche giorno.

Il caso ha riportato alla luce il tema dei minori che vivono reclusi in carcere con le madri: un fenomeno che ancora persiste nonostante abbia numeri relativamente ridotti e sia stato oggetto nel tempo di diversi interventi legislativi, che però non hanno centrato il punto o sono rimasti disattesi. Secondo le associazioni impegnate sul tema, "i bambini crescono in carcere a causa dell’assenza di una politica nazionale realmente funzionale alla risoluzione di questo problema".

Il caso del bambino avvelenato nel carcere di Messina

In una puntata di Radio Carcere su Radio Radicale, Massimiliano Coccia ha ricostruito la vicenda accaduta al Gazzi Messina, riportando le informazioni ottenute da una fonte interna. Il garante dei detenuti in Sicilia, Giovanni Fiandaca, da noi contattato, ha spiegato la dinamica di quanto accaduto: mentre la madre si era recata a telefonare al marito (anche lui detenuto, in un altro carcere) in una cabina telefonica al piano terra dell'istituto penitenziario, il bambino, rimasto fuori, aveva trovato per terra una bustina di topicida ingerendo parte del contenuto. Come ha precisato Coccia, durante la trasmissione, nonostante sia stato subito soccorso, prima di risalire alla causa del malore «è passato parecchio tempo perché non tutte le guardie sapevano di queste bustine di topicida. Il veleno presente nella struttura è stato apposto da una guardia penitenziaria perché il carcere Gazzi è invaso dai topi». La zona dove si trova la donna nigeriana, tra l’altro, «secondo le nostre fonti interne è proprio una delle più esposte all’ingresso e uscita» dei roditori, a causa della presenza di sbocchi fognari vicini.

Prima di approdare a Radio Radicale, il caso è rimasto per diversi giorni confinato in articoli marginali della cronaca locale. Secondo Coccia questo dipende anche dal fatto che la donna nigeriana «parla a stento l’italiano» e «l’assenza di interpreti e mediatori culturali» all’interno del carcere ha reso più difficile ricostruire l’accaduto: «Questa vicenda porta alla luce il fatto che a pagare in queste situazioni sono i bambini e quelle detenute che sono ignote, non eccellenti (...). Basti pensare che la madre è ristretta per reati relativi all’immigrazione clandestina».

Successivamente anche Roberto Saviano con un post su Facebook si è occupato del caso, denunciando come la guardia penitenziaria sia stata “l'unica ad aver pagato” per quanto accaduto, essendo stata sottoposta a un procedimento disciplinare.

60 bambini detenuti con le madri

A luglio del 2015 il ministro della Giustizia Andrea Orlando aveva annunciato che entro l’anno nessun bambino sarebbe più stato detenuto, promettendo «la fine di questa vergogna contro il senso di umanità»:

Non possiamo privare un bambino della libertà, è innocente ma allo stesso tempo ha diritto di vedere sua madre.

Stando alle cifre diffuse dal Ministero della Giustizia, però, al 31 agosto 2017 negli istituti di detenzione risultavano reclusi 60 bambini. Erano 37 al 31 dicembre 2016, e su un totale di 33 madri, 23 (ossia più di due terzi) erano cittadine straniere.

La legge 354 del 1975 consente alle donne di portare con sé in carcere i figli da 0 a 3 anni, in modo da ritardarne il distacco. Inizialmente solo le detenute con pena anche residua inferiore a 4 anni e figli di età non superiore a 10 anni potevano accedere alla detenzione domiciliare; per tutte le altre e per i loro figli si aprivano le porte del carcere. Con la cosiddetta “legge 8 marzo”, la 40 del 2001, sono state introdotte alcune modifiche e favorito l’accesso delle donne con figli piccoli alle misure cautelari alternative. Tra queste, la detenzione speciale domiciliare, che permette alle detenute madri di bambini con meno di dieci anni che hanno espiato un terzo della pena di poter scontare il resto a casa o in altro luogo di cura o accoglienza.

Come si legge nell’ultimo rapporto dell’Associazione Antigone, però, il provvedimento introduceva “anche delle condizioni di ammissione alle misure alternative”: potevano essere ammesse ai benefici le donne che non presentavano rischio di recidiva e potevano dimostrare la concreta possibilità di ripristinare la convivenza con i figli. “Condizioni – prosegue il report – che hanno finito inevitabilmente per tagliar fuori le donne appartenenti alle frange più marginali della popolazione, magari detenute tossicodipendenti, incarcerate per reati relativi alla legge sulle droghe (di fatto, gran parte delle detenute)”. Escluse anche “le donne straniere che spesso prive di fissa dimora non potevano accedere agli arresti domiciliari” e il cui destino è quindi il carcere.

Un'ulteriore modifica è intervenuta con la legge 62 del 2011, che ha previsto la detenzione in Istituti di Custodia Attenuata per detenute Madri (ICAM) con bambini fino a sei anni e la possibilità di scontare gli arresti domiciliari in una “Casa famiglia protetta”. La legge è sostanzialmente rimasta inapplicata e al momento esiste solo una Casa famiglia, di recente inaugurazione.

via Associazione Antigone

Il risultato è che negli ultimi anni il numero dei bambini detenuti insieme alle madri ha avuto un andamento altalenante, ma non si è mai esaurito.

Le "sezioni nido" in carcere e gli ICAM

Le donne recluse con i propri figli si trovano nelle 13 sezioni nido delle carceri o negli ICAM. Secondo il rapporto di Antigone, dal 1993 a oggi si oscilla “da un minimo di 13 strutture a un massimo di 18 a livello nazionale, in parte non funzionanti”. I luoghi di possibile detenzione per le donne madri con figli a seguito sono dunque pochissimi, “con il risultato di amplificare ulteriormente il problema della lontananza tra il luogo di residenza e quello di detenzione di queste donne; e quindi, a volte, anche della lontananza con gli altri figli fuori dal carcere, magari troppo grandi per seguirle in custodia attenuata”.

L'ultima relazione del Garante dei detenuti al Parlamento rispetto alle sezioni nido delle carceri ha rilevato come “a fronte di reparti attrezzati, accoglienti e ben collegati con il territorio, sussistono ancora situazioni del tutto inidonee”. La sezione della Casa circondariale di Avellino, per esempio, “è tale solo di nome poiché la cosiddetta ‘cella nido’ per le madri con bambini è di fatto semplicemente una stanza detentiva a due, nella sezione comune femminile, priva di qualsiasi attrezzatura necessaria per ospitare bambini così piccoli”. L’istituto, inoltre, “non ha mai attivato una collaborazione con l’asilo nido del territorio” e di fatto “i bambini vivono nella sezione detentiva comune, in celle prive delle dotazioni necessarie, in un contesto difficile anche per gli adulti, senza rapporti con le scuole o le organizzazioni locali, mentre le madri sono escluse dalla possibilità di condividere con i propri figli l’unico locale adatto a un minore e l’area verde attrezzata con giochi”.

via Associazione Antigone

Per quanto riguarda gli ICAM, si tratta di strutture che fanno capo all’amministrazione penitenziaria, istituite in via sperimentale nel 2007 e poi sistematizzate con la legge 62 del 2011. Lo scopo è quello di permettere alle donne, che non possono beneficiare di alternative al carcere, di tenere con sé i figli in un luogo diverso dalla casa circondariale. Sono concepiti in modo da non somigliare a una prigione: il rapporto di Antigone li definisce “carceri colorate, senza sbarre, né armi, né uniformi, nei quali i figli delle detenute possono rimanere fino ai sei anni, non più i tre previsti dalla precedente normativa”.

La legge del 2011 prevede lo stanziamento di 11,7 milioni di euro per la realizzazione di queste strutture, ma al momento ne esistono solo cinque: a Milano, Torino, Venezia, Cagliari e Lauro (in provincia di Avellino).

Il primo ICAM a essere istituito è stato quello di Milano, in uno stabile in via Melloni. “Nel giardino dall’aria spoglia c’è un’infilata di seggioline colorate che rende difficile capire se stiamo entrando in un asilo un po’ trascurato oppure no. Basta poco per accorgersi che tutt’intorno sopra il muro c’è un pannello in plexiglass. Ecco le sbarre nascoste agli occhi dei più piccoli. Nella prima stanza si viene controllati con il metal detector. Alle pareti ci sono i monitor della sorveglianza: controllano il perimetro e i corridoi interni della struttura”, si legge nelreport dell’ultima visita dell’Associazione Antigone alla struttura.

Al di là dell’aspetto esteriore, infatti, gli ICAM sono comunque strutture di contenimento, non misure alternative. Secondo il Rapporto del Garante dei detenuti, tra l’altro, spesso “sono posizionati in zone distanti o mal collegate o ospitano solo poche donne con bambini. Il rischio, in questo caso, è che il prezzo sia l’isolamento delle donne stesse e la separazione dalla famiglia e il difficile inserimento dei bambini in un contesto con altri coetanei”. L’istituto di custodia attenuata di Venezia, ad esempio, si trova accanto al carcere femminile della Giudecca, seppur con un ingresso separato. «L’ICAM rimane un carcere con alcune caratteristiche ineludibili. La vita è dentro un piccolo appartamento ma chiuso da sbarre. E questo immagino sia di grande impatto per chiunque, anche per un bambino. Inoltre è una vita molto costretta, legata sempre alle stesse persone, sempre agli stessi agenti e ai pochi altri bambini», spiegava qualche tempo fa Alessio Scandurra, ricercatore di Antigone.

Pur rappresentando una sistemazione migliore rispetto agli istituti di pena veri e propri, gli ICAM dunque non sono una soluzione. Secondo Gioia Passarelli , presidente dell'associazione "A Roma Insieme", che da anni si occupa dei bambini del nido di Rebibbia, «sono un palliativo, perché di fatto sono un carcere. Poniamo che durante la notte un bambino si senta male e debba essere trasferito in ospedale, la mamma non può seguirlo. Diverso il discorso per la case famiglia protetta».

Le Case famiglia protette: una legge inapplicata

Una reale alternativa alla reclusione in carcere è rappresentata dalle Case famiglia protette, previste dalla legge del 2011. Secondo la normativa, salvo i casi di eccezionali esigenze cautelari dovute a gravi reati o pericolo di fuga, le donne senza dimora o altro domicilio possono scontare la pena in queste strutture, portando con loro i bambini fino a 10 anni.

Proprio per la funzione di misura alternativa alla detenzione, le Case famiglia protette sono pensate con caratteristiche più simili ad appartamenti e lontane da quelle del carcere: non ci sono sbarre, sono inserite nel tessuto urbano e collegate con i servizi, devono avere un massimo di sei nuclei di genitori ospiti, garantire spazi di riservatezza e per i giochi anche all’aperto, locali per istruzione, visite mediche e incontri con operatori o altri familiari. A chi vive in Casa famiglia è permesso «accompagnare i figli a scuola o giocare insieme in giardino», ha spiegato Passarelli. «Niente sbarre, niente lucchetti – ha aggiunto – Le condizioni sono quelle dell'arresto domiciliare, pertanto è per chi ha commesso reati meno gravi, poi tocca al magistrato decidere a chi concedere questa opportunità sulla base del percorso che ogni donna sta facendo».

A usufruire di questo tipo di strutture dovrebbero essere tutte coloro che non hanno la possibilità di trascorrere la detenzione domiciliare, e in particolare donne senza dimora, rom, straniere o in condizione di marginalità. La legge del 2011, però, non prevede finanziamenti per le Case famiglia protette, che a differenza degli ICAM non sono sotto il dipartimento di amministrazione penitenziaria e devono essere gestite dagli enti locali. All’articolo 4, infatti, è previsto che il ministero della Giustizia possa “stipulare convenzioni con enti locali per l’individuazione delle case famiglia, senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica”, spostando sostanzialmente i costi su Regioni e Comuni. Così per anni tutto è stato fermo e si è accumulato un fortissimo ritardo.

Secondo il senatore Luigi Manconi, finora è mancata la volontà politica: la questione si sarebbe potuta risolvere «subito dopo la riforma, perché nel più pessimista dei casi il fabbisogno è di cinque o sei appartamenti in tutta Italia (...) Stiamo parlando di cifre irrisorie».

Ad oggi, esiste una sola Casa famiglia protetta, inaugurata lo scorso luglio nel quartiere Eur di Roma in seguito a un accordo tra Comune, tribunale e Dipartimento d’amministrazione penitenziaria che risale al 2015. La struttura – un edificio confiscato alla criminalità – è gestita da quattro associazioni e finanziata per tre anni dalla Fondazione Poste Insieme onlus con 150 mila euro. Un altro protocollo è stato recentemente firmato dal Comune di Milano.

Correzione 28 settembre 2017

In una precedente versione dell'articolo, in base alla ricostruzione di Radio Radicale, avevamo scritto che ad aver ingerito il topicida era stata una bambina di tre anni. Il garante dei detenuti in Sicilia, da noi contattato lunedì 25 settembre, ci ha comunicato oggi che non si trattava di una bambina, ma di un bambino di meno di un anno. Abbiamo provveduto a modificare la parte dell'articolo in cui è stato ricostruito quanto accaduto nel carcere Gazzi di Messina. È stata sostituita la ricostruzione fatta da Massimo Coccia su Radio Radicale (e precedentemente presente nell'articolo) con quella che ci ha fornito il garante.

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